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A se stesso

Juan Sebastian Anlachi

Ritorno a casa

E al fine lungi dalle native sponde,


all’achea natia terra ritornata
l’anima, la dove forgiata
d’antico nacque dall’onde,

ritrovo d’antichi la pace del verso,


la gloria degli atti e i fulgidi canti
che l’epoca nuova con gelidi manti
ricopre di tetro e di terso.

E dei paterni popoli l’antica fama,


di gloriose guerre la lucente lama
che le imprese e le gesta rifulge.

Ed io, piccolo in tanta grandezza,


rivesto il cuore d’amarezza
nel ricordo del tempo che fugge.

Ad un morto

Morto: l’ignoto sangue


bagna la casa immacolata,
mentre freddo il corpo langue
attonito d’improvvisa coscienza,
e la madre piange accanto;
per il cielo sorge un canto.
“Perché?” , va per la città
il grido stolto di popolo.
“Perché?”, quando scorre viltà
nelle vene, e non “Quando?”.
Quando la pace anche a noi?
Quando il regno dei tuoi?
Immagini

E d’improvviso giacque
fra le silenti ore
e le immote acque,
la mente, e tacque.
E orizzonti immensi
e antiche albe
fra cieli densi
e taciti silenzi.
L’alba di un’era
seduto sul manto
del cielo assisto,
viandante rivisto,
con il silente canto
del futuro ch’era.

A Dio

Dove sei quando ti cerco?


- Sono sempre di fronte a te,
E quando piango?
- Asciugo le tue lagrime,
Ti guardo e non ti trovo.
- Lo sguardo è fisso nei tuoi occhi.
Aspetto il giorno
- Il giorno è già venuto,
Quando di piena pace
- E dopo la dura lotta
Mi ricoprirai d’eterno
- Tutto fu eterno.

Desiderio

D’un desiderio seducente


L’animo si macchia,
e il cuore gracchia,
e sogna la mente
i ricordi d’un tempo passato,
che sperare era permesso,
costruire era concesso
un futuro ormai cancellato
Notturno

S’assopiscono i ruscelli,
si stendono fra i monti
stellati neri velli,
fra Dio e l’uomo ponti.

Si spengono le luci,
dormon già i bambini,
son vuoti già i gradini,
sol ombre fra gli incroci.

Ed ecco, dorme l’uomo,


placido fra i sogni.
Muore così d’ogni
casa ed ogni Duomo
il lume che scalda i corpi,
fuoco che accende i cuori.

Satira

Parla la saggia,
Sproloquia,
“La fatica dà gioia,
la felicità dal merito”,
e intanto ciancia,
non lavora né insegna,
e fa proprio quello
che essa stessa disdegna:
ozia!

5 Maggio

Piange il figlio al capezzale,


bacia la madre, stringe la mano,
ma attonito il viso, silente,
l’occhio sbarrato guarda lontano;
morta, non torna al richiamo.
D’un grido si spezza il cuore
Mentre nell’animo il viso muore.

Tanta vita hai passato soffrendo,


piangendo il figlio, la famiglia, o nonna,
e hai corso la speranza d’un sogno;
l’hai visto rapito da una donna,
il cui viso era ignoto a te,
ma che a lui suscitò tanto amore
che al ricordo ti si spezza il cuore.

E come te gli altri avi soffrirono,


patirono, piansero e risero,
videro in noi la loro speranza
mentre correvano della vita il misero
corso. E giunse per loro
il giorno nero di morte,
il grido di vendetta alla sorte.

Vecchio malato

Un vecchio malato sta in fondo;


lo sguardo basso, a terra,
mentre la gente di questo mondo
è ignara della sua intima guerra.
E’ stanco; ormai sta per cedere.
E il vicino ride, scherza, gioisce.
E’ ignaro di quanto può ledere
col suo riso l’animo che perisce.
E così il vecchio muore
Lento fra le strette mura,
e abbandona questa terra di gioie,
altrui, forse; né muore
con lui la sua vita dura,
ma il mondo sempre è dolore e noie.

Pianto

Pianti di sabbia in viso


-Dov’è Dio?-
Il silenzio tace il sorriso
Il sogno mio
Si spegne nel nero
D’una notte
Senza stelle dilaniata
Da luci rotte
E ogni parola bagnata
Dalla liquida
Aria monca rimane
Nel cuore vivida
Senza speranza permane.

Samuele

Samuele, per te primo sorge il sole


-Chissà poi quanto dura?-
mentre gemendo richiedi la materna
mano, che silente ti protegge.
Ma mentre chiudi gli occhi e riposi
sempre a mente ti sian le mie parole:
non vedrai mai la felice sposa
senza lontano un rombo di guerra,
né il dolore di una madre sul corpo del figlio
senza il vincitore che ora riposa.
E riposa anche tu, dormi.
Sei piccolo. Forse questi
Sono i pensieri di un uomo che vorrebbe
essere più piccolo di te
che non hai vita che da un giorno.

Vita mesta

Spariranno anche
Questi sogni
D’un giorno
Fra i mali
Di sempre
Petali di spine
Fra gambi di gioie
Recise di netto
E tutto il mio corso
Non sarà che una
Notte

Apatia di vita.
Ricordo di cinque anni

Ti ricordi quel primo giorno che


ci siamo visti nella nostra classe?
Arcidiacono, Borzì, Cantone…

Abbiamo visto alcuni fermarsi,


abbiamo visto alcuni fermati,
Castro, Condorelli, Conti…

Ci siamo uniti nelle nostre speranze,


divisi in inutili sciocchezze,
Cuffari, Dileo, Fichera…

Tremavamo se s’apriva il registro,


ridevamo se usciva il professore,
Francipelli, Guglielmino, Lando…

E ora piangiamo per lo stesso motivo,


ci abbracciamo, giuriamo ricordo,
Licciardello, Messina, Palumbo…

È finita la nostra avventura,


ci scambiamo un gelido bacio,
Parisi, Ragusa, Sciacca…

Mentre già il tuo ricordo svanisce


Qui io mendico un po’ di memoria,
Tallarico, Tirenna, Tomasello, Tortomasi.

A Sirio

Osserva là sopra,
Sirio ci guarda
e nell’espera sera,
lontano ricorda.
Rimembra d’antico,
di tempi passati,
e il silenzio, suo amico,
ci coglie sdraiati.
Sogni il futuro…
Speranza ti bussa…
Ma crolla il tuo muro,
quella fede indiscussa.
Guarda là sopra,
la luna ci osserva;
lascia che copra
la tua vita torva.
E ora sorridi,
godi la vita,
che gli occhi tuoi madidi,
copran mie dita.
Silenzio sia attorno.

Tempo

Passeranno anche quest’ore


Schiave di mille passioni.
Questi giorni di rami d’assenzio
Forse saranno fugace ricordo,
E l’oppio dell’ebro mio cuore
Represso nel sogno, già sua dimora.

Moneta

Addio, mio sogno del sud,


Immerso fra campi assolati,
Su libri di studio sbiaditi,
Tra gli echi di voci di donne.

Settimana

Vennero giù le torri,


Con le loro gioie e i dolori,
Con mille speranze ed orrori,
E i ricordi del fresco albeggiare.

Vennero giù le torri,


Ma non i loro nonsensi,
Non le urla e le recriminazioni,
Non le vendette e i consensi.

Vennero giù le torri,


E abbatterono l’essenziale,
Cancellarono un sogno d’amore,
E il ricordo di quel fresco albeggiare.
Preghiera

Dona la pace a chi s’è perso,


A chi non scorge più il suo sole,
A chi ha perso la sua luna,
A chi non ha conosciuto ciò che tu doni.
Dona il perdono a chi odia,
A chi non ode più il tuo richiamo,
A chi ha paura di perdere tutto,
A chi non vede più che lo ami.

Gioiello

Gioiello incastonato fra dolori,


Or che da te io parto, ricorda:
Colui che dona senza prendere,
Colui che ama senza chiedere,
Salpa per un ultimo viaggio;
Meta o ritorno, non scorgo,
E ciò che è stato e passato,
Ciò che non fu, se non desiderio,
Tutto oblia in sbiadito ricordo.

Edainemir

Una sera, come questa, di pioggia


Portasti via il mio cuore ferito;
Gocce scioglievano il trucco in viso,
Lagrime coprivano l’orgoglio deluso.

Una sera, proprio questa, di pioggia,


Ora rendi il mio cuore ferito;
Le mie lagrime bagnano il viso,
Lampi inondano l’orgoglio deluso.

Non dissi parole illuse,


Non strinsi teneri abbracci,
Osservai solo occhi da amare.

Ora sento solo parole e scuse,


M’allungo fra gelidi abbracci,
Nel ricordo di quegli occhi da amare.
Cuore

Dimentica le rime dei poeti,


Dei consigli dei saggi non curarti,
Solo sopporta, stupido cuore,
E mansueto riposa
Fra cuscini chiodati.

Orgoglio

Ho tentato a lungo e duramente,


Mi sono spinto fin oltre i miei limiti,
Ma tutto è stato inutile,
E nulla conta niente.
Dovrò cadere,
dovrò perdere tutto,
Ma nulla conta realmente,
Come dicono,
Se non il mio orgoglio scomparso.

Amore cristiano

Vivendo fra i vermi


Imparo a strisciare.
Vivendo fra i falsi
Imparo a mentire.
Vivendo fra gli ipocriti,
Imparo a scusarti.
Bene.
Falso fra i falsi,
Verme fra i vermi,
Ipocrita fra gli ipocriti.
Rendere il subito,
Vendicare le menzogne,
E sorridere fingendo innocenza:
Questo ora voglio.
E poi dopo, forse,
Pentimento e perdono.

Maggio

Fra i canti d’alpini, fra luci,


Fra penne e cappelli,
Frae strade e croci
Di chiese nascoste nel buio,
Sbiadisce ogni cosa,
E il tempo si ferma,
Per attimi, forse, infiniti.
Tutto scompare alla vista
D’un mare placido e assorto:
Dei dolori, degli amori,
Degli odii e delle rabbie,
Nulla rimane sulle creste dell’onde,
Mentre il porto s’illumina
Di rade luci di maggio.
Banchine pullulano di oblii,
Ricordi sfuggonno alla vista
Di Sirio alta e splendente,
E di essi solo un tenue lamento,
Fra pensieri che corrono altrove.
La luna nascosta fra nubi
Di ingenui temporali di maggio
Appare lontana alla vista,
Mentre immoti viaggiatori riposano
Su panche bagnate di vino,
E lagrime, forse.
Ma tutto scorre fra le onde
D’un mare placido e assorto
Fra i giorni d’uno stupido maggio.

Il mimo

L’anima tinta di mille colori


Narra antichi racconti, duri a morire.
Ali di farfalle battono in cerca
D’un vento fragile e silenzioso.
Volare, fra nubi d’oriente,
Fra cieli tersi, firmamenti di stelle.
Dentro, il soffio di vita,
Muto riposa e osserva.
Il cuore non batte, ascolta solo.
Le maschere cadono al soffio
D’uccelli e di foglie nascenti.
Tutto crolla in terra,
Ma il sorriso non cede.
Lo spettacolo continua.
“Se il gioco v’è piaciuto,
Date il vostro plauso”.
Dedica a due amici

Lungo le vie, lungo le strade,


Come fari di macchine veloci,
Comparse riempiono di attimi
La vita che lenta scorre.

Frana la terra sotto i piedi;


Ciò che sembra infrangibile
Improvviso come vetro si spezza,
e tutto sembra perdersi
Fra parole gelide e impensate.

Perché?
Dove mi sono perso?
In quale traversa non ti ho vista piu?

Per le vie, come strade,


Come fari di bus pieni di miseria,
Le vite si perdono in attimi,
In corsi paralleli, senza incroci.

Ma tutto non può franare,


Dalla terra qualcosa deve pur nascere,
Dal fuoco bianche scintille,
Forse daranno nuovo calore
A parole perse fra i pensieri.

Uomini

Parlano spesso, ometti,


Ma spesso non odono
Quello che dicono, o mentono.
Promettono, omucci,
E come parassiti ti succhiano
Via l’anima e il cuore.
E recriminano, omini,
Irridono, lesti come iene,
Insignificanti come mosche.
E come mosche ronzano
Su merde, su scarti altrui.
Ma le mosche si schiacciano,
E non si chiede perdono
Se non a chi non ne ha bisogno.

Aredhel MelHerudin

Fui Faramir, ma più non sono.


Mi chiamasti Aredhel,
Mia cara Nimelen,
Quando altrove volsi lo sguardo.
Fui Faramir, ma quel nome
Ora tace nel tempo trascorso,
E il mio cuore rivive
Fra templi perduti,
Fra pensieri bagnati di pioggia.
Aredhel MelHerudin,
Che perdono non conosce
E del passato è immemore,
Sono io.

Considerazioni

Per chi ho sprecato i miei giorni?


A chi ho donato i miei pensieri?
Ad uno sguardo senza ricordo,
Ad un viso senza alcun animo.
Maschere un tempo coprivano
D’attori senz’occhi gli sguardi:
Oggi vesti ricoprono il corpo
Di maschere fattesi donne.
Non più spirito, non più cuore
Nascondono in impeto tragico,
Ma solo il vuoto, e nel tempo,
Nient’altro che carne morente.

Domanda

Sotto un cielo afoso,


Fra genti sconosciute,
Nel fracasso di note aliene,
Un pensiero mi sbrana:
Sto sprecando la mia vita?
O la vita è uno spreco?
Specchio

Specchio, specchio,
Splendido inganno di luce,
Menti alle mie parole:
Chi è colui che rifletti?
Di chi sono quegli occhi spenti?

Il mare

Il mare rimbomba di schiuma,


S’immola di sabbia il suo flutto.
Lontano sull’orizzonte,
Un gabbiano vola leggero.

Di fronte ad una candida luna


Smetto gli abiti del lutto;
Muore nel cuore silente,
Si perde, s’oblia, il pensiero.

Un cielo magico e assorto


Copre il mio volto stracciato,
Lo veste di pallide stelle.

L’odio, l’amore; come un morto


Su uno scoglio da luce bagnato:
D’infinito s’agghinda la pelle.

Odi

Un verme dinnanzi, cosa dire,


Lo conoscevo per tale,
Non so più mentire.
Ma di chi cantai odi?
Per chi provai affetto?
Per chi non conosce che lodi,
Per chi non conosce rispetto.
Per chi cantai odi?
Per una che non vive
Che falsa amicizia.
Ma basta finzioni:
Basta con finti sorrisi
E coltelli ficcati nella schiena.
Per chi cantasti odi?
La risposta è una sola:
Per una che merita
Soltanto che l’odi.

Cipriota

L’acqua risplende
Al sole d’estate;
Onde s’abbattono
Come arieti su scogli.
Il mare di Cipro,
Il mare di Venere,
Ove d’antico si pose
Lo sguardo di dei.
Sei mai stato, perso,
Fra pascoli assolati,
Sotto antichi giorni?
Hai mai visto albe
Rosate, dipinte,
Su mari verdi, bagnati
Di gemme, smeraldi?
Eppure, io, solo,
E nulla di diverso sotto
Il sole cocente, sotto
Stelle d’oriente sbiadite.
Il cuore non cambia,
Non smette la maschera
Il viso arrossato;
Solo, tutto passa,
E nella mente, di
Fugace ricordo
S’empie l’orlo
D’un vaso.

Saffo

Hai trovato la morte per un ardore


Non vissuto, se non nel sogno.
Hai cantato le gioie d’ogni amore,
Hai riempito di parole il segno
Di penne e fogli millenari,
Di poeti e d’amanti perduti.
Mentre alla gelida luna levavi
I tuoi ultimi e splendidi versi, tenuti
A ricordo - e quale! - e urlo di dolore,
Verso chi, ebro e cieco d’orgoglio
E di gelida, irriconoscente impudenza,
Non vedeva in te d’Eros l’arciere,
Non vedeva anzi te, e non voglio
Non so tacere immonda prudenza,
Ricordavi quando, dolce giovinezza,
Sognavi il futuro sperando nel cielo,
E bramavi d’abbraccio dolcezza,
E la mente andava al nuziale velo.
Ma non uno dei sogni s’avverò,
Non una speranza si fece reale,
Solo, il tuo cuore stanco urlò
Rabbia, e colse il suo fiore del male.

Sotto la croce

Sulla terra di quell’ermo colle,


Spicca tra l’altre una croce nuda,
Nella notte di nubi senza stelle,
E d’ una luna lontana e muta.

Chiede un bimbo avanti alla morte:


“Padre, di chi quel corpo fra veli?”
Mentre una madre, di lagrime rotte
Affoga il figlio, un uomo morto su teli.

“Figlio, egli fu detto re dei Giudei,


Egli che visse d’amore e preghiera.
Ora giace il suo corpo fra i rei,
Ora scompare la speranza d’un era.”

E’ muto il bimbo, lo sguardo tenente


Alla croce che fra tutte svettava;
Bagnata da una pioggia cadente
Come vinta da terrore lagrimava.

Si chiedeva chi egli fosse davvero,


Folle, solo un uomo o figlio di Dio;
Ma sempre terrò il cuore nel vero
A chiamarti piangendo Signore mio.
L’uomo che soffia

C’è un uomo qua sotto, cammina;


Cammina in cortile: vestito
D’un alto cappello nero di notte.
I capelli bianchi si spandono
Sotto le falde, giù deboli e lisci,
Sulla fronte pallida e larga.
Gli occhi incavati, due borse
Scure di notti senza sonno.
Un sorriso flebile e stanco
S’allarga fra le labbra bianche,
Nelle urla della città, silente;
Nei dolori della gente, lento
Si muove, e improvviso soffia.
È come un alito di vita,
È come il soffio della morte:
Quiete cala, una luce s’accende,
Il respiro rallenta, la calma
Ritorna sui visi; né più dolori,
Ma solo pace. E poi lui
Respira, e la luce lo penetra;
Come una fitta lo prende,
Come una coltellata, ogni volta.
Ma il sorriso rimane nel dolore,
Il sorriso rimane fra le urla.
È sempre più vicina la morte,
Ogni volta, e sempre più le croci
Che porta, come figli in grembo.
Ma anche la nera signora
Gli è amica, né lui la teme.
Solo la guarda, lento e gentile,
Mentre sotto labbra pallide
Uno stanco sorriso si stende.

Chissà se…

Che mai quella volta, quando


Solo non dissi le giuste parole?
Che mai quella volta, solamente
Se avessi stretto fra le braccia?
Se avessi le risposte?
Solo rimane la paura di sapere.
Non so più

Non so più scrivere, e questo


Mi inquieta, e l’animo, ansioso,
Di spasmi ribolle cercando parole,
Rime e versi, pensando immagini
E scrutando qualcosa da dire.
Ma nulla, non so più scrivere,
Non ho più nulla da dire, nulla
Da dare. Come finito, che fare?
E intanto il cuore s’angoscia
In questo vuoto di pensieri e sensi,
Nel nulla di sentimenti che non
Sono più, né voglio riaccendere
O ricordare. Non so più scrivere,
Non so più parlare, non ho più
Nulla da dare, e nella mia morte
Del cuore attendo quando, forse,
Sarà migliore il mio tempo, e
Chissà, migliore sarò anch’io,
Invece di perdermi nell’acque
Delle mie paure e del mio, tacito
E ipocrita, falso e nascosto a me
Stesso, egoismo di ometto che
Oramai non sa più cosa dire.

Quello che ho e quello che sono

Ad urlare gli anni son corsi,


Imprecare, piangere e strillare,
Come un bimbo che squilla,
La mia rabbia sempre accesa.
Ho gridato forte, ho accusato,
Per quello che non ho il Dio
Che alto muto ascoltava.,
Sempre pretendendo qualcosa
In più, Di più sempre convinto
Di valere. Solo oggi – lo merito?-
Mi chiedo, O forse non
Ho niente perché nulla valgo?
Come disse qualcuno su più alto
Uomo, ai posteri l’ardua sentenza.
Uomo

Sei terra e vento sugli scogli,


Sei eroe, di tempra d’acciaio
E di vetro sottile, sì fragile
E forte ad un tempo, sì grande
E debole in un giorno, Ciò
Che tu sei, non fu né scelta,
Lo sai, né piacere, e pur lo sei.
Ricorda solo che sei uomo,
Gli occhi volti al cielo, la mano
Lo sfiora, il cuore fisso a terra,
Incatenato a fango e sabbia.
Ricorda che sei uomo, di vento,
Fuoco divino in te pur brucia,
In un corpo di cenere e terra.

Scherzo ma non troppo

Va via, va via,
Vuole il viso vispo,
Va via, visto in volti
Vuoti;
Vesti di viole,
Nello sviolinare viaggia,
Di verbi vuoti e avulsi.
Vano vanto vola
Via vanesio,
Vinto in volo,
Vuoto:
Voler di vino,
Di velli e vapori
Vespri,
Voglie di valli verdi
E ville,
E vili voli,
Vaganti vortici
Di vento.
Vel vaneggiare vostro
Di vanità vantate,
Vanità vetuste e
Viventi:
Vel vostro volgerle
Vortesi in vacuo
Vaneggio,
Vittoria vetusta
E vana.

Anacreontea

Non mi cerca mai l’alato pargolo,


E se lo fa, ha con sé un solo strale:
Mai ne ha due, e per me e per te,
Ma sempre con mordace riso, saetta
E colpisce come crede: la sua vista
È cieca, se tenta di guardare al mio
Sguardo perso oltre.
Se potessi lo legherei a grave sasso
E nel profondo getterei di marini
Abissi: che a scegliere le sue vittime
Lì impari, o almeno faccia per bene
Il suo mestiere, e due volte colpisca
Nello stesso giorno, che di me e di te
Faccia preda del suo arco.

Fuggevoli tempi

Nei fuggevoli tempi


Dei tristi sogni e mesti,
Di vesti di lino, e lesti
Sguardi pronti a mutarsi
In buio, vispi a fugarsi
In cesti di mele e serpi,

Vedesti volti di sguardi


Spenti, di neri occhi
Lucenti un tempo di balocchi
E speme. Non più stanze
Risuonano, non più danze:
D’amara angoscia t’ardi.

Cantano poeti intonando


In coro rorida luce
D’estatiche visioni, e truce
La realtà scompare, fine
Trova il suo corso, confine
Del suo regno incontrando.

Eppur un dubbio, sospetto:


Al placido volo del nibbio
Del vero si scioglie il giaciglio;
Della speranza mille universi,
Gli eterei voli, e i tersi
Cieli scompaiono a cospetto

Di ciò ch’è stato e passato,


Di ciò che è nel vero:
E’ingannevole il sogno, mero
Oppio dei vinti popoli
E di limpidi animi deboli
D’uomo dal tempo scavato.

Come una foglia di mare

Viso sconosciuto incorniciato


Da fili sottili e belli di castani
E scuri crini, verrà tempo forse
Che anch’io volgerò al tuo nome
Parole mai dette, e uditele tu
Donerai frasi mai da me ricevute.
Ma forse no: forse mai sarà
Quel giorno che in vano attendo,
O forse l’ho perso, assieme
All’ultima corsa del bus.
Ma ti saluto, viso sconosciuto
E dai mille nomi, e ti rimpiango,
Ché già so che mai avrò quel
Coraggio, che mai sarà come
Voglio. Sempre fallito e debole,
Attenderò la corrente inerme,
Come una foglia di mare.

Il mio tempo

Il mio tempo si squaglia e sprofonda


E si porta con sé le infanzie i sogni,
E la passione, e di tutto rimane solo
L’occhio indiscreto che scruta, a volte
Interessato, poco, più spesso nel tedio
E nel disinteresse, nell’idea vaga che,
In fondo, anche questa passerà
Si sbaglia.

Nel silenzio della stanza

Sento il tintinnio della pioggia


Fuori, il crepitare delle foglie
In piazza al passaggio delle genti.
Le ore scorrono lente come fiumi
In calma, Le notti, conforto
Di sonno e quiete, o guerra
Di risvegli.
Non ho mai tanto temuto il freddo
Dei silenzi.

Non ho mai tanto desiderato


La sobria dolcezza d’un calice compagno.
Non ho mai tanto desiderato come ora
Il colloquio e la compagnia di amici
Fidati.
Più mi conosco
Più temo lo scrosciante vuoto dell’otium.

Tempo che scorre inesorabile


Lo spreco, non riesco a seguirlo
Le liti, la vita
I giorni, le persone
Le ore a scrivere
Tutto corre.
Qualcuno mi segua
Perché in queste ore
Mi sento inesorabilmente solo.

Di notte, sono le tre


Scrivo per non piangere
Scrivo perché mi odio
Scrivo perché vi odio tutti
Scrivo perché vi amo d'amore
Profondo, immutabile
Vi voglio fra le mie braccia
Voglio qualcuno che ascolti
Le mie urla silenziose.

Domani forse nevicherà


Ma dentro piove da mesi
E il suo silenzio è la miapioggia.
Per strada gli occhi mi evitano
E non ho qui nessuno con cui ridere
Di me e delle mie poesie
Mentre la casa è lontana
Gli affetti mi ascoltano di giorno
In giorno fingere allegrie.

Qui mi sembra un inferno di uomini:


A ragione mi odierebbe
Chi ha vissuto l'inferno della morte.
Ma nelle pene degli uomini
Delle chiacchiere inutili
Delle parole sprecate
Del fiato al vento
Quando altro sarebbe da dire
Altre le parole
E nei silenzi dell'anima le giornate
Volano,
Allora ribolle la carne;

E ribolle il cuore.

Frammenti di parole

Strappo mozziconi di dialoghi,


Briciole di parole,
Senza poterle gustare
Che troppa è la voglia
Il desiderio
L’istinto divoratore.
Ed i silenzi mi rodono
Come ratti nelle tane murate
Nel legno grigio cupo
Di giornate di pioggia.