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La città incantata

Finalmente, non sentì più nulla.

La tempesta batteva forte contro muri intorno a lui, correva il fulmine, risuonava il tuono.
Bagliori fiammeggiavano in lontananza, sulle colline. Erano i fuochi, forse, che segnalavano
l'inizio della guerra civile. Era passato qualche anno da quando aveva lasciato casa e aveva
iniziato a cambiare la prospettiva dalla quale vedeva il mondo.

Esalò l'ultimo respiro, e fu libero.

La folla lo opprimeva fra le sue spire strette come le tenaglie di un granchio che uscito dal
mare difende la propria vita dall'assalto di un dominatore fin troppo possente come il
granchio egli ora si dimenava dalla vita dalle consuetudini dalle cose e dalle persone che
continuavano ad imporgli la loro mediocrità che era anche la sua ma che lui non voleva
vedere le loro azioni come in uno specchio e nello specchio l'enigma stesso del perché si vive
e perché si muore e perché la vita debba accogliere tanta inutilità fra scampoli di senso e
perché la notte debba accogliere i sogni e le riflessioni e nel sonno si debba annidare la vera
saggezza dell'uomo e ogni domanda non trovava risposta e tutto fluiva così come scorre
l'acqua del fiume quando le piogge alimentano la fonte in cima alle montagne le piogge che
ora battevano forte sulle sue spalle mentre passeggiava silenzioso per il villaggio e la notte
intorno e dentro di lui che come una parte di lui ormai accompagnava la sua esistenza e la
condanna a non essere compreso dalle voci che si sentono amiche ma che tutte sono invece
infinitamente infinitamente lontane su tutto un pensiero nell'assenza la vera vita.

Il ponte sul fiume mostrava in lontananza l'agitarsi del popolo ancora assonnato eppure in
preda all'eccitazione per la recente offensiva. Guardava e rideva dentro di sé, avvertendo
come quell'agitazione non gli appartenesse più; alla risata s'accompagnava una fitta di dolore
nel sentire come fosse lui a sbagliare nella sua ricerca di annullamento. Pianse per qualche
istante, finché l'orgoglio mascolino non gli impedì di continuare a bagnare le guance di
lacrime per qualcosa che in fondo odiava: desiderava forse urlare ma le costrizioni impostegli
dal suo ego agivano in modo così profondo che la dignità che s'era costruito intorno ad esso
sembrava aver imbavagliato la sua voce.

I bagliori intorno si immergevano fra le gocce di pioggia.

Fino a quella sera sembrava aver incontrato il fine della sua vita, ma come sempre, il suo
orgoglio gli aveva impedito di riconoscerlo. Troppo forte il desiderio di essere padrone del
proprio destino.

La sua ricerca l'aveva portato lontano da casa; il giorno in cui mise piede su quelle terre
inospitali avvertì la netta sensazione che nessun luogo al mondo avrebbe mai fatto per lui.
Guardare i volti era una sua abitudine, ma si rendeva sempre conto di quanto fosse doloroso
avvertire la lontananza delle persone intorno a lui

Mezzo immerso fra lo scorrere del fiume, il viso paralizzato, la bocca aperta nell'ultimo
respiro.

La ricerca di quella città: la città sacra, la città incantata, la città del sogno. Dall'inizio dei
suoi giorni aveva intrapreso quella ricerca verso il luogo che nel mito era descritto come un
luogo di pace.
Quando lesse per la prima volta di quella città sentì intorno a sé il cinguettare degli uccelli di
cui narrava il manoscritto che teneva stretto tra le mani; udì lo scrosciare delle acque, lo
schernirsi delle foglie sugli alberi al lieve tocco della brezza marina, l'echeggiare delle valli
intorno alla città. Respirò le parole d'amore che sussurravano fra le strade della città, e ne
provò la quiete che non aveva mai sentito nella realtà.
Come non partire nella ricerca?

Il poggiarsi del suo corpo sulle rocce affioranti dal corso del fiume fu il rapido appassire d'un
fiore.

Sentiva il peso della costrizione della necessità coatta dei rapporti con le altre persone e non
tollerava la mancanza della sua indipendenza aveva bisogno di sapere che nessuna persona al
mondo avrebbe potuto convincerlo ad essere diverso da quello che era per se stesso più di
tutto poi avvertiva il peso del destino sapeva come il destino in mille modi si fosse già preso
gioco di lui e del suo infinito senso di colpa per l'essere uomo fra gli uomini a nulla era valso
abbandonare ogni religione professare il più assoluto ateismo e disprezzo per ogni forma di
culto il senso della colpa più grande che l'uomo porta per l'essere semplicemente se stesso lo
accompagnava in ogni passo della sua esistenza e dove gli altri non vedevano l'ironia della
sorte lui era costretto a cogliere il tragico sbeffeggiarlo di un destino a cui invano tentava di
opporsi desideroso di essere solamente lui il padrone della sua esistenza.

Aveva udito che in quella città l'uomo aveva raggiunto un compromesso con la divinità, e che
in quel luogo le forze esterne non avevano influenza sulla vita umana. Lui non credeva, e
tuttavia s'era messo in moto per cercare quel luogo. Un tempo forse anche qualcun altro
aveva cercato quella città per gli stessi motivi, ma la città incantata non era un luogo che si
potesse trovare con facilità. Campioni delle più diverse genti e di numerosi secoli avevano
affrontato perigliosi viaggi per trovare la città del mito; a conclusione di quella ricerca, di
nessuno di loro s'era più saputo niente.
Scoprì troppo tardi perché di quei campioni era sparito ogni ricordo delle vicende successive
al loro arrivo in città.

Nel vortice del vento il suo corpo si librava, volgendo infine le spalle a tutto ciò che lasciava,
con gli occhi barrati verso il cielo.

Ma le cose non stavano come nel mito.


Era giunto alla città che le forze già non lo reggevano più: la vita era sfiorita nella ricerca, i
volti incontrati per via s'erano sbiaditi nel ricordo (ma solo nel ricordo riusciva a tollerarne la
presenza, e già nel ricordo s'affacciava il peso dei vincoli dei rapporti).
Scoprì ben presto come le dicerie del mito avessero celebrato virtù infinitamente più
miserevoli.
Un edificio poi sin dal primo giorno in cui mise piede in quel posto lo colpì per le sue
dimensioni: un sacrario.

La guerra fra gli stati che affollavano i confini della città era scoppiata dal nulla. Ciascuno
rivendicava la paternità di quel paradiso degli uomini, e così genti di tutti i tipi si affollavano
alle porte della città, un misto fra profughi e guerrieri pronti a spargere sangue o pretendere
ospitalità per quello che, infine, non era altro che un futile sogno.

Nel sacrario giacevano i resti provenienti dalle più diverse epoche e genti: nomi provenienti
da ogni parte del mondo conosciuto e oltre, tutte accomunate dal commiato per una triste
morte, la sorte di chi scopre come i suoi sogni non siano altro che un miraggio.
Lo sgomento lo prese a leggere quei nomi: fra di essi tutti i campioni di cui aveva sentito
parlare. Solo allora capì come avesse sprecato la sua vita, come per l'ennesima volta il
destino, la vita o chiunque ci fosse dietro le esistenze umane si fosse preso gioco di lui.

Il volo lo accoglieva immutabile mentre i venti lo avvolgevano come materne braccia. Il


ponte sul fiume s'allontanava sempre più dietro di lui, mentre anche egli seguiva la sorte di
tutti quei campioni che troppo tardi avevano compreso il nonsenso della loro esistenza.