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SPROLOQUI SU JUAN SEBASTIAN

ANLACHI
Premessa: due parole per cominciare

"Stronzo maledetto, cacca infame e moralista, bigotto finto


poeta del cazzo di un Sebastian!Lo sapevo! ha fatto
incazzare… perchè st'arrapato mongolo fissato..."

“La presi come un’investitura.”


Curtius

“La cultura e l’arte prive di ricerca etica hanno portato ai


campi di sterminio nazisti”
Elie Wiesel

Quella che leggete è la vita di Juan Sebastian Anlachi: oh, certo, questa
non è una sua biografia. Questa è proprio la vita del mio protagonista. Vi
chiederete (e mi chiederete) chi diavolo sia Juan Sebastian Anlachi:
semplicemente Juan è il protagonista di tutte le vicende che vi narrerò. Per
il resto, lui non è nessuno.
Ma perché questi racconti? Qual è il senso profondo di tutto ciò? Rullino i
tamburi…nessuna risposta a queste domande. Questa è la vita di un uomo,
d’un personaggio. Non ha per forza bisogno d’un senso, né di realismo.
Non vi è criterio temporale, né di contenuti nella disposizione di questi
sproloqui: come sono venuti sono stati disposti, nulla di più. Certo, così la
vita di Juan apparirà un po’ ingarbugliata, ma in fondo, quale non lo è. E
poi, mi chiedo, perché non porre tutte le domande a lui, dato che, ora, è
vivo?
Portatore di luce

Sembrerà incredibile, sembrerà da non crederci, lo so: eppure, lo ricordo


ancora come se fosse ieri, il trenta del secondo mese dell’anno al mio
protagonista è capitata una cosa stranissima. State a sentire. Camminava
allegramente per la città, quando improvvisamente, si trovò davanti una
porta, apparsa dal nulla:
- In tanti anni che faccio il giornalista non mi era mai capitata una cosa
del genere! – esclamò.
Spinto da chissà quale isteria e curiosità, fece la cosa che un uomo normale
non avrebbe mai fatto: entrò, dentro, varcò la soglia ed entrò. Aperta la
porta, nera come il petrolio (e cosa strana, nessuno sembrava vederla
tranne lui), Juan Sebastian Anlachi si trovò in una stanzetta accogliente,
bene illuminata, anche se un po’ maleodorante. Un odore di zolfo e di
bruciato, a dire la verità, riempiva l’ambiente, ma dopo un po’ ci si faceva
l’abitudine:
- Prego, vuole bere qualcosa?
Una voce aveva parlato, nella sala, e solo ora Juan s’accorgeva che lì
dentro stava con lui qualcuno. Juan si voltò alla sua destra, verso la voce;
lo so, è da non credersi! Il diavolo era davanti a lui:
- Dicevo, vuole qualcosa da bere?
Il diavolo disse di nuovo interrompendo il silenzio calato sulla sala; allora
Juan rispose cortesemente:
- Ehm, no grazie, sto bene come sto.
- Mi scusi, che scortese che sono diventato con il tempo. Non ci siamo
neanche presentati: piacere, io sono Lucifero. L’attendevo da un po’,
sa?
- Io sono Juan Sebastian Anlachi. M’attendeva? Perché? Sono morto e
non me ne sono accorto?
- No, non si preoccupi…l’attendevo per la nostra intervista. Sa, è da
un po’ che pensavo di parlare, di fare le mie rivelazioni. E per questo
ho scelto lei: il migliore giornalista sulla piazza!
Lucifero fece cenno a Juan d’accomodarsi su di una piccola poltrona al
centro della stanza, e lui sedette davanti. Ora Juan s’accorgeva delle sue
piccole alette bianchicce e spoglie, raggrinzite, e dei suoi capelli biondi
anneriti dal fumo. Aveva però, ancora, degli splendidi occhioni azzurri:
- Scusi, sa com’è, ma non ho domande preparate: certo, questo sarebbe
un gran scoop…
- Oh, non si preoccupi, avevo pensato alla sua sorpresa: immaginavo
qualcosa tipo flusso di coscienza, se permette…
- Qui comanda lei!
Lucifero rise ed imboccò un grosso sigaro cubano, fumandolo
nervosamente, poi continuò:
- Allora, se me lo concede, inizierei…
- Aspetti un attimo che prendo qualcosa per appuntarmi le sue
parole…ecco, siamo apposto.
- Vede, è da tanto che voglio sfogarmi. Il problema è uno soltanto, ma
è di fondamentale importanza: chi sono io?
- Come scusi?
- Sì, ascolti, e poi mi darà ragione: nacqui Lucifero, sa cosa vuol dire,
Portatore Di Luce! E poi? Sono finito qui, a regnare sulle tenebre!
Non le sembra una contraddizione?
- Sì, ma lei…
- Già certo, è quello che mi si dice sempre: il mio smisurato orgoglio
mi ha portato qui, mi ha reso l’angelo caduto. Ma se non fosse
proprio così?
- Cosa intende, si spieghi meglio.
- Vede, io ero il prediletto, oltre il Figlio, dopo il Figlio, ovviamente.
Ma dopo di Lui, lì sopra ero il capo, il boss, per parlare come parlate
voi. Ma poi Lui ha deciso: in fondo, cosa avviene senza che lui
voglia o permetta? Cioè, mi spiego: nessuno pensa mai che
quell’infinito orgoglio me l’ha dato lui, sapendo che alla fine, avrei
fatto proprio questo…
- Ma non le sembra di scaricare le sue responsabilità su di Lui?
- Certo, in parte è così. Ma come voi uomini insegnate, non si creano i
presupposti di una cosa se non si vuole che quella accada. Dire che le
cose capitano è un’ipocrisia; le cose capitano quando le si vuol far
capitare.
Juan si fermò un attimo e fissò gli occhioni di Lucifero: erano tristi. Non
disse niente, mentre lui riprendeva:
- Comunque non è questo il problema. Cioè, il mio problema non è
con Lui, anche se mi ha destinato qui sotto, al buio. Gli perdono pure
di non poter più volare: come potrei con queste misere alucce? Il mio
vero problema in realtà è un altro: è con voi che sono adirato.
- Con noi? – chiese Juan – E perché?
- Vede mio caro, nella storia io sono stato tante cose: mi segua nel
ragionamento. Innanzi tutto fui un Suo figlio, senza dubbio, ma poi
anche qualcos’altro; sono stato un rivoluzionario, un “no global” – se
questa frase può farle vendere qualche copia in più la scriva pure –
forse anche un comunista ante litteram. Non accettavo le gerarchie
acquisite; poi sono stato tentazione (Adamo, ti ricordi di me?); sono
stato odio (Caino, da quanto non ci vediamo!), e poi licenza (ah, che
belle città Sodoma e Gomorra); sono stato persino lo spirito stesso
della terra che si fa peccato, e così ho tenuto in tentazione persino
Suo Figlio. Insomma, sono stato questo e tante altre cose su cui
sarebbe noioso dilungarsi.
Juan si fermò e rivide gli appunti, poi esclamò:
- Aspetti un attimo, non capisco cosa c’entri tutto questo con ciò che
dicevamo in precedenza.
- Ora le spiego: sono stato tante cose, e nessuna; sono stato tutto ciò
che hanno voluto gli altri. Ma oggi, cosa sono? Chi sono?
- Lei è sempre Lucifero, il male…
- Eh no, caro mio, c’è da fare distinzione! C’è male e male! Non tutto
ciò che c’è di brutto è causa mia, figliolo. Se no avrebbero ragione i
Manichei, e voi stareste ancora a sbattervi come dannati su problemi
di fede inutili…
- Ma allora?
- Faccia distinzione fra il vostro male, e quello mio! Guardi che io
faccio le cose per bene, certo, ma perché è il mio lavoro! Anch’io
merito un po’ di rispetto, un po’ del vostro perdono, forse.
Juan non capiva cosa Lucifero stesse insinuando, così chiese prontamente:
- Scusi, cosa intende?
- Insomma, non voglio essere confuso con quegli ottusi e ridicoli
omucci pezzenti, quei vermetti insignificanti che circolano fra di voi:
quelli in preda ad esaltazioni mistiche, alle loro frustrazioni ed
eccitazioni sessuali, che con me non hanno a che fare.
- Continui…
- Insomma, a partire dai vostri carnefici, fino a giungere ai più
insignificanti fra i vostri ominicchi, tutti agite senza capire, e date la
colpa a me. Eh no, cari miei, voi il male ce l’avete nel sangue e io
regno su di voi qua giù perché non sono come voi: io il bene lo
conosco, e il male lo faccio perché è il mio lavoro; ad ognuno il suo.
- Capisco. Quindi lei si ritiene diverso da loro.
- Certo!
Juan fissò gli occhi del Portatore Di Luce. S’erano infervorati mentre
parlava, e ora avevano un che di triste nel dire “ad ognuno il suo”:
- Non sono un vermuccio che si nasconde, io voglio il male e lo faccio.
Purtroppo sono nato per questo. Non sono cattivo, è che mi
disegnano così.
- Va bene. Scusi, ha ancora tanto da dire?
- No, no, ora chiudo. Sa, un vostro scrittore una volta mi ha fatto
rinunciare all’Inferno per vedere il tramonto…Non sa quanto mi
piace quello scrittore, è proprio bravo…Comunque non posso farlo,
purtroppo. Ecco vorrei che da questa intervista si capisse questo: io
sono Lucifero, signore del Male. Sono stato e sarò anche altro, ma
non sarò mai come i vostri malvagi. Quelli, per la maggior parte,
fanno schifo persino a me.
Così si concluse l’intervista. Lucifero ora era allegro, ridacchiava. Si
salutarono come due amici e Juan uscì dalla porta da cui era entrato. In
seguito consegnò il pezzo in redazione, e fu un gran successo. Il giornale si
vendette come il pane: ovviamente però, tempo due giorni, il mondo
dimenticò le parole del Portatore Di Luce e tornò al suo tran tran
quotidiano.
La città, di Natale

Era il 21 di Dicembre, quando, con le luci della notte che si spegnevano


sotto il sole che sorgeva, Juan Sebastian Anlachi s’era accorto, al risveglio,
che qualcosa non andava. Un uomo di fretta correva verso la fermata
dell’autobus, giù, sotto la finestra della sua camera da letto: gli sembrò un
abbaglio, e non fece caso a ciò che vide. Si lavò e si vestì in fretta per
andare al lavoro, per non perdere il bus delle 7.15. Sotto il cartello degli
orari, solo lui ad attendere, ed il freddo d’una giornata fredda e desolante.
Il mezzo pubblico arrivò come al solito in ritardo, ma Juan Sebastian
Anlachi non ci fece caso, quando, salito, si rese conto che quello di prima
non era stato un semplice abbaglio né una svista.
Vedeva tanti mucchietti di ossa, sorreggersi in piedi di fronte a lui, o seduti
stretti nell’afa dell’autobus. Si sedette in un posticino ancora libero,
sorpreso, ovviamente non solo perché aveva trovato posto, e dopo essersi
strofinato gli occhi per benino, tornò ad osservare: era tutto come prima.
Certo, ora che osservava con più attenzione, s’accorgeva che c’erano
anche, poche in realtà, alcune persone in carne, con uno strano candore
attorno a sé; ma, notava, c’erano anche persone, sì in carne, ma come
morenti, in putrefazione, come andate a male. Sentiva le voci di tutta
quella gente, ed erano le solite di ogni mattina sull’autobus: risolini
d’anziane signore, commenti politici e calcistici di maturi manager in
avaria; e poi, la cosa che più lo stupì e inorridì, le voci di tanti studenti, di
liceo, se non più piccoli. Fece tutto il viaggio come immerso in un sogno,
o in un incubo, se volete, finché non giunse al lavoro: insegnava, allora, in
un piccolo liceo della città, Juan, anche se da poco. Era in realtà un
supplente di Latino e Greco. La professoressa che sostituiva s’era presa un
brutto malanno, e aveva presi due mesi di malattia. Juan aveva preso
l’incarico all’inizio del mese, ma quello comunque era l’ultimo giorno di
lezioni prima delle vacanze di Natale. Anche al liceo, in aula, vedeva
nondimeno mucchietti di ossa vaganti per i corridoi, o seduti su scomode
sedie dietro a banchi colorati, e, per la maggior parte, graffiati e grattugiati.
Trascorse l’orario delle lezioni lavorando come in trance, e poi corse via
senza salutare. Alla fermata rimase sempre col viso basso: ne aveva
abbastanza di ossa per quella mattinata. Così anche sull’autobus, in piedi,
non sollevò mai gli occhi stralunati da terra, contando a memoria il
numero delle fermate, per non osservare quando arrivava la sua.
A casa, ormai pomeriggio, Juan si gettò sul letto senza pensare, e chiuse
gli occhi: quando li riaprì, dopo qualche istante, si sentì di buon umore,
convinto d’essersi svegliato da un incubo. Accesa la televisione, s’accorse
che non era così: le ossa o la pelle flaccida e morta di quelle che dovevano
essere formose ballerine lo accolsero sullo schermo. Inorridito, cambiò
canale, ma ovunque, sempre la stessa immagine (e anche quella che era
stata la sua attrice preferita, ora non sembrava altro che un morto che
parlava). Qualsiasi tasto del telecomando pigiasse, sempre si ripeteva ai
suoi occhi quella scena, tranne in uno o due casi, quando incontrò un uomo
e una donna in carne e rivestiti da quell’alone pallido. Rimase di nuovo
pallido e insofferente per ore, finché i nervi non lo vinsero e prese a
correre per l’appartamento come un pazzo, e ad urlare, Juan. Non durò a
lungo quello sfogo, ma si concluse quando un gran vociare dalle scale e
dagli appartamenti vicini non richiese silenzio. Era già arrivata l’ora di
cena, ma Juan Sebastian Anlachi si gettò sul letto a stomaco vuoto,
attendendo un sonno che non arrivò.
Il giorno dopo non tentò neanche d’uscire, non appena vide tre allegri
scheletri alla tele canticchiare gioiosamente. Corse a chiamare al telefono
di Stephanie, la sua compagna d’allora, cercandola: la segreteria telefonica
rispose affabilmente. Aveva dimenticato che lei non sarebbe tornata che il
giorno successivo. S’affacciò alla finestra, e di nuovo, come alla tele,
come il giorno prima, tanto calcio e tanto avorio che passeggiavano
allegramente, incuranti. Decise di fermarsi a riflettere, di chiamare Luke.
Compose il numero di telefono, ma poi, l’istinto lo distolse: non poteva
telefonare a qualcuno, così, tranquillamente, raccontando come stavano
ora per lui le cose; quanto meno avrebbero chiamato la neuro. La
televisione ora passava un quiz, uno di quei concorsi a premi in cui la
cultura popolare e nozionistica la fa da padrone: insomma, quei programmi
attraverso cui, secondo i sociologi, si dovrebbe sollevare il tenore medio
culturale della gente del paese. Ridendo a questo pensiero, per un attimo
Juan non fece caso ad una carie e ad una o due ossa rotte e rimesse
assieme, che, riconosceva, appartenevano al più famoso fra i presentatori
della TV. Nuovamente si affacciò alla finestra: una coppietta, passeggiava
per strada; con stupore, vide che riusciva a vedere la pelle, i capelli, le
mani, i vestiti; come due piccoli immortali, quei due fidanzatini – e quanto
avranno avuto? Al massimo sedici anni ciascuno, non di più – mano nella
mano, vivevano inconsapevoli in un mare di morti. Un bambino, proprio
come loro, incrociò lo sguardo con Juan dalla strada. Piccolo mentre
correva inseguito dalla madre, un poderoso insieme d’ossa scomposte nel
movimento, rivestito di bianco, quel bimbo sembrava ai suoi occhi un
angelo all’Inferno. Alla vista di quelle persone, così in salute, decise di
voler vedere Stephanie quanto prima, e le lasciò un messaggio: l’indomani,
sapeva, la sua amata sarebbe tornata di mattina presto, verso le sette; loro
si sarebbero incontrati alle 10 al bar giù in piazza, quello solito. Fatto ciò,
tornò alla tele e trascorse una inutile giornata in attesa, e di notte, poi,
dormì poco e male.
L’indomani si recò presto in piazza: i capelli lunghi e neri, fino alle spalle;
il giubbotto nero di pelle scendeva piegandosi fino alle gambe,
nascondendosi fra la sedia e la schiena. Le dita, frementi, tamburellavano
sul tavolino all’esterno del bar, di fronte alla piazza. Gli occhiali da sole,
neri anche più dei suoi occhi pesti dal sonno, nascondevano due grosse
borse, dimostrazione pratica delle due notti insonni. Mentre attendeva
Stephanie, osservava di sfuggita, cercando di non dare nell’occhio: ad un
tratto, fu felice. Rivide passare la coppietta, i dolci fidanzatini del giorno
prima: erano ancora così come li aveva visti. Poi, però accadde qualcosa: i
due passeggiavano, felici, nel mezzo della piazza, proprio accanto ad una
fontana; alla fontana, stava appoggiata una ragazza, in posa seducente,
ammiccante al fidanzatino. In un attimo Juan ebbe la dimostrazione di ciò
che già aveva intuito: senza farsi scorgere dalla fidanzata, il ragazzo
adocchiò, sempre camminando, la ragazza alla fontana; facendo finta di
niente, le fece l’occhiolino e le sorrise, poi, con una scusa, dicendo che
andava un attimo a salutare un’amica, s’allontanò dalla fidanzatina. Con
noncuranza, si fece dare il numero di telefonino della ragazza della
fontana. In un attimo, Juan lo vide in putrefazione. Senza pensare, al
nostro protagonista, scappò di dire:
- Fra breve avremo altri due morti che parlano.
- Dicevi?
Stephanie era appena arrivata, quando aveva sentito Juan. Non so cosa
s’aspettasse il nostro protagonista, ma, comunque, apparentemente, non fu
quel che vide. Davanti a lui, l’ennesimo mucchio di ossa semoventi, questa
volta con la voce della sua donna:
- Niente, niente…
- Che hai Juan, sembri agitato…
- Ehm, sai com’è, quando vedi delle cose che non ti aspetti.
- Tipo?
- E’ un po’ difficile da spiegare, Stef.
Stephanie prese le mani di Juan, accarezzandole delicatamente, ma
improvvisamente a lui il suo tocco sembrò diverso, freddo; e anche un po’
troppo sensuale:
- Senti, non so che dirti…era solo che volevo vederti…Cosa facciamo
domani sera? È la vigilia, giusto?
- Sì. Per me possiamo andare un po’ in giro, che dici?
- Sì va bene. Scusa, devo scappare.
- Ehi, ma perché tanta fretta? Non mi hai neanche baciata!
Ma Juan non udì quelle parole: era già di corsa verso casa, quando si
fermò, come colpito da una rivelazione. Non ci aveva fatto caso, non
aveva mai notato quella vetrina che rifletteva la sua immagine. Eppure, ora
che rifletteva le sue orbite prive d’occhi, i suoi femori, le sue scapole, il
suo osso sacro, ora si vedeva in quella vetrina. Allibito, Juan scappò via, a
casa. Immerso in chissà quali immagini e pensieri, tornò al suo fido letto,
dopo aver mangiato un boccone, andato di traverso per i nervi. Dal letto
non si alzò neanche per cena: per sua fortuna aveva già comprato da tempo
tutti i regali, e ora poteva evitare ogni sorta di pensiero. Non rispondeva al
telefono: semplicemente, rimuginava sul fatto che, anche lui, come gli
altri, era un morto che camminava.
E venne la vigilia, con le sue campane e il suo buonismo, le sue stelle sugli
alberi, i regali sotto gli alberi, le lucette in mezzo agli alberi…insomma, la
vigilia con gli alberi che fanno tutto tranne che essere alberi. Oramai, da
quando sapeva d’essere come gli altri, Juan aveva quasi fatto l’abitudine
alle ossicine del suo corpo: era incredibile che in tutti quei giorni non le
avesse notate! Comunque la sera Juan si vide con Stephanie, ma la serata
scorreva via, senza molte parole. Con loro due c’erano due amici di Stef,
un uomo e una donna, che Juan conosceva appena, e così, tutti nella
macchina dell’uomo, il gruppo di conoscenti vagava per le strade della
città. S’avvicinò mezzanotte, e scesi dalla macchina, i quattro vennero in
piazza ad attendere di scambiarsi i regali. Allora Juan si decise a
raccontare tutto a Stephanie. Appartatisi un po’, le disse:
- Stef, mi credi se ti racconto una cosa?
- Oh, finalmente allora mi vuoi spiegare che cos’hai?
Le campane risuonarono per la nascita del Cristo. Juan e Stephanie si
voltarono verso la chiesa, interrompendo la discussione, mentre era tutto
uno scoppiare di sciampagna. Tornatisi a voltare l’uno verso l’altro, Juan
notò un particolare interessante: Stephanie era di nuovo in carne. Si voltò:
di nuovo tutti erano in carne; niente più ossicine in giro, ma solo bei
muscoloni e panciotte ridondanti. Un enorme sorriso s’affaccio sul volto
del signor Anlachi, mentre Stephanie chiedeva:
- Allora, dicevi?
- Eh? Ah sì…ehm dicevo che quest’anno ho dimenticato una cosa…
- Che cosa? Non sarà mica per questo che sei tanto preoccupato?
- Sì, sì, è proprio per questo…
Juan farfugliava, mentre Stephanie, stizzita, replicava:
- Juan Sebastian Anlachi, ti sei dimenticato di farmi il regalo, per
caso?
- Oooooppppssss…
Ad una prima delusione, Stephanie riprese, mentendo clamorosamente:
- Ma non devi preoccuparti per una cosa così piccola; ecco, intanto
tieni il mio.
Stef uscì un piccolo regalino dalla borsetta, un’agendina, una penna
costosa e una cravatta. Nel frattempo, Juan prese dal taschino del
giubbotto il suo regalo, una collanina d’argento:
- Scherzavo…
- Ma vaff…
I due si baciarono affettuosamente, e poi, salutando gli amici dopo un po’,
si diressero verso casa di Juan: per quella sera Stephanie avrebbe dormito
lì. In seguito Juan ripensò a quei fatti: non che ci abbia capito qualcosa, ma
dato che anche lui era solo un po’ d’ossicine scarnificate che deambulava,
malgrado le apparenze, si decise a guardare gli altri in modo diverso. Non
saprei dire però, se in maniera più comprensiva, o semplicemente,
complice.
Il vecchio del mare

Juan Sebastian Anlachi passeggiava tranquillamente sulla spiaggia, aveva


vent’anni, quando accadde ciò che sto per raccontarvi. Una leggera brezza
proveniente dal mare soffiava sul suo corpo, da destra. Il mare era calmo,
sul far della sera; nessun pescatore a riva. Era inverno, dicembre, e la
temperatura era abbastanza bassa. Eppure, anche in quel periodo, era
piacevole per il nostro protagonista, passeggiare sulla sabbia a piedi scalzi.
Così nel pomeriggio, interrompendo lo studio sui libri universitari, aveva
preso un asciugamano ed era venuto lì.
Dicevamo che non c’erano pescatori, quella sera, ma la cosa non era del
tutto esatta. Un pescatore, uno solo, c’era, e la sua presenza saltò subito
agli occhi di Juan. Aveva un aspetto strano, quel pescatore: era vecchio,
senza dubbio, e trasandato. Una lunga barba incolta giungeva fino a terra,
bianca come neve, e i capelli, grigi, scendevano fin’oltre le spalle,
incorniciando una fronte spaziosa. Visto da lontano il pescatore appariva
piccolo, indifeso. Chissà perché, Juan decise d’avvicinarsi all’uomo, per
scrutarlo più da vicino, incuriosito. Non appena il nostro protagonista fu in
prossimità del vecchio, notò dettagli che da lontano non poteva vedere:
s’accorse di quanto fosse grossa la testa rispetto al corpo, sproporzionata;
le labbrette sottili, bianchicce, chiudevano una bocca sdentata; il naso
aquilino scendeva da due sopracciglia che si congiungevano in un grosso
zerbino candido; due occhioni, verdi, luccicanti, che sprizzavano
intelligenza in quel corpo da asino, stridevano come scintille con il resto
del corpo; e due mani, grosse e con dita lunghe, come rami di chissà quale
quercia antica.
Il vecchio vide arrivare Juan, ma sempre reggendo la canna da pesca, fece
finta di niente. Accortosi che il ragazzo lo fissava con aria trasognata,
vagamente irritato, chiese:
- Hai problemi, ragazzo? Ti serve qualcosa?
- No, signore, nessun problema.
Eppure, dopo quella risposta, Juan rimaneva a fissare il pescatore. Le
grosse mani e la barba iniziarono ora a tremare per l’irritazione. L’uomo,
d’età certo indefinibile, ma sicuramente molto vecchio, sbottò con tutta la
sua rabbia:
- Sicuro di non avere problemi? E allora perché mi fissi così?
Juan si rese conto solo allora d’aver infastidito quel vecchio del mare, e
farfugliando, rispose:
- Mi scusi, signore, non volevo disturbarla. Ecco, ora me ne vado…
scusi davvero!
Il nostro protagonista tutto frastornato si voltò di scatto, come tramortito.
La sua vocetta stridula era apparsa ridicola a confronto del vocione
profondo e roboante del vecchio. Aveva appena fatto pochi passi, che si
sentì richiamare:
- Torna qui se vuoi; io non ti ho detto d’andare via, t’ho detto di non
fissarmi!
Juan si voltò nuovamente verso il pescatore. Il suo sguardo era sempre più
istupidito, e come un bambino cui si offriva una caramella, tornò tutto
scodinzolante alle manone che reggevano la canna da pesca. Ecco, ora lo
notava, persino quella canna era strana: sembrava di legno, ma come di
quel legno antico, anche un po’ fossilizzato, sempre che ci si possa credere.
Accovacciatosi a lato del vecchio, Juan attese, un tempo indefinito, finché
quello non gli rivolse la parola:
- Bello il mare, vero? Lo sento un po’ come il mio regno. – Juan annuì
con la testa, mentre quello continuava – Molti dicono che il mare è
pericoloso, che è ingovernabile…appunto per questo il mare ha un
suo fascino, no? Come il vento. Che cosa sarebbe il vento se noi lo
governassimo del tutto? Sarebbe soltanto un soffietto, tutto sommato
fastidioso. E invece volare fra i venti è il sogno dell’uomo da sempre.
- Chi è lei?
- Solo un vecchio pescatore…molto vecchio.
- Quanto vecchio? Chi è lei? Cioè, penso che in tanti glielo abbiano
fatto notare, lei non appare del tutto come gli altri.
- Parli delle mie mani, della mia testa, della mia barba? Figliolo, cosa
sono queste, se non ciò che tu vuoi vedere di me.
- Scusi?
- Ciò che io appaio, è ciò che tu mi vuoi far apparire. Non che io non
abbia queste manone o questa testona, ma sei tu che hai deciso di non
poter fare a meno di notarle.
- Forse ha ragione. Però continua a non rispondere…Chi è lei, cosa fa
nella vita? Ha un nome? Il mio è Juan Sebastian Anlachi. Sono uno
studente.
- Piacere Juan. Io invece sono solo un vecchio, povero pescatore, un
amico del mare se vuoi. Per quanto riguarda il mio nome, nessuno
più mi chiama con quello vero da tanto. Puoi chiamarmi Acquatico,
sì, credo suonerebbe così, ora.
- Acquatico?
- Bruttino, vero?
- Più che altro caratteristico. Quanti anni ha, signore?
- Mettila così: quando l’uomo ha visto il mare, io sono nato. Sono tutto
ciò che non si governa del mare, il suo spirito libero.
La sera era ormai scesa, e la luna e le stelle s’ammantavano ora di sottili
nubi. Le onde si fecero un po’ più alte, mentre lontano, il lume d’un faro
rischiarava l’orizzonte. Un castello antico, a sud, illuminato dai lampioni
delle strade, s’incorniciava fra i lampi d’una tempesta che sopraggiungeva.
- Lo spirito libero del mare?
- Già, o almeno quello che ne rimane.
- E ne rimane poco di spirito libero?
- Solo quello d’un povero vecchio pescatore.
- Perché dice così?
- La fame di conoscenza, la sete di ragione, ha ucciso l’anima poetica.
Forse è giusto così, o forse gli spiriti liberi creati da voi uomini non
hanno saputo adattarsi. Forse proprio noi spiriti liberi siamo stati la
causa della nostra morte, con il nostro sognare. Ma quelli fra noi che
sopravvivono, le metafore viventi della vostra anima, ormai non sono
che poveri vecchi trasandati. Nulla di ciò che fummo un tempo
sopravvive.
- Forse però nascono nuovi spiriti liberi…
- Forse…
- Inizia a piovere; forse è meglio andar via.
- Per questa pioggerella? No, no davvero.
Eppure la pioggia, appena iniziò a scendere, si fece intensa. La tempesta
scoppiò presto. Fulmini caddero sulla spiaggia. Juan, intontito e impaurito,
corse via, voltandosi verso il vecchio che rimaneva immobile a pescare.
Urlando con tutta la sua voce, disse:
- Venga con me, mettiamoci al sicuro!
- Non preoccuparti per me, giovane Juan. Fa buon viaggio. Un’ultima
cosa: il mio nome è Nereo.
Juan scappò via. Raggiunta la strada ai bordi della spiaggia, tornò a
guardare verso il mare. Nereo era ancora lì, immobile. Proprio in quel
momento un’ondata, alta quanto un uomo, sopraggiunse. Nereo fu
inghiottito, e mai più riapparve.
Il giorno dopo Juan tornò sulla spiaggia, alla ricerca del Vecchio del mare,
di Nereo, ma non trovò nulla. Di quello che era stato lo spirito d’uno dei
sogni, d’una delle paure degli uomini, non rimaneva che il ricordo.
Viaggio d’andata e ritorno

- Grazie, grazie davvero per avermi accolto a casa vostra; non sapete
cosa significhi per me…
Così esordì Juan verso i suoi improvvisati benefattori. La ridente
famigliola lo guardava con aria fra l’ironico e l’incredulo. Certo la
mammina e il paparino erano anche un po’ preoccupati (e magari quello
non era davvero Juan Sebastian Anlachi, il famoso giornalista, ma solo un
barbone che, guarda caso, gli assomigliava pure tanto); ma la figlioletta, la
dolce Nausicaa (che nome poi!) dai ricci capelli rossi e con le ribelli
lentiggini sul viso, lei sì che lo fissava estasiata…
- Si figuri, e che vuole che sia per noi, discreta famigliola, aiutare lei,
qui, in difficoltà, dopo tanti giorni che è scomparso da casa…
- Non me ne parli! Dieci giorni d’inferno!
- Ma ci racconti, cosa le è accaduto?
- Di tutto, davvero, e sarebbe lungo da raccontare…
Nausicaa emise un sospiro d’ammirazione, mentre il paparino insisteva:
- Suvvia, non sia timido, ci racconti pure!
- Va bene, allora, prima di tornare a casa dalla mia mogliettina, vi
narrerò cosa ho passato da quando sono andato via da casa dieci
giorni fa.
Così il nostro eroe iniziò a narrare le sue epiche imprese alla discreta
famigliola (così loro stessi si definivano)… Io per quanto mi riguarda, per
oggi, almeno per un po’, lascerò penna e inchiostro a lui stesso, e da solo,
il mio protagonista, vi delizierà del suo racconto.

Partii da casa per una chiamata improvvisa del mio direttore, quello del
giornale: invano avevo tentato di nascondermi, di chiedere le ferie; per lui,
quella maledetta mattina di dieci giorni fa, dovevo andare a fare un pezzo
su di una squallidissima vicenda di corna. Lui ama lei, lei ama lui, lei
incontra l’altro e dimentica lui, lei fugge con l’altro, lui raduna fratelli e
amici e sistema l’altro e lei, e poi torna felice e tranquillo a casa, come se
niente fosse. Tutto qui! E voleva che lo condissi con intricate vicende di
passione e un buon condimento dei più alti e dei più bassi sentimenti
umani! Schifato e annoiato andai comunque a svolgere il mio lavoro, sulla
mia scomodissima vespa. Giunto sul luogo del duplice omicidio, trovai
una selva di cronisti e di reporter: poliziotti e curiosi ovunque. La famiglia
dell’indagato non parlava, mentre quelle delle vittime sproloquiavano pure
troppo: in breve, s’accense una vera e propria battaglia che ci vide tutti
coinvolti. Alla fine della giornata, dopo sei ore di viaggio di sola andata,
montai sulla ancor più scomoda vespa riportando il notevole bottino di due
contusioni e qualche costola incrinata: ovviamente, del pezzo da portare al
direttore, ancora neanche l’ombra.
Da questo momento, in ogni modo, partì la mia vera odissea. Imbottigliato
nel traffico sulla via del ritorno, decisi di cambiare strada, di fare il giro dei
paesini: uscii al primo casello autostradale che incontrai, e andai in
direzione delle prime case (e dico tra me, tanto ci sono i cartelli! Che vuoi
che sia!). Ovviamente mi illudevo. In una selva, in una marea di viuzze
tutte uguali mi perdetti rapidamente in un paesuncolo di cui ancora non ho
neanche capito il nome. Decisi così di entrare in un bar, per chiedere
informazioni (nel frattempo s’era pure fatta notte). Lì, sorseggiando un
bicchiere di vino, un gruppo di giovani mi riconobbe. Avvicinatisi a me
spavaldamente, quelli iniziarono a parlarmi:
- Scusi, Lei è il famoso giornalista Juan Sebastian Anlachi, vero? Noi
siamo dei suoi fan…
- Ah, la cosa mi fa piacere. Ora scusate, andrei di fretta…
- No, aspetti, rimanga qui con noi. Che vuole che sia se rimane seduto
a parlare per dieci minuti!
Voi avete già capito che anche se sono irritato, a me piace molto fare
quattro chiacchiere con la gente. Così, senza rimanere lì a pensare sul da
farsi, mi sedetti ad un tavolino con quei giovani e mi misi a discorrere:
- Lei è così bravo a raccontare le storie, – fece uno per sciogliere il
ghiaccio – e poi quei suoi articoli, sempre così di stile decadente!
- Io non direi…
- Oh, ma forse lei neanche se ne accorge – riprese un altro – eppure
quel suo gusto per il piacere, per l’edonismo, non immagina neanche
quanto ci piaccia! Lei ha proprio la capacità di rinfrancare quelli
come noi, quelli costretti a vivere in un mondo così squallido!
Ora, dovete sapere, amici miei, che se c’è un genere di persona che odio,
quelli sono gli esteti, o peggio, gli edonisti. Questa sotto specie
d’ominicchi, tutti presi da se stessi e dal loro piacere, incapaci di vedere
oltre il loro naso e i loro gusti; ecco, questi omuncoli, proprio non li reggo.
Per l’appunto, ora avevo davanti di quelle creature:
- Lei è proprio un’artista della parola, si fidi! – Continuò un altro
ancora di quei giovani, buttandomi sempre più nel panico – Lei è
capace di dipingere dei quadri soltanto attingendo al suo calamaio. E
che arte, che cura!
- E poi come descrive bene i suoi casi, quegli uomini capaci di
infischiarsene di questa volgare morale, così capaci di trascenderla
per soddisfare i propri sacri piaceri. Si vede proprio che lei, nel
cuore, nell’animo, sta con loro.
Ormai non ce la facevo più, e la discussione mi poneva dei seri
interrogativi: erano degli idioti, quei ragazzi, che leggevano nei miei
articoli giusto ciò che non c’è mai stato, o io ero come loro? Trasalendo
sbottai:
- Scusate, ma voi scherzate, vero?
- No, perché lo crede?
- Ma pensate davvero che io sia con voi, con i vostri gusti? Ma avete
mai capito qualcosa da ciò che scrivo? Voglio dire, il non
condannare non vuol dire per forza essere d’accordo!
- Ma via, come fa a pensare che questo buon costume, queste ipocrite
leggi morali, siano vere! Un uomo intelligente come lei! Le cose
capitano nella vita, bisogna coglierle così come vengono, e gustarne
la polpa fino all’ultimo…
- E stia attento a non affogarsi lei, con quella polpa, con questi frutti di
loto buoni solo a perdercisi. Anzi, ci si perda, ci si perda, va, e non
dia più fastidio!
Con quella risposta brusca mi sollevai dalla sedia e me ne andai al banco.
Pagato il conto e ricevuta qualche informazione, uscii dal bar.
Era ormai notte fonda, quando m’avviai per la strada, irritato e assonnato,
con la mia vespa. Ma figuriamoci se finiva lì! La fortuna sarà pure cieca,
ma la sfortuna no, e quando ti sceglie come vittima, hai voglia di aspettare
fino a quando non si trova qualcun altro con cui giocare! Questo
preambolo sta soltanto ad indicare che in quel momento scoprii che la mia
vecchia, scomodissima vespa aveva deciso d’abbandonarmi, e non ci fu
santo o preghiera che la convinse ad un ultimo sforzo. Così, buttata la mia
compagna di viaggio a lato della stradina, continuai a piedi. Ora, per
evitare che vi facciate strane idee di me, devo spiegare una cosa: quella
stradina, di notte, era male illuminata, e la cosa avrebbe dovuto farmi
pensare. Ma con i nervi che avevo! Non feci caso neanche alle poche,
pochissime macchine che passavano, lente…Comunque, tagliando corto,
dopo un’oretta di cammino, un gruppetto di donne mi si avvicinò. Erano
vestite, direi, in maniera decisamente succinta:
- Ciao paparino, ti serve qualcosa? Gradisci?
- Ehm…veramente, non mi serve niente, grazie…
- Ma dai, oggi sconto per te!
- No, grazie davvero…non serve…
- Ma che hai, stai male, ti serve qualcosa?
Non so perché, ma quelle donne mi videro in difficoltà, anche se non
avevo davvero niente. A questo punto, divennero realmente premurose:
- Forza, paparino, vieni con noi che ti diamo qualcosa da bere, un po’
di pane!
Dicendo questo, mi si fecero tutte attorno (ed erano pure un bel gruppetto),
e mi portarono di peso in una casupola, lì vicino, dove vivevano tutte
assieme. Lì mi costrinsero a forza a sdraiarmi in un lettino e…presa una
copertina e messamela addosso, mi si sederono tutte accanto e mi
trattarono come un malato! Cioè, meglio, come un figlio, un bimbo
malato! Non lo so, sarà stata la faccia pallida per la paura, sarà stato
qualcos’altro, ma mi riempirono di medicine e m’accudirono come un
cucciolo. Solo io potevo trovare le prostitute con l’istinto materno! Tutte
bravissime donne, che si davano il cambio ogni tot di ore e andavano poi a
svolgere onestamente il loro compito nella società; ma, dico io, proprio su
di me dovevano sfogare tutto il loro affetto? E intanto diventavo sempre
più pallido e debole per le medicine, e per loro ero sempre più malato; e
così nuova dose di medicine. In questo modo la cosa è durata per cinque
giorni, finché, quando vidi che rimaneva ad accudirmi la più gracilina di
loro, richiamando tutte le mie forze non mi sollevai dal letto e scappai via,
facendo un gran fracasso per farle paura (e chissà quanta gliene feci,
povera ragazzina, avrà avuto al massimo sedici anni…)
Erano passati così sei giorni, ed era mattina presto. Avevo perso il
portafogli chissà dove (non voglio assolutamente sospettare di quelle brave
donne) ed ero rimasto a piedi. Attraversavo una strada in aperta campagna,
e, praticamente mi ero perso. Non vedevo un cartello già da un bel po’. Ad
un certo punto, mi si fa davanti un pecoraio con il suo gregge. Quell’uomo
era bello grasso, rubicondo, con le guanciotte piene e rosse, mezzo brillo
già di mattina. Non appena mi vide, iniziò a parlare ad alta voce:
- Hic! Ehilà, brav’uomo, come va?
- Mi sono perso, mi sa indicare la strada per la città?
- Sempre dritto…hic…non può sbagliare!
- Grazie, e mi sa dire quanto dista?
- Oh, al massimo mezza giornata a piedi…hic…ma…hic…lei è
palliduccio…
A quella frase mi sentii come un colpo al cuore pensando a tutte le
medicine che mi ero preso in quei giorni. Lo stesso il pecoraio continuò:
- Tenga, le regalo questo, – e mi porse una fiasca di vino – stia attento
perché è molto forte…hic!
- Grazie, non doveva.
- Si figuri…hic!
Così dicendo il pecoraio mi lasciò al mio viaggio, mentre lui proseguiva
per la sua via con il suo gregge.
Dopo poco, pensai che la fortuna finalmente si fosse ricordata di me. Una
macchina, la prima che vidi, mi si accostò, e la voce d’un ragazzo sui
venticinque mi chiese:
- Salve, le serve un passaggio?
- Sì, grazie, andate in città?
- Sì, salga pure!
Così dicendo montai sulla macchina. Dentro, oltre all’autista c’erano una
ragazza davanti, e altri due dietro. I giovani erano tutti vestiti con abiti
scuri, di pelle, con borchie, anellini. Appena salito (oh, furono carinissimi,
tanto che quelli di dietro mi fecero sedere in mezzo, per mia sfortuna), i
ragazzi mi dissero che erano un gruppo rock che andava da uno dei tanti
paesini della zona a fare un concerto giù in città, in uno dei tanti pub.
Erano simpatici, e apparentemente cordiali. Eppure notavo, che anche se
cercavano di non farlo vedere, spesso i loro occhi cadevano sulla fiasca di
vino. Ben presto l’autista parlò apertamente:
- Senti un po’ paparino, quello cos’è, vino? Passalo un po’;
modestamente sono un esperto!
Non feci in tempo a rispondere che già m’avevano strappato di mano la
fiasca. Rapidamente il ragazzo alla guida bevette, e poi a circolo tutti gli
altri. Non so da dove, quasi subito uscirono fuori lattine di birra. E la cosa
peggiore è che convinsero a bere anche me…me ne vergogno. Ora, avevo
completamente dimenticato il consiglio del pecoraio (lo so, sono troppo
sbadato), e in breve ci ritrovammo tutti sbronzi, nella peggiore maniera.
Non mi chieda come abbiamo fatto, ma in un giorno di viaggio abbiamo
percorso tutta la strada per la città, e siamo riusciti pure ad andare oltre di
parecchio, senza accorgercene! Siamo giunti a quest’altra provincia che io
ancora dormivo, quando abbiamo finito la benzina (e non ho ancora capito
chi guidasse, dato che, quando mi sono svegliato, ho trovato l’autista
sdraiato su di me). E, peggio, eravamo ancora in aperta campagna, ed era
già passato un altro giorno. Mamma mia, chissà come sarà preoccupata
mia moglie!
Sarò stato crudele, ma abbandonai quei rockers in erba alle loro strade
(quegli invidiosi non mi hanno neanche permesso di chiamare a casa dai
loro cellulari!) e ho ripreso la via a piedi, senza incontrare più nessuno per
tre giorni, finché non ho trovato voi, grazie a Dio. Questa è la storia, più o
meno, delle cose che mi sono accadute in questi dieci giorni.

Così finì il monologo di Juan sotto gli occhi allibiti della discreta
famigliola, e qui riprendo io la parola. C’è poco da dire, ora.
Cortesemente, molto cortesemente, quella famiglia accompagnò sino in
città il nostro protagonista (e che storia avevano ora da raccontare agli
amici), e lo lasciarono proprio di fronte casa.
Ora, non che Juan s’aspettasse davvero la polizia o la folla di fronte alla
porta ad attenderlo, ma neanche quell’aria di normalità che lo accolse.
Eppure, non era tutto come prima. Suonò ripetutamente il campanello
(aveva perso anche le chiavi…) finché non gli venne ad aprire uno
sconosciuto che neanche lo guardò in viso, ma scappò via, dentro, in
cucina. Dentro, sì che c’era la folla! Sua moglie, la sua bellissima
Stephanie era tutta attorniata dai suoi colleghi; chi l’abbracciava, chi si
dimenava per consolarla, chi gli faceva gli occhioni a cuori, chi le diceva
parole dolci. Rimase lì per un po’ ad osservare, senza essere visto, mentre
sua moglie teneva tutti a bada, quei porci, poi quando si rese conto che la
cosa si faceva insistente, richiamò l’attenzione con un colpo di tosse:
- Ciao cara, sono tornato!
- Mio caro, finalmente! Ma dove sei stato?
Stephanie corse ad abbracciarlo commossa:
- Niente, cara, ho vissuto la mia Odissea. E ora scacciò di casa i miei
proci, anzi i miei porci.
Detto questo, Juan iniziò a sbraitare verso i suoi colleghi, che scapparono
dalla casa con la coda fra le gambe. Rimasto solo con la moglie, le spiegò
tutto l’accaduto. In seguito furono avvisate le autorità competenti, e
l’allarme per la sua scomparsa si placò. Fu intervistato dalla televisione, e
per un po’ il suo caso fece clamore, finché, col tempo, tutto non tornò alla
normalità, porci compresi.
Condannati

La cella era tutto sommato ben illuminata, quella mattina, e la compagnia


là dentro ottima. Certo Juan era vittima d’un errore, o meglio, d’una
burocrazia che condanna la protesta studentesca e non guarda a ben altre
forme di violenza e di trasgressione. In fondo, da un bel po’, organizzare
l’occupazione d’un liceo, per i rappresentanti d’istituto, era come un rito di
passaggio, una prova d’iniziazione a più alte forme di consuetudine con il
vivere sociale. Basta con gli scioperi per qualsiasi futile motivo, si diceva
nella testa il rappresentante coscienzioso, da oggi si fa sul serio. Oggi si
occupa il liceo, oggi l’azione studentesca diviene simbolo del malessere
diffuso, della società contro il sistema. Insomma, il solito confuso pensiero
di protesta della maggior parte dei diciottenni pseudo-intellettuali. E il
problema in tutto ciò stava proprio in quel “diciottenne”. Eh già, proprio
perché maggiorenne, il nostro buon Juan dovette fare i conti con la
responsabilità del suo atto: fu così che si ritrovò in quella cella
superaffollata del penitenziario, con un lettino, una gran folla, e delle
tendine bianche alle finestre.
Come già detto, però, Juan non poteva recriminare sulla compagnia: certo,
erano quattro condannati a morte, lì con lui, ma era davvero brava gente.
Uno condannato per aver “corrotto dei giovani”, quello steso sul lettino,
con una gran folla d’amici attorno; un altro, seduto per terra, in silenzio,
condannato per essersi proclamato re di chissà quale gente, e peggio, figlio
del Padre. Eppure tutti e due, in realtà, erano condannati da una società che
non li capiva, non li riconosceva e li temeva. Poi altri due, due ladri della
peggior specie: uno pentito, l’altro no, ma ugualmente condannati.
Il Figlio del Padre, un uomo gentile, con capelli lunghi e neri e barba
incolta, leggendo sul viso di Juan paura e nervosismo, gli chiese:
- Ragazzo, cosa temi?
- Niente…è che l’essere qui, senza una vera giusta causa, m’adira e mi
rattrista.
- Anch’io sono qui senza una giusta causa, mio caro – fece quello
steso sul letto, un vecchio, con il naso porcino, tarchiatello e con la
pancetta – pensa che m’accusano di traviare i giovani con la mia
conoscenza! E come dovrei fare, io, che l’unica cosa che so è di non
sapere?
- Sì, in effetti è un po’ una contraddizione…
Allora la folla che era attorno all’uomo prese a protestare:
- Ma allora fuggi con noi, tu che sei il più giusto fra gli uomini. Non
sprecare la tua vita per un popolo che ti condanna ingiustamente!
- Ma io, miei cari, accetto la mia condanna per un ideale, per la vera
giustizia. E anche se le leggi sono sbagliate, o se la loro applicazione
è errata, io non fuggirò una sentenza delle leggi che ho accettato.
Non fuggirò una sentenza ingiusta perché non temo, ma amo la vera
giustizia.
- Tu, mio caro, anche se non mi hai riconosciuto – fece il Figlio del
Padre – tu sarai con me là sopra, perché tu ami la giustizia. E sappi
che io morrò anche per te, e per quelli che ti condannano senza
capire cosa fanno, perché tu muori per un ideale, per qualcosa di
divino, io muoio per gli uomini.
- Ma tu che ti proclami Figlio del Padre, tu – interruppe il discorso il
ladro non pentito – dimostraci chi sei, dimostraci che chi tu dici
essere tuo Padre esiste, e noi saremo migliori, noi crederemo e la
gente cambierà. Salvati, evadi, fuggi la tua pena, compi il miracolo
che a te nessuna folla di cari ti offre, e noi crederemo in te!
Ma l’uomo con i lunghi capelli e gli occhi ridenti non rispose, solo,
sorridente, guardò l’uomo alla sua sinistra. Allora l’altro ladro, in piedi alla
destra del Figlio del Padre, rimproverò il suo collega:
- Stupido, che dici? Come osi tu criticare chi ti è superiore in tutto?
Chi muore anche per te? Perdonalo, te ne prego.
- Non temere, e sappi che anche tu, questa sera, sarai con me
Piombò allora il silenzio nella camera. Dopo un po’ di tempo, entrò il
primo carnefice: il boia dell’uomo sul lettino. Teneva in mano un bicchiere
di cicuta. Il condannato la bevette, d’un solo sorso, e poi attese la morte fra
gli uomini in lacrime. Morì con un sorriso sul volto e le mani conserte,
morì così il più divino fra gli uomini.
Dopo breve anche gli altri tre condannati furono portati dinnanzi al loro
destino: ad attenderli, la crocifissione. Fuori della cella, assieme agli
esecutori della condanna, una donna, la madre del giovane con i lunghi
capelli, e uno solo dei suoi compagni. La compagnia s’avvio mesta, mentre
il Figlio del Padre, di fronte alla sua sorte, chiedeva al padre d’allontanare
da lui quel calice, e si domandava il perché il Padre l’avesse abbandonato
di fronte al dolore: ma chissà davvero se l’avesse abbandonato.
Anche questi tre condannati perirono in breve tempo, mentre Juan
rimaneva solo nella cella. Pensò solo ad una cosa, in tutto quel tempo: il
più divino fra gli uomini era morto per un ideale, non per se stesso, forse,
ma neanche per gli altri; ma il Dio fatto uomo, ora lo riconosceva e
credeva mentre il cielo si faceva scuro e un urlò ed un tuono, e lontano un
sospiro, cospargevano di cenere e di dolore gli animi degli uomini, Lui
moriva per gli uomini, e moriva umanamente. Ed in ciò, nel farsi carico
degli errori altrui, non soltanto nell’accettarli, quell’uomo s’innalzava su
ogni altro e saliva alla destra di suo Padre.
Si fece una mattinata in carcere, e poi fu rilasciato. Eppure, quella fu una
delle lezioni più importanti di tutta la sua vita.
L’uomo che soffia

Juan camminava tranquillamente, di notte. Era stato mandato a fare un


servizio sulle donne della strada, e così si recava nei luoghi tipici della vita
notturna cittadina, quella “trasgressiva”, si intende. D’un tratto gli arrivò
una chiamata al telefonino:
- Juan, dove sei?
- Sono per strada, che c’è?
Il direttore del giornale lo aveva rintracciato per mandarlo di fretta da
un’altra parte. Aveva pronto per lui un nuovo servizio, più interessante:
- C’è giunta l’ansa d’un omicidio a casa d’una famigliola; devi andare
lì.
- Va bene – disse Juan vagamente annoiato dal cambiamento – ma di
preciso di che si tratta?
- Non è ben chiaro; un bambino è morto in un’aggressione.
Così Juan si recò nel luogo del delitto. Una folla di volanti attorno alla
casa, e la prima ressa di giornalisti. Facendosi largo, Juan entrò
nell’appartamento. Dentro, una donna accasciata per terra in lacrime, in
bagno: la madre del bambino morto. Poliziotti facevano i riscontri e
raccoglievano le prove, mentre il commissario, davanti al ladro entrato in
casa, ferito, lo interrogava insistentemente:
- Dimmi la verità! Cosa è accaduto? Com’è morto il bambino?
- E che diavolo ne so io!
- Va bene – disse il commissario inferocito, senza neanche accorgersi
che dietro aveva un giornalista, e che giornalista, Juan – Dimmi
com’è andato tutto l’accaduto!
- Io sono entrato, con la mia pistola, quella folle ha sparato e il
bambino è morto!
- Non è vero – intervenne la donna, urlando – ti ho visto con la pistola,
allo specchio! Tu hai sparato! Mio figlio era davanti a te e l’hai
colpito!
- Ma anche tu hai sparato, troia! Due volte! Tu hai ucciso tuo figlio!
- Basta! E questo chi è? Chi l’ha fatto entrare?
Il commissario s’era appena accorto di Juan. Incredulo che un giornalista
stesse assistendo all’interrogatorio, smise lì tutto. Il ladro fu portato in
caserma, mentre alcuni poliziotti rimanevano in casa, commissario
compreso, ad esaminare l’appartamento e a cercare i bossoli.
L’interrogatorio sarebbe proseguito più tardi. Intanto Juan fu cacciato in
malo modo, e così ebbe il tempo di riorganizzare le idee e capire meglio
cosa poteva essere accaduto. L’uomo era entrato in casa, di notte. Le luci
erano spente, e il bambino l’aveva sentito e s’era diretto in bagno, forse
per paura. L’uomo l’aveva sentito e aveva cercato di trovare il bambino,
sempre al buio. La mamma del bambino s’era svegliata, e accortasi dei
rumori, aveva impugnato la pistola che teneva a casa; va verso i rumori.
Incrocia lo sguardo del ladro in bagno, attraverso lo specchio. Anche il
ladro spara, il bambino viene colpito. La donna spara di nuovo e il ladro
rimane ferito. Qualcuno chiama la polizia, fra i vicini, e tutto si conclude.
Qualche ora dopo giunse la verità, sotto forma di responso della
scientifica: i proiettili nel corpo del bimbo coincidevano con quelli
dell’arma della madre. Lei stessa aveva ucciso suo figlio. Subito una ressa
di giornalisti attorno alla mamma, mentre lei piange alla notizia, udita alla
radio. Nessuno si curò davvero del suo dolore, neanche Juan Sebastian: era
troppo importante dare la notizia, procurarsi lo scoop delle prime parole
della donna. Ma la donna cadde a terra, accasciandosi per la sofferenza.
Era un pozzo di lagrime, con i capelli che scendevano a coprirle il viso.
Non udiva le domande: solo rivedeva il viso del figlio che aveva ucciso
per sbaglio.
Allora fra la folla un vecchio, caratteristico col suo cappello a larghe
falde, eppure passato inosservato, le si avvicinò. Nessuno se ne accorse,
solo Anlachi lo notò. Premurosamente baciò in fronte la donna, e poi
soffiò. Come una luce s’accese attorno al vecchio, bianca, ma tinta di
rosso. Non appena inspirò, quella luce penetrò nel corpo dell’uomo, come
ferendolo. La dona invece s’addormentò, quieta. Il vecchio allora si rizzò
da terra, posando leggero la donna. Sembrava afflitto agli occhi di Anlachi,
come se soffrisse: i due si guardarono per un lungo istante. Juan si
riconobbe negli occhi del vecchio. Poi l’omino strano, tutto vestito di nero,
con i capelli bianchi sotto il cappello, fece un largo e dolce sorriso. Come
carico di qualche peso, s’allontanò voltandosi. Andando via, canticchiava
una canzone:

C’è un uomo qua sotto, cammina;


Cammina in cortile: vestito
D’un alto cappello nero di notte.
I capelli bianchi si spandono
Sotto le falde, giù deboli e lisci,
Sulla fronte pallida e larga.
Gli occhi incavati, due borse
Scure di notti senza sonno.
Un sorriso flebile e stanco
S’allarga fra le labbra bianche,
Nelle urla della città, silente;
Nei dolori della gente, lento
Si muove, e improvviso soffia.
È come un alito di vita,
È come il soffio della morte:
Quiete cala, una luce s’accende,
Il respiro rallenta, la calma
Ritorna sui visi; né più dolori,
Ma solo pace. E poi lui
Respira, e la luce lo penetra;
Come una fitta lo prende,
Come una coltellata, ogni volta.
Ma il sorriso rimane nel dolore,
Il sorriso rimane fra le urla.
È sempre più vicina la morte,
Ogni volta, e sempre più le croci
Che porta, come figli in grembo.
Ma anche la nera signora
Gli è amica, né lui la teme.
Solo la guarda, lento e gentile,
Mentre sotto labbra pallide
Uno stanco sorriso si stende.

La canzoncina rimase impressa nella mente di Juan, come il sorriso


dell’uomo. Quelle furono le due cose che ricordò per sempre di quella
sera.
La finestra

- Lei è uno scrittore, giusto?


- Veramente sarei un giornalista.
- Bene o male fa lo stesso.
- Se lei crede…
Quell’anziano, compagno di camera all’ospedale, s’alzò a fatica dal letto.
Si diresse verso la finestra della stanza: da fuori, abbagliante, la luce
penetrava fra le mura di primo mattino. Si voltò verso il suo compagno,
verso Juan:
- Sa, un saggio un tempo ha detto che vivere è come fare la fila per
affacciarsi almeno una volta ad una finestra; dopo si può solo cedere
il posto.
- Piuttosto pessimista.
- Direi di sì. Ma è anche peggio se affacciandoti alla finestra vedi solo
delle bestie, le tue bestie.
- Cosa vuol dire?
- Arriva qualcuno a trovarmi. Vedrà fuochi d’artificio, sa? Tanto sto
morendo.
L’uomo si tornò a sdraiare, con un sorriso sarcastico e malinconico sul
volto; sotto le coperte, rimase in attesa, mentre il mio protagonista, Juan
Sebastian Anlachi, senza capire, attendeva anche lui.
Bussarono alla porta: di fila, entrarono tre persone. Una donna e due
uomini s’accomodarono nella sala, salutando con aria vagamente
imbarazzata. Accerchiarono il letto, come amici di lunga data, ed in effetti
erano coetanei del malato:
- Come stai, mio caro?
La donna lo chiese; sembrava presa nel porre la domanda:
- Muoio, e muoio da solo.
- Ma che dici! E poi non sei solo!
- Sareste voi la mia compagnia? Grazie, no. Potete andare.
Ma gli ospiti non si smossero; rimasero fermi, come disposti davanti al
vetro per un interrogatorio. Uno degli uomini, quello più a destra, disse:
- Tu, sei ancora in collera per quello…
- Ora e sempre.
- Ma tu…
- Non tentare di farmi lezione, maestruncolo. L’amico che copre chi ti
tradisce non vale un soldo né una lacrima. Peggio ancora se cerca
scuse per le sue mirabili gesta.
La donna intervenne, smovendo i suoi lunghi capelli neri, da donna fatale:
- Non trattarlo così! Siamo come fratelli, noi.
- Hai sbagliato parola; dovevi dire complici. Ma guardati, tu, la mia ex
moglie; oggi che muoio della peggiore morte, che mi porta via lenta,
ti ricordi di me? Va via: non sai quante volte ho maledetto la notte
che mi sono innamorato di te.
- Aspetta. Ora mai è tutto finito.
Era l’altro uomo ad aver parlato. Juan aveva già intuito il suo ruolo nella
storia:
- Mi spieghi perché, se non ci siamo mai parlati in vita, sotto specie di
seduttore, dovremmo parlare oggi? Non ho nulla da dirti; va fuori,
magari qualche infermiera si interesserà a te.
- Allora tutto finisce così?
- Sì. Non c’è nient’altro.
I tre s’allontanarono. Erano dispiaciuti, ma in fondo sembrava che
avessero ottenuto proprio quello che cercavano. Erano riusciti a tagliare i
ponti con un loro passato ingombrante: forse alla fine, anzi sicuramente, la
vittoria era loro. Davanti alla porta, si voltarono un ultima volta, per
salutare. Sorridevano, un po’ per che il costume voleva questo, un po’
perché erano felici. Sul carro dei vincitori salgono sempre i peggiori.
La porta si chiuse, e i tre non vennero più, neanche una volta, nelle tre
settimane di vita che rimasero all’anziano. Juan, con una gamba rotta e
qualche complicanza, gli fece compagnia solo per poco, eppure dopo lo
venne trovare fino al giorno prima della sua morte: non conosceva
quell’anziano signore, eppure lo sentiva vicino, chissà poi perché. Usciti
quei tre, dopo qualche minuto di silenzio assordante, il compagno di
camera di Juan chiese divertito:
- Crede che sia un folle, che abbia sbagliato a non perdonarli, almeno
in fin di vita?
- Non saprei dire; non so quant’ha sofferto.
- Tanto, si fidi. Sa, un imperatore un tempo disse che quella pestilenza
che colpiva il suo popolo nel corpo, colpiva la sua gente nell’animale
che è in loro; ma la superstizione che faceva temere quella
pestilenza, quella era la peste che colpiva gli uomini nella loro parte
umana. Aveva ragione, ma anche altre sono le pestilenze che
colpiscono l’uomo nell’uomo che è.
- E quali sono queste pestilenze?
- L’incoerenza, la finzione, l’ipocrisia.
- Brutte cose.
- Brutte cose davvero: se avessi fatto finta di niente, oggi, sarei stato
incoerente, e avrei lasciato correre sulle cose peggiori, le finzioni e le
ipocrisie, il fango in mezzo a cui sono vissuto in questi anni assieme
a quelle persone. Sto morendo, cosa vuole che mi interessi se
torneranno o no?
- E l’orgoglio? Non è neanche quella una pestilenza?
L’anziano signore non rispose subito. Per un poco rimase a meditare sulla
domanda di Juan, capendo bene l’aporia in cui cadeva la sua risposta:
- Sì, lo è anche quello, almeno molto spesso.
- E se lo sa, sa anche che lei soffre di quella peste, ora.
- Sì, lo so bene.
Il giorno dopo Juan fu dimesso. Salutò il vecchio, con lo stesso gesto che
compì nei giorni successivi, fino alla fine. Ma la considerazione che gli
frullava in testa, l’unico pensiero, era sempre quello: quell’uomo aveva
tutte le ragioni, ma lo stesso alla fine, l’unico sconfitto era lui. Le bestie,
come lui le chiamava, continuavano a vivere, per di più felici; lui moriva, e
moriva solo e sofferente, senza nessuno. C’era qualcosa che non andava,
c’era un lieto fine da trovare, una morale della storia che non voleva
apparire. Dov’era il principe che avrebbe risollevato la sorte della vittima?
Dov’era il ladro gentile per rubare la felicità immeritata altrui e darla a chi
di dovere? Non c’era, e quella era l’unica risposta.
Il giorno prima di morire, l’uomo chiese a Juan di non venire più. Prima di
darsi l’ultimo commiato, il vecchino, quello che per Juan era ormai lo
scandalo, volle dire al giornalista alcune parole:
- Sa, credo che ogni tanto Dio si conceda un errore, tanto per sentirsi
vicino agli uomini.
- Un errore? Che dice?
- Sì, un errore. C’è una differenza sostanziale fra un errore di Dio e un
errore d’un uomo: dall’errore di Dio nascono disadattati come me,
gente per nulla buona a vivere, che nasce solo per aspettare la morte
e creare un po’ di fastidi nella vita altrui; da un errore di uomini
viene solo la morte, come le bombe nucleari lanciate sul Giappone
dal Presidente degli Stati Uniti senza conoscere le proporzioni della
devastazione che avrebbero procurato. Questa è la differenza: una
bella differenza, dopo tutto.
- Sì, ma lei non è un disadattato; così cade la sua tesi.
- Dice? Non credo, non so. Non ho saputo vivere, ho sprecato la mia
vita. Alla fine sarò solo una bocca in meno da sfamare per la madre
terra. Persino quando sono stato nel giusto non ho saputo fare altro
che rimuginare. Alla fine quelli come me salgono sul carro dei
predenti, e tutti gli altri, sia quelli che ci feriscono, sia quelli che ci
sostengono fino a non poterne più, sia in fine quelli che tu sostieni, e
poi si scordano di te, tutti questi salgono sul carro dei vincitori. Le
rotaie vanno in direzioni opposte: non sono linee parallele, per nulla.
Vada via, ora è tempo anche per lei di salire sul suo carro. Ognuno
segue la sua natura e il suo destino, la sua testa, in ultima analisi. Se
la testa è vuota o inutile, c’è poco da farsi. Addio.
Il vecchio si voltò dall’altro lato, versando delle lagrime senza volersi fare
vedere. Non ascoltò Juan, e lo cacciò via in malo modo. Non lo rivide più,
ed il giornalista, il mio protagonista se ne andò senza neanche poter
salutare, senza neanche poter baciare quel vecchio che, aveva ragione, non
era proprio nato per vivere. Juan chiuse la porta guardando ancora verso la
stanza, e poi trasse fuori un profondo sospiro; con passo lento, se ne andò.
Il giorno dopo, il vecchio morì.
L’illuminato (o lo scocciatore)

Juan era all’università per scrivere un pezzo su di un noto docente, uno


studioso di gran fama a livello mondiale: sua era stata la scoperta di chissà
quale città sepolta nella terra, che solo allora rivedeva la luce.
Naturalmente la comunità era fiera dello studioso, come dei suoi discepoli,
lunga serie di facce serie e impettite, osservanti in rigoroso silenzio il loro
maestro che parlava dall’alto, durante un convegno. Onestamente Juan non
capiva un’acca di quanto si diceva, ma era molto incuriosito da una cosa: il
modo d’atteggiarsi da pavone spiumato del docente, e più ancora di
qualcuno fra i suoi giovani allievi. Aveva il vago sospetto che anche loro
capissero quanto ne capiva lì, tuttavia erano lì, e quindi qualche arcano
motivo per la loro importante presenza doveva esserci, magari sepolto fra i
segreti universitari, così come la città che veniva sommariamente illustrata
a colleghi e giornalisti.
Ma oltre alla vasta congrega di accademici assortiti, erano accorsi
all’evento culturale archeologico anche tutta una serie di tipi, di macchiette
e caricature, una fauna locale, tipicamente provinciale, che sentiva di
dover essere lì, quel giorno: signore bene, la media borghesia che doveva
mostrare la sua esistenza, la sua cultura in quelle manifestazioni, e quanto
si era soliti vedere in queste circostanze. In somma, nulla di nuovo sotto il
cielo. Juan era avvezzo a simile compagnia, ormai ci aveva fatti i calli, e
guardava tutto con ironia, conscio di far parte, lui stesso, di quella strana
ed eterogenea congerie antropomorfa.
Malauguratamente, a quella specie di uomo che esce dal suo nido di lino in
queste occasioni, apparteneva anche un suo vecchio amico, tollerabile nel
resto delle occasioni, del tutto intrattabile davanti allo scrigno del sapere.
In queste occasioni Oliver, così si chiamava, mostrava un lato di sé che
forse neanche lui riconosceva, e si buttava a capofitto nella battaglia,
combattuta a colpi di citazioni, ipotesi, certezze e congetture. Insomma,
diventava un intellettuale.
Ma non un intellettuale normale, no! Di quelli della peggior specie: un
illuminato. La verità assoluta si impadroniva di lui, e di essa diveniva
portavoce e ministrante; proprio come allora.
Non appena Oliver lo vide, gli si accosto con sguardo famelico, meditando
chissà quale diatriba; non avrebbe sentito ragioni, si sarebbe lanciato nei
suoi voli pindarici, e la gente, il suo popolo appassionato e in muta attesa
l’avrebbe ascoltato estasiato e assorto, come si ascoltano solo i saggi di
fronte al fuoco, o capi di stato ad una conferenza prima d’una guerra (o
dopo uno scandalo dai caratteri marcatamente sessuali…). Prode paladino
dell’illuminismo, s’accostò alla sua vittima, inerme, e armato della sua
parola aguzza, attaccò:
- Salve Juan, anche tu qui?
- Sì, per lavoro, Oliver. Tu?
- Interesse. In effetti tutto questo è molto interessante.
- Già, più o meno; ma non è che io ne capisca molto.
- Oh, non importa! Dimmi cosa vuoi sapere, ed io ti farò da cicerone
nel mirabolante viaggio della cultura.
- No, va bene, magari un’altra volta; per ora devo fare un articolo…
Ma gli occhi di Oliver ormai brillavano; aveva trovato qualcuno che gli
faceva resistenza, che tentava di fuggire al suo genio, la cosa non poteva
passare inosservata:
- Cosa ne pensi dei crocefissi? Credo sia uno scandalo che non siano
ancora stati tolti!
- Ehm, non saprei; penso che sia giusto rispettare le minoranze, e se a
queste dispiace quel simbolo religioso, vada tolto dai luoghi pubblici,
tutto qui!
- Esatto! È vergognoso! Noi, che siamo così superiori a quelle culture,
ci comportiamo come loro!
- Va, bene, superiori…diversi, forse…
- No, no, noi siamo superiori. Noi siamo uno stato laico, ed è da
retrogradi e fascisti mantenere quel simbolo religioso, d’oppressione
morale e anche politica, sulle pareti!
- È semplicemente un simbolo spirituale, personale; solo per questo
andrebbe tolto, per rimanere solo un simbolo personale, di ciascuno
che ci creda veramente.
- Ma perché, ci si dovrebbe credere ancora? Ah, questi riti! Juan, non
posso credere che anche tu ti faccia invischiare ancora in queste
usanze così barbare, retrograde…
- Oliver, non pretendo d’essere un illuminato come te; m’accontento di
poco.
- Sciocchezze!
- Vedila come vuoi…
- No, ma davvero? Tu, una persona colta, credi ancora a queste cose da
popolino.
- Magari il popolino non ha torto solo perché è popolino, come lo
chiami tu…
- No, voi persone di destra rimarrete sempre legati alla vostra sub
cultura: ma del resto, fra di voi non ci sono veri intellettuali.
Juan era già stufo, nondimeno dovette continuare quella stupida
discussione. Non voleva lasciar correre su questioni di principio con
quell’individuo:
- Pensi davvero che la cultura stia solo dalla vostra parte?
- Certo! È risaputo!
- Dammene una prova valida.
- Nessuno ricorda nomi di grandi intellettuali fra di voi.
- Non ci vuole molto a cancellare i nomi; basta avere il controllo della
memoria sociale, riempire di luoghi comuni sulla cultura la gente.
In realtà neanche Juan era contento della sua risposta; in fondo, anche
quello era un luogo comune:
- Perché vuoi contraddire l’ovvio?
- Mamma mia, Oliver! Smettila di parlare per luoghi comuni! Non ti
sembra almeno verosimile che molte opinioni diverse possono avere
un fondo di realtà?
- Sì, ma non sono tutte giuste.
- Va bene, basta, rinuncio! È una lotta senza possibilità di vittoria.
Juan s’allontanò affranto: per di più s’era anche perso buona parte della
conferenza, e ora non sapeva cosa scrivere nell’articolo.
Ma ovviamente non poteva essere finita così facilmente. Oliver seguì il
mio protagonista con aria baldanzosa, e con un sorrisone stampato sul
volto, tornò alla carica:
- Senti, Juan, ti volevo parlare d’altro.
- Ancora?
- Sì, ma non la prendere male.
- Dimmi.
- Senti, non è che serve un opinionista nella vostra redazione?
- E chi dovrebbe essere l’opinionista?
- Io, che domande.
Juan si voltò disgustato, poi tornò a parlare:
- Non saprei, Oliver. E poi, che referenze hai.
- Ma tu mi conosci, sai che la mia testa girà a tutta velocità. In effetti
ho letto molti dei tuoi articoli, belli davvero, ma senza dubbio saprei
fare di meglio.
- A sì?
- Sì, per esempio tu spesso…
- No, non mi interessa sapere da te i miei errori, Oliver.
- Bene, comunque se tu potessi mettere una buona parola per me.
- Ma non saprei.
- No, ma ascoltami…
Juan tentava di divincolarsi dalla stretta del suo fiero avversario, ma nulla
poteva contro quella poderosa morsa. Tentava di fuggire, vagava per la
stanza causando l’ira degli ascoltatori attenti. Nulla, nulla fermava quel
cacciatore d’un posto al sole sulla carta stampata:
- Ascolta.
- Davvero, non so cosa fare per te, Oliver!
- Ma dai, tu sei vicinissimo a quel grand’uomo del direttore.
- Grand’uomo?
- Come te, del resto.
Le adulazioni iniziarono a sprecarsi, susseguendosi a raffica.
Improvvisamente Juan era un genio agli occhi di Oliver, e il direttore una
divinità, da ammirare e contemplare:
- Noi due lavoreremo sempre assieme, fianco a fianco, Juan.
- Non chiedo altro.
- L’unione fa la forza, la fatica ripaga sempre, no?
- Eh, come no?
- Sarà una battaglia che vinceremo assieme, Juan e Oliver per la libera
informazione.
- Con te come cavaliere e il mio posto da scudiero, chi ci potrà
fermare, eh Oliver?
- Esatto.
Davvero non ne poteva più, Juan Sebastian Anlachi, ma per fortuna la
conferenza volgeva al termine. Mentre si scambiavano le ultime battute fra
i relatori, Oliver chiudeva:
- Bene, allora domani sarò da te e…
Un uomo irruppe:
- Tu, io ti conosco!
Juan pensava ci si rivolgesse a lui, ma poi con stupore vide l’espressione
dell’uomo, basso e tignoso, e vide che si volgeva ad Oliver:
- Tu sei quello che mi ha tamponato la macchina e non ha ancora
pagato! Non hai voluto l’assicurazione, e ancora io ti aspetto! Ma
vieni qui che ti picchio!.
L’omino si scagliò su Oliver, con tutta la foga che aveva; in molti
s’avvicinarono per trattenere i contendenti, mentre nel frattempo Juan
fuggiva via cogliendo l’occasione:
- Juan, aspetta, dobbiamo discutere.
- No, devi discutere con me – urlò l’omino.
- Addio Oliver, ci rivedremo il trentuno di Febbraio!
Con un balzo Juan sparì fra la folla: in una marea di giacche e colletti
bianchi, il mio protagonista si nascose a stento, prima di sparire fra l’orda
di macchine delle strade, sospirando e giubilando per lo scampato pericolo.
Il diavolo custode

Era la solita strada, sempre la stessa passeggiata, ogni mattina, in bici. E


cos’altro poteva fare, con quel traffico? Juan andava al lavoro tranquillo,
ordinariamente schivando le macchine che non rispettavano i segnali
stradali. Un folle gli venne quasi addosso, e lui lo scansò solo per i suoi
riflessi: gli era sembrato d’essere stato buttato contro la macchina, come
spinto. Cadde senza farsi niente, tranne uno strappo comico ai pantaloni.
Prendendo la cosa con filosofia si rimise in sella; voleva tornare a casa, per
cambiarsi, così invertì la rotta, e pronti, via! Già era per strada. Sulla via
qualcuno gli spruzzo del fango su una pozzanghera; ma cosa volete che
fosse? Era una giornata bellissima, non ci si poteva arrabbiare. In un lampo
si cambiò e volò di nuovo fra le vie della città: ora Juan doveva fare
davvero presto, o la rampogna settimanale (ne prendeva regolare una ogni
sette giorni circa) non gliel’avrebbe tolta nessuno. Corse come un folle, di
nuovo fra le macchine e la gente che andava tutta di fretta: ognuno aveva
una meta, in quella città assonnata che viveva la sua quotidiana e indolore
lotta per la sopravvivenza nel concorrenziale mondo del lavoro. Ogni cosa
avveniva a ritmi frenetici, senza prendersi un attimo di pausa e riflessione
sulle cose che circondavano un po’ tutti attorno. Non si poteva dare
importanza alle cose di valore, perché non c’era il tempo di valutarle tali.
Ma tutto questo non riguardava Juan, fino a quel momento, ovviamente:
arrivato all’edificio che doveva raggiungere, entrò di corsa dalla porta
principale. Cigolava stridulamente, mentre s’apriva, e dovette metterci un
po’ più di forza del solito: stranamente il portiere non era lì, se no avrebbe
pensato lui a lubrificare, dopo averlo aiutato. Ma pazienza! Cose che
capitano! Salì per le scale frenetico, quasi sembrava che volasse. Vedeva
già il suo piano, quando inciampò; grossolanamente cadde, sbattendo il
gomito ed il mento contro uno scalino. Un taglio gli si aprì proprio sotto la
bocca, e uno sul braccio, così prima d’entrare finalmente nel suo ufficio,
Juan dovette cercare il bagno, per lavarsi e medicarsi almeno un po’.
Sciacquò come meglio poté i graffi, poi si guardò allo specchio: iniziava
ad innervosirsi, e la cosa che più lo infastidiva quando si arrabbiava, era
chi lo fissava, proprio come in quel momento. Infatti un tizio, dietro di lui,
lo guardava divertito, riflettendosi sullo specchio nel suo ghigno
vagamente cattivo:
- Cosa ci trova di divertente?
- Un po’ tutto, caro Juan.
- Caro Juan? Ci conosciamo?
Ancora il mio protagonista non s’era accorto delle strane protuberanze che
facevano capolino fra i capelli dell’uomo, né, strano, della coda:
- In effetti è ora che mi presenti. Salve, io sono il tuo diavolo custode.
- Cosa?
Juan era abbastanza sorpreso. Certo, ne aveva viste di cose strane, ma
questa di certo non sfigurava fra le altre. Poi, con un po’ di esitazione, il
mio protagonista domandò:
- Diavolo custode? Mi potrebbe spiegare meglio?
- Certo, mi sembra anche giusto. Vedi, là su in questo momento c’è un
gran da fare, ed il tuo angelo custode s’è preso una vacanza, così…
hanno chiesto aiuto ai piani inferiori, e l’unico disponibile ero io, a
quanto ne so.
- Ah, beh, allora posso stare tranquillo! E quanto durerà questa storia?
- Non so, forse un paio di giorni. Giusto il tempo di divertirmi, in
fondo.
- Certo…mi mancava solo il diavolo custode in giacca e cravatta, ora.
Sei invisibile per gli altri, giusto? Fammi un favore, restaci.
- No problem, sì signore!
Così dicendo sparì in un nuvolone di fumo:
- Magari meno teatrale la prossima volta, se si può…
Scomparso il nuovo compagno di vita di Juan, il giornalista uscì dal bagno,
per arrivare finalmente alla sua scrivania. Il direttore venne a chiamarlo di
persona, sorpreso dal (lieve) ritardo. Quando lo vide, tagliuzzato, chiese
preoccupato:
- Anlachi, che diavolo hai combinato?
- No, niente, è una lunga storia.
- Va bene, va bene…comunque devi andare a fare un intervista. Recati
all’indirizzo che ti ho scritto sul foglio – glielo passo con un gesto
fulmineo della mano – e intervista la proprietaria dell’appartamento.
Sospetto che dietro ci sia un qualche grosso scandalo legato a
compravendite di immobili, di proprietà di grosse ditte
farmaceutiche. Forse ti sto dando lo scoop del secolo, sai?
- Grazie! Ma se è una fregatura?
- Tu fanne lo scoop del secolo…intesi?
- Sigh; sì, capito.
Senza neanche il tempo di riposarsi, subito il mio protagonista si rimise in
moto. Temeva che nel suo lavoro il suo nuovo diavolo custode lo
intralciasse, ma fino a quel momento non aveva dato fastidio, almeno col
capo…
Ma niente dura: giunto per strada il cornuto riapparve più in forma che
mai. Si divertì a fare cadere un paio di volte la bici di Juan mentre questi
cercava di montarci su, ma alla fine si stancò di quel gioco e pensò ad
altro. Si stupiva del fatto che nessuno aiutasse il mio protagonista:
- Ah, uomini! – esclamava, e non aveva tutti i torti.
Giunsero all’abitazione; di fronte stava una scuola, in fibrillazione perché
si preparava chissà quale manifestazione. Ma la cosa non contava, in quel
momento: per strada aveva avuto già i suoi problemi, ché il suo nuovo
compagno non aveva fatto altro che giocare con i suoi nervi. Non era mai
capitato a nessun uomo, tutto quello che era capitato a lui in quel giorno:
dei bimbi l’avevano schizzato d’acqua e chissà cos’altro; una signora s’era
addormentata in macchina proprio davanti a lui, bloccandolo, mentre un
autista d’autobus inferocito ringhiava sul suo collo; era caduto
innumerevoli volte, e tutto ciò che ne aveva ottenuto, era l’irrisione dei
passanti, ma nessuna mano in soccorso, ma in fondo questo l’aveva
salvato da ulteriori scherzi, perché a quella reazione popolare, anche il
diavoletto rimase abbastanza schifato, e studiò nuove provocazioni senza
più compiere alcunché.
Comunque suonò al campanello, e rimase in attesa: sembrava che non ci
fosse nessuno alla porta. Risuonò, ma ancora niente. Sconsolato si voltò, e
dietro, il suo custode a braccia conserte ghignava:
- Viaggio inutile, eh?
- Che ti ridi?
- Io? Niente! Chi ride?
Fecero per andare via, quando lo sgommare di ruote sull’asfalto li colse
immobili. Un omone spostò via dal dalla traiettoria dell’auto Juan, e finì
sotto la macchina che scappava a folle velocità. L’auto si scontrò con il
muro d’un appartamento, proprio accanto alla scuola, e in un fragoroso
boato, esplose. Tutto divenne cenere, e il fumo s’alzò fra le finestre,
mentre inermi i passanti rimanevano attoniti.
L’omone che aveva salvato il giornalista morì sul colpo, mentre l’edificio
stracolmo prendeva a fuoco, e in tanti non facevano in tempo a salvarsi
sotto i crolli del soffitto:
- Sei stato tu? È colpa tua?
Il primo pensiero, il primo colpevole che Juan poté immaginare era il suo
accompagnatore, ma sbagliava:
- No, non sono stato io! Non ne sapevo niente! Ma perché nessuno fa
niente?
Nessuno accorreva, nessuno aiutava i feriti; tutti rimanevano allibiti ad
osservare, e a pensare alla propria incolumità:
- Ma cosa fate? Correte ad aiutarli!
Incredibilmente fu quel diavolo ad urlare quella frase, ma nessuno poté
sentirlo; solo dopo un po’ arrivarono i primi soccorsi, le prime ambulanze
giunsero sul luogo. Fu una lunga giornata, anche per Juan, che rimase tutto
il tempo lì. Davanti al liceo, a vedere, osservare come si evolveva la
situazione, a tentare di capire cos’era accaduto. Qualcuno parlava d’un
attentato, qualcun altro d’un incidente, ma poco cambiava in quel
momento: c’erano dei morti, c’era qualcuno che li aveva causati con la sua
follia, qualunque ne sia stata la causa, e c’erano le colpe di chi non aveva
fatto niente. Questo era quello che c’era, questo quello che Juan e il suo
custode avevano potuto osservare.
Quando tornò a casa, Juan poté assistere alla solita comica della politica
locale. Tutti si scambiavano accuse, appurato che si trattava d’un attentato,
tutti esprimevano le solite frasi retoriche di cordoglio; chi parlava di patria
unita come un’unica famiglia attorno ai suoi figli, ma erano parole: dietro
si guardava solo al valore politico di quell’azione terrorista, e già si
dimenticavano i nomi dei caduti di cui si giurava lunga memoria. Se
c’erano eroi, bisognava celebrarli e cancellarli in fretta, pena, la memoria.
In tutto ciò, la cosa che più lasciava attonito il mio protagonista era il
comportamento del suo diavolo custode; questi lo guardava, e spesso
chiedeva senza ottenere risposta:
- Perché voi uomini siete così?
- Così come?
- Vili e malvagi fino al midollo. Noi che dovremmo tentarvi dobbiamo
solo temervi; e quando trovate qualcuno che vale davvero, che ha un
briciolo d’umanità, lo usate e gettate via, proprio come ora.
- Non so, lo siamo sempre stati, credo. Dovresti dirmelo tu, tu ne sai
molto più di me.
- Dovrei sapermi dare una risposta, dovrei essere felice per quanto
successo, ma oggi non lo sono. Sono solo schifato, e se vorrà chi
deve, starò ancora poco qua giù.
- Te lo auguro.
Juan andò a letto, ma riuscì a dormire molto poco: la maggior parte del
tempo aveva incubi, o gli occhi non gli si volevano chiudere. Rivedeva le
scene di quella giornata, e rimaneva agghiacciato, tanto quanto il suo
custode, quel povero diavolo che nell’altra stanza rimaneva lì, fermo,
immobile tanto quanto visibile, e dubbioso. Quasi intenerito, alla fine Juan
tornò da lui:
- Problemi?
- Dubbi, più che altro – allora il diavolo dalle corna meno visibili del
solito chiese – cosa ne pensi? Pensavo che fossimo noi a tentarvi,
eppure oggi ne sono sicuro, noi per quello che è successo non
c’entriamo. È tutta opera vostra.
- Speravo non fosse così, ma se sei tu a dirmelo, dovrei crederti, anche
se non so quanto ci si possa fidare della tua genia.
- Non molto, è vero.
L’alba apparve fra le tende, risvegliando le piaghe fra le mura, sopite nei
silenzi di quella strana notte:
- Comunque il mio tempo qui con te è già finito, ringraziando il cielo.
Non avrei mai pensato di dover dire questa frase.
- Allora ci si rivede.
- Non te lo auguro: vorrebbe dire che sei finito lì sotto con me.
- Ma sei sicuro d’essere un diavolo? Non si vedono più né corna né
coda.
- Cosa?
Ma il custode non arrivò a finire la discussione; in una bianca nube
scomparve, e mai più tornò agli occhi del mio protagonista.
Juan si lavò, fece colazione, e poi tornò sul luogo del misfatto: trovò
macerie e desolazione, e un mazzo di pallidi fiori riposti a ricordo di morti
che, forse, alla fine erano serviti a qualcosa.
Volta faccia

- Signor Ted, Hearth, come si sente? Domani sarà la sua ultima serata
fra di noi, vero?
- E’ strano, davvero strano. Mi mancheranno molte cose di questo
posto…per quindici anni è stata la mia casa, e anch’io l’ho resa
grande…
Juan era fresco di laurea: subito aveva mandato il suo curriculum, appena
aveva letto che si cercavano booker per la più importante federazione di
wrestling del globo. Forte di qualche racconto pubblicato e della sua
attività di collaboratore per qualche giornale, fu preso in prova. Non era
retribuito in maniera gratificante, ma il lavoro gli piaceva. Certo, non
veniva consultato per le decisioni più importanti, così ad esempio, non
sapeva l’esito dell’incontro di quella sera:
- Ma scusi, lei non è ancora campione? Perderà questa sera?
- Qui, a casa mia? Nella mia città. No, non di certo. Domani, domani
cederò il titolo, ho ottenuto questa promessa da Win Owner.
- Senta, mi dica la verità. È vero quel che si dice, che andrà a
combattere da qualche altra parte prima di perdere il titolo?
- No, mai! Non farei mai una vigliaccata del genere.
Bussando alla porta dello spogliatoio, entrò nella stanza uno dei dirigenti:
- Ted, sta iniziando l’incontro prima del tuo. Accendi il monitor e
seguilo, così saprai quando entrare.
Quella sera Ted combatteva contro il suo rivale storico, Late Love;
l’incontro si sarebbe ripetuto anche il giorno successivo, l’ultima serata di
Hearth.
Intanto era salito sul ring un peso leggero, astro nascente della federazione:
IAN combatteva il suo primo incontro importante, per il titolo Cruiser. Il
suo avversario era Oil Hard, un sopravvalutatissimo lottatore. Il
presentatore lanciò l’incontro, e questo cominciò subito a grande velocità,
con scambi di colpi tipici da pesi leggeri. Poi Oil Hard immobilizzò in una
presa IAN, ma questi si divincolò facilmente.
Intanto negli spogliatoi Ted Hearth si preparava, indossava il suo famoso
costume nero e rosa. Nello spogliatoio fece capolino anche Late Love, e i
due iniziarono a preparare l’incontro, sotto l’occhio attento di Juan che
aveva tanto da imparare da quei due grandi professionisti. Late love era
l’opposto di Ted: tanto era timido Ted, tanto spavaldo Late Love, il primo
scuro di carnagione e dai lunghi capelli neri, ricci, l’altro chiaro, dai
capelli lisci e biondi. Non si amavano, e si rispettavano poco: ma erano gli
uomini di punta, i più amati, i veri campioni. Improvvisamente,
accompagnato dal cognato di Ted, Dave, ritornò il dirigente di prima;
Dave aveva lo sguardo dubbioso:
- Sentite, perché non fate anche questo, per rendere più elettrizzante
l’incontro? Sarebbe grandioso se ad un certo punto Late usasse il
colpo finale di Ted, la Sharpshooter, la presa del cecchino, e lui la
ribaltasse e vincesse, no?
I due lottatori si guardarono in faccia, poi acconsentirono:
- Va bene, chiuderemo così.
Non appena però il dirigente fu lontano, Dave s’avvicinò a Hearth:
- Ted, non ti fidare; questa cosa mi puzza di bruciato.
- Non temere! Non siamo negli anni trenta; vedrai, andrà tutto bene.
Intanto l’incontro di IAN volgeva al termine. Oil Hard era a tappeto,
mentre il giovane lottatore gli balzava addosso con una capriola dal
paletto, eseguendo la sua Suicide. Il pubblico chiamava la mossa, e subito
IAN lo accontentò; urlando il suo sfottò chiuse l’avversario nella presa
tipica, la Mule Streetch. L’arbitrò fermò la mossa, mentre Oil Hard
toccava il paletto con una mano: comunque il biondine era stremato, in
ginocchio vicino alle corde. Tutta la folla cominciò ad urlare un solo coro:
- 095! 095!
I tre numeri risuonarono per l’arena, e con essi i passi della rincorsa di
IAN. Poggiando sulla schiena dell’avversario, il ragazzetto esile dai capelli
castani spinse Oil a poggiare sulla corda più bassa: intanto con un balzo
faceva perno su quella più alta, roteando su di essa, finendo per rivoltarsi e
colpire con i talloni il viso dell’avversario. Questi volò, per rialzarsi
stordito, mentre IAN gli balzava addosso con una Italian Coast Pop, la sua
mossa finale, che gli valse il conteggio da tre. L’incontro era finito, e nel
putiferio, IAN era il nuovo campione dei pesi leggeri.
Era il turno di Ted, così questi si mosse ed uscì dallo spogliatoio, assieme
a Late Love. Quest’ultimo, dirigendosi verso il ring, scambiò uno sguardo
emblematico con i dirigenti, e nulla più. Nel corridoio Ted Hearth incontrò
IAN che tornava dal ring, ancora nei suoi pantaloncini lunghi e con la sua
maglietta da calcio numerata e con il suo nome; gli fece i complimenti,
augurandogli un futuro radioso: fu come uno scambio di testimone.
Risuonò la musica di Late Love, e il biondine entrò eseguendo al solito i
suoi ballettini idioti, da omino sexy. Poi rintoccarono le note rock della
canzone di Ted, e il pubblico andò in visibilio. Stringendo le mani a quanti
più poté, Hearth arrivò al ring, e salì. L’arbitrò sancì l’incontro per il titolo,
e così ebbero principio le ostilità. Win Owner, a bordo ring, seduto,
assisteva al tutto, teso. I lottatori partirono da prese basiche, come da
scuola di lotta: il tutto procedeva secondo perfetta psicologia, con prese
alle gambe, da parte di Ted, e colpi per fiaccare quella parte del corpo di
Late Love, e risposte rapide, fulminee, dell’avversario. Al tutto assisteva
anche Juan, come tutti, dagli spogliatoi. Era un gran spettacolo: i due non
si incontravano ormai da anni; c’erano stati dissapori in passato, calunnie,
ma tutto sembrava essere stato cancellato, anche se per Ted era stato
difficile passare sopra le accuse di adulterio che Late Love gli aveva fatto
in pubblico. Ora si incontravano, e l’incontro si sarebbe ripetuto il giorno
dopo: ma quel giorno, di fronte alla platea di Hearth, nella sua città, nella
sua casa, quella doveva essere la celebrazione d’un campione davanti alla
sua gente. Doveva, ma così non fu.
Si superarono i quindici minuti di lotta, lo scontro volgeva ormai al
termine, rimasto sostanzialmente in equilibrio per tutta la sua durata.
Lanciato contro le corde, nel rimbalzo Ted aveva evitato Late Love,
finendo però addosso all’arbitro: si arrivava alla sequenza programmata,
proposta dal dirigente negli spogliatoi. Mentre Hearth si rassicurava sulle
condizioni dell’arbitro, Late love si preparò per il suo colpo: la Mandibole
Music andò a segno, proprio mentre l’avversario si girava. Il calcio in
pieno viso aveva steso il campione nella sua casa, e ora Late Love
s’accingeva al massimo sfregio: chiudere Ted Hearth nella sua
famosissima presa. Mentre iniziava la manovra, sbagliando malamente per
l’inesperienza, un boato lo ricorreva per l’arena: ma alla fine ce la fece.
Chiuso nel suo stesso colpo finale, la Sharpshooter, Ted stava per
risollevarsi, mandando in visibilio il pubblico, per vincere; ma non ne ebbe
il tempo, un urlo da bordo ring fece risollevare l’arbitro fino ad allora
incosciente:
- Chiudi l’incontro, ora!
Nulla di già programmato, o che Ted conoscesse prima, accadde allora;
l’arbitro decreto la fine dello scontro, per lui Hearth aveva ceduto per il
dolore. Tutti lì sapevano che non era così, ma comunque il gong suonò, e
Late Love fu il nuovo campione. Da magistrale attore, il nuovo titolato
finse stupore anch’egli, mentre alcuni dirigenti lo riaccompagnavano di
corsa negli spogliatoi; dopo lo sbigottimento iniziale, Ted, con tutta la
dignità possibile, si risollevò, e affacciandosi dalle corde, fissò Win
Owner; gli disse qualcosa che nessuno sentì, e poi gli sputò, centrandogli il
viso. Owner se ne andò, mentre Ted rimaneva sul ring, girando
sconcertato; a lui accorsero gli amici, Dave, il fratello Orwen, tutti
spiegarono al pubblico quanto accaduto, e poi affranti, se ne andarono.
Intanto negli spogliatoi regnava il caos: Win s’era chiuso nel suo ufficio, a
chiave, e non voleva uscire; alla sua porta bussava fortemente Deadman,
ordinandogli d’uscire, o sarebbero entrati a forza. Intanto Ted, Dave e
Orwen s’erano recati negli spogliatoi, chiedendo spiegazioni a Late Love,
e questi mentendo vergognosamente, finse di saperne quanto loro, e che
per dargli un segno, l’indomani sarebbe salito sul ring senza cintura.
Intanto Win Owner aveva trovato il coraggio d’uscire dal suo ufficio:
accompagnato da Deadman e dal figlio, era venuto a parlare a Ted,
esordendo con parole di scusa:
- Scusa Ted, scusami davvero. Ma non potevo rischiare che tu te ne
andassi, con la cintura di campione, alla concorrenza.
- Stupidaggini, Win, sai che non l’avrei fatto!
- E cosa me lo avrebbe dovuto accertare?
- Sono quindici anni che lavoro qui, e non ho mai mancato uno
spettacolo, mai disobbedito! E tu mi ripaghi così?
Sotto gli occhi di Juan, Ted Hearth saltò addosso a Win, prendendolo a
pugni; il figlio di questi si aggrappò alla schiena di Hearth, per toglierlo da
sopra il padre, ma su di lui balzò Dave, ricadendo malamente e
infortunandosi ad un ginocchio. Scoppiò il putiferio, e a stento i
contendenti vennero sparati: tutti si allontanarono ripromettendosi che le
cose non sarebbero finite così, e quella lunga notte si concluse con la
famiglia di Hearth che si allontanava sconfitta e abbattuta nell’orgoglio
dall’arena.
Venne il giorno successivo, quando Hearth avrebbe davvero dovuto
salutare il suo pubblico: Juan era lì, fra gli addetti, nei corridoi, che lo
attendeva. Ma il campione non venne, non si presentò, e con lui in molti;
ma di certo Late Love era lì. Salì sul ring, con la cintura, insultando tutta la
famiglia Hearth, celebrandosi come l’unico vero campione; il pubblico,
sicuro ormai di non vedere più Ted calcare quel ring, prese ad urlare:
- Vogliamo Ted, vogliamo Ted!
Late Love dovette allontanarsi fra gli insulti.
Quella sera l’incontro principale fu di IAN, e lo concluse in modo diverso
dal solito: messo a terra l’avversario con la sua 095, non balzò dalle corde,
non si agitò come al solito; fatto un cenno al pubblico, prese le gambe
dell’avversario, eseguendo la Sharpshooter, la mossa di quello che
considerava il suo maestro. Il pubblico fu con lui, mentre dedicava la
vittoria al suo mito, lanciando la sua sfida a Late Love: più tardi ricevette
una chiamata di Ted, che lo ringraziava per il gesto.
Così si concluse la storia di Ted Hearth, lì, su quei ring, fra quelle arene.
Juan si allontanò schifato da quell’ambiente patinato d’oro, all’interno di
carbone già consunto: ma seguì ancora quell’uomo che aveva imparato a
rispettare; lo vide vincere qualche altro titolo, soffrire per la morte del
fratello, sul ring, dopo una violenta caduta; lo vide accusato dal cognato
Dave d’averlo abbandonato alla squallida decadenza della sua carriera; lo
vide ritirarsi, sconfitto non dalla vecchiaia, ma un colpo maldestro d’un
nuovo sopravvalutato campione, che gli costò il venti per cento delle
capacità cerebrali. Ma Ted Hearth rimase nel cuore di tutti, rimase nella
leggenda; e anche se questo non è il suo vero nome, la sua storia rimarrà
sempre fra le pagine indelebili della memoria, almeno di quella di Juan
Sebastian Anlachi.

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