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I racconti prima di dormire


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Prologo

Il giorno dopo Nelian si risvegliò di buon ora. Era di buon umore, il bambino, e
canticchiava allegramente. Tutta la mattinata stette con i suoi insegnanti, quelli a cui,
per una giornata intera, suo padre s’era sostituito il giorno prima. Ascoltò
diligentemente tutto ciò che avevano da dirgli tutte quelle persone, e come un bravo
scolaro svolse i suoi esercizi. Di pomeriggio lo misero a letto, dopo lo studio, come di
consueto, ma il futuro Grande Re non riusciva a dormire: i pensieri del bimbo si
volgevano ad altri lidi, altri luoghi e altri tempi. Ancora, dal giorno precedente,
meditava su tutto ciò che gli aveva narrato il padre, Ewaniwe. Aveva molti dubbi, e
molte domande che frullavano per la sua testolina, ma soprattutto aveva una voglia:
che suo padre continuasse a narrargli delle vicende di Arret. Così, agitandosi nel letto
senza prendere sonno, attese l’arrivo delle balie, per alzarsi e cercare il bardo. Per
tutta la giornata non l’aveva visto. Sapeva che probabilmente era impegnato in
qualche compito importante affidatogli da Lendelin, e nondimeno era impaziente di
rivederlo. Temeva tuttavia che il padre fosse partito di mattina presto, per andare in
ambasceria chissà dove e chissà per quanto tempo. In effetti, questa non era una
possibilità così remota, anzi accadeva spesso che Ewaniwe s’allontanasse da Bingrim
per lungo tempo. Non appena s’alzò dal letto, Nelian corse a cercare la madre.
Questa, Alinea, era nella sua camera intenta in alcuni lavoretti domestici: in
particolare in quel momento cuciva una maglia pesante per Ewaniwe, contro i rigori
dell’inverno. Non appena vide la madre, il frugoletto le si lanciò in braccio e la
strinse teatralmente. Alinea, un po’ sorpresa, strinse anch’essa suo figlio, che la
fissava con due occhioni immensi. La madre era vagamente turbata, anche se
conosceva quello sguardo del figlio. Di solito, quando aveva in viso
quell’espressione, Nelian stava per chiedere qualche cosa di molto grosso o a cui
teneva particolarmente:
- Che cosa vuoi, Nelian – chiese Alinea con un sorrisetto sarcastico.
- Niente mamma, solo…
- Solo cosa?
- Solo…
Alinea iniziava a spazientirsi:
- Nelian, non perdere tempo. Cos’è che vuoi?
- Dov’è papà?
La donna rimase spiazzata dalla domanda del bambino. Dopo un attimo di
smarrimento, rispose:
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- E’ andato in un villaggio qui vicino a comprare qualcosa per la casa; perché me lo


chiedi?
- Così, per curiosità…
- Per curiosità, vero? Figliolo, quando fai così forse puoi pensare di prendere in giro
qualcun altro, ma non me di certo. Cosa vuoi da tua padre?
- Io pensavo che questa sera, se lui volesse, magari potrebbe raccontarmi ancora
qualcosa, come ieri…
- E tutta questa scenata per una richiesta così piccola? Tuo padre sarà felice di
raccontarti qualcos’altro, e questa volta io starò con voi ad ascoltare, se tu vorrai.
- Sì, sì, e anche tu se vuoi racconterai qualcosa!
- Vedremo Nelian, vedremo…ora vai a fare il resto dei tuoi esercizi e a giocare,
forza!
Nelian scese dalle gambe della madre e corse via per le stanze. Si gettò allo scrittoio
dove era solito studiare con il sorriso stampato sul volto. Fece i suoi compiti
rapidamente, come al solito, e poi fu a giocare con i suoi amichetti. Quella volta, e
poi ancora tante altre volte, i bimbi però non giocarono, ma invece il futuro Grande
Re narrò ai suoi compagni di elfi, spade, gemme e nani. Tutti i bambini rimasero a
bocca aperta ad ascoltare, mentre le ore passavano, e alla fine calò il buio. Con la
sera, Ewaniwe ritornò a casa, assieme ad i suoi accompagnatori; era tornato con degli
oggetti per la casa, vasi, e poi cibo e vino. Appena arrivato lo accolse la moglie con le
altre donne della dimora. Rimasti soli, Alinea raccontò ad Ewaniwe ciò che le aveva
chiesto il figlio nel pomeriggio. Udito tutto, il bardo tirò un sospiro, come fosse
dispiaciuto di dover narrare altre storie del passato: eppure in cuor suo era felice, sia
di trascorrere altro tempo con il figlio, sia di narrare quelle storie, che sin da piccolo,
avevano affascinato anche lui. Venne l’ora di cena per gli adulti, mentre i bambini
avevano già mangiato poco prima e ora trascorrevano assieme gli ultimi momenti di
gioco. La cena fu consumata con calma, mentre la sera passava lentamente dinnanzi
al camino; poco dopo però giunse l’ora d’andare a letto, e allora Nelian venne a
reclamare quanto gli era stato promesso. Ancora non aveva visto suo padre, dopo la
lunga giornata precedente e l’ancor più lunga sua narrazione. Ewaniwe acconsentì di
buon grado a venire presso la camera del figlio per narrare delle storie, e con lui
venne anche Alinea. Insieme, genitori e figlio, quello sotto le coperte, i primi seduti
di fronte al bambino, rimasero soli nella cameretta da letto. Subito allora Nelian
inondò il padre:
- Papà, sono tante le cose che voglio sentire narrare…
- Aspetta, aspetta – disse frettoloso Ewaniwe – prima ascolta quello che ti devo dire:
io non sono un saggio né conosco tutto ciò che è accaduto nel passato. Eppure
conosco qualcosa, e quello, se sarà ciò che vorrai ascoltare, ti narrerò.
- E sia.
- Bene, se è questa la tua richiesta, figlio mio, risponderò alla tua domanda.
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Gwinomir e Uallo

- Papà, nelle tue parole dell’altro racconto mi hai narrato di vicende d’uomini e di elfi
e delle altre genti del mondo che io conosco malamente: ecco cosa voglio, voglio che
tu mi narri la storia delle genti di Arret.
- Nelian, figliolo mio – rispose Ewaniwe al figlio pronto ad ascoltare – non sai cosa
mi chiedi! Con le storie delle genti che hanno abitato il mondo in passato si
potrebbero riempire libri e libri senza giungere ad una conclusione…
Nelian prese a protestare, così rapidamente il bardo riprese la parola:
- Va bene, va bene… tenterò d’accontentarti…però tu ricorda che non potrai mai
conoscere tutto ciò che è avvenuto al mondo, a meno che tu non sia un Eida. Tuttavia
ti narrerò qualcosa del passato, sia antico che recente. Ciò che sentirai però saranno i
racconti delle vite e delle morti di alcuni grandi del passato…eppure è importate che
tu sappia che molti altri racconti andrebbero narrati, per tutte le vite spese in questo
mondo, e su cui l’oblio del non ricordo è già calato; coloro per cui il destino comune
è già sopraggiunto. Penso che per questa sera sia giusto partire dal primo racconto
che io possa narrare. Non è però l’inizio di tutto che qui ti narrerò, Nelian, perché io
non sono adatto a narrartelo. Ma se una di queste giornate, Lendelin o Bellig
dovessero passare da qui, li pregherò di raccontarti anche quella storia, perché loro la
conoscono e comprendono molto meglio di me. Perciò ho deciso di narrarti il
racconto di Gwinahindil, il più grande forse fra i sovrani che hanno abitato queste
terre. Eppure la sua storia non nasce con lui, ma la parte che lo riguarda è soltanto la
conclusione d’un lungo racconto, che parte con gli elfi stessi. Perciò, figlio mio,
prima di sentire di Gwinahindil, ascolterai anche la storia di Gwinomir, e di
quant’altri furono partecipi di queste vicende.

La storia degli elfi nasce con due fratelli, due gemelli, Gwinomir e Uallo, i primi
della stirpe d’Argento. Nessuno fra i mortali e gli elfi sa da dove essi giunsero, ma
essi erano già al mondo quando sorsero gli altri elfi. Gwinomir era alto, i suoi capelli
giungevano sino alle gambe, biondi e bianchi già nella sua giovinezza. Gli occhi
erano verdi e profondi come quelli di un Eida, ma egli non lo era, e nemmeno suo
fratello Uallo. Uallo era alto quanto Gwinomir, ma i suoi capelli erano scuri come la
pietra, e rigati di azzurro, a volte, sotto i raggi del sole. Gli occhi erano di un blu
scuro, secondo quanto dicono le canzoni, come il mare di insondabili profondità, e il
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cuore già lo anelava. Dapprima i gemelli sorsero, e attesero l’arrivo di quanti li


avrebbero seguiti. Attesero a lungo, presso lo Stagno del Destino, che gli altri
giungessero, finché ciò accadde. Improvvisamente Arret era viva, d’elfi, di genti della
stirpe d’Argento, e parte della creazione di Euon sorgeva alla fine fra le terre
immacolate. Gli elfi giungevano, splendenti, e le loro lingue e le loro gole
popolavano di suoni e canti le pianure e i boschi. E gli elfi giungevano, e
s’adunavano attorno a Gwinomir e ad Uallo, e questi rimanevano, silenti e immobili,
mentre le genti d’Argento gli si facevano attorno. Poi, dall’acqua un guizzo, e una
luce apparve: questa immerse i due gemelli nel suo bagliore, e allora le stirpi
d’Argento fecero silenzio, e udirono le parole che provenivano dallo Stagno:
- Le genti nascono, popolo prediletto delle terre di Arret; s’avvera il racconto. Ora le
lande hanno un nome, e le pietre e gli alberi cantano e danzano, perché giunti sono
coloro che li ameranno.
Allora fra gli elfi fu grande la meraviglia, e innanzi allo Stagno fu un gran vociare:
solo i due gemelli tacevano, ancora immersi nella luce. Ma quando molte parole
furono dette, allora Gwinomir uscì dalla luce, e di nuovo apparve a quanti gli si erano
raccolti intorno. La sua voce proruppe su tutte, come un canto melodioso fra
schiamazzi, anche se quelle erano le voci più belle del mondo. E Gwinomir parlò, e
di nuovo fu silenzio attorno:
- Non riconoscete la voce di vostro padre? Figli di Euon, figli di Forman e di Mianar,
non siete ancora desti? Eppure siete giunti qui innanzi a queste acque benedette!
Svegliatevi, e ammirate!
Allora gli elfi tutti si sentirono come colpiti, e una nuova leva li accolse a più alti
pensieri. Ora Arret appariva loro in tutta la sua grandezza, e l’eco delle sante parole
di Euon rimbombava nelle loro orecchie; allora una voce rispose a Gwinomir:
- Sì, mio signore, riconosciamo la voce del Creatore; e ora siamo qui, desti innanzi a
te: guidaci!
Thorindalle fu da allora il nome fra le genti dell’elfo che rispose, ed egli, come dice il
suo nome, fu davvero il più nobile fra gli elfi, e la sua vita una delle più tristi. A
quella risposta, anche Uallo uscì dalla luce che lo avvolgeva, e un passo innanzi,
s’avvicinò al fratello. Sollevata la mano, l’elfo parlò, e la sua voce, cristallina e
flebile, sommessa, invase le menti delle genti d’Argento:
- Le genti sono deste: seguiteci, e che tutto abbia vita.
Allora i gemelli si misero in testa al proprio popolo, e questo li seguì; Gwinomir
guidava, e Uallo, un passo indietro, parlava a coloro che seguivano. Allora i passi
condussero quel popolo verso il Grande Bosco, e lì solo un nuovo riposo e nuove
parole accolsero benevoli menti e animi giovani. Nulla vi era oltre agli alberi in quel
bosco, né un animale pascolava fra le erbe: solo gli elfi si spargevano fra le piante,
sui rami. Gwinomir, giunto ai piedi d’un immenso abete, proprio al centro del Grande
Bosco, si fermò, e allora Uallo disse al suo popolo di sedere e ascoltare:
- Udite genti, e pronunziate il giuramento delle stirpi d’Argento: come quest’albero,
nel mezzo delle nostre terre, ma molto più di questo, amiamo Ela, ad Oriente, l’albero
della vita. A lui rechiamo in dono le nostre parole per Euon e gli Eida, e a lui le
nostre promesse; di lui saremo custodi, e con lui invecchieremo, e antichi e stanchi
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saranno i nostri occhi, quando antiche e stanche saranno le sue radici. Se la morte
guasterà il suo fusto, allora la morte colpirà anche noi: a te, Mianar, il nostro
giuramento e la nostra obbedienza, e a tutti gli Eida! Tu accoglili benevola!
- Giuriamo! – fu un coro unanime di voci limpide e profonde, e gli elfi legarono
allora la loro esistenza all’albero della vita, l’albero da cui nasce ogni giorno il sole,
ad est, per sempre. Istantanea venne la risposta dell’Eida, e la sua approvazione, e ai
piedi di Gwinomir una piantina crebbe rapida sino a diventare cespuglio; così Mianar
accettò le promesse delle stirpi d’Argento, e ad esse donò il proprio amore. Allora
Gwinomir riprese la parola, e disse:
- E così sia: qui abiteremo in pace, secondo il volere di Euon. Ora miei compagni,
spargetevi fra queste lande e donate loro la vita; inondate di canti e di racconti queste
terre, perché così è stato deciso per noi.
E così fecero gli elfi, e le loro genti si sparpagliarono per tutta Arret, seguendo le
parole di Gwinomir: ma i due gemelli rimasero nel bosco, e con loro molti fra gli altri
antichi delle genti d’Argento. Allora tutto prese un nome, e nacquero il ricordo e
l’esperienza delle cose, perché ora gli elfi apprendevano e conoscevano il mondo.
Infiniti anni e infinite ere trascorsero così, mentre gli elfi da soli abitavano su Arret: e
venne in tempo in cui ogni cosa ebbe un nome, ogni cosa fu conosciuta dalla prima
stirpe. Gli elfi allora erano tanti, e le loro case e le loro voci inondavano come il mare
in piena ogni luogo, eccetto le fredde terre del nord. Eppure ancora gli elfi non
vivevano vicini al mare, e in pochi anelavano di navigare sulle onde e fra i flutti: fra
questi, Uallo più di tutti lo desiderava, ma sapeva che ancora non era il tempo per lui
di prendere quella via. Altri anni trascorsero ancora così, e questa fu l’epoca di più
grande splendore per le stirpi d’Argento, ché nessun male li colpiva, né loro
conoscevano. Ma i tempi trascorrono, e ogni cosa invecchia, e cambia. Anche i cuori
degli elfi presero a cambiare, e la compagnia di sé stessi non bastò più: allora molti
fra gli elfi vennero a Gwinomir, pregandolo. Essi iniziavano a sentirsi stanchi, e i loro
cuori anelavano nuove cose; come essi, anche Uallo aveva un suo desiderio da
realizzare, ma per il momento tacque, perché conosceva gli eventi futuri: egli solo fra
gli elfi, e neanche Gwinomir, a cui altro destino era stato assegnato, leggeva fra le
righe degli eventi, e solo comprendeva quanto quel desiderio della sua gente avrebbe
scosso il mondo. Gwinomir ascoltò le parole del popolo, e decise che era giunto il
tempo di parlare con gli Eida: così, chiamato a sé il fratello, i due partirono, di nuovo
volgendosi allo Stagno del Destino. Giuntivi, i primi fra i primi, pregarono a lungo.
Gwinomir e Uallo pregarono gli Eida, perché nuove meraviglie prendessero vita; gli
Eida udirono misericordiosi quelle preghiere, e alla loro misericordia nuovi eventi
seguirono su Arret, che nuove parti dei capitoli della creazione prendevano forma, sia
benevoli che oscuri. Sorsero su Arret nuove creature: Draghi, Aquile e Fenici
solcarono i celi, e tutti gli altri animali furono compagni di vita degli elfi. Allora, per
la prima volta, sorse nel mondo ciò che le stirpi d’Argento faticano a comprendere: la
morte, ché infatti, tranne i Draghi, le creature che nacquero allora furono tutte
mortali. La gioia invase i cuori del popolo di Gwinomir e Uallo, perché parte della
creazione s’avverava per loro, ma anche altre cose avvennero per quella preghiera:
Gnornak fu colto dall’ira e dallo sdegno, perché lui solo ancora non aveva partecipato
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alla creazione, lui che si credeva il più potente fra tutti. Egli non era sceso su Arret
come gli altri Eida, perché solo la presenza di Euon riteneva a sé degna: eppure le
genti d’Argento non l’avevano pregato, né avevano richiesto il suo aiuto; egli solo
non aveva narrato la sua storia fino a quel momento, ché la riteneva la più importante,
e stimava i suoi pensieri udibili e comprensibili solo dal Creatore. Gnornak si
riteneva allora saggio e giusto, e santa pensava la sua ira, così si rivolse ad Euon:
- Padre, vedi l’insolenza dei tuoi prediletti? Essi non mi venerano e non mi temono!
- Perché – rispose Euon – dovrebbero venerarti se fino ad ora li hai sdegnati,
considerandoli poca cosa? Perché dovrebbero temerti se tu sei un figlio mio, come
loro?
Ma Gnornak non udì quelle parole, ché già l’orgoglio montava l’ira, e la sua storia
s’intorbidiva di malvagi desideri. Così l’Eida riprese la parola, e di nuovo proferì
verbo:
- Padre, io solo non ho narrato né preso parte alla creazione. Ora desidero raccontare,
e che prendano vita i miei pensieri.
Gnornak stava allora per narrare, ma di nuovo Euon l’ammonì:
- Bada, che non tua è la creazione, e che i tuoi pensieri sono a me già chiari: rimetti il
tuo orgoglio! Ma sia la tua scelta come tu vuoi, perché io la conosco.
Allora Gnornak narrò, e solo Euon udì le sue parole, e il suo cuore si riempì di
tristezza al loro suono. Concluso il suo racconto, l’Eida discese su Arret; ma non si
ritirò ad oriente come i suoi pari, ma venne ad occidente e fu fra gli elfi. Ancora il
suo cuore desiderava la loro reverenza, il loro rispetto, il loro timore, la loro
obbedienza. Solo Uallo temeva qualcosa, ma ancora non tutto gli era chiaro del cuore
dell’Eida, e così, di nuovo, tacque. Gwinomir invece venerò l’Eida senza riserve, e
con lui tutti gli altri del suo popolo, e per un po’ l’orgoglio di Gnornak si assopì, e
con esso il suo odio. Ma nuovamente i tempi trascorsero, e nuovamente i cuori
mutarono: così anche la mente di Gnornak fu presa da nuovi pensieri, pensieri di
invidia degli altri Eida, desiderio di potere fra tutti. Egli era il più grande, pensava, e
il rispetto e la venerazione non gli bastarono più. Ai suoi occhi apparvero immagini
di nuove creazioni, di immense montagne e scure, di infinite distese di deserti e di
nubi: tutto quanto avrebbe dimostrato il suo potere agli occhi degli altri, tutto ciò egli
voleva sommamente e meditava. Così la sua mente si fece astuta, i suoi occhi aguzzi
e il suo cuore di pietra. Chiamati a sé gli elfi pretese obbedienza, ché nessuno avrebbe
potuto opporsi a lui; in cambio, prometteva doni ed elargiva promesse di pace. Il
dubbio prese la stirpe d’Argento, ché molti avrebbero seguito l’Eida, se tutto non
avesse cominciato ad essere chiaro agli occhi di Uallo. L’elfo parlò al fratello, e
Gwinomir udì affranto: Uallo riconosceva ora il dolore che gli appariva venturo, e già
l’inquietudine che avvertivano i due ne era avviso. Così i gemelli, i padri degli elfi,
vennero nuovamente allo Stagno, e nuovamente pregarono gli Eida. Forman e Mianar
più di tutti colsero la paura dei due, e frattanto sempre più chiari erano agli Eida i
pensieri di Gnornak. Così Forman e Mianar fra tutti convinsero i primi fra gli elfi a
rifiutare i doni di Gnornak e a non donargli la loro obbedienza. I gemelli allora
tornarono fra i loro compagni, e parlarono loro, al cospetto di Gnornak:
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- Quanti fra le stirpi d’Argento ci udite e avete seguito i nostri passi, ascoltate: giunto
è fra di noi il Tentatore, il Mendace, e le sue promesse ammorbano i vostri sogni.
Diffidate da lui, ché non è lui il vostro Signore. Ad altri dovete le vostre preghiere, ad
altri dovete la vostra pietà, non a lui! Non credete alle sue promesse, ché lui non le
manterrà, lui che è signore di menzogna e di falsità. Già il suo orgoglio desidera
distruzione, e quanto voi amate lui desidera distruggere; non seguite il suo consiglio!
Che vi si aprano gli occhi!
Allora Gnornak rispose pieno di collera:
- Miserabili! Voi scegliete il mio odio quando mi dovreste soltanto ubbidienza! Il mio
unico dono per voi sarà il Terrore, la mia collera eterna; voi non troverete più
scampo, che sempre le mie maledizioni v’inseguiranno: ovunque sarete, non sarete
che polvere al mio soffio!
Detto ciò Gnornak scomparve, e si ritirò lontano dalla loro vista, molto più ad ovest.
Ad occidente rimase l’Eida, e lì accrebbero ancora il suo odio e la sua rabbia, così
ebbero vita i suoi più perversi progetti e pensieri. Molti caddero sotto le sue
menzogne, alcuni volontariamente, altri spinti con la forza: nessuno di questi rimase
lo stesso, e ciascuno fu pervertito fino all’anima. Anche alcune fra le Aquile, le
Fenici, caddero vittime degli inganni dell’Oscuro; pochi invece fra i Draghi, ché la
loro saggezza e forza era grande. Ma il numero maggiore fra le vittime fu fra le stirpi
d’Argento: su di esse l’Eida riversò il suo terrore a lungo covato, e come un sole che
esplode, il suo potere e la sua astuzia furono chiare per tutti. Corrotte, le sue vittime
divennero dolorosamente e violentemente le creature che, terribili e mostruose, ne
seguono il volere con cieco spirito: orchi, orchetti, goblin, Elfi Neri, tutti questi
nacquero da quella terribile Corruzione; i figli di Gnornak cavalcavano gli Avvoltoi e
gli Uccelli di Fuoco, i figli dell’inganno, la maledizione delle Fenici. In quel tempo
spesso Forman e Mianar vennero agli elfi, e ne furono conforto e guida, ora che il
dolore e la disperazione affliggevano il popolo. Le stirpi si stringevano attorno a
Gwinomir e Uallo, e loro massimo aiuto era Thorindalle, l’unico fra gli elfi di allora
che era tale da reggere il paragone con quei grandi. Gli elfi si ritirarono fra il Lago
Maggiore e l’Oceano delle Cascate, e rimasero in attesa che qualcosa avvenisse,
timorosi dell’Ovest e della sua potenza. Frattanto Gnornak insegnò la guerra ai suoi, e
questi presero le armi, sicché avvenne la Prima Grande Battaglia. Gli orchi
dilagarono nel Grande Bosco, portando la morte fra gli elfi, e questi ancora non
sapevano né il sangue né la spada: Forman allora parlò a Gwinomir e Uallo, e
meraviglia, essi furono guerrieri e re, e le genti le seguirono nella lotta. Aquile,
Fenici, Draghi, tutti furono con gli elfi, e tuttavia questi arretravano, sempre più
vicini al mare che temevano, e sempre più vicini ai freddi del nord, sconosciuto e
inospitale. Allora Link mostrò la sua creazione, il frutto della sua storia, che fino ad
allora era rimasto celato: i nani del nord. Gwinomir raccontò al fratello ciò che Link
gli aveva mostrato in sogno una notte, dicendo:
- Fratello, ho avuto un sogno, o forse una premonizione, e il senso di ciò non mi è
chiaro, dato che tu, fra noi due, sei colui a cui è stato donato di interpretare i segni.
Eppure ieri sera, vinto dalla stanchezza, mi assopii; durante il sonno, immagini
m’apparvero, che non avevo mai visto né immaginato. Montagne vidi, alte e possenti,
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e fra esse valli e gole profonde. Eppure fumi provenivano da esse, e bagliori di
fuochi. Gli orchi, pensai, sono giunti fino alle montagne. Eppure non era così, perché
la pace regnava su quelle cime. Non feci in tempo a capire e pensare, però, che una
nuova immagine, di caverne profonde e illuminate, e lame taglienti e circolari, e
martelli, tanti. Poi, il risveglio. Dimmi fratello, cosa vedi nel mio sogno?
- Gwinomir, ti dirò con gioia cosa vedo nel tuo sogno, perché ben chiare mi sono le
tue parole: ebbene, una nuova speranza sorge per noi, non credo un nemico, a nord,
fra i monti e le gole che noi non visitammo. Suvvia, corri lì veloce, e controlla tu
stesso se è vero ciò che dico; se vuoi, verrò con te.
- No fratello, andrò da solo, ché meglio che uno solo corra rischi. Tu rimani, e guida
il popolo finché io non tornerò.
Così dicendo Gwinomir partì, in groppa ad un Drago, e assieme i due volarono a
nord, mentre Uallo rimaneva a guardia del Grande Bosco. Dieci anni di guerra, di
sangue e dolore, di morte e di disperazione, tanti erano passati da quando era stata
mossa la prima arma contro gli elfi, quando Gwinomir e Intorin dei nani
s’incontrarono; fu miracolo, o volere degli Eida, ma essi quel giorno parlarono la
stessa lingua, e accordo vi fu fra gli elfi e i nani, e assieme le genti scesero in
battaglia. I nani non avevano mai visto altra gente, eppure, grati a Link e da sempre
suoi prediletti, vennero in soccorso a Gwinomir. Gwinomir fece ritorno fra i suoi con
la notizia di nuovi alleati, e subito la gioia si sparse fra le stirpi d’Argento: Draghi
furono cavalcati dagli elfi, e la loro potenza scosse le file dei nemici. Allora gli orchi
arretrarono, mentre Gnornak dall’ovest vedeva fuggire la sua vittoria: spinte a nord,
le sue creature furono improvvisamente assalite dai nani, e fra loro, Intorin, re del
nord, morì portando con sé centinaia di mostri. Molti fra i figli di Gnornak caddero
per mano di nani ed elfi, finché Gnornak non capì d’essere sconfitto. Allora fuggì da
Arret, ritirandosi supplichevole presso di Euon: ma presso il Narratore vennero anche
gli altri Eida, ciascuno chiedendo condanna per l’agire dell’Oscuro. Fra tutti Mianar,
Forman e Link erano più in collera con Gnornak. A tutti, dopo aver a lungo ascoltato
in silenzio e meditato, infine rispose Euon:
- Riponete le armi e gli odi, perché Gnornak è già stato sconfitto. Sincero è per me il
suo pentimento, anche se forse egli stesso se lo nasconde. Smettete la collera,
concedete il perdono e una nuova possibilità. Tu, Gnornak, sei libero, ma sarai con
gli elfi, e loro t’accoglieranno in pace, non temere.
Questa fu la decisione di Euon, come si dice: ed egli forse vide in profondità nel
cuore dell’Oscuro, forse più in profondità di chiunque, Gnornak compreso; ma per
questo quesito, non c’è risposta. Per gli elfi intanto la guerra era ferita, non certo il
dolore per le morti e per le devastazioni; nondimeno rimaneva un mondo da
ricostruire. Così le stirpi d’Argento acclamarono, alla fine della guerra, i loro signori,
e Gwinomir e Uallo furono sovrani. Gwinomir era il re delle stirpi d’Argento, ma
volle donare parte del suo territorio al gemello, così gli elfi si divisero fra quanti
vollero seguire Gwinomir e quanti seguirono Uallo: nacquero il Lovar e il Morien. Lì
dove il re del Lovar, Gwinomir, aveva giurato per l’albero Ela, lì fondò la sua
capitale, Gnyalan, così parlando al suo popolo:
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- Questo è da oggi il nostro regno, e qui sorgerà la nostra città; Gnyalan s’innalzerà su
ridenti prati e fra rami portatori di vita, e quest’albero e questo cespuglio saranno fra
gli elfi sacri, e guai e disgrazie colpiranno chi li violenterà impunemente.
Gwinomir era il più bello e il più alto allora fra gli elfi, e nemmeno il suo gemello
poteva competere con lui per maestà e imponenza: ed egli fu re del suo popolo, e
dove lui desiderò e ordinò, la stirpe d’Argento si stanziò e prese a vivere in pace.
Uallo invece regnò a sud, attendendo sempre più che il suo desiderio s’avverasse,
potendo libero solcare il mare verso il sud.
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Thorindalle

Con quelle parole Ewaniwe concluse il suo racconto per quella sera. Nelian neanche
protesto, che subito, vinto dal sonno, s’assopì. Allora il bardo uscì dalla camera del
figlio, senza fare rumore, assieme ad Alinea, e insieme, marito e moglie si ritirarono
nella loro camera e diedero riposo alle loro membra dopo un ultimo bacio. Il giorno
successivo, Ewaniwe ed Alinea furono svegliati da una piacevole sorpresa: alla porta
di Bingrim, due amici erano giunti senza preavviso. Chiamato dai servitori, Ewaniwe
non fece in tempo ad uscire per accogliere gli ospiti, che una voce amica chiese:
- Salve, mio buon bardo, a letto fino a tardi, vero?
- Lendelin! – urlò Ewaniwe in risposta, e subito corse ad abbracciare il suo Grande
Re. Accanto, sorridente, Bellig. Solo allora, corso fuori, Ewaniwe s’avvide della
presenza del saggio, e subito la sua gioia e la sua commozione raddoppiarono.
Salutato calorosamente anche il discepolo di Baurin, il padrone di casa condusse i
suoi ospiti veloce dentro il palazzo; Alinea venne immediatamente a ringraziare i
vecchi amici per la visita, e poi li condusse a mangiare qualcosa: dovevano essere
sfiniti, pensava, se, come credeva, avevano viaggiato di notte per arrivare di mattina
presto. Rinfocillati i viaggiatori, allora Ewaniwe chiese quale fosse il motivo di
quella visita:
- Nulla di particolare, non temere – rispose Lendelin – semplicemente era un po’ che
io e Bellig programmavamo un viaggio per il Grande Regno, e ci sembrava giusto
passare anche da questa tua dimora.
- Grazie davvero!
Ewaniwe ed Alinea erano davvero felici di rivedere il resto dei portatori:
- Ma naturalmente voi rimarrete qui per qualche tempo, non è vero? – chiese il
padrone di casa tutto preso dai suoi doveri di ospite.
- Hai voglia di scherzare, Ewaniwe! Sai che non mi posso trattenere a lungo e il
viaggio che vogliamo compiere è lungo, e tante città attendono la nostra visita. A
stento sono riuscito a partire di nascosto: il mio viaggio è conosciuto solo da pochi…
Fino a quel momento Bellig aveva fatto silenzio, e al massimo aveva riso e
apprezzato le cure del bardo, ma ora si decise a prendere la parola:
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- Ma dai, Lendelin! È da tanto che non viaggi, e se per un po’ ti prenderai una
vacanza, nessuno te ne farà una colpa! Penso che per ‘sta sera potremmo
tranquillamente rimanere qui, e ridere un po’ con i nostri cari, come nel passato…
- Certo, rimarrete qui – intervenne Alinea elettrizzata – e non vi mancherà niente, ve
lo prometto.
- Non preoccuparti – rispose Bellig, temendo d’essere stato frainteso – non c’è
bisogno che tu ti preoccupi d’alcunché; a noi basta poco, giusto Lendelin?
- Certo – rispose il Grande Re imbarazzato.
Così Bellig e Lendelin rimasero ospiti di Ewaniwe e Alinea a Bingrim: la mattinata
trascorse tranquilla fra lunghi racconti e risate, e nel pomeriggio i vecchi amici
uscirono per andare a contemplare le bellezze del luogo. Intanto Nelian, anch’egli,
gioiva, convinto di poter udire nuove storie e il prosieguo di quella della sera
precedente da nuovi menestrelli: in particolare era riuscito ad estorcere una storia
prima di dormire al discepolo di Baurin. E venne la sera con le sue stelle e la luna, i
suoi suoni e le sue malinconie, e venne il tempo di nuovi racconti per il futuro Grande
Re. Allora attorno al letto del piccolo, dopo la cena, si radunarono il padre e la madre,
con i due illustri ospiti. Fattisi tutti attorno, subito Nelian parlò:
- Maestro Bellig, maestro Bellig, voi avete promesso di raccontarmi una storia…ora
dovete pagare il vostro debito!
- Giusto Nelian, hai ragione: dimmi cosa vuoi che ti racconti?
- Voglio che tu continui ciò che mio padre ha lasciato in sospeso: m’ha narrato di
come sorsero gli elfi e dei gemelli loro re, di come Gnornak fu sconfitto una prima
volta; ora voglio che tu completi la storia. Ma c’è di più: voglio sapere di Thorindalle,
perché spesso mio padre me ne ha accennato, eppure dell’elfo nulla so di preciso,
tranne che fu fra i grandi.
- Sia come tu vuoi, mio futuro sovrano: ma sappi che forse la tua richiesta va oltre le
tue attese, e che forse il racconto di Thorindalle non sarà di tuo gusto.

Thorindalle era un grande fra gli elfi, e il suo nome ne era dimostrazione: egli era il
più nobile fra quanti seguivano Gwinomir e Uallo, e il più saggio, e il suo consiglio
era sempre ben accetto e giusto. Così Thorindalle visse dalla nascita della sua gente
fino ai giorni dopo la caduta di Gnornak in pace, e Gnornak né temeva il pensiero e la
grandezza, e tuttavia i suoi tranelli erano fino ad allora volti a Gwinomir e Uallo.
Venne la pace intanto su Arret, e con essa l’esilio di Gnornak fra gli elfi: questi lo
accolsero fiduciosi nel suo pentimento, ignari del futuro, tutti, forse, tranne che Uallo
e Thorindalle; il primo leggeva ancora assai lontano nel futuro, il secondo dubitava
ancora dell’Oscuro. Tuttavia ora Gwinomir era in pace con Gnornak. A quel tempo
nacquero i figli di Gwinomir e Uallo, Gwinahindil ed Endion, e questi furono
principi. Thorindalle invece non aveva figli, mentre i suoi occhi e i suoi anni si
facevano sempre più pesanti e stanchi. Venne allora il tempo in cui il sogno di Uallo
si realizzò, ed egli, non curante più del futuro e del passato, partì su una nave, solo
con il figlio, promettendo ritorno. Ma la nave fu colta da una tempesta, e Uallo perì,
perso nel profondo delle acque: eppure il figlio, Endion, fu salvato dalle onde, e il suo
corpo stanco e ferito riportato sulle sponde del Morien. Endion fu re d’un regno a
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lutto, e fra i grandi elfi del passato, il primo fu perduto. Era tempo di pace, quello, ma
non forse di macchinazioni, che presto nuove sciagure colpirono l’antico popolo:
anche Gwinomir cadde, in circostanze misteriose e insondabili, colpito dalla freccia
d’uno della sua gente. Frattanto nella sua casa, nel Lovar, nascevano i Numenali, ma
subito erano dispersi e causa di odio. Gwinahindil fu re e sovrano degli elfi, ma
ancora il re, come Endion ma più di quello, era giovane e inesperto, insicuro e
nervoso, e dietro al suo trono Gnornak macchinava e ordiva. La sua vendetta
giungeva nella casa dei nemici, la dove non era giunto con i suoi eserciti. Numerosi
anni passavano, e intanto il cuore di Thorindalle si faceva scuro, e il suo animo cupo,
e sempre più l’elfo s’allontanava da Gnyalan alla ricerca di pace, ché una inspiegata
inquietudine lo colpiva e fiaccava. A quel tempo Gnornak anch’egli s’allontanava
sempre più dalla città di Gwinahindil, non temendo più la saggezza degli elfi: in uno
di quei suoi viaggi nascosti e maligni, egli, per primo, vide il nuovo frutto della
Creazione. Ad ovest del Lago Maggiore, lì era sorta la stirpe d’Elettro, ancora debole
e malferma, imbelle e pavida. Allora l’Eida avvicinò quelle genti, tentando di sedurle:
egli era splendido ai loro occhi, e saggio, e recava doni, e fra essi il più grande, la
Magia. Insegnò agli uomini la paura della stirpe d’Argento, e questi gli credettero, e
nei loro cuori crebbe l’odio per quelle genti sconosciute. Così gli uomini crescevano
al di là del lago nell’inganno, mentre Thorindalle viveva sempre più a lungo nei
pressi della sponda opposta. Giunse però il giorno in cui anche Thorindalle desiderò
allontanarsi del tutto dal suo popolo, e abbandonato Gwinahindil, egli prese una nave
e si recò ad ovest del lago, ignaro della stirpe d’Elettro. Giunto sull’altra sponda,
Thorindalle riposò il suo corpo stanco, sdraiato sulla verde erba presso le acque del
Lolin, ché lì vicino era approdato. Era vecchio Thorindalle, eppure meraviglioso alla
vista. Aveva occhi e capelli neri, velati da ciuffi bianchi, lunghi fino alle spalle, e
mossi come onde. La vista si perdeva nel vuoto mentre osservava in silenzio le nubi,
quando qualcosa destò la sua attenzione. Fra le erbe alte qualcosa si muoveva,
circospetta. Non un’elfa, ché non ne aveva l’altezza e la regalità, eppure simile. I suoi
occhi se ne avvidero sebbene quella creatura si nascondesse, e invano cercarono di
capire. Allora Thorindalle si issò da terra, e subito la donna corse via impaurita, resasi
conto che quello non era un uomo. Ma Thorindalle non sapeva degli inganni di
Gnornak presso gli uomini, né sapeva dell’odio di questi verso gli elfi: allora rincorse
la donna, gridandole di fermarsi, senza ottenere risposta. I due corsero, finché non
giunsero ad un villaggio di uomini vicino al lago: la donna gridò l’allarme, e uomini
vennero a sua difesa; tanti, deboli e male armati, ché forse Thorindalle avrebbe potuto
difendersi, se avesse voluto, ma così non fu. Senza capire la sua colpa, l’elfo fu legato
con fragili corde ad un palo, mentre la sera e le stelle s’affacciavano su di un cielo
limpido. Stupore e paura si levarono sui visi degli uomini alla vista dell’elfo, e
fracasso e urla per decidere cosa fare di lui: tutto il villaggio era riunito attorno al
prigioniero, bello e vestito di splendidi tessuti, mentre gli uomini vestivano di stracci
ed erano sporchi di fango e polvere. Mentre tutti urlavano e si dimenavano, e
mostravano lame rudimentali, un vecchio giaceva sofferente poco lontano da
Thorindalle. Questi lo vide, e l’uomo vide l’elfo: nei suoi occhi Thorindalle non lesse
odio, ma solo dolore e paura di morire; il volto dell’elfo si riempì di pietà e stupore,
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perché scorgeva il seme della morte in quel popolo. Allora spezzo le corde con
debole sforzo, e si mosse verso il vecchio fra lo stupore e le grida. Nessuno però
corse contro l’elfo, ché troppo grande fu la sorpresa per le sue azioni. Gnornak diceva
che gli elfi odiavano gli uomini, ma Thorindalle invece pose una mano sulla fronte
del sofferente, e la baciò; Gnornak diceva che la stirpe d’Argento temeva quella
d’Elettro, ma Thorindalle pose l’altra mano sul corpo dell’uomo, e pregò. Le
preghiere dell’elfo vennero ascoltate, dopo che questi aveva salmodiato a lungo e con
passione: il corpo del vecchio guariva dal suo male, e la sua anima s’acquietava. Alla
fine delle preghiere Thorindalle fu stremato, e i suoi capelli e i suoi occhi apparvero
per qualche attimo più chiari: eppure il vecchio ora si reggeva in piedi, e anzi cantava
e ballava, mentre prima soffriva solo a respirare. Il dubbio colse il villaggio, mentre il
vecchio e i suoi festeggiavano: fra di essi, la donna che era fuggita prima alla vista di
Thorindalle, ora in lagrime, rideva e scherzava con il nonno. Allora il vecchio parlò al
villaggio nella sua rozza lingua, e il villaggio ascoltò le sue preghiere: Thorindalle fu
libero. Ma Thorindalle non andò via dal villaggio, perché ancora grande era in lui il
desiderio di conoscere quelle strane genti: le vedeva simili ad elfi, ma in loro
scorgeva sempre più chiari dolore e sofferenze, e passioni e innocenza facile
all’idiozia. Così Thorindalle rimase nel villaggio, e in cuor suo dimenticò sempre più
il suo popolo, né ebbe pensiero di tornare fra le genti d’Argento per narrare
l’accaduto. Ma non tutti fra gli uomini amavano quell’elfo, anzi, la maggior parte di
essi diffidava di Thorindalle, ché troppo forte era stato il potere di Gnornak fra di
essi. Ma Thorindalle non faceva niente per giustificare quell’odio, e anzi, portava le
sue conoscenze fra gli uomini. Così, come Gnornak aveva portato l’odio e le armi, la
magia e l’astuzia in dono ai nuovi popoli, così ora Thorindalle portava le sue capacità
di guaritore: ed egli stesso si stupiva di esse, perché mai aveva avuto tali poteri sugli
elfi. Eppure l’elfo si rendeva conto da solo che fra gli uomini qualcosa era cambiato
in lui; ora leggeva i cuori, ascoltava dolori e sofferenze, avvertiva passioni e desideri,
e faceva quanto era in suo potere per alleviare e confortare quelle anime deboli. Così
passarono gli anni per Thorindalle fra quegli uomini, e l’elfo era sempre più accetto,
e la sua fama si diffondeva fra i villaggi vicini, mentre ancora uomini ed elfi, non si
conoscevano e non avevano tenuto contatti che per quell’unico caso. Thorindalle
curava gli abitanti dei villaggi, e loro insegnava la lingua degli elfi, per loro cuciva
abiti. La sua opera era ignota persino a Gnornak, ché ancora non teneva in pugno tutti
gli uomini, anche se da tutti era conosciuto come l’Alto Signore. Ma Thorindalle non
si curava dell’Alto Signore, perché anche lui era allora vittima delle umane passioni
che curava: i suoi capelli si facevano sempre più bianchi, ogni volta che aiutava un
uomo, e così i suoi occhi. La sua vista si fiaccava, e il suo animo si faceva sempre più
pesante e malinconico. Suo unico conforto, la donna che per prima aveva conosciuta:
essa aveva nome Darea, e viveva con il nonno che Thorindalle aveva guarito, primo
fra gli uomini. Ora quello, Aram, era il più vecchio del villaggio, e sì dice, il più
vecchio allora fra gli uomini, e la sua voce era udita e il suo consiglio seguito fra
molti della stirpe d’Argento. Egli sapeva dell’Alto Signore, e comprendeva quanto
fosse quello diverso da Thorindalle: comprendeva le differenze fra i due e l’amore di
Thorindalle, tanto diverso dall’odio dell’Oscuro Signore. Eppure Aram non parlava a
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Thorindalle di Gnornak, né quello chiedeva alcunché, tutto preso dalle sue fatiche fra
gli uomini. L’elfo allora viveva su di un albero accanto alla capanna di Aram, e suo
grande conforto nei momenti di malinconia era Darea: Thorindalle era legato alla
donna, le aveva insegnato per prima la lingua degli elfi, e spesso la donna lo teneva in
grembo dopo che quello, fiaccato dall’uso del suo dono, crollava vinto dalla fatica.
Darea stessa allora lo accudiva nella sua capanna, e badava a lui finché quello non si
risvegliava. Thorindalle scoprì ben presto d’amare la donna, eppure temeva il suo
sentimento, giacché mai elfo aveva sino ad allora amato una figlia delle stirpi
d’Elettro: egli ora soffriva d’umana passione. Ma i cuori degli uomini sono deboli, e
spesso si volgono a ciò che non dovrebbero, più che a ciò che è loro più caro: Darea
non amava Thorindalle, né provava per lui sentimento alcuno, se non sincera amicizia
e gratitudine infinita. Ciò che Thorindalle non capiva, egli che fra tutti leggeva i
cuori, egli non comprendeva nell’animo della donna. Vi era nel villaggio anche gente
che però non amava Thorindalle, e anzi vedeva in lui un nemico, avverso, sebbene
così non si potesse certo dire, all’Alto Signore. Fra questi, Nesat, un uomo più o
meno coetaneo di Darea: Nesat odiava inoltre Thorindalle, giacché il suo cuore da
lungi non pensava ad altro che alla donna, e sempre più bruciava alla vista di lei con
l’elfo. Aram era ormai molto vecchio, né i poteri di Thorindalle riuscivano più a
fermare la sua veloce decadenza, così Aram si spense, ma prima di perire egli così
parlo all’elfo:
- Sta attento all’Alto Signore, perché egli trama, e presto gli giungerà voce di te.
Presto sciagure s’abbatteranno sulla mia casa, Thorindalle, ma non scorgo se queste
colpiranno anche te. Ascolta il mio vaticinio! Allontanati alla mia morte dal villaggio,
oppure dolore e disperazione s’abbatteranno anche su di te e su chi ami! Più in la, se
vi sarà misericordia e perdono, io non scorgo.
Così parlò Aram a Thorindalle morendo, e poi spirò. Il suo posto di capo villaggio fu
preso da Nesat. Questi reclamò in moglie la nipote del capovillaggio, come usanza
degli uomini, giacché lei era la parente più stretta, e nessuno s’oppose alla richiesta:
neanche Darea. Solo Thorindalle s’opponeva, e l’ira dei compagni di Nesat si
volgeva verso di lui, finché il capovillaggio non parlò dinnanzi al popolo stesso:
- Elfo, cosa fai qui? Cosa vuoi dalla nostra gente, tu che prolunghi solo il dolore in
questa triste vita? Torna dal tuo popolo!
- Non posso – rispose Thorindalle – perché qui sta ciò che amo. Voi ancora siete
ingenui, deboli, e già dimenticate ciò che v’ho donato. Eppure conosco i vostri cuori,
e so quanti fra voi mi sono grati. Tu Nesat, non mi togliere la mia vita, non portarmi
via Darea.
- Io portarti via Darea? Ma non sei forse tu, elfo, che desideri allontanarla dalla sua
gente? In ogni modo, sia Darea a scegliere; vedremo se sceglierà uno straniero
dispensatore di mali, un cieco pellegrino, al migliore dei suoi. Venga qui la donna e
parli!
Allora venne condotta Darea davanti ai due, e le fu chiesto chi fra Thorindalle e
Nesat lei scegliesse; dopo qualche esitazione, Darea diede il suo sventurato responso:
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- Sono grata all’elfo – disse – perché so che ciò che ha fatto l’ha fatto per bontà, e a
lui tutto debbo. Eppure io sono mortale, figlia di mortali, e i mortali desidero. Io
scelgo Nesat.
Così disse Darea, e gli occhi e i capelli di Thorindalle persero ogni colore. Allora,
come cristallo, essi seguirono i passi ciechi dell’elfo, ed egli si ritirò vicino al lago,
poco lontano dal villaggio, giurando odio agli uomini traditori.
Venne il tempo del matrimonio di Darea e Nesat, e da essi nacque Cahen. Allora
Nesat venne a fama presso gli uomini, e il suo nome giunse sino a Gnornak.
L’Oscuro allora lo convocò, e i due si incontrarono. L’Eida sondò la mente
dell’uomo, e fra i suoi ricordi vide Thorindalle. Mascherando la collera verso
quell’antico elfo, egli chiese:
- Uomo, vedo in te saggezza; eppure scorgo fra i tuoi pensieri qualcosa che ti turba,
un nemico, forse. Parlami dell’elfo, perché già so che uno ne incontrasti.
- Sì, mio Alto Signore, e il suo nome era Thorindalle. Egli mi fu avverso, ma io lo
scacciai dalla mia terra.
Allora Gnornak lesse nella mente di Nesat, e scoprì dell’amore di Thorindalle per la
moglie di questi. Meditando allora come l’elfo gli fosse stato nemico assieme a
Gwinomir e Uallo, ricordando le maledizioni scagliate prima della sua sconfitta,
l’Eida degustò la vendetta, finché non riprese la parola:
- Uomo, la tua opera mi è gradita; perciò, sarà per te un onore consegnarmi tuo figlio.
Con me crescerà e diverrà forte, e presto sarà signore degli uomini e siederà accanto a
me. Ancora un’altra richiesta ho per te: torna a me con tuo figlio e tua moglie, e reca
con te l’elfo, sicché io possa giudicarlo e condannarlo per le sue colpe.
Nesat si ritenne a quelle parole grande fra gli uomini, e caro si pensò all’Oscuro per
quelle sue richieste, sicché obbedì senza fiatare. Così, tornato al villaggio, ordinò
secondo quelle che erano state le richieste di Gnornak. Thorindalle, stanco e cieco, fu
presto trovato e condotto a Nesat. L’uomo non ebbe compassione per quella larva, e
messolo in catene, lo portò con sé presso Gnornak. Thorindalle non fiatò mai durante
il viaggio, e solo la compagnia di Darea lo teneva in vita e lo sorreggeva. La donna
ora si pentiva della sua scelta, ma non aveva il coraggio di confessarlo, ché Nesat era
un uomo potente e violento. Compagni dei tre e del piccolo bambino erano quattro
del villaggio, che stavano attenti a che il prigioniero non fuggisse né attaccasse
l’odiato rivale: ma nulla di tutto questo faceva Thorindalle, ché per il troppo amore e
il troppo odio era ormai divenuto mortale come la gente d’Elettro. Questo è il destino
di quanti fra gli elfi s’abbandonano alle passioni umane, d’essere, in fine, mortali
come umani. Ora Thorindalle vedeva vicina la morte, e silenzioso l’attendeva.
Giunsero i viaggiatori innanzi all’Alto Signore, e allora Thorindalle riconobbe
Gnornak, ma niente sentiva di poter fare, vecchio e stanco: l’Eida ordinò allora ai
quattro del villaggio di lasciare Nesat, l’elfo, Darea e Cahen da soli alla sua presenza.
Gli alberi del Bosco Scuro, cupi e senza foglie, incorniciavano secchi il viso
dell’Eida, mentre ridente gustava la sua vendetta: l’ultimo dei grandi elfi era ai suoi
piedi, impotente. Chiamato Nesat, disse:
- Uomo, vieni a me, e consegnami tuo figlio.
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Nesat venne a Gnornak, e gli porse Cahen. L’Eida raccolse il bimbo fra le sue
braccia, e poi fece cenno all’uomo di fermarsi al suo fianco. Gnornak sedeva su un
trono di legno, alto e tinto di nero. Fissando Thorindalle, riprese a parlare, mentre
Darea attendeva vicina:
- Thorindalle, riconosci la mia voce, non è vero? Ricordi ancora le mie maledizioni?
Non senti il peso della tua sconfitta?
L’elfo non fiatò, ma gli occhi ciechi si volsero verso Gnornak, e intravidero il suo
volto. Nesat non capiva di cosa si parlasse, e in preda al dubbio si volse a fissare
l’Oscuro. Non fece in tempo a girarsi, però, ché una lama l’aveva trafitto all’addome,
uccidendolo. Darea urlò sorpresa, mentre Gnornak disse:
- Non perirai oggi, ma dopo lungo vagare e soffrire, perché le mie maledizioni
ricadono su te e su quanti t’hanno conosciuto e amato.
Darea allora cadde, e i suoi occhi mai più videro, e la sua bocca mai più parlo: solo,
le rimaneva d’udire quanto veniva detto. Gnornak rise:
- Elfo, l’ami, non è vero? Ma lei non potrà difenderti, anche se sa, perché nulla le
rimane oltre che udire! Che fai, non fuggi? Presto i tuoi inseguitori ti saranno
addosso! Scappa, soffri! Scappa, soffri!
Allora l’Eida urlò l’allarme, ché Nesat era morto, ucciso davanti ai suoi occhi da
Thorindalle. Il vecchio elfo, veloce, comprese le parole di Aram, e quelle di Gnornak,
e in un attimo, con forza che non aveva da anni, raccolse da terra Darea e la prese con
sé. Ora l’elfo vedeva, poco, ma vedeva, e correva via mentre accorrevano i quattro
del villaggio. Cahen rimase in braccio all’Oscuro, in lagrime di fronte alle urla.
Thorindalle, in braccio Darea, fuggì, quanto più veloce poté, fra gli alberi, e poi fra le
erbe, fuori dal bosco, mentre i quattro lo cercavano. L’elfo alla fine però fu stanco, e
non resse più la fatica. Allora crollo, di nuovo memore della sua lunga vita e della sua
mortalità, e in breve fu raggiunto da uno degli inseguitori. Gli altri, più lenti, erano
rimasti attardati e non li scorgevano. L’uomo s’avvicinò all’elfo, temendolo armato,
lento, e gli fu sopra: Thorindalle e Darea, a terra, attendevano ciascuno la morte e il
riposo. L’uomo fissò gli occhi dell’elfo, e le mani. Non odio, vide, né sangue, e la
misericordia lo accolse fra le sue braccia. Senza parlare, si volse indietro, e
raggiungendo i compagni, urlò:
- Di la, nessuno. Cerchiamo di nuovo fra gli alberi.
Gli inseguitori credettero all’uomo, e velocemente ritornarono nel bosco. Thorindalle
rimase solo con Darea: la donna era svenuta, mentre dolori indicibili tormentavano il
suo viso. Allora l’elfo rimembrò il dono che aveva avuto un tempo per gli uomini, e
decise di tentare. Posate le sue mani sul volto di Darea, pregò a lungo, finché non
stramazzo spossato. La donna ora riposava tranquilla, e i dolori che la affliggevano
erano passati, anche se non il male che la uccideva dall’interno. Né la vista e la parola
le erano tornate, né ciò accadde mai. I due fuggitivi rimasero per giorni immobili,
ciechi e stanchi. Ora Darea amava Thorindalle, e Thorindalle amava Darea:
nient’altro era loro rimasto. Sorreggendosi l’un l’altro, i due alla fine riuscirono a
sollevarsi e a cercare cibo e acqua. Trovatili vicino ad un fiume, nutritisi di frutti,
rimasero a riposare. Thorindalle parlò davanti alle correnti alla donna, e quella udì:
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- Darea, ora si avvera ciò che m’aveva profetizzato Aram prima di morire. La
sventura coglie sia me che te, e non vedo speranza. Eppure siamo qui, finalmente
assieme. Il destino gioca con noi, e riempie i nostri calici di veleno e di vino assieme.
Crudele, non trovi?
Darea non rispose, ché non avrebbe potuto, eppure una fitta al cuore riempì il suo
petto di dolore e tristezza, e cercando la mano dell’elfo, la carezzò. Allora la donna si
strinse al compagno, e lo amò, e insieme i due rimasero in quel luogo per lungo
tempo, attendendo solo l’uno all’altro. Passarono i mesi, e Darea partorì di nuovo,
aiutata dal marito: nacque Adeila nelle lingue degli uomini, ma per gli elfi fu Voton,
il primo fra i figli delle stirpi d’Argento e d’Elettro. Darea però appassiva
velocemente, e i suoi capelli s’ingrigirono e caddero. Un giorno, poco dopo la nascita
di Adeila, la donna si distese accanto al fiume che li aveva salvati. Allora
Thorindalle, comprendendo ciò che accadeva, parlò un’ultima volta alla donna:
- Fiore della mia vita, anche tu mi abbandoni? Maledetto colui che ti volle così,
fragile e indifesa! Ma oggi, senza padre né lagrime, cosa mi rimane? Volesse il cielo
ora portarmi via con te, assieme!
In quel momento Adeila pianse, e carponi s’avvicinò alla madre per berne l’ultimo
latte. Thorindalle, tenutolo stretto a sé, riprese a parlare a Darea:
- Eccolo il figlio delle mie sventure. Egli ora soffrirà per le mie colpe? Soffrirà le
maledizioni che ricadono su di me? Ma finché ne avrò potere, lui riposerà e crescerà
in una casa sicura.
Finì le sue parole che Darea era già morta. Allora, raccolte le sue poche cose,
Thorindalle si mise in viaggio verso est, seppellita come poteva la donna che aveva
amato. Viaggiò a lungo, con passo malfermo e fra gli stenti, e quanti lo videro fra gli
uomini non scorsero altro che un mendicante vestito di stracci con un bimbo
affamato. Molti gli donarono un tozzo di pane e del latte, e sempre egli diede tutto al
figlio, finché non giunse alla fine alla barca che tanti anni prima aveva lasciato sulle
sponde del Lago Maggiore. Essa era ancora lì, come in attesa. Imbarcatosi, sciolti gli
ormeggi, l’elfo navigò di nuovo sul lago, finché non giunse di nuovo fra le sue genti.
Molti non lo riconobbero al suo ritorno, ma molti si ricordarono di quel vecchio elfo:
nessuno egli però cercava, se non il sovrano degli elfi che tanto tempo prima aveva
lasciato. Giunse così alla corte di Gwinahindil, e da quello fu accolto. Il sovrano però,
ancora giovane e bello, non ebbe il tempo di parlare e chiedere all’elfo dove fosse
stato e cosa gli fosse accaduto, che subito Thorindalle prese la parola:
- Sire, accogli mio figlio nella tua casa, ché già molto ha patito, e temo ancora molto
patirà. Egli non è elfo; forse non è neanche come sua madre. Sappi che al di là del
lago, nuove genti abitano ormai da tanto, e loro si chiamano uomini, e fra di essi è
sovrano d’odio Gnornak. Questo è il frutto delle mie sventure fra loro: amalo e
proteggilo come un fratello, perché su di lui, come su di te, grava l’odio dell’Oscuro.
Egli è Voton, e fra gli uomini Adeila. Un fratello egli ebbe, non mio figlio, ma cosa
sia di lui, io lo ignoro.
Così dicendo Thorindalle cadde in ginocchio, e chiudendo per un ultima volta gli
occhi ciechi, cantò:
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Gioiello incastonato fra dolori,


Or che da te io parto, ricorda:
Colui che dona senza prendere,
Colui che ama senza chiedere,
Salpa per un ultimo viaggio;
Meta o ritorno, non scorgo,
E ciò che è stato e passato,
Ciò che non fu, se non desiderio,
Tutto oblia in sbiadito ricordo.

Finiti i versi, Thorindalle perì.

Così si concluse il racconto di Bellig su Thorindalle; e quello fu un racconto triste, e


Nelian non ebbe domande, ma solo lagrime. Quando però il futuro Grande Re fu
calmo, e il sonno lo prese, tutti abbandonarono la sua camera, lasciandolo solo
mentre s’addormentava.
20

Gwinahindil

Il giorno dopo gli ospiti si svegliarono di buon mattino, mentre i viaggiatori furono
lasciati a riposare. Poi, quando anche quelli furono svegli, Ewaniwe, Lendelin e
Bellig uscirono di casa, per fare una passeggiata come nel pomeriggio precedente.
Tornarono solo all’orario di pranzo, e subito il Grande Re e Bellig salirono alle
camere dove alloggiavano per preparare le loro cose: in vano Ewaniwe aveva cercato
di convincerli a rimanere ancora; nulla valeva contro la fretta del Grande Re. Quando
tutto fu pronto, e Bellig e Lendelin erano già lì per partire, allora fu chiamato Nelian
per salutare gli amici dei genitori, oltre che, ovviamente, il sovrano. Allora il
bambino corse all’entrata. Era arrabbiato, e subito parlò a Lendelin con la franchezza
che solo i piccoli conoscono:
- Cattivo! Come puoi andartene senza aver concluso il racconto! Bellig ieri mi ha
raccontato di Thorindalle, ma tu non hai parlato!
- Nelian – disse Alinea in tono di rimprovero – rivolgiti come si deve al tuo re.
Bellig rideva, mentre Ewaniwe era imbarazzatissimo. Tuttavia il bambino non fece
come aveva detto la madre:
- No e poi no! Voglio che anche Lendelin mi racconti qualcosa! Cosa cambia se se ne
vanno domani invece che oggi? Rimanete, per favore!
Bellig ora fissava il Grande Re sempre più divertito, mentre questo s’era fatto rosso
in viso. Ewaniwe tentava di mettere delle parole in fila per far perdonare i capricci
del figlio, ma Lendelin lo interruppe e disse:
- Nelian, desideri veramente che io concluda la storia?
Il piccolo fece cenno di sì con la testa, e il re riprese:
- Va bene, ma solo un altro giorno, e un altro racconto, intesi?
Nelian proruppe di gioia, e così ottenne la conclusione del racconto dal più
importante narratore che ci fosse fra gli uomini. Allora, sorridente, ritorno alle sue
faccende, mentre i viaggiatori riposarono le loro cose nelle loro camere. Pranzo e
pomeriggio passarono veloci per il bambino, come la cena, finché non fu a letto, con
accanto Lendelin pronto a narrare da dove aveva lasciato la sera prima Bellig.

Il Viandante volò dinnanzi alla camera del bimbo. Di fronte a sé scorgeva ora nel
ricordo che non è un ricordo il figlio di Gwinomir. Per il Viandante era come rivivere
la storia fra le parole del Grande Re, fra le azioni delle genti. Ma non sembrava tutto
un eterno ripetersi fuorché nei dettagli? Il Nemico non era ancora lì, ad occidente,
21

sempre lo stesso e pur diverso, investito d’un altro nome? Non v’era qualcun altro
pronto suo malgrado alla lotta? Che importanza poteva avere che fosse elfo o uomo?
Non trovò risposta alle sue domande.

Gwinahindil fu re degli elfi, l’ultimo che abbia riunito sotto il suo governo tutte
quelle genti. Gwinahindil era figlio di Gwinomir, il padre di tutti gli elfi assieme a
Uallo, il primo fra di essi ad essere sorto su Arret, con il gemello. Gwinomir era stato
grande nella sua vita, e la sua morte era avvolta dal mistero, oscura, fra le tante
macchinazioni del Nemico in quei tempi ignari. Egli, era stato, assieme al suo fratello
Uallo, il grande paladino contro l’oscurità che già una volta era dilagata fra le nostre
case. Ma, mentre il padre era stato un pio paladino, l’animo di Gwinahindil era
diverso, più insondabile e nervoso, sempre ossessionato dalle piccole cose, pronto a
perdersi in facezie e divertimenti. Chiunque avesse conosciuto il principe non poteva
non pensare che un destino di desolazione si sarebbe abbattuto sugli elfi, allorché
questi avesse occupato il posto del padre, con l’animo che gli giaceva in corpo. Il
principe non aveva amici, ché tutti mal sopportavano il suo carattere. Non aveva
amici, eccetto uno, Voton il mezz’elfo. Questi era stato accudito nella casa di
Gwinahindil sin da quando era stato portato lì da Thorindalle, non solo perché il
vecchio elfo l’aveva consegnato al re, ma forse anche per suggerimento degli Eida.
Voton e Gwinahindil crebbero assieme, in amicizia, fraternamente legati, giacché
Voton crebbe molto più rapidamente del re, e questi era ancora giovane e immaturo
quando era salito al trono. Essi sembravano opposti e complementari, e mentre l’uno
cresceva chiuso e serio nei suoi pensieri, tutti volti al proprio destino, come già
conscio della tragica sorte in attesa, il re raggiungeva gli anni delle responsabilità del
tutto indolente del proprio lignaggio, dei propri doveri. Egli era invece solito
trascorrere il tempo fra i divertimenti e i giochi. Solo la presenza di Voton
rasserenava l’animo del re, mentre il mezz’elfo era capace di distogliere la sua mente
dai suoi pensieri solo dinnanzi all’ilarità dell’amico. E venne il tempo in cui i due
conobbero l’amore, e Gwinahindil trovo una moglie che fosse capace di sopportare il
suo carattere irrequieto, e Voton sposò invece una donna, da tempo sua cara, che sola
fra tutte giungeva fino alle insondabili profondità dei suoi pensieri. Infatti, stirpe
d’Argento e d’Elettro vennero a contatto dopo il nunzio di Thorindalle, e si legarono
in amicizia e alleanza, sebbene le macchinazioni di Gnornak. Questi fu scacciato
dalla casa degli elfi, e solo e odiato si ritirò ad ovest. Da lì l’Oscuro lanciava
maledizioni contro il mezz’elfo, ignaro di chi fosse, e accudiva Cahen. Allora nacque
la sua promessa: la morte di Voton avrebbe segnato l’ultima ora del re Gwinahindil.
Eppure anche dopo quest’allontanamento, le sorti continuavano ad incrociarsi, mentre
Voton continuava ad essere il migliore amico del sovrano degli elfi, e l’affetto era
ricambiato da questi con grandi e magnifici doni. Allora Endion, figlio di Uallo,
aveva consegnato anche il suo regno al figlio di Gwinomir, e di nuovo tutti gli elfi
stavano sotto lo stesso sovrano, sebbene Endion apparisse a molti più saggio e
prudente di Gwinahindil. La moglie di Gwinahindil perì partorendo il suo primo
figlio, che poi divenne in seguito il re degli elfi. Gwinahindil stava sul trono del
padre, avendo così da poco perso la persona più cara, e trascorsero tempi in cui il
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male non si manifestò e la quiete era assopita fra la strisciante opera dell’Oscuro
Signore. Gwinahindil frattanto regnava, e suo consigliere e paladino era Voton. Il
mezz’elfo era ora cavaliere del re, e a questo elargiva consigli, come spronato da
infinita saggezza: era veramente infinita saggezza quella che suggeriva le parole di
Voton, ed egli era guidato dagli Eida d’oriente. Un Veida, infatti, Aliturn, gli era
maestro segreto e nascosto fra le mura della casa di Gwinahindil. Eppure Gwinahindil
e Voton, lontani dall’Oscuro, stavano ansiosi e all’erta, avendo udito della promessa
di Gnornak. La maledizione del Nemico turbò gli animi dei due amici, ed essi
sentivano come questa si sarebbe realizzata, e come, ora e per sempre, la sorte dei
due sarebbe stata legata. Il re divenne più cupo, e il suo sguardo già da tempo non più
spensierato e gaio, divenne scuro, più serio anche di quello di Voton, come malato.
Così, come in ogni cosa, il mezz’elfo era più moderato del re, e il suo sguardo
sull’avvenire si estendeva sempre di molto più avanti di quello di Gwinahindil.
Allora, un giorno, Voton venne a portare notizie al suo sovrano: il re e il mezz’elfo si
trovavano entrambi nella sala del trono. Voton, dinnanzi a Gwinahindil, annunziava
solerte, venuto da occidente:
- Sire, il Nemico, a quanto si dice fra gli uomini, si arma ad occidente, e forse prepara
la vendetta contro queste terre.
Gwinahindil, immobile, ascoltava e meditava le parole del mezz’elfo. Non una parola
di commento uscì dalla sua bocca. Anche Voton rimase muto attendendo risposta, per
un po’, ma poi, come per rompere il silenzio che era sorto nella sala, continuò il suo
discorso:
- Non pensate, mio sovrano, che sia prudente prepararsi per ogni evenienza?
Dopotutto conosciamo ora le reali intenzioni del Nemico.
- Hai ragione, Voton, come sempre, e sempre il tuo consiglio mi è stato utile. Eppure
oggi temo il tuo suggerimento, ho paura della guerra più che mai, e temo soprattutto
la maledizione che ora incombe su di noi. E invece tu, qui dinnanzi a me, sembri non
far caso alla sorte che incombe sulle nostre vite.
- Sire – replicò Voton – non parlate così…
- Voton – lo interruppe il re – tu mi sei amico da quando venisti con tuo padre a
questa casa, e da allora sei sempre stato più saggio di me e lungimirante. Forse questo
trono sarebbe stato meglio custodito da te! Ah, se solo mio padre avesse scorto
ancora più in là di ciò che ha visto, e avesse lasciato ad altri il mio regno! Da me non
avrebbe avuto altro che gratitudine…
- Sire, non parlate così! A voi appartiene questo regno, e a nessun altro! Così è stato
deciso da chi vede molto più in là di tutti noi e tutto decide…
- Voton, mio caro amico, parli della sorte come fosse per te un peso leggero. Ma
guarda al nostro destino, al futuro che ci aspetta. Come fai ad essere così impassibile?
- In realtà, mio sovrano, ho da confessarvi una cosa. Già da tempo conosco la mia
sorte; invero essa mi fu rivelata da bambino dagli Eida e dai Veida. Così, di nascosto
fra queste aule, io sono stato istruito da alti maestri per sopportare il mio destino e
farmi carico delle mie responsabilità. E soprattutto, mio sovrano, sono stato allevato
per aiutarvi quando anche voi affronterete il vostro compito.
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- Voton, tu che sei per me come un fratello! Perché mi hai tenute nascoste queste
verità per tutto questo tempo? Perché tu, su cui solo credevo di poter contare, tu
proprio mi hai mentito?
- Non è stata menzogna, Gwinahindil: solo che voi non eravate pronto…
- Per cosa? – Il re si alzò dal trono e venne verso il mezz’elfo – per cosa non sono
pronto, parla!
- Voi – disse Voton indietreggiando e poggiando ad una colonna – guiderete il popolo
in battaglia e forse assisterete agli eventi più turpi…tuttavia dovrete resistere, e forse
lottare contro un nemico che nessuno di noi potrà battere…
- Tu ancora mi nascondi i fatti, Voton, e provi paura a parlare. – Gwinahindil si fece
più vicino all’amico, e abbassando il tono della voce, quasi sussurrando, riprese:
- Dimmi ciò che sai, te ne imploro!
- Gwinahindil, vorrei ma non posso. Tu attendi, e vedrai ciò che deve accadere…
- Basta! – Il re irruppe nella sua rabbia – Se non vuoi dirmi ciò che sai, allora va via
da qui. Non ho tempo di giocare con i tuoi indovinelli!
- Ma sire…
- Niente ma! Va alle tue camere!
Voton si ritirò voltandosi più volte verso il proprio sovrano. Questi gli dava le spalle
e attendeva d’udire richiudersi la porta della stanza. Non appena il mezz’elfo fu fuori,
Gwinahindil si diresse verso il trono. Prima però di potercisi sedere, gli si fermò
davanti, e crollando in ginocchio, prese a singhiozzare. La mano reggeva il capo,
mentre i pensieri del re sgorgavano dalle labbra:
- D’improvviso, d’improvviso tutto è più scuro della notte. Come un macigno ora
pesa la mia vita, e non riesco a farmene carico. Cosa fare? Cosa dire? Cosa tentare?
Forse dovrei lasciare tutto a Voton…Voton, povero mio caro, anche lui ora sgrido,
anch’egli ora tratto come uno straccio, lui che per tanti anni è stato la mia guida e il
mio conforto. Lui sa, e per questo pazienta…Anche ora, che una maledizione ci
accomuna, lui è lo stesso, mentre per me tutto è cambiato! Ma lui è stato guidato per
tutti questi anni da oriente, mentre io, io, sono qui, lasciato da solo, senza il padre a
sorreggermi nel momento del bisogno, senza l’amore, solo con me stesso e le
maledizioni d’un Nemico, lontano da qui, che può qualsiasi cosa egli voglia. Basta!
Basta con questi pensieri, basta con le preoccupazioni! Vorrei tanto che il mio cuore
tornasse leggero come quello d’un tempo, e i miei passi veloci sulle erbe di primo
mattino…sì, farò così, lascerò per oggi ogni fardello e correrò libero per i campi!
Gwinahindil corse allora via dalla stanza, fuori, dalla porta da cui prima era uscito
Voton. Un tonfo sordo accompagnò l’uscita del re, mentre un alito di vento spegneva
le candele e le torce che illuminavano la stanza. Passarono i giorni dopo questo
dialogo, e la Grande Battaglia scoppiò su Arret. Anche fra gli elfi si diffuse
l’agitazione, e allora come sempre, le parole di Voton si rivelarono sagge e prudenti.
L’esercito fu allestito in gran fretta, e i più valorosi fra gli elfi s’adunarono a Gnyalan
e formarono le guardie di Gwinahindil: loro guida era Voton, generale di tutto
l’esercito, sottomesso solo al volere del re. Gwinahindil guidava anche gli elfi del
sud, i Morieniani, lui che era re del Lovar. Allora, per l’ultima volta, non ci fu
distinzione alcuna fra le genti elfiche, e tutti furono sotto la stirpe di Gwinomir.
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Quando le truppe furono adunate, il re e i suoi guerrieri partirono da Gnyalan: per le


strade i bambini e le donne, e fra questi l’unico figlio di Gwinahindil, Gelen, e i cari
di Voton. Fra le vie le donne cantavano e parlavano assieme:

Verso occidente, verso un mare


oscuro e in tempesta
parte il re.
Ora del figlio di Gwinomir
la sorte si compie,
quale che sia,
Gwinahindil.
Con lui le più care
fra le braccia degli elfi,
e le navi e le spade,
e i carri e gli scudi,
e i dardi e i cavalli.
Ma noi, qui, sole, attendiamo,
e i figli, il ritorno dei cari.
La paura ci coglie,
che forse non più rivedremo
i visi che bianchi sorrisi
risplendono di luce di perla.
Forse le nubi in battaglia
li bagneranno, lontani da qui,
e ignoti, una tomba illacrimata,
sarà per loro ultima dimora.
O peggio, desideri perversi
dell’Oscuro Signore
volgeranno i loro sguardi
alle loro chiome dorate:
vittime allora di tanto potere,
cosa potranno?
Il nostro sovrano,
Gwinahindil,
il capo chino, il viso solcato
di rughe e di lagrime, li guida.
I suoi capelli, neri e fluenti
coprono la paura del volto,
mentre, alta, la mano,
stanca e avvilita,
brandisce la spada del re.
Che sia presagio questo giorno?
La sorte non voglia.
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L’esercito degli elfi viaggiò allora a lungo, finché venne a portare aiuto agli uomini,
riparatisi dietro la Grande Muraglia, mentre già il Nemico aveva conquistato le terre
ad occidente delle mura. Voton era la vera guida delle genti elfiche, ma anche
Gwinahindil combatteva valorosamente sul campo di battaglia, e la sua spada, che
prima era appartenuta a Gwinomir, era il terrore delle schiere nemiche. Tuttavia
allora la forza del nemico era grande, e le sorti volgevano al peggio per le genti di
Arret, anche se, con l’aiuto degli elfi, gli uomini erano riusciti a spingere avanti le
proprie forze sino al fiume Lolin. Così, sulle rive di quel fiume, si svolse una delle
battaglie più importanti di quella guerra, mentre gli orchi assalivano di sorpresa le
schiere alleate: guida delle creature dell’Oscuro era Cahen, ignaro del fratello e tutto
preso dalle congiure del Nemico. Voton e coloro che egli guidava furono i primi ad
accorgersi dell’attacco, mentre ancora nessuno avvisava il re nel suo accampamento,
ché grande era lo scompiglio e la sorpresa. Quando il re e le forze rimanenti furono
pronti alla battaglia, già lungo tempo era passato, e pochi fra quelli di Voton erano
ancora in vita. Il Mezz’elfo, ferito e sanguinante, attorniato dai nemici, innanzi a
Cahen, a stento si reggeva in piedi, mentre gli aiuti tardavano ad arrivare, impediti dal
furore dello scontro. Gwinahindil si lanciò in soccorso, spronando il suo cavallo con
tutte le proprie forze e l'ardore che teneva in corpo. La spada del re mulinava e le
teste degli orchi saltavano al passaggio dell’elfo. Ma la cavalcata del re fu tardiva.
Quando fu dinnanzi a Voton, questi era riverso a terra, esanime: sul suo corpo, Cahen
festeggiava per aver preso la sua vita. In un attimo il re degli elfi fu sul nemico, e
celere la sua spada, la spada di suo padre, s’abbatte con rabbia sul fratello di Voton.
Allora Cahen cadde per terra, pallido in viso sotto l’elmo nero come la notte, e le sue
ultime parole furono per il re degli elfi:
- Ora vedo cosa ho compiuto, e solo morente gli inganni appaiono a me chiari. Egli
era mio fratello, Adeila, e le maledizioni si compiono…sventurata la mia sorte, e con
la mia quella del fratello; ma ancor di più la tua, sire degli elfi, Gwinahindil.
Gwinahindil non udì i suoi giungere dietro di lui e uccidere quanti gli si accalcavano
attorno. Si tolse l’elmo a protome di drago: sotto i capelli erano ora pallidi quanto il
volto. La destra al corpo dell’amico, morto, la sinistra a sorreggerne il capo, bagnato
dai rigagnoli di pianto che scendevano dal viso del re. Non disse una parola,
Gwinahindil, mentre vedeva la maledizione realizzarsi. Non vide i suoi alleati e gli
elfi che erano distrutti dai nemici. Galoppò di nuovo il suo cavallo e tornò alla sua
tenda, con il cadavere di Voton, l’elmo di drago nuovamente sul volto. Cahen, il suo
corpo dimenticato, fu sommerso dalla battaglia. Nessuno accolse il re, ché tutti erano
a combattere. Sceso da cavallo, entrò nella tenda portando l’amico fra le braccia. Le
sue mani erano coperte dal sangue del morto. Pose Voton sul letto, e poggiando il suo
capo sul petto, gettato via l’elmo, pianse e gridò di rabbia:
- Perché? Perché lui che era migliore di me? Io dovevo essere al suo posto, e invece
sono qui a piangerlo. Dannato sia chi l’ha ucciso, dannato sia chi ha voluto questa
morte! Dannato chi ha voluto fratello contro fratello, e la rovina di tanta stirpe! Una
maledizione gravava su di lui e ancora grava su di me, e oggi ho perso tutto il vigore
della mia giovinezza assieme a Voton, mio unico amico. Ma giuro su me stesso che
questa morte non rimarrà impunita. Se nulla posso fare per uccidere chi ha voluto
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questa morte, sarò io a morire. Sì, sono sicuro che se io morrò e il mio sangue
bagnerà il letto, allora Voton si desterà e assumerà il comando che meritava. Nessuna
maledizione potrà fermare il mio atto, nessun volere di Eida o di chi altro!
Gwinahindil era completamente impazzito: il suo furore e la sua rabbia offuscavano
la sua mente, mentre le parole fluivano dalla sua bocca:
- Ecco, sì, sacrificherò me stesso per riportare in vita quest’innocente. Sì, e se non
funzionerà, almeno avrò trovato la morte, lontano da questa tenda e questa battaglia
folle.
Il re piantò per terra la sua spada, con la punta verso l’alto. Postosi dinnanzi all’arma,
fissandola con occhi iniettati di sangue, rimase per un attimo fermo: guardò dritto il
filo luccicante dell’arma, e poi il letto. Avanzò d’un passo prima di lasciarsi cadere e
abbandonare ogni affanno. Un impetuoso soffio di vento spazzò la tenda dall’interno,
spingendo all’indietro il re degli elfi: Gwinahindil cadde con la schiena per terra,
mentre un vortice d’aria si formava poco sopra il suo viso, e da questo una piccola
nube iniziava a parlare con voce tuonante:
- Cosa fai, signore degli elfi? Abbandoni il tuo popolo?
Gwinahindil rimase sbigottito, in silenzio, senza essere capace di rispondere alla
domanda. Dopo poco però la voce dalla nube riprese:
- Non abbandonare tutto, Gwinahindil della stirpe di Gwinomir, e non rovinare
quanto ha fatto per te Voton. Non cedere alle lusinghe di chi vuole insediare in te
terrore e follia.
- Ma chi sei? – gridò forte il re degli elfi.
- Sono chi tu credi che io sia. Ora rialzati, e indossa l’elmo che hai smesso. Solleva la
spada da terra e riponila. Esci, dopo, fuori della tenda e osserva il tuo popolo in fuga.
Placa il suo terrore, e percorri il campo di battaglia, là dove nessuno c’è più dei tuoi.
Nessuno ti colpirà, ma tutti si scanseranno al tuo passaggio: giungerai sino al tuo
Nemico. Solo allora potrai brandire di nuovo la tua arma. Non temere per questo
corpo, io veglierò su di lui. Ora va, e non avere più dubbi. Presto sarai con me, e
verrà il tempo, non temere, che calcherai di nuovo queste terre e navigherai su questi
mari, e il tuo nome sarà venerato come quello dei signori d’oriente, e la tua spada
sarà il terrore d’ogni nemico. La pace t’accompagnerà, e con essa la saggezza. Ora
va!
Gwinahindil si risollevò da terra. Improvvisamente il suo cuore era rinfrancato,
quieto, come mai era stato nella sua vita. Raccolse l’elmo e la spada e si diresse in
direzione dell’uscita. Voltosi un’ultima volta, vide il turbine ancora fermo e il corpo
di Voton illuminato d’una calda luce d’oro. Rassicuratosi, Gwinahindil corse al
cavallo, e montatovi in groppa, fece ciò che la voce gli aveva detto di fare. Il re degli
elfi vide anche ciò che aveva detto la voce, gli alleati in rotta, i nemici padroni del
campo, sebbene senza più guida. Eppure, al suo passaggio tutto si quietava: ogni
combattimento si fermava, e tutto era come in attesa di qualcosa. Gwinahindil giunse
dinnanzi alla tenda del nemico, indisturbato: nessuno gli si fece incontro. Ma giunto a
quel luogo, ancora il silenzio lo accolse, e nessuno fra i nemici. Si fermò. Diede un
urlo di sfida, e, conficcando la spada per terra, attese l’arrivo di qualcuno. Nessuno
era lì, che chi per il terrore, chi perché impegnato a difendersi, nessuno fra gli elfi e
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gli uomini o qualsiasi altra gente di Arret ha potuto assistere nello scontro l’elfo.
Tuttavia in seguito fu un gran vociare fra gli uomini nell’accampamento sull’esito
dello scontro, l’ardire del re degli elfi e gli avvenimenti successivi. Queste parole si
dissero e questi canti s’intonarono:

Rombano i cieli e le acque


Per l’urlo possente del re,
Gwinahindil.
Solo fra tutti,
l’arma in mano, ebra di sangue.
L’elmo lucente di drago,
sopra capelli d’avorio.
Saldo innanzi al nemico,
attende.
Eterne maledizioni sulle labbra,
d’ogni pena incurante,
sfida il nemico possente.
Risa antiche e agghiaccianti,
accolgono le parole dell’elfo.
Immenso dinnanzi al sovrano,
l’Oscuro accoglie la sfida.
Spade mulinano al vento,
colpiscono cotte d’argento
e di pietra nera e bollente.
I capelli bianchi di perla
si bagnano di rosso sangue,
e il viso si tinge di ghiaccio,
mentre si spezza la spada del re.
Ma un colpo, uno soltanto,
Ha ferito l’Oscuro Signore.
Ora anch’egli gronda di sangue,
anch’egli conosce il dolore.
Un fulmine, un lampo,
e luce abbagliante.
Il re è scomparso!
Il re è scomparso!
Gridano elfi, gridano uomini,
prendiamo il sovrano,
prendiamo il sovrano,
Gwinahindil.
Scappa ferito l’Oscuro,
ritirano i servi del male,
ma nessun corpo giace per terra,
del sovrano degli elfi d’oriente,
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né la sua spada,
Gwinahindil.

Il corpo di Gwinahindil non fu mai più ritrovato, né le sue armi o i beni. Neanche il
corpo di Voton fu più recuperato, sebbene si sapesse che anch’egli era perito in
battaglia. Tuttavia, chi entrò nella tenda del re, trovò lì l’armatura del mezz’elfo,
dorata da una luce che brillava su di essa. Altri vinsero poi la guerra, ma senza
Gwinahindil e Voton, oggi nessuno sarebbe qui a narrarne le morti.
Questa fu la tragedia della stirpe di Gwinomir e Thorindalle: il suo ricordo ancora mi
inquieta e rattrista, e allo stesso tempo riempie d’orgoglio e stima per tante vite.
Questa è la mia risposta alla tua richiesta, questo il mio racconto Nelian. E ora a
dormire!
- Aspetta, Lendelin, un’ultima cosa…perché Gnornak si è comportato così? perché è
nato il male?
- Nelian – rispose Lendelin dopo qualche attimo di riflessione – non sai cosa chiedi!
Eppure la tua domanda merita una risposta, perché è una delle richieste più profonde
che tu potessi farmi. Perché esiste il male, chiedi. Non lo so davvero, Nelian, eppure
esiste, e la prova l’hai avuta nei racconti che ti sono stati narrati. Il male esiste,
Nelian, ed è molto più profondo e radicato di quanto credi. Esso esiste in ogni cosa, e
Gnornak, e chi per lui, purtroppo ne sono, penso, solo il compimento estremo.
Eppure, Nelian, ti dirò cosa mi hanno riferito gli Eida su Gnornak. Si dice infatti fra
gli elfi che l’Oscuro alla fine dei tempi tornerà, e questo è vero, e forse ci sarà
battaglia fra gli Eida e lui, e con loro quanti combatteranno fra le file del Nemico e
quanti per i signori d’Oriente. Eppure ad oriente rimane una speranza, ed essa è anche
di Euon. Gnornak infatti era il più potente e il più grande fra gli Eida, il prediletto di
Euon. Forse fu questo a renderlo superbo, forse doveva semplicemente accadere,
giacché questi sono fatti in parte oscuri persino ai grandi dell’Est. E la speranza di
Euon è questa, che quando Gnornak tornerà, allora anch’egli sarà diverso, perché
anche per lui i tempi saranno passati, e forse il prediletto tornerà com’era all’origine,
quieto e mansueto agli occhi di Euon. Euon allora lo perdonerà, e così il figlio
perduto sarà ritrovato. Una cosa però ti sia chiara, Nelian: Euon ha già perdonato
Gnornak, l’aveva già fatto quando ancora neanche l’Oscuro sapeva cosa avrebbe
compiuto. Egli è già nel cuore di Euon, e, chissà, forse verrà il tempo di chi redimerà
i peccati anche dell’Oscuro. Il perdono e la pietà non sono solo per i giusti, futuro
Grande Re, ma a maggior ragione per chi erra. Gli erranti non sono perduti, Nelian, e
anche in mezzo al carbone, talora, si nasconde l’oro. Ma ora basta, ché già è tardi.
Ora devi dormire davvero!
Nelian protesto fiaccamente, ma già il sonno socchiudeva le sue palpebre. Baciando i
suoi genitori, si volto da un lato del letto, e in men che non si dica crollò in un sonno
profondo e ricco di sogni piacevoli. Silenziosi, Alinea ed Ewaniwe lasciarono la sua
camera, e assieme Bellig e Lendelin: questi, il giorno dopo, di mattina presto,
lasciarono Bingrim per il loro viaggio, baciando nel sonno Nelian senza svegliarlo.
Così si conclusero i racconti prima di dormire: certo, ancora Ewaniwe narrò storie al
figlio, e talora anche Lendelin e Bellig, o Feilon o altri ancora, ma ora davvero Nelian
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aveva appreso la Storia, e qualsiasi altro racconto gli venne narrato, non fu altro che
una piccola parte di essa.
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