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Analisi Matematica 1 PDF

Il documento presenta un capitolo di un libro di analisi matematica. Descrive concetti fondamentali sugli insiemi come elementi, sottoinsiemi, unione, intersezione e differenza. Spiega anche come definire famiglie di insiemi utilizzando indici.
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Analisi Matematica 1 Filippo De Mari

Indice
Capitolo 1. Insiemi 1. Nozioni di base. 2. Gli insiemi numerici. 3. Linduzione. Capitolo 2. Numeri reali 1. Descrizione assiomatica dei numeri reali. 2. La retta e i numeri reali. 3. Intervalli. Insiemi aperti e intorni. 4. Valore assoluto e disuguaglianza triangolare. 5. Alcune propriet` a dei numeri reali. 6. Estremo superiore e inferiore. 7. Potenze e radici. Capitolo 3. Funzioni 1. Prodotto cartesiano. Il graco di una funzione. 2. Operazioni sui graci e simmetrie. 3. Funzioni surgettive, iniettive e bigettive. 4. Elementi di calcolo combinatorio. 5. Funzioni monotone. 6. Composizione di funzioni. 7. Funzioni invertibili. 8. Esponenziali e logaritmi. Capitolo 4. Limiti e continuit` a 1. Successioni e loro limiti. 2. Limiti di funzioni. 3. Funzioni continue. 4. Propriet` a globali delle funzioni continue. Capitolo 5. Calcolo dierenziale 1. Linearizzazione e derivabilit` a 2. Derivate di funzioni elementari 3. I teoremi classici del calcolo dierenziale 4. Sviluppi di Taylor 5. Propriet` a locali di funzioni regolari Bibliograa
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5 5 11 12 17 18 20 21 23 24 25 28 33 36 43 52 55 61 64 68 73 83 85 113 138 144 155 155 166 171 182 202 211

CAPITOLO 1

Insiemi
La nozione di insieme, in matematica, ` e quella del linguaggio corrente. Un insieme ` e una collezione di oggetti, che si dicono gli elementi dellinsieme. Si conosce linsieme se se ne conoscono gli elementi, pur di non sottilizzare eccessivamente sul signicato della parola conoscere. Se ad esempio dico: sia P linsieme di tutti i numeri primi, quasi tutti i lettori capiscono che cosa intendo, ma nessuno pu` o asserire di conoscere esattamente linsieme P . Nessuno infatti conosce tutti i numeri primi. Chiunque sar` a peraltro daccordo sul fatto che, dato un numero naturale, sia possibile stabilire, almeno in linea di principio, se esso ` e primo oppure no: basta vericare se ` e divisibile solo per se stesso e per uno, oppure no. In altre parole, la propriet` a che denisce un numero primo ` e chiara e non equivoca, cosicch e siamo daccordo che linsieme P ` e denito in modo chiaro e non equivoco. Analoghe considerazioni valgono per linsieme dei numeri di telefono italiani (attivi), per linsieme dei quadri di Van Gogh, eccetera: per individuare un insieme basta enunciare una o pi` u propriet` a che ci consentano di capire se un oggetto vi appartiene oppure non vi appartiene. Non usiamo alcun articio formale per denire la nozione di insieme, n e facciamo riferimento ad alcunaltra nozione pi` u semplice: la riguardiamo come nozione primitiva, una sorta di atomo concettuale. La matematica che sviluppiamo in questi appunti ` e basata su diversi concetti primitivi quali quello di insieme e di elemento di un insieme. Un altro concetto primitivo ` e quello di retta, o di punto del piano. I concetti primitivi sono quelli che non vengono deniti; ` e piuttosto mediante i concetti primitivi che le denizioni sono formulate. Poich e la matematica ` e in buona misura un linguaggio, in questo capitolo ci accontentiamo di esporne le principali regole grammaticali, senza alcuna pretesa di completezza, di correttezza formale o di particolare originalit` a. A proposito di linguaggio, lalfabeto greco viene considerato noto e sar` a utilizzato senza commenti.

1. Nozioni di base. Se A ` e un insieme, scriveremo a A se a ` e un elemento di A e a A se a non ` e un elemento di A . La scrittura a A si legge a appartiene ad A . Per gli insiemi si usano solitamente lettere maiuscole e per gli elementi lettere minuscole. Per descrivere quali sono gli elementi di un insieme si usano parentesi grae, allinterno delle quali si elencano gli elementi dellinsieme oppure le propriet` a che li individuano. Ad esempio, A = {2, 4, 6} oppure P = {numeri primi} . Si ammette lesistenza di uno ed un solo insieme privo di elementi. Questo insieme si chiama linsieme vuoto e si denota . Quindi la scrittura a ` e sempre falsa, quale che sia a , mentre a ` e sempre vera.
5

Analisi Matematica 1

Siano A e B due insiemi. Se ogni elemento di A ` e anche un elemento di B diremo che A ` e un sottoinsieme di B e scriveremo A B oppure, in modo del tutto equivalente, A B . Entrambe le scritture A B oppure A B si leggono A ` e contenuto in B . I sottoinsiemi di un insieme X vengono spesso descritti mediante uguaglianze del tipo Y = {x X : x soddisfa una certa propriet` a }. Ad esempio, se D ` e linsieme dei numeri naturali dispari, ossia D = {1, 3, 5, 7, 9, . . . } possiamo formarne il sottoinsieme Y = {y D : y = 4n + 1 con n numero intero positivo}. Che insieme ` e Y ? Esso ` e costituito da quei numeri che sono del tipo 4n + 1, dove n ` e un numero intero positivo. Siccome 4n ` e pari, essi sono eettivamente dispari e quindi Y D . In questo caso, la scrittura Y = {5, 9, 13, 17, . . . } non sarebbe stata altrettanto chiara. Il lettore ` e invitato a vericare la sensatezza della seguente denizione: se D ` e ancora linsieme dei numeri naturali dispari, sia S = {s D : s = d2 con d D}. Siano A e B due insiemi. Se valgono entrambe le relazioni A B e B A allora A e B sono formati dalla stessa collezione di oggetti, in quanto ogni elemento di A ` e anche un elemento di B e ogni elemento di B ` e anche un elemento di A . In questo caso i due insiemi si dicono uguali e si scrive A = B . Se A ` e un sottoinsieme di B ma B non ` e un sottoinsieme di A allora A si dice un sottoinsieme proprio di B . ` opportuno osservare che le nozioni di sottoinsieme e di elemento sono diverse e E non vanno confuse, anche qualora un sottoinsieme consista di un solo elemento. Se ad esempio A = {1, 2, 3} allora la scrittura 1 A ` e corretta, in quanto 1 ` e uno degli elementi di A , mentre 1 A non ` e corretta perch e 1 non ` e un insieme. Se vogliamo riferirci a quel sottoinsieme di A formato dal solo elemento 1, dovremo scrivere ad esempio B = {1} ed esprimere la relazione che abbiamo in mente mediante B A oppure pi` u semplicemente {1} A . Si osservi che naturalmente {1} A ` e sbagliato, perch e {1} ` e un insieme e non un elemento. 1.1. Unione, intersezione, dierenza. Se A e B sono insiemi, la loro unione AB ` e linsieme costituito da tutti gli elementi di A e da tutti gli elementi di B . Quindi, x A B se e solo se x A oppure x B . Per esempio, se A = {1, 2, 4} ` ovvio che A B = B A e che e B = {21, 77} , allora A B = {1, 2, 4, 21, 77} . E A (A B ), B (A B ). Esempi. (1) Proviamo la seguente ovvia aermazione: se A B allora A B = B . Il modo standard per provare che due insiemi X e Y sono uguali ` e provare che valgono entrambe le inclusioni X Y e Y X . Nel caso in questione, linclusione B (A B ) ` e ovvia. Dobbiamo pertanto dimostrare che (A B ) B , ossia che se x A B allora x B .

Insiemi

Un modo ecace per capire le nozioni insiemistiche ` e quello di far uso di disegni, rappresentando gli insiemi come regioni del piano, ad esempio colorate oppure semplicemente racchiuse da un qualche contorno. Per esempio la gura

(2) Dovrebbe essere chiaro che cos` come si pu` o formare lunione di due insiemi, si pu` o formare anche lunione di una famiglia qualunque di insiemi: essa sar` a linsieme ottenuto prendendo tutti gli elementi di tutti gli insiemi della famiglia considerata. Se ad esempio A1 = {11, 13, 17} , A2 = {21, 23, 27} , A3 = {31, 33, 37} e A4 = {41, 43, 47} , allora A1 A2 A3 A4 = {11, 13, 17, 21, 23, 27, 31, 33, 37, 41, 43, 47} .

Sia dunque x A B , cosicch e x A oppure x B . Nel secondo caso, ossia x B , non c` e nulla da dimostrare; se x A allora per ipotesi x B in quanto A B .

A C

rappresenta schematicamente tre insiemi, cui si sono dati i nomi A , B e C . Lunione ABC ` e dunque rappresentata dalla parte colorata di blu. LEsempio (2) considerato sopra suggerisce di introdurre una opportuna notazione per le famiglie di insiemi. Abbiamo usato lespressione famiglia per evitare la locuzione insieme di insiemi che pu` o generare confusione, anche se corretta. Nulla infatti vieta di considerare un insieme i cui elementi siano insiemi. Nellesempio appena visto, avremmo potuto denire linsieme A = {A1 , A2 , A3 , A4 } . Per quanto legittimo, ci` o non avrebbe in nulla agevolato il nostro scopo, cio` e di formare lunione A1 A2 A3 A4 che certo non ` e uguale a A . Ci` o di cui abbiamo bisogno ` e solo un modo ragionevole di dare dei nomi quando gli insiemi sono molti e le lettere dellalfabeto diventano poche oppure pi` u semplicemente innaturali. Nel caso in esame possiamo considerare il dizionario I = {1, 2, 3, 4} che parametrizza i nomi degli insiemi: per ciascun elemento di I c` e un insieme che ne porta il nome, ossia se i I allora vi ` e uno ed un solo insieme Ai della famiglia. Gli elementi di I si dicono indici. In generale, se I ` e un insieme e se

Analisi Matematica 1

per ogni i I ` e denito un insieme Ai , si suole indicare la famiglia mediante {Ai }iI , ossia {Ai }iI = {Ai : i I }. Esso ` e un insieme di insiemi. Lunione di tutti gli insiemi Ai si denota invece Ai .
i I

Se I ` e linsieme dei primi N interi positivi, I = {1, 2, . . . , N } , si scrive anche


i=1 N

Ai .

Banalmente, nel caso dellesempio


4

Ai =

i=1

dove I = {1, 2, 3, 4} . Luso di indici sar` a adottato in varie circostanze; sar` a ad esempio molto utile per scrivere somme o prodotti di molti numeri. Se A e B sono insiemi, la loro intersezione A B ` e linsieme i cui elementi sono gli elementi che appartengono sia ad A sia a B . Quindi, x A B se e solo se x A e x B . Per esempio, se A = {2, 3, 4, 8} e B = {2, 3, 8, 197} , allora A B = {3, 8} . Le inclusioni (A B ) A e (A B ) B sono ovvie, cos` come luguaglianza A B = B A . Naturalmente, per lintersezione di tutti gli insiemi di una famiglia {Ai }iI varr` a la notazione Ai .
i I

i I

Ai ,

Riprendiamo il disegno considerato sopra, evidenziando le intersezioni.

AC

AB

BC

Insiemi

Si osservi che se due insiemi non hanno elementi comuni, allora la loro intersezione ` e linsieme vuoto. Ad esempio, nel disegno, (A B ) C = . Questa ` e una delle ragioni che giusticano lintroduzione dellinsieme vuoto. Per coerenza logica e formale, ` e infatti ragionevole richiedere che dati due insiemi qualunque la loro intersezione sia ancora un insieme. Quindi, per coprire anche il caso in cui i due insiemi siano disgiunti, ` poi piuttosto si deve ammettere la possibilit` a che vi sia un insieme senza elementi. E evidente che un siatto insieme ` e necessariamente unico: se ve ne fosse un altro e i due fossero quindi diversi, allora ci sarebbe un elemento che sta in uno dei due ma non nellaltro; daltra parte non si pu` o esibire un siatto elemento perch e per denizione entrambi gli insiemi sono privi di elementi. Se A e B sono insiemi, la dierenza A \ B ` e costituita dagli elementi di A che non sono elementi di B . Per esempio, se A = {2, 3, 5, 6} e B = {3, 6, 8, 12} , allora A \ B = {2, 5} mentre B \ A = {8, 12} . Se si sta lavorando in un contesto in cui gli insiemi che si considerano sono tutti intesi come sottoinsiemi di uno stesso insieme X , allora ci si riferisce allinsieme X \ A come al complementare di A . Si sottointende cio` e c c A X e si scrive A in luogo di X \ A . La scrittura A si legge il complementare di A in X . Poich e linsieme X non compare nel simbolo, deve essere molto chiaro dal contesto quale sia X . 1.2. Connettivi logici, quanticatori. Le proposizioni matematiche sono aermazioni che stabiliscono relazioni tra varie entit` a. Una proposizione pu` o essere vera o falsa, nel senso corrente delle parole. Ad esempio la proposizione ogni numero pari ` e divisibile per 4 ` e falsa, in quanto il numero 6 ` e pari ma non ` e divisibile per 4, mentre la proposizione ogni numero divisibile per 4 ` e pari ` e vera, perch e ogni numero che contiene il fattore 4 = 2 2 contiene anche il fattore 2. A partire da una o pi` u proposizioni, se ne possono formare delle altre mediante i cosiddetti connettivi logici. Sono connettivi la negazione, la disgiunzione e la congiunzione. Per spiegare questi concetti, consideriamo il caso in cui siano date le proposizioni: La negazione di P , ossia non P si denota in logica matematica P . Nel caso in questione la negazione di P ` e la proposizione il numero tre non ` e positivo, mentre la negazione di Q ` e evidentemente oggi non piove. La disgiunzione di P e Q , denotata P Q, ` e la proposizione P oppure Q . Essa ` e vera se almeno una tra P e Q ` e vera, ed ` e falsa se sono entrambe false. Nel nostro caso, la proposizione P Q ` e tre ` e positivo, oppure oggi piove; siccome tre ` e positivo, essa ` e vera. La congiunzione di P e Q , denotata P Q , ` e la proposizione P e Q . Essa ` e vera se entrambe P e Q sono vere, ed ` e falsa se almeno una di esse ` e falsa. Nel nostro caso, P Q ` e vera solamente se oggi piove. Si faccia caso alla somiglianza graca tra i simboli e e tra i simboli e . Essa non ` e casuale: se infatti abbiamo le proposizioni: allora P Q ` e vera se e solo se a A oppure a B , ossia se e solo se a A B , mentre P Q ` e vera se e solo se a A e anche a B , ossia se e solo se a AB . Sottolineiamo inne che per quanto laccento di questi appunti non cada mai su questioni meramente P = (a A) Q = (a B ) , P = (il numero tre ` e positivo) Q = (oggi piove).

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Analisi Matematica 1

logiche, ` e tuttavia molto importante essere sempre in grado di stabilire quale sia la negazione di una proposizione e quando due propriet` a che intervengono in un enunciato vadano intese in senso disgiuntivo o di congiunzione. Fondamentale ` e il connettivo implicazione. In matematica esso si denota . Quando scriviamo P Q intendiamo che P implica Q , ossia che se P ` e vera, allora anche Q ` e vera. In tal caso si ` e soliti dire che P ` e lipotesi, mentre Q ` e la tesi. Altre possibili espressioni sono: P ` e condizione suciente anch e valga Q , oppure Q ` e condizione necessaria anch e valga P . Se oltre a valere P Q vale anche limplicazione opposta Q P , se esse cio` e valgono congiuntamente, si scrive allora P Q e si legge P se e solo se Q . Naturalmente, ci` o va inteso nel senso che P e Q sono sempre entrambe vere o entrambe false. La logica insegna che ogni implicazione ` e equivalente alla sua implicazione contronominale, ossia P implica Q ` e equivalente allimplicazione se Q ` e falsa, allora ` e falsa anche P . Utilizzando le notazioni della logica abbiamo perci` o perfetta equivalenza tra P Q e (Q) (P ). Questo fatto ` e di grande importanza in matematica, ed ` e il fondamento delle cosiddette dimostrazioni per assurdo. Un esempio ` e la dimostrazione della Proposizione 1.4 del prossimo capitolo, nel corso della quale si stabilisce che se il quadrato (p/q )2 del rapporto p/q tra due numeri interi ` e uguale a 2, allora p e q non possono essere primi tra loro. Limplicazione contronominale della precedente ` e che il rapporto p/q tra due numeri interi primi tra loro non soddisfa mai (p/q )2 = 2. Unitamente al teorema di scomposizione in fattori primi - che implica che ogni rapporto tra numeri interi ` e esprimibile come rapporto tra numeri interi primi tra loro - questo dimostra la ben nota irrazionalit` a di 2. Nella maggior parte delle proposizioni matematiche intervengono i cosiddetti quanticatori logici. Essi non sono altro che la locuzione per ogni, oppure pi` u semplicemente ogni, e la locuzione esiste. Il primo si denota e si dice un po pomposamente quanticatore universale, mentre il secondo si denota e si dice altrettanto pomposamente quanticatore esistenziale. Va detto che questi due simboli sono di estrema utilit` a nella pratica della scrittura matematica ma che, in generale, labuso di sostituti simbolici dei termini della lingua corrente pu` o sortire leetto opposto a quello desiderato: appesantire anzich e alleggerire il discorso. Illustriamo brevemente un aspetto dei quanticatori logici, forse per alcuni versi sorprendente, che verr` a ulteriormente esemplicato nel corso della Sezione 3 del Capitolo 3: i simboli e svolgono un ruolo simmetrico nellenunciato di una proposizione e della sua negazione. Tipicamente infatti, una proposizione aermer` a che tutte le entit` a di un certo tipo godono di una certa propriet` a, ad esempio tutti gli asini volano. Per negare laermazione precedente ` e suciente asserire che vi sono delle eccezioni, ossia che esiste un asino che non vola. Similmente, negare la proposizione esiste un numero primo pari diverso da 2 signica aermare che tutti i numeri primi diversi da 2 sono dispari. Inne, una semplice questione notazionale. Per motivi che hanno soprattutto a che fare con la sintassi, la locuzione tale che compare, implicita o esplicita, in quasi tutte le pagine di matematica e merita perci` o unabbreviazione. Al simbolo adottato talvolta nei paesi anglosassoni preferiremo il semplice acronimo t.c. oppure una

Insiemi

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sbarretta verticale | oppure ancora il segno di interpunzione dei due punti. Quindi, per esempio {x R t.c. x 2} = {x R | x 2} = {x R : x 2}. 2. Gli insiemi numerici. Questa sezione ` e dedicata a stabilire alcune notazioni e a ricordare alcune propriet` a dei numeri naturali, interi e razionali. I numeri naturali sono 0, 1, 2, 3, . . . eccetera. Ossia i numeri che si usano per contare, pi` u lo zero. Linsieme dei numeri naturali si denota N . Va subito chiarito che luguaglianza (2.1) non ` e universalmente condivisa. Per molti autori lo zero non ` e un numero naturale. Risparmiamo al lettore uggiosi commenti al riguardo. Ricordiamo piuttosto che, come sempre in matematica, basta intendersi. In questi appunti, primariamente per ragioni di comodit` a, assumiamo che lo zero sia un numero naturale, cio` e che valga (2.1). 1 Adotteremo spesso la convenzione che se A ` e un insieme di numeri, allora A = A\{0} , cosicch e naturalmente N = {1, 2, 3, . . . }. Tra numeri naturali sono denite la somma e il prodotto: se n e m sono numeri naturali, allora anche n + m e nm sono numeri naturali. Diamo per noto il signicato di queste operazioni, ossia come si formino n + m e nm se sono noti n e m . I due elementi 0 e 1 si comportano in modo molto particolare, essi sono cio` e gli elementi neutri rispettivamente per la somma e per il prodotto, cio` e: 0 + n = n, 1n = n I numeri interi, detti anche interi relativi, sono i numeri 0, 1, 1, 2, 2, . . . , ossia i numeri naturali assieme ai loro opposti. Linsieme dei numeri interi ` e indicato con Z : I numeri naturali sono da riguardarsi come particolari numeri interi. In altre parole, linclusione N Z ` e ovvia. Si noti che la seguente aermazione ` e falsa se X = N , mentre ` e vera se X = Z . In eetti, Z ` e il pi` u piccolo insieme che contiene N per il quale laermazione precedente ` e vera! In altri termini, linsieme dei numeri interi viene introdotto per risolvere lequazione nellincognita x n + x = 0, per qualunque numero naturale ssato n . Tale equazione esprime il cosiddetto problema dellopposto. Consideriamo ora laermazione analoga alla precedente per il prodotto, questa volta utilizzando i quanticatori logici: n X \ {0} m X t.c. mn = 1.
convenzione non ` e adottata nella sezione 6 di questo capitolo, dove lapice ha tuttaltro signicato.
1Questa

N = {0, 1, 2, 3, . . . }.

n N.

Z = {0, 1, 2, . . . }.

per ogni n X esiste m X tale che m + n = 0

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Analisi Matematica 1

Essa ` e falsa sia per X = N , sia per X = Z . Per risolvere lequazione nx = 1 nellincognita x per ogni n Z \ {0} , ossia per risolvere il problema dellinverso, si introducono i numeri razionali. Essi sono quei numeri che si ottengono come frazioni di numeri interi. Si ricordi che in latino ratio signica rapporto. Linsieme dei numeri razionali si denota Q . Avremo dunque p Q= : p Z , q Z \ {0 } , q dove p si dice il numeratore e q si dice il denominatore. Scriviamo senza ulteriori commenti le uguaglianze che esprimono somma e prodotto in Q : a c ad + bc + = b d bd ac ac = . bd bd Naturalmente, i numeri interi possono essere visti come quei particolari numeri razionali il cui denominatore ` e uguale a 1. Quindi N Z Q . 3. Linduzione. Supponiamo di voler calcolare la somma S (n) dei primi n interi positivi. Per farci unidea, calcoliamone qualche valore: S (1) = 1 S (2) = 1 + 2 = 3 S (3) = 1 + 2 + 3 = (1 + 3) + 2 = 6 S (4) = 1 + 2 + 3 + 4 = (1 + 4) + (2 + 3) = 10 S (5) = 1 + 2 + 3 + 4 + 5 = (1 + 5) + (2 + 4) + 3 = 15. Un modo rapido per fare il conto ` e suggerito dalluso che abbiamo fatto delle parentesi: si somma lultimo con il primo e si ottiene n + 1, il penultimo con il secondo e si ottiene ancora (n 1) + 2 = n + 1 e via dicendo. Laddendo (n + 1) compare un certo numero k di volte ed eventualmente rimane un resto. Pi` u precisamente, se n ` e pari k = n/2 e non c` e resto, se n ` e dispari k = (n 1)/2 e il resto ` e (n + 1)/2. Quindi n (n + 1) se n ` e pari 2 S ( n) = (n 1) (n + 1) (n + 1)(n 1 + 1) (n + 1) + = se n ` e dispari 2 2 2 e giungiamo a formulare la congettura: n(n + 1) (3.2) S ( n) = . 2 In eetti, non abbiamo dimostrato alcunch e, ma arguito ragionevolmente a partire dai primi 5 casi. Per essere certi che la formula sia vera, procediamo come segue.

Insiemi

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(i) Verichiamo che (3.2) valga per n = 1. Infatti 1 = 1(1 + 1)/2. (ii) Supponiamo che (3.2) sia vera per S (n) e vediamo se allora vale anche per S (n + 1), ossia se S (n + 1) = (n + 1)(n + 2)/2. Infatti S (n + 1) = (1 + 2 + + n) + (n + 1) = S (n) + (n + 1) = n(n + 1) + (n + 1) 2 n(n + 1) + 2(n + 1) = 2 (n + 1)(n + 2) = . 2 Ma allora: sappiamo che la formula vale per il primo intero positivo; valendo per il primo vale anche per il successivo, cio` e per il secondo; valendo per il secondo vale anche per il successivo, cio` e per il terzo, e cos` via. Quindi vale per tutti. Questo tipo di dimostrazione, del quale si fa spesso uso in matematica, si chiama dimostrazione per induzione e si fonda sul seguente principio generale. Metodo di dimostrazione per induzione. Supponiamo che ad ogni numero naturale k sia associata una asserzione P (k ). Se valgono le due propriet` a seguenti: (i) P (0) ` e vera; (ii) se P (k ) ` e vera (ipotesi induttiva), allora ` e anche P (k + 1) ` e vera; allora P (k ) ` e vera per ogni k N . Lenunciato formale del metodo di dimostrazione per induzione andr` a adattato di volta in volta al caso in esame, in cui cio` e si deve interpretare P (0) come la prima delle varie proposizioni della lista, che alle volte corrisponde allintero 1 anzich e a 0, come nellesempio (3.2). Per poter formulare esempi signicativi di questo metodo, ` e opportuno introdurre il simbolo di sommatoria. Si tratta di un modo sintetico per esprimere la somma di molti numeri, nello stesso spirito adottato alla Sezione 1.1 per le unioni e intersezioni di famiglie di e assegnato un numero reale ai , insiemi. Se per ogni i {1, 2, . . . , n} ` scriveremo n a per la somma di tutti gli a , ossia i i=1 i La notazione introdotta ammette ovvie varianti, quali ai , ai
1i n i I n i=1

ai = a1 + + an .

se I ` e un insieme nito. Nelle notazioni introdotte, la formula appena provata per S (n) pu` o esprimersi n n(n + 1) i= . 2 i=1

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Analisi Matematica 1

Naturalmente, il simbolo ` e soggetto a tutte le trasformazioni che derivano dalle propriet` a della somma. In particolare si avr` a
n i=1

ai =

Importante ` e la propriet` a di traslazione degli indici, che si esprime mediante la formula (3.3)
n i =m

se 1 k < n . Equivalentemente, se I = J K dove I ` e nito e J e K sono disgiunti ai = ai + ai .


i I i J i K

k i=1

ai +

i=k+1

ai

ai =

i =m p

ogniqualvolta si abbiano interi positivi m, n, p, q tali che p m n . In eetti tutti e tre i membri della precedente uguaglianza esprimono la somma am + + an . Per spiegare, consideriamo il signicato del secondo membro in (3.3), cio` e di (3.4)
n p

n p

ai + p =

i =m +q

n +q

ai q

ai + p .

i = m p

La sommatoria va letta come la somma di tutti gli elementi ai+p al variare di i nellinsieme {m p, m p + 1, . . . , n p} ; ci` o equivale a sommare gli elementi a(mp)+p = am , a(mp+1)+p = am+1 , ... ... a(np)+p = an ,

cio` e am , am+1 , . . . , an , come volevasi. Il lettore ` e invitato ad analizzare il signicato del terzo membro in (3.3). Un altro modo, forse migliore, per capire la formula ` e quello di interpretarla come un vero e proprio cambio del nome della variabile. Se cio` e in (3.4) si pone j = i + p , allora quando i = m p si ha j = m e quando i = n p risulta j = n , cosicch e
i =m p n p

ai + p =

j =m

Unultima riessione convincer` a il lettore che questa ` e esattamente la prima delle due uguaglianze in (3.3). Infatti, le lettere i e j sono perfettamente interscambiabili in quanto rappresentano, come si suol dire, variabili mute. Esse rappresentano semplicemente un indice; linsieme degli elementi che esse indicizzano ` e lo stesso. A titolo di esempio del metodo di dimostrazione per induzione e delluso del simbolo di sommatoria, dimostriamo la formula n (2i 1) = n2
i=1

aj .

Insiemi

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che vale per ogni intero positivo n . La proposizione P (n) ` e evidentemente la precedente uguaglianza, con n intero positivo. Ora, P (1) asserisce 2 1 1 = 1, ed ` e evidentemente vera. Se si assume vera P (n), si avr` a dunque, ponendo ai = 2i 1
n+1 i=1

(2i 1) = = =

n+1

ai ai + an+1

i=1

(per ipotesi induttiva) = n + 2n + 1 = (n + 1)2 , cio` e P (n + 1). Un altro risultato che si dimostra facilmente per induzione ` e la formula del binomio di Newton. Si veda la Proposizione 4.1 del Capitolo 3.

n i=1 2

n i=1

(2i 1) + 2n + 1

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Analisi Matematica 1

Esercizi
1. Siano A , B e C insiemi. Provare le seguenti formule: (i) (A B ) C = A (B C ), detta propriet` a associativa dellunione; (ii) (A B ) C = A (B C ), detta propriet` a associativa dellintersezione; (iii) A (B C ) = (A B ) (A B ), detta propriet` a distributiva dellunione rispetto allintersezione; (iv) A \ (B C ) = (A \ B ) (A \ C ); (v) A \ (B C ) = (A \ B ) (A \ C ). 2. Provare mediante il metodo di induzione le seguenti aermazioni: n 1 an+1 (i) per ogni numero razionale a = 1, ak = ; 1a k=0 n n(n + 1)(2n + 1) (ii) k2 = ; 6 k=0

(iii) 2n > n per ogni n N \ {0} ; (iv) per ogni numero reale h 1, (1 + h)n 1 + nh , detta diseguaglianza di Bernoulli; n (v) per ogni x R , sin(2n x) cos(2j x) = 2n sin x , detta formula di Vieta.
j =1

CAPITOLO 2

Numeri reali
Storicamente i numeri reali sono stati introdotti per misurare le grandezze geometriche. Se ad esempio vogliamo assegnare un numero al rapporto tra la lunghezza d della diagonale e la lunghezza l del lato del quadrato, applichiamo il teorema di Pitagora e scriviamo l2 + l2 = d2 ossia (d/l)2 = 2. Siamo portati a dire che il numero cercato, e esattamente uguale a reale in quanto esprime una relazione geometrica reale, ` d/l = 2. Analogamente, dalla geometria siamo convinti dellesistenza di , il numero che esprime il rapporto tra la circonferenza e la lunghezza del diametro del cerchio. I numeri 2 e non si possono scrivere come rapporto di numeri interi, non sono cio` e razionali. Viceversa, ogni numero razionale, potendosi pensare come un numero che esprime il rapporto tra lunghezze di coppie di segmenti commensurabili, ha da essere un numero reale. Che cosa sono, dunque, i numeri reali? Si potrebbe dire che sono delle entit` a adeguate a misurare la lunghezza di ogni segmento. Questa risposta ` e insoddisfacente dal punto di vista formale, anche se per molti versi accurata. La risposta formale viene formulata nellambito della teoria degli insiemi mediante la costruzione, a partire dai numeri naturali, di un insieme normalmente denotato R e i cui elementi si dicono numeri reali. Linsieme R ha tutte le propriet` a algebriche che si desiderano. In esso cio` e valgono le regole usuali che governano la somma, il prodotto e le relazioni dordine, e ha lulteriore cruciale propriet` a che si chiama completezza. Essa consente di compiere uno dei passi pi` u importanti della matematica: pensare i punti di una retta come numeri e viceversa, costruendo cio` e una corrispondenza biunivoca1 tra la retta ed R . La corrispondenza tra punti e numeri non ` e unica, n e banale, ma ` e proprio ad essa che la costruzione di R ` e ispirata. Non ` e unica perch e la scelta di unorigine e di una scala sono arbitrarie, ossia la selezione di due punti sulla retta cui si danno i nomi zero e uno. Una volta fatta questa scelta, esiste un modo essenzialmente unico, quantomeno canonico, per procedere nellidenticazione puntonumero. Naturalmente, per parlare di corrispondenza biunivoca tra due insiemi ` e necessario dapprima sapere che cosa sono, cio` e come sono deniti. Da un lato si presuppone nota la nozione di retta; si assume di sapere che cosa sia linsieme retta e quali ne siano le propriet` a che siamo disposti ad accettare a priori. Dallaltro, bisogna disporre dellinsieme R dei numeri reali, denito in modo pi` u o meno astratto. Solo a questo punto si pu` o procedere alla denizione di una corrispondenza. La costruzione di R pu` o essere fatta in diverse maniere equivalenti ma presenta dicolt` a concettuali ed
nozione esatta di corrispondenza biunivoca tra due insiemi verr` a data nel Capitolo 3. Informalmente, ci` o signica che ad ogni elemento di un insieme si associa uno ed un solo elemento dellaltro e viceversa, cosicch e i due insiemi risultano identicabili luno con laltro.
17
1La

18

Analisi Matematica 1

espositive che esulano dagli scopi di questi appunti. Noi procederemo per una via pi` u breve. Elencheremo dapprima una serie di propriet` a, i cosiddetti assiomi dei numeri reali. In seguito enunceremo, senza dimostrarla, lesistenza di un insieme non vuoto R , essenzialmente unico, che soddisfa tutti gli assiomi elencati. Accenneremo inne brevemente alla corrispondenza tra R e la retta. 1. Descrizione assiomatica dei numeri reali. Le propriet` a che individuano linsieme dei numeri reali riguardano, in primo luogo: le operazioni di somma e prodotto la relazione di ordine la compatibilit` a tra operazioni e ordinamento. Chiariamo subito che cosa si intenda per relazione di ordine. Definizione 1.1. Una relazione binaria su un insieme A , denotata < , ` e detta relazione dordine se essa soddisfa (i) se a, b A , allora una ed una sola delle seguenti possibilit` a si verica: a < b , oppure a = b oppure b < a ; (ii) se a, b, c A sono tali che a < b e b < c , allora si ha anche a < c . Le propriet` a di somma e prodotto deniscono su R la struttura algebrica di corpo, mentre la compatibilit` a delle operazioni con la relazione dordine deniscono ci` o che si chiama un corpo ordinato. Tutte queste propriet` a sono godute anche da Q , che ` e quindi anchesso un corpo ordinato. Esse stabiliscono le regole di calcolo, che valgono in R quanto in Q . Definizione 1.2. Un corpo ` e un insieme F su cui siano denite le due operazioni di addizione (o somma) e moltiplicazione (o prodotto), che soddisfano i seguenti assiomi: (A) Assiomi delladdizione. (A1) Se x F e y F allora x + y F . (A2) Laddizione ` e commutativa: x + y = y + x per ogni x, y F . (A3) Laddizione ` e associativa: x + (y + z ) = (x + y ) + z per ogni x, y, z F . (A4) Esiste un elemento 0 F tale che x + 0 = x per ogni x F . (A5) Ad ogni x F corrisponde un elemento x F tale che x + (x) = 0 . (M) Assiomi della moltiplicazione. (M1) Se x F e y F allora xy F . (M2) La moltiplicazione ` e commutativa: xy = yx per ogni x, y F . (M3) La moltiplicazione ` e associativa: x(yz ) = (xy )z per ogni x, y, z F . (M4) Esiste un elemento 1 F , 1 = 0 , tale che 1x = x per ogni x F . (M5) Ad ogni x F , x = 0 , corrisponde un elemento 1/x F tale che: x(1/x) = 1. (D) Propriet` a distributiva. Per ogni x, y, z F si ha x(y + z ) = xy + xz .

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Lelemento x si dice lopposto di x , mentre lelemento 1/x si dice il reciproco di x . Come conseguenza degli assiomi di corpo valgono le regole di calcolo che sono enunciate negli Esercizi 1, 2 e 3 di questo capitolo. Passiamo adesso agli assiomi che stabiliscono la compatibilit` a tra le operazioni e la relazione dordine. Definizione 1.3. Un corpo ordinato ` e un corpo F in cui sia denita una relazione dordine < per la quale siano soddisfatti i seguenti assiomi (O) Assiomi dellordine. (O1) Se x, y, z F e y < z , allora x + y < x + z . (O2) Se x, y F e x > 0 , y > 0 , allora xy > 0 . Nel seguito, con la scrittura x y intendiamo che sia x < y oppure x = y .

Ribadiamo che tutti gli assiomi nora elencati sono soddisfatti in particolare da Q , che ` e quindi un corpo ordinato. I numeri razionali tuttavia non soddisfano lassioma che segue, il vero e proprio tratto distintivo di R . (C) Assioma di completezza. Un insieme F munito di una relazione dordine < si dice (ordinalmente) completo se dati due sottoinsiemi non vuoti A e B di F tali che esiste un elemento s F , detto elemento separatore, tale che asb ab per ogni a A e per ogni b B, per ogni a A e per ogni b B.

Si faccia attenzione al fatto che lelemento separatore non ` e necessariamente unico. Per esempio ciascun razionale compreso tra 0 e 1 separa in Q i sottoinsiemi {0} e {1} di Q . Osserviamo per` o che i sottoinsiemi A = {a Q : a2 < 2} e B = {b 2 Q : a > 2} di Q non sono separati in Q . Non esiste cio` e alcun numero razionale s tale che a s b per ogni a A ed ogni b B ; se esistesse un tale elemento s , infatti, si avrebbe s2 = 2. Questultima implicazione ` e intuitivamente chiara, ma ha una dimostrazione che richiede larchimedeit` a di Q , una propriet` a che discuteremo pi` u avanti in questo capitolo (cfr il Teorema (5.1)). Il lettore curioso pu` o svolgere gli Esercizi (16) e (17) al riguardo. La proposizione che segue mostra peraltro che lequazione s2 = 2 non ha soluzioni in Q , il che prova che A e B non sono separati in Q . Ne discende che Q non ` e completo. Proposizione 1.4. Non esiste alcun numero razionale s tale che s2 = 2 . Dimostrazione. Se esistesse, si potrebbero trovare due interi positivi p e q primi tra loro tali che (p/q )2 = 2, ossia p2 = 2q 2 . Poich e il membro destro ` e pari, tale ` e anche 2 p e quindi p (il quadrato di un numero dispari ` e dispari). Ma allora p = 2r e quindi 4r2 = 2q 2 , cio` e 2r2 = q 2 . Con lo stesso ragionamento si conclude che allora q ` e pari, contro lipotesi che p e q siano primi fra loro. Enunciamo nalmente il teorema di esistenza. Teorema 1.5. Esiste un corpo ordinato completo R .

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Analisi Matematica 1

Il teorema di esistenza andrebbe in realt` a perfezionato, specicando che R ` e essenzialmente unico. Il signicato dellavverbio essenzialmente fa riferimento alla nozione di isomorsmo di corpi ordinati che viene omessa per semplicit` a. In sostanza, la cosiddetta unicit` a a meno di isomorsmi di R , consiste nel fatto che ogni altro corpo ordinato e completo F pu` o essere messo in corrispondenza biunivoca con R in modo da rispettare le operazioni e lordine, cosicch e distinguere R da F diviene una questione solamente nominalistica, inessenziale.

2. La retta e i numeri reali. La retta geometrica non ` e un corpo ordinato e completo, nel senso che su di essa non sono denite a priori la somma e il prodotto, ne ` e chiaro quali siano, ad esempio, i punti 0 e 1. Non possiamo quindi fare appello allunicit` a di R per identicare la retta con R . Sar` a piuttosto la costruzione di una corrispondenza biunivoca a consentirci di trasferire sulla retta le operazioni ed avere in tal modo un modello geometrico di R . La costruzione che tratteggiamo qui di seguito ` e basata sulla nozione intuitiva di retta. Il primo passo consiste nello scegliere due punti distinti sulla retta, che chiamiamo rispettivamente O (lo zero) e U (luno). La retta privata di O consiste di due semirette. Chiamiamo semiretta positiva quella che contiene il punto U . Per semplicare lesposizione, supponiamo di immaginare la retta in posizione orizzontale e che U stia a destra di O . Il secondo passo consiste nellindividuare i punti interi sulla retta. Consideriamo dapprima la semiretta positiva. Sia S un segmento di lunghezza uguale alla lunghezza del segmento OU ed il cui estremo sinistro coincida con il punto U . Lestremo destro D di S sar` a il punto che corrisponde al numero naturale 2. O

U OU

D2 S

Ripetendo la costruzione, otteniamo via via i punti che corrispondono ai numeri 3, 4, 5,..., ossia un insieme di punti sulla retta che chiameremo punti naturali. Riportando specularmente i punti naturali sulla semiretta negativa si ottengono i punti interi negativi. Abbiamo quindi determinato una corrispondenza biunivoca tra Z ed un certo sottoinsieme della retta i cui elementi abbiamo chiamato punti interi. Il terzo passo consiste nellindividuare i punti razionali sulla retta. Partiamo al solito dalla semiretta positiva. Diciamo che il punto R su di essa ` e un punto razionale se esistono due interi positivi p e q (cui corrispondano rispettivamente i punti interi P e Q ) tali che il segmento OP coincida con il segmento di estremo sinistro O e di estremo destro il punto a distanza q -volte la lunghezza di OR . In tal caso associamo ad R il numero razionale positivo p/q . O

R 3/2

OR

P 3

OP = 2 OR

Numeri reali

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Viceversa, dato il numero razionale positivo p/q , il punto razionale R che ad esso corrisponde ` e costruito dividendo in q segmenti uguali il segmento OP : esso sar` a lestremo destro del primo di tali segmenti. Riportando specularmente i punti razionali positivi sulla semiretta negativa si ottengono i punti razionali negativi. Abbiamo quindi determinato una corrispondenza biunivoca tra Q ed un certo sottoinsieme della retta i cui elementi abbiamo chiamato punti razionali. Osserviamo che tra due punti razionali distinti vi ` e sempre almeno un altro punto razionale, ad esempio il punto medio. Il quarto passo consiste nel completare la corrispondenza tra i punti della retta ed i numeri reali. Questo ` e ovviamente il passo pi` u sottile. Innanzitutto deniamo sulla retta lordine naturale, stabilendo cio` e che P > Q se P ` e a destra di Q , nel senso intuitivo cui abbiamo fatto gi` a riferimento. In secondo luogo, ci appelliamo ancora una volta alla nostra intuizione geometrica per osservare che lassioma di completezza (ordinale) ha sulla retta un signicato evidente e lo assumiamo quindi come vero: se due sottoinsiemi giacciono luno completamente alla destra dellaltro, salvo avere al pi` u un punto in comune, si potr` a tagliare la retta in due semirette in modo che uno dei due insiemi sia completamente contenuto in una semiretta e laltro nellaltra, perdendo al pi` u il punto di taglio. Prendiamo dunque un punto qualunque X sulla retta e consideriamo gli insiemi A e B formati rispettivamente da tutti i punti razionali a sinistra di X e da tutti i punti razionali a destra di X . Come conseguenza del fatto che tra punti razionali distinti ve ne ` e sempre un altro, si pu` o vedere che X ` e lunico elemento separatore tra A e B . Ai sottoinsiemi A e B della retta corrispondono sottoinsiemi A e B in R formati da numeri razionali e per i quali risulta a < b per ogni a A e per ogni b B . Si pu` o dimostrare che lelemento separatore x R tra A e B , certo esistente per via dellassioma di completezza, ` e anchesso unico. Associamo quindi a X il numero reale x . Viceversa, dato il numero reale x , consideriamo i sottoinsiemi A e B di R formati rispettivamente da tutti i numeri razionali minori di x e da tutti i numeri razionali maggiori di x . Agli insiemi A e B corrispondono sottoinsiemi A e B della retta formati da punti razionali e per i quali risulta P < Q per ogni P A e per ogni Q B . Il punto X della retta che separa A e B ` e anchesso unico, ed ` e il punto associato ad x . 3. Intervalli. Insiemi aperti e intorni. Questa sezione ` e dedicata a introdurre una classe di sottoinsiemi di R particolarmente rilevanti: gli intervalli. Mediante gli intervalli si possono poi formulare i concetti di insieme aperto e insieme chiuso, ed il concetto di intorno di un punto. Essi deniscono ci` o che si suole chiamare la topologia della retta, ossia la nozione di punti vicini ad un dato punto. Un intervallo ` e un insieme di numeri reali cui corrisponde un segmento o una semiretta, estremi inclusi o esclusi. Gli intervalli sono quindi deniti in termini di ordinamento. Se a e b sono numeri reali e a < b , poniamo: (a, b) = {x R : a < x < b} intervallo aperto; [a, b] = {x R : a x b} intervallo chiuso; (a, b] = {x R : a < x b} intervallo aperto a sinistra e chiuso a destra;

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[a, b) = {x R : a x < b} intervallo aperto a destra e chiuso a sinistra. ` bene chiarire Per quanto riguarda le semirette, introduciamo i simboli + e . E che essi non rappresentano alcun numero reale, ma servono semplicemente a scrivere in modo eciente. Poniamo: (, a) = {x R : x < a} semiretta aperta e superiormente limitata2; (, a] = {x R : x a} semiretta chiusa e superiormente limitata; (a, +) = {x R : a < x} semiretta aperta e inferiormente limitata; [a, +) = {x R : a x} semiretta chiusa e inferiormente limitata. Si dicono intervalli degeneri gli insiemi del tipo {a} ove a R . Inne, R stesso ` e da riguardarsi come un intervallo, fatto che viene evidenziato scrivendo R = (, +). Si noti che lintersezione di due intervalli ` e sempre un intervallo, eventualmente degenere o vuoto, mentre lunione di due intervalli pu` o essere un intervallo oppure no. Ad esempio, (0, 3] [4, 5) non ` e un intervallo, mentre (0, 3) [1, 3] = (0, 3]. Convenzionalmente, come abbiamo fatto noi, si usano parentesi tonde in corrispondenza di estremi esclusi e parentesi quadre in corrispondenza di estremi inclusi. Nel primo caso, abbiamo usato la parola aperto e nel secondo la parola chiuso. Queste parole hanno, come vedremo, un signicato preciso. Si dice intervallo aperto centrato nel punto x0 di semiampiezza a > 0 lintervallo (x0 a, x0 + a). Esso ` e un intervallo aperto il cui punto medio ` e esattamente x0 .

x0 a (

x0

x0 + a )

Se consideriamo un punto x0 R , ogni intervallo aperto centrato in x0 contiene tutti i punti vicini ad x0 , nel senso che in ogni intervallo (x0 a, x0 + a) vi sono tutti i punti che distano da x0 meno di a . Ognuno di questi intervalli costituisce una sorta di bolla che isola x0 : tutti i punti al di fuori dellintervallo sono ad una certa distanza (almeno a ) da x0 e quindi non sono poi cos` vicini ad x0 . Gli intervalli aperti centrati in x0 sono il prototipo di ci` o che si chiama un intorno di x0 , come chiarito dalla denizione che segue. Definizione 3.1. Sia x0 R . Si dice intorno di x0 un insieme U che soddis le due seguenti propriet` a: (i) x0 U (ii) esiste un intervallo aperto I centrato in x0 tale che I U . Un insieme G si dice aperto se esso ` e intorno di ogni suo punto, ossia se per ogni x G esiste un intervallo aperto centrato in x che sia tutto contenuto in G . Inne, un insieme F si dice chiuso se il suo complementare in R ` e aperto.

` a questo punto evidente che gli intervalli aperti sono aperti nel senso della E Denizione (3.1). Infatti, dato un intervallo (s, d) ed un suo punto qualunque x0
2Le

parole superiormente limitata e inferiormente limitata hanno un signicato preciso che verr` a discusso nella Sezione 6. Per ora esse hanno da essere intese in senso informale e intuitivo.

Numeri reali

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potremo certo trovare un a > 0 tale che (x0 a, x0 + a) (s, d): basta scegliere a minore o uguale al pi` u piccolo tra (x0 s)/2 e (d x0 )/2.

x0 a (

x0

x0 + a )

Similmente, sono aperte le semirette aperte del tipo (, a) oppure (a, +). ` invece forse un Osserviamo che lunione di due o pi` u insiemi aperti ` e sempre aperta. E po meno evidente che gli intervalli chiusi sono chiusi nel senso della Denizione (3.1). Basta per` o notare che [a, b] = R \ {(, a) (b, +)} e siccome (, a) (b, +) ` e aperto, [a, b] risulta essere il complementare di un aperto ed ` e quindi chiuso. Similmente, da si vede che le semirette chiuse sono chiuse nel senso della Denizione (3.1). 4. Valore assoluto e disuguaglianza triangolare. La nozione di valore assoluto serve ad esprimere lidea di distanza che abbiamo implicitamente usato nella sezione precedente. Definizione 4.1. Per ogni numero reale x deniamo x se x 0 | x| = x se x < 0. Il numero |x| si chiama il valore assoluto (o il modulo) di x . Il numero non negativo |x| esprime la distanza di x dallorigine:

(, a] = R \ (a, +),

[a, +) = R \ (, a)

| x|

Evidentemente |x y | esprime allora la distanza di x da y :


Riassumiamo alcune propriet` a del valore assoluto nella proposizione che segue. Si faccia particolare attenzione al punto (iii). Proposizione 4.2. Valgono le seguenti propriet` a: (i) | x| = |x| per ogni x R ;

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Analisi Matematica 1

(ii) se a > 0 la relazione |x| < a ` e equivalente alla relazione a < x < a e similmente |x| a ` e equivalente alla relazione a x a ; (iii) per ogni x, y R vale la disuguaglianza triangolare, cio` e | x + y | | x| + | y | ; (iv) |xy | = |x| |y | per ogni x, y R ; (v) ||x| |y || |x y | per ogni x, y R . Dimostrazione. (i) Questo ` e ovvio. (ii) Se x 0 allora x > a ` e sempre soddisfatta, ed inoltre x = |x| < a . Se invece x < 0 allora x < a ` e sempre soddisfatta, ed inoltre x = |x| > a . (iii) Se x ed y sono entrambi non negativi, allora |x + y | = x + y = |x| + |y | , mentre se sono entrambi negativi tale ` e anche x + y e quindi |x + y | = (x + y ) = (x)+(y ) = |x| + |y | . Supponiamo allora che siano luno negativo e laltro non negativo, ad esempio x < 0 y . Allora x + y < y < y + |x| = |y | + |x| e x + y x x |y | = |x| |y | . In altre parole abbiamo e lasserto segue da (ii). (iv) Questo ` e ovvio per via di (i). (v) Dalla disuguaglianza triangolare si ha ossia |x| |y | |x y | . Daltra parte anche ( | x| + | y | ) x + y ( | x| + | y | )

| x | = | x y + y | |x y | + | y | ,

ossia |x y | |x| |y | . Abbiamo visto che |x y | |x| |y | |x y | e possiamo perci` o concludere utilizzando (ii). 5. Alcune propriet` a dei numeri reali. Dallassioma di completezza si pu` o derivare una importante conseguenza, nota come la propriet` a archimedea di R . Essa ` e una propriet` a pi` u debole della completezza. Infatti, anche Q ` e archimedeo, pur non essendo completo. Teorema 5.1 (Archimedeit` a di R ). Per ogni y R ed ogni x R , x > 0 , esiste un intero positivo n tale che nx > y . Dimostrazione. Se y < 0 oppure 0 < y x non c` e nulla da dimostrare. Dunque ` e lecito assumere x < y . Supponiamo che la tesi sia falsa. Posto A = {nx : n N} , si ha a y per ogni a A , cosicch e se B = {b R : b a per ogni a A} risulta B = in quanto y B . Sia s un elemento separatore tra A e B . Poich e x > 0, s x < s . Se d = s x soddisfacesse d nx per ogni n , allora sarebbe d B cosicch e s d per denizione di elemento separatore; ma questo contraddice il fatto che d < s . Pertanto deve esistere un intero positivo n tale che d = s x < nx ossia s < (n + 1)x . Daltra parte (n + 1)x A e s a per ogni a A . Da questa contraddizione segue che la tesi ` e vera. Corollario 5.2. Sia x R . Se per ogni intero n > 0 si ha |x| 1/n , allora x = 0.

| y | = | y x + x | |y x | + | x | ,

Numeri reali

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Dimostrazione. Se fosse |x| > 0, allora in virt` u del teorema precedente esisterebbe un intero positivo tale che n|x| > 1, contro lipotesi.

Unaltra propriet` a importantissima di R ` e la cosiddetta densit` a dei razionali, ossia il fatto che tra due reali qualunque cade sempre un razionale. Teorema 5.3 (Densit` a di Q ). Se x, y R e x < y , allora esiste r Q tale che x < r < y. Dimostrazione. Poich e x < y si ha y x > 0 e per la propriet` a archimedea di R esiste un intero positivo n tale che n(y x) > 1. Applicando ancora due volte la propriet` a archimedea, otteniamo due interi positivi m1 ed m2 tali che m1 = m1 1 > nx e m2 = m2 1 > nx , ossia m2 < nx < m1 . Perci` o esiste un intero m con m2 m m1 tale che

Dalle disuguaglianze precedenti otteniamo Inne, siccome n > 0 si ha

m 1 nx < m.

nx < m 1 + nx < ny. x< m <y n

e lasserto ` e dimostrato con r = m/n . 6. Estremo superiore e inferiore.

Lassioma di completezza riveste, come abbiamo visto, un ruolo di fondamentale importanza. Come spesso accade in matematica, un concetto pu` o essere riformulato ed assumere una valenza maggiormente operativa. E questo il caso dellassioma di completezza, che risulta essere equivalente allesistenza del cosiddetto estremo superiore di ogni insieme non vuoto che si trovi, per cos` dire, tutto a sinistra di un certo punto. Si potrebbe dire che lestremo superiore di un siatto insieme S ` e il punto pi` u appiccicato ad S tra quelli che stanno ancora a destra di S , quando non ne ` e proprio lelemento pi` u grande. La denizione di estremo superiore non ` e molto pi` u concreta di quella di elemento separatore ma le caratterizzazioni che se ne possono dare ne consentono un uso in un certo senso abbastanza pratico. Mediante la nozione di estremo superiore ` e possibile esprimere in modo sintetico e persino intuitivamente soddisfacente molte verit` a sottili dellAnalisi Matematica. Iniziamo col precisare che cosa abbiamo inteso dire con lespressione S sta tutto a sinistra (o a destra) di un certo punto. Definizione 6.1. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R . Diremo che S ` e superiormente limitato se esiste M R tale che s M per ogni s S . In questo caso, M si dir` a un maggiorante di S . Analogamente, diremo che S ` e inferiormente limitato se esiste m R tale che m s per ogni s S . In questo caso, m si dir` a un minorante di S . Diremo inne che S ` e limitato se ` e superiormente e inferiormente limitato.

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Analisi Matematica 1

Si pu` o riformulare la denizione precedente considerando linsieme dei maggioranti di S , ponendo cio` e S = {M R : M s per ogni s S } e dicendo che S ` e superiormente limitato se S = . Analogamente si pu` o procedere introducendo linsieme S = {m R : m s per ogni s S } dei minoranti di S . Esempi. (1) Le semirette (, 0] e (, 0) sono entrambe superiormente limitate ma non inferiormente limitate. In eetti, 0 ` e un maggiorante per entrambe ma non vi sono minoranti ne per luna ne per laltra. Quindi non sono limitate. (2) Lintervallo (0, 1] ` e limitato inferiormente da 0 e superiormente limitato da 1. Quindi ` e limitato. (3) Linsieme I = {1/n : n N \ {0}} ` e limitato inferiormente da 0 e superiormente da 1, perch e 1/n 1 per ogni naturale non nullo n . Quindi ` e limitato. In particolare abbiamo provato che I (0, 1].

(4) Prendendo spunto dallesempio precedente, possiamo dimostrare che se A B e B ` e limitato, tale ` e anche A . Infatti se M ed m sono rispettivamente un maggiorante ed un minorante di B , allora m b M per ogni b B . Daltra parte, per ogni a A risulta a B cosicch e m a M per ogni a A .

Se un insieme S ha un maggiorante M , sono maggioranti di S anche tutti i numeri maggiori di M . Non ` e invece detto che ve ne sia qualcuno pi` u piccolo di M . Se c` e un maggiorante M < M , possiamo dire che M ` e meglio di M nel senso che M descrive pi` u accuratamente la regione in cui ` e localizzato S , approssimandone meglio il conne destro. Poniamoci quindi la seguente domanda: esiste il migliore, cio` e il pi` u piccolo, dei maggioranti? Questo certamente avviene se S possiede un elemento che ` e pi` u grande di tutti gli altri suoi elementi: esso marca il conne. Definizione 6.2. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R . Diremo che S ammette massimo e che M R ` e il massimo di S se M S e se M x per ogni x S . In tal caso scriveremo M = max S . Analogamente, diremo che S ammette minimo e che mR ` e il minimo di S se m S e se m x per ogni x S . In tal caso scriveremo m = min S . Possiamo ora denire i concetti di estremo superiore e di estremo inferiore. Si noti che la denizione fa uso esclusivamente della relazione dordine e di nessunaltra propriet` a di R . Definizione 6.3. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R . Si chiama estremo superiore di S il minimo dei maggioranti di S , se esso esiste. In tal caso esso si denota sup S . Si chiama estremo inferiore di S il massimo dei minoranti di S , se esso esiste. In tal caso esso si denota inf S . Deniamo inoltre sup S = + se S non ` e superiormente limitato e inf S = se S non ` e inferiormente limitato. Osserviamo che se S ammette un massimo M , allora M ` e anche lestremo superiore di S . Infatti, M ` e un maggiorante e se ve ne fosse uno pi` u piccolo M , si avrebbe M < M , contraddicendo il fatto che M sia un maggiorante, in quanto M S ; perci` o

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M ` e il minimo dei maggioranti, cio` e M = sup S . Similmente, se S ammette minimo m , allora m = inf S . Ne segue in particolare che se esiste sup S ma sup S S , allora S non ha massimo. Infatti, se esistesse il massimo M esso coinciderebbe con lestremo superiore, cio` e M = sup S , cosicch e si avrebbe sup S S , contro lipotesi. Similmente, se esiste inf S ma inf S S , allora S non ha minimo. Esempi. (5) Riprendiamo lesempio (1) e proviamo che max(, 0] = sup(, 0] = 0. Infatti 0 (, 0] e x 0 per ogni x (, 0], da cui max(, 0] = 0. Per quanto osservato sopra, sup = max se il massimo esiste e quindi sup(, 0] = 0. Proviamo ora che sup(, 0) = 0, mentre il massimo di (, 0) non esiste. Chiaramente, 0 ` e un maggiorante. Se M < 0, M non ` e un maggiorante in quanto M < M/2 < 0 e M/2 (, 0). Perci` o per ogni maggiorante M si ha 0 M e questo prova che 0 ` e il minimo dei maggioranti, cio` e 0 = sup(, 0). Inne, siccome 0 (, 0), il massimo di (, 0) non esiste.

La denizione di estremo superiore pu` o essere riformulata mediante linsieme S dei maggioranti di S , ponendo min S se S = e se S ammette minimo sup S = + se S = .

(6) Riprendiamo lesempio (4) e proviamo che, posto I = {1/n : n N \ {0}} , si ha max I = sup I = 1, inf I = 0, ma min I non esiste. Per ogni intero positivo n si ha n 1, cosicch e 1/n 1 e 1 ` e un maggiorante di I . Siccome 1 = 1/1 I , esso ` e il massimo e quindi anche il sup. Ora, 0 ` e un minorante per I in quanto ogni elemento di I ` e strettamente positivo. Sia ora m un numero reale positivo. Siccome R ` e archimedeo, dati i numeri reali m > 0 e 1, esiste un intero positivo n tale che nm > 1, cio` e 1/n < m . Abbiamo provato che nessun numero positivo m pu` o essere un minorante per I . Quindi, per ogni minorante m di I si ha m 0 e 0 ` e dunque il massimo dei minoranti, cio` e 0 = inf I . Daltra parte, I non ha minimo perch e 0 I .

Potrebbe quindi darsi che S sia superiormente limitato, cio` e S = , ma che S non ammetta minimo, nel qual caso non esisterebbe lestremo superiore di S . Ci` o non si verica mai, nel senso che se S = , allora esiste min S R , ossia ogni insieme superiormente limitato ammette estremo superiore. Omettiamo la non dicile dimostrazione del seguente teorema, a cui abbiamo accennato allinizio di questa sezione e da cui segue laermazione che abbiamo appena fatto, nonch e lanaloga per lestremo inferiore. Teorema 6.4. Sia F un corpo ordinato. Le asserzioni seguenti sono equivalenti: (i) F ` e ordinalmente completo; (ii) ogni sottoinsieme non vuoto e superiormente limitato di F ammette estremo superiore in F ; (iii) ogni sottoinsieme non vuoto e inferiormente limitato di F ammette estremo inferiore in F .

28

Analisi Matematica 1

Dal Teorema (6.4) segue appunto che poich e R` e ordinalmente completo, cio` e vale la propriet` a (i), allora ogni sottoinsieme non vuoto e superiormente limitato di R ammette estremo superiore, ossia vale la propriet` a (ii). Di pi` u ` e vero: si potrebbe sostituire lassioma di completezza ordinale (C) con una qualunque delle propriet` a (ii) oppure (iii) e ancora si otterrebbe un unico corpo ordinato con tale propriet` a, ossia R . Passiamo ora a dare una caratterizzazione di sup e inf . Proposizione 6.5. Sia S un sottoinsieme non vuoto di R . Il numero R ` e lestremo superiore di S se e solo se (i) ` e un maggiorante per S ; (ii) per ogni x R con x < esiste s S tale che x < s . Il numero R ` e lestremo inferiore di S se e solo se (i) ` e un minorante per S ; (ii) per ogni x R con x > esiste s S tale che s < x .

Dimostrazione. Supponiamo che = sup S e proviamo che soddisfa (i) e (ii). La (i) ` e banalmente soddisfatta. Sia ora x R con x < . Siccome ` e il minimo dei maggioranti, x non ` e un maggiorante e quindi esiste un s S pi` u grande di x , cio` e tale che s > x . Viceversa, supponiamo che soddis (i) e (ii) e proviamo che allora = sup S . Dobbiamo provare che ` e il minimo dei maggioranti. Supponiamo invece che vi sia un maggiorante x pi` u piccolo di , cio` e tale che x < . Per la (ii) esiste allora s S tale che x < s , in contraddizione con lipotesi che x sia un maggiorante. Pertanto ` e il minimo dei maggioranti. La dimostrazione dellenunciato relativo allestremo inferiore ` e del tutto analoga e viene lasciata per esercizio. 7. Potenze e radici. Se x R ed n N \ {0} ` e ben noto che cosa si intenda per la potenza n -esima di x , denotata xn , ossia xn = x x x .
n volte

La associativit` a del prodotto rende non ambigua lespressione precedente. Si osservi che se x > 0 allora xn > 0 per ogni intero positivo n (mentre se x < 0, il segno di xn dipende da n : se n ` e pari allora xn > 0 mentre se n ` e dispari, allora xn < 0). In particolare quindi, se ssiamo un intero positivo n linsieme P n = {x n : x > 0 }

` e un sottoinsieme di R+ = (0, +). Una domanda naturale da porsi ` e se Pn sia un sottoinsieme proprio di R+ o se viceversa coincida con esso. In questo secondo caso, che ` e naturalmente quello che si verica, si ha che per ogni intero positivo n ed ogni y > 0 esiste x > 0 tale che xn = y (vedi il Teorema (1.30) qui sotto). Il numero reale positivo x si chiama la radice n -esima di y , e si denota con uno dei simboli y 1/n oppure n y . Per poter dimostrare questo semplice ma fondamentale teorema, premettiamo due semplici osservazioni.

Numeri reali

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Lemma 7.1. Sia k un intero positivo. Se 0 < a < b allora 0 < ak < bk . Dimostrazione. Esercizio. Lemma 7.2. Se 0 < a < b ed n ` e un intero positivo, allora (7.5) b n an n ( b a) b n 1 bn an = (b a)(bn1 + bn2 a + + ban2 + an1 ) (b a)(bn1 + bn2 b + + bbn2 + bn1 ) = (b a)nbn1 . Dimostrazione. Fattorizzando ed utilizzando il lemma precedente si ha

Teorema 7.3. Per ogni numero reale positivo y ed ogni intero positivo n esiste una ed una sola radice n -esima positiva y 1/n . Dimostrazione. Lunicit` a` e ovvia per via del Lemma (7.1): se 0 < x1 < x2 si ha n anche 0 < xn < x . Sia ora y > 0 ssato e consideriamo linsieme 1 2 Questo insieme non ` e vuoto, perch e = min{1, y } A ed ` e limitato superiormente perch e = max{1, y } ` e un maggiorante. Infatti: n = (min{1, y })n min{1, y } y n = (max{1, y })n max{1, y } y. A = {x R : xn y }.

Esiste quindi x = sup A . Proveremo ora che xn = y . Scegliamo un qualunque numero positivo . Siccome x > 0, posto x ; = min n 2 n x n 1 2 si ha ovviamente 0 < < x . Allora, da segue 0<x <x<x+

( x ) n < xn < ( x + ) n . Daltra parte, per le propriet` a dellestremo superiore, tra x ed x vi ` e certamente un elemento di A , mentre senzaltro x + A . Quindi Da queste diseguaglianze, e da (7.5), segue (x )n < y < (x + )n .

Poich e quindi |xn y | < per ogni > 0 si ha xn = y , come volevasi.

|xn y | < (x + )n (x )n 2 n(x + )n1 < 2 n(2x)n1 = n2n xn1 .

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Analisi Matematica 1

Esercizi
1. Provare che gli assiomi delladdizione implicano le seguenti propriet` a (a) Se x + y = y + z allora x = z . (b) Se x + y = y allora x = 0. (c) Se x + y = 0 allora y = x (unicit` a dellopposto). (d) (x) = x . 2. Provare che gli assiomi della moltiplicazione implicano le seguenti propriet` a (a) Se x = 0 e xy = xz , allora y = z . (b) Se x = 0 e xy = y , allora x = 1. (c) Se x = 0 e xy = 1, allora y = 1/x (unicit` a del reciproco). (d) Se x = 0, allora 1/(1/x) = x . 3. Provare che gli assiomi di corpo implicano le seguenti propriet` a (a) 0x = 0. (b) Se x = 0 e y = 0, allora xy = 0. (c) (x)y = (xy ) = x(y ). (d) (x)(y ) = xy . Nota: gli esercizi dal (4) al (13) servono per ripassare lalgebra delle disuguaglianze. Essi sono in ordine, nel senso che per svolgerne uno pu` o essere necessario utilizzarne uno precedente. 4. Siano x, y R . Provare che x y se e solo se y x 0 e x < y se e solo se y x > 0. Dedurne che lopposto di un numero positivo ` e un numero negativo e lopposto di un numero negativo ` e un numero positivo. 5. Siano x1 , x2 , y1 , y2 R . Provare che se x1 y1 e x2 y2 allora si ha anche x1 + x2 y1 + y2 ; provare inoltre che questultima diseguaglianza ` e stretta (ossia < ) se e solo se una delle due precedenti lo ` e. 6. Provare che la somma di un numero nito di numeri reali non negativi ` e non negativa e che se almeno uno di essi ` e positivo, la somma ` e positiva. 7. Siano x , y , z R con z < 0. Provare che se x y , allora xz yz e se x < y , allora xz < yz . 8. Provare che per ogni numero reale x si ha x2 0 e che se x2 = 0 allora x = 0. 9. Siano x1 , x2 , y1 , y2 R . Provare che (a) se 0 x1 y1 e 0 x2 y2 allora x1 x2 y1 y2 ; (b) se y1 > 0 e y2 > 0 e x1 < y1 oppure x2 < y2 , allora x1 x2 < y1 y2 .

Numeri reali

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10. Provare che il prodotto di un numero nito di numeri reali positivi ` e positivo. 11. Provare che se x R ` e positivo, allora 1/x > 0 e se ` e negativo allora 1/x < 0. 13. Siano x, y R entrambi non nulli. Provare che (a) se 0 < x < y oppure x < y < 0, allora 1/x > 1/y ; (b) se x < 0 < y allora 1/x < 1/y . 14. Risolvere le seguenti disequazioni (i) x(x + 2)2 < 0; (ii) (2x + 3)4 (x + 4) < 0; 2x 1 (iii) 0; x+2 x2 3x 10 (iv) < 0. x2 + x + 1 15. Siano Ak = {x R : kx 5 0} e B = {x R : x 3 < 0} . Per quali k R si ha Ak B ? Per quali k R si ha Ak B = ? 12. Siano x e y due numeri reali positivi. Provare che x y se e solo se y/x 1 e x < y se e solo se y/x > 1.

16. Sia s Q tale che s2 < 2. (i) si provi utilizzando larchimedeit` a di Q che esiste un intero n > 1 per il quale 2 n(2 s ) > 2s + 1; (ii) utilizzando il punto precedente, si provi che esiste un numero razionale del tipo r = s + 1/n con n intero positivo, tale che r2 < 2. 17. Si provi che se esistesse un razionale s che separa gli insiemi A = {a Q : a2 < 2} e B = {b Q : b2 > 2} , allora necessariamente s2 = 2. [Traccia: si proceda provando che n e s2 < 2 n e s2 > 2 possono essere vere per via di quanto visto allesercizio precedente.] 18. Provare che se A e B sono sottoinsiemi limitati di R tali sono anche A B e A B. 19. Dimostrare il punto (ii) della Proposizione 6.5. 20. Dimostrare il Lemma 7.1.

CAPITOLO 3

Funzioni
Moltissime leggi della scienza sono espresse come relazioni che legano fra loro due o pi` u quantit` a. Tipicamente, una legge sica si formula aermando che una certa quantit` a y dipende da unaltra quantit` a x secondo una precisa regola, ossia che x e y soddisfano una relazione per la quale ad ogni valore di x corrisponde un ben preciso valore di y . Il modo in cui y ` e determinato a partire dalla conoscenza di x ` e, n e pi` u n e meno, il contenuto della legge sica. Per questa ragione, i modelli classici della sica sono anche noti come modelli deterministici: la conoscenza del valore di uno o pi` u parametri sici determina univocamente il valore di altri parametri ad essi legati mediante ci` o che si suol denire una relazione funzionale. Si potrebbe parafrasare dicendo che una legge della sica classica ` e spesso unaermazione del tipo: dimmi quanto vale x e io ti dico quanto vale y . Il tipo di relazione appena descritta si presenta in molte altre situazioni, non solo nelle leggi siche. Ad esempio, se ogni persona che entra in un negozio ritira un biglietto numerato, ad ogni numero chiamato dal negoziante corrisponder` a un unico avventore: dimmi un numero e io ti dico a chi tocca. Se una banca pattuisce un certo interesse annuo per le somme in deposito, ad ogni cliente verr` a riconosciuta a ne anno una somma di competenza: dimmi quanto hai in deposito e io ti dico quale ` e linteresse dovuto. La lista dei possibili esempi ` e naturalmente innita. Il punto di vista matematico consiste nellestrarre gli elementi essenziali di una vasta classe di modelli di riferimento e denire un concetto generale che si possa poi adattare a varie possibili situazioni, non solo ai modelli da cui si ` e partiti. Il concetto generale cui stiamo alludendo ` e il concetto di funzione. Il punto di partenza consiste nellindividuare due insiemi, diciamo A e B . Linsieme A sar` a linsieme allinterno del quale x pu` o variare e per questa ragione x sar` a detta una variabile mentre B sar` a linsieme dei possibili valori di y . Una funzione da A a B non ` e altro che una legge che ad ogni x A fa corrispondere uno ed un solo y B . Formalizziamo ci` o in una denizione. Definizione 0.4. Una funzione (o applicazione) tra gli insiemi A e B ` e una regola f che ad ogni elemento a A associa uno ed un solo elemento f (a) B , detto limmagine di a mediante f . Una funzione si indica con il simbolo f : A B . Spesso si scrive a b in luogo di f (a) = b per indicare che b ` e limmagine di a mediante f . Una funzione ` e quindi una terna (A, B, f ), nel senso che per avere una funzione devono essere specicati linsieme A di partenza, linsieme B di arrivo e la regola che abbiamo sinteticamente indicato con la lettera f . Ne segue che due funzioni f : A B e g : C D sono uguali se e solo se (A, B, f ) = (C, D, g ), ossia se e solo se coincidono
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Analisi Matematica 1

gli insiemi di partenza, cio` e A = C , gli insiemi di arrivo, cio` e B = D e le regole, cio` e f = g , nel senso che f (a) = g (a) per ogni a A = C . Alle volte ` e utile rappresentare le funzioni mediante disegni del tipo

in cui si evidenzia che f , per cos` dire, porta i punti di A in punti di B . Esempi. (1) Siano A = N , B = Z e sia f : N Z la funzione denita dalla regola n n n2 . ` evidente che ad ogni intero non negativo n N corrisponde uno ed un solo intero E mediante f , cio` e f (n) = n n2 . Ad esempio, f (0) = 0, f (1) = 0, f (2) = 2 e f (3) = 6. Qual` e limmagine di 10 mediante f ? (2) Siano D linsieme degli interi positivi dispari e P linsieme degli interi positivi pari. La legge f (n) = n2 non denisce una funzione f : D P in quanto non ` e vero 2 che ad ogni numero dispari n corrisponda il numero pari n ; infatti se n ` e dispari tale ` e anche n2 e quindi f (n) = n2 P . Per una ragione analoga, non abbiamo neppure una funzione f : P D . Piuttosto, la corrispondenza n n2 denisce una funzione g : D D , ma anche una funzione h : P P , perch e se n ` e pari tale ` e anche n2 . Daltra parte, si potrebbe pensare che n n2 denisca una funzione dagli interi agli interi, o dai razionali ai razionali, o dai reali ai reali.... se non si specica con esattezza quali siano linsieme di partenza e linsieme darrivo, la sola legge di corrispondenza non individua necessariamente una funzione. (3) Sia M linsieme dei mesi dellanno 2003 e sia G = {28, 30, 31} . La corrispondenza g che ad ogni mese fa corripondere il numero dei giorni di quel mese ` e una funzione g : M G . Ad esempio g (marzo 2003) = 31. Se invece M fosse linsieme dei mesi dellanno 2004, la stessa corrispondenza non denirebbe una funzione, in quanto il mese di febbraio 2004 ha 29 giorni e 29 G .

Funzioni

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(4) Le potenze x xn con n intero e positivo sono funzioni da R ad R . Sono anche funzioni le seguenti f : R \ {0 } R, f : (0, +) (0, +), x x x xn ,
1/n

, ,

n N \ {0};

f : (0, +) (0, +),

x 1/x

1/n

n N \ {0};

n N \ {0}.

(5) Indichiamo con [x] la cosiddetta parte intera di x , dove x ` e un numero reale qualsiasi. Essa ` e denita come il pi` u grande numero intero minore o uguale a x , cio` e Chiaramente, [x] Z per ogni x R , cosicch e [ ] : R Z , x [x] ` e una funzione. [x] = max{m Z : m x}.

Una questione di terminologia: spesso si usa il termine mappa invece di applicazione o funzione. La ragione ` e semplice. Ci si riferisce al fatto che una mappa ` e un disegno che rappresenta una certa regione, o citt` a, o edicio. Ad ogni punto del disegno ` e associato uno ed un solo luogo geograco.

La maggior parte delle funzioni nelle quali siamo interessati in questi appunti sono funzioni tra sottoinsiemi degli insiemi numerici N , Z , Q ed R . In particolare, il vero oggetto di studio saranno le funzioni del tipo f : I R dove I ` e un sottoinsieme di R . Per questa ragione ` e utile stabilire una convenzione che abbrevia in molti casi la scrittura e che in un certo senso rimuove lambiguit` a illustrata nellEsempio (2.4). Vogliamo cio` e poter assegnare formule che deniscano funzioni in modo chiaro, senza dover specicare di volta in volta quali siano gli insiemi di partenza e di arrivo. Se ad 2 esempio scriviamo e la funzione f : [1, 1] R f (x) = 1 x vogliamo dire che f ` 2 denita da x 1 x .

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Analisi Matematica 1

Convenzione 0.5. Se scriviamo f (x) = formula che coinvolge x intendiamo la funzione f : I R dove I ` e il pi` u grande sottoinsieme di R in cui la formula ha senso e denisce un unico numero reale. Linsieme I verr` a detto linsieme di denizione di f , oppure il suo dominio, oppure ancora il suo campo di esistenza. Esempi. (6) Il dominio di f (x) = x2 ` e I = R : si pu` o fare il quadrato di ogni numero reale. (7) Il dominio di f (x) = x + x ` e linsieme {0} . Infatti, devono valere simultaneamente le diseguaglianze x 0 e x 0.

(8) Il dominio I di f (x) = tan(1 x2 ) si trova imponendo 1 x2 { /2+ k : k Z} . Esso ` e quindi I = R \ { j + 1 + 1 : j Z} . Il lettore ` e naturalmente invitato a 2 vericare questultima aermazione. 1. Prodotto cartesiano. Il graco di una funzione. Cos` come i punti della retta possono essere pensati come numeri reali, ` e utile pensare i punti del piano come coppie di numeri reali. Lidea, dovuta a Cartesio, consiste nellosservare che se tracciamo nel piano due rette r ed s non parallele, quindi incidenti in un punto O , ogni punto P fuori di esse determina altri due punti, uno su r ed uno su s : i punti di intersezione tra r ed s e le parallele ad esse passanti per P . La costruzione ` e pi` u naturale se r ed s sono ortogonali. s

Poich e r ed s possono essere identicate con R , a ciascuno dei due punti di intersezione pu` o essere associato un numero reale. In ultima analisi, possiamo associare a P una coppia di numeri reali. Ogniqualvolta si sia ssata la scelta delle identicazioni di r ed s con R , la procedura appena descritta denisce ci` o che si chiama un sistema di coordinate nel piano. Solitamente, si scelgono r ed s ortogonali e si identica con 0 R il punto O di intersezione su entrambe le rette. In questo caso il sistema di coordinate si dir` a ortogonale

Funzioni

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ed il punto O si dir` a lorigine del sistema di coordinate. Pensiamo ad r come ad una ` consuetudine scegliere il punto retta orizzontale e ad s come ad una retta verticale. E Ur che corrisponde al numero reale 1 su r a destra dellorigine ed il punto Us che corrisponde al numero reale 1 su s sopra lorigine. Se la lunghezza di OUs ` e uguale alla lunghezza di OUr , il sistema di coordinate si dir` a monometrico. s
Us

Ur r

La scelta di Ur e di Us denisce su r e su s un orientamento, che viene normalmente indicato mediante luso di frecce. La retta orizzontale r viene detta lasse delle ascisse ed i numeri reali che corrispondono ai suoi punti si indicano con la lettera x e si dicono ascisse; la retta verticale s viene detta lasse delle ordinate ed i numeri reali che corrispondono ai suoi punti si indicano con la lettera y e si dicono ordinate. La scelta di un sistema di coordinate ortogonale e monometrico ` e sintetizzata nel seguente disegno: y

O 1

Riprendiamo la discussione iniziale sulla corrispondenza tra punti del piano e coppie di numeri reali. A ben vedere, il concetto di coppia ` e del tutto generale, e si formallizza nella seguente denizione. Definizione 1.1. Siano A e B due insiemi. Si chiama prodotto cartesiano di A e B linsieme denotato A B i cui elementi sono le coppie (a, b) dove a A e b B : A B = (a, b) : a A, b B . Sottolineiamo che gli elementi di un prodotto cartesiano sono coppie ordinate, nel senso che in generale (a, b) = (b, a). In eetti, si richiede che il primo elemento della

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Analisi Matematica 1

coppia (a, b), cio` e a , stia nel primo insieme A ed il secondo, b , nel secondo insieme B . Quindi, se a A e b B , la coppia (b, a) non appartiene a A B , ma a B A , che ` e un insieme diverso. Questa osservazione diventa cruciale quando A = B . In questo caso gli insiemi A B e B A coincidono, in quanto sono entrambi formati dalle coppie (a, b) con a e b in A = B . Ma se a = b , la coppia (a, b) ` e diversa dalla coppia (b, a). Il caso che a noi interessa maggiormente ` e il prodotto cartesiano R R , perch e vogliamo stabilire una corrispondenza biunivoca tra i suoi elementi ed i punti del piano. Supponiamo dunque di aver ssato un sistema di coordinate ortogonale e monometrico nel piano. Ad ogni punto P0 del piano associamo la coppia (x0 , y0 ) R R , dove x0 ` e lascissa del punto di intersezione tra la retta passante per P0 e parallela allasse verticale delle ordinate e y0 ` e lordinata del punto di intersezione tra la retta passante per P0 e parallela allasse orizzontale delle ascisse. y

y0

. . . . . . . . . . . . . P0 . . . . . x0

Viceversa, data la coppia (x0 , y0 ) R R , tracciamo la retta parallela allasse delle ordinate e passante per il punto x0 sulla retta delle ascisse, e la retta parallela allasse delle ascisse e passante per il punto y0 sulla retta delle ordinate. Queste due rette si incontreranno in un punto P0 del piano. Associamo dunque a (x0 , y0 ) R R il punto P0 . Si noti in particolare, che alla coppia (0, 0) corrisponde lorigine O . Per via dellidenticazione che abbiamo stabilito tra il piano e il prodotto cartesiano R R , scriveremo con lieve abuso P0 = (x0 , y0 ). Per brevit` a di notazione, si 2 suole scrivere R in luogo di R R . Possiamo concludere dicendo che un sistema di coordinate nel piano determina una corrispondenza biunivoca tra R2 e il piano. Salvo esplicito avviso del contrario, supporremo sempre di aver fatto una scelta di un sistema di coordinate ortogonale e monometrico e di aver identicato R2 col piano. Supponiamo ora di avere una funzione f : I R dove I ` e un sottoinsieme di R , ad esempio un intervallo. Un modo spesso molto eciente di visualizzare la funzione f ` e quello di disegnarne il graco. Esso ` e il sottoinsieme del piano (f ) = (x, f (x)) : x I . Sia ad esempio I = [a, b]. Un tipico graco potrebbe essere:

Funzioni

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y f ( x0 ) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . a (x0 , f (x0 ))

x0

Data una funzione f : I R si ottiene perci` o un sottoinsieme del piano, il suo graco. Quali sottoinsiemi del piano si ottengono come graci di funzioni f : I R e quali sottoinsiemi invece non possono rappresentare graci di funzioni di questo tipo? La risposta ` e che i sottoinsiemi che si possono ottenere sono tutti e soli quegli insiemi (non vuoti) che godono della propriet` a seguente: ogni retta verticale interseca in al pi` u un punto. Infatti, data f : I R ed una retta verticale di ascissa x , avremo che essa interseca il graco di f nel solo punto (x, f (x)) se x I ed in nessun punto se x I . Viceversa, dato un insieme del tipo detto, esiste una ed una sola funzione f che ha come graco: basta denire I come linsieme delle ascisse x di quelle rette che hanno intersezione non nulla con e, per ogni siatto x , porre f (x) = y , dove (x, y ) ` e il punto di intersezione della retta di ascissa x con . Esempi. (9) La funzione pi` u semplice ` e forse f (x) = x , il cui graco ` e naturalmente:

(10) Mettiamo subito in guardia il lettore sul fatto che, contrariamente a ci` o che si potrebbe forse pensare, non tutte le funzioni hanno graci disegnabili. Si consideri per

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Analisi Matematica 1

esempio la seguente funzione, nota come funzione di Dirichlet: 1 se x Q [0, 1] D : [0, 1] R, D ( x) = 0 se x [0, 1] \ Q.

Ovviamente, non ` e possibile stabilire gracamente se un punto ha coordinate razionali oppure no e quindi nessun disegno ragionevole pu` o essere fatto del graco di questa funzione. (11) Dalla discussione svolta sopra, si deduce che la circonferenza centrata nellorigine e di raggio r non ` e il graco di una funzione f : I R in quanto tutte le rette verticali di ascissa in (r, r) intersecano la circonferenza in due punti.

(12) La funzione x |x| ha graco:

Funzioni

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(13) Le funzioni x x2 e x x3 hanno graci, rispettivamente:

(14) Consideriamo ora una interessante funzione, la mantissa di x , denotata (x). Essa ` e denita a partire dalla parte intera [x] (cfr. esempio (5)) dalla relazione Si osservi che naturalmente [x] = n se n x < n + 1. Il graco di x [x] sar` a quindi ( x) = x [ x] .

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Analisi Matematica 1

La mantissa soddisfa la relazione ( x + n) = ( x) per ogni x R ed ogni n Z . Da questo deduciamo che il graco di x (x) ` e ottenuto in modo semplice a partire dal graco che si ottiene considerando solo i valori di x in [0, 1). Per tali valori si ha infatti (x) = x in quanto [x] = 0. Dalla precedente relazione si deduce che per x [1, 2) si ha (x) = (x 1) = x 1 perch e x 1 [0, 1). In generale, per ogni intero positivo n ed x [n, n + 1) si ha (x) = (x n) = x n perch e x n [0, 1). In particolare, i valori della mantissa sono tutti compresi nellintervallo [0, 1). Da queste considerazioni risulta chiaro che il graco della mantissa sar` a

(15) La funzione trigonometrica x sin x , denita su R , ha il graco familiare:

e similmente il graco di x cos x , anchessa denita su R , ` e

Quali sono i valori di x che corrispondono alle intersezioni con gli assi e ai valori massimi e minimi?

Funzioni

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Il graco sar` a ottenuto incollando varie parti di graci di funzioni semplici.

` bene abituarsi a saper disegnare il graco delle funzioni denite, come si suol (16) E dire, a pezzi. Anzich e tentare di dare una denizione generale astrusa, consideriamo il seguente esempio 3 sin(x ) se x < 0 f (x) = cos x se 0 x < 1 se x .

2. Operazioni sui graci e simmetrie. Sia f : I R una funzione. Fissiamo a R e ci chiediamo se le scritture f ( x + a) , f (x) + a, f (ax), af (x) deniscano in qualche senso naturale delle nuove funzioni. In caso aermativo, quale legame sussiste tra f e le nuove funzioni? Ci aspettiamo che i graci delle nuove funzioni siano ottenuti dal graco di f mediante operazioni elementari di tipo geometrico. Esaminiamo il primo caso. Per ragioni che saranno chiare tra breve, conviene considerare piuttosto f (x a) anzich e f (x + a). Per poter dar senso allespressione f (x a) bisogna che largomento x a appartenga al dominio I R di f . In tal caso si avr` a x a = y per qualche y I e quindi x = y + a . Se perci` o poniamo la formula x f (x a) ha senso per ogni x I + a e denisce una funzione. Questa funzione si chiama la traslata di f mediante a e si denota spesso a f . In simboli: Cerchiamo ora di comprendere quale sia il legame tra il graco (f ) di f ed il ` evidente che I + a ` graco (a f ) di a f . E e ottenuto traslando I di a . Se a > 0, la traslazione sar` a a destra, nel senso che I + a si ottiene spostando I a destra della a f : I + a R, a f ( x ) = f ( x a) . I + a = {y + a : y I },

44

Analisi Matematica 1

quantit` a a . Questa ` e la ragione per considerare f (x a) anzich e f (x + a): a valori positivi di a corrispondono traslazioni a destra. Se a < 0 la traslazione sar` a a sinistra, della quantit` a |a| . Se ad esempio I = (0, 1) e a = 3, allora I + a = (3, 4).

0 ( I

1 )

3 (

4 ) I +a

Il graco (a f ) si otterr` a semplicemente traslando (f ) a destra di una lunghezza a , se a > 0. Infatti, il valore in x = y + a di a f ` e uguale al valore in y di f , in quanto a f (y + a) = f (y ).

(f )

( a f )

Analizziamo ora la funzione denita da f (x) + a . Essa ha senso esattamente per le stesse x per le quali ha senso f , cio` e per x I . I valori assunti da questa funzione, che si denota semplicemente f + a , sono traslati di a rispetto ai valori assunti da f . Il graco sar` a quindi ottenuto traslando (f ) in alto di una lunghezza a , se a > 0: i graci di f e di f + a sono uno sopra laltro. ( f + a)

(f )

Funzioni

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Passiamo ora ad analizzare gli eetti della moltiplicazione. Innanzitutto, possiamo supporre a = 0. Per ragioni che saranno spiegate tra breve, consideriamo f (a1 x) anzich e f (ax). Anch e lespressione abbia senso, bisogner` a che a1 x I . In tal caso a1 x = y per qualche y I e quindi x = ay . Se perci` o poniamo la formula x f (a1 x) ha senso per ogni x aI e denisce una funzione. Questa funzione si chiama la dilatata di f mediante a e si denota spesso a f . In simboli: Per quanto riguarda il legame tra (f ) e (a f ), osserviamo innanzitutto che aI ` e ottenuto dilatando I di un fattore a . Quindi, se a > 1 si avr` a eettivamente una dilatazione, mentre se a < 1 si avr` a una contrazione. Questa ` e la ragione per 1 considerare f (a x) anzich e f (ax): a valori di a maggiori di 1 corrispondono vere e proprie dilatazioni, cio` e ingrandimentti. La traslazione ` e uno spostamento rigido e quindi ` e insensibile alla posizione di I , nel senso che la posizione relativa di I e di I + a ` e sempre la medesima. La dilatazione dipende invece dalla posizione di I . Sia ad esempio a = 3 e consideriamo gli intervalli I = (0, 1/2) e J = (1, 3/2), entrambi di lunghezza 1/2. Avremo aI = (0, 3/2), mentre aJ = (3, 9/2). Si osservi che I 3I = , mentre J 3J = .

aI = {ay : y I },

a f : aI R,

a f ( x ) = f ( a 1 x ) .

0 (

1/2 ) 1 (

3/2 ) 3/2 ) 3 ( 9/2 )

Il graco (a f ) si otterr` a dilatando (f ) di un fattore a , se a > 1. Infatti, il valore in x = ay di a f ` e esattamente uguale al valore in y di f , in quanto a f (ay ) = f (y ).

(f )

(2 f ) In gura sono riportati i graci di una sinusoide e della sua dilatata di un fattore due: il graco viene dilatato orizzontalmente. Sotto invece, la stessa sinusoide ` e dilatata di un fattore 1/2: il graco viene compresso orizzontalmente.

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Analisi Matematica 1

( 1/2 f )

(f )

Analizziamo inne la funzione denita da af (x). Come f + a , essa ha senso per le stesse x per le quali ha senso f , cio` e per x I . I valori assunti da questa funzione, che si denota semplicemente af , sono dilatati di a rispetto ai valori assunti da f . Il graco sar` a quindi ottenuto dilatando (f ) in verticale di un fattore a . Se a > 1, si ha una eettiva dilatazione, mentre se a < 1 si ha una compressione. In gura sono riportate una sua sinusoide la sua dilatata verticalmente di un fattore 2.

(f )

(2f )

Esaminiamo ora due propriet` a di simmetria molto importanti sia dal punto di vista teorico sia nelle applicazioni. Si tratta delle nozioni di funzione pari e funzione dispari. Per evitare inutili complicazioni formali, ` e bene considerare sin dallinizio funzioni denite su insiemi simmetrici, nel senso che chiariamo immediatamente: Definizione 2.1. Un sottoinsieme S di R si dir` a simmetrico rispetto allorigine se vale la seguente propriet` a: x S x S . Un sottoinsieme S di R si dir` a simmetrico rispetto al punto x0 R se S x0 = {s x0 : s S } ` e simmetrico rispetto allorigine. Sono ovviamente simmetrici rispetto allorigine gli intervalli del tipo [a, a], ma anche insiemi che non contengono lorigine, come ad esempio (b, a)(a, b). Lintervallo S = [1, 3] ` e simmetrico rispetto al punto x0 = 2 in quanto il traslato S 2 = [1, 3] 2 = [1, 1] ` e simmetrico rispetto allorigine. Ci interesseremo primariamente di insiemi simmetrici rispetto allorigine, ma altre simmetrie possono essere utili. Definizione 2.2. Sia I R un insieme simmetrico rispetto allorigine e sia f : I R una funzione. Diremo che f ` e una funzione pari se f ( x) = f ( x) per ogni x I,

Funzioni

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e diremo invece che f ` e una funzione dispari se f ( x) = f ( x) Esempi. (17) Il prototipo di funzione pari ` e dato da una potenza pari di x . In eetti se 2n f (x) = x con n N , allora evidentemente (x)2n = x2n per ogni x R . Anche la funzione |x| ` e chiaramente pari. Il prototipo di funzione dispari ` e invece dato da 2n+1 una potenza dispari di x . In eetti se f (x) = x con n N , allora evidentemente (x)2n+1 = (x2n+1 ). Naturalmente, tutte le potenze, pari e dispari, sono denite su tutto R che ` e un insieme simmetrico rispetto allorigine. (18) Altri esempi canonici di funzioni simmetriche si ottengono dalla trigonometria: ` e pari il coseno e sono dispari il seno e la tangente. Il graco di una funzione pari ` e simmetrico rispetto allasse y : la parte sinistra del graco (ascisse negative) ` e limmagine speculare della parte destra. Ad esempio per ogni x I.

` e laspetto di una tipica funzione pari. Per ottenere la parte sinistra del graco di una funzione dispari ` e necessario rietterne la parte destra due volte: prima nellasse x e poi nellasse y . Oppure, pi` u semplicemente, la si riette rispetto allorigine. Una funzione dispari ` e quindi del tipo: Si osservi che se lorigine appartiene allinsieme I , allora la richiesta f (x) = f (x) si riduce, per x = 0, allidentit` a f (0) = f (0), che ` e sempre vericata. In altri termini, se f ` e pari su un insieme che contiene lorigine, possiamo modicarne il valore nellorigine in modo arbitrario ed essa rimarr` a pari. La richiesta f (x) = f (x) si riduce invece, per x = 0, alluguaglianza f (0) = f (0), che implica f (0) = 0. Quindi, se f ` e dispari su un insieme che contiene lorigine, necessariamente f (0) = 0. In generale, una funzione, quandanche denita su un insieme simmetrico rispetto allorigine, non sar` a n e pari n e dispari. Ad esempio, la funzione f (x) = x3 + x2 ` e denta su R ma f (1) = 2 e f (1) = 0 e quindi non ` e n e pari n e dispari. Si noti peraltro che f ` e la somma di una funzione pari, cio` e x x2 , e di una funzione dispari,

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Analisi Matematica 1

cio` e x x3 . Come appureremo nella Proposizione 2.4, ogni funzione denita su un insieme simmetrico rispetto allorigine si pu` o esprimere in modo unico come la somma di una funzione pari e di una funzione dispari. Definizione 2.3. Sia I R simmetrico rispetto allorigine e sia f : I R . Le funzioni fp e fd denite su I dalle formule: 1 1 (2.6) fp (x) = (f (x) + f (x)) , fd (x) = (f (x) f (x)) 2 2 si chiamano, rispettivamente, parte pari e parte dispari di f . Le propriet` a di fp e fd sono descritte nella proposizione che segue. Proposizione 2.4. Sia I R simmetrico rispetto allorigine e sia f : I R . Allora fp ` e pari, fd ` e dispari e f = fp + fd . Questa decomposizione ` e unica, nel senso che se f = p + d con p, d : I R funzioni rispettivamente pari e dispari, allora p = fp e d = fd . Dimostrazione. Innanzitutto, abbiamo 1 fp (x) = (f (x) + f (x)) = fp (x) 2 1 fd (x) = (f (x) f (x)) = fd (x) 2 per ogni x I . Ci` o prova che fp ` e pari e fd ` e dispari. Inoltre, per ogni x I si ha 1 1 fp (x) + fd (x) = (f (x) + f (x)) + (f (x) f (x)) = f (x), 2 2 ed anche il secondo asserto ` e provato. Inne, si supponga f = p + d , con p, d : I R funzioni rispettivamente pari e dispari. Allora per ogni x I si ha 1 1 fp (x) = (f (x) + f (x)) = (p(x) + d(x) + p(x) + d(x)) = p(x) 2 2

Funzioni

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in quanto p(x) = p(x) e d(x) = d(x). Similmente, per ogni x I si ha 1 1 fd (x) = (f (x) f (x)) = (p(x) + d(x) p(x) d(x)) = d(x), 2 2 come volevasi. Esempi.

(19) Riprendiamo in esame la funzione f (x) = x3 + x2 . Abbiamo gi` a osservato che x x2 ` e pari, mentre x x3 ` e dispari. In virt` u della proposizione precedente, possiamo concludere che fp (x) = x2 e fd (x) = x3 . (20) Consideriamo ora la funzione 2 2x f (x) = 2(x2 1) x1 1 se se se se se x 1 1<x<0 0x1 1<x2 2 < x.

Il graco di f ` e:

Abbiamo marcato con un cerchio pieno il punto (0, 2) = (0, f (0)) che appartiene al graco e marcato con un cerchio vuoto il punto (0, 0) che non ` e sul graco. Questo tipo di convenzione graca sar` a adottata anche nel seguito, quando sia necessario chiarire situazioni analoghe a questa. Il dominio di f ` e R , ovviamente simmetrico rispetto allorigine. Ha quindi senso ` chiaro che conviene analizzare cercare di determinare fp , fd e di disegnarne i graci. E le formule che deniscono fp e fd separatamente nei seguenti sottoinsiemi di R : Saranno poi considerazioni di simmetria a guidare lanalisi nellinsieme (0, +). Iniziamo col determinare fp in (, 2). Se x (, 2), allora x (2, +). (, 2), {2}, (2, 1), {1}, (1, 0), {0 }.

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Analisi Matematica 1

Quindi f (x) = 1 e f (x) = 1/2. La formula (2.6) fornisce pertanto: 1 1 3 fp (x) = (f (x) + f (x)) = (2 + 1) = . 2 2 2 Per quanto riguarda il punto 2, il valore f (2) ` e ottenuto calcolando x 1 in x = 2, cio` e f (2) = 1. Quindi 1 1 3 fp (2) = (f (2) + f (2)) = (2 + 1) = . 2 2 2 Ragionando similmente per i rimanenti insiemi, avremo: 1 1 fp (x) = (2 + ((x) 1)) = (1 x) , x (2, 1) 2 2 1 fp (1) = (2 + 0) = 1 2 1 2 x + ( x) 2 1 = x2 x 1 , x (1, 0) f p ( x) = 2 1 (2.7) fp (0) = (f (0) + f (0)) = f (0) = 1 2 Per simmetria, ossia facendo ricorso al fatto che fp (x) = fp (x), si ottiene lespressione di fp in (0, +). Il lettore ` e invitato a vericare in tutti i dettagli che 3/2 se x 2 (1 x) /2 se 2 < x 1 2 x x 1 se 1 < x < 0 (2.8) f p ( x) = 2 se x = 0 2 x + x 1 se 0 < x < 1 (1 + x)/2 se 1 x < 2 3/2 se x 2

e che la funzione qui scritta ` e eettivamnete pari. Con le convenzioni grache stabilite sopra, il suo graco ` e presto disegnato:

Funzioni

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Il graco di fd ` e:

Calcoli del tutto analoghi conducono alla seguente espressione esplicita di fd : 1/2 se x 2 (3 + x) /2 se 2 < x 1 2 x x + 1 se 1 < x < 0 (2.9) f d ( x) = 0 se x = 0 2 x x1 se 0 < x < 1 (x 3)/2 se 1 x < 2 1/2 se x 2.

Il lettore ` e invitato a fare ancora qualche verica: in primo luogo, che le formule per fd conducono alla funzione ora scritta, in secondo luogo che questultima sia dispari, e inne che eettivamente fp + fd = f . Daltra parte, utilizzando ancora una volta la Proposizione 2.4, sappiamo che se (2.8) e (2.9) deniscono rispettivamente una funzione pari ed una dispari e se la loro somma ` e f , allora sono necessariamente fp e fd . Ancora qualche osservazione. Se f ` e denita su un insieme che contiene lorigine, allora il calcolo svolto in (2.7) ` e del tutto generale. Unitamente allosservazione gi` a fatta che una funzione dispari si annulla in zero , abbiamo le formule fp (0) = f (0), fd (0) = 0. Le funzioni pari e dispari si comportano rispettivamente come il segno pi` u e il segno meno rispetto al prodotto e alla somma: il prodotto (oppure la somma) di due funzioni pari ` e sempre pari; il prodotto di due funzioni dispari ` e sempre pari mentre la loro somma ` e dispari; il prodotto di una funzione pari per una dispari ` e sempre dispari; la somma di una funzione pari e di una dispari ` e... qualunque cosa, come abbiamo appena imparato.

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Analisi Matematica 1

3. Funzioni surgettive, iniettive e bigettive. In questa sezione vogliamo discutere due nozioni generali: la nozione di applicazione surgettiva e quella di applicazione iniettiva. Se f : A B ` e una applicazione, linsieme denotato spesso anche con f (A), si chiama limmagine di A mediante f , oppure limmagine di f . Si osservi che naturalmente f (A) B ma in generale f (A) = B . im (A) := {f (a) : a A},

im (A)

Ad esempio, la funzione f : Z N denita da f (n) = n2 ha come immagine i quadrati perfetti e siccome non tutti i numeri naturali sono quadrati perfetti si ha f (Z) = N . Definizione 3.1. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f ` e surgettiva se f (A) = B , ossia se per ogni b B esiste a A tale che f (a) = b .

f (A) = B

Funzioni

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Utilizzando i quanticatori logici, la denizione precedente pu` o essere formulata cos` (3.10) Come gi` a osservato nel primo capitolo, quando si introduce un concetto matematico mediante una denizione, ` e opportuno essere in grado di scrivere la formulazione esatta anche della sua negazione. Se ad esempio ci chiediamo se una certa funzione sia surgettiva o meno, sar` a utile sapere che cosa signica essere non surgettiva, ossia non essere surgettiva. Nella fattispecie, ` e chiaro che una applicazione f : A B non ` e surgettiva se f (A) = B , cio` e se limmagine di f ` e strettamente contenuta in B , cio` e ancora se vi sono elementi di B (almeno uno!) che non fanno parte di f (A) e sono quindi diversi da tutti quelli del tipo f (a): (3.11) Si osservi che in (3.11) i quanticatori ed hanno, per cos` dire, scambiato i loro ruoli rispetto a (3.10). Questo ` e un fatto di natura generale su cui il lettore ` e invitato a riettere, ma la cui discussione dettagliata esula dagli scopi di questi appunti. Definizione 3.2. Diremo che lapplicazione f : A B ` e iniettiva se essa manda punti distinti in punti distinti, ossia se dati comunque a1 , a2 A con a1 = a2 risulta f (a1 ) = f (a2 ) . b B t.c. a A si ha f (a) = b. bB a A t.c. f (a) = b.

a1

a2

f ( a1 )

f ( a2 )

Nella denizione di mappa iniettiva compare limplicazione: a1 = a2 f (a1 ) = f (a2 ). Essa pu` o essere riscritta in modo forse pi` u agile mediante la sua versione contronominale, ossia f (a1 ) = f (a2 ) a1 = a2 . Questultima facilita anche la comprensione di che cosa signichi negare liniettivit` a: una applicazione f non ` e iniettiva ogniqualvolta Una funzione non iniettiva presenter` a cio` e un comportamento del tipo: a1 , a2 A, a1 = a2 t.c. f (a1 ) = f (a2 ).

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Analisi Matematica 1

a1 f (a1 ) = f (a2 ) a2

Per chiarire ulteriormente i concetti di applicazione iniettiva e surgettiva, ` e utile introdurre la nozione di controimmagine di un insieme. Se f : A B ` e una applicazione e se J B , si chiama controimmagine di J mediante f linsieme di quei punti di A che vengono mandati in J da f : f 1 (J ) = {a A : f (a) J } A. In particolare, se J consiste di un solo punto, se cio` e J = {b} , linsieme f 1 ({b}) ` e formato da quei punti a A tali che f (a) = b . Come abbiamo gi` a implicitamente osservato, una funzione iniettiva ha la propriet` a che le controimmagini dei punti sono insiemi formati (al pi` u) da un punto solo. Se infatti per un qualche b B risultasse f 1 ({b}) {a1 , a2 } , dove a1 = a2 , allora, per denizione, si avrebbe f (a1 ) = b = f (a2 ), contro lipotesi che f ` e iniettiva. Naturalmente pu` o benissimo capitare che f 1 ({b}) = , cio` e che nessun elemento di A venga mandato da f in b . In questo caso si verica esattamente ci` o che ` e scritto in (3.11), cio` e che f non ` e surgettiva. Le osservazioni appena fatte ci consentono di interpretare iniettivit` a e surgettivit` a nel contesto che ci interessa di pi` u, quello delle funzioni f : I R R . Se f ` e una siatta funzione e se (f ) ` e il suo graco, le controimmagini dei punti si trovano in modo semplicissimo. Sia y0 R una ordinata. La controimmagine f 1 ({y0 }) ` e, per denizione, linsieme delle ascisse x I tali che f (x) = y0 . Quindi f 1 ({y0 }) = {x I : (x, y0 ) (f )}. In altre parole, per determinare f 1 ({y0 }) basta tracciare la retta parallela allasse x di ordinata y0 e considerare tutti i punti in cui tale retta intercetta il graco di f . La controimmagine di y0 non sar` a altro che linsieme delle ascisse dei punti trovati.

Funzioni

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y1 y0

. . . . . . . . . . . . . . . x1

. . . . . . . . . . . . . . . x2 b

f 1 ({y0 }) = {x1 , x2 }, f 1 ({y1 }) = In conclusione, una funzione risulta iniettiva se ogni retta orizzontale interseca il graco in al pi` u un punto, mentre essa risulta surgettiva se ogni retta orizzontale1 interseca il graco in almeno un punto. La funzione dellesempio in gura non ` e n e 1 1 iniettiva (infatti f ({y0 }) = {x1 , x2 } ) n e surgettiva (infatti f ({y1 }) = ). Definizione 3.3. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f ` e bigettiva se essa ` e iniettiva e surgetiva. In questo caso si dice anche che f stabilisce una bigezione, oppure corrispondenza biunivoca, tra A e B . Nel Capitolo 2 abbiamo descritto la corrispondenza tra numeri reali e retta. Con il linguaggio appena introdotto possiamo dunque dire che la scelta di due punti su una retta consente di stabilire in modo canonico una bigezione tra i due insiemi. Esempi. (21) La funzione f : [0, 1] [0, 1] denita da x x ` e una bigezione. Naturalmente n anche x x stabilisce una bigezione di [0, 1] in [0, 1] per ogni intero positivo n .

(22) La mappa : [ /2, /2] [1, 1] denita da (x) = sin(x) ` e una bigezione. ` E invece chiaro che f (x) = sin x , ossia la mappa su tutto R denita da x sin x non ` e bigettiva in quanto non ` e iniettiva: sin(x) = sin(x + 2k ) per ogni k Z . 4. Elementi di calcolo combinatorio.

Nella precedente sezione abbiamo introdotto il concetto di bigezione tra insiemi. ` Consideriamo una coppia A e B di insiemi niti con lo stesso numero di elementi. E evidente che si potr` a denire almeno una bigezione tra A e B . Ad esempio gli insiemi A = {1, 2, 3} e B = {Tizio, Caio, Sempronio} hanno lo stesso numero di elementi, cio` e tre. Una possibile bigezione tra A e B ` e 1 Tizio,
1Questa

2 Caio,

3 Sempronio.

caratterizzazione graca della surgettivit` a si riferisce al caso di una f : I R ; se f : I J , le rette orizzontali da considerare sono solo quelle con ordinata in J . Si veda la discussione svolta nella Sezione 7.

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Analisi Matematica 1

Essa non ` e certamente lunica bigezione possibile. Il lettore pu` o facilmente vericare che ve ne sono esattamente 6. Naturalmente, ` e lecito pensare che vi sia una formula generale che esprima il numero di bigezioni tra insiemi che hanno lo stesso numero di elementi, ed ` e anche ovvio che da questo punto di vista non c` e ragione per suppore che i due insiemi siano diversi: la formula cercata, se c` e, dipender` a solo dal numero n di elementi e si potr` a quindi supporre A = B = {1, 2, . . . , n} . Il computo del numero di bigezioni di un insieme di n elementi in s` e` e il prototipo di problema del Calcolo Combinatorio, quella branca della Matematica che si occupa in generale di problemi di conteggio. Di molti insiemi si sa infatti a priori che sono costituiti da un numero nito di elementi, ma la determinazione del numero esatto di essi pu` o presentare delle dicolt` a: ` e sorprendente la variet` a e vastit` a dei problemi di conteggio che sorgono nelle discipline tecnico-scientiche. Per ragioni che hanno in parte a che vedere con lo sviluppo dellinformatica, il Calcolo Combinatorio ` e un settore di ricerca estremamente attivo. Ci limiteremo qui a presentare alcune formule elementari di frequente utilizzo. 4.1. Bigezioni di un insieme, o permutazioni. Il primo problema di conteggio che arontiamo ` e quello gi` a formulato sopra: quante sono le bigezioni di un insieme di n elementi in se stesso? Per semplicit` a possiamo pensare che linsieme sia costituito dai primi n interi positivi. Trattando problemi di natura combinatoria, adotteremo pertanto la notazione In = {1, 2, . . . , n}.

Vogliamo contare quante sono tutte le possibili bigezioni : In In . Chiaramente, vi sono n possibili modi per denire il valore (1), cio` e tutti i possibili numeri 1, 2, . . . , n . Per ogni scelta di (1), rimangono esattamente n 1 numeri a disposizione per poter denire (2) in modo da rispettare liniettivit` a di , cio` e in modo che sia (2) = (1). Vi sono pertanto n(n 1) scelte possibili per la coppia ( (1), (2)). Per ogni scelta compiuta di tali valori , rimangono esattamente n 2 numeri a disposizione per poter denire (3) in modo che sia (3) { (1), (2)} . Vi sono pertanto n(n 1)(n 2) scelte possibili per la terna ( (1), (2), (3)). Il lettore avr` a gi` a immaginato che il numero di possibili bigezioni ` e il numero n! = n(n 1)(n 2) 3 2 1,

che si legge n fattoriale. Per esprimere in modo coerente varie formule che appaiono in matematica, si pone 0! = 1 per denizione. Riportiamo i primi valori del fattoriale. Essi diventano molto grandi al crescere di n : 0! = 1 1! = 1 2! = 2 3! = 6 4! = 24 5! = 120 6! = 720 7! = 5.040 8! = 40.320 9! = 362.880

Funzioni

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` costume chiamare permutazione di n elementi una bigezione di un insieme di E n elementi in s` e, e indicare mediante Pn il numero di tali permutazioni. Abbiamo pertanto dimostrato luguaglianza Pn = n ! Si osservi che dalla denizione segue in modo ovvio la propriet` a (4.12) Essa ha anche una semplice interpretazione dal punto di vista del calcolo del numero delle permutazioni: per ciascuna delle n possibili scelte per (n), vi sono (n 1)! modi per scegliere i rimanenti (1), . . . , (n 1). 4.2. Mappe iniettive, o disposizioni. Ci poniamo ora il problema: quante sono le mappe iniettive da Ik a In ? A ben riettere, una mappa iniettiva : Ik In si descrive semplicemente mediante la lista (1), (2), . . . , (k ). Lipotesi di iniettivit` a consiste semplicemente nellassumere che gli elementi (1), (2), . . . , (k ) siano tutti distinti, e quindi dovremo in particolare supporre che si abbia k n . Una lista di k elementi distinti scelti tra n elementi si dice una disposizione di n oggetti presi k alla volta, oppure in sequenze di k . Denotiamo con Dn,k il numero di tali disposizioni. Vi sono n modi per scegliere (1), gli n elementi di In . Per ogni scelta di (1) abbiamo n 1 modi per sceglere (2). Vi sono pertanto n(n 1) possibili scelte per la ` evidente che possiamo arguire in modo assolutamente analogo al coppia ( (1), (2)). E caso del computo delle permutazioni, con la dierenza che quando abbiamo eettuato le prime k scelte il processo termina. Avremo pertanto Dn,k = n(n 1)(n 2) = n(n 1)(n 2) (n k + 1).
k termini

n! = (n 1)! n

La (4.13) ha peraltro uninterpretazione combinatoria: per formare una permutazione di n elementi, possiamo dapprima scegliere k elementi, ossia formare una disposizione, e poi scegliere i rimanenti n k . Quindi Pn sar` a uguale al numero di possibili permutazioni di n k elementi per ogni disposizione in sequenze di k . Ci` o equivale alla formula (4.14) Pn = Pnk Dn,k , che ` e una ulteriore versione di (4.13). Si noti la coerenza: se k = n , allora Dn,n deve essere uguale a Pn dal punto di vista combinatorio, in quanto una disposizione in sequenze di n ` e esattamente una permutazione di n elementi. Daltra parte, abbiamo posto 0! = 1, ossia Pnn = P0 = 1. Dunque, la formula (4.14) vale anche nel caso k = n , cos` come la formula (4.13).

La formula precedente pu` o anche essere riscritta nella forma n! (4.13) Dn,k = (n k )! per la semplice ragione algebrica n! = n(n 1) (n k + 1) (n k )(n k 1) 2 1 = Dn,k (n k )!

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Analisi Matematica 1

4.3. Mappe qualunque, o disposizioni con ripetizione. Ci poniamo ora il problema di calcolare il numero totale di mappe R : Ik In , abbandonando cio` e lipotesi di iniettivit` a e in particolare lipotesi k n . Per ragioni che dovrebbero essere a questo punto chiare, una mappa R : Ik In si dice una disposizione con ripetizione di n elementi presi k alla volta, oppure in sequenze di k . Il loro numero r r complessivo si denota Dn,k . Il calcolo di Dn,k ` e molto semplice. Ci sono n scelte per R(1); per ogni siatta scelta ci sono ancora n scelte per R(2), e cos` via. Si ottiene dunque r Dn,k = nk . Unapplicazione della formula precedente ai pronostici sportivi: date k partite, indovinare per ciascuna di esse se vincer` a la squadra di casa (simbolo 1), la squadra ospite (simbolo 2), oppure se lincontro terminer` a in un pareggio (simbolo X ). Si tratta di scegliere una mappa che a ciascuna delle k partite assegni uno dei tre simboli 1, X, 2. r Il numero dei possibili pronostici ` e quindi D3 ,k , di cui riportiamo il valore nei casi k = 9, k = 13 e k = 14:
r 9 D3 ,9 = 3 = 19.683 r 13 D3 = 1.594.323 ,13 = 3 r 14 D3 = 6.377.292. ,14 = 3

4.4. Sottoinsiemi di un insieme, o combinazioni. Vogliamo ora determinare il numero di sottoinsiemi di In costituiti da k elementi. Dobbiamo nuovamente assumere k n . Un sottoinsieme di k elementi si dice una combinazione di n elementi presi k alla volta ed il numero complessivo di esse si indica con Cn,k . Il calcolo di Cn,k pu` o essere fatto in molti modi. Un modo rapido consiste nellosservare che una combinazione ` e una disposizione in cui si sia dimenticato lordine. In altre parole, se si pensano le disposizioni (di n elementi in sequenze di k ) come mappe iniettive e si identicano tra loro tutte le k ! disposizioni le cui immagini coincidono, si individua in modo unico il particolare sottoinsieme costituito dagli elementi dellimmagine. In altre parole, avremo Dn,k n! Cn,k = = . k! k !(n k )! Il numero appena trovato si chiama in matematica coeciente binomiale per ragioni che saranno chiarite tra breve. Esso ` e denito dalla formula n n! = k k !(n k )! e si legge n su k oppure, allinglese, n choose k . Abbiamo pertanto dimostrato n Cn,k = . k Unapplicazione semplice della formula ora ottenuta riguarda le estrazioni di lotteria. Una estrazione di k numeri su n numeri ` e evidentemente la scelta di un sottoinsieme di k elementi di In . Quindi il numero di possibili estrazioni ` e proprio Cn,k . Ad

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Dal punto di vista combinatorio, la formula di Stiefel si interpreta come segue. Si possono suddividere i sottoinsiemi di k elementi di In in due classi. La prima classe ` e formata da quelli che non contengono n , che sono in numero uguale al numero dei sottoinsiemi di k elementi di In1 , ossia Cn1,k . La seconda classe ` e formata da quelli che invece contengono n , che sono in numero uguale al numero dei sottoinsiemi di In1 che contengono k 1 elementi, perch` e uno ` e gi` a stato scelto, e quindi tolto; questi ultimi sono Cn1,k1 . Dal punto di vista combinatorio abbiamo quindi Cn,k = Cn1,k + Cn1,k1 , che si traduce nella formula di Stiefel.

Un poco meno semplice ` e la dimostrazione della formula seguente, nota come formula di Stiefel: n n1 n1 = + . k k1 k In eetti dal punto di vista algebrico abbiamo, utilizzando varie volte (4.12) n1 n1 (n 1)! (n 1)! + = + k1 k (k 1)!(n k )! k !(n k 1)! k (n 1)! + (n k )(n 1)! = k !(n k )! n(n 1)! = k !(n k )! n = . k

Come spesso accade in Calcolo Combinatorio, questa formula ha una doppia interpretazione, quella meramente algebrica e quella, appunto, combinatoria. Algebricamente essa ` e ovvia: n n! n = = . nk k !(n k )! k Dal punto di vista del problema di conteggio associato, ` e altrettanto chiara: ad ogni sottoinsieme formato da k elementi corrisponde il suo complementare, che ` e formato da n k elementi. Quindi Cn,k = Cn,nk . Lasciamo al lettore la (doppia) dimostrazione delle semplici formule: n n n n (4.15) = = 1, = = n. n 0 1 n1

esempio, il numero di sestine scelte tra 90 numeri ` e 90! 90 89 88 87 86 85 C90,6 = = = 622.614.630. 6!84! 720 I coecienti binomiali godono di una sorprendente quantit` a di propriet` a notevoli. Ci limitiamo ad indicarne alcune tra le pi` u rilevanti. Innanzitutto, la simmetria n n = . k nk

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Riportiamo in una tabella i valori di Cn,k per n 5. Il lettore riconoscer` a il rinomato triangolo di Tartaglia, che serve per costruire i coecienti nello sviluppo del binomio (a + b)n . Come noto, ogni riga ` e ottenuta dalla precedente sommando valori adiacenti, ossia utilizzando proprio la formula di Stiefel. n\k 1 2 3 4 5 0 1 2 1 1 1 1 1 1 2 3 4 5 3 4 5

1 3 1 6 4 1 10 10 5 1

Passiamo ora ad enunciare e dimostrare un celeberrimo risultato, che giustica il termine coeciente binomiale. Adottiamo la convenzione a0 = 1 se a = 0. Proposizione 4.1. Per ogni a, b R \ {0} e per ogni n intero positivo si ha n n n k k n ( a + b) = a b , k k=0

detta la formula del binomio di Newton.

Dimostrazione. Proviamo lasserto mediante il principio di induzione. Innanzitutto, la formula ` e vera per n = 1 in quanto a destra si legge 1 1 0 1 0 1 ab + a b = a + b. 0 1 Supponiamo ora che la formula del binomio sia vera per lesponente n . Allora (a + b)n+1 = (a + b)n (a + b) n n an k b k ( a + b ) = k k=0 n n n n nk k+1 n+1k k a b + a b . = k k k=0 k=0

Per il secondo, traslando gli indici, ossia ponendo j = k + 1, si ottiene n n 1 n nk k+1 n nk k+1 n 0 n+1 a b = a b + ab k k n k=0 k=0 n n = an+1j bj + bn+1 . j1 j =1

Consideriamo separatamente i due addendi. Il primo si riscrive n n n n n+1k k n n+1 0 n n+1k k n n+1k k n+1 a b = a b + a b =a + a b . k 0 k k k=0 k=1 k=1

Funzioni

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che ` e quanto richiesto.

Quindi, chiamando nuovamente k lindice muto j , sommando i due membri e utilizzando la formula di Stiefel, otteniamo n n n n+1 n+1 ( a + b) =a + + a(n+1)k bk + bn+1 k k 1 k=1 n n + 1 (n+1)k k n+1 (Stiefel) = a + a b + bn+1 k k=1 n +1 n + 1 = a(n+1)k bk , k k=0

Corollario 4.2. Il numero di sottoinsiemi di un insieme di n elementi ` e 2n , laddove si contino anche linsieme vuoto e linsieme stesso. Dimostrazione. Il numero di sottoinsiemi di In , compresi e In , ` e evidentemente n n n n n = 1nk 1k = (1 + 1)n = 2n . Cn,k = k k k=0 k=0 k=0

5. Funzioni monotone. Che cosa hanno in comune i seguenti graci? Una risposta ragionevole ` e: ciascuno di essi o scende oppure sale, oppure non sale, oppure non scende. Essi hanno un solo tipo di comportamento. La nozione che andiamo ora a denire esprime in modo preciso questa unicit` a di andamento: ` e la nozione di funzione monotona2. Definizione 5.1. Siano f : I R R una funzione e J I . Diremo che f ` e: (i) crescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f (x) < f (y ) ; (ii) decrescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f (x) > f (y ) ; (iii) non decrescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f (x) f (y ) ; (iv) non crescente su J se per ogni x, y J tali che x < y si ha f (x) f (y ) . Una funzione che soddis una qualunque delle precedenti propriet` a di sice monotona su J . Se J = I , essa si dir` a monotona. Una funzione che soddis la propriet` a (i) oppure la (ii) si dice strettamente monotona su J , e strettamente monotona se J = I . Purtroppo non vi ` e consenso generale sulla terminologia introdotta nella denizione precedente. Alcuni autori utilizzano piuttosto le parole strettamente crescente per indicare limplicazione x < y f (x) < f (y ) e strettamente decrescente per limplicazione x < y f (x) > f (y ), mentre chiamano rispettivamente crescenti oppure decrescenti le funzioni che soddisfano le diseguaglianze deboli, come in (iii) e (iv).
2La

pronuncia della parola ` e monot` ona, ma laccento solitamente non si scrive.

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In sintesi, la propriet` a rilevante della classe delle funzioni monotone ` e il loro comportamentto rispetto alla relazione dordine di R : una funzione monotona trasforma sempre coppie di punti per le quali vale < in coppie di punti per cui vale una tra le relazioni < , , > oppure . Quindi preserva oppure inverte lordine. Esempi. (23) Sono crescenti su R le funzioni x x , x x3 e, in generale, ogni potenza dispari d(x) = x2n+1 con n intero positivo. Le funzioni f (x) = ax + b sono crescenti se a > 0 in quanto in tal caso se x < y allora ax < ay e quindi f (x) < f (y ). Analogamente, se a < 0 esse sono decrescenti. La funzione g (x) = x2 ` e crescente su [0, +) e decrescente su (, 0]. Lo stesso vale per ogni potenza pari p(x) = x2n con n intero positivo. (24) Le radici r(x) = x1/n con n intero positivo sono tutte crescenti sul loro dominio [0, +). A ben vedere, questo fatto ` e conseguenza del fatto che tutte le potenze sono crescenti sulla semiretta positiva, e verr` a discusso nei dettagli nella Sezione 7. (25) Si osservi che la somma di funzioni monotone con lo stesso tipo di monotonia, ad esempio la somma di funzioni crescenti, ` e ancora monotona dello stesso tipo, in quanto se f1 (x) < f1 (y ) e f2 (x) < f2 (y ) allora anche f1 (x) + f2 (x) < f1 (y ) + f2 (y ). Questultima diseguaglianza vale ancora se f1 (x) f1 (y ) oppure se f2 (x) f2 (y ). Lasciamo al lettore la disamina di tutti i vari possibili casi.

Funzioni

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(26) La funzione

` e non decrescente, ossia non decrescente su R . In eetti il graco

0 se x < 0 f (x) = x se 0 x < 1 1 se 1 x

mette bene in evidenza il fatto che al crescere di x lordinata f (x) non scende mai. Questa f non ` e per` o crescente in quanto ad esempio 3 < 4 ma f (3) = f (4) = 1. (27) La funzione mantissa introdotta nella Sezione (1.1) ` e crescente su ogni intervallo [n, n + 1) con n Z ma non ` e monotona. Infatti m(3/4) > m(3/2). La funzione parte intera ` e invece non decrescente, anche se costante su ogni intervallo del tipo [n, n + 1) con n Z . (28) Si consideri ora la funzione f (x) = 1/x . Naturalmente, in obbedienza alle nostre consuete convenzioni, intendiamo f : I R dove I = (, 0) (0, +). Il graco di questa funzione ha il seguente aspetto

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Analisi Matematica 1

Guardando il graco, si vedono due rami (di iperbole), ciascuno dei quali ha andamento decrescente. Ci chiediamo quindi se f ` e monotona. La risposta ` e no. Infatti, nonostante la funzione sia decrescente nellintervallo J = (, 0) e anche nellintervallo K = (0, +) come il lettore ` e invitato a vericare per esercizio essa non ` e aatto decrescente, ossia decrescente su tutto I . Infatti, tutte le ordinate f (x) corrispondenti a x < 0 sono negative e quindi minori di tutte le ordinate f (y ) corrispondenti a y > 0. In altre parole, per tutte le coppie x, y con x < 0 < y si ha f (x) < f (y ) e quindi f non ` e decrescente n e non crescente. Come appena illustrato, una funzione pu` o benissimo essere crescente su ciascuno ` quindi necessario di due insiemi disgiunti J e K senza essere crescente su J K . E specicare con chiarezza linsieme su cui si indaga la monotonia di una funzione. Proposizione 5.2. Se f : I R R ` e strettamente monotona, essa ` e iniettiva. Dimostrazione. Supponiamo che f sia crescente. Siano x, y I con x = y . Allora necessariamente x < y oppure x > y . Poich e f ` e crescente, avremo f (x) < f (y ) nel primo caso e f (x) > f (y ) nel secondo. In ogni evenienza, f (x) = f (y ) e f ` e iniettiva. Il caso in cui f sia decrescente ` e trattato in modo analogo e viene lasciato per esercizio. La proposizione precedente si sintetizza nellimplicazione: f strettamente monotona f iniettiva. Limplicazione opposta ` e invece falsa, come mostra lEsempio (28) discusso sopra. Infatti, la funzione f (x) = 1/x ` e iniettiva, ma non ` e monotona. 6. Composizione di funzioni. Abbiamo spesso disegnato schematicamente le applicazioni come diagrammi. Consideriamo ora un diagramma del tipo:

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Stiamo supponendo di avere: una applicazione f : A C e unaltra applicazione g : C D . Ci chiediamo se lidea suggerita dal diagramma di poter andare da A a D utilizzando prima f e poi g sia sensata, ovvero se dalle due applicazioni di partenza sia possibile crearne una nuova, concatenando le precedenti. Questo ` e possibile in condizioni anche un po pi` u generali. Si supponga cio` e di avere le applicazioni f : A B e g : C D soggette alla sola ipotesi f (A) C .

f ( A) C

Preso allora a A , lelemento f (a) appartiene a C per ipotesi ed ha quindi senso considerare g (f (a)). Cos` facendo possiamo associare ad ogni a A uno ed un solo elemento di D , cio` e g (f (a)). Abbiamo denito una nuova applicazione. Si noti che nulla ` e detto sullinsieme B , che gioca un ruolo relativamente inessenziale. Non ` e aatto chiaro che sia B C oppure C B ; in generale nessuna delle due relazioni ` e vera, anche se naturalmenete B C = in quanto f (A) (B C ). Formalizziamo questa discussione nella denizione che segue. Definizione 6.1. Siano f : A B e g : C D due applicazioni e si supponga che f (A) C . Si chiama composta di g ed f lapplicazione g f : A D, a g (f (a)) Esempi. (29) Siano f (x) = (1/x) + 2 e g (y ) = (y 2 + 1)/|y 2| . Coerentemente con la Convenzione (0.5), la funzione f ` e denita su A = R \ {0} e la sua immagine ` e il sottoinsieme R \ {2} di B = R . Poich e la funzione g ` e a sua volta denita su C = R \ {2} = f (A), la funzione 1 2 +2 +1 1 2 x g f ( x) = 1 + 2 2 = | x| x2 + x + 5 x ` e ben denita su A = R \ {0} .

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(30) Si considerino le funzioni f : R R e g : [0, +) [0, +) denite rispet2 tivamente da f (x) = x e g (x) = x . Ci chiediamo se hanno senso f g , g f e, in caso aermativo, quali funzioni esse deniscano. Ora, in virt` u del Teorema (1.30), sappiamo che g ([0, +)) = [0, +) R . Quindi possiamo fare f g , ottenendo f g (x) = f (g (x)) = (g (x))2 = ( x)2 = x per ogni x [0, +). Siccome x2 [0, +) per ogni x R , si ha f (R) [0, +), cosicch e possiamo fare anche g f , ottenendo g f (x) = g (f (x)) = f (x) = x2 = |x| per ogni x R .

(31) Sia h : R R denita da h(x) = x2 + 2x 1 e sia g la radice quadrata, pensata come nellEsempio (30). e possibile fare h g : [0, +) R e la funzione Ovviamente ` ottenuta ` e x x + 2 x 1. Viceversa per` o non ` e possibile formare la composta g h in quanto h(R) [0, +). In eetti vi sono valori di x per i quali risulta h(x) < 0, cio` e tutti i (r1 , r2 ) di estremi le due radici r1 = 1 2 e numeri nellintervallo 2 r2 = 1 + 2 del polinomio x + 2x 1. Si osservi che se deniamo la nuova funzione : I [0, +) mediante h (x) = x2 + 2x 1 dove I = (, r1 ] [r2 , +) allora h (I ) [0, +) e la composizione g h ( x) = x2 + 2 x 1 ` eettivamente h e ben denita. La funzione h ` e diversa da h , ma h(x) = h(x) se x I . Motivati dallEsempio (31), approfondiamo la nozione di composizione per includere anche quei casi in cui una coppia di funzioni f : A B e g : C D non soddis strettamente lipotesi f (A) C ma unipotesi un po pi` u debole, cio` e f (A) C = .

f (A)

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In questo caso esiste certamente qualche a A , anche se magari non tutti, per il quale ` e possibile fare la composizione a f (a) g (f (a)). In eetti, se a A ` e tale che f (a) C , cio` e se a f 1 (f (A) C ), allora ha senso scrivere g (f (a)). che coincider` Come nellesempio (31), potremo denire una nuova funzione f a con f 1 nellinsieme f (f (A) C ) e per la quale avr` a senso la composizione g f . Per sintetizzare ecacemente quanto appena discusso ` e utile introdurre una nozione generale. Se f : A B ` e una applicazione e se E A ` e un sottoinsieme di A , la funzione denita solo su E che associa ad e E lelemento f (e) B si chiama la restrizione di f a E e si denota f |E . In breve: Riprendiamo il discorso precedente, che riassumiamo nella seguente: Convenzione 6.2. Siano f : A B e g : C D due applicazioni e supponiamo che f (A) C = . Posto E = f 1 (f (A) C ) scriveremo per semplicit` a (con lieve abuso di notazione) g f in luogo di g (f |E ) per denotare la funzione composta x g (f (x)) che ` e denita su E . La precedente convenzione ` e coerente con la Convenzione (0.5) in quanto si stipula che g f sia denita sul pi` u grande insieme possibile. (32) Si consideri la funzione (x) = sin(x2 ). Analizziamo f coerententemente con le Convenzioni (0.5) e (6.2). Possiamo pensare, in modo inizialmente un po impreciso, che = () sin ()2 := g f e , nel senso che la composizione sar` a x x2 sin(x2 ) sin(x2 ) ma dobbiamo ancora determinare gli insiemi su cui sono denite e , f , g . Analizziamo dallesterno allinterno, scrivendo cio` e (x) = g (f (e(x))) e guardando dapprima la composizione g f (y ) = sin y . Coerententemente con le nostre convenzioni, questa sar` a denita per quelle y per le quali sin y 0. Naturalmente, sin y 0 se e solo se y [2k , + 2k ] = B.
k Z

f |E : E B,

e f (e).

Esempio.

Pertanto g f : B [0, 1]. Inne, analizziamo la composizione (g f ) e . Essa sar` a ovviamente denita sullinsieme A = e1 (B ) costituito da quelle x per le quali e(x) = x2 B . Poich e x2 0, si ha x2 B se e solo se x2 sta in un intervallo del tipo [2k , + 2k ] per qualche intero non negativo k , il che avviene se e solo se x [ + 2k , 2k ] [ 2k , + 2k ] = A. In conclusione abbiamo:
k N

A B [0, +) [0, 1] x x2 sin(x2 ) sin(x2 ).

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Analisi Matematica 1

Gracamente, risulta:

f e(x) = sin(x2 )

[ 3 , 2 ]

g f e ( x) = [ , ]

sin(x2 )

[ 2 , 3 ]

7. Funzioni invertibili. Sia Q il sottoinsieme di N costituito dai quadrati perfetti: Consideriamo la mappa S : N Q che ad ogni intero non negativo associa il suo quadrato: S (n) = n2 . Ci chiediamo se sia possibile denire una mappa che torni indietro, ossia, nel nostro esempio, una mappa R : Q N che applicata ad un intero del tipo n2 restitusce n . Vogliamo cio` e che la composizione R Q soddis 2 ` n n n . E ovvio che, se esiste, la mappa R non pu` o essere altro che la radice quadrata. Daltra parte, se q Q , il numero q ` e un numero naturale e naturalmente succede ci` o che volevamo, cio` e R S (n) = n2 = n . Se avessimo considerato invece denita mediante la stessa legge, cio` (x) = x2 ma vista di S lapplicazione S e S : R R , allora una R : R R che torna indietro, cio` come mappa S e tale che per ogni x R si abbia R(S (x)) = x , non sarebbe esistita! Infatti, sicuramente (4) = 2 in quanto R (4) = R(22 ) = R (S (2)) = 2, ma saremmo forzati a denire R (S (2)) = R ((2)2 ) = R (4) = 2 = 2. allora R Q = {m2 : m N}.

Funzioni

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Con i nostri consueti diagrammi il problema generale che vogliamo arontare si schematizza nel disegno

f A

... e dallesempio trattato sappiamo che data f : A B non sempre esiste una mappa g : B A che torna indietro al punto di partenza. Per rendere precisa lespressione tornare al punto di partenza, introduciamo la seguente notazione: se A ` e un insieme qualunque, si chiama identit` a su A la mappa idA : A A denita da idA (a) = a per ogni a A . Definizione 7.1. Sia f : A B una applicazione. Diremo che f ` e invertibile se esiste una applicazione g : B A tale che (i) g f = idA (ii) f g = idB . In tal caso g si chiama linversa di f e si scrive g = f 1 . Nella denizione precedente compare implicitamente una aermazione che non ` e stata di fatto provata: nel dire g si chiama linversa di f anzich e g si chiama una inversa di f stiamo dicendo che g ` e unica. Questo fatto ` e un corollario della proposizione che segue. Proposizione 7.2. Siano f : A B e g : B A tali che g f = idA . Allora f` e iniettiva e g ` e surgettiva. Dimostrazione. Siano a1 , a2 A tali che f (a1 ) = f (a2 ). Allora Quindi f ` e iniettiva. Sia ora a A . Siccome,

a1 = idA (a1 ) = g f (a1 ) = g (f (a1 )) = g (f (a2 )) = g f (a2 ) = idA (a2 ) = a2 . a = idA (a) = g (f (a)),

lelemento b = f (a) soddisfa g (b) = a e quindi g ` e surgettiva. Corollario 7.3. Sia f : A B invertibile. Allora linversa di f ` e unica.

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Dimostrazione. Supponiamo che g1 e g2 siano entrambe inverse di f . Siccome f gi = idB , con i = 1, 2, sappiamo dalla Proposizione 7.2 che f ` e surgettiva. Dato b B , sia quindi a A tale che f (a) = b . Allora Pertanto g1 (b) = g2 (b) per ogni b B e le due applicazioni coincidono. g1 (b) = g1 (f (a)) = g1 f (a) = idA (a) = g2 f (a) = g2 (f (a)) = g2 (b).

Proposizione 7.4. Sia f : A B una applicazione. Allora f ` e invertibile se e solo se f ` e bigettiva. Dimostrazione. Supponiamo f invertibile e sia g linversa di f . Dalla denizione di invertibilit` a e dalla Proposizione 7.2 abbiamo: g f = idA = f iniettiva f g = idB = f surgettiva.

Quindi f ` e bigettiva. Viceversa, supponiamo f bigettiva. Dobbiamo denire una applicazione g : B A che soddis le propriet` a (i) e (ii) della Denizione 7.1. Sia b B ssato. Siccome f ` e surgettiva per ipotesi, esiste a A tale che f (a) = b . Tale a ` e inoltre unico in quanto f ` e iniettiva: se f (a) = f (a ) allora a = a . Deniamo allora una mappa g : B A assegnando ad ogni b B lunico elemento g (b) di A la cui immagine mediante f ` e b . Si noti che g (f (a)) = a , perch ea` e lunico elemento di A la cui immagine mediante f ` e f (a), e che f (g (b)) = b in quanto g (b) = a dove a ` e lunico elemento di A per il quale f (a) = b , e quindi f (g (b)) = f (a) = b . Ne segue che g f = idA e f g = idB , ossia che f ` e invertibile con inversa g . Esempi. (33) Si consideri la funzione di elevamento al quadrato Essa ` e iniettiva in quanto q : [0, +) [0, +), x x2 .

Daltra parte, a meno che x e y non siano entrambi uguali a zero, il caso x = y non si pu` o dare perch e x e y devono essere entrambi positivi. Perci` o necessariamente x=y e q ` e iniettiva. Inoltre q ` e surgettiva per via del Teorema 1.30: per ogni y > 0 esiste un (solo) x > 0 tale che x2 = y , ossia x = y . Quindi q ` e invertibile. La sua inversa ` e evidentemente lestrazione di radice quadrata: r : [0, +) [0, +), x x. Si faccia attenzione al fatto che la funzione s(x) = x2 invece non ` e invertibile. Infatti, secondo la nostra consueta convenzione, essa ` e denita su R e non ` e ivi iniettiva. (34) Si consideri ora la funzione f : [0, 1] R, x 2 + 1 x2 .

x2 = y 2 = x2 y 2 = 0 = (x y )(x + y ) = 0 = x = y oppure x = y.

Poich e se x [0, 1] si ha x2 [0, 1], la radice ` e sempre ben denita. Inoltre, con la stessa dimostrazione vista nellesempio precedente, la funzione x x2 ` e iniettiva su

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qualunque sottoinsieme di [0, +). La radice ` e anchessa iniettiva e x x + 2 lo ` e in modo ovvio. In quanto composta di funzioni iniettive, e iniettiva (vedi lEsercizio 6). f ` 2 2 [0, 1], cosicch Siccome x2 [0 , 1], anche 1 x [0 , 1] e 1 x e per ogni 2 x [0, 1] si ha 2 + 1 x [2, 3], ossia f ([0, 1]) = [2, 3]. Pertanto la funzione ottenuta da f ridenendo linsieme di arrivo ` e surgettiva e sicuramente anche iniettiva. ` (x) = y Quindi f e invertibile. Calcoliamone linversa, ponendo per semplicit` a f y = 2 + 1 x2 = y 2 = 1 x2 = (y 2)2 = 1 x2 = 1 (y 2)2 = x2 = 1 (y 2)2 = x. : [0, 1] [2, 3], f (x) = f (x) f

)1 soddisfa Quindi siamo portati a concludere che la funzione inversa g = (f g : [2, 3] [0, 1], g (x) = 1 (x 2)2 .

(x) = f (x), per tali x avremo: In eetti, tenendo presente che per ogni x [0, 1] si ha f (x) = 1 (f (x) 2)2 gf = 1 (2 + 1 x2 2)2 = 1 ( 1 x2 ) 2 = 1 (1 x2 ) = x, = id[0,1] . Il lettore ` g = id[2,3] . ossia g f e invitato a vericare che analogamente f

Lesempio precedente mette in evidenza alcuni aspetti non ancora discussi del problema dellinversione. Sia f : A B una applicazione tra insiemi qualunque. In virt` u della Proposizione 7.4 la ricerca di una eventuale inversa g : B A ha senso solo se f ` e surgettiva, ossia solo se B = f (A). Daltra parte, la richiesta di surgettivit` a` e innaturale se lobbiettivo ` e tornare indietro: si pu` o tornare solo da dove ` e ` possibile arrivare, ossia da f (A). E pertanto legittimo riguardare f come una funzione il cui insieme darrivo sia costituito dalla sola immagine f (A), e dimenticare la richiesta di surgettivit` a, ovvero renderla automatica. NellEsempio 34 abbiamo calcolato limmagine di f , ossia f ([0, 1]) = [2, 3], e arontato il problema di trovare una g : [2, 3] [0, 1] che funga da inversa. Formalizziamo le osservazioni appena fatte. Data una mappa qualunque f : A B ` e sempre possibile denirne unaltra : A f (A), (a) = f (a) (7.16) f f ` che diviene automaticamente surgettiva. Lapplicazione f e, in generale, diversa da f perch e diverso ` e, a priori, linsieme darrivo. Infatti in generale sar` a f (A) = B .

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Analisi Matematica 1

Linsieme di partenza e la legge sono per` o le medesime e quindi si pu` o convenire che linformazione contenuta in f ` e la stessa di quella contenuta in f . Convenzione 7.5. Data una applicazione f : A B chiameremo applicazione surgettiva naturale associata a f lapplicazione denita in (7.16), spesso denotata an. Diremo anche che una applicazione ` cora f invece di f e pensata come surgettiva per intendere lapplicazione surgettiva naturale ad essa associata. Sia f : I R R una funzione. Come discusso sopra, il problema dellinvertibilt` a di f si pu` o riformulare in modo pi` u naturale come una coppia di domande: f ` e iniettiva? qual` e limmagine J di f ? Se f ` e iniettiva, lapplicazione surgettiva naturale ad essa associata sar` a evidentemente invertibile. Supponiamo che ci` o sia vero, ossia che f sia iniettiva. Il problema successivo ` e come fare a calcolarne linversa. LEsempio 34 mostra una tecnica standard per questo tipo di calcolo. Innanzitutto, se possibile, si riguarda f come una composizione f = f1 f2 fn di mappe, denita su J . Non ` e dicile convincersi del fattto che esse sono tutte necessariamente iniettive: se una di esse non fosse iniettiva, non sarebbe iniettiva neppure f . Ciascuna di esse ` e quindi invertibile sullinsieme opportuno. Si pone allora y = f (x) e si calcola:
1 y = f1 (f2 fn (x)) = f1 ( y ) = f 2 f n ( x) 1 1 = f2 (f1 (y )) = f3 fn (x)

1 1 = f2 f1 ( y ) = f 3 f n ( x) = . . .

invertendo, per cos` dire, dallesterno allinterno. In formule, abbiamo provato che Discutiamo inne laspetto graco del problema dellinversione, ossia di come sia posizionato (f 1 ) rispetto a (f ). Verichiamo cio` e che i graci (f 1 ) e (f ) sono luno il simmetrico dellaltro rispetto alla bisettrice y = x .
1 1 1 ( f 1 f 2 f n ) 1 = f n f2 f1 .

1 1 1 = fn f2 f1 (y ) = x,

Funzioni

73

Sia infatti f : I J una funzione invertibile con inversa f 1 : J I . Se (x, y ) (f ), allora x I , y J e y = f (x). Quindi f 1 (y ) = f 1 (f (x)) = x e (y, x) = (y, f 1 (y )) (f 1 ). In altre parole abbiamo provato che se (x, y ) (f ), ` del tutto ovvio che scambiando i ruoli di f e f 1 si ottiene allora (y, x) (f 1 ). E limplicazione opposta. In conclusione, (x, y ) (f ) (y, x) (f 1 ), che ` e quanto si voleva mostrare. Concludiamo questa sezione con un semplice ed utile risultato, la cui dimostrazione ` e lasciata per esercizio. Proposizione 7.6. Lapplicazione surgettiva naturale associata ad una funzione crescente (risp. decrescente) ha inversa crescente (risp. decrescente).

8. Esponenziali e logaritmi. Le funzioni esponenziali che introduciamo in questa sezione costituiscono una classe di fondamentale importanza in matematica. In sintesi, esse sono le funzioni x ax , dove a ` e un numero positivo ssato e x R . La ragione del termine esponenziale risiede evidentemente nel fatto che la variabile gioca il ruolo di esponente, mentre la base ` e ssata. La denizione di ax ` e piuttosto delicata, ed avviene per passi. Esponente intero positivo, base qualunque. Abbiamo visto nella Sezione 7 il signicato dellespressione an per a R e n N intero positivo. Ricordiamo che an = a a a .
n volte

e che a > 0 se a > 0, mentre 0 = 0 per ogni intero positivo. Valgono evidentemente le propriet` a (8.17) (8.18) an + m = an am , (an )m = anm

per ogni a R e per ogni coppia di interi positivi n , m .

Esponente intero, base non nulla. Sia ora a = 0 e sia n Z . Vogliamo estendere la denizione di an al caso in cui sia n 0. Poniamo allora: 1 se n = 0 n a = 1 se n < 0. a n

La denizione funziona, in quanto se n < 0 allora n ` e un intero positivo e quindi an denisce un numero reale non nullo se la base a ` e a sua volta non nulla. Quindi 1/an ha senso. Non avrebbe invece senso se a = 0, in quanto in tal caso an = 0. Si osservi che per ogni n Z si ha nuovamente an > 0 se a > 0 e che le propriet` a (8.17) e (8.18) valgono per ogni a = 0 e per coppia di interi n , m .

74

Analisi Matematica 1

Base nulla, esponente positivo. Abbiamo visto che anche rimanendo nellambito di esponenti interi se a = 0 si pu` o solamente denire an per n > 0, e naturalmente n 0 = 0. Estendiamo quindi la denizione a tutti gli esponenti reali positivi: 0x = 0 per ogni x (0, +).

Esponente razionale, base positiva. Vogliamo estendere la denizione al caso di esponente razionale. Il punto di partenza ` e il Teorema 1.30 che ci consente di denire a1/q se a > 0 e q ` e un intero positivo. Come noto, se a < 0 non ` e possibile dare un 1/ 2 senso coerente allespressione a ossia a , nel senso che certamente non esiste alcun numero reale il cui quadrato sia il numero negativo a . Per questa ragione la denizione di ar con r Q deve essere ristretta al caso di basi non negative. Poich e il caso a = 0 ` e gi` a stato discusso, ci limitiamo al caso a > 0. Si pone ap/q = (ap )1/q , Poich e a > 0, anche ap > 0 per qualunque intero p . Quindi il Teorema 1.30 garantisce esistenza e unicit` a della radice q esima di ap , che ` e ancora un numero positivo. Si noti che lipotesi q > 0 non ` e restrittiva, in quanto il segno di p/q pu` o essere scaricato sul segno di p . Le propriet` a (8.17) e (8.18) valgono per ogni a > 0 e per ogni n , m Q . Proviamo ora un risultato che risulter` a utile sia nel denire potenze con esponenti reali sia nel provare la monotonia delle funzioni esponenziali. Lemma 8.1. Sia a > 1 e siano r, s Q tali che r < s . Allora ar < as . Dimostrazione. Utilizzando la (8.17), lasserto ` e equivalante a ar as r 1 = as ar > 0 p Z , q N .

e siccome ar > 0 per ogni r Q , ` e suciente provare che asr > 1. Il numero razionale positivo s r pu` o essere scritto p sr = , p, q N . q Ora, dal Lemma 7.1, segue che dal momento che p ` e un intero positivo. Aermiamo che per la stessa ragione3 Se in eetti fosse (ap )1/q 11/q allora usando ancora il Lemma 7.1 si avrebbe q q ap = (ap )1/q 11/q = 1, Ancora un interessante risultato di natura elementare. Lemma 8.2. Se a > 1 , allora inf {ar : r Q, r > 0} = 1.
3Si

a > 1 = ap > 1p = 1

ap > 1 = (ap )1/q > 11/q = 1.

contro quanto appena provato. Ma allora asr = (ap )1/q > 1, come volevasi.

veda la Proposizione 7.6.

Funzioni

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Dimostrazione. Siano E = {ar : r Q, r > 0} e b = inf E . Dal lemma precedente sappiamo che ar > 1 per ogni razionale positivo r e quindi che gli elementi di E sono tutti maggiori di 1. Perci` o 1 ` e un minorante di E e b 1. Se fosse b < 1, 2 allora sarebbe b < b e quindi, per le propriet` a dellestremo inferiore discusse nella Proposizione 6.5, esisterebbe un elemento di E , ossia un esponente razionale r > 0, tale che ar < b2 . Estraendo le radici quadrate, si avrebbe allora ar/2 < b . Siccome r/2 ` e anchesso un numero razionale positivo, avremmo trovato ar/2 E pi` u piccolo di b . Questa contraddizione implica b = 1, come desiderato. Esponente reale, base positiva. Siamo nalmente in grado di denire ax per ogni a > 0 e x R . La denizione ` e fondata sulla possibilit` a di approssimare ax dal sotto e dal sopra mediante esponenti razionali con precisione arbitraria. La proposizione che segue chiarica, nel caso a > 1, il senso del processo di approssimazione. Proposizione 8.3. Siano a > 1 e x R . Consideriamo gli insiemi R = { ar : r Q , r < x } , S = {as : s Q, s > x}. Esiste uno ed un solo elemento separatore tra R ed S , che ` e sup R = inf S . Dimostrazione. Per via del Lemma 8.1 si ha x y per ogni x R e per ogni y S . Quindi esiste certamente un elemento separatore tra R e S . Proviamo che esso ` e unico. Se < fossero due elementi separatori distinti, si avrebbe ar < as per ogni coppia di razionali r, s tali che r < x < s . Ma allora si avrebbe as as r = r > 1 a per ogni coppia di razionali r, s tale che r < x < s . Ogni numero razionale positivo p ` e peraltro del tipo s r dove r, s Q sono tali che r < x < s , e quindi si avrebbe ap > 1 per ogni razionale positivo p . Questo contraddice il Lemma 8.2. Quindi lelemento separatore ` e unico e verr` a denotato provvisoriamente con . Per denizione di elemento separatore, R ` e superiormente limitato da . Sia pertanto = sup R . Se fosse < , allora sarebbe un altro elemento separatore tra R e S diverso da . Infatti, ovviamente x per ogni x R ed inoltre < y per ogni y S . Lunicit` a dimostrata sopra implica perci` o = . In modo del tutto analogo si prova che = inf S . Quindi lunico elemento separatore ` e sup R = inf S . Dato dunque a > 1 e x R , si denisce ax = sup {ar : r Q, r < x} = inf {as : s Q, s > x}.

Poich e in particolare ax ` e un maggiorante di un insieme di numeri strettamente positivi, x evidentemente a > 0 per ogni a > 1 e per ogni x R . Inne, se a < 1 si pone x 1 x . (8.19) a = a

76

Analisi Matematica 1

Abbiamo pertanto denito ax per ogni esponente x R e per ogni base positiva a . Esso ` e sempre un numero positivo. Per ogni a > 0 si ha a0 = 1 e le propriet` a (8.17) e (8.18) valgono per ogni n , m R . La dimostrazione di questultimo asserto viene omessa. Il lettore curioso pu` o trovarla a pag.79 di [DM], oppure provare a dimostrarla. Nel libro citato si dimostra anche che per ogni a > 0 si ha (8.20) La (8.20) pu` o essere vista come una conseguenza del fattto che F = {ax : x R} ` e un gruppo moltiplicativo (ossia soddisfa gli assiomi (M) visti nella Denizione 1.2 del primo capitolo) per il quale F (1, +) non ha minimo. Queste due propriet` a consentono di concludere che F ricopre tutta la semiretta (0, +). Dal Lemma 8.1 segue facilmente che se a > 1, allora x < y implica ax < ay ; viceversa, dalla denizione (8.19), se a < 1, allora x < y implica ax > ay . Deniamo per ogni a > 0 la funzione (8.21) detta funzione esponenziale di base a . Riassumiamo le principali propriet` a delle funzioni esponenziali in una lista: (E0) expa (1) = a ; (E1) expa (x + y ) = expa (x) expa (y ) per ogni x, y R ; (E2) expa (0) = 1; (E3) expa (R) = (0, +) se a = 1; (E4) expa ` e crescente se a > 1 e decrescente se a < 1; (E5) expexpa (x) (y ) = expa (xy ) per ogni x, y R ; (E6) exp1 (x) = 1 per ogni x R . Il graco di una funzione esponenziale con base a > 1 ha il seguente aspetto: expa : R (0, +), expa (x) = ax , {ax : x R} = (0, +).

Funzioni

77

Nella gura che segue sono disegnati i graci di expa con a = 1/2, 1/4, 1, 4 e 2.

1 x
2

1 x
4

4x 2x 1x = 1

Per basi maggiori di 1 le funzioni esponenziali divengono via via pi` u ripide al crescere della base. Vale la pena di osservare esplicitamente che come conseguenza di (E1) ed (E2) si ha 1 = a0 = axx = ax ax per ogni x R , e quindi per ogni base a > 0 risulta (8.22) ax = 1 , ax per ogni x R.

Fissiamo ora una base a > 0 e consideriamo la corrispondente funzione esponenziale expa . La propriet` a (E3) dice che essa ` e surgettiva, mentre la (E4) implica che essa ` e iniettiva se a = 1. Dunque, se a = 1, expa ` e invertibile e la sua funzione inversa loga : (0, +) R, a = 1,

si chiama il logaritmo in base a . Per simmetria rispetto alla bisettrice, possiamo subito dire che il graco della funzione logaritmo con base a > 1 sar` a del tipo

78

Analisi Matematica 1

La denizione di loga che abbiamo dato, ossia come funzione inversa della funzione esponenziale, ` e equivalente alle due seguenti fondamenteali identit` a: (8.23) (8.24) loga (ax ) = x aloga x = x per ogni x R; per ogni x (0, +).

Le propriet` a del logaritmo sono presto dedotte dalle propriet` a dellesponenziale: (L0) loga (a) = 1 (L1) loga (xy ) = loga (x) + loga (y ) per ogni x, y (0, +); (L2) loga (1) = 0; (L3) loga ((0, +)) = R se a = 1; (L4) loga ` e crescente se a > 1 e decrescente se a < 1; (L5) loga (xy ) = y loga (x) per ogni x (0, +) e ogni y R ; (L6) logb (x) = (logb a)(loga x) per ogni x (0, +) e ogni b > 0. Infatti (L1), (L2) e (L3) sono immediate conseguenze delle propriet` a (E1), (E2) e (E3). La (L4) ` e conseguenza di (E4) e della Proposizione 7.6. Per la (L5), osserviamo che, in virt` u di (E5) e dellidentit` a fondamentale (8.24), si ha y y ay loga (x) = aloga (x) = xy = aloga (x ) .

Dalliniettivit` a dellesponenziale segue y loga (x) = loga (xy ). Inne la (L6) viene detta la formula di cambiamento di base dei logaritmi, ed ` e conseguenza di (L5) e di (8.24): log x (loga x)(logb a) = logb a a = logb x.

Funzioni

79

Esercizi
1. Vericare la formula per il dominio di f (x) = tan(1 x2 ) provata nellEsempio 8. 2. Tracciare i graci delle seguenti funzioni: f 1 ( x) = | x + 2 | ; f 4 ( x) = 1 | x| ; f7 (x) = 1 |(x 2)2 1|; f10 (x) = | x| + 2 | x| 1 | x| ; x f 2 ( x) = | x 3 | ; f 5 ( x) = | 3 x| ; f 8 ( x) = 1 ; | x| f3 (x) = |x| 2; f 6 ( x) = | 2 x2 | ; f9 (x) = |x + 1| |2(x + 1)|; f12 (x) = |x + 2| (x + 2);

3. Tracciare il graco di f (x) = x/(x 2). [Suggerimento: aggiungere e togliere 2 al numeratore.] 4. Tracciare il graco di f (x) = x2 + 2x e di g (x) = 1/f (x). 5. Dato il graco di y = f (x) disegnato in gura,

f11 (x) = 1 1 |x|;

disegnare i graci delle funzioni: f1 (x) = f (x); f4 (x) = f (|x|); f2 (x) = f (x); f5 (x) = f (x 1); f 3 ( x) = | f ( x) | ; f6 (x) = f (x + 2);

80

Analisi Matematica 1

f7 (x) = f (x) 2; f10 (x) = f (3x);

f8 (x) = 2f (x); f11 (x) = f (x/2).

f9 (x) = f (x)/2;

6. Provare che la composizione di funzioni iniettive ` e iniettiva. 7. Provare che la composizione di funzioni crescenti ` e crescente, e che lo stesso vale per le funzioni non decrescenti, decrescenti e non crescenti. 8. Provare che se f ` e crescente e g ` e decrescente, allora f g e g f sono decrescenti, se e quando sono denite. 9. Provare che se f ` e crescente e negativa e g ` e decrescente e positiva allora f g ` e crescente (e naturalmente negativa). Che cosa si pu` o dire del prodotto f g se f ` e crescente e positiva e g ` e decrescente e negativa? 10. Dimostrare la Proposizione 7.6. 11. Si consideri la funzione f (x) = x2 1 3 . x + 3 11

(a) Disegnare il graco di f . (b) Sia g (x) = f (x) per x > (1/2). Determinare g 1 , se esiste, specicandone linsieme di denizione. 12. Si consideri la funzione f : (, +) [1, 1] denita da 1 se x (, 1] x x se x (1, 0) f ( x) = 1 x se x [0, 1) 1 se x [1, +). x (a) Disegnare il graco di f ; (b) dire se f ` e iniettiva e/o surgettiva; (c) determinare in quali intervalli f ` e crescente; (d) disegnare il graco di f (|x|). 13. Si consideri la funzione f : (, +) ( , ] denita da 2 2 x se x (, ] [ , +) 4 4 arctan se x ( 4 , 0] f ( x) = 2 x + 2 2x se x (0, ). 4 (a) (b) (c) (d)

Disegnare il graco di f ; Dire se f ` e iniettiva e/o surgettiva; determinare in quali intervalli f ` e crescente; scrivere la decomposizione f = fp + fd dove fp ` e pari e fd ` e dispari. 1 . 1 + | x 2|

14. Sia f (x) =

Funzioni

81

(a) Determinare linsieme di denizione di f . (b) Vericare se per x > 2 f ` e invertibile e in caso aermativo determinare la funzione inversa f 1 . (c) Disegnare il graco di f , giusticandone il procedimento. (d) Determinare la parte pari e la parte dispari della funzione g (x) = f (x + 2). 15. Sia f (x) = (a) (b) (c) (d) 1 1 3x Determinare linsieme di denizione I di f e limmagine di f . Studiare la monotonia di f e stabilire se f ` e invertibile. Disegnare il graco di f , giusticando il procedimento. Se esiste, determinare f 1 specicandone insieme di denizione e immagine.

16. Provare che (8.17) e (8.18) valgono per ogni a = 0 e per coppia di interi n , m .

17. Provare che (8.17) e (8.18) valgono per ogni a > 0 e per coppia di razionali n , m .

18. Riscrivere le propriet` a (E1), (E2) e (E3) delle funzioni esponenziali sostituendo expa y con ay . 19. Dimostrare le propriet` a (L1), (L2) e (L4) delle funzioni logaritmo. 20. Stabilre quale ` e pi` u grande tra le seguenti coppie di numeri reali: (i) log 2 + 47 log 27, 141 log 3 (ii) log2 3, log3 2 (iii) log3 10, log4 15 (iv) 251 , 334 (v) 477 , 751 (vi) log6 108, log5 125.

CAPITOLO 4

Limiti e continuit` a
Una delle nozioni centrali dellAnalisi Matematica ` e la nozione di continuit` a di una funzione. Quando riferita ad una funzione del tipo f : I R R , essa pu` o essere formulata in modo grossolano dicendo che una funzione ` e continua se ` e possibile disegnarne il graco senza staccare la penna dal foglio, ovvero senza fare salti. Purtroppo non ci sono carta e penna in matematica: bisogna fare lo sforzo di tradurre le nostre intuizioni in denizioni stringenti, possibilmente anche abbastanza semplici e generali da poterle poi adattare a contesti diversi. La denizione rigorosa di continuit` a viene formulata oggigiorno mediante la nozione di limite, il vero cuore dellAnalisi. Essa incorpora lidea intuitiva dellavvicinarsi sempre pi` u, diventare arbirariamente vicini, ossia tendere ad un certo valore, senza necessariamente raggiungerlo. Unapplicazione dellidea di limite molto facile da comprendere ` e lesempio delle successive bisezioni di un segmento. Dato un segmento S0 di lunghezza L , sia S1 uno dei due segmenti ottenuti tagliando S0 nel punto medio, ossia in due. Esso avr` a lunghezza L/2. Il segmento S2 ottenuto tagliando S1 a met` a avr` a lunghezza (L/2)/2 = L/22 e la met` a di questo, ossia S3 , avr` a lunghezza L/23 , e cos` via. Il processo ideale di iterata suddivisione in due di un segmento produce, al passo n esimo, un segmento Sn di lunghezza L/2n . Poich e 2n pu` o essere reso grande quanto vogliamo, pur di prendere n opportunamente grande, la lunghezza di Sn pu` o essere resa piccola a piacere, ovvero, come impareremo ad esprimerci, essa tende a zero. Dunque, astraendo, a mano a mano che la variabile (nel nostro caso, n ) cresce indenitamente, una grandezza che da essa dipende si avvicina sempre pi` u ad un certo valore limite (nel nostro caso, zero). Nella discussione svolta, ` e importante interpretare la crescita indenita di n come lapprossimarsi di n ad una meta ideale che non sar` a mai raggiunta. La meta cui alludiamo in questo caso non ` e identicabile in un punto preciso, cos` come non ` e un punto preciso lorizzonte visivo. I matematici creano espressioni quali tendere allinnito per suggerire unimmagine, per consentire una sorta di visualizzazione dei fenomeni che si intendono studiare: la conclusione matematica dellesempio della bisezione del segmento sar` a espressa dicendo che L/2n tende a zero quando n tende allinnito. In generale, saremo interessati al comportamento che una funzione di variabile reale pu` o esibire quando la variabile si avvicina sempre pi` u ad una certa meta. Essa potr` a essere come discusso nora un punto allinnito, cio` e una meta indenitamente grande o indenitamente grandemente negativa, oppure pu` o essere un punto al nito, cio` e un numero reale x0 . In questultimo caso, si tratter` a di analizzare che cosa succede ai valori della funzione quando la variabile si trova nelle regioni immediatamente vicine ad x0 , senza peraltro curarsi di che cosa accada in x0 . Illustriamo questo caso mediante un vero classico, che verr` a ripreso pi` u avanti. Consideriamo la circonferenza
83

84

Analisi Matematica 1

trigonometrica e un arco piccolo e positivo x , ossia minore di /2 se espresso in radianti. Vale la disuguaglianza 0 < sin(x) < x , come indicato in gura.

sin x

Vogliamo valutare il rapporto tra il seno di x e x , ossia il valore della funzione sin x f ( x) = x quando largomento x diviene sempre pi` u piccolo. Come ogni buon costruttore di pendoli sa bene, questo rapporto diviene sempre pi` u prossimo ad uno se si considerano archi x sempre pi` u piccoli. Si osservi peraltro che il valore x0 = 0 non pu` o neppure essere preso in considerazione, dal momento che f non ` e denita per x0 = 0. Quindi ci interessano valori sempre pi` u piccoli di x ma non il valore x0 = 0. La conclusione sar` a formulata dicendo che f (x) tende a uno1 quando x tende a zero. Il processo che trasforma le idee che abbiamo presentato, per ora abbastanza fumose, in denizioni precise ossia fondate solamente sui vari concetti primitivi che siamo disposti ad accettare senza ulteriori spiegazioni ha dato luogo storicamente alla nascita della cosiddetta analysis situs, locuzione che potremmo parafrasare in analisi locale dello spazio. Le teorie moderne che hanno sviluppato le conseguenze pi` u dirette della nozione di limite sono lAnalisi e la Topologia, due branche della matematica intimamente interconnesse. Il grande successo dellapparato concettuale che si sviluppa a partire da questa autentica pietra miliare del pensiero - cio` e il concetto di limite - ` e dovuto allaccuratezza con la quale i modelli matematici che da essa traggono origine descrivono un gran numero di fenomeni sici, perlomeno quelli per schematizzare i quali si fa segretamente appello allantica convinzione che natura non facit saltus.

1Vedi

ad esempio le formule (1.26) e (2.53).

Limiti e continuit` a

85

1. Successioni e loro limiti. Lesempio delle bisezioni iterate di un segmento ` e unistanza particolare di una classe di fenomeni o esempi che possono essere formalizzati introducendo le successioni. Una successione ` e infatti una lista di numeri reali. Il linguaggio matematico trae ispirazione dal linguaggio corrente anche in questo caso: nel dire lista, intendiamo proprio dire che c` e un primo e poi un secondo e poi un terzo, e cos` via. Diamo senzaltro la denizione formale: Definizione 1.1. Una successione ` e una applicazione Solitamente limmagine di n N si scrive an invece di a(n) e si legge a con n . Evidentemente, una successione ` e nota se sono noti i numeri reali a0 , a1 , a2 . . . , che formano una lista ordinata. Per coerenza con le notazioni adottate nel caso degli elementi del prodotto cartesiano R R , in cui cio` e abbiamo distinto la coppia (x, y ) dalla coppia (y, x) perch e diverso ` e lordine in cui essi sono scritti, conveniamo di denotare una successione mediante (a0 , a1 , a2 , . . . ), ovvero, sinteticamente ( an ) n 0 { an } n 0 oppure oppure ( an ) n N . {an }nN , Va detto che in molti testi viene preferita una delle scritture a nostro avviso meno coerenti in quanto luso delle parentesi grae ` e solitamente riservato agli insiemi, per i quali invece nessun tipo di ordinamento ` e rilevante. Spesso si descrive una successione mediante una formula generale che individua lapplicazione, cos` come abbiamo visto per molte funzioni2 f : I R R . Se ad esempio scriviamo an = n + 2 intendiamo la successione a : N R denita da n n + 2 ossia la lista (2 , 3, 4, 5, . . . ). Dovrebbe essere peraltro evidente che anche una formula del tipo an = n 3 denisce una successione anche se non sono deniti i valori a0 , a1 e a2 e quindi, a rigore, non ` e denita una a : N R . Infatti, mappa la formula d` a comunque luogo ad una lista, cio` e (0, 1, 2, 3, 2, 5, . . . ). Per essere pignoli, dovremmo allora dire che una successione ` e una applicazione del tipo dove k ` e un qualche intero non negativo. In eetti questa pignoleria pu` o essere incorporata senza dicolt` a nella scrittura standard: basta scrivere ( an ) n k . Nellenunciare i vari risultati sulle successioni ci risparmieremo senzaltro questo eccesso di zelo formale, condando nella capacit` a del lettore di riadattarli di volta in volta. a : {n N : n k } R a : N R.

questo punto di vista, valgono tutte le convenzioni stabilite nora per le funzioni del tipo f : I R R , perch e N ` e a tutti gli eetti un particolare sottoinsieme di R .

2Da

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Analisi Matematica 1

Esempi. (1) Sia L un numero reale positivo. La formula an = L/2n , con n 0, denisce la successione (L, L/2, L/4, L/8, . . . ). Essa ` e la successione che funge da modello matematico per il processo di bisezione iterata di un segmento o di qualunque altra grandezza L . (2) La formula an = (1)n , con n 0, denisce la successione (1, 1, 1, 1, . . . ). Infatti per n N si ha evidentemente 1 se n ` e pari (1)n = 1 se n ` e dispari. (3) Studieremo nei dettagli limportante successione denita per n 1 dalla formula n 1 an = 1 + . n (4) La formula an = 1/n , con n 1, denisce la successione (1, 1 , 1 , 1 , . . . ). 2 3 4
1 2 3 4 (5) La formula an = n/(n + 1), con n 0, denisce la successione (0, 2 , 3 , 4 , 5 , . . . ).

(6) Dato un qualunque numero reale R , possiamo formare la successione i cui valori sono tutti uguali a , ossia an = per ogni n N . Una siatta successione verr` a detta successione costante. (7) Date due successioni (an )n0 e (bn )n0 si pu` o naturalmente denirne la somma e il prodotto nel modo naturale: la loro somma sar` a la successione n an + bn , denotata (an + bn )n0 , mentre il loro prodotto sar` a n an bn , e sar` a denotato (an bn )n0 . Questultima denizione comprende anche il caso in cui (bn )n0 sia una successione costante, e quindi possiamo formare anche la successione (an )n0 per ogni R . ` importante osservare che la particolare struttura di N consente di denire sucE cessioni mediante una procedura che ricorda il principio di induzione. Si tratta della denizione per ricorrenza. Vediamo un esempio. Consideriamo le formule a0 = 1 an+1 = Se prendiamo n = 0, esse implicano a1 = e quindi per n = 1 abbiamo a2 = 1 1 = 1 + a1 1+
1 2

1 . 1 + an

1 1 1 = = 1 + a0 1+1 2 2 = . 3

` chiaro che cosa succede: la conoscenza di a0 consente di calcolare a1 , la conoscenza E del quale consente di calcolare a2 , e cos via. Nota limmagine di n possiamo conoscere limmagine del successivo, cio` e di n+1 e quindi possiamo conoscere tutta la successione, almeno in linea di principio. Il procedimento ha senso proprio perch e tra numeri

Limiti e continuit` a

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naturali esiste la nozione di successivo. Si osservi che se avessimo dato ad a0 un valore diverso da 1, avremmo ottenuto una successione diversa, ancorch e ottenuta mediante la stessa formula ricorsiva. Lesempio precedente pu` o essere generalizzato. Consideriamo per esempio la famosa successione di Fibonacci3, ossia la successione 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, . . . Dal terzo in poi, ciascun elemento della successione ` e ottenuto sommando i due precedenti. In altre parole, abbiamo la regola an+2 = an + an+1 . Essa permette di costruire la successione di Fibonacci quando siano noti i primi due valori, cio` e a0 = a1 = 1. Cambiando questi valori si ottengono successioni diverse; se ad esempio a0 = a1 = 0 si ottiene la successione costantemente nulla. Il punto importante che vogliamo mettere in evidenza, ` e che ogni coppia di valori (an , an+1 ) consente di calcolare il successivo an+2 , mentre la conoscenza di uno solo di essi, an oppure an+1 , non ` e suciente. Il lettore avr` a intuito che esistono metodi ricorsivi di passo arbitrario: nulla vieta infatti di denire una successione assegnandone esplicitamente i primi k valori dove k ` e un intero positivo qualsiasi e di procedere mediante una formula che attribuisca un valore allelemento an+k a partire dalla conoscenza della k -upla (an , an+1 , . . . , an+k1 ). Nel caso della successione di Fibonacci k = 2. Lintero k , ossia il minimo numero di valori consecutivi che devono essere noti per poter calcolare il successivo si dice il passo della successione denita per ricorrenza. Abbiamo gi` a osservato che una successione ` e, in particolare, una funzione del tipo f : I R R . Come tale, essa avr` a certamente un graco. Siccome in tutti i casi I = N (o quasi, nel senso discusso sopra), il graco di una successione avr` a un aspetto del tutto peculiare: esso ` e costituito da punti di ascissa intera non negativa. Quindi, il graco di una successione sar` a tipicamente

10

Fibonacci, matematico pisano del secolo XII, fu il primo ad introdurre in Italia e in Europa la numerazione araba.

3Leonardo

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Analisi Matematica 1

1.1. Successioni convergenti. Il problema che ci interessa soprattutto di affrontare ` e come si possa formalizzare lidea che i valori di an tendano ad un valore limite al crescere di n , come discusso allinizio del capitolo.

Limiti e continuit` a

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Proviamo ad esempio a tracciare il graco della successione an = n/(n + 1). In questo caso, sar` a opportuno utilizzare un sistema di coordinate non monometrico.

1 2/3 1/2

.........................................................

10

la distanza |an 1| diviene piccola quanto vogliamo. Meglio: ssato ad arbitrio un numero reale > 0, per la propriet` a archimedea di R esiste certamente un N N tale che N > 1. Al cambiare di cambier` a anche N e quindi scriviamo N invece di N . Per un siatto N , e a maggior ragione per ogni n N , si ha n > 1. Per tutti gli interi n N risulta quindi 1 | an 1 | < < . n Abbiamo provato: per ogni > 0 esiste un N tale che se n N , allora |an 1| < . Questa aermazione ispira la denizione che segue, di grande importanza. Definizione 1.2. Siano (an )n0 una successione e R . Diremo che (an )n0 converge ad , oppure che tende ad , oppure ancora che il limite di (an )n0 ` e uguale ad , e in tal caso scriveremo lim an =
n

La successione che stiamo analizzando ` e (0, 1 , 2 , 3 , 4 , . . . ) e naturalmente ipotizziamo 2 3 4 5 che il valore limite sia 1. Siccome n n (n + 1) 1 1 | an 1 | = n + 1 1 = n + 1 = n + 1 < n ,

oppure

an ,

Il senso della denizione ` e questo: ssato un qualunque margine di errore4, ossia un qualunque numero reale positivo , la dierenza tra il valore limite e il valore di an ` e pi` u piccola di per tutti gli n da un certo N in poi. Ancora una interpretazione, di
4La

se per ogni > 0 esiste un intero positivo N tale che se n N , allora |an | < .

lettera greca che si legge epsilon ` e una e, indica proprio il termine errore.

90

Analisi Matematica 1

natura pi` u graca: ssato R , i punti (x, y ) del piano per i quali |y | < sono quelli contenuti nella striscia di semiampiezza centrata attorno allordinata :

+ ......................................................... (x, y )

La richiesta |an | < per n > N equivale perci` o alla richiesta che il punto (n, an ) sia interno alla striscia. Ricapitolando: per ogni > 0 deve esistere un intero N tale che tutti i punti del graco della successione che sono a destra della retta verticale di ascissa N risultano interni alla striscia di semiampiezza centrata in .

=1

.........................................................

Nella denizione di limite appare la frase: esiste un intero positivo N tale che se n N , allora... Essa pu` o essere parafrasata mediante la frase italiana da un certo punto in poi, oppure tranne al pi` u per un numero nito di termini. Questo concetto verr` a richiamato in molte circostanze e merita senzaltro una denizione. Definizione 1.3. Diremo che la successione (an )n0 soddisfa denitivamente la propriet` a P se esiste un intero positivo N tale che an soddisfa P per ogni n N .

Limiti e continuit` a

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Prima di discutere alcuni esempi, un commento circa le notazioni. Oltre a quelle che abbiamo introdotto, sono anche molto usate, e certamente accettabili, le seguenti:
n

lim an = ,

n +

lim an = ,

che vengono lette, rispettivamente, il limite di an per n che tende allinnito ` e uguale a e il limite di an per n che tende a pi` u innito ` e uguale a . Esse non sono molto economiche. In eetti, come sar` a pi` u chiaro quando tratteremo limiti di funzioni, la variabile intera e positiva n , se tende da qualche parte, non pu` o che tendere allinnito (anzi, a + ) ed ` e dunque pleonastico specicarlo nella notazione. Esempi. (8) Consideriamo la successione (2n )n0 da cui siamo partiti. Vogliamo mostrare che essa tende a zero. Fissiamo > 0. Dobbiamo provare che esiste N tale che la diseguaglianza 2n < vale per ogni n N . Passando al logaritmo in base 2, che come sappiamo ` e crescente, la diseguaglianza per N ` e equivalente a N > ( log2 ). Lesistenza di un intero N che la soddis ` e garantita dalla propriet` a archimedea (si osservi che per < 1 si ha log2 > 0). Tale diseguaglianza vale a maggior ragione se n N . In conclusione: ssato > 0 sia N tale che N > ( log2 ). Se n N , allora 2n < . Questo dimostra che 2n 0. (9) Anche la successione an = 1/n , con n 1 tende evidentemente a zero. Fissato > 0 sia N un intero tale che N > 1. Per ogni n N si ha n > 1 e quindi (1/n) < , come volevasi. (10) Una successione costante converge evidentemente a quel valore costante. (11) Che cosa signica dire che una successione non converge? Signica che nessun R ne ` e un valore limite, ossia, che per ogni R si ha: (1.25) > 0 tale che N N : n N tale che |an | . (12) Proviamo che la successione an = (1)n non converge. Fissiamo allora R e proviamo che vale (1.13) per la successione in esame. Lidea da seguire ` e la seguente: i punti della successione sono alternatamente 1 e 1 ed hanno quindi mutua distanza uguale a 2. Se scegliamo una striscia abbastanza sottile centrata intorno ad , per esempio di semiampiezza 1/2, essa non potr` a contenere sia 1 sia 1. Scegliamo quindi = 1/2 e ssiamo N . Dobbiamo esibire un n N per il quale risulti |an | 1/2. Si danno tre casi che (come vedremo) si escludono a vicenda: la distanza di 1 da ` e minore di 1/2, oppure la distanza di 1 da ` e minore di 1/2, oppure n` e 1 n` e 1 distano da meno di 1/2. In questultimo caso, tutti gli an soddisfano |an | 1/2, e quindi (1.13) ` e vericata. Se risulta |1 | < 1/2, allora innanzitutto > 1/2. Ma allora | (1)| = | + 1| = + 1 > 3/2. Perci` o se la distanza di 1 da ` e minore di 1/2, allora la distanza di 1 da ` e maggiore di 1/2. Quindi, ad ogni n dispari (e perci` o certamente a qualche n N ) corrisponde un an per il quale |an | 1/2. Anche in questo caso (1.13) ` e vericata. Lasciamo al lettore la conclusione del ragionamento, cio` e la disamina del caso in cui |(1) | < 1/2.

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Analisi Matematica 1

Passiamo ora a dimostrare le principali propriet` a dei limiti delle successioni. Proposizione 1.4. Se una successione converge, il limite ` e unico. Dimostrazione. Supponiamo che e siano due limiti di (an )n0 . Fissiamo > 0. Allora esisteranno N/2 e N a: /2 con le seguenti propriet` n N / 2 = | an | < 2 n N / 2 = | an | < . 2 Se N = max{N/2 , N } si avr` a allora per ogni n N : /2 | | = | an + an | | an | + | an | < + = . 2 2 Abbiamo provato che per ogni ssato > 0 si ha | | < . Per il Corollario 5.2 del Capitolo 2 ne segue che = . Nel corso della precedente dimostrazione ` e emerso un fatto di cui faremo uso implicito o esplicito in diverse circostanze, e che vale la pena enunciare formalmente.

Lemma 1.5. Se una successione soddisfa denitivamente la propriet` a P e soddisfa denitivamente anche la propriet` a Q , allora essa soddisfa denitivamente la propriet` a P Q , cio` e P e Q valgono denitivamente in modo congiunto. Dimostrazione. Se an soddisfa P per n N e soddisfa Q per n M , allora an soddisfa P Q per n max{N, M } .

Teorema 1.6 (Confronto I). Siano (an )n0 e (bn )n0 due successioni e supponiamo an a e bn b . (i) Se denitivamente an < bn oppure an bn , allora a b ; (ii) se a < b , allora denitivamente an < bn ; (iii) se a < R , allora denitivamente an < ; se a > R , allora denitivamente an > . Dimostrazione. Proviamo dapprima (ii). Fissiamo > 0 e supponiamo inoltre che < (b a)/2. Applicando il Lemma 1.5, le disuguaglianze an < a + , sono entrambe denitivamente vere. Ne segue che denitivamente si ha come volevasi. Questo implica subito (i), in quanto se viceversa si avesse a > b , allora si avrebbe denitivamente an > bn . Inne, per quanto riguarda (iii), basta applicare (ii) al caso particolare di una successione costante n = , oppure n = . Il punto (i) del teorema precedente non ` e migliorabile, nel senso che in eetti anche se vale la disuguaglianza stretta an < bn denitivamente, non si pu` o concludere che la disuguaglianza stretta valga anche tra i limiti. Basta considerare ad esempio an = 1/n e bn = 2/n . Anche se an ` e la met` a di bn , entrambe le successioni convergono a zero. b n an > b a 2 > 0 , bn > b ,

Limiti e continuit` a

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Corollario 1.7 (Permanenza del segno). Se la successione (an )n0 converge a = 0 , allora (an )n0 ha denitivamente il segno di . Dimostrazione. Si applichi il punto (iii) del Teorema 1.6 al caso = 0 (se < 0), oppure al caso = 0 (se > 0). Teorema 1.8 (Confronto II, o Teorema dei carabinieri). Siano (an )n0 , (bn )n0 e (cn )n0 tre successioni e supponiamo che (A) an e cn ; (B) denitivamente an bn cn . Allora esiste anche lim bn e lim bn = .
n n

Dimostrazione. Sia > 0 ssato. Dallipotesi (A) e per via del Lemma1.5, risultano congiuntamente vericate denitivamente le seguenti disuguaglianze: Applicando perci` o lipotesi (B) si ha denitivamente cosicch e |bn | < denitivamente. Quindi bn . < an bn cn < + , < an , c n < + .

Il signicato del curioso titolo Teorema dei carabinieri ` e dovuto allidea seguente: se due carabinieri accompagnano un mariuolo, luno a destra e laltro a sinistra, e se entrambi i carabinieri vanno in guardina, ci va anche il mariuolo.

Esempi. (13) Consideriamo la successione denita per n 1 dalla formula bn = sin(1/n). Come abbiamo gi` a osservato allinizio del capitolo, vale per archi x che siano piccoli e positivi la diseguaglianza 0 < sin(x) < x . In particolare, essa si applica a x = 1/n per ogni n intero positivo. Quindi, avremo 1 1 0 < sin < . n n

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Analisi Matematica 1

Interpretiamo lo zero a sinistra come lelemento n -esimo della successione costante an = 0. Poich e sappiamo che cn = 1/n 0, il Teorema dei carabinieri implica sin(1/n) 0. Definizione 1.9. Diremo che la successione (an )n0 ` e limitata se linsieme dei suoi valori A = {an : n 0} ` e limitato. In particolare, (an )n0 ` e limitata se e solo se esiste M 0 tale che |an | M per ogni n N . Proposizione 1.10. Una successione convergente ` e limitata. Dimostrazione. Sia = limn an e sia > 0 ssato. Esister` a allora N tale che ||an | ||| |an | < per ogni n N . In particolare, per tali n risulta |an | || + . Posto allora M = max |a0 |, |a1 |, . . . , |aN 1 |, || + ,

avremo che |an | M per ogni n N . Quindi (an )n0 ` e limitata.

Facciamo notare che limplicazione opposta a quella enunciata nella proposizione precedente non ` e vera, ossia non ` e vero che se (an )n0 ` e limitata, allora essa ` e convergente. Come abbiamo visto nellEsempio 12, la successione denita da an = (1)n non converge, pur essendo ovviamente limitata da M = 1. Teorema 1.11 (Algebra dei limiti). Siano (an )n0 e (bn )n0 due successioni, e supponiamo an a e bn b . Allora: (i) (ii) (iii) (iv) (v) |an | |a| ; an + b n a + b ; an bn ab ; per ogni R , an a ; se b = 0 , allora5 an /bn a/b .

Dimostrazione. (i) Siccome denitivamente |an a| < , segue che denitivamente ||an | |a|| |an a| < . (ii) Fissiamo > 0. Denitivamente abbiamo |an a| < /2 e |bn b| < /2. Utilizzando il Lemma 1.5 possiamo dire che denitivamente risulta |an + bn (a + b)| |an a| + |bn b| < /2 + /2, come volevasi. (iii) Sia > 0. Siccome (an )n0 ` e convergente, essa ` e limitata per via della Proposizione 1.10. Quindi |an | M0 per un qualche M0 > 0. Poniamo M = max{M0 , |b|} ed osserviamo che M > 0 anche se fosse b = 0. Dal fatto che entrambe le successioni convergono, denitivamente risulta |an a| < /(2M ) e |bn b| < /(2M ), sempre
5Per

il senso da attribuire al quoziente an /bn , si veda la dimostrazione.

Limiti e continuit` a

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per via del Lemma1.5. Quindi denitivamente si ha |an bn ab| = |an bn an b + an b ab| | an ( b n b ) | + | ( an a) b |

M ( | b n b | + | an a| ) <M + , 2M 2M come richiesto per provare lasserto. (iv) Discende da (iii) nel caso particolare in cui (bn )n0 sia la successione costante uguale a . (v) Poich e b = 0, per permanenza del segno, ossia per il Corollario 1.7, anche bn ` e denitivamente diverso da zero ed ha quindi senso considerare il quoziente an /bn , perlomeno denitivamente. Ora, da (i) abbiamo |bn | |b| > 0 e quindi in virt` u del punto (iii) del Teorema 1.6, scelto (0, |b|) risulta |bn | > denitivamente. Daltra parte, ancora una volta per via del Lemma1.5, si ha denitivamente | b | | b | , | bn b| < , |an a| < 2M 2M dove M = max{|a|, |b|} . Quindi an a |an b abn | = bn b | bn b| |an b ab + ab abn | | bn b| | b | | an a| + | a| | b n b | | bn | | b| M ( | an a| + | b n b | ) | b | < + , 2 2 =

= | an | | b n b | + | an a| | b |

come volevasi.

Come conseguenza del precedente teorema abbiamo, sinteticamente: 1 1 an bn a b, , se a = 0. an a Utilizziamo tutti i risultati esposti per fornire un certo numero di esempi signicativi. Alcuni di essi rientrano nella categoria dei cosiddetti limiti notevoli, ossia limiti di particolare rilevanza cui spesso capita di ricondursi. Altri sono semplici illustrazioni di tecniche standard.

96

Analisi Matematica 1

Esempi. (14) Proveremo che cos(1/n) 1. In eetti, dalla formula di bisezione x 2 cos x = 1 2 sin 2 abbiamo in particolare per ogni intero positivo n 2 1 cos(1/n) = 1 2 sin . 2n

Applicando il Teorema dei carabinieri come fatto nellEsempio 13, otteniamo facilmente che sin(1/2n) 0. Poi, applicando in sequenza (come indicato) i vari punti del Teorema 1.11, otteniamo: 2 1 0 (iii) sin 2n 2 1 (iv) 2 sin 0 2n 2 1 (ii) cos(1/n) = 1 2 sin 1, 2n come desiderato. (15) Consideriamo la circonferenza trigonometrica e archi piccoli e positivi x , ossia 0 < x < /2. Riprendiamo, anandole, le considerazioni svolte allinizio del capitolo.

tan x

sin x

Valgono evidentemente le disuguaglianze 0 < sin x < x < tan x. Passando ai reciproci e moltiplicando poi per sin x > 0 otteniamo 0< cos x 1 1 < < sin x x sin x = 0 < cos x < sin x < 1. x

Limiti e continuit` a

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In particolare, per ogni intero positivo n risulta 0 < cos(1/n) < sin(1/n) <1 (1/n)

e quindi applicando il Teorema dei carabinieri e il risultato cos(1/n) 1 abbiamo il limite notevole (1.26) lim n sin(1/n) = lim
n n

sin(1/n) = 1. (1/n)

Questa ` e una versione del risultato cui si faceva cenno allinizio di questo capitolo. (16) Consideriamo la successione denita da an = n + a0 , n + b0

dove a0 e b0 sono due numeri reali qualunque. Essa ` e sicuramente denita per ogni n se b0 N ed ` e invece denita per n > b0 se b0 N . In ogni caso, potremo scrivere 1 + (a0 /n) an = . 1 + (b0 /n) Partiamo dalla conoscenza del limite 1/n 0 e applichiamo in sequenza (come indicato) i vari punti del Teorema 1.11: (iv) a0 /n 0 (v) e (ii) 1 + (a0 /n) 1 b0 /n 0 e 1 + (b0 /n) 1

1 + (a0 /n) 1 =1 1 + (b0 /n) 1

In conclusione an 1. La pedantesca cura nellevidenziare tutti i singoli passaggi sar` a rispiarmiata al lettore dora in poi. (17) Si pu` o applicare la stessa tecnica utilizzata nellesempio precedente per provare che per ogni scelta di numeri reali a0 , a1 , b0 , b1 si ha n 2 + a1 n + a0 1 n2 + b1 n + b0 e immaginare facilmente che per ogni intero positivo k ed ogni scelta di numeri reali a0 , a1 , . . . , ak1 e b0 , b1 , . . . , bk1 si ha 1 j nk + k j =0 aj n 1. 1 j nk + k b n j j =0 (1.27) lim
n

(18) Generalizziamo ora lesempio base 1/n 0 e proviamo il limite notevole 1 =0 n per ogni > 0.

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Analisi Matematica 1

Sia > 0 e ssiamo > 0. Il numero reale 1/ ` e ben denito e certamente positivo. Per la propriet` a archimedea di R , possiamo allora trovare un intero N tale che N 1/ > 1. A maggior ragione, se n > N si ha n1/ > 1 e quindi 1 1 < 1/ = < . n n Perci` o ssato > 0 si ha 1/n < denitivamente e (1.27) ` e provata. (19) Illustriamo ora una tecnica standard, basata banalmente sul prodotto notevole (a b)(a + b) = a2 b2 . Ad esempio, sia an = n + 1 n. Siccome 0< n+1 n+1 n n+1+ n n= n+1+ n 1 1 = < , n n+1+ n

(20) Applichiamo la tecnica precedente per derivare di un altro limite notevole. Per ogni x R valgono le identit` a 1 cos x (1 cos x) (1 + cos x) = 2 x x2 (1 + cos x) 1 (cos x)2 = 2 x (1 + cos x) 2 1 sin x = . x 1 + cos x

il limite notevole (1.27) (con = 1/2) ed il Teorema dei carabinieri permettono di concludere che an 0.

Usando lalgebra dei limiti e i limiti cos(1/n) 0 e (1.26) otteniamo il limite notevole (1.28) lim
n

In particolare, per ogni intero positivo n si avr` a 2 1 cos(1/n) sin(1/n) 1 = . 1/n2 (1/n) 1 + cos(1/n) 1 cos(1/n) 1 = . 2 1/n 2

(21) Questo esempio ` e pi` u sosticato, ed ` e basato sulla diseguaglianza di Bernoulli (1.29) valida per ogni numero reale h 1. La dimostrazione di (1.29) ` e un facile esercizio6 sul metodo di induzione. Sia p > 1 un numero reale. Quindi per ogni intero positivo n anche p1/n ` e un numero reale maggiore di uno (la radice n -esima ` e crescente e la
6Si

(1 + h)n 1 + nh

veda lEsercizio 2 del Capitolo 1.

Limiti e continuit` a

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radice n -esima di uno ` e uno) e possiamo pertanto denire il numero reale positivo 1/n hn = p 1. Dalla denizione di hn e dalla disuguaglianza di Bernoulli si ha p1 p = (1 + hn )n 1 + nhn = 0 < hn . n Per il Teorema dei carabinieri si ha quindi hn 0 e conseguentemente, ossia dalla uguaglianza hn + 1 = p1/n , si conclude p1/n 1. Consideriamo ora il caso in cui p < 1. Anche la sua radice n -esima sar` a minore di uno e dunque per ogni intero positivo n esister` a un numero reale positivo kn tale che 1 p1/n = . 1 + kn Sempre in virt` u di (1.29) risulter` a 1 1 p= , (1 + kn )n 1 + nkn da cui 1/p 1 0 < kn . n Unulteriore applicazione del Teorema dei carabinieri implica kn 0 e quindi ancora p1/n 1. Abbiamo provato il limite notevole (1.30) lim p1/n = lim n p = 1 per ogni p > 0.
n n

(22) Proviamo ora il limite notevole n (1.31) lim n = 0 per ogni A > 1 n A facendo nuovamente ricorso alla disuguaglianza di Bernoulli (1.29). Posto A = 1 + h , essa fornisce An/2 = ( A)n = (1 + h)n 1 + nh > nh, da cui n 1 An > n2 h2 = 0< n < A nh2 e (1.31) segue nuovamente dal Teoema dei carabinieri e dal limite noto (1/n) 0. 1.2. Successioni divergenti. Siamo ora interessati a successioni i cui elementi divengono arbitrariamente grandi, oppure arbitrariamente grandemente negativi. Ad esempio an = n2 diviene arbitrariamente grande, mentre log(1/n) diviene, al crescere di n , sempre pi` u grande in valore assoluto ma negativo. Definizione 1.12. Diremo che la successione (an )n0 diverge a + , e scriveremo lim an = +
n

oppure

an +,

se per ogni K > 0 esiste un intero positivo NK tale che se n NK , allora an > K . Similmente, diremo che la successione (an )n0 diverge a , e scriveremo lim an =
n

oppure

an ,

se per ogni K > 0 esiste un intero positivo NK tale che se n NK , allora an < K .

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Analisi Matematica 1

Diamo uninterpretazione graca delle denizioni appena viste. I punti (x, y ) del piano per i quali y > K sono quelli contenuti nel semipiano limitato inferiormente dallordinata K . Se K marca lorizzonte, essi stanno sopra lorizzonte.
(x, y )

K .....................................................................

La richiesta an > K per n > NK equivale perci` o alla richiesta che (n, an ) sia interno al semipiano. Per ogni K > 0 deve esistere NK tale che tutti i punti del graco della successione che sono a destra della retta x = NK risultano interni al semipiano limitato inferiormente da K : essi stanno sopra ogni orizzonte e quindi tendono allinnito.

......................................................

NK

Avendo dato le denizioni di successione convergente e di successione divergente, non ci resta che dare un nome alle rimanenti. Definizione 1.13. Diremo che una successione non ha limite se essa non ` e n e convergente n e divergente.

Limiti e continuit` a

101

Esempi. (23) Un esempio ovvio di successione che diverge a + ` e an = n : ssato K > 0 sia N > K ; se n N allora an = n > K . Di altrettanto facile dimostrazione ` e il fatto che per ogni numero reale positivo si ha n + , che completa (1.27). (24) Dimostriamo il limite notevole (1.32)
n

lim An = +

per ogni A > 1

Fissato K > 0, sia N > logA K . Per ogni n N risulta a maggior ragione n logA K e quindi, applicando la mappa esponenziale expA che ` e crescente in quanto A > 1, abbiamo expA n expA (logA K ) = K , come desiderato.

Ci chiediamo se sia possibile estendere in qualche senso il Teorema 1.11 al caso in cui almeno una delle successioni coinvolte sia divergente, oppure se sia possibile una qualche versione di un teorema di confronto. Iniziamo da questultimo tipo di risultato. Teorema 1.14 (Confronto III). Siano (an )n0 e (bn )n0 due successioni, e supponiamo che denitivamente risulti an bn . Allora: (i) se an + , allora bn + ; (ii) se bn , allora an . Dimostrazione. (i) Fissiamo K > 0. Sono allora denitivamente vericate entrambe le disuguaglianze bn an > K . Quindi per ogni K > 0 si ha bn > K denitivamente. Ci` o prova (i). La dimostrazione di (ii) ` e analoga. Per quanto riguarda lalgebra (estesa) dei limiti, anzich e formulare un teorema, ci limitiamo ad una tabella riassuntiva. lim an
n

(25) La successione an = (1)n non ha limite. Sappiamo gi` a che essa non converge. Per provare che essa neppure diverge, basta osservare che essa non ` e mai maggiore di 1 n e mai minore di 1, quindi non diverge n e a + , n e a .

lim bn
n

lim(an + bn )
n

lim(an bn )
n

(1.33)

a>0 a>0 a<0 a<0 0 0 + +

+ + + +

+ + + + F.I.

+ + F.I. F.I. + +

La tabella va interpretata nel modo pressoch e ovvio: ad esempio, la terza riga dice che se an a < 0 e bn + allora an + bn + mentre an bn . Lunico commento aggiuntivo ` e relativo allacronimo F.I. che sta per forma indeterminata. Esso si riferisce al fatto che linformazione a disposizione non ` e suciente per concludere

102

Analisi Matematica 1

qualcosa circa il comportamento della successione in esame, an + bn oppure an bn : vi sono esempi in cui essa converge, esempi in cui diverge ed esempi in cui non ha limite. ` bene chiarire che i simboli + e sono dei meri segni graci che abbreE viano complesse denizioni. Essi non sono numeri reali e come tali non si sommano a numeri reali, n e ad essi si moltiplicano. Quindi scritture del tipo 1 + = +, () =

sono scorrette e sicuramente da evitare. Daltra parte, pu` o essere utile avere delle abbreviazioni per le forme indeterminate, per ragioni essenzialmente mnemoniche. Nella letteratura, o perlomeno nella prassi, si ` e soliti fare riferimento alle forme indeterminate che compaiono nella quinta e sesta riga come forme indeterminate del tipo zero per innito, con abbreviazione 0 , e alla forma indeterminata che compare nellultima riga come alla forma indeterminata del tipo innito meno innito, con abbreviazione . Esempi. (26) Consideramo esempi di forme indeterminate del tipo 0 . Se an = 1/ n e bn = n , allora an 0, bn + e an bn = n + . Se an = 1/2n e bn = n , allora an 0, bn + e an bn = n/2n 0 per via del limite notevole (1.31). Se an = (1)n /n e bn = n , allora |an | 1/n mostra che an 0. Inoltre bn + , mentre an bn = (1)n non ha limite. (27) Consideramo la forma indeterminata del tipo . Se a = n + 1, n bn = n allora an + bn = n + 1 n 0, come visto nellEsempio 19. Se an = n , bn = n allora an + bn = n n = n( n 1) + in quanto n + e n 1 + : il risultato segue dalla terza riga della tabella. Se an = n2 + (1)n , bn = n2 allora n2 + (1)n n2 1 + , e an + in virt` u del Teorema 1.14. Chiaramente an + bn = (1)n che non ha limite. La tabella (1.33) pu` o essere completata dal risultato seguente. Proposizione 1.15. Sia (an )n0 una successione.

1 (i) Se (an )n0 diverge, allora a n 0; 1 (ii) se (an )n0 ` e denitivamente positiva e an 0 , allora a n + ; 1 (iii) se (an )n0 ` e denitivamente negativa e an 0 , allora a n .

Dimostrazione. (i) Supponiamo che (an )n0 diverga a + e sia > 0. Esiste 1 allora N tale che se n N , allora an > 1 , ossia a n < . Dimostrazione analoga vale nel caso in cui (an )n0 diverga a . (ii) Fissiamo K > 0. Siccome an 0, e (an )n0 ` e denitivamente positiva, 1 risulter` a denitivamente 0 < an < K , ossia an > K . La dimostrazione di (iii) ` e simile e viene lasciata per esercizio.

Limiti e continuit` a

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1.3. Successioni innitesime. Di interesse particolare sono le successioni che convergono a zero. Ad esse ` e riservato un nome speciale: Definizione 1.16. Una successione (an )n0 si dice innitesima se an 0 . Abbiamo naturalmente gi` a visto diversi esempi di successioni innitesime. Consideriamo ora la successione denita dalla formula an = (1)n /n . Nonostante an sia positiva per n pari e negativa per n dispari, il suo valore assoluto diviene arbitrariamente piccolo ed ` e quindi naturale atendersi che essa sia innitesima. Questa conclusione pu` o essere infatti dedotta dal Teorema dei carabinieri e dalla semplicissima diseguaglianza (1)n 1 . 0 < |an | = n n Ora, (an )n1 ` e il prodotto delle successioni denite da bn = (1)n e cn = 1/n . Siccome (bn )n1 non ha limite, come ben sappiamo, non sarebbe stato possibile dedurre la convergenza di (an )n1 utilizzando lalgebra dei limiti. Infatti, il prodotto di una successione che non ha limite per una che invece converge o diverge ` e una forma indeterminata. Lasciamo al lettore la verica dettagliata del fatto (bn cn )n1 non ha limite se bn = (1)n e se per esempio cn = (n + 1)/n oppure cn = n2 . Nel caso in esame, abbiamo il prodotto di due successioni una delle quali ` e non solo convergente ma innitesima e laltra, pur non avendo limite, ha una caratteristica che, per cos` dire, la redime: essa ` e limitata. Proposizione 1.17. Il prodotto di una successione innitesima e di una successione limitata ` e una successione innitesima. Dimostrazione. Siano (an )n0 innitesima e (bn )n0 limitata. In particolare, sia M > 0 tale che |bn | M per ogni n . Si ha allora per ogni n e lasserto segue dal Teorema dei carabinieri. 0 < | an b n | M | an |

1.4. Successioni monotone. . Siccome ogni successione ` e una funzione a valori reali denita su un sottoinsieme di R , ci si pu` o naturalmente chiedere se una successione sia monotona oppure no. Ricordiamo che una funzione f : I R si dice, ad esempio, crescente se e solo se per ogni x, y I si ha (1.34) x<y Nel caso di una successione si ha I N . In particolare, se la successione (an )n0 ` e crescente, ponendo x = n e y = n + 1 in (1.34) si avr` a (1.35) Quindi la condizione (1.35) ` e certamente necessaria anch e (an )n0 sia crescente. La particolare struttura di N implica che in eetti essa ` e anche suciente. Abbiamo infatti la seguente: Proposizione 1.18. Sia (an )n0 una successione. (i) (an )n0 ` e crescente se e solo se an < an+1 per ogni n N ; n N : an < an+1 . = f ( x) < f ( y ) .

104

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(ii) (an )n0 ` e decrescente se e solo se an > an+1 per ogni n N ; (iii) (an )n0 ` e non decrescente se e solo se an an+1 per ogni n N ; (iv) (an )n0 ` e non crescente se e solo se an an+1 per ogni n N . Dimostrazione. Ci limitiamo a provare (i); la dimostrazione degli altri enunciati ` e analoga e viene lasciata per esercizio. Supponiamo che an < an+1 per ogni n N . Per stabilire che (an )n0 ` e crescente utilizzando (1.34), dobbiamo appurare che se p e q sono due interi non negativi e p < q , allora ap < aq . Daltra parte, se q > p esiste un intero positivo k tale che q = p + k . Verichiamo allora per induzione su k che (1.35) implica ap < ap+k per ogni p e per ogni k > 0. Se k = 1, questo ` e esattamente (1.35) nel caso n = p . Supponiamo induttivamente che ap < ap+k . Applicando (1.35) a n = p + k otteniamo ap+k < ap+k+1 , che unitamente allipotesi induttiva ap < ap+k implica ap < ap+k+1 . Questo conclude la dimostrazione per induzione che ap < ap+k ` e vera per ogni k > 0 e che quindi ap < aq se p < q . Osserviamo che la condizione f (x) < f (x + 1) per una funzione denita su un sottoinsieme qualunque di R non implica aatto che la funzione sia crescente. Si consideri la funzione denita su tutto R da f (x) = (sin(2 x) + 3n) /2 Essa ha un graco del tipo se x [n, n + 1)).

` evidente che se x [n, n + 1), allora x + 1 [n + 1, n + 2) e quindi E


1 f (x +1) = 2 (sin(2 (x + 1)) + 3(n + 1)) = 1 (sin(2 x) + 3n + 3)) = f (x)+3/2 > f (x). 2

Daltra parte x sin(2 x) contiene un ciclo sinusoidale completo se x [n, n + 1), cosicch e in tale intervallo f non ` e monotona. Teorema 1.19. Siano (an )n0 una successione e A = {an : n 0} . (i) Se (an )n0 ` e crescente oppure non decrescente, allora lim an = sup A ;
n

(ii) se (an )n0 ` e decrescente oppure non crescente, allora lim an = inf A
n

Limiti e continuit` a

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Dimostrazione. Proviamo solo la (i); la dimostrazione di (ii) ` e analoga e viene lasciata per esercizio. Poniamo = sup A e distinguiamo a seconda che si abbia = + oppure R . Se = + , allora A non ` e superiormente limitato e quindi per ogni K > 0 esiste un elemento di A maggiore di K , cio` e esiste NK tale che aNK > K . Siccome ( an ) n 0 ` e non decrescente (oppure crescente), se n NK avremo a maggior ragione an aNK > K . Quindi per ogni K > 0 esiste NK tale che se n > NK allora an > K , ossia (an )n0 diverge a + . Supponiamo ora R . Per la Proposizione 6.5, sappiamo che ` e un maggiorante di A e che per ogni x R con x < esiste un elemento di A maggiore di x . Quindi, per ogni > 0 esiste un N tale che aN > . Poich e ( an ) n 0 ` e non decrescente (oppure crescente), se n N avremo a maggior ragione In conclusiuone, per ogni > 0 esiste un N tale che se n N si ha |an | < , ossia (an )n0 converge a . 1.5. Il numero di Nepero e , lesponenziale e il logaritmo naturale. Supponiamo che su un capitale C venga applicato un interesse annuo pari a I . Dopo un anno il capitale sar` a C (1 + I ). Se invece viene pagato mensilmente un interesse composto di I/12, dopo un mese il capitale sar` a C (1 + I/12), dopo due mesi esso sar` a [C (1+ I/12)](1+ I/12) = C (1+ I/12)2 ed evidentemente, dopo un anno, C (1+ I/12)12 . Dal punto di vista dellinvestitore, la soluzione del pagamento mensile sarebbe preferibile, nel senso che C (1 + I/12)12 > C (1 + I ). Se linteresse composto fosse corrisposto addirittura ogni giorno, con un tasso pari a I/365, si avrebbe dopo un anno C (1 + I/365)365 . E se venisse corrisposto ogni ora? Ogni minuto? Ogni secondo? ` forse sorprendente scoprire che se il tasso I ` Che capitale risulterebbe a ne anno? E e basso, la frequenza con la quale vengono corrisposti gli interessi, cio` e il numero intero n che appare nella formula Cn = C (1 + I/n)n cui stiamo facendo implicito riferimento, non inuisce granch e sul risultato nale Cn , anche se pi` u alto ` e il tasso, maggiore ` e la dierenza. Riportiamo in una tabella i risultati corrispondenti ad un investimento di mille euro ai tassi I rispettivamente del 5% e del 20%: n 1 12 365 8.760 525.600 31.436.000 Frequenza anno mese giorno ora minuto secondo Cn , I = 5% 1.050, 00 1.051, 16 1.051, 27 1.051, 27 1.051, 27 1.051, 27 Cn , I = 20% 1.200, 00 1.219, 39 1.221, 34 1.221, 40 1.221, 40 1.221, 40 < aN an < + .

La domanda che ci poniamo ` e naturalmente se al tendere di n allinnito si perviene ad un limite e se esso ` e esprimibile mediante una formula sensata. La risposta ` e che il limite esiste e vale CeI , dove e ` e un numero compreso tra 2 e 3, di fondamentale importanza in matematica.

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Analisi Matematica 1

Per dimostrare la correttezza della aermazione appena fatta, studiamo il caso pilota di capitale unitario C = 1 e interesse unitario I = 1, corrispondente ad un tasso del 100%. In altre parole, ci occupiamo solo del problema matematico di fondo. n 1 Proposizione 1.20. La successione an = 1 + ` e crescente e limitata. n Dimostrazione. Applichiamo la formula del binomio di Newton: n n 1 n 1 1+ = n k nk k=0

(1.36)

n n(n 1) (n k + 1) 1 = k! nk k=0 n 1 n n 1 nk+1 = k! n n n k=0

Vogliamo utilizzare questa espressione per mostrare che la successione ` e crescente, ossia che an < an+1 per ogni n . Innanzitutto n n 1 nk+1 1 k1 (1.37) = 1 1 n n n n n 1 k1 < 1 1 n+1 n+1 Quindi ogni addendo in (1.36) diviene pi` u grande se sostituiamo n + 1 ad n . Inoltre, ` la sommatoria corrispondente a an+1 contiene un addendo in pi` u di quella per an . E quindi chiaro che an < an+1 . Ripartiamo da (1.36) per provare che la successione ` e limitata. Utilizzando la prima uguaglianza in (1.37), si vede subito che il prodotto di tutti i termini entro parentesi ` e un numero strettamente positivo e minore di uno. Vale perci` o la stima n n 1 1 1+ n k! k=0 1 1 1 1 1 1 + + + + + + 0! 1! 2! 3! 4! n! 1 1 1 1 =1+1+ + + + + 2 32 432 n (n 1) 3 2 1 1 1 1 <1+1+ + + + + 2 22 222 2 2 = =1+ 1+ 1 1 1 1 + 2 + 3 + + n 1 2 2 2 2
(n1) fattori

Limiti e continuit` a
N k=0

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Sfruttando ora la formula 1 1+ n n

xk = (1 xN +1 )/(1 x) valida per ogni x = 1, si ha =1+ 1 (1/2)n 1 <1+ = 3. 1 1/2 1 1/2

1+

Quindi la successione (an )n1 ` e limitata superiormente da 3, e inferiormente da zero. Dalla precedente proposizione e dal Teorema 1.19 segue che la successione (an )n1 in esame ` e convergente ad un numero reale, detto numero di Nepero e denotato tradizionalmente e . In sintesi, n 1 (1.38) lim 1 + = e. n n Con venti cifre decimali esatte risulta e = 2.71828182845904523536... Il numero e ` e irrazionale e quindi la sua espansione decimale non ` e nita. Esso viene utilizzato come base naturale per il logaritmo. Le ragioni di questa scelta emergeranno in modo chiaro nei prossimi capitoli. Scriveremo exp x = ex log x = loge x

n 1 k 1 k=0

per lesponenziale ed il logaritmo in base e . Salvo esplicito avviso del contrario, i logaritmi saranno sempre in base e . Concludiamo questa sezione discutendo alcune propriet` a notevoli della funzione esponenziale ex . Proposizione 1.21. Se x R \ {0} si ha n+1 x n x (1.39) 0< 1+ < 1+ n n+1 per ogni naturale n > x . Dimostrazione. La condizione n > x garantisce che (1 + x/n) > 0, ossia la prima diseguaglianza in (1.39). Riscriviamo la seconda nella forma n n+1 n+x n+1+x < , n n+1 che certamente non vale per x = 0 perch e entrambi i membri sono in tal caso uguali a uno. Se x = 0 moltiplichiamo ambo i membri per (n/n + x)n+1 , che ` e una quantit` a positiva, ed otteniamo: n+1 n ( n + 1 + x) n (1.40) < . n+x (n + 1)(n + x)
7Essa

` e nellEsercizio 2 del Capitolo 1 per x Q \ {1} , ma vale naturalmente per x R \ {1} .

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Siccome il numeratore del membro destro ` e (n + 1 + x)n = (n + 1)n + xn mentre il denominatore ` e (n + 1)(n + x) = (n + 1)n + xn + x = (n + 1 + x)n + x , esso si riscrive n+1 n+1 ( n + 1 + x) n x = 1+ . (n + 1)(n + x) (n + 1)(n + x) La disuguaglianza di Bernoulli (1.29) ci permette di concludere allora n+1 x x n 1+ > 1 + (n + 1) = (n + 1)(n + x) (n + 1)(n + x) n+x

in quanto x/(n + 1)(n + x) > 1 nelle ipotesi fatte. Quindi (1.40) ` e dimostrata e (1.39) ` e ad essa equivalente.

Proposizione 1.22. Per ogni x R la successione di termine generale x n (1.41) e n ( x) = 1 + . n ` e limitata. Dimostrazione. Se x < 0, ovviamente 1 + x/n < 1 e non appena il numero intero positivo n soddisfa n > x si ha 0 < 1 + x/n . Siccome 0 < 1 + x/n < 1, si ha anche 0 < (1 + x/n)n = en (x) < 1, il che prova lasserto per x < 0. Se x = 0 si ha en (0) = 1 e non c` e nulla da dimostrare. Sia inne x > 0. In tal caso, dalla Proposizione 1.21 applicata a x risulta che per n > n0 > x = (x) si ha n n x x 0 1+ > 1+ >0 n n0 e quindi n 0 x n x (1.42) 0< 1 < 1 . n n0

Daltra parte, per tali n si ha anche 0 < x/n < 1, cosicch e 0 < (x/n)2 < 1 e quindi n x2 x n x n 0< 1 2 = 1 1+ < 1, n n n da cui ancora x n x n 0< 1+ < 1 . n n Combinando questultima diseguaglianza e (1.42) si ha che per n0 > x risulta n 0 x 0 < en ( x) < 1 per n > n0 , n0 il che prova la limitatezza di (en (x))n1 per ogni x R .

Dalle due proposizioni precedenti risulta che per ogni numero reale x , la successione (en (x))n1 ` e positiva, denitivamente crescente e limitata. Sappiamo pertanto che essa converge ad un numero reale positivo. Pi` u precisamente, poniamo: n x x n (1.43) E (x) = lim 1 + = sup 1 + : n = 1, 2 , . . . > 0 . n n n

Limiti e continuit` a

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come aermato. Le osservazioni appena fatte assumono una particolare rilevanza alla luce del risultato che segue, la cui dimostrazione pu` o essere trovata in [DM]. Teorema 1.23. Per ogni numero reale positivo a esiste una ed una sola funzione monotona Ea : R R che soddisfa le due seguenti condizioni: (E0) Ea (1) = a ; (E1) Ea (x + y ) = Ea (x)Ea (y ) . Essa inoltre gode delle seguenti propriet` a: (E2) Ea (0) = 1 ; (E3) Ea (R) = (0, +) se a = 1 ; (E4) Ea ` e crescente se a > 1 e decrescente se a < 1 ; Poich e le funzioni esponenziali introdotte nella Sezione 8 del Capitolo 3 sono monotone, e soddisfano (E0) ed (E1), si ha Ea = expa per ogni a > 0 . Il lettore ` e naturalmente invitato a confrontare le precedenti con le (E0)-(E4) della Sezione 8 del Capitolo 3. Dal teorema precedente si evince che la funzione E (x) introdotta in 1.43 ` e una funzione esponenziale, e poich e E (1) = e ci riferiamo alla funzione esponenziale di base e . In altre parole x n (1.44) lim 1 + = ex . per ogni x R. n n y = ex

` evidente che E (1) = e . Si pu` E o dimostrare che la funzione x E (x), che ` e denita per ogni x R , soddisfa E (x + y ) = E (x)E (y ) per ogni x, y R . Il lettore curioso trova questa dimostrazione in [DM]. Osserviamo che E (x) ` e monotona non decrescente. Se infatti x < y ed n0 ` e un intero positivo con n0 > x > y , allora per ogni n > n0 tale diseguaglianza ` e vericata a fortiori e quindi 0 < 1 + x/n < 1 + y/n . Prendendo le potenze n -esime, 0 < en (x) < en (y ) denitivamente. Dal Teorema 1.6 segue che E (x) = lim en (x) lim en (y ) = E (y ),
n n

e 4 ( x) e 5 ( x) e 3 ( x)

e 2 ( x) e 1 ( x)

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Analisi Matematica 1

Aggiungiamo alla nostra conoscenza di ex le fondamentali stime seguenti. Proposizione 1.24. Valgono le diseguaglianze (1.45) (1.46) ex 1 + x ex 1 1x per ogni x R per ogni x < 1.

Dimostrazione. Se x = 0, la (1.45) ` e una uguaglianza. Se x > 1 e x = 0, allora ogni numero intero positivo n soddisfa n > x e quindi dalla Proposizione 1.21 si ottiene la stretta monotonia en (x) < en+1 (x). In particolare abbiamo 1 + x = e 1 ( x) < e n ( x) < e x , cio` e la (1.45) per x > 1. Se x 1 allora 1 + x 0 < ex , cosicch e (1.45) vale anche in questo caso. Per quanto riguarda la (1.46), scriviamo la (1.45) per x , ossia 1 x ex . Siccome 0 < 1 x , passando ai reciproci si ottiene 1 1 x = e x , 1x e come volevasi.

Nel disegno ` e ragurato il signicato graco delle stime contenute nella Proposizione 1.24.

y = ex

ramo di y =

1 1 x

ramo di y = y =x+1

1 1x

Limiti e continuit` a

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Corollario 1.25. Valgono le diseguaglianze (1.47) (1.48) x per ogni x > 1. x+1 Dimostrazione. Si applichi il logaritmo ad entrambi i membri in (1.45) per ottenere (1.47): naturalmente va supposto 1 + x > 0. Si consideri poi (1.46) con t al posto di x . Ponendo y = 1/(1 t) si ha y > 0 e t = 1 y 1 , cosicch e da (1.46) si ottiene 1 e1 y y, y > 0. e per la monotonia del logaritmo, 1 1 log y, y > 0. y Scrivendo inne y = x + 1 si ha x > 1 e x log(1 + x), x+1 come desiderato. log(1 + x) log(1 + x) x per ogni x > 1

Nel disegno ` e ragurato il signicato graco delle stime contenute nella Proposizione 1.25.

y=x y = log(1 + x)
x x+1

ramo di y =

ramo di y =

x x+1

Vale la pena osservare che il disegno precedente ` e ottenuto mediante una opportuna simmetria dal corrispettivo disegno per lesponenziale. Quale?

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Analisi Matematica 1

Esercizi
1. Per ogni intero non-negativo n , sia n2 4n + 2 . n2 + 1 (i) Calcolare, se esistono, sup A , inf A , max A e min A , dove A = {an : n = 0, 1, 2, . . . } . (ii) Calcolare, se esiste, lim an . an =
n +

2. Sia an = Stabilire il carattere di ciascuna delle seguenti successioni (cio` e dire se ` e convergente, divergente oppure indeterminata). (i) (bn )n1 , dove bn = nan ; 1 (ii) (cn )n1 , dove cn = n an ; (iii) (dn )n1 , dove dn = cos(n ) an . 2 n+1 3. Sia A = : n = 0, 1, 2, 3, . . . . Determinare, se esistono, sup A , inf A , 5 n2 1 max A e min A . 16 4. Sia A = n 1 + 3 : n = 1, 2, 3 . . . . Determinare, se esistono, sup A , inf A , n max A e min A . 5. Si calcoli il limite lim an della successione (an )n1 , dove n + n+1 1 an = n + 1 log . n n

sin(n ). 2

Limiti e continuit` a

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2. Limiti di funzioni. Siamo ora interessati a studiare il comportamento dei valori che una funzione assume quando la variabile si avvicina indenitamente ad un certo punto. Ci` o si esprimer` a mediante la locuzione il limite di f (x) per x che tende a x0 . Bisogna innanzitutto chiarire quali siano i punti in cui abbia senso calcolare un limite. Essi sono quelli attaccati al dominio I di f : per calcolare f (x) dobbiamo restare in I . Il signicato di attaccato ` e loggetto della denizione che segue, per formulare la quale in modo semplice ` e opportuno utilizzare la nozione di intervallo bucato centrato in un punto. Dato x0 R , lintervallo aperto centrato in x0 di semiampiezza > 0 ` e naturalmente lintervallo B (x0 , ) = (x0 , x0 + ), come abbiamo visto nella Sezione 3 del Capitolo 2. Lintervallo bucato centrato in x0 e di semiampiezza > 0 ` e semplicemente cio` e lintervallo stesso privato del suo centro, cio` e di x0 . B (x0 , ) \ {x0 } = {x R : 0 < |x x0 | < },

Definizione 2.1. Siano I un sottoinsieme non vuoto di R e sia x0 R . Diremo che x0 ` e un punto di accumulazione per I se ogni intervallo bucato centrato in x0 interseca I in almeno un punto, ossia se per ogni > 0 : {x R : 0 < |x x0 | < } I = . Il signicato della denizione precedente ` e il seguente: se x0 ` e di accumulazione per I , ` e impossibile separarlo da I mediante un intervallo che non contenga altri punti di I . Il fatto che x0 appartenga o meno ad I ` e in ogni caso inessenziale. Esempi. (28) Sia I = (0, 1). Innanzitutto, mostriamo che i punti di I sono tutti punti di accumulazione per I . Infatti, se x0 I , allora se ` e sucientemente piccolo (cio` e minore della distanza di x0 dal bordo di I , cio` e minore di min{x0 , 1 x0 } ) allora tutto lintervallo B (x0 , ) sar` a contenuto in I : (B (x0 , ) \ {x0 }) I = B (x0 , ) \ {x0 } = . Gracamente: 0 1 x0 x0 x0 + ( )

Anche in questo caso lintersezione sar` a a maggior ragione non vuota se si sceglie pi` u grande. Simili considerazioni valgono per il punto x0 = 1, che ` e anchesso di accumulazione per I .

A maggior ragione lintersezione sar` a non vuota se si sceglie pi` u grande. Consideriamo ora x0 = 0. Anchesso ` e un punto di accumulazione per I . Infatti, ogni intervallo centrato nellorigine avr` a intersezione non vuota con I . Pi` u precisamente, se 0 < < 1 allora (B (0, ) \ {0}) (0, 1) = {x R : 0 < x < } = (0, ) = . Gracamente: 0 1 ( )

114

Analisi Matematica 1

Se invece scegliamo x0 < 0, allora prendendo sucientemente piccolo, cio` e < |x0 | , allora per ogni y B (x0 , ) si ha y < x0 + |x0 | = x0 x0 = 0 cosicch e (B (x0 , ) \ {x0 }) (0, 1) = e x0 non ` e di accumulazione. Gracamente: (

x0 Simili considerazioni valgono per i punti x0 > 1, che non sono di accumulazione per I . Riassumendo, linsieme dei punti di accumulazione di (0, 1) ` e linsieme [0, 1]. Il lettore ` e invitato a vericare che linsieme dei punti di accumulazione di [0, 1] ` e ancora [0, 1]. (29) Consideriamo ora una semplice ma importante variante dellesempio precedente. Sia cio` e I = (0, 1) {2} . Come nel caso precedente, sono di accumulazione per I tutti i punti dellintervallo chiuso [0, 1], e non sono di accumulazione tutti punti della semiretta (, 0), n` e tutti quelli della semiretta (1, +) diversi da 2 (e la dimostrazione di queste asserzioni ` e lasciata per esercizio). Ci chiediamo se 2 sia di accumulazione oppure no. La risposta ` e che nonostante 2 I , esso non ` e di accumulazione per I . Infatti, preso = 1/2, lintervallo bucato centrato in 2 e di semiampiezza 1/2 ha intersezione vuota con I . Infatti: B (2, 1/2) ((0, 1) {2}) = {2} = (B (2, 1/2) \ {2}) ((0, 1) {2}) =

0 )

Il punto cruciale ` e che si considerano gli intervalli bucati, in quanto si vuole determinare se i punti vicini a x0 cadono in I oppure no, mentre non ` e rilevante sapere se x0 I oppure no. Questa scelta ` a commisurata al nostro intento, che ` e di capire che cosa succede quando ci si avvicina arbitrariamente ad x0 restando in I . (30) Sia ora I = {1/n : n = 1, 2, 3 . . . } . Proviamo che 0 ` e di accumulazione per I . In eetti, ` e suciente provare che se > 0, allora nellintervallo (0, ) cadono punti di I . Ci` o avviene se e solo se esiste un intero positivo n tale che 1/n < ossia tale che n > 1, il che ` e garantito dalla archimedeit` a di R . Questo esempio bene illustra la scelta della parola accumulazione: nonostante 0 I , i punti di I si accumulano in 0, nel senso che ` e impossibile separare 0 da I mediante un intervallo. (31) Consideriamo inne linsieme I = R \{0} , che ` e il dominio naturale della funzione ` evidente f (x) = sin x/x da cui le nostre considerazioni introduttive erano partite. E 8 che ogni punto di I ` e di accumulazione per I , in quanto esso ` e aperto e quindi ogni intervallo di ampiezza sucientemente piccola centrato in un suo qualunque punto ` e completamente contenuto in I . A maggior ragione lo sar` a il corrispondente intervallo bucato. Ma anche lorigine ` e di accumulazione per I , in quanto per ogni > 0 si ha B (0, ) \ {0} I = B (0, ) \ {0} = (, 0) (0, ), che ` e non vuoto. 2.1. Funzioni convergenti in un punto. Siamo nalmente in condizione di poter dare una delle denizioni pi` u importanti dellAnalisi Matematica.
8Si

veda lEsercizio 2 alla ne di questo capitolo.

Limiti e continuit` a

115

Definizione 2.2. Siano I R non vuoto, x0 un punto di accumulazione per I , f : I R una funzione e R . Diremo che f converge ad per x che tende a x0 , oppure che il limite di f per x che tende a x0 ` e , e in tal caso scriveremo
x x0

lim f (x) = ,

oppure

f ( x)
xx0

se per ogni > 0 esiste > 0 tale che se x I soddisfa 0 < |x x0 | < , allora | f ( x) | < . Il senso della denizione ` e questo: se ssiamo un margine di errore > 0, esister` a una distanza (che dipende da ) per la quale in tutti i punti x I che distino da x0 per meno di (certo ve ne sono perch e x0 ` e di accumulazione per I ) la funzione assume un valore f (x) che dierisce da per meno di . In altri termini, ssata una striscia di semiampiezza attorno al valore limite , tutti i punti (x, f (x)) del graco di f saranno contenuti nella striscia purch e x sia sucientemente vicino a x0 .

+ f ( x0 )

x0

x0 +

Mettiamo ancora una volta in evidenza che il valore di f in x0 ` e del tutto irrilevante ai ni del calcolo del limite per x che tende a x0 ; di fatto, non ` e neppure necessario che esso sia denito, in quanto pu` o benissimo aversi x0 I . Nella gura, f (x0 ) ` e pi` u piccolo del limite.

116

Analisi Matematica 1

Esempi. (32) Vogliamo ora provare il fatto intuitivamente piuttosto ovvio che sin x 0 per x 0. Abbiamo gi` a detto diverse volte che per x piccolo e positivo si ha 0 < sin x < x . Semplicissime considerazioni geometriche mostrano che la diseguaglianza precedente pu` o essere estesa alla disuguaglianza: (2.49) Il segno di uguaglianza vale se e solo se x = 0. Va precisato che la (2.49) ` e tanto migliore quanto minore ` e |x| . Pi` u avanti impareremo a quanticare questa aermazione9. Fissiamo > 0. Se poniamo = , allora per 0 < |x| < risulta: Perci` o per ogni > 0 esiste tale che se 0 < |x 0| < allora | sin x 0| < . Dalla denizione di limite segue pertanto che
x 0

| sin x| |x|

per ogni x R.

| sin x 0| = | sin x| |x| < = .

lim sin x = 0,

come desiderato. (33) Consideriamo ora la semplicissima funzione lineare f (x) = ax + b , con a, b R . Fissiamo x0 R e proviamo che
x x0

lim (ax + b) = ax0 + b.

Se a = 0, la funzione in esame ` e costante (cio` e f (x) = b ) ed il limite presunto ` e ovviamente la costante stessa (cio` e = b ). Infatti, se > 0, qualsiasi scelta di > 0 va bene, nel senso che per ogni x R (e quindi per quelle che vericano 0 < |x x0 | < ) si ha |f (x) | = |b b| = 0 < . Assumiamo pertanto che a = 0 e ssiamo > 0. Se scegliamo = /|a| , allora per 0 < |x x0 | < risulta |f (x) | = |(ax + b) (ax0 + b)| = |a(x x0 )| = |a||x x0 | < |a| = , |a| come volevasi. (34) Diamo ora un esempio di funzione che non ammette limite in un punto di accu` bene capire esattamente che cosa signichi in generale mulazione del suo dominio. E che una funzione f : I R non ammette alcun limite R in un punto x0 . Una prima possibilit` a` e che x0 non sia un punto di accumulazione di I . In questo caso non ha proprio senso porsi la domanda se esista o meno il limite. Assumiamo pertanto che x0 sia di accumulazione per I . Allora laermazione che f non ammette alcun limite reale10 signica che nessun numero reale ` e un limite, ossia che ogni R non soddisfa la denizione di limite. In breve, dobbiamo vericare che per ogni R esiste un > 0 tale che comunque si ssi > 0 possiamo trovare x I per il quale si abbia 0 < |x x0 | < ma |f (x) | > .
veda la sezione sugli sviluppi di Taylor. momento ci riferiamo naturalmente ai limiti niti. Si veda la sezione sui limiti inniti per una discussione pi` u completa.
10Al 9Si

Limiti e continuit` a

117

Il suo dominio ` e I = R \ {0} e lorigine ` e un punto di accumulazione per I . Siccome su entrambe le semirette (, 0) e (0, +) la funzione ` e data da un ramo di iperbole, non ` e dicile convincersi che il graco di f ` e qualitativamente il seguente.

Consideriamo la funzione denita da 1 x+ 1 2 f ( x) = 11


x 2

se x > 0 se x < 0.

1 1 2

1 2

Ora, se x (0, 1/2), allora 0 < x + 1/2 < 1 e quindi f (x) = 1/(x + 1/2) > 1. Se invece x (1/2, 0), allora 1 < x 1/2 < 0 e quindi f (x) = 1/(x 1/2) < 1. Abbiamo provato il fatto ben evidenziato dal graco che se x ` e positiva e vicina a 0 allora f (x) > 1, mentre se x ` e negativa e vicina a 0 allora f (x) < 1. Il lettore ` e invitato a dedurre da queste osservazioni che non esiste alcun R per il quale si abbia f (x) per x 0 (si ssi < 2). (35) Proviamo ora, mediante la denizione, i due semplici limiti seguenti: (2.50) (2.51) Dalle formule di prostaferesi + cos cos = 2 sin sin 2 2 + sin sin = 2 sin cos 2 2
x x0 xx0

lim cos x = cos x0

lim sin x = sin x0 .

118

Analisi Matematica 1

otteniamo

Fissiamo > 0; baster` a scegliere = per far si che se 0 < |x x0 | < , allora | cos x cos x0 | < |x x0 | < = . Il limite (2.51) si dimostra in modo analogo. La maggior parte dei risultati riguardanti i limiti delle successioni possono essere dimostrati mutatis mutandis per i limiti delle funzioni. Esiste tuttavia un risultato, di interesse indipendente, che consente di trasferire i risultati gi` a noti per le successioni nellambito delle funzioni. Tale risultato, che andiamo adesso a dimostrare, consentirebbe allo stesso modo di percorrere il cammino inverso: svolgere dapprima la teoria per i limiti delle funzioni ed adattarla poi alle successioni11. Teorema 2.3 (Limite fatto per successioni, I). Siano x0 un punto di accumulazione per I R , f : I R e R . Sono fatti equivalenti: (i) lim f (x) = ;
xx0 n

x x0 x + x0 | cos x cos x0 | = 2 sin sin 2 2 x x0 2 sin 2 x x0 2 2 = | x x0 | .

(ii) per ogni successione (xn )n0 di elementi di I \ {x0 } tale che xn x0 si ha lim f (xn ) = . Dimostrazione. (i) (ii). Supponiamo che f (x) per x x0 e sia (xn )n0 una successione di elementi di I \ {x0 } tale che xn x0 . Fissato > 0 esiste > 0 tale che se x I e 0 < |x x0 | < , allora |f (x) | < . Inoltre, in corrispondenza di esister` a N = N 12 tale che se n > N allora |xn x0 | < . Siccome xn I \ {x0 } , si avr` a anche 0 < |xn x0 | , cosicch e, per ipotesi, |f (xn ) | < . In altre parole, ssato > 0 esiste N tale che se n > N allora |f (xn ) | < , cio` e f ( xn ) . (ii) (i). Viceversa, assumiamo che per ogni successione (xn )n0 di elementi di I \ {x0 } tale che xn x0 si abbia f (xn ) . Supponiamo per assurdo che (i) sia falsa. Quindi esister` a > 0 tale che per ogni > 0 possiamo trovare x I con 0 < |x x0 | < per il quale risulta |f (x ) | . In paticolare, scelto un intero positivo qualsiasi n e posto = 1/n , esister` a xn I con 0 < |xn x0 | < 1/n per il quale risulta |f (xn ) | . Gli elementi della successione (xn )n0 sono tutti in I \ {x0 } per costruzione. Se proviamo che essa converge a x0 avremo trovato una contraddizione, in quanto la disuguaglianza |f (xn ) | , vera per ogni n , ci assicura che (f (xn ))n0 non converge a , contro lipotesi. Daltra parte, per ogni > 0 possiamo trovare un N tale che se n > N allora 1/n < ; quindi per ogni n > N avremo che |xn x0 | < 1/n < , ossia xn x0 , come desiderato.
11Si 12Osserviamo

veda anche la verione pi` u completa nella Sezione 2.3, ossia il Teorema 2.18 che dipende da e che N dipende da , quindi da . Perci` o scriviamo N

Limiti e continuit` a

119

Oltre allinteresse di natura teorica, che tra poco sfrutteremo, il Teorema 2.3 ` e anche, per cos` dire, di utilit` a pratica. Esso ` e infatti uno strumento molto ecace per dimostrare che una funzione non ha limite. Esempi. (36) Consideriamo la funzione a gradino denita da se x > 0 1 (2.52) f ( x) = 0 se x = 0 1 se x < 0, il cui graco ` e: 1

Utilizziamo il Teorema 2.3 per provare il fatto (del tutto ovvio) che il limite di f per x 0 non esiste. Si considerino le succesioni di termine generale xn = 1/n e yn = 1/n , entrambe convergenti a x0 = 0. Siccome f (xn ) = 1 per ogni n e f (yn ) = 1 per ogni n , ovviamente f (xn ) 1 e f (yn ) 1. Abbiamo trovato due successioni (xn )x1 e (yn )x1 di elementi non nulli (cio` e diversi da x0 = 0) che convergono a x 0 e per le quali risulta limxx0 f (xn ) = limxx0 f (yn ). In virt` u del Teorema 2.3 il limite di f per x 0 non esiste. Infatti, se esso esistesse allora i due limiti limxx0 f (xn ) e limxx0 f (yn ) non solo dovrebbero esistere, ma dovrebbero soprattutto essere uguali. (37) Illustriamo un altro esempio nello stesso spirito del precedente. Introduciamo la funzione 1 f (x) = sin . x Il qualitativo f ` e: graco merita senzaltro pi` Il graco bizzarro aspetto didi questo u di un commento. Innanzitutto, f ` e denita solo per x = 0. In secondo luogo, sicuramente si avr` a 1 f ( x) 1 in quanto tali diseguaglianze valgono per il seno di un qualunque numero reale. Cerchiamo inne di capire la ragione dellinttirsi delle oscillazioni vicino allorigine. In eetti, se x varia in un piccolo intervallo vicino allorigine, ad esempio nellintervallo [(2000 )1 , (1000 )1 ], che ` e di ampiezza minore di 1/3000 e dista meno di 1/6000 dallorigine, allora il reciproco 1/x di x varia in un grande intervallo lontano dallorigine:

120

Analisi Matematica 1

esso infatti varia in [1000 , 2000 ] che ` e di ampiezza maggiore di 3000 e dista dallorigine pi` u di 3000. Quindi, come x percorre una brevissima distanza, 1/x ne percorre una enorme, nella quale il seno oscilla moltissime volte. Nel nostro esempio, nellintervallo [1000 , 2000 ], che misura 1000 , il seno compie 500 oscillazioni complete. In ultima analisi, nellintervallo [(2000 )1 , (1000 )1 ] la funzione f oscilla 500 volte! Naturalmente, ci aspettiamo che una funzione dal comportamento cos` repentinamente oscillante non abbia limite, e cos` ` e. Consideriamo infatti le succesioni di termine generale 1 1 xn = , y n = 3 . + 2 n + 2 n 2 2 Evidentemente, xn 0 e yn 0. Inoltre, f (xn ) = sin + 2 n = 1 2 3 f (yn ) = sin + 2 n = 1 2 per ogni n . Ne segue che f (xn ) 1 mentre f (yn ) 1, il che prova che il limite non esiste. Si osservi che la scelta di xn e di yn ` e stata fatta in modo da selezionare i picchi e le valli che si susseguono sempre pi` u frequentemente allavvicinarsi di x a x0 = 0 da destra.

Passiamo ora ad utilizzare il Teorema 2.3 da un punto di vista pi` u teorico. Lo schema concettuale che abbiamo in mente pu` o riassumersi come segue: se conosciamo un risultato vero per le successioni, possiamo tradurlo per le funzioni alla luce del Teorema 2.3. Infatti tutti i principali risultati di convergenza che abbiamo dimostrato per le successioni nella sezione precedente ammettono una opportuna riformulazione per le funzioni. Naturalmente, ` e anche possibile dimostrarli in modo diretto, cio` e senza 13 far ricorso al Teorema 2.3. Le dimostrazioni sono lasciate per esercizio al lettore, che pu` o opinare per una dimostrazione diretta o mediante il Teorema 2.3. Teorema 2.4 (Confronto I). Siano f, g : I R due funzioni, x0 un punto di accumulazione per I e supponiamo f (x) e g (x) m per x x0 . (i) Se esiste un intorno bucato di x0 nei punti del quale si ha f (x) < g (x) oppure f (x) g (x) , allora m ;
x + oppure x ; si veda la Sezione 2.3 per il signicato da attribuire a queste locuzioni, e come vada intesa in tal caso lespressione intorno.
13I quattro risultati che seguono valgono anche se

Limiti e continuit` a

121

(ii) se < m , allora esiste un intorno bucato di x0 nei punti del quale f (x) < g ( x) ; (iii) se < R (rispettivamente > R ), allora allora esiste un intorno bucato di x0 nei punti del quale risulta f (x) < (rispettivamente f (x) > ). un intorno bucato di x0 nei punti del quale f ha il segno di . Corollario 2.5 (Permanenza del segno). Se lim f (x) = = 0 , allora esiste
x x0

Teorema 2.6 (Confronto II, o Teorema dei carabinieri). Siano f, g e h tre funzioni denite su I R , sia x0 di accumulazione per I e supponiamo che (A) f (x) e h(x) per x x0 ; (B) esiste un intorno bucato di x0 nei punti del quale risulta f (x) g (x) h(x) . Allora esiste anche lim g (x) e lim g (x) = .
x x0 x x0

Teorema 2.7 (Algebra dei limiti). Siano f, g : I R due funzioni, x0 di accumulazione per I e supponiamo f (x) e g (x) m per x x0 . Allora, per x x0 si ha: (i) |f (x)| || ; (ii) f (x) + g (x) + m ; (iii) f (x)g (x) m ; (iv) per ogni R , f (x) ; (v) se m = 0 , allora14 f (x)/g (x) /m . Esempi. (38) NellEsempio (15) ` e stata vista limportante stima elementare sin x < 1, x vera per valori piccoli e positivi di x , ad esempio per x (0, /2). Poich e le funzioni cos x , sin x/x e 1 sono pari, la stessa stima varr` a per valori piccoli e negativi di x , ad esempio per x ( /2, 0). 0 < cos x <

14Al

solito, si deve applicare il teorema di permanenza del segno per dare senso al quoziente.

122

Analisi Matematica 1

Quindi nellintorno bucato ( /2, /2) \ {0} si presenta una situazione nella quale ` e possibile applicare il Teorema dei carabinieri. Se ne conclude il limite fondamentale (2.53) sin x =1 x 0 x da cui le nostre considerazioni introduttive erano partite. lim (39) Abbiamo gi` a visto nellEsempio (20) lidentit` a 2 1 cos x sin x 1 = . 2 x x 1 + cos x

Applicando ripetutamente lalgebra dei limiti, otteniamo laltro limite notevole 1 cos x 1 (2.54) lim = . x 0 x2 2

(40) Consideriamo ora le diseguaglianze viste nella Proposizione 1.24 in un intorno (bucato) di x0 = 0, ossia 1 1 + x ex . 1x La prima pu` o essere riscritta ex 1 x e la seconda ex 1 x/(1 x). Dividendo per x > 0 si ottiene ex 1 1 1 , x>0 x 1x mentre dividendo per x < 0 si ha 1 ex 1 1, x < 0. 1x x Posto pertanto 1 se x < 0 1 se x < 0 f ( x ) = 1x h ( x) = 1 1 se x > 0 se x > 0 1 x siamo nuovamente nelle ipotesi del Teorema dei carabinieri, nel senso che ex 1 f ( x) h ( x) x vale in un intorno bucato di x0 = 0. Poich e f (x) 0 e h(x) 0 per x 0 (come il lettore ` e invitato a dimostrare per esercizio) possiamo concludere che (2.55) ex 1 = 1. x 0 x lim

(41) Considerando le diseguaglianze viste nella Proposizione 1.25 ed arguendo in modo analogo al caso precedente, si ottiene il limite notevole (2.56)
x 0

lim

log(1 + x) = 1. x

Limiti e continuit` a

123

Nel processo di estensione dei risultati dalle successioni alle funzioni ` e naturale chiedersi se valga lanalogo della Proposizione 1.9. A tal ne premettiamo la seguente importante denizione Definizione 2.8. Una funzione f : I R si dice limitata se linsieme dei suoi valori ` e un sottoinsieme limitato di R . Equivalentemente,15 essa ` e limitata se esiste M 0 tale che |f (x)| M per ogni x I .

Proposizione 2.9. Se f converge a R per x x0 , esiste un intervallo bucato centrato in x0 su cui f ` e limitata16.

Dimostrazione. Sia > 0. Siccome f (x) per x x0 , esister` a > 0 tale che se x B (x0 , ) \ {x0 } , allora |f (x) | < . Quindi in tale intervallo bucato si ha < f (x) < + , come volevasi. Si potrebbe riassumere il risultato precedente nellaermazione: se f ` e convergente in x0 , allora essa ` e localmente limitata in x0 . Il signicato della parola localmente ` e evidentemente riferito allesistenza di un intervallo bucato, magari piccolo, nei punti del quale lasserto ` e vero. Limplicazione opposta ` e falsa: la funzione a gradino denita in (2.52) ` e limitata e quindi lo ` e in ogni intervallo bucato centrato nellorigine; daltra parte essa non converge per x 0. 2.2. Limiti da destra e da sinistra. Passiamo ora a ranare un poco il concetto di limite, consentendo alla variabile di avvicinarsi al punto x0 da una sola direzione, ossia, per esempio, da destra. Ci` o sar` a possibile se il punto x0 ha alla sua destra punti arbitrariamente vicini che facciano parte dellinsieme di denizione della funzione in esame. In altre parole, ` e necessario formalizzare lidea che un punto x0 di accumulazione per I aderisce ad esso da destra o da sinistra o da entrambi i lati. Definizione 2.10. Siano I R e x0 R . Diremo che: (i) x0 ` e un punto di accumulazione per I da destra, ovvero, che i punti di I si accumulano in x0 da destra, se per ogni > 0 risulta (x0 , x0 + ) I = ; (ii) x0 ` e un punto di accumulazione per I da sinistra, ovvero, che i punti di I si accumulano in x0 da sinistra, se per ogni > 0 risulta (x0 , x0 ) I = ; Ad esempio, i punti di (0, 1) si accumulano in 0 da destra, come illustrato nel seguente disegno. 0

La seguente proposizione mette in relazione le varie nozioni di punto di accumulazione. Proposizione 2.11. Siano I R e x0 R . Allora:
veda lEsrecizio 6. Proposizione 2.9 vale anche se x + oppure se x ; si veda la Sezione 2.3 per il signicato da attribuire a queste locuzioni, e come vada intesa in tal caso lespressione intervallo.
16La 15Si

124

Analisi Matematica 1

(i) x0 ` e di accumulazione per I se e solo se x0 ` e di accumulazione da destra 17 oppure da sinistra; (ii) se x0 ` e di accumulazione sia da destra sia da sinistra per I , allora ` e di accumulazione. Dimostrazione. (i) Sia x0 sia un punto di accumulazione per I e supponiamo per assurdo che esso non sia di accumulazione n e da destra, n e da sinistra. Allora esisteranno e + tali che (x0 , x0 ) I = e (x0 , x0 + + ) I = . Ma allora, posto = min{ , + } , si ha ((x0 , x0 ) (x0 , x0 + )) I = , ossia (B (x0 , ) \ {x0 }) I = , in contraddizione con lipotesi che x0 ` e di accumulazione. Viceversa, se x0 ` e di accumulazione per I da destra allora per ogni > 0 risulter` a ((B (x0 , ) \ {x0 }) I ) (x0 , x0 + ) I = , cosicch e x0 ` e di accumulazione per I . Similmente si ragiona se x0 ` e di accumulazione per I da sinistra. ` (ii) E una ovvia conseguenza di (i). Osserviamo che limplicazione opposta a quella in (ii) non ` e vera. In eetti, 0 ` e di accumulazione da destra per (0, 1) ma non lo ` e da sinistra; esso ` e per` o di accumulazione.

Definizione 2.12. Siano I R e f : I R . (i) Sia x0 di accumulazione per I da destra. Diremo che il limite per x che tende a x0 da destra di f ` e R , ed in tal caso scriveremo
xx+ 0

lim f (x) = ,

oppure

f ( x) , +
x x0

se per ogni > 0 esiste > 0 tale che se x I soddisfa 0 < x x0 < , allora |f (x) | < . Chiameremo il limite destro di f in x0 . (ii) Sia x0 di accumulazione per I da sinistra. Diremo che il limite per x che tende a x0 da sinistra di f ` e R , ed in tal caso scriveremo
x x 0

lim f (x) = ,

oppure

f ( x) ,
x x0

se per ogni > 0 esiste > 0 tale che se x I soddisfa 0 < x0 x < , allora |f (x) | < . Chiameremo il limite sinistro di f in x0 . Esempi. (42) Sia f (x) = x/|x| . Essa ` e denita in R \ {0} e vale 1 sulla semiretta positiva e ` pertanto del tutto evidente che 1 sulla semiretta negativa. E x x lim+ = 1, lim = 1. x x0 | x | x x0 | x | Proposizione 2.13. Siano I R , x0 R un punto di accumulazione sia da destra sia da sinistra per I e sia f : I R . Sono fatti equivalenti: (i) esiste lim f (x) = R ; (ii) esistono lim f (x) = lim f ( x) = R . +
x 0 x 0 x 0 17In

questo caso la parola oppure va inteso nel senso non disgiuntivo, ossia che almeno una delle due aermazioni ` e vera.

Limiti e continuit` a

125

Dimostrazione. Supponiamo che f (x) per x x0 . Si ssi > 0. Esiste allora > 0 tale che se x I soddisfa 0 < x x0 < oppure 0 < x0 x < , ossia se 0 < |x x0 | < , allora risulta |f (x) | < . Quindi esistono entrambi i limiti destro e sinistro e sono uguali a . Viceversa, se limite destro e sinistro esistono entrambi e sono uguali a R , allora ssato > 0 esisteranno + > 0 e > 0 tale che se x I soddisfa 0 < x x0 < + risulta |f (x) | < , e se x I soddisfa 0 < x0 x < risulta |f (x) | < . Posto = min{+ , } , per x I tale che 0 < |x x0 | < si avr` a |f (x) | < . Quindi f converge a in x0 . La Proposizione 2.13 si applica per lo pi` u per vericare che una funzione non ha limite in un punto, nel caso cio` e in cui i limiti destro e sinistro esistano ma siano diversi.

126

Analisi Matematica 1

2.3. Funzioni divergenti e limiti a pi` u e meno innito. Cos` come per le successioni, si formalizza il concetto di funzione che diviene arbitrariamente grande (o grandemente negativa) allavvicinarsi della variabile ad un punto mediante i simbili matematici + e . Definizione 2.14. Siano I R non vuoto, x0 un punto di accumulazione per I e f : I R una funzione. (i) Diremo che f diverge a + per x che tende a x0 , oppure che il limite di f per x che tende a x0 ` e + , e in tal caso scriveremo
x x0

lim f (x) = +,

oppure

f ( x) +
x x0

se per ogni K > 0 esiste K > 0 tale che se x I soddisfa 0 < |x x0 | < K , allora f (x) > K . (ii) Diremo che f diverge a per x che tende a x0 , oppure che il limite di f per x che tende a x0 ` e , e in tal caso scriveremo
x x0

lim f (x) = ,

oppure

f ( x)
xx0

se per ogni K > 0 esiste K > 0 tale che se x I soddisfa 0 < |x x0 | < K , allora f (x) < K . I concetti espressi nella denizione precedente sono illustrati qui sotto.

x0

x0 +

Si osservi che la scelta di nella Denizione 2.14 dipende naturalmente da K . Come avremo modo di sottolineare ancora, tale scelta ` e fatta in modo che lintervallo ` importante U = B (x0 , ) soddis f (U \ {x0 }) V , dove V ` e la semiretta (K, +). E notare che il ruolo svolto dallintervallo B (, ) nel caso della Denizione 2.2 ` e ora svolto da (K, +). In altre parole, possiamo suggestivamente pensare che una semiretta del tipo (K, +) sia un intorno di + , allo stesso modo in cui B (, ) ` e un intorno di . Vi ` e perci` o una grande similitudine nelle due denizioni: gli intorni (bucati) di x0 devono essere mandati da f in intorni del valore limite, sia esso nito o meno. Pi` u

Limiti e continuit` a

127

precisamente, ssato un intorno V del valore limite, deve esistere un intorno U di x0 che, privato di x0 , va a nire in V , ossia tale che f (U \ {x0 }) V .

f (U \ {x0 }) V

U Esempi. (43) Esempi naturali di funzioni divergenti in un punto sono costruiti mediante potenze negative. Ad esempio f (x) = |x x0 |1 , ma anche f (x) = |x x0 |n con n intero positivo. Infatti, ssato K > 0 e scelto = K 1/n , se 0 < |x x0 | < = K 1/n , allora |x 1|n > n = K . (44) Sia f (x) = | tan x| e sia x0 = /2. Sappiamo gi` a che per x /2 il coseno tende a zero. Fissato perci` o K > 0 e posto = 1/(2K ) esister` a K tale che se 0 < |x /2| < K allora | cos x| < = 1/(2K ). Poich e inoltre il seno tende a uno per x /2, possiamo certamente fare in modo che per 0 < |x /2| < K si abbia | sin x| > 1/2. Ma allora per le stesse x si ha sin x 1 1 | tan x| = cos x > 2 |cos x| > K,

(45) Il lettore non avr` a dicolt` a ad estendere quanto visto nella Sezione 2.2 al caso di funzioni divergenti: la denizione di funzione divergente (a + oppure a ) per x x+ e lasciata per esercizio. Sar` a poi facile provare che 0 oppure per x x0 `
x 2

lim tan x = +

+ x 2

lim tan x =

riadattando opportunamente le considerazioni fatte nellesempio precedente. Il quadro delle possibili nozioni di limite per funzioni denite su sottoinsiemi di R si completa mediante la nozione di limite per x + oppure per x . ` utile a questo proposito richiamare le considerazioni svolte poco sopra circa lidea E

128

Analisi Matematica 1

intuitiva che le semirette U = (a, +) oppure U = (, a) possano riguardarsi come intorni, rispettivamente, di + e di . Chiariamo una volta ancora che n e + , n e sono numeri reali e che quindi le espressioni appena usate vanno prese con benecio di inventario. Il loro scopo ` e semplicemente quello di guidare il lettore verso un processo di sintesi che permetta di intravvedere come di fatto la nozione di limite sia una ed una sola, e che essa viene di volta in volta adattata alla circostanza particolare in cui si deve operare. Definizione 2.15. Siano I R , f : I R una funzione e R . Supponiamo che per qualche a R sia (a, +) I . Diremo che f converge ad per x che tende a + , oppure che il limite di f per x che tende a + ` e , e in tal caso scriveremo
x +

lim f (x) = ,

oppure

f ( x)
x +

se per ogni > 0 esiste K > a tale che se x > K , allora |f (x) | < . La denizione precedente dovrebbe richiamare immediatamente la denizione relativa alle successioni. In eetti, il disegno che la illustra ` e del tutto analogo.

Facciamo osservare che anche questa denizione pu` o essere riformulata mediante il linguaggio degli intorni: dato un intorno V di (ossia un intervallo centrato in ) deve esistere un intorno U di + (ossia una semiretta del tipo (K, +)) tale che f (U ) V . In questo caso c` e una ulteriore sottigliezza di cui tener conto: non ` e necessario bucare lintorno U di + in quanto esso non contiene ci` o che sarebbe necessario togliere, ossia + , che non ` e un numero reale. Le denizioni esplicite di
x + x

lim f (x) = +,
x

x +

lim f (x) = ,
x

lim f (x) = ,

lim f (x) = +,

lim f (x) =

sono lasciate al lettore (si veda lEsercizio 9).

Dovrebbe essere a questo punto chiaro che, diversamente dalle successioni, per le quali la variabile intera n ha una sola meta alla quale tendere, per le funzioni esistono essenzialmente due casi distinti: i limiti al nito (cio` e quelli per x x0 con x0 R ), e quelli allinnito (cio` e per x + o per x ). Molti risultati valgono tanto al

Limiti e continuit` a

129

nito quanto allinnito, e sarebbe assai pedante formulare tutti i possibili enunciati. Vorremo invece poter scrivere
x p

lim f (x),

p R {}

e coprire tutti i casi simultaneamente. Inoltre, vi sono enunciati che valgono sia nel caso in cui il limite sia un numero reale R , sia nel caso in cui la funzione in esame diverga a + oppure a . Queste considerazioni giusticano lintroduzione di denizioni generali, che procediamo a dare sulla scorta delle discussioni svolte in precedenza. Stipuliamo innanzitutto una convenzione. Convenzione 2.16. Sia p R {} . Chiameremo intorno di p un insieme che contiene: (i) un intervallo aperto B (p, ) se p R ; (ii) una semiretta del tipo (a, +) se p = + ; (iii) una semiretta del tipo (, a) se p = .

Un intorno bucato di p ` e un insieme del tipo U \ {p} , dove U ` e un intorno di p . Se p = , le espressioni intorno e intorno bucato assumono le stesso signicato: infatti U \ {p} = U , in quanto p U . Inne, diremo che p ` e di accumulazione per un insieme I se ogni intorno bucato di p ha intersezione non vuota con I . Possiamo nalmente procedere alla denizione generale di limite cui abbiamo alluso gi` a diverse volte. Definizione 2.17. Siano I R , p R {} di accumulazione per I , e sia f : I R . Diremo che il limite di f per x che tende a p ` e q R {} , ed in tal caso scriveremo
x p

lim f (x) = q

oppure

f ( x) q
x p

se per ogni intorno V di q esiste un intorno U di p tale che f (U \ {p}) V . Molti dei risultati gi` a visti si estendono al caso p R {} . Per semplicit` a tuttavia, non procediamo ad una riformulazione esplicita nel caso x + oppure x . Il lettore ` e invitato a vericare che il Teorema 2.4 e il suo Corollario 2.5, nonch e il Teorema 2.6, il Teorema 2.7 e la Proposizione 2.9, possono essere enunciati tenendo conto della Convenzione 2.16, ovvero della Denizione 2.17. La denizione generale di limite ` e inoltre molto utile per descrivere lalgebra (estesa) dei limiti delle funzioni. Come per le successioni, ci limitiamo ad uno schema riassuntivo. Nella tabella che segue p R {} , mentre f e g sono due funzioni denite su uno stesso insieme, che ha p come punto di accumulazione. Al solito, lacronimo F.I. sta per forma indeterminata, e si riferisce a situazioni nelle quali non si hanno a disposizione informazioni sucienti per poter concludere. Per ciascuna forma indeterminata presente nella tabella, il lettore ` e invitato a produrre esempi nei quali la somma (o il prodotto) tende a zero, oppure converge a R \ {0} , o diverge a + o diverge a .

130

Analisi Matematica 1

x p

lim f (x) >0 >0 <0 <0 0 0 + +

x p

lim g (x) + + + +

x p

lim f (x) + g (x) + + + + F.I.

x p

lim f (x)g (x) + + F.I. F.I. + +

(2.57)

Un altro risultato che pu` o essere esteso al caso p = ` e limportante Teorema 2.3. In eetti, adattando la dimostrazione gi` a vista, non ` e dicile dimostrare la seguente versione completa del teorema. Teorema 2.18 (Limite fatto per successioni, II). Siano p R {} di accumulazione per I , f : I R e q R {} . Sono fatti equivalenti: (i) lim f (x) = q ; (ii) per ogni successione (xn )n0 di elementi di I \ {p} tale che xn p , si ha lim f (xn ) = q .
n x p

Il quadro dei risultati generali sui limiti si va via via completando. Passiamo ora a considerare funzioni innitesime e funzioni monotone. A tale scopo ribadiamo la Denizione 1.16 nel caso delle funzioni. Definizione 2.19. Siano p R {} di accumulazione per I e f : I R . Diremo che f ` e innitesima per x p se lim f (x) = 0 .
x p

I seguenti risultati si dimostrano direttamente, oppure adattando, mediante il Teorema 2.18, gli analoghi risultati per le successioni. Proposizione 2.20. Siano p R {} di accumulazione per I e f : I R . (i) Se f (x) diverge per x p , allora 1/f (x) ` e innitesima per x p ; (ii) se f (x) ` e positiva in un intorno bucato di p e innitesima per x p , allora 1/f (x) + per x p ; (iii) se f (x) ` e negativa in un intorno bucato di p e innitesima per x p , allora 1/f (x) per x p .

Proposizione 2.21. Siano p R {} , I un intorno di p e f, g : I R . Se f ` e limitata in un intorno bucato di p e g ` e innitesima per x p , allora f g ` e innitesima per x p . Un poco pi` u delicata ` e lestensione al caso delle funzioni dei risultati che riguardano le funzioni monotone.

Limiti e continuit` a

131

Teorema 2.22. Siano p R {} e sia f : I R non decrescente in I . (i) Se p R ` e di accumulazione per I da sinistra, allora
x p

lim f (x) = sup{f (x) : x I, x < p}.

(ii) Se p R ` e di accumulazione per I da destra, allora


x p +

lim f (x) = inf {f (x) : x I, x > p}.


x +

(iii) Se p = + ` e di accumulazione per I , allora lim f (x) = sup{f (x) : x I } . (iv) Se p = ` e di accumulazione per I , allora lim f (x) = inf {f (x) : x I } .
x

Evidentemente, il Teorema 2.22 ha una riformulazione per le funzioni non crescenti. Esempi. (46) Applichiamo il Teorema 2.22 allimportante caso delle funzioni esponenziale e logaritmo in base naturale18. Poich e sia exp : R (0, +) sia log : (0, +) R sono monotone crescenti e surgettive, da (iii) del Teorema 2.22 avremo
x +

lim ex = sup {ex : x R} = sup (0, +) = +

x +

lim log x = sup {log x : x (0, +)} = sup R = +.

Utilizzando (iv) e (ii) del Teorema 2.22 avremo inoltre


x

lim ex = inf {ex : x R} = inf (0, +) = 0

x 0 +

lim log x = inf {log x : x (0, +)} = inf R = .

(47) Mediante il Teorema 2.22 si dimostra in modo immediato che (2.58) e similmente che (2.59) lim arctan x = , x 2
x + x /2+

lim

tan x = ,

x / 2

lim tan x = +

lim arctan x =

. 2

risultati che seguono sono ancora veri se si prende una qualunque base a > 1 . Che cosa succede invece se a < 1 ?

18I

132

Analisi Matematica 1

2.4. Cambiamento di variabile nel calcolo dei limiti. Supponiamo di voler calcolare il seguente semplice limite log (1 + sin x) lim . x 0 x Ricordando i limiti notevoli (2.53) e (2.56), verrebbe naturale scrivere dapprima log (1 + sin x) log (1 + sin x) sin x = x sin x x e poi arguire come segue. Il secondo fattore sin x/x tende a uno. Nel primo fattore, poniamo y = sin x . Siccome y = sin x 0 per x 0, utilizzando (2.56) si ha

log (1 + sin x) log (1 + y ) = 1, y 0 sin x y e il limite cercato vale uno. Il ragionamento svolto ` e plausibile, ma non ` e giusticato da alcun teorema visto nora. Esso mostra per` o quanto possa essere desiderabile procedere ad un cambio di variabile, ovvero di sostituzione, nel calcolo di un limite: vogliamo calcolare il limite della funzione composta g f (nel nostro caso g = log(1 + y )/y e f (x) = sin x ) e siamo tentati di concludere che esso coincide con il limite della funzione esterna g per y y0 , se y0 ` e il limite della funzione interna f per x x0 . Il procedimento sopra descritto ` e eettivamente lecito in certe circostanze. Noi ci limitiamo a trattare un caso che si presenta spesso e che richiede una certa regolarit` a19 della funzione esterna g . Risultati pi` u generali si possono trovare in [DM]. Teorema 2.23 (Cambio di variabile). Siano p, q R {} e si supponga che esista lim f (x) = q. Sia g denita in un intorno di q , e si supponga inoltre che (i) se q R , allora lim g (y ) = g (q ) ; (ii) se q = , allora esiste lim g (x) R {}.
x q xp y q x p

Allora esiste il limite lim g (f (x)) della funzione composta g f per x p e risulta
x p

lim g (f (x)) = lim g (y ).


y q

Dimostrazione. Proviamo solamente (i). La dimostrazione di (ii) ` e del tutto analoga e viene lasciata per esercizio. Le ipotesi sono pertanto che q R , che g ` e denita su un intorno di q , che g (y ) g (q ) per y q e naturalmente che f (x) q per x p . Dobbiamo provare che g (f (x)) g (q ) per x p . Fissiamo un intorno V di g (q ). Dallipotesi che g (y ) g (q ) per y q si deduce che possiamo trovare un intorno W di q tale che g (W \ {q }) V . Inoltre g (q ) V in quanto V ` e un intorno di g (q ). Quindi la precedente inclusione si estende a g (W ) V .
luce delle nozioni introdotte nella prossima sezione, la regolarit` a cui si allude qui ` e, nel caso in cui i calcoli avvengano al nito, la continuit` a di g .
19Alla

Limiti e continuit` a

133

Si consideri ora lintorno W di q . Siccome f (x) q per x p , possiamo trovare un intorno U di p tale che f (U \ {p}) W . In conclusione, in corrispondenza dellintorno V di q abbiamo trovato un intorno U di p tale che g f (U \ {p}) = g (f (U \ {p})) g (W ) U , che ` e quanto richiesto. Esempi. (48) Vediamo il caso di una sostituzione tipica. Si voglia calcolare il limite 1 lim x sin . x + x Guardando la tabella (2.57), il limite precedente si presenta nella forma 0, che ` e indeterminata. Possiamo per` o notare che x sin Poniamo dunque g (y ) = 1 sin(1/x) = . x 1/x
sin y y

se y = 0 se y = 0.

Evidentemente, g converge a 1 = g (0) per y 0 ed inoltre y = 1/x 0 per x + . La sostituzione y = 1/x ` e pertanto lecita ed il limite cercato vale 1. (49) Utilizziamo il Teorema 2.23 per discutere un certo tipo di forma apparentemente indeterminata. Supponiamo cio` e di voler calcolare un limite della forma (2.60) lim f (x)g(x) ,
x p

in cui si suppone che f sia strettamente positiva in un intorno bucato di p R {} . Sfruttando le propriet` a di esponenziali e logaritmi, otteniamo f (x)g(x) = elog[f (x)
g (x )

] = eg(x) log f (x) .

Ci chiediamo che cosa succede se f ` e innitesima e se g (x) + per x p , cosicch e certamente g (x) log f (x) . La funzione in esame ` e dunque la composizione della funzione esponenziale (esterna) e della funzione g (x) log f (x): siamo nelle ipotesi del Teorema 2.23, in quanto y ey ammette limite per y . Possiamo concludere che il limite cercato vale quanto il limite di ey per y , cio` e zero. Se invece supponiamo che f sia ancora innitesima ma che g (x) per x p , allora g (x) log f (x) + ed limite cercato vale quanto il limite di ey per y + , cio` e + . Possiamo riassumere questa breve discussione scrivendo che se che f ` e positiva in un intorno bucato di p R {} , allora
x p x p

lim f (x) = 0,

x p x p

lim g (x) = +

x p x p

lim f (x)g(x) = 0

lim f (x) = 0,

lim g (x) =

lim f (x)g(x) = +.

134

Analisi Matematica 1

Le corrette implicazioni precedenti sono alle volte sintetizzate nelle scorrette scritture informali: (0+ )+ = 0, (0+ ) = +.

(50) Utilizziamo ora il Teorema 2.23 per estendere il limite notevole (1.38), ossia per provare che x x 1 1 (2.61) lim 1 + = e, lim 1 + = e. x+ x x x In eetti, usando al solito le propriet` a di esponenziale e logaritmo x 1 1 = ex log(1+x ) , 1+ x cosicch e (2.61) sar` a dimostrata se proviamo che x log(1 + x1 ) 1 per x . Daltra parte x log(1 + x1 ) = log(1 + x1 ) x 1

e posto y = x1 possiamo concludere utilizzando il limite notevole log(1 + y )/y 1 per y 0, visto che y = x1 0 per x . (51) Alla luce dellesempio precedente, si potrebbe essere tentati di arguire che le forme del tipo 1+ non siano indeterminate. Mostriamo subito che ci` o` e falso, considerando una variante del caso precedente. Infatti, x2 1 1+ x si presenta ancora nella forma 1+ . Passaggi analoghi a quelli svolti in precedenza portano a esaminare lesponente x2 log(1 + x1 ) = x log(1 + x1 ) , x 1

che diverge a + per x + . Dunque x2 1 lim 1 + = + . x + x (52) Ancora qualche limite notevole. Supponiamo di sapere che per ogni a > 0, (2.62) (2.63)
x x0 x x0

lim ax = ax0 , lim loga x = loga x0 ,

x0 R; x0 (0, +), a = 1.

Limiti e continuit` a

135

Entrambe le aermazioni precedenti sono vere e verranno provate nella Sezione ??. Vogliamo provare che log (1 + x) 1 (2.64) lim a = , a > 0, a = 1; x 0 x log a ax 1 (2.65) lim = log a, a > 0; x 0 x (1 + x) 1 (2.66) lim = , R. x 0 x Consideriamo il primo limite. Ovviamente, si deve richiedere a > 0 e a = 1. Siccome 1/x loga (1 + x) 1 1/x = loga (1 + x) = loga 1 + , x 1/x

possiamo sfruttare il fatto che 1/x per x 0 , poi i limiti notevoli (2.61) ed inne lipotesi (2.63) per dedurre che il limite cercato vale loga e , ossia 1/ log a . Passiamo a (2.65). Se a = 1 il risultato ` e banale. Per x 0, abbiamo ax 1 0. x Posto perci` o y = a 1 e osservato che in tal caso x = loga (y + 1), si ha ax 1 y = log a, x loga (y + 1) in virt` u di (2.64) Per (2.66), siccome x 0, certamente in un intorno bucato di 0 avremo 1 + x > 0 cosicch e la potenza (1 + x) ` e ben denita ed avr` a anche senso porre 1 + x = ey . Quindi (1 + x) 1 e y 1 e y 1 y (e )y 1 y = y = = . x e 1 y ey 1 y ey 1 Il secondo fattore converge a 1, mentre il primo, converge a log(e ) = per via di (2.65).

136

Analisi Matematica 1

Esercizi
1. Mostrare che se I ` e un insieme aperto, allora ogni suo punto ` e di accumulazione per I . 2. Dimostrare il Teorema 2.4, sia mediante il Teorema 2.3, sia in modo diretto. 3. Dimostrare il Corollario 2.5, sia mediante il Teorema 2.3, sia in modo diretto. 4. Dimostrare il Teorema 2.6, sia mediante il Teorema 2.3, sia in modo diretto. 5. Dimostrare il Teorema 2.7, sia mediante il Teorema 2.3, sia in modo diretto. 6. Sia Y R . Provare che le due seguenti aermazioni sono equivalenti: (i) Esistono due numeri reali s e S tali che s y S per ogni y Y ; (ii) esiste M 0 tale che |y | M per ogni y Y .

` possibile dimostrare la Proposizione 2.9 usando il Teorema 2.3? 7. E 8. Completare tutti i dettagli omessi nellEsempio 45 9. Denire le seguenti nozioni di limite: (i) lim f (x) = +;
x + x

(ii) lim f (x) = +; (iii) lim f (x) = ;


x+ x x

(iv) lim f (x) = +; (v) lim f (x) = . 10. Formulare il Teorema 2.4 e il suo Corollario 2.5, nonch e il Teorema 2.6, il Teorema 2.7 e la Proposizione 2.9 con p = in luogo di x0 R .

11. Formulare un analogo del Teorema 2.22 per le funzioni non crescenti o decrescenti. 12. Per ciascuno dei seguenti limiti stabilire se essi hanno senso o meno; in caso aermativo stabilire se essi esistono o no e, se si, calcolarli. Quando compare il parametro , si intende R e si richiede la discussione del limite al variare di . Similmente, k denota un parametro intero ed il limite va discusso al variare di k Z . sin 5x sin 3x sin(x3 ) (i) lim ; (ii) lim ; (iii) lim ; x0 sin 3x x + x 0 x x (iv) lim x sin x;
x 0

(v) lim x sin x;


x+

(vi) lim +
x 0

1 cos x ; x sin x tan 2x ; sin 3x x2 + sin2 x ; x2 + sin(x2 )

x2 sin2 x (vii) lim 2 ; x0+ x2 + sin x (x) lim (x 2) sin


x 2

1 ; x2

x (viii) lim ; x0+ sin x x1 (xi) lim ; x 1 x 1

(ix) lim

x +

(xii) lim +
x 0

Limiti e continuit` a

137

(xiii) lim

x0

1 + cos x sin(x2 )

x2 3 x + 2 (xiv) lim ; x 2 x2 (xvii) lim sin2 ( x) ; x cos x + 1

(xv) lim [sin x];


x k

(xvi) lim

sin2 x 3 sin x + 2 ; x / 2 sin x 1


x 0

(xviii) lim

2 2 sin x ; x / 2 ( 2 x ) 2 x3 + 1;

(xix) lim +

tan x sin x ; x

(xx) lim

esin x 1 ; x 0 x arctan 2 x 1 2 (xxv) lim (x 1) sin ; x 1 x1 (xxii) lim + (xxviii) lim 3x sin x ; x1 4x 5 sin x x+3 x + 1;

log(1 + x2 ) ; x 0 3 x2 2x + 1 (xxiii) lim ; x + x+1


x 0

(xxi) lim

(xxiv) lim (1 + x)1/5x


x 0

(xxvi) lim e1/x ; sin x ; x 0 | x |


x

(xxvii) lim

sin(x 1) ; x 1 x1

(xxix) lim

(xxx) lim 4 x

e1cos x 1 ; x 0 x sin x 2x 3x ; x 0 1 3 x e
x

(xxxi) lim

x+

(xxxii) lim

1 1 x

(xxxiii) lim

x (xxxiv) lim sin x; x + x + 1 (xxxvii) lim x4 sin2 x sin x; x + x 2 + 1

(1 + tan x)x 1 (xxxv) lim ; x0 x2 (xxxviii) lim cos(n ) n n;


n +

(xxxvi) lim

x +

x4 + 1

(xxxix) lim 2n sin


n +

1 ; 2n

138

Analisi Matematica 1

3. Funzioni continue. Siamo ora in grado di formulare la nozione di continuit` a. Definizione 3.1. Siano I R , f : I R e x0 I un punto di accumulazione per I . Diremo che f ` e continua in x0 se Se J I e f ` e continua in ogni punto di J , diremo che f ` e continua su J e se f ` e continua in ogni punto di I , diremo semplicemente che essa ` e continua. Si noti che nella denizione di continuit` a in x0 si richiede che x0 non solo sia un punto di accumulazione, ma che esso appartenga ad I . La ragione ` e che si deve poter calcolare sia il limite di f per x x0 , sia f (x0 ). Esempi. (53) Dallesempio (33) segue che le funzioni lineari x ax + b sono continue. In particolare, le funzioni costanti sono continue. Le relazioni (2.50) e (2.51) dicono che le funzioni seno e coseno sono continue. Le relazioni (2.62) e (2.63), che non sono state ancora dimostrate, implicano invece la continuit` a delle funzioni esponenziali e logaritmiche. La (2.62) ` e dimostrata in questa sezione, nella Proposizione 3.7. (54) La funzione a gradino denita in (2.52) evidentemente non ` e continua nellorigine in quanto il limite per x 0 non esiste, e quindi non pu` o essere uguale a f (0) = 0. La dimostrazione del risultato che segue ` e basata sul Teorema 2.3, di cui ` e una lieve variante. Proposizione 3.2 (Continuit` a per successioni). Siano x0 I un punto di accumulazione per I R e f : I R . Sono fatti equivalenti: (i) f ` e continua in x0 ; (ii) per ogni successione (xn )n0 di elementi di I tale che xn x0 si ha che lim f (xn ) = f (x0 ) .
n xx0

lim f (x) = f (x0 ).

Dimostrazione. Si osservi che al punto (ii) la richiesta di convergenza di (f (xn ))n0 ` e relativa a tutte le successioni (xn )n0 di elementi di I e non di elementi di I \ {x0 } . Questa ` e apparentemente una richiesta pi` u forte di quella del Teorema 2.3. In altri termini, se (ii) ` e vera per ogni sucessione (xn )n0 di elementi di I convergente a x0 , allora ` e vera in particolare per quelle i cui punti sono in I \ {x0 } e perci` o se vale (ii) allora vale (i) per via del Teorema 2.3. Viceversa, se vale (i), allora possiamo ripetere la dimostrazione che (i) implica (ii) del Teorema 2.3 ed osservare che data una successione (xn )n0 di elementi di I (quindi magari xn = x0 per uno o addirittura inniti valori di n ), la condizione |f (xn ) f (x0 )| = |f (xn ) | < ` e automatica se xn = x0 . I teoremi della sezione precedente comportano conseguenze pi` u o meno dirette sulla classe delle funzioni continue. Al ne di snellire gli enunciati, dora in poi eviteremo, quando ci` o non generi confusione, di specicare eccessivamente la natura dei dati; cos` scriveremo ad esempio sia f continua in x0 anzich e siano x0 I un punto di

Limiti e continuit` a

139

accumulazione per I R , f : I R e si supponga f continua in x0 . In altri termini, la locuzione sia f continua in x0 include implicitamente tutti i dati precedenti. Proposizione 3.3 (Permanenza del segno). Se f ` e continua in x0 e f (x0 ) = 0 , allora esiste un intorno bucato di x0 nei punti del quale f ha il segno di f (x0 ) . Proposizione 3.4 (Algebra delle funzioni continue). Siano f, g : I R due funzioni continue in x0 . Allora sono continue in x0 anche le funzioni (i) |f | ; (ii) f + g ; (iii) f g ; (iv) f , per ogni R ; (v) f /g , se g (x0 ) = 0 . Dalla proposizione precedente si evince che di ogni coppia di funzioni continue su un dato insieme I si possano fare combinazioni lineari. Linsieme (3.67) C (I ) = f : I R : f ` e continua in I . possiede quindi la struttura di spazio vettoriale.20 Esempi. (55) Tutti i polinomi sono funzioni continue su R . In eetti, si pu` o ragionare inn duttivamente su n e provare dapprima che tutte le potenze x x sono continue. Un nuovo ragionamento induttivo permette poi di concludere, osservando che ogni polinomio Pn (x) di grado n si pu` o scrivere nella forma Pn (x) = Pn1 (x) + xn . La continuit` a segue evidentemente da quelle di Pn1 (x) e di xn . Nella Proposizione 3.6 r che segue poco sotto, viene dimostrata la continuit` a delle potenze reali x x ( x > 0 e r R ). Ne discender` a, ad esempio, che x x ` e continua.

(57) Nonostante questo possa sembrare strano, la funzione f (x) = 1/x ` e continua. In eetti, essa ` e denita in I = R \ {0} , ed in ciascun punto x0 I risulta 1/x 1/x0 , come segue facilmente dallalgebra dei limiti.

(56) Ogni funzione razionale del tipo f (x) = P (x)/Q(x), con P e Q polinomi, ` e continua nellinsieme complementare di ZQ = {x R : Q(x) = 0} .

Unaltra fondamentale propriet` a delle funzioni continue ` e il fatto che esse possono essere composte, nel senso descritto dal risultato seguente. Esso ` e una conseguenza immediata del Teorema 2.23, la cui ipotesi (i) ` e precisamente la continuit` a di g . Proposizione 3.5 (Continuit` a della composta). Se f ` e continua in x0 e g ` e continua in f (x0 ) , allora g f ` e continua in x0 . A partire dalle funzioni elementari si possono quindi generare grandi famiglie di funzioni continue, mediante operazioni algebriche (combinazioni lineari prodotti e quozienti) e composizioni. Proviamo ora la continuit` a delle potenze reali e delle funzioni esponenziali. Quella delle funzioni logaritmo seguir` a dal Teorema??.
20In

realt` a, C (I ) ` e anche unalgebra rispetto alla moltiplicazione puntuale.

140

Analisi Matematica 1

Proposizione 3.6. Per ogni r R la funzione x xr ` e continua su (0, +) . Dimostrazione. Innanzitutto ` e chiaro che possiamo assumere r > 0, in quanto xr = 1/xr . Dobbiamo provare che per ogni x0 > 0 si ha xr xr 0 per x x0 . + Evidentemente ` e suciente provarlo separatamente per x x0 e x x 0 . La dimostrazione del caso x x ` e del tutto analoga a quella del caso x x+ e 0 0 , ed ` lasciata per esercizio. Supponiamo dapprima x0 = 1. Sia n un intero non negativo tale che n r < n +1. Siccome x xr ` e crescente, si avr` a e dal teorema dei carabinieri segue che per x 1+ si ha xr 1 in quanto la continuit` a di x xn e di x xn+1 ` e gi` a stata osservata nellEsempio 55. Analogamente si prova il caso x 1 e si conclude quindi la continuit` a in x0 = 1. Sia ora x0 positivo qualsiasi. Se x x+ allora x/x0 1 (da destra) e quindi, 0 r ssato > 0 esiste > 0 tale che se x0 < x < x0 + allora 0 < (x/x0 )r 1 < x 0 . Per tali x si ha quindi r x r r r r 0 < x x0 = x0 1 < xr 0 x 0 = . x0
+ Perci` o xr xr 0 per x x0 .

0 < xn 1 xr 1 < xn+1 1

Proposizione 3.7. Per ogni a > 0 la funzione x ax ` e continua.

Dimostrazione. Il caso a = 1 ` e banale. Proviamo il caso a > 1, da cui segue il caso a < 1 in quanto ax = (1/a)x . E suciente dimostrare che, ssato x0 R , si e del ha ax ax0 per x x+ 0 e poi per x x0 . La dimostrazione del caso x x0 ` + tutto analoga a quella del caso x x0 , ed ` e lasciata per esercizio. In virt` u del Teorema 2.3, per dimostrare che ax ax0 per x x+ 0 , basta provare xn che a ax0 per ogni successione (xn )n0 tale che xn x0 e xn > x0 per ogni n . Sia quindi (xn )n0 una siatta successione e ssiamo > 0. Il limite notevole a1/n 1 (si veda (1.30)) implica che in corrispondenza di ax0 > 0 esiste un intero K tale che per ogni n K (quindi anche per n = K ) risulta Daltra parte, siccome xn x0 , in corrispondenza di 1/K si avr` a denitivamente 0 < xn x0 < 1/K e quindi, siccome x ax ` e crescente (si veda la propriet` a (E4) delle funzioni esponenziali) axn x0 < a1/K . In conclusione, ssato > 0, valgono denitivamente le disuguaglianze 0 < axn ax0 = ax0 axn x0 1 ax0 a1/K 1 < ax0 ax0 = , il che prova che axn ax0 , come volevasi. a1/n 1 < ax0 .

Limiti e continuit` a

141

Esempi. (58) Sono funzioni continue le funzioni iperboliche: e x + e x 2 x e e x sinh x = , 2 dette rispettivamente il coseno iperbolico ed il seno iperbolico di x . Si osservi che esse non sono altro che la parte pari e la parte dispari di x ex . E anche continua su tutto R la tangente iperbolica cosh x = tanh x = sinh x e x e x = x . cosh x e + e x

Concludiamo questa sezione con una breve discussione sui vari tipi di discontinuit` a. Definizione 3.8. Una funzione f : I R si dice avere una discontinuit` a eliminabile in x0 I , se x0 ` e di accumulazione per I e se esiste nito il lim f (x) = R funzione f si dir` a prolungabile per continuit` a in x0 . In entrambi i casi, la funzione (x) = f (x) se x I f se x = x0 ` e continua in x0 . Evidentemente, una discontinuit` a eliminabile ` e una sorta di falsa discontinuit` a: basta modicare il valore di f nel solo punto x0 per avere una funzione continua. Un esempio di funzione prolungabile per continuit` a nellorigine ` e la funzione f (x) = sin x/x che non ` e denita in x = 0. Siccome per` o f (x) 1 per x 0, possiamo a tutti gli eetti considerare f come una funzione continua ponendo per denizione f (0) = 1. Definizione 3.9. Una funzione f : I R si dice avere una discontinuit` a a salto o di prima specie in x0 I se x0 ` e di accumulazione per I , se esistono niti i limiti di f per x x+ 0 e per x x0 ma [f ]x0 = lim+ f (x) lim f (x) = 0.
x x0 x x0

ma = f (x0 ) . Nel caso in cui x0 I ma pur sempre esista il lim f (x) = R , la


x x0

xx0

La quantit` a [f ]x0 si chiama il salto di f in x0 . Una discontinuit` a che non sia n e eliminabile n e di prima specie si dice di seconda specie. Esempi. (59) La funzione f ( x) = x/|x| se x = 0 0 se x = 0

142

Analisi Matematica 1

ha una discontinuit` a di prima specie nellorigine. La funzione sin(1/x) se x = 0 f ( x) = 0 se x = 0 ha una discontinuit` a di seconda specie nellorigine, in quanto non esistono n e il limite destro n e il limite sinistro.

Limiti e continuit` a

143

Esercizi
1. Si consideri la funzione:

Si determini per quali valori di a e b , se ne esistono, la funzione f risulta continua nellorigine. 2. Siano R e R due parametri, e sia x x ( x) = x + 1 3. Sia a R e si consideri la funzione eax 1 g ( x) = 0 1 cos x 2 arctan x Si determini per quali valori di a R , se ve ne se x > 1 se x 1.

log(1 2x) x f ( x) = a 2 x + b cos x

se x < 0; se x = 0; se x > 0.

Si discuta per quali valori di e , se ve ne sono, risulta continua nel punto x0 = 1. se x > 0 se x = 0 se x < 0. sono, g ` e continua nellorigine.

4. Siano e parametri reali e sia log(1 + x) se x 0 ( x) = x2 sin 1 se x < 0 x

Stabilire per quali valori di e , se ve ne sono, risulta continua nellorigine. 5. Si provi che una funzione f : R R ` e continua se e solo se per ogni insieme aperto U si ha che anche f 1 (U ) ` e un insieme aperto.

144

Analisi Matematica 1

4. Propriet` a globali delle funzioni continue. In questa sezione ci occuperemo delle propriet` a delle funzioni continue denite su insiemi di natura molto particolare: gli intervalli chiusi e limitati, ossia gli intervalli del tipo [a, b]. Alcuni dei risultati ottenuti sono vere e proprie pietre miliari dellAnalisi Matematica e vengono utilizzati innumerevoli volte, talora anche tacitamente. La natura dellinsieme [a, b] ` e duplice: esso ` e il prototipo di insieme compatto, concetto di fondamentale importanza in matematica e di cui ci occuperemo, seppur brevemente, nella paragrafo 4.1 , ed ` e anche il prototipo di insieme connesso, ossia di un insieme tutto di un pezzo. Oltre, naturalmente alla continuit` a della funzione, talora ` e la compattezza a giocare un ruolo cruciale (ad esempio nel Teorema 4.9) e talora ` e la connessione (ad esempio nel Teorema 4.10 oppure nel Teorema 4.19). Alcuni dei teoremi che vedremo ammettono versioni pi` u generali che non necessariamente ` e indispensabile conoscere. E per` o importante capire che in alcuni casi la chiave di volta risiede in una sorta di nitezza del dominio, mentre in altri ` e la natura di intervallo, ossia di insieme ininterrotto. Lesistenza del massimo o del minimo di un insieme nito di numeri reali non ci stupisce aatto, ed il Teorema 4.9 ne ` e una (ranata) estensione: in un certo senso la compattezza ` e un concetto che estende il concetto di nitezza. Invece, il fatto che per passare con un tratto continuo di penna da un punto che giace sotto lasse x ad un punto che giace sopra si debba attraversare lasse, dipende dalla richiesta che lo spostamento non abbia interruzioni, ovvero che non si facciano voli da una parte allaltra del graco: il concetto di connessione si riferisce alla possibilit` a di spostarsi senza interruzioni lungo un insieme e, nel caso di R , ` e esattamente il concetto di intervallo. 4.1. Sottosuccessioni e compattezza. Per meglio illustrare la portata della nozione di insieme compatto, ` e opportuno introdurre il concetto di estratta di una successione: Definizione 4.1. Siano (an )n0 e (bj )j 0 due successioni. Diremo che (bj )j 0 ` e una sottosuccessione di (an )n0 , ovvero che ne ` e una successione estratta, se esiste una funzione f : N N strettamente crescente tale che b j = af ( j ) . Solitamente si scrive (anj )j 0 in luogo di (af (j ) )j 0 , intendendo che nj = f (j ) . Non ` e dicile vericare che se (an )n0 ` e convergente, allora ogni estratta ` e anche convergente. Vale peraltro anche limplicazione opposta: Proposizione 4.2. Una successione ` e convergente se e solo se ogni sua sottosuccessione ` e convergente. Come ` e facile dimostrare (cfr. lEsercizio 2), lesistenza di una estratta convergente non ` e aatto suciente per provare che la successione di partenza lo ` e. Per una 21 dimostrazione del celebre risultato che segue si veda ad esempio [T].
il teorema si enuncia cos` : ogni sottoinsieme limitato e innito di R ammette almeno un punto di accumulazione. Si pu` o facilmente vericare che il nostrio enunciato ` e equivalente.
21Solitamente,

Limiti e continuit` a

145

Teorema 4.3 (Bolzano-Weierstrass). Ogni successione limitata ha unestratta convergente. Si osservi che il teorema di Bolzano-Weierstrass implica, ad esempio, che la successione (sin n)n0 ammette unestratta convergente, fatto la cui dimostrazione diretta presenta qualche dicolt` a. Passiamo ora alla moderna denizione di insieme compatto, che richiede la nozione di ricoprimento. Definizione 4.4. Sia X R un insieme non vuoto e sia I un insieme qualunque. Una famiglia {Xi : i I } di sottoinsiemi di R si chiama ricoprimento di X se Xi X.
i I

Esso si chiama ricoprimento aperto se ogni Xi ` e un aperto22 di R . Esempi.

(60) La famiglia {[n, n + 1) : n Z} ` e un ricoprimento di R . La famiglia {(0, 1/n) : n = 1, 2 , 3 , . . . } ` e un ricoprimento aperto di (0, 1) ed in particolare 1 (0, ) = (0, 1). n n N Sia > 0; la famiglia {(t, 1 + t) : t [, ]} ` e un ricoprimento aperto di [0, 1] in quanto (t, 1 + t) = (, 1 + ) [0, 1].
t[,]

Definizione 4.5. Un sottoinsieme non vuoto K di R si dice compatto se da ogni ricoprimento aperto {Ui : i I } di K ` e possibile estrarre un sottoricoprimento nito, ossia se esiste una sottofamiglia nita {Ui1 , . . . , UiN } tale che K (Ui1 UiN ) . Nellesempio appena visto, il ricoprimento {(, 1 ), (, 1 + )} ` e un sottoricoprimento nito del ricoprimento {(t, 1 + t) : t [, ]} , naturalmente se < 1/2. Si deve peraltro prestare attenzione al fatto che la denizione di compattezza richiede che il procedimento di estrazione di una sottofamiglia nita di aperti deve essere possibile per ogni ricoprimento aperto. Teorema 4.6 (Heine-Borel). Sia K un sottoinsieme non vuoto di R . Sono fatti equivalenti: (i) K ` e compatto; (ii) K ` e chiuso e limitato; (ii) ogni successione di punti di K ha una estratta convergente ad un punto di K .
22Si

veda la Denizione 3.1 del Capitolo 2

146

Analisi Matematica 1

Il teorema di Heine-Borel individua con precisione i sottoinsiemi compatti di R : essi sono esattamente i sottoinsiemi chiusi e limitati. Il prototipo di insieme compatto ` e dunque un intervallo del tipo [a, b], ma si deve fare attenzione al fatto che tali intervalli non sono aato gli unici compatti di R . Non solo sar` a compatta una unione (disgiunta) di due intervalli di tal sorta, ma anche una famiglia nita di punti, oppure ad esempio linsieme K = {1/n : n = 1, 2, 3, . . . } {0} , come il lettore ` e invitato a vericare per esercizio. I compatti di R possono essere in realt` a anche piuttosto complicati, ma a noi interesseranno primariamente gli intervalli chiusi e limitati. 4.2. Esistenza di massimi e minimi. Come vedremo nel prossimo capitolo, tra i successi dellAnalisi vi sono i metodi di ricerca dei massimi e dei minimi di una funzione f : I R , qualora essa goda di qualche propriet` a di regolarit` a. Assai meno pratico dal punto di vista operativo, ma di fondamentale importanza teorica, ` e il teorema che andiamo a dimostrare circa lesisitenza di estremi. Abbiamo gi` a introdotto la nozione di massimo e di minimo di un sottoinsieme di R . Riferiti ad una funzione, questi concetti devono essere interpretati come segue: Definizione 4.7. Sia f : I R . Un punto I ` e detto punto di massimo per f (o semplicemente un massimo di f ) se f ( ) = max f (I ) , cio` e se f ( ) f (x) per ogni x I . Similmente, un punto I ` e detto punto di minimo per f (o semplicemente un minimo di f ) se f ( ) = min f (I ) , cio` e se f ( ) f (x) per ogni x I . Si dice estremo di f un punto che sia un massimo oppure un minimo. Alcuni autori riservano il termine massimo assoluto a ci` o che qui abbiamo chiamato massimo e minimo assoluto a ci` o che noi abbiamo chiamato minimo. Questa dierenza ` e da imputarsi alla necessit` a di distinguere tra le nozioni globali che abbiamo appena introdotto e quelle locali che vedremo pi` u avanti. Proposizione 4.8. Sia f : [a, b] R continua. Allora f ` e limitata. Dimostrazione. Si supponga per assurdo che f non sia limitata. Allora per ogni intero positivo n possiamo trovare un xn [a, b] tale che |f (xn )| n . La successione ( x n ) n 1 ` e costituita da elementi di [a, b] e quindi, per il teorema di Bolzano-Weierstrass, ammette unestratta (xnj )j 1 convergente ad un elemento x0 [a, b]. Siccome f ` e continua, e siccome x0 [a, b], la Proposizione 3.2 implica lim f (xnj ) = f (x0 ).
j

Poich e quindi (f (xnj ))j 1 ` e convergente, essa ` e limitata. Ma questo contraddice il fatto che |f (xn )| n . Infatti, nj j (in quanto j nj ` e crescente) e perci` o |f (xnj )| nj j , il che prova che (f (xnj ))j 1 non pu` o essere limitata. Teorema 4.9 (di Weierstrass). Sia f : [a, b] R continua. Allora f ammette massimo e minimo, cio` e esistono , [a, b] tali che f ( ) f (x) f ( ) per ogni x [a, b] .

Dimostrazione. Dalla Proposizione 4.8 sappiamo che limmagine f ([a, b]) ` e un sottoinsieme limitato e certamente non vuoto di R . Sia perci` o M = sup f ([a, b]), un numero reale. Mostreremo innanzitutto che esiste [a, b] tale che f ( ) = M .

Limiti e continuit` a

147

Naturalmente M ` e un maggiorante per limmagine ed inoltre, per ogni n N esiste un elemento xn [a, b] tale che f (xn ) > M 1/n . La successione (xn )n1 ` e costituita da elementi di [a, b] e quindi, per il teorema di Bolzano-Weierstrass, ammette unestratta (xnj )j 1 convergente ad un elemento [a, b]. Siccome f ` e continua, e [a, b], la Proposizione 3.2 implica lim f (xnj ) = f ( ).
j

Daltra parte, per costruzione, e visto che certamente nj j , si ha 1 1 M . f ( xnj ) > M nj j Passando al limite per n e utiizzando il teorema del confronto si ha f ( ) = lim f (xnj ) M
n

e siccome f ( ) M (in quanto M ` e un maggiorante per limmagine) possiamo concludere che f ( ) = M , come desiderato. Si ricordi ora che f (x) M per ogni x [a, b] per denizione di maggiorante, e quindi f (x) f ( ) per ogni x [a, b], il che prova che ` e un massimo. La dimostrazione dellesistenza di un minimo ` e del tutto analoga e viene omessa. Esempi. (61) Il lettore avr` a osservato che il punto chiave nella dimostrazione sia della Proposizione 4.8 sia del Teorema 4.9 ` e lutilizzo del teorema di Bolzano-Weierstrass. Non ` e dicile convincersi del fatto che gli stessi argomenti possano essere utilizzati per dimostrare entrambi i risultati nelle ipotesi pi` u generali in cui f : K R con K R compatto. Basta infatti applicare il Teorema di Heine-Borel per ottenere le necessarie informazioni sulle successioni estratte. (62) Se lintervallo su cui ` e denita f non ` e chiuso o non ` e limitato, il teorema ` e chiaramente falso. Si prenda ad esempio la funzione f : ( /2, /2) R denita da f (x) = tan x . Essa ` e continua sullintervallo limitato ma non chiuso ( /2, /2) ed evidentemente non ha n e massimi n e minimi. La funzione g : [0, +) R denita da g (x) = x sin x ` e continua sullintervallo chiuso ma non limitato [0, +) e non ha n e massimi n e minimi. (63) Il Teorema 4.9 asserisce lesistenza di almeno un massimo e di almeno un minimo, ma non ne asserisce aatto lunicit` a, che pu` o naturalmente non esservi: la funzione f : [2 , 2 ] R denita da f (x) = sin x ha due massimi (in 3 /4 e in /2) e due minimi (in /2 e in 3 /2). 4.3. Zeri e struttura dellimmagine. In questo paragrafo esaminiamo le propriet` a globali delle funzioni denite su intervalli. Nelle loro versioni pi` u tipiche, gli enunciati vengono dati su intervalli chiusi e limitati, ossia del tipo [a, b]. Come avremo modo di capire, lipotesi chiave ` e che linsieme sia un intervallo (ossia che contenga tutti i punti compresi tra due suoi punti qualsiasi) piuttosto che la compattezza, ossia la propriet` a di essere chiuso e limitato.

148

Analisi Matematica 1

Teorema 4.10 (Zeri). Sia f : [a, b] R continua. Se f (a) e f (b) hanno segno opposto, allora f ha almeno uno zero, cio` e esiste [a, b] tale che f ( ) = 0 .

Dimostrazione. Possiamo supporre che f (a) < 0 < f (b) (altrimenti si prende f ). Poniamo a0 = a , b0 = b e c0 = (a0 + b0 )/2, il punto medio. Se f (c0 ) = 0, allora la dimostrazione ` e terminata. Atrimenti, f (c0 ) = 0 e in almeno uno dei due intervalli [a0 , c0 ] oppure [c0 , b0 ] la funzione soddisfa ipotesi analoghe a quelle soddisfatte nellintervallo di partenza: essa assume valori opposti agli estremi. Ribattezziamo un tale intervallo [a1 , b1 ]. Quindi [a1 , b1 ] [a0 , b0 ] ed inoltre b 0 a0 f ( a1 ) < 0 < f ( b 1 ) , b 1 a1 = . 2 Iterando il ragionamento, o si perviene dopo un numero nito di suddivisioni ad uno zero di f , nel qual caso la dimostrazione termina, oppure il procedimento non ha termine e si ottiene in tal modo una successione di intervalli [a1 , b1 ] che soddisfa

[a0 , b0 ] [a1 , b1 ] [a1 , b1 ] . . . b 0 a0 f ( an ) < 0 < f ( b n ) , b n an = . 2n Proviamo ora che esiste uno ed un solo punto che ` e contenuto in tutti gli intervalli ed in cui f si annulla. Per costruzione, la successione (an )n0 ` e monotona non decrescente ed ` e limitata superiormente da b0 , mentre (bn )n0 ` e monotona non crescente ed ` e limitata inferiormente da a0 . Pertanto entrambe le successioni convergono. Detti a , b [a, b], rispetivamente, i limiti, si ha b0 a0 ba = lim(bn an ) = lim =0 n n 2n e dunque a = b . Indichiamo con tale punto di [a, b]. Siccome f ` e continua si avr` a lim f (an ) = lim f (bn ) = f ( ).
n n

Per costruzione, f (an ) < 0 < f (bn ) e quindi, passando al limite per n ed applicando il teorema del confronto si ha f ( ) = lim f (an ) 0 lim f (bn ) = f ( ),
n n

ossia f ( ) = 0, come desiderato.

Si noti che la chiave della dimostrazione consiste nel procedimento di bisezione dellintervallo, ovvero nella costruzione della successione di intervalli chiusi inscatolati luno nellaltro, agli estremi di ciascuno dei quali la funzione assume valori di segno opposto: sempre negativi a sinistra e sempre positivi a destra, o viceversa. Il fatto che il punto medio tra gli estremi sia ancora in I (il dominio di f ) dipende dal fatto che I ` e un intervallo, cos` come il fatto che esso venga suddiviso in due sottointervalli mediante la scelta di un punto in mezzo. Come si vede, quindi, la compattezza dellinsieme di denizione di f non ` e indispensabile, bens` la struttura di intervallo. La seguente utile estensione del teorema precedente mette in ulteriore evidenza le considerazioni appena svolte. A tal ne per` o` e necessario chiarire una questione di linguaggio:

Limiti e continuit` a

149

Corollario 4.12. Sia f continua su un intervallo I . Supponamo che f ammetta limiti (niti o inniti) agli estremi di I , che essi siano diversi da zero e abbiano segno opposto. Allora f ha uno zero in I . Dimostrazione. Siano p1 e p2 gli estremi di I , quindi p1 R {} e p2 R {+} e siano q1 = lim f (x), q2 = lim f (x). Evidentemente si assume qj = 0 per j = 1, 2 e che essi abbiano segni opposti. Quindi, per permanenza del segno, esisono due intorni, U1 di p1 e U2 di p2 , sui quali la funzione assume il segno rispettivamente di q1 e di q2 , escludendo naturalmente p1 e p2 stessi. Ad esempio cio` e f (U1 \ {p1 }) (, 0) mentre f (U2 \ {p2 }) (0, +). Scelti allora a U1 \ {p1 } e b U2 \ {p2 } si ha f (a) < 0 < f (b). Poich e f ` e certamente continua su [a, b] I esister` a (a, b) tale che f ( ) = 0, come desiderato. Il corollario che segue ` e invece molto utile per risolvere, almeno in linea di principio, equazioni del tipo f (x) = g (x) quando f e g sono funzioni continue. Corollario 4.13. Siano f, g : [a, b] R due funzioni continue e supponiamo che f (a) < g (a) mentre f (b) > g (b) . Allora esiste un punto (a, b) tale che f ( ) = g ( ) .
x p 1 x p 2

Convenzione 4.11. Diremo che due elementi non nulli s1 e s2 di R {} hanno segno opposto se si verica una di queste situazioni: (i) s1 < 0 < s2 ; (ii) s1 = e s2 > 0 ; (iii) s1 < 0 e s2 = + ; (iv) s1 = e s2 = + ;

Teorema 4.14 (Valori intermedi, I). Sia f : [a, b] R continua. Allora f assume tutti i valori compresi tra f (a) e f (b) .

Dimostrazione. Sia h(x) = g (x) f (x). Evidentemente h ` e continua su [a, b] e soddisfa h(a) < 0 < h(b). Quindi ha uno zero .

Dimostrazione. Se f (a) = f (b) il risultato ` e banale. Supponiamo allora f (a) < f (b). Sia y un valore intermedio, ossia f (a) < y < f (b). La funzione g (x) = f (x) y ` e continua su [a, b] e soddisfa g (a) < 0 < g (b). Esiste dunque tale che h( ) = 0 ossia f ( ) = y , come volevasi. Corollario 4.15 (Valori intermedi, II). Sia f : [a, b] R continua. Allora f ([a, b]) ` e un intervallo chiuso e limitato, cio` e f ([a, b]) = [m, M ] . Dimostrazione. Sappiamo dal teorema di Weierstrass che esistono , [a, b] tali che f ( ) = M = max f ([a, b]) e f ( ) = m = min f ([a, b]). Dal Teorema 4.14 sappiamo inoltre che f assume tutti i valori compresi tra m ed M . Poich e non pu` o assumere valori minori di m n e valori maggiori di M , essa assume esattamente i valori di [m, M ]. Omettiamo la dimostrazione del seguente risultato che caratterizza la struttura di f (I ) quando f ` e una funzione continua e I ` e un intervallo.

150

Analisi Matematica 1

Corollario 4.16. Limmagine di un intervallo mediante una funzione continua ` e un intervallo. Esempi. (64) Supponiamo di voler risolvere lequazione log(2 + x) = x . Evidentemente, si tratta di utilizzare il Corollario 4.13, ovvero di trovare gli zeri di x log(2 + x) in I = (2, +).

Si ponga f (x) = log(2 + x) e g (x) = x . Evidentemente


x2+

lim f (x) = ,

e quindi, per permanenza del segno, esiste un punto x0 < 0 sucientemente vicino a 2 (e a destra di esso) in cui f (x0 ) < g (x0 ). Inoltre f (0) = log 2 g (0) = 0, e quindi per x1 = 0 si ha f (x1 ) > g (x1 ). Poich e f e g sono continue in [x0 , x1 ], possiamo concludere che esiste almeno una soluzione dellequazione log(2 + x) = x nellintervallo (2, 0). Similmente, siccome ad esempio f (e2 2) = 2 < e2 2 = g (e2 2), si pu` o inferire lesistenza di unaltra soluzione nellintervallo (x1 , x2 ) dove 2 x2 = e 2. Al momento non abbiamo gli strumenti necessari per poter dire che di fatto queste sono le uniche soluzioni. Si osservi che a tal ne sarebbe suciente provare che la funzione f g ` e monotona crescente in (2, 1] e decrescente in [1, +).

x2+

lim f (x) = 2

Limiti e continuit` a

151

4.4. Funzioni monotone. Concludiamo il capitolo con qualche osservazione sulle propriet` a di continuit` a delle funzioni monotone e delle loro inverse. Ci limiteremo alla presentazione e discussione dei principali risultati. Per le dimostrazioni il lettore ` e pu` o consultare ad esempio [DM]. Innanzitutto, una osservazione: Proposizione 4.17. Sia D R e f : D R monotona. Se f (D) ` e un intervallo, allora f ` e continua. Dalla proposizione precedente e dal Corollario 4.16 segue subito il seguente risultato: Corollario 4.18 (Continuit` a delle funzioni monotone). Sia I un intervallo e sia f : I R monotona. Allora f ` e continua se e solo se f (I ) ` e un intervallo. Esempio. (65) In generale, la continuit` a di f 1 non ` e aatto garantita dalla continuit` a di f . Si consideri la funzione denita in I = (, 1) [1, +) da x + 1 se x < 1 f ( x) = x 1 se x 1 Essa ` e chiaramente continua (si noti che tutti i punti di I sono di accumulazione per I ), ` e invertibile ed ha come inversa f 1 : R I la funzione x 1 se x < 0 f 1 ( x ) = x + 1 se x 0.

I graci di f e f 1 sono:

Evidentemente, f 1 non ` e continua, anche se f lo ` e. Il punto cruciale ` e che in questo caso I non ` e un intervallo. Se invece I ` e un intervallo, questo fenomeno non pu` o accadere, come spiegato nel risultato che segue.

152

Analisi Matematica 1

Teorema 4.19 (Continuit` a della funzione inversa). Sia I un intervallo e sia f : I R continua. Allora: (i) f ` e iniettiva su I se e solo se ` e strettamente monotona su I ; (ii) se f ` e crescente (decrescente) su I , allora f (I ) = J ` e un intervallo e f 1 : J I ` e continua e crescente (decrescente). Esempio. (66) Se linsieme I non ` e un intervallo, una funzione f : I J pu` o benissimo essere una bigezione continua con inversa continua senza che nessuna delle due sia monotona. Si consideri per esempio I = J = (2, 1) (1, 1) (1, 2) e sia x 3 se x (2, 1) f ( x) = x se x (1, 1) x + 3 se x (1, 2).

Essa ` e invertibile e coincide con f 1 ; ` e chiaramente continua anche se non ` e monotona. I graci di f e f 1 sono:

Limiti e continuit` a

153

Esercizi
1. Provare la Proposizione 4.2. 2. Provare che se (an )n0 ha una estratta convergente, essa pu` o non avere limite, pu` o convergere o pu` o divergere. x 2x 3. Sia f (x) = x . Determinare il numero di zeri di f nellintervallo x (, 0) 2 x e localizzare ciascuno di essi in un intervallo di lunghezza 1/2. 4. Sia f (x) = e1/x arctan x ex arctan(1/x). Provare che f ha esattamente uno zero nel semiasse negativo, cio` e x0 = 1.

5. Sia f (x) = (x log x)2 1. Determinare il numero di zeri di f e localizzare ciascuno di essi in un intervallo di lunghezza uno. [Traccia: si utilizzi la diseguaglianza log x > 1 x1 vera per x > 0 e x = 1, in cui vale luguaglianza.]

CAPITOLO 5

Calcolo dierenziale

1. Linearizzazione e derivabilit` a La nozione di derivata, di capitale importanza in matematica e nelle sue applicazioni, ` e legata allidea geometrica di retta tangente e allidea sica di velocit` a. Essa fu introdotta nel XVII secolo da Leibnitz e da Newton a fondamento del calcolo innitesimale, come allora fu battezzato quel corpus di idee e tecniche che diede luogo alla disciplina che oggi si chiama Analisi Matematica. Ma che cosa signica retta tangente ad una curva? Qual` e la retta che meglio approssima una curva in un punto? Immaginiamo di essere a bordo di un aeroplano in fase di atterraggio e assumiamo per il momento come accettabile la seguente idea, ancorch e imprecisa: il pilota realizzer` a un atterraggio perfetto ogniqualvolta la traiettoria descritta dal carrello sia tangente alla pista, che per semplicit` a supponiamo orizzontale (lasse x). In questo caso, che cosa vediamo dal nestrino nei momenti immediatamente precedenti il momento di contatto? Sperabilmente, vediamo la pista scorrerci sotto quasi parallela allaereo, mentre esso si abbassa molto dolcemente: la distanza orizzontale che percorre in quei secondi ` e, per unit` a di tempo, molto maggiore della quota che perde. Se x0 ` e il punto della pista dove avverr` a latterraggio, se x ` e la proiezione a terra del carrello e se f (x) ` e la sua altezza dal suolo (cosicch e f (x0 ) = 0), allora il rapporto f (x)/(x x0 ) diviene sempre pi` u piccolo a mano a mano che ci avviciniamo al momento di contatto, cio` e f (x)/(x x0 ) 0 per x x0 .

155

156

Analisi Matematica 1

Se anzich e atterrare su una pista orizzontale atterrassimo su una pista inclinata, che nel nostro schema bidimensionale pensiamo rappresentata dal graco di una funzione lineare p(x), allora labilit` a del pilota star` a nel far si che (f (x) p(x))/(x x0 ) 0 per x x0 . Ribaltando il punto di vista, la retta p(x) ` e la migliore approssimazione rettilinea della traiettoria f (x) nel punto x0 . Il processo di astrazione matematica conduce, da questo o da altri simili esempi, alle nozioni di linearizzazione e di derivata , per mezzo delle quali potremo dare un signicato rigoroso al concetto di retta tangente. Definizione 1.1 (Linearizzabilit` a). Sia f : (a, b) R e sia x0 (a, b) . Diremo che f ` e linearizzabile in x0 se esiste un polinomio di primo grado p1 (x) tale che p1 (x0 ) = f (x0 ) e per il quale risulti f ( x) p1 ( x) = 0. x x0 In tal caso, p1 si chiama la linearizzazione di f in x0 . (1.68)
x x0

lim

Esempi. (1) Si osservi che la linearizazione in un punto, se c` e, ` e unica. Infatti, osserviamo innanzitutto che ogni polinomio di primo grado p tale che p(x0 ) = f (x0 ) ` e della forma per qualche d R . Perci` o, se q ` e unaltra linearizzazione di f in x0 , si ha q (x) = f (x0 ) + e(x x0 ) per qualche e R , e quindi p( x) q ( x) p( x) f ( x) + f ( x) q ( x) p( x) f ( x) q ( x) f ( x) = = . x x0 x x0 x x0 x x0 Siccome d e ` e costante, se ne deduce p( x) f ( x) q ( x) f ( x) d e = lim = 0 0 = 0, xx0 x x0 x x0 de= p( x) = f ( x0 ) + d ( x x0 )

il che implica p = q .

(2) Come ci dobbiamo aspettare, se f ` e essa stessa un polinomio di primo grado, coincide con la propria linearizzazione in ogni punto. Se f (x) = ax2 + bx + c , la linearizzazione in x0 = 0 ` e p(x) = bx + c . Infatti (ax2 + bx + c) (bx + c) = ax 0 x per x 0. Similmente, la linearizzazione in x0 = 0 di un polinomio di grado n del j tipo n e p(x) = a0 + a1 x in quanto j =0 aj x ` n ( j =0 aj xj ) (a0 + a1 x) a2 x 2 + + an 1 x n 1 + an x n = x x = a2 x + + an1 xn2 + an xn1 0 j per x 0. In generale, la linearizzazione di n e a0 + a1 (x x0 ), come j =0 aj (x x0 ) ` il lettore ` e invitato a vericare.

Calcolo dierenziale

157

(3) La nostra intuizione geometrica ci suggerisce che una curva che presenti uno spigolo non sia linearizzabile in tal punto. Il prototipo di una siatta curva ` e il graco della funzione x |x| . Proviamo che in eetti f (x) = |x| non ` e linearizzabile nellorigine. Se lo fosse, la sua linearizzazione dovrebbe essere del tipo p(x) = ax , in quanto p(0) = 0. Ma allora f ( x) p( x) |x| ax | x| 1a se x > 0 = = a= x x x 1 a se x < 0, (4) La linearizzazione di f (x) = sin x nellorigine ` e x . Infatti sin x x sin x = 10 x x per x 0. Similmente, la linearizzazione di f (x) = ex 1 nellorigine ` e x , come quella di f (x) = log(1 + x). Quella di f (x) = cos x ` e invece p(x) = 1, in quanto: cos x 1 0. x per x 0. Ecco i graci delle funzioni discusse e le relative linearizzazioni nellorigine. ed evidentemente il limite per x 0 non esiste.

158

Analisi Matematica 1

Introduciamo ora una delle pi` u importanti nozioni dellAnalisi. Come vedremo nel Teorema 1.3, essa esprime una propriet` a equivalente alla linearizzabilit` a. f ( x) f ( x0 ) , x x0 denito per ogni x (a, b) \ {x0 } , si dice rapporto incrementale di f in x0 . Diremo che f ` e derivabile in x0 se esso converge per x x0 , ossia se esiste nito il limite (1.70) che si denota anche
x x0

Definizione 1.2 (Derivata). Siano f : (a, b) R e x0 (a, b) . Il rapporto

(1.69)

lim

df (x0 ) oppure Df (x0 ) e si chiama la derivata di f in x0 . dx

f ( x) f ( x0 ) = f ( x0 ) , x x0

Il rapporto incrementale ha questo nome proprio perch e esso ` e il rapporto tra lincremento f (x) f (x0 ) dei valori della variabie dipendente (ossia f ) che corrisponde allincremento x x0 dei valori della variabile indipendente (ossia x ). Tali incrementi sono spesso denotati rispettivamente con f e x ; perci` o il rapporto incrementale viene anche denotato f /x . Esso rappresenta evidentemente il coeciente angolare della retta passante per i punti (x0 , f (x0 )) e (x, f (x)).

(x, f (x))

(x0 , f (x0 )) x

La nostra intuizione geometrica ci suggerisce che al tendere di x ad x0 , la retta passante per (x0 , f (x0 )) e (x, f (x)) tender` a ad una posizione limite che ci aspettiamo essere la retta tangente in (x0 , f (x0 )), qualora essa esista. Corrispondentemente, il rapporto incrementale tender` a al coeciente angolare della retta limite. La notazione df /dx per la derivata vuole proprio ricordare questo procedimento di limite, e non

Calcolo dierenziale

159

f ( x0 + h ) f ( x0 ) . h Per passare dalluna allaltra espressione baster` a porre h = x x0 , e la denizione di derivata diventer` a f ( x0 + h ) f ( x0 ) (1.71) f (x0 ) = lim . h 0 h Le considerazioni geometriche che abbiamo svolto suggeriscono fortemente che, se f ` e derivabile in x0 , la retta di coeciente angolare f (x0 ) dovrebbe essere esattamente la linearizzazione di f in tal punto e, viceversa, se f ` e linearizzabile in x0 allora la sua linearizzazione dovrebbe avere come coeciente angolare la derivata di f in x0 . Ci` o` e esattamente ci` o che avviene, come provato nel risultato che segue. Teorema 1.3. Siano f : (a, b) R e x0 (a, b) . Sono fatti equivalenti: (i) f ` e linearizzabile in x0 ; (ii) f ` e derivabile in x0 ; (iii) esistono un numero reale d ed una funzione R1 : (a, b) R che soddisfano: per ogni x (a, b) e (1.73) f ( x ) = f ( x 0 ) + d ( x x 0 ) + R1 ( x ) lim R1 ( x ) = 0. x x0

deve essere intesa come un vero rapporto tra le quantit` a df e dx (nessuna delle quali rappresenta un numero reale!) bens` come un semplice simbolo. Il rapporto incrementale si pu` o scrivere anche in un modo diverso, naturalmente equivalente a (1.69), utilizzando in modo ancora pi` u esplicito lidea di incremento. Per h sucientemente piccolo (ossia |h| < b a ) esso pu` o scriversi

(1.72)

x x0

Dimostrazione. (i) (ii). Sia p1 (x) la linearizzazione di f in x0 . Come gi` a osservato, ogni polinomio di primo grado p1 tale che p1 (x0 ) = f (x0 ) ` e della forma per qualche d R . Daltra parte, per ipotesi 0 = lim
x x0

p1 ( x) = f ( x0 ) + d ( x x0 )

f ( x) p1 ( x) f ( x) f ( x0 ) d ( x x0 ) f ( x) f ( x0 ) = lim = lim d. x x x x x x0 x x0 x x0 0 0 Quindi f ` e derivabile in x0 con derivata uguale a d . (ii) (iii). Sia ora d il valore della derivata di f in x0 e si ponga una funzione ben denta per ogni x (a, b). Evidentemente, la formula (1.72) ` e vericata per ogni x (a, b) ed inoltre lim R1 ( x ) = f ( x ) f ( x 0 ) d ( x x 0 ) ,

R1 ( x ) f ( x) f ( x0 ) d ( x x0 ) f ( x) f ( x0 ) = lim = lim d = 0, x x0 x x 0 x x0 x x0 x x0 x x0 come desiderato.

160

Analisi Matematica 1

(iii) (i). Si ponga p1 (x) = f (x0 ) + d(x x0 ). Chiaramente, p1 (x0 ) = f (x0 ). Le formule (1.72) e (1.73) forniscono inoltre f ( x) p1 ( x) f ( x) f ( x0 ) d ( x x0 ) R1 ( x ) = lim = lim = 0, x x0 xx0 x x0 x x 0 x x0 x x0 cosicch e f ` e linearizzabile in x0 . lim

Qualche commento sul punto (iii) del teorema precedente ` e dobbligo. La derivabilit` a e la linearizzabilit` a di f risultano dunque equivalenti alla scrittura (1.74) che chiameremo sviluppo di Taylor al primordine1, dove evidentemente non ` e altro che la linearizzazione di f , mentre R1 ` e un resto di cui si conosce il comportamento per x x0 . In eetti, alla luce del Teorema 1.3, il coeciente angolare di p1 ` e la derivata di f in x0 e il resto, ossia lerrore che si commette approssimando f mediante p1 , ` e tanto migliore quanto pi` u x ` e vicino ad x0 : esso tende a zero per x x0 e vi tende pi` u rapidamente di quanto x tende ad x0 , come quanticato dalla formula (1.73). Questa osservazione ` e resa ancora pi` u precisa dal Teorema 1.5 che segue, e in particolare dalla sua dimostrazione. Possiamo nalmente formalizzare la nozione di retta tangente cui abbiamo gi` a diverse volte alluso facendo adamento alla nostra intuizione geometrica. Definizione 1.4. Sia f : (a, b) R e sia x0 (a, b) . Se f ` e derivabile in x0 , la retta tangente al graco di f nel punto (x0 , f (x0 )) ` e la retta di equazione (1.75) Se f non ` e derivabile in x0 , diremo che la retta tangente al graco di f nel punto (x0 , f (x0 )) non esiste. Esempi. (5) Le funzioni costanti hanno derivata nulla in ogni punto in quanto il rapporto incrementale ` e costantemente uguale a zero. (6) Abbiamo visto nellEsempio 2 che la linearizzazione nellorigine di un polinomio n j di grado n , diciamo Q(x) = e semplicemente il termine lineare p(x) = j =0 aj x , ` a0 + a1 x . Quindi Q (0) = a1 . Ci` o naturalmente segue anche dalla denizione di derivata. Infatti n n j Q(x) Q(0) Q ( x ) a0 j =1 aj x = = = aj xj 1 = a1 + a2 x + + an xn1 x x x j =1
formula (1.74) ` e la prima di una famiglia di formule del tipo f (x) = pn (x) + Rn (x) , note come sviluppi di Taylor di ordine n .
1La

f (x) = p1 (x) + R1 (x) = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) + R1 (x), p1 (x) = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 )

y = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ).

ed evidentemente questo converge a a1 per x 0.

Calcolo dierenziale

161

(7) Come discusso nellEsempio 3, la funzione x |x| non ` e linearizzabile in x0 = 0 e quindi non esiste la retta tangente al graco nellorigine. (8) La maggior parte dei limiti notevoli che abbiamo incontrato possono essere interpretati come la dimostrazione della derivabilit` a (spesso nellorigine) dellopportuna funzione elementare. Riprendendo i casi visti nellEsempio 4, abbiamo la tabella: f ( x) sin x cos x ex log(1 + x) f (0) 1 0 1 1 retta tangente x 1 x+1 x

f ( t0 + h) f ( t0 ) h rappresenta la velocit` a media del punto in quellintervallo temporale: se il moto fosse uniforme, essa sarebbe esattamente la velocit` a costante con la quale il punto si ` e spostato da f (t0 ) a f (t0 + h). Passando perci` o al limite per h 0 si ottiene la velocit` a istantanea del punto nellistante t0 . Questa idea ` e di fondamentale importanza in Meccanica. Il risultato che segue conferma lidea intuitivamente chiara che la derivabilit` a in un punto sia una propriet` a pi` u forte della continuit` a. Proposizione 1.5. Se f : (a, b) R ` e derivabile in x0 (a, b) , allora essa ` e continua in x0 . Dimostrazione. In virt` u del punto (iii) del Teorema 1.3, per ogni x (a, b) abbiamo f (x) = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) + R1 (x) con R1 (x)/(x x0 ) 0. Siccome dunque R1 (x)/(x x0 ) ` e convergente, essa ` e localmente limitata (Proposizione 2.9) e poich e x x0 ` e innitesima, il prodotto ` e innitesimo (Proposizione 2.21), ossia R1 (x) 0 per x x0 . Ma allora
x x0

Come accennato allinizio del capitolo, la derivata ` e legata al concetto di velocit` a. Supponiamo infatti di descrivere il moto di un punto su una retta mediante una funzione f : I R denita in un intervallo di tempo I , e per semplicit` a supponiamo I = (a, b). Dunque f (t) descrive la posizione del punto allistante t . Se pertanto t0 ` e un istante ssato e h ` e un piccolo incremento temporale, in tale lasso di tempo il punto si ` e spostato di f (t0 + h) f (t0 ). Evidentemente, il rapporto incrementale

lim f (x) = lim [f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) + R1 (x)] = f (x0 ),


x x0

da cui la continuit` a in x0 .

Si osservi che naturalmente limplicazione opposta a quella della proposizione precedente ` e falsa: la funzione x |x| ` e continua ma non derivabile nellorigine.

162

Analisi Matematica 1

Passiamo ora allo studio delle cosiddette regole di derivazione, ossia al vero e proprio calcolo delle derivate. Proposizione 1.6 (Derivata di somme e prodotti). Siano f, g : (a, b) R derivabili in x0 (a, b) . Allora sono derivabili in x0 anche le funzioni f + g , f g e f per ogni R e si ha: (i) (f + g ) (x0 ) = f (x0 ) + g (x0 ) ; (ii) (f g ) (x0 ) = f (x0 )g (x0 ) + f (x0 )g (x0 ) ; (iii) (f ) (x0 ) = f (x0 ) . Dimostrazione. Per la somma si ha (f + g )(x) (f + g )(x0 ) f ( x) f ( x0 ) g ( x) g ( x0 ) = + f ( x0 ) + g ( x0 ) x x0 x x0 x x0 (f g )(x) (f g )(x0 ) f ( x) g ( x) f ( x) g ( x0 ) + f ( x) g ( x0 ) f ( x0 ) g ( x0 ) = x x0 x x0 g ( x) g ( x0 ) f ( x) f ( x0 ) = f ( x) + g ( x0 ) . x x0 x x0

per x x0 . Per il prodotto invece

Ora, poich e f e g sono derivabili in x0 , esse sono continue in x0 . Quindi il rapporto incrementale tende a f (x0 )g (x0 )+ g (x0 )f (x0 ) per x x0 . La (iii) segue da (ii) perch e le costanti hanno derivata nulla: basta prendere g (x) = per ogni x (a, b). La formula in (ii) ` e nota come regola di Leibnitz. Dai punti (i) e (iii) segue la linearit` a della derivazione, nel senso che per ogni , R si ha ( f + g ) ( x0 ) = f ( x0 ) + g ( x0 ) . Proposizione 1.7 (Derivata della funzione composta). Siano f : (a, b) R e g : (c, d) R derivabili rispettivamente in x0 (a, b) e in f (x0 ) (c, d) e si supponga che f ((a, b)) (c, d) . Allora la funzione g f ` e derivabile in x0 e si ha: (g f ) (x0 ) = g (f (x0 ))f (x0 ). Dimostrazione. Poniamo per semplicit` a y0 = f (x0 ) e consideriamo gli sviluppi di Taylor al primordine f (x) = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) + Rf (x) g (y ) = g (y0 ) + g (y0 )(y y0 ) + Rg (x), ove si sono denotati con Rf e Rg i resti. Quindi, per ipotesi Rf (x)/(x x0 ) 0 per x x0 mentre Rg (y )/(y y0 ) 0 per y y0 . Pertanto, in y = f (x) si ha g (f (x)) = g (y0 ) + g (y0 )(f (x) y0 ) + Rg (f (x)) = g (y0 ) + g (y0 ) f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) + Rf (x) g (y0 )f (x0 ) + Rg (f (x)) = g (f (x0 )) + g (f (x0 ))f (x0 )(x x0 ) + g (f (x0 ))Rf (x) + Rg (f (x)) .

Calcolo dierenziale

163

Lespressione precedente per g f ` e costituita dalla somma di due addendi: laddendo lineare g (f (x0 )) + g (f (x0 ))f (x0 )(x x0 ) pi` u il secondo addendo Q(x) = g (f (x0 ))Rf (x) + Rg (f (x)). Se proviamo che
x x0

lim

allora il Teorema 1.3 ci dice che lespressione ottenuta ` e lo sviluppo di Taylor al primordine di g f , in quanto Q si comporta esattamente come il resto di g f . Ne seguirebbe allora che g f ` e derivabile in x0 e dunque in particolare che il coefciente del termine lineare, ossia g (f (x0 ))f (x0 ) ` e proprio la derivata in x0 , come desideriamo dimostrare. Daltre parte, Q( x) g (f (x0 ))Rf (x) + Rg (f (x)) = x x0 x x0 R Rg (f (x)) f ( x) = g (f (x0 )) + x x0 x x0 R ( x ) Rg (f (x)) f (x) f (x0 ) f = g (f (x0 )) + x x0 f ( x) f ( x0 ) x x0 Rf ( x ) Rg ( y ) f ( x) f ( x0 ) = g (f (x0 )) + . x x0 y y0 x x0 Ora, siccome f ` e continua in x0 , posto y = f (x) si ha y y0 per x x0 . In altri termini, possiamo applicare il Teorema 2.23 di cambio di variabile nei limiti ed ottenere Q( x) g (f (x0 )) 0 + 0 f (x0 ) = 0, x x0 come volevamo.

Q( x) = 0, x x0

La regola di derivazione della funzione composta viene detta anche regola della catena, traduzione dellinglese chain rule. Completiamo il quadro relativo alle regole di derivazione con i tre risultati che seguono. Procederemo poi a ottenere le derivate delle funzioni elementari e a disporre perci` o degli strumenti adeguati per il calcolo della maggior parte delle derivate che ragionevomente capita di dover calcolare. Omettiamo la non dicile dimostrazione della proposizione che segue. Il lettore curioso la potr` a ricavare da solo per esercizio oppure leggerla ad esempio in [DM]. Proposizione 1.8 (Derivata dellinversa). Sia f : (a, b) R continua e invertibile in (a, b) e derivabile in x0 (a, b) e si supponga f (x0 ) = 0 . Allora la funzione inversa f 1 ` e derivabile in y0 = f (x0 ) e si ha ( f 1 ) ( y 0 ) = 1 f (x
0)

1 f ( f 1 ( y
0 ))

164

Analisi Matematica 1

Se sapessimo a priori che la funzione inversa ` e derivabile in y0 , potremmo ottenere 1 lespressione della derivatta dallidentit` a f (f (x)) = x , certamente valida per ogni x (a, b). Infatti, dal Teorema 1.7 e dal fatto che la derivata di x x ` e 1 si ottiene da cui la formula. Il fatto che il coeciente angolare della retta tangente al graco di f 1 sia il reciproco di quello della retta tangente al graco di f nel punto corrispondente, non ` e sorprendente: i ruoli di x e y sono per lappunto invertiti e quindi il rapporto incrementale ` e il reciproco. 1 = (f 1 f ) (x0 ) = (f 1 ) (f (x0 ))f (x0 ) = (f 1 ) (y0 )f (x0 ),

Modicando le notazioni della Proposizione 1.8, abbiamo perci` o che nel punto (x0 , f 1 (x0 )) = (f (t0 ), t0 ), la retta tangente al graco della funzione inversa ha equazione: x x0 (1.76) y = f 1 (x0 ) + (f 1 ) (x0 )(x x0 ) = t0 + . f ( t0 ) Proposizione 1.9 (Derivata del reciproco). Sia f : (a, b) R derivabile in x0 (a, b) e si supponga f (x0 ) = 0 . Allora la funzione reciproca 1/f ` e denita in un intorno di x0 , ` e derivabile in x0 e si ha 1 f ( x0 ) ( x0 ) = . f (f (x0 ))2 Dimostrazione. Il rapporto incrementale di 1/f (x) in x0 ` e 1 1 1 1 f ( x0 ) f ( x) 1 f ( x) f ( x0 ) = = . x x0 f ( x) f ( x0 ) x x0 f ( x) f ( x0 ) f ( x) f ( x0 ) x x0

Siccome f ` e continua, esso converge a f (x0 )/(f (x0 ))2 per x x0 .

Corollario 1.10 (Derivata del quoziente). Siano f, g : (a, b) R derivabili in x0 (a, b) e si supponga g (x0 ) = 0 . Allora la funzione quoziente f /g ` e denita in

Calcolo dierenziale

165

un intorno di x0 , ` e derivabile in x0 e si ha f f ( x0 ) g ( x0 ) f ( x0 ) g ( x0 ) ( x0 ) = . g (g (x0 ))2 Dimostrazione. Applichiamo la regola di Leibnitz al prodotto f (1/g ) e la Proposizione 1.9, ottenendo 1 1 1 f ( x0 ) = f ( x0 ) + f ( x0 ) ( x0 ) g g ( x0 ) g f ( x0 ) g ( x0 ) f ( x0 ) = g ( x0 ) (g (x0 ))2 f ( x0 ) g ( x0 ) f ( x0 ) g ( x0 ) = . (g (x0 ))2 Concludiamo questo paragrafo con qualche osservazione sui limiti destri e sinistri. Definizione 1.11. Sia f : [a, b] R . lim+ (i) se x0 [a, b) e se esiste nito il limite
x x0

f ( x) f ( x0 ) x x0

esso si denota f+ (x0 ) e si chiama la derivata destra di f in x0 ; (ii) se x0 (a, b] e se esiste nito il limite

x x0

lim

f ( x) f ( x0 ) x x0

Evidentemente, se x0 (a, b) allora f ` e derivabile in x0 se e solo se esistono sia la derivata destra che la derivata sinistra in x0 e si ha f+ ( x0 ) = f ( x0 ) . Esempi. (9) Come visto nellEsempio 3, la funzione |x| non ` e derivabile nellorigine. Per` o f (x) f (0) | x| 0 x = lim = lim =1 + + x 0 x 0 x 0 x x x f (x) f (0) | x| 0 x lim = lim = lim = 1 x 0 x 0 x 0 x x x lim +
cosicch e f+ (0) = 1 e f (0) = 1.

esso si denota f (x0 ) e si chiama la derivata sinistra di f in x0 .

166

Analisi Matematica 1

2. Derivate di funzioni elementari In questo paragrafo calcoleremo le derivate delle principali funzioni elementari che abbiamo incontrato nora. Utilizzeremo spesso le notazioni f ( x) , df ( x) dx

per indicare la derivata di f come funzione. In eetti, se f : (a, b) R ` e derivabile in ogni punto di (a, b), allora ` e denita in modo naturale la funzione x f (x), che evidentemente si chiama la derivata di f . La seconda notazione ` e particolarmente comoda quando f ` e denita mediante una formula. Ad esempio, d log(1 + x) dx

indica la derivata di x log(1 + x), dove e se esiste, e ci consente di lavorare direttamente con la formula, evitando di dare un nome alla funzione. Similmente, se f ` e denita mediante una formula e vogliamo calcolare f (g (x)), dove g (x) ` e unaltra funzione, avremo occasione di scrivere d (x f (x)) (g (x)). dx Ad esempio, scriveremo (2.77) d x log(1 + x) (ex ). dx

2.1. Potenze con esponente intero, polinomi. Abbiamo gi` a visto negli esempi 2 e 6 che la derivata di x x ` e 1, come peraltro risulta chiaro dal fatto che il rapporto incrementale in ognoi punto vale esattamente 1. Proviamo ora per induzione su n che (2.78) d n x = nxn1 . dx

Supponendo (2.78) vera no al grado n , si ha poi, per ipotesi induttiva e per la regola di Leibnitz d n+1 d n d n d n x = x x = x x+x x = nxn1 x + xn 1 = (n + 1)xn , dx dx dx dx che ` e esattamente (2.78) per n + 1. Dalla linearit` a della derivata, si ottiene subito che (2.79) d ak x k = kak xk1 = (k + 1)ak xk . dx k=0 k=1 k=0
n n n 1

Quindi la derivata di un polinomio di grado n ` e un polinomio di grado n 1.

Calcolo dierenziale

167

2.2. Esponenziali e logaritmi. La derivata della mappa esponenziale x ex si ottiene molto facilmente dalla derivata nellorigine (che abbiamo gi` a calcolato) e dalle propriet` a della funzione: ex+h ex ex eh ex eh 1 = = ex ex h h h per h 0, per via del solito limite notevole. Vale dunque la fondamentale formulaw (2.80)

d x e = ex dx che, in particolare, esprime il fatto che la funzione esponenziale ` e derivabile su tutto lasse reale. Dimostreremo che essa ` e lunica funzione derivabile su R che soddisfa le propriet` a f ( x) = f ( x) f (0) = 1. per ogni x R Similmente, per ogni base reale a > 0 si ottiene ax ah ax ah 1 ax + h ax = = ax ax log a, h h h da cui d x a = ax log a. dx Applicando le varie regole di derivazione viste e (2.80) si ha inoltre 1 x d d e x + e x 1 d x d x = cosh x = = e + e e + ex (1) . dx dx 2 2 dx dx 2 (2.81) Quindi (2.82) e similmente (2.83) d sinh x = cosh x. dx Dalla regola di derivazione della funzione inversa si ottiene d log x = dx ossia (2.84) Similmente, si ottiene (2.85) d 1 loga x = . dx x log a
d (x dx

d cosh x = sinh x dx

1 1 = , x x e )(log x)

d 1 log x = . dx x

168

Analisi Matematica 1

2.3. Potenze generali. Se R e x > 0, utilizzando la regola di derivazione della funzione composta e le derivate calcolate sopra, abbiamo d d log x d d x = e = (x ex ) ( log x) log x = e log x , dx dx dx dx x ossia d (2.86) x = x 1 , dx che evidentemente generalizza (2.78) al caso di potenza reale. Osserviamo che, in particolare, per = 1/2, si ha 1 d (2.87) x= . dx 2 x Se la potenza ` e a sua volta una funzione di x , anzich e una costante, la regola (2.86) si estende in modo complicato, anche se il metodo di calcolo ` e lo stesso. Pi` u in generale, se f ` e una funzione derivabile positiva e g ` e una funzione derivabile qualunque, si ha d d g(x) log f (x) f ( x ) g ( x) = e dx dx d d = (x ex ) (g (x) log f (x)) g (x) log f (x) dx dx d g ( x) g (x) log f (x) + g (x) log f (x) = f ( x) dx 1 = f (x)g(x) g (x) log f (x) + g (x) f ( x) , f ( x) ossia g ( x) d (2.88) f (x)g(x) = f (x)g(x) g (x) log f (x) + f ( x) . dx f ( x) Quindi, se g (x) = , ossia se g ` e costante, si ha d (2.89) f ( x ) = f ( x ) 1 f ( x ) , dx coerentemente con (2.86) se f (x) = x .

Perci` o, utilizzando la continuit` a del coseno e il solito limite notevole sin x/x 1 per x 0 si ottiene d (2.90) sin x = cos x. dx Similmente, cos(x + h) cos x 2 2x + h h h sin (h/2) = sin sin = sin x + , h h 2 2 2 h/2

2.4. Funzioni trigonometriche. Dalle formule di prostaferesi sin(x + h) sin x 2 2x + h h h sin (h/2) = cos sin = cos x + . h h 2 2 2 h/2

Calcolo dierenziale

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da cui d cos x = sin x. dx Applicando la formula di derivazione del quoziente si ha pertanto d d sin x cos x sin x dx cos x d d sin x (cos x)2 + (sin x)2 dx tan x = = = , dx dx cos x (cos x)2 (cos x)2 da cui le due formule d 1 (2.92) tan x = 1 + (tan x)2 = . dx (cos x)2 Applichiamo ora le regole di derivazione della funzione inversa e calcoliamo la derivata di arcsin x , arccos x e arctan x . Innanzitutto, 1 d arcsin x = . dx cos (arcsin x) Per x [ /2, /2] il coseno ` e non negativo, perci` o cos x = 1 sin2 x . Ne segue d 1 arcsin x = 2 dx 1 sin (arcsin x) (2.91) ossia (2.93) e similmente (2.94) Inne e quindi (2.95) Esempi. (10) Riprendiamo 2.77 ed eettuiamo il calcolo. Siccome d 1 1 log(1 + x) = , dx 2 log(1 + x) 1 + x d 1 arctan x = . dx 1 + x2 d 1 arcsin x = dx 1 x2

d 1 arccos x = . dx 1 x2 d 1 arctan x = 2 dx 1 + tan (arctan x)

si avr` a

(11) Vogliamo calcolare la derivata di f (x) = xx . Siccome xx = elog x = ex log x


x

d 1 1 x log(1 + x) (ex ) = . dx 2 log(1 + ex ) 1 + ex

170

Analisi Matematica 1

si avr` a

d x 1 x log x x =e 1 log x + x = xx (1 + log x). dx x

Calcolo dierenziale

171

3. I teoremi classici del calcolo dierenziale In questo paragrafo studiamo alcuni teoremi classici, che consentono di ottenere informazioni molto rilevanti sul comportamento di una funzione a partire dalla conoscenza delle propriet` a della sua derivata o, viceversa, a dedurre propriet` a della derivata da quelle della funzione. Ci riferiamo soprattutto alla monotonia e allo studio degli estremi locali, un ranamento dei concetti di massimo e minimo introdotti e discussi nei ` infatti molto importante estendere queste nozioni, conferendovi capitoli precedenti. E anche un signicato anche locale. Supponiamo di studiare landamento della temperatura di una certa citt` a in funzione del tempo. Come i servizi metereologici non mancano mai di ricordarci, nellarco della giornata vengono registrate le temperature massime e minime. Si tratta, appunto, di valori relativi ad una sola giornata. Evidentemente, la temperatura massima registrata in un giorno di gennaio sar` a assai inferiore alla massima registrata a luglio (e magari inferiore anche alla minima). Similmente, le minime di agosto saranno notevolmente superiori a quelle di dicembre (e magari anche alle massime). Ci` o nondimeno, relativamente ad un breve lasso di tempo quale una giornata, oppure anche una stagione, le massime e le minime, giornaliere o stagionali, forniscono informazioni utili e interessanti. Limportanza del concetto di massimo o minimo locale ` e ancora pi` u trasparente se si pensa alla mappatura dei rilievi terrestri: per dare una descrizione adeguata della geograa di una regione ` e senzaltro signicativo individuare colline e avvallamenti. In questo caso, la funzione che si vuole descrivere ` e laltezza sul livello del mare di una zona della supercie terrestre, ed ` e quindi denita su una porzione di piano2 anzich e su un sottoinsieme della retta reale. Da un punto di vista concettuale, lobbiettivo che si vuole raggiungere ` e per` o del tutto analogo, cio` e distinguere aspetti locali da aspetti globali. La cima di una collina rappresenta un massimo locale, anche se magari vi sono altre colline o montagne che sono pi` u alte.

Definizione 3.1. Siano I R e f : I R . Diremo che x0 I ` e un punto di: (i) massimo globale (o assoluto) se f (x0 ) f (x) per ogni x I ; (ii) minimo globale (o assoluto) se f (x0 ) f (x) per ogni x I ; (iii) massimo locale (o relativo) se esiste > 0 tale che f (x0 ) f (x) per ogni x (x0 , x0 + ) I ; (iv) minimo locale (o relativo) se esiste > 0 tale che f (x0 ) f (x) per ogni x (x0 , x0 + ) I .
2Il

geoide terrestre viene assimilato ad un piano se si considerano regioni abbastanza piccole.

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Analisi Matematica 1

Se x0 soddisfa (i) o (ii) esso si dice un estremo globale (o assoluto) per f ; se esso soddisfa (iii) o (iv) esso si dice un estremo locale (o relativo) per f . Se inoltre le diseguaglianze valgono in senso stretto per x = x0 , si parla di massimi o minimi (locali o globali) forti. Si osservi che se x0 ` e un estremo assoluto allora ` e anche un estremo relativo, mentre il viceversa ` e falso. Si consideri ad esempio la seguente funzione

Evidentemente, essa ha cinque massimi relativi di cui uno assoluto e due agli estremi, e quattro minimi relativi, di cui due assoluti. Teorema 3.2 (di Fermat). Sia f : (a, b) R e sia x0 (a, b) . Se x0 ` e un estremo relativo e se f ` e derivabile in x0 , allora f (x0 ) = 0 . Dimostrazione. Supponiamo che x0 sia di minimo relativo; il caso in cui esso ` e di massimo relativo ` e analogo, e la dimostrazione viene lasciata per esercizio. Allora esiste > 0 tale che f ( x0 + h ) f ( x0 ) 0 per ogni h (0, ), h f ( x0 + h ) f ( x0 ) 0 per ogni h (, 0). h
Passando al limite per h 0, si ottiene f+ ( x0 ) 0 e f (x0 ) 0. Poich e per ipotesi f ` e derivabile in x0 si ha necessariamente f+ (x0 ) = f (x0 ) = f (x0 ), cosicch e f (x0 ) = 0.

Definizione 3.3. Sia f : (a, b) R . Se x0 (a, b) ` e un punto in cui f ` e derivabile e f (x0 ) = 0 , allora esso si dice un punto critico (o stazionario) di f .

Calcolo dierenziale

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Esempi. (12) Il teorema di Fermat pu` o essere formulato dicendo che se x0 ` e un punto di estremo relativo per f ed esiste f (x0 ), allora esso ` e un punto critico per f . Il viceversa ` e falso: 3 la funzione f (x) = x ha nellorigine un punto critico (in quanto f (x) = 3x2 che evidentemente si annulla nellorigine) ma esso non ` e un estremo relativo. Infati, se x > 0 (quindi a destra e arbitrariamente vicino allorigine) allora f (x) > 0, mentre se x < 0 (quindi a sinistra e arbitrariamente vicino allorigine) allora f (x) < 0. (13) Sia f : [a, b] R e supponiamo che f sia derivabile in tutto lintervallo aperto (a, b) e che inoltre esistano f+ ( a) e f (b). Se a oppure b sono estremi (anche assoluti) non ` e aatto detto che f+ (a) = 0 oppure f (b) = 0. Si consideri infatti la funzione f (x) = x in [0, 1]. Essa ` e derivabile in (0, 1) con derivata f (x) = 1. Evidentemente f+ (0) = f (1) = 1 anche se 0 ` e il massimo assoluto e 1 ` e il minimo assoluto di f .

Presentiamo ora il classico trittico del calcolo dierenziale: i teoremi di Rolle, Lagrange e Cauchy. Essi sono tra essi equivalenti, ovvero, supponendo che uno qualunque sia vero, si possono dimostrare gli altri due. Nonostante lequivalenza, il teorema pi` u (direttamente) utile ` e quello di Lagrange, noto anche come teorema dei valori intermedi, e, pi` u ancora, sono di grande utilit` a i suoi corollari. Teorema 3.4 (Rolle). Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in (a, b) . Se f (a) = f (b) , allora esiste (a, b) tale che f ( ) = 0 .

Dimostrazione. Se f ` e costante, allora f (x) = 0 per ogni x e il risultato ` e ovvio. Supponiamo allora che f non sia costante. Siano xM , xm [a, b], rispettivamente, il massimo e il minimo (assoluti) di f , certo esistenti per il teorema di Weierstrass. Uno tra xM e xm non ` e un estremo dellintervallo [a, b], perch e altrimenti il valore massimo e il valore minimo di f coinciderebbero, ed f sarebbe costante. Sia lestremo di f che sta in (a, b). Poich e in la funzione ` e certamente derivabile, per il teorema di Fermat si conclude che f ( ) = 0.

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Analisi Matematica 1

Linterpretazione geometrica del teorema di Rolle ` e illustrata nella gura seguente: se f assume gli stessi valori agli estremi e se esiste la retta tangente in ogni punto, ve ne ` e una orizzontale.

Teorema 3.5 (Cauchy). Siano f, g : [a, b] R continue in [a, b] e derivabili in (a, b) . Allora esiste (a, b) tale che f ( b ) f ( a) f ( ) =0 det g ( b ) g ( a) g ( ) Dimostrazione. Sia f ( b ) f ( a) f ( x ) (x) = det . g ( b ) g ( a) g ( x )

In quanto combinazione lineare di funzioni continue in [a, b] e derivabili in (a, b), essa ` e continua in [a, b] e derivabile in (a, b). Inoltre (a) = (f (b) f (a))g (a) f (a)(g (b) g (a)) = f (b)g (a) f (a)g (b) (b) = (f (b) f (a))g (b) f (b)(g (b) g (a)) = f (a)g (b) + f (b)g (a),

e quindi (a) = (b). Ne segue che soddisfa le ipotesi del teorema di Rolle, e dunque esiste (a, b) tale che ( ) = 0. Ma f (b) f (a) f (x) (x) = det , g ( b ) g ( a) g ( x ) il che prova lasserto. Teorema 3.6 (Lagrange). Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in (a, b) . Allora esiste (a, b) tale che f (b) f (a) = f ( )(b a).

Calcolo dierenziale

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Dimostrazione. Sia g (x) = x , una funzione certamente continua in [a, b] e derivabile in (a, b). Applicando il Teorema di Cauchy ad f e g si ottiene la tesi, in quanto f ( b ) f ( a) f ( ) 0 = det = f (b) f (a) f ( )(b a). ba 1 Linterpretazione geometrica del teorema di Lagrange ` e del tutto simile a quella del teorema di Rolle, anzi, si pu` o ben aermare che questultima ne sia un caso particolare. Infatti, riscrivendo la tesi del teorema di Lagrange nella forma f ( b ) f ( a) = f ( ) ba si deduce lesistenza di una retta tangente al graco (quella nel punto ( , f ( ))) parallela alla retta che congiunge i punti (a, f (a)) e (b, f (b)). Quindi, lasserzione geometrica ` e analoga a quella del teorema di Rolle, ma inclinata.

Dimostrazione. Sapiamo gi` a che se f ` e costante in [a, b], allora f (x) = 0 per ogni x (a, b) in quanto i rapporti incrementali sono tutti nulli. Per provare il viceversa, assumiamo f (x) = 0 per ogni x (a, b) e prendiamo x = a , cio` e x (a, b]. Poich ef ` e continua in [a, x] e derivabile in (a, x), per il teorema di Lagrange esister` a (a, x) tale che f (x) f (a) = f ( )(x a) = 0 e dunque f (x) = f (a). Perci` o in tutti i punti di [a, b] f assume lo stesso valore.

Corollario 3.7. Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in (a, b) . Allora f ` e costante in [a, b] se e solo se f (x) = 0 per ogni x (a, b) .

176

Analisi Matematica 1

Esempi. (14) Si noti bene che nel precedente corollario ` e essenziale che la funzione sia denita su un intervallo. Ad esempio, la funzione 1 se x [0, 1] f ( x) = 2 se x [2, 3] ` e continua in I = [0, 1] [2, 3] e derivabile allinterno di I , ossia in J = (1, 2) (2, 3), ha derivata nulla in J ma non ` e aatto costante.

(15) Il Corollario 3.7 pu` o essere esteso da intervalli limitati a intervalli illimitati, osservando che se ad esempio una funzione f : (c, +) R ha derivata identicamente nulla, allora essa ` e in particolare nulla su ogni sottointervallo del tipo (a, b) con a > c e quindi ` e costante in ogni sottointervallo del tipo [a, b]. Essa ` e dunque costante in (a, +). Per un esempio interessante, si consideri la funzione 1 x defnita su R \{0} , ove ` e certamente derivabile in quanto somma di composte di funzioni derivabili. Calcolando la derivata si ha 1 1 1 f ( x) = + 2 = 0. 1 + x2 1 + (1/x)2 x f (x) = arctan x + arctan Allora f ` e costante in (0, +) e tale costante ` e il valore di f in qualsiasi punto x > 0, ad esempio f (1) = arctan 1 + arctan 1 = /2. Se ne deduce linteressante formula 1 arctan x = arctan 2 x vera per x (0, +). Che formula si ottiene in (, 0)? (3.96)

Corollario 3.8. Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in (a, b) . (i) Se f (x) > 0 per ogni x (a, b) , allora f ` e strettamente crescente in [a, b] ; (ii) se f (x) < 0 per ogni x (a, b) , allora f ` e strettamente decrescente in [a, b] .

Calcolo dierenziale

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Dimostrazione. Dimostriamo (i); la dimostrazione di (ii) ` e del tutto analoga e viene lasciata per esercizio. Siano x1 , x2 [a, b] e si supponga x1 < x2 . Evidentemente, f ` e continua in [x1 , x2 ] e derivabile in (x1 , x2 ), e quindi per il teorema di Lagrange esiste (x1 , x2 ) tale che f (x2 ) f (x1 ) = f ( )(x2 x1 ). ll membro destro di questa uguaglianza ` e positivo per lipotesi su f e per la scelta di x1 e x2 . Quindi f (x2 ) > f (x1 ) e si ha la tesi. Esempi. (16) Le implicazioni del precedente corollario non possono essere invertite, ossia non si pu` o dire che se f , supposta continua in [a, b] e derivabile in (a, b), ` e strettamente crescente, allora f (x) > 0 in (a, b). Si consideri f : [1, 1] R denita da f (x) = x3 . ` invece vero che le versioni Esssa ` e strettamente crescente in [1, 1] ma f (0) = 0. E deboli di monotonia e positivit` a sono equivalenti, nel senso del corollario che segue. Corollario 3.9. Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in (a, b) . (i) f (x) 0 per ogni x (a, b) se e solo se f ` e non decrescente in [a, b] ; (ii) f (x) 0 per ogni x (a, b) se e solo se f ` e non crescente in [a, b] .

Dimostrazione. Al solito, ci limitiamo a (i). Per dimostrare che se f (x) 0 per ogni x (a, b) allora e f ` e non decrescente in [a, b] si ragiona come nella dimostrazione del Corollario 3.8. Viceversa, supponiamo f non decrescente e prendiamo x (a, b). Per h = 0 sucientemente piccolo in valore assoluto, x + h (a, b) e per ipotesi 0 se h > 0 f ( x + h ) f ( x) ` e 0 se h < 0. Dividendo per h ed osservando che le precedenti diseguaglianze mantengono il verso per h > 0 e lo invertono per h < 0, si ottiene f ( x + h ) f ( x) 0 h per ogni h = 0 sucientemente piccolo in valore assolto, indipendentemente dal segno. Passando al limite per h 0 si ha f (x) 0, come desiderato. Si deve quindi interpretare cum granu salis il corollario precedente: se abbiamo una funzione strettamente crescente in un intervallo chiuso (quindi in particolare non decrescente), e derivabile al suo interno, possiamo dedurre che f (x) 0 nellintervallo aperto, ma non possiamo aatto inferire che f (x) > 0, come visto nellEsempio 16. Passiamo ora ad un corollario del teorema di Rolle e del Corollario 3.9, noto come teorema di Darboux. Esso si enuncia alle volte dicendo che limmagine di un intervallo mediante una derivata ` e un intervallo. La versione che interessa a noi ` e la seguente: Corollario 3.10 (Darboux). Sia f : (a, b) R derivabile in (a, b) . Se ed sono due punti di (a, b) , allora f assume tutti i valori compresi tra f ( ) ed f ( ) .

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Analisi Matematica 1

Dimostrazione. Se f ( ) = f ( ) non c` e nulla da dimostrare. Supponiamo allora per esempio f ( ) < f ( ) e prendiamo tale che f ( ) < < f ( ). Dobbiamo provare che esiste un punto c (a, b) tale che f (c) = . Si consideri la funzione g (x) = f (x) x , certamente ben denita e derivabile in tutto (a, b). Per ipotesi, g ( ) = f ( ) < 0 mentre g ( ) = f ( ) > 0. Segue dal Corollario 3.9 che g non pu` o essere monotona nellintervallo chiuso I di estremi ed : se lo fosse, la sua derivata non potrebbe cambiare segno. Poich e g ` e continua, essa non ` e iniettiva e dunque esistono due punti < in I tali che g () = g ( ). Perci` o g soddisfa le ipotesi del teorema di Rolle in [, ] e ne consegue lesistenza di un punto c (, ) tale che 0 = g (c) = f (c) , come si voleva. Dal risultato precedente si deduce che una derivata non pu` o avere discontinuit` a di prima specie, cio` e a salto. Concludiamo il capitolo con gli importanti teoremi di de lH opital e le loro conseguenze. Essi riguardano la possibilit` a di calcolare limiti del tipo f ( x) , x p g ( x ) lim qualora si presentino come forme indeterminate, sapendo calcolare piuttosto f ( x) . x p g ( x ) lim Sotto opportune ipotesi, lesistenza del secondo limite ci permette di dedurre che anche il primo esiste e che essi sono uguali. La natura del punto p e del processo di limite non ` e importante, ossia se p R oppure p = oppure ancora se p R ma x p+ ovvero x p , nel senso che enunciati analoghi valgono in tutte le situazioni possibili. Per semplicit` a, daremo lenunciato in un solo caso, invitando il lettore a produrre gli enunciati nei casi rimanenti. Teorema 3.11 (de lH opital). Siano f, g : (a, b) R derivabili in (a, b) , sia g (x) = 0 per ogni x (a, b) e supponiamo che esista
x a

lim+

f ( x) = , g ( x)

nito o innito3. Se (i) entrambe f e g sono innitesime per x a+ , oppure (ii) g diverge per x a+ ,
x p

allora esiste anche il limite lim (f (x)/g (x)) e si ha f ( x) = . x p g ( x ) lim


3Ossia

R {} .

Calcolo dierenziale

179

Dimostrazione. Ci limitiamo a dimostrare il teorema nel caso (i) e nelle ipotesi in cui R . Il lettore curioso pu` o trovare la dimostrazione dei casi restanti in [R]. Sia > 0. Siccome f ( )/g ( ) , esiste > 0 tale che se a < < a + , allora f ( ) < <+ . 2 g ( ) 2

Presi ora x, y con a < x < y < a + , per il teorema di Cauchy esister` a (x, y ) tale che f ( x) f ( y ) f ( ) < = <+ . 2 g ( x) g ( y ) g ( ) 2 Passando al limite per x a+ , siccome f e g sono entrambe innitesime, si ha f (y ) + 2 g (y ) 2

per ogni y (a, a + ). Per denizione di limite, si ha la tesi, in quanto per ogni > 0 abbiamo trovato > 0 tale che per ogni y (a, a + ) risulta f (y ) < , g (y ) visto che < /2 e anche + /2 < + . Le ipotesi (i) e (ii) si riassumono in gergo dicendo che il teorema di de lH opital vale nei casi 0 qualunque cosa oppure . 0 Le virgolette sono naturalmente dobbligo, e anche quando queste espressioni siano correttamente interpretate, non si deve dimenticare lipotesi fondamentale g = 0 vicino al punto in cui si calcola il limite. Il lettore attento avr` a notato che questa ipotesi di + fatto implica la sensatezza del limite per x a del rapporto f (x)/g (x). Infatti, siccome la derivata di g non si annulla, essa sar` a o positiva o negativa e quindi g sar` a strettamente monotona in (a, b). Ma allora g pu` o annullarsi al pi` u una volta in tale intervallo e quindi per x abbastanza vicino ad a certamente si avr` a g (x) = 0. Inne, la monotonia di g ` e stata implicitamente usata nella dimostrazione: quando si applica il teorema di Cauchy si divide per g (x) g (y ) che non ` e nullo per x e y vicini ad a . Esempi. (17) Supponiamo di voler calcolare ex 1 + log(1 x) , x 0 tan x x che ` e una forma indeterminata del tipo zero su zero. La derivata del denominatore ` e lim d (tan x x) = 1 + (tan x)2 1 = (tan x)2 dx

180

Analisi Matematica 1

e non si annulla in un intorno bucato dellorigine. Possiamo quindi provare ad applicare il teorema di de lH opital una prima volta, ossia possiamo calcolare il rapporto tra le derivate, ottenendo: (3.97)
d dx 1 e x 1 (ex 1 + log(1 x)) (cos x)2 (ex (1 x) 1) x = = . d (tan x)2 1x (sin x)2 (tan x x) dx

Anche questo rapporto ` e una forma indeterminata del tipo zero su zero. Prima di procedere ad applicare nuovamente il teorema, osserviamo che esso comporta il calcolo di diverse derivate. Conviene dunque se possibile (e nel nostro caso lo abbiamo fatto) scrivere la funzione come il prodotto di un termine convergente e di un altro che contiene la forma indeterminata. Il termine convergente, infatti, che nel nostro caso ` e (cos x)2 , 1x

pu` o essere escluso dai calcoli successivi. Per quanto riguarda la forma indeterminata, siccome d (sin x)2 = 2 sin x cos x dx non si annulla in un intorno bucato dellorigine, possiamo provare ad analizzarla calcolando ancora il rapporto tra le derivate. Siccome
d (ex (1 x) dx d (sin x)2 dx

1)

xex 1 x ex 1 = = 2 sin x cos x 2 sin x cos x 2

per x 0, per il teorema di de lH opital, possiamo dedurre che (ex (1 x) 1) 1 = 2 x 0 (sin x) 2 lim

e quindi che il limite in (3.97) vale anchesso 1/2. Ma allora, nuovamente per il teorema di de lH opital, il limite iniziale vale 1/2. (18) Dimostriamo ora il limite notevole (3.98) In eetti,
d log x dx d x dx

log x = 0, x + x lim =

> 0.

1/x 1 = 0 1 x x

e per il teorema di de lH opital si conclude. Quindi, per x + , il logaritmo diverge pi` u lentamente di qualunque potenza del suo argomento. (19) Viceversa, per x + , lesponenziale diverge pi` u rapidmente di qualunque potenza del suo argomento: (3.99) ex = +, x + x lim > 0.

Calcolo dierenziale

181

In eetti, abbiamo a che fare con una forma indeterminata del tipo innito su innito e calcolando il rapporto delle derivate una prima volta si ha:
d x e dx d x dx

ex . x 1

Se 1 0, tale rapporto diverge a + , altrimenti si ha ancora una forma indeterminata del tipo innito su innito e calcolando nuovamente il rapporto delle derivate si ottiene ex . ( 1)x2 Se 2 0, esso diverge a + , altrimenti si itera il procedimento. Siccome esister` a un intero non negativo n per il quale (n, n + 1], calcolando il rapporto delle derivate n + 1 volte si perviene a ex + ( 1)( 1) . . . ( n)x(n+1) (20) Un altro limite notevole interessante riguarda il comportamento del logaritmo per x 0+ , cio` e (3.100) In questo caso, dobbiamo prima osservare che log x x log x = , x che ` e una forma indeterminata del tipo innito su innito. Questa osservazione ci mostra peraltro che il limite (3.100) dice in realt` a che il logaritmo diverge (negativamente) pi` u lentamente di ogni potenza negativa di x . Laspetto interessante ` e che si pu` o prendere arbitrariamente piccolo, e non nel considerare valori grandi (ad esempio maggiori di 1) di . Se infatti (3.100) ` e vera per = 1, lo ` e a maggior ragione per ogni esponente maggiore di 1. Venendo alla dimostrazione,
d log x dx d x dx x 0 +

in quanto (n + 1) 0. La tesi segue evidentemente dal teorema di de lH opital. lim x log x = 0.

> 0.

da cui segue (3.100) per il teorema di de lH opital.

1/x 1 = x 0 , 1 x

(21) Inne, un esempio nel quale il teorema non si pu` o applicare. Si consideri il limite x sin x lim . x+ x + sin x La derivata del denominatore ` e infatti 1 cos x e si annulla in ogni intorno di + , ossia in ogni semiretta del tipo (a, +). Dunque il rapporto tra le derivate non pu` o neppure essere preso in esame. Daltra parte per` o 1 x sin x = x + sin x 1+
sin x x sin x x

in quanto sin x ` e limitata e 1/x innitesima per x + .

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Analisi Matematica 1

4. Sviluppi di Taylor In questa sezione ci addentriamo in uno dei temi centrali dellanalisi, ossia la tecnica di approssimazione locale di una funzione (sucientemente regolare) mediante polinomi. Il pi` u semplice esempio che illustra lidea generale ` e fornito dalla formula (1.74). La funzione f ` e espressa, vicino al punto x0 , come la somma di una parte lineare, ossia x f (x0 ) + d(x x0 ), e di un resto R1 (x). Di R1 (x) sappiamo che esso ` e tanto pi` u piccolo quanto pi` u x` e vicino ad x0 ; esso tende a zero per x x0 e vi tende pi` u velocemente di quanto x tenda ad x0 , come chiarito dalla formula (1.73). La formulazione geometrica delle aermazioni precedenti consiste nel dire che la retta tangente al graco di f approssima molto bene il graco stesso nelle vicinanze del punto di contatto (x0 , f (x0 )) tra la retta stessa ed il graco: essa ` e anzi la migliore approssimazione lineare possibile. Questultimo fatto ` e contenuto nel Teorema 1.3, secondo il quale la linearizzazione di f in x0 , cio` e la migliore approssimazione lineare possibile in quel punto, ` e la retta il cui coeciente angolare d ` e la derivata f (x0 ). ` del tutto naturale chiedersi se si possa fare di meglio mediante curve, ossia se esista E ad esempio una parabola che passa per (x0 , f (x0 )) ed il cui graco si adatti a quello di f in modo da approssimarlo in modo ancora migliore di quanto non lo approssimi la retta tangente, o magari una cubica, o un polinomio di grado ancora superiore. Un esempio molto semplice si ottiene guardando la sovrapposizione dei graci delle funzioni f (x) = cos x , la funzione costante uguale ad uno, che ne ` e la linearizzazione 1 2 ` nel punto (0, 1), ed inne il polinomio di secondo grado p2 (x) = 1 2 x . E del tutto evidente che questultimo rappresenta unapprossimazione molto migliore di f nelle vicinanze di (0, 1).

Come vedremo, esso ` e la migliore approssimazione del secondo ordine di f in (0, 1), ossia mediante polinomi di secondo grado. Il senso da attribuire a questa aermazione sar` a chiarito in tutti i dettagli; anticipiamo che la dierenza tra f e p2 sar` a un resto R2 che andr` a a zero di ordine superiore al secondo. Lidea di sviluppare una funzione localmente intorno ad un punto con polinomi di grado via via pi` u alto conduce inne al concetto di serie di potenze, mediante il quale

Calcolo dierenziale

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` e possibile dare un signicato preciso a formule del tipo 1 1 log(1 + x) = x x2 + x3 + . . . 2 3 1 1 e x = 1 + x + x2 + x3 + . . . 2 3! 1 3 1 5 sin x = x x + x + . . . 3! 5! 1 2 1 4 cos x = 1 x + x + . . . 2! 4! 1 = 1 + x + x2 + x3 + x4 + . . . 1x che, oltre ad avere profonde implicazioni teoriche, consentono di eettuare rapidamente calcoli di precisione arbitraria. 4.1. Derivate di ordine superiore al primo. Per formalizzare correttamente la nozione di approssimazione di ordine superiore, e per molte altre buone ragioni, ` e necessario introdurre le nozioni di derivata seconda, derivata terza e cos` via. Supponiamo che f : (a, b) R sia derivabile in tutti i punti di (a, b). Allora ad ogni punto x di tale intervallo possiamo associare il numero reale f (x) ed abbiamo pertanto la funzione x f (x) cui abbiamo gi` a implicitamente fatto riferimento in precedenza. Essa si chiama la derivata (prima) di f in (a, b). Nulla vieta di supporre che anche f sia a sua volta derivabile in (a, b). Si potr` a quindi considerare la derivata (f ) (x) in ogni punto x (a, b), ossia la derivata seconda di f ; essa si denota solitamente con uno dei seguenti simboli: d2 f f ( x) , f ( x) , ( x) , D 2 f ( x) . 2 dx Si potr` a quindi denire induttivamente la derivata di ordine k di una funzione, ammesso che esista, come la derivata della derivata di ordine k 1. Scriveremo pertanto
(2)

f (x), f (x), . . . dk f ( x) , dxk

ed in modo pi` u chiaro quando lordine diventa elevato f (k ) ( x ) , Varr` a evidentemente la formula d (k1) f ( x) dx e le altre simili formule che si possono ottenere utilizzando i simboli introdotti, come ad esempio D(Dk f )(x) = Dk+1 f (x). Chiaramente, la derivata n -esima della derivata m -esima sar` a la derivata (n + m)-esima; in altre parole, gli ordini di derivazione si sommano. Per ragioni di coerenza notazionale che saranno chiare nel seguito, poniamo f (k ) ( x ) = (4.101) f (0) (x0 ) = f (x0 ).
def

D k f ( x) .

184

Analisi Matematica 1

Ancora una osservazione sulle notazioni. Alle volte la derivata di ordine k in x0 si denota anche dk f . dxk x=x0 Come sappiamo, condizione necessaria anch e una funzione sia derivabile ` e che essa sia continua. Quindi, anch e esista f (x0 ) in un punto x0 (a, b) ` e necessario che f sia continua in un intorno aperto di x0 . Considerando se necessario un intervallo pi` u piccolo di (a, b), si avr` a dunque che sia f sia f sono continue in ogni punto di tale intervallo. Iterando il ragionamento si perviene alla seguente nozione. Definizione 4.1 (Classi di derivabilit` a). Siano f : (a, b) R una funzione e k un intero positivo. Diremo che f ` e di classe C k in (a, b) se esistono tutte le derivate f (n) di ordine n k di f in (a, b) e se esse sono ivi continue. Diremo inoltre che f ` e di classe C 0 in (a, b) se essa ` e continua in (a, b) . Linsieme di tutte le funzioni k di classe C in (a, b) sar` a denotato C k ((a, b)) . In generale, se U R ` e un insieme aperto, linsieme di tutte le funzioni ci classe C k su U sar` a denotato C k (U ) . Valgono le inclusioni (4.102) Si pone inne (4.103) C (U ) =
k 0

C 0 (U ) C 1 (U ) C 2 (U ) . . . C k (U ),

linsieme delle funzioni indenitamente derivabili in U , ossia con derivate di ogni ordine in U . Esempi. (22) Esistono funzioni che sono derivabili in un intervallo ma che in esso non sono di classe C 1 . Ci` o signica che la derivata esiste ma non ` e continua. Lesempio standard ` e il seguente: 1 x2 sin x se x (0, 1] f ( x) = 0 se (1, 0]. Ovviamente f ` e derivabile in (1, 0) (0, 1). Inoltre, 1 x2 sin x f (x) f (0) 1 = = x sin 0 x x x per x 0, in quanto x x ` e innitesima e x sin(1/x) ` e limitata. Quindi f (0) esiste ed ` e uguale a zero e banalmente f (x) = 0 per x (1, 0). Daltra parte, per x (0, 1) si ha 1 1 1 1 1 f (x) = 2x sin + x cos 2 = 2x sin cos x x x x x

Calcolo dierenziale

185

e questa non ha limite per x 0 (il primo addendo ` e innitesimo e il secondo non ammette limite). Quindi f ` e derivabile in (1, 1) ma la sua derivata non ` e continua nellorigine.

(23) Si pu` o dimostrare facilmente che ciascuna delle inclusioni C k+1 (U ) C k (U ) ` e uninclusione propria, ossia non vale mai il segno di uguaglianza tra due classi distinte di derivabilit` a, qualunque sia laperto (non vuoto) U . (24) La classe C (U ), di grande importanza in analisi, contiene in eetti moltissimi elementi. Prendiamo per esempio U = R . La funzione esponenziale, i polinomi e le funzioni trigonometriche sono esempi di funzioni in C (R). (25) Un classico ed importante esempio di funzione in C (R) ` e la funzione 2 e1/x se x = 0 (4.104) f ( x) = 0 se x = 0. Ci limitiamo ad indicare le ragioni per le quali f ammette derivate di qualunque ordine nellorigine, che sono tutte uguali a zero, ossia (4.105) f (k) (0) = 0 Esaminiamo il rapporto incrementale destro nellorigine: f (x) f (0) 1 2 = e1/x . x x Ponendo t = 1/x , si ha t + per x 0+ , ed il rapporto diviene t 2 tet = t2 e che per t + ` e innitesimo, come si verica facilmente ad esempio con il Teorema di de lH opital. Quindi f+ (0) = 0 e similmente per la derivata sinistra; perci` o f (0) = 0. Si noti che per x = 0 si ha 2 f (x) = 2x3 ex per ogni k 0.

186

Analisi Matematica 1
2

e quindi il rapporto incrementale di f nellorigine ` e 2x4 ex . Considerazioni del tutto analoghe alle precedenti mostrano che anche f (0) = 0. In generale, la derivata 2 di ordine k di f per x = 0 ` e esprimibile nella forma R(x)ex , dove R(x) ` e una funzione razionale, ossia un rapporto di polinomi, in cui il denominatore si annulla nellorigine (in eetti si pu` o provare che R(x) = P (1/x), dove P ` e un polinomio). La stessa forma avr` a pertanto il rapporto incrementale di f k (x) ed applicando il Teorema di de lH opital si vede che tale rapporto ` e innitesimo. Un modo informale ma ecace per esprimere quanto appena provato ` e dire che f si appiattisce di ordine innito nellorigine, pur essendo diversa da zero in tutti i punti x = 0.

4.2. Polinomi di Taylor. Siamo ora in grado di esprimere in modo quantitativamente preciso il fatto che due funzioni sono indistinguibili ad una certa scala o ordine. Nel seguito della sezione questa aermazione verr` a chiarita meglio. Definizione 4.2 (Ordine di contatto). Siano n > 0 un intero, f, g : (a, b) R e supponiamo che f e g abbiano (almeno) n derivate in x0 (a, b) . Diremo che esse hanno ordine di contatto n in x0 se i loro valori coincidono in x0 , cos` come tutte le (k ) (k ) derivate no allordine n , ossia se f (x0 ) = g (x0 ) per 0 k n . Per maggiore chiarezza, f e g hanno ordine di contatto n in x0 se e solo se f ( x0 ) = g ( x0 ) f ( x0 ) = g ( x0 ) f (x0 ) = g (x0 ) ... ... f (n ) ( x 0 ) = g (n ) ( x 0 ) . Evidentemente, ` e necessario che f e g abbiano entrambe almeno n derivate in x0 ma potrebbero averne di pi` u. Dalla denizione dovrebbe essere chiaro che se f ` e derivabile in x0 allora essa e la sua linearizzazione in x0 hanno ordine di contatto uno in tal punto. Esempi.

Calcolo dierenziale

187

(26) Consideriamo f (x) = cos x , g (x) = 1 1 x2 e prendiamo x0 = 0. Come gi` a 2 osservato, f, g C (R), cio` e esse hanno derivate di ogni ordine in ogni punto; le prime quattro derivate nellorigine sono: f (0) = 1 f (2) (0) = cos(0) = 1 f (0) = sin(0) = 0

g (0) = 1 g (0) = 0 g (2) (0) = 1 g (3) (0) = 0 g (4) (0) = 0.

f (3) (0) = sin(0) = 0

f (4) (0) = cos(0) = 1

Quindi f e g hanno ordine di contatto 3 (quindi anche 2) nellorigine, ma non hanno ordine di contatto 4, in quanto le derivate quarte non coincidono nellorigine. (27) Lesempio (25) mostra che la funzione e1/x (prolungata per continuit` a a zero nellorigine) ha ordine di contatto arbitrariamente alto con la funzione identicamente zero, ossia queste due funzioni hanno derivate di ogni ordine coincidenti nellorigine, pur essendo diverse luna dallaltra in ogni punto x = 0.
2

(28) Consideriamo la funzione esponenziale f (x) = ex in un intorno dellorigine. Siccome f (n) (x) = f (x) = ex per ogni n 0, si avr` a f (n) (0) = 1 per ogni intero n 0. 1 n ` Consideriamo poi il monomio g (x) = n x . E un semplicissimo esercizio mostrare che ! 0 se k = n g (k) (0) = 1 se k = n. Ad esempio, x2 /2 si annulla nellorigine ed anche la sua derivata x ; la derivata seconda vale identicamente 1 (quindi anche nellorigine) e tutte le derivate successive sono oviamente zero. Analogo fenomeno accade per ogni n , come si pu` o facilmente vedere ricordando le regole di derivazione delle potenze. Da questo fatto segue che il polinomio di grado n 1 1 1 pn ( x) = 1 + x + x2 + x3 + + xn 2! 3! n! soddisfa 1 se k n k) p( n (0) = 0 se k > n. Ma allora pn ed ex hanno ordine di contatto esattamente n (e non pi` u di n ) nellorigine, in quanto tutte le derivate no alla n -esima coincidono; le derivate di ordine n + 1 nellorigine sono invece diverse: una ` e zero e laltra ` e 1.

Ispirandoci allesempio precedente, possiamo osservare che ` e facile costruire una funzione la cui derivata di ordine k abbia un preassegnato valore ak in x0 e le cui altre derivate siano tutte nulle i tal punto. Consideriamo il monomio ak m k ( x) = ( x x0 ) k . k!

188

Analisi Matematica 1

Le sue derivate in x0 sono tutte nulle, tranne la k -esima che vale ak . In formule: 0 se j = k (j ) mk ( x0 ) = ak se j = k, come si pu` o dimostrare per induzione sullintero k . Se ne deduce quindi che sommando un certo numero di monomi di tal sorta (di gradi diversi), si pu` o ottenere un polinomio le cui derivate in x0 abbiano tutte valori preassegnati. Proposizione 4.3. Il polinomio (4.106) pn ( x) =
n ak k=0

k!

( x x0 ) k

ha in x0 derivate a0 , a1 , . . . , an , ossia (4.107)

k) p( n ( x0 ) =

0 ak

se k > n se k n.

Esso ` e inoltre lunico polinomio di grado n con tale propriet` a. Dimostrazione. La verica che il polinomio (4.106) soddisfa (4.107) ` e lasciata al lettore, ed ` e una conseguenza della discussione appena svolta. Quanto allunicit` a, sia Qn un polinomio di grado n . Scegliendo opportunamente le costanti b0 , b1 , . . . , bn , esso pu` o essere scritto nella forma qn ( x ) = Per quanto appena visto, risulta
n bk k=0

k!

( x x0 ) k .

(k ) qn ( x0 ) =

0 bk

se k > n se k n.

Se quindi qn soddisfa anchesso la formula (4.107), se cio` e ha in x0 derivate a0 , a1 , . . . , an , bisogna che bk = ak per k = 1, . . . , n . Ma allora qn = pn , come volevasi. La Proposizione 4.3 dice in realt` a che ` e facile costruire un polinomio che abbia lordine di contatto che desideriamo con unassegnata funzione in un dato punto. Teorema 4.4 (Polinomio di Taylor). Siano f (a, b) R ed x0 (a, b) . Supponiamo che f ammetta (almeno) n derivate in x0 . Esiste allora uno ed un solo polinomio di grado n che ha ordine di contatto n con f in x0 . Esso si chiama il polinomio di Taylor di f di grado n in x0 , ed ` e denito dalla formula (4.108) pn ( x) =
n f (k ) ( x 0 ) k=0

k!

( x x0 ) k .

Se x0 = 0 , esso si dice il polinomio di McLaurin di grado n di f .

Calcolo dierenziale

189

Dimostrazione. La derivata k -esima del polinomio denito da (4.108) ` e f (k) (x0 ) in virt` u della Proposizione 4.3, e questo vale per 1 k n . Quindi pn ed f hanno ordine di contatto n in x0 . Per la stessa proposizione, un polinomio di tal grado e con tali derivate ` e unico. Deve essere chiaro che un polinomio di Taylor dipende dalla funzione f , dal grado n e dal punto x0 . Per essere precisi bisognerebbe quindi usare una notazione del tipo pn,x0 [f ](x), che ` e eccessivamente pesante. Se sar` a necessario mettere in evidenza il grado, mentre la funzione ed il punto sono chiari dal contesto, scriveremo pn (x); similmente potremo scrivere p[f ] oppure pn [f ] qualora qualche parametro debba essere evidenziato e gli altri siano chiari. Esempi. (29) Da quanto visto nellesempio (28), il polinomio di McLaurin di grado n di ex ` e pn [exp x] = 1 + x + 1 2 1 3 1 x + x + + xn . 2! 3! n!

(30) Il polinomio di McLaurin di grado n di un qualunque polinomio Pn di grado n ` e il polinomio stesso, cio` e Pn . Infatti, se Pn ( x ) = allora
(k ) Pn (0) n k=0

ck xk ,

= ck k !, da cui lasserto.

(31) Un metodo ecace per calcolare ordinatamente il polinomio di Taylor di una data funzione ` e di realizzare una tabella. Illustriamo questo metodo applicandolo alla funzione f (x) = sin x , di cui vogliamo calcolare i polinomi di McLaurin. n 0 1 2 3 4 5 f (n ) ( x ) sin x cos x sin x cos x sin x ... f (n) (0) 0 1 0 1 0 ...

La tabella mostra unevidente periodicit` a: il comportamento delle derivate si ripete ogni quattro ordini. In particolare, osserviamo che tutte le derivate di ordine pari sono zero mentre le derivate di ordine dispari sono alternativamente 1 e 1. Quindi, il polinomio di McLaurin di sin x di un grado qualsiasi conterr` a solo potenze dispari a segni alternati, ossia sar` a del tipo (4.109) p2n+1 [sin x] = x 1 3 1 5 1 1 1 x + x x7 + x9 + + (1)n x2n+1 . 3! 5! 7! 9! (2n + 1)!

190

Analisi Matematica 1

Si guardi con attenzione lultimo termine: esso indica il segno giusto. Il segno positivo compare infatti per le potenze 1, 5, 9 . . . , ossia per i dispari 2n + 1 con n pari. Unultima osservazione: il polinomio di McLaurin di grado pari di sin x ` e un polinomio di grado dispari! Infatti, per denizione, lultimo termine che compare nel polinomio di McLaurin di grado ad esempio 4, ha come coeciente di x4 il numero reale f (4) (0)/4!, 1 3 che ` e zero. Quindi tale polinomio ` e in eetti p4 (x) = x 3! x . Pi` u in generale, si pu` o dire che p2n+1 [sin x] = p2n+2 [sin x] ed entrambi sono polinomi di grado 2n + 1 nel senso usuale del termine. (32) Utilizzando il metodo precedente per la funzione f (x) = cos x , abbiamo n 0 1 2 3 4 5 f (n ) ( x ) cos x sin x cos x sin x cos x ... f (n) (0) 1 0 1 0 1 ...

Questa volta tutte le derivate di ordine dispari sono zero mentre le derivate di ordine pari sono alternativamente 1 e 1. Quindi, il polinomio di McLaurin di cos x di un grado qualsiasi conterr` a solo potenze pari a segni alternati, ossia sar` a del tipo (4.110) p2n [cos x] = 1 1 1 1 2n 1 2 1 4 x + x x6 + x8 + + (1)n x . 2! 4! 6! 8! (2n)!

Considerzioni analoghe a quelle svolte per il polinomio di McLaurin della funzione seno mostrano che p2n [cos x] = p2n+1 [cos x] ed entrambi sono polinomi di grado 2n nel senso usuale del termine. (33) Prendiamo ora f (x) = log(1 + x). La tabellina ` e questa volta n 0 1 2 3 4 5 6 f (n ) ( x ) log(1 + x) (1 + x)1 (1 + x)2 2(1 + x)3 3!(1 + x)4 4!(1 + x)5 5!(1 + x)6 f (n) (0) 0 1 1 2 3! 4! 5!

dinterpretazione non pi` u dicile. A partire dalla derivata prima in poi, i segni di alternano e vale la formula f (k) (0) = (k 1)! con il segno opposto alla parit` a. Si

Calcolo dierenziale

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avr` a dunque (4.111) 1 1 1 1 1 pn [log(1 + x)] = x x2 + x3 x4 + x5 + + (1)n+1 xn . 2 3 4 5 n

(34) La formula (4.105) mostra che il polinomio di McLaurin (del prolungamento per 2 continuit` a) della funzione e1/x di qualunque grado ` e la funzione identicamente nulla. Concludiamo questa sezione con una osservazione, che formalizziamo nella proposizione che segue; la dimostrazione ` e lasciata per esercizio al lettore Proposizione 4.5. Siano f, g : (a, b) R derivabili n volte in x0 (a, b) e siano , R . Si ha allora: (i) pn [f + g ] = pn [f ] + pn [g ] ; (ii) pn [f ] = pn1 [f ] .

4.3. Sviluppi di Taylor. Il teorema che segue generalizza il Teorema 1.3 ed anche Teorema 3.6 a gradi pi` u alti. Teorema 4.6 (Sviluppo di Taylor). Sia f : (a, b) R derivabile n volte in x0 (a, b) e sia pn il suo polinomio di Taylor di grado n in x0 . Posto (4.112) si ha (4.113)
xx0

Rn ( x ) = f ( x ) p n ( x ) , Rn ( x ) =0 ( x x0 ) n

lim

(formula di Peano).

Se inoltre f ` e derivabile (n + 1) volte in (a, b) \ {x0 } , per ogni x (a, b) esiste compreso tra x0 ed x tale che (4.114) Rn ( x ) = f (n+1) ( ) (x x0 )n+1 (n + 1)! (formula di Lagrange).

Dimostrazione. Dimostriamo (4.113) per induzione su n . Per n = 1 essa ` e esattamente (1.72). Supponiamo ora che la formula (4.113) sia vera per ogni funzione con n derivate in x0 . Se supponiamo che f ne abbia (n + 1), allora f ne ha n e possiamo scrivere la formula (4.113) per f , cio` e
xx0

lim

f (x) pn [f ](x) = 0. ( x x0 ) n

Si osservi che, riscrivendo il numeratore tenendo conto della Proposizione 4.5, luguaglianza precedente diviene
xx0

lim

d dx

(f (x) pn+1 [f ]) (x) = 0. ( x x0 ) n

192

Analisi Matematica 1

Daltra parte, applicando il Teorema di de lH opital si ha


xx0

lim

(f (x) pn+1 [f ]) (x) = 0, x x0 (n + 1)(x x0 )n che ` e quanto serve per provare induttivamente la formula di Peano. Dimostriamo la (4.114) assumendo x > x0 . Il caso x < x0 si dimostra in modo analogo. Poniamo per semplicit` a R(x) = Rn (x). Per denizione, visto che pn ` e il polinomio di Taylor di f di grado n , si avr` a: = lim per ogni x (a, b) \ {x0 } . Poniamo ora S (x) = (x x0 )n+1 . Evidentemente Le funzioni R e S soddisfano le ipotesi del Teorema di Cauchy nellintervallo [x0 , x]. Esiste perci` o un punto 1 (x0 , x) tale che S (x0 ) = S (x0 ) = = S (n) (x0 ) = 0, S (n+1) (x) = (n + 1)!. R(x0 ) = R (x0 ) = = R(n) (x0 ) = 0, R(n+1) (x) = f (n+1) (x),

(f (x) pn+1 [f ]) (x) = lim x x0 (x x0 )n+1

d dx d dx

(f (x) pn [f ]) (x) d (x x0 )n+1 dx

R ( x) R (1 ) = . S ( x) S ( 1 ) Similmente, le funzioni R e S soddisfano le ipotesi del Teorema di Cauchy nellintervallo [x0 , 1 ]. Esiste perci` o un punto 2 (x0 , 1 ) tale che R (1 ) R (2 ) = . S ( 1 ) S (2 )

Procedendo, si perviene ad una sequenza di (n + 1) numeri 1 , . . . , n+1 tali che e tali che x0 < n+1 < n < < 2 < 1

R ( x) R ( 1 ) R (2 ) R(n+1) (n+1 ) = = = = (n+1) . S ( x) S (1 ) S ( 2 ) S (n+1 ) Ponendo = n+1 , il primo e lultimo membro delluguaglianza precedente forniscono f ( x) pn ( x) = cio` e la tesi. f (n+1) ( ) (x x0 )n+1 , (n + 1)!

Il polinomio di Taylor approssima dunque f in un intorno di x0 con una precisione via via superiore al crescere del grado del polinomio, nel senso che la dierenza Rn tende a zero, per x x0 , pi` u rapidamente, di quanto tenda a zero la potenza (x x0 )n ; questo il senso della formula (4.113). Vale anche il viceversa: Proposizione 4.7. Se f : (a, b) R ha n derivate in x0 e P ` e un polinomio di grado minore o uguale a n tale che f ( x) P ( x) lim = 0, x x0 ( x x 0 ) n

Calcolo dierenziale

193

allora P ` e il polinomio di Taylor di grado n di f in x0 . Dimostrazione. Sia pn il polinomio di Taylor di grado n di f in x0 . La (4.113) e lipotesi implicano che
x x0

lim

pn ( x) P ( x) pn ( x) f ( x) f ( x) P ( x) = lim + = 0. x x0 ( x x0 ) n ( x x0 ) n ( x x0 ) n

Se poniamo pn ( x) P ( x) = d 0 + d 1 ( x x0 ) + + d n ( x x0 ) n , si ha dunque 0 = lim


x x0

d0 d1 d n 1 + + + + dn , n n 1 ( x x0 ) ( x x0 ) x x0

il che ` e possibile se e solo se d0 = d1 = = dn1 = dn = 0, ossia P (x) = pn (x), che ` e quanto si voleva provare.

In gura sono riportati i polinomi di McLaurin del seno di grado n = 1, 5, 9, 15.

194

Analisi Matematica 1

4.4. Il simbolo o-piccolo di Landau. Per esprimere in modo operativamente snello la formula di Peano, ` e molto utile introdurre una notazione inventata da Landau4. Definizione 4.8. Siano f, g : (a, b) R , x0 (a, b) e g (x) = 0 in un intorno bucato di x0 . Diremo che f ` e o-piccolo di g per x x0 se
x x0

lim

f ( x) =0 g ( x)

e in tal caso scriveremo f = o (g ) . Spieghiamo il senso del simbolo. Laermazione matematica f ` e o-piccolo di g si pu` o parafrasare dicendo che f tende a zero pi` u rapidamente di g . Quindi il rapporto f /g dovr` a essere piccolo in un intorno del punto in esame e questo suggerisce di utilizzare la lettera gracamente pi` u simile allo zero, ossia la o. Il concetto matematico che si vuole sintetizzare potrebbe essere altrettanto bene espresso dalla scrittura f /g = o , algebricamente equivalente a f = o g , dove o indica una funzione innitesima per x x0 (e non nulla in un intorno di x0 ). Si usa invece la parentesi anzich e il prodotto perch e ci` o che si vuole evidenziare ` e il comportamento di f rispetto a g e non lesatto valore del rapporto. Questa osservazione ` e importante, perch e prima di aver compreso appieno luso del simbolo di Landau si ` e indotti facilmente allerrore. Ad esempio, pu` o 2 benissimo capitare che siano vere entrambe le scritture f = o (x) e anche f = o (x ) per x 0, senza implicare x = x2 , che ovviamente ` e falso. Anzi, se f /x2 0 per x 0, allora a maggior ragione si avr` a f /x = (f /x2 )x 0. Scrivere invece f = o x2 e simultaneamente f = o x con la stessa lettera o ad indicare una funzione sarebbe scorretto (perch e se ne dedurrebbe x = x2 ) ed usare due lettere diverse, ridondante. Utilizzando il simbolo di Landau, la formula di Peano per una funzione f con n derivate in x0 diviene (4.115) Essa evidenzia in quale misura valga lapprossimazione locale di f mediante il suo polinomio di Taylor perch e esprime il confronto tra la dierenza f (x) pn (x) e la potenze intera e positiva (x x0 )n . Il simbolo o-piccolo, in combinazione con gli sviluppi di Taylor, permette in molti casi di svolgere il calcolo dei limiti con grande ecacia, come vedremo. La seguente
4Edmund

f (x) = pn (x) + o ((x x0 )n ) .

Georg Landau, 18771938, matematico tedesco.

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proposizione sintetizza le principali propriet` a di tipo algebrico del simbolo; la facile dimostrazione ` e un utile esercizio che viene lasciato al lettore. Proposizione 4.9 (Lalgebra di o-piccolo). Sia g : (a, b) R una funzione non nulla in un intorno bucato di x0 (a, b) . Per x x0 , si ha: (i) o (g ) = o (g ) , per ogni R \ {0} ; (ii) (x)o (g ) = o (g ) , per ogni : (a, b) R limitata in un intorno di x0 . Se n ed m sono interi non negativi, si ha inoltre: (iii) o ((x x0 )n ) o ((x x0 )m ) = o ((x x0 )p ) , con p = min{n, m} ; (iv) o ((x x0 )n ) o ((x x0 )m ) = o ((x x0 )n+m ) ; (v) [o ((x x0 )n )]m = o ((x x0 )mn ) ; (vi) (x x0 )n o ((x x0 )m ) = o ((x x0 )n+m ) ; (vii) o [o ((x x0 )n )] = o ((x x0 )n ) ; (viii) se f = o ((x x0 )n ) , con n > 0 , allora f = o ((x x0 )m ) per ogni 0 m < n . Illustriamo le precedenti considerazioni e le propriet` a algebriche appena enunciate con alcuni esempi. (35) Dalla denizione, abbiamo che per x 0 (4.116) 1 cos x = o (x) ,

in quanto il solito limite notevole del coseno implica che 1 cos x 1 cos x 1 =x 0 = 0. 2 x x 2 Per le stesse ragioni, per ogni numero reale avremo per x 0 che illustra (i). Per quanto riguarda (ii), ` e ovvio che ad esempio per x 0 perch e applicando la denizione si ha cos x(1 cos x) 1 cos x = cos x 0. x x (36) Una o pi` u formule di McLaurin, unitamente alla formula generale (4.115) e alla (iii), possono essere usate in sequenza per ottenere informazioni precise su somme di funzioni. Per illustrare questo aspetto, ridimostriamo la (4.116). Lo sviluppo di McLaurin del coseno, ossia (4.110), per n = 2 implica che per x 0 1 1 cos x = x2 + o x5 2 e poich e dalla denizione si ha x2 /2 = o (x), la (iii) dice proprio che il membro destro ` e un o-piccolo di x , visto che min{1, 5} = 1. La (iii), nel caso n = m , mette in guardia da un possibile errore: in generale, non ` e vero che o (xn ) o (xn ) = 0, bens` , un po sorprendentemente, o ( xn ) o ( xn ) = o ( xn ) . cos x(1 cos x) = o (x) (1 cos x) = o (x) ,

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ma certamente x3 2x3 = x3 = 0. Il signicato di (iii) ` e che il comportamento di una somma (o dierenza che sia) ` e quello del peggiore degli addendi. Per esempio, per x 0 abbiamo x3 = o x2 , x4 = o x3 (37) Per provare e della dierenza x3 x4 possiamo dire che essa ` e un o (x2 ), come garantito da (iii). (ex 1)2 = o (x) per x 0,

Lespressione o (xn ) o (xn ) va infatti interpretata come la dierenza tra due funzioni, a priori diverse, ciascuna delle quali tende a zero pi` u rapidamente di xn . Ad esempio, x3 = o x2 , 2 x3 = o x2 per x 0,

si pu` o osservare che

x 2 e 1 (ex 1)2 =x 01=0 x x oppure, sapendo che ex = 1 + x + o (x), si calcola:

Infatti, usando (vi) si ha xo (x) = o (x2 ), mentre (v) implica o (x)2 = o (x2 ). La conclusione si trae applicando (iii) ancora una volta: o (x2 ) + o (x2 ) = o (x2 ). (38) La (v) ` e una conseguenza immediata di (iv). La (vii) pu` o essere parafrasata dicendo: qualcosa che per x x0 tende a zero pi` u velocemente di qualcosaltro che vi tende pi` u velocemente di (x x0 )n , tende a zero pi` u velocemente di (x x0 )n .

(ex 1)2 = [x + o (x)]2 = x2 + 2xo (x) + o (x)2 = x2 + o x2 .

(39) Inne, la (viii) ` e una conseguenza della (vii) perch e se m < n , allora per x x0 n m si ha (x x0 ) = o ((x x0 ) ), visto che ( x x0 ) n = ( x x 0 ) n m 0 . m ( x x0 )

Quindi se ad esempio f = o (x2 ) allora f = o (x), mentre il viceversa ` e palesemente falso: come abbiamo gi` a visto, 1 cos x = o (x), mentre laermazione 1 cos x = o (x2 ) ` e falsa perch e (1 cos x)/x2 1/2 per x 0.

(41) Gli sviluppi di Taylor consentono di ottenere informazioni molto pi` u sosticate di quelle che discendono dalle semplici regole algebriche della Proposizione 4.9. Ad esempio, sappiamo che per x 0 si ha x = o(1) e anche sin x = o(1), e nessuna delle due ` e migliorabile, nel senso che nessuna delle due ` e un o-piccolo di xn per qualche intero positivo n . Quindi, dalla (iii) si deduce che sicuramente sin x x = o(1). Alla luce della formula (4.109), si pu` o per` o dimostrare molto di pi` u, ossia sin x x = o (x2 ). Pi` u precisamente ancora: sin x x 1 (4.117) lim = 3 x 0 x 6

(40) Vale la pena di osservare che laermazione f ` e innitesima per x x0 ` e semplicemente f = o (1) per x x0 .

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Infatti: 1 3 1 3 x 3! x + o ( x3 ) x 3! x + o ( x3 ) sin x x 1 o ( x3 ) 1 = = = + . 3 3 3 3 x x x 6 x 6 Se quindi le regole algebriche sono di grande utilit` a nelle manipolazioni, lo strumento analitico, ossia lo sviluppo di Taylor, fornisce informazioni molto pi` u precise. (42) Riprendiamo lEsempio 17 della Sezione 3, ossia ex 1 + log(1 x) . x 0 tan x x Dagli sviluppi notevoli sappiamo che 1 1 e x 1 = x + x2 + x3 + o x3 2 6 1 2 1 3 log(1 x) = x x x + o x3 2 3 3 1 3 tan x x = x + o x . 3 Se ne deduce che lim
o ( x3 ) 1 3 3 1 x + o ( x ) + ex 1 + log(1 x) 1 3 lim = lim 1 6 3 = lim 16 o(xx = . 3) 3 x 0 x 0 x 0 tan x x 2 x + o (x ) + 3 3 3 x

(43) Il lettore attento avr` a notato dallesempio (42) che una volta espressa una forma indeterminata del tipo 0/0 mediante gli sviluppi di McLaurin no ad arrivare a axn + o (xn ) bxm + o (xm ) il limite per x 0 ` e presto calcolato: se n = m a/b axn + o (xn ) (4.118) lim = 0 se n > m x0 bxm + o (xm ) non esiste se n < m.

La non esistenza del limite se n < m dipende dal fatto che la funzione in esame si comporta come (a/b)xnm , ossia come una potenza negativa di x : essa diverger` a positivamente per x 0+ e negativamente per x 0 o viceversa, a seconda del segno di a/b .

4.5. Composizione di sviluppi. Supponiamo di voler calcolare il polinomio di McLaurin di f (x) = log(1+sin x) di ordine ad esempio 4. Siamo tentati di argomentare come segue. Siccome 1 1 1 log(1 + y ) = y y 2 + y 3 y 4 + o y 4 2 3 4 4 1 3 sin x = x x + o x 3!

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Analisi Matematica 1

Ora, usando lalgebra di o-piccolo 2 4 2 4 2 1 3 1 3 1 3 2 =x + x + o x 2x x x x +o x 3! 3! 3! 4 1 3 + 2xo x + 2 x o x4 3! 1 = x2 x4 + o x4 3 e similmente 4 4 3 4 4 1 3 1 3 3 =x +o x , x x +o x = x4 + o x4 . x x +o x 3! 3! Quindi, sommando: 4 1 2 1 4 4 1 3 log(1 + sin x) = x x + o x x x +o x 3! 2 3 1 1 + x3 + o x4 x4 + o x4 + o x4 3 4 1 2 1 3 1 4 = x x + x x + o x4 . 2 6 12 Lalgebra di o-piccolo ` e stata usata per avere espressioni con le potenze di x no alla quarta, inglobando poi tutti i termini di ordine superiore in o (x4 ). Il ragionamento ` e corretto, come spiegato dal risultato che segue. Includiamo la dimostrazione perch e non ` e facile reperirla nei libri di testo pi` u comuni. Teorema 4.10. Supponiamo che: (i) f : (a, b) (c, d) sia derivabile n volte in x0 ; (ii) g : (c, d) R sia derivabile m volte in y0 = f (x0 ) . Denotato con P il polinomio di Taylor di grado n di f in x0 e con Q il polinomio di Taylor di grado m di g in y0 = f (x0 ) , e posto Q P ( x) = il polinomio T ( x) =
n +m k=0

ponendo y = sin x si avr` a allora: 1 1 1 log(1 + sin x) = sin x (sin x)2 + (sin x)3 (sin x)4 + o (sin x)4 2 3 4 4 4 2 1 4 3 1 1 3 1 3 1 3 x x +o x + x x +o x = x x +o x 3! 2 3! 3 3! 4 4 1 1 1 x x3 + o x4 + o x x3 + o x4 . 4 3! 3!

ck ( x x0 ) k ,

k=0

ck ( x x0 ) k ,

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dove = min{n, m} , ` e il polinomio di Taylor di grado di g f in x0 . Dimostrazione. Utilizzeremo la Proposizione 4.7. Mostriamo dapprima che (4.119) g f (x) = Q P (x) + o ((x x0 ) )

Scriviamo innanzitutto g f ( x) Q P ( x) g (f (x)) Q(f (x)) Q(f (x)) Q(P (x)) = + . ( x x0 ) ( x x0 ) ( x x0 )

Ora, ponendo y = f (x) e usando il cambio di variabile nel calcolo del limite g (f (x)) Q(f (x)) g (f (x)) Q(f (x)) (f (x) f (x0 ))m = ( x x0 ) (f (x) f (x0 ))m ( x x0 ) g ( y ) Q( y ) f ( x) f ( x0 ) = (f (x) f (x0 ))m 0. m ( y y0 ) x x0

Infatti, il primo fattore ` e innitesimo perch eQ` e il polinomio di Taylor di grado m di g in y0 , il secondo tende ad una potenza non negativa di f (x0 ) ed il terzo ` e innitesimo perch e f ` e continua in x0 . Daltra parte, applicando il Teorema di Lagrange, esiste un punto compreso tra f (x) e P (x) per il quale si ha f ( x) P ( x) f ( x) P ( x) Q(f (x)) Q(P (x)) = Q ( ) = Q ( ) ( x x 0 ) n . ( x x0 ) ( x x0 ) ( x x0 ) n

Lespressione precedente ` e innitesima per x x0 in quanto il primo fattore tende a g (y0 ), il secondo ` e innitesimo perch e P ` e il polinomio di Taylor di grado n di f in x0 e il terzo ` e innitesimo perch e` e una potenza non negativa di x x0 . Abbiamo perci` o provato la (4.119). Osserviamo inne che
n +m g f ( x) Q P ( x) g f ( x) T ( x) = + c k ( x x 0 ) k . ( x x0 ) ( x x0 ) k=+1

Siccome il secondo addendo ` e innitesimo, e abbiamo provato che lo ` e anche il membro sinistro, ne segue che g f ( x) T ( x) lim = 0. x x0 ( x x0 ) Siccome T ` e un polinomio di grado minore o uguale a , la Proposizione 4.7 ci permette di dire che esso ` e il polinomio di Taylor di grado di g f in x0 . Esempi. (44) Concludiamo con un esempio. Supponiamo di voler calcolare il limite ex 1 + log(1 + x) lim x 0 + 1 cos(x)

al variare di R . Innanzitutto, per = 0 il denominatore ` e identicamente nullo e quindi per tale valore il lilmite cercato non ha senso. Per ogni altro valore di , la

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funzione ` e senzaaltro denita in un intorno destro dellorigine, che ` e quanto necessario per poter calcolare il limite. Ricordiamo gli sviluppi di Taylor: 1 e x = 1 + x + x2 + o x2 2! 1 1 1 + x = 1 + x x2 + o x2 2 8 1 2 log(1 + x) = x x + o x2 2 1 1 cos x = 1 x2 + x4 + o x2 . 2! 4! Innanzitutto 2 2 2 1 1 2 1 1 2 1 + log(1 + x) = 1 + x x +o x x x +o x + o x2 2 2 8 2 1 1 1 2 = 1 + x x2 + o x2 x2 + o x2 2 4 8 2 1 3 2 =1+ x x +o x 2 8 e quindi il numeratore ` e 1 3 2 x e 1 + log(1 + x) = x+ + x2 + o x2 . 2 8 2 Il denominatore ` e evidentemente 2 1 cos(x) = x2 + o x4 . 2 Applichiamo ora la formula (4.118). Per = 1/2 il limite cercato ` e uguale al rapporto tra i coecienti dei termini di grado 2, ossia 3 +1 ex/2 1 + log(1 + x) 8 8 lim = =4 1 + x 0 1 cos(x/2) 8 Se = 1/2 si ha invece ex/2 1 + log(1 + x) + se > 1 2 lim = x 0 + 1 cos(x/2) se < 1 . 2

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Esercizi
1. Calcolare i polinomi di Taylor di quarto grado delle funzioni seguenti: (i) xex + x log(1 + x) + 2x , x0 = 0; (ii) x log x sin(x 1), x0 = 1 (iii) (sin x)2 arctan(x2 ), x0 = 0; (iv) e1cos x cos(ex 1), x0 = 0; 1/x4 1 2 2. Calcolare, se esiste, il limite lim cos x + (sin x) . x 0 2

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5. Propriet` a locali di funzioni regolari In questa sezione useremo lapparato analitico introdotto nelle sezioni precedenti, soprattutto gli sviluppi di Taylor, per studiare propriet` a locali di funzioni sucientemente regolari, che abbiano cio` e una o pi` u derivate in un punto. Un particolare interesse rivestono i concetti di ordine di innitesimo (o di innito) e di estremo locale. 5.1. Confronto locale tra funzioni innitesime o innite. Le funzioni in esame saranno denite tipicamente su intervalli aperti (a, b) che vanno pensati come intorni del punto vicino al quale lanalisi si concentra. Ci` o non esclude che il dominio delle funzioni sia magari pi` u grande, ma le ipotesi che via via verranno fatte riguarderanno le loro propriet` a locali, ossia valide in un intervallo anche molto piccolo che contiene un dato punto x0 . Introduciamo una comoda notazione. Siano f, g : (a, b) R e supponiamo che g (x) = 0 per ogni x (a, b). Se lim f (x)/g (x) = = 0, scriveremo
xx0

(5.120)

f g

per x x0 .

La scrittura (5.120) signica per denizione che il limite del rapporto f /g esiste ed ` e un numero reale diverso da zero ed ` e, dal punto di vista graco, e non a caso, simmetrica. In eetti, per permanenza del segno, sappiamo che f /g non ` e nulla in un intorno bucato di x0 , e quindi lo stesso vale per f . Ma allora si pu` o considerare il rapporto g/f , che tende evidentemente a 1/ = 0. In altri termini, se f g allora g f . Definizione 5.1. Siano f, g : (a, b) R entrambe innitesime per x che tende a x0 (a, b) , e supponiamo g (x) = 0 per ogni x (a, b) . Diremo che f ` e innitesima (i) di ordine superiore a g se f = o (g ) per x x0 ; (ii) dello stesso ordine di g se f g per x x0 ; (iii) di ordine inferiore a g se g = o (f ) per x x0 ; (iv) di un ordine non confrontabile con g se lim f (x)/g (x) non esiste.
x x0

Abbiamo espresso il concetto di confronto locale tra f e g al nito, ossia quando f e g sono innitesime per x x0 R . Non vi ` e alcuna dicolt` a ad estendere le nozioni precedenti nel caso in cui il punto limite sia + oppure . Se f e g sono entrambe innitesime per x + , per esempio, si supporr` a g (x) = 0 su una qualche semiretta (a, +) e si considerer` a il limite per x + del rapporto f (x)/g (x). Lasciamo questo facile esercizio al lettore. Similmente, ci si pu` o limitare a considerare + x x0 oppure x x0 . Come vedremo, anche se la denizione precedente non richiede alcun tipo di derivabilit` a delle funzioni f e g , il suo ambito pi` u tipico di applicazione sar` a quando g ` e per esempio una potenza intera e positiva di (x x0 ), mentre f ` e una funzione che si vuole analizzare e possiede un certo numero di derivate in x0 . Esempi. (45) La potenza intera (x x0 )n ` e innitesima di ordine superiore a (x x0 )m se e solo se n > m ; le due potenze saranno dello stesso ordine se e solo se n = m e inne

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( x x0 ) n ` e innitesima di ordine inferiore a (x x0 )m se e solo se n < m . Questo caso paradigmatico spiega la scelta della terminologia. (46) Come abbiamo osservato diverse volte, x e sin x sono entrambe innitesime per x 0. Il limite notevole sin x/x 1 esprime il fatto che esse sono innitesime dello stesso ordine per x 0, cio` e sin x x . Similmente, nellorigine, log(1 + x) x , ex 1 x , 1 cos x x2 . (47) Sia n 1. Un polinomio del tipo P (x) = an xn + an+1 xn+1 + + aN xN con an = 0, ` e innitesimo dello stesso ordine di xn per x 0. Infatti

P ( x) = an + an+1 x + + aN xN n an = 0. xn Inoltre, se an = 0 e f (x) = an xn + o (xn ), allora anche f ` e innitesima dello stesso n ordine di x per x 0. Infatti f ( x) o ( xn ) = an + an xn xn per denizione di o-piccolo. Questo esempio ` e molto importante.

(48) Le funzioni x e x sin(1/x) sono entrambe innitesime per x 0. Tuttavia il rapporto x sin(1/x)/x = sin(1/x) non ha limite per x 0. Si tratta quindi di due innitesimi non confrontabili. Discorsi completamente analoghi ai precedenti valgono per funzioni divergenti. Date due funzioni divergenti per x x0 (ma anche per x x 0 oppure per x ) ` e in molti casi interessante stabilire quale delle due diverga pi` u rapidamente, ovvero, selezionata una classe di funzioni divergenti, confrontare con essa una data funzione divergente. Come nel caso della Denizione 5.1, invitiamo il lettore a formulare la denizione che segue per limiti fatti da destra o da sinista oppure a . Definizione 5.2. Siano f, g : (a, b) R entrambe divergenti per x che tende a x0 (a, b) . Diremo che f ` e innita (i) di ordine superiore a g se g = o (f ) per x x0 ; (ii) dello stesso ordine di g se f g per x x0 ; (iii) di ordine inferiore a g se f = o (g ) per x x0 ; (iv) di un ordine non confrontabile con g se lim f (x)/g (x) non esiste.
xx0

Lo spirito nel quale si vogliono utilizzare le denizioni precedenti ` e quello di selezionare una famiglia di funzioni per quanticare la nozione di ordine di innitesimo o di innito. Si tratta in altri termini di scegliere un campione (positivo) , o meglio, una scala di campionamento { : > 0} , e confrontare poi una data funzione con la famiglia selezionata. Definizione 5.3. Siano f, : (a, b) R e supponiamo che esista > 0 tale che f per x x0 . (i) se f e sono entrambe innitesime per x x0 diremo che f ` e innitesima di ordine rispetto a ;

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(ii) se f e sono entrambe divergenti per x x0 diremo che f ` e innita di ordine rispetto a . Esiste la pi` u completa libert` a nella scelta del campione che si pu` o considerare nella denizione precedente. Tuttavia, nella stragrande magioranza dei casi le seguenti scelte standard vengono date per scontate. Si noti che nella denizione di ordine, si considera la potenza con esponente positivo non necessariamente intero. Si assume quindi implicitamente che sia positiva in un intorno bucato del punto limite, oppure che sia un intero (positivo). Questo introduce una piccola complicazione, come discusso di seguito. (A-0) Innitesimi campione per x x0 . In questo caso, qualora ci si voglia limitare agli ordini interi si sceglie come innitesimo campione la funzione mentre se si vogliono considerare ordini arbitrari (positivi), ossia anche non interi, allora esso sar` a (A- ) Inniti campione per x x0 . Similmente, per i soli ordini interi, linnito campione sar` a la funzione 1 ( x) = x x0 mentre per gli ordini arbitrari, interi e non interi, linnito campione sar` a 1 ( x) = . | x x0 |
(B-0) Innitesimi campione per x x+ 0 (oppure per x x0 ). Linnitesimo campione ( x ) = (x x 0 ) + ` e positivo per x x0 e quindi pu` o essere utilizzato per ordini arbitrari. Per x x0 si prende naturalmente (x) = (x0 x). (B- ) Inniti campione per x x+ 0 (oppure per x x0 ). Linnito campione 1 ( x) = x x0

( x ) = (x x 0 )

( x) = | x x0 | .

` e positivo. Per x x 0 si prende (x) = 1/(x0 x). (C-0) Innitesimi campione per x + (oppure per x ). Linnitesimo campione 1 ( x) = x ` e positivo per x + . Per x si prende (x) = 1/|x| . (C- ) Inniti campione per x + (oppure per x ). Linnito campione ( x) = x ` e positivo per x + . Per x si prende (x) = |x| .

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Dora in avanti, i campioni appena deniti verranno dati per scontati e quindi parleremo tranquillamente di ordine di innitesimo o di innito di una funzione, omettendo di specicare rispetto a quale scelta di innitesimo o innito campione. Esempi. (49) Per x 0 le seguenti funzioni: sin x, tan x,

arctan x,

sono tutte innitesime di ordine uno; la funzione ` e innitesima di ordine due e le funzioni sono tutte innitesime di ordine tre. sin x x, 1 cos x

ex 1 ,

log(1 + x)

tan x x,

arctan x x

(50) Con riferimento alla formula (50) della Sezione 3, mostriamo che la funzione f (x) = /2arctan x ` e innitesima di ordine uno per x + (rispetto allinnitesimo campione standard per x + , ossia 1/x ). Infatti, utilizzando (50) e il cambio di variabile y = 1/x abbiamo
x +

lim

arctan x arctan(1/x) arctan y = lim = lim = 1, + x + y 0 1/x 1/x y

(51) Il limite notevole (3.98) della Sezione 3 esprime il fatto che per x + la funzione logaritmo ` e innita di ordine inferiore ad ogni potenza del suo argomento, mentre la funzione esponenziale ` e innita di ordine superiore ad ogni potenza del suo argomento, come chiarito da (3.99) della stessa sezione. Interessantemente, la (3.100) dice che per x 0+ log x x log x = 0, x ossia che anche per x 0+ il logaritmo ` e innito di ordine inferiore ad ogni potenza del suo argomento. Il risultato seguente illustra uno dei principali metodi di calcolo degli ordini di innitesimo. Proposizione 5.4. Se f : (a, b) R ` e derivabile n volte in x0 ed inoltre allora f ` e innitesima di ordine n in x0 . f (x0 ) = f (x0 ) = = f (n1) (x0 ) = 0, f (n) (x0 ) = 0,

il che mostra che f (x) 1/x e che quindi f ha ordine uno.

Dimostrazione. La formula di Peano in questo caso si scrive f ( x) = f (n ) ( x 0 ) (x x0 )n + o ((x x0 )n ) , n!

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Analisi Matematica 1

cosicch e

f ( x) f (n) (x0 ) o ((x x0 )n ) f (n ) ( x 0 ) = + = 0. ( x x0 ) n n! ( x x0 ) n n! Pertanto f (x x0 )n , come volevasi. Esempi.

(52) Vogliamo determinare, al variare del parametro in R \ {0} , lordine di innitesimo per x 0 della funzione f (x) = (1 + x) cos(x) x . Scriviamo innanzitutto (1 + x) = e log(1+x) e utilizziamo gli sviluppi di McLaurin di cos x , ex e log(1 + x), ottenendo: 1 1 f (x) = 1 + [ log(1 + x)] + [ log(1 + x)]2 + [ log(1 + x)]3 + o(x3 ) 2 6 1 1 ( x ) 2 + o ( x 3 ) x 2 2 1 2 1 3 1 2 1 3 2 3 3 x x + x + o(x ) = 1 + x x + x + o(x ) + 2 3 2 2 3 3 3 1 2 1 3 1 3 2 3 + x x + x + o ( x ) 1 ( x ) + o ( x ) x 6 2 3 2 2 1 2 1 3 1 2 3 2 3 = 1 + x x + x + o(x ) + x 2 x x + o(x ) 2 3 2 2 3 1 + x 3 + o ( x 3 ) 1 ( x ) 2 + o ( x 3 ) x 6 2 1 = ( )x2 + (2 3 + 2)x3 + o(x3 ). 2 6 Se = 1/2, f ` e innitesima di ordine 2; se = 1/2, f ` e innitesima di ordine 3.

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FORMULE DI TRIGONOMETRIA Relazioni tra funzioni goniometriche (sin x)2 + (cos x)2 = 1 (sin x)2 = (tan x)2 1 + (tan x)2 (cos x)2 = 1 1 + (tan x)2

sin( x) = sin( + x) = cos x 2 2 sin( x) = sin( + x) = sin x Formule di addizione e sottrazione sin( + ) = sin cos + cos sin cos( + ) = cos cos sin sin tan( + ) = tan + tan 1 tan tan

cos( x) = cos( + x) = sin x 2 2 cos( x) = cos( + x) = cos x sin( ) = sin cos cos sin cos( ) = cos cos + sin sin tan( ) = tan tan 1 + tan tan

Formule di duplicazione e bisezione sin(2x) = 2 sin x cos x x x 1 + cos x 1 cos x = = sin , x (0, 2 ) cos , 2 2 2 2 x 1 cos x 1 cos x sin x tan = = = , x (0, ) 2 1 + cos x sin x 1 + cos x x Formule parametriche ( t = tan( )) 2 2t 1 t2 sin x = cos x = 1 + t2 1 + t2 Formule di prostaferesi + sin + sin = 2 sin( ) cos( ) 2 2 cos + cos = 2 cos( tan tan = + ) cos( ) 2 2 cos(2x) = (cos x)2 (sin x)2 x ( , )

tan x =

2t 1 t2 + ) sin( ) 2 2 + ) sin( ) 2 2

sin sin = 2 cos(

cos cos = 2 sin(

sin( ) cos cos

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LIMITI NOTEVOLI sin x =1 x 0 x lim lim ex 1 =1 x 0 x x 1 lim 1 + =e x x ax 1 = log a, x 0 x lim a>0 1 cos x 1 = 2 x 0 x 2 lim log(1 + x) =1 x 0 x lim loga (1 + x) 1 = , x 0 x log a lim (1 + x) 1 = , x 0 x lim a > 0, a = 1 R.

DERIVATE d sin x = cos x dx d cos x = sin x dx d 1 tan x = 1 + (tan x)2 = dx (cos x)2 d x = x 1 dx d x e = ex dx d 1 log x = dx x d sinh x = cosh x dx d 1 arcsin x = dx 1 x2 d 1 arccos x = dx 1 x2 d 1 arctan x = dx 1 + x2 g ( x) d f (x)g(x) = f (x)g(x) g (x) log f (x) + f ( x) dx f ( x) d x a = ax log a dx d 1 loga x = dx x log a d cosh x = sinh x dx

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SVILUPPI DI TAYLOR 1 2 1 3 1 4 1 x + x + x + + xn + o ( xn ) 2! 3! 4! n! 1 2 1 3 1 4 1 n log (1 + x) = x x + x x + x + o (xn ) 2 3 4 n 1 3 1 5 1 7 1 sin x = x x + x x + x 2n 1 + o x 2 n 3! 5! 7! (2n 1)! 1 1 1 1 2n cos x = 1 x2 + x4 x6 + x + o x2n+1 2! 4! 6! (2n)! 1 tan x = x + x3 + o x4 3 1 arctan x = x x3 + o x4 3 1 1 1 1 + x = 1 + x x2 + x3 + o x3 2 8 16 ex = 1 + x +

Bibliograa
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