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CAPITOLO 1 I treni. Odio i treni. No, non vero, in realt mi stanno del tutto indifferenti.

. Alla ricerca spasmodica di uno stile di vita che possa favorire la mia pigrizia, non sono abituato minimamente ai lunghi spostamenti, quindi io e il treno siamo stati esattamente degli sconosciuti per moltissimi anni, e la cosa mi andava anche abbastanza a genio, cos a pelle. Di certo il treno non ci metteva del suo a risultare affascinante ai miei occhi, vuoi per quel sinistro rumore di freni, invitante come lincontro amoroso tra una lavagna e delle unghie, sia per quella placida partenza che inizialmente risultava come un inavvertibile senso di nausea allaltezza delle tempie, per poi trasformarsi in una lunga digressione tra il mio culo e il cesso. Inoltre le rare volte che presi il treno per qualche spostamento sempre troppo lungo, venivo da qualche storia damore finita male, e il treno stesso era la metafora vivente di quella che era una lunghissima corsa verso i binari dellangoscia, una gabbia sparata a grande velocit con un piccolo me circondato da una serie di orribili e peggio assortiti individui che, per forza di cose o sfiga, dovevano prendere quella stessa giornata il treno con me. Cos mentre le righe di Niente storie damore mi tenevano ironicamente compagnia, scappavo dallultima storiella finita ammerda, in cui la donna che avevo ferito questa volta era stata abbastanza forte da reagire sottolineandomi quanto poco fossi uomo, quanto fossi bastardo, schifoso, stronzo e menefreghista. Ma ovviamente per lei ero del tutto indifferente. Wow, la coerenza il tuo baluardo, eh dolcezza? Pensai che tutti i torti non gli aveva, ed in effetti ragionandoci su mi ero comportato proprio da bastardo, schifoso, stronzo e menefreghista. Per fortuna il menefreghismo mi permetteva di convivere con gli altri tre difetti senza rimorsi. Poggiai il libro sul sedile accanto al mio, e mi misi ad osservare con la coda dellocchio il tizio seduto davanti a me, un ragazzotto della mia et con il visino pulito e una maglietta con suscritto Ive wanted to be a gangster che stonava con la sua espressione scialba come avrebbe stonato un mandolino ad un concerto metal. Non erano male nemmeno le tette della tizia accanto dallaltra parte del vagone, una quarta ad occhio, che a stento veniva coperta da una polo rosa. La tizia si era tatuata una S sul polso, e aveva laria un po snob, di chi abituata ad uscire vestita da capi firmati ed alla moda per prendere laperitivo in qualche locale chic del centro. La osservai per qualche secondo, mentre era intenta a placare lappetito smozzicando famelica ci che restava di quelle che un tempo potevano definirsi unghie. Doveva avere un appetito mostruoso, o le sue unghie erano davvero una prelibatezza. Risi. Accesi liPod, cercai i Pink Floyd e chiusi gli occhi sulle prime note di Atom Heart Mother. Cazzo di geni, e quella mucca mi dava proprio un senso di pacatezza. Scivolai nel sonno. CAPITOLO 2 Lauto arrancava anche nel rettilineo, ma per essere una panda vecchia di ventanni ormai fuori produzione, e soprattutto per essere una FIAT vecchia di ventanni fuori produzione, potrei dire che era quasi un cavallo di razza. Beveva pi di un tedesco allOctoberfest, ma meritava rispetto perch nonostante mancasse di poco ad essere mia coetanea, circolavano voci e leggende su di essa degne delle migliori storie della mitologia classica. Come quando si ribalt per una curva troppo allegra, ed un pastore mezzo assassino, mezzo no, che passava per quei lidi fosse riuscito a rimetterla apposto con le sole braccia.

Nonno racconta sempre di questo tale con un misto di orgoglio e solennit, sottolineando come, pare, avesse ammazzato lamante della moglie infedele. Quando si tratta di morti e faccende donore, nonno sempre orgoglioso. Lauto si trovava a suo agio tra le strette curve di montagna, e in poco tempo attraversammo i due paesini che ci separavano da casa. Era la sensazione pi strana e naturale del mondo. Nei paesi il tempo non passa mai. Rimangono sempre uguali a se stessi, nonostante tutto. Eccomi l in unauto da guidatore, dopo ventanni in cui ero stato il passeggero, attraversare quei lidi che ho sempre sbirciato senza un volante davanti, mentre mio padre sulla sinistra parlava di qualcosa, mai saputo cosa, con mia madre. Ora ero io a portare la Panda lungo quei tragitti, e sembrava che il tempo fosse passato solo per me. Lo stesso silenzio, le stesse case, gli stessi cani che camminavano adagio ai lati della strada. Le panchine sempre piene di quei vecchietti che pare vivano tutto il giorno con lo scopo di fumare una pipa e parlare di chiss cosa con altri vecchietti, tutti con lo stesso hobby dei baffi o dei capelli curati, con quei vestiti dai colori smorti e le ciabatte pure in inverno inoltrato. O il trillo di quei campanelli montati sulle biciclette rosa delle ragazzine, ci sono sempre le ragazzine nei paesi, quelle che amano gli animali, che hanno un futuro roseo come gattare per poi trovare lavoro da qualche parte nel nord, e lasciare vagante un posto, un ruolo, che verr presto preso dalla figlia di qualche altra paesana, anchessa con la bicicletta rosa e lamore per gli animali, anchessa magari tracagnotta e dalle gote rosate e il sorriso sdentato. E come attraversare una vecchia foto, come vivere ogni giorno la stessa identica giornata, ci si accorge che esiste il tempo solo quando ormai il volto una raggrinzita smorfia rugosa, la voce roca impastata da anni di fumo, e ci si ritrova la sera a raccontare le stesse storie alle stesse facce, come un rito sacro da compiere, un ruolo affidato da chiss quale destino. Mi sono sempre chiesto di cosa vivessero quei vecchietti che mogi mogi stavano l a fumarsi la vita, di cosa parlassero in quellunico pub, cosa avessero da dirsi di differente da quello gi detto il giorno prima. Ma ero nato in citt, certe cose non le potevo proprio capire. Casa dei nonni era oggettivamente un cesso, una sorta di grosso cubo grigio di cemento, proprio per questo ladoravo. Mi piaceva tantissimo quellidea di calore, di pacatezza che riusciva a trasmettermi. Lievemente fuori dal centro di quel buco di paese, per molti sarebbe stato un posto noiosissimo, e lo era davvero. Eppure aveva la qualit magica che trovavi solo nei film Disney di farti rilassare e sorridere come un ebete, di farti godere ogni minimo attimo di pace. Un buco di paese dimenticato da Dio. E si stava da Dio. Anni fa partii col mio migliore amico al nord, al suo paese. Un altro buco dimenticato da ogni divinit pagana e non, in cui crogiolarsi, rilassarsi e godere per ogni minima cazzata. Erano due paesini ai capi opposti della nazione, Nord e Sud, eppure trasmettevano la stessa identica sensazione, avevano la stessa identica aura, come se non fossero distanti migliaia di chilometri. Pensai che non era una coincidenza. Si sta benissimo proprio in quei posti che Dio ha dimenticato. CAPITOLO 3 Tom Cruise non se la passava bene. Non se la stava passando affatto bene. Non tanto per il fatto che avesse perso un figlio, che gli alieni avessero sterminato met della popolazione mondiale, nellessere un reietto senza cibo ne acqua. Quanto per la bambina frignona che si portava dietro come uno zainetto. Cazzo odio quella bambina. Che cazzo piangi? Ma non lo vedi che stiamo nella merda? Non solo uninvasione aliena, ma pure te che piangi. Non sei di aiuto se piangi. Non servi a nulla se piangi, lo vuoi capire? Pubblicit.

Tom Cruise avrebbe avuto cinque minuti di pausa dalla bambina demonio. Mi alzai, aprii il frigorifero e presi una birra. Peroni. La stappai con laccendino, e osservai quella sigaretta solitaria posata sul gelido tavolo simil-marmo che aspettava paziente il suo turno per essere consumata. Avrebbe dovuto aspettare ancora un po. La birra fece il suo effetto. Come uno di quei magici intrugli delle favole che guariscono le ferite mortali in un solo sorso, la birra aveva il potere misterioso di cicatrizzare per qualche istante tutte quelle ferite che non perdono sangue ma fanno ugualmente male. Stavo bene, erano le undici spaccate, avevo una birra, la tv accesa con un film tuttosommato vedibile, una sigaretta che mi aspettava diligente. Mi sentii per la prima volta in tutta la giornata a mio agio, come se dovessi essere al posto giusto nel momento giusto. Stavo davvero bene, cazzo! Tom Cruise riprese la sua corsa verso la salvezza, nascosto in un lugubre sgabuzzino. Lottava con un ciccione, senza fare rumore per non farsi scoprire dagli alieni. La ragazzina grazie a Dio stava muta. E gli alieni erano davvero brutti. Mi ritrovai a pensare a Leonardo. Leonardo era un personaggio che sarebbe stato carismatico nelle pagine di un Tex o di un Nathan Never. Era una di quelle persone che a incontrarle per strada non gli davi due lire, o forse gliele davi per compassione. Sembrava una versione grottesca di Lucio Dalla, con sandali e capello bianco. Gestiva un pub di quelli vecchi, logori, con laria che sapeva di chiuso, muffa e fumo. Uno di quei pub infrattatissimi nel centro delle vie romane, in quel labirinto di case e casupole antiche in cui ti aspetti di trovare qualche spacciatore. E invece ci trovi Leonardo, un enciclopedia ambulante sulla storia umana, un motociclista di quelli che si veste, prende e parte in moto fino in Russia, un musicista dalla cultura imbarazzante. Un bambino che aveva agevolmente saltato tutti gli ostacoli nella corsa per diventare uomo senza inciampare, attraversando il traguardo in cui si realizzano i propri sogni coi minimi compromessi. Per noi ragazzi in cerca di un posto tranquillo in cui fumare e bere, il pub di Leonardo, Dog and Duck, era diventato nel giro di poche settimane un punto di ritrovo obbligatorio. Fuori mano da dove abitavamo ci consentiva di chiuderci allinterno del nostro mondo, avere un locale solo per noi, per i nostri schiamazzi, i nostri deliri, le nostre bestemmie e le nostre storie. Rare volte cera pi di unaltra persona in quel pub, e la cosa ce lo faceva quasi sentire nostro, un piccolo santuario di fumo e birra, un antro personale di peccati. Era lesatta idea che avevo sempre avuto di quello che sarebbe dovuto essere il mio pub dei sogni: piccolo, intimo, con musica dannatamente buona e semisconosciuta, pareti piene di storie da raccontare, loghi, disegni, foto, barzellette, macchie, striscioni, regali, spartiti, strumenti, bottiglie, bicchieri, insomma era la storia della vita di un uomo, la sua passione per la musica, la birra e le moto. Niente luci soffuse, neon, cameriere in minigonna. Era un pub per chi amava i pub. E la birra ovviamente. E la birra di Leonardo era la miglior birra del centro Italia, cos diceva lui. Non lo so se fosse vero o se fosse una cazzata, ma non ne assaggiai di simili ovunque andai. Mi chiesi sempre come faceva Leo a campare con cos pochi clienti, e scoprii ben presto che il suo giro era molto pi largo di quanto immaginassi. Evidentemente di gente con un minimo di buon gusto, a scavare tra la merda, la si trovava. CAPITOLO 4 Era mezzanotte ed avevo finito la birra. Un lieve senso di malinconia cercava di farsi strada tra i pensieri, cos decisi di aprirne unaltra e soffocarlo prima che creasse qualche danno irreversibile, ma mi torn in mente il libro letto quella mattina e capii che la strada per lalcolismo non era ne ripida ne lunga, e che quindi dovevo godermela con calma. Puttane vestite in pelle con tacchi vertiginosi piangevano di fronte a mezza italia. Non era vero che la TV era diventata una merda. Era lessere umano che col tempo assumeva le sembianze marroni e puzzolenti di un tocco di stronzo.

La TV si adattava al cambiamento, in maniera del tutto legittima e spesso molto raffinata. Mi facevano pena le ragazze che volevano sfondare col proprio talento, presentandosi in diretta vestite come troie. Era come se andassi a fare un esame totalmente nudo da un professore gay, sperando che mi guardi negli occhi e ascolti le mie ineguagliabili propriet lessicali nel discorrere delle capacit termoigrometriche del calcestruzzo o del poliuretano espanso. Finiva cos, volevano sfondare col loro talento, venivano sfondate dal produttore in un camerino. In realt non ce lho con le donne. Anzi le donne le adoro. Mi piacciono tantissimo, quando sono nude nellatto di fare lamore, soprattutto se il soggetto dei loro desideri in quel dato frangente sono io. Per di contro, ho sempre pensato che luomo e la donna siano due frequenze distinte, che non riescono mai a sovrapporsi. Uno pensa che i ruoli siano la manifestazione del maschilismo storico della civilt umana maschile, o del femminismo ipocrita della civilt umana femminile, ma col tempo e una buona dose di cinismo e disillusione sei abbastanza sobrio da valutare le cose come in realt sono. Dallesterno. Dei ruoli, e se li sai giocare tutti sono contenti, e tutti hanno quello che vogliono. Luomo stronzo insensibile, quello dolce e raffinato, quello menefreghista ma dallanimo buono. La donna fredda e dominatrice, quella che crede al principe azzurro in maniera ingenua, quasi tonta, la disadattata che non sa nemmeno lei cosa vuole dalla vita, il ciccione texano col cappello, stivali e cadillac. Ah no, peccato lui non c, era lunico carismatico nellallegra combriccola. Funziona che una mattina ti svegli, e capisci che non ti sta stretto il ruolo, ti sta stretta la verit di essere imprigionato dentro un personaggio che nel teatrino della vita ha dato tutto e continua a dar tutto nelle mille facce, mille storie, mille contesti sempre uguali a se stessi in giro per il mondo. Che delusione. La colpa era di entrambi i sessi. Nessuno si sforzava a capire laltro, ognuno tendeva a prevalicare coi propri difetti, le proprie paure, le proprie ossessioni. Ho visto donne incazzate che non volevano sentire ragioni, ed al tempo stesso volevano sentirle, sapendo che erano comunque tutte sbagliate e certamente non degne di essere ascoltate. Uomini tradire e abbandonare quelle donne che ti capitano una volta nella vita se sei fortunato, quelle che finch ti amano darebbero letteralmente la vita per te. Pensai che la donna ha molto pi potere delluomo, e chi crede il contrario uno stupido o non ha mai visto una fica nemmeno di sfuggita. E che luomo maschilista perch teme questo potere. E la donna femminista perch, cazzo, le fa comodo eccome. CAPITOLO 5 Mi resi conto che la paziente attesa per la sigaretta era stata ripagata perfettamente. Entrava di diritto nel secondo posto della mia top ten delle sigarette mai fumate. Sul terrazzo, il silenzio era cos gelido da sentire il crepitio del tabacco ad ogni avida boccata di fumo. Davanti a me la macchia nera del cielo incontrava quella della terra in un tuttuno intervallato da qualche flebile lucina allorizzonte. Sulla destra si stagliava maestosa la torre della vecchia chiesa del paese, illuminata di quel giallo che trasuda storia. Si stava bene. Il terrazzo era freddo, pulito, e piacevole al contatto coi miei piedi scalzi. Mi piace camminare scalzo, quando per terra pulito. Pass un aereo da qualche parte, il rombo greve e pesante che circondava la notte. Non lo vidi. Ripensai alla migliore sigaretta della mia vita. Ero sempre in un paese, ero sempre in montagna, ero sempre con quellamico ed era sempre quella famosa vacanza al nord. Avevamo raggiunto la cima di una montagna che si trovava di fronte a casa sua. Ci volle unora per arrivarci in macchina, e mezzora per trovare, a piedi, un posto adatto a godersi lo spettacolo della valle estiva. Ricordo sotto di noi un mare di verde, il torrente che tagliava la valle a met come un graffio sottile che spaccava la terra. Le nuvole erano sotto di noi, un timidissimo ruscello spezzava il silenzio di quel territorio appartenuto agli alberi, tanto tempo fa. Chiazze di vita dipingevano di

scuro piccole porzioni di quel tappeto di foglie, tronchi e arbusti, connesse tra loro dai sottili filamenti grigi dellasfalto. Pi che paesini erano agglomerati di case sparpagliate alla rinfusa. Prendemmo tabacco, filtri e cartine, e girammo le nostre sigarette. La mia faceva schifo a vedersi, ma era fumabile. Fumammo in silenzio, in religioso rispetto davanti a tutto quel ben di Dio. Solo il ruscello poteva permettersi di far sentire la sua voce in quellangolo di paradiso. Mio padre dice sempre che la pi brutta cosa al mondo ritrovarsi soli, ma che la migliore cosa al mondo ricercarsi soli. Concordo. La solitudine, quando voluta, fa sapersi apprezzare. Guardai la sigaretta. Era bruttina e puzzolente. Vengo da una famiglia di fumatori che sanno quanto sia brutto il vizio del fumo. Grazie a Dio, a differenza loro, non sono mai stato sopraffatto dal carisma della nicotina. Ci prova a convincermi, ma non cedo. O meglio, non le do le dovute soddisfazioni. Essendomi sempre considerato un amante dei piccoli vizi, me li concedo ogni tanto, ogni tanto spesso, ma quello del fumo giusto rare volte al mese. Ci sono delle circostanze in cui il fumo, o lalcol, sono dei coronamenti eccezionali per qualche avvenimento raro ed giusto cedervi. Ma ripeto, sono occasioni mensili. Quelle del fumo. Lerba no, quello un altro discorso. Quella anche una volta lanno. Ma semplicemente perch essendo noi un gruppo di studenti senza arte ne parte, preferiamo investire il denaro in qualcosa di pi soddisfacente che non sia fumarselo. Che in realt una digressione pi o meno contorta per affermare che siamo schifosamente poveri. Decisi di andare a dormire. Lindomani avrei preso il pc, avrei acceso autocad e avrei iniziato a mettere a posto quello che era obbiettivamente un progetto brutto, bruttissimo, che mi avrebbe fruttato a dir tanto un venticinque, allesame. Esame che avrei avuto fra una settimana, manco. Mi riducevo sempre allultimo, avevo il potere di fregarmene dello studio finch non fossi stato letteralmente sommerso dalla merda. Ma avevo anche il talento di dare il massimo sotto stress, e la cosa, almeno alluniversit, aveva funzionato abbastanza bene e mi andava bene cos. Non ero un perdigiorno, anzi, studiare spesso mi piaceva. Solo che cerano altre cose che mi piacevano di pi. Avevo dato moltissimo in questo progetto, ma al tempo stesso ero perfettamente consapevole che il professore era una famosissima testa fallica, e misi sin da subito il cuore in pace riguardo il voto. Non che non ci tenessi sia chiaro, ma spesso per andare avanti bisogna avere le palle di ingoiare il boccone e spegnere per un secondo il file dignit sempre troppo attivo nel nostro cervello, e sapevo che questo era uno di quei purtroppo non rari casi. Mi era successo gi un paio di altre volte durante luniversit. Ora, non mi ritengo di certo la massima espressione dellintelligenza umana ma nemmeno la pi stupida delle amebe ed a differenza di molti studenti convinti in qualche sorta di Karma, o giustizia divina, o sentimento nel cuore del professore di turno, sapevo chi aveva il coltello dalla parte del manico. Ero molto bravo a capire i ruoli che qualcuno veste nella vita e quello di schiavo e padrone non si era estinto durante il corso della storia, si era evoluto in quello che a tutti gli effetti il rapporto tra studente e professore. Quindi fin da subito capii che spesso e volentieri chinare il capo, urlare sissignore e ubbidire ciecamente era la sola e unica possibilit di andare avanti, anche senza le dovute onorificenze del caso. Non che mi interessassero le onorificenze del caso. Preferivo di gran lunga la passera. CAPITOLO 6 Ognuno ha un talento naturale. Il mio dicevano fosse il disegno. Ero bravino a disegnare si, ma il mio talento pi grande era di gran lunga pisciare. Ero bravissimo a pisciare. Cazzo ero un campione. No davvero, se avessero fatto un campionato mondiale di piscio avrei vinto la medaglia doro a mani basse. Avevo un getto regolare e uniforme, non disperdeva gocce a muzzo e riuscivo a mirare

con disinvoltura nel cesso. Eppoi cera il brivido della pip, una delle rare cose per cui vale forse la pena essere uomini. Ero orgoglioso della mia pip. Aveva pure un bel colore, cristallino. Potevo imbottigliarla la mia pip. Non lo feci per. Pensai che la cosa migliore per adesso sarebbe stata godersi laria di montagna cos mi stesi sulla sdraio di nonno. Cigol. Laria odorava di libert e calma, gli anziani nonni mi lasciavano lo spazio per fare tutto quello che volevo. Mi sentivo in vacanza dalla vita? No, mi sentivo come se stessi finalmente lavorando a qualcosa coi miei ritmi e senza palle al piede, ed andava bene cos. Ripensai a qualche settimana prima, la nostra vacanza allElba. Eravamo in sei, quattro esponenti del sesso macho singol, gonfi di ormoni e speranze verso qualche straniera dai modi disinibiti, e una coppietta. La coppietta era composta dal quel famoso amico della sigaretta e dalla sua donna, ovviamente. Portarsi una donna in vacanza sempre un rischio, portarla con altri quattro uomini arrapati era un suicidio. Fortunatamente eravamo abbastanza ingrifati e abbastanza patetici da dedicarci al rutto ed al peto libero senza remore dinnanzi alla pulzella, e fortunatamente la pulzella stessa era lontanissima dai nostri ideali di bellezza sexy. Decidemmo lElba perch ci sembrava bella, accessibile, con spiagge e mare da favola, piena di vita giovine e nemmeno troppo distante. Venivamo da una vacanza precedente in cui le spiagge erano macigni acuminati e cercavamo quella sabbietta fine fine che lascia la forma della pancia quando ti sdraiavi al sole. Trovammo la casa distante trenta metri dal mare, e felicissimi notammo subito che la spiaggia era esattamente una di quelle splendide spiagge mediterranee con la sabbietta fine fine come pugni e piena di macigni acuminati. Avevamo lasciato a Roma la vita notturna dei pub e della nullafacenza per approdare sulle coste dellElba in cerca di una vita notturna dei pub e della nullafacenza. Scoprimmo presto che la maniera migliore per passare il tempo era dedicarsi anima e corpo al gioco delle carte, briscola e tresette, e in pochissimi giorni divenimmo tutti dei campioni al livello olimpico. Segni, finte, carichi buttati in maniera tattica, sottilissimi giochi psicologici per spronare lavversario allerrore, infiniti turni di logoramento delle strategie nemiche. La briscola divenne presto uno stile di vita, noi mutammo in un gruppo di giovani che a petto nudo, mezzi abbronzati con la sigaretta in bocca e i capelli unticci di acqua e salsedine si scambiavano occhiatacce, davano consigli, speravano nella perdita umiliante della squadra avversaria. Anche il mare non era lo stesso senza la briscola. Dopo il bagno bisognava giocare, il pomeriggio bisognava giocare, dopo cena bisognava giocare, a notte fonda bisognava giocare. Questo perch facemmo un enorme errore di valutazione: lElba si dimostr essere la meta turistica per quella famigliole felici della Mulino Bianco che passano lestate sulla spiaggia, spezzano a pranzo il pane col sorriso e con i cerbiatti che mangiano dalle loro mani. La vagina cera, e se cera era lontana, in discoteca, e molto snob. Noi non eravamo snob, non amavamo la discoteca, ma siccome un pelo di figa tira pi di un carro di buoi, era cosa buona e giusta la sera andare in quei luoghi frequentati da donne succinte, vestiti in camicia sperando nel miracolo divino di qualche ragazza che ci fermasse e, con molta premura, tastasse il nostro palato con la sua lingua per esaminare che avessimo tutto al posto giusto. La discoteca un luogo ambiguo, totalmente al di fuori dalla mia idea di divertimento. Cerano questi tizi vestiti in maniera improponibile che cercavano di elemosinare un bacio, una palpata, un pompino da una qualsiasi delle ragazze che stavano l, incuranti se fossero belle stangone o informi palle di grasso. Questi casanova avevano per la maggior parte delle volte la classica faccia da cazzo che sogni di prendere a sberle per tutta la vita, quegli occhietti chiusi in sguardi furbi e maniaci. Mi dava fastidio la gente, la musica di merda sparata a tutto volume, quel casino di corpi sudati che si strusciavano, lalcol, la droga, lo sballo in generale. I nostri faticosi sforzi per conquistare lagognata pesca pelosa erano perlopi timidi e goffi, tornavamo la sera a casa a raccontare storie il cui finale vedeva sempre la protagonista fuggire con la faccia schifata verso il viscido di turno.

Eravamo bravi ragazzi, avevamo le facce pulite, la discoteca non era il nostro habitat naturale. Tornavamo a casa e davamo sfogo al nostro gene della vecchiaia, curvi, silenziosi, con le carte in mano e le occhiate sfuggenti, movimenti impercettibili, urla e risa di gioia, o estreme rosicate dopo giocate perdenti. Le giornate volarono letteralmente via, il giorno dellarrivo sembrava distante solo poche ore dal giorno della partenza. Comprai un fascio di volumi di Milo Manara, un braccialetto per mia sorella e ci imbarcammo sul traghetto, cercammo un tavolino, ci sedemmo e tirammo fuori le carte. CAPITOLO 7 Driiin driiin. Chi ? Babbo natale O Fra, sei tu Si sono io. Che domanda del cazzo, ci siamo sentiti due ore prima, ti avevo detto che sarei venuto due ore dopo, chi ti aspettavi? Milena era entrata di prepotenza nella mia vita con la delicatezza di un elefante sbronzo in una cristalleria. Era una di quelle rare ragazze che non riesco a immaginare dotate di vagina, e che quindi ha tutte le caratteristiche buone per diventare unamica senza doppi fini. La zingara, cos lavevamo battezzata il primo anno di corsi, a causa di quel suo modo di vestirsi al limite del ridicolo e del barbone, mi stava inizialmente sui coglioni. Durante il corso di matematica avevo scarabocchiato una caricatura di lei vestita da Darth Maul, un tizio di guerre stellari con la pelle rossa, visto lhobby che Milena aveva di truccarsi gli occhi di quel bord vivo che faceva quasi impressione. Lei mi rimand un foglio in cui cera un bellissimo schizzo di me che facevo un pompino sotto la cattedra al professore di matematica. Inizi cos la nostra amicizia. Milena era la causa principale del mio amore verso il caff, dei miei pomeriggi passati col pc aperto davanti sperando che il progetto si finisse da solo mentre noi parlavamo dei fatti nostri. Ormai le donne vergini non esistono pi Fra, bisogna accontentarsi delle vergini anali amava ricordarmi. Era spigliata, ai limiti del grezzo, a volte rozza e schifosamente maliziosa. Viveva da sola con la sorella che non cera quasi mai, quindi ogni giorno andavo a trovarla a casa con la scusa dello studio, per permettermi quel tenore di vita a cui non potevo di certo ambire nel mio appartamento, coi miei genitori avvoltoi sempre pronti a sottolineare quanto fossi nullafacente e come pretendessi di andare avanti nella vita senza studiare. Erano bravissimi a farmi saltare i nervi, avevano una laurea per farmi saltare i nervi, guadagnata nei cinque anni che passai al liceo cercando di farmi promuovere senza sforzi per potermi godere gli anni migliori. Avevano ragione, ero stato per anni un perditempo, ma cos come erano ormai ricordi quegli anni, erano anche per loro ricordi i miei scarsissimi risultati accademici. Capii col tempo che a loro non bastava vedermi andar bene, volevano anche vedermi studiare per andare bene. Non ci saremmo mai presi. Gli volevo bene alle vecchie ciabatte dei miei genitori, quindi chiudevo spesso un occhio quando mi accorgevo dei loro discorsi, delle loro occhiate, i movimenti, gli sbuffi, insomma tutti quei comportamenti che celavano, male, la loro maratona costante e inevitabile verso una vecchiaia allinsegna della demenza senile. Iscrivermi ad architettura fu una manna sacra. Era esattamente la facolt per me, premiava i miei sforzi minimi con i massimi risultati, grazie alla mia verve creativa ed alla capacit che avevo di elaborare idee pi o meno originali e schifosamente brutte. Ero un grande paraculo, ma andava bene cos. Non che mi mancasse avere responsabilit, era piuttosto un vago senso di apatia verso lo studio cos comera in Italia, o almeno in piccolo, nella mia facolt. Gli italiani non premiano la meritocrazia, premiano la furbizia, invidiano chi ha il potere di ottenere tutto senza muovere un dito magheggiando spesso sottobanco. Ecco perch avevamo il nano al governo.

Non ero cos, prendevo il lavoro molto seriamente. Trovai presto lavoro come architetto da Massimo, un amico di mio padre, ed ancor prima di mio nonno. Massimo ebbe la premura di inoltrarmi in quello che era il suo studio senza umiliarmi, trattandomi alla pari sin da subito con la curiosit di vedere cosa fossi in grado di fare. Ovviamente non ero in grado di fare un cavolo, dubito sarei riuscito a creare un castello di sabbia che stesse in piedi. Per ci mettevo tutto me stesso per fare ci che voleva come voleva, ero curioso, domandavo, eseguivo, chiedevo, insomma gli rompevo il cazzo e lui voleva che glielo rompessi. Pensandoci sono stato estremamente fortunato a incontrare Massimo. Oltre ad avere unoccasione che, diciamocelo, la maggior parte degli studenti di architettura, etero e non, avrebbe dato il culo per avere, ero riuscito subito a stargli in simpatia, non so come, non so perch. Forse perch lo capivo. Forse gli ricordavo la sua giovinezza. Massimo aveva laspetto di un minatore dei primi anni dellottocento, barba bianca e capelli lunghi folti, intrecciati in un groviglio uniforme spezzato solo dal suo sguardo burbero e da un naso aquilino che troneggiava comodamente tra le rughe del viso. Col cuore rosso e la voce roca, me lo immaginavo ragazzo con la maglia del Che mentre consumava gli anni migliori inseguendo le donne tra uno spinello e laltro. Era invecchiato bene, aveva lo sguardo acceso e vivo di chi ha sempre da fare, il cervello troppo occupato per permettersi di decomporsi alla stessa velocit del corpo. Scendeva sotto i portici con due cani, due huski simpatici come una sequoia nellano, e si fermava a parlare con mio padre delle cose pi disparate, come cambiare casa, cambiare studio, cambiare vita, il governo ladro, il lavoro ladro, lassistente ladro, i ladri ladri. Parlava con questo suo vocione baritonale roco, imponente, bestemmiando una volta si e laltra pure, spiegando progetti di vita, maledicendo persone, cose, animali. Aveva un talento immenso per fare larchitetto e nel giro di pochi mesi imparai pi cose da lui che in tre anni di universit. Non che i professori alluniversit insegnassero qualcosa, sia chiaro. E se insegnavano qualcosa, spesso e volentieri non mi interessava. Preferivo di gran lunga la passera. Ma lho gi detto. CAPITOLO 8 La passera la conobbi relativamente presto, a quindici anni. O meglio, ebbi con lei uno sfuggevole ed impacciato discorso ma non conclusi nulla di che. Fu due anni pi tardi che io e lei diventammo i migliori amici del mondo, e capii col tempo che non avrei dovuto faticare troppo per averla. E non certo perch fossi un adone, ma con qualche ragazza alle spalle e un menefreghismo smisurato quasi quanto il mio ego, riuscivo bene o male a non restare a secco per troppo tempo. E poi ero curioso. Non avevo grandi vie di mezzo, mi muovevo tra relazioni lunghe o piccole avventure piccanti, non sapevo bene cosa cercare. Credevo nellamore come estrema miscela incontrollata di affetto, fiducia e stupidit, e cercavo di starne lontano perch non mi andavano a genio gli estremi. Ovviamente ci cascai un paio di volte, e mi and benissimo cos. Non ero sempre stato cos disilluso, anzi. Si dice che un cinico spesso un romantico frustrato, ed in effetti per me era vero, anche se nel mio caso non si trattava tanto di esperienza, quanto di vocazione. Da bambino ero timidissimo, schivo e taciturno, assolutamente negato in qualsiasi tipo di approccio con la donna di turno. Col tempo imparai da solo che era inutile capire cosa volessero le ragazze, e semplicemente me ne fregai. La cosa funzion. Jacopo sedeva davanti a me al ristorante cinese.

Jacopo lo conosco da circa quattordici anni, ho visto pi lui che mia madre. Elementari, medie, liceo insieme, poi le nostre strade si divisero in ingegneria ed architettura. Ci vedevamo quasi ogni sera, e quel giorno, a cena, decidemmo di andare a farci del male al cinese. Ordinai delle squisite polpettine di patate, chele di granchio, spaghetti di soia piccantissimi con maiale tritato. Gli spaghetti di soia facevano davvero cagare. Letteralmente. Quindi lho mollata, sono stato rispettoso e giusto dissi. Sei un mostro No, colpa sua e sua soltanto, non le ho detto io di innamorarsi delluomo sbagliato Sei un mostro. Ti rendi conto che quella povera ragazza dora in poi avr un trauma quando dovr spogliarsi davanti ad un uomo? Tutti abbiamo i nostri traumi replicai mentre losservavo le gambe di una tizia, tre tavoli pi in l Da quanto la conosci? Tre settimane? Due? Ugnia lo corressi a bocca piena. Sei un mostro Accotta ingoiai ascolta, lamore una gara a chi te lo mette nel culo prima, alla fine dei giochi o passi te per stronzo o passa lei per puttana. Fossi in lei mi ringrazierei per averle evitato di passare per puttana. Non credo le cose funzionino cos Io credo di si Ti sei comportato da stronzo. Ribad mentre riempiva il bicchiere di birra. Probabile Quindi meriti un brindisi Al mio magnifico pene Brindammo pieni e felici. Camminavamo per andare a vedere il Maxi. Quel giorno eravamo lo stereotipo vivente dellingegnere e dellarchitetto. Jacopo con camicia bianca dentro i pantaloni, maniche tirate su, cintura di cuoio, jeans perfettamente stirati, sorriso pulito, denti bianchi, capelli corti. Io in maglietta scolorita, jeans larghi e scuciti su pi bordi, calanti e senza cintura, capelli lunghi e scompigliati. Entrambi magri, alti, asciutti, investimmo quel pomeriggio per arricchire la nostra cultura traballante. La mia cultura traballante almeno. Jacopo era sveglio, intelligente e sicuramente molto pi colto di me. Il Maxi si presentava bene. Non cera un cartello con la nostra faccia e la scritta Voi non potete entrare ed infatti entrammo, rasserenati. Era tutto ben pulito, ben tenuto, ben vistoso e molto grazioso. Uno scheletro enorme, di una quindicina di metri, era sdraiato supino sotto il porticato. Aveva il naso lunghissimo, tipo pinocchio, e una matita altissima, una decina di metri, perfettamente bilanciata sulla punta, accanto alla mano destra. Arte. Direi che il primo impatto fu demoralizzante. Ma eravamo giovani e forti, quindi decidemmo di non farci caso e anzi, sperammo che lartista fosse un pazzo visionario a cui avessero permesso di esporre fuori le proprie creazioni onde evitare di infangare il sacro interno della galleria darte. Ovviamente la mostra allinterno trattava di tutte le altre opere del suddetto artista. Camminare lungo un corridoio in cui sono affissi decine di quadri con tizi dallo sguardo severo e dal naso di pinocchio unesperienza astratta, un trip degno dei film di Nolan. Cerano scheletri che portavano a spasso altri scheletri di cani, matite giganti in perfetto equilibrio sulla punta, tavolini in legno di noce perfettamente apparecchiati, un cappello e dei sandali, una palla rossa lievemente deformata da una caduta da tre metri nellistante in cui tocca terra. Questultima, a detta di Jacopo, unopera colossale di importanza dinamica magistrale, sicuramente la sua preferita nella mostra e incapace di essere capita a fondo da un uomo che non studiasse ingegneria o non fosse ingegnere.

Ero felice di non essere ingegnere. Fortunatamente gli altri artisti presenti nella galleria si impegnarono a fondo per non sfigurare accanto al maestro. Cilindri ricoperti da coni arancioni, di quelli che si usano per il traffico, manichini vestiti con abiti e parrucche settecentesche totalmente dipinti di bianco, lampadari acconciati come se fossero stati la casa di un nano, scritte ambigue sulle pareti, quadri enormi con ritratti abbozzati come farebbe un bambino cieco che ha perso le mani. Cagai parecchio quella sera, e per un lungo minuto mi sentii anche io un artista. CAPITOLO 9 Basta nonna, sto bene cos Ti do il gelato? No nonna sto apposto cos, davvero, sono pieno Vuoi le noci? No ti ringrazio nonna, semmai dopo Eh, ormai la nonna vecchia, devi parlare pi forte non sento NONNA NON PREOCCUPARTI, cazzo, STO BENISSIMO, SONO PIENO Eh, ormai sei grande, tu sai cosa vuoi, quando hai fame vai e prendi, tanto sai dove stanno le cose Sorrisi. Lei continu come nulla fosse. La riscaldiamo stasera la pasta. Se hai fame prendi il gelato. Lo vuoi? Ecco te lo prendo Nonna apr il freezer. I nonni erano la manifestazione del teatro del nonsense. Erano premurosi, sordi, lenti, buoni, vecchi, soli, e felici di avermi l davanti come mai prima dora. Tutte queste caratteristiche primarie si mescolavano creando un teatrino di situazioni assurde e prive di ogni logica convenzionale. Capitava di camminare per casa e sentire il telefono squillare, e come se nulla fosse, vedere la nonna spegnere la tv perch Fa rumore fastidioso. E continuare a fare quello che faceva come se nulla avesse disturbato la quiete, mentre il telefono, indifferente, non smetteva di urlare. Ogni tanto nonno posava la Settimana Enigmistica, andava in garage, accendeva la panda, usciva sul vialetto, faceva manovra, rientrava con premura nel garage, spegneva lauto, e con una flemma invidiabile, ritornava a sedersi e riprendeva la Settimana Enigmistica in mano. Per loro ero costantemente affamato, costantemente infreddolito, costantemente assetato, e incapace di qualsiasi minima azione individuale. Se bevevo Coca cola, la sera il frigorifero era pieno di bottiglie, bottigliette e lattine della suddetta, sbucate chiss da dove, chiss come, chiss quando. Se qualcuno si accorgeva che bevevo di tanto in tanto birra, allora toccava alla birra assediare il frigorifero. Quando non mangiavo, nonno mi posava davanti qualche porcheria, noci, pan di spagna, biscotti. Quando non bevevo nonno portava Acqua, Coca cola e Birra, perch Cos decidi te cosa bere, e se hai ancora sete sai dov il frigo, vai e prendi quello che vuoi, per poi riportarmi un altro giro di Acqua, Coca cola e Birra. Le porzioni erano totalmente sballate, spesso pensate per il doppio delle persone effettive, e si spaziava da carne e uova squisite, a biscotti e cioccolatini in confezioni che avevano smesso di produrre nel dopoguerra. Parlare con loro era unesperienza paragonabile ad un bagno nellLSD. Non tanto per i rari argomenti di discussione, come leredit, Berlusconi, il governo, la terra, leredit, la carne di Ninna, leredit, la famiglia, leredit, quanto per la loro sordit e la spassosa capacit che avevano di non capire una mazza di nulla se non a volumi proibitivi, di storpiare il significato di ogni parola, anche la pi semplice, producendo un accozzaglia di frasi di circostanza in cui mi davano ragione senza ombra di dubbio, scoprendo che la causa della mancanza di scope in casa era sicuramente dei ladri al governo, e che la carne di Ninna era la pi buona del mondo.

Mi sedetti sulla poltroncina giusto in tempo per osservare il nonno colpire con la mano aperta il muro, per porre fine alla vita di qualche insetto. Se ne and via e linsetto, che pure lui conosceva bene i nonni, spicc il volo indifferente. Il derby era tra Garnier e Balboa. Non capendoci un cazzo di marche, lessi le caratteristiche magiche dei prodotti. Entrambi fortificanti, entrambi ideali per capelli scuri, entrambi promettevano di regalarmi una capigliatura folta, morbida e a prova di caduta. Fanculo. Come faccio a scegliere, siete tutti e due bravissimi. Siete i campioni degli shampoo, i fuoriclasse dei prodotti per ligene della testa. Qualcuno avr pure un punto debole? Una mancanza? Un additivo che mi provoca la morte? Ideale per capelli grassi. Garnier tir fuori lasso nella manica e mi chiesi se sarebbe riuscito a scavalcare lavversario al fotofinish. Guardai i miei capelli allo specchio: neri, folti, ricci e bagnati. Non avevo ancora aperto lacqua per. Garnier vinse il derby a mani basse. CAPITOLO 10 In tv cera un biondino alto, magro, vestito di classe, bello e affascinante. Mentre i suoi colleghi dellFBI tentennavano a risolvere il caso nonostante luso dei pi assurdi ritrovati tecnologici, il biondino si sbeffeggiava di loro scoprendo lassassino con le sue inimmaginabili capacit mentali, tralaltro a tempo perso, visto che la sua pi grande occupazione sembrava quella di ottimizzare il tempo tra alcolici, feste, macchine di lusso e, ovviamente, vagonate di vagina. Mi alzai, e mi diressi al mio appuntamento notturno col frigo. Era palese che avessi fatto qualche torto disumano al tavolo della cucina perch il bastardo, ghignando, pens bene che mi meritarssi la pi infida delle punizioni e mi calci sul piede. Centro perfetto sul mignolino maledetto. Zoppicai il rimanente tragitto tra parolacce, meditando una vendetta. Aprii la birra, e convenni con me stesso che era il momento giusto per dedicarsi a Zoe Voss. Zoe Voss, questo il suo nome darte, era una modella ventenne che aveva avuto la vocazione giusta, giustissima, di offrire la propria vita al porno. Alta, bianca perla, sguardo verde un po da pesce lesso, priva di qualsiasi accenno di seno e con delle chiappe che erano il capolavoro di Dio, la trovavo forse la ragazza pi intrigante del pianeta, e mi affascinava infinitamente non tanto per la sua oggettiva bellezza, per il capello nero corto, o per le sue indubbie capacit di mangiatrice di spade messe al servizio del porno, quanto per quello sguardo smorto, le palpebre mezze calanti, unespressione da alice nel paese delle meraviglie. Erotiche. Ne ero rimasto talmente colpito da ripudiare la mia regola ferrea di considerare tutte quelle donne prive di tette come inconcepibili difetti di fabbricazione. Fanculo biondino di merda, nemmeno la tua vita perfetta, il tuo capello laccato e il tuo vestito da millemiliardi di dollari che esalta il tuo fisico statuario sarebbero riusciti a deprimermi distraendomi dalla nuova donna della mia vita. Il pc si spense senza motivo. Dapprima sorrisi nervoso. Poi rimasi l, immobile, con la voce del biondino come sottofondo lugubre al buio che il pc, morendo, mi aveva regalato. NO. Cio no. Non hai capito un cazzo della tua vita. Non puoi farmi questo. NON PUOI. E il karma, ha raccolto quello che meritava disse il biondino guardando fisso la telecamera, sguardo da figo, capello impeccabile. MA MUORI Batteria? Carica.

Spinsi il tasto di accensione. Nulla. Lo spinsi di nuovo. Nulla. Una terza volta. Nulla. Me lo figuravo, lui il tavolo della cucina, e laltro, il pc, uno sopra laltro che si stringevano la manina gignando mente io, al cesso, lasciavo loro tutto il tempo necessario per elaborare il malefico piano di vendetta. Sbuffai, spensi la tv e finii in un sorso la birra. Cavallo. Misi le scarpe, la felpa, pulii gli occhiali e usc nel cortile. Cazzo se faceva freddo. Era un anno che non vedevo le nuvolette di condensa ad ogni respiro. Tirai su il cappuccio, mani in tasca, e mi diressi lentamente in strada. Stanotte si vedono le stelle. Non sono tante, le luci dei lampioni e della chiesa sono forti, spezzano il buio arroganti e fanno fuggire quei puntini nel cielo. Non come a Roma per, il cielo non un velo nero filtrato da una lente opaca, una notte illuminata a giorno. Qui laria odora molto di libert, la notte di pericolo, unatmosfera di solitudine e vento. Si mischiano ai miei passi i rumori delle fronde, dei cespugli, di qualche gatto randagio che come me si fa i fatti suoi, forse anche lui tradito dal pc mentre arrapato cercava la foto di qualche pornostar famosa tra i felini. Le case erano buie, basse, eppure troneggiano anziane e imponenti come i proprietari, sui lati della stretta via. Panni sporchi lasciati allaria, biciclette arrugginite abbandonate e vecchie come il cemento decrepito e butterato di quei muri secchi e decadenti. Niente voci di ragazzi sbronzi, niente motori dai rombi grevi. Solo grilli, qualche cicala e i miei passi strascicati sulla salita ghiaiosa. Forse un cane che abbaia, lontano, in un altro mondo. Vado a destra? Sinistra? A sinistra salgo per il centro del paese, arrivo in piazza e continuando lo slalom tra i vicoletti mi ritrovo sotto la chiesa. A destra arrivo sotto la piazza e il parco giochi. Magari c un po di vita, qualche ragazzino sul motorino truccato che cerca rogna. Qualche donzella da salvare dal cattivo di turno che la sta malmenando. Vado a destra. Il parco giochi totalmente diverso da come me lo ricordavo. Non riesco a capire bene se labbiano rifatto o se, semplicemente, essendo tappa di bambini e giovani abbia capito quale sia il segreto per invecchiare nel migliore dei modi. Fotte poco. Una panchina, deo gratias. Il legno freddo, scricchiola sotto il mio peso mentre rilasso totalmente il corpo. Che si fottano i truzzi col motorino e le donzelle in pericolo. Al ritorno a casa notai subito una strana luce provenire dalla cucina. Non potevano essere i nonni, alle 2 di notte non c nonno al mondo sveglio. Non esiste, per contratto. Mi armai di pazienza e di silenzio, camminai adagio adagio sperando di sorpendere alle spalle uno di quei topi dappartamento e fraccagnarli la testa contro lo spigolo del tavolo, o del frigo, o del ginocchio, insomma fargli male in maniera veloce ed eroica, come faceva Jackie Chan nei sui film, dove si muoveva agile come una scimmia e teneva testa a decine di gorilla, armati e non, colpendoli con mosse e coreografie che sembravano un aggraziato balletto di morte. Poi mi ricordai che, b, insomma, qua siamo al sud, c la mafia, siamo in un paesino dove la maggior parte dei vecchi figlia di cacciatori. Qua Fra ti sparano con una lupara, ti sgozzano e ti sciolgono nellacido, e solo dopo ti stuprano. Pensai che comunque non ero una pecora, quindi almeno mi risparmiavo lo stupro. Magari poi oh, ero abbastanza fortunato che ad un colpo di arma da fuoco ci rimanevo alla prima botta e mi risparmiavo tutto il resto della procedura. Ripensai al biondino, al tavolo ed al pc, e insomma un po alla mia vita in generale. No Fra, qua siamo messi che sopravvivi pure allo stupro mi sa. Insomma, accompagnato da pensieri tuttaltro che grotteschi, decisi che o la va o la spacca, magari il frigo aperto, magari so rincoglionito io e ho lasciato la luce accesa, magari Zoe Voss in carne,

ossa e vagina che venuta direttamente dagli Usa qua per me, magari davvero un ladro di quelli bassi, barba di tre giorni, sguardo da serial killer e braccia che sono fasci di nervi e muscoli che mi prende, mi solleva e mi stacca in due con la pura putenza dei bracci taurini. Scattai col cuore a mille e aprii la porta con un calcio, piano ma deciso. In cucina non cera nessuno, tutte le luci erano spente, il frigo chiuso, la borsa esattamente dove lavevo lasciata, tutto in perfetto ordine. Solo al centro cera un tavolo simil-marmo, con sopra un pc. Acceso. CAPITOLO 11 Lindomani sarei tornato a Roma. Avevo il treno alle dieci, quindi per le tre sarei stato a Termini, ritrovando esattamente dove lavevo lasciata la mia noiosa vita di sempre. Cercavo di fuggire dalla noia e dallapatia organizzando allultimo piccoli viaggetti che potessero riempire la mia testa di cultura e la mia pancia di birra, e magari anche un po i polmoni di fumo. Venezia, alla biennale con gli amici delluniversit, o in Germania, a trovare Milena in erasmus. In realt non avevo molti amici degni di questo nome alluniversit. Luniversit non come il liceo, troneggia legoismo e linvidia, gli altri sono visti solo come ostacolo da abbattere e lasciare indietro, o sfruttare per arrivare prima al traguardo. Non c davvero fiducia, o altruismo, insomma, una sorta di Camera Caf accademica, un assaggio della cattiveria che troveremo nel mondo del lavoro. Ecco dove ti insegnano che il singolo vale pi della massa. Avevo incontrato delle persone con cui strinsi parecchio i rapporti, ma erano pendolari o abitavano dallaltra parte della citt e lamicizia cera finch era vivo il contatto giornaliero. Per non potevo lamentarmi, mi sentivo benissimo con me stesso e tuttosommato conoscevo di vista la maggior parte delle facce quindi non mi ritrovavo mai veramente solo, che fosse una chiacchierata, un caff al bar della tipa con le migliori tette del pianeta, una passeggiata a Via del Corso. Inoltre la qualit di architettura era proiettarti in un mondo in cui il settanta percento degli studenti sono dotati di vagina, e laltro trenta un misto tra gay, fidanzati e una minoranza esigua di etero singol piacenti, come potevo ambire ad essere io dopo una doccia. Splendido, avevo ben chiara lidea di cosa sarebbe stato al centro dei miei sforzi una volta tornato a Roma. Decisi quella notte di non andare a dormire. Sentivo dentro di me il rumore costante di un intestino intento a fermentare una di quelle cagate epiche, apocalittiche, ma soprattutto perch non avevo sonno. Avevo dormito fino a mezzogiorno, mi ero svegliato coi migliori propositi del mondo, di studiare, decantare le lodi della vita e aiutare la nonna a sbrigare tutte quelle faccende da nonna come rammendare, fare giardinaggio, cucinare, stare seduto davanti a lei e ascoltare le sue storie di religione pregne di quella saggezza che mi avrebbe fatto accrescere interiormente per il resto della vita, elevandomi spiritualmente al di sopra delluomo medio comune. Ovviamente il fato aveva progetti diversi. Le crespelle, come le ho sempre chiamate, ma crispelle, come dice la nonna, erano un avversario formidabile quel pranzo, ma lavevo gi sfidato e battuto spesse, troppe volte per pensare di soccombere. Al primo morso mi resi conto che mentre loro erano sempre le stesse squisite paste fritte in litri di olio genuino, perch lolio della nonna genuino e speciale e non fa male come gli altri oli cattivi, io avevo iniziato a lasciarmi alle spalle gli anni segnati dal metabolismo da formula uno, e che stavolta avrei dovuto giocare con esperienza e tattica le mie carte migliori. Fallii miseramente, e a mezzogiorno e mezza le infami avevano gi iniziato, lente ma costanti, la missione di logoramento del mio fisico scolpito da anni di pc e sonno.

A nulla serv birra, coca cola o vino, o pause finemente pensate per lasciare che lo stomaco eseguisse il suo compito nel migliore dei modi, le bastarde mi costrinsero a quello che per tutti i vecchi della terra uno sport giornaliero: il pisolino dopo pranzo. La temperatura era perfetta, freschina, le coperte caldissime, il materasso morbido, le crespelle pesanti e il cinguettio degli uccelli poetico. Tutte le caratteristiche per un sonno vergognosamente perfetto. Mi svegliai alle cinque, buttando allaria tutti i miei sogni e i miei progetti, nonch la giornata. CAPITOLO 12 e quetta, caro Francesco, lattoria n iu ne meno di come sono andate le cose Ascoltavo nonno rapito, mentre il pan di spagna si scioglieva lento e inesorabile dentro il latte. Avevo dormito quanto? Tre ore? Quattro? Nonno parlava un linguaggio tutto suo, maturato dalla conoscenza del dialetto calabro, dellargentino e della vecchiaia. In quel momento condividevamo un legame simbiotico: nonno aveva un interlocutore attento ad ogni minimo dettaglio delle storie che raccontava per la quarta volta solo oggi, io rimanevo sveglio grazie alla sua voce ed al suo sguardo severo, costringendomi a stare attento. La nonna si muoveva laboriosa alle nostre spalle, cercava, prendeva, apriva, chiudeva, chiedeva, intenta come una piccola ape a stipare pi roba possibile nella mia gi piena valigia. Perch giustamente non potevo tornare a Roma senza portare crespelle, sapone per zia, la bilancia rotta a mio padre, carte e cartine di persone che sempre mio padre avrebbe dovuto chiamare dalla capitale, uova, cio cazzo, uova, UOVA, dentro la valigia, accanto ai vestiti, gi immaginavo la maglietta dellhard rock diventare schifosamente pi trendi grazie ad una patacca di uovo frantumato sopra. Sinceramente mi dava il nervoso vedere i suoi sforzi per riempire ogni anfratto della borsa e della valigia, e cercai, per quanto possibile, di non darle questa soddisfazione. Lei si vendic affermando saggiamente che alla stazione devi stare attento ai mariuoli, che ti pigliano tutto se non stai attento. I mariuoli ancora non ho capito cosa siano, forse ladri, rapinatori, borseggiatori, zingari, b semplicemente non lo so e non lo sapr mai. Feci quindi tutto il viaggio di ritorno con un quantitativo imbarazzante di soldi dentro il calzino sinistro, perch l i mariuoli non ti pigliano le cose con quelle mani lerce. Chiaro che al lercio si combatte con altro lercio. Avevo in mente di scrivere un capitolo lunghissimo e bellissimo pieno di citazioni famose, battute, ironia dilagante e sarcasmo raffinatissimo onde descrivevo il mio scomodissimo viaggio di ritorno, delle avventure con una napoletana sposata dal fisico perfetto e la faccia butterata e cadente da anni di fondotinta, il marito e una terza tizia-mostro impossibile da guardare in faccia senza le dovute protezioni, oppure della venuta di tre americani mezzi gay mezzi no che mi allietarono lesistenza tra pizza, birra e rutti bicos aut is better mai frend. Ma essendo appunto il viaggio di ritorno scomodissimo, mi rode troppo il culo e vi attaccate al cazzo.