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IL PORTONE/LETTERARIA
saggistica 6
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In copertina: xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
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ESPLORANDO GALIELIO

a cura di
Francesca Sodi

Edizioni ETS
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PERSONAGGI PRINCIPALI

© Copyright 2009
EDIZIONI ETS
Piazza Carrara, 16-19, I-56126 Pisa
info@edizioniets.com
www.edizioniets.com

Distribuzione
PDE, Via Tevere 54, I-50019 Sesto Fiorentino [Firenze]

ISBN 978-884670000-0
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Questo volume raccoglie i testi delle quattro conferenze che


il Centro Culturale Il Portone ha organizzato nello maggio
2009 in occasione dell’Anno internazionale dell’astronomia e
del IV Centenario delle prime osservazioni astronomiche di
Galileo Galilei. Lo scopo dell’iniziativa era quello di presentare
ad un pubblico di non addetti ai lavori quattro facce di quel
grande personaggio che è ancora oggi la più illustre celebrità
della città di Pisa, investigandone alcuni aspetti ancora oggi po-
co noti, tanto da ingenerare spesso equivoci o indebite genera-
lizzazioni non solo nella pubblicistica ma spesso anche nella
manualistica e nella letteratura che ama definirsi scientifica.
In Galileo uomo di lettere, Federica Ivaldi prende spunto da
un dibattito che si sviluppò, tra il 1967 e il 1968, sul «Corriere
della Sera» per poi allargarsi ad altri quotidiani nazionali a par-
tire da una lettera di Anna Maria Ortese ad Italo Calvino, che
giunse a definire Galilei il «più grande scrittore della letteratura
italiana d’ogni secolo». Scopo del contributo è quello di investi-
gare «il Galileo scrittore, appassionato di letteratura, ottimo
prosatore e – soprattutto – punto di svolta nella storia della no-
stra lingua e della nostra letteratura». L’autrice ripercorre le
scelte di Galilei dal Sidereus Nuncius al Dialogo sopra i due mas-
simi sistemi del mondo, mostrando come questi abbandonò
presto la lingua latina, quella ufficiale dell’accademia e della
cultura dotta, per scrivere in volgare e produrre opere di gran-
de spessore: «Se […] si guarda alla letteratura come a un uni-
cum culturale, come al luogo in cui si depositano sì le parole, le
storie e i personaggi, ma anche il sapere, l’immaginario e l’idea
del mondo di un dato periodo, ecco che la prosa galileiana va

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considerata in quest’alveo non solo per le sue qualità formali,


ma anche per le interrelazioni che mostra di costruire fra le
‘due culture’ (quella letteraria e quella scientifica), per l’uso
scaltro e cosciente delle modalità della comunicazione (tenendo
conto anche dell’intento persuasivo, divulgativo, propagandisti-
co o ironico-polemico), per le profonde influenze che finisce
con l’esercitare sulla produzione letteraria futura, modificando
l’immaginario ma anche incidendo sulla storia della lingua, sul-
le modalità espressive e comunicative, sulla dinamica dei generi
letterari».
Anche Stefano Sodi, nel suo Le lettere copernicane. Galileo e
la teologia, parte da un passaggio di Giovanni Paolo II su Galilei
del 1979 per poi tornare ellitticamente al papa polacco in un ul-
teriore testo di tredici anni dopo. Scopo del saggio è quello di
approfondire il rapporto fecondo ma conflittuale tra lo scienzia-
to pisano e la teologia del suo tempo, per allargare la riflessione
alle relazioni che devono in ogni tempo intercorrere tra tutte le
discipline del sapere, soprattutto quando una di esse giunge a
nuove conclusioni: tutte devono essere consapevoli della neces-
sità di ridefinire i loro reciproci rapporti per una nuova e più
avanzata sintesi conoscitiva. La trattazione del tema trova il suo
centro nelle cosiddette Lettere copernicane, quattro missive in-
viate tra il dicembre 1613 e la primavera del 1615 da Galileo a
privati ma fatte circolare dallo scienziato pisano fra numerosi
amici e conoscenti. In particolare Sodi si sofferma sull’analisi di
quella scritta all’abate benedettino Benedetto Castelli, suo disce-
polo e successore in qualità di «lettore delle matematiche» pres-
so lo Studio pisano del 21 dicembre 1613.
Al Galilei scienziato sono invece dedicati gli ultimi due con-
tributi.
Nel mio Un «cielo nuovo». Galileo al telescopio mi sono pre-
fissa di mostrare il contributo dato dal filosofo pisano all’affer-
mazione della visione copernicana del mondo a partire dalle
convinzioni teoriche espresse già al concludersi del XVI secolo
fino alle ricostruzioni del Sidereus Nuncius del 1610 e alle suc-

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cessive osservazioni documentate dal ricco epistolario galileia-


no. A consentire questo salto di qualità fu l’‘invenzione’ da par-
te del pisano del ‘cannocchiale’. E che Galilei fu il vero inven-
tore del telescopio non deriva dal fatto che fu il primo a co-
struirlo (cosa sicuramente falsa) né che con esso egli abbia os-
servato il cielo la prima volta: quello che interessa veramente è
il modo con cui Galileo lo ha fatto, cercando connessioni conti-
nue fra l’osservazione e quella struttura cosmologica copernica-
na che necessitava di prove per essere accettata da tutti, fidan-
dosi non solo del suo occhio e del suo cervello ma di uno stru-
mento, di un apparato mediatore delle impressioni dirette della
natura frutto dell’ingegno umano. Il telescopio da semplice
strumento di diletto si trasformò nelle mani di Galileo in un
strumento scientifico a tutti gli effetti.
Infine Stefano Salvia, nel suo Il ‘laboratorio’ del giovane Gali-
leo. Alle origini della fisica moderna, ha evidenziato, con una
straordinaria ricchezza di particolari, il contributo offerto dallo
scienziato pisano – soprattutto negli anni giovanili – allo svilup-
po della fisica, contributo che ha fatto affermare al celebre ma-
tematico Joseph-Louis de Lagrange (1736-1813) che le scoper-
te di Galilei nel settore della meccanica «non [gli] procuraro-
no, quando era in vita, la stessa fama che gli venne dalle scoper-
te che aveva fatto sul sistema del mondo, ma rappresentano al
giorno d’oggi la parte più solida e più reale della gloria di que-
sto grand’uomo». Tutto il saggio mira a destrutturare il mito
galileiano, a far luce su aneddoti famosi ma inconsistenti, per
restituire a verità storica il percorso effettivamente svolto da
Galilei ed evidenziare le sue innovative scoperte fisiche.

Francesca Sodi

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GALILEO UOMO DI LETTERE

di Federica Ivaldi

Sul «Corriere della Sera», il 24 dicembre 1967, veniva pub-


blicata una lettera di Anna Maria Ortese ad Italo Calvino, col
titolo Occhi al cielo.
Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali,
di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio, e nella
tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e
ansia. Mi domando perché.
Anch’io, come altri esseri umani, sono spesso portata a considerare
l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a
chiedermi cos’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai
avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere hanno accompa-
gnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si
presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano
di là erano consolatori e capaci di restituirmi a un interiore equilibrio.
[...] Ora, questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi
progrediti, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà, allo
straziante desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra
breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O nuovo territorio di cac-
cia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non
posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della li-
bertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che
vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria auto-
nomia, la stessa intelligenza, il respiro, la speranza.

Calvino le rispondeva chiamando in causa Galileo e, pur ap-


poggiando in parte le sue posizioni, sostanzialmente la rimpro-
verava:
Cara Anna Maria Ortese,
guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma

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non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il


suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui
pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firma-
mento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare
di «strumentalizzarlo» malamente, questo cielo?
Io non voglio però esortarla all’entusiasmo per le magnifiche sorti
cosmonautiche dell’umanità: me ne guardo bene. […] Ma la luna dei
poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherel-
late che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo
obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare
in un modo nuovo tante cose. […] Questo qualcosa che l’uomo ac-
quista riguarda non solo le conoscenze specializzate degli scienziati
ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel lin-
guaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora
e coltiva.
Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come
un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto
con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il
più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo, Galileo,
appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di
precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E
la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran
poeta lunare...

L’affermazione perentoria secondo cui Galilei sarebbe il «più


grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo» non
mancò – è facile immaginarlo – di suscitare reazioni, polemiche
e proteste e più volte Calvino tornò sull’argomento per cercare
di precisare la sua affermazione e per spiegare meglio la sua
idea del rapporto fra scienza e letteratura. Calvino ricorda che
Leopardi non solo inserisce Galileo nella sua Crestomazia della
prosa italiana, indicando implicitamente lo scienziato come mo-
dello anche letterario, ma nello Zibaldone dichiara esplicita-
mente di ammirare la prosa di Galileo per la precisione e l’ele-
ganza: basta vedere la scelta di passi galileiani da parte di Leo-
pardi per comprendere quanto la lingua del poeta deve a Gali-
leo. Del resto, aggiunge,

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Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma


con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione
espressiva, immaginativa, addirittura lirica. Leggendo Galileo mi
piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la
Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta mi-
nutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare,
nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levita-
zione: ci s’innalza in un’incantata sospensione. […] L’ideale di
sguardo sul mondo che guida anche il Galileo scienziato è nutrito di
cultura letteraria. […]
Quando ho detto che Galileo resta il più grande scrittore italiano,
Carlo Cassola è saltato su a dire: come, credevo che fosse Dante! Gra-
zie, bella scoperta. Io prima di tutto intendevo dire scrittore in prosa;
e allora lì la questione si pone tra Machiavelli e Galileo, e anch’io so-
no nell’imbarazzo perché amo molto pure Machiavelli. Quel che pos-
so dire è che nella direzione in cui lavoro adesso, trovo maggior nutri-
mento in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazio-
ne scientifico-poetica, come costruzione di congetture. Ma Galileo –
dice Cassola – era scienziato, non scrittore. Questo argomento mi pa-
re facilmente smontabile: allo stesso modo anche Dante, in un diverso
orizzonte culturale, faceva opera enciclopedica e cosmologica, anche
Dante cercava attraverso la parola letteraria di costruire un’immagine
dell’universo. Questa è una vocazione profonda della letteratura ita-
liana che passa da Dante a Galileo: l’opera letteraria come mappa del
mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da una spinta conoscitiva che
è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora
di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria.
(«L’Approdo letterario», n. 41, gennaio-marzo 1968. Rielaborazione
di risposte a interviste televisive).

Proprio la descrizione minuziosa e scientifica della luna da


parte di Galileo, dunque, è il segno della separazione fra scien-
za e immaginario; eppure, l’amore di Galileo per la luna e la
‘rarefazione’ quasi poetica della sua scrittura sono il segno del-
la conciliabilità dei due mondi e della loro complementare ne-
cessità.

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La letteratura e la luna

Ma che c’entra la luna con la letteratura? Che c’entra la


scienza con la lingua? Galileo Galilei è noto per molte scoperte
di natura scientifica, è ricordato come uno dei maggiori scien-
ziati di tutti i tempi e il suo personaggio viene sovente preso ad
esempio per i rapporti conflittuali che si crearono in epoca con-
troriformistica fra verità della scienza e verità di fede. È soprat-
tutto questo personaggio quello consegnato al mondo evane-
scente del nostro immaginario e immortalato, ad esempio, nelle
opere cinematografiche, prima fra tutte il film della Cavani
(Galileo, 1968). Io, seguendo le suggestioni di Leopardi e di
Calvino, mi occuperò invece del Galileo scrittore, appassionato
di letteratura, ottimo prosatore e – soprattutto – punto di svol-
ta nella storia della nostra lingua e della nostra letteratura.
Soprattutto negli anni della sua formazione, Galileo fu appas-
sionato lettore e chiosatore di libri letterari (sono molto interes-
santi le sue pagine critiche su Ariosto, Tasso, Petrarca) e fu scrit-
tore, fra le altre cose, anche di sonetti e altri componimenti in
versi (fra cui il noto Capitolo contro il portar la toga). Seguendo
provocatoriamente la luna e Calvino, però, non mi occuperò di
queste prove, più letterarie, ma proprio dei trattati astronomici.
Persuasa della legittimità di questa inclusione della scienza
nel campo della letteratura (del resto è prassi consolidata inse-
rire a pieno titolo nelle storie della letteratura e nei manuali
scolastici tutta la trattatistica cinquecentesca), credo sia comun-
que utile e interessante spiegarne le ragioni e superarne l’appa-
rente stranezza: come possono trattati sulle macchie solari stare
accanto a poemi epici e canzonette? Alla domanda si può ri-
spondere in vari modi, in rapporto al concetto di letteratura da
cui si prendono le mosse.
Si può concepire la letteratura come espressione dell’imma-
ginario e della soggettività, caratterizzata da una prevalenza del
livello formale ed espressivo su quello puramente referenziale,
ovvero da un uso alto, ricercato e particolare della lingua. In

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questo caso l’inclusione o l’esclusione del testo scientifico nel


campo del letterario dipenderebbe esclusivamente dalle sue
qualità formali e il trattato potrebbe essere considerato parte
della letteratura se – e solo se – realizzasse esiti stilistici adegua-
ti. Secondo questa via, ad esempio, la prosa scientifica e la
‘scuola galileiana’ sono state valorizzate dalla critica settecente-
sca e ottocentesca in funzione anti-barocca, cioè come espres-
sione di decoro formale e impegno intellettuale. È una via se-
guita anche nel Novecento, ad esempio nell’Antologia della pro-
sa scientifica italiana del Seicento, edita nel 1943 da Enrico Fal-
qui, che privilegia le pagine, sobrie ed eleganti, più vicine a un
gusto da prosa d’arte.
Alla luce di quanto è stato scritto sui rapporti fra letteratura
e scienza e sui problemi della comunicazione scientifica (ad
esempio da Raimondi o dalla Altieri Biagi), mi pare oggi chiaro
che questa via del ‘riscatto formale’ non solo non rende onore
alla complessità e alla bellezza delle opere galileiane, ma risulta
fuorviante, perché rischia di ridurre il valore della prosa scienti-
fica a una galleria, per quanto raffinatissima, di prove di stile
descrittivo, di splendide nature morte, senza tener minimamen-
te conto degli intenti che hanno portato alla loro composizione.
Se invece, abbandonata la forma, si guarda alla letteratura
come a un unicum culturale, come al luogo in cui si depositano
sì le parole, le storie e i personaggi, ma anche il sapere, l’imma-
ginario e l’idea del mondo di un dato periodo, ecco che la pro-
sa galileiana va considerata in quest’alveo non solo per le sue
qualità formali, ma anche per le interrelazioni che mostra di co-
struire fra le ‘due culture’ (quella letteraria e quella scientifica),
per l’uso scaltro e cosciente delle modalità della comunicazione
(tenendo conto anche dell’intento persuasivo, divulgativo, pro-
pagandistico o ironico-polemico), per le profonde influenze
che finisce con l’esercitare sulla produzione letteraria futura,
modificando l’immaginario ma anche incidendo sulla storia
della lingua, sulle modalità espressive e comunicative, sulla di-
namica dei generi letterari.

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Per quanto riguarda l’influenza delle scoperte galileiane e


della sua prosa nell’evoluzione dell’immaginario, una volta os-
servato che a distanza di tre secoli ancora Calvino ringrazia Ga-
lileo per averci avvicinato la Luna senza profanarne la poesia,
basterà ricordare che il più grande ed audace teorico del baroc-
co, Emanuele Tesauro, intitola il suo monumentale trattato sul-
la metafora barocca proprio Il Cannocchiale Aristotelico, sotto-
lineando i rapporti che intercorrono tra gli interessi e le strate-
gie della letteratura e le trasformazioni imposte alla mentalità
degli uomini del Seicento dalle novità scientifiche. Il cannoc-
chiale messo a punto da Galileo, capace di mostrare vicine le
cose lontane, si prestava meglio di ogni altro congegno a dive-
nire l’emblema del gusto barocco e della metafora che «portan-
do a volo la mente da un genere all’altro» è capace di «agrandi-
re o apiccolire» i concetti e suggerire accostamenti arditi.
Sul piano della storia della lingua, va sottolineata l’importan-
za della scelta del volgare, da parte di Galileo, come lingua del-
la scienza al posto del latino. Se da un lato, sul piano personale,
la scelta può giustificarsi come simbolica e provocatoria ribel-
lione ai rigidi codici accademici, certo la ragione principale è da
ravvisare in un ‘entusiasmo didattico’ di Galileo e nella sua fi-
ducia nella scienza come via alla verità non solo per i dotti. La
scelta, definitiva dopo il Sidereus Nuncius, è perfettamente con-
sapevole dal momento che Galileo, in una lettera del 16 giugno
1612 a P. Gualdo, dichiara a proposito dell’Istoria e dimostra-
zioni intorno alle macchie solari:
Io l’ho scritta vulgare perché ho bisogno che ogni persona la possi
leggere […] et io voglio ch’e’ vegghino che la natura, sì come gli ha
dati gli occhi per veder l’opere sue così bene come a i filuoricchi [iro-
nico per ‘filosofi’] gli ha anco dato il cervello per poterle intendere e
capire.

Galileo rispondeva così alla nuova situazione storica euro-


pea, nella quale l’uomo di cultura aveva come possibile interlo-
cutore un pubblico borghese emergente di imprenditori, navi-

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gatori, di gente di commerci e di traffici. E in questo senso è si-


gnificativa la coincidenza delle posizioni di Galileo con quelle
di Cartesio, che nel suo Discorso sul metodo (1637) dichiarava:
Se scrivo in francese, cioè nella lingua del mio paese anziché in lati-
no, cioè nella lingua dei miei maestri, è perché spero che quelli che
non si servono che della loro ragione naturale pura e semplice giudi-
cheranno delle mie opinioni meglio di quelli che credono soltanto ai
libri antichi.

Che tipo di volgare è quello di Galileo? Si tratta di un volga-


re semplice ma letterario, che se da un lato si pone in chiara
contrapposizione con il latino accademico della scienza, dall’al-
tro presta attenzione sia al volgare della tecnica e delle scienze
applicate sia alla tradizione letteraria: realizza così una prosa
che alla precisione terminologica e alla dignità formale unisce la
solida struttura argomentativa, la chiara consequenzialità della
dimostrazione di una tesi o dello smantellamento della tesi av-
versaria.
Anche sul piano delle modalità espressive e comunicative,
dunque, le opere di Galileo lasciano un segno nella storia lette-
raria. Proprio quando si fa più vivo il problema di comunicare
e diffondere il proprio metodo, oltre che i risultati delle proprie
ricerche, Galileo mette in primo piano le questioni linguistiche
e terminologiche e si batte per una prosa chiara, distinta, preci-
sa, rivendicando i meriti e i vantaggi di un lessico semplice in
cui a ogni parola corrisponde un solo concetto, contrariamente
a quel che accade nelle fumose distinzioni e circonlocuzioni di
alcuni filosofi:
senza aver mai bisogno di ricorrere a tante cause primarie, secondarie,
instrumentarie, per sé, per accidente, a figure, a siccità; a resistenze di
continui, a viscosità, a flussibilità e durezze, a superficie in atto e sco-
perte, a dissensi e antipatie, a untuosità, a circostanze, a materie quali-
ficate, a termini abili e a cent’altre chimere, che sono vostri refugii,
con una sola, semplice e reale conclusione, esente da tutte le limita-
zioni e distinzioni, [Galileo] rende ragione d’ogni cosa. (IV, 580)

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L’interminabile e comica elencazione delle distinzioni (già


criticata e messa in ridicolo attraverso l’imitazione della loro
verbosità poco elegante) viene alla fine sbaragliata da un’unica
orgogliosa battuta.
Lo stesso desiderio di chiarezza, obiettività e democratizza-
zione del sapere spiega anche la presenza di illustrazioni nei
trattati galileiani e nel libro scientifico del Seicento, per visua-
lizzare l’esperienza nello spazio stesso della pagina e sottoporla
anche allo sguardo del lettore che, seguendo le direttive del-
l’autore, osserva e controlla a sua volta.
Infine, quali conseguenze ha l’opera di Galileo sul genere
letterario del trattato? Via via che Galileo precisa il suo metodo
sperimentale, l’impianto solido e sistematico del trattato tradi-
zionale, inteso come coerente e conclusa esposizione di cogni-
zioni e dati, risulta sempre più inadeguato. Il metodo galileiano
in continua tensione e ricerca, rifiuta di esporre verità definitive
o convinzioni già raggiunte e richiede, piuttosto che la compat-
ta esposizione tipica del trattato tradizionale, una forma che
consenta di mettere in scena la discussione, il dubbio, il con-
fronto e lo scontro di posizioni: al trattato subentrano quindi il
dialogo e il discorso, istituendo un nesso chiaro e preciso tra l’a-
dozione di una specifica forma letteraria e i fondamenti episte-
mologici di un metodo scientifico sperimentale e problematico
(«il dubitare in filosofia è padre dell’inventione, facendo strada
allo scoprimento del vero», scriveva in una lettera a Benedetto
Castelli del 3 dicembre 1639).
Sono dunque molte le ragioni per cui credo legittima l’inclu-
sione della prosa scientifica – e soprattutto della prosa galileia-
na – nel campo della letteratura, ragioni complementari ma ben
diverse dalla rabdomantica ricerca di ‘poesia’ e di ‘bello’.
Proverò dunque a disegnare le tappe di questo percorso –
tutto letterario – di rivoluzione della mentalità e dell’immagina-
rio e di democratizzazione e chiarificazione della prosa scienti-
fica da parte di Galilei.

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Il cannocchiale, le scoperte e il Sidereus Nuncius

Ai primi del Seicento si sparse la voce di uno strumento


composto di due lenti che, opportunamente distanziate e rego-
late, ingrandivano gli oggetti; la notizia del prodigioso «ochia-
le» costruito in Olanda «col quale le cose lontane si vedevano
così perfettamente come se fussero state molto vicine» (VI, 257)
raggiunse Galileo, nel giugno del 1609, nel luogo più ricettivo
per questo genere di informazioni: Venezia. Galileo mise subito
a frutto il proprio ingegno e la perizia dei vetrai veneziani per
progettare e costruire un cannocchiale, ma è ovvio che il suo
merito maggiore non consiste tanto nell’invenzione né nel per-
fezionamento del cannocchiale quanto nell’uso prodigioso che
ne fece promuovendolo a strumento di ricerca e di verità, dopo
averne fatto il protagonista di una straordinaria campagna
pubblicitaria ante litteram che solleticava la curiosità della co-
munità scientifica, il gioco e la meraviglia della gente comune,
gli interessi strategici e politici dei potenti. In un’età diffidente
del valore conoscitivo proveniente dai sensi, Galileo replicava
che il «grandissimo libro, che essa natura continuamente tiene
aperto», è leggibile solo da quanti abbiano «occhi nella fronte e
nel cervello» (X, 113), per voler dire che le cose non vanno sol-
tanto viste con i sensi, ma che si deve necessariamente passare
dalla percezione sensibile alla sua interpretazione intellettuale.
La sua «invenzione» più audace fu quella di fare del cannoc-
chiale un mezzo per acuire la vista e di puntarlo verso il cielo
per indagarlo: da magico quale era, l’universo diventava geo-
metrico e matematico.
Con pazienti e sistematiche osservazioni compiute tra la fine
del 1609 e i primi giorni dell’anno successivo, Galileo compì al-
cune scoperte così sconvolgenti da minare la cosmologia aristo-
telico-tolemaica, mettendo in discussione concezioni astrono-
miche ritenute pacifiche per quasi due millenni: la natura irre-
golare della superficie lunare annullava ogni distinzione
qualitativa tra perfezione dei cieli e imperfezione della Terra; la

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moltitudine di stelle squarciava l’illusione e il perimetro di un


mondo chiuso e ben conoscibile; i satelliti di Giove mostravano
che non tutti i corpi celesti ruotano intorno alla Terra, metten-
do dunque in dubbio la sua centralità nell’universo.
Le scoperte erano così impressionanti che, per non essere
battuto sul tempo, Galileo decise di darne immediata notizia
con un rendiconto scientifico, il Sidereus Nuncius, steso e stam-
pato in fretta, ai primi del 1610, mentre ancora continuavano le
osservazioni sui satelliti di Giove. In onore della casa regnante
di Toscana, chiamò i satelliti di giove Astri Medicei e dedicò il
Sidereus Nuncius al granduca di Toscana Cosimo II.
La notizia era scritta «in forma di avviso» per «tutti i filosofi
e matematici» (X, 281) e recapitata, «per le angustie del tempo»
(X, 298), «sciolta» da rilegatura «et ancora bagnata» d’inchio-
stro (X, 289). Galileo la stese in latino, perché si indirizzava al
mondo universitario dell’intera Europa, ma iniziò – prima idea-
le tappa del percorso di democratizzazione del sapere che stia-
mo disegnando – ad inserire nel testo le illustrazioni.
Il resoconto dettagliato delle osservazioni astronomiche,
benché compiuto con il linguaggio rigoroso, esatto e misurato
della scienza, è poi scandito dal ripetersi di un verbo caro ai
poeti dotati, direbbe Leopardi, di «virtù immaginativa», ovvero
dal videre e dai suoi sinonimi («conspicere», «observare»,
«oculis palam exponere», «manifestare», «intueri», «apparere»,
«visui spectandum se offerre», «libera tantum oculorum acie
spectare»). Il pathos della scoperta non è privo di valenze este-
tiche: è proprio per queste pagine “lunari” che Calvino ricono-
sce al «più grande scrittore della letteratura italiana» un uso del
linguaggio «non come uno strumento neutro, ma con una co-
scienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva,
immaginativa, addirittura lirica». In effetti, la contemplazione
delle stelle avviene con «incredibile piacere dell’animo» (incre-
dibili animi iucunditate, III, 61) per lo spettacolo «splendido e
piacevolissimo a vedersi» (pulcherrimum atque visu iucundis-
simum): anche attraverso la scienza si poteva accedere alla

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Fig. 1. Pagina illustrata del Sidereus Nuncius (1610): le «scabrosità» della luna.

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meraviglia perseguita dai poeti barocchi, dal momento che lo


splendore degli astri desta «non poca ammirazione da parte dei
filosofi» (non modicam philosophantibus admirationem, III, 73).
Ma anche la scrittura del Sidereus tenta di destare curiosità e
ammirazione, a gara con la natura e con lo strumento che ne
rende possibile la contemplazione: Galileo apre questo libello di
straordinaria energia rappresentativa con un gioco prospettico
che riproduce a livello verbale le operazioni del cannocchiale in-
dicando, con piena consapevolezza dell’importanza delle pro-
prie scoperte, che la grandezza speculativa dei risultati è con-
centrata nell’esiguità materiale dell’operetta (magna in exigua):
Grandi sono le cose che in questo breve trattato io propongo alla
visione e alla contemplazione degli studiosi della natura. Grandi, di-
co, sia per l’eccellenza della materia per se stessa, sia per la novità non
mai udita in tutti i tempi trascorsi, sia anche per lo strumento in virtù
del quale quelle cose medesime si sono rese manifeste al senso nostro.
(III, 59)

Dopo avere dato le coordinate metodologiche della ricerca,


fondata sull’alternanza tra esercizio della facoltà visiva e rifles-
sione teorica (inspicienda contemplandaque), Galileo inaugura
poi il vero Leitmotiv del Sidereus, ovvero la metafora della ter-
ra inesplorata, dal momento che le macchie lunari «non furono
mai osservate da nessuno prima di noi» (a nemine ante nos ob-
servatae fuerunt, III, 62), mentre adesso la Luna «si offre alla
nostra vista» (visui nostro spectandum sese offert, III, 72).
Le nuove idee scaturite dalle scoperte suscitavano polemiche
violentissime e sarcastiche, ma contemporaneamente fruttavano
a Galileo l’ammirazione e le adesioni dei maggiori astronomi e
matematici del tempo (primo fra tutti Keplero). Col procedere
delle sue scoperte, Galileo aderisce in modo sempre più esplici-
to alla teoria copernicana e, soprattutto, è costretto a porsi an-
che problemi di natura filosofica e religiosa: i movimenti della
Terra contraddicevano infatti non solo la dottrina aristotelica,
ma anche la lettera di alcuni passi delle Sacre Scritture. Galileo

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iniziò allora a porsi il problema del complicato conflitto tra la


sempre più evidente verità scientifica e le verità depositate nella
Bibbia e cominciò – per il momento soprattutto in lettere pri-
vate, le cosiddette ‘lettere luterane’ – a teorizzare una doppia
rivelazione divina della verità: l’una, dominio della religione, è
consegnata nei Libri Sacri ma non va interpretata in senso lette-
rale; l’altra, dominio della scienza, è invece scritta in linguaggio
matematico nel gran libro della natura. In questo modo Galileo
rivendicava l’indipendenza della scienza dalla religione e il di-
ritto alla libera ricerca scientifica.
Contemporaneamente, però, iniziavano a destarsi le prime
diffidenze dell’Inquisizione e nel 1616 il cardinale Roberto Bel-
larmino ammoniva Galileo perché abbandonasse l’idea dell’im-
mobilità del sole e dei moti della terra e gl’intimava di non inse-
gnarla né difenderla in alcun modo né a voce né per iscritto.

Il Saggiatore e la lingua del libro dell’universo

Un’altra tappa fondamentale dell’itinerario di Galileo è co-


stituita dal Saggiatore (1623) che è forse, fra le opere di Galileo,
la più brillantemente polemica. La posizione teorica qui espres-
sa da Galileo – per quanto erronea dal punto di vista scientifico
– va però considerata una tappa fondamentale non solo nella
storia del metodo scientifico e della faticosa conquista dell’au-
tonomia della scienza ma anche nel percorso letterario galileia-
no di progressiva democratizzazione del sapere che stiamo di-
segnando.
Il Saggiatore è in realtà una risposta polemica ad alcuni scritti
del gesuita padre Orazio Grassi, matematico del Collegio Ro-
mano, che riguardavano la genesi e la natura di tre comete che,
apparse nel 1618, avevano destato nei profani e negli studiosi
un generale interesse per l’astronomia. Quando già la polemica
era accesa, sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi, padre Grassi
aveva scritto la Libra astronomica ac philosophica, libello retori-

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co e mordace; il titolo, a detta dell’autore, era stato suggerito


dalla maggiore delle tre comete che, apparendo nella costella-
zione della Libra (la Bilancia), gli indicava di pesare con atten-
zione le proprie affermazioni. Galileo, accettando con ironia la
metafora, rispose che in un problema così delicato invece di
una comune bilancia, egli si sarebbe servito di quella «esquisita
e giusta» che veniva usata per gli esperimenti (saggiatore). Il
Saggiatore, scritto in forma di lettera, segue passo passo la
Libra, postillandola, mettendone in evidenza gli errori (o pre-
sunti tali), mostrandone l’arbitrarietà e l’insufficienza con un
gioco dialettico e retorico abilissimo e, soprattutto, mettendo in
discussione il principio d’autorità, i procedimenti logici della
dottrina tradizionale. Galileo è passato nel frattempo all’uso del
volgare, ha mantenuto le illustrazioni ed è ancor più impegnato
nel suo intento di divulgazione.
In un volgare tanto elegante e raffinato quanto chiaro e com-
prensibile, Galileo stava enunciando i principi basilari del me-
todo matematico-sperimentale. Al procedimento sillogistico e
libresco del Grassi, che ritiene di poter arrivare alla verità con
«l’addurr tante testimonianze degli antichi», Galileo oppone il
metodo matematico. La filosofia e la scienza avevano sino a
quel momento basato le proprie affermazioni sull’autorità dei
grandi pensatori del passato (e soprattutto di Aristotele) secon-
do il famoso principio dell’ipse dixit; senza osservare e conside-
rare cose ed esperienze reali, partivano dai libri e dalle opinioni
scritte per dedurne altre verità o tentare la spiegazione dei fatti
naturali. Questo modo di concepire il sapere faceva della cultu-
ra qualcosa di passivo, di meccanico e di libresco che assegnava
un maggior ruolo e una maggiore importanza all’arte della pa-
rola – o meglio della sottigliezza verbale – che alla verità scien-
tifica. Ecco il passo, davvero famoso, in cui Galileo contrappo-
ne, con chiarezza ed efficacia di immagini ed esempi, la vecchia
e la nuova idea del sapere:

Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel

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Figg. 2-3. Frontespizio del Sidereus Nuncius (1610) e del Saggiatore (1623): si
osservi la diversa capacità comunicativa del frontespizio del Saggiatore, in cui
spiccano le personificazioni della Filosofia Naturale e della Matematica, indi-
cate esplicitamente.

filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre


autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso
d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse
stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’I-
liade e l’Orlando furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è
che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così.
La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci
sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può inten-
dere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratte-
re, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri
son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è
impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggi-
rarsi vanamente per un oscuro laberinto (I, 121).

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Galileo gioca con efficacia didattica e con eleganza espressi-


va su due metafore: quella del libro dell’universo, della sua
scrittura e della sua lingua e quella contenuta nel verbo «mari-
tarsi» che – nel significato proprio di congiungersi, unirsi – tro-
va prosecuzione e corrispondenza nella successiva coppia di ag-
gettivi («sterile ed infeconda»). Se guardiamo a questo passo
dal punto di vista della sua limpidezza formale e degli artifici
letterari impiegati è evidente il diritto del testo di entrare nella
storia della letteratura; ma anche se consideriamo la letteratura
come il luogo di deposito e stratificazione della cultura e delle
idee è palese l’importanza di un simile discorso.
Attraverso l’uso della metafora, che non ha intento decorati-
vo di chiarezza didattica, Galileo sta illustrando una rivoluzione
metodologica e culturale: la verità e la scienza non stanno scritte
in questo o quel libro degli antichi filosofi, ma nello spettacolo
stesso delle cose e dell’universo; per leggere il libro della natura
bisogna però far uso della lingua appropriata, non quella della
dialettica e della retorica ma quella della matematica.
Gli artifici della letteratura e l’arte della comunicazione de-
vono servire, se mai, a rendere più comprensibile il gran libro
della natura e a spiegare i fondamenti del nuovo metodo scien-
tifico. Come la metafora è servita a illustrare la differenza fra il
vecchio e il nuovo modo di intendere la scienza, così può essere
un apologo, una storia narrata in forma di fiaba, a spiegare un
altro fondamentale principio: il processo della conoscenza è
inesauribile, e nessuna verità raggiunta è definitiva, ma suscetti-
bile all’infinito di correzioni, integrazioni o ripensamenti.
Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura
d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per
suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e
con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio,
colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano
canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa
sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro
che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada,

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trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le


dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi era-
no, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con
maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità,
donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in se stesso,
e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe
mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti
soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche
altra avventura. Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a
un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certifi-
carsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fan-
ciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, se-
gando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra so-
steneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro
fiato ne traeva voci diverse e molto soavi (I, 199).

Il protagonista del racconto scopre che non solo gli uccelli


ma anche il flauto e il violino sono capaci di produrre «voci di-
verse e molto soavi», poi riprende a seguire le sue curiosità e a
scoprire nuovi strumenti, più o meno naturali.

Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi


fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi nar-
rati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da cor-
de, di tante e tante sorte […] trovossi più che mai rinvolto nell’igno-
ranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per
serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo
altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e
che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune
cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo
scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu
in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggen-
dola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto deri-
vava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che
domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di
sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento
altri incogniti ed inopinabili (I, 200).

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Quando crede d’aver capito tutto, l’uomo si trova in mano


una cicala e pur avendola così vicina non riesce a scoprire per-
ché e come essa canti. Anzi, nel tentativo di capire, finisce per
ucciderla, senza per altro aver risolto il mistero. Ecco dunque
che, in forma di metafora, Galileo non solo ribadisce che la co-
noscenza non è mai esaurita, ma suggerisce anche che le possi-
bilità di comprensione da parte dell’uomo hanno dei limiti tal-
volta invalicabili ed esorta alla modestia scientifica, alla cautela
nel giudizio, alla problematicità. Non a caso l’apologo era pre-
ceduto dall’enunciazione di principio per cui «tale [è] la condi-
zione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri me-
no ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrer-
ne» (I, 199) e si chiude con l’ironica constatazione che se non è
semplice capire perché e come la cicala canta tenendola in ma-
no, non può essere una colpa formulare ipotesi senza presun-
zione di certezza sull’origine delle comete.

Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura


nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il
senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non ba-
sta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisa-
mente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi
dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arro-
gato di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in al-
cun modo lontano da ogni nostra immaginazione; e la difficoltà del-
l’intendere come si formi il canto della cicala, mentr’ella ci canta in
mano, scusa di soverchio il non sapere come in tanta lontananza si ge-
neri la cometa (I, 201).

L’analisi di questa celebre pagina potrebbe essere tutta rivolta


alle sue qualità stilistiche, dal momento che siamo di fronte a
una prosa limpida ed elegante. A testimoniare la sensibilità e la
perizia artistica di Galileo, si noti che la scoperta degli strumenti
musicali è descritta immedesimandosi completamente nel punto
di vista dell’osservatore, mimando lo stupore e la difficoltà di
comprensione iniziale: solo dopo la descrizione del flauto, della

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sua forma e del suo funzionamento, come visti dagli occhi del-
l’uomo, ne viene menzionato il nome; si osservi anche che per
dare alla narrazione il tono stupefatto ed assorto che meglio si
accorda al tema, la vicenda è immersa in un alone di lontananza
e di favola, sia per mezzo dell’attacco quasi da fiaba («Nacque
già in un luogo assai solitario...») sia per la volontà di riprodurre
attraverso paratassi l’accumularsi delle successive scoperte («e
per suo trastullo...», «e con grandissima...», «e venuto nella stra-
da», «e ritiratosi in se stesso», «Ed occorse...»).
Già nella lettura della pagina di ‘prosa d’arte’, dunque, si
può trovare piena soddisfazione, ma negare a questo passo – e
alla letteratura – il valore conoscitivo che porta in sé sarebbe
fuorviante e restrittivo.

Un nuovo modo di raccontare la scienza:


il Dialogo dei massimi sistemi
Il Saggiatore ebbe tanto successo (piacque perfino al papa)
che Galileo pensò fosse giunto il momento di stendere un’ope-
ra sulla teoria copernicana e la «costituzione del mondo» cui
meditava da più di venticinque anni e che aveva preannunciato
sin dai tempi del Sidereus Nuncius. Scrisse il Dialogo dei Massi-
mi Sistemi (con riferimento ai sistemi tolemaico e copernicano)
con lentezza, anche perché ostacolato dalla salute malferma;
costretto a trovare stratagemmi per esprimere il suo pensiero
sfuggendo alle accuse di eresia, poi, lo lasciò da parte più volte;
quando fu pronto, occorsero altri due anni per avere l’imprima-
tur. Per ottenere questo permesso di pubblicazione Galileo do-
vette impegnarsi ad esporre la teoria copernicana come sempli-
ce ipotesi matematica, «senza conceder la verità assoluta», e a
concludere il Dialogo con una riflessione del papa sull’onnipo-
tenza divina: Iddio può aver disposto i cieli e gli elementi della
natura in molti modi per noi incomprensibili; il pretendere di
svelare il mistero della natura attraverso una «particolare fanta-

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sia» umana, significa limitare la divina potenza e sapienza.


Galileo tentò di rispondere con il sarcasmo – arma allettante
e irresistibile – e mise quest’argomento in bocca a Simplicio, il
più debole dei tre interlocutori del dialogo. Forse fu perché il
papa ebbe il sospetto d’esser stato ritratto in Simplicio, che il li-
bro, finito di stampare nel febbraio del 1632, fu messo all’indi-
ce nel luglio successivo e che allo scrittore fu imposto di recarsi
a Roma, a disposizione del Sant’Uffizio. La vicenda si sarebbe
chiusa il 22 giugno 1633 con la sentenza che proibiva la diffu-
sione del Dialogo, con la famosa abiura e con la condanna al
carcere formale.
Quanto alla prima ‘promessa’ fatta da Galileo, egli la man-
tenne fondando l’impianto retorico del testo sull’illusione che il
libro non fosse una dimostrazione scientifica, ma una discussio-
ne fra tre interlocutori che presentava i pro e i contro della teo-
ria copernicana e di quella tolemaica senza la pretesa di perve-
nire a sentenze definitive.
Così, come su un palcoscenico, si alternano le voci di tre
personaggi: Salviati e Simplicio, i due scienziati portavoce dei
due massimi sistemi del mondo, cioè delle due teorie che in quel
periodo andavano scontrandosi, e Sagredo, patrizio veneziano,
che rappresenta il destinatario dell’opera – ovvero il «discreto
lettore», l’«intendente di scienza» – ed interviene nelle discus-
sioni, come un buon interlocutore curioso, chiedendo delucida-
zioni o esponendo dubbi. Salviati, alter ego dello stesso Galilei,
espone le nuove idee copernicane, correggendo le ingenuità di
Sagredo e allo stesso tempo tenendo testa a Simplicio, che rap-
presenta la dottrina tradizionale e dogmatica e – come già il
Sarsi nel Saggiatore – non riconosce altri argomenti che quelli
avallati secondo il principio di autorità.
Il dialogo, che dal punto di vista formale somiglia a una pièce
teatrale, gioca con la grande metafora barocca del «teatro del
mondo» (l’espressione è presente addirittura nell’incipit) e la
rende esplicita, nel momento in cui il portavoce dell’eliocentri-
smo dichiara il proprio ruolo di attore che «solo a guisa di

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Fig. 4. Pagina illustrata del Dialogo dei massimi sistemi (1632): i tre interlocu-
tori in scena.

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comico [si] immascher[a] da Copernico» in occasione della


«rappresentazione» (VII, 281).
Al di là delle strategie e delle tattiche utili ad evitare l’inqui-
sizione, questa forma retorica era richiesta dai destinatari del
testo, esponenti di una classe sociale colta e raffinata, che vole-
vano che il messaggio fosse posto in forma accattivante e con
una prosa elegante e chiara: la cornice teatrale del dialogo
avrebbe intrattenuto più piacevolmente anche i lettori che non
fossero scienziati di professione, la presenza dei tre personaggi,
così ben caratterizzati, avrebbe da un lato reso più frizzante la
trattazione, dall’altro consentito al lettore di immedesimarsi
nelle curiosità e nelle difficoltà di Sagredo.
Non bisogna quindi pensare che l’adozione della forma dia-
logica fosse solo il segno di una opportunistica dissimulazione,
priva di risolute prese di posizione, in ossequio alle pretese del-
la Chiesa. Anzi, proprio in virtù di questa maschera apparente-
mente disimpegnata diventava possibile a Galileo un discorso
filosoficamente più coraggioso. In più il dialogo, specchio per-
fetto di un metodo scientifico dinamico, aperto alla scoperta e
alla discussione, era per la prosa di tipo scientifico una scelta
non meno rivoluzionaria del volgare e del copernicanesimo. Il
trattato – genere abituale dell’accademia – era infatti una forma
chiusa, oggettiva ed anonima, priva di ogni forma di narratività
e mossa da ambizioni di sistematicità totalizzante; il dialogo in-
troduce invece dei personaggi con una forte personalità, investe
il discorso di uno spessore temporale e narrativo in cui la dimo-
strazione viene costruita sotto gli occhi del lettore, e più ancora
che il risultato della dimostrazione contano i processi e gli svi-
luppi della sua costruzione, il piacere della scoperta. Il dialogo
non è sistematico, non pretende di dire tutto e definitivamente
ed anzi, mimando l’oralità, accoglie dubbi, ellissi e digressioni.
La scelta del dialogo, genere letterario in voga nel Cinque e
Seicento, insomma, proietta la scienza nel mondo della lettera-
tura senza svilirla ad aneddoto, ed anzi dimostrando la validità
del nuovo metodo attraverso la sua messa in scena.

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Credo che le tappe del percorso galileiano che abbiamo dise-


gnato, dall’introduzione delle illustrazioni, all’adozione del vol-
gare, sino alla scelta del genere letterario del dialogo testimoni-
no come lo studioso, consapevole del proprio valore e fiducio-
so nella ‘nuova scienza’, nutrisse un ambizioso progetto di poli-
tica culturale: divulgare la verità scientifica ed evitare l’arrocca-
mento della Chiesa su posizioni errate. Galileo pensava e spera-
va che la forza delle argomentazioni avrebbe alla fine vinto, e
che la scienza avrebbe trovato nella potenza della Chiesa non
un ostacolo, ma un appoggio al proprio sviluppo.

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LE LETTERE COPERNICANE.
GALILEO E LA TEOLOGIA DEL SUO TEMPO

di Stefano Sodi

Karol Wojtyla e Galileo Galilei


La grandezza di Galileo è a tutti nota, come quella di Einstein; ma
a differenza di questi […] il primo ebbe molto a soffrire […] da parte
di uomini e organismi di Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha ricono-
sciuto e deplorato certi indebiti interventi: «Ci sia concesso di deplo-
rare – è scritto al n. 36 della Costituzione conciliare Gaudium et Spes
– certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancarono nemmeno
tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la le-
gittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e contro-
versie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e
fede si oppongano tra loro». Il riferimento a Galileo è reso esplicito
dalla nota aggiunta, che cita il volume Vita e opere di Galileo Galilei,
di mons. Paschini, edito dalla Pontificia Accademia delle Scienze.
A ulteriore sviluppo di quella presa di posizione del Concilio, io
auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sin-
cera collaborazione, approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel
leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, ri-
muovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di
molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo.
A questo compito che potrà onorare la verità della fede e della scien-
za, e di schiudere la porta a future collaborazioni, io assicuro tutto il
mio appoggio.
Mi sia lecito, Signori, offrire alla loro attenta considerazione e me-
ditata riflessione, alcuni punti che mi appaiono importanti per collo-
care nella sua vera luce il caso Galileo, nel quale le concordanze tra
religione e scienza sono più numerose, e soprattutto più importanti,
delle incomprensioni che hanno causato l’aspro e doloroso conflitto
che si è trascinato nei secoli successivi.
Colui che è chiamato a buon diritto il fondatore della fisica moder-

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na, ha dichiarato esplicitamente che le due verità, di fede e di scienza,


non possono mai contrariarsi «procedendo di pari dal Verbo divino la
Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo,
e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio» come
scrive nella lettera al Padre Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613.
Non diversamente, anzi con parole simili, insegna il Concilio Vaticano
II: «La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera ve-
ramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale
contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede
hanno origine dal medesimo Iddio» (Gaudium et Spes, 36). Galileo ha
enunciato delle importanti norme di carattere epistemologico indi-
spensabili per accordare la Sacra Scrittura con la scienza. Nella Lette-
ra alla Granduchessa Madre di Toscana, Cristina di Lorena, Galileo
riafferma la verità della Scrittura: «Non poter mai la Sacra Scrittura
mentire, tutta volta che sia penetrato il suo vero sentimento, il qual
non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto di-
verso da quello che suona il puro significato delle parole». Galileo in-
troduce il principio di una interpretazione dei libri sacri, al di là an-
che del senso letterale, ma conforme all’intento e al tipo di esposizio-
ne propri di ognuno di essi. È necessario, come egli afferma, che «i
saggi espositori ne produchino i veri sensi».
La pluralità delle regole di interpretazione della Sacra Scrittura,
trova consenziente il magistero ecclesiastico, che espressamente inse-
gna, con l’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII, la presenza di
diversi generi letterari nei libri sacri e quindi la necessità di interpreta-
zioni conformi al carattere di ognuno di essi.
GIOVANNI PAOLO II, Discorso per la commemorazione
della nascita di Albert Einstein, 10 novembre 1979

Ad appena un anno dal suo insediamento – avvenuto il 16


ottobre 1978 –, il Discorso per la commemorazione della nascita
di Albert Einstein, tenuto il 10 novembre 1979 ai membri della
Pontificia Accademia delle Scienze e del quale abbiamo sopra
riportato un significativo estratto, mostra come il nuovo papa
che proveniva dalla patria di Copernico, tra i molti errori com-
piuti dalla Chiesa di cui intese farsi carico e di cui volle chiede-
re pubblicamente perdono e tra le molte polemiche che intese

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Fig. 1. Uno dei costituti (interrogatori) di Galilei di fronte all’Inquisizione: la


parte finale della deposizione resa da Galileo il 12 aprile 1633, debitamente sot-
toscritta (alla riga 8 si legge: Io Galileo Galilei ho deposto come di sopra) e l’i-
nizio del costituto seguente del 30 aprile 1633. Nonostante le lunghe ricerche
svolte per ritrovare gli atti del processo inquisitoriale di Galilei, fino ad oggi pos-
sediamo solo un «estratto» delle scritture originali rimasto per secoli nell’archivio
della Congregazione dell’Indice, trasferito a Parigi durante il sequestro degli Ar-
chivi vaticani disposto nel 1810 da Napoleone e restituito all’Archivio Segreto Va-
ticano nel 1843. II volume, erroneamente designato per lungo tempo come «pro-
cesso di Galileo Galilei», è quindi in realtà solo un insieme di scritture radunate
dalla Congregazione dell’Indice dopo la condanna dello scienziato pisano per re-
golarsi sulla proibizione dei suoi libri e sull’insegnamento della sua dottrina.
†Archivio Segreto Vaticano, Misc., Arm. X, 204, f. 84r

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chiudere tra la comunità che era stato chiamato a presiedere ed


il mondo moderno, la questione galileiana aveva un ruolo nien-
te affatto secondario.
Più volte e in diverse occasioni Karol Wojtyla tornò sul tema,
offrendone una personale soluzione sulla quale, al termine di
questo nostro approfondimento, avremo modo di tornare.

Le lettere copernicane

Non è qui né possibile né opportuno affrontare il problema,


dibattuto ormai da quasi quattro secoli, del processo subito da
Galilei di fronte al tribunale dell’Inquisizione tra il 12 aprile e il
22 giugno 1633, al termine del quale lo scienziato pisano fu co-
stretto alla pubblica abiura della teoria copernicana (se ne legga
il testo nell’Appendice n. 1). Né ci interessa in questo contesto
discutere sul tema di quale fosse il reale motivo della condanna,
se le manifeste teorie eliostatiche o le più segrete concezioni
atomistiche e antieucaristiche suggerite sul finire del secolo
scorso dal Galileo eretico di Pietro Redondi.
Ci interessa invece evidenziare e discutere l’originale posizio-
ne che Galilei assunse relativamente al rapporto tra le verità
della scienza e quelle della fede, assolutamente innovativa in un
contesto storico-culturale in cui – nello scontro venutosi a crea-
re tra la Chiesa cattolica e quelle riformate sull’unicità della
Bibbia come fonte per la salvezza – era divenuto di prioritaria
importanza per la Chiesa di Roma rivendicare la propria incon-
testabile autorità nell’interpretazione della Sacra Scrittura.
Per far questo ci soffermeremo su quattro testi scritti assai
prima che avessero inizio le note vicissitudini processuali, ma in-
seribili piuttosto in una vicenda che di esse costituì l’antefatto.
Un paio d’anni dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius
(1610), i frati domenicani Niccolò Lorini (1544-ca. 1617), pre-
dicatore generale dell’Ordine e «lettore» di storia ecclesiastica
nello Studio di Firenze, e Tommaso Caccini (1574-1648) aveva-
no accusato Galilei di entrare in contrasto con la Sacra Scrittu-

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ra, avanzando opinioni astronomiche ispirate alla teoria coper-


nicana. Malgrado lo scarso ascolto ricevuto dalla loro polemica,
Galilei – tra il dicembre 1613 e la primavera del 1615 – scrisse
quelle che sono poi passate alla storia col nome di Lettere co-
pernicane che, pur essendo inviate a privati, vennero fatte circo-
lare dallo scienziato pisano fra numerosi amici e conoscenti.
Vediamole in estrema sintesi.
1. Lettera all’abate benedettino Benedetto Castelli, suo disce-
polo e successore in qualità di «lettore delle matematiche»
presso lo Studio pisano (21 dicembre 1613)
Galilei affronta il problema della diversità fra il linguaggio
scientifico e quello biblico. La lettera si conclude con il tentati-
vo di dimostrare come il sistema copernicano si adatti meglio di
quello tolemaico all’affermazione di Giosuè 10, 24 che Dio im-
pose al Sole di fermarsi in cielo.

Fig. 2. Autore ignoto, Ritratto di Benedetto Castelli (1577-1644) (1640),


Firenze, Galleria degli Uffizi, Iconoteca Gioviana.

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2. Prima lettera a monsignor Piero Dini, referendario aposto-


lico a Roma e poi dal 1621 arcivescovo di Ferrara (16 feb-
braio 1615)
In questa lettera Galilei vuole esplicitare la sua posizione ri-
spetto alle accuse che gli erano state mosse da Lorini e Caccini.
In particolare sottolinea da un lato il rischio per la Chiesa di so-
stenere un’interpretazione letterale della Bibbia in quelle con-
clusioni naturali che non sono de fide, dall’altro la cattolicità e
la buona fede di Copernico.

3. Seconda lettera a monsignor Piero Dini (23 marzo 1615)


Galilei risponde ad un’osservazione che il Dini gli aveva fat-
to in una lettera inviatagli pochi giorni prima (14 marzo) in cui
il presule affermava che, riguardo all’opera di Copernico, sa-
rebbe stato meglio se si fossero «salvate le apparenze», aggiun-
gendo qualche postilla al testo, per non incorrere nella censura
ecclesiastica. Il Dini sembra qui suggerire la ‘lettura’ non reali-
stica del De Revolutionibus Orbium Coelestium che il teologo e
matematico Andreas Osiander (1498-1552), prete cattolico pas-
sato al luteranesimo, aveva proposto nella sua introduzione del
1543. Galilei difende invece l’interpretazione realistica dell’o-
pera di Copernico. Sostiene inoltre che danni minori avrebbe
avuto la Chiesa non salvando le apparenze piuttosto che difen-
dendo ostinatamente una teoria falsa (quella geocentrica).

4. Lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana


(1615)
Affronta il problema dei rapporti fra scienza e fede con ar-
gomentazioni fondate sull’esegesi del testo biblico.
Galilei introduce il tema mostrando come molti uomini, non
avendo seguito il consiglio di S. Agostino a non avere paura
della verità per amore del proprio errore, usino il testo biblico
per sostenere tesi non de fide, ma riguardanti le «sensate espe-
rienze e certe dimostrazioni». Riconosce di essersi convinto del-
la verità della teoria eliocentrica e si lamenta per il fatto che ci

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si accanisca contro di lui, quasi ne fosse l’autore. Comunque


sia, intende mostrare l’errore dei suoi critici, confrontandosi in
un’analisi esegetica della Scrittura.

Fig. 3. Santi di Tito (1536-1603), Ritratto di Cristina di Lorena (1565-1636),


Siena, Palazzo Ducale.

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La Lettera al Castelli

Già nella prima delle lettere emerge il cuore dell’argomenta-


zione galileiana.
Lo scienziato pisano non intende infatti negare la dottrina
dell’inerranza biblica («parmi […] non poter mai la Scrittura
Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed in-
violabile verità» essendo la Bibbia «come dettatura dello Spiri-
to Santo»), ma – al tempo stesso – ritiene che uguale dignità
spetti alla natura «come osservantissima esecutrice de gli ordini
di Dio».
Il problema deve essere quindi spostato sulle loro rispettive
interpretazioni: l’esegesi biblica da una parte, la ricerca scienti-
fica dall’altra. Il nostro autore ritiene che alla prima non possa
essere accordata altrettanta autorità della Scrittura. Infatti –
egli sostiene – soprattutto quando intende fermarsi ad un’inter-
pretazione letterale del testo, l’esegesi biblica può commettere
errori in quanto «nella Scrittura si trovano molte proposizioni
le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto di-
verso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi al-
l’incapacità del vulgo».
Viceversa «quello che […] o la sensata esperienza ci pone in-
nanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono»
degli «effetti di natura», cioè il dato scientifico, non può in al-
cun modo essere contraddetto perché la natura segue leggi uni-
versali e necessarie («non ogni detto della Scrittura è legato a
obblighi così severi com’ogni effetto di natura»).
In termini più semplici, Galilei sostiene che se testo sacro e
natura non possono sbagliare, l’errore può essere invece ascrit-
to all’esegesi biblica o alla scienza, ma quando quest’ultima
avrà prodotto risultati incontrovertibili spetterà alla prima fare
un passo indietro.
È questa non solo una lucida ed orgogliosa rivendicazione
della dignità epistemologica della fisica moderna ma un radica-
le rovesciamento del paradigma medievale che vedeva l’ancilla-

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rità di ogni disciplina rispetto a quella teologica, subalterna sol-


tanto – nella concezione tomista – alla scientia Dei et beatorum
omnium, alla conoscenza che Dio aveva di se stesso e che i santi
potevano godere di lui nella vita futura. Galilei non solo mette
in dubbio il primato della teologia sulle altre scienze, afferman-
do la sua indiscutibile autorità nella questioni de fide ma non in
quelle di natura, ma sembra voler competere con i teologi an-
che nel loro stesso ambito.
Probabilmente fu proprio quest’atteggiamento a indispettire
l’Inquisizione, la quale non poteva non temere quanti rivendi-
cassero il diritto di insegnare qualcosa in fatto di esegesi biblica
alle gerarchie ecclesiastiche.
Due erano infatti gli ambiti – e strettamente correlati fra loro
– in cui particolarmente scoperti erano i nervi della Chiesa cat-
tolica di fronte alla posizione luterana che rivendicava, se non,
come si è a lungo sostenuto, il «libero esame» della Sacra Scrit-
tura, almeno la fine del monopolio esegetico da parte della ge-
rarchia ecclesiastica: il timore appunto di trovare nel laicato au-
tentici ed esperti interpreti della Bibbia e quello di assistere ad
un rovinoso ‘effetto domino’ allorché si riconoscesse,
quand’anche in una disciplina qual appunto è l’astronomia, di
cui nel Testo sacro «ve n’è così piccola parte, che non vi si tro-
vano né pur nominati i pianeti», che l’interpretazione unanime-
mente sostenuta dai Padri della Chiesa dovesse essere corretta.
La cosa in realtà non era così semplice e meriterebbe almeno
far cenno alla denuncia che il Caccini presentò a Roma al tribu-
nale dell’Inquisizione il 20 marzo 1615 (denuncia che non pro-
dusse alcuna conseguenza, ma che comportò la decisione di
Galilei di recarsi a Roma per difendersi personalmente), e alle
divergenti posizioni sull’atteggiamento da tenere nei confronti
della scienza moderna tra i gesuiti e i domenicani, dibattito
questo che vide protagonisti personaggi come i cardinali Ro-
berto Bellarmino (1542-1621), Niccolò Sfrondati, poi papa
Gregorio XIV (1535-1591), e Ferdinando Taverna (1558-1619),
tutti giudici che pochi anni prima avevano fatto parte della col-

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legio giudicante che aveva condannato al rogo il filosofo dome-


nicano Giordano Bruno (1548-1600).
Ma la semplificazione è qui necessaria per favorire la chia-
rezza e per comprendere gli elementi nodali della questione.

Tornando a Giovanni Paolo II

Di nuovo di fronte ai membri della Pontificia Accademia del-


le Scienze, il 31 ottobre 1992, stavolta in occasione del 350° an-
niversario della morte di Galileo, Giovanni Paolo II concluse il
suo lungo percorso sullo scienziato pisano con un discorso am-
pio e circostanziato, di cui riproporremo i punti focali e su cui ci
permetteremo di proporre una considerazione conclusiva.

[…] Ero mosso da simili preoccupazioni, il 10 novembre 1979, in


occasione della celebrazione del primo centenario della nascita di Al-
bert Einstein […]
Una commissione di studio è stata costituita a tal fine il 3 luglio
1981. Ed ora, nell’anno stesso in cui si celebra il 350° anniversario
della morte di Galileo [1992], la Commissione presenta, a conclusio-
ne dei suoi lavori, un complesso di pubblicazioni che apprezzo viva-
mente. […]
Il lavoro svolto per oltre dieci anni risponde a un orientamento
suggerito dal Concilio Vaticano II e permette di porre meglio in luce
vari punti importanti della questione.
In avvenire, non si potrà non tener conto delle conclusioni della
Commissione.
[…] Una doppia questione sta al cuore del dibattito di cui Galileo
fu il centro.
La prima è di ordine epistemologico e concerne l’ermeneutica bi-
blica. A tal proposito, sono da rilevare due punti. Anzitutto, come la
maggior parte dei suoi avversari, Galileo non fa distinzione tra quello
che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla
natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per
questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presen-
tare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non

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Fig. 4. Prima pagina della lettera di Galilei all’abate Castelli (21 dicembre
1613).

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fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un’esigen-


za del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore.
Inoltre, la rappresentazione geocentrica del mondo era comune-
mente accettata nella cultura del tempo come pienamente concorde
con l’insegnamento della Bibbia, nella quale alcune espressioni, prese
alla lettera, sembravano costituire delle affermazioni di geocentrismo.
Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della
compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura.
Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che
essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di
interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo.
Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo
punto più perspicace dei suoi avversari teologi. […] Si conosce anche
la sua lettera a Cristina di Lorena (1615) che è come un piccolo tratta-
to di ermeneutica biblica. […]
Possiamo già qui formulare una prima conclusione. L’irruzione di
una nuova maniera di affrontare lo studio dei fenomeni naturali im-
pone una chiarificazione dell’insieme delle discipline del sapere. Essa
le obbliga a delimitare meglio il loro campo proprio, il loro angolo di
approccio, i loro metodi, così come l’esatta portata delle loro conclu-
sioni. In altri termini, questa novità obbliga ciascuna delle discipline a
prendere una coscienza più rigorosa della propria natura.
Il capovolgimento provocato dal sistema di Copernico ha così ri-
chiesto uno sforzo di riflessione epistemologica sulle scienze bibliche,
sforzo che doveva portare più tardi frutti abbondanti nei lavori esege-
tici moderni e che ha trovato nella Costituzione conciliare Dei Ver-
bum una consacrazione e un nuovo impulso. […]
La crisi che ho appena evocato non è il solo fattore ad aver avuto
delle ripercussioni sull’interpretazione della Bibbia. Noi tocchiamo
qui il secondo aspetto del problema, l’aspetto pastorale.
[…] si tratta di sapere come prendere in considerazione un dato
scientifico nuovo quando esso sembra contraddire delle verità di fede.
Il giudizio pastorale che richiedeva la teoria copernicana era difficile
da esprimere nella misura in cui il geocentrismo sembrava far parte
dell’insegnamento stesso della Scrittura. Sarebbe stato necessario con-
temporaneamente vincere delle abitudini di pensiero e inventare una
pedagogia capace di illuminare il popolo di Dio. Diciamo, in maniera
generale, che il pastore deve mostrarsi pronto a un’autentica audacia,

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evitando il duplice scoglio dell’atteggiamento incerto e del giudizio


affrettato, potendo l’uno e l’altro fare molto male.
[…] È un dovere per i teologi tenersi regolarmente informati sulle
acquisizioni scientifiche per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o
meno di tenerne conto nella loro riflessione o di operare delle revisio-
ni nel loro insegnamento.
Se la cultura contemporanea è segnata da una tendenza allo scien-
tismo, l’orizzonte culturale dell’epoca di Galileo era unitario e recava
l’impronta di una formazione filosofica particolare. Questo carattere
unitario della cultura, che è in sé positivo e auspicabile ancor oggi, fu
una delle cause della condanna di Galileo. La maggioranza dei teologi
non percepiva la distinzione formale tra la Sacra Scrittura e la sua in-
terpretazione, il che li condusse a trasporre indebitamente nel campo
della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ri-
cerca scientifica.
In realtà, come ha ricordato il Cardinal Poupard, Roberto Bellar-
mino, che aveva percepito la vera posta in gioco del dibattito, riteneva
da parte sua che, davanti ad eventuali prove scientifiche dell’orbita
della terra intorno al sole, si dovesse «andar con molta considerazione
in esplicare le Scritture che paiono contrarie» alla mobilità della terra
e «più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello
che si dimostra» (Lettera al Padre A. Foscarini, 12 aprile 1615).
Prima di lui, la stessa saggezza e lo stesso rispetto della Parola divi-
na avevano già guidato sant’Agostino a scrivere: «Se a una ragione
evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l’autorità delle Sa-
cre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il
senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il
proprio pensiero, vale a dire non ciò che ha trovato nelle Scritture,
ma ciò che ha trovato in se stesso, come se fosse in esse»” (Epistula
143, n. 7). […]
Un altro insegnamento che si trae è il fatto che le diverse discipline
del sapere richiedono una diversità di metodi.
Galileo, che ha praticamente inventato il metodo sperimentale,
aveva compreso, grazie alla sua intuizione di fisico geniale e appog-
giandosi a diversi argomenti, perché mai soltanto il sole potesse avere
funzione di centro del mondo, così come allora era conosciuto, cioè
come sistema planetario.
L’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della ter-

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ra, fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del


mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale
della S. Scrittura. […]
Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Ri-
velazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A
quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La di-
stinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una
opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro,
ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno per-
mettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà.
GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria
della pontificia accademia delle scienze, 31 ottobre 1992

Merita innanzitutto osservare come il papa in questo discor-


so renda ragione di un’opera di complessiva revisione del caso
– promessa oltre dieci anni prima – che rende piena soddisfa-
zione allo scienziato pisano («Paradossalmente, Galileo, sincero
credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi av-
versari teologi») e riconosce gli errori commessi dall’istituzione
ecclesiastica nei suoi confronti. Ma il pontefice prende occasio-
ne dal caso per offrire una serie di sollecitazioni più generali
che vale la pena evidenziare perché dovrebbero costituire anco-
ra oggi un comune terreno di incontro tra teologi e scienziati
nel loro reciproco e non sempre pacifico rapporto.
Il papa sottolinea che due sono le questioni al centro del ca-
so Galileo.
La prima è di ordine epistemologico ed è relativa all’erme-
neutica biblica. Il pontefice sostiene che ogni volta che emerge
«una nuova maniera di affrontare lo studio dei fenomeni natu-
rali [essa] impone una chiarificazione dell’insieme delle disci-
pline del sapere […] le obbliga a delimitare meglio il loro cam-
po proprio, il loro angolo di approccio, i loro metodi, così co-
me l’esatta portata delle loro conclusioni. In altri termini, que-
sta novità obbliga ciascuna delle discipline a prendere una co-
scienza più rigorosa della propria natura». Nel caso di Galilei

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l’ermeneutica biblica non fu capace di farlo ed è stato necessa-


rio attendere secoli prima che ciò avvenisse. Ma questo è neces-
sario sempre e per ogni disciplina: ogni volta che un ambito del
sapere giunge a nuove conclusioni, esso non può giustapporre
il proprio contributo a fianco di quello degli altri, ma tutti de-
vono essere consapevoli della necessità di ridefinire i loro reci-
proci rapporti per una nuova e più avanzata sintesi conoscitiva.
La seconda è di ordine pastorale. La teoria copernicana, così
lontana dalle abitudini di pensiero dominanti non solo nella
Chiesa, avrebbe preteso di «inventare una pedagogia capace di
illuminare il popolo di Dio», avrebbe richiesto ai suoi pastori
«un’autentica audacia, evitando il duplice scoglio dell’atteggia-
mento incerto e del giudizio affrettato»: «È un dovere per i teo-
logi tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni scientifi-
che per esaminare, all’occorrenza, se è il caso o meno di tener-
ne conto nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel lo-
ro insegnamento», evitando di «trasporre indebitamente nel
campo della dottrina della fede una questione di fatto apparte-
nente alla ricerca scientifica». Basterebbe solo il riferimento alla
bioetica per comprendere l’attualità di queste parole.
Un ulteriore insegnamento Giovanni Paolo II trae dalla que-
stione galileiana: «il fatto che le diverse discipline del sapere ri-
chiedono una diversità di metodi». Ciò significa, per il pontefi-
ce, che nel delicato rapporto tra la teologia e le scienze speri-
mentali (ma anche la filosofia), ognuna con fini e metodi pro-
pri, è necessario rispettare «la distinzione tra i due campi del
sapere» che «non deve essere intesa come una opposizione. I
due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma hanno
punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permet-
tono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà».
Un’unica osservazione ci sia consentita su un impianto teore-
tico che ci vede pienamente consenzienti. Quella relativa alla
citazione della lettera scritta il 12 aprile 1615 dal cardinale Bel-
larmino al carmelitano calabrese Paolo Antonio Foscarini
(1580-1616), dopo che questi aveva pubblicato la Lettera sopra

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l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico, con la quale aveva in-


teso dimostrare come i movimenti di rotazione e rivoluzione
terrestri non contraddicessero il testo biblico.
Ne riportiamo un più ampio stralcio di quello riportato da
Giovanni Paolo II per capirne meglio contesto e portata.
Primo, dico che V.P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a
contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho
sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perché il dire, che
supposto che la Terra si muova e il Sole sia fermo si salvano tutte le ap-
parenze meglio che con porre gli eccentrici et epicicli, è benissimo det-
to, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma vole-
re affermare che realmente il Sole stia nel centro del mondo e solo si ri-
volti in sé stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la Terra
stia nel 3° cielo e giri con somma velocità intorno al Sole, è cosa molto
pericolosa non solo d’irritare i filosofi e theologici scolastici, ma anco
di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante [...]
Secondo, dico che, come lei sa, il Concilio prohibisce le scritture
contra il commune consenso de' Santi Padri; e se la P.V. vorrà leggere
non dico solo li Santi Padri, ma li commentarii moderni sopra il Ge-
nesi, sopra li Salmi, sopra l’Ecclesiaste, sopra Giosuè, troverà che tutti
convengono in esporre ad literam ch’il Sole è nel cielo e gira intorno
alla Terra con somma velocità, e che la Terra è lontanissima dal cielo e
sta nel centro del mondo, immobile. Consideri hora lei, con la sua
prudenza, se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un
senso contrario alli Santi Padri et a tutti li espositori greci e latini [...]
Terzo, dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia
nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non cir-
conda la terra, ma la terra circonda il sole allhora bisogneria andar
con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contra-
rie, e più tosto dire che non l’intendiamo che dire che sia falso quello
che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin
che non mi sia mostrata: né è l’istesso dimostrare che supposto ch’il
sole stia nel centro e la terra nel cielo, si salvino le apparenze, e dimo-
strare che in verità il sole stia nel centro e la terra nel cielo; perché la
prima dimostratione credo che ci possa essere, ma della seconda ho
grandissimo dubbio, et in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrit-
tura Santa esposta da’ Santi Padri.

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Come si evince chiaramente dal testo, forse il cardinal Bellar-


mino «aveva percepito la vera posta in gioco del dibattito», ma
i suoi suggerimenti mostrano come anch’egli nella prassi non si
era discostato dall’atteggiamento dei suoi colleghi criticato dal
papa e aveva invitato Foscarini e Galilei a limitarsi ad un’inter-
pretazione matematica del De revolutionibus.
Del resto, quando il 5 marzo 1516 la Sacra Congregazione
dell’Indice decretò la sospensione donec corrigatur del De revo-
lutionibus, condannò e proibì anche il testo del Foscarini.

APPENDICE N. 1
Testo della pubblica abiura rilasciata da Galileo Galilei
il 22 giugno 1633

Io Galileo, figlio di Vincenzo Galilei di Fiorenza, dell’età mia d’an-


ni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di
voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Respublica
Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti
gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani,
giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio cre-
derò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa
Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo Santo Officio,
per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridica-
mente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che
il Sole sia centro del mondo e che non si muova, e che la Terra non sia
centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere
né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta
falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contra-
ria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale
tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta effica-
cia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudi-
cato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto
che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia cen-
tro e che si muova;
pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e
d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me

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conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e dete-
sto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro er-
rore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire
non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali
si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o
che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero al-
l’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte
le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio
imposte; e contravenendo ad alcuna delle mie dette promesse e giura-
menti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi
che sono da’ sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari
contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e
questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.
Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono
obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sotto-
scritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in
parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno
1633.
Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria

APPENDICE N. 2
Lettera a dom Benedetto Castelli in Pisa (21 dicembre 1613)

Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,


Ieri mi fu a trovare il signor Niccolò Arrighetti, il quale mi dette
ragguaglio della Paternità Vostra: ond’io presi diletto infinito nel sen-
tir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande
che ella dava a tutto cotesto Studio, tanto a i sopraintendenti di esso
quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni: il qual ap-
plauso non aveva contro di lei accresciuto il numero de gli emoli, co-
me suole avvenir tra quelli che sono simili d’esercizio, ma più presto
l’aveva ristretto a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora
quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole anco tal vol-
ta meritar titolo di virtù, degeneri e cangi nome in affetto biasimevole
e dannoso finalmente più a quelli che se ne vestono che a nissun altro.

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Ma il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontar i ragionamen-


ti ch’ella ebbe occasione, mercé della somma benignità di coteste Al-
tezze Serenissime, di promuovere alla tavola loro e di continuar poi in
camera di Madama Serenissima, presenti pure il Gran Duca e la Sere-
nissima Arciduchessa, e gl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori D.
Antonio e D. Paolo Giordano ed alcuni di cotesti molto eccellenti fi-
losofi. E che maggior favore può ella desiderare, che il veder Loro Al-
tezze medesime prender satisfazione di discorrer seco, di promuover-
gli dubbii, di ascoltarne le soluzioni, e finalmente di restar appagate
delle risposte della Paternità Vostra?
I particolari che ella disse, referitimi dal signor Arrighetti, mi han-
no dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale cir-
ca ’l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali ed al-
cun’altre in particolare sopra ’l luogo di Giosuè, propostoli, in contra-
dizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Du-
chessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.
Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, par-
mi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e
stabilito dalla Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra men-
tire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità.
Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potreb-
be nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori,
in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo,
quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole,
perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi
eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e
piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’i-
ra, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose pas-
sate e l’ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trova-
no molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole,
hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per acco-
modarsi all’incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano
d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produ-
chino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sot-
to cotali parole stati profferiti.
Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente
capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’ap-
parente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella

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doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché, procedendo di


pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come detta-
tura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de
gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per ac-
comodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in
aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, al-
l’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante
che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno espo-
sti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i
termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti naturali che
o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie di-
mostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato
in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso
sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi
così severi com’ogni effetto di natura. Anzi, se per questo solo rispet-
to, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e indisciplinati, non
s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi,
attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie al-
la sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da
banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o di
Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore den-
tro a i limitati e ristretti significati delle parole? E massime pronun-
ziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse
Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e
scoperta, avrebbon più presto danneggiata l’intenzion primaria, ren-
dendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concer-
nenti alla salute.
Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non pos-
son mai contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare
i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni natu-
rali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie
ci avesser resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le
Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni
ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di
più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl’interpreti parli-
no inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se
non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e ob-
bligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni

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naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e ne-


cessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a
gli umani ingegni? chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello
che è al mondo di scibile? E per questo, oltre a gli articoli concernenti
alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de’ quali
non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed effi-
cace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza ne-
cessità: e se così è, quanto maggior disordine sarebbe l’aggiugnerli a
richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspi-
rate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del tutto
ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dirò a redar-
guire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze
procedono nel confermare alcune lor conclusioni?
Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamen-
te la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che,
sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso,
non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che
per la bocca dell’istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio
che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, po-
sponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per
quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e
massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in con-
clusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astrono-
mia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur no-
minati i pianeti. Però se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero
di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti,
non ne avrebbon trattato così poco, che è come niente in comparazio-
ne dell’infinite conclusioni altissime e ammirande che in tale scienza
si contengono.
Veda dunque la Paternità Vostra quanto, s’io non erro, disordina-
tamente procedino quelli che nelle dispute naturali, e che direttamen-
te non sono de Fide, nella prima fronte costituiscono luoghi della
Scrittura, e bene spesso malamente da loro intesi. Ma se questi tali ve-
ramente credono d’avere il vero senso di quel luogo particolar della
Scrittura, ed in consequenza si tengon sicuri d’avere in mano l’assolu-
ta verità della quistione che intendono di disputare, dichinmi appres-
so ingenuamente, se loro stimano, gran vantaggio aver colui che in
una disputa naturale s’incontra a sostener il vero, vantaggio, dico,

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sopra l’altro a chi tocca sostener il falso? So che mi risponderanno di


sì, e che quello che sostiene la parte vera, potrà aver mille esperienze
e mille dimostrazioni necessari; per la parte sua, e che l’altro non può
aver se non sofismi paralogismi e fallacie. Ma se loro, contenendosi
dentro a’ termini naturali né producendo altr’arme che le filosofiche,
sanno d’essere tanto superiori all’avversario, perché, nel venir poi al
congresso, por subito mano a un’arme inevitabile e tremenda, che con
la sola vista atterrisce ogni più destro ed esperto campione? Ma, s’io
devo dir il vero, credo che essi sieno i primi atterriti, e che, sentendosi
inabili a potere star forti contro gli assalti dell’avversario, tentino di
trovar modo di non se lo lasciar accostare. Ma perché, come ho detto
pur ora, quello che ha la parte vera dalla sua, ha gran vantaggio, anzi
grandissimo, sopra l’avversario, e perché è impossibile che due verità
si contrariino, però non doviamo temer d’assalti che ci venghino fatti
da chi si voglia, pur che a noi ancora sia dato campo di parlare e d’es-
sere ascoltati da persone intendenti e non soverchiamente alterate da
proprie passioni e interessi.
In confermazione di che, vengo ora a considerare il luogo partico-
lare di Giosuè, per il qual ella apportò a loro Altezze Serenissime tre
dichiarazioni; e piglio la terza, che ella produsse come mia, sì come
veramente è, ma v’aggiungo alcuna considerazione di più, qual non
credo d’avergli detto altra volta.
Posto dunque e conceduto per ora all’avversario, che le parole del
testo sacro s’abbino a prender nel senso appunto ch’elle suonano, ciò
è che Iddio a’ preghi di Giosuè facesse fermare il Sole e prolungasse il
giorno, ond’esso ne conseguì la vittoria; ma richiedendo io ancora,
che la medesima determinazione vaglia per me, sì che l’avversario non
presumesse di legar me e lasciar sé libero quanto al poter alterare o
mutare i significati delle parole; io dico che questo luogo ci mostra
manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema Aristo-
telico e Tolemaico, e all’incontro benissimo s’accomoda co ’l Coperni-
cano.
E prima, io dimando all’avversario, s’egli sa di quali movimenti si
muova il Sole? Se egli lo sa, è forza che e’ risponda, quello muoversi
di due movimenti, cioè del movimento annuo da ponente verso levan-
te, e del diurno all’opposito da levante a ponente.
Ond’io, secondariamente, gli domando se questi due movimenti,
così diversi e quasi contrarii tra di loro, competono al Sole e sono suoi

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proprii egualmente. È forza risponder di no, ma che un solo è suo


proprio e particolare, ciò è l'annuo, e l'altro non è altramente suo, ma
del cielo altissimo, dico del primo mobile, il quale rapisce seco il Sole
e gli altri pianeti e la sfera stellata ancora, constringendoli a dar una
conversione ’ntorno alla Terra in 24 ore, con moto, come ho detto,
quasi contrario al loro naturale e proprio.
Vengo alla terza interrogazione, e gli domando con quale di questi
due movimenti il Sole produca il giorno e la notte, cioè se col suo
proprio o pure con quel del primo mobile. È forza rispondere, il gior-
no e la notte esser effetti del moto del primo mobili e dal moto pro-
prio del Sole depender non il giorno e la notte, ma le stagioni diverse
e l’anno stesso.
Ora, se il giorno depende non dal moto del Sole ma da quel del
primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna ferma-
re il primo mobile, e non il Sole? Anzi, pur chi sarà ch’intenda questi
primi elementi d’astronomia e non conosca che, se Dio avesse ferma-
to ’l moto del Sole, in cambio d’allungar il giorno l’avrebbe scorciato
e fatto più breve? perché, essendo ’l moto del Sole al contrario della
conversione diurna, quanto più ’l Sole si movesse verso oriente, tanto
più si verrebbe a ritardar il suo corso all’occidente; e diminuendosi o
annullandosi il moto del Sole, in tanto più breve tempo giugnerebbe
all’occaso: il qual accidente sensatamente si vede nella Luna, la quale
fa le sue conversioni diurne tanto più tarde di quelle del Sole, quanto
il suo movimento proprio è più veloce di quel del Sole. Essendo, dun-
que, assolutamente impossibile nella costituzion di Tolomeo e d’Ari-
stotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, sì come afferma
la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i movimenti non
sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar il senso delle pa-
role, e dire che quando la Scrittura dice che Iddio fermò il Sole, vole-
va dire che fermò ’l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capa-
cità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e ’l tramon-
tar del Sole, ella dicesse al contrario di quel che avrebbe detto parlan-
do a uomini sensati.
Aggiugnesi a questo, che non è credibile ch’Iddio fermasse il Sole
solamente, lasciando scorrer l’altre sfere; perché senza necessità nes-
suna avrebbe alterato e permutato tutto l’ordine, gli aspetti e le dispo-
sizioni dell’altre stelle rispett’al Sole, e grandemente perturbato tutto
’l corso della natura: ma è credibile ch’Egli fermasse tutto ’l sistema

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delle celesti sfere, le quali, dopo quel tempo della quiete interposta,
ritornassero concordemente alle lor opre senza confusione o altera-
zion alcuna.
Ma perché già siamo convenuti, non doversi alterar il senso delle
parole del testo, è necessario ricorrere ad altra costituzione delle parti
del mondo, e veder se conforme a quella il sentimento nudo delle pa-
role cammina rettamente e senza intoppo, sì come veramente si scor-
ge avvenire.
Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo
del Sole rivolgersi in sé stesso, facendo un’intera conversione in un
mese lunare in circa, per quel verso appunto che si fanno tutte l’altre
conversioni celesti; ed essendo, di più, molto probabile e ragionevole
che il Sole, come strumento e ministro massimo della natura, quasi
cuor del mondo, dia non solamente, com’egli chiaramente dà, luce,
ma il moto ancora a tutti i pianeti che intorno se gli raggirano; se,
conforme alla posizion del Copernico, noi attribuirem alla Terra prin-
cipalmente la conversion diurna; chi non vede che per fermar tutto il
sistema, onde, senza punto alterar il restante delle scambievoli relazio-
ni de’ pianeti, solo si prolungasse lo spazio e ’l tempo della diurna il-
luminazione, bastò che fosse fermato il Sole, com’appunto suonan le
parole del sacro testo? Ecco, dunque, il modo secondo il quale, senza
introdur confusione alcuna tra le parti del mondo e senza alterazion
delle parole della Scrittura, si può, col fermar il Sole, allungar il gior-
no in Terra.
Ho scritto più assai che non comportano le mie indisposizioni:
però finisco, con offerirmegli servitore, e gli bacio le mani, pregando-
gli da Nostro Signore le buone feste e ogni felicità.

Firenze, li 21 dicembre 1613

Di Vostra Paternità molto Reverenda


Servitore Affezionatissimo
Galileo Galilei

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UN «CIELO NUOVO». GALILEO AL TELESCOPIO

di Francesca Sodi

Io quando il monumento vidi,


[…] di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il Sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento.
U. FOSCOLO, Dei sepolcri, vv. 160-164

Ugo Foscolo riassunse così l’opera di Galileo Galilei, l’uo-


mo, il filosofo e lo scienziato che per primo osservò con un te-
lescopio, fra la fine del 1609 e l’inizio del 1610, le meraviglie
del cielo stellato trovando proprio in questo, ovvero nella natu-
ra, le prove scientifiche per dimostrare la veridicità delle tesi
cosmologiche copernicane. Galileo fu infatti un convinto co-
pernicano, un assertore di quel nuovo sistema cosmologico che
alla fine del Cinquecento aveva irrotto sulla scena ed aveva in
parte sconvolto gli equilibri della comunità scientifica dell’epo-
ca, rivoluzionando il modo di concepire l’Universo e il ruolo
della Terra in esso.

Sono veramente felice di avere un compagno così illustre e così


amante del vero nella ricerca della verità. È certo una cosa tristissima
che gli uomini amanti della verità e che non perseguono un metodo
perverso di filosofare siano così rari. Ma poiché questo non è il luogo
per deplorare le miserie del nostro secolo, ma piuttosto di congratu-
larmi con te per le bellissime scoperte nella conferma della verità, ag-
giungerò e prometterò questo soltanto: che leggerò il tuo libro con
cura e con animo sereno, nella certezza di trovare in esso cose bellissi-
me. Questo farò tanto più volentieri, perché già da molti anni ho ade-

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rito alla dottrina di Copernico e perché, muovendo da tale posizione,


sono stato in grado di dimostrare le cause di molti fenomeni naturali
che certamente nell’ipotesi corrente restano inesplicabili. Ho già scrit-
to molte ragioni e confutazioni degli argomenti contrari, ma finora
non ho osato pubblicarle, spaventato dalla sorte toccata al nostro
maestro Copernico, il quale, sebbene abbia acquistato fama immorta-
le presso alcuni, è apparso invece a infiniti altri ridicolo e da respin-
gersi. Troverei certo il coraggio di rendere pubbliche le mie conside-
razioni se vi fossero molti uomini simili a te; ma dal momento che non
se ne trovano, soprassiederò al mio negozio.
G. GALILEI, Lettera a Johannes Kepler, 4 agosto 1597

Così scriveva Galileo nel 1597, e quindi ben prima delle sue
osservazioni astronomiche, ringraziando il ‘collega’ Keplero
(1571-1630), altro grande nome della storia dell’astronomia,
per avergli fatto dono del suo nuovo libro, il Mysteruim cosmo-
graphicum. Da quanto scritto in questa lettera appare evidente
che Galileo era copernicano e che era ben consapevole del fatto
che con le teorie di Copernico fosse possibile spiegare molti fe-
nomeni naturali. Aveva però paura di pubblicare le sue idee
perché sapeva che i suoi lettori sarebbero stati coloro che ave-
vano appellato Copernico «ridicolo» senza comprendere la
portata rivoluzionaria delle sue teorie.
Ma perché le tesi di Copernicano erano così rivoluzionarie?
E perché Galileo temeva di farsi riconoscere come copernica-
no? Per comprendere questo dobbiamo fare una breve digres-
sione e tornare indietro nel tempo di quasi duemila anni, all’e-
poca del grande filosofo greco Aristotele.
Questi (384-321 a.C.), sulla linea delle ricerche astronomiche
dei suoi tempi, aveva teorizzato un sistema cosmologico al-
quanto complesso ma coerente, accompagnato da una fisica in
grado di spigare in maniera adeguata i fenomeni che quotidia-
namente si osservano nella natura. Il sistema cosmologico ari-
stotelico, che in parte riprende sistemi precedenti come quello
del filosofo Eudosso, teorizza l’Universo come un qualcosa di

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chiuso in se stesso e di finito, poiché il finito è proprio della


perfezione, una grande sfera eterea, ovvero cristallina, del tutto
chiusa all’esterno che si trova a galleggiare nel nulla, non nel
vuoto come oggi noi lo intendiamo, ma nella totale assenza di
ogni cosa.
Questo Universo si apre al suo interno in una moltitudine di
sfere celesti che regolano il movimento degli astri. Al centro di
tutto il sistema sta la nostra Terra, priva di ogni movimento,
posta in quella posizione perché perfetta e al centro di tutto il
Cosmo. Sulla Terra vigono alcune leggi fisiche che regolano il
moto irregolare dei corpi e quello degli elementi che li com-
pongono, acqua, aria, terra e fuoco, quattro elementi fonda-
mentali che per loro natura tendono a muoversi per tornare al
loro luogo naturale: la terra e l’acqua verso il basso, perché pe-
santi, e l’aria ed il fuoco verso l’alto, perché massimamente
leggeri.
Al di sopra della Terra sta il primo corpo celeste, la Luna,
che si muove di moto circolare e costante lungo la sua orbita
eterea. Eterea perché, se sulla Terra troviamo i quattro elementi
in movimento rettilineo, a partire dalla Luna fino a salire in alto
verso il cielo stellato, troviamo un solo elemento che compone
tutti i corpi celesti, l’etere, ed un solo movimento, quello circo-
lare. La Luna, come tutti i pianeti, si trova quindi come incasto-
nata in un orbita che non è una costruzione matematica come
oggi pensiamo, ma una sfera di cristallo, una sfera fisica e real-
mente esistente, che si muove trascinando con sé il proprio cor-
po celeste.
Oltre la Luna si trova la sfera di Mercurio e poi quella di Ve-
nere, quella del Sole, quella di Giove e quella di Saturno. Oltre
Saturno sta l’ultima sfera celeste, quella delle stelle fisse. Tutte
queste sfere si muovono circolarmente intorno alla Terra ed il
loro moto nasce dal divino, da un motore immobile che impri-
me il primo movimento all’Universo mettendo in moto la sfera
delle stelle fisse, pur restano immobile nella sua assoluta perfe-
zione.

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Fig. 1. Rappresentazione del sistema cosmologico geocentrico di Andreas


Cellarius, intitolata Scenographia systematis mundani Ptolemaici, risalente al
1660/1661. Nell’immagine la Terra si trova immobile al centro del sistema.
Oltre si trovano le sfere della Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e
Saturno e delle stelle fisse, fra le quali si evidenziano le costellazioni zodiacali.

Come se questa complessa struttura geometrica non fosse


sufficiente, il sistema è in realtà ancora più complesso perché
per riuscire a render ragione con la teoria di ciò che realmente
si osserva nel cielo stellato, ovvero del fatto che i pianeti si
muovono attraverso lo sfondo dato dalle stelle fisse in maniera
non sempre regolare, Aristotele fu costretto ad immaginare non
una ma molteplici sfere per ogni singolo pianeta, in modo che il
movimento di ognuna di esse sommato a quello delle altre, po-
tesse dar ragione del movimento reale del pianeta. Se vogliamo
immaginarci questo complesso sistema, possiamo pensarlo con

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una specie di matrio_ka sferica che ha come strato più esterno


la sfera delle stelle fisse e man mano più internamente quelle
dei pianeti fino ad arrivare al cuore dell’Universo, la Terra.
Questo sistema cosmologico fu accettato dall’intera cultura
occidentale e restò nei secoli quasi invariato. Alcune modifica-
zioni vennero apportate da un altro grande astronomo, Tolo-
meo (II secolo d.C.) che matematizzò il sistema aristotelico al
fine di semplificarlo e di migliorare le previsioni astronomiche,
lasciando inalterate le caratteristiche fondamentali ma appor-
tando anche grandi ed importanti cambiamenti alla struttura
dell’Universo. Tolomeo inserì infatti nel sistema epicicli, defe-
renti ed equanti, strutture geometriche già utilizzate da astro-
nomi precedenti. Queste modificazioni furono però presto la-
sciate nel dimenticatoio ed oggi quando sentiamo parlare di si-
stema aristotelico-tolemaico possiamo in realtà pensare a gran-
di linee a quello di Aristotele.
Lasciandoci ora alle spalle questi personaggi torniamo all’e-
poca di Galileo.
Nella seconda metà del Cinquecento, mentre l’Europa stava
vivendo un periodo storico denso di avvenimenti ed impregna-
to dai fatti della Riforma protestante e della Controriforma cat-
tolica, un canonico polacco, Niccolò Copernico (1473-1543),
lanciò quasi involontariamente una pietra che sarebbe arrivata
molto lontano.
Astronomo e matematico, il Copernico si era posto l’obietti-
vo di trovare un sistema geometrico più semplice di quello di
Tolomeo per dar ragione dei reali movimenti del cielo mante-
nendo un sistema di sfere eteree in moto circolare uniforme.
Egli non era davvero intenzionato a rivoluzionare l’intero siste-
ma dell’Universo ma al contrario voleva riportarlo alla sempli-
cità ed alla purezza originarie eliminando quelle aggiunte che lo
avevano reso troppo complicato ed innaturale.

I nostri avi, per quanto risulta, hanno ipotizzato una moltitudine di


sfere celesti, con lo scopo principale di garantire la regolarità del mo-

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to apparente degli astri. Pareva infatti del tutto assurdo che un corpo
celeste perfettamente rotondo non dovesse sempre muoversi unifor-
memente. Essi però avevano constatato che poteva accadere che un
corpo sembrasse muoversi verso un punto qualsiasi, anche in virtù
della varia combinazione e del concorso di moto regolari. […] Tutta-
via, quel che fu tramandato da Tolomeo e da molti altri qua e là ri-
guardo tali questioni, pur corrispondendo con i dati numerici, sem-
brava presentare non poche difficoltà. Infatti queste teorie non erano
sufficientemente attendibili senza immaginare un certo numero di cir-
coli equanti, a causa dei quali però il pianeta non pareva muoversi
con velocità sempre costante, né sulla sua sfera deferente, né intorno
al suo centro. Per questo una tale teoria non sembra essere abbastan-
za assoluta e nemmeno abbastanza conforme alla ragione. Perciò, ac-
cortomi di questo, sovente pensavo se mai fosse possibile rinvenire
una più razionale sistemazione dei circoli, dai quali potesse dipendere
ogni apparente irregolarità, fermo restando che tutti fossero mossi
uniformemente intorno al loro centro secondo quanto richiesto dal
principio del movimento assoluto.
N. COPERNICO, De hypothesibus motuum coelestium
commentariolus, 1507-1512

La «più razionale sistemazione di circoli» che secondo Co-


pernico avrebbe permesso di semplificare la struttura del Co-
smo, richiedeva semplicemente di invertire la posizione del So-
le e della Terra, ovvero di fermare il Sole nel centro del Cosmo
e dare alla Terra un movimento di rivoluzione intorno ad esso
equiparandola a tutti gli altri pianeti. La teoria cosmologica
eliostatica di Copernico, spiegata nel De rivolutionibus orbium
coelestium (1543), apportava appunto questo cambiamento di
posizione lasciando inalterato il moto circolare uniforme dei
pianeti, la circolarità delle orbite e la loro fisicità. Il sistema co-
pernicano prevedeva quindi il Sole immobile al centro del siste-
ma (in realtà non esattamente nel centro poiché le orbite plane-
tarie erano eccentriche e quindi non avevano il Sole come pun-
to di rotazione) ed attorno ad esso in movimento Mercurio, Ve-
nere, la Terra con la Luna unite in un sistema a se stante, e poi

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ancora Marte, Giove, Saturno e le stelle fisse. In questo modo


era possibile eliminare molte delle sfere che Aristotele aveva ag-
giunto per far quadrare la teoria con l’osservazione reale del
moto dei pianeti e molte altre strutture geometriche in seguito
integrate nel sistema.
Questo mutamento apportato da Copernico, che di per sé
poteva sembrare banale e privo di conseguenze, fu invece suffi-
ciente a suscitare nei confronti del polacco sentimenti contra-
stanti di amore o odio, accettazione o secco rifiuto. La Chiesa,
per esempio, legata all’interpretazione letterale del testo sacro,
non accettò queste nuove tesi astronomiche in quanto contrarie
alla Scrittura: se infatti Giosuè in battaglia aveva chiesto al Sole
di fermarsi per poter prolungare il giorno e portare il popolo
ebraico alla vittoria, il Sole non poteva essere immobile e la
Terra non poteva essere in movimento.
Alla luce di tutto ciò si capisce allora perché Galileo, alla fi-
ne del Cinquecento fosse restio a far pubblica la sua fede co-
pernicana. Il timore era quello di trovarsi immischiato in dispu-
te accese e pericolose a lui non congeniali, che avrebbero potu-
to sovvertire la sua prestigiosa posizione di Lettore di Matema-
tica all’Università di Padova, il suo ruolo nella società della Se-
renissima e del Granducato di Toscana e tutta la sua esistenza.
Questo timore mantenne Galileo fermo nella sua posizione per
alcuni anni, ovvero fino quando le osservazioni astronomiche

Fig. 2. Rappresentazione del sistema


eliocentrico di Andreas Cellarius, inti-
tolata Scenographia systematis Coperni-
cani, risalente al 1708. Al centro del si-
stema si trova il Sole con intorno le sfe-
re di Mercurio e Venere. Subito dopo
Venere stanno la Terra, rappresentata
in movimento, e la Luna a lei attigua.
Oltre la Terra si trovano poi Giove e
Saturno e le stelle fisse, fra le quali si
evidenziano le costellazioni zodiacali.

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fatte con il telescopio non dimostrarono scientificamente la ra-


gione di Copernico. Avvenuto questo fatto, il filosofo pisano,
come amava farsi chiamare, si sentì invece pronto a rompere gli
indugi ed a professare e addirittura insegnare la teoria di Co-
pernico andando contro le regole dell’Università e della società
in genere, non più curante del pericolo delle sue azioni, susci-
tando ovviamente l’avversità di molti colleghi professori aristo-
telici e di molti esponenti della Chiesa. Per capire quanto l’ope-
ra di Galileo portò scompiglio e destò preoccupazione, basta ri-
cordare che il De rivolutionibus orbium coelestium di Coperni-
co venne messo all’Indice dall’Inquisizione non dopo la sua
stampa o dopo la circolazione delle sue tesi, ma solamente nel
1616, ovvero solamente dopo che Galileo ebbe dimostrato che
le tesi del canonico polacco non erano giochi matematici ed
ipotesi strampalate, ma la realtà fisica del Mondo, certa e non
confutabile nemmeno dalla Chiesa.
Ma cosa aveva visto Galileo di così importante da fargli rom-
pere gli indugi? E come aveva fatto a vederlo?
Immergiamoci nell’estate del 1609 a Venezia.
Galileo si trovava come sempre a Padova, dedito alle sue le-
zioni universitarie e, soprattutto, alle sue ricerche fisiche ed al
suo laboratorio. Improvvisamente successe però un qualcosa di
inaspettato che da lì a poco avrebbe mutato i suoi interessi in
maniera radicale.
[…] ci giunse notizia che era stato costruito da un certo Fiammin-
go un occhiale […] e correvan voci su alcune esperienze di questo mi-
rabile effetto, alle quali chi prestava fede, chi no. Questa stessa cosa
mi venne confermata pochi giorni dopo per lettera dal nobile francese
Iacopo Badovere, da Parigi; e questo fu causa che io mi volgessi tutto
a cercar le ragioni e ad escogitare i mezzi per giungere all'invenzione
di un simile strumento.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

Galileo si recava spesso a Venezia e in una di queste sue visi-


te nel mese di luglio era venuto quindi a sapere, probabilmente

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dall’amico Paolo Sarpi (1522-1623), dell’esistenza di uno strano


nuovo strumento ottico fiammingo capace del «mirabile effet-
to» di far vedere vicine le cose lontane, uno strumento che po-
teva essere molto utile per scopi militari e che poteva fruttar
bene se venduto in maniera oculata.
Si trattava di un cannocchiale, un dispositivo ottico formato
da un tubo con alle due estremità delle lenti, costruito da alcu-
ni abili maestri vetrai olandesi, che in effetti permetteva di ve-
dere come da vicino cose molto lontane, per esempio navi ne-
miche all’orizzonte.
La storia dell’invenzione del telescopio è in realtà più com-
plessa poiché in Olanda nel 1608 tre maestri occhialai si erano
contesi il titolo di ‘primo inventore’ e perché probabilmente
nessuno di loro fu veramente tale. I tre contendenti furono
Johannes Lipperhey (1570-1619), Sacharias Janssen (1580-
1638) e Jacob Metius (1571-1635) e nessuno dei tre ottenne
mai il privilegio dell’invenzione da parte degli Stati Generali
d’Olanda. Nell’Ottocento poi, a complicare le cose, Cornelis
de Waard (1879-1963), studiando la figura dello scienziato
Isaac Beeckmann, coetaneo dello Janssen, dal diario di questi
venne a conoscenza del fatto che lo Janssen stesso avrebbe co-
struito il suo primo strumento utilizzando un modello italiano
del 1590.
A Galileo in realtà poco importava probabilmente della sto-
ria e dell’origine del cannocchiale. Tecnico ed abile costruttore
di strumenti, sapeva però che non avrebbe potuto farsi sfuggire
un’occasione come quella che gli si stava prospettando e per
questo, avuta voce della novità, si mise subito all’opera per cer-
care di comprendere il segreto dell’occhiale. Proprio mentre si
trovava a Venezia intento in questa ricerca, a Padova giunse in-
tanto un occhialaio olandese e molti amici padovani videro per
la prima volta personalmente il cannocchiale. Galileo, saputa la
notizia, si affrettò a tornare a Padova, il 3 agosto, ma scoprì
amaramente che l’occhialaio era già ripartito alla volta di Vene-
zia dove voleva vendere alcuni suoi strumenti al Doge. Incuran-

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te del fatto, egli si dedicò allora frettolosamente alla costruzio-


ne del suo strumento.
All’epoca Galileo non conosceva le regole dell’ottica ma, sul-
la base delle notizie che aveva raccolto, tentativo dopo tentati-
vo, usando al meglio le conoscenze meccaniche riguardo la fab-
bricazione delle lenti ed abbinando intuizione, sperimentazione
e deduzione, riuscì a costruire in pochi giorni uno strumento
uguale, anzi addirittura migliore, di quelli che circolavano.

Ma forse alcuno mi potrebbe dire, che di non piccolo ajuto è al ri-


trovamento e soluzion d’alcun problema l’esser prima in qualche mo-
do renduto consapevole della verità della conclusione e sicuro di non
cercare l’impossibile, e che perciò l’avviso e la certezza, che l’occhiale
era di già stato fatto mi fusse d’ajuto tale che per avventura senza
quello non l’avrei ritrovato. A questo io rispondo che l’ajuto recatomi
dall’avviso svegliò la volontà ad applicarvi il pensiero, che senza quel-
lo può essere che io mai v’avessi pensato; ma che, oltre a questo, tale
avviso possa agevolare l’invenzione, io non lo credo: e dico di più che
il ritrovar la risoluzione di un problema pensato e nominato, è opera
di maggiore ingegno assai che ‘l ritrovarne uno non pensato né nomi-
nato, perché in questo tutto può aver parte grandissima il caso, ma
quello è tutta opera del discorso.
G. GALILEI, Le Opere. Edizione Nazionale sotto gli auspici
di Sua Maestà il Re d’Italia, VI, Firenze 1896, pp. 259-260.

Fu quindi così che Galileo costruì il primo strumento, in po-


chi giorni, con entusiasmo e curiosità: un tubo di piombo mu-
nito alle estremità di due lenti di vetro, una lente obiettiva con-
vergente ed una lente oculare divergente.
Nel frattempo l’occhialaio olandese partito da Padova era
ormai giunto a Venezia ed il governo veneziano aveva allora af-
fidato proprio all’amico di Galileo, Paolo Sarpi, il compito di
visionare lo strumento olandese e di fornire un suo giudizio per
poi, nel caso, deciderne l’acquisto. Il Sarpi, conoscendo Galileo
ed essendo probabilmente sicuro che anche questi avrebbe pre-
sto portato a Venezia il suo cannocchiale, o avendo forse addi-

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Fig. 3. Cannocchiale originale di Galileo, databile fra la fine del 1609 e l’ini-
zio del 1610, composto di un tubo con alle estremità due sezioni separate in
cui si alloggiano l’obiettivo e l’oculare. Il tubo è rivestito in pelle rossa con
fregi in oro. La lente obiettiva è piano-convesso ed ha un diametro di 37 mm
di diametro mentre l’oculare, che non è l’originale, è biconcavo e di 22 mm di
diametro. Questo cannocchiale permette di raggiungere 21 ingrandimenti.

rittura già ricevutane certezza da Galileo stesso, espresse un


giudizio negativo costringendo lo straniero a ripartire.
Puntuale come ci si poteva aspettare, Galileo fece ritorno a
Venezia a metà agosto con il suo perspicillum mostrandolo a tut-
te le personalità della città e provando le sue qualità dai campa-
nili e dalle torri di Venezia. Il ‘colpo’ riuscì perfettamente ed il
Collegio del Senato di Venezia, in data 25 agosto 1609, conferì a
Galileo, come premio per la sua fedeltà e come ricompensa per
il dono del suo nuovo strumento, mille fiorini e la ‘ricondotta a
vita’ per il suo incarico di Lettore di Matematica a Padova.
Così Galileo riassunse anni più tardi, nel 1623, gli eventi di
quell’estate:
Qual parte io abbia nel ritrovamento di questo strumento, e s’io lo
possa ragionevolmente nominar mio parto, l’ho gran tempo fa mani-
festo nel mio Avviso Sidereo scrivendo come in Vinezia, dove allora
mi trovavo, giunsero nuove che al Sig. Conte Maurizio era stato pre-
sentato da un Olandese un occhiale col quale le cose si vedevano così

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perfettamente come se fussero state molto vicine; né più fu aggiunto.


Su questa relazione io tornai a Padova, dove allora stanziavo, e mi po-
si a pensare sopra tale problema, e la prima notte dopo il mio ritorno
lo ritrovai, ed il giorno seguente fabbricai lo strumento, e ne diedi
conto a Vinezia a i medesimi amici co’ quali il giorno precedente ero
stato a ragionamento sopra questa materia. Mi applicai poi subito a
fabbricarne un altro più perfetto, il quale sei giorni dopo condussi a
Vinezia, dove con gran meraviglia fu veduto quasi da tutti i principali
gentiluomini di quella Repubblica, ma con mia grandissima fatica, per
più di un mese continuo.
G. GALILEI, Il Saggiatore, 1623

La storia fin qui raccontata non ha però niente a che fare


con l’astronomia perché il telescopio fino a questo momento
non era sicuramente uno strumento scientifico per l’indagine
del cielo. Lo stesso Galileo quando aveva costruito il suo primo
cannocchiale non aveva sicuramente pensato alle stelle ed alla
scienza ma semmai aveva pregustato la felice realizzazione di
uno strumento ottico con capacità quasi magiche, facilmente
producibile e smerciabile come gioco per i nobili e come ritro-
vato tecnico per l’esercito. Qualcosa però sarebbe cambiato di
lì a poco ed avrebbe trasformato il ‘giocattolo’ in un potente
strumento scientifico.
Non si sa con sicurezza cosa abbia spinto Galileo a puntare il
telescopio verso il cielo. Prima e contemporaneamente a lui già
altri avevano tentato. Lo aveva fatto l’olandese Lipperhey guar-
dando le stelle per provare i suoi strumenti, notando che queste
erano di più di quelle che si vedevano ad occhio nudo, lo aveva
fatto l’inglese Thomas Harriot (1560-1624), osservando la Luna,
ed anche il tedesco Simon Marius (1573-1624), che pare abbia
addirittura osservato i satelliti di Giove qualche giorno prima di
Galileo. Non è neanche affatto certo che Galileo abbia osserva-
to il cielo fin dalla prima volta con spirito scientifico. L’idea di
rivolgere il telescopio alle stelle può essergli nata per semplice
imitazione, per provare che i suoi strumenti erano migliori di
quelli olandesi o per una semplice casualità derivata da prove

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tecniche di collimazione dello strumento.


In realtà a noi non interessa conoscere la motivazione iniziale
di Galileo, ma ci basta sapere che alla fine del 1609 egli decise
di puntare il perspicillum verso la volta stellata e che rimase stu-
pefatto, e probabilmente anche spaventato, di quello che i suoi
occhi riuscivano a vedere. Dico riuscivano a vedere perché in
realtà non basta guardare il cielo per rivoluzionare il modo di
concepire l’Universo, non basta nemmeno vedere che le stelle
al telescopio sono più di quelle che si vedono ad occhio nudo o
che la Luna ha zone più chiare e più scure frastagliate, perché
quello che veramente serve è osservare il cielo con occhi che
vogliono vedere quello che è celato, che credono in quello che
vedono anche se è qualcosa di nuovo e incredibile, e che credo-
no di vedere delle cose che hanno valore per tutta l’umanità.
E questo è proprio quello che fece Galileo: egli non solo
guardò verso il cielo, ma lo fece con l’occhio dell’uomo che cer-
ca nella stessa natura le prove scientifiche per dimostrare la sua
struttura, mettendosi su una via non ancora del tutto percorsa
ma vincente. Egli comprese infatti che in ciò che si vede con un
cannocchiale alcune cose dipendono dalla realtà osservata, altre
dal cannocchiale stesso ed altre ancora dall’occhio e dal cervel-
lo di chi osserva e per di più si rese conto di essere l’unico ad
averlo capito e che per questo aveva in mano l’avvenire del tele-
scopio, il compito di migliorare lo strumento e di aprire le men-
ti dei suoi contemporanei. Vedere infatti non vuol dire sola-
mente recepire un segnale visivo esterno, vedere è anche rico-
noscere ciò che si vede, ovvero paragonare quello che l’occhio
recepisce inconsapevolmente con quello che già si trova nella
memoria, con quello che ricordiamo delle esperienze passate.
Solo così siamo capaci di renderci conto di quello che vediamo.
Il problema era che nessuno aveva un’esperienza passata come
quella di Galileo, non l’aveva lui e nemmeno nessuno dei suoi
contemporanei, perché nessuno aveva mai visto prima quello
che il cannocchiale rendeva ora possibile vedere. Galileo, esem-
pio di una percezione visiva estremamente sviluppata e rivolu-

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zionaria che gli consentì di vedere cose che altri scienziati del-
l’epoca con la stessa informazione sensoriale non riuscivano a
vedere, aveva quindi il compito di insegnare agli altri cosa e co-
me guardare attraverso il telescopio.
Ecco perché non ci interessa il motivo per il quale Galileo
abbia osservato il cielo la prima volta ed ecco perché non ci in-
teressa nemmeno se sia stato il primo o il secondo a farlo: quel-
lo che ci interessa veramente è il modo con cui Galileo lo ha
fatto, cercando connessioni continue fra l’osservazione e quella
struttura cosmologica copernicana che necessitava di prove per
essere accettata da tutti, fidandosi non solo del suo occhio e del
suo cervello ma di uno strumento, di un apparato mediatore
delle impressioni dirette della natura frutto dell’ingegno uma-
no. Il telescopio da semplice strumento di diletto si stava tra-
sformando quindi nelle mani di Galileo in un strumento scien-
tifico a tutti gli effetti: per questo possiamo dire che Galileo sia
stato l’inventore del telescopio, non perché l’abbia costruito
per primo, ma perché lo ha trasformato in ciò che oggi è.

Ora, non è dubbio alcuno, e noi lo riconosciamo ben volentieri,


che i primi inventori hanno diritti imprescrittibili, e quando si sco-
prirà sicuramente chi, o prima o meglio del Porta, avrà costruito il
cannocchiale, o comunque messo insieme da sé quello strumento che
servì di modello all’occhialaio di Middleburg, renderemo lui pure il
dovuto omaggio, ma non per questo saranno menomati i meriti di
Galileo. Come nella massima parte dei casi, anche per il telescopio, e
lo dimostra lo studio che intorno vi abbiamo condotto, lo storico che
volesse rendere giustizia a tutti si perderebbe in un dedalo inestricabi-
le di nomi, ma sarebbe opera partigiana ed ingiusta il disconoscere le
benemerenze di colui che con alcuni progressi decisivi ha per così di-
re sintetizzato il lavoro dei suoi predecessori; e conchiuderemo tradu-
cendo il concetto nostro in questo giudizio: se Gutenberg ha inventa-
to la stampa, certamente Galileo è l’inventore del telescopio».
A. FAVARO, La invenzione del telescopio secondo gli ultimi studi,
in «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti»,
66/II (1906), pp. ??-??, a p. 54.

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Cerchiamo ora di comprendere cosa il telescopio rivelò agli


occhi di Galileo e per farlo torniamo all’inverno del 1609.
Galileo puntò il suo telescopio verso la Luna per la prima
volta alla fine di novembre. Osservando la sua superficie, la
trovò ben diversa da quello che si aspettava, da come era sem-
pre stata descritta, una sfera eterea e perfetta bloccata nella sua
altrettanto eterea orbita.

Per satisfare a V.S. Ill.ma, racconterò brevemente quello che ho os-


servato con uno de’ miei occhiali guardando nella faccia della luna; la
quale ho potuto vedere come assai da vicino, cioè in distanza minore
di tre diametri della terra, essendoché ho adoprato un occhiale il quale
me la rappresenta di diametro venti volte maggiore di quello che appa-
risce con l’occhio naturale, onde la sua superficie vien veduta 400 vol-
te, et il suo corpo 8.000, maggiore di quello che ordinariamente dimo-
stra: siché in una mole così vasta, et con strumento eccellente, si può
con gran distintione scorgere quello che vi è; et in effetto si vede aper-
tissimamente, la luna non essere altramente di superficie uguale, liscia
e tersa, come da gran moltitudine di gente vien creduto esser lei et li
altri corpi celesti, ma all’incontro essere aspra, et ineguale, et in somma
dimonstrarsi tale, che altro da sano discorso concluder non si può, se
non che quella è ripiena di eminenze et di cavità, simili, ma assai mag-
giori, ai monti et alle valli che nella terrestre superficie sono sparse.
G. GALILEI, Lettera a Antonio de’ Medici, 7 gennaio 1610

Fig. 4. Autografo del Sidereus nuncius (1610) in


cui è rappresentata la Luna osservata da Galileo
con il suo telescopio.

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Fig. 5. Mosaico lunare, ripreso da Luca Bardelli e Francesca Sodi, composto


da due immagini effettuate il 27 aprile 2004, un giorno dopo il primo quarto,
in proiezione afocale con un telescopio rifrattore apocromatico e fotocamera
digitale. La ripresa copre la zona del Mare Imbrium che va dalle Alpi, in alto
a sinistra, agli Appennini, in basso a sinistra, e i crateri Cassini, Aristillus, Au-
tolycus e, prossimo al terminatore, Archimedes.

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In occasione della prima osservazione di Giove, il 7 gennaio


1610, Galileo scrisse privatamente ad Antonio de’ Medici rac-
contando che la Luna si era rivelata al telescopio non liscia e
tersa come una sfera perfetta ma aspra ed ineguale, e che l’uni-
ca conclusione che da questo si poteva trarre utilizzando l’inge-
gno di una mente sana era che la Luna fosse cosparsa di monta-
gne ed avvallamenti esattamente come la Terra.

Et le apparenze da me nella luna osservate, sono queste. Prima, co-


minciando a rimirarla, 4 o 5 giorni dopo il novilunio, vedesi il confine
che è tra la parte illuminata et il resto del corpo tenebroso, esser non
una parte di linea ovale pulitamente segnata, ma un termine molto
confuso, anfrattuoso et aspro, nel quale molte punte luminose spor-
gono in fuori et entrano nella parte oscura; et all’incontro altre parti
oscure intaccano, per così dire, la parte illuminata, penetrando in essa
oltre il giusto tratto dell’ellipsi.
G. GALILEI, Lettera a Antonio de’ Medici, 7 gennaio 1610

Un’altra cosa si notava, ovvero che il terminatore lunare, la


linea che divide la parte della superficie lunare illuminata dal
Sole da quella oscura, non era una linea continua ma frastaglia-
ta. Questo fatto, osservato con certezza, era naturalmente spie-
gabile nell’ipotesi di una Luna con una superficie irregolare ma
assolutamente impossibile nel caso di una superficie liscia e
perfetta.
Con una semplice osservazione Galileo era riuscito quindi
ad abbattere una delle certezze dell’astronomia dell’epoca se-
condo la quale i corpi celesti erano esseri divini del tutto diversi
dall’umana Terra. Ora la Luna e la Terra si erano rivelate della
stessa natura.

Et oltre all’osservationi della luna, ho nell’altre stelle osservato que-


sto. Prima, che molte stelle fisse si veggono con l’occhiale, che senza
non si discernono; et pur questa sera ho veduto Giove accompagnato
da 3 stelle fisse totalmente invisibili per la lor piccolezza. […]
I pianeti si veggono rotondissimi, in guisa di piccole lune piene, et

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di una rotondità terminata et senza irradiatione; ma le stelle fisse non


appariscono così, anzi si veggono folgoranti et tremanti assai più con
l’occhiale che senza, et irradiate in modo che non si scuopre qual fi-
gura posseghino.
G. GALILEI, Lettera a Antonio de’ Medici, 7 gennaio 1610

Con il telescopio si potevano allora vedere stelle che senza


non erano visibili e si poteva anche notare con facilità una dif-
ferenza fra le stelle ed i pianeti, in quanto nell’occhiale le prime
si vedevano scintillanti mentre gli altri come «piccole lune pie-
ne», ovvero rotondi e non scintillanti (questo avviene poiché le
stelle sono fonti di luce mentre i pianeti sono illuminati dalla
luce riflessa del Sole).
Oltre alla Luna ed alle stelle Galileo aveva notato però vici-
no a Giove anche la presenza di tre strane stelle. Questo fatto,
nuovamente inaspettato, aveva subito incuriosito l’astronomo
pisano che, a partire dal 7 gennaio, si era quindi dedicato im-
mediatamente ad un’osservazione sistematica del pianeta per
comprendere la natura dei compagni gioviani.
Il risultato di queste sue osservazioni fu a dir poco sconcer-
tante e divenne il fulcro del Sidereus Nuncius: Giove non era un

Fig. 6. Diario autografo di Ga-


lileo Galilei (1610-1613) che ri-
porta i dati delle osservazioni
dei quattro satelliti medicei di
Giove e le loro reciproche po-
sizioni. Giove è rappresentato
da un cerchio mentre i satelliti
da un asterisco.

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pianeta solitario ma era accompagnato da ben quattro satelliti


in orbita regolare intorno ad esso. Questa scoperta era vera-
mente eclatante perché andava a scardinare la perfezione del si-
stema cosmologico aristotelico: Giove era il centro di rotazione
di un piccolo sistema planetario a sé stante con una configura-
zione molto simile a quella del sistema Terra-Luna secondo la
teoria di Copernico.
Tutte queste scoperte andavano comunicate al mondo scien-
tifico; ora era possibile rompere gli indugi della lettera a Keple-
ro perché le osservazioni della natura erano una prova certa ed
inconfutabile che non poteva essere taciuta. Galileo doveva av-
visare il mondo della realtà osservata nel cielo e lo doveva fare
rapidamente per evitare che altri lo facessero prima di lui can-
cellando il suo primato e quello del suo potente strumento.
Così in fretta e furia, senza particolari cure e sottili correzio-
ni, il Sidereus Nuncius, scritto in latino, la lingua ufficiale della
scienza, venne messo in circolazione 12 marzo 1610, come un
piccolo ma denso diario di osservazione.

AVVISO ASTRONOMICO
CHE CONTIENE E SPIEGA OSSERVAZIONI DI RECENTE
CONDOTTE CON L’AIUTO DI UN NUOVO OCCHIALE SULLA
FACCIA DELLA LUNA, SULLA VIA LATTEA E LE NEBULOSE,
SU INNUMEREVOLI STELLE FISSE, E SU QUATTRO PIANETI
DETTI ASTRI MEDICEI NON MAI FINORA VEDUTI
Grandi cose per verità in questo breve trattato propongo all’osser-
vazione e alla contemplazione di quanti studiano la natura. Grandi,
dico, e per l’eccellenza della materia stessa, e per la novità non mai
udita nei secoli, e infine per lo strumento mediante il quale queste co-
se stesse si sono palesate al nostro senso.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

Grandi novità e grandi scoperte, questo Galileo prometteva


agli studiosi della natura fin dalle prime parole di un testo che
si prospettava dirompente da tutti i punti di vista.

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Ora verremo esponendo le osservazioni da noi fatte nei due mesi


trascorsi, richiamando, agli esordi di così grandi contemplazioni, l’at-
tenzione di tutti quanti amano la vera filosofia»
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

Gli ‘amanti della vera filosofia’, coloro cioè che erano pronti
ad accogliere il messaggio della natura più che le teorie dei
grandi personaggi del passato, potevano con questo testo com-
prendere il percorso fatto da Galileo nei mesi precedenti fino a
giungere alle sue stesse conclusioni.
La prima cosa da illustrare all’amante del vero era sicura-
mente la struttura del perspicillum, lo strumento che aveva per-
messo tutte le osservazioni riportate nel testo e che solo avreb-
be permesso ai lettori di fare a loro volta le stesse osservazioni.
Così Galileo decise di dedicare le prime pagine del Sidereus ad
una descrizione dettagliata delle caratteristiche e delle poten-
zialità dello dispositivo ottico. Le prime osservazioni celesti rac-
contate sono inserite dopo questa descrizione tecnica e sono
quelle della Luna che avevano evidenziato, come abbiamo vi-
sto, la superficie irregolare ed il terminatore frastagliato. A tut-
te le spiegazione del caso Galileo pensò bene di unire disegni
ben particolareggiati.

Dicemmo fin qui delle osservazioni fatte sul corpo della Luna: ora
parleremo brevemente di quel che intorno alle stelle fisse fu veduto
da noi finora. E in primo luogo è degno di attenzione il fatto che le
stelle, sia fisse che erranti, quando si guardano con il cannocchiale,
non si vedono ingrandite nella proporzione degli altri oggetti e della
stessa Luna, ma l’aumento di grandezza per le stelle appare assai mi-
nore […] Degna di nota sembra anche la differenza tra l’aspetto dei
pianeti e quello delle stelle fisse. I pianeti presentano i loro globi esat-
tamente rotondi e definiti e, come piccole lune luminose perfuse
ovunque di luce, appaiono circolari: le stelle fisse invece non si vedon
mai terminate da un contorno circolare, ma come fulgori vibranti
tutt’attorno i loro raggi e molto scintillanti.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

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Proseguendo nel racconto dell’esperienza galileiana si trova-


no le stelle, come abbiamo già detto scintillanti a differenza dei
pianeti, che nel telescopio risultavano essere ingrandite molto
meno rispetto agli altri oggetti osservati poiché, secondo Gali-
leo, molto più piccole di quanto si vede ad occhio nudo e poi-
ché circondate dal bagliore della loro luminosità (in realtà que-
sto avviene semplicemente perché troppo lontane e quindi, an-
che se ingrandite, sempre puntiformi).

Ma oltre le stelle di sesta grandezza si vedrà col cannocchiale un


così gran numero di altre, invisibili alla vista naturale, che appena è
credibile […] E perché si abbia prova del loro inimmaginabile nume-
ro, volli inserire i disegni di due costellazioni affinché dal loro esem-
pio ci si faccia un’idea delle altre […] disegnammo sei stelle del Toro
dette PLEIADI (dico sei, perché la settima non appare quasi mai), ma
chiuse nel cielo entro strettissimi limiti, cui altre invisibili (più di qua-
ranta) sono vicine.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

Il telescopio aveva permesso a Galileo di vedere anche molte


più stelle rispetto a quanto possibile ad occhio nudo. Nel caso
della costellazione delle Pleiadi, aveva svelato 40 stelle invece

Fig. 7. Immagine tratta dal Si-


dereus Nuncius (1610) rappre-
sentante la costellazione delle
Pleiadi osservata da Galileo
con il suo telescopio.

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delle solite 6 o 7 che si potevano vedere comunemente, dise-


gnando quindi un nuovo aspetto della volta stellata. Inoltre:

Quello che in terzo luogo osservammo è l’essenza o materia della


Via LATTEA, la quale attraverso il cannocchiale si può vedere in mo-
do così palmare che tutte le discussioni, per tanti secoli cruccio dei fi-
losofi, si dissipano con la certezza della sensata esperienza, e noi siamo
liberati da sterili dispute. La GALASSIA infatti non è altro che un am-
masso di innumerabili stelle disseminate a mucchi. […] E inoltre (me-
raviglia ancor maggiore) gli astri chiamati finora dagli astronomi NE-
BULOSE son raggruppamenti di piccole stelle disseminate in modo
mirabile: e mentre ciascuna di esse, per la sua piccolezza e cioè per la
grandissima distanza da noi, sfugge alla nostra vista, dall’intrecciarsi
dei loro raggi risulta quel candore, che finora è stato creduto una parte
più densa del cielo, atta a riflettere i raggi delle stelle e del Sole.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

La Via Lattea, quella che noi oggi sappiamo essere la nostra


Galassia, era quindi formata di stelle e non da chissà quale stra-
na materia cosmica, e allo stesso modo erano composte di stelle
anche certe nebulosità che fino a quel momento non si erano
distinte. Il telescopio, in pratica, aveva permesso di andare a ri-
solvere in stelle puntiformi ciò che ad occhio nudo era un sem-
plice bagliore luminoso diffuso.
Pare importante sottolineare a questo punto l’atteggiamento
di Galileo che si evidenzia in queste parole del 1610, atteggia-
mento che negli anni successivi sarebbe diventato la base non
solo della ricerca ma anche dell’intera storia del pisano. Secon-
do Galileo le osservazioni telescopiche, le «sensate esperienze»,
erano prove certe che dissipavano in una sola volta secoli di
«sterili dispute». Non importava quindi quale filosofo naturale
avesse affermato una teoria o un’altra, l’unica cosa capace di fa-
re chiarezza nella verità erano le osservazioni della natura. Non
aveva senso affermare la spiegazione di un fatto naturale se poi
la natura mostrava una soluzione contraria alle parole umane:
era la natura che racchiudeva in se stessa la verità della sua

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struttura originaria e solo attraverso la sua osservazione, lettura


e comprensione era possibile afferrare la ragione regolatrice
dell’Universo.
Tornando al contenuto del Sidereus Nuncius, il diario osser-
vativo di Galileo continuava a questo punto con i resoconti del-
le osservazioni di Giove e delle posizioni dei suoi quattro satel-
liti che, in onore ed eterna memoria del granduca di Toscana
Cosimo II, Galileo aveva denominato Astri Medicei.
Resta ora quello che ci sembra l’argomento più importante di que-
sto trattato: e cioè rivelare e divulgare le notizie intorno a quattro pia-
neti non mai dal principio del mondo fino ad oggi veduti, e le osser-
vazioni condotte in questi due ultimi mesi sui loro mutamenti e giri,
invitando tutti gli astronomi a studiare e definire i loro periodi, cosa
che fino ad oggi non ci fu dato fare in alcun modo per ristrettezza di
tempo. Ma li avvertiamo che, per non porsi vanamente a questo stu-
dio, è necessario il telescopio esattissimo del quale parlammo al prin-
cipio di questo libro.
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, 1610

Si può notare che anche in questo caso Galileo da una parte


si mostrava pronto ad aprire le porte alla ricerca comune inci-
tando i colleghi allo studio dei satelliti per giungere a definire i
periodi delle loro rivoluzioni intorno a Giove, ma dall’altra ri-
marcava ancora una volta che solo con un telescopio identico al
suo, e che quindi solo lui era in grado di produrre, fosse possi-
bile osservare questi oggetti celesti.
Con queste osservazioni terminava il Sidereus Nuncius, testo
di fondamentale importanza per tutta la storia dell’astronomia
perché non conteneva teorie e calcoli matematici ma solo prove
sensibili e riproducibili da chiunque, prove sperimentali.
Le osservazioni di Galileo non terminarono però con la pub-
blicazione del Sidereus, ma anzi continuarono negli anni por-
tando altri risultati interessanti.
Ho cominciato il dì 25 stante a rivedere Giove […], et più ho sco-
perto un’altra stravagantissima meraviglia, la quale desidero che sia

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saputa da loro A.ze et da V.S., tenendola però occulta, sin che nell’o-
pera che ristamperò sia da me pubblicata: ma ne ho voluto dar conto
a loro A.ze Ser.me, acciò se altri l’incontrasse, sappine che niuno la ha
osservata avanti di me; se ben tengo per fermo che niuno la vedrà se
non dopo che l’haverò fatto avvertito. Questo è, che la stella di Satur-
no non è una sola, ma un composto di 3, le quali quasi si toccano né
mai tra di loro si muovono o mutano; et sono poste in fila […]: et
stanno situate in questa forma oOo.
G. Galilei, Lettera a Belisario Vinta, 30 luglio 1610

Galileo aveva osservato Saturno e per la prima volta aveva


notato i suoi anelli. Il filosofo pisano non aveva ovviamente i
mezzi per poterli distinguere e per comprendere la loro forma,
né tanto meno la loro struttura, ma era riuscito a distinguere
due rigonfiamenti laterali al pianeta, due specie di manici. Non
si trattava di una scoperta di immediata comprensione, ma di
una «stravagantissima meraviglia» inspiegabile che solo succes-
sivamente si sarebbe riusciti a comprendere.
Ma la scoperta che fra tutte quelle finora analizzate permise
veramente a Galileo di affossare l’ipotesi cosmologica aristoteli-
ca a favore di quella copernicana, venne dal pianeta Venere.

Sapranno dunque come, circa 3 mesi fa, vedendosi Venere vesper-


tina, la comincia ad osservare diligentemente con l’occhiale, per veder
col senso stesso quello di che non dubitava l’intelletto. La veddi dun-
que, sul principio, di figura rotonda, pulita et terminata, ma molto
piccola: di tal figura si mantenne sino che cominciò ad avvicinarsi alla
sua massima disgressione, tutta via andò crescendo in mole. Cominciò
poi a mancare dalla rotondità nella sua parte orientale et aversa al so-
le, et in pochi giorni si ridusse ad essere un mezzo cerchio perfettissi-
mo; et tale si mantenne, senza punto alterarsi, sin che incominciò a ri-
tirarsi verso il sole, allontanandosi dalla tangente. Hora va calando dal
mezzo cerchio et si mostra cornicolata, et anderà assottigliandosi sino
all’occultazione, riducendosi allora con corna sottilissime; quindi,
passando ad apparizione mattutina, la vedremo pur falcata et sottilis-
sima, et con le corna averse al sole; anderà poi crescendo sino alla

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massima disgressione, dove sarà semicircolare, et tale, senza alterarsi,


si manterrà molti giorni; et poi dal mezo cerchio passerà presto al tut-
to tondo, et così rotonda si conserverà poi per molti mesi. Ma è il suo
diametro adesso circa cinque volte maggiore di quello che si mostrava
nella sua prima apparizione vespertina: dalla quale mirabile esperien-
za haviamo sensata et certa dimostrazione di due gran questioni, state
sin qui dubbie tra’ maggiori ingegni del mondo. L’una è, che i pianeti
tutti sono di loro natura tenebrosi (accadendo anco a Mercurio l’istes-
so che a Venere): l’altra, che Venere necessariissimamente si volge in-
torno al sole, come anco Mercurio et tutti li altri pianeti, cosa ben cre-
duta da i Pittagorici, Copernico, Keplero et me, ma non sensatamente
provata, come hora in Venere et in Mercurio.
G. GALILEI, Lettera a Giuliano de’ Medici, 1° gennaio 1611

Galileo, alla fine del 1610, aveva dunque iniziato ad osserva-


re Venere. Lo aveva fatto non per semplice curiosità, ma con
uno scopo ben preciso, per vedere con gli occhi ciò di cui era
già certo il suo intelletto, ovvero che Venere era un pianeta con
le fasi esattamente come la Luna, ed anche come Mercurio. Ne
era certo perché il fenomeno delle fasi era una caratteristica che
questi pianeti dovevano avere necessariamente in un sistema

Fig. 8. Immagine tratta dal Saggiatore (1613) rappresentante le fasi di Venere


e le dimensioni del disco del pianeta osservate da Galileo.

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solare eliocentrico e sapeva che osservandolo avrebbe avuto la


prova scientifica per di dimostrare l’ipotesi di Copernico.

Cosa vuol dire tutto questo? Se poniamo il Sole fermo al


centro dell’orbita sia di Venere che della Terra, mettiamo en-
trambi i pianeti in movimento e l’orbita di Venere interna a
quella della Terra, ovvero inserita fra la Terra ed il Sole, così co-
me vuole Copernico, Venere vista da Terra durante il ciclo della
sua rivoluzione intorno al Sole risulta avvicinarsi ed allontanarsi
da Terra e parallelamente la sua superficie diventa più o meno
illuminata a seconda della sua posizione rispetto al Sole ed alla
Terra. Come si vede dalla figura 9, all’inizio Venere si trova nel-
la posizione della sua orbita che la fa essere più vicina alla Ter-
ra, congiunzione inferiore, ha quindi un diametro piuttosto
grande ed è completamente oscura perché il Sole illumina la
faccia che da Terra non è visibile. Man mano che il pianeta ruo-
ta intorno al Sole contemporaneamente si allontana da Terra,
diventando più piccolo, ed aumenta la fase, ovvero la parte di
superficie illuminata dal Sole, fino a raggiungere, quando si tro-
va dalla parte di là del Sole rispetto a Terra, congiunzione supe-
riore, il suo diametro minore, perché nel punto più lontano da
Terra, e la sua massima luminosità, perché del tutto illuminato
dal Sole. Allo stesso modo, continuando il suo movimento orbi-
tale, Venere inizia nuovamente ad avvicinarsi a Terra aumen-
tando il suo diametro e a diminuire la fase, fino a tornare nella

Fig. 9. L’immagine spiega il


perché delle fasi di Venere os-
servate da Terra nell’ipotesi di
un Sistema Solare eliocentrico.

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situazione iniziale. Riassumendo, quello che nell’ipotesi di Co-


pernico si può osservare da Terra, è un pianeta che con il tem-
po aumenta la fase diminuendo di diametro e diminuisce la fase
aumentando di diametro, raggiungendo due massimi, di minor
diametro e totale illuminazione e maggior diametro con illumi-
nazione del tutto assente, quando si trova in congiunzione con
il Sole.
In un sistema cosmologico geocentrico come quello aristote-
lico il fenomeno delle fasi non è geometricamente possibile con
le stesse modalità del sistema eliocentrico: se Venere al telesco-
pio avesse mostrato delle fasi accentuate e con le caratteristiche
che abbiamo spiegato allora la struttura del sistema solare
avrebbe dovuto essere necessariamente eliocentrica, o comun-
que avrebbe dovuto ammettere Venere e Mercurio orbitanti
primariamente intorno al Sole.
Venere non deluse Galileo: al telescopio mostrò infatti esat-
tamente quelle fasi che il pisano aveva sperato di vedere dando
prova di ciò che Copernico, Keplero e lo stesso Galileo aveva-
no sempre affermato.
Prima di concludere questa breve trattazione resta da accen-
nare un altro fenomeno, questa volta solare. Galileo infatti, nel-
l’estate 1610, iniziò a dilettarsi anche di osservazioni solari tele-
scopiche, analizzando l’immagine della superficie solare proiet-
tata dal telescopio, ovvero senza osservarlo direttamente, come
invece nel caso della Luna o delle stelle, per non essere acceca-
to dalla sua potente luminosità moltiplicata dall’effetto ottico
del telescopio. Anche sul Sole si manifestò subito un qualcosa
di inusitato: la sua superficie non era perfetta e liscia ma spora-
dicamente maculata, ovvero con delle macchie scure.

Col prossim’ordinario le manderò una lettera che scrivo al Signor


Marco Velserio in materia delle macchie solari […]. Circa le quali
macchie io finalmente concludo, e credo di poterlo necessariamente
dimostrare, che le sono contigue alla superficie del corpo solare, dove
esse si generano e si dissolvono continuamente, nella guisa appunto

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delle nugole intorno alla terra, e dal medesimo sole vengono portate
in giro, rivolgendosi egli in sé stesso in un mese lunare con revolutio-
ne simile all’altre de i pianeti, cioè da ponente verso levante intorno a
i poli dell’eclittica: la quale novità dubito che voglia essere il funerale
o più tosto l’estremo et ultimo giuditio della pseudofilosofia, essendo-
si già veduti segni nelle stelle, nella luna e nel sole; e sto aspettando di
sentir scaturire gran cose dal Peripato per mantenimento della immu-
tabilità de i cieli, la quale non so dove potrà essere salvata e celata, già
che l’istesso sole ce l’addita con sensate manifestissime esperienze:
onde io spero che le montuosità della luna sieno per convertirsi in
uno scherzo et in un solletico, rispetto a i flagelli delle nugole, de i va-
pori e fumosità, che su la faccia stessa del sole si vanno producendo,
movendo e dissolvendo continuamente».
G. GALILEI, Lettera a Federico Cesi, 12 aprile 1612

Il Sole, così come la Luna, non era quindi un corpo etereo


perfetto, ma era macchiato e quindi imperfetto. Se già la sca-
brosità della superficie lunare aveva creato seri problemi all’a-
stronomia aristotelica, l’irregolarità della superficie solare era
ancora più problematica poiché il Sole era un corpo divino più
degli altri, in quanto fonte di luce e calore. Le teorie filosofiche
erano però a questo punto per Galileo poco importanti perché
le «sensate esperienze» ancora una volta avevano cancellato
ogni dubbio.
In realtà il pisano sapeva bene che anche questa dimostrazio-
ne non sarebbe stata sufficiente a celebrare il «funerale della
pseudofilosofia» poiché ancora una volta si sarebbero cercate
motivazioni e spiegazioni per rigettare il dato osservativo a fa-
vore della teoria aristotelica. Ed in effetti aveva ragione poiché
prima che il suo metodo, le sue teorie e le sue osservazioni ve-
nissero accettate sarebbero passati ancora molti anni.
Nella storia si incontrano spesso grandi personaggi da subito
conclamati e resi celebri ed altri che invece vengono inizialmen-
te tenuti nascosti il più possibile ma che riescono comunque a
seminare e a dare grandi frutti, anche se molti anni dopo. Gali-
leo è forse un personaggio di questo tipo, un professore fuori

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Fig. 10. Immagine tratta dall’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari
(1613) rappresentante alcune macchie solari osservate da Galileo.

Fig. 11. Mosaico solare, ripreso da Luca Bardelli e Francesca Sodi, composto
da tre immagini effettuate il 21 luglio 2004, con un telescopio rifrattore apo-
cromatico e una webcam. L’immagine ritrae la regione attiva NOAA 652, una
delle macchie solari più cospicue dell’estate di quell’anno, ed evidenzia la
complessità della forma della macchia e la granulazione fotosferica delle zone
limitrofe.

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dalla righe, portavoce di una nuova teoria ritenuta falsa dal


mondo accademico, da alcuni addirittura pericolosa e quindi
da rigettare senza ombra di dubbio; un astronomo, un fisico,
un matematico ed un filosofo che con le sue prove sperimentali
rischiava di scardinare un sistema da secoli ritenuto valido uni-
versalmente nel mondo occidentale e per di più in un periodo
storico in cui tutto ciò che era nuovo e diverso da ciò che era
ufficialmente riconosciuto, era di per sé mal visto. È difficile, e
forse anche sbagliato, esprimere un giudizio sulla storia di Gali-
leo, perché sono moltissimi i fattori che vanno considerati per
comprendere una vicenda legata ad un periodo storico, ad una
società e ad un mondo accademico ben diversi da quelli che og-
gi conosciamo. Più che cercare in Galileo il prototipo dello
scienziato moderno o il personaggio ancora legato al passato,
più che esaltare quasi acriticamente le sue scoperte o individua-
re nella sua opera ciò che è stato poi superato dagli eventi e
dalla scienza successiva, è opportuno riconoscere come Galileo
col telescopio abbia effettivamente disegnato un cielo nuovo,
un cielo che desterà accese discussioni e che sarà man mano
scoperto nei secoli, ma che dal 1609 è diventato quel cielo che
ogni sera osserviamo consapevoli della sua immensa profon-
dità.

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Il ‘laboratorio’ del giovane Galileo.


Alle origini della fisica moderna

di Stefano Salvia

Esplorando Galileo. Astronomo o ‘meccanico’?

Il celebre matematico Joseph-Louis de Lagrange (1736-


1813) scriveva a proposito del nostro scienziato nella sua Méca-
nique Analytique, pubblicata a Parigi nel 1788:

Galileo ha fatto per primo questo passo importante [la scoperta


della legge di caduta dei gravi e del moto parabolico dei proiettili] e
ha così aperto una via nuova e immensa allo sviluppo della Meccani-
ca. Queste scoperte sono esposte e sviluppate nell’opera intitolata:
Dialoghi delle Scienze nuove, ecc., che apparve per la prima volta a
Leida nel 1637; esse non procurarono a Galileo, quando era in vita, la
stessa fama che gli venne dalle scoperte che aveva fatto sul sistema del
mondo, ma rappresentano al giorno d’oggi la parte più solida e più
reale della gloria di questo grand’uomo.

La tesi di Lagrange era già stata sostenuta da Newton e da


altri suoi contemporanei, che avevano visto nei Discorsi e dimo-
strazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attenenti alla
meccanica e ai moti locali (1638) il vero testamento scientifico
lasciato da Galileo. Quest’opera tarda e per molti aspetti in-
compiuta, redatta nella forma che conosciamo quando egli si
trovava ormai da cinque anni confinato ad Arcetri e composta
da diversi trattati scritti nel corso dei decenni precedenti, con-
tiene infatti i principi fondamentali della nuova fisica sperimen-
tale e le più importanti scoperte e dimostrazioni galileiane nel
campo della meccanica: la legge di caduta dei gravi, il piano in-
clinato, il moto parabolico dei proiettili, tanto per citare le più
famose.

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Eppure per molto tempo, almeno fino all’Ottocento, il Gali-


leo più letto e conosciuto, sia in Italia che all’estero, fu il Gali-
leo astronomo e ‘filosofo naturale’, colui che per primo osservò
il cielo con il telescopio di sua invenzione e sostenne una vera e
propria battaglia a favore della teoria di Copernico sul moto
della Terra e sulla stabilità del Sole, scontrandosi con i filosofi
aristotelici e con la Chiesa; il Galileo del Sidereus Nuncius
(1610), delle lettere astronomiche, dell’Istoria e dimostrazioni
intorno alle macchie solari e loro accidenti (1614) e delle lettere
copernicane, ma anche il Galileo del Saggiatore (1623) e quello
del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e
copernicano (1632), opere peraltro considerate dei veri e propri
capolavori della letteratura italiana del Seicento.
I Discorsi e gli scritti di argomento propriamente fisico, co-
me il Discorso delle cose che stanno in su l’acqua o che in quella
si muovono (1612), rimasero invece meno noti al grande pub-
blico, senza dubbio perché più difficili da leggere e poco acces-
sibili a chi non avesse familiarità con nozioni e problemi di geo-
metria, meccanica o idrostatica. Se poi si considera il fatto che
la maggior parte delle lettere e dei manoscritti galileiani restò
inedita e praticamente sconosciuta sino alla fine del XIX seco-
lo, non stupisce che una posizione come quella di Lagrange do-
vesse rimanere a lungo minoritaria e che, ad eccezione della
legge di caduta dei gravi, il nome di Galileo, non solo nel senti-
re comune ma anche tra i primi storici della scienza, fosse lega-
to soprattutto alle sue scoperte in ambito astronomico e alle vi-
cende che lo portarono di fronte al tribunale dell’Inquisizione.

L’Edizione Nazionale delle ‘Opere’

Tra il 1890 e il 1909 uscirono a Firenze i venti volumi delle


Opere di Galileo Galilei, a cura del matematico-storico padova-
no Antonio Favaro (1847-1922). Per la prima volta vennero
pubblicati integralmente e in edizione critica gli autografi gali-

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leiani, tutte le lettere esistenti di e a Galileo, gli appunti prepa-


ratori alla stesura dei lavori pubblicati in vita e i frammenti ab-
bozzati di quelle che avrebbero dovuto essere la Quinta e la Se-
sta Giornata dei Discorsi. Ancora oggi, a cento anni di distanza,
quella di Favaro è considerata l’edizione principale di riferi-
mento per gli studiosi, la cui attenzione si è progressivamente
spostata nel corso dei decenni dalla ‘questione copernicana’ e
dal processo del 1633 alle origini e agli sviluppi successivi della
fisica galileiana, tanto che al giorno d’oggi la tendenza preva-
lente è quella di inquadrare le ricerche di Galileo in ambito
astronomico nella cornice più generale della sua ‘filosofia natu-
rale’, al cui centro sta evidentemente la nuova scienza del moto.
Disporre di tutta la documentazione relativa a Galileo so-
pravvissuta agli oltre quattro secoli che ormai ci separano dalla
sua morte, significò per gli storici della scienza del Novecento
poter finalmente ricostruire un’immagine a tutto tondo della vi-
ta e dell’opera del grande scienziato, che fu anche abile tecnico
e costruttore di strumenti, filosofo e persino uomo di lettere,
oltre che matematico, astronomo e fisico. Ma soprattutto di-
venne possibile seguire l’intero percorso biografico e l’evoluzio-
ne del pensiero galileiano dagli anni giovanili alla vecchiaia, ri-
scoprendo un Galileo sino ad allora ignoto. In fondo si può di-
re che gli studi galileiani nacquero proprio allora.
Ad attirare l’attenzione degli specialisti, a cominciare dallo
stesso Favaro, furono in particolare i materiali inediti reperiti
alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che mostravano
un Galileo ‘dietro le quinte’, per così dire: non solo testi mano-
scritti, ma anche disegni, calcoli, diagrammi, tabelle, annotazio-
ni spesso piene di cancellature, correzioni e ripensamenti; in-
somma un vero e proprio ‘laboratorio cartaceo’ fatto di idee in
continuo movimento, di problemi da risolvere e di possibili so-
luzioni, oltre che di «esperienze» da progettare ed eventual-
mente da realizzare. Risultò sempre più chiaro che la meccani-
ca galileiana, così come la conosciamo nella sistemazione finale
dei Discorsi, fu il punto di arrivo di oltre quarant’anni di studi,

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avviati da Galileo a Pisa e poi a Padova, tra il 1588 e il 1610,


quando era docente di matematica all’Università, e poi ulterior-
mente sviluppati negli anni della sua permanenza a Firenze co-
me «Filosofo e Matematico Primario di Sua Altezza Serenissi-
ma il Granduca di Toscana».

Tra mito e verità storica

Nel suo Racconto istorico della vita di Galileo (1654) Vincen-


zo Viviani (1622-1703), «ultimo discepolo» (come amava defi-
nirsi) e primo biografo del maestro, così ci descrive un giova-
nissimo Galileo che già sembrava possedere tutte le qualità del
futuro uomo di scienza:

Cominciò questi ne’ prim’anni della sua fanciullezza a dar saggio


della vivacità del suo ingegno, poiché nell’ore di spasso esercitavasi
per lo più in fabbricarsi di propria mano varii strumenti e machinette,
con imitare e porre in piccol modello ciò che vedeva d’artifizioso, co-
me di molini, galere, et anco d’ogni altra macchina ben volgare. In di-
fetto di qualche parte necessaria ad alcuno de’ suoi fanciulleschi arti-
fizii suppliva con l’invenzione, servendosi di stecche di balena in vece
di molli di ferro, o d’altro in altra parte, secondo gli suggeriva il biso-
gno, adattando alla macchina nuovi pensieri e scherzi di moti, purché
non restasse imperfetta e che vedesse operarla.

Non sappiamo se quello che Viviani ci sta raccontando lo


avesse appreso direttamente da Galileo, o se piuttosto si tratti
di cose che gli furono riportate da parenti e amici di questi. Del
resto lui stesso, nella dedica al cardinale Leopoldo de’ Medici
che fa da proemio al Racconto istorico, dichiara di accingersi a
narrare fatti e circostanze di cui aveva memoria, o perché ne
era stato testimone oculare, negli ultimi anni di vita di Galileo,
o perché li aveva uditi dal «buon Vecchio», o ancora perché gli
erano stati riferiti da altri.
È evidente che Viviani non poteva essere stato testimone del-

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l’infanzia e della giovinezza del maestro. Dobbiamo tenere con-


to del fatto che, allora molto più di oggi, il racconto di eventi
così distanti nel tempo rispetto a chi scriveva spesso e volentieri
si intrecciava a dicerie e aneddoti fantasiosi o deformati, che
magari circolavano senza essere smentiti o messi in discussione.
Dobbiamo anche ricordare che nel Seicento, e ancora per tutto
il secolo successivo, scrivere di storia o la biografia di un perso-
naggio illustre era qualcosa di molto diverso da ciò a cui siamo
abituati noi oggigiorno.
Il Racconto istorico non va letto come una biografia nel senso
moderno del termine, bensì come una narrazione in forma di
lettera al cardinale Leopoldo, fratello del Granduca Ferdinan-
do II de’ Medici, che aveva anche lo scopo di riabilitare e cele-
brare la figura di Galileo, dopo che l’eco del processo e della
condanna da parte del Sant’Uffizio aveva gradualmente lasciato
il posto alla volontà da parte di Viviani e dei ‘galileiani’ toscani
di riorganizzarsi in quella che avrebbe dovuto essere la nuova
Accademia del Cimento, e di proseguire le loro ricerche fisico-
matematiche sulle orme del maestro, con l’appoggio e la prote-
zione della corte granducale.
Dal momento che i documenti ufficiali sul periodo giovanile
della formazione universitaria e della successiva «lettura» di
matematica sono assai scarsi e ben poco ci dice in proposito lo
stesso Galileo nei suoi scritti o nella corrispondenza, dobbia-
mo in qualche modo fidarci della testimonianza di Viviani, cer-
cando di chiarire i punti più oscuri e controversi con tutto
quello che siamo in grado di dire indipendentemente dal suo
Racconto.

Il giovane Galileo a Pisa

Ecco come Viviani ci descrive le prime «esperienze» sull’iso-


cronismo del pendolo che Galileo, quando era ancora studente
di medicina a Pisa (1581-1584), avrebbe effettuato osservando

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per caso le oscillazioni di una lampada mentre si trovava in


Duomo.

In questo mentre con la sagacità del suo ingegno inventò quella


semplicissima e regolata misura del tempo per mezzo del pendulo,
non prima da alcun altro avvertita, pigliando occasione d’osservarla
dal moto d’una lampada, mentre era un giorno nel Duomo di Pisa; e
facendone esperienze esattissime, si accertò dell’egualità delle sue vi-
brazioni, e per allora sovvennegli di adattarla all’uso della medicina
per la misura della frequenza de’ polsi, con stupore e diletto de’ medi-
ci di que’ tempi e come pure oggi si pratica volgarmente: della quale
invenzione si valse poi in varie esperienze e misure di tempi e moti, e
fu il primo che l’applicasse alle osservazioni celesti, con incredibile
acquisto nell’astronomia e geografia.

L’aneddoto è così celebre da essere diventato ormai leggen-


dario, quasi il simbolo dello spirito di osservazione che dovreb-
be contraddistinguere lo scienziato moderno. È comunissima
l’affermazione secondo cui la grande lampada attualmente pre-
sente nella navata centrale del Duomo sarebbe proprio quella
che Galileo vide oscillare nel 1583.
Le cose stanno proprio così? Anche supponendo che l’episo-
dio riportato da Viviani corrisponda effettivamente a verità, è
corretto affermare che Galileo avrebbe immediatamente sco-
perto l’isocronismo dalla semplice osservazione diretta delle
oscillazioni di una lampada? Scoprire l’isocronismo equivale di
per sé a formulare la legge del pendolo, ovvero la dipendenza
del periodo di oscillazione dalla sola lunghezza?
Per quanto riguarda la prima domanda, è da escludere che la
cosiddetta ‘lampada di Galileo’ corrisponda a quella di cui sta
parlando Viviani, perché la lampada oggi visibile in Duomo ri-
sale al 1587 ed è quindi posteriore al periodo in cui Galileo era
uno studente. La vera lampada, più piccola e spartana, dovreb-
be essere invece quella attualmente conservata al Camposanto
Monumentale, nella Cappella Aulla.
Prima di dare una risposta agli altri interrogativi, seguiamo

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ancora il filo del racconto di Viviani, dal momento in cui Gali-


leo decide di abbandonare la medicina per dedicarsi intera-
mente allo studio delle matematiche:

Tralasciando dunque il Galileo lo studio di medicina, in breve tem-


po scorse gl’Elementi d’Euclide e l’opere de’ geometri di prima classe;
et arrivando all’Equiponderanti et al trattato ‘De his quae vehuntur in
aqua’ d’Archimede, sovvennegli un nuovo modo esattissimo di poter
scoprire il furto di quell’orefice nella corona d’oro di Hierone: et allo-
ra [1586] scrisse la fabbrica et uso di quella sua bilancetta, per la quale
s’ha cognizione delle gravità in specie di diverse materie e della mistio-
ne o lega de’ metalli, con molt’altre curiosità appresso [...].
Con questi et altri suoi ingegnosi trovati, e con la sua libera manie-
ra di filosofare e discorrere, cominciò ad acquistar fama d’elevatissi-
mo spirito; e conferendo alcune delle sue speculazioni meccaniche e
geometriche con il Sig.r Guidubaldo de’ Marchesi dal Monte, gran
matematico di quei tempi, che a Pesaro dimorava, acquistò seco per
lettere strettissima amicizia, et ad instanza di lui s’applicò alla contem-
plazione del centro di gravità de’ solidi, per supplire a quel che ne
aveva già scritto il Commandino; e ne’ ventuno anni di sua età, con
due anni soli di studio di geometria, inventò quello ch’in tal materia si
vede scritto nell’Appendice impressa alla fine de’ suoi Dialogi delle
due Nuove Scienze della meccanica e del moto locale [...].

Dalla lampada del Duomo al pulsilogium di Santorio

Le informazioni che l’«ultimo discepolo» ci fornisce tra le


pieghe del suo discorso sono in realtà molte, anche se non sem-
pre esplicite. Cerchiamo di riassumerle per punti, integrandole
con quello che sappiamo a prescindere dal Racconto:
– ammettendo che l’interesse per il moto periodico dei pendoli
sia nato dall’attenzione casualmente rivolta alle oscillazioni di
una lampada, queste prime osservazioni si riferiscono ad un’e-
poca anteriore al 1584, quando Galileo era uno studente di
medicina ed era digiuno di nozioni di geometria e meccanica;

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– il giovane studente non ha intuito ‘all’istante’ l’isocronismo


del pendolo grazie ad una singola osservazione, ma si è dap-
prima interrogato sulla sua possibilità, probabilmente sfrut-
tando le sue cognizioni di medicina per misurare la frequen-
za delle oscillazioni confrontandole con il battito cardiaco;
solo in un secondo momento si sarebbe accertato della loro
effettiva isocronicità con «esperienze esattissime»;
– le prime ricerche sistematiche sulle proprietà dei pendoli
traggono dunque la loro ispirazione da osservazioni prece-
denti, fatte da Galileo quando ancora non era interessato al-
lo studio del moto di caduta dei gravi; studio che avvierà so-
lo a partire dal 1588, una volta divenuto «lettore delle mate-
matiche» a Pisa;
– tali ricerche sono da collocare piuttosto nel periodo che va
dal 1588 al 1592, contestualmente all’interesse nel frattempo
maturato per il moto dei gravi in caduta, perché presuppon-
gono che Galileo si sia accertato dell’isocronismo delle oscil-
lazioni confrontando tra loro pendoli diversi per lunghezza e
massa sospesa alla loro estremità inferiore;
– la scoperta dell’isocronismo non coincide con la formulazio-
ne della dipendenza del periodo di oscillazione del pendolo
dalla sola radice quadrata della lunghezza, e non dalla massa
che vi è appesa: un risultato che Galileo acquisirà molto più
tardi, tra il 1592 e il 1608, una volta trasferitosi nello Studio
di Padova; all’altezza del 1602, Galileo e l’amico Guidobal-
do Dal Monte (1545-1607) condurranno tra l’altro una serie
di «esperienze» sull’isocronismo delle oscillazioni di un
«mobile» lungo le pareti interne di uno «scatolone» semici-
lindrico, dimostrando l’equivalenza del suo moto periodico
con quello di un pendolo;
– Viviani sta condensando in poche righe fatti avvenuti in tem-
pi differenti, che coprono un arco di almeno venticinque an-
ni, dalla presunta osservazione fortuita della lampada alle va-
rie applicazioni della legge del pendolo.

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Una volta trovata la legge, Galileo avrebbe pensato per pri-


mo ad un suo possibile impiego in medicina per la misura della
frequenza dei polsi (memore dei suoi studi giovanili), anche se
il pendolo è diventato famoso e legato al nome dello scienziato
pisano soprattutto per il suo utilizzo come strumento di misura
del tempo in ambito fisico e astronomico. In realtà Viviani tra-
scura di menzionare il caso del medico istriano Santorio Santo-
rio (1561-1636), spesso latinizzato con il nome di Sanctorius
(attivo a Padova tra il 1611 e il 1624), e del suo pulsilogium.
Santorio era fautore di un nuovo approccio sperimentale e
quantitativo alla medicina, che prevedeva la misura dei princi-
pali parametri vitali, tra cui il battito cardiaco e la temperatura
corporea, così come la quantificazione di processi fisiologici co-
me la digestione, la respirazione o la traspirazione. A lungo si è
discusso a chi toccasse la priorità dell’invenzione del pulsilo-
gium, se a Galileo o a Santorio. L’idea era quella di disporre di
un pendolo portatile di lunghezza variabile, che poteva essere
regolata in modo da sincronizzare il periodo di oscillazione con
la frequenza cardiaca. Una sorta di metronomo ante litteram.
A ben vedere, l’invenzione appartiene ad entrambi: se Santo-
rio pensò di usare un pendolo regolabile, l’applicazione corret-
ta della legge del pendolo al funzionamento del nuovo stru-
mento va attribuita a Galileo. I primi pulsilogi costruiti da San-
torio supponevano infatti una dipendenza lineare del periodo
del pendolo dalla sua lunghezza, anziché quadratica, come nel
frattempo aveva scoperto Galileo. Questo ci aiuta a compren-
dere meglio come lo studio da lui condotto sulle proprietà del
pendolo non si esaurisca nelle prime osservazioni e nelle «espe-
rienze» risalenti agli anni Ottanta del Cinquecento, come si sa-
rebbe tentati di pensare fraintendendo le parole di Viviani.
È dunque improbabile che all’altezza del 1588-1592 il giova-
ne Galileo avesse chiara la correlazione non lineare tra lunghez-
za di un pendolo e suo periodo di oscillazione. Quello che cer-
tamente aveva acquisito in via definitiva era l’isocronismo, ma
come vedremo questo e altri risultati, a cominciare dall’inin-

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Fig. 1. Luigi Sabatelli (1772-1850), Galileo osserva la lampada nel Duomo di


Pisa (1840) Firenze, Tribuna di Galileo (Museo della Specola)

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fluenza sul periodo della massa e del materiale del corpo sospe-
so all’estremità del pendolo, rappresentavano un problema se-
rio per le sue prime ricerche sulle cause dinamiche della caduta
dei gravi e del moto dei «proietti».

A lezione da un matematico ‘impertinente’

Nel 1588, proprio grazie ai buoni uffici del marchese Dal


Monte, Galileo ottenne la cattedra di matematica dello Studio
Pisano, che avrebbe mantenuto fino al 1592. A quel tempo es-
sere «lettore delle matematiche» all’Università significava inse-
gnare sia matematica che astronomia e cosmografia. Il corso re-
golare, suddiviso in tre anni, prevedeva la lettura e il commento
degli Elementi di Euclide, dei trattati noti di Archimede, delle
opere superstiti di Erone di Alessandria e di Filone di Bisanzio,
delle Collezioni matematiche di Pappo, delle Coniche di Apollo-
nio e naturalmente dell’Almagesto di Tolomeo, affiancati da te-
sti esplicativi e di commento come la Sfera di Sacrobosco o la
Teorica dei pianeti di Campano da Novara.
Un «matematico» dell’epoca raramente sconfinava in argo-
menti che noi oggi considereremmo di fisica, se non quando
toccava i problemi meccanici discussi dagli aristotelici e dai ma-
tematici alessandrini, o quelli di idrostatica affrontati da Archi-
mede, o ancora quelli di ottica geometrica trattati da Tolomeo.
Per il resto, la fisica, ovvero la ‘filosofia naturale’, era di esclusi-
va competenza dei filosofi, che si basavano quasi interamente
sulle opere di Aristotele, dei suoi allievi e dei suoi commentato-
ri medievali e moderni. La filosofia aristotelica doveva spiegare
fisicamente quel cosmo geocentrico che l’astronomia tolemaica
si era limitata a descrivere in termini puramente geometrici.
Già quando era studente di medicina, Galileo aveva frequen-
tato i corsi di filosofia alla Facoltà delle Arti (come si chiamava
allora), seguendo le lezioni di Girolamo Borro (1512-1592) e di
Francesco Buonamici (1533-1603), due tra i più famosi filosofi

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peripatetici del tempo, che ritrovò poi come colleghi all’Uni-


versità insieme all’amico Iacopo Mazzoni (1548-1598), anch’e-
gli filosofo aristotelico, ma aperto alle sollecitazioni e alle novità
che provenivano dalle controversie fisico-filosofiche del tempo
su natura e cause del moto e sulle sue diverse tipologie. Il no-
stro giovane «lettore delle matematiche» non si limitò tuttavia
al suo ruolo, ma prese a discutere di fisica con gli aristotelici
dello Studio. Scrive infatti Viviani:
In questo tempo, parendogli d’apprendere ch’all’investigazione
delli effetti naturali necessariamente si richiedesse una vera cognizio-
ne della natura del moto, stante quel filosofico e vulgato assioma
‘Ignorato motu ignoratur natura’, tutto si diede alla contemplazione
di quello: et allora, con gran sconcerto di tutti i filosofi, furono da es-
so convinte di falsità, per mezzo d’esperienze e con salde dimostrazio-
ni e discorsi, moltissime conclusioni dell’istesso Aristotele intorno alla
materia del moto, sin a quel tempo state tenute per chiarissime et in-
dubitabili; come, tra l’altre, che le velocità de’ mobili dell’istessa ma-
teria, disegualmente gravi, movendosi per un istesso mezzo, non con-
servano altrimenti la proporzione delle gravità loro, assegnatagli da
Aristotele, anzi che si muovon tutti con pari velocità, dimostrando ciò
con replicate esperienze, fatte dall’altezza del Campanile di Pisa con
l’intervento delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca; e che né
meno le velocità di un istesso mobile per diversi mezzi ritengono la
proporzion reciproca delle resistenze o densità de’ medesimi mezzi,
inferendolo da manifestissimi assurdi ch’in conseguenza ne seguireb-
bero contro al senso medesimo.

Il passo è un altro di quelli celeberrimi tra gli storici della


scienza, e ha dato adito a interminabili discussioni interpretati-
ve. A quali «esperienze» e «salde dimostrazioni e discorsi» si
sta riferendo qui Viviani? Stiamo parlando di veri e propri espe-
rimenti, in senso moderno, come quelli che Galileo metterà a
punto una volta trasferitosi a Padova e poi a Firenze? Potrem-
mo trovarci di fronte ad un caso analogo a quello che abbiamo
discusso poco fa a proposito dello studio delle proprietà del
pendolo, in cui fatti e circostanze distanti fra loro risultano

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Fig. 2. Giuseppe Bezzuoli (1784-1855), Galileo Galilei effettua l’esperienza


della caduta dei gravi sul piano inclinato (1840) Firenze, Tribuna di Galileo
(Museo della Specola).

condensati in poche righe nel Racconto istorico, come se fossero


avvenuti nel giro di pochi anni. È stato anche sostenuto in pas-
sato che qui Viviani starebbe impropriamente attribuendo al
giovane «matematico» risultati che solo il Galileo maturo
avrebbe acquisito molto tempo dopo, addirittura all’epoca del-
la stesura dei materiali poi confluiti nei Discorsi.

Galileo e la Torre Pendente

Un’altra annosa questione è quella relativa alle «replicate


esperienze» sulla caduta dei gravi condotte dalla sommità della
Torre di Pisa, che Viviani dice essere avvenute «con l’intervento
delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca». L’aneddoto è
forse ancora più famoso di quello della lampada in Duomo,
tanto che non vi è praticamente occasione in cui non si senta ri-
petere che Galileo, lasciando cadere dalla cima della Torre un
corpo più ‘leggero’ e uno più ‘pesante’, avrebbe dimostrato
contro Aristotele che tutti i corpi cadono con la stessa velocità,
se lasciati andare dalla stessa altezza.
Come vedremo, è un luogo comune così diffuso che ancora
di recente, in occasione delle celebrazioni per l’Anno Galileia-
no, si è pensato di commemorare l’evento ripetendo la presunta

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esperienza, come se il giovane Galileo a Pisa avesse già antici-


pato le conclusioni sul moto di caduta dei gravi che avrebbe
esposto in modo sistematico solo quarant’anni dopo. A giudi-
care da certe ricostruzioni poco avvedute dal punto di vista sto-
rico, si direbbe quasi che a Galileo «lettore delle matematiche»
nello Studio Pisano mancasse solo la possibilità di fare il vuoto
in un tubo di vetro (il famoso ‘tubo di Newton’), per mostrare
agli scolari che al suo interno un sasso e una piuma toccano il
fondo con la stessa velocità nello stesso tempo!
Non è necessario arrivare a sostenere, come è stato fatto da
più parti, che quella della Torre Pendente sarebbe solo una leg-
genda priva di qualsiasi fondamento, o comunque un episodio
volutamente esagerato e distorto da Viviani per esaltare la figu-
ra del maestro e in un certo senso alimentarne il mito. Di sicuro
però, quando l’«ultimo discepolo» di Galileo parla di «replica-
te esperienze, fatte dall’altezza del Campanile di Pisa con l’in-
tervento delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca», non
sta parlando di esperimenti e dimostrazioni a carattere
pubblico, che Galileo avrebbe tenuto a titolo di conferenze sul
moto dei gravi in occasione delle sue lezioni, invitando a parte-
cipare i colleghi filosofi e il loro allievi. Una cosa del genere in-
fatti era semplicemente impensabile all’epoca, se non addirittu-
ra una grave e clamorosa infrazione agli Statuti e ai Regolamen-
ti d’Ateneo, che non consentivano ad un docente di matemati-
ca di tenere corsi di fisica, tantomeno di interferire con l’inse-
gnamento ufficiale della filosofia previsto dal curriculum acca-
demico. Persino le lezioni all’epoca erano qualcosa di molto di-
verso da ciò a cui siamo abituati: erano le lectiones scolastiche,
con lettura e commento in latino di un testo, senza possibilità
di interventi da parte dell’uditorio. La stessa discussione di un
tema era ancora rigidamente codificata nella forma medievale
della quaestio disputata, e raramente verteva su un argomento
scelto dagli stessi studenti.
Le «replicate esperienze» di cui parla Viviani vanno piutto-
sto pensate come prove empiriche e dimostrazioni a cui Galileo

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faceva spesso ricorso durante le sue discussioni private e infor-


mali con alcuni colleghi e scolari, tra cui lo stesso Iacopo Maz-
zoni; discussioni che avvenivano al di fuori della vita accademi-
ca ufficiale e delle sue convenzioni, con tutta probabilità nel
corso di frequenti passeggiate mattutine intorno alle mura della
città, a Bocca d’Arno (in prossimità della Cittadella) e nel Cam-
po dei Miracoli.
Queste occasioni di confronto su questioni particolarmente
controverse di fisica e di meccanica tra Galileo e una sorta di
cenacolo di amici, colleghi e studenti, durante le quali sarebbe-
ro state effettuate le famose «esperienze» dalla Torre, sono atte-
state in diversi luoghi dei De motu antiquiora, gli ‘scritti più an-
tichi sul moto’, materiali autografi che non furono mai pubbli-
cati e ai quali Galileo non fece mai cenno in vita, benché posse-
duti in seguito da Vincenzo Viviani e a lui noti. La loro edizio-
ne critica integrale la si deve a Favaro, che li pubblicò nel 1890
basandosi sui manoscritti galileiani della Biblioteca Nazionale.
I De motu antiquiora risalgono appunto al periodo pisano e
vennero composti probabilmente tra il 1588 e il 1590, perciò
sono coevi alle «replicate esperienze» di cui parla il Racconto.
Anzi, quest’ultime vanno pensate come strettamente legate e
complementari alla trattazione teorica della caduta dei gravi e
dei limiti intrinseci della fisica aristotelica che il giovane Galileo
andava elaborando proprio in quegli stessi anni. Viste in un’ot-
tica di disputa informale tra aristotelici e anti-aristotelici, le
«esperienze» dalla sommità della Torre non avevano uno scopo
didattico, bensì dialettico: erano cioè un argomento critico nei
confronti delle teorie peripatetiche sul moto che faceva appello
alla palese incongruenza tra queste e quanto direttamente os-
servato dai presenti.
Le «replicate esperienze» servivano dunque più a confutare
e a mettere in crisi gli avversari, abituati del resto a ritenere che
Aristotele fosse un’autorità indiscutibile e assolutamente
conforme al buon senso e all’esperienza quotidiana, che non
a confermare le prime ipotesi alternative galileiane, ancora in

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Fig. 3. Luigi Catani (1762-1840), Alla presenza del Granduca Galileo effettua
l’esperimento della caduta dei gravi dalla Torre di Pisa (1816) Firenze, Palazzo
Pitti.

fieri e piene di difficoltà irrisolte. All’altezza del 1588-1590,


Galileo si muoveva su un terreno prevalentemente speculativo,
che ricercava le cause ultime della gravitas e del comportamen-
to dei corpi «naturalmente gravi», anziché limitarsi, come av-
verrà in seguito, a comprendere e a descrivere questi fenomeni
in termini di correlazioni matematiche tra grandezze, mante-
nendosi al livello del come ed evitando di indagare il perché dei
fenomeni.

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A scuola da Euclide e Archimede

Le osservazioni e le «esperienze» che lo interessavano di più


in quel momento erano quelle relative al pendolo e al piano in-
clinato, unite alla questione più generale di fornire una nuova
spiegazione coerente ed esaustiva di tutti i fenomeni meccanici
legati all’azione della gravitas, del ‘peso’, ancora inteso a que-
st’epoca come qualità di un corpo, alla stregua del colore o del-
la temperatura, non come forza esterna agente su un corpo do-
tato di una certa massa, come per la fisica moderna. Occorreva
per Galileo rompere definitivamente con il paradigma classico
aristotelico, che mostrava sempre di più i suoi limiti, le sue con-
traddizioni interne e il suo contrasto con i fenomeni e ciò che
veniva testimoniato dall’esperienza.
L’oscillazione di un pendolo, isocrona per ampiezze relativa-
mente piccole, rappresentava di per sé una difficoltà concettua-
le non da poco per un aristotelico ortodosso che avesse voluto
spiegarla nel quadro della sua teoria. Che tipo di movimento
era? Sembrava infatti una composizione di due moti, uno natu-
rale di caduta accelerata verso il basso e uno violento di risalita
decelerata verso l’alto del grave sospeso. Oppure si trattava di
un caso analogo a quello di un corpo lanciato in aria, per cui
bisognava scomporlo in una parte naturale di caduta verticale e
una ‘violenta’ di spostamento orizzontale?
Il fatto poi che si trattasse di un moto periodico e che il pe-
riodo di oscillazione dipendesse in qualche modo ancora non
ben definito dalla lunghezza del pendolo stesso, ma non sem-
brasse dipendere significativamente dal ‘peso’ o dalla costitu-
zione materiale del corpo che vi era attaccato, era motivo di ul-
teriore complicazione. Come spiegare tutto questo alla luce del-
la dottrina peripatetica tradizionale dell’antiperistasi, ovvero l’i-
dea per cui un corpo «naturalmente grave» poteva spostarsi di
moto violento in una direzione diversa dalla verticale solo se
l’aria circostante, spostandosi per lasciare spazio al corpo, si
precipitava di continuo dietro di esso per horror vacui, spingen-

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dolo in avanti e mantenendolo in movimento? Perché allora il


pendolo ad un certo punto avrebbe dovuto fermarsi e tornare
indietro, per poi ripetere l’oscillazione?
A questi ed ad altri problemi si affiancava quello di capire in
che modo un grave su un piano inclinato variava la sua gravitas
secundum situm, ossia il suo peso relativo, al variare dell’incli-
nazione del piano. Il problema era già stato discusso nell’anti-
chità, da Aristotele ad Archimede, da Erone a Pappo, e ripreso
nel XIII-XIV secolo da Giordano Nemorario e da altri autori.
In età moderna vi si erano applicati soprattutto Leonardo da
Vinci (1452-1519), Niccolò Tartaglia (1499-1557) e Girolamo
Cardano (1501-1576). Il piano inclinato, considerato una mac-
china elementare riconducibile alla leva, permetteva di ‘rallenta-
re’ la caduta di un grave e di studiarne meglio il moto, cosa al-
trimenti impossibile con i tempi rapidissimi di caduta verticale,
anche dalla cima di una torre.
Proprio all’altezza del 1588 il nostro giovane «matematico»
riprende e sviluppa soprattutto le idee di Cardano, che aveva
supposto una proporzionalità diretta tra il peso effettivo di un
grave sul piano e l’angolo di inclinazione. Galileo, nei suoi pri-
missimi lavori sull’argomento contenuti tra le pagine del De mo-
tu, arriva a dimostrare invece per via rigorosamente geometrica
che il peso relativo di un grave che si muove lungo un piano in-
clinato (e dunque la sua maggiore o minore «velocitas»), varia
proporzionalmente al seno dell’angolo di inclinazione, ossia al
rapporto tra l’altezza raggiunta dal piano e la sua lunghezza.
È importante sottolineare che solo a prima vista il risultato
potrebbe apparire corretto, se si prescinde dalle premesse da
cui si è partiti per ottenerlo. L’intuizione della legge del seno,
com’è comunemente chiamata, è certamente valida, se giudica-
ta con occhi moderni. Tuttavia il giovane Galileo, che la dimo-
stra mediante la teoria euclidea delle proporzioni, tentando con
Archimede di ridurre una sfera ideale che rotola lungo un pia-
no inclinato ad una bilancia e questa al principio della leva, non
è ancora il Galileo che a Padova metterà a punto un vero e pro-

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prio apparato sperimentale per verificarla, costituito da una bi-


lancia di precisione, un piano inclinato regolabile per mezzo di
una ghiera e un grave di forma cilindrica appoggiato a piano e
sospeso ad uno dei due bracci della bilancia.
Per il Galileo padovano, che all’altezza del 1604 avrà chiara
la correlazione tra lo spazio percorso da un grave in caduta li-
bera o che si muove lungo un piano inclinato e il quadrato del
tempo impiegato a percorrerlo, non si darà più una «velocitas»
uniforme e direttamente proporzionale al seno dell’angolo di
inclinazione, bensì un moto uniformemente accelerato con acce-
lerazione direttamente proporzionale al seno dell’angolo.
Diciamo «velocitas», in latino, anziché velocità, proprio co-
me più avanti useremo spesso il latino «gravitas», anziché l’ita-
liano peso, per sottolineare come queste nozioni, che il Galileo
autore del De motu utilizza correntemente, non siano sovrap-
ponibili ai nostri concetti odierni, e neppure all’uso che lo stes-
so Galileo ne farà in seguito nelle opere pubblicate. Se infatti
usassimo “velocità” nel suo significato attuale, le cose non tor-
nerebbero più né da un punto di vista logico né tantomeno da
un punto di vista storico, perché ci riferiremmo al concetto di
velocità media, ossia al rapporto tra spazio percorso e tempo
impiegato.
Ai tempi di Galileo, prima della nascita del calcolo infinitesi-
male, e a maggior ragione intorno al 1590, non era concepibile
dividere uno spazio per un tempo, cioè due grandezze non
omogenee, poiché la teoria classica delle proporzioni consenti-
va di confrontare tra loro solo rapporti tra grandezze omoge-
nee. Se parlassimo di velocità media, daremmo per scontato
che Galileo avesse chiara sin da subito l’idea (per noi ovvia ma
che non lo era affatto all’epoca) di una velocità iniziale che va-
ria nel tempo fino a raggiungere una velocità finale, idea che ri-
chiede necessariamente di concepire una velocità istantanea del
«mobile» in ogni punto della sua traiettoria. Quando Galileo
parla di «velocitas» si riferisce ad una nozione differente, tipica-
mente anteriore a Newton e a Leibniz, che è stata ribattezzata

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Fig. 4. La prima dimostrazione della “legge” del piano inclinato nel De motu
(Ms. Gal. 71, ca. 1590) Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale.

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da alcuni storici della scienza velocità aristotelica, solo in appa-


renza equivalente al nostro concetto di velocità media: è lo spa-
zio percorso in un certo tempo, o viceversa il tempo impiegato
a percorrere un certo spazio, ma di volta in volta è misurata o
da un tempo o da uno spazio, non è mai il rapporto tra queste
due grandezze e non presuppone l’esistenza di infiniti ‘istanti di
velocità’.

Gli scritti De motu antiquiora

Oggi sappiamo che Galileo aveva inizialmente pensato di af-


frontare tutti questi argomenti da una prospettiva teorica e at-
traverso lo strumento del dialogo, un genere letterario e filosofi-
co molto in voga al tempo e con una lunga tradizione alle spal-
le, che risaliva allo stesso Platone. Come è noto, sarà proprio al-
la forma argomentativa e retorica del dialogo che il Galileo del-
la maturità affiderà le sue opere maggiori.
Il progettato dialogo De motu, i cui protagonisti immaginari,
Alessandro e Domenico, rappresentavano rispettivamente le
posizioni di Galileo e di Iacopo Mazzoni, avrebbe dovuto toc-
care tutte le principali questioni dibattute dagli aristotelici pisa-
ni, ma ad un certo punto Galileo dovette ritenere che un tratta-
to dal taglio più accademico e con lo stesso titolo, sul modello
del De motu gravium et levium di Borro (1575) e dei De motu
libri X di Buonamici (1591), fosse da preferirsi al dialogo, che
venne dunque abbandonato.
Del trattato galileiano De motu, di cui possediamo il piano
generale, tre versioni successive e i relativi memoranda, possia-
mo dire che, se assemblando e confrontando fra loro le diverse
parti e i rimandi interni risulta essere sostanzialmente compiuto
dal punto di vista formale, non lo si può considerare altrettanto
compiuto dal punto di vista dei contenuti, ed è questa la ragione
principale che deve aver convinto Galileo a lasciarlo inedito.
Come vedremo, il suo obiettivo originario era quello di ren-

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dere conto della caduta dei gravi e dei problemi ad essa ricon-
ducibili in una cornice esplicativa nuova, dichiaratamente anti-
peripatetica e basata su due punti chiave: 1) l’estensione dell’i-
drostatica archimedea alla spiegazione dei moti tradizionalmen-
te considerati naturali dalla fisica aristotelica e il conseguente
ripensamento radicale del concetto di «gravitas»; 2) il recupero
della teoria tardo-scolastica dell’impetus per spiegare il moto
violento, senza fare appello ad un presunto e improbabile ruolo
attivo del mezzo nella conservazione del movimento e nei feno-
meni osservabili di accelerazione e decelerazione. Se almeno al-
l’inizio la proposta del De motu apparve al suo stesso autore
convincente, per quanto riguardava il primo punto, fu sul se-
condo che il progetto si arenò definitivamente, per le difficoltà
insormontabili e le contraddizioni che sollevava.

Verso una «scienza interamente nuova»

Come abbiamo già detto, il giovane Galileo rompe decisa-


mente con l’aristotelismo, cercando di fornire una spiegazione
dinamica della caduta dei gravi secondo i principi dell’idrostati-
ca, prendendo a modello le dimostrazioni di Archimede, in par-
ticolare quelle contenute negli Equiponderanti e nei Galleggianti.
Innanzitutto, Galileo critica la distinzione tradizionale e assoluta
tra gravitas e levitas, intese come due qualità distinte e opposte
inerenti ai corpi, perlomeno a quelli del mondo sublunare. Ari-
stotele infatti sosteneva che, dei quattro elementi tradizionali,
due (terra e acqua) fossero per loro stessa natura ‘pesanti’ e ten-
dessero ad avvicinarsi al centro del cosmo, ovviamente finito e
sferico; gli altri due (aria e fuoco) erano naturalmente ‘leggeri’ e
avevano perciò la tendenza ad allontanarsi dal centro. Un corpo
costituito da diversi elementi sarebbe risultato più ‘pesante’ o
più ‘leggero’, e perciò sarebbe caduto a terra o salito verso l’alto,
a seconda degli elementi prevalenti nel composto.
Per Galileo invece tutti i corpi in linea di principio sono dota-

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ti di «gravitas», sono ‘pesanti’ in senso assoluto, e dunque tutti


tenderebbero di per sé a cadere verso il basso. Abbiamo avuto
modo di sottolineare come neppure Galileo in questi primi
scritti metta in dubbio che vi sia una qualità intrinseca della ma-
teria chiamata «gravitas» e responsabile della tendenza di ogni
corpo ad avere un certo ‘peso’: siamo ancora ben lontani, per
l’appunto, dall’idea che un corpo possieda una massa e che il
suo peso sia una forza di attrazione esercitata su di essa, appros-
simativamente costante sulla superficie terrestre. Per di più, si
direbbe dalle pagine del De motu che ci muoviamo ancora in un
universo geocentrico, del tutto affine a quello aristotelico-tole-
maico, quindi dotato di un ‘alto’ e di un ‘basso’ assoluti, rispetti-
vamente la sfera delle stelle fisse e il centro della Terra.
Se però tutti i corpi sono «naturalmente gravi», la ‘leggerez-
za’ non può essere che un concetto relativo, da intendersi piut-
tosto come minor grado di ‘pesantezza’, proprio come il ‘fred-
do’ o il ‘secco’ non vanno considerati qualità a sé, come faceva
Aristotele, bensì una privazione di calore o di umidità. Galileo
riprende da Archimede la nozione di gravitas in specie, ovvero
di peso specifico (o densità specifica), il rapporto costante tra la
massa di un corpo omogeneo e il suo volume, univocamente de-
terminato per ogni sostanza. Gli aristotelici usavano gli aggettivi
‘denso’ e ‘raro’ in modo approssimativo, secondo il linguaggio
comune, spesso facendo una gran confusione tra ‘peso’ e ‘den-
sità’, e anche in questo caso per designare due qualità contrarie
e sussistenti. Per il giovane Galileo la maggiore o minore «velo-
citas» di caduta di un solido attraverso un mezzo fluido è diret-
tamente proporzionale alla differenza aritmetica tra la densità
specifica del solido e quella del fluido, non al rapporto tra le ri-
spettive densità assolute, come supposto da Aristotele.
La novità rispetto alla tradizione non è da poco, e lo stesso
autore del De motu mostra di esserne consapevole, tanto da
considerarla esplicitamente uno dei punti più importanti della
sua trattazione. Viene infatti introdotta una distinzione concet-
tuale importante tra la «gravitas» assoluta di un corpo e quella

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specifica del materiale da cui è composto, e così per il mezzo in


cui un grave si muove. Solo le differenze tra pesi specifici influi-
scono sulle velocità di caduta.
Corpi di differente peso assoluto ma di uguale peso specifico
(ad esempio una palla di ferro da 1 libbra e una da 2 libbre),
che cadono nello stesso mezzo omogeneo, avranno la stessa ve-
locità e non velocità l’una il doppio dell’altra, come sosteneva-
no i peripatetici. Allo stesso modo, corpi di uguale peso assolu-
to ma di differente peso specifico (una palla di ferro da 1 libbra
e una di legno da 1 libbra), che cadono nello stesso mezzo
omogeneo, avranno velocità differenti, proporzionali alla diffe-
renza dei loro pesi specifici. Analogamente per tutti gli altri casi
possibili, che si tratti dello stesso corpo che cade in mezzi di-
versi o di corpi differenti che cadono in mezzi diversi. Vale la
pena ricordare ancora una volta che ‘velocità’ ha qui il signifi-
cato che abbiamo precisato poco fa.
Le conseguenze immediate di questa estensione del paradig-
ma idrostatico alla spiegazione del moto di caduta dei gravi,
per cui le stesse dottrine di Archimede vengono ricomprese nel
quadro più generale di una nuova filosofia naturale anti-aristo-
telica, sono diverse e importanti. Innanzitutto, il modello di
Galileo ammette l’esistenza del vuoto come mezzo limite di
densità specifica nulla, almeno in linea teorica: se infatti le den-
sità vanno sottratte e non divise, non sussisterà il problema di
dover dividere per zero. La velocità di un corpo che cade nel
vuoto non sarà perciò ‘infinita’, bensì quella massima consenti-
ta. Un corpo potrebbe avere una velocità di caduta infinita solo
se per assurdo avesse un peso specifico infinito, ma allora nep-
pure avrebbe senso dire che si sta muovendo, e varrebbero tut-
te le obiezioni che avevano a suo tempo indotto Aristotele a ne-
gare l’esistenza e la stessa possibilità del vuoto.
Se quest’ultimo fosse fisicamente realizzabile, tutti i corpi,
indipendentemente dalla loro costituzione materiale, sarebbero
assolutamente gravi e tenderebbero a muoversi verso il centro
della Terra, con velocità direttamente proporzionale al loro pe-

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so specifico e non attenuata dalla presenza di alcun mezzo. Per-


sino il fuoco, l’elemento ‘leggero’ per eccellenza, cadrebbe ver-
so il basso se si muovesse nel vuoto. Ne segue inoltre che un
elemento non può ‘gravare’ nel proprio luogo naturale, a diffe-
renza di quanto pensavano gli aristotelici: l’acqua ad esempio
non può avere alcun ‘peso’ nell’acqua e vi fluttuerà libera, per-
ché la differenza di densità è nulla.
Come per Aristotele, tuttavia, anche per il giovane Galileo il
moto di caduta verso il centro è naturale, e non richiede l’azio-
ne di alcuna ‘forza’, ancora intesa tradizionalmente come una
spinta o un impulso che ‘costringe’ un corpo a muoversi di mo-
to violento o preternaturale. La distinzione tra i due tipi di mo-
vimento è conservata nel De motu, anche se a questo punto la
caduta libera verso il basso diventa naturale per qualunque cor-
po, se si prescinde dall’influenza del mezzo circostante. Per
Galileo infatti il moto ascensionale degli elementi più ‘leggeri’,
ovvero meno densi del mezzo in cui si muovono, è dovuto uni-
camente alla loro estrusione da parte del mezzo stesso, per azio-
ne della spinta di Archimede; proprio come avviene per i corpi
che galleggiano sull’acqua.
Viste con gli occhi di chi stava scrivendo il De motu, le «re-
plicate esperienze» dalla Torre Pendente di cui parla Viviani ac-
quistano un significato ben preciso, che le rende del tutto plau-
sibili e coerenti con quanto finora detto, se collocate nella loro
giusta dimensione. Galileo stava certamente confutando l’opi-
nione comune secondo cui all’aumentare del peso assoluto di
un grave aumentava proporzionalmente anche la sua velocità di
caduta (e di sicuro non stava dimostrando pubblicamente quel-
la legge di caduta che avrebbe formulato per la prima volta solo
una ventina d’anni dopo), ma tutto sommato questo era solo un
aspetto del problema, e neppure il principale.
In realtà, come lo stesso Viviani afferma, sia pur in maniera
ellittica, egli stava discutendo con i propri amici, colleghi e sco-
lari della possibilità che le velocità dipendessero piuttosto dalle
differenze di peso specifico tra i gravi lasciati cadere e il mezzo in

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cui si muovevano, ossia l’aria. In effetti la Torre si prestava bene


a questo tipo di prove, che richiedevano di lasciar andare dei
corpi da un’altezza sufficiente per osservarne il comportamento.
Quello che ovviamente non era possibile fare era cambiare il
mezzo in cui cadevano, ma in fondo Galileo aveva già avuto mo-
do di fare «esperienze» in proposito, quando nel 1586, ispiran-
dosi ad Archimede, aveva costruito la sua bilancia idrostatica e
scritto la Bilancetta per illustrarne il funzionamento.

Primi passi verso il concetto di inerzia

Come spiegare invece il moto violento di un grave che, es-


sendo più denso del mezzo circostante, di per sé tenderebbe a
cadere al suolo, se non venisse lanciato verso l’alto o in una di-
rezione diversa dalla verticale? Abbiamo visto che il Galileo del
De motu rifiuta decisamente la vecchia teoria dell’antiperistasi,
che esponeva gli aristotelici a molteplici contraddizioni e criti-
che, per recuperare e rielaborare in forma nuova quella
dell’«impetus», già formulata da alcuni filosofi tardo-scolastici
del Due-Trecento, come Giovanni Buridano (ca. 1290-1358),
Thomas Bradwardine (ca. 1290-1349), Alberto di Sassonia
(1316-1390) e Nicolas Oresme (1323-1382).
La teoria dell’«impetus» era sostanzialmente l’unica alterna-
tiva all’aristotelismo allora in circolazione e supponeva che un
corpo ricevesse da un motore esterno, al momento del lancio,
un impulso di qualche tipo, inteso come una qualità che si ag-
giungeva a quella naturale della «gravitas» e che accompagnava
il grave lungo tutta la sua traiettoria, componendosi con il ‘pe-
so’ e dando così origine ad un moto ‘misto’, senza più bisogno
dell’intervento di altre forze. Galileo parla nel suo trattato di
vis impressa dal «proiciente» al «proietto», caratterizzandola
meglio come una grandezza in linea di principio quantificabile,
oltre che come una qualità, e paragonandola esplicitamente alla
quantità di calore fornita ad un corpo riscaldato o alla vibrazio-

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ne più o meno intensa trasmessa ad un oggetto che emette un


suono quando viene colpito.
La tentazione di paragonare questa prima nozione di «vis
impressa» a quella odierna di impulso, inteso come variazione
della quantità di moto e quindi dell’energia cinetica di un corpo,
non deve farci dimenticare che Galileo, durante tutta la sua vi-
ta, non giungerà mai ad elaborare compiutamente simili con-
cetti, che verranno molto più tardi nella storia della fisica. An-
cora il Galileo dei Discorsi parlerà di «momento di velocità» e
«momento di gravità», per indicare qualcosa di lontanamente
assimilabile a ciò che oggi chiamiamo rispettivamente ‘quantità
di moto’ ed ‘energia cinetica’. Quando vorrà trattare gli urti
anelastici fra corpi e gli effetti prodotti da un «proietto» che
impatta al suolo o contro una fortificazione, il vecchio Galileo
cercherà sempre di esprimere questa «forza della percossa» in
un peso equivalente, come se il fatto di avere una «velocità» ag-
giungesse «gravità» ad un corpo al momento dell’urto.
Quando un grave viene lanciato verso l’alto, spiega l’autore
del De motu, riceve dalla mano una «vis impressa» che controbi-
lancia e supera la sua «gravitas», che come abbiamo detto sarà
massima nel vuoto e via via minore in mezzi sempre più densi.
La «vis impressa» agisce come se il grave ne venisse ‘alleggerito”,
addirittura reso temporaneamente meno denso dell’aria, per cui
si comporta a tutti gli effetti come un corpo che viene estruso dal
mezzo, proprio come i galleggianti nell’acqua. Tuttavia la «gravi-
tas» originaria, sempre presente perché connaturata al corpo gra-
ve, a poco a poco consuma la «vis impressa», così come un corpo
riscaldato gradualmente si raffredda o uno che vibra tende prima
o poi a fermarsi. Ad un certo punto la «gravitas» torna ad avere
il sopravvento, e il grave scende di nuovo verso il basso. La stessa
cosa succederebbe ad un pezzo di legno o di sughero che venisse
gettato con forza nell’acqua: per un certo tratto si immergerebbe
come se fosse un sasso o un pezzo di ferro, ma poi la spinta di
Archimede lo farebbe riemergere in superficie.
Nel caso di un corpo lanciato in una direzione diversa dalla

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verticale, le cose si fanno un po’ più complicate, perché la «gra-


vitas» e la «vis impressa» agiscono lungo direttrici diverse e il
risultato è un moto composito, ma il principio è lo stesso. Va
detto che a quest’epoca Galileo non aveva ancora concepito il
moto dei «proietti» come parabolico. Le sue idee in proposito
non dovevano essere troppo distanti da quelle di Tartaglia, che
aveva immaginato un moto distinto in tre stadi: una prima fase
di netta prevalenza del moto violento su quello naturale, rap-
presentata da un tratto rettilineo con la stessa direzione origina-
ria del lancio; una fase intermedia in cui il moto violento cede-
va il passo a quello naturale, rappresentata da una traiettoria se-
micircolare; una terza e ultima fase in cui il grave cadeva a terra
verticalmente, seguendo il suo moto naturale. Ciò che sin dal-
l’epoca di Tartaglia era invece assodato (si vedano i suoi Nova
scientia e Questiti et inventioni diverse, entrambi pubblicati a
Venezia rispettivamente nel 1537 e nel 1546), era il fatto che la
gittata massima (ad esempio di un cannone) corrispondeva ad
un’elevazione di 45° sull’orizzonte.
Un’altra acquisizione importante del De motu è la critica al-
l’idea peripatetica che il mondo sublunare e quello translunare
obbediscano a leggi differenti, per cui il moto circolare unifor-
me sarebbe naturale per i corpi celesti e indice del fatto che so-
no composti di una quinta essenza o etere, una sostanza incor-
ruttibile e radicalmente diversa dai quattro elementi terrestri.
Sin da ora Galileo ritiene invece che l’intero universo sia costi-
tuito da materia elementare, ossia dagli stessi elementi presenti
sulla Terra, con una prevalenza nei cieli dell’elemento fuoco. È
una concezione carica di conseguenze per gli sviluppi futuri
della filosofia naturale galileiana, anche se il cosmo che emerge
dalle pagine del De motu sembrerebbe appunto essere quello
tolemaico ed è tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi
quando Galileo si sarebbe avvicinato per la prima volta al
copernicanesimo. Quello che possiamo dire con sufficiente cer-
tezza è che ciò deve essere avvenuto tra il 1592 e il 1604, anno
delle sue celebri lezioni padovane sulla «stella nova».

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Il giovane Galileo si interroga in ogni caso sulla natura del


moto circolare uniforme, giungendo a conclusioni molto inte-
ressanti e per certi aspetti inedite: se tutti i corpi sono costituiti
dai quattro elementi e dunque «naturalmente gravi», inclusi gli
astri, tutti dovrebbero tendere verso il centro dell’universo,
tanto più se si ipotizza che lo spazio tra la Terra e i corpi celesti
sia vuoto, o comunque riempito da una materia estremamente
tenue e rarefatta. Perciò il moto circolare non può a rigore esse-
re definito naturale; né d’altra parte può essere considerato
davvero violento, perché è sempre equidistante dal suo centro.
Se quest’ultimo non coincide con il centro del mondo, come
avviene per tutti i moti circolari che vediamo quotidianamente
sulla Terra (una ruota che gira, un corpo sferico che viene fatto
rotolare, e così via), si può dire che almeno in parte è violento,
nella misura in cui ci si allontana dal centro o ci si avvicina pe-
riodicamente ad esso. Se però il centro del moto coincide con
quello del cosmo, come nel caso dei cieli o in quello ipotetico,
immaginato da Galileo, di una sfera omogenea di marmo o di
bronzo che ruota al centro della Terra, non si potrà parlare né
di moto naturale, né di moto violento, né tantomeno di moto
‘misto’, ma si dovrà piuttosto parlare di moto neutro, che non
tende né ad avvicinarsi né ad allontanarsi dal centro.
Basterà un minimo impulso iniziale, in questo caso, suppo-
nendo di rimuovere tutti gli «accidenti» e gli «impedimenti»,
come l’attrito, perché il moto circolare uniforme si perpetui
all’infinito, perché sia eterno. Analogamente nel caso di un
«mobile» che si muove lungo un piano inclinato orizzontale, né
«acclive» né «declive», e privo idealmente di attrito; ovvero un
piano circolare, coincidente con uno dei meridiani terrestri o
con l’equatore. Non è difficile ravvisare qui un primo fonda-
mentale passo in direzione di quel principio di inerzia circolare
che tradizionalmente viene attribuito a Galileo, per distinguer-
lo dal principio di inerzia generalizzato, o di inerzia lineare, che
verrà formulato in maniera esplicita più avanti, prima da De-
scartes e da Huygens e poi da Newton.

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Fig. 5. Curve balistiche di Tartaglia, tratte da un’edizione del 1606 della Nova
scientia (1537).

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Le questioni irrisolte nel De motu

Per quanto promettente potesse sembrare per il nostro gio-


vane «lettore delle matematiche», l’impianto teorico del De mo-
tu presentava in realtà diversi aspetti problematici di non facile
soluzione, oltre a vistose incongruenze con i fenomeni comune-
mente osservati. Che un grave in caduta libera accresca pro-
gressivamente la sua velocità fino a toccare terra era qualcosa di
assodato sin dai tempi di Aristotele, il quale aveva supposto che
a causare l’accelerazione nei moti naturali fossero due fattori
concomitanti, uno per così dire intrinseco e l’altro estrinseco al
corpo in caduta:
1) data la tendenza di tutti i gravi a raggiungere il loro luogo
naturale, ossia il centro della Terra, un corpo tanto più di-
scendeva velocemente quanto più si avvicinava alla sua meta
prestabilita;
1) man mano che il grave si approssimava a toccare il suolo,
una quantità via via minore di aria (o di qualsiasi altro mezzo
fluido) si trovava ad occupare lo spazio ancora da percorre-
re, per cui veniva attraversata dal corpo con sempre minore
resistenza, e quindi sempre più rapidamente.
Anche in questo caso Galileo rifiuta l’idea aristotelica che il
mezzo in cui avviene il moto possa avere un qualche ruolo atti-
vo, che non sia quello di attenuare la «gravitas in specie» di un
corpo che lo attraversa; né può accettare una spiegazione di tipo
finalistico di un fenomeno, l’accelerazione, che deve poter esse-
re compreso in termini puramente causali. Resta però il fatto
che intorno al 1590 Galileo parla di maggiore o minore velocità
di caduta dei corpi, come abbiamo visto supponendola diretta-
mente proporzionale alla differenza tra la loro densità specifica
e quella del mezzo in cui cadono, non parla di accelerazione.
Quest’ultima è considerata in questa fase precoce un «acci-
dente» transitorio, un fattore di disturbo: un corpo cadendo
accelera per un certo tempo perché non cade immediatamente
con la velocità uniforme prevista, ma la raggiunge gradualmen-

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te. Per questo motivo, pensa Galileo, è molto difficile nell’espe-


rienza quotidiana osservare questa velocità specifica, propria di
ciascun grave a seconda del materiale di cui è composto. Oc-
correrebbe lasciarlo andare da un’altezza di gran lunga superio-
re a quella di qualsiasi torre esistente, per vederlo ad un certo
punto smettere di accelerare e proseguire il suo moto a velocità
‘di regime’.
Ciò non si verifica praticamente mai perché un corpo tratte-
nuto e quindi lasciato cadere deve consumare tutta la «vis im-
pressa» che lo frena, che lo ‘alleggerisce’ temporaneamente,
prima di raggiungere la propria ‘velocità specifica’, ma le altez-
ze usuali da cui i gravi cadono non sono sufficienti affinché la
«vis» si esaurisca completamente. Questo spiegherebbe anche
perché un corpo di uguale volume ma di peso specifico minore
di un altro (dunque anche di peso assoluto inferiore) quasi
sempre tocca terra per primo, contrariamente a quanto dovreb-
be accadere in base a quello che è stato detto fino a questo mo-
mento: per tenere in mano un corpo più pesante occorre infatti
per Galileo maggiore «vis impressa», che si consuma più lenta-
mente.
In realtà oggi sappiamo che il leggero ritardo con cui un cor-
po più pesante tocca terra non è dovuto alle caratteristiche fisi-
che del corpo medesimo, ma ai diversi tempi fisiologici di rea-
zione delle mani, più rapide nel lasciar cadere un oggetto per-
cepito dal nostro cervello come più leggero. Tuttavia è interes-
sante notare come si faccia strada, in queste prime riflessioni
galileiane, l’idea che per trattenere un grave occorra una certa
«vis» (pari al suo peso), e che in qualche modo l’azione dissipa-
tiva della «gravitas» si manifesti progressivamente nel moto di
caduta come «velocitas» crescente; non solo, ma Galileo mostra
anche di aver intuito sin da ora che per lanciare un grave fino
ad un certa altezza da terra sia necessario imprimergli una «vis»
pari a quella che occorre per impedirgli di cadere a terra da
quella stessa altezza. È evidente che qui la nozione ancora gene-
rica e poco sviluppata di «vis impressa» non gioca il ruolo di

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una forza, in senso moderno, bensì di un’energia meccanica, po-


tenziale o cinetica.
Il dubbio però che l’accelerazione non sia un fenomeno pas-
seggero che distoglie l’osservatore dal comprendere il reale
comportamento di un grave in caduta libera, bensì qualcosa di
strettamente connaturato al suo moto, tanto da definirlo, si insi-
nua presto nella mente del giovane Galileo, soprattutto grazie
alle «esperienze» condotte sul piano inclinato. Se quest’ultimo
ha la proprietà di ridurre artificialmente la «gravitas» di un cor-
po e di incrementarne il tempo di discesa, come se il mezzo di
caduta non fosse l’aria ma l’acqua, o come se il «mobile» non
fosse fatto di bronzo ma di legno, dovrebbe essere più facile ve-
derlo cessare di accelerare e iniziare a scendere lungo il piano
con velocità uniforme.
A quanto pare invece l’accelerazione non solo permane per
tutta la durata del moto, ma sembra addirittura essere una co-
stante, direttamente proporzionale al seno dell’angolo di incli-
nazione del piano e legata in qualche modo, non ancora ben
chiaro, o allo spazio percorso o al tempo impiegato a percorrer-
lo. Questa era un’idea difficile da accettare per il Galileo del De
motu, perché metteva in crisi l’intero progetto di rifondare la fi-
sica aristotelica sulle basi dell’idrostatica di Archimede. Se il
moto dei gravi era per sua natura accelerato, per non dire
uniformemente accelerato, non era più possibile sostenere che a
differenti pesi specifici dovessero corrispondere differenti ‘ve-
locità specifiche’. Il mezzo circostante conservava certamente
un suo ruolo, sia per l’azione dell’attrito fluidodinamico che
per l’eventuale spinta idrostatica o aerostatica esercitata sul
corpo, ma la sua legge di caduta doveva essere indipendente
dalla presenza o meno del mezzo.
Nel supporre che le velocità finali dovessero essere costanti,
Galileo si era appoggiato a fenomeni come la velocità uniforme
con cui la pioggia cade al suolo, senza sfondare i tetti delle case
nonostante l’altezza da cui proviene: un’altra osservazione nota
fin dall’antichità; così come doveva aver pensato a certi corpi

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che, data la loro forma particolare o la densità del mezzo in cui


si muovono, smettono ad un certo punto di accelerare per ca-
dere con velocità costante. Non gli era ancora chiara la distin-
zione tra la densità (specifica o assoluta) e la viscosità di un flui-
do, né le nozioni, presenti invece nei Discorsi, di aerodinamicità
e di velocità limite di un corpo che si muove attraverso un flui-
do, tale per cui non è possibile accelerarlo ulteriormente. Que-
ste due ultime grandezze dipendono dall’insieme dei fattori so-
pra menzionati, inclusa la massa, la forma e la superficie di con-
tatto del corpo in questione.
Le cose si complicano ancora di più se si passa a considerare
la trattazione del moto dei «proietti» e il ruolo giocato tanto
dalla «gravitas in specie» quanto dalla «vis impressa» nel deter-
minarne traiettoria e velocità. Cosa accade di preciso nel punto
di riflessione del moto di un grave lanciato in aria, ossia nel mo-
mento in cui inverte il suo movimento ascendente per discen-
dere verso il basso? Ha consumato tutta la «vis impressa» che
ha ricevuto nel lancio e cade per sola «gravitas» oppure, come
pensa Galileo nel De motu, ne ha consumata solo metà, tanto
da bilanciare l’azione della «gravitas» nell’istante in cui si ferma
o smette di decelerare, per poi continuare a dissipare il resto
durante la caduta, visto che non scende con velocità costante
ma accelerando? In che modo la «vis impressa» viene perduta
sotto forma di velocità, sia in fase di decelerazione che di acce-
lerazione? Proporzionalmente allo spazio percorso o al tempo
trascorso? Nel caso in cui la velocità fosse proporzionale al
tempo, la dipendenza sarebbe lineare o di altro tipo?
Non da ultimo: se le oscillazioni periodiche di un pendolo
sono in qualche maniera assimilabili al lancio di un grave verso
l’alto o in una direzione diversa dalla verticale, e se davvero va-
le il principio secondo cui a differenti pesi specifici in uno stes-
so mezzo devono corrispondere differenti velocità di caduta,
per cui l’accelerazione è solo un «accidente», perché pendoli di
uguale lunghezza ma con masse diverse, o con la stessa massa
ma di diverso materiale, dovrebbero avere lo stesso periodo?

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Anche in questo caso si registra un certo anticipo nell’oscilla-


zione di un pendolo a cui è attaccata una massa piccola, rispet-
to ad uno di pari lunghezza a cui è sospesa una massa grande.
La spiegazione è la stessa che abbiamo fornito poco fa, anche
perché, tanto nel caso di due gravi di massa differente che ca-
dono, quanto in quello di due masse diverse sospese ad un pen-
dolo di uguale lunghezza, si dovrebbe semmai osservare un lie-
ve anticipo da parte della massa maggiore, che a parità di forma
(ad esempio sferica) risente meno dell’attrito dell’aria.

Un nuovo inizio

Galileo resta perplesso di fronte a tutte queste difficoltà, for-


se in un primo tempo sottovalutate, e decide ben presto di ab-
bandonare la stesura del De motu alla sua terza redazione con-
secutiva. Come abbiamo già detto, i manoscritti non verranno
mai pubblicati in forma di trattato compiuto, né Galileo vi farà
mai il minimo cenno in vita, conservandoli però gelosamente
tra le sue carte, insieme a tutte le altre che si stratificheranno
nel corso dei decenni seguenti.
In un certo senso i suoi studi giovanili sul moto dei gravi
rappresenteranno una sorta di agenda dei principali problemi
da affrontare e risolvere sull’argomento, oltre che un indispen-
sabile punto di partenza per l’elaborazione dei materiali che an-
dranno poi a formare i Discorsi del 1638. Probabilmente non è
un caso che il frammento latino De motu naturaliter accelerato,
databile intorno al 1608, in cui Galileo enuncia correttamente
la proporzionalità diretta tra la velocità di un «mobile» che si
muove di moto uniformemente accelerato e il tempo (ovvero la
dipendenza dello spazio percorso dal quadrato del tempo, con
l’accelerazione come costante di proporzionalità), sia stato inse-
rito in un secondo momento tra le pagine più vecchie dei De
motu antiquiora, proprio nel punto in cui il trattato era stato in-
terrotto.

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Non abbiamo elementi sufficienti per affermare con certezza


che lo stesso Galileo sia tornato molti anni dopo sulle ricerche
del periodo pisano, integrandole con la soluzione corretta ai
problemi che lo avevano indotto a lasciarle inedite. Il fatto che
il De motu naturaliter accelerato venga riproposto quasi identi-
co nei Discorsi lascia però intendere che il nostro scienziato fos-
se pienamente consapevole della continuità di un lavoro pro-
trattosi per la maggior parte della sua vita.
In fondo i Discorsi non sono altro che la sintesi, in parte in
forma di dialogo, in parte in forma di trattato, di tutte le acqui-
sizioni che egli era andato accumulando e rielaborando da
quando per la prima volta si era interessato alle questioni «de
motu locali». È assai probabile che lo stesso titolo De motu an-
tiquiora, usato da Viviani per riferirsi agli «scritti più antichi sul
moto», sia stato scelto proprio dall’anziano Galileo ad Arcetri,
quando con l’aiuto del suo «ultimo discepolo» aveva comincia-
to a riordinare i suoi appunti, poi ereditati da Viviani. Ancora
una volta la testimonianza di quest’ultimo risulta preziosa, an-
che perché è la prima attestazione nota dell’esistenza di questi
materiali. Nel suo Quinto libro degli Elementi d’Euclide (1674-
1676), un’opera che forse ancora più del Racconto istorico testi-
monia la volontà di Viviani di lavorare alle carte del maestro
per estrarne materiali da pubblicare accanto alle opere già
stampate, egli parla infatti di

[...] un manoscritto del Galileo in più quintetti in ottavo intitolato


fuori sulla coperta DE MOTU ANTIQUIORA [...] il quale si riconosce es-
ser de’ primi giovenili studi di lui, e per i quali nondimeno si vede,
che fin da quel tempo non sapev’egli accomodare ’l libero ’ntelletto
suo all’obligato filosofare della commune delle scuole. [...] Quello
però di più singolare, che è sparso in tal manoscritto, tutto, come si
vede, l’incastrò poi egli stesso opportunamente, a’ suo’ luoghi, nell’o-
pere che egli stampò.

La necessità per Galileo di ‘ricominciare da capo’, andando


oltre il vicolo cieco a cui erano giunte le sue riflessioni fino a

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quel momento, coinciderà sostanzialmente con il suo trasferi-


mento a Padova. Come «lettore delle matematiche» dello Stu-
dio Padovano e come docente privato di matematica, egli di-
sporrà tra l’altro di una vera e propria officina, attigua alla sua
casa, e di artigiani altamente specializzati nella fabbricazione di
strumenti scientifici, che gli consentiranno di fare un salto di
qualità notevole nella possibilità di realizzare misure ed esperi-
menti in senso stretto, ben più articolati e meditati delle sue
prime «esperienze» pisane.
Gli anni che vanno dal 1592 al 1609, immediatamente a ri-
dosso delle prime osservazioni astronomiche al telescopio, sa-
ranno decisivi per la gestazione teorica e sperimentale delle
«due nuove scienze»: la formulazione della dipendenza del qua-
drato del periodo del pendolo dalla sola lunghezza (supposta
costante l’accelerazione di gravità); la sua applicazione sistema-
tica allo studio del moto di un «mobile» lungo piani inclinati di
diversa altezza, lunghezza e inclinazione; la scoperta della legge
dei numeri dispari e del moto uniformemente accelerato; l’uso
del pendolo per la messa a punto di un cronografo a clessidra, in
grado di misurare attraverso il peso dell’acqua raccolta in un
«bicchiero» intervalli frazionari di tempo, altrimenti difficil-
mente misurabili con il solo pendolo; lo studio delle proprietà
meccaniche di pendoli semplici che, pur avendo differenti lun-
ghezze e quindi diversi periodi, raggiungono tutti la stessa al-
tezza dalla verticale, se vengono fatti oscillare imprimendo loro
la stessa «percossa» (ossia la stessa energia cinetica); il problema
appunto di misurare la «forza della percossa» in termini di
«momento di gravità» che in qualche modo va ‘addizionato’ al
peso intrinseco di un corpo quando è in quiete.
Tutto questo, e molti altri studi particolari, come quello sul
moto parabolico dei «proietti», sulla forma assunta da una fune
o da una catena a riposo sospesa ad ambo le estremità, che Ga-
lileo supporrà (erroneamente) essere analoga ad una parabola,
o ancora sui «centri di gravità» dei solidi o sulla resistenza e i
punti di rottura dei materiali, non nascevano evidentemente dal

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nulla, bensì dalla curiosità e dallo spirito critico e sovente pole-


mico di un giovane «matematico» che aveva preferito la geome-
tria e la meccanica all’allora come oggi ben più prestigioso e re-
munerativo esercizio della medicina.
Abbiamo voluto raccontare di un Galileo pisano tutto som-
mato poco conosciuto per chi non è un ‘galileista’ di professio-
ne, se non per alcuni aneddoti divenuti certamente leggendari
ma che come tutte le leggende contengono un fondo di verità
storica che non sempre può essere fatto riemergere con chiarez-
za, perché non sempre si hanno documenti e testimonianze per
farlo. Quello che però va sottolineato, è che anche la storiogra-
fia galileiana e l’immagine stessa che abbiamo di Galileo (persi-
no il suo ‘mito’, se si vuole) hanno avuto a loro volta una storia,
nel corso del tempo. Spesso e volentieri quando sentiamo par-
lare delle prime «esperienze» e scoperte che avrebbe fatto a Pi-
sa, non stiamo ascoltando ciò che storicamente potrebbe essere
avvenuto, bensì ciò che storicamente gli è stato attribuito, ma-
gari nella sua ultima versione riveduta e aggiornata.

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BIBLIOGRAFIA

Antologia della prosa scientifica italiana del Seicento, a cura di


E. FALQUI, Firenze 1943.
A. BATTISTINI, Galilei, Roma-Bari 1989.
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in «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Ar-
ti», 66/II (1906), pp. ??-??
G. GALILEI, Le opere. Edizione Nazionale sotto gli auspicii di
Sua Maestà il Re d’Italia, a cura di A. FAVARO - I. DEL LUN-
GO - V. CERRUTI - G. GOVI - G.V. SCHIAPARELLI - U. MAR-
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Re d’Italia, a cura di A. FAVARO - I. DEL LUNGO - V. CERRUTI
- G. GOVI - G.V. SCHIAPARELLI - U. MARCHESINI, 20 voll., Fi-
renze 1890-1909, vol. XIX.
V. VIVIANI, Quinto libro degli Elementi d’Euclide, ovvero scien-
za universale delle proporzioni, spiegate colla dottrina del Ga-
lileo, con nuov’ordine distesa, e per la prima volta pubblicata

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da VINCENZIO VIVIANI ultimo suo discepolo. Aggiuntevi


cose varie e del Galileo, e del Torricelli, i ragguagli dell’ultime
opere loro, ecc., Firenze 1674-1676.

SITOGRAFIA
http://www.imss.fi.it/info/indice.html: nella Biblioteca Digitale
del Sito dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firen-
ze sono disponibili e scaricabili le riproduzioni pagina per
pagina, delle prime edizioni delle principali opere galileiane.
http://www.liberliber.it/biblioteca/g/galilei/index.htm offre la
possibilità di scaricare il testo delle principali opere di Gali-
leo in versione digitale (piuttosto affidabile).

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