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FLORA - Antologia di Arti figurative tra Antico e Contemporaneo, è una

FLORA • 1
flora
collana di Naus Editoria a cura di Carmela Capaldi e Isabella Valente.
antologia di
arti figurative tra
La collana raccoglie studi di Archeologia, Storia dell’Arte, Fotografia,
antico e contemporaneo
Museologia, Numismatica.

Con il patrocinio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II

Augusto e la Campania
Flora è la divinità latina preposta al risveglio della natura, il simbolo
figurale della rinascita primaverile. Alla fine del XIX secolo Flora ritorna
prepotentemente nelle arti figurative quale sinonimo di “nuovo”, moderna
dea, bellissima e sensuale, spesso nominata Florèal, protagonista
della pittura e dalla scultura simboliste, mentre nell’architettura diventa
parametro immaginifico di ogni linea disegnativa e fantasia decorativa.
Ad essa s’ispira, negli anni trenta del Novecento, il pittore napoletano
Eugenio Viti (Napoli, 1881-1952) nel suo nudo di donna con agave
dal nome Lucilla (oggi in collezione privata). L’artista rielaborava in
modo originale le suggestioni dell’arte antica, per proporre un nuovo
classicismo in forme auliche e monumentali, che coincideva con quanto
richiesto dalla cultura figurativa italiana del momento. In tempi recenti
tale composizione è stata riprodotta su corniola ad imitazione della
glittica antica dall’artigianato artistico di Torre del Greco di Enzo Liverino.
Questo cammeo è ora il logo di Flora, collana di nuovi studi di archeologia,
di storia dell’arte antica, moderna e contemporanea, e di tutte le altre
arti visive e di quelle applicate al mondo dell’industria e dell’artigianato.
La scelta di questo piccolo capolavoro, che riunisce arte e artigianato,

Augusto
vuole sottolineare la continuità di un dialogo, mai interrotto, tra tecniche
ed espressioni artistiche antiche e moderne. L’immagine propiziatrice
della dea torni, dunque, a illustrare sempre nuovi percorsi di ricerca!

e la Campania
Da Ottaviano a Divo Augusto
14-2014 d.C.

a cura di Carmela Capaldi

Euro 00,00 www.naus-editoria.it


Estratto da:
AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Naus Editoria 2020 - Vietata la diffusione

flora 1
antologia di
arti figurative tra
antico e contemporaneo
Estratto da:
AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Naus Editoria 2020 - Vietata la diffusione
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AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Naus Editoria 2020 - Vietata la diffusione

AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto
14-2014 d.C.
Atti del Convegno Internazionale
Napoli 14 e 15 maggio 2015

a cura di Carmela Capaldi

Naus Editoria
2020
Estratto da:
AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Naus Editoria 2020 - Vietata la diffusione

Con il patrocinio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II

FLORA - Antologia di Arti figurative tra Antico e Contemporaneo


di Naus Editoria

Direzione Collana
Carmela Capaldi (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Isabella Valente (Università degli Studi di Napoli Federico II)

Comitato scientifico Internazionale


Anne-Lise Desmas (Getty Museum, Los Angeles)
Annette Haug (Christian-Albrechts-Universität, Kiel)
Concha Lomba Serrano (Universidad de Zaragoza)
Claude Pouzadoux (Centre Jean Bérard, Naples)

Redazione scientifica
Antonella Ciotola, Rosa Esmeralda Partucci, Luisa Sefora Rosaria Puca, Emanuela Spagnoli

AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Atti del Convegno Internazionale
Napoli 14 e 15 maggio 2015

a cura di Carmela Capaldi

Progetto grafico
Ferdinando d’Agostino

Redazione
Ylenia Salvadori

Copyright © Napoli 2020. Naus Editoria, www.naus-editoria.it

1. Augusto, 2. Campania, 3. Betica, 4. Arte di rappresentanza, 5. Storia e letteratura di età augustea,


6. Architettura, 7. Linguaggio figurativo, 8.Pittura, 9. Scultura, 10. Topografia.

ISBN 978-88-7478-062-4

È severamente vietata la riproduzione parziale o totale del testo e delle immagini.


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AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
Naus Editoria 2020 - Vietata la diffusione

Indice

9-10 Carmela Capaldi, Presentazione


11-12 Wolf-Dieter Heilmeyer, Note su Augusto “in mostra”
13-15 Arturo De Vivo, Augusto, la Campania e Ovidio

L’uomo, il divo, gli dei



19-30 Elena Calandra, Augusto: immagini e presenze nel Latium
31-41 Elena Miranda De Martino, Forme e riti del culto di Augusto a Napoli
43-53 Diva Di Nanni Durante, Augusto e il programma dei Sebastà

Letteratura, Storia e Società

57-64 Salvatore Cerasuolo, I Campi Flegrei nella cultura di età augustea


65-73 Giuseppe Camodeca, Augusto e i ceti dirigenti della Campania
75-81 Mauro De Nardis, Il territorio di Capua tra colonizzazione tardo-repubblicana e
assegnazioni augustee
83-95 Eliodoro Savino, Tra Latium e Campania: aspetti dell’economia della Regio I in
età augustea
97-104 Giovanni Indelli, Filodemo e gli Augustei
105-114 Giuliana Leone, “Edizioni” e “riedizioni” di testi filosofici nella Villa ercolanese
dei Papiri tra tarda repubblica e prima età imperiale
115-125 Gianluca Del Mastro, I papiri latini ercolanesi e pompeiani (I sec. a.C. - I sec.
d.C.). Dati acquisiti e nuove scoperte

La comunicazione per immagini

129-135 Maria Elisa Micheli, Ancora su ‘Cleopatra in Campania’


137-145 Gilles Sauron, Il gruppo di “Psiche ed Eros” a Cuma: una nuova proposta di
lettura
147-158 Carlo Gasparri, Le brocche d’argento del tesoro di Boscoreale: una nota di
lettura
159-189 Carmela Capaldi, Mito e storia su fregi fittili dalle ville imperiali di Capri
189-209 Stefania Pafumi, Cavalieri bronzei ercolanesi di età augustea. Nuove
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Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
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acquisizioni da un “recupero museale” nei depositi del Museo Civico di Catania

L’otium del princeps



213-228 Richard Neudecker, Die Villeggiatur des Augustus in Kampanien
229-238 Eduardo Federico, Vetustate ac raritate notabilia. Un “museo augusteo” a
Capri? (Suet., Aug., 72, 3)
239-248 Rossella Iovinella, Carlo Bonucci, Augusto e la grotta di San Michele a Capri
249-255 Filippo Barattolo, Il rinnovato interesse per Svetonio (Aug., 72, 3)

I luoghi

259-280 Giuliana Cavalieri Manasse, Costanza Gialanella, Ancora intorno al Foro di


Puteoli sul Rione Terra.
281-308 Daniela Giampaola, Sara Caldarone, Vittoria Carsana, Franca Del Vecchio,
Il Porto di Napoli al tempo di Augusto
309-320 Maria Paola Guidobaldi, La munificenza di M. Nonio Balbo a Ercolano: parole
e opere

Complessi architettonici, decorazioni e arredi scultorei

323-342 Giuseppe Scarpati, La celebrazione della gens Augusta a Minturnae nelle


immagini della propaganda imperiale
343-361 Enrico Angelo Stanco, Il teatro di Allifae
363-384 Floriana Miele, Allifae: le sculture dal teatro romano
385-402 Marina Caso, La decorazione scultorea della villa di San Limato nel suburbium
di Sinuessa
403-420 Stefania Tuccinardi, Un vaso alabastrino e una coppa in cristallo di rocca
dall’antica Capua: il monumento funerario in località Ponte San Prisco
421-440 Luca Di Franco, Danaidi nell’arredo scultoreo delle ville di Augusto a Capri
441-456 Domenico Esposito, La decorazione delle grandi residenze tardo-repubblicane in
area vesuviana
457-468 Valeria Sampaolo, Motivi nilotici in pitture e mosaici

Uno sguardo al Mediterraneo: nuovi dati dalla Hispania Baetica

471-481 Carlos Márquez, Una escultura de Divus Augustus Pater en la Bética


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483-495 Pilar León, Le copie ispaniche dei cicli mitologici del Foro di Augusto
497-508 José Beltrán Fortes, Monumentalizzazione urbana nella Betica augustea:
esempi e modelli
509-516 Pedro Rodríguez Oliva, La política sucesoria de Augusto en la provincia romana
de la Bética: documentos arqueológicos, epigráficos y numismáticos

517-522 Stefano De Caro, Conclusioni

Appendice. Per la valorizzazione del patrimonio culturale regionale

525-530 Nadia Murolo, Gli itinerari augustei in Campania: dall’esperienza della mostra
ad una proposta di programmazione integrata

531 Indice degli autori


533 Programma del convegno
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AUGUSTO E LA CAMPANIA
Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
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Carmela Capaldi

Presentazione

Punto di riferimento costante nella cultura occidentale, la figura di Augusto offre inesauribili
spunti di riflessione circa le dinamiche attraverso le quali il potere si afferma, si definisce e si trasforma.
Il particolare legame che unì Ottaviano Augusto alla Campania, nella fase della conquista del
potere e poi al comando dell’impero, è il motivo conduttore della mostra a lui dedicata nel Museo
Archeologico Nazionale di Napoli (19 dicembre 2014-4 maggio 2015), che ha chiuso le celebrazioni del
bimillenario della morte.
Sul rapporto tra ideologia imperiale e programmi urbanistici e iconografici attuati sotto Augusto
in Campania, in Italia e nel bacino del Mediterraneo, ci si è proposto di discutere in un incontro di
studi promosso dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, che si è svolto nella sede dell’Ateneo
partenopeo e presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli il 14 e 15 maggio 2015. Nella
presentazione dei diversi argomenti si è focalizzata l’attenzione sulla figura di Augusto nel suo aspetto
umano e divino; sul motivo della “villeggiatura”; sul concorso della letteratura e della filosofia al “buon
governo”; sul quadro economico e sociale; sulla definizione di un nuovo linguaggio figurativo; sulle
trasformazioni dei luoghi e degli spazi e l’analisi dei complessi architettonici e decorativi della Regio I
Latium et Campania.
Stefano De Caro, Arturo De Vivo, W. Dieter Heilmeyer, Leonardo Di Mauro, Gaetano Manfredi,
Tomaso Montanari, Massimo Osanna, Paul Zanker e Fausto Zevi hanno discusso i contenuti scientifici
e gli aspetti espositivi della mostra nella tavola rotonda in apertura del convegno. Il dibattito è stato
avviato da W. Dieter Heilmeyer con una disamina critica delle mostre che dal 1937 hanno accompagnato
e segnato la storiografia su Augusto e da Arturo De Vivo che ha tracciato un vivido quadro del rapporto
tra Augusto e la Campania attraverso la testimonianza di Ovidio.
Sul piano della ricaduta mediterranea del nuovo ordine politico augusteo hanno assunto particolare
rilievo le comunicazioni di José Beltrán Fortes, Pilar León, Carlos Marquez e Pedro Rodríguez Oliva
che hanno fornito nuovi dati sulla Hispania Baetica.
Gli atti del convegno vedono ora la luce grazie al sostegno dell’ateneo federiciano che nella
persona dell’allora Rettore Gaetano Manfredi ha generosamente finanziato la pubblicazione e nella
persona del Rettore attuale, Arturo De Vivo, ha concesso il patrocinio morale alla neonata collana Flora,
nella cui cornice s’inserisce l’edizione.
Devo un sentito ringraziamento ai componenti del comitato scientifico del convegno, Jean-Pierre
Brun, Ortwin Dally, Stefano De Caro, Arturo De Vivo, Carlo Gasparri, Tonio Hölscher, Paul Zanker,
Fausto Zevi. In particolare sono grata a Tonio Hölscher, cui mi lega la memoria dell’affettuosa tutela
ricevuta durante il periodo di dottorato trascorso ad Heidelberg. Anche in questa occasione non mi ha
fatto mancare per via epistolare il suo sostegno con critiche e suggerimenti; non potendo partecipare
alla tavola rotonda per pregressi impegni, è venuto da Monaco, una settimana prima del convegno,
espressamente per visitare la mostra.
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La mostra Augusto e la Campania è frutto di un’idea che ha preso forma, acquisendo dignità
scientifica, solo grazie al confronto con Carlo Gasparri, dal quale tanto ho appreso nei suoi anni di
magistero napoletano. Nella attuazione del progetto espositivo è stata determinante la convergenza
d’intenti con Teresa Elena Cinquantaquattro, all’epoca Soprintendente ai Beni archeologici di Napoli e
Caserta, Massimo Osanna, all’epoca Soprintendente Speciale ai Beni archeologici di Pompei, Ercolano
e Stabia e Valeria Sampaolo, all’epoca direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Nel corso della tavola rotonda Massimo Osanna, che coniuga l’acume dello studioso alla
perizia del preposto alla tutela in posizione apicale, mi pose garbatamente un rilievo, dichiarando che
si coglieva nella costruzione della mostra: «un percorso scientifico molto complesso e la volontà di
comunicare i risultati di una ricerca», ma che: «quella mostra è difficile per chi non ha già una base di
preparazione sull’argomento. Al di là dell’apprezzamento estetico, dovremmo fare uno sforzo maggiore
di comunicazione delle nostre ricerche all’esterno. Alcuni pannelli che erano molto ricchi e densi per
un archeologo, devo dire, io credo che fossero un po’ difficilmente comprensibili per i non addetti ai
lavori».
Lo ammetto: la mostra era difficile! E forse anche i testi per i pannelli lo erano! Abbiamo cercato
di stemperare questa difficoltà col ricorso ad altri mezzi, di cui devo dire, la grande ispiratrice è stata
Teresa Elena Cinquantaquattro: quel tanto di concessione ai sussidi multimediali che dovevano veicolare
in modo agevole contenuti difficili. D’altra parte, lo ha detto molto meglio di me Tomaso Montanari
nella tavola rotonda, le mostre servono a questo: «non solo a dare conoscenza, ma anche ad indurre alla
riflessione, perché poi ciascuno prende e conosce quello che vuole»; quindi a stimolare, provocare.
Ringrazio W. Dieter Heilmeyer per quello che mi ha detto nel corso della visita privata
all’esposizione: «Questa mostra racconta!», e questo veramente è il riconoscimento più gratificante
che potessi avere, perché questo era lo scopo! Non essere noiosi docenti che impartiscono lezioni in
cattedra, ma raccontare, coinvolgere ed emozionare i visitatori captati dalla risonanza dell’evento; ed
ora con questi Atti si spera di offrire alla comunità scientifica un nuovo contributo sulle dinamiche di
quel sistema politico che Augusto qualificava in un editto come optimus status.
In conclusione desidero ringraziare il personale del MANN che nei diversi ruoli ha contribuito
al reperimento del materiale utile per la redazione dei testi: per la documentazione grafica e fotografica
Laura Forte e Floriana Miele; per la ricerca bibliografica Mariolina Amodeo e Michele Iacobelli.
Il direttore Paolo Gulierini ha con la consueta liberalità autorizzato la riproduzione fotografica e
gli accessi ai depositi.
La ricerca dei reperti è stata agevolata dalla premura di Paola Rubino e di Valeria Sampaolo.
Un ultimo, ma non meno sentito ringraziamento, va a Luigi Spina che da raffinato fotografo ha
amichevolmente soddisfatto la disperata ricerca di una bella immagine per la copertina di questo volume.
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Da Ottaviano a Divo Augusto 14-2014 d.C.
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Daniela Giampaola, Sara Caldarone,


Vittoria Carsana, Franca Del Vecchio

Il Porto di Napoli al tempo di Augusto

Abstract. The archeological investigations for the underground stations in the site nowadays named Municipio
square in Naples identified a sector of the Greco-Roman harbor of Neapolis, located inside a deep bay. The harbor is used from
early 3rd B.C. to early 5th centuries A.D.; Augustan age is characterized by major works, such as the erection of the pier and
the dock in the port, and the construction of connecting road with Puteoli. On the other side, the buildings on the backside ripa
are extended and restructured in the 1st century A D. The bay seabed is rich in findings: urban wastes, ships equipment and
objects lost during the load of the crafts with the goods. The Augustan age context is an extraordinary sample for its quantity,
variety and conservation status of the evidences, such as pottery both of Campanian production (amphorae, thin pottery, sigil-
lata and coarse wares) and of importation, especially from eastern-Aegean area and Iberian Peninsula. A rich epigraphic
collection (stamps and tituli picti) allows to match these products to personalities of the Campanian area, such as officinatores
and mercatores. The harbor of Neapolis received and sorted goods from the Mediterranean Sea and at the same time contrib-
uted to the diffusion of local products.

La vitalità urbanistica di Neapolis in età augustea è documentata per frammenti nel nucleo origi-
nario delimitato dalle antiche mura, ma è meglio esemplificata nella fascia litoranea, grazie alle indagi-
ni condotte per le stazioni della linea metropolitana.
Un salto di qualità in rapporto alla figura di Augusto è testimoniato dalla realizzazione del santua-
rio connesso all’istituzione dei Giochi Isolimpici e dalla sistemazione del porto1.
Se in occasione del Convegno sulla Regio I sono state approfondite la cronologia e la ricostruzio-
ne dell’assetto monumentale del santuario dei Giochi Isolimpici, indagato nella stazione Duomo in
piazza Nicola Amore2, in questa sede si presentano i dati sul porto di età augustea esplorato nella stazio-
ne Municipio e i materiali ceramici coevi recuperati nei fondali.
Tale scelta è apparsa necessaria anche in considerazione della ridotta attestazione in Campania di
contesti del periodo augusteo adeguatamente indagati: il sito portuale rappresenta un’area privilegiata
per la comprensione dei sistemi di scambio e circolazione delle merci documentati da produzioni cera-
miche locali, regionali e di importazione. Si tratta, dunque, soprattutto, di un contributo di filologia ce-
ramica che, per il campione offerto dall’area di stazione di linea 1, intende presentare i risultati di una
lunga attività di cantiere in cui lo scavo si è accompagnato ad altrettanto complesse operazioni di siste-
mazione, elaborazione e studio dell’ingente volume dei reperti riportati in luce.
Per inquadrare i materiali considerati è utile riepilogare brevemente l’insieme delle evidenze
relative al bacino portuale emerse nei diversi settori dell’enorme nodo di interscambio di Municipio
(ca. 23.000 mq.), consistente nelle stazioni di linea 1 e linea 6 e nel corridoio che le collega al porto
attuale.
1
  Per una ricostruzione del paesaggio costiero di Neapolis da età greca ad età bizantina, in base ai dati emersi dalle indagini
archeologiche per la linea metropolitana, vedi Giampaola 2010; su Neapolis in età augustea vedi Giampaola 2014.
2
  Cavalieri Manasse, Giampaola, Roncella 2017.
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282 Daniela Giampaola, Sara Caldarone, Vittoria Carsana, Franca Del Vecchio

Ben noto è il quadro topografico ricavato dai nuovi scavi e dalle campagne di carotaggi geoarche-
ologici: piazza Municipio si colloca in corrispondenza del settore sud/sud-ovest della più ampia insena-
tura costiera, estesa fra il rilievo di S. Maria di Porto Salvo e il basso promontorio sul quale in età angio-
ina è eretto Castel Nuovo (fig. 1). L’utilizzo di questo settore come porto, documentato con certezza dal
III secolo a.C., è già ipotizzabile a partire dalla fase iniziale di Parthenope3.
Il bacino è posto a una certa distanza dalla linea delle fortificazioni di età greca, lungo la princi-
pale direttrice di espansione della città verso occidente.
Esso era protetto dai venti e dal moto ondoso provenienti da sud-sud/est dal promontorio di Castel
Nuovo e da una piccola isola antistante, ricostruita dalle prospezioni geoarcheologiche, emergente di ca.
1,60 m rispetto al livello marino dell’epoca4.
Agli inizi del III secolo a.C. la funzionalità del porto è potenziata attraverso opere artificiali che
riguardano sia lo specchio d’acqua sia la terraferma (fig. 2). Il fondo marino è modificato da un impo-
nente intervento di dragaggio dei fondali, rinvenuto nei livelli più profondi di tutti i settori indagati, che
lo approfondiscono fino ad ottenere una adeguata colonna di acqua.
Nella seconda metà / fine del III secolo a.C. una piccola rientranza nella parte più interna del baci-
no, non interessata dai dragaggi e caratterizzata da acqua bassa, è munita di una rampa in pendenza,
forse per l’alaggio o l’approdo di piccole barche, delimitata da un muro di terrazzamento in opera a tela-
io raddoppiato da una struttura in blocchi di tufo. Apprestamenti di analoga cronologia appaiono su que-
sto versante della baia anche lungo le pendici collinari gravitanti sul porto (scavi dell’uscita San Giacomo
della stazione Municipio, del pozzo di via Vittorio Emanuele, della camera di ventilazione di via Verdi).
Dopo un rapido insabbiamento la rampa è cavalcata da una struttura muraria in blocchi risalente
alla fine del II secolo a.C., mentre non risultano documentate opere edilizie nel corso del I secolo a.C.,
a testimonianza, forse, della crisi politica ed economica che coinvolge la città, in seguito alla repressio-
ne sillana, con la confisca di Pithecusa e della flotta5.
In età augustea, i resti di età ellenistica sono messi fuori uso e si assiste ad una nuova organizza-
zione che sembra corrispondere ad una pianificazione unitaria, testimoniata da importanti opere a carat-
tere portuale e stradale (fig. 3), integrandosi nel più complessivo programma di interventi infrastruttura-
li che interessa Neapolis e l’area flegrea6.
Lungo il margine interno del bacino è impiantata una banchina delimitata verso la terraferma da
un muro in opera reticolata: di essa sono stati messi in luce due ampi tratti costruiti in opera cementizia,
sovrapposta a filari in blocchi di tufo di riutilizzo (fig. 4). La banchina si adatta al banco del tufo giallo
napoletano, rimodellato attraverso un intervento di escavazione, al quale verosimilmente si deve anche
la asportazione dei precedenti fondali di I secolo a.C. La presenza sulla struttura di una linea erosionale,
caratterizzata da abbondanti organismi marini, testimonia il livello del mare dal I secolo d.C. a quota
-1,60 m s.l.m. +/- 15 cm.
Contemporaneamente anche l’imboccatura sud-orientale della baia conosce radicali trasforma-
zioni con la costruzione di un molo frangiflutti proteso nel mare, articolato in due bracci formati da una
struttura in opera cementizia gettata in cassaforma lignea non stagnata di cui si conservano le tavole del
palancolato bloccate da due travi orizzontali, infisse all’arca con chiodi in ferro.
Il molo doveva collegare le pendici della collina di Castel Nuovo al già citato isolotto antistante
la baia, fungendo da chiusura artificiale a protezione dell’insenatura portuale.
In base alle aree indagate si può ipotizzare una capienza del bacino di almeno 4 ettari, una lun-
ghezza di circa 240 metri per la banchina e di circa 123 metri per il molo frangiflutti.
3
  Giampaola et Al. 2005; Carsana et Al. 2009; Giampaola, Carsana 2010; Boetto et Al. 2019; per le fasi più antiche
Giampaola 2017.
4
  La ricostruzione dell’insenatura e dell’antica linea di costa di età ellenistica e romana è stata effettuata grazie alla lettura integrata
dei dati degli scavi e dei carotaggi geoarcheologici e alle analisi paleoambientali svolte da A. Cinque, V. Di Donato, P. Romano, M.
Ruello, E. Russo Ermolli del Dipartimento di Scienze della terra dell’Università Federico II, da C. Morhange dell’Università Aix-
Marseille, e da M. Di Vito dell’Osservatorio Vesuviano (vedi Di Donato et Al. 2018; Vacchi et Al. 2019).
5
 Lepore 1985, pp.119-120.
6
  Vedi da ultimo Caputo 2014, Talamo 2014.
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Il Porto di Napoli al tempo di Augusto 283

1. Neapolis, la fascia costiera e il porto.


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2. Piazza Municipio: l’insenatura portuale in età ellenistica.
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3. Piazza Municipio: l’insenatura portuale in età imperiale.


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4. Settore sud-occidentale del bacino portuale: banchina e fondali di età augustea.

Gli studi in corso sul porto di Napoli di C. Morhange, G. Boetto, P. Poveda hanno dimostrato in
questo periodo una buona funzionalità dell’approdo: la colonna d’acqua ricostruita è di circa 3,50 m, con-
sentendo un facile attracco delle navi anche nel settore più riparato della baia, come confermato dal cal-
colo del pescaggio a pieno carico di due delle imbarcazioni rinvenute nello scavo (Napoli A e Napoli C).
Sulla terraferma, immediatamente a monte della banchina, è realizzato un asse viario, che in par-
te la costeggia per poi risalire verso le prime balze collinari sovrastanti il bacino: la strada è identifica-
bile con la via per cryptam che collegava Neapolis al suo porto e proseguiva verso Puteolis7 (fig. 5).
A queste importanti opere infrastrutturali si associa un’edilizia non direttamente collegata alle
attività di smistamento e stoccaggio delle merci.
Nel tratto contiguo alla banchina, sulla strada prospetta un primo edificio formato da un’unica
aula rettangolare, del quale è incerta la funzione. Nel corso della prima metà del I secolo d.C. esso è
trasformato in una terma, ulteriormente ampliata in età neroniana.
Differenti vicende di occupazione segnano il settore sud-occidentale dell’insenatura portuale, do-
ve mancano edifici di età augustea contemporanei alla banchina. Entro la prima metà del I secolo d.C.
si data un muro con resti di una volta probabilmente pertinente ad un ambiente porticato, connesso alle
attività portuali e al rimessaggio delle imbarcazioni, al quale si accedeva dalla banchina attraverso una
rampa. Nella seconda metà del II secolo d.C. esso è inglobato e parzialmente riutilizzato per la costru-
zione di una seconda terma eretta su un terrazzamento artificiale posto a circa 4 metri di altezza rispetto
alla banchina, sulla quale doveva affacciarsi con un prospetto finestrato. Anche più a monte gli scavi
eseguiti per la scala di uscita San Giacomo hanno rivelato un edificio costruito in età augustea ed utiliz-
zato con diverse ristrutturazioni fino ad età tardo antica.
L’insieme di tali dati integra pochi precedenti rinvenimenti quali un criptoportico individuato in
via S. Giacomo, noto da atti di archivio, ed il grande complesso che da prima età imperiale occupa la
sommità del promontorio di Castel Nuovo, forse identificabile con le ultime propaggini della villa di
Alfio Licinio Lucullo8.
L’assetto edilizio ormai ricostruito sino al versante superiore di piazza Municipio restituisce l’im-
7
  Sulla strada che collegava Neapolis a Puteoli attraverso la crypta neapolitana vedi Johannowsky 1985.
8
  Giampaola 1998.
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Il Porto di Napoli al tempo di Augusto 287

5. Settore occidentale del bacino portuale: edificio termale e strada (I secolo d.C.).

magine di un comparto urbano organizzato da età augustea intorno al porto, che, probabilmente, doveva
prolungarsi fino al perimetro delle mura urbiche.
L’esplorazione dei fondali, con il rinvenimento dei relitti, di manufatti organici legati alla marine-
ria e di una notevole quantità di materiali ceramici, contribuisce a documentare la continuità dello scalo
neapolitano per tutta l’età imperiale 9.
Agli inizi del V secolo d.C. l’insenatura portuale è interessata dalla formazione di un ambiente
lagunare, cui segue un progressivo insabbiamento che determina l’avanzamento della linea di costa e lo
spostamento del porto, verso l’attuale Piazza Bovio. Anche gli edifici termali appaiono utilizzati sino
alla metà del V secolo d.C., quando i vani sono abbandonati o parzialmente riutilizzati con altre funzio-
ni fino al VII d.C.
Sopravvive solo la via per cryptam10, ancora attestata con lievi modifiche in età angioina: il suo
tracciato è ricalcato dalla via e dal largo delle Corregge, noti dalla tradizione documentaria.
V. C.

1. I contesti ceramici

I materiali ceramici presentati costituiscono un significativo campione pertinente ai fondali di età


augustea indagati nel pozzo di stazione di Linea 1 a ridosso della banchina. Essi sono parte di una se-
quenza stratigrafica estesa dagli inizi del I agli inizi del V secolo d.C. La naturale posizione di questa
parte più interna dell’insenatura, molto protetta dal movimento marino, ha consentito la conservazione
della stratigrafia, come è dimostrato dall’omogeneità cronologica dei reperti distinti nei diversi livelli di
sabbie.
L’acme delle attestazioni ceramiche sembra collocarsi tra l’età augustea e la prima metà del I se-
9
  Di straordinario rilievo è stato il rinvenimento di sette relitti individuati in punti diversi del bacino: nella parte centrale resti poco
conservati di II secolo a.C. (relitti Napoli E e H); due grandi barche ascrivibili alla fine del I secolo d.C. (A e C) abbandonate ed
affondate accanto ad un molo ligneo, e altre tre affondate probabilmente per una mareggiata tra la fine del II e il III secolo d.C. (B,
F, G) (Giampaola et al. 2005, pp. 63-76; Boetto et Al. 2019).
10
  Sulla viabilità nell’area di piazza Municipio in età tardo antica e altomedievale vedi Giampaola, Carsana 2016.
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6. 1. Totale dei frammenti ceramici restituiti dai fondali del porto (Linea 1). 2. Totale dei frammenti delle classi ceramiche restituite
dai fondali augustei. 3. Percentuali delle attestazioni delle principali classi nei fondali augustei (nmi). 4. Percentuali delle produzioni
di anfore nei fondali augustei (nmi).

3 4
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colo d.C. (fig. 6.1). Tra la seconda metà del I e il II secolo d.C. si registra un decremento, seguito da un
momento di ripresa tra la seconda metà del II e l’inizio del III d.C., per poi assistere ad una progressiva
riduzione delle quantità nel corso della prima metà del III e poi nel IV e V secolo d.C., quando questa
parte dell’insenatura portuale si insabbia.
Le ceramiche della fase di età augustea ammontano a 97.121 frammenti, precatalogati ed inseriti
in un database per agevolarne la quantificazione e lo studio di approfondimento di ciascuna classe.
Il totale dei frammenti e le percentuali di attestazione (nmi) delle singole classi indica una preva-
lenza delle ceramiche da fuoco (36%), comuni (15%) e delle pareti sottili (28%) sulle sigillate (12%) e
sulle anfore (9%) (figg. 6.2-3).
Sono qui analizzate in dettaglio le anfore e le ceramiche sigillate, mentre si accennerà brevemen-
te alle altre classi.

1.1. Le anfore ed i materiali doliari

Tra i contenitori da trasporto11, attestati da 953 esemplari, oltre la metà è di produzione italica,
quasi esclusivamente campana (55%), tranne qualche esemplare dall’area adriatica, dall’area tirennica e
dalla Sicilia (in totale quasi il 3%). Il rimanente 40% è diviso quasi equamente tra le produzioni egee
(19%) e quelle iberiche (18%)12 (fig. 6.4).
La seconda produzione più documentata è quella delle anfore di provenienza egeo-microasiatica,
tra le quali le Dressel 2-4 di produzione Coa13 sono le uniche a raggiungere quantità elevate, insieme ad
una buona percentuale di Dressel 5, mentre altri tipi come le Camulodunum 184, le cnidie Mau XXX-
VIII, le Cretesi in genere ed il contenitore monoansato Agora F 65-66 (figg. 8.1-2) non ammontano che
a pochissimi esemplari, ma testimoniano la varietà dei vini che arrivavano in città a partire dall’età au-
gustea (fig. 7).
Fra i prodotti iberici, numericamente di poco inferiori a quelli orientali, i tipi più frequenti sono
di origine betica: soprattutto le anfore da garum Dressel 7-11 (figg. 8.3-4), le anfore da defrutum Haltern
70, e, in numero notevolmente inferiore, l’anfora Dressel 28, probabilmente vinaria14; in un unico esem-
plare è attestata l’olearia Dressel 20 A; l’imitazione tarraconese della Dressel 2-4 testimonia l’arrivo del
vino da questa regione, insieme alle Pascual 1 ed alla Oberaden 74.
La produzione vinaria gallica (2%) è presente soprattutto con esemplari di Gallica 2, ma anche 9
e 10 e di Dressel 2-4, ma sono da sottolineare le prime documentazioni di tipi finora considerati di dif-
fusione esclusivamente locale come le Galliche 4, almeno nei primi anni dell’Impero15.
Dall’Africa provengono pochi esemplari (1%) di anfore da garum neo-puniche e cinque anfore
olearie del tipo Tripolitana I, oltre ad un unico esemplare di Africana Antica16, evidentemente residua-
le.
11
  Per la bibliografia relativa alla tipologia delle anfore, se non diversamente indicato, si fa riferimento a Ostia vi.
12
  Contesti augustei coevi in ambito laziale: Casa del Portico (Boersma 1986); deposito della Longarina (Hesnard 1980); scavo
alle falde del Gianicolo (Ferrandes 2008); per contesti immediatamente precedenti vedi Ferrandes 2014 (Horti Lamiani). Tra
le pubblicazioni più recenti occorre evidenziare quella relativa agli Horrea augustei sulla Domus Pubblica sul Palatino, dove il
rapporto percentuale tra le produzioni locali e quelle di importazione in età augustea è pressoché identico al nostro (Lorenzetti
2017). Il recente contributo sulle ceramiche ellenistiche e primo-imperiali uscito in occasione della mostra Pompei e i Greci
(Toniolo 2017) risulta altrettanto interessante per un confronto tra le produzioni e le importazioni a Pompei. Per confronto con
villae vesuviane vedi Terpstra, Del Vecchio 2017, in particolare fig.1.
13
  Su due esemplari di questo tipo sono attestati i tipici bolli, in cartiglio rettangolare, con la clava; su uno dei due esemplari sono
leggibili alcune lettere in greco.
14
  Garcia Vargas 2004.
15
  La presenza così prematura di questo tipo a Napoli, ma anche a Roma (cfr. i materiali dallo scavo del Nuovo Mercato di
Testaccio, ove la Gallica 4 è ben attestata sin dall’età tiberiana), è al momento unica e potrebbe costituire un arrivo occasionale
(informazione E. Lorenzetti). La Panella rileva la presenza di alcune pareti di contenitori gallici in strati dello scavo della Meta
Sudans datati 20-40 d.C. (Panella 1992, p. 202, nota 34); otto frammenti attribuibili genericamente all’area gallica sono attestati
anche nel periodo 1 del sondaggio nella domus dei Pesci, ad Ostia, nonostante l’esiguo quantitativo totale dei frammenti anforici
(Geremia Nucci, Leone 2003, p. 66). La Laubenheimer attesta il ritrovamento di un esemplare ad Angers in strati augusteo-
tiberiani (Laubenheimer 1985).
16
  Contino 2016.
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7. Tabella dei tipi di anfore (nmi).


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8. Anfore d’importazione.
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Come detto, la produzione più attestata è quella italica (circa il 60%): sia i tipi più propriamente
di età repubblicana come le Dressel 117 e le Lamboglia 2, sia i tipi dominanti durante i primi secoli
dell’età imperiale, come le Dressel 2-4, di provenienza tirrenica, vesuviana (figg. 9.1-2) e adriatica (figg.
9.3-4), la Dressel 6A, i cadii Dressel 21-22, le anfore a fondo piatto della media e bassa valle del Tevere
Ostia II, 521 - Ostia III, 369-370, i piccoli contenitori vinari di produzione siciliana Ostia II, 522-52318
e Agora M 254, fino a poche anfore da allume, le Richborough 527, provenienti da Lipari.
Le anfore a doppio bastoncello Dressel 2-4 sono quelle più documentate, costituite in maggioran-
za da produzioni campane (55%), sia vesuviane sia, in quantità minore, di Neapolis e della sua baia19. Il
solo esame autoptico degli impasti, infatti, sembra avallare in via preliminare l’individuazione di una
produzione propriamente neapolitana, distinguibile da quella con la caratteristica argilla vesuviana.
Il corredo epigrafico è particolarmente ricco sulle anfore di produzione vesuviana; sul tale reper-
torio ci si soffermerà, riservando ad una tabella l’attestazione di tutti i bolli rinvenuti20 (fig. 10).
A Pompei rinviano 6 esemplari recanti sull’ansa il nome di L. Eumachius21 (fig. 9.5). Il personag-
gio è quasi certamente il padre di Eumachia sacerdotessa pubblica, nota per la dedica nel Foro della
città vesuviana dell’imponente monumento di età augustea (il cosiddetto Edificio di Eumachia) e per il
sepolcro fatto costruire per sé e la sua famiglia fuori Porta Nocera22. La gens Eumachia era di provenien-
za campana, forse di origine napoletana23. Le attività del personaggio, testimoniate anche dai laterizi
bollati da Pompei24, sono più probabilmente legate ad interessi nella viticoltura ed esportazione del vino,
come dimostrano le anfore con il suo nome, distribuite su scala mediterranea e non solo25.
I laterizi bollati da L. Eumachius presentano spesso in associazione anche il nome di Eros, proba-
bilmente un liberto che sembra essergli succeduto nella produzione laterizia (L. Eumachius Eros)26. Il
bollo su un’anfora Dressel 2-4 di produzione vesuviana rinvenuto negli strati in esame sembrerebbe
dimostrare l’opera di Eros quando è ancora servo e non nomina il padrone, da cui si affrancherà in se-
guito.
Un esemplare che presenta lo stesso nome, anche se in direzione sinistrorsa e sul collo dell’anfo-
ra, è invece molto probabilmente di produzione betica, forse del tipo Haltern 70 e rappresenta solo un
caso di omonimia di un prenome tra i più diffusi27.
Sempre all’area vesuviana fanno riferimento i 3 bolli di M. Livius Caustrus28. Il gentilizio Livius
è originario del Lazio, ma molto diffuso in Campania, nella zona del golfo di Napoli (Sorrento, Pompei
ed Ercolano)29. I bolli di M. Livius Caustrus sono presenti negli stessi luoghi di quelli di Eumachio (con
l’eccezione di Alessandria d’Egitto). Il bollo M. Livi Caustri Sur(i) attesta il nome del servo Surus30. Su
17
  Tra le Dressel 1 è attestata un’ansa con bollo in greco, in cartiglio rettangolare: FILI. Da segnalare anche la presenza di un bollo,
sinistrorso, in cartiglio rettangolare, sull’ansa di una greco-italica: TIE.
18
  La presenza di alcuni orli di anfore del tipo Ostia II, 521-522-523 conferma l’inizio di queste produzioni già in età augustea,
anche se tarda (Ferrandes 2008, p. 252).
19
  Per anfore Dressel 2-4 di produzione vesuviana vedi Iavarone, Olcese 2013.
20
  La lettura dei bolli è stata coadiuvata dai prof. C. Panella e G. Camodeca, cui va il nostro ringraziamento per la disponibilità e il
continuo confronto; si ringraziano per la consulenza epigrafica anche E. A. Stanco e G. Borriello.
21
  Panella, Fano 1977, p. 165, fig. 1; 149 e passim; Nonnis 2015, pp. 212-213.
22
  Castrėn 1975, p.160.
23
  Zevi 1995, 11, pp. 17-18.
24
  CIL X, 8042. 47.
25
  Iavarone, Olcese 2013, p. 223 (carta di distribuzione). Vedi anche Van Der Werff 1989, p. 369, fig. 11.
26
  Steinby 1987, pp. 268-269; Van Der Werff 1989, pp. 373-374, figg. 7-8.
27
  Si segnalano 6 esemplari timbrati Eros su Dressel 2-4 che vengono dal muro di anfore della Byrsa di Cartagine, attribuiti
ipoteticamente alla produzione della Narbonese (Freed, Moore 1996, p. 24, fig. 6; Freed 2000, p. 460).
28
  Tchernia 1992, p. 293.
29
  Castrėn 1975, p. 219.
30
  Solin 1996, p. 614. L’altro nome di servo che lavora per il produttore M. Livius Caustrus è Amphio, di cui però non abbiamo
attestazioni sulle anfore del porto di Napoli. Tra gli esemplari di anfore bollate dai contesti augustei, sembra opportuno rilevare
la presenza di un’esemplare con il marchio letto come Aplioni per le prime due lettere in legamento, la cui argilla resta sempre
riferibile con certezza all’area vesuviana, ma che non trova riscontro con alcun gentilizio: si può pensare ad un errore per Apoloni
o ad altri scioglimenti, L. Apioni, per esempio. Appare suggestiva l’ipotesi del riferimento al raro gentilizio di origine greca
Apollonius. Anche il bollo Montan presenta difficoltà di interpretazione. Se in questo caso l’impasto potrebbe non essere campano,
il cognome Montan fa riferimento all’area romano-laziale. Dubbio anche il senso del contro-bollo I.B, in cartiglio circolare presente
sul secondo bastoncello di una delle due anse (cfr. Solin, Salomies 1988, Kajanto 1965).
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9. Anfore di produzione italica.


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10. Tabella con i diversi bolli attestati sulle anfore.

un’anfora Dressel 2-4 di produzione vesuviana è attestato, inoltre, il bollo Licca, riferibile ad un cogno-
me di origine illirica31, presente anche ad Alessandria32 e ad Efeso33. Liccaeus è menzionato in alcune
iscrizioni di Pompei, Minturno e Capua.
I nomi dei tre fabbricanti Eumachio, Livio Caustro e Licca sono riportati sulle anfore vesuviane
rinvenute nel relitto del Grand Ribaud D, affondato nell’ultimo decennio del I secolo a.C., una specie di
nave-cisterna per la presenza di dolia, armata a Minturno, ma con carico misto34.
Come è noto, le esportazioni del vino vesuviano interessarono prevalentemente il Nord-Africa,
Alessandria, Roma e le province occidentali, dove la diffusione è anche connessa al fenomeno tipico in
età augustea del trasporto per mezzo di dolia.
Dai nostri fondali provengono circa 100 esemplari di coperchi di dolia (fig. 11.1). L’unico coper-
chio bollato, databile per confronto ad età giulio-claudia, fa riferimento a Lucius Mescinius Flaccus ex
figlinis Marcianis35(fig. 11.3). Le figline Marciane, attive sin dalla prima metà del I secolo d.C. e impli-
cate nella fabbricazione di opus doliare, sono state localizzate in area tiberina e nel suburbio romano36.
I prodotti di tali officine sono abbondantemente rappresentati a Pompei tra i laterizi e tra dolia e morta-
ria; anche i Mescini sono peraltro ben noti a Pompei in età augustea, per cui si potrebbe pensare ad in-
teressi della gens sia nell’agro romano che nel sito campano37.
Connesso ai dolia è il raro rinvenimento di una serie di sigilli in malta e/o pozzolana, finora noti
solo dal porto di Pisa, a forma di prisma a sezione triangolare, con marchi impressi con un punzone:
essi erano posti solitamente dai mercatores sull’orlo dei dolia nelle stive delle navi, come testimoniano
le fonti, per garantire l’integrità del contenuto. I bolli sono ripetuti più volte, su più righe, in modo da
31
  Solin, Salomies 1988, p. 104; Solin 1996, p. 613.
32
  Hesnard et Al. 1988, p. 51.
33
  Meriç 2002, p. 89, p. 92, K 523, tavv. 48, 94.
34
  Hesnard et Al.1988, pp. 57- 61, 145. Sulle navi a dolia vedi da ultimo Cibecchini, Marlier, De Juan 2017.
35
  CIL XV, 1787 (teg.), 2469 (dol.).
36
  Steinby 1974-75, p. 61; Filippi, Stanco 2005, pp. 188-190.
37
  Franklin 2001, pp. 37-38.
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11. Coperchi e sigilli per dolia, anfora con tappo di sughero.


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restituire la formula onomastica completa ed insieme ricoprire l’intera faccia esposta, per garantire l’in-
tegrità e l’inviolabilità del contenitore e del contenuto durante il viaggio in mare38.
Dei quattro sigilli rinvenuti nel porto di Neapolis quelli attribuibili rispettivamente a L. Licinius,
gentilizio largamente attestato in Campania, e a Marcius Philargyrus, si rapportano ad una onomastica
troppo diffusa per fornire indicazioni sulla provenienza dei manufatti e del loro contenuto. Un più inte-
ressante sigillo emerso da un contesto di poco posteriore a quelli considerati, databile ad età tiberia-
no-claudia, riporta l’intera formula onomastica Sex. Atelli. Felicis. F. F. I, impressa due volte, con par-
ziale sovrapposizione (fig. 11.2). In essa pare possibile ravvisare un riferimento ad un personaggio ricor-
dato in età neroniana su una tavoletta cerata da Ercolano, Sex. Atellius (mulieris) l. Felix, discendente
degli Atelli di origine campana, che sin dalla generazione precedente avevano forti interessi a Carthago
Nova nella commercializzazione di massae plumbeae. Gli Atelli rappresentano uno degli esempi più
significativi di famiglie italiche che sin dalla tarda età repubblicana emigrano nel sud-est della penisola
iberica, per lo sfruttamento minerario, e lì raggiungono le massime cariche cittadine39. Le abbreviazioni
finali (F F I), come suggerito in via preliminare da Giuseppe Camodeca, potrebbero essere riferite al
Fundus di provenienza del prodotto.
Un importante centro di produzione di dolii era a Minturno40, ma il vino in essi trasportato da
dove proveniva? I nomi dei mercatores sui sigilli rinvenuti a Pisa fanno riferimento all’area centro-me-
ridionale; tra quelli scoperti a Napoli almeno uno fa riferimento ad un personaggio ercolanese, e anche
gli altri potrebbero rimandare a gentes attestate in Campania, che evidentemente fornivano il mercato
neapolitano, visto che il rinvenimento di sigilli e coperchi sui fondali dimostra che i dolia venivano
aperti e dissigillati nel porto di Napoli.
Tra i pochi prodotti di importazione dall’area adriatica41 è presente un’anfora vinaria del tipo
Dressel 6A, con bollo T. Gavius Primus, riferibile al noto gentilizio dei Gavi, finora diffusi per lo più in
Italia settentrionale42. È interessante evidenziare inoltre il rinvenimento di un esemplare di Dressel 2-4,
di produzione adriatica per impasto (figg. 9.3-4), con bollo riferito a Ceionius Maximus43, personaggio
presente finora solo su anfore da garum del tipo Dressel 21-22, attribuite da Botte ad una produzione
campana, probabilmente cumana44. Ciò potrebbe far ipotizzare la presenza di officine che realizzavano
anfore di tipo diverso e di diverso contenuto in regioni anche distanti, tutte dipendenti dallo stesso per-
sonaggio. Nei nostri contesti sono comunque poche le anfore Dressel 21- 22 di produzione campana,
mentre si segnala un esemplare di sicura produzione siciliana, per impasto e per variante, con titulus
pictus in rosso KA, forse riferito ad una specie ittica45. Per il trasporto delle salse di pesce sono attestati
urcei dal tipico impasto vesuviano, tra cui un esemplare con un titulus pictus in nero finora letto solo in
parte: De villa urbana … Fort.
F. D. V.
38
  Firmati 2014, pp. 383-391.
39
  Stefanile 2009, pp. 559-565; p. 564 e nota 44.
40
  Gianfrotta 1998, p. 108.
41
  Nuova luce sul ruolo svolto nel mercato di Roma dalle anfore adriatiche e dalle Dressel 6A in particolare è stata data dagli scavi
del Nuovo Mercato Testaccio (Cafini, D’alessandro 2010).
42
  La famiglia dei Gavi è originaria di Verona (Gaggiotti, Sensi 1982, pp. 517-519; Alföldy 1982, pp. 315-316; lo studioso, a
p. 341, ricorda l’arco dedicato probabilmente ai capostipiti della famiglia), ma ben documentata ad Aquileia (Panciera 1957, p.
80; Tassaux 2000, p. 396, n. 43) e nel Piceno (Gasperini, Paci 1982, p. 216, nota 39). Le anfore restituiscono i nomi di quattro
lavoranti dell’officina: Expectatus, Licinus, Primus e Romanus (vedi Kajanto 1965, p. 296, p. 236, pp. 29-30, pp. 73-77, p. 134,
p. 291, p. 51, p. 182; Pesavento Mattioli 2002). L’ipotesi più accreditata è quella di una provenienza veronese dei contenitori
così timbrati (per il vinum raeticum prodotto a Verona e nel suo territorio vedi Tchernia 1986, p. 169; per i rapporti tra i Gavi e la
commercializzazione di questo vino vedi Buchi 1996, p. 379); una più recente ipotesi privilegia un’origine aquileiese (Pesavento
Mattioli 2002, p. 393), con il rimando a due iscrizioni lapidarie aquileiesi che attesterebbero il cambiamento di status da servi
a liberti di due dei lavoranti di Gavius sulle anfore: Licinus e Primus. Il bollo dal fondale di p.zza Municipio resta un unicum per
onomastica e per diffusione del tipo di anfora prodotta nell’officina dei Gavii, tra la fine del I a.C. e gli inizi del I secolo d.C., finora
perlopiù a carattere regionale (Italia nord-orientale, Milano, Vercelli).
43
  Il gentilizio Ceionius è presente su una Lamboglia 2 di Imola timbrata Amphio servo di L. Ceionius, su laterizi da Rimini e
Ravenna (Righini et Al. 1993, p. 64, nn. 19-20; p. 68, n. 24), dalle Marche e dal Sannio (CIL IX, 6078.56-57); a Capodistria è
presente il bollo C. Ceioni.Maxi (Zaccaria 1993, p. 140, n. 11).
44
  Botte 2009, pp. 146-159.
45
  Sul puntale di un’anfora di tipo Dressel 21- 22 di produzione sicula è attestato un bollo anepigrafe con caduceo in cartiglio
rettangolare.
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1.2. Le ceramiche fini

La terra sigillata è essenzialmente italica, con una minima percentuale di produzioni orientali
(circa il 7% del totale delle sigillate). In ambito italico, pochi esemplari provengono dall’Italia setten-
trionale (meno dell’1%), un discreto numero da Arezzo (circa il 6%), mentre la stragrande maggioranza
dei vasi è costituita da prodotti del golfo di Napoli.
Le produzioni campane sono costituite da due grandi gruppi: la sigillata della Baia di Napoli e la
sigillata italica prodotta in gran parte a Pozzuoli.
La terra sigillata della Baia di Napoli, che equivale a più del 60% della classe, è stata riconosciu-
ta come un prodotto del golfo di Napoli da Gianluca Soricelli, in base al rinvenimento di due scarti nel
centro storico di Napoli e alle analisi archeometriche46. La classe è rappresentata soprattutto da piatti e
coppe della cosiddetta “Produzione A” (in particolare Conspectus 1, 7, 8, 13, 1447 e Berenice 417, Bere-
nice 42748) (fig. 13.4). Nei contesti analizzati i tipi e le varianti aumentano nella media e tarda età augu-
stea, quando si assiste anche ad un complessivo incremento delle attestazioni di terra sigillata italica.
I vasi erano bollati in modo pressoché simile a quelli della sigillata italica ma sono documentati
anche numerosi esemplari non bollati. Sono stati rinvenuti bolli a losanga e con ghirlande e palmette
stilizzate e bolli con le firme dei vasai in cartiglio rettangolare, circolare e ovale. Appaiono da rimarcare
i nomi di Amphio e delle famiglie degli Epidii, degli Octavii e dei Pullii, tra le gentes più in auge nella
produzione di questi vasi. La gens Epidia, documentata nei nostri contesti da un bollo che reca proba-
bilmente il nome del servo lavorante Philae/Epid, trova ampie attestazioni in ambito campano a Pozzuo-
li, Miseno e Pompei49. I bolli che rimandano alla gens Octavia sono stati rinvenuti in Campania a Cuma,
Ischia, Qualiano, Pompei e Nocera, oltre che a Tiddis in Algeria50. Accanto al gentilizio compaiono
spesso nomi di origine servile come Primus, Tertius, Quinctius; rispetto a quelli già conosciuti si aggiun-
gono nei contesti esaminati un Quartus, un P. Helod[-] (o Philod[-]). Un Eros è associato al nome di
Status51 seguito da palmetta.
La famiglia dei Pulli è quella allo stato attuale degli studi maggiormente testimoniata. I bolli ri-
portano il nome dei proprietari L. Pullius Carpius e L. Pullius Felix accompagnato o meno da quello dei
lavoranti Demetrius e Tertius. A Piazza Municipio è attestato un Felix Pulli.
La diffusione di questi bolli è molto ampia in Campania (Avella, Pompei, Pozzuoli, Scafati, Ve-
lia), in Sicilia (Morgantina e Monte Iato), Africa Settentrionale (Cartagine, Berenice, Alessandria), Spa-
gna (Badalona) 52. Riconducibile alla gens dei Marii è un bollo entro tabula crociata che riporta MARI.
Un bollo su un piatto reca scritto C. MARI PHIL. Su un fondo di tegame ad orlo bifido di produ-
zione locale si legge il bollo PHILIMARI. Si può ipotizzare che un Philus servo di un Marius abbia fir-
mato il tegame e, affrancatosi poi, abbia bollato come liberto prodotti in terra sigillata della Baia di
Napoli. L’ipotesi dell’esistenza di officine che potevano produrre insieme terra sigillata e ceramica da
cucina è da avanzare con molta prudenza, ma appare sicuramente suggestiva, specie alla luce della sco-
perta della fornace polivalente di L. Umbricius Cordus a Torrita di Siena53.
La terra sigillata della baia di Napoli è un prodotto di qualità media che certamente è stato ogget-
to di esportazione, come mostra il rinvenimento su uno dei fondali di età augustea di 15 coppette ancora
impilate, cadute probabilmente nelle operazioni di carico, e la diffusione, seppure non sempre cospicua,
di questi vasi a Roma e nell’Italia meridionale tirrenica, in Sicilia, sulle coste dell’Africa e della Spa-
gna54.
46
  Soricelli 1987a, pp. 107-122; Id. 1987b, pp. 73-88; Soricelli, Schneider, Hedinger 1994, pp. 67-88; Soricelli 1994, pp.
112-114; Id. 2004, pp. 299-307. Da ultimo Mckenzie-Clark 2012.
47
  Ettlinger et Al. 1990.
48
  Kenrick 1985, pp. 283-302.
49
  Schulze 1966, p. 437.
50
  Soricelli 2004, pp. 304-305.
51
 Nell’Ager Nolanus è attestato un bollo Stati Prisci (Cascella 2012, pp. 232, tab. 2, fig. 5).
52
  Soricelli 2004, p. 300.
53
  Pucci 1992.
54
  Soricelli 2004, p. 300.
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Singolare appare nel contesto del porto il rinvenimento di un fondo di piatto con iscrizione incisa
a caratteri greci ma in lingua latina. Il soggetto parla in prima persona della sua golosità, facendo riferi-
mento, tra errori e mescolanze linguistiche, ad “olive ben condite” e qualcosa da bere.
La terra sigillata italica di produzione campana, pari a circa il 20% della classe, è caratterizzata da
ottimi prodotti, che non si discostano né per qualità né per le forme dai vasi aretini; questa omogeneità
e la standardizzazione morfologica55 complicano l’attribuzione degli esemplari rinvenuti che, solo lad-
dove siano presenti i bolli, è possibile ascrivere con una relativa sicurezza alle officine o all’area di
produzione56 (fig. 12). Molti bolli riconducono all’area puteolana, ben nota per l’attività di diversi cera-
misti. Sui vasi lisci sono impressi i bolli in cartiglio rettangolare, circolare con e senza ghirlanda, di Eros
(nella versione solo con il nome e in quella Eros fecit), Felix, Hilarus, Hilarus Praetor, Iulius, Marius,
Primus, Princeps schiavo di Naevius, Titus57. Poco attestati i vasi realizzati a matrice di Naevius Hilarus,
il maggiore e più conosciuto produttore di Pozzuoli58.
La produzione italica dell’Etruria (Arezzo e Pisa), presente in una percentuale dell’11% nella
prima età augustea e di meno del 5% nella media e tarda età augustea, è esemplificata da ceramisti che
bollano vasellame liscio e a matrice. Sulla terra sigillata liscia si riconoscono, tra gli altri, C. Annius con
il suo servo Glyco, Sex Annius e il suo schiavo Salvius, Ateius, A. Titus, A. Vibius, A. Vibius Scrofula; su
quella a matrice Chrestus schiavo di C. Annius, Memmius, Rasinius, Mahes schiavo di Rasinius59, M.
Perennius, M. Perennius Tigranus. I vasi a matrice (circa 50 esemplari nei contesti in esame) sono qua-
si esclusivamente provenienti dall’Etruria, segno probabilmente di una preferenza per il prodotto d’élite
proveniente da centri di eccellenza. Essi sono rappresentati da bicchieri, crateri, coppe, modioli di altis-
sima qualità con un repertorio piuttosto vario. I motivi, specchio del gusto tipico dell’arte augustea, sono
di derivazione alessandrina e neoclassica e richiamano il mondo apollineo e dionisiaco60, scene di cac-
cia61, figure ed episodi mitologici (Sirene62, Ratto di Cassandra63, Achille a Sciro64) o semplicemente un
mondo bucolico fatto di fiori, racemi e piccoli animali, creando un linguaggio che celebra il tema della
pax e della vittoria di Augusto sul caos, con conseguente inizio della pacifica Età dell’Oro (fig. 13.3).
Quasi integro un modiolus Conspectus R 3.2.1 firmato M. Perenni/Tigrani, con danzatrici con corto
chitone e kalathiskos, che richiamano le Saltantes Lacaenae di Kallimachos65 (figg. 13.1-2).
55
  Trasversalmente alle diverse produzioni italiche, le forme sono quelle comuni a tutte le officine di età augustea, in particolare
coppe e piatti Conspectus 10, 12, 13, 14, 18, 22, nelle loro numerose varianti, e bicchieri cilindrici Conspectus 50.3 con decorazione
a rotella.
56
  In mancanza di bolli ci si è affidati all’analisi autoptica degli impasti e dei rivestimenti e al confronto con esemplari di certa
attribuzione. Resta sempre molto difficile, in mancanza di analisi archeometriche, determinare con assoluta certezza la provenienza
di oggetti con impasti tanto depurati e, seppure con numerosi varianti nell’ambito di stessi tipi, fortemente standardizzati. Nonostante
siano stati fatti enormi passi in avanti, la carenza di informazioni su quante e quali fossero le officine produttrici di terra sigillata in
Campania, e come fossero organizzati produzione e commercio, è ancora molto grande. È però verosimile che in un’area come il
Golfo di Napoli, tra le più progredite e ricche dell’Italia romana, con una radicata tradizione di produzioni ceramiche, gli ateliers
dovessero essere numerosi e diffusi in molti centri. Un tale sviluppo dovette essere certamente favorito dalle esigenze di un’area
fortemente urbanizzata e dalla presenza di sbocchi portuali importanti come Napoli e Pozzuoli.
57
  Per i bolli vedi Oxè, Comfort 1968; Oxè, Comfort, Kenrick 2000.
58
  Un unico esemplare bollato NNH è stato rinvenuto in un fondale più recente, inquadrabile nella prima metà del I secolo d.C.
(Soricelli 2017, pp. 91-111).
59
  Sia il bollo MEMMI, sia quello MAHES RASINI testimoniano un preciso momento dell’attività congiunta dei due ceramisti, la
cosiddetta “fase Rasini-Memmi”, che è inquadrabile nell’arco di pochi anni a partire dal 10 a.C. (Porten Palange, Troso 2011,
pp. 107-108).
60
 Uno skyphos firmato da Rasinius è decorato con menadi danzanti e un Sileno/Bacco con tirso, zampe caprine e leonte sul braccio
(Stenico 1960, p. 57, n. 46 e p. 56, n. 35).
61
  È stato rinvenuto un frammento di calice, con un restauro in piombo, recante una scena di caccia al cinghiale. L’esemplare è stato
esposto al Museo Archeologico di Napoli nella Mostra “Stazione Neapolis. I cantieri dell’Archeologia” (n. inv. 316875).
62
  Il tema delle Sirene e delle figure alate musicanti si trova riproposto su esemplari di età augustea e augusteo-tiberiana rinvenuti
in fondali più recenti e firmati da M. Perennius Tigranus e M. Perennius Bargathes. Da ultimo si veda Pietra 2013, pp. 303-313.
63
  Già esposto al Museo Archeologico di Napoli nella Mostra “Stazione Neapolis. I cantieri dell’Archeologia” (n. inv. 316868),
firmato Mahes Rasini, l’esemplare frammentario mostra una figura femminile con le vesti strappate che abbraccia un simulacro; di
lato si conserva lo scudo di una figura maschile incedente verso il simulacro.
64
 Un kalathos/modiolus frammentario, che conserva la firma Memmi, presenta figure a rilievo pronunciato e bucrani all’attacco
delle anse. La rappresentazione, che richiama quella dell’affresco della Sala di Achille a Sciro della Domus Aurea, ritrae il momento
in cui Achille si svela liberandosi delle vesti femminili e brandisce scudo e lancia.
65
  Per confronto si veda Dragendorff, Watzinger 1948, pp. 55-60; Stenico 1966, tav. 2, n. 2a; Porten Palange 1966, tav. I, n.
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12. Tabella con i diversi bolli attestati sulla terra sigillata italica.
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13. Terra sigillata italica (nn.1-3) e della Baia di Napoli (n.4).


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Dall’Italia settentrionale provengono pochi esemplari di sigillata, fra cui la coppa biansata firma-
ta da Surus liberto di Sarius, il più famoso ceramista della valle del Po.
Testimonianza dei contatti con l’Oriente sono alcuni esemplari di Eastern Sigillata A di produzio-
ne siro-palestinese (forme Hayes 22 in primo luogo, ma anche Hayes 5B, 12, 28, 63)66 e pochissimi
vasi di sigillata cipriota. Hanno origine probabilmente da area microasiatica, in particolare dalla zona di
Efeso, piatti di grandi dimensioni che richiamano per colore e decorazione ad ovoli i vassoi in argento67.
La classe fine più attestata, di cui occorre evidenziare l’alto indice di frammentarietà, è senza
dubbio quella delle pareti sottili, oggetto di studi già presentati in altre sedi da Illuminata Faga68. Qui
vale ricordare che, grazie all’ausilio di analisi archeometriche svolte su alcuni campioni e alle elevate
quantità di alcuni tipi, è stata individuata una produzione neapolitana che sembra iniziare in età augu-
stea, con un repertorio morfologico in parte simile a quello documentato nell’Etruria meridionale costie-
ra, in parte del tutto nuovo (fig. 14.2). Perdurano comunque i prodotti dall’Italia centro-tirrenica, insie-
me a rare attestazioni dall’area iberica e forse orientale.
Dall’Italia settentrionale provengono bicchieri a pareti sottili tipo Aco, tra cui un esemplare firma-
to da Stephanus, lavorante di L. Norbanus, attivo a Cremona69.
Dall’Italia settentrionale arrivano anche oggetti particolari e unici come un rhyton in ceramica
fine configurato a testa di cinghiale con immagini a rilievo e impresse di corse circensi fra amorini au-
righi, firmato da Stepanus schiavo di Cla[udius]70 (fig. 14.1) e manufatti di prestigio come coppe inve-
triate di imitazione di vasi metallici71.
Per quanto riguarda le comuni, in base alle caratteristiche macroscopiche delle argille, è stato
possibile verificare che la quasi totalità degli individui di età augustea, soprattutto forme chiuse, è di
produzione della baia di Napoli, con un cospicuo numero di esemplari dall’area vesuviana. Sono attesta-
ti alcuni oggetti di importazione: insieme a qualche esemplare di boccalino proveniente dalla penisola
iberica, dalla zona di Ampurias, è da sottolineare la buona presenza di coppe dall’orlo verticale, con
spalle carenate ed anse impostate orizzontalmente sulla parete, provenienti dalla penisola di Cnido, ove
sono state individuate tre officine, e ben diffuse nel Mediterraneo orientale (Samo, Mileto, Labraunda,
oltre a Pergamo)72.
Tra le ceramiche da cucina, accanto ad una alta attestazione di prodotti locali, si rileva una discre-
ta percentuale di importazioni ascrivibili quasi esclusivamente all’area egea e riferibili a una lunga e
consolidata tradizione anche formale (lopas, sartago, caccabus) (fig. 6.2).
Si segnala, infine, la presenza di vasi in vetro realizzati ancora con la tecnica della colatura in
matrice73 (fig. 14.3), cui si affiancheranno, proprio a partire dall’età augustea, coppe, bicchieri e unguen-
tari soffiati a canna libera o in matrice74 (fig. 14.4).
S. C.

1; Pucci 1981, pp. 107-109. Il cartone di base delle danzatrici risulta mescolato a vari riempitivi e soggetti secondari presenti in
numerosi esemplari rinvenuti nella penisola.
66
  Hayes 1985.
67
  Si tratta molto probabilmente della “Fine Gray Ware” di J. Hayes (Hayes 2008, pp. 60-62). Di grande interesse è la presenza nel
contesto del porto di Napoli di un piatto/vassoio recante la firma [P]RIMI POMPEI. Come segnalato da Giuseppe Camodeca, l’area
microasiatica di origine del manufatto è stata interessata dalle conquiste di Pompeo accompagnate dalle concessioni di cittadinanza
romana, che potrebbero aver lasciato tracce nell’onomastica. Per una probabile produzione in officine italiche di “Graue Platten”
vedi il contesto produttivo presso La Celsa (Carrara 2012, pp. 1-27). Pochi esemplari anche da Cuma (Borriello, Giglio,
Iavarone 2016, pp. 16-18).
68
  Faga 2008, pp. 643-654; Ead. 2010a, pp. 189-198; Ead. 2010b, pp. 159-176. Per confronti coevi con Pozzuoli (vedi Ead. 2016),
e con Cuma (vedi Cavassa, Faga 2016).
69
  Lavizzari Pedrazzini 1997, p. 242.
70
  Il tema degli amorini aurighi è molto diffuso su sarcofagi, crateri, argenti e affreschi. In particolare, si ricordi l’affresco della
Casa dei Vetti a Pompei e la tazza/modiolus in argento da Pompei, Casa del Menandro, oggi al Museo Archeologico Nazionale di
Napoli (inv. 145510) (Stefani 2006, p. 202).
71
  In particolare uno skyphos, simile alla forma delle pareti sottili Marabini XXIX/XXXIX, presenta anse con eleganti volute e
vasca decorata con figure maschili eroiche (Faga 2008, p. 650).
72
  Le ceramiche comuni da mensa e dispensa sono state oggetto di una tesi di dottorato di Carla Bagnulo svolta presso l’Istituto
Universitario Orientale, ripresa in una successiva sintesi scientifica (Bagnulo c.s.).
73
  Del Vecchio 2017, pp. 159 e 163, fig. 16.
74
  Del Vecchio 2004.
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14. Rythòn (n.1), ceramica a pareti sottili (n.2) e vetri (nn.3-4).


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2. Alcuni spunti di riflessione

In età augustea si assiste ad un nuovo assetto del porto consistente nella costruzione di estese in-
frastrutture marittime che valorizzano l’importanza dello scalo napoletano. In una stretta logica di inte-
razione funzionale esso è lambito dalla via per cryptam di collegamento con l’area flegrea e Puteolis.
Manca nell’area indagata la presenza di magazzini mentre, a ridosso della banchina, si sviluppa un
quartiere di ‘servizio’ caratterizzato da edifici termali, che integra l’impianto portuale nel tessuto urba-
no.
In tale complessiva riorganizzazione va contestualizzato il notevole volume di ceramica recupe-
rato nei fondali del porto, percentualmente il più cospicuo di tutte le fasi riconosciute dallo scavo.
Si tratta di una documentazione essenziale per comprendere gli approvvigionamenti e i consumi
della città, formata da una sorta di grande “immondezzaio” sommerso in cui confluiscono reperti che
rappresentano l’esito materiale di diversificate attività: in gran parte rifiuti scaricati dall’area urbanizza-
ta adiacente il bacino, come dimostrerebbero le maggiori quantità di reperti recuperate nella fascia ade-
rente alla banchina; in misura più ridotta, oggetti perduti durante le operazioni di carico e scarico delle
merci, oppure le dotazioni di bordo delle imbarcazioni.
Sintetizzando i dati ceramici per luoghi di produzione, sia per le anfore sia per le classi fini emer-
ge la forte attestazione delle produzioni regionali, pur in presenza di una consistente quota di importa-
zioni dalle province. A Napoli arriva in misura abbondante il vino vesuviano destinato sia al consumo
locale che probabilmente redistribuito, trasportato in anfore, rinvenute talora ancora con il tappo in su-
ghero (fig. 11.4), e in dolia. Aperta appare la questione di una produzione locale di anfore vinarie, in
rapporto alla ricca testimonianza delle fonti sulla tradizione della viticoltura neapolitana, praticata con
specie quali le Amineae vites coltivate sulle colline a ridosso della città (Virgilio, Georgiche II, 97), o il
Trifolino e il Trebellico75.
Per l’età ellenistica, almeno dalla fine del IV alla metà del II secolo a.C., gli scavi delle stazioni
Duomo e Municipio documentano una manifattura napoletana di anfore greco-italiche e, con minore
certezza, di Dressel 1, mentre per il periodo in esame, sulla base della analisi autoptica di una campio-
natura non estesa, si può solo avanzare l’ipotesi di una produzione per i consumi interni e non si hanno
prove di una pur ridotta esportazione76.
Una scarsa quantità di anfore vinarie proviene dall’area adriatica, tirrenica e insulare, mentre più
cospicui risultano i contenitori di vino di pregio dell’area egeo-orientale, ai quali si associano ceramiche
sigillate, comuni e prodotti da fuoco.
Le salse da pesce giungono soprattutto dalla Betica e, in misura ridotta, dal territorio vesuviano,
come attestato da specifici tipi di anfore e piccoli contenitori (urcei).
La quasi totale assenza di anfore olearie di importazione fa ritenere che in questo periodo Neapo-
lis si fornisse di olio prevalentemente da territori non distanti, con il prodotto verosimilmente trasporta-
to in otri o in altri recipienti in materiale deperibile che non lasciano tracce archeologiche. Si pensi, ad
esempio, all’olio prodotto nelle villae del territorio vesuviano e stabiano e all’olio di Venafro, citato da
Plinio il Vecchio per le sue qualità77. È da rimarcare che anche nei fondali fino alla seconda metà del I
secolo d.C., diversamente da Roma e Ostia, appaiono scarse le importazioni di anfore olearie dalla Be-
tica e dall’Africa78.
Per concludere la tematica degli approvvigionamenti delle derrate non si può, infine, escludere
che anche a Napoli, come a Pompei, parte del grano provenisse da Alessandria attraverso la mediazione
di Puteolis79.
75
  Tchernia 1986, pp. 159, 276; Mele 2000, p. 40.
76
 Vedi da ultimo Giampaola, Febbraro, Pugliese 2017 (con bibliografia precedente). Per una ricca sintesi sulle produzioni
ceramiche a Roma e in Italia in età medio e tardo repubblicana e sulla loro circolazione vedi Panella 2010.
77
  Le problematiche relative alle colture specializzate del vino e dell’olio dall’area fra il Vesuvio e Sorrento, compreso il territorio
di Pompei, sono esposte in Andreau 1996. Una più recente sintesi sulla stessa area, in base all’esame delle ville con settori
produttivi è in Brun 2004, pp. 12-24. Per Venafro vedi Lepore 1975, p. 163.
78
  Per un confronto con contesti di età augustea da Pompei vedi Iavarone 2017, p. 343.
79
  Lo Cascio 1992, p. 120; Andreau 1996, pp. 133-134. L’ipotesi di una produzione granaria per il consumo locale è in Jongman
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La documentazione dei fondali offre uno spaccato anche delle produzioni artigianali della città,
essendo presente vasellame prodotto nell’area del Golfo e nella stessa Neapolis.
Un rilievo particolare assume la ‘sigillata della Baia di Napoli’, emersa in buona quantità dai
fondali del porto e distribuita, oltre che in Campania, a Roma, nell’Italia meridionale tirrenica compresa
la Sicilia e in numerosi siti soprattutto del Mediterraneo occidentale.
Grazie ad un riscontro di carattere archeometrico, Napoli rientra anche nei centri campani produt-
tori di ceramica a pareti sottili, aggiungendosi a siti quali Pompei e Cuma che, tuttavia, mostrano ele-
menti distintivi all’interno di un simile repertorio morfologico80. All’area della baia di Napoli è stata
inoltre ricondotta la notevole quantità di ceramica comune e da fuoco recuperata dallo scavo, che sem-
bra riservata all’autoconsumo.
Nei fondali sono stati anche rinvenuti indicatori di produzione quali scorie e scarti di vetro che,
insieme a numerosi unguentari, confermano la fiorente industria di profumi legata allo sfruttamento di
essenze locali, testimoniata dalle fonti81.
Dall’insieme degli elementi disponibili si può quindi ipotizzare che Neapolis, nell’età di Augusto,
ad eccezione forse del grano, tenda ad approvvigionarsi di derrate prevalentemente attraverso un com-
mercio di ambito regionale che attinge in modo particolare al distretto agricolo vesuviano. La città inter-
cetta, al tempo stesso, grazie al suo porto, il flusso delle merci in circolazione in questo periodo sulle
coste del Mediterraneo. In questa prospettiva una grande importanza scientifica assumerebbe un pro-
gramma integrato di ricerca in grado di ricollegare la documentazione napoletana a quella degli altri
porti della Campania e, in particolare, di Pompei e Pozzuoli, per valorizzarne le specifiche dinamiche
funzionali e commerciali, probabilmente integrate in un sistema di complementarietà. A tal proposito gli
studi più recenti tendono a sottolineare sia la dimensione della connettività dei porti e la loro gerarchia
in rapporto alla capienza dei bacini e alle infrastrutture marittime, sia il potenziale informativo sulle reti
portuali mediterranee che scaturisce dall’analisi dei relitti e della composizione dei carichi, a seconda
che essi riflettano una formazione omogenea a partire da un porto principale, o che, al contrario, risulti-
no il prodotto di assemblaggi misti effettuati durante gli approdi in molteplici scali di diverso rilievo82.
In attesa di approfondire l’analisi, si può intanto ipotizzare che il porto napoletano, dotato di effi-
cienti infrastrutture, ma di ridotte dimensioni rispetto a quello puteolano83, svolga prevalentemente una
funzione di punto di arrivo dei beni necessari a soddisfare il fabbisogno di una città ormai legata alla
dimensione dell’otium piuttosto che all’economia imprenditoriale e mercantile che l’ha caratterizzata
in età ellenistica: la Neapolis dei piccoli e medi proprietari, degli uomini di cultura che amavano vivere
alla greca, ma anche delle grandi ville, come il Pausilypon ed il Lucullanum e che ogni quattro anni
accoglieva in occasione dei Giochi Isolimpici una considerevole compagine di atleti e visitatori84.
D. G.

1991, pp. 97-154.


80
  Cavassa et Al. 2014, Cavassa, Faga 2016, Faga 2016.
81
  Lepore 1975, p. 164.
82
  Per i porti romani e la loro connettività, vedi Wilson, Schörle, Rice 2012, in particolare per la fascia costiera da Cosa a Puteolis,
pp. 379-382; per la navigazione antica e per i diversi modelli sottesi alle rotte commerciali vedi Boetto 2012. Un contributo al tema
della rete fra i siti portuali e le ville costiere del golfo di Napoli è offerto dalla recente pubblicazione di un relitto di una piccola nave
oneraria rinvenuta a Bacoli, a poche miglia da Pozzuoli, al quale, come probabile carico di bordo, sono pertinenti anfore Dressel
2-4 vesuviane e pareti sottili di produzione napoletana-flegrea (Iavarone, Stefanile 2016).
83
  Per una sintesi sulle dimensioni dei porti vedi Wilson, Schörle, Rice 2012, tavola 20.11. Nel caso di Neapolis lo scavo, anche
se molto esteso, restituisce pur sempre una campionatura ridotta rispetto all’estensione del bacino portuale. Ciò potrebbe spiegare,
ad es., l’assenza di strutture adibite al deposito e allo stoccaggio delle merci.
84
  Fondamentali per l’analisi dell’economia e della società di Napoli in età imperiale restano le pagine di Ettore Lepore (Lepore
1975, pp. 151-212).
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Il Porto di Napoli al tempo di Augusto 305

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