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Avvenire, 19.Mayo.

2000

Roberto Righetto

A.A.A. cercasi Paradiso abitabile


Finita l'"anestesia escatologica" del recente passato, credenti e "laici" tornano a
occuparsi dell'aldilà; parla Possenti
"Come sarà il corpo risorto? E la vita sociale del cielo? Prima la teologia esagerava nel
dipingere l'ultraterreno, oggi c'è troppa cautela: la gente aspetta immagini credibili"

Dopo un lungo, imbarazzato silenzio sulle "cose ultime" si è riacceso nella Chiesa
interesse sull'aldilà. Anche la cultura laica (come di recente ha fatto Norberto Bobbio),
intrisa di un pessimismo che ha preso il posto dell'ottimismo illuministico di un tempo,
pone domande sul senso della vita e se vi sia un oltre.
"Questo è bene - commenta Vittorio Possenti, che insegna Filosofia morale
all'università di Venezia -, perché un cristianesimo privato della dimensione dell'ultimo
è sale scipito, e non appare neppure in grado di orientare la vita quotidiana. È tragico
avere cognizione della fine, ma non del fine". Questo ritorno alle cose ultime, che lei
valuta positivamente, come si caratterizza?
"Intanto, ribadisco con piacere che stiamo uscendo dall'anestesia escatologia in cui ci
trovavamo. Due aspetti secondo me attendono sviluppi: non raffigurarsi l'aldilà solo in
prospettiva individuale pensando solo alla propria salvezza, ma appunto entro la
proiezione sociale e cosmica della nuova creazione ricapitolata in Cristo; poi, adempiere
all'impegno, certamente arduo, di elaborare una rappresentazione della vita nel Regno di
Dio, per quanto manchevole possa essere. L'uomo ne ha un estremo bisogno". È noto
l'apologo dello scrittore Italo Calvino sull'inferno, identificato nel mondo che c'è già.
Davanti al quale possiamo o subirlo finendo per accettarlo, o cercare di reagire
favorendo tutto ciò che, in mezzo all'inferno, non è inferno.
Molti autori laici nel corso del '900, e soprattutto negli ultimi tempi, si sono confrontati
con la questione del male: da dove nasce, chi ne è l'autore, come combatterlo...
"La domanda sul mistero del male rimane ancora sullo sfondo per tanti, e con essa
quella sul bene: in certo modo, a mio avviso, siamo all'oblio del bene e del male. Salvo
assai rare eccezioni, ci si indirizza piuttosto al problema del dolore, della sofferenza,
aspetto fondamentale eppure infine solo parziale dell'intera questione. Per quanto ardua,
la domanda sul dolore e sulla felicità si lascia in qualche modo maneggiare. Forse non si
può dire lo stesso del male morale che commettiamo impiegando negativamente la
libertà, e di quel male che ci piomba addosso all'improvviso: catastrofi, terremoti,
perdite umane. Perché accade tutto ciò?, ci chiediamo. Reputo un'impresa disperata
affrontare adeguatamente la domanda sul male senza porre quella su Dio.
Esse sono strettamente connesse, a tal punto che in una prospettiva rigorosamente atea
si pone certo il tema del dolore, dell'infelicità, del fallimento, ma raramente quello del
male morale e della sua imputabilità all'uomo. Alquanto spesso il male è ricondotto a
qualcosa di storico, a disadattamenti psichici e sociali eliminabili". Nel Nuovo
Testamento la fine dei tempi pare presentarsi come una sorta di catastrofe. Lo stesso san
Tommaso previde un regno universale del Maligno subito prima della fine. Che cos'è
allora il male per il cristiano?
"Il carattere agonico dell'evento cristiano è espresso dall'assunto che la vita sia una
milizia, in cui la lotta contro il male, il Maligno e le potestà delle tenebre occupano un
posto centrale.
L'orientamento sociologistico opera per stemperare, smussare, dissolvere la
responsabilità personale nella produzione del male.
Si dice perciò più o meno apertamente: noi siamo più agiti che agenti, mentre fa parte
della verità dell'azione il pronunciare: "Quel che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto".
D'altro canto l'uomo non è solo dinanzi a Dio: vi è il terzo, "l'avversario". Quando
Adamo ed Eva entrano nell'essere il male c'è già, ed è il serpente.
L'uomo non è un iniziatore assoluto della vicenda del male; vi si inserisce con un atto di
libertà, che allora è un atto di rifiuto. Tra il libero arbitrio pieno e incorrotto e il servo
arbitrio vi è la libertà diminuita ma reale, ed è la condizione umana". Oggi pare
prevalere una certa sdrammatizzazione della prospettiva della pena eterna. Forse in
nome di un ormai conclamato relativismo o di un'irresponsabilità crescente dinanzi alle
scelte morali. Cosa possiamo dire del giudizio finale?
"Anche ipotizzando che nel passato la pratica cristiana sia stata ossessionata dal
peccato, difficilmente questo vale per oggi.
Piuttosto si insinua l'idea che l'uomo possegga per natura un diritto assoluto ad essere
per sempre con Dio. Comprendiamo l'abisso che separa finito e infinito? La salvezza,
ossia la fruizione di Dio, non è qualcosa di dovuto all'uomo ma grazia e dono; è una
possibilità inedita aperta dall'amore creatore, non una certezza. E il giudizio di Dio non
può venire assimilato a quello di un tribunale umano che applica un codice, dove sono
già fissati gli anni di carcere da comminare. Non solo la teologia ma anche
l'antropologia balbetta in proposito: mentre si pone a carico di Dio la condanna eterna,
non si medita sulla condizione della volontà che decide di volere se stessa contro Dio.
Spesso le filosofie della libertà sono incoerenti: la esaltano senza considerarne le
illimitate implicazioni. Ancor meno ci si interroga sulla situazione di un io posto in uno
stato di eternità". Cosa ne pensa dei discorsi sulle cose ultime svolti da Giovanni Paolo
II l'estate scorsa? Non le sembra che teologi e filosofi debbano seguire le sue
indicazioni ed avventurarsi con più coraggio sull'aldilà?
"È un terreno pericoloso ma necessario. Se prendiamo sul serio la nuova creazione -
cieli nuovi e terra nuova - e la resurrezione della carne, dobbiamo ammettere che
nell'ultimo ci sarà una vita cosmica e sociale. Se l'aldilà non è composto di puri spiriti,
si potrà correre il rischio di dare sostanza a questa intuizione, anche attraverso qualche
congettura. Le teologie precedenti erano ad un tempo troppo pingui, ma anche più
coraggiose poiché non arretravano dinanzi a problemi temibili: si interrogavano ad
esempio sulla fisicità dell'aldilà e la corporeità dei risorti.
Attualmente si nota un eccesso di cautela e di digiuno. La fede dei semplici intuisce
però che la Chiesa vivente nella storia del mondo e la Chiesa del cielo comunicano
potentemente, e anche questo ci spinge a pensare le cose ultime. Nella sua catechesi
recente il Papa ha avviato un cammino che si rivelerà utile anche per i non credenti,
talvolta succubi di immagini infantili, che magari conducono a pensare all'eternità come
qualcosa di tremendo o di noioso". Infine, un altro discorso temerario: quello toccato da
von Balthasar nel suo famoso "Sperare per tutti", che gli provocò non poche polemiche
e l'accusa di ripercorrere la via già condannata di Origene, per il quale tutti si
salveranno, compreso Lucifero...
"È possibile sperare nella salvezza di tutti, poiché ciò corrisponde al disegno di Dio il
quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. A
mio parere questa rimane una speranza, mai una certezza: l'odio liberamente voluto può
purtroppo avere l'ultima parola. Se Balthasar ha richiamato la speranza nella salvezza
universale, Maritain ha avanzato a titolo di congettura un'idea inedita e meritevole di
meditazione, il cui sviluppo si trova nel saggio Idee escatologiche (ora in Le cose del
cielo, Massimo 1996). L'idea è che i dannati - dunque essi ci sono, non si dà né salvezza
universale a buon mercato né un premio per l'irresponsabilità - vengano trasferiti per
l'insistente preghiera dei salvati e per la misericordia di Dio in ciò che si potrebbe
chiamare "la parte alta dell'inferno". Separati per sempre dalla visione di Dio, essi vi
fruiranno nell'eterna nostalgia di aver fallito e di non poter raggiungere Dio, di una sorte
di quiete naturale. Le posizione di Balthasar e di Maritain, pur distinte, non accolgono la
salvezza per tutti indipendentemente dalla condotta e dall'amore".