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Il sesso sacro e il realismo del mito: una doppia traduzione. Teorema.

«Il primo Paradiso, Odetta, era quello del padre. C’era un’alleanza dei sensi nel figlio, maschio o
femmina, dovuta all’adorazione di qualcosa di unico. E il mondo, intorno, aveva un lineamento
solo: quello del deserto. In quella luce oscura e senza fine, nel cerchio del deserto come un grembo
potente, il bambino godeva il Paradiso»
Pasolini, Teorema

È il 1968. È lo scollamento totale, irrimediabile. Pasolini arriva a questo momento dopo aver
maturato precedentemente numerosi dubbi sul suo lavoro. C’è una testimonianza preziosa riguardo
il fondo emotivo di quegli anni e rimanda a una lettera di risposta a Don Giovanni Rossi:

«Caro Don Giovani […] Sono bloccato, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. […] E questo
posso dirlo solo oggettivandomi […] Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato
spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): […] un piede è rimasto
impigliato nella staffa così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via […]»

È un documento che getta luce sull’avvenuta maturazione dell’uomo. Il 4 settembre 1968 il film
Teorema viene presentato alla XXIX Mostra di Venezia, mentre nel marzo 1969 vedrà la luce il
libro. Nella bandella editoriale Pasolini scriverà:

«Teorema è nato come su sfondo oro, dipinto con la mano destra, mentre con la sinistra lavoravo ad
affrescare una grande parete, il film››

Abbiamo così in Teorema il risultato di una pittura colta basata su un grezzo lavoro preliminare e
necessario. La sommarietà e l’ineluttabilità dell’opera sono i tratti caratteristici di un ‘primitivo’, il
cui sentimento intimo è di riconquista, se si pensa agli esordi di Poesie a Casarsa. Questa
riconquista avviene sotto il segno del ritorno prepotente del sacro, la spinta interiore di Teorema.

Teorema è un’opera anomala in primis per la forma, a metà strada tra sceneggiatura, romanzo,
raccolta di racconti, diario e poesia.
Il titolo allude alla dimostrazione in essa contenuta: cosa avviene nei componenti di una famiglia
alto borghese che vengono a contatto con un elemento alieno, un Ospite misterioso che si presenta
all’improvviso e poi scompare. Il teorema si sviluppa non come un racconto, ma come referto, e
tecnicamente il suo aspetto, più che quello del messaggio, è quello del codice, un codice e una
rievocazione insieme, quella simbolica del matrimonio tra individuo e divinità.
Inoltre Teorema è dall’ascendenza matematica, prima mistero matematico (interdizione e
iniziazione; sviluppo interno ed esterno, e voluto enigma), poi fatto di ordine retorico. Teorema è
così parabola e romanzo esemplare la cui esemplarità è dimostrabile e ripercorribile.

A sottolineare l’eccezionalità dell’evento, sembrano cadere anche le distinzioni temporali: “I fatti di


questa storia sono compresenti e contemporanei”. La storia non ha una collocazione precisa ed è
volutamente vagheggiata nel milanese. I protagonisti sono i membri di una famiglia piccolo
borghese in senso ideologico, non in senso economico. Questi sono Pietro, il primo figlio, Odetta, la
sorella minore, Lucia, la madre, e Paolo, il padre, un industriale. Sullo sfondo vi è Emilia, la
domestica. Sono personaggi abbozzati, nei quali sono condensati in pochissimi tratti strati su strati
di inclinazioni, psicologie, tendenze, storie personali.

La quotidianità della famiglia viene rotta della venuta dell’ospite. La sua bellezza è così eccezionale
da risultare quasi scandalosa. L’ospite non è riconoscibile né classificabile, ma soprattutto, non
parla, non ha voce. Sosterà in famiglia per un periodo, dormendo in camera con Pietro, il primo
figlio.

A turno avranno un rapporto sessuale con lui la serva Emilia, Lucia, Pietro stesso, Paolo – il padre -
e Odetta. I rapporti si consumano tutti entro lo sgomento e la riluttanza. L’attrazione dei membri
della famiglia verso l’ospite, la sua imperturbabile dolcezza accogliente e complice, è incredula e
innegabile agli stessi.
Il pranzo in cui tutti si riuniscono per la prima volta dopo aver consumato il rapporto con lui viene
descritto pieno di grazia e silenzioso in cui ognuno coltivava dentro di sé il segreto amore per
l’ospite, uguali tra loro per il loro amore e senso di appartenenza verso l’ospite. Non c’è più
differenza tra l’uno e l’altro, ma nonostante questo essi non sono una chiesa. Questo pranzo – i cui
ogni particolare della tavola apparecchiata potrebbe essere il particolare di un affresco - si
configura come una primitiva comunione.
Successivamente l’ospite andrà via, richiamato da un telegramma. Questa dipartita sarà la causa di
una lacerazione interna dei componenti della casa: Emilia, la serva, inizia a compiere miracoli -
guarirà bambini e leviterà in cielo - ma alla fine, volontariamente, accompagnata dalla misteriosa
figura di una vecchia, sceglierà di farsi seppellire viva in un terrapieno di un cantiere; Odetta cade
in un triste stato catatonico e verrà ricoverata in una clinica psichiatrica; Pietro diventa un ossessivo
pittore astratto; Lucia si abbandona alla ricerca di giovani con i quali avere nuovi rapporti sessuali;
Paolo regala la fabbrica agli operai e si spoglia in mezzo alla folla della stazione di Milano
iniziando a piedi nudi una marcia nel deserto e urlando la sua disperazione.

Liberati dalle loro pulsioni sessuali, i membri della famiglia, sono distrutti nella loro integrità
psichica e nel loro ambiente sociale. La loro esistenza d’ora in avanti sarà condotta in una
dimensione impazzita.
Ognuno finirà annientato nella sua natura, o se vogliamo guardare il tutto da un’altra prospettiva,
riunito alla sua vera natura da sempre rifiutata nel nome di un vivere vile e integrato, di una falsa
morale, il cui velo è stato fatto cadere dalla manifestazione del sacro, inteso in Teorema come il
contatto con il sesso.
Nel riunire in un’unica manifestazione, sesso e sacro, Pasolini ci informa delle uniche due
dimensioni in cui l’individuo può ancora essere libero e manifestare la propria individualità, al di
fuori di tutte le istituzionalizzazioni e retoriche culturalistiche. Allo stesso tempo vediamo però
quanto questi due aspetti della vita umana nella nostra società siano corrotti a tal punto che
l’incontro con il sesso e il sacro non liberano l’individuo, bensì lo dannano.

Vi è anche un’altra grande metafora, una doppia metafora. Il nome del padre – il capofamiglia – è
Paolo, mentre quello del suo “secondo” – il primo figlio maggiore – è Pietro. Il nome di Pietro e
Paolo nella tradizione cattolica sono legati alla fondazione della Chiesa; Pietro è considerato come
il primo vicario, mentre Paolo è inteso quale fondatore dell’istituzione attraverso la sua opera di
evangelizzazione tra i pagani.
Seguendo il teorema – di cui Pasolini ci informa dell’esistenza, ma non svela la formula – Paolo, il
padre, è il Vaticano stesso, la cui malattia fisica è il germe che l’apostolo ha gettato nella
trasformazione del messaggio cristiano rendendolo da rivoluzionario – dunque sano - a
istituzionalizzante – dunque malato - e in Pietro – il primo figlio – la figura stessa del Papa, il cui
cosiddetto primato pietrino, non è altro che una pallida e debole manifestazione.
Lucia, la moglie di Paolo, che vive alla sua ombra in un’abulica esistenza - Lucia stessa dirà
all’ospite quanto è stata ipocrita nell’accontentarsi di vivere sulle spalle di Paolo – è da intendersi
come la classe ecclesiastica, mentre Odetta, la figlia a cui era stato insegnato di non amare nessuno
oltre il padre – e che non amava nessuno oltre al padre -, nel suo carattere mite e indolente,
rappresenta la dimessa nuova generazione senza più identità - i giovani - alla mercé delle istituzioni.
Emilia, la domestica, è il nuovo proletariato, di famiglia contadina, e perduta nella grande città,
senza legami, se non quelli con i suoi datori di lavori, la quale sarà l’unica di fatto a compiere
miracoli, non essendo corrotta da predeterminazioni borghesi.
Si compie in Teorema, in un doppio gioco di specchi, la realizzazione della metafora di due società
in un unico elemento, compiuta nelle traduzioni di Paolo – il Vaticano - e Pietro – il Papa -
rispettivamente nel grande Capitale e nella sua filiazione, la classe alto-borghese e finanziaria.

L’ambivalenza tra un erotismo conoscitivo e pedagogico e un eros distruttivo e rigeneratore


descrive l’emozione erotica nei termini di un’esperienza religiosa. I corpi descritti nei lavori di
Pasolini in fondo sono un corrispettivo letterario dei santi e dei martiri caravaggeschi. Anch’essi
mescolano sacralità ed erotismo, e svelano, nella loro purezza efebica o nella loro esuberante
fisicità, che l’esaltazione della bellezza dei corpi non è che il rovescio della loro mortificazione e
della loro interiorità.
Il desiderio carnale è un’esperienza non riconducibile alla società e alla morale, allora il solo spazio
in cui essa può essere rappresentata è quello del sacro: al di là del bene e del male nel quale gli
opposti si compensano, bene e male si annullano e il giudizio è sospeso.

Pasolini così getta luce sulle contraddizioni del messaggio evangelico, mentre potente sarà la
rappresentazione del dio, del rimosso, dell’archetipo: il contatto che l’ospite ha con le estremità di
questa famiglia, Paolo, il padre, e Odetta, la figlia sono due punti cruciali. Immediatamente dopo il
loro rapporto si aprono due squarci, due momenti isolati nella narrazione, rispettivamente il
racconto dell’attraversamento del deserto da parte degli Ebrei e la poesia ‹‹Il primo paradiso,
Odetta…›› in cui è narrata invece la dimensione dell’assoluto prima della creazione, una poesia
scritta su un calco della Genesi.

Per il padre l’attrazione per l’ospite significa il passaggio dalla condizione di possessore a quella di
posseduto. Dopo la scena che descrive il loro rapporto un capitolo descrive gli Ebrei che
attraversano il deserto, tema alluso dall’epigrafe iniziale del libro. Il deserto ci viene presentato
come lungo di erranza, luogo di equidistanza, nel quale “Ad ogni miglio l’orizzonte si allontanava
di un miglio: così tra l’occhio e l’orizzonte, la distanza non cambiava mai”. E l’immagine del
deserto è una delle immagini di Dio:

Camminando dunque per un’immensità come se si restasse sempre fermi […] non riconoscendo alcuna differenza tra
l’orizzonte settentrionale e quello meridionale […]. L’abitudine all’idea di Unicità che il deserto assumeva nei sensi,
proiettandosi come una cosa che non cambia nell’interiorità di chi lo percorre senza poter più uscire da lui (che pure è
tutto aperto), non può dimenticarlo neppure per un istante – si faceva quasi una seconda natura, che coesisteva con la
prima, e a poco a poco la corrodeva, la distruggeva, ne prendeva il posto; così come la sete uccide a poco a poco un
corpo che la soffre.

Nella poesia che parte dall’incontro con Odetta è narrata invece la dimensione dell’assoluto prima
della creazione e si sviluppa come un riassunto del libro della Genesi. Si costituisce dunque il
racconto della separazione primordiale, dall’Unico che diventa Doppio, e dunque la nascita del
Male. E dall’umanità che si sfalda nel Peccato Originale nascono le famiglie, i gruppi, le nazioni, i
Re, le Potenze. Odetta è schiava della sua condizione perché lei non può scegliere, persa tra un
ricordo ch’è troppo bello e una realtà che ti porta dal sogno alla pazzia, la delicata, insicura e
fragile Odetta. Ecco l’ultimo orrore, il rimosso intraducibile, sacro per definizione, dunque
occultato, vietato e maledetto. Il sesso con il padre. L’umanità è stata generata per incesto. Noi tutti
siamo il frutto di un incesto che si perde nella notte dei tempi, prima della storia, della scrittura,
della lingua, del pensiero. È l’universale frattura impossibile da ricomporre. L’uomo sarà scisso per
sempre, fino a quando un orrore più grande non farà ricominciare tutto daccapo.
«Ah, miei piedi nudi, che camminate sopra la sabbia del deserto! (…) il simbolo della realtà ha qualcosa che la realtà
non ha (…) È impossibile dire che razza di urlo sia il mio (…) A ogni modo è certo: qualunque cosa questo mio urlo
voglia significare, esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine»