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LE ARTIGLIERIE DA MANUFATTO TECNICO

NELLA RIFLESSIONE SCIENTIFICA


DEGLI INGEGNERI DEL RINASCIMENTO

Artigiani superiori, artisti ingegneri e «scienziati volgari»


x

Quali sono le condizioni che ci permettono di parlare di un ma-


nufatto tecnologico quale è un cannone come di un oggetto scienti-
fico? Se prendiamo come riferimento la cultura contemporanea do-
ve la scienza è fortemente militarizzata e proprio in questa dimensio-
ne si ha la più piena compenetrazione tra scienza e tecnologia1, un
cannone sarebbe certamente un «oggetto scientifico». Tuttavia, se as-
sumiamo una prospettiva storica, ci accorgiamo che non è stato sem-
pre così e che lo statuto ontologico del cannone e delle armi da fuo-
co in generale è mutato nel tempo. Se ci rivolgiamo al basso medioe-
vo, quando le armi da fuoco hanno fatto la loro comparsa e si sono
diffuse in tutta Europa, possiamo vedere come la scienza e la tecni-
ca costituissero due categorie epistemologiche distinte e il cannone,
che può essere fatto rientrare nella sfera di quella che oggi chiamiamo
cultura materiale, non può essere considerato un oggetto scientifico.
Gli scienziati accademici non erano interessati alle armi da fuoco e
gli ingegneri dal canto loro non erano interessati alla scienza degli ac-
cademici e sviluppavano le artiglierie sulla base dell’esperienza e del-
le loro intuizioni. Se spostiamo la nostra attenzione al XVII secolo,
anche se scienza e tecnica continuavano a percorrere strade diverse e
non si può ancora parlare di tecnologia nel senso moderno del termi-
ne, troviamo i principali scienziati europei come Galileo, Boyle, Hoo-
ke, Huygens e Newton impegnati ad occuparsi anche dei fenomeni
fisico-chimici connessi con l’uso del cannone e, da prima della metàà
del XV secolo, cioè da quando Tartaglia nel 1537 aveva pubblicato la
sua Scienza nova, si può parlare anche di una scienza dei bombardie-
ri che studia il moto dei proiettili e i sistemi di puntamento dei can-
noni2.
Dopo le prime marginali apparizioni accanto alle macchine ossidio-
nali della poliorcetica medievale, l’artiglieria viene ad acquistare pro-

QUADERNI STORICI 130 / a. XLIV, n. 1, aprile 2008


4 Andrea Bernardoni

gressivamente uno spazio sempre maggiore nella letteratura tecnica fi-


no a diventare oggetto di studio autonomo. La «ribalta culturale» rag-
giunta dal cannone durante il XVI secolo gettò le basi per il rinnova-
mento di molte discipline tecniche e scientifiche come l’architettura,
la metallurgia e la pirotecnica, ma anche scienze come la matematica
e la fisica necessarie per il calcolo e lo studio del moto dei proietti.
Per fare alcuni esempi dell’impatto culturale e della pregnanza euri-
stica dell’artiglieria in relazione al periodo rinascimentale basti pensa-
re allo spazio dato allo studio della fortificazione delle mura a partire
dal Trattato di architettura di Francesco di Giorgio, nel quale si sotto-
linea la necessità di ridisegnare la geometria delle fortezze per cerca-
re di far fronte al potere distruttivo delle armi da fuoco3, ai quader-
ni di Leonardo da Vinci e Bonaccorso Ghiberti, nei quali insieme ai
problemi di architettura si cerca di codificare le tipologie delle armi
da fuoco e il loro processo di produzione; ad opere come il De la
pirotechnia di Biringuccio, dove la chimica della polvere da sparo e
il processo di produzione delle artiglierie si configurano come il co-
ronamento degli sforzi tesi alla conoscenza della natura e allo svilup-
po delle tecniche, alla Nova Scientia (1537) e ai Quesiti et inventioni
diversi (1554) del matematico bresciano Niccolò Tartaglia, dove l’au-
tore dichiara di essere stato sollecitato da un bombardiere a studiare
sul piano matematico quei fenomeni che successivamente sono anda-
ti a costituire il dominio della balistica esterna. Per non dire poi del
trattatello Su tutte le lesioni esterne (Von allen offnen Schäden) (1528)
di Paracelso e Trattato sulle ferite d’archibugio di Ambroise Paré del
1545 dove le ferite di armi da fuoco diventavano oggetto di studio me-
dico.
Tutte queste pubblicazioni costituiscono un segnale evidente di co-
me l’artiglieria, in circa mezzo secolo, sia venuta trasformandosi da
«manufatto tecnologico muto», espressione materiale esclusiva della
sfera culturale dei tecnici militari,4 in «oggetto tecnologico multilingue»
capace di parlare con matematici, filosofi della natura, artiglieri, medi-
ci, architetti e ingegneri. Dalle opere prodotte da tutte queste figure
emerge l’esistenza di un dibattito sulle armi da fuoco nel quale sono
state poste una serie di problematiche di carattere scientifico. Anche
se non potevano essere tradotte in apporti positivi sul piano tecnolo-
gico, tali problematiche costituiscono comunque una cornice teorica
all’interno della quale il cannone può essere considerato un oggetto
scientifico.
Occupandoci qui di un periodo storico come quello rinascimentale,
per parlare di scienza delle armi da fuoco si rende inoltre opportuno
allargare il riferimento semantico del termine «scienza», perché né la
Le artiglierie da manufatto tecnico 5

fisica né la matematica rinascimentale potevano essere applicate alla


produzione dei cannoni né, tanto meno, lo potevano le discipline di
carattere chimico-metallurgico, che ancora non esistevano formalmen-
te e rientravano genericamente nel dominio della filosofia naturale e
dell’alchimia. Come ha osservato Alexander Koyré, prima del XVII
secolo non si possedeva ancora né una teoria del moto né una tecno-
logia sufficientemente precisa perché la teoria potesse intervenire nel-
la realizzazione di un manufatto tecnologico5. In questa prospettiva,
dunque, non si potrebbe parlare né di metallurgia, né di chimica, né
di balistica interna. Tuttavia, per quanto la distinzione tra mondo del
pressappoco e universo della precisione introdotta da Koyré sia ancora
condivisibile per segnare le differenze tra la moderna tecnologia e la
tecnica rinascimentale, gli studi successivi sugli ingegneri e il mondo
delle arti in generale – nell’affrontare temi come quelli della conces-
sione delle patenti sulle invenzioni, i rapporti tra tecnici e scienziati,
tra tecnici e amministrazioni cittadine e gli studi sul valore filosofico
della produzione artistica, tecnica e intellettuale degli artigiani – hanno
messo in evidenza come, a partire dalla seconda metà del XV secolo,
questa categoria sociale costituisse una sfera culturale autonoma che
si poneva come un livello di cultura intermedio tra quello popolare e
quello dei dotti, e come a questa cultura deve essere riconosciuto un
ruolo attivo e non trascurabile nel rinnovamento politico, economico
e filosofico che ha caratterizzato l’epoca rinascimentale e la prima età
moderna6.
Tenendo sullo sfondo l’ampia produzione storiografica sulla cultura
tecnica rinascimentale e della prima età moderna, lo scopo principale di
questo articolo è di mettere in evidenza la «produzione intellettuale di
carattere scientifico» degli artigiani-superiori, artisti-ingegneri o, come
talvolta sono stati chiamati per sottolineare il loro coinvolgimento in
problematiche di carattere teorico, degli «scienziati volgari»7. Cerche-
remo, quindi, di andare oltre la dimensione della loro produzione ma-
teriale e del rapporto tecnica-economia-politica, per soffermarci sulle
considerazioni di carattere teorico presenti nelle loro opere scritte e,
concentrandoci sul tema delle armi da fuoco, tenteremo di far vedere
come un’innovazione tecnologica tardo-medievale, il cui funzionamen-
to si basava su un fenomeno naturale come l’esplosione, poneva interro-
gativi sulla trasformazione della materia e sulla dinamica degli elementi
naturali in gran parte inediti.
Seguendo lo schema interpretativo proposto da Lorraine Daston
per cui la biografia di un oggetto di scienza può essere tracciata attra-
verso i quattro momenti principali, strettamente interconnessi, della
pregnanza di significato (salience), dell’emersione del problema scienti-
6 Andrea Bernardoni

fico relativo ad un oggetto (emergence), della sua produttività in termini


di teoria ed esperimenti (productivity) e della sua affermazione nella
comunitàà scientifica come oggetto di scienza (embeddedness)8, cerche-
remo di mostrare come, nei manoscritti e nelle opere a stampa della
tradizione tecnica italiana tra la metà del XV secolo e la metà del secolo
successivo, prendono progressivamente consistenza una serie di proble-
matiche sulla combustione che possono essere viste come l’emersione e
il consolidamento del primo nucleo di considerazioni di balistica inter-
na decisivo per il rinnovamento dello statuto ontologico del cannone.

Il cannone da manufatto tecnologico ad oggetto di scienza


x

Al pari delle altre invenzioni medievali, anche il cannone ha fatto


il suo ingresso nella storia dell’uomo in maniera silenziosa: come per
la polvere da sparo, anche per questo manufatto tecnologico non sap-
piamo chi ne sia l’inventore. Tuttavia, nonostante la questione della
sua prima introduzione sia ancora aperta, si propende per l’ipotesi che
il cannone abbia avuto origine in Oriente e che una volta arrivato in
Europa sia stato sviluppato in modo da sfruttarne tutte le potenziali-
tàà9. In molte delle fonti europee risalenti al XV secolo, l’invenzione
delle armi da fuoco è attribuita ad un certo Bertold Schwartz, molto
probabilmente un personaggio leggendario, talvolta descritto come un
misterioso alchimista, un mago o forse un monaco vissuto tra il XIII e
XIV secolo in Germania. In una statua eretta in suo onore nella città
di Friburgo, è riportata come data della scoperta delle armi da fuoco il
1353, in contrasto con la datazione dei documenti più antichi in nostro
possesso che risalgono almeno al terzo decennio del XIV secolo10. Non
è nostra intenzione ripercorrere la storia sull’introduzione e la diffusio-
ne delle armi da fuoco in Europa, per cui si rimanda agli studi specifi-
ci11. Per i nostri scopi è sufficiente segnalare che le fonti più antiche in
nostro possesso sono molto scarne e non ci consentono di ricostruire
l’intensità del dibattito intorno a questa tecnologia la quale fino a tutto
il XV secolo continueràà ad essere affiancata alle tradizionali macchine
ossidionali12.
Le testimonianze anteriori al XV secolo si limitano a segnalare la
presenza delle armi da fuoco in contratti di acquisto o inventari – come il
caso del documento più antico in nostro possesso che attesta l’acquisto
di palle di ferro e cannoni di metallo a Firenze nel 1326 – o a ritrarne le
caratteristiche principali – come nel caso del disegno più antico di una
bombarda contenuto in un manoscritto di Walter Milemete risalente
probabilmente agli anni 1330-513 – o a riferimenti al loro uso in battaglia
Le artiglierie da manufatto tecnico 7

in cronache come quelle di Giovanni Villani del 134814 e di Andrea


Redusius de Quero del 1376. Particolarmente interessante è la testimo-
nianza del secondo, che nella Chronicon Tarvisinum riporta quella che
sembra essere la più antica descrizione tecnica di una bombarda:

bombardarum, quae ante in Italia numquam visae nec auditae fuerant, quas
Veneti mirabiliter fabricari fecerunt. Est enim bombarda intrumentorum fer-
reum fortissimum cum trumba anteriore lata, in qua lapis rotundus ad for-
mam trumbae imponitur habens cannonem à parte posteriori secum conju-
gentem longum bis tanto quanto trumba, sed exiliorem, in quo imponitur
pulvis niger artificiatus cum salmnitris e sulphure, ex carbonibus salicis per
foramen cannonis praedicti versus buccam. Et obtuso foramine illo cum con-
cono uno ligneo intra calcato e lapide rotundo praedictae buccae imposito e
assenato, ignis immittitur per foramen minus cannonis, e vi pulveris accensi
magno cum impetu lapis emittitur15.

Si tratta di un riferimento prettamente descrittivo di un non addetto


ai lavori, che presenta la bombarda come uno strumento bellico degno
di nota ma che non lascia trasparire niente del dibattito tra coloro che
usavano e sviluppavano questa tecnologia. Dello stesso tenore è anche
il commento di Jean de Buridan, il quale in un’osservazione sulla pol-
vere da sparo afferma che «la potenza di questo soffio appare in quegli
istrumenti detti cannoni («canalibus»), che con la spinta impressa da un
po’ di polvere lanciano grosse frecce o palle di piombo con una forza
tale che nessuna armatura può trattenerle»16. Questa testimonianza è
particolarmente importante poiché dimostra come l’artiglieria suscitas-
se attenzioni in uno dei più importanti studiosi di meccanica del XIV
secolo il quale ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo della teoria
del moto dei proietti.
Di diverso tenore sono le informazioni reperibili nei manoscritti
sulla tecnica redatti a partire dal XV secolo nei quali, anche se le de-
scrizioni verbali restano scarne e didascaliche, si ha un progressivo au-
mento dei disegni che riproducono le armi da fuoco. In questa tradi-
zione, che vede i suoi esemplari più antichi nel Texaurus di Guido da
Vigevano (1348), nel Bellifortis di Conrad Kyeser della fine del XIV
secolo e nel cosiddetto Manoscritto anonimo della guerra ussita (1430
circa), è particolarmente importante il trattato anonimo Feuerwerkbu-
ch (1420 circa), completamente dedicato alle miscele incendiarie, alla
polvere da sparo e alle armi da fuoco, nel quale si possono reperire
descrizioni particolareggiate di bombarde singole e multiple che in se-
guito verranno riprodotte anche nella letteratura militare tedesca e ita-
liana17.
8 Andrea Bernardoni

Il successo sul piano iconografico delle armi da fuoco è notevo-


le e, da una comparazione dei manoscritti che trattano il tema delle
armi da fuoco, è possibile osservare l’evoluzione dei vari tipi di ar-
tiglieria, che ora iniziano a diversificarsi sulla base del calibro, delle
dimensioni, dei sistemi di trasporto, di alzo e contenimento del con-
traccolpo. L’introduzione di «macchine da fuoco» sempre più poten-
ti e versatili mostrano l’importanza raggiunta da questo nuovo dispo-
sitivo bellico sul piano militare, politico e sociale18. I manoscritti sul-
la tecnologia militare, infatti, non erano realizzati con finalità tecnico-
scientifiche ma, al pari di una statua equestre di un nobile o un ca-
pitano di ventura, erano da considerarsi dei veri e propri «monumen-
ti della cultura della guerra», usati dai sovrani nella propaganda po-
litica e militare per esaltare il loro ruolo di mecenati e il potere mili-
tare19.
Per quanto in questa tradizione letteraria, dove i disegni di mac-
chine e dispositivi bellici hanno funzione prevalentemente esornativa,
siano reperibili anche importanti informazioni tecniche sulle armi da
fuoco del tempo, in nessun caso, ad eccezione del solo Feuerwerkbu-
ch in cui, oltre alle questioni tecniche sulla polvere pirica, ci si inter-
roga anche sul fenomeno dell’esplosione, in nessun caso troviamo il
tentativo di spiegare i fenomeni di carattere «fisico-chimico» connes-
si all’uso e alla produzione delle artiglierie. Il dibattito su questioni
come le proprietà delle leghe metalliche, il rapporto carica/gittata, il
moto dei proiettili, le cause del contraccolpo, se c’era, non traspare
in nessuno di questi manoscritti. Per trovare le prime osservazioni cri-
tiche relative ai fenomeni di balistica interna e sulla tecnologia del-
le armi da fuoco si dovrà aspettare l’ultimo decennio del XV seco-
lo quando, in Italia, alcuni artisti-ingegneri si rivolsero alle armi da
fuoco con un atteggiamento critico che andava oltre la dimensione
prettamente operativa degli artigiani o la curiosità per le potenzialità
belliche che queste avevano suscitato in alcuni autori di cultura uma-
nista.

Le artiglierie dalla bottega artigiana al manoscritto: Francesco di Giorgio


x

La tradizione italiana di scritti tecnici inizia con le opere in lingua


latina di Giovanni Fontana, Roberto Valturio e Mariano di Iacopo detto
il Taccola. Si tratta di autori colti, dei quali soltanto il terzo ha avuto
esperienza nel mondo delle arti ed è presumibile che nessuno di loro si
sia mai occupato direttamente della produzione e dell’uso delle armi da
fuoco. Il primo è un medico, il secondo un umanista e il terzo un notaio
Le artiglierie da manufatto tecnico 9

che sembra non abbia mai esercitato la professione per dedicarsi all’e-
sercizio delle arti ed è anche l’unico che sia allo stesso tempo autore e
illustratore20. Nel Bellicorum instrumentorum liber di Fontana, contra-
riamente a quanto lascerebbe presagire il titolo, vengono fatti soltanto
tre riferimenti alle armi da fuoco, tra i quali spicca il disegno di una
bombarda multipla21. Nel De re militari di Valturio e nei manoscritti
di Taccola, l’argomento delle armi da fuoco è trattato più diffusamente
mostrando una piena assimilazione dell’iconografia sulle armi da fuoco
di origine tedesca ma nessuno dei due autori entra nel merito di pro-
blematiche tecnico-scientifiche, limitandosi ad accompagnare i disegni
con scarne descrizioni didascaliche. Interessante è tuttavia il commento
di Valturio alla bombarda che, dopo averne riconosciuto la potenza
bellica, ne attribuisce l’invenzione ad Archimede, richiamandosi alle
macchine da lui inventate durante l’assedio delle truppe di Marcello a
Siracusa22. Per quanto riguarda Taccola, è interessante notare come la
sua descrizione della bombarda, insieme ad alcune ricette per la polvere
da sparo, sarà copiata e tradotta in italiano da Francesco di Giorgio
Martini nel suo Taccuino giovanile23. In nessuno di questi autori, co-
munque, si raggiungerà il livello specialistico degli artiglieri tedeschi.
Se con Fontana, Valturio e Taccola si era in presenza di personalità
di alta cultura che rivolgevano i loro interessi al mondo delle tecniche,
con Francesco di Giorgio siamo di fronte ad una nuova categoria di
autori, fra i quali, rimanendo al XV secolo, oltre ai vari anonimi pos-
siamo annoverare anche personalità come Lorenzo Ghiberti e Antonio
Averlino detto il Filarete, i quali nei loro scritti cercarono di coniugare
cultura tecnica e umanistica24. L’alto livello raggiunto da Francesco di
Giorgio sul piano della riqualificazione professionale e culturale, che lo
portò a scrivere un trattato sull’architettura e a tentare una traduzione
di Vitruvio, si riflette in un approccio rigoroso alle discipline tecniche,
comprese le armi da fuoco, per le quali poteva contare su un’esperien-
za diretta anche come fonditore. Un confronto delle sue opere mano-
scritte dal punto di vista delle armi da fuoco mostra chiaramente come
il periodo storico nel quale si trovò ad operare (1470-1500 circa) sia
stato teatro di un intenso sviluppo tecnologico delle artiglierie e della
definitiva presa di coscienza della loro importanza sul piano militare
e culturale25.
Se nel cosiddetto Trattato I, che rappresenta la prima stesura del
Trattato di Architettura,26 Francesco presenta ancora le armi da fuoco
accanto ai modelli tradizionali della poliorcetica medievale limitandosi
a descrivere la bombarda come un’invenzione moderna, di diverso ti-
po è l’approccio nella seconda stesura (Trattato II) dove, nel capitolo
dedicato all’architettura militare, presenta quello che sembra essere il
10 Andrea Bernardoni

tentativo più antico in nostro possesso di dare una classificazione delle


artiglierie sulla base della lunghezza del pezzo e del peso del proiettile,
fermando sulla carta le regole per la loro progettazione in funzione del
calibro27:

Ma per più perfetta intelligenzia delle preditte spezie è da intendere che a


tutte si ricerca tre condizioni, senza le quali non è perfetto lo instrumento. La
prima che la tromba sia per tutto di eguale vacuità siché li circuli del vacuo suo
per tutto sieno equali, e le linee tratte dalla estremità del diametro dell’ultimo
circulo al primo sieno dirette parallele overo equidistanti, toccando per tutto
li circoli intermedi, perché quando fussero li circuli delle estremità maggiori
delle altri, la palla, quando da una parte, quando da un altra declinaria.
La seconda condizione è che il foro donde intra il foco sia piccolo e sopra
l’ultima estremità del vacuo della gola acciò indrieto non rimanga alcuna
vacuità. La terza et ultima che il vacuo della gola o vero coda sia sempre
più angusto uniformemente verso il foro del foco e parte posteriore dello
instrumento in modo che il diamitro dell’ultimo circulo del vacuo della gola
sia la quinta parte minore del primo. E queste ultime due condizioni maggior
parte tolgano all’impeto che causa la bombarda indrieto, e similmente per
l’altezza el concone più fortemente serra28.

A questa sintetica ma esaustiva descrizione delle norme da seguire


per la progettazione di un’arma da fuoco fanno da cornice le rappre-
sentazioni di vari pezzi di artiglieria che mettono in risalto come per
Francesco, che era anche uno scultore in bronzo, fosse ancora molto
importante l’aspetto decorativo. Inoltre, sul piano strettamente tecno-
logico è da sottolineare come siano ancora presenti le artiglierie com-
ponibili e nessun pezzo sia munito di orecchioni, i bilichi per l’orien-
tamento verticale del cannone che costituiscono una delle innovazioni
più importanti introdotte su larga scala alla fine del XV secolo. Dal
punto di vista della balistica interna è inoltre interessante segnalare co-
me nel terzo precetto emerga la credenza che fosse possibile contenere
il contraccolpo del cannone intervenendo sulla geometria della came-
ra di scoppio, come se la riduzione progressiva del suo diametro fino
all’altezza del focone potesse in qualche modo favorire la propulsione
della palla evitando la reazione contraria. Per quanto questo precetto
non vada oltre la regola empirica, il riferimento «all’impeto che cau-
sa la bombarda indietro» è un segnale di come, dietro al tentativo di
risolvere questo problema sul piano empirico, ci fosse anche la prete-
sa di trovare una giustificazione teorica. Il riferimento all’impeto, un
concetto che appartiene alla tradizione della meccanica scolastica, sta
qui a dimostrazione del fatto di come questi nuovi protagonisti del
sapere non esitassero a rivolgersi ai concetti e alle teorie tradizionali
Le artiglierie da manufatto tecnico 11

per giustificare certi fenomeni che osservavano nella loro attività pra-
tica29.

FIG. 1. «Studi per la progettazione di un artiglieria», Francesco di Giorgio, «Trattato di Architettura»,


Ms. II.I.141, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, c. 48r.
x
Nel confronto delle due stesure del trattato di Francesco emergono
anche interessanti osservazioni di carattere metallurgico che mettono
12 Andrea Bernardoni

in evidenza come il periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i


primi anni Novanta, individuato dalle due stesure del trattato, sia stato
caratterizzato da notevoli progressi anche sotto questo punto di vista.
Mentre nel Trattato I si afferma che le bombarde migliori sono quelle di
rame e di ferro perché il bronzo non garantiva sufficiente tenuta30, nel
Trattato II non si fa più riferimento a questo tipo di problemi, dando
per scontato che tutte le artiglierie siano realizzate in bronzo.
Accanto a queste osservazioni di carattere tecnico-scientifico è inol-
tre interessante rilevare come il riconoscimento della superiorità delle
armi da fuoco già sottolineata anche nel Trattato I, nel Trattato II sem-
bra accompagnata da una maggiore consapevolezza della svolta epoca-
le segnata dall’introduzione di questa tecnologia, consapevolezza che
porta Francesco ad affermare che «tutte le altre macchine antiche per
cagione di questa potentissima chiamata bombarda vane e superflue
si possono appellare». L’inappellabilità di questo giudizio è ribadita
significativamente anche sul piano iconografico con l’omissione dei di-
segni di tutte le macchine ossidionali, ampiamente descritte nel Trattato
I, le quali sono ricordate soltanto in accezione negativa come termine
di paragone nella dimostrazione della superiorità della bombarda31.
Gli interessi di carattere antiquario e archeologico sui resti di epoca
romana, la lettura approfondita di Vitruvio, i confronti con Federico da
Montefeltro e la sua cerchia di umanisti e ingegneri32, portarono Fran-
cesco a tornare con più decisione e autorità sul tema della superiorità
tecnologica dei moderni, sviluppando le considerazioni sulle armi da
fuoco del Trattato I in una vera e propria dimostrazione in cui porta
due argomentazioni decisive33:

La prima, che nelle mure antique mai è stato visto alcuno vestigio di
bombardiera [...] La seconda ragione è che tutti quelli che hanno scritto
dell’arte militare questo tacquero, facendo di tutti li altri strumenti menzione;
dove, essendo [questo] di [molto] maggiore violentia [e più mirando] delli
altri, non è da credere che da esso non avessero notitia34.

Infine conclude:

Questa macchina reputo fusse incognita alli antiqui solo per non avere
avuto cognizione della polvere, perché, quella intesa, facile cosa saria stata a
ciascuno di mediocre ingegno el trovare uno [istrumento et] ingeniosi omini
usato per fochi lavorati e volatili macchine quasi la medesima composizione
di polvere, non essere stato alcuno che aggiugnendo alli principi pervenisse
a cognizione di tanto edificio [...] Infra li quali Marco Greco miscendo con
panni lini questa composizione e con stoppe, a più varii effetti et artificia-
Le artiglierie da manufatto tecnico 13

li fochi adoperò, tutti nientedimeno frivoli in virtù per respetto alla Bom-
barda35.

Anche se questi passi non si rivolgono alle armi da fuoco sul piano
tecnico scientifico, sono tuttavia un segnale evidente di come l’artiglie-
ria avesse ormai permeato la società rinascimentale al punto che un
artista-ingegnere come Francesco di Giorgio poteva entrare nel dibat-
tito sull’eredità degli antichi che impegnava gli umanisti, prendendo
la bombarda come riferimento per mostrare la superiorità tecnologica
dei moderni36.

Le artiglierie tra esperimento e immaginazione: Leonardo


x

Se Francesco di Giorgio può essere preso come esempio del conso-


lidamento di un approccio critico allo studio delle artiglierie, che cerca-
va di andare oltre la dimensione soggettiva dei maestri di bottega, negli
scritti di Leonardo da Vinci, il quale conosceva il pensiero di Francesco
sulle armi da fuoco37, si ha la testimonianza più eloquente di come nel-
l’ultimo decennio del XV secolo l’artiglieria fosse diventata oggetto di
riflessione e sperimentazione sistematica.
Leonardo, il quale molto probabilmente non è mai stato né un fon-
ditore né un artigliere38, è il primo ingegnere a tramandarci un nume-
ro considerevole di studi sulle armi da fuoco, realizzati prevalentemen-
te durante l’ultimo decennio del suo primo soggiorno milanese (1482-
1499), quando era al servizio di Ludovico il Moro. Nei suoi scritti tro-
viamo la prima descrizione particolareggiata e illustrata del processo
di fusione di un’artiglieria, lo studio di sistemi per il contenimento del
contraccolpo, per il puntamento e per il trasporto delle artiglierie, com-
presa una serie di esperimenti e osservazioni sull’esplosione della polve-
re da sparo e sul moto dei proiettili che, seppure studiati con strumenti
concettuali e apparati sperimentali inadeguati, possono essere conside-
rati la testimonianza più antica in nostro possesso sopra problematiche
che oggi rientrerebbero nel dominio della scienza balistica.
Il Manoscritto I, oggi conservato presso la biblioteca dell’Institute
de France a Parigi e databile con qualche approssimazione al 1497-98,
presenta un numero cospicuo di pagine dedicate a spunti di riflessio-
ne e osservazioni sul funzionamento delle artiglierie. In quelle pagine
Leonardo avanza una serie di interrogativi che si configurano come un
vero e proprio programma di ricerca intorno alle artiglierie: «Domando
dove la polvere accesa fa maggiore impeto nella bombarda, cioè o nella
coda, dove sta, o nella tromba, e in che parte della tromba o nella coda,
14 Andrea Bernardoni

e dove all’ultimo si romperà e perché»39 e ancora «che figura debba


avere la polvere a pigliare presto il foco o più tardi. Che differenzia è
a dare foco in più luochi della lunghezza della coda della bombarda.
Che differenzia sia a dare foco in un solo loco della coda o in principio
o in mezzo o in terzo»40.
Leonardo continua entrando nel merito anche dell’architettura del
cannone:

Che offizio farà la bombarda piegata nella tromba.


Che offizio farà ella se la coda si congiungne alla sua tromba angularmente
con diverse qualiltà d’anguli.
Che offizio farà tale bombarda se più code mettano in una medesima
tromba.
Che offizio sia se più trombe escano da una medesima coda
Che differenzia sia col medesimo peso di polvere a essere lungo o corto
o tondo o quadro
Dove la polvere accesa fa maggior impeto, essendo nella bombarda.
Modo di misurare che somma di polvere entra in un braccio quadrato.
Se l’aria si prieme in sé, come mostra il vaso da dare l’acquarosa de
barbieri, e si raddoppia, il fuoco si rinquarta per forza del loco, dove non
po crescere41.

Oltre alle architetture che prevedono più «code» o più «trombe»,


particolarmente interessanti, dal punto di vista della balistica interna,
sono i riferimenti alla relazione tra carica e diverso tipo di granitura
della polvere (lungo, o corto o tondo o quadro), tra combustione e
impeto e l’analogia tra comprimibilità dell’aria e del fuoco per cui nella
bombarda il fuoco aumenta di quattro volte la propria pressione; tutti
riferimenti che lasciano presagire uno studio approfondito del fenome-
no dell’esplosione.
L’intenso coinvolgimento nello studio delle artiglierie porta Leo-
nardo ad esplorare le possibilità tecnologiche più disparate, prendendo
in considerazione anche soluzioni tecniche estreme come la bombarda
triangolare – della quale afferma che non è buona quella curvilinea e
quella angolare42. A proposito quest’ultima, che possiamo trovare an-
che nei manoscritti di Taccola e di Valturio43, Leonardo giudica che in
linea di principio può essere un dispositivo funzionante se si riserva la
parte ortogonale alla carica esplosiva, perché «il moto composto che fa
la fiamma inclusa nella bombarda, spinge per tutti li aspetti circustanti
a essa bombarda e seguita il moto per la via più facile; e questo è la
fiamma che in essa bombarda si genera»44. L’esplosione, in definitiva,
Le artiglierie da manufatto tecnico 15

che sviluppa una pressione uguale in tutte le direzioni, orienterà i gas


verso la parte aperta della coda senza risentire dell’angolo a 90°.

FIG. 2. «Studi sulla propagazione del fuoco nelle artiglierie», Leonardo da Vinci, Ms. E, Institut
de France, Parigi, cc. 27v-28r.
x
Sempre nel Ms. I, prendendo in considerazione la tecnologia dei
proiettili, Leonardo si chiede se, visto che una bombarda riesce a sparare
agevolmente anche caricata con due tre palle, se non sia più giusto
realizzare pallottole con un corpo allungato45 e in una carta del Codice
Arundel, che sembra risalire al 1503-4, troviamo la rappresentazione di
alcuni proiettili a forma di ogiva46.
Le osservazioni della bombarda in esercizio suscitano in Leonardo
ulteriori interrogativi che richiedono un approfondimento teorico: co-
me si genera il «tono», perché ad ogni colpo sparato si ha un contrac-
colpo e dove si genera tale forza? Un primo tentativo di risposta a queste
domande lo troviamo nel Codice Atlantico, dove il «tono» che si genera
nello sparo è spiegato come «fuoco percosso in nell’aria come quel de
la saetta»,47 mentre nel Manoscritto A Leonardo conclude che il rumore
della bombarda si genera nell’impatto con l’aria del fuoco che segue
l’espulsione della pallottola48. Anche se non lo afferma direttamente, le
osservazioni di Leonardo ci portano a concludere che fenomeni come
quelli della generazione del rumore siano dovuti alla percussione di
particelle di diversa dimensione che strusciano e si urtano: «L’aria che
sia serrata in un loco, quando uscirà, la percussione che farà nell’altra,
16 Andrea Bernardoni

farà strepitio, come si vede in nelle bombarde e in una vescica scoppiata


e ne li scoppietti che fanno i putti con le coccole sospinte ‘n un cannon
di sambuco o nello sgonfiare di palla o di mantaco»49. Come emerge
da queste osservazioni di Leonardo, il fenomeno dell’esplosione viene
inquadrato in una fisica di tipo meccanicistica che vede nei quattro ele-
menti aristotelici, interpretati come particelle primarie qualitativamente
determinate, le cause dei fenomeni osservabili con l’artiglieria50.
Direttamente connessa alla spiegazione del rumore è anche quella
del contraccolpo. Questo quesito, che aveva coinvolto gli artiglieri fin
dall’introduzione delle armi da fuoco e che aveva prodotto numerose
risposte – tutte di tipo empirico – rintracciabili in molti disegni conte-
nuti nei manoscritti tecnici del XV secolo, in Leonardo trova per la
prima volta espressione sul piano teorico.

La ragione perché la bombarda dà indirieto. Il foco che multiplica dentro


al corpo della bombarda, non trovandosi il vacuo soffiziente né capace di
sua quantità, con subito furore cerca loco recipiente; il quale loco e l’aria
è giunta con impetuosa ripercussione. Sendo l’aria più grosso corpo che ‘l
foco, fa resistenza alla fiamma e dà loco alla ballotta più greve; e la fiamma
trovandosi ricalcitrata dall’corpo dell’aria, e quella parte che resta in corpo
non potendosi ismaltire, cerca farsi loco capace del suo accrescimento, e
spinge il corpo della bombarda indirieto. A similitudine del razzo, il quale non
potendo avere loco lo effetto, fugge la cagione; e per questo quella polvere
che più presto s’accende, da meno spazio di vacuare l’aria, e quella ch’è più
tarda, dà spazio all’aria di farsi dare loco51.

Con l’esplosione della polvere ha luogo una dilatazione volumetri-


ca che genera la spinta propulsiva del proiettile e mentre questo esce
penetrando l’aria esterna, il fuoco, che ha una densità inferiore a quella
dell’aria, si infrange in essa generando «impetuosa ripercussione» che a
sua volta si riflette sulla bombarda, spostandola. In altre parole, il fuoco
comprime l’aria e l’aria, condensandosi, lo circoscrive facendosi essa
stessa un corpo simile ad una bombarda che spinge nuovamente il fuoco
dentro la sua bocca facendola retrocedere. Questa teoria sembra con-
vincere Leonardo, il quale si mette alla ricerca di ulteriori analogie che
mostrino come nella percussione si generi sempre un moto contrario:

E fa questa fiamma tra la bombarda e la percussion dell’aria, a similitudine


che fa una verde e forte lancia corsa da uno giostrante in uno resistente muro,
che quel che la lancia non può fare con la punta fa col pedale, gittando in terra
il giostrante co’ la sua resistente durezza. E quella strada che fa la ballotta
per l’aria, si riempie per lunga distanza del foco che lancia la ballotta. O se
mettessi uno omo in uno corto vaso da vino, e quel fondo del vaso dove
Le artiglierie da manufatto tecnico 17

istanno i piedi del rinchiuso omo, fussi a presso a uno muro, vederesti l’omo
fare, distendendo i piè, del vasello, come la infocata polvere della bombarda,
imperò che, non potendo interamente l’omo distendersi, porta col capo il
vasello indirieto52.

Queste spiegazioni in chiave corpuscolarista della generazione di


forze come il contraccolpo o di fenomeni come il rumore che segue
l’esplosione, viene recuperata da Leonardo come analogia per spiegare
la dinamica di alcuni fenomeni naturali che sembrano avvenire per la
dilatazione e la compressione del vapor acqueo. Ad esempio, nella sua
spiegazione della saetta afferma che questa si genera nello scontro delle
nubi calde con quelle cariche di umidità. Tale scontro provocherebbe
un’accensione della stessa umidità accompagnata da un’immediata eva-
porazione, evaporazione che fa «vento furioso, il qual si move col foco
ch’è ricacciato da tale multiplicata vaporazione; e così è cacciato il foco
nella nuvola come la fiamma della bombarda, dal vento che dirietro le
moltiplica»53. Un altro uso di questa analogia si ha in suo tentativo, poi
abbandonato, di spiegazione della nascita dei fiumi nel quale Leonardo
afferma che l’acqua sotterranea «superata dal caldo nel ventre della ter-
ra, si vapora, e cresce sua quantità, a similitudine della polvere infocata
nella bombarda, e rompe la terra nella più debol parte»54. Sempre sul-
lo stesso argomento effettua un’altra osservazione degna di nota nella
quale si dice che «l’acqua riscaldata nelle viscere della terra, la quale
per non trovare nel suo transito lochi di quella freschezza, che a lei si
conviene, non si compone in acqua, come prima facea, ma si condensa
e si indurisce, a similitudine del foco multiplicato e condensato dentro
la bombarda, che si fa più duro e più potente che essa materia, che
lo riceve, onde se non ha subito esalazione, immediate se la procaccia,
rompendo e ruinando ciò, che si oppone al suo accrescimento»55. Il
vapore acqueo, se non viene raffreddato, non si trasforma nuovamente
in acqua e se viene compresso aumenta la sua pressione fintanto che
non vince la resistenza del suo contenitore.
Quest’idea dell’ispessimento e indurimento del fuoco è direttamen-
te connessa con il fenomeno dell’esplosione ed è la causa dell’impeto
impresso nel proiettile56. Per Leonardo, la spinta propulsiva del proiet-
tile è dovuta alla condensazione del fuoco che, non potendo aumentare
il proprio volume in maniera proporzionata ai vapori che si generano
nell’esplosione, aumenta la sua «densita» (pressione) al punto che si
trasforma nel mezzo percussore che spinge la pallottola. Tale spinta
cessa con la fuoriuscita del proiettile poiché all’esterno la densità del-
la fiamma diminuisce bruscamente e il proiettile procede autonoma-
mente fin tanto che la resistenza dell’aria non ne fa diminuire l’impeto
18 Andrea Bernardoni

piegandone la traiettoria57. Ma in che modo il fuoco aumenta la pro-


pria densità fino ad acquisire una durezza tale che talvolta porta anche
all’esplosione delle artiglierie? Tutto sembra dipendere dalla progres-
sione dell’esplosione: che direzione prende la fiamma dopo l’innesco?
Il fuoco si propaga verso le pareti dell’artiglieria o verso il proiettile?
Seguendo quale direzione il fuoco acquista più condensazione? Leo-
nardo continua a porsi interrogativi sulla dinamica dell’esplosione fino
a raggiungere la conclusione che, nel processo di dilatazione di una
sostanza, questa si farà più «rara» nel centro piuttosto che nelle zone
periferiche del processo, fenomeno questo che, secondo lui, può essere
mostrato per analogia con lo stiramento di un cilindro di cera che si
assottiglia nella parte centrale58. Allo stesso modo, nell’esplosione della
polvere da sparo la dilatazione dei vapori produce un addensamento
delle particelle di fuoco nelle zone periferiche del fenomeno fintanto
che la pressione non vince la forza del peso del proiettile e dell’aria
mettendolo in movimento:

Essendo la polvere spinta ne la tromba, in un medesimo tempo fa forza


in tutte le resistenti parieti e non potendo quelle abbattere, fa a similitudine
della palla percossa nel muro che non potendo seguitare suo corso, li ricausa
un secondo moto.
Così tutte le parti della resistente bombarda constando al multiplicato
elemento, e quello congregati e ritirati a sé l’interrotti moti, tutti pigliano loro
concorso e la libera uscita e lì si fa multiplicazion di diverse forze, le quali
son come vedi, atte a cacciare ogni ostacolo59.

Sviluppando queste considerazioni sulle capacità di dilatazione e


contrazione del fuoco e sulla base dell’osservazione empirica del fatto
che, quando una palla rimane incastrata nell’artiglieria, si ha l’esplosione
del pezzo Leonardo viene a concludere che la fiamma è condensabile al-
l’infinito60; che, cioè, se si continua ad alimentare il fuoco in un ambien-
te chiuso come la camera di scoppio di un’artiglieria si ha una costante
produzione di vapori che aumentano indefinitamente la pressione in-
terna. Allo stesso ordine di problemi che oggi chiameremmo di passag-
gio di stato sono da ricondurre anche gli studi condotti da Leonardo sul
vapore acqueo, studi che lo portarono, tra l’altro, anche a progettare un
cannone nel quale la spinta propulsiva non è generata dalla polvere da
sparo ma dal repentino passaggio dallo stato liquido a quello gassoso
dell’acqua iniettata all’interno della culatta del cannone arroventata61.
Da queste osservazioni sulla manipolazione della fiamma in termini
di volume e pressione Leonardo tenta di arrivare anche alla formula-
zione di alcune leggi generali sul fuoco:
Le artiglierie da manufatto tecnico 19

Prima. La fiamma accesa nella bombarda in ogni grado di tempo acquista


gradi di quantitàà e potenzia.
Seconda. Quel foco ha men di vita, che è nutrito di minor nutrimento.
Il foco che cresce, si condensa in quelli obietti che proibiscano il suo
accrescimento, e si astende inverso quello aspetto dove esso trova minore
resistenzia.
Foco volatile.
Terza la fiamma si condensa in quelli obietti che proibiscano il suo
accrescimento.
Quarta. La quantitàà della fiamma che si genera, s’astende inverso
quel loco che men le resiste62.

Per arrivare a rendere standard le condizioni di tiro della bombarda


e stilare delle tabelle balistiche utilizzabili dagli artiglieri era necessario
arrivare al controllo completo del fenomeno dell’esplosione in modo
da poter quantificare la potenza di tiro. Significative a questo proposito
sono le osservazioni contenute nel Codice Atlantico63 e nel Manoscritto
E, nelle quali si discute la geometria delle camere di scoppio e il punto
più vantaggioso su dove praticare il «focone» 64. Sulla base di queste
osservazioni Leonardo progetta una culatta (coda) con camera sferica
nella quale il focone è costituito da un iniettore a cannuccia attraverso
il quale è possibile innescare il fuoco nel centro perché in questo modo
«il fuoco accende in un tempo tutta l’altra polvere calcata»65.
Leonardo si spinge ancora oltre e presa coscienza dei fattori pertur-
banti che possono incidere sul tiro delle artiglierie, apre una polemica
con i fisici della tradizione de proportione motuum nella quale sostie-
ne l’inadeguatezza e l’inconsistenza della meccanica medievale che non
tiene conto della realtàà empirica e quindi non può essere usata dagli
ingegneri. Prendendo come riferimento proprio il tiro delle artiglierie,
Leonardo si rivolge ai «proporzionanti», che probabilmente conosceva
attraverso Alberto di Sassonia, affermando l’impossibilità che, con la
stessa carica nel medesimo cannone, un proiettile di peso doppio sia
mosso il doppio più veloce66. Come mostra l’esperienza, non c’è propor-
zione tra carica e peso del proiettile e, in questa prospettiva, Leonardo
propone un esperimento per verificare se, con proiettili del medesimo
peso e con la stessa carica di polvere, esista una relazione proporzionale
tra la gittata e la lunghezza della canna, giungendo alla conclusione che
solo attraverso le prove empiriche si possano ottenere regole vere67.
Il tentativo di Leonardo di rifondare la meccanica integrando teo-
ria e pratica era inevitabilmente destinato a fallire per mancanza sia
di strumenti teorici che tecnologici68. Tuttavia, nella prospettiva di mo-
strare la trasformazione ontologica delle artiglierie da manufatti tecnici
20 Andrea Bernardoni

ad oggetti di scienza, le considerazioni e gli esperimenti di Leonardo


costituiscono il segnale più evidente di come alla fine del XV secolo la
scienza delle armi da fuoco, pur con tutti i suoi limiti, fosse già radicata
all’interno di un contesto culturale certo non educato al pensiero siste-
matico ed estraneo al mondo delle università, che però cercava inten-
samente nella filosofia naturale della tradizione i riferimenti teorici per
caratterizzare i fenomeni che osservavano nella loro prassi operativa.

Le artiglierie in stampa: Biringuccio


x

Un altro segnale dell’alto livello raggiunto sul piano della riflessione


e della sperimentazione tecnologica sulle armi da fuoco, frutto di un
pensiero ormai consolidato e indipendente è l’intervento di Vannoccio
Biringuccio che durante gli anni trenta del XVI secolo scrive un’opera
sulle arti del fuoco che verrà pubblicata postuma a Venezia nel 1540.
Si tratta di un momento capitale per la storia della tecnologia poiché
per la prima volta un ingegnere riesce a pubblicare i suoi scritti ed è
significativo il fatto che l’argomento centrale celato dietro al termine
«pirotecnica», che si riferisce alle arti del fuoco in generale, sia proprio
la produzione delle artiglierie69.
Come Francesco di Giorgio e Leonardo, anche Biringuccio riba-
disce la necessità di dare una caratterizzazione rigidamente quantitati-
va delle artiglierie finalizzata ad una standardizzazione della loro pro-
duzione e del loro uso. Fino a quel momento, sostiene Biringuccio, i
«maestri bombardieri» non avevano usato criteri uniformi per la co-
struzione delle armi da fuoco e si erano rivolti ad esse con i nomi
più disparati, attingendo ad una terminologia fantastica che si richia-
mava ad animali leggendari come il «basilisco» o ad uccelli rapaci co-
me il «falconetto», dietro la quale si celava la più completa arbitra-
rietà nella determinazione delle misure. Esplicativo in tal senso è il
passo in cui Biringuccio afferma di aver trovato la regola per il di-
mensionamento delle artiglierie senza seguire nessun maestro ma ba-
sandosi esclusivamente sulla misura delle «grossezze del bronzo». Bi-
ringuccio si rivolge a non precisati maestri di artiglieria affermando
che non ha senso continuare a seguire regole come quella che vede
nell’aumento dello spessore del bronzo una maggiore sicurezza ope-
rativa delle artiglierie. Il dimensionamento, dice Biringuccio, deve di-
pendere dal calibro del proiettile e lo spessore del bronzo dovrà esse-
re più consistente intorno alla camera di scoppio, che deve sopporta-
re le sollecitazioni maggiori, piuttosto che all’altezza della volata del
cannone, il cui compito è quello di guidare e contenere la foga dell’e-
Le artiglierie da manufatto tecnico 21

splosione affinché la forza sviluppata esaurisca i suoi effetti sul proiet-


tile70.
Gli sforzi per razionalizzare e standardizzare le varie tipologie di
artiglierie, come nel caso di Francesco di Giorgio e Leonardo, anche
in Biringuccio si riflettono in un tentativo di classificazione basato sul
peso del proiettile, sulla lunghezza della canna e su una nomenclatura
semplificata (mezzi cannoni, cannoni, doppi cannoni, mezze colubrine,
colubrine, doppie colubrine, falconetti, falchi e sacri)71.
Se con Francesco di Giorgio gli studi sulle artiglierie, per quanto
importanti, costituivano soltanto un’appendice dei suoi interessi per
l’architettura militare, mentre con Leonardo, anche se più estesi e con
un carattere teorico più elevato, si disperdono nella molteplicità dei
suoi interessi tecnologici scientifici e filosofici, con Biringuccio si assi-
ste ad una contestualizzazione di carattere specialistico delle armi da
fuoco, e ciò a dimostrazione di come la metallurgia e l’arte militare stes-
sero assumendo una fisionomia sempre più autonoma all’interno dello
scenario generale della tecnologia. A circa quaranta anni da quando
Francesco di Giorgio aveva dedicato una pagina alla descrizione delle
armi da fuoco all’interno del capitolo sulle fortezze militari, il cannone è
diventato il manufatto tecnologico più importante prodotto dagli studi
metallurgici e accanto al forno di fusione e agli impianti di distillazione
è ormai considerato una macchina con la quale è possibile controllare
gli effetti del fuoco72.
Per quanto il De la pirotechnia sia essenzialmente un trattato sulle
arti del fuoco, le accurate descrizioni dei processi tecnici, dei materiali
e delle attrezzature sono in molti casi completate da precisazioni di
carattere teorico che denotano come anche Biringuccio possedesse un
pensiero autonomo e consolidato su problematiche di filosofia naturale
quali la generazione dei metalli e le dinamiche di trasformazione delle
sostanze73.
Nei suoi studi sul fenomeno dell’esplosione e sull’azione del fuoco
sulle sostanze naturali Biringuccio distingue tra «fuoco materiale» e
«fuoco elementare»: il primo è una sostanza artificiale che si identifica
nei composti pirotecnici come la polvere da sparo o i composti incen-
diari; il secondo è invece il fuoco naturale il quale può essere allo stato
«apparente e vivo», quando cioè è isolato dagli altri elementi e mostra
la sua fiamma, oppure resta ad uno stato corpuscolare quando, come
nella polvere da sparo, è frammisto con gli altri elementi per formare
i costituenti naturali delle miscele esplosive74. Il fuoco si caratterizza
quindi come una sostanza attiva, che partecipa alla composizione dei
corpi naturali ma che, se presa separatamente, diventa uno strumento
operativo capace di alterarne le proprietà tecnologiche. Secondo questa
22 Andrea Bernardoni

chiave di lettura, anche se i processi di termoregolazione naturali non


erano stati ancora codificati e quantificati, la pirotecnica si pone come
una disciplina tecnologica in grado di controllare, almeno in certi feno-
meni, la forza degli elementi. A tale proposito, la manipolazione della
polvere da sparo, che è un composto di sostanze minerali e vegetali,
costituisce un esempio di come le sostanze naturali non siano neutre
ma abbiano un potenziale energetico che dipende dalle caratteristiche
chimiche della loro struttura elementare75:

molti speculatori hanno trouato quale è che in questi simplici con che si
compongono la polvere sono come in tutte le altre cose generate in potentia gli
elementi. Ma per quel che si vede sonno tutti proportionati a una certa siccità
sottile atta da introdurvi facilmente il fuoco e introdutto moltiplicarvelo con
una certa ragione76.

Il pensiero di Biringuccio è costantemente animato da una tensione


tra spiegazione teorica e osservazione pratica, tensione che lo porta a
filtrare sempre con l’esperienza i concetti mutuati dalla tradizione. In
questo caso è interessante notare come, dopo aver riportato un precetto
generale di matrice aristotelica che ribadisce come tutti i corpi misti
contengano in potenza gli elementi, afferma che la polvere da sparo è
una miscela di sostanze naturali purificate e ridotte in forma pulvisco-
lare in modo da poterle proporzionare secondo un preciso rapporto
ponderale adatto a favorire la propagazione del fuoco e la trasmutazio-
ne degli altri costituenti nell’elemento igneo. Biringuccio non si accon-
tenta di fornire un ricettario pirotecnico; egli si spinge oltre queste con-
siderazioni generali entrando nel merito del fenomeno dell’esplosione
e cercando di spiegare in termini quantitativi la catena trasmutazionale
degli elementi che termina nel fuoco.

quali i philosophi con isperentia hanno trouata e scrivendo ce l’hanno


mostra col dirci che loro sanno che una parte di fuoco occupa luocho per
dieci di aere, e una de aere per dieci d’acqua, e una d’acqua per dieci di terra77.

Quest’argomentazione, già utilizzata da Aristotele per negare la di-


mensione corpuscolare degli elementi nell’accezione di Empedocle78,
viene qui applicata alla spiegazione di un fenomeno fisico specifico co-
me quello dell’esplosione. Per Biringuccio tale fenomeno è determinato
dalla scissione dei corpuscoli elementari di natura terrestre che si tra-
smutano in fuoco aumentando di volume. L’argomento aristotelico, più
volte ribadito e sviluppato anche nella tradizione scolastica79, assume
qui una valenza contraria alla sua accezione originaria e sembra essere
Le artiglierie da manufatto tecnico 23

usato sia per sottolineare la dimensione corpuscolare degli elementi, sia


per tentare una quantificazione dell’energia sviluppata nell’esplosione.
Cercando di applicare questo principio, Biringuccio elabora una spie-
gazione molto confusa nella quale sembra tentare una traduzione della
spiegazione aristotelica in termini meccanicistici:

Per il che essendo la poluere cosa corporea e terrestre composta di quat-


tro potentie elementali, ed essendo in la parte della sua maggiore aridezza
introdutto il fuocho per mezzo del solfo fa una tanta e tale multiplicatio-
ne d’aere e di fuocho facendo con l’humidità e terrestrità sotile un vapore
grosso acceso el quale doue el si troua mille volte tanto o più non li sarie-
no i termini che la contengano capaci, e ognun d’essi nella sua natura com-
battendo per vincere l’un l’altro se rinvigoriscono e convertono in furore e
in gran ventosità respetto al caldo e humido, e così non possendo per la
loro gran controversia insieme stare, è di necessità che sforzino di venire
fuore l’aere al aere, e il fuocho cerchi d’andar alto tirato dalla sua natura,
anchora che come agente superiore e di tutti li altri potentissimo, prima
che eschino del suo dominio in sé tutti li conuerte, e di qui nasce l’impeto
grande80.

Si tratta di un passo molto curioso, perché sembra che Biringuccio,


insoddisfatto della spiegazione di matrice aristotelica, cerchi di inter-
pretare la trasmutazione elementare in termini volumetrici81: per ogni
particella di terra se ne generano 1000 di fuoco, al punto che il volume
della camera di scoppio non è più capace di contenerlo generando così
la spinta necessaria al lancio del proiettile. Neppure questa spiegazione,
però, sembra soddisfare Biringuccio il quale la integra chiamando in
causa la teoria dei luoghi naturali di Aristotele per spiegare in maniera
tradizionale il movimento degli elementi fuori dalla propria sfera di ap-
partenenza, come il moto verso l’alto del fuoco generatosi o liberatosi
nella sfera dell’aria.
Queste osservazioni che cercano di quantificare il processo di tra-
smutazione degli elementi innescato con l’introduzione del fuoco nella
carica di polvere da sparo, come abbiamo visto per Leonardo, porta-
no anche Biringuccio ad entrare nel merito della conformazione della
camera di scoppio. Dopo aver illustrato le caratteristiche e i difetti del-
le varie soluzioni, Biringuccio sottolinea in particolare l’inadeguatezza
della camera con profilo troncoconico, che più di ogni altra incide ne-
gativamente sulle potenzialità di gittata dell’arma82, mentre mostra i
suoi favori per quella di profilo cilindrico che più di ogni altra permette
di «assettare» e «restrignere» la polvere in modo agevole83.
24 Andrea Bernardoni

Nelle sue osservazioni sul funzionamento delle artiglierie, anche Bi-


ringuccio si interroga sull’origine del rumore che si genera nello scop-
pio, riproponendo anch’egli la spiegazione che vede la causa del feno-
meno nell’impatto del proiettile e del fuoco prodotto nell’esplosione
con l’aria esterna:

L’aere che è fuore alla boccha de l’artigliaria qual ha el suo corpo per
natura unito e resistente e nella sua parte più bassa respetto alla vicinità de
l’acqua e della terra ha in sé qualche frigidezza accidentale e densità. Da
fronte a questa è il fuocho che si genera nella polvere nell’artigliaria caldis-
simo e contrario a l’altra qualità elementali e dissimigliante per la suttilità
sua a quel de l’aere, per il che uscendo impetuosamente il fuocho moltipli-
cato nello stretto de l’artigliaria insieme con la palla solida, ponderosa e
densa come esce, e scontrandosi ne l’aere resistente con massima violentia
frange, e nel fare tal fractura nasce lo strepitio come quasi per la medesima
causa nella region media de l’aere si generano li tuoni e li fulguri di vapo-
ri grossi accesi. [...] Al che agiungere si può la percossa che fa l’aere che
nella canna della artigliaria quando uscendo cacciata dalla forza del fuocho
e dalla palla si scontra ne l’aere esteriore, quale per entrare nel vacuo che
facia per sua natura el fuocho repugnano l’un contra l’altro e fanno stre-
pitio84.

Come è evidenziato da questi passi, anche le argomentazioni teo-


riche di Biringuccio sono analoghe a quelle che abbiamo visto in Leo-
nardo, il che ci consente di affermare come tra la fine del XV secolo
e la prima metà di quello successivo, si fossero ormai delineate una se-
rie di argomentazioni teoriche condivise dagli operatori del settore che
possono essere considerate come il sostrato teorico che accompagna
oramai la tecnologia delle armi da fuoco.

Dalle artiglierie alla balistica: Tartaglia


x

Tre anni prima della pubblicazione del De la pirotechnia, nel 1537,


Niccolò Tartaglia, dava alle stampe un volumetto ad uso degli artiglieri,
intitolato significativamente La nuova scienza, che tradizionalmente è
considerato la prima opera di balistica fondata sulla matematica. Per
quanto l’autore presenti la nuova scienza come una disciplina per l’uso
delle artiglierie, i riferimenti alla tecnologia e ai fenomeni connessi con
l’uso delle armi da fuoco sono marginali rispetto a quelli sul moto
del proiettile, che costituisce l’argomento principale della sua opera.
Tartaglia conclude che potendo prescindere dalla resistenza dell’aria,
elemento secondo lui trascurabile per i corpi pesanti come i proiettili
Le artiglierie da manufatto tecnico 25

delle artiglierie, la traiettoria da essi descritta è sempre curva e che la


massima gittata può essere raggiunta con un alzo di 45°85. Nel trattato
vengono descritti anche alcuni strumenti di misurazione tra i quali la
squadra del bombardiere, che permetteva di orientare l’elevazione del
cannone con grande facilità86.
Diciannove anni dopo la pubblicazione della Nova scienza, spinto
dalle pressioni di un artigliere87, nei Quesiti et inventioni diverse (Bre-
scia 1554), Tartaglia torna sul tema delle artiglierie, estendendo i suoi
interessi anche a quei fenomeni che si osservano nell’uso del cannone.
Nel quarto quesito del primo libro, relativo al perché «tirando un pezzo
di artiglieria due volte l’una dietro l’altra, a una medesima ellevatione
e verso uno medesimo luoco, et cargato sempre egualmente» non si
ottiene mai la stessa gittata, risponde chiamando in causa un difetto
nella combustione della polvere dovuto all’inattività dell’artiglieria che
ha favorito il formarsi dell’umidità88. Al quesito successivo, invece, che
prende in considerazione se questo fenomeno di aumentare la gettata
continua anche con gli spari successivi al secondo, afferma che questo
non avviene perché

per el continuo tirare el pezzo continuamente più se va scaldando, e quanto


più è caldo, tanto più la canna di quello si fa attrattiva, cioè, si come una
ventosa, quando è scaldata per la stoppa abbrusiata dentro in quella, e perché
la balla non è spulsata, ouer spinta da altro, che dalla essalatione aerea,
ouer ventosa, causata dal salnitro, onde facendosi tal pezzo continuamente
più attrattivo, come ho detto, per el maggior caldo, quel medesimo viene
a forbere e retenere e continuamente più di quella ventosità che doveria
servire a spingere la balla e però scemando (e continuamente più) la virtù
espulsiva nel detto pezzo, la balla debbe uscire men veloce, ouer più debile,
e consequentemente andar continuamente men lontano89.

Lo stesso concetto è ribadito anche nel quesito ventunesimo, dove


Tartaglia riporta un aneddoto nel quale si narra che durante l’esercizio
ripetuto di un’artiglieria, dopo uno sparo, un cagnolino «volse andare
a nasare la bocca di tal pezzo, e subito che detto cagnolino fu giunto
alla bocca di tal pezzo, immediatamente lo detto pezzo lo tirò dentro
della canna», la qual cosa anche stavolta viene ricondotta all’attrattività
del pezzo riscaldato90.
Più avanti, nel quesito tredicesimo affronta il problema del rappor-
to tra carica e lunghezza della canna sottolineando, come già aveva fatto
Leonardo, che l’esperienza nega una proporzionalità diretta tra dimen-
sione della carica e profondità del tiro. Dopo aver chiamato in causa
variabili come il tipo di polvere, la forma, il peso e la dimensione del
26 Andrea Bernardoni

proiettile, conclude allo stesso modo di Biringuccio che la situazione


ottimale si ha quando il volume di gas (esalatione ventosa) prodotto
nella combustione corrisponde a quello del vacuo dell’artiglieria91.
L’intervento di un matematico come Tartaglia su questioni relative
all’uso e il funzionamento del cannone per rispondere a quesiti posti
dai bombardieri sono la testimonianza ulteriore di come prima della
metà del XVI secolo il problema dell’esplosione e i fenomeni ad essa
connessi costituivano ormai un nucleo di questioni autonome e nella se-
conda metà del secolo questi fenomeni diventano oggetto di commenti
e riflessioni anche da parte di personaggi di alta cultura che, come ad
esempio Giulio Scaligero e Girolamo Cardano, affrontano nelle loro
speculazioni sulle trasformazioni chimiche delle sostanze92.

Conclusioni
x

Gli studi sulla polvere da sparo vennero ad assumere contorni più


strutturati a partire dal XVII secolo. Allora, la Royal Society diede il
via a programmi di sperimentazione che portarono Robert Hooke ad
introdurre una macchina per testare la potenza della polvere da sparo
e, sulla base della chimica corpuscolarista di Boyle, furono fornite in-
terpretazioni del fenomeno dell’esplosione che vedevano nella capacità
di dilatazione dell’aria contenuta nel salnitro la causa dell’espansione
volumetrica generata con l’incendio della polvere93.
Perché la balistica interna cominciasse ad incidere sulla tecnologia
delle armi da fuoco si dovette aspettare il XIX secolo, quando anche le
scienze chimiche conobbero quel rinnovamento sul piano concettuale
e sperimentale che permise una caratterizzazione quantitativa dei feno-
meni della combustione e dell’esplosione ed aprì così la possibilità di
applicare questi studi anche alla tecnologia delle armi da fuoco. Tut-
tavia, nella misura in cui siamo disposti a considerare scienza anche
l’attività intellettuale e sperimentale degli ingegneri del XVI secolo, co-
me abbiamo visto, vi si possono rintracciare una serie di argomenta-
zioni sulla tecnologia delle armi da fuoco, sulla combustione e sull’e-
splosione, a partire dalle quali è possibile dedurre come le artiglierie
divennero progressivamente oggetto di osservazioni scientifiche via via
più approfondite, osservazioni che costituiscono quel sostrato teorico
e sperimentale sul quale nascerà la balistica interna.
Come ha affermato A.R. Hall, sebbene la scienza del XVII secolo
abbia fatto luce su alcuni problemi relativi ai fenomeni dell’esplosione,
non arrivò mai a compiere una sintesi tra conoscenze pratiche e filo-
sofia naturale, anche se alcuni scienziati, come Robert Boyle, avevano
Le artiglierie da manufatto tecnico 27

creduto questo possibile94. Resta tuttavia vero che nelle osservazioni


e nelle riflessioni degli «scienziati volgari» tra il XV e XVI secolo –
è il caso sopra illustrato di Francesco di Giorgio, Leonardo da Vinci,
Biringuccio e di matematici come Tartaglia – il cannone cessa di essere
soltanto un manufatto tecnologico per diventare anche oggetto di ri-
flessione scientifica e sperimentazione sistematica. Per quanto le consi-
derazioni di questi autori siano inconcludenti e sterili dal punto di vista
delle ripercussioni tecnologiche, esse costituiscono una stratificazione
di significato che conferisce al cannone una dimensione ontologica più
complessa. Proprio in ragione di questa complessa dimensione ontolo-
gica crediamo legittimo potersi riferire al cannone come ad un «oggetto
di scienza».

ANDREA BERNARDONI

Note al testo
1 Cfr. B. LATOUR, La scienza in azione, introduzione alla sociologia della scienza, Torino
1998, p. 235.
2 Cfr. H.R. HALL, Tecnologia militare, in C. SINGER, E.J. HOLMYARD, H.R. HALL, T.I.
WILLIAMS (a cura di), Storia della Tecnologia, vol. III, Torino pp. 382-3.
3 Per avere un’idea delle dimensioni di questo genere letterario, basti ricordare come il
Trattato di Architettura di Francesco di Giorgio fosse stato oggetto di molte copie e riprese
da parte dei suoi contemporanei. Inoltre, come ha messo in evidenza la mostra «Trattati di
architettura militare 1521 – 1807» tenutasi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
(18 giugno – 31 luglio, 2002) a cura di Amelio Fara, Paola Pirolo e Isabella Truci, i due secoli
che hanno visto il perfezionamento e il consolidamento dell’uso delle armi da fuoco, sono stati
anche testimoni dei tentativi di sviluppare sistemi di difesa adeguati al potere crescente dei nuovi
mezzi di distruzione. La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze possiede quasi tutte le prime
edizioni dei trattati di architettura militare italiani e sulla base di un’analisi del catalogo della
mostra possiamo vedere come il XVI secolo veda l’esplosione di questo tipo di pubblicazioni,
ben 32 su le 57 opere complessive della mostra, 16 per il XVII, 8 per XVIII e 1 per il XIX.
4 Gli ingegneri medievali non erano abituati alla scrittura e sono molto rare testimonianze
scritte sul loro operato e sul loro pensiero. Nonostante siano stati individuati alcuni dei principali
protagonisti, gli ingegneri e architetti medievali restano sostanzialmente trasparenti e ci parlano
indirettamente attraverso le loro opere e le tracce lasciate nei documenti di carattere burocratico
che regolamentavano la costruzione di edifici, la produzione di manufatti e opere d’arte,
testamenti e sentenze giudiziarie. Cfr. E. CROUZET PAVAN, A la recherche des techniciens fantômes,
in M. ARNOUX, P. MONNET (éd.) Le Technicien dans la cité en Europe occidentale 1250-1650,
Roma 2004, pp.43-59.
5 A. KOYRÉ, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino 1992, pp. 89-111.
6 La letteratura storiografica sugli artigiani rinascimentali e della prima età moderna è
molto ampia, qui ricordiamo alcune delle principali opere di riferimento che hanno contribuito
a delineare la figura del tecnico e del suo ruolo economico, politico, sociale e tecnico-scientifico.
Dalle pionieristiche opere di E. Zilsel risalenti alla prima metà del secolo scorso che individuavano
nel contesto sociale degli artigiani l’origine dell’idea di progresso scientifico e del metodo
sperimentale (D. RAVEN, W. KROHN, R. S. COHEN (eds.), The Social Origins of Modern Science,
28 Andrea Bernardoni

Dordrecht-Boston-London, 2000) agli studi sul ruolo della cultura tecnica nella nascita della
scienza moderna di Paolo Rossi (P. ROSSI, I filosofi e le macchine (1400/1700), Milano 1971) e
Thomas Kuhn (TH. KUHN, Tradizioni matematiche e tradizioni sperimentali nello sviluppo delle
scienze fisiche in ID. (a cura di), La tensione essenziale. Cambiamenti e continuità nella scienza,
Torino p. 37-74). Sulla figura dell’artista-ingegnere tecnologo e autore di trattati manoscritti si
ricordano i contributi di B. Gille (B. GILLE, Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento, Milano
1972) e P. GALLUZZI, Portraits of Machines in Fifteenth-Century Siena, in R. MAZZOLINI (a cura
di), Non Verbal communication in science prior to 1900, Firenze 1993, pp. 53-90 e Gli ingegneri
del Rinascimento da Brunelleschi a Leonardo da Vinci, Firenze 1996. Importanti sono stati anche
i recenti interventi della corrente storiografica di matrice sociologica come quelli di P. LONG
(Openness, Secrecy, Authorship, Thecnical Arts and the Culture of Knowledge from Antiquity to
the Renaissance, Baltimore-London, 2001), P. SMITH (The Body of the Artisan. Art and Experience
in the Scientific Revolution, Chicago-London, 2004), P. SMITH, B, SCHMIDT (Knowledge and Its
Making in Early Modern Europe Chicago 2007). Infine si ricordano anche i contributi degli storici
dell’economia che hanno studiato le relazioni tra istituzioni, tecnici e produzione (ARNOUX,
MONNET, Le technicien dans la cité cit.; Il Rinascimento italiano e l’Europa, vol. 3, Produzione e
tecniche, a cura di L. MOLÀ,P. BRAUNSTEIN, Treviso 2007).
7 C. MACCAGNI, Leggere, scrivere e disegnare la “scienza volgare” nel Rinascimento, in «Annali
della Scuola Normale Superiore di Pisa», serie 3, 23. 2 (1993), pp. ???; p. 631.
8 L. DASTON, The Coming into Being of Scientific Objects, in EAD. (ed.), Biographies of
Scientific Objects, Chicago-London, 2000, pp. 1-14.
9 Cfr. B.S. HALL, Weapons and Warfare in Renaissance Europe, Baltimore-London 1997,
p. 42; LU GWEI-DJEN, J. NEEDHAM, P. CHI-HSING, The Oldest representation of a Bombard, in
«Technology and Culture», 29 (1988), pp. 594-605.
10 J.R. PARTINGTON, A History of Greek Fire and Gunpowder, Baltimore-London, 1999
(prima ed. 1960), p. 91.
11 Sulla storia delle armi da fuoco esiste una vastissima letteratura. Noi abbiamo preso
come riferimento: P. CONTAMINE, La guerra nel Medioevo, Bologna 2007 (Ia ed. italiana 1986);
PARTINGTON, A History of Greek Fire cit.; HALL, Weapons and Warfare cit.
12 Cfr. HALL, Weapons and Warfare cit., pp. 65-6.
13 PARTINGTON, A History of Greek Fire cit., p. 100.
14 «E ordinò il re d’Inghilterra i suoi arcieri, che n’havea gran quantità su per le carra,
e tali di sotto, e con bombarde, che saettavano pallottole di ferro con fuoco, per impaurire e
disetare i cavalli de’ Franceschi... Senza i colpi delle bombarde che facieno si grande tremuto e
romoro, che parea che Iddio tonasse, con grande uccisone di gente e sfondamento di cavallii...
in sulle carrette fediti di saette dagli arceri e dalle bombarde e saette, che non v’hebbe cavallo
de Franceschi che non fosso fedito, e innumerabili morti». Chroniche di Giovanni Villani, XII,
67-8 cit. in PARTINGTON, A History of Greek Fire cit., p. 107.
15 Cit. in PARTINGTON, A History of Greek Fire cit., p. 117.
16 Cit. in CONTAMINE, La guerra nel Medioevo cit., p. 201.
17 PARTINGTON, A History of Greek Fire cit., pp. 153-8. Cfr. anche HALL, Weapons &
Warfare cit., pp. 71-3.
18 Per l’area tedesca cfr. R. LENG, Ars Belli, Deutsche taktische und Kriegstechnische
Bilderhandschriften un Traktate im 15. Und 16. Jahrhundert, Wiesbaden 2002. Per L’area italiana,
P. GALLUZZI, Prima di Leonardo. Cultura delle macchine a Siena nel Rinascimento, Milano 1991.
19 Cfr. D. MCGEE, The Origins of Early Modern Machine Design; P.O. LONG, Picturing the
Machine: Francesco di Giorgio and Leonardo da Vinci in the 1490s., in W. LEFÉVRE (ed.), Picturing
Machines 1400-1700, Cambridge Mass. 2004, p.122.
20 Cfr. GALLUZZI, Prima di Leonardo cit., pp. 18-29; GALLUZZI, Portraits of Machines cit.,
pp. 56-60.
Le artiglierie da manufatto tecnico 29

21 G. FONTANA, Bellicorum instrumentorum liber (riproduzione in facsimile del Cod. Icon.


242, Bayerische Staatsbibliothek, Monaco), in E. BATTISTI, G. SACCARO BATTISTI (a cura di), Le
macchine cifrate di Giovanni Fontana, Torino 1984, cc. 6v, 12r, 21v.
22 «BOMBARDA ut vulgo dicitur metalica machina est quae ignis incendio et sulphureo
pulvere immo tartareo magis glandes aeneas flam measque pilas et globosa gravioraque saxa
convoluens horisono fragore ac tonitrum longe lateque iactat: muros urbium quatiens et obstantia
quaeque demoliens: Archimedis ut putatur inventum eo tempore quo Marcellus Syracusas
obsidebat: ut suorum civium libertatem tueretur: Patriaeque excidium vel averteret: vel differret:
et quo nostri temporis duces ac imperatores: ut liberos popoulos vel iugo: vel excidio praemant
utuntur: hoc autem nomen bombarda apud idoneos latinae linguae scriptores nusquam invenio:
quanquam huiusmodi nominis impositio a sonitu tracta mihi nequaquam videatur absurda. Quid
enim aliud est bombarda quam bombus sive bombizatio quaedam ardens sed nolim eiusdem
dictionis originem aliquam ab aliis doctissimis Intactam scriptoribus pertinaci nimis sensu atque
iudicio asserere necui forte videar argutior: id autem audacter dixerim». R. VALTURIO, De re
militari, Umanesimo e arte della guerra tra Medioevo e Rinascimento, Rimini 2006, p. 350.
23 Cfr. TACCOLA, De ingeneis. Liber primus leonis, liber secundus draconis, addenda... (The
Notebook)..., a cura di G. SCAGLIA, F. D. PRAGER, U. MONTAG, Wiesbaden, 1984, c. 14r; F. DI
GIORGIO, Das Skizzenbuch des Francesco di Giorgio Matini, Vat. Urb. Lat. 1757, a cura di L.
MICHELINI TOCCI, Zurigo 1991, cc. 42v-44r.
24 Lorenzo Ghiberti nei suoi Commentari sull’arte della scultura da ampio spazio ad autori
antichi come Vitruvio e Plinio e medievali come Alazen, Avicenna e Ruggero Bacone. Antonio
Averlino detto il Filarete ha scritto un trattato di architettura, il più antico scritto in lingua
volgare, ampiamente ispirato al De architectura di Leon Battista Alberti. Cfr. LONG, Openness,
Secrecy, Authorship cit., pp. 130-2.
25 Cfr. CONTAMINE, La guerra nel medioevo cit. pp. 285-6; J.R. HALE, Guerra e società
nell’Europa del rinascimento, Roma-Bari 1987, pp. 43-54.
26 Con Trattato I ci si riferisce ai due esemplari autografi in nostro possesso del Trattato di
architettura: il Ms. Saluzziano 148 della Biblioteca Reale di Torino e il Ms. Ashburnham 361, della
Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze. Il trattato II si riferisce invece ai due esemplari della
seconda stesura: Ms. Magliabechiano II. I. 141 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
e il Codice S.IV.5 della Biblioteca degli intronati di Siena.
27 Cfr. A. BERNARDONI, Il «De la pirotechnia» di Vannoccio Biringuccio e la (ri)nascita
dell’ingegneria del fuoco, Tesi di dottorato in Storia della scienza, XVIII ciclo, Università di
Firenze, 2006, pp. 307-8.
28 F. DI GIORGIO, Trattati di architettura, ingegneria e arte militare, a cura di C. MALTESE,
Milano Vol. II (Magliab. II.I.141), c. 48v.
29 Riprendendo la teoria della forza impressa come causa del moto dei proietti introdotta nel
VI secolo da Ioannes Philoponus, nel XIV secolo Jean de Buridan sviluppa la cosiddetta teoria
dell’impetus: una forza permanente che manteneva il moto del proietto. Fino al rinnovamento
della meccanica con Cartesio e Galilei, la teoria dell’impeto costituì la principale dottrina di
riferimento sia in ambito accademico, sia nel contesto culturale degli scienziati volgari, dove
generalmente era interpretata nel significato di forza impressa destinata a consumarsi. Cfr M.
CLAGETT, La scienza della meccanica nel Medioevo, Milano, 1972, pp. 548-52 e 721-25.
30 «Le bombarde devono essere fatte di rame o di ferro, quantunque el più di bronzo sieno,
e queste più facilmente si rompeno: per la corruttion della materia frangibili sono. E quando
di rame sono, essendo tenacissimo, per qualche strano caso e inconveniente si spezzano, e ‘i
simile di ferro farà per le vene tiglio e corpo suo». DI GIORGIO, Trattati di architettura cit, vol.
I (Ms. Ashurnaham 361), c. 53v.
31 Cfr. ivi, vol II, pp. 417-18.
32 Cfr. M. MUSSINI, Francesco di Giorgio e Vitruvio, le traduzioni del De architectura nei
codici Zichy, Spencer 129 e Magliabechiano II.I.141, Firenze 2003; VITRUVIUS POLLIO, MARCUS,
La traduzione del De architectura di Vitruvio dal manoscritto della Biblioteca nazionale centrale di
30 Andrea Bernardoni

Firenze di Francesco Di Giorgio Martini, a cura di M. BIFFI, Pisa 2002; H. BURNS, Restaurator delle
ruyne antiche, tradizione e studio dell’antico nell’attività di Francesco di Giorgio in F.P. FIORE, M.
TAFURI (a cura di), Francesco di Giorgio architetto, Milano 1995, pp. 151-181.
33 Non è possibile dire con certezza chi fossero i fautori dell’invenzione antica delle
artiglierie, molto probabilmente si trattava di personaggi di cultura classica della cerchia urbinate
con i quali Francesco ebbe modo di confrontarsi mentre si dedicava allo studio di Vitruvio
durante il suo soggiorno alla corte di Federico da Montefeltro. Per una ricostruzione dell’attività
umanistica ad Urbino Cfr. C. BIANCA, La presenza degli umanisti ad Urbino nella seconda
metà del Quattrocento, in F.P. FIORE (a cura di) Francesco di Giorgio alla corte di Federico da
Montefeltro, Atti del convegno internazionale di studi (Urbino, 11-13 ottobre, 2001), Firenze
2004, pp. 127-146.
34 DI GIORGIO, I trattati di architettura, ingegneria e arte militare cit, vol. II, p. 422.
35 Ivi, p. 423.
36 Cfr. P. GALLUZZI, Machinae pictae, immagine e idea della macchina negli artisti-ingegneri
del Rinascimento, in M. VENEZIANI (a cura di), Machina XI Colloquio internazionale, Roma, 8-10
gennaio 2004, Firenze 2005, p. 254.
37 Nel Codice di Madrid II Leonardo copia il capitolo sulle armi da fuoco e la polvere da
sparo del Trattato II di Francesco di Giorgio. L. DA VINCI, Codice di Madrid II, in L. RETI (a
cura di), I codici di Madrid, Firenze 1974, cc. 98r e v.
38 Gli scritti di Leonardo presentano numerosi studi sulla fonderia delle armi da fuoco
ma non ci sono testimonianze di un suo coinvolgimento diretto in questa pratica che, molto
probabilmente, decise di approfondire da osservatore esterno, durante il periodo nel quale stava
lavorando al processo di formatura del monumento a Francesco Sforza. Cfr. A. BERNARDONI, Leo-
nardo e il monumento equestre a Francesco Sforza, storia di un’opera mai realizzata, Firenze 2007.
39 L. DA VINCI, Manoscritto I, a cura di A. MARINONI, Firenze 1986, c. 122v.
40 Ivi, c. 132v.
41 Ivi, c. 133r.
42 Ivi, c.134v.
43 Cfr. TACCOLA, De Machinis. The Engineering Treatise of 1449, a cura di G SCAGLIA,
Wiesbaden, 1971, c. 123v; ID., De ingeneis. Liber primus leonis cit., cc. 21r, 52v; VALTURIO,
De re militari cit., p. 362.
44 L. DA VINCI, Codice Atlantico, a cura di A. MARINONI, Firenze 1973-80, c. 485v.
45 ID., Ms. I cit., c. 134r.
46 ID., Il codice Arundel 263 nella British library, a cura di C. VECCE, Firenze 1998, c. 54r.
47 ID., Codice Atlantico cit., c. 32r.
48 «Il sono fatto dalla bombarda si causa per la percussione della fiamma intra l’aria, e
quanto più la bombarda rompe più i sua repari, quell’è migliore e più caccia la sua ballotta».
ID., Il manoscritto A, a cura di A. MARINONI, Firenze 1990, c. 44v.
49 Ivi, c. 31v.
50 R. HOOYKAAS, La Théorie Corpuscolaire de Léonard de Vinci in Léonard de Vinci et
l’expérience scientifique au XVIe siècle, Colloques internationaux du Centre National de la
Richerche Scientifique, Paris 4–7 juillet 1952, Paris, 1953, pp. 163-169; S.F. TAYLOR, Léonard de
Vinci et la chimie de son temps, in Léonard de Vinci et l’expérience scientifique cit., pp. 151-161.
51 DA VINCI, Codice Atlantico cit. c. 79v.
52 Ibidem.
53 ID., Codice Hammer, a cura di C. PEDRETTI, Firenze 1987, c. 9B: 28r.
54 Ivi, c. 11A: 11r, caso 13. Lo stesso tema è sviluppato anche nel Codice Atlantico, c. 564v.
55 ID., Codice Hammer cit., c. 9B: 28r. Lo stesso argomento è ripetuto anche in c. 11A: 11r
Le artiglierie da manufatto tecnico 31

56 Vedi nota 31.


57 DA VINCI, Codice Atlantico cit., c. 480a v.
58 «Quando due fuggiranno in contrari aspetti, le quali dilateranno un corpo rarefattibile,
quella parte d’esso corpo si farà più rara, che sia più vicina al mezzo della sua lunghezza. Questo
vediamo nel cilindro fatto di cera calda tirato dalli oppositi stremi in contrari moti». Ivi,c. 620v.
59 Ivi, c. 717r.
60 Ivi, cc. 266v e 728v.
61 L. DA VINCI, Il Manoscritto B, a cura di A. MARINONI, Firenze ???, c. 33v.
62 ID., Codice Atlantico cit., c. 620r.
63 «Se darai foco a quella bombarda che ha il suo foro in nell’ultimo della coda farà meno
fuga, perchè s’accende dal punto del foco innanzi.
Se dessi foco in mezzo alla lunghezza della coda, il foco piglierebbe due contrari corsi
e accenderebbe il doppio più polvere, e molto veloce sarebbe il corso della ballotta, e gran
danno farebbe al riparo.
Se darai foco ad una coda appuntata poco sarebbe la corsa della ballotta». Ivi, c. 79v.
64 ID., Il Manoscritto E, a cura di A. MARINONI, Firenze 1989 c. 27v.
65 ID., Il Manoscritto B cit., c. 31r.
66 ID., MS I cit., c. 102r-103r. Il termine «proporzionanti», quasi certamente coniato dallo
stesso Leonardo, è un apax nell’intero corpus vinciano, e viene usato per riferirsi ai filosofi
della tradizione aristotelica tardo scolastica che fanno capo alla scuola di Jean de Buridan e ai
Calculatores inglesi trecenteschi che probabilmente Leonardo conosceva attraverso l’opera di
Alberto di Sassonia. Per una ricostruzione della polemica contro i proporzionanti si veda: P.
GALLUZZI, Leonardo e i proporzionanti, XXVIII, Lettura vinciana, Firenze 16 aprile 1988.
67 «A b, polvere, sia sempre per regola la quattordicesima parte dcll’u e, e sia tutta polvere
di medesima natura, e nello spazio b d scia la ballotta, che e# ancora lei 1/14 d’esso a e, e ’I
d e sia la semplice canna di cale macchina, la quale e divi#sa in 12, e con questo si sperimenti
la portata della ballotta d’essa macchina, e ogni volta clic tu hai tratto essa pallottola, e tu sega
uno de’ predetti dodicesimi, e cosi# noterai la portata di grado in grado sopra la portata d’una
medesima pallotta con una medesima polvere. Eccetera. E cosi# arai le tue regole vere». ID.,
Codice Atlantico cit., c. 48r.
68 Cfr. P. GALLUZZI, Leonardo da Vinci: scienza e invenzioni della natura, in «Nuova Civiltà
delle macchine», 8. 2-3 (1990), pp. 75-86.
69 Dei sedici capitoli che compongono il libro VI dedicato all’arte del gitto otto sono
dedicati alla fusione delle artiglierie. Dei rimanenti 8 capitoli 4 trattano della pratica di fusione
in generale e gli altri del processo di produzione delle campane. Il libro X infine è interamente
dedicato alla produzione e utilizzo della polvere da sparo. Cfr. Bernardoni, Il De la pirotechnia
di Vannoccio Biringuccio cit., p. 315.
70 V. BIRINGUCCIO, De la pirotechnia 1540, a cura di A. CARUGO, Milano1977, c. 79r.
71 Cfr. ivi, cc. 78r-80v. I tentativi di standardizzazione delle artiglierie portarono presto
all’emissione di ordinanze governative tese a ridurre il numero dei calibri, tra le quali si possono
ricordare quella di Enrico II che nel 1544 introduce «i sei calibri di Francia» e il tentativo analogo,
ma senza successo, provato da Carlo V nel 1549 per uniformare i calibri dell’artiglieria spagnola.
Nonostante gli sforzi in tale direzione, solo con l’ordinanza Vallière del 1732 si riuscirà a istituire
uno standard nella produzione delle artiglierie. Cfr. C. CIPOLLA, Vele e cannoni, Bologna 1999,
p. 15; B. GILLE, Storia delle tecniche, Roma 1985, p. 347.
72 «Talche per concluere nissuna cosa terrena è, che dal possente vigore di questa [la
polvere da sparo] vinta, o grandemente offesa non sia. Per il che come ogni giorno si vede
per questa hor si piglia causa di fare varie macchine di metalli [le artiglierie] e altre cose
d’adoperare la rinchiusa e hor cave sotterranee non per altro che potere meglio li suoi nocivi
32 Andrea Bernardoni

effetti a distruttione degli huomini e delle cose loro adoperate. BIRINGUCCIO, De la pirotechnia
cit. cc. 152r e v.
73 Cfr. A. BERNARDONI, Biringuccio, l’arte dei metalli e la mineralogia in A. CLERICUZIO,
G. ERNST, M. CONFORTI (a cura di), Il Rinascimento italiano e l’Europa, vol. 5, Le scienze,
Treviso 2008, pp. 505-9.
74 BIRINGUCCIO, De la pirotechnia cit., c. 153r.
75 Cfr. BERNARDONI, Il De la pirotechnia cit., pp. 145-79.
76 BIRINGUCCIO, De la pirotechnia, cit., c.152v.
77 Ibidem.
78 Discutendo la posizione di Empedocle per cui i costituenti ultimi della materia non
sono trasmutabili l’uno nell’altro, Aristotele afferma che se si ammette la possibilità di una
loro comparazione quantitativa, tutti gli elementi devono avere qualche proprietà in comune
che consenta una misurazione. Questo lo si può vedere nel caso del cotile d’acqua che può
trasformarsi in dieci cotili d’aria. Cfr. ARISTOTELE, Generazione e corruzione, II, 333a 15-30.
79 Aristotele si era limitato a mostrare il rapporto di conversione dell’acqua in aria, ma nella
tradizione aristotelica medievale e rinascimentale quest’idea fu estesa alla teoria della generazione
ciclica degli elementi che lo stesso Aristotele aveva spiegato in termini di bilanciamento di qualità
ma senza fare alcun riferimento alla dimensione quantitativa. Cfr. ad esempio B. PELACANI,
Quaestiones circa tractatum proportionum, a cura di J. BIARD, S. ROMMEVAUX, Paris 2005, quaestio
12, III, pp. 231-232; G. REISCH, Margarita philosophica totius philosophiae rationalis, naturalis
& moralis dialogice duodecim libris complectens, libro X cap. IV; A. ACHILLINI, De elementis,
in Achillini Bononiensis philosophi celeberrimi opera omnia in unum collecta, Venetiis, apud
Hieronymum Scotum, 1568, p. 227.
80 BIRINGUCCIO, De la pirotechnia cit., c. 152v.
81 Tartaglia nel suo Quesiti et inventioni diverse descrive questo processo affermando che
la conversione della polvere nell’esalazione ventosa che genera l’impeto propulsivo del proiettile
avviene in un rapporto volumetrico 1/10. N. TARTAGLIA, Quesiti et inventioni diverse, Brescia,
1554, c. 21r. Nel De subtitlitate di Cardano invece, il rapporto di conversione è esattamente
quello espresso da Biringuccio e qui si afferma con decisione che si tratta di una trasformazione
volumetrica: «impositus hic pulvis in machinam, sphaeulaque obducta, adiecto ab imo machinae
extrinsecus igne illico ferme totus accenditur, ae maius quam centuplum spacium occupare
nitur; quod enim exiguus pulvis in vola manus non minus quam centuplum spacii occupet,
experimentum ostendit, cum si quantum est granum milii, ex hoc pulvere accendatur, locum nucis
igne compleat». Cardano, De subtilitate, edizione critica a cura di E. NENCI, Milano 2004, p. 153.
82 BIRINGUCCIO, De la pirotechnia, cit., c. 86v.
83 Ibidem.
84 Ivi, c. 153r.
85 N. TARTAGLIA, La nuova Scienza, Venezia, 1537, libro I, definizione I, c. 1r e libro
II, proposizione VIII, c. 17r ; cfr. anche A.R. HALL, Ballistics in the seventeenth century, a
study in the relations of science and war with reference principally to England, Cambridge 1952,
p. 37.
86 TARTAGLIA, La nuova Scienza cit., libro III.
87 N. TARTAGLIA, Quesiti et inventioni diverse, riproduzione in facsimile dell’edizione del
1554 a cura di A. MASOTTI, Brescia, 1959, c. 4r.
88 TARTAGLIA, Quesiti et inventioni diverse cit., c. 12v.
89 Ivi, c. 13r.
90 Ivi c. 24r e v.
91 Ivi, cc. 20r 21v.
Le artiglierie da manufatto tecnico 33

92 Cardano tratta ampiamente del fenomeno dell’esplosione nel capitolo De elementis del
suo De subtilitate, nel quale affronta anche problematiche come quella del rumore dell’esplosione
riconducibili alle osservazioni di Biringuccio. Cfr. CARDANO, De subtilitate cit., pp. 146-57.
Scaligero entra nel merito della forza propulsiva della polvere da sparo in relazione al problema
del fenomeno di condensazione e rarefazione del fuoco nella sua risposta all’opera di Cardano.
G. SCALIGERO, Exotericarum exercitationum liber quintus decimus de subtilitate ad Hieronimum
Cardanum, Paris, 1557, exercitatio 11, cc. 25v-26r, 28r-29v.
93 Cfr. HALL, The Ballistics in the Seventeenth Century cit, pp. 59-71.
94 Ivi, p. 71.