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LORENZO GUARDIANO

DIDONE
Personaggi
Protagonista - Didone

Deuteragonista - Enea, Serva, Anna

Tritagonista – Iarba, Hermes, Messaggero

Coro – 15 donne cartaginesi


Prologo
Serva- Feste, banchetti, danze, giochi:

è questa Cartagine, pazza; accoglie

il nuovo arrivato: Enea, figlio di Anchise.

Sventura lo colpì quando i Greci, comandati

dal Sire Agamennone abbatterono Troia.

Tanti trovarono morte in quella rocca

che divampa del fuoco acheo, Priamo, il re

e anche Ettore, domatore di cavalli.

Le donne che non morirono

or sono schiave degli eroi distruttori:

chi tesse la tela, chi istruisce i fanciulli

e chi divide il letto. Ma uno fra loro è salvo,

fuggito alla morte di spada, or cerca accoglienza

nelle nostre case. Il figlio di Venere, Enea.

Adesso è protetto e nessuno gli farà del male,

perché con abile mossa nelle grazie della nostra

regina è entrato, Didone, che stravede per lui.

È impazzita, ha perso il senno e non la guida

un saggio dio, ma un’indole incerta.

Io la conosco: sono la sua serva e capisco

le cose che pensa. Non può nascondersi a me

l’Elissa, nel silenzio chiudendosi.

Con lei ho vissuto la mia lunga vita, io l’ho cresciuta,

in seno portandola, io la consolai

quando al pianto cedeva.

Le acconciai i capelli nel giorno felice

che la vide sposa di Sicheo.


Ma la felicità non durò molto,

il fratello, l’avido Pigmalione, uccise

Sicheo temendo agonisti

e costrinse la Belide infelice ad abbandonare

Tiro, di cui era regina.

La misera fuggì, temendo la morte, per mano

di Pigmalione, figlio di Belo, attraversò paesi

e popoli. Malta e Cipro e l’Africa

dove sventure l’attendeano.

In Libia trovò asilo, e la riconobbero

sovrana di una terra che non superasse

la pelle di un bue.

Ma Didone fu abile e ordinò

a noi servi, perplessi, di tagliare

la pelle a strisce e di disporle una

e l’altra. E dal primo giorno

che ospite stava in terra straniera,

il suo regno accrebbe e ne fece città.

Cartagine il nome, punici gli abitanti,

tanti quante le stelle in cielo,

devoti alla signora Didone.

Or che sembrava felice, la misera,

ecco Iarba, re dei Getuli, che la volea

far sposa. E dopo lui altri, principi e re,

tutti tormentati d’Elissa, che

fedele a Sicheo li recusava senza indugio.

Ma Iarba non demorse e ancora la chiese,

la mano e il talamo invocando,

ma non trovò accoglienza nella regina.


Ella è virtuosa, ma non immortale,

e sa che il sire getulo avanza

e che se in città entrasse, armato d’eroi,

non accetterebbe altro no.

La nostra terra non è ancora nata, e già

se ne vede la fine.

Le mura non pronte come potranno

difenderci dai nemici che fuori avanzano?

Un fiore non sbocciato del tutto, debole,

tra aride spine, al sole del deserto.

Le mura non pronte interrotte

nei lavori. Le porte non issate.

Cartagine, bimba, tu non

puoi permetterti tregue.

La follia ha preso i tuoi abitanti

e n’ha fatto dei folli

che cantano, ballano e invocano

Enea. Egli non sa in che terra

è venuto, e stravolge la pace con

i suoi racconti di guerra e di fuoco.

E Dido l’accoglie, smaniata d’amore

nel cuore e negli occhi.

Non vede in lui la rovina, l’ombra

di Iarba, dei Numidi feroci.

Lo assilla e gli chiede il racconto

dei fatti, ancora e ancora.

Persino di Sicheo si scorda

se col figlio d’Anchise passeggia.

Cosa crede la pazza, di sposarlo?


Di farne un re? Pensa che lo tratterrà

qui con lei? Egli è sì un re ma non d’Africa:

a più ambiziosi progetti volge l’animo.

Un troiano non vuole sabbia e serpenti,

ma erba e terra odorosa.

Ho paura che solo tardi lo capirà,

con pene più crude e tormenti

più orrendi nell’animo straziato

del fresco fuoco di Venere.

Ed ora, non pensa alla città

e agli abitanti, ma si strugge

di colpa, per Sicheo, e per l’ospite

giovane e bello, che la porterà

al pianto.

O delusione, delusione amara

che ti coglierà, splendida donna,

signora di dolori, tu non

sai a qual fato ti stai volgendo.

Tu non vedi la tua sventura,

ma solo lui vedi: i tuoi occhi

negli occhi di lui, nascondi,

e la tua anima travaglia

di fuoco.

Punici non illudetevi,

egli non con canti ricambierà

i canti, non con danze le danze,

né con banchetti le nostre feste,

ma con disperazione e morte.

Sono alle porte i nemici e


non armati valorosi troveranno

ma ubriachi d’amore e di feste,

suonatori di cetre e petali

là dove lance e dardi veloci

non basterebbero a salvarci.

Almeno con sé avesse portato

soldati e uomini in arme,

l’ospite bello e non canti

e memorie d’eroi

che muoiono per la città or’in fiamme,

cantati da un uomo

che fugge e non lotta,

ma che nel viaggio porta con sé

il fuoco e le fiamme di Troia,

e le versa su noi di Cartagine

amata.

Parodo
Coro- Eccomi giunta alla casa di Didone,

regina di Cartagine, che ormai da tanto

non esce dalla casa. Perché si affligge?

Cosa la tormenta fuori dalle belle mura?

Vecchia, serva della Belide di Tiro,

come mai la tua padrona non vuole

farsi vedere? Qualcuno forse le recò

torto, o odiosa offesa?

Non è prudente che il sovrano

non guidi il popolo, anzi si nasconda,

quando questo una difficile fase


attraversa, ma che con saggi consigli

e ferrea presa afferri le redini e

conduca le operazioni, conviene

ad un potente.

Serva- O donne puniche, che di porpora

avete le vesti, le vostre parole sono giuste,

ma non per viltà Didone si ritrae da voi

e non è fuori dalle belle mura

il tormento che fugge, ma dentro di lei.

Coro- Cosa dici, vecchia? Perché misteriose

parole parli? Dicci la causa del male

che tormenta la Regina.

Serva- Si strugge per Enea, figlio di Anchise,

la bella Didone. È consumata dall’amore

per il giovane arrivato, che lotta

col vecchio che la possiede ancora.

Coro- Che sventura! Mali si abbattono sui mortali

quando il loro animo è in contesa.

E non è saggio lasciare che il conflitto

corroda i polsi, ma è bene con le amiche

parlare. Un consiglio, se c’è, è utile accettarlo,

anzi se al dolore, l’animo cede,

non c’è dolce vino, né delicata melodia,

che valga un aiuto d’amica.

Serva- Amiche, anch’io penso le parole che dite,

ma come guidare un toro selvaggio, che

un muro o un tronco d’albero ha mirato,

e che corre veloce la terra scuotendo?

Ella è testarda e non è facile


con lei discutere. Se un sovrano decide,

la sua decisione è immobile.

Meglio bagnare il deserto, o il mare asciugare,

che con un potente, specialmente se donna,

dover parlare. La mia padrona non accetta

consiglio e non vuole parlare. Solo piangere

le è caro adesso. E inoltre,

si vergogna del suo sentimento,

non riesce a guardare nessuno negli occhi,

poiché di Sicheo le appare l’immagine tradita.

Coro- Se è vero quello che dici, più grande è

la sventura e più difficile a placarsi.

La pudica fanciulla non ha l’ardore

di mostrarsi alle amiche. Lei che ci guidò

da Tiro e che impavida cercò il suo regno,

dalle insidie di Pigmalione fuggendo.

Anche il più forte dei condottieri,

è vinto, se con il pudore deve lottare.

Ma se è vero il discorso che fai,

ancor più di noi, la misera, ha bisogno.

Vai a chiamarla e portala qui. Forse

le nostre parole potranno guarirla

dell’insensato amore che la consuma.

Serva- Proverò a chiamarla. Forse la vostra

presenza la attirerà più delle mie vecchie braccia.

non so se verrà ma è necessario che si faccia

qualcosa. Là, fuori dalle mura, Iarba spietato

è in agguato, e nel deserto si nasconde

covando il suo fiele.


Cosa farà Cartagine bella, se

I nemici la troveranno senza una guida sicura,

come fuggiremo i Numidi se la forte

si nasconde nelle mura.

Che zeus mi aiuti,

e Pallade, che parla alle donne sagge.

Non c’è più tempo di parlare:

è necessario che vinca l’angoscia Didone,

e che la città sia finita, o come una serpe

entra nel nido delle colombe e le divora senza pietà,

Cartagine cadrà sotto i colpi dei Barbari e la travagliata morrà.

Primo episodio _ scena prima


Didone- Amiche, donne di Cartagine,

so che non posso stare nascosta

in casa, mentre la città ha bisogno di me.

Ma come posso uscire, impura, davanti

a voi che mi amate, se di un odioso tormento

sono malata? Amiche, non so cosa mi

stia succedendo, ma non riesco a non pensare

ad Enea. Anche se cerco rifugio

nel dolce sonno, egli m’appare

glorioso e umile nelle sue imprese.

Quanti tormenti ha passato, quanti

nemici sconfitto. Oh, la sua storia

è uguale alla mia. Ma sveglia, Didone,

non indugiare in pensieri impuri,

tu hai sposato Sicheo, che mio fratello,

il perfido Pigmalione ha privato della vita


e me lo ha tolto. Come posso dimenticare

il nostro amore celeste, il castello della

nostra passione. Quando fuggivo agli occhi

del padre per camminare con lui, e che camminate,

in viali di rose, e noi giovani che ci struggevamo l’uno per l’altra

E che solo questo avevamo e solo questo ci

bastava per vivere, e quale vita avremmo vissuto.

Io lo sentivo anche se non c’era e la memoria

dell’eroe della mia anima che mi capiva e mi amava,

mi carezzava nel dolce pianto. E mi fu strappato

terribilmente dall’ingordigia del fratello che del trono

si curava, quando l’amore era per noi trono.

Sicheo in quale mondo mi hai lasciato,

quanto di te avrei ora bisogno.

Dopo te, vita mia, non ho provato mai più

quel fuoco di rose che mi sospingeva avanti

nelle intemperie, fino a… No, ma anche nella

sventura, del tuo amore ho vissuto, sperando di vederti

nell’Ade, perché anche la morte è un regno se ci sei tu.

E per anni sono stata sola, amiche, per anni ho vissuto

col solo scopo di dare una terra a voi, compagne di sventura.

Tuttavia adesso, è come se in me fosse rinato

il desiderio di vivere, per vedere l’ospite almeno un’altra volta.

Io non posso pensarlo, amiche, ma dentro

di me cresce con forza di leone, sempre di più

quel travaglio ancestrale, tremore del cuore.

Amiche, io anche ora sento la sua voce

e vorrei con lui stare, a lui confessare il tormento.

Forse egli mi capirebbe, lui che come me


ha patito tanti dolori, che come me è orfano di padre.

Amiche, sento che vorrei con lui

dividere la casa, e occuparmi dei figli,

sento quel che non sentivo da anni.

Il mio cuore ha ripreso a battere,

riconosco il segno dell’antica fiamma,

che arde in me e divora ogni secondo

ora diverso. Zeus, perché mi sconvolgi

la vita, perché del mio cuore ti nutri

immergendolo in rosso liquore?

Coro- O regina, ti capisco e non vorrei mai esser d’amore

colpita se è un amore sconveniente il carnefice.

Ma ecco che qui arriva Anna, la sorella, forse lei

saprà cosa consigliarti.

Primo episodio _ scena seconda


Didone- Anna, sorella mia, vieni ti prego,

in te, che meglio di chiunque altro

mi conosci, ripongo le speranze.

Aiutami, poiché non vedo via d’uscita

dalla mia sciagura.

Anna- Didone, sorella, perché ti lamenti?

Perché non vieni con noi a festeggiare

il nostro ospite e in casa stai chiusa a versare lacrime?

Cosa ti affligge? Dillo a me, sai che di una sola

cosa mi importa: del tuo bene, e non c’è

momento in cui io non mi dia pensiero di te.

Didone- Anna, dirò tutto a te, poiché

mi fido e credo alle tue parole, e so che anche


nel più grande dei mali, a te potrò

affidarmi. Sorella, da quando qui,

nella nostra città è arrivato Enea,

figlio di Venere, mi struggo per lui.

Non c’è istante che a lui non volga la mia mente

e che la sua memoria

non desti il mio animo.

Anna- Didone, so le cose che dici,

e già da tempo ho capito

quel che provavi per lo sventurato Troiano.

Io ti conosco e non puoi ingannare

tua sorella. Dallo sguardo

che gli lanciavi e dall’interesse

per le parole dell’eroe, ho compreso

il tuo stato d’animo e proprio per questo

giungo ora da te, per consigliarti e

non lasciarti sola. Non vorrei mai che tu

sola patissi passioni.

Didone- Oh che parole dolci,

quanto è importante per una donna

sapere che c’è una sorella che comprende le sue pene.

Immaginavo che a te potevo parlare,

e aspettare consiglio. Ma dimmi, Anna,

come posso liberarmi della mia sventura?

In che modo vincerò il nuovo amore

che mi tiene schiava e mi comanda?

Anna- Credimi, sorella mia, non si può sconfiggere

Amore, egli scende silenzioso nel cuore

e lo domina ammaliandolo.
È più facile combattere un drago

a mani nude, che sull’amore aver la meglio,

poiché con carezze di seta egli culla

nel suo seno i mortali che non possono

non accettarlo.

Ma perché vuoi vincerlo? In che modo

egli ti è nefasto? Ti ha forse

recato dei danni? Perché chiami

sventura la fortuna?

È stato il saggio Zeus a donarti l’amore

per un uomo che finalmente ci proteggerà

dai pericoli.

Didone- Quali parole escono dalla tua bocca?

Quali strade mi indichi?

Io sposai Sicheo, e a lui giurai fedeltà.

Come potrei dunque violare il pudore

e tradire l’amore dell’amato sposo?

Anna- Comprendo le tue paure, Didone.

Ma non è saggio indugiare nei legami

ormai finiti. Sicheo non è più,

quale conforto recherà il tuo

amore alla cenere?

E in che modo la cenere ci proteggerà dalle Sirti,

dai Numidi e da Iarba furioso?

Per troppo tempo hai condiviso

il talamo con un morto, hai rinunciato

a ogni tentazione, il tuo pudore

è sacro ormai. Ma anche l’amato

marito non ti vorrebbe sola nei pericoli,


ma al sicuro nelle braccia fidate di un uomo

valente. Non abbandonare la vita

senza aver provato mai i piaceri dell’amore.

Se non vuoi farlo per te, fallo per Sicheo

e per me, amata sorella, e per la città

che imperversa nel pericolo.

Didone- Non mi scordo di te, Anna, né della città

che resta indifesa. Ma non potevo trascurare

l’amore che ebbi, e che ancor mi pare sacro.

Tuttavia le parole che dici son giuste,

è mio dovere dare alla città un re ed eredi gloriosi.

Ora sono libera da ogni affanno, ho deciso.

L’amore di Enea non allontanerò, ma ne farò

fortezza sicura.

Anna- Non dubitavo della tua saggezza, e ancora una volta

non mi deludi. Anch’io ora mi sento sicura. Adesso posso

tornare agli alloggi. [Esce]

Coro- Che sventura! Quando all’amore ci si abbandona senza

ragione, nulla di buono può nascere. Sventurati noi,

altri mali ci appaiono.

Ma ecco che si avvicina il “futuro sposo”, vedremo cosa dirà.

Primo episodio _ terza scena


Enea- Regina, che in questa terra

mi accogli, ospitale,

salvandomi da sventure,

perché non godi del fasto dei tuoi banchetti,

che per me hai preparato?

C’è qualcosa che ti tormenta, dandoti pena,


o sono io a recarti fastidio?

Non vorrei mai dar fastidio a chi

mi ospita.

Didone- Bel figlio di Venere, Enea,

che tanto hai patito, con coraggio,

prima di giungere nell’Africa, terra di barbari,

non sei tu che mi rechi offesa.

Sono anzi felice che tu sia tra noi

e mi vanto di essere tua ospite,

Ma in casa stavo poiché ero assalita

da ingiuste paure e pensieri odiosi.

Ma adesso ho vinto il travaglio,

e solo con te voglio stare.

Enea, io desidero che qui tu resti ancora

tanto e tanto tempo, sul trono sedendo

a mio fianco. In sogno mi apparve Atena che

mi consigliò nozze gioiose con te.

Non partire, non lasciare questa terra,

ma resta qui con me per governare uniti:

Cartagine ha bisogno di un re, e anch’io.

Per troppo tempo stetti sola e

compagna mia fu la solitudine, ma ora

tu puoi liberarmi dalla mia catena di pianto.

Enea- Regina, anch’io ho tanto sperato

di prolungare il mio soggiorno qui.

Le tue parole le aspettavo da tanto,

volendole in cuore, ma non potevo

essere scortese con una regina

che mi aveva accolto benevolmente.


Didone, quello che dici mi preme,

e in tutto lo desidero volendoti esaudire.

Se lo vuoi, qui resterò, per sempre, amandoti.

Didone- Oh, che parole di miele, da troppo tempo

ho scordato l’amore e la dolcezza d’affetti.

Sì, voglio che tu resti. Andiamo: voglio mostrarti il tuo

regno: di quanto vedrai, potrai disporre

a tuo piacimento. Ma raccontami ancora la tua storia mentre cammini. [escono]

Serva- Ah, su di noi il male si abbatte con potenza di fuoco,

quanto nuoce un amore non gradito agli dei.

Primo stasimo
Coro- Nèra la nùbe di stràge e dolòre,

èssa s’abbàtte su nòi, sventuràti,

chè la regìna, colpìta d’amòre,

a quèsto ha volùto che sìan consacrati.

Lèi che il troiàno fuggiàsco bramava

per lùi morirà, se lo vògliono i fàti,

giùnge la morte, a lei chè l’invocava

e già la sua ombra di nero vestita,

s’aggira in città, riempiendo la cava,

di corpi e di menti, la vita rapita,

e la strage dell’uom che tra noi risiedeva

s’estende a Cartagine, o gloria smarrita.

È veramente buio il cielo,

e appare già chiaro il destino.

quando l’amore trae con forza l’animo

non c’è via di scampo per i mortali.

Non con farmaci s’arresta il tumore


che cresce nel cuore di chi ha amato.

Tu hai smarrito il senno,

figlia di Belo, che

non più ti curi della città

ma alle passioni del cuore ti lasci.

Mai venga meno alla ragione,

che mi guida in ogni istante.

Tra tante fortune, essa

è la più splendida, poiché

a mantenerla si salva il cauto mortale.

La nostra sovrana non l’ha più,

tutta distrutta dall’amore per

l’ospite inopportuno.

Chi ora ci guiderà, sventurati,

che siamo in mano a una pazza

d’amore. O Pallade, dea di sanezza,

mai non lasciarci nell’ombra

della passione, che tutto travolge. [Il coro esce]

Secondo episodio _ scena prima


Iarba- O Zeus, che i mortali comandi,

e gli dei immortali,

con rapido cenno,

ascolta la mia preghiera!

Ho appreso da poco, che a Cartagine,

Didone, la splendida regina,

ha ospitato uno straniero, un troiano.

E dicono i miei sudditi che di lui

si è innamorata
la bella Didone,

e con lui vuole contrarre nozze.

Ah, quale offesa per me, che disonore!

Lei che mi ha ripudiato, me,

Iarba, re dei Gètuli feroci,

ora mi oltraggia, a me preferendo

uno straniero.

Io le diedi la terra, che non superasse

la pelle di bue,

e anche allora ho subito

oltraggio, poiché la splendida donna,

mi ha ingannato,

prendendosi gioco di me.

Ha diviso, l’Elissa, la pelle di bue in strisce sottili,

e una città ha fondato,

Cartagine bella.

Ma io, pazzo, nulla le feci

ardendo nel petto l’amore per lei.

Inoltre i suoi affari vanno bene e io non la tocco,

struggendomi di lei.

E quando la chiesi in sposa, la superba,

come l’ultimo dei servi mi rifiutò,

calpestando il mio onore, e

ancora la lasciai vivere,

soffrendo per lei.

Ah, davvero l’amore

rende gli uomini inermi

E del tutto li ravvilisce.

Maledetto, colui che


d’amore è malato,

chè potrebbe essere anche

un dio o un mostro feroce,

ma all’amore soccomberebbe,

come un fanciullo tenero.

Zeus, ascoltami,

io niente ti ho chiesto,

e quello che ho fatto, il regno che ho costruito,

l’ho fatto da solo

–con l’aiuto dei numi, è ovvio-

ma mai niente ti ho chiesto per me.

Ma quella, una donna tremenda è,

tanto bella quanto devastante,

con il suo fascino ammaliatore.

Strega! L’uomo si guardi dalla donna,

che lo annienta senz’armi.

Tutti mi rispettano,

la mia spada temendo,

e la mia lancia veloce,

nessuno mai mi offese e di tutta l’Africa

e le barbare genti,

io sono il più forte

e il mio popolo il più agguerrito.

Già troppo ho patito per lei,

che l’onore calpestò.

Ma non posso soffrire anche questo,

non posso vedermi superato da un troiano.

E come pensare che lei è di altro uomo.

Zeus in niente ho mai perso e


nessuno mi ha vinto in guerra

o in contesa privata.

Io non sopporto che qualcuno

rida di me, di Iarba potente.

Solo questo ti chiedo,

Zeus cronide, che regni

sul mondo come io sui miei servi,

non lasciare

che mi si oltraggi in questo modo.

Fa finire l’amore di Enea,

impediscilo in tutti i modi,

ogni mezzo usando:

a te non mancano i mezzi, e

meglio di tutti sai quali usare.

Ostacola l’odioso sodalizio,

scaccia Enea

da questa terra crudele,

che mai più metta piede in Africa

il figlio d’Anchise!

E maledici la donna malvagia,

che possa trovare solo morte e

distruzione se vivere non le è caro,

con me!

Cada la bella Didone,

e soffrano le ancelle

la morte terribile.

Di tutti i mali

che sul mondo dimorano,

è la donna il più grande e funesto.


Ella ammalia gli uomini

col frutto di Afrodite,

intriso di dolce veleno, l’amore,

e niente possono le forze

degli uomini e il coraggio.

La donna lo vince

e lo rende vulnerabile.

Zeus, esaudisci il desiderio

e con cento ecatombi

ti onorerò io e i Getuli tutti.

Sacrifici ti faremo

io e il mio popolo.

Fuochi e banchetti arderanno

in Libia per te, o Zeus.

Ma tu esaudisci la mia preghiera

e fa quello che ho chiesto,

rendi infelice l’amore

di Didone e rendi amaro

il connubio odiato.

sia amara a Didone la mia offesa

e che odi anche lei la vita dolorosa. [Esce]

Secondo episodio _ scena seconda


Enea- Eccomi pronto

per il lieto evento:

tra poco, nozze solenni

si festeggeranno

a Cartagine: io, Enea,

figlio di Anchise e della


bella Cipride, e Didone,

la regina di questa città.

Ma cosa succede, cos’è questa nebbia

che mi penetra dentro?

Chi è in questa stanza oltre me?

Hermes- O Enea, figlio d’Anchise,

tu non puoi vedermi

poiché i numi non sono riconoscibili

agli occhi dei mortali.

Enea- Un nume dunque mi parla? E chi,

con me scambia parola?

Il sommo Zeus,

il potente Posèidone,

che arduo cammino

m’ha dato fin qui,

o Ade, che proprio

in questo giorno felice

vuole coprirmi di gelo?

Hermes- Sono Hermes,

il messaggero dell’Olimpo,

e per te porto comando

di Zeus egìoco:

tu non sposerai Didone a Cartagine,

ma il mare solcherai

con la tua nave,

portando via i tuoi compagni

e mai più tornando

in questa terra!

Enea- Me sventurato,
come posso partire?

Dimmi perché?

Hermes Così volle il Fato

e Zeus immortale,

questo ti comanda

e non più chiedere! [Esce]

Secondo episodio _ scena terza


Enea- Ah, sventura,

il fato con me s’accanisce,

e in nulla m’è favorevole.

Quale peccato o commesso

di fronte al padre degli dei,

Zeus, che deve avermi in odio

per comandare la partenza?

E perché poi?

Ora che dopo tanta sventura

la felicità mi cingeva,

abbracciandomi dolcemente,

ora tutti i mali su di me

s’avventano.

Come posso io partire,

lasciando Didone?

In che modo ella reagirà

al mio atto crudele?

Mi ama, la regina,

e io non posso deluderla.

Ma è il Fato che mi ordina

di andare lontano, e nessuno


può sottrarsi ad esso,

neanche chi

l’ordine mi diede.

Ah, mi sento un vile,

ad abbandonare così

colei che mi ospitò

e mi tenne caro.

No non posso comunicarle

tale decisione, non

mi sento i polsi.

Di nascosto partirò,

su nave veloce, di notte,

quando non potrà giungere a me

Didone: non sopporterei

la sua vista.

Ma è giusto che sappia.

Allora un messaggero

le invierò,

per comunicarle il triste destino.

Soffrirà Didone,

ma soffro anch’io:

non mi è caro infatti

partire e una sciagura

mi appare l’allontanarmi da lei.

Come lontano da qui,

lontano da lei,

potrò scordarla?

Mi è entrata in cuore

e difficile sarà coprirla di oblio.


Sempre tremenda mi apparirà

la sua memoria.

Donna che da me sei offesa,

da me che hai amato,

che vuoi sposare e fare re,

io ti spezzerò il cuore!

Ma questa sciagura

non l’ho chiesta io:

addosso mi è piombata

e anche il mio cuore si spezza

al pensiero del viaggio.

Ti prego, non odiarmi:

già abbastanza mi odio da me!

II Stasimo, Erinni
O bianche stelle, o celeste aurora,

o notte che scorri tranquilla tra le case

e luna, candida luna, pallor di poeta,

ascoltate una voce più triste,

ascoltate nell’aria un lamento,

vissuto e sofferto nel pianto

e s’aggiunga l’eterea vostra armonia

alla malinconia dell’uomo dolente.

O sublime notte silenziosa,

o etere oscuro, rifugio di lacrime,

di lacrime amare e di pianti nascosti,

di pianti occultati, di prede dei fati,

tessete un canto, la seta è il dolore


dell’eroe piangente, straziata la mente,

il cuor palpitante. Vegliate i sospiri,

e fatene musica. Al dolor che non muore

un diverso colore dà un canto ispirato:

innamorarsi pria che si parta,

o fato crudele, perché?

Perché, Zeus, infiammi il mio cuore

e raggeli la mente? O tremore,

che mi prende? Vedendo

la donna io vivo, pensandola muoio.

Perché allor non la prendo?

Perché non la prendo?

Ma come potrei? Come

il contadino che lavora la terra,

le mani sporche di zolle, la pelle

arsa dal sole, talvolta zappando

scorge un bel fiore, gli occhi

incerti avvicina ai suoi petali,

ne prova amore ma anche dolore.

Lui che vede solo la bruna terra,

quei candidi petali vorrebbe toccare,

ma se ne ritrae

scorgendo le dita turpi di terra,

per non rovinarlo e lo guarda

impotente. Così quel fiore io vidi

e non posso toccarlo. In lui io

conobbi bellezza e non è

una bella fanciulla,

lei è bellezza. Io vidi la vera


bellezza e non solo nel volto

dolcissimo, non solo nella bionda

peluria che carezza

la dolce pelle bruna,

riscaldata dal sole. Io non vidi

bellezza solo nelle sue mani

gentili, nelle affusolate dita,

non nel soave nasino o nella

boccuccia aggraziata, non soltanto

nei grandi occhi dolci, nel dolce

marrone delle pupille,

nei ricci danzanti dei suoi lunghi

capelli, nei piedi suoi belli, nelle

gambe sottili. Ma in tutto l’odor

che sprigiona, nella bella persona

sta il bello di lei.

Ne conobbi tante di belle fanciulle,

ma al suo passaggio quel bello svanisce

e non è un’imago violenta,

anzi è silenziosa la soave figura,

la sua pelle si intona alla sabbia del lido,

l’onda dei suoi capelli si tuffa

nell’onde del mare. E quegli occhi suoi grandi

del Sole risplendon la luce.

Ѐ sublime, nient’altro può dirsi.

E soffre, tutto in lei soffre. Lo sguardo

è triste, il vivace sorriso è sofferto.

Ѐ un angelo e non al mio mondo

appartiene. Tutto ciò che lei vede


non è come lei, e soffre.

Ma io sto partendo, eppur l’amo.

Ma come restare? Io fuggo,

non son degno di questa bellezza,

ogni lato di me, il più eroico, è vile.

Lei è bella, io no. Lei è bella, nient’altro lo è.

E soffre, vorrei consolarla, ma sarebbe

toccare la luna che si specchia nell’acqua del pozzo.

Non potrebbe esser mia, la rovinerei,

la luna nell’acqua non vive, lei vive nel cielo.

La mia amata nel mondo è un’immagine,

lei è di bellezza. Io sono un guerriero,

non posso mai averla, a me la musa

ha donato di conoscer bellezza,

io sono un poeta, posso solo cantarla.

O città, che mi hai ospitato, io parto. Non posso

restare. Partire da amante, la luna lo sa,

come farò? Cosa porto nel cuore?

Soltanto di lei ho un ricordo. Dover partire,

perché? Perché non restare e poterla osservare?

Sol questo io chiedo, soltanto guardarla,

ovunque sarò, nella luna vedrò il suo volto,

soltanto guardarla, ma sono un poeta, posso solo cantarla.

Secondo stasimo
Coro- O ninfe, o dee dei cieli e dell’amore,

venite, festeggiate la sciagura,

quant’altre mai fu questa festa dura

poiché la sua cagion venne dal cuore.


O dèi dei cieli, in cielo sia rumore,

e squillino i tamburi entro le mura:

si veda come non esista cura

che curi Amore , il massimo dolore.

Cartaginesi, indossate vesti,

si oda mille miglia questa festa,

non solo nella piana a noi vicina,

si brindi al matrimonio e alla rovina,

che a compier la regina ormai s’appresta:

muoviam verso la morte i nostri resti.

Terzo episodio _ scena prima


Coro- Ecco arrivato il momento delle nozze,

il giorno che vedrà il re di Cartagine

è questo. Speriamo che con saggezza,

ci guidi e non sia apportatore di sventure, Enea.

Ma ecco che un uomo si appresta, e qui corre

sicuramente notizia portando, sembra un messaggero.

Messaggero-Donne di Cartagine, sono un uomo di Enea,

nunzio delle sue intenzioni.

L’eroe che molto patì prima di approdare

alle sicure terre della Libia, si accinge

a partire verso altre terre

poiché così volle il fato.

Egli l’Italia ha scelto e non più

a Cartagine farà ritorno.

Serva- Ahimé, che sventura!

Lascerà qui da sola la regina

che lo scelse come sposo?


Messaggero-Non lui desiderò la partenza,

ma il sommo Zeus, che tutto comanda.

Egli non vuole andare ma

chi può dirsi capace di decidere il fato?

Fortunato colui che tale vanto esibisce giustamente.

Coro- Ma quale fato si accanisce così

contro Didone? Perché poi vuole

che Enea parta? Non è felice qui?

Io davvero penso che sia lui

a voler scappare.

Messaggero-Non tardare i miei compiti

con i tuoi discorsi da donna.

Se non credi al motivo di Enea,

se sei così stolta da sottovalutare

il potere del Fato, interroga

l’oracolo, non me che ben altri

ordini devo eseguire.

Non bloccarmi: devo dirlo alla regina.

Se, come vedo non è tra voi,

allora in casa devo andare e più non trattenermi! [Esce]

Terzo episodio _ scena seconda


Coro- Ahimè! Non c’è

fine alle sciagure e la perfidia

dell’uomo è infinita.

Serva- Donne, davvero tutto va

male. Ma non importa

se fu l’eroe a voler partire

o il Fato impose la partenza.


Ciò che importa è che là,

dentro le mura Didone ascolta

la notizia e non sappiamo come reagirà.

Inoltre ora che i nemici

Abbiamo provocato, adesso l’unico uomo se ne va.

Se ne fosse andato prima il troiano

o mai fosse giunto qui!

Sì, donne, il fato veramente

ci è sfavorevole.

Degne di compianto siamo noi

che come uccellini

troppo piccoli per volare,

aspettiamo l’arrivo del serpente

dopo che l’aquila dal nido volò

via, lei che il serpente fece adirare.

Speriamo almeno che la povera regina,

non si tormenti troppo per la sciagura.

Ma se la conosco, il suo cuore

non reggerà. Temo che un estremo gesto

possa compiere la sventurata donna.

Il male, quando colpisce,

tutto devasta, niente lasciando

sul cammino intatto.

Sì, donne, avevo visto bene.

Ma talvolta, per quanto

la saggezza sia dono raro

e gradito ai mortali,

preferirei non averla

e nelle previsioni sbagliare!


Folle è colui che spera dolori.

Terzo episodio _ scena terza


Didone- Donne di Cartagine, davvero

la vita mi è odiosa.

Odiosa la città, odiosa la compagnia,

odioso l’amore e tutto ciò

che gli uomini esaltano!

L’”eroe” sta partendo!

Egli non può rimanere qua, per ordine

del sommo Zeus.

Ah, veramente fa bene chi da tutti,

lontano tenendosi, i dolori fugge.

Di costui male parla la gente,

ma egli non conosce sventura.

Quello, che io avevo onorato

Di un regno, quello mi ha abbandonata,

sola in Africa. E nemmeno

è venuto lui a dirmi “la divina volontà”,

ma un messaggero ha mandato il vigliacco.

Ancora una volta ho provato

a mie spese che l’amore solo dolore porta

con sé. Pazza, cosa cercavo?

Cosa vedevo nel bel troiano?

Non vedevo la sventura che un uomo porta.

Dovrebbero bruciarli tutti,

gli uomini, in crateri ardenti

e di loro mai si dovrebbe parlare.

Essi giammai sono fedeli


e anche se si fanno chiamare valorosi,

il valore del tutto è loro estraneo.

Solo il piacere gli è caro,

e a sentir loro è inutile

la donna perché in guerra non va.

Ma cosa sanno loro di ciò che una donna

patisce, cosa sanno della guerra che noi

viviamo ogni giorno. Che periscano tutti

nelle loro guerre! Solo questo sanno fare: distruzione.

Ma in casa vado a piangere le mie disgrazie: ormai

solo la morte può consolarmi, e non una compagnia di amiche.

Terzo stasimo
Coro- Piango la vita e la morte

pure la piango. Non c’è

più speranza di felicità,

a che serve vivere ancora.

Il dolore abita le case,

e con esso il letto dividiamo.

Non ha pace la sventurata,

che il suo cuore affidò al fuggiasco,

e ora egli lo trafigge con la

prua appuntita di una nave veloce.

La misera inni terribili

canta all’amore e a tutto

ciò per cui gli uomini vivono.

E gli uomini stessi odia

e di certo per loro

non medita destini felici.


In quale destino di dolore

siamo caduti.

Con che ornamenti,

festeggiamo le maledette nozze,

di colui che partì lasciando

sola la nostra signora.

Un regno di pianto

ha ereditato dal padre, Didone.

Quarto episodio _ scena unica


Enea- So che m’hai fatto chiamare,

regina,perché desideravi parlarmi.

Dimmi dunque ciò che ti è caro

dire, velocemente, poiché il

mare non mi aspetta.

Il buon marinaio deve cogliere

al volo l’opportunità che il vento offre

dopo una lunga bonaccia, anche

se voluta dagli dei.

Didone- Infame! Con che tono,

tratti chi ti ospitò!

Come osi intimare fretta

a una regina? A me, che

sola ti diedi aiuto offrendoti

i doni della bella Cartagine, e

che per di più hai tradito

nel modo più vergognoso!

Enea- Non manco di rispetto alla regina,

e so che mi hai ospitato.


Tranquilla, non sono un ingrato,

e sono felice della calda accoglienza

che mi hai riservato.

Ma anche tu sei una condottiera

e sai che la partenza, se è necessaria,

deve avvenire rapidamente.

Perciò se hai qualcosa da dirmi,

fallo in fretta.

Coro- L’impudenza si è impossessata,

dell’uomo che la mia regina amò,

adesso egli è tracotante e degno di odio.

Didone- Davvero, amiche, l’uomo è

un codardo: egli si vanta delle sue imprese,

ma nei fatti preferisce fuggire.

Con quale coraggio, costui,

si rivolge a me dopo quello che ha fatto?

Sei un vile! Se volevi andartene poiché

non mi reputavi degna di te,

perché mi hai illusa? Cosa volevi ottenere,

fingendoti amico? Ti nutri del mio dolore?

Forse è usanza troiana l’illudere

così e poi il deludere? Per me sei

degno dell’astio più profondo,

poiché dopo aver goduto di ciò

che ti ho dato, te ne vai, crudele,

niente lasciandomi di te, neanche un figlio.

Dopo che per te io mi esposi al pericolo,

per te Iarba e i Numidi mi odiano,

per te ho violato il pudore, tradendo


la memoria di chi veramente mi amò.

Ho dato la vita per il tuo amore

e tu la getti in mare dalla tua nave.

Quale mortale giunge a tanto?

Tu non sei un uomo ma un demonio,

che dagli inferi viene per distruggere

tutto. Cosa ho ricevuto da te?

Come mi hai ricompensata?

Te ne vai. Ma sì, vattene, fuggi via

da me, continua a girovagare

per il tuo diletto seminando

morte e disperazione in tutte le terre.

Cerca chi è degno di te, una strega

o una ninfa mortale, io

non posso stare accanto a te:

la mia immagine deturperebbe

la bellezza del glorioso sposo!

Enea- Risparmia questo inutile accesso di bile,

se ti preoccupi solo della tua immagine.

Le donne sono solo piene di vanità

e si infiammano subito appena la loro

bellezza è messa in discussione.

Se è questo che ti tormenta, stà tranquilla:

non me ne vado per causa tua, non sei tu

a decretare la mia partenza,

ma il fato, che mi ordina di andare,

e io non posso, o donna, non

rispettare il volere del fato.

Didone- Non da ora ho imparato


a diffidare delle tue parole che, alate,

raggiungono il cuore. Se veramente

lo volle il fato e non tu d’uccidermi,

perché di notte e non di giorno

partisti? Neanche il coraggio di avvertirmi

hai avuto, “eroe”, ma un messaggero

hai mandato. Vergogna! Zeus, per chi

mai ho sacrificato il pudore?

Per chi ho tradito il mio sposo?

Oh Imene, come sei stato

violato da questo barbaro,

che si nutre di lacrime amare.

Ormai gli dei non valgono

più nulla e al loro posto

sta il “fato”. Ma ciò che muove un uomo

ad abbandonare l’amante che in tutto

l’ha aiutato salvandolo dal mare,

e dopo che per lui si è esposta

al più terribile dei rischi, io non

lo chiamo fato, ma sfrontatezza.

Ma non voglio più interferire

il fato che certamente confida in te,

uomo valoroso, una sola cosa voglio chiederti

e poi parti e và dove vuoi:

se il fato non comandasse, e Troia

si ergerebbe ancora, dove andresti,

glorioso guerriero?

Enea- Il mio cuore è troiano e Troia è la mia città,

se ancora esistesse, io vivrei là,


nella mia terra e con i miei amati.

Didone- Perfido, non sei figlio di dea ma

di rocce irte e allevato da tigri selvagge.

Non è il fato che ti muove ma

la tua barbarie, e tra barbari devi stare.

Non hai cuore, serpe, e un ricordo non nutri

di me che t’amai, ma solo inganno e tradimento.

Ma vattene, odioso, insegui l’Italia sul mare,

le onde che brami, loro ti uccideranno,

amaro avrai il viaggio, perfida serpe,

amaro naufragio ti coglierà sulla nave

e quegli scogli che ti partorirono, crudele,

quelli ti ruberanno la vita. Ti odio!

Ti odio! Ti odio!

E ti odia la terra che abiti, i parenti,

gli amici, i numi immortali,

odioso a tutti meno che ai mali e ai dolori.

Un posto per me non riservi

neanche nella memoria, non dico

nel cuore che certamente non hai

e se l’hai, allora è roccia, come l’animo

aguzzo e roccioso e la mente malvagia.

Ma credimi un giorno pagherai ciò

che fai tanto patire.

Enea- Le accuse che fai, stolta,

sono ingiuste, e ingiuste le

parole che dici. Mi rimproveri di

non riservarti un posto nella memoria,

ma quando mai ho detto questo?


Mi folgorasse Zeus se l’ho fatto,

ma i tuoi discorsi sono infondati,

come pure il tuo animo.

Io non dimentico i benefici

che ricevo, e di te avrò sempre

memoria. Ma non posso non partire,

per le ragioni che ti ho spiegato.

E come puoi biasimarmi? Cerco una terra,

non l’hai fatto tu prima di me, quando

da Tiro fuggisti e in Libia fondasti la tua città?

Come puoi dunque rimproverarmi di avidità,

se proprio come te mi comporto.

E perché ti sorprendi se dico che

preferirei Troia a Cartagine, non dovrei

forse amare la mia patria più d’ogni altra cosa?

Forse tu vuoi che io dimentichi e che solo per te

abbia occhi, ma dimenticare le origini

non è saggezza ma perfidia. E tu non vorresti

rimanere col tuo antico Imeneo se non fosse

morto, ucciso dal fratello, a Tiro?

Rimproveri a me ciò che anche tu sei.

La donna non sa distinguere il giusto

in amore, ma infiammata tutta, pretende

ogni onore negando anche l’aria

che si respira all’uomo.

Coro- Le tue parole risultano davvero convincenti,

o Enea, ma io so come sono andate le cose.

Didone- Non vale la pena di rispondere e

i tuoi discorsi sono degni di oblio.


Come puoi paragonare la mia vicenda alla tua?

Io non cerco una terra di mia volontà,

ma del mio regno sono stata defraudata.

Enea- Non è lo stesso per me o ti risulta che Troia

esista ancora? Anche se lo desideri

non posso negare il volere divino,

in sogno m’appare il padre che mi rimprovera

e il figlio a cui la corona ho rubato.

Lascia dunque che parta e si adempia il volere

degli dei.

Didone- Sia, parti e adempi il volere degli dei,

scellerato, ma t’avverto: non sarà

più il padre a comparirti in sogno,

nè il figlio amato, ma io che ovunque

ti raggiungerò neri fuochi scagliandoti.

Non facilmente ti libererai di Didone!

Quarto stasimo
Coro- Volesse il cielo far placare

l’ira della Belide infuocata.

L’amore che tutto fa sorgere

dal suo seno, tutto è capace

di distruggere.

Mai cada nel fuoco della passione,

che arde ogni cosa,

senza scampo. Mi guidi

sempre la ragione, che salva

i mortali, e tenga alto il lume

della speranza per non


disperdersi nel buio fuoco.

Se Cipride rapisce il cuore,

non c’è mezzo per scappare

e ai suoi comandi ogni cosa è soggiogata.

Volgo le mie preghiere a colei

che fu rapita dagli artigli

della passione e che ora

urla e impreca contro quanto

prima la sosteneva.

L’eroe che l’infiammò,

ora se ne va,

sola lasciandola piangente,

e più non valgono le sue

preghiere perché ciò

che è lo vuole il fato.

non serve urlare e strapparsi

i capelli dal petto:

se la sventura viene dai mortali

allora basta una pace felice

a far cessare i mali,

ma se la sciagura è voluta

da un dio, allora

nessun rito e nessun sacrificio

può allontanare il nero dolore.

Quinto episodio _ scena prima


Serva- Che sventura! Senza più freno

i mali si abbattono su di noi.

Ahimè, tutto ciò che dissi,


or s’avvera. Ahimè, ma temo

ancora altre disgrazie:

i mali non vengono mai soli.

Anna- Didone, ho sentito grida

da questo lato della reggia,

cosa succede? Perché il

tuo aspetto è così sconvolto?

Didone- Anna, sorella mia, ho perso tutto.

Tutto si avventa su di me, misera,

ed io non so come uscire da queste

sventure senza fine.

Anna- Perché parli così? Mi spezzi

il cuore! Dimmi cosa

ti ha ridotta così in questo

giorno che dovrebbe essere il

più felice.

Didone- Questo giorno, che dovrebbe

essere il più felice, è per me

il più odioso: ogni mia speranza

oggi è partita con una nave.

Quello, il mio amante,

mi abbandona, sola lasciandomi

in una terra irta di pericoli.

Egli mi ha tradita e io

avevo dato tutto per lui.

Anna- Che cosa mi dici?

Ti ha dunque lasciato?

Forse vuole risolvere dei problemi,

e poi tornerà libero dagli affanni:


i mortali desiderano vivere

i momenti felici più leggeri in cuore.

Didone- Ah, fosse così!

Sì, mi ha abbandonato,

ma non per sbrigare degli affari:

non tornerà. Cerca l’Italia

in mare e non pensa a me

che tanto l’ho amato.

Adesso cosa farò?

Ora che Iarba e i Numidi

mi odiano per le nozze maledette

adesso lo sposo fugge.

Sono sola, senza amici né

genitori, sola in una terra maledetta

che sputa fiamme e partorisce dolori.

Coro- Ahimè, sventurati noi, se

chi si affligge si chiude in solitudine

tormentandosi in petto.

Anna- Didone, quello che dici mi fa soffrire,

avevo per te sperato nozze felici,

e invece sei più triste di prima.

ma una cosa ti dico, non sei sola:

hai me, tua sorella, e tutta Cartagine è

ai tuoi comandi.

Didone- A che serve avere una città,

se non si ha la voglia di vivere.

Vorrei sparire! Persino la vita

mi è odiosa ormai.

Il mondo mi odia e gli dei tutti.


Oh potessi addormentarmi

dolcemente per non svegliarmi più!

La morte talvolta è una dolce consolatrice.

Anna- Non dire così, sorella, non farmi

patire questo dolore.

La vita tua è cara a tutti qui,

non parlare di morte,

adesso dimentica ciò che è stato,

riprendiamo la costruzione della città

e governiamola insieme:

non serve infatti un uomo per governare,

ma anche due donne vanno bene.

Didone- Grazie Anna per l’appoggio che mi dai,

ora mi sento più tranquilla.

Ma vai pure, non serve che resti qua:

molte cose avrai da fare altrove, ti raggiungerò

presto, dammi un po’ di tempo per compormi. [Anna esce]

Quinto episodio _ scena seconda


Didone- Ahimè, sorella mia, non sono degna

di governare la città con te:

ormai nulla mi è rimasto

della vecchia Didone.

Ho perso il padre amato e

l’amato sposo. Ho perso la terra

che felicemente abitavo e sola

sono giunta fin qui col mio popolo.

Adesso ho perso anche l’ultima

speranza di felicità e ho perso


la mia purezza.

Ah, pudore, che tanto esaltai,

ah, come ti ho perduto

per sempre per quell’immondo

essere! Oh Zeus, come sono

stata ingannata, e adesso

come mi vergogno! Egli

si è preso gioco di me!

Egli che si vanta tanto di aver sofferto,

egli le sofferenze agli altri le fa patire.

Chiunque ormai ride di me,

che come fanciulla inesperta

sono stata illusa e poi respinta,

io, la regina di Cartagine!

Adesso non ho più nulla,

l’unica cosa che conservavo

dopo le tante sciagure e

L’unica che avrei portato

con me sino alla tomba,

il pudore, anche quello

mi è stato sottratto.

Cosa farò, sola tra nemici accaniti,

i Numidi e Iarba furioso,

cosa potrò mai fare io?

Anche se volessi tornare

a fare la regina e a finire

Cartagine, con quale coraggio

apparirei alle Cartaginesi, umiliata come

una schiava. No , non riesco a pensarci.


Non c’è cosa che non mi appaia odiosa e

sacrilega. Tutto detesto, anche chi

mi ama, la sorella, la serva e le

mie concittadine. O Ecate, davvero

non c’è giustizia in questo mondo,

non c’è rispetto per gli dei

e per i sacri vincoli nuziali che

prima governavano le vite

degli uomini. Ora tutto è finito,

tutto è niente in confronto alla

bramosia e all’inganno!

Proprio l’inganno abita il cuore

dei mortali. La fiaccola della giustizia

è stata spenta, sostituita da fuochi

barbari di tracotanza e impudenza.

Ed io ancor più degli altri

violai le sacre leggi innamorandomi

del perfido troiano che ora

mi abbandona preferendomi l’Italia!

Oh Zeus, e tu Ecate, e tu Artemide,

e Posèidone e gli dei tutti,

ascoltate la mia preghiera:

mai l’uomo tremendo metta piede a Cartagine

e che il suo viaggio non sia felice nella calma

del mare ma infernale e pieno di pericoli!

Sia sbattuto con violenza sugli scogli

irti e acuminati e naufraghi siano

i suoi compagni! Non trovi lo

scellerato calda accoglienza nella sua


Italia, ma popoli barbari proprio come

lui, crudeli tribù gli rendano la morte

preferibile alla vita! Non raggiunga mai

il Troiano mangiatore di cuori la felicità

ma vada errando odiato da tutti tra genti

straniere! Possa la vita donargli

solo dolori, come lui ne ha dati a me,

e li riservi pure a suo figlio e a

tutta la sua dinastia! E né lui né

i suoi discendenti siano più graditi

a Cartagine anzi possa questa

città combattere con tutte le forze

contro la stirpe dell’odioso

sposo e mai con quello giungere

a pacifico accordo! Questo vi chiedo

o dei venerandi! Alle Erinni offrirò

in sacrificio quanto mi rimane,

perché accompagnino Enea nel viaggio.

In quanto a me, non resta che la morte.

Troppo disonorata fui e più non serve

vivere ancora. O serva, che tanto mi hai amata,

e a cui tanto sono affezionata, non piangere per me:

se è vero che esiste l’Ade, sicuramente a un più

dolce sentiero accosto i miei passi.

Non c’è niente che possa essere

più amaro di questa esistenza.

Donne di Cartagine non versate lacrime

per la mia decisione: non c’è altra via

e per me vivere sarebbe più doloroso


che abbandonarmi nella culla della morte.

Serva amata, come fosti tu a tenermi

in grembo da fanciulla, così

sii tu a compormi nel letto di morte

e a trasportare il mio corpo senza vita

lontano dai nemici. Mi affido a te

che più di tutti mi hai sempre capita.

Poni una rosa tra le mie fredde mani,

che ardente simboleggi l’amore,

per cui io vissi e morii. Cantate

inni all’amore che ora mi uccide

ma che un tempo mi fece vivere,

la mia morte sia un omaggio

al dio. Sacrifico il mio corpo e

mi consacro al frutto della passione

che la mia vita governò. Non piangete,

ma gioite con me: quella forza che

mi spinse alla morte, dolcemente

mi fa amare ora la vita, ora che da lei

mi congedo. O pugnale, che doni il sonno eterno,

possa la tua lama fredda penetrare la mia calda carne,

possa tu rendermi l’ultimo dono e regalarmi la pace.

Ormai solo tu puoi ridarmi l’onore perduto.

Non esitare mano incerta, affonda il colpo

e uccidi questa sventurata.

Perché cuore mio tremi, perché fragili membra

impallidite? Io muoio è vero,

ma solo ora mi avvio a vivere davvero.

Sicheo, sposo adorato, eroe della mia anima,


sto per raggiungerti. Là insieme

potremo godere dell’amore che ci fu negato,

e che importa se intorno a noi

regna il dolore e la sofferenza, nel regno delle ombre,

dove saremo noi sarà Amore e la nostra

felicità sarà luce per le tenebre infinite,

e dolce canto per il silenzio assordante.

O vita, da te mi diparto, ora che t’apprezzo,

e dirigo i miei passi verso l’attesa felicità. [Si pugnala]

Quinto episodio _ scena terza


Serva- Angelo, bambina mia, anche ora

che la vita ha abbandonato il tuo corpo,

appari bella come una rosa che galleggia

su un freddo ruscello, inerme.

La vita fu con te tremenda,

non lo sia la morte. Possa tu trovare

la pace che meriti.

Anna- Cercavo Didone, perché con me venga

a camminare nelle vie della città.

Ma perché le vostre facce sono così

straziate, e dov’è Didone?

Serva- Anna, Didone a più lunghi cammini si è diretta.

Anna- Che vuoi dire? Parla! Dove è andata?

Vuole farsi un bagno purificatore?

Serva- Ora è pura, più di tutti.

Anna- Allora dov’è?

Coro- E’ morta!

Anna- Ahimè! Ahimè!


Cosa mi dici? Ahimè!

Quando è morta e come?

Serva- Lei stessa si uccise!

Coro- Si strappò dal cuore la vita

con un pugnale per non soffrire

l’affronto e la delusione che

le diede lo spietato Enea!

Anna- Ahimè! Quale sventura per me questa!

Persi il padre a Tiro e ora anche la sorella!

Didone, cara, perché con forza

Lasciasti questo mondo?

Fui io a consigliarti di sposare Enea,

e per causa mia tu ora sei morta.

Serva- Non piangere più, Anna.

La sua esistenza ora è più serena.

Anna- Me sventurata, cosa ho mai fatto?

Mai più avrò io felicità o pace

ma sempre il suo ricordo mi porterà

dolore. Ahimè, tutto è finito.

Serva- Su donne, portiamo dentro il corpo

e componiamolo come si conviene

ad una vera regina. [La serva, Anna e il semicoro escono portando il corpo di Didone]

Quinto stasimo
Coro- Scenda un raggio di sole,

dal cielo, tra le scure nubi

si faccia strada e illumini

il volto della misera fanciulla.

Il bel viso che un tempo


fu colorito del rosso della passione,

ora è pallido e il freddo inverno

l’ha innevato. Offriamo

un fiore alle membra gentili,

e offriamo le nostre lacrime

e canti dolci e soavi,

che accompagnino la regina

nel suo ultimo viaggio.

Intonate, o donne,

con me un lamento

e risuoni Cartagine

della dolce melodia,

scorra essa tra le vie deserte della città,

sulle mura incompiute,

sulle porte aperte

e nell’arido deserto

che ormai in città è penetrato.

Non dimentichi Cartagine,

chi la fondò e le diede vita,

le diede la sua vita, da cui

serenamente si staccò.

Battiamoci il petto

e rasiamoci il capo,

diamo alla sventurata

tutti gli onori che merita.

Dolce fanciulla, figlia del sole,

signora dei fiori e dea di bellezza,

rifulga la luce del tuo viso splendente

sul cielo ombroso e trionfi la gioia.


Intonate con me inni

alla Belide, che tanto patì

in vita, offriamo le nostre lacrime

alla morte perché essa le dia la pace.

Dolce fanciulla, figlia del sole,

signora dei fiori e dea di bellezza,

rifulga la luce del tuo viso splendente

sul cielo ombroso e trionfi la gioia.

Esodo
Enea- Donne, mi accingo a partire.

Ormai niente può evitarlo:

se il Fato decide noi mortali

non possiamo fare altro che eseguire,

che ci piaccia o no.

Tuttavia mi dispiace lasciare

di me un ricordo amaro:

prima fui duro con Didone

e me ne dolgo. Ma lo feci

per evitare che lei tentasse

di convincermi a restare,

temevo che avrei accettato,

talmente grande è il mio amore

per quella straordinaria donna.

Così voglio ora salutarla come

si conviene e scusarmi per prima.

Ma dov’è? E perché

questa città è adornata

di neri paramenti?
Coro- Enea, tu non sai

cosa ha provocato la tempesta delle tue parole.

Ormai è vano recare

il saluto a Didone: ella non può più sentirti.

Ma se insisti a vederla, eccola: è la che arriva.

[Entrano la serva, Anna, il semicoro e il corpo di Didone su una lastra ricoperta di un lenzuolo bianco a

sua volta cosparso di fiori; la regina indossa un abito bianco ed è incoronata]

Enea- Cosa mai vedo? È morta!

Come è possibile? Chi l’ha uccisa?

Coro- Sei stato tu, con le tue perfide parole

a toglierle la voglia di vivere.

Enea- Che dici, donna? Mai io l’avrei voluta

vedere morta! Che sventura è mai questa!

Zeus, come hai potuto permettere ciò?

Non c’è dunque più giustizia nel mondo?

Coro- La giustizia, se c’era, tu l’hai rinnegata,

parlando parole intrise di veleno.

Serva- Basta! Non serve tormentarsi l’animo

con domande più leggere del vento:

Didone è morta e più non tornerà

tra i vivi.

Enea- Ahimè, che sciagura! Vorrei esser morto

io e non lei. Quanto bella ora m’appare

e quanto tremenda è la sua bellezza!

Donne lasciate che mi unisca a voi

nei canti e che renda omaggio

alla regina morta per causa mia.

Coro- Non ora, Enea, non si può più

adesso. Prima, dovevi pensare


alla sua bellezza, non ti è concesso

renderle omaggio. Ha chiesto

che la sua memoria resti inviolata

e pura come lo fu in vita e che tu

non mettessi più piede in questa terra.

Enea- Dunque le sventure non cessano di accanirsi su di me.

Tutta vedo l’ombra dei mali

che ormai sento addosso.

Colei che amai mi odia e morendo

mi fa morire. Oh me infelice!

Non vedo niente nel futuro

che possa ridarmi la gioia.

Già l’immagine di Didone morta

mi assilla, infuocata di fredda bellezza,

e difficilmente la scorderò.

Coro- Le tue sventure, se ci saranno,

saranno giuste perché tante

tu ne facesti patire all’Elissa.

Enea- Ahimè, non mi è concesso

neanche di tornare in città

in futuro, dopo essermi purificato,

per rendere omaggio a Didone

e purificare la mia colpa.

Solo mi toccherà condurre

la vita, odiato da tutti e odioso

a me stesso. Quanto

amaro fu il volere del fato.

Quanto costò alla Belide

l’avermi conosciuto.
Potessi mai liberarmi

di questa colpa che la morte

della regina mi ha inflitto sulle spalle.

Didone, tu, per prima, hai vinto il Fato!

La tua vita lasciando e vendicando

il tuo nome. Ahimè, che fare?

Non vedo via d’uscita dai dolori,

niente di buono vedo. È vero

che l’amore può distruggere ogni cosa,

soprattutto quando è tradito.

Adesso non mi resta che partire,

solo, per sempre marchiato

d’infamia. Addio, o regina,

io t’ho uccisa e tu ora m’uccidi. [Esce]

Coro- Davvero l’amore è potente

e lui solo può cambiare

la vita. Ma fu davvero l’amore

a generare sventure?

Questo, vecchia, mi chiedo.

Serva- Donna, vedendo queste

vicende anch’io mi pongo

la stessa domanda.

Ma una cosa ti dico,

queste sventure che sulla nostra

vita sono piombate, questi mali

non li ha voluti l’amore,

ma l’odio che da questo si è generato.

Non si può far del male amando,

ma odiando tutto va in rovina.


La nostra città per sempre

sarà memore dell’amore

tra Enea e Didone, e dell’odio

che è nato da questo.

Credimi, donna, non c’è

niente che sia più vicino all’amore

che l’odio. Ma la nostra regina morendo,

l’amore ha invocato e non l’odio,

e per questo sarà salvata.

Il suo corpo è stato

offerto alla forza della passione

e con riti noi celebreremo le spoglie

della Signora che tanto amò

ma che poco ricevette in cambio.

Didone, creatura mia,

ascolta la promessa che ti faccio:

la tua storia racconterò agli uomini,

fino alla fine dei miei stanchi giorni.

Sappia chiunque s’affida all’amore

che Didone l’onorò con la vita!

Coro- Quanto futili appaiono

le glorie dei mortali, in confronto

alla grandezza divina. Ma se una

possibilità ha l’uomo di partecipare

alla bellezza dell’Olimpo,

non con le guerre l’ottiene ma

con l’amore. Ma già il cielo si rabbuia,

muoviamoci donne, andiamo a dare

immortale sepoltura a chi dell’amore fu regina. [Escono portando via Didone]