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GIUSEPPE IADANZA

L’URLO DI PULCINELLA

DAL VESUVIO AL PONTE VECCHIO


Independently published

I edizione: marzo 2017


II edizione riveduta e aggiornata: agosto 2017
«Felici coloro che costruiranno la città dell’uomo»

Charles Péguy
INDICE

9 Introduzione

15 Parte prima: ALL’OMBRA DEL VESUVIO


17 Spaccanapoli
37 Port’Alba
55 La sbandata
71 Il cortile del Salvatore
87 Parole e musica
103 Dal mondo dei fumetti alla corte angioina

113 Intermezzo
115 In cerca dell’amico perduto
139 La grande attesa

147 Parte seconda: IN RIVA D’ARNO


149 Dopo il diluvio
171 Il “Sindaco del fango”
179 Il flautino magico
189 Il “Sindaco dei poveri”
199 Buono come il pane
213 Pian dei Giullari
227 Bellosguardo
INTRODUZIONE

Quella di guardare la città del giglio dall’alto del


Vesuvio è un’idea meno stravagante di quanto sem-
bri. La domanda è: può essere che ci sia un legame
sotterraneo, una connessione invisibile capace di
tenere insieme due realtà all’apparenza così lontane?
E se non è una forzatura, quale può essere il senso di
un’operazione del genere? Diciamo subito che que-
sto non è un saggio e quindi non fornisce risposte
esplicite. È solo un racconto autobiografico, che ha
come teatro due città-simbolo. Un itinerario di vita,
dall’adolescenza partenopea alla maturità fiorentina,
che attraversa realtà affascinanti e problematiche.
Fu all’indomani dell’alluvione che mi stabilii a
Firenze in via definitiva. Vi avevo già fatto una pri-
ma irresistibile esperienza nell’immediato dopoguer-
ra, dovendo rovistare tra le carte dell’Archivio di
Stato. La mia tesi di laurea già proponeva un curioso
intreccio tra le due città e forse prefigurava il mio
destino in riva d’Arno.
Cosa sia Napoli ai giorni nostri, lo sanno ormai
proprio tutti. È una nobile decaduta, stuprata e detur-
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pata. Stretta dai lacci immondi della camorra. Impo-
verita e defraudata di un’immensa ricchezza umana
finita chissà dove. Un popolo – ecco il dramma –
avvezzo all’indulgenza verso gli altri e verso di sé,
costretto ora a guardarsi intorno incredulo e stanco,
con la voglia disperata e impotente di reagire. In
attesa che qualcuno gli dia non più una mano, ma
una sferzata a sangue. Qualcuno disposto a correre il
rischio dell’elettroshock. Se non altro, perché di que-
sta gente tutti conoscono il potenziale affettivo incal-
colabile. Una ricchezza della quale l’uomo d’oggi ha
un disperato bisogno.
L’altra realtà qui in gioco è quella di Firenze.
Una città ancora viva, magnifica, bella da svenire
e con una vocazione culturale planetaria che po-
trebbe restituire all’uomo la sua vera e giusta
misura. E invece appare come ripiegata su se
stessa. Banalizzata, ingessata, assente. Curva sul
proprio passato incommensurabile, ma senza lo
slancio necessario per progettare il futuro. Anzi
capace di farsi del male da sola scegliendo spes-
so la paralisi, senza decidere su nulla, oppure
facendolo al prezzo di polemiche estenuanti che
ne ritardano la crescita. Tra l’altro, si sa che qui
lo sport preferito da sempre è quello di divorare i
propri figli come faceva il dio Saturno.
Il mio itinerario di vita mi permise dunque di
conoscere abbastanza bene queste due realtà tanto
dissimili, eppure così intriganti da farmi immaginare
una comunicazione significativa tra di loro. A dar
corpo a questa idea magari peregrina, contribuirono
alcune persone incontrate sul mio cammino. Perso-
naggi talvolta straordinari. Anonimi o pubblici, fre-
quentati o appena incrociati. Queste pagine ne offro-
no una piccola galleria. Non si tratta di interviste, ma

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appunto di incontri ravvicinati (senza il taccuino in
tasca) e, a volte, di lunghe frequentazioni.
Nella Napoli positiva e serena dell’immediato
dopoguerra, quella dei miei studi liceali e universita-
ri, conobbi ovviamente il mondo dei coetanei e le
dolci inquietudini dell’adolescenza. Ma mi capitò
anche d’incontrare persone adulte che mi aiutarono a
capire, a volte senza volerlo. Tra quelli che lasciaro-
no il segno c’era un uomo del popolo, ottimista lo-
quace esilarante. E innamorato della sua terra, anzi
del suo quartiere. Tra coloro che nel mondo della
scuola mi spianarono la via c’era un dantista quasi
messianico, e con lui un umanista che assumeva
Napoli come unico termine di paragone, e poi un
genio matematico alle prese con il dramma quoti-
diano di una professione a lui estranea.
Ciascuno di essi lasciò in me una traccia, che
oggi mi sembra importante.
Tanti altri mi diedero una mano lungo il cammi-
no, ancora all’ombra del Vesuvio. Ricordo bene, ad
esempio, un giovane amico musicista paracadutato
addirittura nel mitico salotto di Benedetto Croce. E
un collega universitario di rara sensibilità, futura
firma importante del nostro giornalismo. E un singo-
lare libraio di vecchio stampo, oggi apprezzato edi-
tore, che segnò il mio rapporto “fisico” con i libri.
Tra le cose più care conservo il mio carteggio
con un’anziana poetessa. Fu lei a raccogliere i miei
vagiti letterari e ad ospitarmi tra le pagine della bella
rivista da lei fondata, mettendo un po’ alla frusta la
mia indolenza. Poi uno storico di valore mi spinse a
scoprire legami misteriosi tra un banchiere fiorentino
e la regina di Napoli.
Ecco che le due città già sembravano cercarsi!
Tornando agli anni del ginnasio, non ancora alle
falde del vulcano ma in terra sannitica, trova spazio
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in queste pagine la memoria di Francesco. Un ragaz-
zo straordinario che per me incarnò la città del mio
destino. Era un quindicenne esule fiorentino, che
fece ritorno in patria non appena gli fu possibile,
giusto per vedere la sua città violentata e i ponti di-
strutti.
Subito dopo il diluvio, m’insediai definitivamen-
te in quella che da molto tempo avevo scelto come
patria ideale. Le prime testimonianze, a decine, fu-
rono quelle di chi aveva vissuto il disastro in prima
persona. Ebbi subito la misura di un popolo con la
schiena diritta, pronto a rimboccarsi le maniche e
perfino a fare sberleffi alla tragedia.
Nacque qualche amicizia destinata a durare e a
incidere molto, e conobbi personalità di spicco. In-
contrai tra i primi Piero Bargellini, che tutti già
chiamavano “Sindaco dell’alluvione” o “del fango”.
Poi ebbi occasione di avvicinare Giorgio La Pira,
che negli anni precedenti aveva portato Firenze alla
ribalta del mondo, e al tempo stesso l’aveva spaccata
in due. Giusto per non farle perdere l’antico vizio.
Conoscerlo di persona e fare con lui una chiacchie-
rata informale fu un’esperienza emozionante.
Si consolidava intanto, tra le frequentazioni più
significative, quella con un pittore di grande perso-
nalità e di sensibilità raffinata come Silvio Loffredo,
anche lui fiorentino di adozione. I suoi animaletti
fiabeschi lo affascinavano e lo divertivano. Bastava
guardarlo mentre li schizzava su un notes o dove gli
capitava, e mi mandava cartoline usandoli come
firma. Il Battistero invece lo intimidiva, lo emozio-
nava, quasi l’ossessionava. Era per lui il simbolo
della perfezione assoluta. E i suoi battisteri vivise-
zionati nello sforzo di capirne il mistero riflettevano
un tormentato rapporto d’amore con la città.

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Poi accadde una cosa davvero inopinata. Mi ca-
pitò (ancora oggi non so come) di lavorare come
componente di una giuria ristretta, accanto a due
giganti della nostra letteratura del Novecento: Mario
Luzi e Geno Pampaloni. L’imbarazzante vicinanza
fisica del grande poeta e perfino la sua benevolenza
me lo lasciarono tuttavia distante. Con il grande cri-
tico invece si sviluppò un rapporto che mi aiutò a
scoprire, al di là del suo acume, una delicatezza
d’animo che gli faceva cogliere le minime sfumatu-
re. I rari ma intensi colloqui con lui arricchirono di
senso i miei pensieri.
Un uomo di straordinaria bontà e generosità
come Giancarlo Zoli, segnato come suo padre dalla
terribile esperienza partigiana di Villa Triste, tra l’al-
tro mi spianò la strada per incontrare Giovanni Spa-
dolini nel suo habitat naturale: quella mitica “casa
intorno ai libri” che egli considerava la più impor-
tante realizzazione della sua vita.
A ciascuno dei personaggi di maggior rilievo è
dedicato un intero capitolo. A volte i dialoghi, anche
al di là delle mie intenzioni, mettono a nudo i tratti
umani dei protagonisti. Quando non siano uomini
pubblici o largamente noti, nel rispetto della privacy
ho usato solo il nome di battesimo. Le parole dei
dialoghi, in parte testuali e in parte ricostruite, riflet-
tono nella sostanza il pensiero degli interlocutori.
Nell’ultimo capitolo compare una sorta di alter
ego della voce narrante, napoletano di nascita e di
sentimenti, ma profondamente radicato nella realtà
fiorentina. Fu durante la nostra intermittente fre-
quentazione, che l’idea di una comunicazione signi-
ficativa tra le due città emblematiche, apparentemen-
te agli antipodi, prese forma e contorni più chiari.
Tra brevi accensioni e lunghi sottintesi, ci di-
cemmo che al loro destino poteva essere legato un
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futuro meno nebuloso. Così almeno provammo a
immaginare durante l’ultimo incontro, forse un po’
delirante, sulla “nostra” collina di Bellosguardo.
Al di là dei recuperi di memoria che ci resti-
tuiscono un mondo recente eppure tanto distante,
queste pagine s’indirizzano alla sterminata molti-
tudine di coloro che amano le due città protago-
niste e possono riconoscerne aspetti problematici
e fuori dagli schemi.
Inoltre questa narrazione si rivolge a quanti
conobbero, anche solo indirettamente, alcune
figure rappresentative del nostro tempo. Con la
sorpresa di scoprirne inediti aspetti umani. E con
la voglia di alimentare, chissà, nuovi motivi di
speranza.

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PARTE PRIMA

ALL’OMBRA DEL VESUVIO

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!17
Spaccanapoli

Non erano cicatrici, ma ferite ancora aperte.


Quando mi trovai a vivere in quella città per i
miei studi liceali e universitari, Napoli presentava
ancora ben visibili i segni della guerra appena finita.
Nella zona portuale, quella più di tutte martoriata dai
bombardamenti, c’erano ancora qua e là cumuli di
macerie accantonate, case sventrate che mostravano
lampadari e carte da parato, muri di tufo che sem-
bravano reggersi in piedi per magia. E un po’ dap-
pertutto, palazzi puntellati ma non per questo disabi-
tati. Sbrecciature, intonaci distaccati, foracchiature
che stavano lì a testimoniare, tra l’altro, le battaglie
furibonde nelle strade durante le “Quattro giornate”.
L’insurrezione popolare contro i tedeschi aveva
spianato la strada alle truppe liberatrici. In compenso
quei militari ben vestiti, che ancora vedevo circolare
a volte ubriachi, facevano sentire il peso del dollaro
sulla carne di una popolazione immiserita e umiliata,
ma con una gran voglia di rimettersi in cammino.
E in realtà la vita era ripresa in pieno, animata e
rumorosa come sempre.
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L’ombra della guerra era lì dietro, nera e inquie-
tante. Eppure per le strade e nelle piazze respiravo
già un’aria pulita fresca odorosa, di limone e di caffè
appena tostato. Non era un’aria di festa, ma di pace
ritrovata. Come se la gente si fosse subito riappro-
priata del millenario diritto a sorridere dei propri
guai.
Almeno all’apparenza, nessuno aveva voglia di
ricordare e di piangere sui morti, sugli stupri, sull’in-
timità violata, sulla dignità perduta. Il turpe com-
mercio di carne umana che aveva turbato tante co-
scienze, a cominciare da quella del grande Eduardo
De Filippo, era un incubo da rimuovere dalla memo-
ria.
Potevo leggerlo tranquillamente negli occhi ac-
cesi della gente: non c’era tempo per piangere. Sui
genitori e sui figli rimasti sotto le macerie, sulla casa
e sull’innocenza perdute. Per questo poteva bastare
una canzone: “Munasterio ‘e Santa Chiare… penzo
a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è.” Il
dramma di una città sconvolta finanche nei senti-
menti. La smania e la paura di tornarci. E malgrado
tutto, una voglia febbrile e gioiosa di ricominciare.
Da subito.
Intendiamoci, forse non era esattamente la volon-
tà di rimboccarsi le maniche e di lavorar sodo, ma
piuttosto quella di rimettersi a proprio agio nella
propria terra. Respirarne gli umori balsamici dimen-
ticando il lezzo della violenza. Riempirsi ancora gli
occhi e i polmoni dinanzi al mare strepitoso e fami-
liare di sempre, che era sembrato anch’esso perduto.
Un popolo forgiato dalla sua lunga storia di so-
praffazioni e di patimenti, e dunque capacissimo di
ritrovare subito il sorriso e il buonumore, senza tante
storie. Al risveglio di ogni nuovo mattino, anche di
quelli piovosi.
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Niente retorica: le persone da me incontrate da
ragazzo, in quegli anni tutt’altro che facili, erano
davvero un concentrato di umanità che sembrava
riemergere da profondità misteriose.

Provenivo dalla terra degli antichi Sanniti – gente


rude fiera pulita gagliarda, poco avvezza alle feste e
ai rumori – eppure mi riuscì facile e naturale entrare
in sintonia con questa realtà così vicina alla natura
dell’uomo, in una città senza spigoli, senza dia-
frammi e senza ombre. Tra gente estrosa e pirotecni-
ca, ma anche pronta a spingere avanti la carretta.
Sempre sul palcoscenico, con la maschera di Pulci-
nella che va bene anche per rappresentare il dramma.
(Lo so che parlare di Napoli significa tenersi pe-
ricolosamente in bilico tra il rischio dello stereotipo
– che cercherò di evitare con ogni cura – e quello
dell’autoflagellazione, che è poi la tendenza preva-
lente. Ed è secondo me la più insidiosa. Perché sot-
tintende la rassegnazione, pur senza confessarla e
sicuramente senza volerla.)
Non vi ero nato, però il sentore di quella città lo
avevo assorbito fin dai giorni dell’infanzia vissuta a
Forchia, un suggestivo borgo antico adagiato tra i
monti della Valle Caudina. Il solo nome di Napoli
bastava ad accendere i miei sogni. Non in quanto
città, ma come entità favolosa: quella che più si av-
vicinava alla necessaria dimensione della favola. Il
mare sterminato e domestico. Il Vesuvio che ancora
fumava con il gran pennacchio visibile da ogni parte.
Il canto gioioso dei venditori di pesce o di qualsiasi
altra cosa. Il pigro trotterellare dei cavalli che traina-
vano le carrozzelle sul lungomare non ancora sepol-
to dalle automobili. Gli scogli, le barche, i traghetti e
le navi grandi come città.
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Chiamiamola pure oleografia. Per me era la favo-
la calata in una realtà a portata di mano.
Un mio giovane zio, medico fresco di studi e
fortunato proprietario di un’automobile, allora una
rarità, una splendida “Balilla” di colore blu, mante-
neva contatti fugaci ma frequenti con la città. Così
Napoli ogni tanto per me diventava promessa e pre-
mio.
Di solito non erano che rapide scorribande lungo
le vie Partenope e Caracciolo fino alla punta di Mer-
gellina ai piedi di Posillipo. Breve sosta accanto alla
scogliera con la tentazione di mettere i piedi a mollo
come facevano quei ragazzini che pescavano con la
lenza o con un semplice amo legato a un filo di spa-
go, oppure staccavano molluschi con sorprendente
abilità. Poi gelato al limone o alla fragola al chio-
schetto, acquisto di dolciumi da portare a casa, e via.
Tutto qui. Eppure bastava per lasciarmi dentro
quell’idea di selvaggio e raffinato insieme: l’urto
ritmato delle onde contro gli scogli, l’odore pungen-
te della pesca sul molo, il porto e i traghetti in par-
tenza o in arrivo da Sorrento o dalle isole; e a Santa
Lucia gli alberghi di lusso, Castel dell’Ovo e i cele-
bri ristoranti sul mare. E ancora barche e navi e dila-
tarsi di orizzonti per me impensati.
L’idea della città povera, quella dei vicoli e dei
quartieri spagnoli, mio zio se la teneva per sé. Forse
per non turbare i miei sogni di bambino. Che conti-
nuavano ad occhi aperti a casa dei nonni, dove vissi
a lungo. Quel terrazzo era la valvola di sfiato delle
mie fantasie. Per tre lati si affacciava sui monti vicini
o distanti; ma il quarto, quello rivolto a sud, lasciava
che l’occhio scoprisse lontananze remote, fino a pre-
sagire il mare.
Appoggiato a questo lato del muretto di recinzio-
ne, che offriva tra l’altro memorabili tramonti, era
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puntato un piccolo cannocchiale arrugginito ma an-
cora funzionante. Sempre rivolto su quel versante.
L’unica eccezione era il momento del passaggio del-
la littorina che collegava le città di Benevento e Na-
poli. Solo allora, avvertito dal lungo fischio del tre-
nino che sembrava lanciare un appello disperato
prima d’essere inghiottito dalla montagna, mi affret-
tavo a puntare il cannocchiale in quella direzione
cercando d’inquadrare l’imboccatura della galleria.
Non sempre mi riusciva.
Subito dopo tornavo ad esplorare quello spazio
per me misterioso che si apriva laggiù tra i monti
lontani con i suoi vapori e i vaghi scintillii accesi dal
sole basso. A torto o a ragione, non esitavo a identi-
ficare quello squarcio azzurrino con il mare del gol-
fo.

A farmi avere fin da ragazzino una prima idea


della gente di Napoli, ci pensarono qualche anno
dopo gli sfollati. Terrorizzati dalle bombe che sulla
città ormai tutti i giorni e più volte al giorno piove-
vano dal cielo sempre più fitte e devastanti, intere
famiglie cercavano qualche riparo nei paesi più tran-
quilli dell’entroterra e delle province limitrofe. Di
quelle famiglie sfollate ne ospitammo una anche noi
nella casa paterna, visto che ora vivevamo tutti in-
sieme in quella dei nonni.
Erano ancora aperte le ferite di tre lutti consecu-
tivi, che nel giro di un anno rabbuiarono il cielo se-
reno della mia fanciullezza. Prima la scomparsa qua-
si inspiegabile di una sorellina di due anni. Poi la
morte del mio zio estroso, quello della “Balilla”, non
ancora quarantenne. Subito dopo, un infarto si portò
via il mio nonno materno. A quest’uomo, che sem-
brava aver girato il mondo senza mai muoversi dalla
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sua terra, ero legato da un rapporto profondo. Era
stato lui a riempire di curiosità e di miti le mie fanta-
sie di bambino.
Gli sfollati. La presenza di persone allegre e ru-
morose, e l’idea stessa che quella gente provenisse
da Napoli, mi fu di grande aiuto. D’improvviso l’aria
sonnolenta delle stradine del mio paese di pietra si
riempì di voci e di giochi. C’erano tra gli sfollati
molti miei coetanei. I nostri rapporti si nutrivano di
racconti, schermaglie e qualche amoruccio innocente
e segreto.
Gli adulti li vedevo più che altro quando si avvi-
cinava il rombo minaccioso dei quadrimotori che
sorvolavano il nostro territorio. Allora i napoletani
venivano a rifugiarsi nel “ricovero” della nostra cu-
cina. L’illusione della sicurezza, già collaudata in
occasione di qualche terremoto, era data da un arco
centrale e da un paio di volticine. Tutto qui, ma ci si
aggrappava volentieri a questo pretesto per stare un
po’ insieme.
Dopo i primi immancabili commenti (“Eccoci
qua, mo’ vanno a fare un’altra Piedigrotta!”, come se
quelle piogge di morte fossero fuochi d’artificio), li
sentivo chiacchierare animatamente, questi sfollati.
Spesso di cose futili. Qualcuno aveva l’aria sorniona
di chi avrebbe avuto voglia di motteggiare, ma si
teneva la battuta buona per un’occasione migliore.
Nel timore di riuscire stonato. Sembravano muoversi
col passo felpato dell’ospite che non vuol apparire
invadente.
Cominciavo a conoscere la natura gentile e l’ap-
parente serenità di quella gente già duramente prova-
ta. Uno dei più loquaci e brillanti era un omino smil-
zo con un paio di baffetti stirati da un sorriso peren-
ne e una coroncina di capelli intorno al cranio pelato.
Viveva da solo. Aveva perduto sotto le bombe la
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moglie e il figlio di pochi anni. Una sola volta rac-
contò i particolari della sua tragedia. Poi basta. Si
sforzava di mostrarsi finanche spiritoso. Doveva
costargli molto: era come se non avesse voluto tur-
bare nessuno con l’ombra del suo lutto.
Già sperimentavo questa sensibilità nuova e
dignitosa. Apparteneva di certo alla loro natura,
ma doveva esser maturata nel patimento e nella
paura. Più tardi avrei compreso meglio la loro
amara filosofia quotidiana e il sorriso scanzonato
che li aiutava ad attraversare secoli di sofferenza.

***


!24
***

Ora Napoli era pronta ad accogliermi, affabile e


sorniona. Ci sarei rimasto ben sette anni, nel periodo
sicuramente più intenso e inquieto della vita di una
persona, quello che va dall’adolescenza agli albori
della giovinezza.
Il mio liceo era nel cuore antico della città, sul-
l’asse stradale denominato Spaccanapoli. Oggi è una
delle direttrici più battute dal traffico turistico, ma
allora aveva per me altri motivi di richiamo. Tra
questi c’erano, in ordine sparso: i nuovi amici e
qualche personaggio tipico; un’irresistibile pasticce-
ria che mi allenò alla virtù della rinuncia; una fine-
stra della casa di Benedetto Croce che continuai a
guardare come un oggetto sacro; una biondina deli-
ziosa che mi fece penare per mesi, prima di conce-
dermi finalmente la sua amicizia.
A chi la osservi dall’alto del museo di San Marti-
no, o meglio ancora sorvolandola in elicottero, la
città appare segnata da una lunga fenditura che la
percorre da est ad ovest, sprofondando tra gli alti
palazzi e separandoli appena. Come altro poteva
chiamarsi questa strada, che è poi un susseguirsi di
viuzze rettilinee senza marciapiedi, se non Spacca-
napoli? Un’arteria vitale nel cuore antico della città,
con le sue squadrate diramazioni a maglia (gli anti-
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chi “cardini”), povera di luce e priva di verde ma
ricca allora di umanità vera. Intorno ad essa gravitò
la storia della mia adolescenza.
Erano gli anni nuovi dell’immediato dopoguerra,
stralunati e fervidi. Con la città ancora sconvolta e
orribili ferite aperte un po’ dappertutto, ma con la
gente uscita dal lungo incubo e decisa a riappropriar-
si del proprio destino. Un risveglio lento e difficile
ma pieno di speranze.
Un vero simbolo delle violenze subite e della
volontà di riscattarle si trovava proprio lì a due passi
da casa, che poi era una delle innumerevoli pension-
cine per studenti che mi ospitarono in quegli anni.
Del grande complesso di Santa Chiara non era rima-
sto in piedi che la facciata della chiesa. Colpito da
spezzoni incendiari, l’edificio si era trasformato in
un immenso rogo. Lo si vide bruciare per sei giorni.
La prof di storia e filosofia ci raccontò che il grande
filosofo di Pescasseroli dal balcone del suo studio
continuava a guardare inorridito.
Oltre alle bombe degli Alleati, il fuoco nazista è
stato un grande nemico delle testimonianze culturali
di questa città. Questo lo considerai più tardi, quando
seppi del fuoco appiccato all’Archivio di Stato dai
tedeschi in fuga. Arrivai a pensare che lo avessero
fatto proprio per farsi odiare da me, cioè per il gusto
sadico di farmi trovare distrutti i registri angioini che
avevo cercato inutilmente di consultare per la mia
tesi di laurea!
La girandola delle camere in affitto condivise con
i miei fratelli e con compagni di studi, al ritmo di
almeno una ogni anno, ruotò di norma all’interno di
Spaccanapoli. Quest’area urbana piena di vita e di
storia, che aveva visto l’insediamento dei primi co-
loni greci, includeva sia il mio liceo classico, il più
antico della città e di tutto il Mezzogiorno, sia la
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sede storica dell’università, accessibile anche dalla
via Mezzocannone.
Quasi in cima alla salita di quella strada e ad una
distanza abbastanza breve dalla mia scuola, c’era la
piccola pensione di don Emilio. (In questa città il
“don” non si nega a nessun galantuomo. L’uso im-
proprio che invece ne fanno i boss della camorra e i
padrini della mafia non è altro che volgare appro-
priazione indebita). Il proprietario di quella casa era
un sarto con una straordinaria voglia di vivere e una
vistosa zoppia portata con allegra disinvoltura. Delle
tre camere dell’appartamentino, una era riservata da
anni a un pensionato che lui considerava un po’
come un vecchio zio con il quale poteva permettersi
di scherzare, ma sempre col dovuto rispetto.
A parte i brevi contatti intermittenti con gli
sfollati durante la guerra e qualche altra occasio-
ne sporadica, fu questo il mio primo vero incon-
tro con la “napoletanità”. Don Emilio era un
uomo solo, allegro e triste insieme, esuberante e
capace di lunghe ore di solitudine. Quel suo mo-
desto lavoro da sarto di poche pretese, assieme
alla nostra pigione, gli permetteva di tirare avanti
senza grossi problemi. Se per qualche motivo
avesse dovuto rinunciare al contatto con la stra-
da, si sarebbe sentito perduto. Raramente si al-
lontanava dal suo quartiere e quando lo faceva
era per incontrarsi con qualche amico in galleria,
classico luogo di ritrovo per tutti. Oppure si
spingeva fino alla marina e si sedeva su uno sco-
glio a chiacchierare con i pescatori. Ma il suo
regno era Spaccanapoli.
Me lo confidò una sera, rincasando qualche
ora abbondante dopo aver chiuso bottega: «Io
quanno sto mmiezo a ‘sta via, me sento ‘nu rre.»
E glielo leggevo negli occhi. Sulle prime, lo ave-
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vo scambiato per un bighellone. Mi sbagliavo di
grosso. Una volta conquistata la sua confidenza,
ci volle poco per farmi raccontare minutamente
la sua giornata tipo.
Usciva di buon’ora prima che io mi avviassi a
scuola, tanto ognuno di noi aveva una copia della
chiave di casa. Si fermava qualche minuto al bar
per la doverosa tazzulella. Sempre allo stesso
locale («Dove lo trovate un caffè meglio di que-
sto?» mi disse la prima volta che volle offrirme-
lo, e socchiudeva gli occhi, beato ad ogni sorso.)
Poi percorreva la breve erta del vicolo lungo il
muro della chiesa di San Domenico Maggiore, ed
eccolo in via Tribunali, dove l’aspettava la sua
minuscola bottega di sarto.
Qui, tra forbici, aghi, ferri da stiro e canzonette di
Sergio Bruni, trascorreva le sue lunghe mattinate di
lavoro e le prime ore del pomeriggio. Più che altro,
le sue erano correzioni di abbigliamento: orli ai pan-
taloni, maniche da scorciare, fianchi da restringere o
allargare. Il lavoro gli veniva affidato in via conti-
nuativa dai gestori di un paio di negozi nella zona di
Santa Brigida. Lo conoscevano da sempre e si fida-
vano della sua competenza. Lui era orgoglioso della
sua professionalità e, quando ne parlava, diventava
improvvisamente serio:
«Se avete bisogno di qualcosa, senza compli-
menti.»
Mi dava del voi. L’uso del lei a Napoli non ha
mai attecchito, non solo tra i popolani e gli aristocra-
tici, dove il voi ha radici storiche, ma nemmeno nella
media borghesia, dove il lei è appena tollerato nei
rapporti formali. E mi chiamava “dottore”, anche se
non ero ancora, non dico laureato, ma nemmeno
universitario. In questa città generosa (ma in questo
caso la liberalità non costa nulla) chiunque non in-
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dossi la tuta dell’operaio è un dottore. E gli altri titoli
di studio, per giustizia distributiva, avanzano di un
grado: il geometra è “ingegnere”, il maestro elemen-
tare è “professore”, e via di seguito. Senza risparmio.
Per il titolo di professore poi ci vorrebbe un di-
scorso a parte. Basta ricordare che ‘o prufessore è
l’appellativo dovuto a una persona fornita di quella
saggezza popolare che da queste parti vale più di
qualunque titolo accademico. A lui, a questa persona
carismatica, si rivolge con fiducia chi è in qualche
difficoltà e da lui si aspetta buoni consigli. Luciano
De Crescenzo, che incontreremo più avanti sotto
mentite spoglie, ce lo ha esemplificato da par suo.

Finita la lunga giornata di lavoro, don Emilio


chiudeva bottega e allora iniziava per lui l’ora più
bella e attesa. Quella dello ‘nzunzulià. Anche per me
che già avevo una certa familiarità con quel dialetto,
fu necessaria un’ampia spiegazione. Quel termine
non indicava un ozioso girovagare senza meta e sen-
za gusto, ma piuttosto una immersione nella realtà
viva della strada.
La cosa mi fu chiara dall’attento gesticolare e
dall’espressione del viso del mio interlocutore, al-
quanto stupito della mia ignoranza: «Mo‘ avete capi-
to? Io se non nzunzuleo…» Più tardi avrei compreso
meglio che la strada, ogni strada della città, era una
via di mezzo tra palcoscenico e arena. Tra voglia di
recitare e lotta per sopravvivere. Immerso com’ero
in quella realtà, cominciai presto a liberarmi dalla
prigionia degli stereotipi, fino a cogliere pian piano il
nucleo della napoletanità. Cosa tutt’altro che facile,
se non si cancellano i pregiudizi: chi parte dal pre-
giudizio è meglio che rinunci a capire.

!29
In una tiepida serata di dicembre ebbi il privile-
gio di accompagnare don Emilio, o meglio di farmi
accompagnare da lui in una delle sue “’nzunzuliate”.
La prima tappa fu quella di via San Gregorio Arme-
no, la famosa stradina dei pastori di terracotta. C’ero
già stato una volta, e francamente trovavo bruttine
quelle statuette. Questa volta però era diverso: forse
per l’atmosfera prenatalizia, forse perché riuscii a
vederle nascere mentre prendevano forma e colore.
Infatti il mio loquace accompagnatore si fermò a
chiacchierare con uno di quegli artigiani e ci fu subi-
to uno scambio di battute, perché i due si conosce-
vano. Così quell’omino pelato dagli occhi vivacis-
simi ci diede un saggio della sua abilità, creando in
un batter d’occhio uno dei re magi, che don Emilio
chiamò imprudentemente “Melchiorre”:
«Don Emì, ma che dite? Mi meraviglio di voi.
Non lo vedete che è Baldassarre?»
«Avete ragione, ma nel mio presepio quello che
si è rotta la capa è proprio Melchiorre. E che fa, chi
se ne accorge che non è lui? »
E così, risolta la questione e pagato il dovuto, si
portò via Baldassarre avvolto in un foglio di giorna-
le. Insomma non volle rinunciare a quella statuina
che era nata sotto i nostri occhi. Benché già insidiato
dai primi alberi di Natale, il presepe a Napoli era
ancora un culto incontrastato.
Poi proseguimmo il nostro giro e ci spostammo
oltre via Duomo. Qui vidi con sgomento che stava-
mo per infilarci in quella che già allora era una delle
strade più malfamate della città, via Forcella. Lui si
accorse della mia esitazione:
«Non vi preoccupate,» mi tranquillizzò, «qua mi
conoscono e nessuno si permette.» Intendeva dire
che nessuno mi avrebbe torto un capello.

!30
M’indicò quindi un giovane azzimato e arrogan-
te, il quale si agitava, vociava e si fingeva offeso per
un nonnulla, pur di farsi notare dalla bella sigarettaia
di contrabbando. La ragazza era circondata da un
gruppetto di giovani avventori che non lesinavano i
loro complimenti.
Vedendo avvicinarsi il sarto con la sua inconfon-
dibile andatura claudicante, gli fecero largo. Lui sor-
rise alla ragazza e le chiese: «La stessa marca che hai
dato a quel bel giovanotto.» E indicò il guappetto.
«Ma veramente quello lì non ha comprato nessu-
na sigaretta.»
«Possibile? Neanche sfuse? Ma allora che vuole
da te?»
L’allegra risata generale suonò per quel ragazzo
come un insopportabile schiaffo:
«Don Emì, avete ragione che siete voi!» modulò
a gran voce e con occhi sgranati ma non cattivi, che
mi facevano pensare all’attore Nino Taranto. Poi
lanciò agli altri uno sguardo sprezzante e si allonta-
nò.
Ero ancora un po’ inquieto.
Qui va precisata una distinzione. A Napoli il
“guappo” ha poco a che vedere con il camorrista.
Con lui condivide certamente la spavalderia, l’arro-
ganza e la voglia di stupire con le sue smargiassate,
ma di solito non è un violento, e se diventa assassino
è solo per via di un “incidente”. È piuttosto uno
spaccone e un prepotente, ma difficilmente ricorre al
coltello a serramanico e ancor meno alla pistola.
Oggi temo che le cose siano maledettamente cam-
biate in peggio e che il confine tra queste due figure
sia praticamente sparito. Allora no. E se poi, invece
che di un guappo si trattava di un guappariello,
come nel caso nostro, allora il profilo del giovane

!31
delinquente era ancora più sfumato e spesso inoffen-
sivo.
Una cosa non mi era chiara. Dai suoi precedenti
racconti avevo capito che don Emilio di solito si
limitava a respirare quegli odori familiari e lasciava
che le voci si confondessero in una sorta di sinfonia
plebea, mescolandosi con i pensieri e le fantasie che
sempre gli tenevano compagnia. Del resto anche ora
vedevo che lui, con il pretesto d’interessarsene, in-
dugiava accanto ai banchini dei venditori di cianfru-
saglie seduti accanto all’uscio di casa. A volte, nel-
l’intreccio di battute variopinte, lo vedevo invece
attento all’espressione assorta di un bambino. Ce
n’erano tanti in giro, ma non mi ero mai accorto del
loro sguardo da adulto.
Insomma, pur riconoscendosi parte in causa, ra-
ramente il sarto interpretava un ruolo attivo. Quando
però decideva di partecipare al gioco, si sentiva del
tutto a proprio agio e anzi provava un piacere sottile
nel gareggiare, non importava se con le arguzie del
pizzaiolo o con le spavalde sfuriate del guappetto di
quartiere.
Poco più avanti, il mio accompagnatore si fermò
davanti al banco di una friggitoria aperta sulla strada
e m’invitò a gustare un calzone appena sfornato, di
quelli farciti di sola ricotta o di verdura. Assaporan-
dolo, gli dissi che lo trovavo più buono di quelli
mangiati in altre zone della città.
«E si capisce,» mi rimproverò quasi offeso, «ma
volete mettere come lo fanno ai Tribunali?»
Via dei Tribunali, quella della sua bottega. Il suo
amore per questo quartiere era sconfinato. Per lui
anche un panzarotto confezionato dal friggitore di
fiducia diventava una prelibatezza unica e inimitabi-
le. Il suo percorso abituale, del quale avevo avuto
appena un assaggino, era quasi sempre lo stesso; ma
!32
gli scenari umani che lo riempivano, i giochi e le
fantasie, i pensieri e le tristezze, cambiavano ogni
volta.

Quando tornava a casa, prima d’infilare la chiave


nella serratura, il sarto suonava sempre il campanel-
lo. Però ci accorgevamo del suo arrivo già dal som-
messo fischiettio lungo le scale. Rispettava rigoro-
samente le nostre ore di studio. Solo quando era ben
sicuro di non disturbare, entrava con un pretesto nel-
la nostra stanza e dava libero sfogo alle sue storie
immaginarie. Che comprendevano anche le fantasie
erotiche meno credibili.
«Non sapete che mi è successo oggi! Concettina
è venuta come sempre a portarmi la fatica da via
Santa Brigida, ma era accompagnata, eh! Come no,
stava assieme a una giovane signora...» Poteva esse-
re questo l’inizio del siparietto.
«Davvero?» lo assecondavo. «E com’era questa
signora, era bella?»
«Macché bella: un sole, vi dico, una stella del
firmamento. Mi dovete credere, la donna più bella e
gentile del mondo, ‘nu zucchero, con un fisico spe-
ciale... Io poi me n’intendo, in qualità di sarto. Basta,
che ne fate della primadonna di Macario al Politea-
ma?»
«E vi ha parlato, che v’ha detto?» lo incalzavo
con un sorriso incredulo.
«Eh, che mi ha detto...» lui prendeva tempo. «Mi
ha detto: “Don Emì, ma voi stirate proprio bene!”
Eh, proprio così. E poi con una scusa… ha mandato
via Concettina.»
Il suo sorriso malizioso era quello di un bambino.
Noi tutti insieme, fingendoci scandalizzati:

!33
«Davvero, l’ha mandata via per restare sola con
voi? No!!»
Questo piccolo urlo era come un richiamo con-
venuto. Il sarto infatti si disinteressava della replica e
tendeva l’orecchio verso la porta che comunicava
con la camera attigua. Quella porta era ovviamente
chiusa, ma dalle sue fessure si sentiva ogni cosa. Ed
ecco l’atteso commento del cavaliere pensionato:
«Don Emì, all’anema d’a palla! L’avete detta
grossa.»
Era il segnale d’inizio di una breve recita a sog-
getto:
«Cavalié,» cantilenava lui pregustando il duetto e
coinvolgendoci con i suoi ammiccamenti, «nun me
vulite chiù bene, a me! Non mi volete più bene!»
«Non è vero, non è vero,» rispondeva l’altro in-
variabilmente, strascicando anche lui le parole in una
dolce nenia. «Come non vi voglio bene? »
«E allora stasera me lo imprestate il panama?»
Era l’inseparabile cappello di paglia demodé e un
po’ sdrucito, che il cavaliere indossava con piglio da
gran signore.
«Io ve lo impresterei pure, ma se mi fate almeno
la finezza di dirmi a che vi serve.»
Ero deliziato da quelle forme popolari e raffinate
insieme. Senza dire dell’arguzia delle battute, e della
fantasia.
«Voi non sapete niente, cavalié,» il sarto lo pro-
vocava pur sapendo che l’altro non avrebbe mai ab-
boccato, «stasera io tengo un convegno amoroso!»
«‘O vero? E con chi, di grazia?»
«Con una bellissima signora, cavalié, che è la
fine del mondo! Voi dovreste vederla; e poi, altro che
il vostro panama…»
«Embè, spiegatemi una cosa, ma a che vi serve il
panama: voi l’amore lo fate con il cappello?»
!34
Accusando divertito la stoccatina del cavaliere, il
sarto non si perdeva d’animo:
«E se poi quella mi vede scaruso» (col capo sco-
perto) «e mi respinge, voi la tenete la coscienza?»
Era come dire che la colpa dell’insuccesso e il
conseguente rimorso avrebbero pesato sulla coscien-
za dell’anziano inquilino.
«Ah, se è per questo...» ribatteva l’altro tenendosi
nel vago.
Sempre più esilarante, la scenetta di avanspet-
tacolo poteva durare un bel po’, finché il sipario
si chiudeva come si era aperto:
«Sentite, cavalié...»
«Ditemi, don Emì.»
«Vuie nun me vulite chiù bene, a me!»
«Non è vero, non è vero...»
Un godimento che avrebbe meritato l’applauso,
se questo non fosse stato stonato e forse sgradito ai
due protagonisti. Perché a Napoli la gente ama reci-
tare, ma a patto di essere presa sul serio.

Se dovessi raffigurare in sembianze umane la


Spaccanapoli di allora – il sorriso della gente, malin-
conico e testardo, il bisogno di riconoscersi più che
la frenesia di vivere, la capacità di reinventarsi ogni
giorno – allora non avrei dubbi: quella figura avreb-
be il viso arguto e il passo claudicante di don Emilio.

!35
!36
Port’Alba

Il tratto di Spaccanapoli che va dalla piazzetta


Nilo fino alla piazza del Gesù Nuovo era popolato
da piccole e antiche librerie. Alcune di esse avevano
nomi famosi come Guida (con la sua sede storica a
Port’Alba), Loffredo, Pironti. L’antica vocazione di
questi librai colti e appassionati già allora li trasfor-
mava spesso in piccoli editori di buon fiuto. Negli
anni dell’immediato dopoguerra pubblicavano più
che altro testi per le scuole e l’università.
L’inizio di ogni nuovo anno scolastico ripropo-
neva il rito delle “porte sante”, ossia la visita delle
varie librerie alla ricerca dei libri usati. Lungo la via
Mariano Semmola (oggi ribattezzata Benedetto Cro-
ce) era facile trovare il titolare di una di quelle libre-
rie intento a restaurare vecchi libri. Non nel retrobot-
tega o in un angolino appartato, ma proprio lì al ban-
co di vendita. Mai inoperoso. Quando il libro non
presentava danni più seri, lo si vedeva applicato a
riparare le slabbrature di una costola o l’iniziale di-
stacco di una copertina. Quel libraio era fiero dei
!37
suoi rattoppi magici, ma si capiva subito che non lo
faceva solo per prolungare la vita di quei libri, né per
esibire la propria abilità. Nel veder tornare come
nuovi i libri più malandati, doveva sentirsi come il
chirurgo plastico al termine di un intervento ben riu-
scito.
Quell’ometto scattante aveva lo sguardo pano-
ramico e conosceva il suo mondo cartaceo come le
proprie tasche. Con la rapidità di un computer (allora
inesistente) era in grado d’individuare tra mille
l’esatta collocazione di un libro. Se c’era folla e i
suoi collaboratori erano troppo impegnati, qualche
volta si occupava personalmente della mia lista dei
testi scolastici. Pur immaginando la risposta, per
prima cosa mi chiedeva:
«Nuovi o usati?»
Nel giro di pochi istanti i miei testi usati erano sul
banco, ma non ancora pronti per la consegna. A que-
sto punto lui li esaminava e li sfogliava rapidamente
uno per uno. Poi con gesti rapidi ed esatti e con il
semplice aiuto di un po’ di colla, un paio di forbici e
una carta marroncina da imballaggio destinata a so-
stituire la tela, ecco che in un attimo restituiva a
nuova vita i volumi più malconci.
Rimanevo tutte le volte incantato di fronte a
quell’affettuosa operazione di ripristino. Vi ricono-
scevo un atto di rispetto e d’amore. E forse, chissà,
un intento pedagogico. Sarà per questo che mi è ri-
masta la piccola mania di rabberciare i vecchi libri.
Nel consegnarmeli, il libraio mi raccomandava:
«Attenzione a non aprirli per qualche ora.»
A volte lo vedevo colloquiare con un cliente in-
deciso, senza tuttavia interrompere il proprio lavoro
se non per qualche istante. Quelle chiacchierate ave-
vano tutta l’aria di una consulenza: il libraio cercava
di capire le esigenze dell’altro e il cliente si rimetteva
!38
ai suoi consigli. Un rapporto che oggi – con le grandi
librerie sempre più simili a supermercati e le piccole
sempre più anonime e precarie – si fa fatica a imma-
ginare.

Il liceo “Vittorio Emanuele II” aveva una facciata


importante che tuttora fa da sfondo alla piazza Dante
con il suo piccolo corteo di statue disposte a semi-
cerchio. Questo ingresso eccessivo era però riservato
al convitto nazionale. Noialtri alunni “esterni” entra-
vamo invece dal lato posteriore, dove un portone
anonimo si apriva in cima a una strada in salita che
partiva dalla Spaccanapoli e finiva sull’angolo della
breve galleria di Port’Alba.
Lungo quella stradina c’erano tra l’altro piccole
botteghe di strumenti musicali nuovi e usati, e liutai
capaci di vendere un vecchio violino di scarso valore
come il più raro degli Stradivari. In una di quelle
botteghe comperai una chitarra di seconda mano,
che mai riuscii a suonare decentemente. La mia im-
provvisa passione musicale, favorita da un perso-
naggio che conosceremo più avanti, durò ben poco.
Finii per barattare lo strumento in cambio di una
breve vacanza all’isola d’Ischia.
Sotto le arcate di Port’Alba, accanto al mio liceo,
c’erano una famosa libreria e una pizzeria altrettanto
nota. Frequentai la prima per il buon prezzo dei suoi
libri usati (i pochi che non ero riuscito a trovare dal
libraio-rilegatore) e la seconda per l’ottima pizza al
taglio, anche questa per tutte le tasche. Comprese le
mie, cronicamente semivuote.
Il mio famelico amico e coinquilino Arturo, un
ragazzone falso-grasso pieno di muscoli e di energia,
mandando giù una di quelle pizze la trovava invaria-

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bilmente «eccezionale». Non ci facevo caso: lui ne
avrebbe trangugiato teglie intere senza quasi avver-
tirne il sapore. Quell’aggettivo lo usava tutte le volte
che assaporava qualcosa di diverso dal riso con i
fagioli, la sua pietanza preferita.
Della pizza di Port’Alba ricordo perfettamente
non soltanto il gusto, ma anche l’odore fresco di
pomodoro, la foglia di basilico e la giusta consisten-
za della pasta lievitata. E i gesti sapienti del pizzaio-
lo, che terminavano col movimento elicoidale del
bricco dell’olio prima d’infilare la pala nel forno.
Certi sapori si attaccano alle pareti della memoria
e non vanno più via. In giro per l’Italia e per il mon-
do, posso aver assaggiato forse di meglio della sfo-
gliatella o del babà o di altri dolciumi e cibi tipici di
quella città. Però nessun sapore mi ritorna subito al
palato come quelli, a meno che riesca ad associarlo a
vicende straordinarie o a momenti speciali.
Sempre sulla breve stradina di Port’Alba si affac-
ciava tra l’altro l’antico teatro “Bellini”, già allora
decaduto al rango di cinema di terz’ordine, malgrado
le sue poltroncine di velluto rosso, gli stucchi dorati
e i vari ordini di palchi. Quasi mai riuscivo a mettere
insieme il denaro per il biglietto, quello più econo-
mico previsto per il loggione.
Finalmente un pomeriggio, dando fondo ai miei
scarsi risparmi del mese e all’ancora più scarsa espe-
rienza nei rapporti con le ragazze, convinsi una mo-
rettina recalcitrante che continuava a ripetermi la
solita bugia: «Quel film l’ho già visto.» Così, con la
complicità del buio della sala, riuscii a strapparle un
bacio sconclusionato e poco di più. Non fu l’inizio di
una storia. Anzi da quel giorno, non so come, all’u-
scita di scuola cominciammo a evitarci. Lei mi guar-
dava appena con la coda dell’occhio e tirava dritto,
io fingevo di rincorrere un compagno chiamandolo
!40
con voce troppo alta: eravamo un po’ come due ladri
maldestri che, non essendo riusciti a fare il colpo, ora
se ne vergognavano… come ladri!
Insomma quella stretta volta che collega piazza
Bellini con piazza Dante era il nostro più vicino pun-
to di ritrovo. Oggi, a distanza di una vita, il nome di
Port’Alba vale per me quasi la sintesi dei miei studi
liceali.

***


!41
***

Una delle più sgradevoli sorprese fu quella di


trovarmi in una classe di soli maschi. La rigorosa
separazione tra classi maschili e femminili in quel
liceo era tradizionale. Le ragazze si trovavano addi-
rittura in un’altra ala dell’edificio. Durante il breve
intervallo per la ricreazione le vedevamo sul ballato-
io e potevamo appena salutarle da una certa distanza
di sicurezza. Mancava solo di sventolare il fazzoletto
come sul ponte di una nave in partenza per terre lon-
tane. Una vera crudeltà. All’uscita, inevitabile la
caccia alle rispettive “fiamme” con ricorso ai più
fantasiosi stratagemmi.
Il mio tardivo inserimento in questa nuova realtà
scolastica mi creò due problemi. Il primo fu la diffi-
coltà di allacciare con i nuovi compagni amicizie
salde e durature. L’unico ragazzo della mia classe
che potevo considerare un buon amico si sarebbe poi
iscritto a una facoltà diversa dalla mia. Poco male, se
non se ne fosse poi andato addirittura in America.
Non come emigrante, ma grazie a una borsa di stu-
dio. Fu inevitabile perdersi di vista.
L’altro problema, per me abbastanza serio, fu
l’incomprensibile atteggiamento negativo del docen-
te d’italiano nei miei confronti. Detto in soldoni,
quel tipo aveva il sospetto che io fossi un baro. A
lungo andare, la cosa cominciò a infastidirmi. Tanto
!42
più che l’uomo era simpatico e di solida cultura, un
dantista appassionato fino al fanatismo. Dovevo pur
dimostrargli che il suo era un abbaglio, un gomitolo
vischioso nel quale si stava avviluppando da solo e
senza ragione.
Se indugio su questa vicenda, è solo per dare
un’idea della rara qualità dell’uomo.
Lo sentivamo arrivare dal corridoio con un
gran tintinnio di chiavi e monetine che agitava
nella tasca dei pantaloni. Entrava spesso decla-
mando una terzina e proseguiva in evidente stato
di esaltazione, tralasciando l’appello e qualsiasi
altra formalità. Rare le interrogazioni, anche se i
nodi di queste verifiche prima o poi venivano al
pettine con particolare severità.
Nel frattempo egli badava a coinvolgerci so-
prattutto sul piano emotivo. Dante era il suo ido-
lo incontrastato. Una vetta, dalla quale secondo
lui anche un cieco poteva vedere il mondo. Un
fuoco sacro, che gli accendeva gli occhi sporgen-
ti dalle orbite sotto una fronte vasta e anch’essa
prominente.
Usciva in quei giorni a dispense una versione
della Divina Commedia in dialetto napoletano. La
copertina del fascicolo recava una sfacciata immagi-
ne saltellante di Pulcinella. Trovavo buffa e irrive-
rente quella versione dialettale, più che altro una
parodia.
Qualcuno pensò bene di mostrarne una copia al
prof, sicuro di provocare la sua reazione sdegnata, o
almeno qualche battuta delle sue. Non andò così.
Anche questa volta l’uomo ci stupì. Disse che ogni
grande poeta deve rassegnarsi a veder tradotta in
altre lingue – e perciò sfigurata – la propria opera.
«È una violenza inevitabile» disse. «Però sono sicu-

!43
ro che Dante, fra tutte le altre lingue, avrebbe scelto
quella napoletana.»
Per la sua musicalità, disse, ma anche per la rara
capacità di esprimere sfumature, atmosfere, stati
d’animo. Non so se avesse proprio ragione, eppure
l’idea m’intrigava e m’inorgogliva. Provai a strap-
pargli qualche esempio.
«Prendete, fra tanti, questo verso sublime: “E vidi
il tremolar della marina”. È perfetto, uno dei più
mirabili della poesia universale. Ora provate a tra-
durlo in un’altra lingua, ammesso che ne conosciate
almeno una…» precisò con perfidia. «Ebbene, non
vi ritroverete mai l’incanto, la suggestione e la perfe-
zione di quel verso. Farei un’eccezione, ripeto, solo
per il napoletano... (Pausa): “E ‘o viento pazziava
mmiezo all’onne”. Non è la stessa cosa, ma rende
l’idea e forse riproduce l’incanto, almeno in parte.»
E restava così sospeso con il braccio a mezz’aria,
quasi in ascolto di una flebile eco lontana.

Il mio problema era dunque quella idea fissa del


prof sul mio conto. A sentir lui, sembrava che i miei
temi non fossero esenti dal sospetto di plagio. In-
somma, dovevano essere stati scopiazzati da qualche
parte! Ragion per cui i voti e i giudizi – più che posi-
tivi – si concludevano quasi sempre con un fatale
interrogativo, che ormai non riuscivo più a digerire:
«Ma è proprio tutta farina del tuo sacco?»
A parte la banale metafora del sacco di farina,
che faceva torto all’intelligenza dell’uomo, quel
suo dubbio metodico e immotivato m’inquietava.
Era una prova evidente della scarsa considera-
zione che egli aveva di me. Ciò che più m’irrita-
va era il fatto di non poter scoprire dove si anni-
dassero i suoi dubbi, visto che quegli occhi vivi e
!44
prominenti continuavano a fissarmi senza for-
nirmi alcun indizio.
Per non sbottare, cominciai allora a interro-
garmi sulle possibili cause di quella diffidenza.
Accantonai come banale la circostanza più ovvia
di tutte, ossia il mio tardivo trasferimento a quel
liceo. Dopo un lungo arrovellìo, giunsi alla con-
clusione che la “colpa” di quella incomprensio-
ne, e anche del mio eccessivo risentimento, pote-
va essere attribuita al mio vecchio e spiritoso
docente di lettere del ginnasio.
Era costui di statura intellettuale forse più mode-
sta rispetto al robusto dantista del liceo, ma anche il
suo temperamento era un po’ sopra le righe. E aveva
le sue piccole manie. Forse, mi dissi con scarsa
convinzione, forse quella sua abitudine di chia-
marmi scherzosamente “Boccaccio” doveva
avermi fatto montare la testa. Mi rendevo conto
della forzatura, eppure mi aggrappai a questa
esile ipotesi.
Mi ricordai di quella volta che il professore del
ginnasio aveva avuto l’idea balzana di leggere in
pubblico un mio tema mettendomi in serio imbaraz-
zo. Il nomignolo che mi aveva affibbiato non stava
certo a significare che egli osasse paragonare la mia
debole scrittura con quella del sommo novelliere.
Molto più banalmente, mi chiamava così perché era
convinto di un mio piccolo intrigo con una ragazzina
di nome Fiammetta. Proprio come l’amata del Boc-
caccio.
Quando questa graziosa fanciulla, seduta a un
banco di seconda fila proprio dietro di me, mi bisbi-
gliava qualcosa nel collo costringendomi a girare il
capo per risponderle, ecco che il nostro ineffabile
prof interveniva a modo suo. Per rimproverare solo
me. Uno dei suoi vezzi infantili era quello di parlare
!45
ogni tanto in rima baciata. Così ogni volta mi apo-
strofava nascondendo il sorriso furbo sotto i foltis-
simi baffi: «Mio caro Boccaccio, – o la smetti, o ti
caccio.» Dopo una sommessa risatina generale, la
cosa finiva lì.
Insomma quel soprannome ingombrante mi si
era appiccicato addosso e cercavo di non esserne del
tutto indegno. Tanto più mi bruciavano ora quei so-
spetti del nuovo professore d’italiano, che pure sti-
mavo. Brutta faccenda, prima o poi dovevo venirne
a capo.

Ci vollero gli esami di maturità per farlo ricrede-


re in modo clamoroso. Il nostro dantista era in com-
missione come membro interno dell’istituto. La cor-
rezione - questa volta collegiale - della prova d’ita-
liano aveva sancito l’eccellenza del mio elaborato
anche rispetto al livello espresso dai candidati delle
altre sezioni dell’istituto. Troppa grazia per me.
Il fatto è che questo successo, non so quanto me-
ritato, riempì di orgoglio e di rimorsi il mio straordi-
nario prof. Il giorno dopo egli mi venne incontro nel
cortile, mi prese sottobraccio e, facendo tintinnare
più forte che mai le monete e il mazzo di chiavi in
fondo alla tasca, mi sospinse affettuosamente verso
l’uscita, mentre mi rivolgeva due citazioni dotte.
Dapprima declamò a gran voce, perché tutti udisse-
ro:
«Ahi, quanto cauti gli uomini esser denno!»
Era un’autocritica in piena regola e nel suo stile
migliore, tratta dal canto XVI dell’Inferno.
Ma non era finita. Una seconda citazione, che
aveva per me il sapore agrodolce della più insperata
delle rivalse, gli fu suggerita dal XXII del Purgatorio:

!46
«Veramente più volte appaion cose / che danno a
dubitar falsa matera, / per la vera cagion che son
nascose.»
Non mi diede il tempo di assaporare la mia ven-
detta. Mentre arrossivo violentemente, mi strinse la
mano con insospettato vigore. Volle accompagnarmi
a un bar di Port’Alba, lì a due passi, per offrirmi un
caffè.

***

!47
***

I docenti di quel liceo, quasi tutti napoletani ve-


raci, offrivano un campionario umano abbastanza
variegato. Una delle note che li accomunava era ov-
viamente il linguaggio. Che mi era familiare, ma più
che altro nel suo registro colloquiale e popolaresco.
Ora invece sperimentavo una lingua colta e a tratti
ricercata e ottocentesca, inframmezzata da colorite
espressioni dialettali che l’arricchivano di senso. La
cadenza era quella solita, rilassata e cantata, con rare
accelerazioni che si spegnevano presto per recupera-
re il ritmo abituale. Tuttavia sulla bocca dei miei
insegnanti questo spazio musicale, cui il mio orec-
chio era ben allenato, assumeva il significato del
tempo della riflessione. Insomma una sorta di valen-
za filosofica.
A volte poi, nella difficile navigazione tra perifra-
stiche, aoristi e logaritmi, nelle loro interpretazioni
didattiche mi sembrava di cogliere come un bisogno
di umanizzazione dell’apprendimento. Forse era
soltanto una mia impressione, o forse quel bisogno,
sicuramente radicato nella loro natura, era accentua-
to dal recente trauma della guerra.
Un altro tratto che li distingueva era la loro visio-
ne “napolicentrica” della cultura. Un atteggiamento
più affettuoso che campanilistico.
!48
Potrei fare l’esempio del mio insegnante di latino
e greco, mente acuta e persona tutta d’un pezzo. Baf-
fetto sobrio e ben curato, occhio vigile dietro le lenti
(durante il compito in classe non c’era verso di
scambiare una parola), preparazione robusta e seve-
rità di giudizio: il traguardo del 6 era già appagante
per molti di noi. Baciato dalla fortuna, riuscii a stu-
pirlo con un “aoristo cappatico” che tutti avevano
scambiato per un perfetto, proprio per via del К. Da
quel momento, la sua stima nei miei confronti fu
palese e imbarazzante, sicuramente eccessiva.
Conosceva come pochi non solo le due lingue
morte (guai a definirle così in sua presenza), ma an-
che i valori trasmessi dal mondo classico. E non per-
deva occasione per farceli apprezzare. Era però
come se quegli scrittori fossero nati tutti ai piedi del
Vesuvio.
A sentir lui, l’antico commediografo Plauto – un
romagnolo – doveva essere un antenato di Pulcinel-
la, perché conosceva tutti i trucchi per suscitare l’at-
tenzione e il riso del pubblico! Così il «lascivo» poe-
ta Properzio – umbro – e lo «scandaloso» Ovidio –
abruzzese – dovevano essere stati anch’essi allevati
dalle sirene del golfo. Quanto poi a Luciano – greco
di origine siriana – secondo lui questo scrittore si
atteggiava a canzonatore della superstizione, ma poi
(il mio prof l’avrebbe giurato) andava in giro con un
corno in tasca! Per non parlare del mantovano Virgi-
lio, che a Napoli ha giustamente la sua sepoltura.
Amen.
Insomma sembrava che quasi tutti quei grandi
poeti latini e greci fossero spuntati dalle onde di Par-
tenope. A parte questa debolezza piuttosto diverten-
te, quell’uomo intransigente seppe allenarmi al rigo-
re della logica.

!49
In quell’antico liceo c’era fra tutti un personaggio
di quelli che al solo nominarli ti strappano un sorri-
so. Insegnava matematica e fisica ed era un soggetto
singolare per davvero. Un omino fragile con occhi
nerissimi sfuggenti, capelli rasati da frate, fisico mi-
nuto, abitino liso sul grigio talpa. Immutabile. Aveva
il sorriso e l’ingenuità di un bambino e la timidezza
scontrosa di un anacoreta.
Viveva il piccolo dramma quotidiano di quel tipo
di docente che sa di padroneggiare la propria disci-
plina, ma ogni giorno si accorge con terrore di non
essere in grado di rapportarsi con gli allievi nel
modo giusto, o almeno compatibile con una situa-
zione disciplinare che non vada del tutto fuori con-
trollo. Lui ne era drammaticamente consapevole, e
doveva soffrirne molto.
I suoi studi sul calcolo infinitesimale erano cono-
sciuti anche all’estero, ma la sua capacità di coinvol-
gerci era praticamente nulla. A volte era come se
volesse scusarsi con noi per la sua inevitabile pre-
senza. Sicché per tenerci buoni («Almeno, nun facite
ammuina!», non fate chiasso, diceva con espressione
candida come una resa incondizionata) ricorreva a
rimedi illusori.
Uno di quelli da noi più attesi, per evitare almeno
quella volta le temute interrogazioni, era il gabinetto
scientifico. Vi ci accompagnava “per premio” e solo
dopo averci strappato la promessa di non scatenarci,
per l’appunto. L’aula era bella, attrezzata di tutto
punto e con banchi disposti ad anfiteatro che ci face-
vano sentire già universitari. Inutile dire che su quei
banchi poi succedeva di tutto, mentre quel poverino
si sbracciava in vani richiami e si affaccendava con i
suoi esperimenti che solo qualcuno riusciva a segui-
re. Io mai.

!50
Quando l’esperimento riusciva, il suo sorriso
beato proiettava su di noi l’innocenza di chi non è
mai uscito del tutto dalla propria infanzia.
Un giorno entrò con gli occhi che gli scintillava-
no, un sorrisino malizioso che gli stirava le labbra
sottili, e le mani congiunte dietro la schiena. Na-
scondeva qualcosa e ci sfidava a indovinare. Il gio-
chino non era nuovo, ma noi tutte le volte fingevamo
di entusiasmarci:
«È il diavoletto di Cartesio!»
«No, è il geopiano» provava un altro, pur sapen-
do che da un pezzo ci occupavamo invece della ro-
tazione dei piani, insomma di geometria solida.
«Macché, è un pallottoliere» sparava il solito
provocatore.
Finalmente il professore riusciva a placare le no-
stre voci che, come d’abitudine, cominciavano a
sovrastarlo:
«Ma che diamine, stiamo studiando l’ottica, no?
E allora…»
A questo punto, con gesto teatrale svelava il suo
piccolo mistero:
«Ecco qua, è un sistema di lenti. Ma attenzione,
non divergenti, ma con-ver-gen-ti! Insomma, nel suo
piccolo è il principio del cannocchiale astronomico:
vi sembra niente?»
E noi in coro, con feroce allegria:
«Oh, ‘o cannucchiale!»
Seguiva immancabile l’assedio stretto alla catte-
dra. Ancora una volta l’avevamo fatta franca: l’incu-
bo delle interrogazioni era rinviato.
Quando lo vedevo aggirarsi disperato nel breve
spazio tra la cattedra e la lavagna, simile a un doma-
tore inesperto circondato dalle sue belve inferocite,
ero dalla sua parte. Guardavo con disprezzo il com-
pagno dell’ultimo banco che aveva fatto appena de-
!51
collare l’ultimo aeroplanino di carta, mandandolo a
infilarsi tra le pagine del registro. Invece di arrab-
biarsi, il prof sembrava trattenere a stento un sorrisi-
no triste. Poi, nell’estremo tentativo di recuperare la
sua dignità offesa, lasciava partire la solita minaccia
collettiva:
«Vi mando tutti dal preside!» Come dire: – Mi
arrendo.
Nella valutazione era severissimo, e ne aveva
ogni buona ragione. Perciò, quando doveva assegna-
re i voti, era costretto a usare solamente i valori più
bassi: tra l’uno e il quattro, più raramente il cinque. A
questo inevitabile appiattimento cercava di porre
rimedio ricorrendo alle sfumature del “più”, del
“meno” e del “meno-meno”… La debolezza del
carattere lo induceva spesso a penosi patteggiamenti
con l’interessato. Era un lacrimevole tira e molla
(«Al massimo possiamo fare un “quattro meno-
meno”»), al termine del quale l’alunno interessato
poteva spuntare un voto leggermente più alto.
Se poi sapeva drammatizzare l’espressione del
proprio malcontento, – la qual cosa riusciva del tutto
naturale a un ragazzo che soffriva di epilessia – il
vantaggio poteva diventare cospicuo. Il comporta-
mento di questo mio compagno sfortunato e astuto
era inquietante Nel vedersi appioppare un due o un
tre, non esitava a rotolarsi per terra abbandonandosi
a convulsioni che era difficile stabilire fino a che
punto fossero finte. Fatto sta che il terrore si dipin-
geva allora sul volto del professore, mentre l’altro
riusciva pian piano a superare la crisi. E qualche
volta a rimediare un voto addirittura vicino alla so-
glia della sufficienza.
Ma c’era di peggio. Qualcuno non esitava a spe-
culare sulle pratiche religiose del nostro e, sicuro di
trovarlo in preghiera nella chiesa del Gesù Nuovo
!52
prima dell’inizio delle lezioni, ricorreva all’ignobile
trucco di farsi vedere in ginocchio qualche banco più
in là, se non proprio accanto a lui.
Bigotto? Non lo so. Sicuramente un uomo debole
e solo.
Mi capitava di pensare alla sua vita privata, a
quella di famiglia: era scapolo, ma avrà avuto una
madre, una sorella. Me lo figuravo intento ai suoi
calcoli infinitesimali, mentre qualcuno lo chiamava
per la cena. Lo vedevo scarabocchiare formule dap-
pertutto e trotterellare da una stanza all’altra in cerca
di quella giusta. E immaginavo la sua espressione
infantile di giubilo, una volta riuscito nell’impresa.

!53
!54
La sbandata

Piazza del Gesù Nuovo, con al centro l’alto obe-


lisco barocco dell’Immacolata. Quella chiesa mi
piaceva, con il bugnato a punta di diamante della
bella facciata rinascimentale che le dà l’aspetto di un
edificio profano. Poi, a sorpresa, l’interno maestoso
e gli esagerati rivestimenti di marmo policromo. E,
malgrado la vastità delle navate, la sua atmosfera
raccolta che sembrava invitarmi all’attesa. E alla
speranza.
Qualche mattina infatti vi entravo anch’io. Al-
lungando la mia strada di poche decine di metri, in-
vece di svoltare subito su per la salita dei liutai. La
mia speranza segreta quanto tenace era quella d’in-
contrarvi una biondina esile, che le recenti letture dei
poeti stilnovisti mi mostravano come figura angelica
e inaccessibile.
Prima di avviarmi a scuola, mi appostavo sul-
l’angolo in attesa che lei uscisse dal portoncino ver-
de del palazzo in fondo alla piazza San Domenico
Maggiore. Uscivo di casa sempre più presto, nel
!55
timore che lei potesse precedermi. Finalmente, ecco-
la fuori. Ogni giorno un abito diverso, ritmava il pas-
so svelto sulle gambe sottili e agitava con grazia i
lunghi capelli lisci sulle spalle.
A quel punto avevo paura di essere scoperto qua-
si in agguato, allora provavo a fare il distratto: finge-
vo di rovistarmi nelle tasche o nello zaino in cerca di
qualcosa, finché me la vedevo passare davanti con la
leggerezza di una farfalla. Naturalmente ignorando-
mi, almeno all’apparenza. Poi lei s’incontrava siste-
maticamente con una o due compagne di scuola che
l’aspettavano davanti alla pasticceria, e proseguiva-
no insieme. Le seguivo a distanza fino all’angolo di
via San Sebastiano, la salita del mio liceo, mentre
loro camminavano ancora per un pezzetto fino al
liceo “Genovesi” in piazza del Gesù.
La cosa andò avanti più o meno così per qualche
settimana, senza che mi rendessi conto della sterilità
di quegli appostamenti. L’unico passo avanti era
stato il frettoloso scambio di un sorriso.
Quando una volta decisi di seguirle fino alla
piazza dell’obelisco, vidi che passando davanti alla
chiesa lei entrava per qualche minuto, mentre le altre
due si avviavano all’ingresso del loro liceo poco più
avanti. Entrai anch’io e mi fermai in fondo alla nava-
ta, aspettando che lei uscisse. Mentre passava le sor-
risi, ma lei non sembrò accorgersene. Una volta fuo-
ri, si allontanò quasi di corsa; poi si girò mentre ero
ancora sul sagrato e fece un vago cenno di saluto. Mi
voltai indietro anch’io: da quella distanza, quel salu-
to poteva essere rivolto a chiunque altro. Le bastaro-
no pochi passi per raggiungere la sua scuola.
Nulla, dovevo vincere la mia timidezza e venire
allo scoperto. Era quasi l’inizio dell’estate, quando la
vidi venir fuori di casa più presto del solito. Indossa-
va un abitino leggero d’un verde pastello e il suo
!56
passo era ancora più rapido, grazie a un paio di scar-
pette bianche da tennis. Attraversò la piazza nel sole
già caldo. Accanto alla pasticceria non c’erano ad
aspettarla le solite amichette.
Ora o mai più.
«Ciao,» e il mio sorriso doveva essere melenso e
smarrito come quella volta in chiesa.
Ma lei mi rispose come a un vecchio amico e
aggiunse disinvolta: «Tu vai al “Vittorio
Emanuele”?»
Dunque si era accorta di me, e perfino del mio
itinerario. Arrivati in piazza del Gesù, ci fermammo
accanto alla guglia dell’Immacolata. Avevamo esau-
rito l’argomento scuola e non sapevamo cosa dirci.
Mi venne in soccorso il vieto soggetto del tempo che
fa. E fu la mia salvezza.
«Senti che caldo? Qui ci vorrebbe già il mare,» le
dissi mentre lei con un cenno della mano salutava da
lontano le solite amiche dirette a scuola.
«Davvero un gran caldo» ora agitava la mano a
mo’ di ventaglio. «Io sabato pomeriggio vado a Co-
roglio.»
«Perché Coroglio?» Era la spiaggia di Bagnoli
sulla baia di Pozzuoli. Pensavo ci fosse di meglio e
più vicino.
«Perché no? È bellina, e poi mia zia è proprieta-
ria del primo stabilimento che s’incontra arrivando
da Napoli. Ci vieni anche tu?» Dando per scontata la
risposta, andò via quasi di corsa con le sue scarpette
bianche e mi lasciò solo con la mia incredula felicità.

Era appena martedì. Ancora quattro giorni. Do-


vevo pur dividerla con qualcuno quella mia attesa,
sennò sarei scoppiato. Lo feci con Arturo, il ragaz-
zone leccese famelico e di poche parole che a volte
!57
mangiava con me la pizza a Port’Alba. Suo fratello
era invece chiacchierone e fiero della sua potente
voce da tenore. Gli piaceva esser pregato prima di
esibirsi, ma quando a grande richiesta intonava l’aria
“Una furtiva lacrima”, accorrevano anche dalle altre
stanze e il proprietario (il mitico don Emilio) si fin-
geva preoccupato perché i vetri della finestra vibra-
vano «come al tempo delle bombe».
Quella sera la riascoltai con emozione, quell’aria
di Donizetti. Da quanto mi riconoscevo in quelle
dolci note e in quelle parole: “... Che più cercando io
vo? M’ama, sì, m’ama, lo vedo!...”, mi convinsi che
il grande musicista l’avesse composta espressamente
per me.
Era la fotografia esatta del mio stato d’animo.
Arturo non era un musone, ma parlava poco ed
era un ragazzo rigoroso metodico compassato. La
robustezza del suo fisico era proporzionata alla
straordinaria potenza del suo appetito. Ricordo lo
sguardo allibito della mia povera mamma inappeten-
te, quella volta che venne a trovarci e lo vide alle
prese con un’enorme scodella di riso e fagioli. Pur
mostrando una grande flemma nel mandar giù una
grossa cucchiaiata dopo l’altra senza soluzione di
continuità, quel ragazzone massiccio trangugiò in
pochi attimi la porzione ciclopica.
A lui dunque confidai il mio grande segreto. E,
un po’ perché mi aveva parlato della sua bravura nel
nuoto, un po’ per fargli conoscere la mia sospirata
conquista (solo allora mi accorsi con sgomento
d’ignorare ancora il nome del mio amore!) lo invitai
a venire anche lui, quella domenica. Un’idea insen-
sata.
«A Coroglio? Volentieri, lì vicino c’è Nisida.»
Là per là non feci caso a questa precisazione.
Certo, conoscevo anch’io quell’isoletta, ma ero trop-
!58
po eccitato dall’idea di rivedere la mia biondina, e
per di più in costume da bagno.
Venne il gran giorno e arrivammo accaldati allo
stabilimento. Avevo scioccamente sperato che lei
stesse ad aspettarmi accanto al botteghino della zia.
Risi tra me della mia pretesa e, in uno slancio di ge-
nerosità, pagai il biglietto anche per il mio amico.
C’era la prevedibile calca del sabato pomeriggio e
non fu facile rintracciare la ragazza. Tra l’altro dove-
vo lottare con la petulanza di Arturo, il quale insiste-
va perché ci si tuffasse subito in acqua: «Che aspet-
tiamo, abbiamo poche ore di sole.»
Eccola finalmente, in messo a un gruppo vocian-
te di ragazzi, il bel costumino blu di foggia olimpio-
nica e i capelli annodati che esaltavano il colore az-
zurro degli occhi, anche se la rendevano quasi irri-
conoscibile.
«Io di solito mantengo le promesse,» fu il mio
presuntuoso approccio. «Lui è Arturo.»
Lei mi presentò a sua volta amici e amiche reci-
tandone allegramente i nomi in rapida successione.
Subito dopo, decisero di andare ad ascoltare un po’
di musica al juke-box. Per selezionare le canzoni
preferite, lei poteva approvvigionarsi gratuitamente
di tutti i gettoni che voleva. Rimasi confuso e inter-
detto.
Naturalmente l’idea non andò a genio al mio
scalpitante amico, il quale preferiva decisamente il
nuoto. Infatti mi propose di schianto:
«Vieni, si va a Nisida e si torna. Se ti fidi di me.»
Davvero quell’isoletta era vicina. Certo che mi
fidavo, conoscevo la sua eccezionale resistenza fisi-
ca. Eppure quella piccola traversata, andata e ritorno,
non mi sembrava impresa da poco. In ogni caso i
miei programmi e le mie speranze erano di tutt’altro
genere. Poi d’improvviso pensai che quella ragazza,
!59
con la faccenda del juke-box e quel codazzo di amici
vocianti, sembrava volermi snobbare. Ma sì, dopo-
tutto l’idea di stupirla con l’impresa di Nisida non
era poi così malvagia.
Solo che qualcuno doveva pur dirglielo. Così la
raggiunsi nel frastuono della musica, glielo comuni-
cai con calcolata nonchalance, e con gesto quasi pa-
tetico le affidai la chiave della nostra cabina di legno:
«Tieni. Se non mi vedi tornare, disponi pure dei
miei averi!»
Lei la prese distrattamente e mi disse ridendo:
«Va bene, l’appenderò al gancio.»
Sentivo che qualcosa si disfaceva miseramente
prima ancora di prender forma. Ma ormai andava
così.

Il mare era appena increspato dalla brezza. Pos-


senti, lente e regolari, le bracciate di Arturo fendeva-
no lo specchio liquido, all’unisono con il movimento
a forbice delle gambe robuste. Il mio stile era meno
approssimativo del suo, ma anche meno efficace. Gli
tenevo dietro alla distanza di un paio di metri, cer-
cando di non parlare per non consumare ossigeno.
Ero di umore nero e avanzavo più per inerzia che per
volontà.
Vista dalla riva, quella distesa d’acqua che ci
separava dall’ambizioso traguardo mi era parsa una
distanza ragionevole e alla portata delle mie forze,
ma ora cominciava ad affiorare qualche preoccupa-
zione. Per fortuna il mare restava quasi piatto e la
sua trasparenza era appena turbata dai piccoli spruzzi
sollevati dalle nostre braccia.
Quando infine approdammo alla costa rocciosa
dell’isoletta, ci buttammo come cenci su uno scoglio
che sporgeva quasi a pelo dell’acqua. Il sole era già
!60
basso, ma il calore accumulato da quella pietra liscia
e accogliente scioglieva la mia stanchezza e la tra-
sformava in una sensazione di benessere. Avrei pro-
lungato volentieri quello stato di torpore, immobile a
braccia aperte, se il richiamo inflessibile del mio
amico non me l’avesse impedito:
«Dobbiamo ripartire. Guarda che il ritorno sarà
più duro; e poi» con un’occhiata all’orologio «ri-
schiamo di far tardi. Ma parecchio!»
Aveva perfettamente ragione, sicché non mi ri-
mase che seguirlo ricominciando a nuotare di buona
lena. Non ci nascondevamo ormai la paura di essere
sorpresi dal buio. Lui allungava le braccia girandosi
sempre più spesso verso di me, io cercavo di non
perdere il contatto e intanto cominciavo a sbuffare.
Vedendo a una certa distanza sulla nostra destra
la lingua sottile di terra che ormai univa l’isoletta al
capo di Posillipo, mi riusciva difficile dare un signi-
ficato alla nostra piccola impresa. Le bracciate sem-
pre più fiacche e il fiato sempre più grosso mi con-
vinsero ad accettare l’aiuto del mio poderoso com-
pagno, anche se in quel momento l’odiavo. Così per
lunghi tratti mi appoggiai ingloriosamente alla sua
spalla.
Mentre filavo veloce e inerte come trainato da un
delfino, diedi un’occhiata al profilo della costa che
imbruniva. Vista dalla superficie dell’acqua, Napoli
adagiata nel crepuscolo era una sirena ubriaca di sole
e di colori, che si apprestava a indossare il suo abito
da sera pieno di paillette occhieggianti sul golfo in-
cantato. Sarà stata forse la stanchezza a enfatizzare
quell’immagine, o forse l’ansia di tornare sulla terra-
ferma,.
Arrivammo ch’era già buio. Con sgomento ma
senza sorpresa, vedemmo che lo stabilimento era
deserto. Sperai con intensità che la biondina fosse
!61
andata già via, magari col cuore in pena per la mia
sorte crudele… Invece era lì che aspettava assieme
alla zia, accanto al botteghino. Mi sentii un verme.
«Meno male: abbiamo avuto paura che vi aves-
sero trattenuti a Nisida!» La battuta della ragazza era
micidiale, se si pensa che su quell’isoletta c’è un
carcere per minorenni.
Farfugliai qualche scusa, la gentilezza della si-
gnora non faceva che accrescere il mio disagio. La
nipote si scusava a sua volta, ma doveva proprio
andar via. L’avrebbe riaccompagnata a casa lo zio,
perché i suoi genitori non fossero in pensiero:
«A parte gli scherzi,» lei volle ribadire andando
via, «abbiamo avuto davvero un po’ di paura per
voi.»
Rivestirci in un attimo e sparire fu un tutt’uno.
Arturo taceva, ma non sembrava farsi carico di alcu-
na colpa e l’espressione del suo volto era olimpica
come sempre. Dopo un lungo silenzio pieno di ran-
core, sbottai sibilando:
«Ma ti rendi conto che abbiamo fatto una figura
di m... »
«... morti di fame,» completò lui imperturbabile.
«Sono proprio sfinito e non ci vedo dalla fame.»
Non ebbi la forza di replicare. Ero sicuramente
più spossato di lui. Provammo a rifocillarci all’antica
pizzeria di Port’Alba, quella accanto al nostro liceo.

***

!62
Avevo appena diciassette anni, quando m’iscrissi
all’università. La crisi del dopoguerra mordeva an-
cora e, per far quadrare i nostri conti, s’imponeva la
scelta di una pensione più economica: anche a costo
di uscire dal perimetro di Spaccanapoli, però esclu-
dendo i malinconici quartieri della periferia.
Dopo una ricerca laboriosa condotta assieme a
due fratelli foggiani coi quali avremmo condiviso la
camera, alla fine ne trovammo una che ci sembrò
adatta alle nostre esigenze. Era una bella stanza am-
pia e luminosa. Si trovava al vico Paradiso, alle spal-
le e alla sommità dei malfamati quartieri spagnoli,
ma in una zona relativamente tranquilla. Per arrivar-
ci senza problemi, conveniva affrontare la faticosa
salita di una scalinatella longa longa come quella
della canzone di Murolo.
Secondo me, il nome della stradina era dovu-
to al fatto che quel difficile avaro paradiso biso-
gnava proprio guadagnarselo: quasi duecento
gradini che partivano di fianco alla stazione della
funicolare, nei pressi della centralissima via To-
ledo. Unica possibilità di accesso per chi non
voleva avventurarsi negli insicuri meandri dei
“quartieri”. Non a caso la zona d’appartenenza si
chiama Montecalvario, credo in ricordo di un’an-
tica Via Crucis. Una volta in cima, ecco il breve
vicolo pianeggiante e abbastanza silenzioso,
fiancheggiato su un lato dal muro altissimo e un
po’ tetro di un ospedale militare.
Proprio sull’angolo c’era l’ingresso di un palaz-
zotto decente di quattro piani senza ascensore. Il
nostro piano, guarda caso, era l’ultimo. Camera spa-
!63
ziosa e pulita come tutto l’appartamento, anche se i
quattro lettini la trasformavano in una corsia d’ospe-
dale. La proprietaria era una signora occhialuta, alta
e dinoccolata. Il prezzo accessibile. Per qualche
mese si poteva provare.
Il maggiore dei due fratelli di Foggia (molti ra-
gazzi pugliesi frequentavano a Napoli quella che era
l’unica grande università del Meridione), scuro e
tracagnotto, viso schiacciato e voce un po’ nasale,
era un tipo taciturno e solitario. Concentrato nello
studio, anche perché doveva recuperare alcuni esami
dell’arduo biennio d’ingegneria. Quando ci rivolge-
va la parola lo faceva come risvegliandosi dal torpo-
re. A volte del tutto imprevedibilmente si lasciava
andare a qualche battuta sconcia, che secondo lui gli
avrebbe fatto perdonare i lunghi silenzi.
L’altro invece era di aspetto gradevole e di carat-
tere socievole. Sorrideva, piaceva alle ragazze e ave-
va una giacca sportiva a quadri rossicci con le toppe
di pelle sui gomiti. Quando la indossava, almeno a
me erano chiare le sue intenzioni. Più che un capo di
abbigliamento, quella giacca era un vessillo. Un se-
gnale di battaglia. Questo studente di matematica si
chiamava Lino e aveva il gusto dell’autoironia.
Dal balconcino della nostra camera, che quasi si
toccava con quello del palazzo adiacente, potevamo
parlare (a turno) con due belle ragazze. La più picco-
la era mora e spiritosa, aveva i capelli pettinati a
coda di cavallo e parlava con il mio fratello minore,
fitto fitto e per ore intere. L’altra aveva i capelli ra-
mati, la bocca un po’ larga e l’assoluta certezza di
somigliare all’attrice Rita Hayworth, come qualcuno
le aveva assicurato. Parlava con me sottovoce, ma
ogni tanto rideva forte e gettava all’indietro la chio-
ma fulva.

!64
Una sera riuscii a portarla con me al Castel del-
l’Ovo, dove il circolo canottieri aveva inaugurato
una pista da ballo. Accettò con entusiasmo perché il
ballo era la sua grande passione. Il suo difficile mo-
dello non poteva che essere Gilda, la conturbante
protagonista del film che in quei giorni continuava a
fare cassetta in tutte le sale. Durante la danza assu-
meva pose fatali e si girava intorno per vedere l’ef-
fetto. Che era mediocre.
Ballammo fino allo sfinimento. Finalmente riu-
scii ad appartarmi con lei su una delle stupende ter-
razze affacciate sul golfo. Laggiù in basso il mare
luccicava fiottando tra le barche ormeggiate, mentre
l’occhio spaziava fino al capo di Posillipo e dinanzi
a noi si stagliava netto il profilo di Capri. Lei ammu-
tolì d’un tratto intenerita, e si lasciò baciare. Dopo
due minuti però volle tornare al centro della pista,
dove già le coppie volteggiavano nell’ennesimo tan-
go argentino.
Capii che quella relazione non aveva futuro.

Con Lino (quello della giacca sportiva) diven-


tammo subito amici e spesso di pomeriggio usciva-
mo insieme, a zonzo o a caccia di nuove ragazze.
Una volta discesa la lunga scalinata, percorrevamo
di solito via Toledo e ci fermavamo in galleria, clas-
sico luogo di ritrovo degli sfaccendati e sede del fa-
moso Salone Margherita, vero tempio seminterrato
dell’avanspettacolo. Noi due ci accontentavamo di
sostare all’ingresso del teatro o nei suoi paraggi,
dove tra risate e motteggi riecheggiavano le battu-
tacce del comico di turno, e qualche volta si vedeva-
no uscire le ballerine. Che noi trovavamo altissime e
inaccessibili.

!65
Ci capitava qualche volta di passare per le strade
ripide e scivolose dei quartieri spagnoli (degradati,
ma non ancora consegnati come oggi al traffico di
droga e alla violenza omicida) per vedere un film in
un cinema di terza categoria. C’erano qua e là le
insegne appariscenti di quei ritrovi dell’amore prez-
zolato che non erano stati ancora chiusi dalla legge
Merlin. Ne sentivo parlare dai ragazzi più grandi, ma
le loro vanterie accompagnate da risatine e sconcez-
ze goliardiche, anziché stuzzicare curiosità e deside-
ri, provocavano in me un’inconfessata repulsione
che sfiorava il panico.
Un giorno decidemmo di saltare il fosso. Sce-
gliemmo un’ora di mattina, quando la gente è più
indaffarata e distratta. Lino era teso e perplesso
quanto me. Salimmo una rampa di scale ed entram-
mo con circospezione. Avevo immaginato un luogo
affollato e forse rumoroso, non una tranquilla sala
d’attesa colorata e pacchiana. Era semivuota e quasi
ovattata, a quell’ora del mattino.
Ci mettemmo a sedere proprio di fronte al banco
della maîtresse, una signora grassoccia dai modi
gentili, che quando inforcava gli occhiali per leggere
assumeva l’aspetto di una segretaria d’azienda.
Quando entrarono le prime ragazze seminude, ci
guardammo l’un l’altro con un sorrisino che non
riusciva a nascondere la trepidazione.
Lino fu il primo a decidersi. Lo vidi inerpicarsi su
per una scala stretta e tappezzata di specchi, prece-
duto da una donnina molto più alta di lui, complici i
tacchi a spillo. Dopo i primi scalini, il mio amico si
girò verso di me con uno sguardo smarrito che si
sforzava di apparire spavaldo.
Da quella stessa scala discese una sorta di carica-
tura dell’allegoria della Primavera di Botticelli, una
giovane ragazza con biondi capelli, vestita (si fa per
!66
dire) con un tulle rosa ricamato a fiori e stelline. Era
di media statura, né bella né brutta, occhi azzurrini
pesantemente listati di blu, piccoli seni e mani sottili.
Venne a sedersi al posto lasciato da Lino accanto a
me e mi rivolse un sorriso interrogativo senza aprir
bocca. Le risposi con un piccolo cenno d’intesa. Lei
mi prese per mano come un bambino e salimmo alla
sua camera.
Mi mise subito a mio agio. Aveva capito che si
trattava della mia prima volta e non fu né volgare né
leziosa. Evitando atteggiamenti protettivi, mi diede
l’illusione di un rapporto vero. Visto che glielo chie-
devo, mi disse di essere la seconda di otto tra fratelli
e sorelle. Basta, nessun racconto di povertà o di co-
strizioni. Aveva la voce un po’ roca e un marcato
accento puteolano. Mentre mi riaccompagnava giù
per le scale, mi disse con un breve sorriso: «Che te
crerive, », che credevi, «è ‘na cosa ‘e niente.» La-
sciandomi così l’impressione di uscire dallo studio di
un dentista.
Non ci fu una seconda volta. Ma a quella ragazza
che lavorava tutto il giorno dietro le persiane chiuse
devo il merito di avermi introdotto ai misteri di Ve-
nere con tranquilla delicatezza.
In quei giorni di smarrimento della “diritta via”,
la nostra meta preferita era il quartiere collinare del
Vomero, anche perché ci si arrivava in un attimo con
la funicolare. Era allora una zona signorile e quieta,
non ancora infestata come le altre dalla voracità della
camorra, che ad ogni modo in quegli anni del dopo-
guerra aveva un volto più discreto e assai meno per-
vasivo e violento di quello attuale. L’ineffabile sarto
don Emilio, che come pochi conosceva uomini e
fatti della sua città, mi raccontò di un suo amico del
Vomero costretto a vendere «per una miseria» la sua
piccola trattoria. Aveva dovuto cederla a certi indivi-
!67
dui che per anni lo avevano «messo in croce» con la
pretesa del pizzo. Ne era scandalizzato. Poteva anco-
ra indignarsene.
Fu lassù che m’innamorai della collina di Ca-
maldoli. Spesso Lino ed io, ormai coppia di ferro,
c’incontravamo con i nostri nuovi amici in piazza
Medaglie d’oro. Eravamo un gruppetto ben assortito
tra maschi e femmine, di solito otto in tutto compresi
noi due. Delle quattro ragazze, due “toccavano” a
noi, ma non sempre le stesse, nel senso che ogni
volta ne subentrava qualcuna nuova. Il gruppo ruo-
tava intorno a un capo incontrastato, che era il figlio
di un noto camiciaio di via Chiaia. Questo ragazzo
vantava buone conoscenze ed era l’unico a fare cop-
pia fissa con un’attricetta di fotoromanzi che si dava
molte arie.
La meta abituale era quella collina sormontata da
una certosa e affollata da un verde procace con pic-
cole radure assolate e improvvisi squarci da capogiro
a strapiombo sul mare. In questo eden ci si sparpa-
gliava, ogni coppietta alla ricerca dell’angolo più
adatto. La situazione poteva vagamente ricordare la
cosiddetta “cornice” del Decameron. Con la sostan-
ziale differenza che la nostra lieta brigata non si era
organizzata né per sfuggire alla peste, né per raccon-
tare novelle piccanti.
Mai come su quei declivi erbosi, ho ascoltato e
pronunciato - con sincerità - parole innocenti di eter-
no amore, che si rinnovavano ogni sera. Però tra
partner diversi! Quelle ardenti fanciulle appena ado-
lescenti potevano sembrare ragazze fin troppo disin-
volte per quei tempi, eppure ognuna di esse era alla
ricerca di una difficile anima gemella. Lino ed io
cercavamo ad ogni modo di non deluderle con le
nostre prime performance, che dovevano peraltro
rispettare limiti invalicabili.
!68
A un bel momento però questa sorta di balletto
cotillon ebbe un arresto improvviso. Ed io rimasi
saldato con una di queste ragazze, come in un foto-
gramma. Si chiamava Anna, aveva occhi nerissimi e
un viso triste che a tratti s’illuminava in un sorriso
che mi scioglieva il sangue. Provai a dirle che non
riuscivo più a vivere senza di lei, ma non mi prese
sul serio. Intanto cominciavo a soffrire.
C’incontrammo ancora una volta, sempre in quel
posto magico che ci eravamo ritagliati in faccia al
mare, e ci sorprendemmo con gli occhi lucidi e il
cuore in ebollizione. Il remoto galleggiare delle isole
ci faceva sognare e quel rappreso scintillio azzurro in
fondo allo strapiombo ci dava le vertigini. Il viso di
quella fanciulla aveva cancellato tutti gli altri. Senti-
vo di amarla, ed era un sentimento nuovo che mi
divorava.
D’improvviso lei sembrò aver freddo e mi strinse
forte, nascondendo il viso perché non la vedessi
piangere. Gli altri erano andati già via, quando si
alzò di scatto e disse ridendo: «Sai qual è il guaio?
Qui è troppo bello.»
Il giorno dopo non venne, e nemmeno quello
successivo. Non la vidi più.
Seppi dal figlio del camiciaio che il padre della
ragazza e di altri due fratelli più piccoli di lei aveva
avuto un improvviso tracollo finanziario, che lo
aveva costretto a chiudere definitivamente il mode-
sto ma ben avviato negozio di guantaio e a trasferirsi
in un’altra città. Non sapeva quale o non volle dir-
melo. Sentii puzzo di bruciato, ma ero in uno stato
confusionale che m’impediva di pensare.
Solo più tardi mi fu chiaro che, in quella brutta
faccenda che aveva interrotto il mio sogno, c’era
l’ombra rivoltante della camorra. Ed ebbi un buon
motivo per odiarla più di altri.
!69
Quando alla fine mi ripresi dal colpaccio e riuscii
a rimettermi in piedi sulle mie gambe, vidi in fondo
a quel tunnel un varco luminoso e mi ci buttai
d’istinto. Per ritrovare la via smarrita, non vidi nulla
di meglio che tuffarmi disperatamente sui libri. Do-
vevo pur rimettermi in pari con gli esami arretrati.
L’esperienza movimentata del vico Paradiso era un
capitolo chiuso. Definitivamente.

!70
Il cortile del Salvatore

Non mi pareva vero d’essere ritornato nel grem-


bo caldo e rassicurante di Spaccanapoli.
Appartata e apparentemente cieca, via Giovanni
Paladino è una stradina che sembra nascere diretta-
mente dal cortile dell’università, il bel cortile del
Salvatore pieno di statue e circondato da aule sussi-
diarie. Su quell’ingresso secondario e quasi privato
si affacciava la mia nuova camera in affitto. Un pa-
lazzo più decoroso dei precedenti, una stanza abba-
stanza comoda e, soprattutto, un chiaro monito: ri-
cordati che sei qui per studiare. Nessuna scusa: tu
apri la finestra ed eccole, le aule con i professori
sono lì che ti aspettano.
Insomma con la mia università e con la facoltà di
Lettere e Filosofia ero “uscio e bottega”, per dirla
oggi alla fiorentina. Uscendo di casa, se non volevo
infilarmi subito in quel portone che si apriva a tergo
dell’ingresso principale dell’ateneo, a volte mi con-
cedevo il lusso di un caffè di quelli buoni. Che dico
buono, molto di più. A Napoli, lo sanno tutti, il caffè
è il migliore del mondo. Ed è un rito sacro, che qui
!71
non importa descrivere, tanto è ricca la letteratura
fioritagli intorno.
Prendevo dunque a destra, e in fondo alla breve
stradina ero già nella piazzetta Nilo con il suo minu-
scolo monumento alessandrino assunto a simbolo di
fertilità (non saprei dire se come buon augurio per la
città che ne ha sempre avuto bisogno, o con allusio-
ne alla prolificità delle donne partenopee). Lì accan-
to a un piccolo bar c’era anche la libreria editrice
Loffredo, il cui logo sulle copertine dei libri non po-
teva che essere l’immagine dello stesso dio-fiume.
Era frequentata tra l’altro dal mio indimenticato pro-
fessore dantista, quello del tintinnio di chiavi e mo-
netine nelle tasche dei pantaloni..
Insomma mi bastavano due passi per trovarmi
nel punto centrale di Spaccanapoli. Non a caso que-
sto largo, dal quale si snoda il vico Nilo, è anche
detto Corpo di Napoli. Ero ancora al liceo, quando il
solito insegnante d’italiano mi aveva incuriosito con
un particolare tratto dalla Giovinezza di Francesco
De Sanctis e riguardante il vico Nilo. Proprio in quel
vicolo angusto, in una stanza buia e piena di sedie tra
nude pareti, il futuro grande critico aveva insegnato
ai suoi giovani coetanei. Mi piaceva questo atipico e
sanguigno interprete di Dante, così fui invogliato a
leggere la sua Giovinezza, rintracciata tra i vecchi
libri di una bancarella in piazza Bellini.
La proprietaria dell’appartamento con affaccio
sul cortile del Salvatore, al quarto piano di un palaz-
zo rigorosamente privo d’ascensore, avrebbe avuto
la nobile imponenza di una matrona romana, se non
fosse stato per un singolare difetto fisico. Il suo vasto
bacino era infatti posizionato a sinistra rispetto alla
colonna vertebrale. Il vistoso spostamento del bari-
centro rendeva precario l’equilibrio della donna e ne
condizionava il portamento. Proprio perché afflitta
!72
da questo problema, la signora Rosa mostrava spes-
so un’espressione preoccupata che contrastava con il
suo carattere festoso.
Delle due giovani figlie, una era socievole e brut-
tina, l’altra belloccia e altezzosa. Infermiere diplo-
mate entrambe, lavoravano la prima al policlinico
dell’università e l’altra in una clinica privata gestita
da suore. Questi dettagli mi servono a far compren-
dere meglio il piccolo dramma che ogni giorno vi-
veva uno dei giovani ospiti di quella pensione, un
personaggio singolare.
Corpulento e pacione, Osvaldo avrà avuto poco
più di trent’anni ma ne dimostrava molti di più. Pro-
veniva, se ricordo bene, da uno dei paesini vesuviani
ed era anche lui infermiere (in quella casa il pronto
soccorso non era un problema). Palesemente inna-
morato dell’infermiera carina, Osvaldo non poteva
assolutamente frequentarla. Quasi sempre, infatti, lei
faceva il turno di notte in quella clinica privata. Per-
ciò di giorno dormiva.
D’altronde era chiaro a tutti noi che la ragazza
non mostrava di gradire le particolari attenzioni di
quell’ospite un po’ ingombrante. Lui però non era
tipo da arrendersi così facilmente, così le escogitava
proprio tutte. Una sera lo vedemmo arrivare trafela-
to, dopo aver salito a piedi i quattro piani del palazzo
reggendo un pesante vaso di ortensie blu. Per sua
fortuna, ad aprirgli la porta fu proprio quella ragazza
che lo faceva penare. Vedendosi consegnare il grosso
omaggio floreale da quell’uomo tutto sudato, lei
ebbe un attimo di tenerezza e gli disse:
«Ma non potevi almeno farlo portare su dal fiora-
io?»
E lui, ancora ansimante:
«Mai a pensare che per un solo piano… Ma chi-
ste pesa overamènte!»
!73
«Come sarebbe a dire uno solo, vuoi dire quattro
piani, altro che uno.»
«Sì, e che sono io, Maciste? Questi fiori stavano
annascuse, neanche si vedevano, davanti alla porta
della signora qui sotto. Dì ‘a verità, non era un pec-
cato?»
E lasciandola di sasso, Osvaldo si rifugiò nella
propria camera, bloccato forse dalla timidezza e già
pronto a inventarsi la prossima bravata. Difficile dire
se era un sempliciotto o invece uno che la sapeva
lunga. Pur di far colpo sulla sua bella, una delle sue
idee fisse era quella di volersi specializzare nell’arte
di raccontare barzellette. Per sua sfortuna, non mo-
strava alcuna attitudine per questo tipo di cose. Allo-
ra cercava di riuscire a raccontarne decentemente
almeno una, di barzellette, esercitandosi con una
caparbietà maniacale.
Trascorreva perciò interi pomeriggi chiuso nella
sua camera a «fare le prove», come lui diceva con
calcolata serietà. Si metteva seduto accanto alla
specchiera di un armadio e ripeteva all’infinito sem-
pre la stessa storiella, con tutte le possibili sfumature
espressive. Studiava nei minimi particolari il tono
della voce e le variazioni opportune, la mimica fac-
ciale, i gesti e le parole. Tutta giocata sui doppi sensi,
la barzelletta prescelta era elementare e trivialotta,
ma divertente.
«Come mai ti ci vuole lo specchio?» gli chiesi
una volta con cautela, nel timore d’offenderlo, per-
ché era suscettibile.
«È per vedere l’effetto.»
Non capivo bene e volli insistere:
«Vuoi dire che t’interessa sapere quale effetto
fanno sugli altri i cambiamenti della tua faccia? Ma
allora non sarebbe meglio chiederlo a me, anziché
allo specchio come la matrigna di Biancaneve?»
!74
Sconcertato dall’imprevista osservazione, egli
rimase un po’ perplesso e quasi convinto, ma poi mi
liquidò seccato:
«Vabbuo’, tu si nu filosofo!»
Quando finalmente si sentì pronto per affrontare
la platea, il nostro infermiere si cimentò all’ora della
cena, naturalmente in presenza delle due sorelle. Il
risultato fu disastroso. Tutti ci sforzammo di ridere e
lo incoraggiammo:
«Bravo, sei proprio forte!»
Ma gli si leggeva in viso la delusione.
«Macché,» ribatté sconfortato, «e pensare che
l’ultima volta mi era venuta proprio bene...»
Difficile definirlo. Forse ci prendeva tutti in giro.
Sembrava un personaggio uscito direttamente da una
commedia di Eduardo.

***

!75
***

Il mio primo incontro con il teatro San Carlo fu


propiziato dalla letteratura tedesca. Quell’esame mi
permetteva di avvicinarmi alla grande civiltà lettera-
ria e musicale di un popolo, del quale la guerra non
mi aveva fatto conoscere altro che un volto deforme.
Che non era il suo, ma quello abietto del nazismo.
Con la sua grigia chioma fluente a boccoli sulle
spalle e una voce metallica che rimbalzava sulle
strette pareti dell’aula, quell’anno il professore ci
propose tra l’altro un suo poderoso saggio monogra-
fico dedicato a Wagner. Di lui non avevo mai letto
un verso, né ascoltato una nota. Sapevo che la sua
era stata una sorta di rivoluzione musicale, e questo
bastò a stimolarmi. Tanto, i testi erano in traduzione
italiana. Mi accostai così per la prima volta ai poemi
che lo stesso autore componeva e poi musicava.
C’era un problema, però. Quel libro a dispense
presentava ampi passi in lingua tedesca. Come quasi
tutti allora, l’unica lingua straniera che io conoscessi
decentemente era il francese. Ben pochi studiavano
l’inglese. Quelli che sceglievano poi lo spagnolo o il
tedesco erano una sparuta minoranza. «Ignora il te-
desco? Poverino!», mi accusò impietosamente il
docente capelluto. «Siete in molti ad avere questa

!76
lacuna. La traduzione dei brani la trovate in nota, ma
dovete almeno imparare la pronuncia.»
Tra i miei colleghi di corso ce n’era uno dall’aria
un po’ trasognata. Appena seppi che conosceva il
tedesco, cominciai a circuirlo proponendogli di stu-
diare insieme per quell’esame. L’idea non gli di-
spiacque e mi assicurò che potevamo trovarci senza
problemi a casa sua, in via Santa Brigida, a pochi
passi dal teatro dell’opera e dal mare.
Sottile e diritto come un giunco, questo ragazzo
dalla carnagione bianchissima si chiamava Roberto,
ma cominciai a chiamarlo scherzosamente «Signori-
no», come faceva il portiere del suo palazzo tutte le
volte che lo vedeva entrare o uscire: «Buongiorno,
signurì». Qualche volta l’omino in livrea usciva ap-
positamente dalla guardiola e accompagnava il salu-
to con un breve inchino. Il mio amico si schermiva
abbozzando a sua volta un profondo inchino scher-
zoso alla moschettiere del re, la mano sul cuore:
«Buongiorno, don Antò, sapete se papà è tornato?»
Il padre era un alto magistrato e aveva sposato
una nobildonna. Era anche un appassionato di musi-
ca e, saputo del nostro esame, ci confermò che il
cartellone della stagione del San Carlo prevedeva tra
l’altro un’opera di Wagner: L’oro del Reno, dalla
tetralogia della saga dei Nibelunghi. Sarebbe andata
in scena di lì a una decina di giorni e lui poteva pro-
curarci due biglietti d’ingresso gratuito. Un’ottima
ragione per accelerare i tempi del nostro studio.
Quell’attico al sesto piano aveva una mansardina
che era appunto il rifugio preferito dal mio amico..
Quando puntualmente arrivavo subito dopo pranzo,
lì c’installavamo tranquilli e indisturbati. Prima di
salire, salutavo il portinaio appisolato dietro il suo
finestrino. «L’ascensore è in fondo a destra» conti-
nuava a ripetermi con sollecitudine don Antonio,
!77
benché non vi fosse più alcun bisogno di quella in-
formazione.
In contrasto con l’aspetto lussuoso del vasto ap-
partamento arredato con pezzi d’antiquariato, la
mansarda aveva un’aria bohémienne sicuramente
voluta da Roberto. Dalle finestre basse si vedeva
troneggiare il Maschio Angioino e si scorgeva più in
là la darsena con i suoi moli e le navi che incrocia-
vano al largo. Per difenderci dal caldo già vigoroso,
ci bastava socchiudere le piccole persiane lasciando
filtrare l’aria proveniente dal mare. Un refrigerio
delizioso che ci aiutava a digerire le consonanti aspi-
rate di quella lingua ostica.
E venne il giorno dell’opera. Avevamo più o
meno portato a termine il nostro lavoro e il mio im-
probabile tedesco era quel che era. Riuscivo però a
leggerlo con una pronuncia così aspra ed enfatica, da
far pensare al mio amico di voler fare la caricatura di
Hitler.
Il teatro mi fece un’impressione enorme. Occu-
pavamo un palco laterale di seconda fila. Lo splen-
dore della sala, l’oro degli stucchi e il rosso dei vel-
luti, gli accordi sommessi eppure nitidi che proveni-
vano dalla buca dell’orchestra, gli strumenti che po-
tevo osservare e distinguere uno per uno, e poi quel-
l’atmosfera ovattata e raccolta già prima che inizias-
se lo spettacolo, tutto questo mi dava una sorta di
piacevole stordimento. Ero sospeso in una dimen-
sione nuova.
Poi la lenta apertura del sipario e l’insospettato
dilatarsi del proscenio, i coloratissimi fondali, gli
effetti di luce, i costumi e la suggestione di mondi
fantastici. Ed ecco le prime note quasi evocate dal
nulla, un lungo brusio indistinto, poi i prolungati
arpeggi, quindi il salire dell’onda musicale, la su-
premazia degli ottoni sugli archi e il lungo echeggia-
!78
re del corno. Erano vibrazioni forti, una grande ani-
mazione e come un rimescolio drammatico degli
elementi della natura.
Eppure devo essere sincero. Sarà stata la notevo-
le lunghezza dell’opera, la mia giovane età, la scarsa
preparazione, o forse quella preoccupazione conti-
nua di dover riconoscere i famosi leitmotiv – i temi
dominanti puntigliosamente evidenziati nella mono-
grafia del nostro professore –, fatto sta che dopo
un’ora mi colse uno spaventoso cerchio alla testa.
Nell’intervallo lo confessai a Roberto. Anche lui era
eccitato e un po’ confuso.
Mi rimase dentro un mondo eroico popolato da
poderosi giganti e nani deformi, da dei maliziosi e
inaccessibili castelli, da spaventose caverne e fucine
sotterranee. Un mondo fiabesco e inquietante che mi
sospingeva indietro facendo riaffiorare certi sogni
agitati dell’infanzia, in mezzo alla foresta percossa
dal vento che ulula e piange.
«Qui di sicuro non abbiamo una Foresta Nera»
dissi, giusto per allontanare quei trasalimenti che
ancora percorrevano il silenzio della grande sala,
dove le luci gradatamente riaccese esaltavano la sce-
na mitologica affrescata nel tondo del soffitto.
«No, ma abbiamo il Lago d’Averno» ribatté Ro-
berto con espressione assorta «e abbiamo l’antro
della Sibilla, e le esalazioni sulfuree dei Campi Fle-
grei…»
«Già, dove hanno girato l’ultimo film di Totò!»
Lo smontai con questa battuta. «Ma ti rendi conto,
dove sono gli eroi? E dove mai tu senti il fragore
degli elementi della natura e l’echeggiare del corno?
Qui al massimo puoi sentire il canto delle sirene»
conclusi ridendo.
«E ti sembra poco?» Il mio amico rise anche lui,
pacificato.
!79
Insomma niente Foresta Nera, ma ci andava be-
none.

***

!80
***

Oltre agli studenti del nostro corso, nelle aule di


filosofia teoretica e morale era facile vedere qualche
“irregolare”. Erano studenti di altre facoltà, come
Architettura che aveva sede nella vicina via Mezzo-
cannone. Qualcuno era mosso dalla curiosità del
sapere; qualcun altro dalle grazie di una collega, ma
ne dubito, perché di belle ragazze c’era una maledet-
ta penuria. Dovuta forse alle privazioni della guerra.
Molto più strana era la presenza in aula di qual-
che uomo maturo. Ce n’era più d’uno. Quale aiuto
potevano aspettarsi costoro dalla filosofia? Chissà,
forse provati dai casi della vita, magari speravano
d’individuare dei punti fermi, ciò che rimane stabile
e valido come criterio dell’operare. O forse, più ba-
nalmente, non avevano di meglio da fare.
Uno di questi studiosi attempati si rivelò un per-
sonaggio interessante. Era un signore pelato sui ses-
santa e di solito prendeva posto accanto a me, atti-
vissimo nell’annotare i suoi appunti con una grafia
precisa e minuta. Al termine della lezione, di cui non
perdeva una battuta, mi chiedeva a volte di consulta-
re i miei appunti disordinati e criptici.
!81
«Guagliò, ti dispiace se ci do un’occhiata?»
«Per me nessun problema, ma ho una brutta gra-
fia e poi sono tutte abbreviazioni e segni convenzio-
nali: guardi un po’ qui, sembra stenografia!» E gli
mostravo i miei scarabocchi.
«Non fa niente, non fa niente,» sorrideva. «Tanto,
anche con i miei appunti lavoro di fantasia...»
E lui questo faceva, lavorava di fantasia. Nel sen-
so che spigolava fra le teorie elaborate dai filosofi,
non importa se antichi o contemporanei, e provava
ad adattarle in qualche modo ai propri casi. Interpre-
tazioni libere e personali.
I più informati dicevano che quell’uomo era stato
piantato da moglie e figli e che ora, un po’ alla cieca,
veniva a cercare improbabili risposte agli enigmi del
vivere. Quando giudicò di potersi confidare con me,
mi raccontò che per qualche tempo aveva fatto an-
che l’esperienza del barbone e aveva dormito sui
cartoni in un angolino della stazione in compagnia di
un cane trovatello. Poi aveva deciso che quella era
una scelta poco originale.
«Perché a Napoli,» sosteneva convinto, «quasi
tutti nascono con una vocazione da randagio, anche
se ognuno la realizza e la vive a modo suo. Ricorda-
ti: la cosa essenziale che ci accomuna è la strada!»
Proprio quando mi ero affezionato alla sua pre-
senza discreta, cordiale e un po’ patetica, da un gior-
no all’altro non lo vidi più. Circolò la voce che si era
fatto frate, e la trovai verosimile. Si vede che, deluso
dalla filosofia, la sua ricerca della verità – o almeno
della bussola – aveva preso altre vie.

A lezione già iniziata in un pomeriggio afoso, da


una delle due porte posteriori irruppero alle mie
spalle due studenti che non conoscevo. D’ingegne-
!82
ria, come poi si seppe. Sembravano seccati del pro-
prio ritardo e non volevano disturbare, ma non si
decidevano a mettersi a sedere. Poi avvistarono due
posti liberi, chiesero ripetutamente scusa nel passare
creando un piccolo scompiglio, e finalmente venne-
ro a sistemarsi proprio dietro di me.
Dopo aver ascoltato con attenzione per pochi
minuti, cominciarono un fitto parlottio sottovoce che
finì per darmi fastidio. Glielo dissi e si scusarono,
ma dopo un po’ il chiacchierio riprese animato e
ininterrotto come prima. Mi girai ancora indietro per
protestare, ma il più risoluto e simpatico dei due mi
prevenne:
«Lo so, abbi pazienza. Ma dico io, non è meglio
parlarne anche tra noi?»
«Sicuro, ma dopo, non durante la lezione!»
«Il guaio è che a parlare è sempre lui, lo vedi.
Magari dice cose interessanti, ma è facile annoiarsi:
non ci chiama mai in causa come faceva Socrate con
i giovani di Atene...»
«Già, te lo raccomando, Socrate» lo interruppi.
«Ma poi a quei ragazzi gli faceva dire quello che
voleva lui!»
«Vabbuò, ma almeno...» Il suo sorriso arguto e
contagioso proveniva direttamente dalle fessure dei
piccoli occhi azzurri. Anche per questo, stavo al suo
gioco.
«Vuoi dire che almeno si faceva ascoltare volen-
tieri? Ho paura di no, quell’uomo doveva essere un
grande rompiscatole e chissà quanti ateniesi cerca-
vano di evitarlo.» Lo provocavo, segno evidente che
volevo mettermi in comunicazione con lui.
«No, veramente volevo dire che grazie a lui quel-
li riuscivano a capire quanto erano ignoranti.»
«Se è per questo,» gli concedevo, «diciamo pure
che li aiutava a conoscersi un po’ meglio.»
!83
«E ti sembra una cosa facile?»
Continuava a sorridermi dalle feritoie degli occhi
socchiusi. Eppure, questo Luciano mi sembrava di
averlo già conosciuto prima. Ormai non pensavo più
ad evitare il nostro gustoso becchettio, anche se gli
altri dovevano averne abbastanza di quel ronzio.
«Ma insomma,» volli insistere senza più voltarmi
indietro, «quel suo interrogare senza mai rispondere,
mai definire...» Mi riferivo ancora a Socrate.
«Secondo me,» mi soffiò sul collo «una defini-
zione ce l’ha lasciata, prima di bere la cicuta: “La
virtù è conoscenza”. Vuol dire che i peggiori feten-
toni, i malvagi e i disonesti, sono più che altro dei
grandissimi ignoranti.»
Benché parlassimo con voce molto bassa, o al-
meno così ci sembrava, si levò un mormorio di pro-
testa e qualcuno ci zittì apertamente. Mi rimisi a se-
guire la lezione, ma facevo fatica a riannodare il filo
del discorso. Anche perché il pensiero continuava a
oscillare tra la testa pelata di Socrate e gli occhietti
sorridenti di quel ragazzo.
Che somigliava tanto al futuro ideatore di don
Gennaro Bellavista. Proprio lui, il filosofo ruspante
che si rifiuta di ridurre la napoletanità al vieto cliché
dell’arte di arrangiarsi. Ed è convinto tra l’altro di
una cosa che ho sempre pensato anch’io, pur senza
l’aiuto del presepe e dell’albero di Natale. Bellavista
sosteneva – chi ha letto quel libro lo ricorda bene –
che il futuro non solo della sua città ma dell’umanità
intera dipende dal prevalere delle forze dei presepisti
(cultura dell’essere) o, invece, di quelle degli alberi-
sti (cultura dell’apparire). Metafora perfetta.
Ora io non sono sicuro, dopo tanti anni, degli
esatti termini di quel dialogo sui banchi di quell’aula
universitaria. A dire il vero, non potrei nemmeno
giurare che non si trattasse solo di un incontro vir-
!84
tuale. Un fatto è certo: quello studente d’ingegneria
in quegli anni era lì, amico di qualche mio amico. E
incontrandoci, lì o altrove, la nostra chiacchierata
non sarebbe stata sostanzialmente diversa da quella
appena raccontata.

!85
!86
Parole e musica

Quando mi trasferii in via Carrozzieri, a due pas-


si da piazza del Gesù, lui era già lì da qualche anno.
Occupava l’unica camera che s’affacciava sul corti-
le, piccola e tranquilla. La mia, piena di luce e di
fiorellini gialli sulla carta da parato, la dividevo col
più grande dei miei fratelli, studente in medicina e
quasi sempre fuori, perché studiava a casa di una sua
collega. Quello con il giovane musicista solitario fu
un incontro importante per me.
«Mi chiamo Franco» si presentò con allegria.
«Franco Mann.»
Aveva abbreviato il cognome in uno pseudoni-
mo. Più vicino ai quaranta che ai trenta, aveva un
accento che non riuscivo a identificare e uno sguardo
dolce e ironico al tempo stesso. Mi accolse con entu-
siasmo. Aveva bisogno di comunicare con qualcuno
e parlava un po’ a scatti, con una leggera balbuzie
che sembrava un vezzo. Mi rivolse tante domande,
ma di sé disse ben poco.

!87
Per farsi perdonare quell’inflessione “forestiera”,
precisò subito che sua madre era napoletana, ma che
aveva dovuto lasciare la città quando lui era ancora
piccolo, per seguire al nord il marito ufficiale di car-
riera. Morti tutti e due. Tutto qui. Dopo una piccola
pausa, guardando distrattamente le pareti a fiorellini,
dichiarò:
«Mi occupo di musica...» E vedendomi aggrotta-
re la fronte: «Nessun problema, non ho qui un piano-
forte ma soltanto questa chitarra classica. La suono
un po’ di sera, non vi darà fastidio.»
Mi guardava con occhi furbi perché forse aveva
capito che la mia non era preoccupazione ma curio-
sità.
«Musica come, di che genere? Canti?» Non mi
sembrava il tipo del cantante, e nemmeno quello del
pianista di piano-bar.
«Beh, sono compositore di musica leggera. E ho
diretto anche qualche buona orchestra, ma questa è
acqua passata.»
Pronunciò quest’ultima frase quasi con fastidio.
Era reticente sui particolari e non volli insistere. Avrà
avuto i suoi buoni motivi per sorvolare sul proprio
passato, e in fondo ci si stava appena conoscendo.

Dalla finestra della mia camera si vedevano lavo-


rare anche all’aperto, i carrozzieri. E si sentivano i
tonfi dei “battilamiera”, l’acuto ronzio delle frese, lo
sfregolio delle lime. L’odore acre delle vernici rag-
giungeva anche i piani alti. Ma dal balcone già si
scorgeva in fondo alla breve stradina la salita del
Gesù nuovo. Ero tornato quasi (quasi) nel cuore del-
la “mia” Spaccanapoli, eppure non mi bastava e già
mi prendeva un po’ di nostalgia della piazzetta Nilo:
dell’animazione, dei colori, delle voci e degli odori
!88
che si respiravano nell’aria di quella zona ormai fa-
miliare.
Però anche qui, in questa strada-officina, di tanto
in tanto il forte richiamo cantato dei venditori di pas-
saggio faceva affacciare le donne con il cestino lega-
to alla corda lunghissima. Dopo una rapida intesa
fatta più di gesti che di parole, lo calavano giù bal-
lonzolante dai piani alti con dentro il denaro conve-
nuto. Poi, con disinvoltura quasi elegante, ritiravano
su il paniere pieno di grossi carciofi rotondi o di li-
moni di Procida dal profumo intensissimo o di fi-
scelle di ricotta fresca. Si capiva subito che le signo-
re dovevano conoscere da anni quell’omino, e per i
prodotti della campagna si fidavano di lui più che di
qualsiasi negoziante.
Possono sembrare immagini ottocentesche, ma
erano proprio quelle del primo dopoguerra napoleta-
no, con tutta la voglia di riannodare il filo spezzato.
La gente era pronta a ricucire la vita lacerata dalle
bombe e umiliata dalle altre brutture della guerra.
Così anche qui, in questa stradina rumorosa, tutti
partecipavano alla vita di tutti. Solidali e invadenti.
Se ad esempio qualche operaio s’infortunava, alme-
no dieci persone gli si facevano intorno, un po’ per
soccorrerlo e un po’ per curiosare. Se poi si trattava
di un operaio-bambino, allora l’allarme e l’angoscia
delle mamme (non solo della sua, ma di tutte le altre
in coro) potevano toccare tonalità e livelli da trage-
dia greca.
Già abituato al martellio ininterrotto sulle lamiere
delle auto in riparazione che non mi dava più fasti-
dio, una volta sobbalzai nel sentire un piccolo urlo
seguito da un silenzio improvviso. Era l’afosa cun-
trora di un primo pomeriggio che i napoletani di
norma consacrano all’estatico dormiveglia della
pennichella. Da una finestra subito spalancata di
!89
fronte alla mia, vidi sporgersi una donna che urlava
allarmata: «Ma chi è, Gennarino? Gesummaria, e
facite quaccòsa!» Dio mio, fate qualcosa, cercate di
soccorrerlo!
Continuando a spenzolarsi pericolosamente,
chiamava in aiuto altre mamme che subito si affac-
ciarono da finestre e balconi, anch’esse agitate: «Uh,
Maronna mia!».
La vera madre del ragazzino infortunato abitava
altrove e non poteva unirsi al coro.
Poi si udì la voce rassicurante del bimbo, il suo
tono fiero da adulto, mentre qualcuno gl’incerottava
il dito contuso e ferito: «Non è niente, non è niente.
M’è sciuliato ‘o martiello,» si giustificava, gli era
sfuggito il grosso martello, «perché tenevo le mani
nzevate,» cioè unte di quell’olio che gli anneriva
anche il viso, e perciò scivolose. «Ma è cosa ‘e nien-
te,» ripeteva girandosi intorno e rivolgendosi soprat-
tutto alle donne tutte affacciate come dai palchi di un
teatro. Finalmente rincuorate.
Sentendosi protagonista, Gennarino si godeva
quel momento di gloria, senza più curarsi del dito
schiacciato.
Ed ecco allora il rapido e allegro diffondersi dello
scampato pericolo: «È cosa ‘e niente!» La notizia
rimbalzò come un’eco da un balcone all’altro:
«Menu male, pe’ grazie ‘e Dio è cosa ‘e niente!»
Finché Napoli saprà recitare così bene il piccolo
dramma corale della solidarietà, nulla potrà dirsi
definitivamente perduto.

***
***

!90
«Bepino,» con questo suo personale diminutivo
(con una sola p) s’informò una sera inopinatamente
l’amico musicista, «tu scrivi poesie?»
«No, e tu?» Arrossii violentemente, sentendomi
come frugare in un cassetto segreto.
«Beh, i miei versi servono a rivestire le note mu-
sicali. Diciamo che prima viene la musica, poi in
qualche modo le parole seguono una strada già aper-
ta dalle note.»
Fin dall’inizio Franco aveva capito che la mia
non era soltanto curiosità, ma qualcosa di più. «Se
t’interessa sapere come può nascere una canzone,»
propose con naturalezza, «un giorno possiamo anda-
re insieme alla Ricordi. Ti va l’idea?»
Usciva tutte le mattine prima delle nove per re-
carsi a quel negozio di strumenti musicali, dove gli
mettevano a disposizione un pianoforte di tipo verti-
cale in una stanzina appartata sul piano rialzato.
Non mi feci ripetere l’invito.
Appena entrati, ebbi una sensazione sgradevole.
Il gestore lo accolse con cortesia formale chiaman-
dolo «Maestro», ma mi sembrò di cogliere nello
sguardo di quell’uomo e nel tono della sua voce una
non so quale sufficienza. Il suo atteggiamento faceva
pensare a quello di un produttore cinematografico

!91
verso un attore decotto e fuori dal giro. Eppure il
mio amico era ancora molto giovane e componeva
qualche brano di successo. Non riuscivo a capire.
L’impiegata che ci accompagnò per aprire la stanza,
chiusa a chiave per qualche motivo, fu la sola a sor-
ridergli con simpatia.
Franco si mise subito al piano e dopo qualche
accordo mi disse che stava scrivendo una nuova
canzone.
«Però è una cosa particolare, non so come dirti,
una cosa nuova. Ci tengo molto.»
La musica era ormai già pronta, mancavano le
parole. Me la fece ascoltare. Era un valzer lento,
molto lento, e lui suonava con trasporto ma senza
enfasi. Accarezzava i tasti bianchi e neri, chiudeva
gli occhi e ogni tanto muoveva le labbra, ma riuscivo
a percepire appena qualche sillaba indistinta e addi-
rittura numeri, così mi parve.
Quel pezzo musicale era struggente. Mi sembra-
va una barcarola e glielo dissi: un dondolio notturno
in mezzo al mare, cadenzato dallo sciacquio della
risacca.
«Infatti» si limitò a rispondere trovando del tutto
naturale la mia impressione. «Ora il problema è
quello delle parole…»
Riprese quel suo canterellio indistinto e tormen-
toso fatto di sillabe e numeri, e questa volta capii che
cercava di dar forma e ritmo poetico alla prima stro-
fa musicale. Sulle prime note di quel valzer lentissi-
mo, ora lui bisbigliava distintamente:
«Cin-quan-ta-quat-tro / cin-quan-ta-cin-que... Se
almeno trovassi le parole dell’attacco... Tu che ne
dici?»
Mi sorpresi a canticchiare anch’io ma a bocca
chiusa, cullato da quegli accordi che ribadivano le
prime note con insistenza ossessiva. E sul dondolio
!92
dell’onda, che ora si allontanava ora si riavvicinava
come a voler dialogare, mi sentii pronunciare quasi
d’istinto, sullo stesso ritmo scandito da quei due nu-
meri:
«On-na che va-ie / on-na che vie-ne...»
«Bravo Bepino, sei un genio!» esagerò commos-
so. E ricantò più volte quel verso, sempre più con-
vinto: ‘Onda che vai, onda che vieni...’ Vi aggiunse
quasi subito il secondo, che gli venne facile e natura-
le: «...portala ‘nzuonno addu me». Era ormai un
fiume in piena. Nel giro di mezz’ora il testo della
canzone era già pronto. S’impuntò solo al ritornello,
che volle iniziare così: «’O mare s’è addurmuto...»
Mi guardava fiducioso aspettandosi un secondo
piccolo contributo. Che fu anche l’ultimo mio ex-
ploit:
«...’A luna s’è ‘ncantata...» pronunciai esitante.
Mi sorrise annuendo e canticchiò ancora, mentre
scriveva questo verso che gli consentì di andare fino
in fondo. Con grande scioltezza, ormai ispirato:
«Doje stelle so’ cadute / Dinto a ‘sta varca, ohi né /
Nun t’addurmì, ma siente / Tutta ‘a passione ‘e ‘sta
voce / Ch’è suspirosa e doce / E ‘a porta ‘ammore
addu te.»
Continuò ad accarezzare sulla tastiera le note
cullanti di quella barcarola, trasognato e felice come
può esserlo un ragazzo innamorato.

Festeggiammo al Gambrinus, il caffè storico di


piazza San Ferdinando, con una sfogliata calda e ‘na
tazzulella, una tazzina di caffè. Franco era euforico.
Ne approfittai per cercare di saperne di più sul suo
nebuloso passato.
Questa volta volle confidarmi almeno i fatti es-
senziali. Inciampando ogni tanto sulle parole, mi
!93
spiegò che il suo grande «torto» era stato quello di
aver diretto in passato un’orchestra della Rai. Più
esattamente quella che era diventata la radio della
repubblica di Salò, nel momento più drammatico e
caotico nella storia del nostro paese.
«E sai, queste cosucce prima o poi ti fregano! »
Quel semplice fatto, sommandosi ai trascorsi
politici del padre fucilato dai partigiani, a guerra fini-
ta sarebbe bastato per emarginarlo.
«Oggi me ne vergogno,» proseguì anche per
riempire il mio silenzio imbarazzato, «ma devo con-
fessarti una cosa. Al mio arrivo qui a Napoli dopo
quegli anni terribili, mi sono adattato perfino a com-
porre qualche canzone “per conto terzi”...»
Lesse la mia incredulità e nominò un paio di tito-
li: erano canzoni di successo scritte da lui ma firmate
da altri! «A quei signori cedevo ovviamente anche i
diritti d’autore, in cambio di poco più di una mancia.
Che ci vuoi fare, bello mio: À la guerre comme à la
guerre.»
L’espressione del suo viso non esprimeva indi-
gnazione, ma un’amara rassegnazione. Non aveva
però l’aria di un uomo vinto e sfiduciato. Vide il mio
sconcerto e si affrettò a concludere con voce squil-
lante:
«Ora però la musica è un po’ cambiata. Sai come
intitoleremo questa “nostra” canzone? “Varca lucen-
te”. Ti piace?»
Anche quel titolo era molto bello, nulla da dire.
Eppure rimasi muto come un pesce.
No, non era possibile! Assistere e addirittura con-
tribuire, sia pure in misura minima, alla nascita di un
brano musicale così… Sogno o son desto?

!94
***

!95
***

Era passato quasi un mese da quella volta di Ri-


cordi, quando una sera lo vidi entrare nella mia stan-
za eccitatissimo. Franco sembrava addirittura fuori
di sé:
«Sai da dove sto venendo? Prova a indovinare.
Macché, non ci riuscirai mai.»
«Insomma, ti decidi?» lo incalzai.
«Ebbene, non ci crederai: sono stato allo studio
di don Benedetto!! Hai capito bene, proprio lui. Mi
ha accompagnato… come si chiama… Domenico
Rea, non so se hai sentito parlare di questo giovane
scrittore di successo.»
Conoscevo bene quel nome, ormai sulla bocca di
molti. Era appena uscito per la Mondadori un suo
libro di racconti, credo il primo. E quel titolo –
Spaccanapoli – mi aveva fatto drizzare le antenne.
Lo avevo letto d’un fiato ed ero rimasto impressio-
nato dal linguaggio nuovo, un po’ aulico e un po’
plebeo, e da quel piglio narrativo così deciso. Però la
mia ingenua attesa era andata delusa: dov’era, in
quelle pagine, la mia Spaccanapoli? (Non avevo
capito che quel titolo non si riferiva a un contesto
urbano, bensì a una condizione tragica dell’uomo.
Una sorta di trappola esistenziale.)

!96
Franco non mi diede il tempo di rimuginare que-
sti pensieri e tirò avanti con un sorrisino che comin-
ciava a irritarmi.
«Tra l’altro, Rea mi aveva consigliato di portare
dei cioccolatini con la ciliegia: il vecchio ne è golo-
sissimo. Così mi ha detto e così ho fatto. »
«Che fai, mi prendi in giro?» Mentre lo guardavo
con occhi sgranati e un po’ emozionato, lui assapo-
rava in silenzio la gran voglia di stupirmi. «Dai,
Franco, saresti stato davvero invitato al mitico salot-
to di Croce, o mi stai dicendo che lo hai sognato sta-
notte?»
«Che ti dicevo? Non puoi crederci. Ma non è
finita, la cosa più incredibile è un’altra. Lo sai, Bepi-
no? Gli è piaciuta!»
Capii al volo, ma ora mi sembrava di essere io, a
sognare. Così, un po’ per sdrammatizzare, un po’ per
non rischiare una gaffe imbarazzante per tutti e due,
chiesi con forzata disinvoltura:
«Varca lucente, o la scatola di cioccolatini?»
«Buona la prima!» e mi abbracciò.
«Allora, si può sapere cosa ti ha detto il vegliar-
do?»
«Guarda che ha superato gli ottanta, ma ha sem-
pre l’occhio che ti perfora. E ha il piglio sicuro del-
l’uomo che dà del tu alla storia, non so se mi spie-
go… Che mi ha detto? Pensa, ha detto che erano
anni che non gli capitava di sentire versi musicali
così appropriati... Anzi no, l’aggettivo che ha usato è
un altro: “congrui”. Non ho capito bene cosa inten-
desse, ma di sicuro approvava!»
Riprese ad andare avanti e indietro nel breve trat-
to di corridoio che separava la mia camera dalla sua.
Ansimava e gesticolava come un bimbo che abbia
appena visto Babbo Natale, quello vero.

!97
«Poi ha detto, figurati, che le parole e le cadenze
di questa canzone gli ricordavano qualcosa di Salva-
tore Di Giacomo, qualche movenza di “Ariette e
canzone nove”.»
«Addirittura! Ma l’hai anche suonata al pianofor-
te?»
«Certo, e alla fine ha detto: “Bravo. Però non
montarti la testa, guagliò, perché l’ispirazione poeti-
ca spesso è un fuoco di paglia.” Davanti a tutti. Mi
ha fatto avvampare.»
Raramente mi è capitato di vedere una persona
così felice. Franco continuava ad andare su e giù con
gli occhi lucidi, ripetendo ogni tanto come un bam-
bino: «Ma vi rendete conto? Don Benedetto, proprio
lui... »
Riandai col pensiero a quel palazzo Filomarino
nel quale Croce abitò per più di quarant’anni, pro-
prio sull’angolo della salita San Sebastiano, quella
del mio liceo. Vi passavo davanti tutti i giorni e a
volte alzavo gli occhi cercando d’individuare il bal-
cone dello studio del grande filosofo. La professo-
ressa di storia e filosofia, crociana accanita, un gior-
no ci lesse con voce commossa e un po’ roca le paro-
le d’introduzione alle Storie e leggende napoletane:
“Quando, levandomi dal tavolino m’affaccio al balco-
ne della mia stanza da studio,... mi grandeggia innanzi a
destra, e quasi mi pare di poterlo toccare con la mano, il
campanile di Santa Chiara... Di là del campanile, mi si
profila come in fuga il muro merlato dell’immenso mona-
stero... È dolce sentirsi chiusi nel grembo di queste vec-
chie fabbriche, vigilati e tutelati dai loro sembianti familia-
ri; quasi come il ritrovarsi nella casa dove vivemmo la
nostra infanzia...”
Ora capivo meglio le mie sensazioni, l’amore che
anch’io provavo per quei luoghi che mi fasciavano:
«chiusi nel grembo...» Benedetto Croce dunque,
affacciandosi al balcone di via Mariano Semmola, si
!98
sentiva protetto come un neonato. A chi, se non a lui,
poteva essere poi intitolata quella strada che corre
dalla piazza San Domenico a quella del Gesù Nuo-
vo, costeggiando il monastero di Santa Chiara?
Capivo bene la gioia incontenibile del mio amico
ed ero eccitato quanto lui, anche se riuscivo a con-
trollarmi meglio di lui. Più che una riabilitazione,
quel riconoscimento era la consacrazione poetica di
un musicista vero, di nome Francesco Saverio Man-
gieri.

Qualche anno più tardi, in quella stessa zona


avrei avuto occasione di frequentare uno studio che
di crociano aveva ben poco, ma che ugualmente
ebbe per me un grande significato culturale e umano.
Era lo studio di Maria Teresa Cristofano, un’anziana
poetessa dal tocco leggero raffinato moderno. La sua
straordinaria sensibilità la metteva in sintonia con il
mutamento dei tempi e dei gusti, che lei sapeva in-
terpretare e selezionare come pochi. Aveva fondato
una bella rivista letteraria intitolata Nostro Tempo,
una delle migliori nel panorama culturale del Mez-
zogiorno, e ne era giustamente fiera. La diresse con
passione e sacrificio fino alla morte.
Sapeva dire anche di no, e questo le alienò qual-
che simpatia. Ne so qualcosa, perché una volta pro-
vai a proporle una nota sul Pascoli per conto di un
amico che, sapendomi collaboratore di quella rivista,
mi chiedeva con insistenza di veder pubblicato il suo
testo. Lo feci con molta esitazione. Conoscevo il
valore dell’autore, però quel breve saggio mi sem-
brava banalotto. Lei non esitò a definire quel pezzo
«datato e di scarso interesse». Aggiunse un conven-
zionale «mi dispiace» e mi lasciò nell’imbarazzo di

!99
dover comunicare quel rifiuto, possibilmente senza
perdere un’amicizia.
Era fatta così: schietta e diretta.
Amava anche la pittura ed era molto attenta a
quella contemporanea. Lei stessa dipingeva. Cose
non spregevoli, ma non le piaceva esporle se non in
angoli appartati. Nella sua casa antica zeppa di libri,
ricordo tra tutte una parete tappezzata di quadri fino
al soffitto. Solo quella. «Tutti in regalo» mi spiegò
quasi difendendosi, perché non la scambiassi per una
collezionista. «Lo sa che una delle cose più difficili è
quella di rifiutare una “crosta” senza offendere il
donatore? Io ho trovato un modo semplice: dico di
non avere più spazio, ed è proprio vero.»
Anche quando fui lontano da Napoli, continuai
volentieri la mia collaborazione con quella rivista,
che piaceva molto ai giovani per l’ampio spazio ri-
servato all’attualità e all’arte. Domenico Rea, scritto-
re ormai affermato e autorevole, non esitò a definirla
«l’unica rivista letteraria degna di questo nome a
Napoli». Forse esagerava, però confermava la pro-
pria ammirazione per quella donna colta e raffinata.
In una lettera che conservo tra le cose care as-
sieme ai suoi libri, la vecchia poetessa mi confidò di
sentirsi molto stanca e ormai prossima al capolinea.
Ero già a Firenze da alcuni anni, perciò la lontananza
raddoppiò la mia tristezza. Su quel foglio sottile,
riempito con i suoi caratteri piccoli e un po’ incerti,
ogni tanto rileggo questa frase, che oggi trovo insop-
portabilmente vera. Testuale:
«Amico mio, non rinvii troppo le cose che ha da
dire. Prima di quanto si creda, viene il tempo in cui
non se ne ha più la forza, quella fisica.»
Se continuo a riempire queste pagine, lo devo
anche alla spinta affettuosa e brutale di questa verità.

!100
!101
Dal mondo dei fumetti alla
corte angioina

Nello è forse l’unica persona che io abbia mai


messo a parte della mia attitudine versaiola. Senza
arrossire. Il motivo è semplice: anche lui negli anni
dell’adolescenza coltivava questa piccola mania,
sicché finimmo per confessarcela a vicenda. Con
qualche imbarazzo ci scambiavamo i piccoli parti
della nostra ispirazione, bruttini anziché no, e cia-
scuno dei due diceva la sua sul componimento del-
l’altro. Ciò che ancora mi stupisce, a distanza di tanti
anni, è la rapidità con cui riuscivamo a passare dal
ruolo del poeta a quello del critico e viceversa, accet-
tando ciascuno il giudizio inappellabile dell’altro.
Eravamo colleghi di facoltà universitaria e a vol-
te lui veniva a trovarmi a casa, cioè alla pensione che
era lì a due passi dal cortile del Salvatore. Poteva
“capitargli” allora di trovarsi in tasca la sua ultima
poesiola. Quanto alla mia, “capitava” che il foglietto
si trovasse ripiegato a mo’ di segnalibro nel volume
dell’Eneide commentato dal terribile professor Ar-
naldi.

!102
Di Nello Ajello mi piaceva il modo intelligente e
forse istintivo di sottrarsi a ogni forma di retorica. La
sua voce leggermente rauca e impastata d’ironia mi
sembrava la più adatta ad uno che aveva bisogno
come me di tener le cose a debita distanza di sicu-
rezza, per non correre il rischio di prenderle troppo
sul serio.
A volte ero io ad andare a casa sua. Abitava nei
pressi di piazza dei Martiri, alla confluenza di due
strade “in” della Napoli-bene. Nel nostro ambiente
goliardico aveva preso piede un’irragionevole diffi-
denza nei confronti di quelli che vivevano in zone
aristocratiche. Un po’ di colpa ce l’aveva una stupida
canzonetta allora di moda, che faceva così: «Sci-sci,
piazza dei Martiri, la piazza dei gagà...». Oltre tutto,
a due passi dal mare.
Ma l’amicizia con Nello fu a suo modo, e almeno
per me, una cosa seria. Leggevamo le nostre deboli
prove poetiche e ciascuno dei due rimaneva in attesa
dell’impressione suscitata nell’altro. Importante
come il parere di un esperto. Alla passionalità dei
miei versi ruspanti faceva riscontro l’ermetismo ra-
refatto dei suoi, così finivamo per gratificarci l’un
l’altro definendoci «complementari». Che non vole-
va dir nulla, ma almeno ci autorizzava ad andare
avanti.
Il mio amico aveva allora un fisico in apparenza
gracile e un’epidermide lattiginosa, che per lui di-
ventava un alibi per migrare verso il mare tutte le
volte che poteva. «L’abbronzatura,» diceva convinto,
«mi dà l’illusione del benessere.» Mai le vacanze
insieme, noi due. Perché lui poteva permettersi le
isole, mentre io mi accontentavo di fare il pendolare
tra i vicoli di Spaccanapoli e gli scogli di Posillipo o
Coroglio. Da Ischia – forse per farsi perdonare i suoi
privilegi – mi mandava qualche cartolina spiritosa
!103
con anagrammi e rebus che facevo fatica a risolvere,
ma in compenso alla fine ridevo.
Studiammo insieme per preparare qualche esa-
me. All’inizio fu difficile conciliare i nostri metodi di
lavoro, che erano alquanto dissimili. Io preferivo
leggere tutto quasi d’un fiato, e poi riprendere i sin-
goli punti per i necessari chiarimenti o approfondi-
menti. Lui invece, appena ci s’imbatteva in un pro-
blema o in un passaggio oscuro, sentiva indifferibile
il bisogno di vederci chiaro e si decideva ad andare
avanti solo quando la questione poteva considerarsi
sviscerata. Per di più, ciò che a lui sembrava eviden-
te non lo era per me e viceversa. In pratica eravamo
“metodologicamente incompatibili”.
Ci accordammo sulla base di un onorevole com-
promesso: saremmo andati avanti senza interruzioni,
però lui avrebbe annotato via via i punti controversi
da riprendere alla fine. In effetti cosa accadeva? Che
lui si metteva subito a rimuginare quei passaggi,
mentre io proseguivo la lettura per conto mio. Ogni
tanto provavamo a ragguagliarci e alla fine, non so
come, ci s’intendeva sempre.

Quando già eravamo già alle prese con la tesi di


laurea, mi stupì una volta il suo comportamento irre-
sponsabile, così mi parve, in occasione di una mia
visita a casa sua. Il tavolo e il pavimento della sua
camera erano letteralmente sommersi da cumuli di
fumetti sparsi dappertutto. Nello se ne stava stravac-
cato su un divanetto ed era intento a leggiucchiare
quelle frivolezze, giornalini di ogni tipo e di ogni
epoca. Quasi ignorando la mia presenza, continuava
a sfogliarli accanitamente. ‘Invece di lavorare’, pen-
sai con sgomento.

!104
Insomma eravamo alla vigilia di una prova tutto
sommato decisiva. Bene o male, la laurea era il co-
ronamento dei nostri studi. Glielo dissi con parole
gravi e toni da precettore indignato, ma l’unico risul-
tato fu quello di accrescere il suo buonumore. Si
divertì per un po’ a sentirmi smaniare, poi con sere-
nità olimpica mi annunciò:
«Ma questa, mio caro, è la mia probabile tesi di
laurea: “Storia e forme del fumetto italiano dalle
origini ai nostri giorni”. Vuoi che non mi
documenti?» Dicendo «probabile» si era riservato, si
capisce, il diritto di cambiare cavallo in corsa.
Solo allora guardai con più attenzione quel dilu-
vio di giornalini e riconobbi le copertine della mia
infanzia: “Il Vittorioso”, “Intrepido”, gli immortali
“Topolino” e “Corriere dei piccoli”, e poi
“Diabolik”, “L’Uomo mascherato” e cento altri ac-
catastati alla rinfusa in un gioioso e coloratissimo
revival. Un tripudio della memoria e un inno alla
fantasia.
Oggi Nello Ajello, che è stato un giornalista e
saggista molto apprezzato, condirettore di un noto
settimanale ed editorialista di una delle principali
testate italiane, ha chiuso prima di me la sua espe-
rienza terrena. Se mai un giorno gli capitasse lassù di
leggere questa pagina, probabilmente direbbe: «Ma-
gari il giornalismo “serio” sapesse trarre vantaggio
dalla lezione del fumetto! Per ora gli unici ad averla
capita sono i vignettisti satirici, voglio dire quelli
bravi.»
In realtà Nello non discusse mai quella tesi di
laurea sui fumetti, perché ad un certo punto cambiò
idea e optò per Aldo Palazzeschi.
Quando seppi di questa sua scelta, mi parve del
tutto naturale e congeniale. Quel poeta fuori dagli
schemi (e troppo bonario per essere un
!105
“Incendiario”, come pretenderebbe il titolo di quella
sua raccolta) mi fece pensare subito alla poesia che
termina col verso E lasciatemi divertire!

***

!106
***

Quanto a me, la preparazione della tesi di laurea


mi poneva di fronte a problemi di tutt’altro genere. Il
mio relatore Ernesto Pontieri, un robusto studioso di
storia medievale e moderna, nonché magnifico ret-
tore dell’università “Federico II” di Napoli, aveva
formulato l’argomento della mia ricerca in questi
termini suggestivi e un po’ misteriosi: «Un fiorentino
alla corte di Giovanna Seconda d’Angiò».
La prima cosa da fare era quella di spulciare i
registri angioini, sperando in un miracolo che avesse
potuto salvarne qualcuno dal turpe falò che i nazisti
avevano fatto di quei documenti. Con questa tenue
speranza discesi le rampe di San Marcellino e mi
presentai all’Archivio di Stato, sistemato allora in un
antico monastero benedettino con due bei chiostri
luminosi. In quelle stanze tappezzate da libroni e
registri polverosi potei solo constatare che la distru-
zione di quelli che m’interessavano era stata totale.
Così dovetti accontentarmi di qualche fonte indi-
retta. Sempre dell’epoca, ma insomma un surrogato,
un “sentito dire” di quei cronisti. Dai quali però ap-
presi – ecco il misterioso messaggio del destino –
che documenti importanti che riguardavano quel tal
fiorentino alla corte di Giovanna erano custoditi nel-
l’Archivio di Stato di Firenze. Quelle fonti dirette
!107
avrebbero potuto spalancarmi una miniera di notizie
decisive. Oggetto della mia ricerca era un certo Ga-
spare Bonciani, che per ora restava poco più di un
illustre ignoto. Sembrava però che i suoi rapporti con
i Medici di Firenze e con la regina di Napoli fossero
davvero intriganti.
Per la prima volta, chissà, mi si prefigurava un
possibile intreccio tra le due città.

“Bastava” dunque andare a Firenze. Lì avrei po-


tuto trovare documenti di prima mano e, con un po’
di fortuna, perfino qualche inedito. Ero eccitatissi-
mo. Il nome di quella città aveva continuato ad ac-
cendere i miei pensieri fin dagli anni del ginnasio.
Non per motivi di studio, ma per merito del mio
grande amico Francesco. Questo ragazzo, un fioren-
tino piovuto in mezzo a noi non importa precisare
come, lasciò un segno profondo nei sogni della mia
adolescenza. Subii il fascino della sua timidezza im-
pacciata e malinconica, del suo spirito arguto e in-
sofferente, delle sue parole briose ed esatte come
diamanti tagliati da mani esperte.
Frequentavo allora il ginnasio di Airola, nel mio
amato Sannio e più esattamente nella Valle Caudina.
Francesco era un compagno di scuola all’apparenza
introverso e intrattabile, ma tra i più bravi e con una
specie di marcia in più. Che, aggiunta alla sua ritro-
sia e al fascino dell’essere forestiero, accresceva la
mia voglia di conoscerlo meglio. L’occasione galeot-
ta mi fu offerta da una «Settimana enigmistica». In
un mattino piovoso lo trovai seduto in solitudine su
un gradino dietro il cancello della bella chiesa vanvi-
telliana dell’Annunziata, alle prese con un cruciver-
ba.

!108
Quando riuscii a conquistarne l’amicizia e la
confidenza, capii che la sua città e il padre rimasto
lassù gli mancavano terribilmente. Sua madre inve-
ce, una popolana del Borgo San Frediano dall’ince-
dere e dai modi eleganti e quasi aristocratici, gli era
sempre rimasta accanto. I suoi frequenti battibecchi
col figlio svelavano una favella deliziosa, dove un
orecchio esperto avrebbe potuto cogliere la cadenza
versiliese che la donna aveva ereditato dai genitori di
Pietrasanta.
Pungolato dunque dalle mie domande sempre
più insistenti, Francesco mi raccontò a modo suo i
luoghi meravigliosi, le suggestioni e le emozioni
della sua infanzia trascorsa di là d’Arno. Fu allora
che sentii nascere dentro di me qualcosa che andava
ben oltre la curiosità.
Un bel giorno, quasi inatteso, arrivò il padre da
Firenze. Per portarli finalmente via, lui e la sua
mamma. Ero felice per lui, ma non riuscivo a scio-
gliere un groppo che mi stringeva la gola. Il mio
compagno e amico se ne accorse e cominciò a pren-
dermi in giro, come faceva tutte le volte che voleva
frenare un’emozione.
La guerra era dunque finita anche lassù, ma le
ferite erano ancora tutte aperte e sanguinanti. Quan-
do quell’uomo tirò fuori di tasca alcune foto in bian-
co e nero e le porse alla moglie senza parlare, le vidi
sul viso una smorfia di dolore. Francesco gliele
strappò quasi di mano, ad una ad una le guardò con
un’espressione di rancore e ad una ad una le lasciò
cadere sul tavolo mentre gli si velavano gli occhi.
Non ricordavo di averlo mai visto piangere prima.
Erano lacrime di rabbia e di pena, di fronte a quei
cumuli di macerie che sconvolgevano il profilo della
sua città.

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Guardai anch’io quelle immagini e ne rimasi
turbato e offeso, come se qualcuno con un pennarel-
lo nero avesse imbrattato un capolavoro, quello che
il mio amico aveva da tempo incorniciato nella mia
idea di Firenze. Tutti i ponti distrutti. L’unico super-
stite, il Ponte Vecchio, in quelle fotografie somiglia-
va a un vegliardo imbronciato e smarrito.

Dal giorno di quel mio doloroso distacco da


Francesco erano passati sette anni, tra studi liceali e
universitari. Quella tesi di laurea mi offriva ora
un’opportunità inattesa. Avrei potuto finalmente ri-
vederlo e conoscere quella città che finora era stata
presente solo nella mia immaginazione.
Non potevo crederci. Per qualche misterioso in-
treccio della sorte, avrei lavorato addirittura al Log-
giato degli Uffizi, dove allora si trovava l’Archivio
di Stato di Firenze. In riva d’Arno!
Non restava che mettersi in viaggio.

!110
!111
INTERMEZZO


!112
!113
In cerca dell’amico perduto

Mentre viaggiavo nella vettura zeppa e surriscal-


data di un treno proveniente da Reggio Calabria e
diretto a Milano, avevo negli occhi le devastazioni
documentate da quelle vecchie foto: i magnifici pon-
ti distrutti, gli ammassi di macerie, i lungarni irrico-
noscibili e spettrali. Cosa avrei trovato dopo sette
anni? Questa idea mi teneva inquieto, eppure non
vedevo l’ora di arrivare a destinazione.
Avrei certamente rivisto il mio vecchio compa-
gno di ginnasio, un fratello lontano. Il ricordo era
nitido, eppure i contorni del viso erano sfumati e
cangianti. Com’era diventato Francesco? Magari era
tutt’altra persona. L’ultimo fotogramma della memo-
ria me lo riproponeva con quel solito cappotto mar-
rone bruciato, lo stesso che indossava sul sagrato di
quella chiesa. Solo allora lo avevo conosciuto per
davvero, con la complicità dei suoi cruciverba!
Però il silenzio del mio amico negli ultimi tempi
m’indispettiva. Come mai non aveva risposto alle
ultime due lettere che gli avevo spedito da Napoli?
!114
Poteva avere tanti buoni motivi, eppure la cosa non
mi era andata giù. Tanto è vero che non gli avevo più
scritto, quasi per ripicca: era giusto che fosse lui a
rifarsi vivo.
Ad ogni modo ora ci saremmo ritrovati, ed egli
di sicuro aveva già pronta una spiegazione. O forse
una bugia per mascherare la sua pigrizia.
Provai a distrarmi osservando i miei compagni di
viaggio. Quel bimbo che frignava in braccio alla
giovane madre seduta di fronte a me con aria distrat-
ta e annoiata cominciava a infastidirmi. Il marito, un
ragazzotto scuro con i capelli impomatati, mangiava
un panino con compunto accanimento e guardava
fuori dal finestrino. Non sembrava curarsi dei ca-
pricci del figlio, anche se ogni tanto gli lanciava
un’occhiataccia muta. Quei due coniugi in rodaggio
dovevano aver litigato.
Chiacchieravano invece senza posa le grasse si-
gnore che occupavano i due posti accanto alla porta
scorrevole sul corridoio. Sbuffando l’aprivano di
continuo nel tentativo di far passare un po’ d’aria.
Poi subito la richiudevano, perché il chiasso prove-
niente da fuori copriva le loro voci costringendole a
urlare per capirsi. Non c’era interruzione: nulla che
potesse indurle a tacere per qualche minuto, il tempo
strettamente necessario per ritrovare i miei pensieri.
Una fortuna però, aver trovato un posto a sedere.
Ogni tanto ora l’una ora l’altra delle due donne lo-
quaci mi rivolgeva lo sguardo, ma doveva essere un
gesto meccanico dovuto alla foga dei loro discorsi.
Decisi d’imitare il prete che sedeva accanto a me,
immerso nella lettura di un grosso libro. Avevo pro-
vato a indovinarne il titolo senza venirne a capo,
perché la foderina era foderata con una carta verdo-
gnola. Tirai fuori dalla tasca della valigia una guida
illustrata di Firenze in lingua inglese, che avevo
!115
comperato per l’occasione su una bancarella di piaz-
za Bellini, e mi misi a studiare la pianta della città.
Pensai con cattiveria che questo gesto mi avrebbe
forse aiutato a farmi scambiare, chissà, per un turista
straniero, sottraendomi così al rischio di essere coin-
volto nella conversazione delle grassone. Per lo stes-
so motivo evitai accuratamente di aprir bocca duran-
te tutto il viaggio.
Soltanto al sospirato arrivo alla stazione di Firen-
ze Santa Maria Novella, uscii in un istintivo «Final-
mente!» La mia espressione liberatoria suscitò gli
sguardi risentiti delle due cicalone, mentre chiedevo
il permesso di passare con la valigia per scendere dal
treno.
«Prego, prego,» disse con affettata gentilezza una
delle due donne spostandosi per lasciar passare an-
che il prete, «così almeno non disturbiamo nessuno
con le nostre chiacchiere, vero?» Si rivolgeva con un
grande sorriso ai giovani coniugi che proseguivano
anch’essi per Milano.
I due rimasero imbronciati e assenti, mentre il
bimbo si era infine addormentato.

Già prima che il treno entrasse nella stazione, mi


venne incontro l’inconfondibile sagoma slanciata del
cupolone di Brunelleschi con le bianche nervature
sulle vele rosse protese verso un cielo attraversato da
qualche nuvola scura. A giudicare da quell’aria
smorta, non sembrava che la città si preparasse ad
accogliermi con particolare entusiasmo.
Appena fuori dalla stazione, il grande respiro
della piazza dominata dall’abside e dall’agile cam-
panile di Santa Maria Novella avrebbe dovuto con-
fortarmi. Invece mi sentii smarrito e mi resi conto di
essere un pesce fuor d’acqua. Avevo pensato molto
!116
più alla poesia della città rinascimentale, che non alla
prosa della necessaria sistemazione. Tutto sommato,
mi aspettava un soggiorno piuttosto avventuroso.
Intanto, l’unica persona che conoscessi a Firenze
era il mio vecchio compagno di scuola, ma non gli
avrei telefonato subito. Anzi avevo deciso di fargli
una sorpresa: niente preavvisi, gli sarei piombato in
casa appena possibile, giusto il tempo di sistemare le
mie cose.
Avevo però in tasca due fogli preziosi. Il primo
era più esattamente un biglietto di presentazione al
direttore dell’Archivio di Stato, scritto dal mio rela-
tore-rettore con una bella grafia e poche parole lu-
singhiere sul mio conto. Di sicuro questa malleveria
mi avrebbe facilitato le cose.
L’altro era un foglietto con l’indirizzo di una
pensione in via Sant’Antonino e con una noticina
di orientamento: «Nella zona del mercato centra-
le e del grande mercato all’aperto degli ambulan-
ti di San Lorenzo». Il nome di questo alberguccio
con ristorante mi era stato segnalato da Franco, il
mio amico musicista. Lo aveva sperimentato
prima della guerra e lo ricordava pulitissimo,
economico, in pieno centro e a un passo dalla
stazione. «Se ci fosse ancora la signora Vanna,»
mi aveva raccomandato, «dille pure di me, chissà
che non si ricordi.»
Nonostante il peso della valigia priva di rotelle
(perché le invenzioni sensate arrivano sempre
tardi?), raggiunsi l’albergo a piedi.

Si vedeva che lo stabile era stato ristrutturato da


poco. Trascinando il bagaglio su per una scala ripida
ma ingentilita da una passatoia, salii al primo piano.
Qui c’era un piccolo disimpegno con il banco ricur-
!117
vo del ricevimento. Le poche chiavi appese ai ganci
della minuscola rastrelliera confermavano la dimen-
sione familiare della pensione.
Con un colpettino esitante feci squillare il cam-
panello sul banco e dopo un attimo accorse sorriden-
te la giovane albergatrice. Rinunciai per ora a chie-
dere notizie della signora Vanna (madre, suocera, o
tutt’altra persona?) e venni subito al sodo delle con-
dizioni economiche. Il prezzo della mezza pensione
mi parve senz’altro accessibile. Per le mie ricerche
all’Archivio di stato dovevano bastarmi due o tre
settimane, forse poco più. Quella sistemazione pote-
va andar bene.
Cominciava ora a piovigginare, ma qualcosa mi
spingeva fuori. Neanche il tempo di disfare la vali-
gia, presi l’ombrello e via.
Svoltai a destra nell’affollata via dell’Ariento e
mi diressi in piazza San Lorenzo passando tra due
file di banchi di vendita protetti da tende e stracolmi
di mercanzie. Lo shopping dei turisti rallentava i
miei passi. Costeggiando le Cappelle medicee, salii
l’antica scalinata di pietra di San Lorenzo, badando a
non scivolare. La pioggia era ormai battente. In un
attimo ero già in piazza San Giovanni. ‘Il mio bel
San Giovanni’, mi venne inevitabile la citazione
dantesca dinanzi al battistero lucido d’acqua.
Dopo la breve sfuriata, la pioggia era diventata
un’acquerugiola intermittente e quasi allegra, in
quella serata di tarda primavera. Mi diressi verso
piazza della Repubblica e l’attraversai quasi di corsa,
sbirciando le insegne dei caffè storici. Lì si erano
dati convegno artisti, poeti e scrittori che avevano
fatto la cultura del primo Novecento. Me li figuravo
come giovani focosi e insofferenti che guardavano
lontano, decisi a scardinare le vecchie fortezze acca-
demiche. Magari accapigliandosi tra di loro. Nel mio
!118
immaginario adolescenziale, il broncio arruffato di
Papini era messo a dura prova dal sorriso ironico di
Palazzeschi; oppure Soffici con le sue provocazioni
futuriste e Maccari con qualche disegno dissacrante,
a modo loro reagivano alle inquietudini cosmiche di
Montale. Solite mie fantasie, che qui diventavano
verosimili.
Giusto un’occhiata a quelle insegne: Giubbe
Rosse, Gilli, Paskowski. Domani forse mi fermerò
qui per un caffè, mi proposi.
In realtà cercavo di distrarmi dal pensiero del
mio amico che, per qualche incomprensibile motivo,
mi teneva inquieto. Oltrepassata la loggia del Porcel-
lino, ero ormai a un passo dall’Arno. Dovevo passa-
re sull’altra riva, nella zona dove abitava Francesco,
ma non mi decidevo ad attraversare il ponte secondo
le indicazioni ricevute in albergo. La via appena per-
corsa, superata la strettoia del lungarno, sembrava
ora protendersi verso le inconfondibili botteghine
degli orafi del ponte Vecchio.
D’improvviso, mi vidi sul fiume. Giunto a metà
del ponte, l’unico scampato alla devastazione dei
tedeschi, mi avvicinai esitante al parapetto di destra
dietro il piccolo busto del Cellini. Mi aspettavo di
vedere il profilo elegante del ponte a Santa Trinita,
quello descrittomi un giorno dal mio amico come se
parlasse di una persona amata: «È il più caro ai fio-
rentini».
Ciò che mi si parava davanti era invece una
brutta struttura di ferro. Una passerella provviso-
ria costruita a tambur battente dai genieri delle
truppe alleate per raggiungere porta Romana nei
giorni della fame: me lo spiegò un ragazzo con i
capelli lunghi e con accento straniero, forse uno
studente. Parlava senza distogliere lo sguardo
dalle acque del fiume. Cancellando immagina-
!119
riamente il ponte di ferro, l’incanto era perfetto.
Dall’altro lato lo sguardo scivolava oltre il ponte
alle Grazie, poi dolcemente saliva verso la colli-
na di San Miniato.
Gli aghi della pioggia ora pungevano l’acqua del
fiume quasi ferma sotto la luce gialla dei lampioni
accesi da un pezzo.
Duravo fatica a immaginare il corso dell’Arno
prima che il fiume entrasse nella città e anche dopo,
tanto lo identificavo con essa. A monte doveva esse-
re un anonimo torrentello. Altrove, “dove Arno è più
deserto”, forse s’inselvatichiva. Almeno a sentire i
racconti di Francesco, che da ragazzo le gite più lun-
ghe le aveva fatte in Casentino e ai piedi dei monti
pisani, dove viveva una sorella di sua madre. Qui il
fiume si contorce e quasi si raggomitola – mi diceva
con quel suo linguaggio immaginifico – prima di
distendersi negli spazi ariosi di Pisa e in prossimità
della foce.
Nulla, non mi decidevo a proseguire. Continuai a
guardare quelle acque calme trafitte dalla pioggerella
leggera nel magico scenario. Il guizzo di una canoa
che sbucava silenziosa e veloce sotto l’arcata mi
diede un piccolo brivido, mentre vedevo espandersi
la scia d’acqua. D’improvviso venne giù il diluvio e
l’ombrellino non riusciva più a ripararmi. Inutile
continuare a inzupparmi, meglio ritornare in albergo.
Dopotutto, ero appena arrivato. Meglio rinviare
di poche ore quell’incontro con Francesco. Domani
pomeriggio, pensai, giusto il tempo di prendere pri-
ma contatto con l’Archivio di Stato.

Il giovane albergatore era simpatico e cordiale. Si


chiamava Fabio e aveva poco più di trent’anni, ma
ne mostrava di meno e mi trattava da coetaneo. Non
!120
sembrava avere il carattere scabro che un certo ste-
reotipo attribuisce al fiorentino. Anzi lui fu il primo a
farmi sentire subito a mio agio in questa realtà nuo-
va. Molto più rapidamente del previsto.
Al rientro dalla mia breve passeggiata sotto la
pioggia, mi accolse con un gran sorriso:
«Pioviscola, vero?»
«Altro che storie» risi mostrandogli i pantaloni
spugnati. «Mi ha colto un acquazzone improvviso.
Però sono riuscito ad arrivare al ponte Vecchio.»
«L’hai veduto il mostro di ferro?» si riferiva
scherzando alla passerella, davvero orribile, che era
ancora lì in attesa della sospirata ricostruzione del
bellissimo ponte a Santa Trinita. E mi spiegò ogni
cosa. Ci si dava del tu con naturalezza.
«Ancora un po’ di pazienza, allora» lo confortai,
pensando anche a Francesco che amava tanto quel
ponte.
«E il ponte gobbo, l’hai veduto?» Proprio non gli
garbava, il ponte alla Carraia, né prima né dopo la
ricostruzione. Per via della curvatura eccessiva che
secondo lui contrastava con la dolcezza delle linee di
quello a Santa Trinita. «Ma sì, diamo il bentornato
tra noi anche a quel pontaccio lì» concesse con alle-
gria.
Ero un po’ confuso. Facevo fatica a capire tanta
passione per quelli che mi sembravano (a torto) det-
tagli architettonici. E poi, lo confesso, mi stupiva la
competenza del giovane albergatore. Più tardi avrei
imparato che qui la gente, anche se c’è da mettere un
chiodo al muro, vuol sapere il come e il perché. Vuol
dire la sua, e ha bisogno si schierarsi nella fazione
del sì o più spesso in quella del no. Con la disposi-
zione a litigare su tutto.
I piccoli occhi intelligenti di Fabio si perdevano
nel faccione mal rasato. Oltre che spiritoso, era ben
!121
informato e aveva le sue idee. Lo lasciai dire diverti-
to, ma non potevo cancellare le lacrime di Francesco
di fronte allo scenario spettrale dell’Arno in quelle
fotografie scattate anni prima dal padre. Così gli
chiesi a bruciapelo:
«Ma quella notte d’agosto del ’45 qui avete avu-
to l’inferno! Un mio compagno di scuola mi mostrò
le foto delle rovine ancora calde. Era stata una catti-
va idea del padre che tornava da Firenze per riportar-
lo su.»
«Tu hai visto le fotografie?» Fabio era turbato
ora, e mi dispiacque. Ci mettemmo a sedere in un
angolo e lo sentii già amico.
«Altro che fotografie» riprese con voce bassa e
incupita. «Bisognava sentirli, quegli schianti a oro-
logeria. A intervalli regolari, sembrava non dovesse-
ro mai finire. È stata la notte più lunga della mia vita.
La passai sul balcone di casa, volevo capire. Trema-
va ogni cosa sotto i piedi, peggio di un bombarda-
mento...»
S’interruppe un attimo per salutare un cliente,
con un sorriso che gli si spense subito.
«Un inferno, ti dico. E la polvere che ammorbava
l’aria, una polvere rossastra tra i bagliori delle case
che bruciavano verso l’Arno...»
Pensavo alla zona d’Oltrarno, ai luoghi di Fran-
cesco che finalmente domani avrei rivisto. E lui,
Fabio, quasi leggendomi nel pensiero:
«Anche di là d’Arno, tutto distrutto. Tutto, capi-
sci? Compresa la botteguccia di mio padre, che an-
cora non se ne dà pace.»
Non sapevo come confortarlo e restai in silenzio.
La città violata. Non mi toglievo più dalla mente gli
occhi sbarrati di Francesco, mentre guardava le im-
magini di quegli osceni cumuli di macerie.

!122
«L’indomani uscii di casa come un sonnambulo»
l’albergatore seguitava a stuzzicare le sue ferite. «Si
sentiva ancora nell’aria il puzzo di cose bruciate.
Calcinacci e massi di pietre proiettati dalle esplosioni
erano arrivati addirittura a due passi da qui!»
Aveva bisogno di sfogare la rabbia di quei ricordi
e lo lasciai andare avanti senza interromperlo.
«Guardando laggiù non vidi altro che un orribile
squarcio. Tutto irriconoscibile. Tutto in rovina. Ave-
vo voglia di urlare...»
A questo punto si rimise in piedi, cambiò tono di
voce e gli tornò il sorriso.
«Via, via, ti sto annoiando. Ora è tutto in ordine o
quasi, non mi par vero. Quel ch’è perduto è perduto,
ormai a che serve ricordare?»
«Serve, serve,» gli dissi stringendogli la mano
mentre con l’altra lui mi porgeva la chiave della ca-
mera. «Serve, Fabio: senza memoria non c’è
futuro.»
Mi accorsi d’aver condensato quella verità in una
sorta di slogan che le dava uno sgradevole suono
retorico, e provai a raddrizzare:
«Per me, i giorni bui servono a farci gustare di
più il presente e a tenere in piedi la speranza. Del
resto, puoi immaginare Napoli dopo le bombe, quel-
le piovute dal cielo?»
Lui si sentì quasi in colpa:
«Ecco, lo sapevo che non dovevo farla tanto lun-
ga.» E, con una brusca virata: «Dai, che domani ci
sarà lavoro anche per te!»
Quella notte dormii come un sasso.

Ripulita dalla pioggerella notturna e inondata dal


sole, l’aria del mattino era esaltante, di quelle che
mettono voglia di camminare a lungo nelle strade.
!123
Entrai in una pasticceria, perché ero uscito senza fare
la prima colazione. Gustai con avidità un bombolone
caldo alla crema. Poi mi lasciai tentare da un budino
di riso, caldo anche questo e nuovo al mio palato.
Fabio mi aveva confermato che l’Archivio di
Stato si trovava al loggiato degli Uffizi. Oggi invece
la sua nuova sede è un vasto edificio moderno appo-
sitamente costruito sugli ottocenteschi viali di cir-
convallazione, ma allora l’Archivio occupava dav-
vero un’ala intera della mitica Galleria. Avrei lavora-
to in una cornice che già m’intimidiva e mi esaltava
insieme.
Dovevo dunque andare in piazza della Signoria.
Passando davanti al duomo, alzai appena gli occhi
verso i marmi rosati del campanile inondato dal sole
e, ancora una volta, rinunciai a fermarmi davanti alla
Porta del Paradiso: c’è tempo, c’è tempo. M’inoltrai
subito nell’elegante via Calzaiuoli, a passo svelto
verso la mia meta. Mi tastai per essere sicuro di ave-
re in tasca il prezioso biglietto di presentazione. Po-
chi passi ancora, ed ecco che d’improvviso mi si
spalancò la grande piazza popolata di statue e sorve-
gliata dal vecchio palazzo dei Signori di Firenze.
Impossibile sorvolare ancora. Quello scenario
vasto e imponente mi lasciò lì inchiodato per qual-
che minuto, prima che mi decidessi a entrare nel
piazzale. Passando davanti al bronzo del Perseo, che
mi mostrava come monito il capo tronco e insangui-
nato della Medusa, chiesi a un vigile indaffarato
l’ingresso all’Archivio di Stato. Equivocando mi
indicò la prima porta a sinistra, che era invece l’in-
gresso al museo, dove una doppia fila di turisti so-
stava in ordinata attesa. Subito però si corresse: era
uno degli ultimi portoni, sempre sulla sinistra e quasi
sull’Arno.

!124
La mia malleveria, con tanto di firma di Ernesto
Pontieri rettore dell’università di Napoli, funzionò
alla grande. Un custode mi accompagnò attraverso
un dedalo di splendide sale e mi spiegò che l’Archi-
vio occupava in via temporanea centinaia di stanze
degli Uffizi. Questa notizia mi sgomentò: m’imma-
ginai una sterminata mole di documenti (e di lavoro)
ed ebbi la sensazione di essermi ficcato in un labirin-
to dove forse mi sarei perduto.
Fui ricevuto subito dalla dirigente del settore,
dove speravo di trovare il materiale che m’interessa-
va. Era una signora snella di mezza età con occhiali
rotondi e una piccola crocchia di capelli biondi legati
sulla nuca. Una persona disponibile e prodiga di
consigli.
Mi chiese informazioni sull’argomento specifico
della mia ricerca e si disse sicura che avrei trovato
del materiale interessante. Poi mi accompagnò alla
porta dell’ufficio e, mentre cercavo il momento giu-
sto per ringraziarla, mi fermò: «Vorrei mostrarle al-
meno qualcuno dei nostri tesori» disse senza enfasi,
ma con una piccola vibrazione di orgoglio. «Dopo
potrà tuffarsi tranquillamente nel suo lavoro.»
Non mi aspettavo un’accoglienza del genere e
non sapevo se attribuirla ai buoni uffici del mio ret-
tore o alla natura materna di questa donna, pronta a
farmi addirittura da guida. Vidi cimeli e documenti
straordinari. Con qualche scandalo della mia accom-
pagnatrice, sorvolai sul “Fiorinaio” con tutte le mo-
nete d’oro e d’argento coniate dal ‘300 all’unità
d’Italia e mi soffermai invece a lungo sul “Libro del
chiodo”, che raccoglie tutte le condanne inflitte ai
ghibellini e ai bianchi. A cominciare da Dante.
Poi la ricerca sul mio personaggio m’inghiottì.

!125
Dopo questa prima intensa mattinata di lavoro,
uscii sul piazzale un po’ stordito. Non mi sentivo in
una città nuova e la timidezza era già svanita. Le
persone incontrate finora non avevano nulla della
scontrosità che qualcuno mi aveva fatto temere. Era
presto per dirlo, ma doveva trattarsi del solito im-
probabile stereotipo. Mi venne da pensare che, se ti
avvicini prevenuto a qualcuno, lo vedrai come lo
specchio della tua diffidenza; se invece ti mostri fi-
ducioso, è molto più facile essere corrisposto. Fatto
sta che mi andava bene.
Avevo un vuoto dentro, che non era di stomaco.
Era quasi un rimorso e aveva un nome: Francesco.
Sarei andato dritto da lui senza tornare in albergo,
ma quella di piombargli in casa all’ora del pranzo
non mi sembrava una buona idea. Meglio lasciar
passare almeno un’ora. Oltre tutto, avevo lasciato in
camera un piccolo dono proveniente da Napoli. Era
una scatola di legno con intarsi sorrentini di dubbio
gusto, ma con un bel coperchio dov’era riprodotta
una stampa napoletana dell’ottocento. Aperta, la
scatola si trasformava in una scacchiera. Sapevo che
il mio amico amava il gioco degli scacchi, ma più
che altro con quella veduta oleografica volevo ricor-
dargli la città. Insomma l’intenzione era meno bana-
le dell’oggetto.
Vedendomi salire di corsa le due rampe di scale,
l’albergatrice mi guardò incuriosita e mi rammentò a
gran voce l’orario del pranzo.
«Grazie, ma per oggi non importa» le risposi dal
pianerottolo senza altre spiegazioni. Entrai in camera
giusto per prendere il pacchetto del regalo, e via fuo-
ri di nuovo.
«Accidenti che furia! Non ti fermi a pranzo?»
Questa volta era Fabio a insistere.

!126
Dissi di avere un appuntamento: «Fuori mangerò
un boccone al volo.»
«Fermati sull’angolo, c’è il friggitore.»
Mi sentivo più in famiglia che ospite di una pen-
sione. Si vede che il mio amico musicista qui doveva
aver lasciato davvero un buon ricordo. Ne ero sicuro.
La signora Vanna doveva essere ormai troppo anzia-
na per occuparsi personalmente dell’albergo, ma
probabilmente mi aveva raccomandato alla figlia e al
genero. O forse era solo una mia supposizione.
Fabio e sua moglie si dividevano equamente i
compiti. Lei era normalmente addetta ad accogliere i
clienti, ma dava anche una mano per le pulizie e ser-
viva all’ora dei pasti. Lui era bravissimo in cucina e
in più si occupava degli approvvigionamenti, della
piccola manutenzione e di tante altre faccende. Il
restante personale si riduceva all’aiutante cuoca e a
due ragazze onnipresenti che svolgevano anch’esse
mansioni polivalenti.
Quella della friggitoria era una buona idea. L’in-
vitante banco-vetrina che sporgeva sul marciapiede
mi proponeva frittelle di riso o di mele, ciambelle,
schiacciatine all’olio, crescentine, coccoli. Assaggiai
qualcosa e m’informai sull’autobus da prendere per
andare a Santo Spirito.
Con comodo, mi dissi. Che bisogno c’era di cor-
rere tanto? Diamogli il tempo di mangiare.
Eppure, inutile negarlo, qualcosa mi teneva in
agitazione.

***

!127
***

Semivuoto a quell’ora, l’autobus scavalca il fiu-


me sul ricostruito ponte alla Carraia (quello “gobbo”
che non piace a Fabio) ed eccomi di là d’Arno. Qui
s’imbocca via dei Serragli e vedo sulla mia sinistra
qualche ferita ancora aperta in via Santo Spirito, ma
il conducente mi dice che un po’ più in là, in borgo
San Jacopo, è stato anche peggio.
Chiedo di scendere alla fermata successiva, pro-
prio sull’angolo di via Sant’Agostino dove dovrei
trovare la casa del mio vecchio amico. Leggo infatti
il suo cognome sulla piccola pulsantiera di ottone.
Salendo la scala un po’ buia, penso alla faccia che
farà nel vedermi, e non riesco a immaginarla: stupo-
re, gioia, rimprovero per quel silenzio prolungatosi
così tanto, ma poi per colpa di chi? Mi scappa da
ridere pensando alla vecchia storia dei due coniugi
ermeticamente chiusi nel loro mutismo, senza che
nessuno dei due riesca a ricordare chi è stato il primo
e per quale motivo.
Ancora pochi gradini di corsa, e ci sono.
Ad aprire è la mamma di Francesco, quella signo-
ra alta e altera che m’incantava col suo vernacolo e
la cadenza versiliese. È sbiancata nei capelli e ha il

!128
viso stanco, però non è cambiata. Lei mi sorride ma
non può riconoscermi, dopo tanto tempo.
«Sono un vecchio compagno di scuola di France-
sco, di quando eravamo al ginnasio di Airola, si ri-
corda? Mi dispiace per l’ora, ma ho pensato che così
era più facile trovarlo in casa.»
Il sorriso le si spegne e aggrotta la fronte.
«Entri, non se ne stia sull’uscio costì. Francesco
non c’è… ‘un c’è più, figliolo mio,» il suo viso si
rabbuia. «Certo che ora mi ricordo di lei. Sicuro,
come potrei dimenticare? Vi volevate dimolto bene
voi due, e lu’ la rammentava sempre, lo sa?»
Guardo meglio quella donna negli occhi arrossati,
e temo di capire. O meglio, ho paura che lei mi stia
dicendo qualcosa che rifiuto di pensare. Così ancora
domando, aggrappandomi a una disperata ragione-
volezza:
«Non… non vive più con voi?»
Lei si accascia su una sedia e rimane in un silen-
zio imbarazzante.. Poi le parole si fanno esplicite e
perfino dure: «Ora Francesco è… lo sa dove? ‘gli è a
San Miniato al Monte! Stia pur certo, mio caro, che
lu’ l’aspetta… l’aspetta lì, al cimitero delle Porte
Sante.»
Si rende conto del mio smarrimento e ora mi
guarda con un sorriso triste, affettuoso, quasi pieto-
so.
Provo a pronunciare parole futili, come di solito
accade in tali circostanze. Parole stonate.
Senza che io glielo chieda, lei mi spiega:
«L’hanno chiamata sclerosi a placche, ne ha senti-
to parlare? Un male terribile, ‘un s’è potuto nulla,
ma nulla. Alle volte sembrava sentirsi meglio, ma
era solo un’apparenza. Sì, anche negli ultimi tempi,
quando le crisi si facevano sempre più frequenti e

!129
acute, qualche volta e’ diventava stranamente eufori-
co... Parlava, perfino rideva…»
Ora si volta da un lato come a nascondere l’ango-
scia. Vorrei riempire questo nuovo silenzio e chiu-
derla qui. Ma lei ancora racconta, aggrappata al ri-
cordo del figlio vivo e incollata agli ultimi foto-
grammi della sua tragedia. Racconta le ultime tappe
del suo calvario.
«Negli ultimi tempi, quelle improvvise esaltazioni
del mi’ povero figliolo facevano contrasto con le sue
condizioni penose, che peggioravano giorno dopo
giorno. Ogni tanto e’ cercava invano di stringermi
una mano ed io l’accarezzavo, sa come si fa con un
bimbo? Dopo un poco però ‘e tornava a imbronciar-
si.»
La sua espressione si fa più severa, mentre scuote
impercettibilmente la testa incrociando le mani sul
grembo. Ogni tanto le apre appena e le richiude, in
un gesto sconsolato ma composto.
Solo ora mi ricordo del marito e le chiedo di lui.
So già che non andrò a trovarlo in bottega, non ne
avrei la forza.
«Poer’omo, ‘un è più lui. Dice ch’era meglio sal-
tare in aria co’ il ponte a Santa Trinita. Non fa altro
che ripeterlo. Per fortuna ama il su’ lavoro, non gli
resta che quello. Ma tutte le mattine di buon’ora, noi
due insieme si va alle Porte Sante. Che piova o nevi-
chi.» Ora ha un’espressione compunta e sollecita,
come se il figlio stesse lì ad aspettarli all’ora del caf-
fè. «Se si saltasse un giorno, Francesco ne
patirebbe...»
Devo pur lasciarla con la sua pena. Devo andare
da lui. Non so come interrompere questo incontro
terribile. Alla fine lo faccio senza garbo, con parole
quasi surreali:

!130
«Questa scatola è per lui,» le dico nel salutarla,
«la lascio qui, non è il caso di portargliela lassù...»

***

!131
***

Superata porta Romana, l’autobus sale sul dolce


viale dei colli verso il piazzale Michelangelo, ma i
miei occhi sono annebbiati. Quel viale è in realtà un
grande parco proteso su Firenze e continua a snodar-
si offrendo scenari di verde e mirabili squarci sulla
città distesa nel sole. Che lui non vede più. Mi è im-
possibile allontanare per un attimo l’immagine del
mio amico perduto.
Lo vedo correre felice su per i pendii del giardino
di Boboli (ne ho appena una vaga idea, quella lascia-
tami dai suoi racconti), arrampicarsi fino ai bastioni
del Forte. Poi mi ricompare dinanzi, chiuso nel suo
cappotto marrone bruciato, come la prima volta sui
gradini di quella chiesa. Lui alle prese con il cruci-
verba ed io deciso a vincere la sua ritrosia. Lo rivedo
alzare gli occhi dal giornalino: «Isola della Polinesia,
cinque lettere.» Ed io, felice di quella fortunata occa-
sione: «Sumba!» E lui che finalmente mi sorride:
«Bravo», approva, per dirmi la sua voglia di essermi
amico.
Il volto di Francesco occupa la mia memoria of-
fesa da un’assurda cesura. Riaffiorano le sue confi-
denze, le battute argute, le passeggiate lungo il ru-
scello vicino alla scuola alla ricerca della sorgente.
Ma c’è un’immagine ricorrente che si sovrappone
!132
alle altre, le confonde e le sconvolge, come acque
limpide turbate da un macigno caduto sul fondo
melmoso. È il giorno della partenza, quelle fotogra-
fie tra le sue mani e gli occhi sgranati di fronte allo
scempio della sua città.
Scendo all’ultima fermata prima del piazzale e a
piedi prendo su per la rampa delle Porte Sante, dove
già mi appare lo splendore della chiesa di San Mi-
niato al Monte. In cima alla grande scalinata, eccomi
sul terrazzo panoramico, le balconate piene di turisti
che aspettano il tramonto. Il sole sta per scendere su
quello spettacolo ammaliante, al quale io ora volgo
la schiena. Dinanzi a me l’oro del grande mosaico
con il Cristo benedicente risplende nel sole basso.
Sulla mia destra, già preannunciato dalle tombe mo-
numentali lungo la salita, ecco l’ingresso al cimitero
con la cinta dei bastioni tutto intorno.
Che cosa gli dirò? I miei poveri fiori lo faranno
sorridere perché – solo ora me ne ricordo – lui era
allergico al polline. Credo che gli dirò: «Beato te che
te ne stai qui in santa pace e puoi goderti tutto questo
incanto, senza che nessuno ti rompa le scatole. Vedi,
la tua Firenze con i suoi ponti è tornata quella di
sempre. E tu da qui puoi davvero abbracciarla tutta,
assieme alle colline. Ricordi l’abbraccio dei ponti di
cui parlavi in quel tuo tema in classe? Ora, di ponti,
manca solo quello a Santa Trinita.»
E lui mi risponderà con un sorriso triste: «Bravo,
giusto quello, il più bello di tutti! Hai visto come son
dispettosi in questa città?»

Il sole è ora una rossa mongolfiera sospesa sui


cipressi del Monte alle croci. Incendia i ponti sul
solco luccicante dell’Arno, i tetti di cotto, i campani-
li, la mole ferrigna della Signoria e il bel cupolone
!133
immenso che tutto sovrasta. La città è raccolta in
preghiera tra le colline che, attorniandola, ne com-
pletano il profilo in una luce estenuata e rossastra.
Le scaglie d’oro mandano gli ultimi bagliori dalla
fronte della chiesa affacciata sul mondo.
Un volo compatto di rondini dal coronamento
sbrecciato della torre campanaria sfreccia verso i
merli del palazzo dei vescovi, con lunghi giri intorno
ai bastioni; poi d’un tratto precipita con forte stridio
radendo le balaustre bianche dei piazzali digradanti e
infine si slancia sul grande scenario. Sembrano vo-
lersi perdere all’orizzonte, ma eccole tornare indie-
tro, per poi risalire lambendo le pietre tombali, e
ancora su in alto, a incrociarsi felici tra cime merlate.
Qui davvero i morti sorridono e parlano con i
vivi, mi consolo e sorrido anch’io.
Dal cortile di fianco alla chiesa viene fuori un
vecchio frate infreddolito con il cappuccio bianco
tirato sulla fronte. Esce anche lui per godersi lo spet-
tacolo. Vedendomi pensieroso mi dice, ma sembra
avercela con qualcun altro:
« Vede, giovanotto, qui siamo vicino al Paradiso!
Peccato che ci sia gente distratta... Allora, mi do-
mando, perché venire quassù?»
Ce l’ha con una coppia di giovani innamorati che
tubano seduti sui gradini. Il ragazzo lo ha sentito e
gli fa, più intenerito che risentito:
«Guardi, padre, che noi non ci s’ha mica il cuore
di sasso. È bell’e mezz’ora che ci si perde a guarda-
re, incantati come allocchi!»
La ragazza gli sorride e guarda un sole rosso che
sembra finto, quella sfera accesa sulle punte nere dei
cipressi che oscillano appena, come a farle il solleti-
co. Il frate annuisce soddisfatto e si ritira.

!134
!135
La grande attesa

Ritornai a Napoli gonfio di emozioni e di docu-


menti decisivi per la mia tesi di laurea. Nel vedere
quelle testimonianze inedite e le lettere autografe che
coinvolgevano Cosimo dei Medici in rapporti diretti
o mediati con la corte angioino-durazzesca di Napo-
li, e dopo aver letto le mie deduzioni, il mio relatore
e rettore si mostrò eccitatissimo. Dopo la discussione
della mia tesi, volle subito pubblicarla in un volume
dell’Archivio Storico Napoletano, la più antica e
prestigiosa rassegna storica del Mezzogiorno.
Non avevo sperato tanto. Ripensai a Firenze, al
suo prezioso Archivio di Stato, a quella donnina esile
con la crocchia bionda e al “Libro del chiodo”.
Fu allora che, un po’ a tradimento, il professor
Pontieri mi propose un incarico a tempo pieno alla
direzione della Società di storia patria di Napoli.
C’era un solo problema: stipendio da fame. In prati-
ca avrei dovuto lavorare per la “gloria”, rinunciando
all’indipendenza economica e continuando a fare il
“bamboccione”, come si direbbe oggi di un giovane

!136
che resti incollato alla famiglia di origine oltre ogni
ragionevole limite. Non potevo permettermelo.
Con tanto rimpianto ma senza tentennamenti,
accolsi invece l’offerta di un incarico d’insegnamen-
to presso un istituto parificato alle falde del Vesuvio,
immerso in una natura prorompente e gioiosa.

Ancora a Napoli, dunque, ma mi sembrava di


essere col fiato sospeso. Un intermezzo tra il periodo
partenopeo che stava per concludersi e quello fioren-
tino che ormai era già iniziato. Così la percepivo
quella fase, quasi come un interludio. Una parentesi,
però densa e punteggiata da accadimenti fondamen-
tali come una laurea, tre concorsi vinti, una cattedra,
una presidenza, un matrimonio e una figlia. Tutto
con un ritmo frenetico, forsennato.
Perché correvo tanto? Forse perché sentivo di-
stintamente che presto la vita avrebbe indirizzato
altrove i miei passi. Cercavo di vivere con intensità
quel mondo nel quale continuavo ad affondare le
radici, pur vedendolo allontanarsi ogni giorno da me.
Solo così oggi mi spiego perché in quel periodo di
“intervallo” fitto di eventi continuai a percorrere
decine di volte, senza apparenti motivi, quei luoghi
di Napoli sconvolti dalla guerra ma non ancora im-
bruttiti né incattiviti. Non ancora degradati dalla spe-
culazione edilizia, non ancora incanagliti dalla cor-
ruzione e dai morsi furiosi della camorra.
Dopo il “Corpo di Napoli”, teatro della mia ado-
lescenza, ora bisognava incidere nella mia memoria
tutta la costa affacciata sul golfo, quella meno fre-
quentata negli anni dei miei studi ma anch’essa af-
follata di ricordi. Ciascuno legato a un’emozione, a
un fatto o a un incontro. Il porticciolo di Mergellina
adagiato ai piedi di Posillipo. I lungomare accecati di
!137
sole con le belle fontane secentesche. Il Borgo mari-
naro dominato dalla mole giallognola del Castel del-
l’Ovo. Santa Lucia con i suoi celebri ristoranti e il
molo San Vincenzo che già guarda i torrioni del Ma-
schio. La Nuova Marina disseminata di darsene e
pontili, il brulichio delle imbarcazioni, l’incessante
indecifrabile andirivieni della vita marinara.
A piedi o con l’inseparabile Vespa, da solo o in
compagnia, mi ritrovavo a volte fermo a un passo
dal mare, con la testa tra le nuvole e gli occhi velati.
Specialmente d’estate, ogni occasione era buona.
Le emozioni delle coste sorrentina e amalfitana, con
gli strapiombi rocciosi sul mare azzurro. I colori di
Positano aggrappati alla scogliera che si specchia
nell’acqua calma della piccola baia. L’indimenticato
spettacolo di son-et-lumière nell’incantesimo di Ra-
vello. E poi gli agrumeti di Sant’Agnello di Sorrento
con l’isola di Capri a un tiro di sasso, così mi sem-
brava da quella terrazza affacciata su uno dei mari
più sensuali e misteriosi che io conosca.
Quando si prova a descrivere questi luoghi, quasi
mai ci si avvicina all’idea dal loro fascino reale. A
me rimaneva dentro ogni volta come una sensazione
di sgomento. Suoni colori abbandoni, ma poi sempre
una malinconia sottile che faceva contrasto con l’aria
festosa intorno.
Il mio unico mezzo di trasporto, e in ogni caso
quello preferito, era la Vespa. Mi accompagnava
ovunque, anche sulle isole. Tra quelle maggiori, a
Capri preferivo Ischia: meno onirica e meno snob,
ma più vasta e più varia. C’ero stato tante volte e la
conoscevo anche nei suoi segreti. Uno di questi era
(e non lo è più) un piccolo villaggio di pescatori con
la sua sorgente termale, immancabile come in tutta
l’isola, incassata nella roccia. Suggestivo e allora
rustico e semidesertico, quel villaggio si raggiungeva
!138
solo in barca. Sant’Angelo. Un posto delizioso, oggi
banalizzato e inquinato come tanti dal turismo di
massa.
A farmi scoprire Capri nella sua vera dimensione
magica, fu George. Era un mio collega, quando feci
la prima esperienza didattica nell’istituto di quel pae-
se vesuviano che prendeva nome dal santuario della
Madonna dell’Arco, meta d’ininterrotti pellegrinag-
gi. Si vedevano marciare, anzi saltellare a piedi scal-
zi, i fedeli provenienti da Napoli e dintorni, che in
alcuni tratti procedevano come a passo di danza.
I nostri pendolari spostamenti dalla metropoli
erano invece molto più banalmente assicurati dai
trenini della Circumvesuviana, un po’ malandati ma
efficienti.
Non ho mai saputo se George fosse di famiglia
nobile, ma di certo i suoi modi distinti erano quelli di
un lord umanizzato dalla natura calda del golfo.
Aveva un cuore generoso. Sapendo che vivevo anco-
ra in un’affollata camera di pensione, mi propose
alcune lezioni private a domicilio, nella zona elegan-
te di via Orazio dove lui abitava. Mi feci pregare
dicendomi impegnato, ma lui sorrise e non abboccò.
A volte gli rimproveravo il consumo ininterrotto
di sigarette americane, lunghe e insopportabilmente
aromatiche: «Almeno tra l’una e l’altra» gli consi-
gliavo scandalizzato «prova a respirare.» Distratta-
mente lui sorrideva e continuava a discorrere avvolto
in quella nube bluastra. George fumava con diligente
eleganza, socchiudeva le labbra e sembrava non
aspirare il fumo. In realtà lo inalava profondamente
ma senza avidità e lo tratteneva a lungo. Poi final-
mente quel fumo riaffiorava da remote profondità e
veniva fuori in una scia sottile o a volte in brevi
sbuffi. Egli guardava con indolenza le piccole volute

!139
sospese nell’aria, fino a vederle disfarsi sul basso
soffitto della carrozza del treno.
Perché dunque Capri? Il padre di George aveva
in quell’isola una casetta solitaria in cima a un co-
stone dalla pendenza terrificante. Modesta come può
esserlo una colonica sommariamente restaurata e
inaccessibile a chi non avesse abilità alpinistica o
una gran dose di coraggio. Una volta lassù, affacciati
alla ringhiera di un terrazzino a strapiombo sul mare,
la vastità e l’incanto del panorama mi sembrarono
una prova decisiva dell’esistenza di Dio.
Ero già a Firenze, quando ebbi notizia della mor-
te prematura quanto prevedibile di George. Non
seppi immaginare una causa diversa da quella sua
continua e massiccia assunzione di catrame e nicoti-
na nei polmoni. Mai conosciuto un suicida più raffi-
nato e generoso.

Il Vesuvio. Questo iroso gigante che più volte


nella storia ha mostrato il suo pessimo carattere. Con
tragica durezza. Eppure la gente continua a sfidarlo
popolando di case i suoi fianchi ancora caldi di lava.
È chiaro che il sonno apparente della “montagna”,
come chiamano il vulcano da queste parti, non dure-
rà più di quanto sia durato in passato. (L’ultima disa-
strosa eruzione non è poi tanto remota: nel milleno-
vecentoquarantaquattro, per annunciare a modo suo
la prossima fine della seconda guerra mondiale, il
Vesuvio distrusse San Sebastiano e Massa di Som-
ma!)
Ma tant’è, l’impossibile sfida continua.
‘A muntagna, la montagna per eccellenza, è bella
e inconfondibile. La forma conica con base non tan-
to ampia, la bocca attiva concentrica al vecchio cra-
tere spento del monte Somma, la vegetazione rigo-
!140
gliosa e le colture intensive delle pendici. Anche
senza l’antico pennacchio di fumo, ha un gran fasci-
no. C’è una vecchia canzone struggente che inizia
così: “Comm’è bella ‘a muntagna stanotte! / Bella
accussì nun l’aggio vista maie / ‘N’anema pare ras-
segnata e stanca / Sotto ‘a coperta ‘e chesta luna
ianca.”. Non occorre la traduzione.
Insomma la gente qui ama il suo vulcano più di
quanto lo tema. (Non è così anche per l’Arno a Fi-
renze?)
Più volte mi capitò di salire lassù in compagnia
di qualcuno, almeno a mezza costa. Manco a dirlo,
con il mio fedelissimo scooter. Una volta perfino in
gruppo, per non so quale festeggiamento in un risto-
rantino odoroso di pesce e nascosto tra le vigne. Ma
avevo voglia d’andar su da solo e di salire più in alto
possibile, fin dove la strada, diventando un sentiero
di lava, me lo avesse consentito. E un giorno lo feci.
Quando mi accorsi che la pretesa di pattinare
ancora con la Vespa su quella grossolana sbriciolatu-
ra di sassi neri avrebbe finito per mandarmi a gambe
all’aria, proseguii a piedi. Camminai a lungo. Sem-
pre più su, fino a sentire quasi l’alito caldo del vec-
chio gigante. Ero al di sotto dei mille metri, ma la
salita fra i ciottoli mi aveva sfinito. Mi fermai per
riprendere fiato. Speravo di godermi una vista me-
morabile, quando si levò una nebbiolina sottile e
dispettosa che non vedevo da anni. Lassù poi la neb-
bia è una rarità assoluta.
Contrariato da quell’imprevisto, m’intestardii a
figurarmelo ad occhi chiusi, il panorama del golfo
che conoscevo fin nei minimi dettagli. Quello che
invece mi si materializzò, forse anche per effetto
della spossatezza, fu il mitico volto della città del
giglio: adagiata tra le sue colline e percorsa dallo
scintillio del vecchio fiume con qualche canoa rapi-
!141
da sotto i ponti. Le sue acque però mi parvero un po’
troppo gonfie, tanto da lambire la sommità della
spalletta del Ponte Vecchio.

Questa visione premonitrice diede l’ultima spinta


al mio progetto. Ora avevo davvero la sensazione di
un soggiorno provvisorio nella mia terra. Era come
se la breve ma intensa esperienza in riva d’Arno mi
avesse folgorato, prolungando all’infinito la mia
percezione della durata di quel breve ma intenso
periodo nell’alberguccio di via Sant’Antonino.
In più, mi portavo dentro la presenza definitiva di
Francesco, l’amico scomparso ma non dai miei pen-
sieri. Era stato lui a iniettarmi il virus dell’amore per
la sua città. Ora Firenze aveva per me le sembianze
di una splendida donna, desiderabile e desiderata
nonostante il brutto carattere. Una dea che sparge
fiori sul mondo. Diciamo che avevo in mente la
Primavera del Botticelli. A torto o a ragione.
Mi sentivo pronto ad accettare la sfida. Guardan-
do ancora una volta da lassù l’amatissimo golfo, ero
un Ulisse incatenato all’albero maestro.
Capivo d’istinto che la mia ormai irrequieta per-
manenza all’ombra del Vesuvio sarebbe durata anco-
ra per poco. Questa sensazione si tradusse in un’
accelerazione frenetica del mio lavoro. E perfino dei
miei rapporti sentimentali. Fui catturato – prima o
poi doveva accadere – da un paio di occhi verdi sotto
un cappellino di peluche color pesca, da una voce
calda e da altro ancora.
Nel giro di pochi mesi la sposai.
S’intensificò tra l’altro la mia attività di studio e
di ricerca presso il “Centro europeo dell’educazione”
di Frascati, con ricadute anche pesanti sul territorio,
che mi portavano a visitare scuole sperdute nell’alto
!142
Sannio. La svolta fu quella di un lavoro di ricerca da
fare, almeno in prospettiva, presso il “Centro nazio-
nale di studi e documentazione” (l’attuale Biblioteca
pedagogica nazionale).
Che aveva sede, guarda caso, a Firenze! Se ripen-
savo alla mia tesi di laurea e a quel «fiorentino alla
corte di Giovanna II», la storia si ripeteva. Il richia-
mo fatale era ormai perentorio.
Non ci vollero tanti discorsi: mia moglie fu subito
d’accordo. Ne fui felice e m’innamorai di lei, se pos-
sibile, una seconda volta.
Si trattava di una decisione fondamentale per la
nostra vita e potevamo immaginare gli ostacoli, al-
meno in parte. Uno su tutti era quello di dover inter-
porre tra noi e i nostri genitori varie centinaia di chi-
lometri. Che a quel tempo di spostamenti senza au-
tostrade valevano il doppio o il triplo. In altre più
dure parole, bisognava poter contare esclusivamente
sulle nostre forze.
La nostra piccina aveva appena un anno, gli altri
due figli sarebbero nati in riva d’Arno e tutti avrem-
mo vissuto all’ombra del cupolone. Amen.

!143
PARTE SECONDA

IN RIVA D’ARNO

!144
!145
Dopo il diluvio

Quando vi feci ritorno per rimanerci tutta la vita,


Firenze era appena uscita dal tunnel di una catastrofe
immane. La terribile alluvione l’aveva aggredita di
notte. Panico, devastazione, morte e ferite profonde
anche al suo incommensurabile patrimonio artistico.
Data del disastro: quattro novembre millenovecento-
sessantasei.
Ero maledettamente in ritardo. Anche in queste
coincidenze infauste sembrava esserci il segno del
destino: arrivare sempre un minuto dopo. Poco dopo
le distruzioni della guerra… Poco dopo quelle del
diluvio…
Però non l’ho mai vista in ginocchio, questa città.
Anche questa volta si era rimessa in piedi subito e
quasi da sola. È vero che per recuperare i suoi tesori
era stata sostenuta dalla solidarietà immediata del
mondo intero. Ma per tutto il resto, per ricominciare
a vivere, questa gente aveva fatto da sé. Orgogliosa e
autoironica anche nell’ora più buia. Ne ebbi tutte le
prove e le testimonianze possibili.

!146
Su quella tragedia che aveva preceduto il mio
arrivo avevo assoluto bisogno di saperne di più. Il
fatto stesso di non essere stato presente mi faceva
sentire quasi in colpa. Ogni tanto rabbrividivo pen-
sando a quell’oscena valanga d’acqua mista a melma
e a nafta che aveva travolto ogni cosa. E mi rimpro-
veravo di non essermi precipitato subito dopo, alme-
no nei giorni successivi alla catastrofe.
Come minimo atto riparatorio, cercai allora di
documentarmi al meglio, di conoscere i particolari
della tragedia. Volevo avere un quadro più vivo di
quanto non fosse quello che potevo ricavare dalle
cronache di quei giorni. Qualcosa che partisse dal
vissuto delle singole persone. Forse le loro storie mi
avrebbero anche aiutato a capire meglio il carattere
di questa gente.
Racconti impressionanti. Com’è nella loro natura
incapace di piangersi addosso, i miei amici fiorentini
li condivano quasi sempre di aneddoti e battute. Ne
veniva fuori ad ogni modo un quadro terrificante,
nemmeno vagamente immaginabile da chi come me
non era stato direttamente coinvolto.
Ebbi così un’idea più chiara di ciò che era real-
mente accaduto. Il furore biblico di quelle acque
impazzite che fuoriescono dagli argini e diventano
sempre più aggressive a ridosso della città, fino a
invadere le officine dell’acquedotto dell’Anconella
distruggendo i macchinari, fino a inondare di fango
misto a nafta il lungarno delle Grazie e piazza Men-
tana, fino a profanare la Galleria degli Uffizi e Santa
Croce, fino a scardinare le formelle della Porta del
Paradiso.
Il cuore della città, il cuore della civiltà nata dal
Rinascimento, che per poche interminabili ore smet-
te di pulsare e poi, nei giorni successivi, deve affi-

!147
darsi con coraggio alla terapia intensiva. Tutto tragi-
camente chiaro.
Tanto più allora continuava a stupirmi la serena
apparente “normalità” che mi circondava. La vita era
ripresa subito, appena qualche settimana dopo
l’inondazione. Anzi mi resi conto che in pratica non
si era mai fermata.
Volevo, dovevo capire di più. Perciò mi disposi
all’ascolto, il più attento possibile.

***

!148
***

Una delle mie prime fonti d’informazione fu Pie-


ro, il mio collaboratore vicario. Era un ometto dal
sorriso contagioso con piccoli occhi lucidi che si
accendevano a tratti come illuminati dalle sue stesse
intuizioni. Mi bastò poco per essere inondato dal suo
racconto come da un fiume in piena. Appena avuto il
via libera, iniziò con un tono didascalico e forse iro-
nico che non seppi spiegarmi, se non con lo sforzo di
tenere a freno le emozioni. La prese alla lontana.
«Veda,» iniziò con insopportabile flemma, «per
trovare memoria di una inondazione paragonabile a
questa dobbiamo addirittura risalire al terribile “di-
luvio” raccontato dallo storico Giovanni Villani. Ep-
pure le acque allora non raggiunsero i livelli impres-
sionanti di questa volta, perché rimasero al di sotto
dei quattro metri.»
Metteva a dura prova la mia impazienza. Potevo
figurarmi l’orrore di un muro liquido così alto e ro-
vinoso per i tesori di questa città. D’altronde per co-
noscere con esattezza i drammatici livelli raggiunti
dall’Arno nelle zone più duramente colpite, mi ba-
stava leggere in giro le piccole targhe affisse a futura
memoria. Ad esempio, sapevo già che al quartiere di
Santa Croce l’acqua aveva raggiunto i sei metri di
altezza. Sei metri: una valanga che aveva travolto
!149
anche lo splendido crocifisso di Cimabue, ormai
ridotto a un tragico simbolo.
Insomma ero deluso da quel freddo approccio
storico e continuavo a guardare quell’uomo, i suoi
occhi accesi e il sorriso da bambino. Lui se ne accor-
se e sembrò quasi compiaciuto di aver previsto la
mia reazione.
«Ho capito, lei teme che si ricominci da Adamo
ed Eva, e invece le interessano i fatti vissuti in prima
persona. Giusto. Allora gliene racconto uno. Mi ca-
pitò proprio quella mattina d’inferno. Abito in una
zona periferica, oltre il ponte alla Vittoria. Quella
volta la mia macchina non volle partire, per via della
batteria scarica, così approfittai del passaggio offer-
tomi da un amico che lavora alla Scuola Aeronautica
delle Cascine. Giunti nei pressi di quel piazzale, ve-
demmo che l’acqua d’Arno aveva già invaso il prato
del Quercione e allagato la sede stradale fino a pre-
cipitarsi oltre l’ingresso della scuola. Poco distante,
forse lo sa, c’è l’ippodromo.»
Conoscevo quel parco, spesso ci portavamo le
nostre due bimbe a sgambettare proprio nell’erba di
quel grande prato; e poi c’era Roll, il nostro pastore
tedesco che sembrava impazzito nelle sue corse a
perdifiato.
«Ecco. Vidi allora una scena inquietante: un ca-
vallo si era arrampicato fin sulle gradinate e di lassù
ci guardava disperato, ci rimproverava di non dargli
una mano. Quegli occhi mi sono rimasti fissi come
una sintesi umana del disastro. Lui non poteva saper
nulla del Cristo di Cimabue, o delle migliaia di pagi-
ne preziose strappate dall’acqua melmosa alla Bi-
blioteca Nazionale e all’Archivio di Stato e sparse
ovunque, o delle formelle della Porta del Paradiso.
Un cavallo è un cavallo… Però il suo terrore ci fece
capire in un attimo che cosa stava accadendo...»
!150
Il sorriso dei suoi denti irregolari gli si era spento,
ma gli occhi di Piero continuavano a luccicare dietro
le lenti. Giusto per uscire dall’imbarazzo, riempii la
pausa con una ovvietà:
«Ritornare a casa sarà stato un bel problema.»
«Come Dio volle, raggiungemmo di nuovo il
ponte alla Vittoria e ci accorgemmo che le acque
inferocite trasportavano di tutto: auto, tronchi d’albe-
ro, suppellettili, e chissà quant’altro. Dei cadaveri si
seppe solo dopo. Qualcuno poi li contò: diciotto in
tutto.»
Si soffermò su quella cifra e aggrottò la fronte,
quasi a volerli riconoscere uno per uno. Poi conside-
rò, come parlando a se stesso:
«Una guerra o un terremoto può ammazzarne
molti di più, eppure… In quei giorni se ne parlò a
mezza voce, come se ognuno di noi quei morti ce li
avesse un po’ sulla coscienza. Mah, in questi casi
tutto diventa molto confuso. Eravamo dunque sul
ponte e capimmo che non era prudente star lì a os-
servare il “panorama”, così prendemmo subito per
via Bronzino… »
Il ritmo del racconto di Piero aveva avuto un’im-
provvisa accelerazione, quasi fosse ancora in preda
al terrore e all’ansia di mettersi in salvo.
«O meglio, speravamo di imboccare quella stra-
da. Sennonché, come la parallela via Pisana, essa si
era trasformata in un torrente impetuoso e sudicio. Il
mio amico ebbe allora la prontezza di prendere per
via Petrarca e di andar su per Bellosguardo, per poi
ridiscendere lungo una viuzza tortuosa fino a Soffia-
no.»
Quell’accenno a Bellosguardo mi fece trasalire:
ricordai quella collina coi suoi scorci esclusivi sulla
città e in più la torre del Bonciani, che mi riportava
agli anni della mia tesi di laurea su quel personaggio.
!151
«Il giorno dopo ci si mise a spalare a più non
posso» concluse con una voce acuta e quasi allegra,
che m’imbarazzò. Cercava di minimizzare, o almeno
di non enfatizzare un evento che era già di suo fin
troppo drammatico. In realtà, in quei difficili giorni
anche lui si era adoperato come pochi e in prima fila.

Piero amava definirsi un “montanaro”, perché era


nato sulla montagna pistoiese dove ritornava tutte le
volte che poteva. Con i suoi o da solo. Al rientro in
città, si portava dietro nelle narici il fresco profumo
della sua San Marcello Pistoiese e negli occhi un po’
spiritati il riverbero delle nevi di casa. Al solo nomi-
nargli Maresca o Cutigliano, luoghi noti a chi fre-
quenta l’Abetone e a lui familiari da sempre, gli oc-
chi gli s’illuminavano mentre i denti un po' ingialliti
dalla pipa gli si scoprivano in irresistibili sorrisi.
Ricordo quella volta che m’invitò alla sua casetta
di montagna a mezza costa, in località Migliorini. Ci
si ritrovò tutti insieme, la mia famiglia e la sua. Sei
bambini in tutto: un piccolo esercito sfrenato sui
prati del poderetto aggrappato alla collina. E lui in
apprensione per me, vedendoli arrampicarsi sugli
alberi da frutto: «I miei sono abituati, montanari
come me, ma i suoi… Non vorrei che capitasse
qualcosa.» Poi si raccomandava al più grande, un
ragazzo longilineo sui dodici anni.
Ci conoscevamo ormai da una decina d’anni,
eppure continuavamo a darci del lei in segno di sti-
ma reciproca. Dopo i primi tentativi di passare al tu,
vedendolo insistere con affettuosa naturalezza nel-
l’uso del lei, mi ero rassegnato.
«Quando si siede a tavola» mi fece notare par-
lando del primogenito con orgoglio infantile, «sbatte
i piedi dappertutto: ancora non ha imparato dove
!152
finisce il suo corpo.» Della figlia invece diceva che
era «un maschiaccio». E il secondogenito – il più
autonomo, avventuroso e amante di quei campi e
degli animaletti che li popolavano – lo chiamava «il
mio figlio inselvatichito».
Perché racconto questi particolari all’apparenza
futili? Per dire che quell’uomo dedicava ai suoi figli
più tempo di quanto non facessi io con i miei. Mai
come allora ebbi una chiara percezione della mia
inadeguatezza come padre. È una confessione che
oggi mi pesa più di ogni altra. Come lui avevo tre
figli più o meno coetanei dei suoi: due femmine e un
maschio appena nato. Quando saranno più grandi,
pensavo con ottimismo, qualcosa si farà insieme. Di
fatto i miei progetti sarebbero stati spazzati via dal
ciclone del lavoro, ma anche dall’onda vischiosa
della mia pigrizia. Le buone intenzioni si sarebbero
ahimè ridotte a qualche gitarella fuori porta.
Poi ci fu qualche pedalata in collina con i miei
due bimbi più piccoli e specialmente con il maschio
in sella alla sua biciclettina dorata. In pochi minuti
già eravamo nel verde tenero e negli odori della
campagna circostante, da Triozzi a Rinaldi. Poi c’era
un percorso a saliscendi che lo eccitava, accaldato
nell’impegno delle brevi salite e felice nell’ebbrezza
delle discese a precipizio. Devono essergli rimasti
sicuramente nell’anima, questi luoghi incontaminati
dell’infanzia. Da grande, la nostalgia lo ha portato a
rivisitare Triozzi. Ha trovato quella zona desolata-
mente cementificata e gli è rimasto in bocca l’amaro
del Ragazzo della via Glück.

Piero amava la sua terra d’origine, ma non la


considerava come una sorta di alternativa o rifugio
dell’anima, questo no. A Firenze, dove viveva da
!153
sempre, egli non si sentiva affatto fuori posto. Anzi
l’adorava a modo suo e a volte si lasciava andare a
una sorta di stupore fanciullesco, magari nasconden-
dosi dietro le parole di un personaggio autorevole:
«Dice bene Franco Zeffirelli: qui è l’origine di
tutto, dalle banche al gioco del calcio …» proclamò
un giorno facendo mostra del suo impermeabile
nuovo. Non capivo dove andasse a parare. Concluse
con una bella risata: «…Ma non sapevo che Leonar-
do fosse anche uno stilista di moda. Fu lui a inventa-
re l’impermeabile!»
Era anche un po’ vanesio, e aveva trovato così un
modo originale per richiamare l’attenzione sul pro-
prio impermeabile nuovo.
Averlo al mio fianco come collaboratore vicario
in quella scuola di frontiera fu per me una gran for-
tuna. Diventammo buoni amici. La sua vicinanza era
rassicurante, e non solo perché lui riusciva a vedere
il bicchiere sempre mezzo pieno. Se gli capitava di
litigare con una collega sessantottina e arruffapopoli,
diventava tutto rosso in viso e poteva perdere le staf-
fe fino a darle di “cialtroncella”.
Ma non era per motivi ideologici: l’intolleranza
non gli apparteneva, anzi gli invidiavo la calma
olimpica con cui poteva affrontare anche i dibattiti
più aspri. Era invece indignato per gli effetti pedago-
gici, che considerava devastanti. Erano gli anni in-
fausti degli “esami di gruppo” e del “sei politico”
che, in forme camuffate, avrebbero imperversato a
lungo nelle nostre scuole.

La sua amicizia mi lasciò una traccia viva. Ho il


grande rimpianto di non averlo frequentato abba-
stanza negli ultimi tempi. Proprio quando lui ne ave-

!154
va più bisogno, dovendo reggere l’urto di una tem-
pesta familiare che forse gli ricordò il grande diluvio.
Ed io non gli fui accanto, distratto com’ero
dalle continue peregrinazioni in giro per la nostra
penisola, richieste dal mio lavoro che in quegli
anni occupava le mie giornate troppo brevi. Mi
ripromettevo sempre di ricominciare a frequen-
tarlo, ma continuai a rinviare.
Fino a quando un infarto lo fulminò sul posto
di lavoro, nella scuola che ora dirigeva a Sesto
Fiorentino, alle porte di Firenze.
Il mio piccolo atto riparatorio fu quello di dedi-
cargli un mio libro, un saggio sui problemi del leg-
gere: “Alla memoria di Piero Nobili Tartaglia, edu-
catore anticonformista fino alla fine prematura sul
campo”.

***


!155
***

Più Firenze mi mostrava il suo volto “normale”,


più cresceva il mio scrupolo penitenziale. Forse esa-
geravo, ma la mia assenza nell’ora del bisogno con-
tinuava a pungermi la coscienza
Passando sul ponte alla Vittoria, lo stesso attra-
versato da Piero con il suo amico il giorno del
disastro, invariabilmente mi fermavo a guardare
le acque che scorrevano tranquille con un vago
luccichio che ricordava la vecchia canzone di
Odoardo Spadaro. Ed ecco che, nell’inganno del-
la mia fissità, il cielo diventava nero e un gran
buio improvviso inghiottiva lo scenario incante-
vole. Senza che una goccia di pioggia bagnasse
la terra, l’Arno si tramutava in un fiume di pece,
superava le spallette, saliva fino al cielo e som-
mergeva il mondo.
Placata poi la follia biblica, lui tornava a scorrere
nel suo letto. Ma adesso era un fiume di lacrime nere
e trascinava con sé uomini senza vita e carcasse di
animali, tronchi d’albero e intere botteghe artigiane,
automobili capovolte, letti disfatti e giocattoli strap-
pati dalle mani dei bimbi. E formelle d’oro e pagine
!156
di libri preziosi, crocifissi e pale d’altare e dipinti
cancellati per sempre. Gli occhi di un cavallo che
scalciava disperato mi chiedevano aiuto, senza che
io riuscissi ad alzare un dito per soccorrerlo.
Scacciati quei fantasmi, ero perfettamente in gra-
do di ritornare in me, di tuffarmi nel lavoro con en-
tusiasmo e di godermi in santa pace il resto della
giornata. A volte però i guai ricominciavano di notte.
Non sempre, ma ero vittima di incubi. Fissando la
finestra nel buio della camera, mi capitava di veder
salire un muro liquido e nero che squarciava i vetri e
con un boato in un attimo inondava la stanza fino a
sommergere i miei pensieri.
Proprio in uno di quei momenti di panico, una
volta mia moglie mi strattonò dicendomi:
«Hai sentito che tuoni? Vado a chiudere le impo-
ste in camera della bimba, almeno non si spaventerà
per i lampi. Ma tu come fai a dormire?»
Mi girai sull’altro fianco e provai a dormire per
davvero.

L’unico antidoto era la voglia di saperne di più. In


quel periodo i miei principali informatori erano due.
Il primo di essi era un bidello di scuola (anzi un
“custode”, come tutti dicevano). Si chiamava Angelo
ed era un disabile corpulento e bonario. Addetto al
centralino telefonico, svolgeva però volentieri anche
altre mansioni di tipo sedentario e faceva bella mo-
stra della sua grafia rotonda. Le gambe quasi para-
lizzate gli avevano gonfiato e appesantito il fisico
senza scalfire la sua giovialità. Aveva un vocione
stentoreo e non mi era facile farglielo moderare, al-
meno quando rispondeva al telefono.
Questo fiorentino purosangue abitava nella zona
di Sant’Ambrogio e aveva vissuto come pochi la
!157
tragedia del quattro novembre. Bastava un nonnulla,
come una mattinata piovosa e buia, per stuzzicarlo a
raccontare. Quasi sempre partiva con uno dei tanti
aneddoti conditi da spruzzatine di amaro buonumo-
re. I suoi erano racconti di prima mano e avevano
quell’asciutta misura che andavo assorbendo, giorno
dopo giorno.
Il giorno dopo l’apocalisse, Angelo si trovava nei
pressi di piazza Beccaria e assisteva impotente al
gran lavoro di pale che impegnava la gente a liberare
le soglie dei negozi e la sede stradale dall’ammasso
di fanghiglia rappresa. Cumuli enormi dappertutto,
solidificati e maleodoranti di nafta.
«Accanto a me c’era un gruppetto di ragazzi che
si davano un gran daffare» mi raccontò col suo vo-
cione un po’ tremulo e quasi allegro. L’espressione
del viso tradiva la sua pena, eppure egli sembrava
già pregustare la conclusione spiritosa.
«Finalmente si vide filtrare a mala pena un soli-
cino malato dietro il cumulo nero di quelle nuvole,
che per tanti giorni avevano scaricato pioggia a sec-
chiate. I brevi raggi timidi e giallastri duravano una
gran fatica a sortire da quella cappa grigia. Fu allo-
ra» riprese dopo una risatina sommessa e trattenuta a
stento, come quella di un bimbo che racconti una
marachella, «fu allora che uno di quei ragazzini col
viso imbrattato di mota – ma erano infangate anche
le sue mani e gli abiti e i capelli – alzò gli occhi
bianchi verso quel sole indeciso e gridò forte, con
rabbia: “Vien fori, bischero!” Scoppiò una gran risata
e tutti ripresero a spalare con più vigore.»
Continuai a guardare negli occhi quell’uomo
commosso e divertito insieme. A parte e al di là
dell’aneddoto gustoso, mi piaceva quel linguag-
gio netto sapido preciso. L’avrei ritrovato anche
nei discorsi di operai e artigiani, e in quelli dei
!158
civilissimi contadini di San Martino alla Palma o
dei poggi della Romola, le mie prime passeggiate
campestri.
Difficile invece farlo parlare del suo dramma
personale. La dignitosa reticenza di quell’uomo,
disposto a parlare di tutto meno che della sua
casa semidistrutta, m’inteneriva. Reagiva alla
malasorte con un sorriso, non saprei dire se bo-
nario o beffardo.
Ripensai a quei cartelli resi famosi da Montanel-
li e spuntati qua e là in occasione della tardiva e con-
testata visita alla città da parte di Saragat, allora pre-
sidente della repubblica. La gente provava a scarica-
re la tensione, la paura e la rabbia con quelle scritte
spiritose. Anche il simpatico Angelo aveva dato il
suo piccolo contributo degno dello spiritaccio fioren-
tino. Come tante altre, anche la sua casa era isolata
nell’acqua viscida, e lui aveva appeso un cartello:
“Venite, qui la situazione è MOLTO FLUIDA!”
Chiedendomi con un cenno di aspettare un atti-
mo, il custode si allontanò trascinandosi la gamba
sinistra grossa e rigida come un tronco di quercia. La
mandava avanti con un preciso movimento semicir-
colare, senza bisogno di appoggiarsi a un bastone. Si
diresse verso un armadio di alluminio e ne cavò un
involtino. Poi con la stessa fatica tornò vicino a me,
srotolò il giornale con cura e mi mostrò un oggettino
luccicante di doratura fresca. Era una formella in
miniatura della “Porta del Paradiso” del Battistero.
Realizzata in terracotta, riproduceva con approssi-
mativa fedeltà la scena del ricevimento della regina
di Saba da parte del re Salomone.
«Glielo devo confessare,» mi fece Angelo con un
sorriso complice e ansimando come se avesse scala-
to una montagna, «il mio è stato un furto. Via, un
furterello.» Si trattava del lavoro di un alunno, a suo
!159
tempo esposto assieme ad altri nella mostra di fine
anno, dedicata appunto al dramma dell’alluvione e
alle ferite ancora aperte. Ma c’era un particolare che
faceva luccicare gli occhi del custode. La formella
riprodotta era l’ultima in basso a destra, una di quelle
divelte dalla furia delle acque. Il ragazzo l’aveva
raffigurata a memoria, su uno schizzo a lapis buttato
giù in precedenza durante una visita guidata.
«La tenga,» Angelo mi offrì la piccola terracotta
reggendola a due mani come una reliquia. «Forse
l’aiuterà a capire anche i nostri ragazzi.»
Aveva ragione. Quell’oggetto è tuttora a portata
di mano sul mio tavolo affollato. Ogni tanto mi capi-
ta di dare un’occhiata alle figurine che appena s’in-
travedono in quell’oro ormai consumato e annerito
dalle mie dita che, con gesto meccanico, continuano
a strofinarlo leggermente come un amuleto.

***

!160
***

L’altro mio informatore particolare era Renzo, un


giovane cronista del quotidiano La Nazione. Si oc-
cupava normalmente della cronaca di Firenze, ma
cercava di far valere il suo talento anche con qualche
raro reportage sulle pagine nazionali del grande quo-
tidiano. Era il padre di uno degli alunni più tranquilli
di quella scuola, che sorgeva nella zona industriale
cara a Giorgio La Pira ed era piena di ragazzi diffici-
li. In quanto rappresentante dei genitori, Renzo par-
tecipava con assiduità agli incontri promossi men-
silmente dal consiglio di classe.
Un giornalista, ecco l’uomo giusto per saperne di
più. Fu il mio primo pensiero. La prima volta che gli
parlai da solo fu al termine di uno di quegli incontri
serali. Gli altri, genitori, studenti e docenti, erano già
andati via e lui sembrava invece aver voglia di fer-
marsi ancora. Mi propose tra l’altro di organizzare
per le ultime classi una visita guidata alla nuova sede
della Nazione in via Paolieri. Mi parve un’idea ec-
cellente.
«Lei sicuramente saprà che questa testata è la
più antica d’Italia: 1859» rimarcò tirando fuori
!161
una copia del giornale dal tascone del soprabito
con un’espressione d’orgoglio che mi fece sorri-
dere. Pensai che quel giovane (ma anch’io ero
ancora lontano dalla soglia dei quaranta) doveva
sentirsi quasi un erede di Bettino Ricasoli, il
“Barone di ferro” fondatore dello storico quoti-
diano!
«D’allora, come ben saprà, cioè da più di un
secolo, il nostro giornale ha sempre svolto un
servizio informativo di prim’ordine, me lo lasci
dire, e vantiamo firme di direttori d’eccellenza.
Le piacciono gli articoli di fondo di Enrico Mat-
tei?»
Assentii con impazienza e gli chiesi bruscamente
dell’alluvione. Lui si rabbuiò e rispose in modo
vago:
«In quei giorni di terribile emergenza non pote-
vamo tradire i nostri lettori, anche se noi eravamo
alluvionati come loro e con i macchinari in gran par-
te fuori uso...»
Lunga pausa. Renzo continuava a tacere, eppure
lo conoscevo di lingua sciolta. I capelli che gli
scendevano lisci sulle tempie erano di un rosso
carminio imbarazzante. Poi riafferrò il suo filo.
«Mi scusi, ma non sapevo da dove rifarmi. Quel-
la notte maledetta avevo lavorato al giornale fino alle
ore piccole. La nuova sede era stata inaugurata da
poco e mi piaceva parecchio. Ampia moderna fun-
zionale; mai avrei potuto pensare di rimanervi in-
trappolato! Era già quasi l’alba, quando sentii un
rotolare assordante di tuoni. Ma non erano tuoni…
Poco dopo mi affacciai alla finestra e vidi l’inferno.»
Non me lo descrisse, l’inferno, non gliene diedi il
tempo. Volevo sapere se la struttura aveva resistito
all’urto della valanga nera, se si erano salvate le rota-
tive e tutto il resto. Scosse il capo, mentre il rosso
!162
dei sopraccigli s’inarcava in un’espressione più
di stupore che di angoscia.
«Quell’acquaccia d’Arno» proseguì con voce
incupita «si precipitò nella tipografia del giornale
con furia inaudita, sventrò ogni cosa, ma questo nei
particolari lo seppi dopo. Guardai ancora giù dalla
finestra e vidi macchinari vomitati fuori come dal
ventre della balena di Pinocchio… Balena o pesce-
cane? Non me lo ricordo mai» scherzò per allentare
la tensione. «Vidi rotoloni di carta del peso di una
tonnellata ciascuno, trascinati via come fuscelli. Pen-
si un po’ lei.»
Ora aveva gli occhi lucidi e il viso rosso come i
capelli:
«L’indomani i giornali di tutto il mondo titolava-
no a piena pagina sulla sciagura di Firenze.» Una
pausa lunga.
«Da Roma invece, lo sa anche lei, notte fonda.
Nessun intervento tempestivo, nessun allarme
serio.»
Nelle vibrazioni della sua voce avvertivo una
rabbia repressa.
«Una sottovalutazione scandalosa», scandì que-
sto aggettivo, «quasi che la città avesse subito poco
più di un brutto acquazzone. Incredibile. Ancora
oggi non me ne fo una ragione.»
Lo vidi ormai agitato e cercai di spostare il di-
scorso sul loro lavoro in quei giorni: la raccolta e il
controllo delle informazioni, che in quelle condizioni
sarà stata impresa dura.
Mi spiegò che vari testimoni diretti lo avevano
aiutato a ricostruire uno scenario apocalittico. Supe-
rate le spallette del lungarno Acciaiuoli, tra il ponte
Vecchio e Santa Trinita, il fiume si era precipitato
nelle strade con velocità spaventosa travolgendo e
trascinando tutto ciò che incontrava, vomitando ton-
!163
nellate di fango e di nafta fuoruscita dai serbatoi de-
gli impianti di riscaldamento (ecco la tragica aggra-
vante). Neppure la guerra – considerò – aveva scari-
cato tanta violenza sulla città: oltre ai morti, migliaia
di case distrutte, una struttura economica agonizzan-
te e uno sterminato patrimonio culturale e artistico
colpito al cuore.
Provai a pensare ai cicloni e ad altre furie della
natura, che non meno duramente colpiscono altrove;
ma il paragone non reggeva. Perché non c’è nulla di
più fragile e insostituibile di questa città, dov’è con-
centrata l’essenza della civiltà dell’uomo. Ecco per-
ché – pensai guardando Renzo che ora taceva – il
mondo intero rabbrividì e si strinse intorno ad essa.
Gli “angeli del fango” accorsi da ogni angolo della
terra. Ero informato, perché c’era già una vasta lette-
ratura sull’argomento e un numero impressionante
d’immagini; però sui dettagli lui doveva saperne
molto di più.
«Angeli benedetti per davvero» ora la sua voce
rinfrancata aveva ripreso i toni metallici di prima,
ma l’arcata del sopracciglio sinistro restava alta e
asimmetrica. «Per avere un’idea dell’impresa gigan-
tesca, le basti pensare che nella sola Biblioteca na-
zionale i libri e i documenti preziosi distrutti o dan-
neggiati erano circa un milione. La sfida “impossibi-
le” era quella di salvare, foglio per foglio, tutto il
salvabile. Le pagine rovinate venivano stese una per
una, alcune negli stanzoni delle lavanderie, altre nel-
le celle di essiccazione della manifattura dei tabac-
chi. Solo più tardi sarebbero state ricomposte in vo-
lumi e questi avrebbero occupato le nuove scaffala-
ture della biblioteca centrale per un percorso di dodi-
ci chilometri. Ma il lavoro» concluse con un sospiro
«è tutt’altro che finito.»

!164
Come avevo previsto, Renzo era una miniera
d’informazioni di prima mano. Sapevo che anche il
“mio” Archivio di stato aveva subito danni incalco-
labili e ripensai con tenerezza a quella studiosa bion-
da e gentile che mi aveva accolto anni addietro per
aiutarmi a far luce su quel personaggio mezzo fio-
rentino e mezzo napoletano. Il cronista mi parlò di
quaranta sale di deposito dell’Archivio allagate e di
pavimenti crollati che avevano trascinato con sé nel-
la rovina documenti di straordinaria importanza.
«Altri sei chilometri di scaffalature da riportare
in vita» calcolò senza tradire emozioni, ma con il
pensiero ancora fisso sulle nuche di quei ragazzi
chini nel fango. «Parlavano lingue diverse ma tutti
sottovoce, sa, come in chiesa» notò con lo stupore di
un bambino. «Dormivano nei treni fermi a Santa
Maria Novella. Qualcuno aveva anche una certa età.
Lo sanno tutti che questi angeli silenziosi fecero il
possibile e l’impossibile per strappare dal fango libri
e dipinti; ma pochi sanno che le loro braccia aiutaro-
no anche chi era in condizioni di bisogno. Cioè tanti
di noi. All’occorrenza davano anche una mano ai
vigili del fuoco e alle forze dell’ordine. Insomma
questa gente ha fatto del bene a Firenze almeno
quanto l’Unesco con i suoi tecnici e specialisti.»
D’accordo, ma i fiorentini? Lui mi lesse nel pen-
siero.
«Secondo me,» valutò sapendo bene quel che
diceva, «se tutti quei ragazzi si diedero da fare e si
sacrificarono in una città tanto lontana dalla loro, fu
anche perché videro che noi fiorentini non eravamo
da meno. Anzi! Videro o seppero di squadre intere
impegnate nel lavoro immane del trasferimento di
quadri preziosi da un museo all’altro col rischio di
essere travolti dall’acqua inferocita. Tanto per dire.
Videro migliaia di persone rimaste senza tetto, senza
!165
cibo, senz’acqua e ricoverate in casa di estranei
pronti ad ospitarli. Insomma si accorsero subito che
nessuno di noi era disposto a piangersi addosso.»
A riprova dell’immediata rinascita e in attesa di
portarvi gli alunni, Renzo m’invitò a visitare la sede
imponente della Nazione rimessa in ordine in «tempi
fulminei», e i nuovi macchinari dalle «prestazioni
favolose», così s’infervorava. Vi andai più che vo-
lentieri e conobbi il direttore. Fu ospitale e non meno
entusiasta del suo giovane collaboratore.
Quella sede era uno dei simboli della città ancora
intenta a leccarsi le ferite.

!166
!167
Il “Sindaco del fango”

Un’idea fissa, lo ammetto. La città appena uscita


dall’incubo dell’alluvione era una sorta di riscoperta
della propria coscienza. Come quando credi di aver
perduto una persona cara, e solo allora ti accorgi di
quanto fosse importante per te. Insostituibile. Poi
riapri gli occhi, te la rivedi davanti viva e vegeta, e ti
sembra di non averla mai conosciuta abbastanza.
Mai compresa per davvero.
Piero Bargellini fu una delle prime persone che
ebbi la fortuna d’incontrare a Firenze, qualche gior-
no dopo il mio arrivo. Naturalmente il nome mi era
ben noto e l’associavo soprattutto ad una delle gran-
di riviste dell’avanguardia letteraria fiorentina, Il
Frontespizio. Sapevo che egli ne era stato il fondato-
re, avendo al suo fianco uomini della statura di Gio-
vanni Papini e Ardengo Soffici. Più che altro lo co-
noscevo come grande divulgatore di cultura e pro-
fondo conoscitore della propria città. Amava Firenze
di un amore incondizionato e la vedeva sempre ve-
stita con abiti da regina. Me lo avevano fatto capire
anche i titoli luminosi di certi suoi libri per le scuole
!168
elementari, che allora circolavano in casa dei miei
genitori.
La mia famiglia d’origine era una sorta di… offi-
cina o meglio cooperativa per l’insegnamento pri-
mario. Nonno, genitori, sorelle: tutti maestri e tutti
innamorati del loro mestiere. Quando la famiglia
patriarcale si riuniva intorno alla tavola apparecchia-
ta, immancabilmente capitava che qualcuno di loro
si mettesse a parlare di scuola. Chi lo faceva più
spesso e con più calore, era mia madre. Aveva inizia-
to a insegnare da poco, in ossequio alla regola ferrea
che assegnava la precedenza alla maternità, ed era
impaziente di raccontare nei dettagli l’ultima impre-
sa didattica e i “miracoli” del cosiddetto metodo
globale, che lei andava sperimentando con passione.
Fu in quel periodo che ebbi fra le mani alcuni di
quei grossi volumi detti allora «sussidiari» e pubbli-
cati dall’editore Vallecchi. M’incuriosirono la firma
di Piero Bargellini e l’aereo luccichio di quei titoli:
Bellariva, Fontelucente, Centostelle… Solo più tardi
avrei saputo che si trattava di denominazioni di al-
trettante vie o contrade fiorentine. Così pure Pian dei
Giullari, che aveva dato il titolo a una sua storia let-
teraria che non nascondeva l’intento divulgativo e
faceva storcere il naso a cattedratici e critici come
Luigi Russo. Anche questo titolo era tratto di peso da
uno dei poggi affacciati sulle meraviglie della città.
Divulgare le conoscenze. Per lui doveva signifi-
care adoperarsi perché il maggior numero di persone
riuscisse non solo ad acquisirle, ma anche a trovarle
interessanti. E perché no, divertenti. Era un po’ la
teoria che da piccolo sentivo ripetere dal mio nonno
«ilare ilare» (come egli amava definirsi pungolando
la moglie «burbera burbera»). Apprendere qualcosa
senza provarne piacere – mi diceva accigliato mentre
ricaricava la pipa – è lo stesso che lasciarla inerte e
!169
polverosa nell’archivio della memoria. A che serve,
se non te ne servi?
D’altronde Bargellini aveva fatto parte di quel
gruppo di letterati d’avanguardia che si proponevano
di portare aria pulita in un mondo un po’ stantio.
Ricordo una vecchia fotografia che lo ritrae seduto
ad uno dei tavoli delle “Giubbe Rosse”, lo storico
caffè dell’allora piazza Vittorio, assieme ai suoi irre-
quieti amici Soffici, Prezzolini e un arruffato e im-
bronciato Papini. Così ero portato a figurarmi anche
lui come un personaggio un po’ bizzarro e forse ir-
ruente, anche se meno scapigliato degli altri.

Invece la persona che mi accolse in piedi nella


splendida sala “Clemente VII” di Palazzo Vecchio
era un uomo elegante dai modi garbati e dal sorriso
comunicativo, buono e aristocratico. Però mi gelò
subito con una battuta forse casuale. Mi disse che, se
fossi arrivato a Firenze qualche mese prima, avrei
avuto bisogno anch’io di un paio di stivaloni di
gomma e di un badile per spalare il fango:
«Sa come dico ogni tanto anche a mia
figlia?» (Bernardina insegnava nella mia scuola.
Religione, anche per non smentire il cattolicissimo
padre.) «Le dico: Sono un sindaco ammollato ma
non rammollito.»
Nonostante la battuta divertente, mi sentii un
ignobile imboscato. Lui non se ne accorse. Cercai di
esprimergli senza enfasi la mia ammirazione per
quanto avevo saputo di lui, per il suo impegno gene-
roso di quei giorni. Lui si schermì con naturalezza:
«Dicono di me... Ma pochi hanno visto il cardi-
nale Florit con tuta e stivali! La verità è un’altra, mio
caro. È lo straordinario coraggio dei fiorentini, che
ha commosso il mondo. Grazie di gran cuore a chi ci
!170
ha dato una mano. Ma eravamo decisi a salvare la
città dall’agonia e ci siamo riusciti, ecco tutto.»
Era turbato, glielo leggevo negli occhi che ora
fissavano il grande affresco raffigurante l’assedio di
Firenze. Mi tornavano alla mente i nomi suggestivi
di quelle contrade che egli aveva scelto come titoli
dei suoi libri: Fontelucente, Pian dei giullari... E ri-
pensavo alle parole della figlia: «Mio padre ha mes-
so il suo talento al servizio della divulgazione. Di-
vulgare per lui è lo stesso che educare. Anzi egli lo
considera un modo per sentirsi fraternamente vicino
agli umili.» In quei giorni terribili era stata vicinis-
sima al padre nella sua abitazione di via delle Pinzo-
chere, una delle zone più colpite. Quel mio tempe-
stivo incontro in Palazzo Vecchio era stato propiziato
da lei.
Quando il “Sindaco del fango” distolse lo sguar-
do da quell’affresco, mi parve di vederlo di colpo più
vecchio. Aveva quasi l’età di mio padre, che era un
“ragazzo del ’99”. Anzi era di due anni più anziano
di lui. Mi venne da pensare che quell’uomo doveva
essere capace di amare e soffrire come pochi. E pro-
prio a lui era toccato di gestire la tragedia.
Senza aspettare le mie domande (sembrava com-
prendere il mio disagio) cominciò a raccontarmi
qualcosa di quell’alba tremenda. Le parole scorreva-
no lente, mentre nel viso trasognato potevo leggere
la sua pena. Ricostruire i particolari – per lui netti
come i fotogrammi di un film dell’orrore rivisto in-
finite volte – non doveva costargli alcuno sforzo.
Piuttosto egli badava a non tradire emozioni.
«Più o meno alle quattro del mattino ero affaccia-
to sull’Arno. Quello che temevo era lo straripamento
della Sieve.» Lui, mugellano, conosceva il carattere
bizzarro di quell’affluente alle porte della città. «Era
con me Enrico Mattei, il direttore della Nazione. Lui
!171
sì che ha fatto tanto. Pensi che fece uscire il giornale
anche in condizioni impossibili, pur d’aiutare i fio-
rentini a sentirsi vivi.» E mostrandomi alcuni numeri
del quotidiano di quei giorni che conservava in un
cassetto: «Ecco qui, la cronaca del dramma minuto
per minuto. Io, cosa vuole, potei solo sperimentare le
mia impotenza.»
Ripensai al racconto preciso di Renzo, ai mac-
chinari fuori uso, alla sua amarezza per lo scandalo-
so ritardo nei soccorsi e all’orgoglio per la solidarietà
dimostrata dal resto del mondo. E provai a immagi-
nare il lavoro febbrile di quei giorni per assicurare ad
ogni costo l’informazione necessaria.
«Quei fischi a Saragat,» azzardai, «erano giusti?
Ho sentito dire che quel giorno della visita del capo
dello Stato i fiorentini gli gridarono: Pale, non paro-
le! È così?»
Bargellini esitò prima di rispondermi, cercava le
parole giuste.
«Quando arrivò in prefettura, ad aspettarlo non
trovò né il prefetto, né me. Eravamo fuori per un
sopralluogo urgente. In quei giorni, in quelle ore,
tutto era urgente e d’importanza vitale. Mi dissero
che il presidente era un po’ seccato per il contrattem-
po. Egli aveva visto, badi bene, soltanto una parte
minima dello sfacelo. Non poteva avere ancora un’i-
dea della reale dimensione della tragedia...» Cercava
di discolparlo come persona, che forse stimava:
«Evidentemente il poco o il pochissimo che gli era
stato riferito a Roma non poteva permettergli di co-
gliere l’immensità della rovina.»
Bargellini comprendeva e giustificava, da gran
signore.
«Ma quando poi lei gliela descrisse, la tragedia, e
quando lui la vide di persona...?» Lo incalzai per
capire il significato e l’esito di quella visita di Sara-
!172
gat. Per trovare anch’io qualche risposta plausibile
agl’inquietanti perché.
«Gli facemmo un rapporto succinto ma efficace
sulla situazione indescrivibile. Denunciammo con
fermezza le incredibili carenze nei soccorsi. Forse
fui anche un po’ ruvido, ma volli dichiarare con for-
za e senza peli sulla lingua che la nostra impressione,
l’impressione di tutti, era che a Roma (a differenza
di quanto aveva dimostrato il resto del mondo) fosse
stata sottovalutata l’entità della sciagura che aveva
colpito al cuore la nostra città, la nostra gente, ma
anche i centri vitali di una cultura che appartiene al
mondo intero! Com’era stato possibile, perché tanto
ritardo? Sicuro, qui tutti si erano rimboccati le mani-
che da un pezzo, ma molti erano infuriati eccome.»
Fremeva ora a quel ricordo, lo riviveva con una
forte tensione che irrigidiva il viso lungo. Il suo pal-
lore era attraversato presso le tempie da venuzze blu.
Cambiò discorso riuscendo a dominarsi. Forse solo
in apparenza. La mia visita era durata più a lungo del
previsto e chiesi di congedarmi senza sottrarre altro
tempo ai suoi impegni.
Nell’accompagnarmi alla porta mi disse: «Spero
che lei si trovi già bene nella nostra “famiglia”. Sa,
questa è una città dura, esigente, ma anche fragile e
gentile. Basta conoscerla bene questa città, ma pro-
prio bene, per capire ed essere capiti. Se vuole, an-
che per perdonare, perché abbiamo sempre qualcosa
da farci perdonare. Ma poi Firenze sa ripagare chi
l’ama.»
Queste parole mi avrebbero fatto riflettere a lun-
go e mi avrebbero sostenuto nei momenti difficili.
Mi salutò dicendomi che mi avrebbe mandato un
invito per una visita del tutto eccezionale, cioè quella
del famoso Corridoio vasariano, prima della sua
chiusura a tempo indeterminato.
!173
Molti anni dopo la morte di Bargellini, lessi di lui
un affettuoso ricordo scritto da Geno Pampaloni, con
questa chiusa: «Oggi, in questi nostri anni travagliati
e confusi, la sua figura è, più che un punto di riferi-
mento, un punto di orientamento. Ricordarlo è un
dovere non solo culturale, ma morale. Dimenticarlo
sarebbe abbandonare qualche cosa di noi ai margini
della strada.»

Uscii dall’ingresso principale del Palazzo, attra-


versai il portico di Michelozzo girando intorno alla
fontana del genietto alato. Poi mi volsi al loggiato a
me familiare fin dagli anni della tesi di laurea, lo
percorsi tutto fino al lungarno e mi affacciai alla
spalletta. Per guardarlo in faccia, il vecchio traditore.
Lento e placido, lui scorreva sotto le arcate del
ponte antico, che disegnavano tre ovali nell’acqua
appena increspata e vi specchiavano le piccole spor-
genze di quelle secolari casucce da bambola. Ada-
giato nella sontuosa cornice di sempre, il fiume oc-
chieggiava tutt’intorno. Beato, ignaro dell’accaduto.
Non riuscii a odiarlo.

!174
!175
Il flautino magico

Silvio era un grande amico di Piero il montanaro


e insegnava anche lui nella mia prima scuola fio-
rentina. Quest’uomo stravagante come un clown e
munifico come un principe povero, sempre eccitato
e fasciato dai propri sogni, era un artista già larga-
mente affermato e i suoi dipinti erano esposti in pre-
stigiose gallerie. Scherzava e rideva molto, ma si
capiva che era un modo per celare la timidezza. Le
acque d’Arno gli avevano travolto lo studio di pitto-
re in piazza San Giovanni, proprio di fronte al “suo”
Battistero.
Di genitori italiani, Silvio Loffredo era nato a
Parigi e conservava un marcato accento francese.
Con Firenze, la sua città elettiva, aveva un difficile
rapporto di amore-odio complicato da un’invincibile
mania di persecuzione. Da tanti anni aveva scelto
questa città come la più ardua delle palestre per i
suoi sforzi creativi. La sua misura più alta, inattingi-
bile, era quel Battistero rivisitato mille volte e ogni
volta magicamente diverso.

!176
Un giorno gli chiesi ingenuamente il perché di
quella sua idea fissa. Lui mi guardò stupito, scosse
leggermente il capo e provò a dar voce a quello che
doveva essere un suo pensiero tormentoso:
«Vede, quello del Battistero non è soltanto un
modello antichissimo e ineguagliabile, ma è il più
saldo dei miei punti di riferimento. Il mio lavoro può
sbandare, lui no.»
Tanto è vero che lo aveva scelto come suo vero
maestro. Lui che aveva avuto maestri come Mino
Maccari, Ottone Rosai e, da ultimo, l’espressionista
Oskar Kokoschka, dal quale aveva imparato l’arte
del ritratto psicologico. Dicendo “Io posso sbandare”
era assolutamente sincero come sempre.
Avevo saputo, tra l’altro, della sua curiosa abitu-
dine di entrare in classe armato di un minuscolo
flauto, tanto piccolo da trovar posto nel taschino del-
la giacca. Così cercai di capirne il perché, visto che
lui insegnava arte e non musica. Avendo forse intuito
il motivo della convocazione, Silvio entrò nel mio
ufficio con aria più impacciata del solito, ma gli lessi
nei grandi occhi chiari un’espressione offesa. Provai
a metterlo a suo agio. Gli dissi con un sorriso che ero
curioso di conoscere il segreto del suo ottimo rap-
porto con gli alunni. Lui arrossì di piacere, tirò fuori
dal taschino il suo flautino e rispose:
«Eccolo qui il segreto: se non mi sentono zufola-
re, credono che io sia di cattivo umore e non combi-
nano nulla di buono.»
Perché lui era fatto proprio così. Prendere o la-
sciare. L’innocenza dell’uomo si rifletteva nei suoi
quadri, spesso popolati di animaletti deformi e di
battisteri trasognati e contorti. Avevo di fronte un
artista di grande talento nascosto in una palandrana
verdognola. Approfittai di quella storia del flautino
per provare a farlo parlare di se stesso:
!177
«Ha studiato musica?»
«Più che altro ho studiato canto. Al seguito di un
mio amico e commilitone pugliese, durante l’ultima
guerra. Lui prendeva lezioni di canto da un maestro
singolare e incantatore, in una sorta di teatrino da
Luna Park. Ed io interrompevo il mio lavoro di sca-
ricatore al porto di Bari, per seguire il mio compa-
gno di branda. Sia lui che il maestro avevano biso-
gno di spettatori, io rappresentavo il loro pubblico.
Fu lì che nacque la mia passione per la musica, men-
tre quell’uomo saltava sulla tastiera del pianoforte e
il mio amico tenore imparava ad arrotondare i suoni
allargando le braccia ad occhi chiusi come un uccel-
lo pronto per il volo e quella grande stanza si riem-
piva di vibrazioni prolungate e di note dell’Elisir
d’amore.»
Ero inebriato e incredulo. Aspettai che riprendes-
se fiato. Mentre il suo viso eccitato e sanguigno si
distendeva in un sorriso, mormorai: «Certo che la
musica fa miracoli.»
«Se non altro, acrobazie…»
Ora mi era difficile seguirlo. Mi parlò di certi
mendicanti di Montparnasse che si esibivano come
violinisti acrobati sotto le finestre della casa di suo
padre, e d’altro ancora, che in seguito avrei potuto
leggere in un suo libricino di memorie ricevuto in
dono da lui con una delle sue singolari dediche: un
gattino con occhi spiritati riflesso nell’acqua.
Me lo portò l’indomani e ne approfittai per chie-
dergli notizie dello studio alluvionato. Mi sembrò di
umore nero. Quasi a voler allontanare la sua pena
personale, sviò subito il discorso:
«Guardi che qui c’è stato di molto peggio. Sono
in tanti quelli che hanno perduto la casa e alcuni ci
hanno rimesso la pelle. E se i morti furono relativa-
mente pochi, questo lo si deve al caso. Per fortuna,
!178
infatti, l’Arno ha dato di fuori quando c’era pochis-
sima gente per le strade. Se non fosse stata l’alba, e
per di più di domenica, s’immagini un po’ lei. Terri-
ble. Le basti pensare alle centinaia di automobili
portate via comme joujoux, come balocchi.»
Quando era nervoso o agitato, il suo fiorentino
ancora infranciosato produceva un buffo miscuglio
linguistico.
Ma Silvio non aveva risposto alla mia domanda.
Il suo primo pensiero era giustamente rivolto alla
vita. Solo dopo venivano le formelle della porta del
Paradiso e il crocifisso di Cimabue. E in fondo, ma
molto in fondo, c’erano le tele del suo studio di fron-
te al Battistero, anch’esse irrimediabilmente perdute.
La sua pena inconfessata era per quel Crocifisso
distrutto, a due passi da casa sua in piazza Santa
Croce. I suoi colori mirabili sciolti per sempre nella
melma.

Qualche giorno dopo mi arrivò un biglietto con


intestazione del sindaco di Firenze, quello che tutti
ormai chiamavano “Sindaco dell’alluvione”. E qual-
cuno, per le spicce, “Sindaco del fango”. Ne intuii
subito il contenuto: Bargellini manteneva la parola
data e m’invitava a quella eccezionale visita guidata
al Corridoio vasariano. Sapevo ormai che si trattava
del famoso e finora inaccessibile percorso “aereo”
che, passando sul Ponte Vecchio e collegando gli
Uffizi con palazzo Pitti, permetteva ai Medici di
spostarsi direttamente dalla sede del governo alla
loro sontuosa residenza privata.
Prima dell’inizio dei lavori di restauro, che sa-
rebbero durati Dio sa quanto, ci sarebbe stata dunque
quest’apertura straordinaria del Corridoio riservata a
pochi fortunati…
!179
Avevo aspettato con ansia quell’invito, ma ne fui
ancora più entusiasta quando seppi che tra gli invitati
c’era anche Silvio, al quale ormai mi legava una
simpatia che confinava con l’amicizia. Lui conosce-
va già il “Percorso del principe”, eppure lo vidi ecci-
tato e impaziente come un bambino: «Vedrà che
roba, sarà un’esperienza davvero inoubliable, indi-
menticabile.» E gli ridevano i grandi occhi chiari.
Quel mattino Firenze mi venne incontro col più
sfacciato dei suoi sorrisi. Dopo tanti giorni di pioggia
sottile e uggiosa, il sole aveva deciso di rivestire di
luce la città. Una volta in centro, evitai le strade più
battute dalle fitte carovane di turisti e m’inoltrai nelle
antiche viuzze silenziose dove ancora risuonano i
nomi delle rissose famiglie guelfe e ghibelline, dai
Cerchi agli Alighieri.
Lo facevo tutte le volte che potevo, specialmente
di sera. In questi luoghi suggestivi ancora dissemina-
ti di case-torri, poteva capitarmi di tutto. Finanche di
scorgere la sagoma furtiva del sommo poeta e di
vederlo aggirarsi corrucciato per quelle contrade, in
barba all’editto che lo aveva condannato al più atro-
ce degli esili!
Avevo la testa ingombra da queste fantasie,
quando mi ritrovai di colpo nella grande piazza alla-
gata dal sole. Il marmoreo Nettuno biancheggiava
più che mai, circondato da satiri e naiadi, mentre il
bronzo scuro del Perseo mandava piccoli bagliori.
L’appuntamento era all’ingresso degli Uffizi, dove
stazionava la solita lunghissima fila di turisti in atte-
sa. Arrivai per primo, ma presto mi raggiunsero Sil-
vio e gli altri invitati.
Dodici in tutto. La guida ci spiegò che non
avremmo iniziato il percorso dalle sale del Palazzo
Vecchio, perché lo “studiolo” di Francesco I dei Me-
dici era al momento inagibile. Salimmo perciò fino
!180
all’ultimo piano degli Uffizi e qui imboccammo
l’accesso al Corridoio, quello normalmente vietato ai
visitatori.
Dopo un breve percorso in discesa, mi sorprese
la vista improvvisa del fiume che scorreva sotto di
noi, più in basso del solito. Il fatto è che sotto i nostri
piedi già c’era il Ponte Vecchio con le minuscole
botteghe degli orafi. Smaltita questa prima emozione
forte, l’attenzione si rivolse ai quadri che tappezza-
vano le pareti traforate da piccoli oblò. Erano innu-
merevoli autoritratti di artisti del calibro di Raffaello,
Michelangelo, Tiziano, Rembrand, Rubens e tanti
altri.
«Molti sono in restauro, e molti di più in deposi-
to. Tutti in lista d’attesa fin dagli anni del dopoguer-
ra, pensi un po’» mi spiegò Silvio con rammarico.
«Peccato, perché questa è la più grande collezione
del genere, al mondo.»
Colsi in queste ultime parole una breve vibrazio-
ne d’orgoglio, di cui tra qualche minuto mi sarebbe
stato più chiaro il motivo. Fu quando riconobbi in
uno di quei dipinti l’immagine dello stesso Silvio.
Mi avvicinai incredulo e lessi la firma: S. Loffredo.
Era proprio il suo autoritratto: un giovane pensoso
con grandi occhi bianchicci e buonissimi, che ti se-
guivano da ogni posizione. Anzi ti scrutavano. Os-
servandolo bene, avevo l’impressione di potergli
leggere dentro come in un libro aperto.
Lo guardai inebetito con un mezzo sorriso, e lui
subito minimizzò:
«Nel corso degli anni ne ho fatti diversi. Ma non
è narcisismo, mi creda, è solo il bisogno di conoscer-
si meglio, di guardarsi dentro…»
A lasciarmi ancora frastornato era il vedere il suo
autoritratto in compagnia di quei giganti. Impensabi-

!181
le. Lui stirò le labbra in uno di quegli indimenticabili
sorrisi da bambino colto in fallo e si schermì:
«Dovrebbe vedere qualche autoritratto di mio
padre, lui sì che sapeva scrutarsi e capirsi.» Sicura-
mente conosceva i limiti del padre pittore, ma lo
adorava come un dio. Soprattutto gli era grato per
averlo iniziato alle tecniche e ai misteri dei colori.
«Oggi molti cretini credono di poter fare a meno dei
“fondamentali” della pittura. Così s’improvvisano
pittori d’avanguardia ma combinano solo scaraboc-
chi!»
Sapeva di non esagerare, la severità era una delle
tante qualità ereditate dal padre, che era nato e cre-
sciuto all’ombra del Vesuvio. Da lui doveva aver
preso anche il temperamento focoso, la generosità e
l’ironia.
Dopo averci offerto una serie di straordinari
scorci sul fiume, l’alto percorso a un certo punto si
restrinse bruscamente per girare intorno a una torre:
era la torre intoccabile dei potentissimi Mannelli, ci
spiegò la guida, cui perfino i Medici dovevano ri-
spetto.
Passando sul portico dell’antichissima chiesa di
Santa Felicita, il corridoio delle meraviglie ci stupì
ancora facendoci affacciare direttamente sull’interno
della chiesa, proprio come faceva il principe per as-
sistere alle funzioni religiose e per ribadire a tutti
l’origine divina del suo potere.
Come per incanto, ci ritrovammo infine nel giar-
dino di Boboli, accanto alla mitica grotta del Buon-
talenti, per poi risalire nei saloni dell’immenso pa-
lazzo Pitti.
Non avevo mai immaginato nulla di simile.

!182
Quell’opuscolo autobiografico che Silvio aveva
fatto stampare a tiratura limitatissima s’intitolava
Una furtiva lacrima, e mi aiutò a conoscerlo meglio.
Per ringraziarlo… non trovai modo migliore che
chiedergli, per conto dell’editore Vallecchi, di poter
utilizzare uno dei suoi schizzi per la copertina del
mio ultimo libro. Che poi era il mio primo romanzo,
Nel segno del lupo. L’editore era d’accordo per il
titolo, ma per la sopraccoperta voleva un’immagine
non banale.
Com’era nel suo stile, la risposta del mio amico
fu stupefacente: mi chiese di leggere le bozze, in
modo da poter fare un disegno sur mésure espressa-
mente per il mio lavoro. Ne fui entusiasta e pensai
scioccamente: ma per l’ispirazione non poteva ba-
stargli quel titolo? Certo che no. Perché l’uomo e
l’artista sono abituati a immergersi, a interpretare, a
scavare in profondità. Hanno bisogno di guardare
dentro le cose, prima di raffigurarle.
Il disegno che appare sotto il titolo di quel mio
libro raffigura un lupo solo e disperato in mezzo ai
monti. Non è un lupo come tanti, ma uno di quegli
animali sapientemente deformati dalla tenerezza del
tratto di questo artista-clown.
Quando l’editore mi chiamò alla sede del Viale
Milton per la firma delle copie-omaggio, ero emo-
zionato come un bimbo al primo giorno di scuola.
Mi fermai per qualche minuto nello studiolo di Enri-
co Vallecchi, figlio del fondatore e ormai in là con
gli anni, ma ancora attivissimo. Era lui a mandare
ancora avanti la “baracca”, visto che suo figlio Atti-
lio sembrava piuttosto dominato dalla sua passione
per la caccia. Un acre odore di fumo e di tempo im-
pregnava le cose, quasi che i grandi protagonisti di
tante battaglie letterarie avessero appena lasciato
questa stanza.
!183
Poi il direttore editoriale, che allora era Alberto
Busignani, m’introdusse in un locale occupato quasi
per intero da un grande tavolo quadrato e alto. Su un
lato erano accatastate decine di copie del mio libro
fresche di stampa. Su quello opposto era seduto un
ometto infreddolito sull’ottantina, anche lui attornia-
to da piccoli volumi e già intento a firmarli sulla pa-
gina di guardia. Nessuna presentazione. Busignani ci
lasciò soli come due scolaretti da non distrarre men-
tre svolgono il compito assegnato.
Tra una dedica e l’altra, ogni tanto sbirciavo il
mio dirimpettaio cercando di leggere il titolo del suo
libro e soprattutto il nome dell’autore. Non era faci-
le, perché la pila sulla sua sinistra era tanto alta da
superare il mio campo visivo, mentre quella che si
andava formando a destra presentava i volumi con la
prima di copertina rivolta in giù, per distinguerli da
quelli ancora da firmare. Approfittando di una breve
pausa, finalmente riuscii a leggere: «Primo Conti, La
fuga delle Veneri, Narratori Vallecchi».
Era proprio lui, il grande interprete del nostro
futurismo pittorico e di altre travagliate esperienze
anche musicali e letterarie. Silvio me ne aveva parla-
to una volta a proposito di Ottone Rosai, che era
stato tra i suoi maestri. Non aveva pronunciato giu-
dizi sull’uomo, ma mi era sembrato che si riferisse al
suo passato con qualche imbarazzo. O forse era sol-
tanto una mia impressione. Quanto a me, del mae-
stro Conti ricordavo più che altro un autoritratto gio-
vanile di straordinaria intensità.
Impossibile riconoscerlo in quella figura minuta
e un po’ curva che avevo di fronte e che ora mi sor-
rideva, prima di riprendere a firmare con diligenza le
copie del suo libro.

!184
L’ultima volta che incontrai Silvio, anche lui per-
duto di vista per molti anni, fu in un afoso pomerig-
gio di luglio. In piazza Santa Croce, dove lui abitava
da sempre. Indossava il solito cappottone verde e
tremava per la febbre alta. Lo abbracciai con il sen-
tore che non lo avrei riveduto per molto tempo,
come di solito mi capita con le persone più care.

!185
Il “Sindaco dei poveri”

La “mia” scuola era a due passi dalla Nuova Pi-


gnone, la grande fabbrica salvata da Giorgio La Pira
assieme alle Officine Galileo nel grave momento di
crisi dell’industria fiorentina. Quell’istituto era di-
ventato un crocevia di esperienze umane e sociali,
oltre che pedagogiche. Avevo la fortuna di essere
coadiuvato da docenti di alta professionalità che
provenivano da ogni parte della città. Di solito, per
loro libera scelta.
Una recente normativa nazionale inaugurava
l’ingresso dei genitori degli alunni nella gestione
della scuola. Molti di essi entrarono in punta di piedi
e cominciarono a conoscere da vicino i meccanismi
di funzionamento dell’istituto e la complessità del
problema educativo. Altri invece – la solita minoran-
za agitata – irruppero alla maniera di Don Chisciotte,
lancia in resta contro i mulini a vento. Benché inges-
sata da una normativa eccessivamente minuziosa,
quella che intendeva coinvolgere le famiglie era tutto
sommato una novità positiva.
!186
Sennonché il vento che cominciava a soffiare nel
nostro paese, al rimorchio del “maggio francese”,
era di quelli che annunciano tempesta. Come eredità
sgangherata di un Sessantotto di terza mano, in vari
quartieri della città erano spuntate in quei giorni le
sedicenti “controscuole”, una sorta di doposcuola di
quartiere. Di fatto esse nascevano e operavano come
centri d’indottrinamento ideologico di basso profilo,
proponendosi di approdare al glorioso traguardo
della demolizione della “scuola di classe”, ossia del-
la scuola pubblica come istituzione. Gli alunni veni-
vano direttamente reclutati da studenti universitari o
da operai di “avanguardia”, pronti a trasformarsi in
insegnanti più spericolati che improbabili. In com-
penso, gli allievi potevano dar loro tranquillamente
del tu e motivare l’insuccesso scolastico con la pre-
tesa «ingiustizia» dei docenti.
Insomma una volgare truffa ai danni dei soggetti
più svantaggiati. E a dispetto del povero don Milani,
chiamato in causa a sproposito! «Scuole di Penelo-
pe» ribattezzai questi centri, visto che il loro compito
era quello di disfare di sera la tela educativa da noi
pazientemente tessuta ogni mattina o pomeriggio.
A parte lo sconcerto dei docenti (quelli veri), uno
dei genitori più indignati era Renzo, il giornalista
ormai mio amico e confidente. Abitava in quella
zona, sicché ne poteva vedere e sentire di tutti i colo-
ri. Suo figlio gli aveva cominciato a fare domande
strane sul “sei politico” e sugli “esami di gruppo”.
Lui aveva cercato di capirne di più, ma da quell’aula
ricavata da uno dei garage sottocasa non proveniva-
no altro che berci, rumoracci e un acre odore di
fumo.
C’era poi una seria aggravante, che faceva solle-
vare più che mai il rosso sopracciglio del mio amico.
Un settimanale a larga diffusione nazionale si era
!187
premurato di tessere l’elogio di queste scuolette da
burla, con parallele valutazioni calunniose dei meto-
di “repressivi” che sarebbero stati in uso in alcune
scuole della città. In conclusione, l’autrice di quel
servizio auspicava che la scuola del domani fosse
affidata direttamente alla gestione dei genitori, be-
ninteso in collegamento con il movimento operaio.
«Per portare avanti un certo tipo di discorso…» e via
sciorinando scemenze.
Continuavo a guardare il mio interlocutore infe-
rocito e mi venne da temere che il baratro educativo
non fosse poi così lontano.
Esageravo, turbato da quegli occhi accesi che mi
chiedevano se non ci fosse proprio nulla da fare.
Come se la soluzione potesse minimamente dipen-
dere da me. Avevo accanto il mio straordinario col-
laboratore, Piero il montanaro. Con uno dei suoi
sorrisi sospesi tra l’angelico e il mefistofelico, egli ci
rassicurò lapidario:
«Fuoco di paglia. Finiranno per mancanza di
alimentazione. Senza lasciar traccia.»
Proprio ci voleva, quell’iniezione di ottimismo.
Non trovai di meglio che convocare un’assemblea
straordinaria dei genitori, per discutere quell’unico
argomento spinoso e adottare eventuali iniziative di
contrasto. Il dibattito fu a dir poco animato. Volarono
parole grosse. Qualche raro intervento di tono ac-
quiescente fu tacitato a furor di popolo.
Ne venne fuori un documento di protesta da in-
viare al ministero e al provveditorato agli studi. Oltre
tutto, quest’ultimo era stato accusato – sempre da
quel settimanale spregiudicato – di aver cercato di
sabotare le controscuole con una circolare “segretis-
sima” inviata ai presidi. Va da sé che si trattava di
una pura invenzione del cronista di turno; ma il
provveditore, uomo dalla lacrima facile, non se ne
!188
dava pace. Così fu felice nel ricevere quel nostro
vibrante documento che tra l’altro smentiva la men-
zogna della circolare. Inesistente.
Ho proposto questa lunga e forse noiosa digres-
sione al solo scopo di dar senso a una memorabile
battuta ascoltata da Giorgio La Pira, quando ebbi la
ventura di conoscerlo da vicino. Molto vicino.

Se il prete di Barbiana – esigentissimo con i suoi


sfortunati allievi di campagna – dovette soffrire mol-
to nel veder travisato il messaggio della Lettera a
una professoressa, provai a immaginare lo stato
d’animo di Giorgio La Pira. Direte: che c’entrava
l’ex “sindaco dei poveri”, tra l’altro ormai da qual-
che anno fuori dalla mischia, con quella storia becera
delle scuole d’indottrinamento? Nulla. Ma forse,
pensai, abituato com’è alle altezze della stratosfera,
dev’essersi sentito anche lui tradito dalla strumenta-
lizzazione delle proprie idee e della missione di una
vita intera in difesa dei poveri e degli emarginati.
Ad ogni modo, secondo me nulla poteva scalfire
la serenità olimpica dell’uomo. La sua politica socia-
le concreta e zelante (fin troppo, diceva qualcuno)
era sovrastata da un’ansia ecumenica che doveva
renderlo invulnerabile. Almeno così pensavo. Non lo
conoscevo di persona, ma sapevo abbastanza delle
sue opere per immaginarmelo libero nel cielo come
un uccello in volo. Ad altissima quota.
I fiorentini tutto questo lo avevano capito bene.
Non potevano riconoscersi nella passione mistica
dell’uomo, troppo diverso da loro; ma gli volevano
bene d’istinto. Non a caso, più volte gli rinnovarono
la fiducia come loro sindaco, dall’inizio degli anni
Cinquanta alla metà dei Sessanta.
!189
E lui fece esattamente ciò che andava predicando
da tempo: tolse a chi poteva, per dare a chi era nel
bisogno, diede ossigeno ad aziende in grave crisi,
creò cantieri di lavoro per aiutare i disoccupati. Tutto
a spese dei contribuenti e fra cento polemiche: figu-
rarsi i fiorentini che litigano per nulla! Si spinse fino
alla requisizione di case e ville disabitate, sfidando le
inevitabili accuse di populismo e di politica caritati-
va. Eppure resse a lungo.
Fu vera gloria? Mah, in ogni caso il politico non
m’interessava più di tanto. M’intrigava invece la
statura morale dell’uomo, il suo bisogno di sedersi
accanto agli umili e di ascoltarli. E quel suo spirito
profetico, così difficile da digerire nella terra di Ma-
chiavelli e di Guicciardini. Fatto sta che quando lui
proponeva Firenze come polo di aggregazione del
mondo intero ribattezzandola “Nuova Gerusalem-
me”, e soprattutto dava vita a questa idea ecumenica
con atti concreti, la gente si fermava a sognare.
Conoscevo come tutti le sue iniziative clamorose.
Come quel “Consiglio delle nazioni” che riunì a Fi-
renze trentaquattro capi di stato e poi fu seguito da
una serie di convegni, progetti e contatti internazio-
nali, fino alla convocazione dei sindaci di tutte le
capitali del mondo. Comprese quelle oltrecortina. Il
crollo del muro di Berlino era ancora di là da venire,
perciò in quegli anni il fatto aveva suscitato scalpore
e polemiche.
Tutto questo m’intrigava. Insomma mi sarebbe
piaciuto molto conoscere quest’uomo che viveva
come un frate nel convento che fu di Savonarola.
Non mi era mai capitato d’incontrarlo prima. Più che
le solite immagini di repertorio, mi aveva impressio-
nato un bel ritratto di La Pira eseguito da Silvio Lof-
fredo (quello del flautino magico). Invariabilmente
sorridente, in quel carboncino di grandi dimensioni il
!190
personaggio appare tuttavia pensoso. Quasi conta-
giato dalla malinconica ironia dell’artista che lo ri-
trae.

L’occasione mi fu offerta da Armando Alessan-


dra, un poeta calabrese che viveva a Firenze da molti
anni. Era un poeta contemplativo ingenuo trasognato
mistico, con insospettate fughe sensuali verso oriz-
zonti terreni mai ripudiati. Faceva parte della «Ca-
merata dei poeti» che allora aveva sede nel suggesti-
vo Palagio di Parte Guelfa e mi aveva più volte invi-
tato alle loro riunioni. Quella volta non potevo man-
care, perché c’era un eccezionale ospite d’onore: La
Pira, per l’appunto.
Quando arrivammo, lui, il “Professore”, era già
lì in cima alla lunga scalinata. Piccolo, ammiccante e
gesticolante. Salutava tutti uno per uno quelli che
sopraggiungevano e stringeva le mani con il più lar-
go dei sorrisi, come fa uno sposo con gl’invitati.
Quando fu il nostro turno, Armando mi presentò:
«Anche lui è un uomo del sud che ha scelto Fi-
renze. Per sempre.» Così gli disse di me.
Il Professore – così lo chiamavano un po’ tutti e
non solo i suoi allievi universitari – mi guardò dritto
negli occhi mentre i suoi si accendevano di una luce
comunicativa dietro le lenti rotonde; poi disse con
una risatina simile a un singhiozzo:
«Allora è come noi: un figlio adottivo! Lo sa, noi
siamo migliori di quelli che questa città l’hanno ri-
cevuta in sorte, con la nascita. Cioè senza un loro
merito, non le pare?»
Poi il suo corpo minuto fu risucchiato dalla pic-
cola folla dei presenti e per un po’ lo persi di vista.
Con il mio amico poeta presi posto in una delle file
centrali («Qui non abbiamo l’abitudine di riservare i
!191
primi posti alle autorità, ognuno si siede dove capi-
ta») e inaspettatamente me lo ritrovai vicino. Proprio
così: Giorgio La Pira si era seduto accanto al suo
vecchio amico Alessandra, che a sua volta sedeva
accanto a me.
Il tavolo dei conferenzieri era semplicemente
occupato da due attori, un giovane barbuto e una
ragazza esile e malinconica, ai quali era stata affidata
la lettura di un florilegio poetico. Anche gli autori-
soci sedevano in platea come noi. Armando si affac-
cendò a distribuire a tutti un foglio illustrativo, la-
sciandomi così per qualche minuto da solo con il
Professore.
Fu lui a rivolgermi la parola. Prima si stropicciò
le mani con un gesto da frate, poi m’interpellò con
questa domanda inattesa: «Come va la baracca?»
Capii che si riferiva scherzosamente alla scuola,
di certo non alla fabbrica, e risposi: «Sopravvive, a
dispetto delle controscuole», e gli raccontai in due
parole la storia di quei finti doposcuola fiancheggiati
da certa stampa e foraggiati da certi sindacati.
Lui rimase serio e pensieroso. Armando doveva
avergli parlato del fervore educativo che ci animava
e delle conseguenti preoccupazioni. Poi La Pira pro-
nunciò una frase all’apparenza banale, che non ho
mai dimenticato:
«Chi carpisce la buonafede del prossimo è sem-
pre da condannare; ma chi lo fa a spese dei giovani o
dei giovanissimi è un essere spregevole.»
Dopo un po’, cambiando bruscamente discorso,
mi chiese con un gran sorriso:
«Conosce il Beato Angelico?»
Sapevo che agli affreschi del frate pittore era de-
dicato quasi per intero il museo di San Marco, dove
Giorgio La Pira viveva ormai da anni. Anziché con-

!192
fessare di non aver ancora visitato quel museo, gli
rivolsi la domanda idiota:
«Si trova bene con i frati?»
«A meraviglia. Eppoi le confesso: uscio e bottega
con l’università, fin troppo comodo!»
Già, «uscio e bottega». Sentirgli usare questa
tipica espressione fiorentina faceva un curioso con-
trasto col suo accento siculo che lui, come tutti i sici-
liani trapiantati a qualsiasi latitudine, non aveva mi-
nimamente attenuato.
Mi venne da ripensare a una conferenza di Gio-
vanni Spadolini, che era stato suo allievo alle lezioni
di diritto romano. Riferendosi con ammirazione a
quell’uomo tanto diverso e lontano da lui, Spadolini
ne aveva lodato la severità del pensiero e del giudi-
zio. Tra l’altro – ricordavo quasi testualmente – ave-
va parlato di lui come di un «grande monaco laico,
teatrale ed estroso solo in apparenza».
Ora trovavo quella definizione giusta, ma forse
riduttiva. A torto o a ragione, mi pareva di vedere
sulle spalle di quest’uomo, dagli occhi accesi e dal
temperamento vulcanico, un po’ il saio di Savonaro-
la. Così m’immaginavo di vederlo seduto al suo pic-
colo scrittoio nello studiolo del grande frate. E rab-
brividivo all’idea di quel rogo in piazza della Signo-
ria!
Per fortuna il mio accostamento era assurdo e i
fiorentini sapevano distinguere tra esuberanza ed
esaltazione.

!193
!194
Buono come il pane

Firenze mi stava dunque regalando incontri me-


morabili, che mi avrebbero segnato nel profondo.
Il personaggio che sto per introdurre era fatto di
una pasta speciale. Uno di quelli che, se ti sperdi in
un bosco all’imbrunire, ti piacerebbe incontrare. Per
ritrovare la strada col suo aiuto. A volte sembrava
sollevarsi su cuscinetti d’aria. Sono sicuro che se
avesse avuto un paio d’ali, a dispetto della corpora-
tura massiccia, sarebbe stato capace di volare.
Abbarbicato alle mie radici, da qualche tempo mi
stavo occupando dell’eterna “questione
meridionale”, vista però da un’angolazione del tutto
nuova. E curiosa. Ottiero Ottieri era già noto come
narratore della cosiddetta letteratura d’industria (con
questa espressione un po’ equivoca si volle definire
la particolare attenzione verso la condizione alienan-
te degli operai d’industria nel periodo del nostro
boom economico). Il fatto nuovo era che ora aveva
sperimentato al sud qualcosa di imprevisto. Tale da
rimettere in discussione e da far saltare clamorosa-
!195
mente quei canoni sociologici della letteratura indu-
striale che sembravano acquisiti.
Inviato come selezionatore del personale di una
nuova filiale dell’Olivetti sorta alla periferia di Na-
poli, Ottieri aveva scoperto che laggiù i già difficili
termini del rapporto uomo-macchina non reggevano
più. Lì la vera causa alienante non era quella dei
Tempi stretti – titolo di uno dei suoi primi romanzi –
ma piuttosto il dramma di una disoccupazione ocea-
nica e perentoria. Così il suo compito si era rivelato
immane. In una realtà come quella, i pur collaudati
schemi della psicotecnica non potevano funzionare.
«Qui giudichiamo un popolo intero» scriveva ango-
sciato.
Era passato più di un decennio dalla pubblicazio-
ne di quel suo libro, Donnarunna all’assalto, ma
non accadeva nulla. Non una denuncia, un progetto,
un cambio di marcia. Nulla. Eppure mi sembrava
che quel brusco e inatteso mutamento di prospettiva
investisse tanto la politica quanto la letteratura.
Un’esperienza come quella di Ottieni – mi dicevo
con ostinazione – oltre a ribadire le dimensioni
drammatiche del problema meridionale irrisolto,
poteva indirizzare l’impegno letterario in una dire-
zione diversa da quella finora seguita anche da scrit-
tori importanti.
A furia di studiare il problema e approfondire la
ricerca, ne era venuto fuori un piccolo saggio fuori
dagli schemi, che stavo per affidare all’editore Bul-
zoni di Roma. Prima di farlo, però, mi sarebbe pia-
ciuto sentire il parere di un buon critico. Se possibile,
di qualcuno che conoscesse bene la grande lezione
di Adriano Olivetti.
Mi rendevo conto che era difficile trovare questi
due requisiti riassunti in un’unica persona e ai mas-
simi livelli, se non riferendomi al nome di Geno
!196
Pampaloni, uno dei più autorevoli interpreti del no-
stro Novecento letterario. Sapevo che, ai primi degli
anni Cinquanta, proprio lui era stato tra l’altro ani-
matore del movimento culturale olivettiano di «Co-
munità».
A farmelo conoscere fu una mia collega, una
donna attiva intelligente dinamica, di aspetto grade-
vole e di carattere comunicativo. Aveva letto qualco-
sa di mio e mi definiva un collega «atipico». Quella
donna era la moglie di Pampaloni. Fu lei stessa a
propormi d’incontrarlo a casa sua: «Quanto è esi-
gente e intransigente nei giudizi, tanto è disponibile
nei rapporti personali. Vedrai, è buono come il
pane.»
Andai dunque a trovarlo nella bella casa di Ba-
gno a Ripoli, alle porte della città. Visto che il can-
cello era aperto, entrai e bussai al portoncino. Mi
rispose un breve abbaio e subito apparve la sua figu-
ra massiccia, le spalle appena curve. Il grosso cane
bianco, che aveva abbaiato giusto per dovere di ser-
vizio, dopo avermi annusato con cura le scarpe, tor-
nò a sdraiarsi tranquillo.
«È un vecchio maremmano come me» mi disse
con un sorriso quasi timido.
Sapevo che era grossetano come il padre e in
quella città era vissuto da ragazzo fino a quando,
universitario ribelle, aveva scelto Firenze come pa-
tria definitiva. Me lo aveva detto il mio amico e col-
laboratore Piero, che lo stimava anche come uomo.
Di lui mi aveva anche raccontato notizie e particolari
importanti che ignoravo.
Come questo. Dopo l’allontanamento fascista di
Momigliano dall’ateneo fiorentino in quanto ebreo,
Pampaloni in segno di protesta aveva lasciato a sua
volta quell’università per laurearsi invece alla Nor-
male di Pisa. Ma secondo il mio amico non poteva
!197
essere quello il solo motivo per cui «il
Pampa» (come lui lo chiamava confidenzialmente,
pur senza conoscerlo di persona) aveva sempre avu-
to in uggia il mondo accademico, al punto da isolarsi
totalmente come studioso.
«Quell’uomo è di sua natura un cane sciolto»,
aveva concluso Piero con malcelata ammirazione.
Per me ce n’era abbastanza, per aver voglia di cono-
scere da vicino questo grande critico fuori dagli
schemi. Che ora mi accoglieva bonario.
Era solo in casa. Mi fece entrare in una stanza
straripante di libri accatastati ovunque, ma secondo
un certo ordine noto a lui solo. Avevo portato con
me le bozze del mio saggio, ma non osavo tirarle
fuori dalla borsa senza un approccio preliminare.
Che tuttavia mi sarebbe riuscito penosamente diffici-
le, se lui non mi avesse subito facilitato il compito.
«Allora, ho saputo da mia moglie che ha fatto
una lettura originale del Donnarumma di Ottieri»
m’incoraggiò socchiudendo gli occhi dietro le lenti
spesse. Mi faceva credito al buio con quell’aggettivo
«originale».
Precisai che si trattava di una lettura prevalente-
mente politica ed esplicitamente collegata alla que-
stione meridionale.
«Bene, bene» approvò.
Solo un modo di dire, pensai. Dopo si vedrà, e
che Dio me la mandi buona. A conferma di quanto
mi diceva sua moglie, avevo letto da qualche parte
che i suoi giudizi erano sempre schietti e molto spes-
so severi, senza sfumature. Definitivi. Mai però im-
pietosi o sprezzanti: dietro c’era sempre l’uomo in
ascolto, quello che cerca di capire e non pretende di
ergersi a giudice.
Ero sicuro che la sua sarebbe stata una lettura
attenta, oltre che acuta. Attenta e comprensiva, tanto
!198
mi bastava. Del secondo Novecento lui aveva letto
tutto e sapeva tutto. Nessuno come lui.
In quanto lettore d’eccezione, sapeva anche
ascoltare come pochi. Infatti ora era davvero in at-
teggiamento di ascolto. E mi sorrideva con una sorta
di sapiente innocenza che anticipava e concludeva le
parole, quasi a illuminarle.
Continuavo a ritardare la consegna del mio lavo-
ro, benché fosse quello l’esatto motivo della mia
visita. Tra l’altro ero sollecitato da una curiosità: qual
era la sua idea di Firenze? Trovai il modo di accen-
nare a quel mio incontro con La Pira. Lui diventò
serio e pensoso.
«Dopo di lui» osservò con amarezza «Firenze
non ha più avuto grandi personalità aggreganti. Mi
dispiace dirlo, ma questa oggi è una città emarginata.
Qualche anno fa abbiamo avuto al ministero per i
beni culturali un fiorentino come Spadolini, il quale
peraltro si è dato parecchio da fare, ma a quanto pare
non è successo nulla.»
Lesse nel mio sguardo un certo scoramento, e
corresse il tiro. Disse che la Firenze di oggi gli sem-
brava una Bella addormentata «senza uno straccio di
principe» capace di risvegliarla e di portarla al ga-
loppo per il mondo come una volta. Non una città
morta, ma certo banalizzata. Perfino sul piano lin-
guistico e malgrado la presenza della Crusca.
Equivocai, pensando che si riferisse all’abuso del
vernacolo.
«Magari» rise di cuore, questa volta. «Le dico
solo questa. Quando prendo il mio caffè al bar, sento
urlare di continuo: “Un cappuccino e un pezzo dol-
ce!” Un pezzo, si rende conto: dove va a finire la
nostra riserva linguistica?»
«Ma allora» mi accalorai quasi dimenticando il
mio dattiloscritto ancora chiuso nella borsa «allora
!199
davvero questa città non avrebbe chances? E tutto il
suo patrimonio accumulato nei secoli?»
Questa volta il suo era un sorriso affettuoso e
indulgente, che tuttavia non rinunciava al sapore
dolce-amaro dell’ironia toscana. Era quel modo anti-
co di sorridere che sembra limare il filo arrotato del-
l’intelligenza rendendolo innocuo:
«Ecco, il giorno in cui il mondo avrà un ritorno
all’interiorità dell’uomo, allora Firenze avrà molto
da dire. Quando si placherà il gusto del clamore, – e
prima o poi dovrà pur accadere – allora forse questa
sarà di nuovo la città del non effimero. Ne ha tutte le
potenzialità.»
Mi si riaprì il cuore. Ma dovevo ormai riportare il
discorso, se non sul mio lavoro, almeno sulla Olivet-
ti. Anche questa volta il grande critico non si fece
pregare. Mi disse in breve della sua esperienza di
bibliotecario a Ivrea nel dopoguerra, e di quando il
«leggendario Adriano» lo volle accanto a sé in quella
sua «grande avventura» che in quegli anni segnò una
buona parte della nostra cultura. Più o meno usò
queste parole. Poche e asciutte, ma illuminanti.
«E quell’impresa al sud che intrigò personal-
mente Ottieni?» lo incalzai per arrivare ormai al
dunque.
«Beh, su questo di certo lei ne saprà più di me.
Ma non dubito che l’idea-guida sia stata la solita:
mettere l’uomo al centro di tutto, e la collettività al
servizio dei valori cristiani. I termini economici e
sociali dell’impresa venivano dopo. Ho letto credo
tutti i libri di Ottieri,» (non avevo dubbi) «ma le con-
fesso di non aver riflettuto abbastanza sui termini
attuali del problema del Mezzogiorno.»
Ecco, pensai, questo è il momento giusto. Tirai
fuori quelle bozze e gliele mostrai.

!200
«Mio Dio, sto proprio diventando cieco» si la-
mentò dopo essersi tolti gli occhiali con la grossa
montatura scura, per sbirciare le mie carte. «Questi
caratteri sono troppo sbiaditi per i miei poveri
occhi.»
Già mi scusavo e stavo per proporgli soluzioni
alternative, ma lui mi tranquillizzò: «Non si preoc-
cupi. Mi capita sempre più spesso, perciò mi sono
attrezzato. Ne farò fare una fotocopia più scura. Qui
vicino c’è una copisteria gestita da uno che lavorava
alla Vallecchi quando ne ero direttore editoriale, ai
tempi del vecchio Attilio, il fondatore. Passa ogni
lunedì a ritirarla» e mi mostrò una scatola di cartone
già quasi colma di manoscritti. «Io lo ricompenso
regalandogli qualche libro, così faccio anche un po’
di spazio.»
Il mio senso di colpa svanì, sostituito da una vaga
inquietudine quando vidi sparire le mie bozze all’in-
terno di quella scatola.
Rivedendoci in piedi, il vecchio pastore marem-
mano si alzò a fatica anche lui e ci accompagnò fino
al cancello.
«Le farò sapere qualcosa» furono le poco rassi-
curanti parole di commiato di quell’uomo un po’
stanco. Mi rimase dentro il conforto del suo sorriso.

Dopo alcune settimane, il postino mi consegnò


un plico proveniente da Bagno a Ripoli con l’indi-
rizzo scritto a mano e con l’indicazione del mittente.
Esitai d’istinto, prima di aprirlo. Oltre alle mie bozze
c’era all’interno una busta giallina. Doveva essere
l’attesissimo giudizio. Era invece addirittura una
Prefazione! Scritta a mano con una grafia ordinata e
pulita e firmata dal sommo critico. Densa e breve,
ma semplicemente splendida.
!201
Dire che ne fui lusingato non può rendere l’idea
del mio stato d’animo.
Fra tutte, continuavo a rileggere queste parole:
«C’era modo e modo di sviluppare un tema simile.
L’autore lo fa con grande discrezione e misura, an-
che se con altrettanto grande passione.»
Ecco, una delle cose che avevo temuto era per
l’appunto il tracimare di questa passione dell’uomo
del sud, uomo di parte. Ora mi sentivo più leggero e
meno impacciato nei pensieri.

Passarono circa dodici anni, prima che mi si ri-


presentasse l’occasione d’incontrarlo. E la circostan-
za fu delle più impensate e imbarazzanti. Mi telefo-
narono dalla segreteria del Premio letterario “La rana
d’oro” per chiedermi di far parte di una «giuria ri-
stretta» composta da appena tre membri. Gli altri
due erano nientemeno che Mario Luzi (presidente) e
Geno Pampaloni.
Erano i primi di aprile e pensai subito a uno
scherzo tardivo, ma la mia interlocutrice mi fornì
una serie di dettagli. Mi disse tra l’altro che si tratta-
va della seconda edizione come premio letterario,
benché il concorso avesse già vent’anni di vita, ma
come premio pittorico e fotografico.
Erano però quei due nomi a gettarmi nel panico.
Non mi andava l’idea di far da brocca di coccio
stretta tra due grandi anfore di bronzo: il maggior
poeta italiano vivente, più volte candidato al premio
Nobel, e il più grande critico letterario del nostro
Novecento. Impensabile.
È vero che si trattava di un premio riservato ad
«autori viventi di libri di narrativa adatta alle scuole
medie italiane», e che pertanto il mio contributo sa-
rebbe stato più di carattere pedagogico che letterario;
!202
tuttavia il pensiero di trovarmi a lavorare accanto a
quei due mostri sacri continuava a darmi il capogiro.
E la modestia di quel premio attestava l’umiltà dei
due personaggi, che avevano tranquillamente accet-
tato l’incarico.
L’indomani fui incalzato da un biglietto a firma
del direttore del Centro culturale organizzatore
(«Quest’anno purtroppo abbiamo tempi ristretti»)
accompagnato dal succinto regolamento del concor-
so. Questo prevedeva tra l’altro che sul volume del-
l’opera vincitrice potesse essere apposta una fascetta
stampata in questi termini: “Vincitore del premio La
rana d’oro – Selezione di Pampaloni, Luzi e Iadan-
za”. Una favola.
Ormai non potevo tirarmi indietro. Ci riunimmo
pochissime volte, in una saletta appartata della Bi-
blioteca di studi e documentazione pedagogica in via
Buonarroti. Luzi venne solo due volte e devo dire
che il suo contributo fu più suggestivo che sostanzia-
le.
Il primo giorno aveva con sé un’edizione tascabi-
le dei Canti di Leopardi e ogni tanto sfogliava il li-
bricino e dava un’occhiatina a quei versi. Se inter-
pellato per un giudizio su una delle opere selezionate
per quel concorso, chiudeva di scatto il volumetto
come un bimbo colto con le dita nella marmellata.
Riusciva tuttavia a recuperare subito e, se si trattava
di un libro che anche lui aveva letto, lo inquadrava
perfettamente con qualche bella intuizione. In caso
diverso, se la cavava con uno dei suoi rari e accigliati
sorrisi che per un po’ gli spianava le borse sotto gli
occhi:
«Beh, sentiamo il pedagogista.»
Spiegai una volta per tutte che non ero un peda-
gogista, ma uno che da sempre si accapigliava con i
problemi dell’educazione cercando di trovare solu-
!203
zioni. E di sperimentarle sul campo. Quanto alla
letteratura, ne ero più che altro un buon fruitore,
benché compromesso anch’io da qualche tempo con
la scrittura e con la carta stampata. Dalla loro espres-
sione divertita capii che questa autodefinizione non
era dispiaciuta ai miei due grandi interlocutori. Così
il lavoro andò avanti senza equivoci e un po’ più
spedito.
L’ultimo giorno dunque Luzi non c’era, perché
impegnato altrove. È sempre stato un uomo dinami-
co e pieno d’impegni. Quando arrivò l’ora del Sena-
to, il grande poeta neo-senatore a vita prese anche
quell’incarico molto sul serio.
D’altronde la nostra selezione era giunta alla fase
conclusiva e ne approfittai per togliermi una curiosi-
tà a proposito dell’avarizia delle pubblicazioni di
Pampaloni. Non capivo e mi sembrava francamente
eccessiva quella sua umiltà, che gli aveva fatto deci-
dere di concedersi alla stampa col contagocce. Gli
sarebbe bastato anche soltanto mettere insieme i tanti
suoi scritti disseminati qua e là, per pubblicare grossi
volumi.
Così gli feci la domanda che di sicuro altri gli
avevano già fatta. Lui mi guardò con quel sorriso
che umanizzava anche le proposizioni più dure e
rendeva plausibili anche le scelte in apparenza sno-
bistiche. Poi spiegò:
«Vede, a me interessa più che altro capire, e pos-
sibilmente scoprire. Ecco, forse può paragonarmi,
non lo so, a un esploratore. Le grandi sistemazioni, i
trattati compiuti, li lascio ad altri più capaci di me.»
Non c’era in quelle parole la superbia del pensa-
tore solitario e antiaccademico, né la sufficienza di
chi pretende di aver fatto la scelta giusta. C’era inve-
ce la consapevolezza di un bisogno. E c’era il dono
di una particolare sensibilità, che del resto stavo spe-
!204
rimentando proprio in quei giorni. I suoi straordinari
sensori gli permettevano di ascoltare i vagiti più fle-
bili e di riconoscere, con fiuto quasi infallibile, le
creature meritevoli di attenzione.
Eppure quella decisione di consegnare i propri
scritti alla caducità della stampa quotidiana o perio-
dica continuava ad apparirmi come dissipazione di
un patrimonio prezioso per tutti. Glielo dissi, evitan-
do ogni ombra di piaggeria che potesse infastidirlo.
«Se è per questo,» replicò con rassegnata ama-
rezza, «guardi che anche i libri prima o poi spariran-
no, sostituiti pian piano dalle nuove diavolerie elet-
troniche. L’importante è che non svanisca la memo-
ria. Qui però il problema si complica. Ci vorrebbe
l’amico Luzi a spiegarci il significato del fenomeno
Omero. Allora sa cosa le dico? Anch’io ho qualche
peccatuccio narrativo da farmi perdonare.»
Ora affondava la mano nel borsone di pelle nuo-
vo di zecca. Si accorse che lo guardavo e, prima di
tirar fuori quello che cercava, inaspettatamente mi
chiese illuminandosi:
«Le piace questa borsa? È un regalo di mia mo-
glie.»
Denudava la propria umanità con il sorriso vani-
toso di un bambino. Finalmente tirò fuori un librici-
no e me lo porse. Era un opuscolo di poche pagine
con una copertina rosa di una povertà francescana.
Era intitolato Buono come il pane e conteneva cin-
que suoi racconti. Lo aveva fatto stampare in poche
copie numerate per gli amici. La mia recava il nume-
ro 45 e una dedica personale. Mi turbò il sottotitolo:
“Memorie di giovinezza e di morte”.
Approfittai di una sua momentanea assenza per
leggermi il primo racconto, quello che dà il titolo al
libro. Narra l’8 settembre 1943, che sorprende il suo
battaglione attendato tra gli ulivi su una collina di
!205
Aiaccio: l’esultanza dell’armistizio, che tutti credono
già pace vera, e un suo commilitone siciliano che lo
abbraccia col viso ancora insaponato per la barba; e
invece, l’ordine di attaccare i tedeschi per sgombera-
re l’isola, l’ultimo «gioco crudele del combattimen-
to» e, in quella girandola finale, la morte del suo
amico compianto in silenzio da tutto il plotone; e per
tutti una voce: ”Buono come il pane”. Fu l’intero
discorso funebre.
Una storia delicata e tragica, di amicizia e di
morte, raccontata con mano ferma e pietosa insieme.
Lo stile perfetto ricorda più il volo di una rondine
che quello di una farfalla. Avevo sempre pensato che
tra le pieghe del grandissimo critico si celasse anche
una pulsione narrativa tenuta a freno da non so quale
pudore dell’uomo e forse dalla sua severità di giudi-
zio.
Era quel rigore che egli esercitava più verso se
stesso che verso gli altri. Tanto da autocensurarsi
oltre misura. «Era avaro non di sé, ma verso di sé»
più tardi avrebbe detto di lui Mario Luzi, quando il
grande amico lo avrebbe lasciato solo.

Come le accade da sempre con i suoi figli mi-


gliori, Firenze si ricordò di lui solo quando, malan-
dato ottantenne, aveva già pronta la sua Valigia leg-
gera (il foglio inedito che salterà fuori dalle sue carte
il giorno stesso della morte, con le poche cose che
avrebbe voluto portarsi dietro: «Qualche volto di
donna, qualche paesaggio […] e qualche verso:
‘Vergine madre, figlia del tuo figlio’ […]; Rilke:
‘Dev’essere autunno – là dove donne innamorate –
sanno di noi’; ‘Presto la sera verrà – Ma quanta luce
è raccolta – ora, nel cerchio breve delle tue

!206
mani’ […] E San Pietro, che ha un cuore d’oro, mi
aiuterà ad asciugarmi le ultime lacrime.»)
L’Amministrazione comunale aveva dunque de-
liberato l’assegnazione del “Fiorino d’oro” a Geno
Pampaloni. Al gremito Salone dei Cinquecento di
Palazzo Vecchio arrivò sostenuto da braccia amiche
e non soltanto dal solito bastone che non gli bastava
più.
Lo vidi avanzare lungo il corridoio infinito con
straziante lentezza. Al termine della cerimonia so-
lenne, con i rituali stendardi e squilli di chiarine, si
fermò qua e là a stringere mani e a scambiare misu-
rate parole. Il sorriso era ancora quello di sempre,
arguto e timido insieme. I tratti un po’ rudi del suo
carattere schivo e a volte ombroso erano scomparsi
del tutto.
Quando fu il mio turno, mi disse a mezza voce:
«Ha visto quanta gente mi vuol bene?»
Si stava spegnendo una luce di rara intensità e
reattività. Ora le vie impervie della comprensione
dell’uomo sarebbero rimaste un po’ più buie.

!207
!208
Pian dei Giullari

Le colline di Firenze. Quei poggi digradanti pun-


teggiati da ville olivi cipressi, in un equilibrio perfet-
to. Una verde corona che cinge la città col suo ab-
braccio discreto e quasi ritroso. Firenze, si sa, non
ama le smancerie. Fiesole, Settignano, Bellosguardo,
Pian dei Giullari. Ciascuno con la propria fisionomia
e con una potenza evocativa che fa di ogni colle una
realtà compiuta. Credo che in nessun altro luogo al
mondo la natura si saldi così intimamente con la
storia dell’uomo. In più, ogni collina propone della
città un’immagine personale e diversa. Proprio come
fa l’occhio sensibile di un fotografo con talento di
artista, quando mette il sigillo di autore su un’imma-
gine nota. Che, da quel momento, non somiglierà
più a nessun’altra.
Pian dei Giullari. Percorrendo le sue vie attorci-
gliate ed erte, ti viene incontro la storia e ti svuota
d’altri pensieri. In una di queste ville Guicciardini
scrisse la Storia d’Italia. Qui aleggia l’anima grande
di Galileo nella sua casa detta “Gioiello”. Qui è più
facile capire lo spirito che animava le sue ricerche:
!209
mentre puntava il cannocchiale verso il cielo, di si-
curo udiva il canto all’eterna armonia che regge il
mondo.
Volgendoti intorno in questo silenzio che si fa
spessore del tempo, non puoi fare a meno di pensare
che proprio da quassù un secolo prima erano partite
le cannonate del potente esercito spagnolo assedian-
te, mentre Michelangelo s’improvvisava architetto -
stratega, inventando una difesa disperata e impossi-
bile della fragile repubblica fiorentina.
È un luogo appartato e incantato, tra ville antiche
segnate dalla storia e dominate dalla Torre del Gallo.
Nel tepore malinconico di una passeggiata solitaria
su per la stradina angusta di Pian dei Giullari, mi
ricordai di aver letto che su uno di quei poggi era
stata costruita una casa intorno ai libri. Proprio così:
intorno alla sterminata biblioteca di Giovanni Spa-
dolini. Per una volta non m’interessava tanto incon-
trare l’uomo (certo, anche lui), quanto conoscere il
suo straordinario habitat.
Dell’uomo si sapeva praticamente tutto. Dello
storico con la sua ormai poderosa bibliografia. Del
giornalista che aveva bruciato tutte le tappe per ap-
prodare in giovanissima età alla direzione del Resto
del Carlino e poi del Corriere della Sera. Del politi-
co rampante, più volte ministro e poi capo del go-
verno, primo laico alla guida del nostro Paese.
E l’uomo pubblico era così nudo e trasparente, da
mostrare vizi e virtù senza pudori. Col candore di un
bambino. Nulla da scoprire: dalla sua assidua ricerca
del podio e della macchina da presa, all’eloquenza
torrentizia; dall’abilità del tessitore, al protagonismo
esasperato; dalle collere finte, agli autentici sdegni.
Bastava leggere le interviste che lui rilasciava a mi-
traglia, con inaudita sovraesposizione della propria

!210
immagine e senza ombra di reticenza. Tutto in vetri-
na, tutto risaputo.
Su di lui si esercitava ogni giorno la matita a vol-
te graffiante e sempre bonaria di Forattini. Parlando
del famoso narcisismo di Spadolini, il suo amico
Indro Montanelli lo definiva «così scoperto, ilare,
innocente, da disarmare perfino l’ironia». E quando
la piena assunzione del potere politico fu un fatto
compiuto, lo spiritaccio toscano fece dire tra l’altro
allo stesso Montanelli che l’ultimo libro di storia che
quell’uomo sognava di scrivere era un libro con se
stesso come protagonista, e «Fanfani, Andreotti,
Berlinguer e Craxi come oscuri militanti di partito
vissuti nell’era di Spadolini».
Insomma di gustose frecciate – che erano poi
attestati di simpatia, di riputazione e spesso d’invidia
– su questa figura anche fisicamente straripante, se
ne poteva trovare a bizzeffe.
C’era invece una cosa che poche persone cono-
scevano ed era la straordinaria ricchezza e la rarità di
quella biblioteca di tipo monografico da lui messa
insieme durante una vita intera. Era un patrimonio
bibliografico immenso che veniva ad aggiungersi
alla già ricchissima biblioteca della casa paterna di
via Cavour, sui quindicimila volumi spesso antichi e
pregiati.
A colpire ancor più la mia fantasia era stata quel-
la decisione di farsi appositamente costruire una
casa-biblioteca dal fratello architetto Pierluigi. Pro-
prio quella che ora vedevo alla sommità del poggio,
e che mi sembrava francamente una casa d’epoca
dalle linee semplici e sobrie come tutte le altre. Inve-
ce no, era una costruzione nuova di sana pianta e
aveva quella peculiarità di ospitare, oltre al legittimo
proprietario, un’impressionante marea di libri impor-
tanti e spesso preziosi. Si diceva oltre sessantamila.
!211
Non osavo sperare di visitarla un giorno e di co-
noscere l’uomo nel suo ambiente naturale, anche
perché a scoraggiare ogni velleità mi erano rimaste
quelle immagini televisive dei poliziotti incaricati di
vegliare sull’incolumità del presidente del consiglio
dei ministri. Ora non lo era più, ma quella casa con-
tinuava ad essere visitata più che altro da personalità
eminenti, nazionali e internazionali. Oltre tutto, in
quei giorni Spadolini era stato nominato senatore a
vita e la sua agenda si era notevolmente infittita.
Nulla da fare.
E invece l’occasione era dietro l’angolo.

***

!212
***

Ad aiutarmi a realizzare il desiderio di Pian dei


Giullari fu Giancarlo Zoli. Lo conobbi grazie alla
moglie Gabriella, una delle mie collaboratrici più
impegnate e sensibili. Era una coppia serena. Non
solo affiatata, ma anche attenta ai problemi degli
altri. Avevano costruito il loro rapporto su una fede
religiosa salda, compatta, che aveva messo radici
profonde. E se uno dei due poteva sentirla vacillare –
come capita a ogni essere umano – l’altro era pronto
a puntellarla con uno sguardo tenero. Tutto questo
mi fu chiaro nel periodo in cui frequentai la loro casa
con una certa assiduità.
Giancarlo era figlio dello statista democristiano
Adone Zoli e con lui aveva condiviso la prigionia
nazi-fascista nella famigerata Villa Triste. Ma non
amava parlare di quella terribile esperienza. Eppure
sapevo che col padre aveva contribuito a proteggere
e a salvare da morte sicura centinaia di ebrei braccati
come cinghiali. Se era proprio costretto a ricordare
qualcuna di quelle imprese rischiose, dopo tanti anni
ancora si commoveva e ne gioiva come un bambino.
Il terrore di Villa Triste invece, con le precise minac-
ce di fucilazione immediata da parte della banda dei
fratelli Carità, quello lo viveva come un incubo in-
terminabile.
!213
Insomma non era uomo da esibire medaglie sul
petto.
Si era appena concluso il suo brevissimo manda-
to come sindaco di Firenze («Credevo di fare il tap-
pabuchi, invece m’è toccato patteggiare con i violen-
ti» mi disse ricordando l’occupazione abusiva di
case da parte di estremisti agitati), quando m’invitò
con la moglie a conoscere i “Focolarini” di Loppia-
no. Anche per loro due era la prima volta. Di tutto
quel bagno di spiritualità condensato in una mezza
giornata, dovette restargli dentro un’idea di luce, uno
squarcio di cielo sereno. Durante il breve viaggio di
ritorno a Firenze Giancarlo rimase insolitamente
silenzioso.
Poi disse, più o meno: «Forse a Loppiano si sba-
glierà anche qualcosa, non saprei dire. Però» e guar-
dava ora me ora la moglie «avete visto quanta luce
negli occhi di quei ragazzi?»
Lei annuiva in silenzio.
Da quando gli avevo regalato una copia del mio
primo romanzo con lo schizzo di Silvio Loffredo in
copertina, cominciò a interessarsi ai miei scritti e
lesse anche qualche saggio. Me ne chiedeva notizia,
se qualche volta ci s’incontrava. Perfino da lontano.
Ricordo quel suo gesto infantile, seduto a una certa
distanza da me durante una conferenza: m’interpel-
lava congiungendo pollice e indice in un breve mo-
vimento orizzontale della mano, per mimare l’atto
della scrittura. Un gesto semplice che confermava un
interesse vero.
Di quel mio libro era uscita tra le altre una bella
recensione sulle pagine della prestigiosa «Nuova
Antologia», a firma di Cosimo Ceccuti. Quando
Giancarlo lo seppe, diede per scontato che io cono-
scessi (di nome) la Fondazione Spadolini di Pian dei
Giullari, diretta proprio da Ceccuti. Ripensando a
!214
quella mia passeggiata solitaria, drizzai le antenne e
mi parve d’intravedere una strada insperata. Gli dissi
di conoscerne anche il direttore responsabile. Era
vero, però di chiedergli un incontro con il neo sena-
tore a vita, sommerso da chissà quanti impegni,
neanche a parlarne.
Lui capì subito che la cosa doveva interessarmi
parecchio.
«Se mi riesce di combinare, qualche volta si pro-
va a salire lassù» fu la sua proposta insperata. Che in
verità mi parve indecisa e, come dire, imbarazzata.
E invece dopo qualche settimana seppi che Zoli
aveva già concordato l’appuntamento. Avrei final-
mente conosciuto l’uomo nella sua “casa dei libri”,
in quella villa di cui si parlava come di una meravi-
glia. Mi tornò alla mente la definizione di Carlo Bo:
«Un vero tempio dedicato all’arte della memoria».

Lungo la strada ebbi l’impressione di vederlo un


po’ teso, ma forse mi sbagliavo. Zoli mi disse che
«indipendentemente dai motivi ideologici» le sue
occasioni d’incontro con Spadolini non erano state
frequenti. Ma subito mi assicurò di conoscere bene
quella famiglia fin da bambino. Suo padre Adone,
come avvocato di famiglia per l’appunto, aveva fre-
quentato la casa in via Cavour di Guido Spadolini,
padre di Giovanni e raffinato incisore di acqueforti,
oltre che pittore macchiaiolo. Mi parlò del grande
torchio (ora esposto alla Galleria dell’Accademia) e
delle fervide discussioni con Piero Calamandrei, alle
quali gli era capitato di assistere. Sempre da piccolo
e senza capirci gran che.
Ascoltavo in silenzio la voce poderosa e affanna-
ta di quell’uomo dal fisico un po’ appesantito, che
continuava a inondarmi di curiosità. Quando fummo
!215
in cima alla via tortuosa e già in vista della chiesina
di Santa Margherita a Montici, il mio accompagna-
tore riprese fiato e pronunciò: «Eccoci al Tondo dei
cipressi.» Non sapevo che così lo aveva battezzato il
proprietario, sicché quell’espressione non mi diceva
nulla. Sì, c’erano antichi cipressi, ma il poggio era
occupato da quella casa adiacente alla chiesina. Que-
sto contava per me.
Con un sorriso che mi parve tanto diverso da
quelli stereotipati della sua immagine pubblica, Spa-
dolini ci accolse nel patio assolato che sembrò trop-
po piccolo in rapporto alla sua mole. Subito dopo le
strette di mano, egli diventò affabile. Giancarlo con-
traccambiò col suo vocione poderoso e allegro, e
uscì da quella tensione che prima sembrava un po’
irrigidirlo. Ma forse era stata solo una mia impres-
sione.
Non appena seppe del mio particolare interesse
per «Nuova Antologia», il faccione rotondo del no-
stro anfitrione s’illuminò. C’introdusse in quello che
chiamò il «primo quadrilatero». Erano quattro sale
intercomunicanti a mo’ di galleria, secondo un dise-
gno che si ripeteva al primo piano. Ci spiegò che
queste stanze-biblioteca erano state concepite pro-
prio per ospitare una valanga di libri, almeno trenta-
mila, ma che erano già diventati più del doppio. Una
di esse era interamente dedicata alla collezione com-
pleta dell’Antologia e della Nuova Antologia, da lui
riportata a nuova vita.
Mentre il mio sguardo si posava sulle centinaia di
volumi della storica rivista, i più antichi rilegati in
pergamena, Spadolini parlava ininterrottamente: era
un fiume in piena che m’investì senza darmi il tem-
po né il bisogno di porre domande.
Raccontò tra l’altro che l’idea di dar vita a un
concreto piano di salvataggio della gloriosa testata
!216
ottocentesca e al suo rilancio in una nuova veste edi-
toriale gli era venuta nel 1979, quando era ministro
dell’istruzione. Si era reso conto di persona, infatti,
dello stato deplorevole di tante annate della rivista
stipate in magazzini umidi alle spalle del palazzone
di Viale Trastevere.
«Una vergogna, glielo assicuro! » Ora si rivolge-
va direttamente a me, avendo saputo che quel palaz-
zo mi era abbastanza familiare, a causa del mio lavo-
ro.
L’anno dopo, il presidente della Repubblica San-
dro Pertini firmò il decreto di costituzione della
«Fondazione Nuova Antologia».
«Oggi» Spadolini rivendicò con orgoglio «essa
s’identifica con questa villa.» E gli occhi luccicava-
no dietro le lenti dalla montatura esagerata.

Continuammo a navigare in quell’ordinatissimo


oceano. L’idea guida era: “Di ciascuno, tutto”. Ma
proprio tutto, e lui lo sottolineava di continuo: «Qui
tutto Croce, qui tutto Fortunato, qui tutto Salvemini,
tutto Gobetti, tutto Einaudi…» e così via, sempre
nella globalità della produzione di ciascun autore.
Più avanti, ecco le collezioni delle grandi riviste
del Novecento: la Voce, Lacerba, La critica e tutte le
altre, sempre rigorosamente complete. Vedere tutte
insieme quelle riviste mitiche e battagliere faceva
effetto. Rappresentavano il rinnovamento culturale
partito dal caffè delle Giubbe Rosse nell’attuale
piazza della Repubblica.
E in una delle tante fotografie che facevano parte
di quello sterminato archivio della memoria, vidi
Spadolini al piazzale Michelangelo, lui tanto più
giovane, assieme a Bargellini, Soffici e Papini. E più
avanti, quand’era redattore al Corriere della sera,
!217
sottobraccio col suo grande amico Montale. Aveva
l’aria di sorvolare, ma capivo benissimo che quelle
immagini dovevano avere per lui un valore altissi-
mo.
M’impressionava in particolare quella rassegna
esaustiva, quell’idea di totalità anche visiva, che è
impossibile trovare in qualsiasi biblioteca di tipo
tradizionale. Giancarlo richiamò la mia attenzione su
una copia anastatica delle Lettere meridionali scritte
a Firenze dal grande storico napoletano Pasquale
Villari. La prefazione era di Giovanni Spadolini, e fu
lui stesso a spiegarci meglio.
«Fu da bambino il mio primo ‘incontro’ con lui,
durante la visita rituale che tutti i mesi facevamo al
cimitero di San Miniato assieme ai miei genitori. Ero
molto curioso, allora» precisò con uno dei suoi sorri-
si compiaciuti. «Vidi quel gran busto del Villari col
piedistallo fasciato da una scritta e andai a spostare
l’erba alta che quasi nascondeva l’epigrafe sulla sua
tomba. Volli trascriverla: mi sembrò che quelle paro-
le ridondanti, nel tipico stile risorgimentale, rivelas-
sero anche il profondo legame dell’uomo con la cit-
tà.»
M’intrigava la sottolineatura di quelle presenze:
non solo Pasquale Villari, ma Benedetto Croce, con
il quale Spadolini aveva avuto un significativo
scambio epistolare; e ancora Giustino Fortunato,
Gaetano Salvemini, anch’essi uomini del sud. In-
somma quella sua grande attenzione per il nostro
Meridione.

Poi ci fermammo nel vasto studio-soggiorno al


pianterreno, quello che lui chiamò «stanza Rosai»,
per distinguerla dalla «stanza Soffici», anch’essa al
pianterreno, e dalla «stanza Morandi» al primo pia-
no. In ciascuna di queste sale c’erano anche tanti
!218
altri dipinti di autori contemporanei, a cominciare da
quelli del padre, Guido Spadolini; ma a prevalere
erano quei tre pittori. Ci trovavamo dunque nel loca-
le dedicato al suo grande amico Rosai. Che era poi il
suo studio preferito, anche per via di quella grande
finestra affacciata su Firenze, ma solo da lontano,
oltre il prato e i cipressi.
Ci sedemmo nella stanza affollata, una volta tan-
to, più di quadri che di libri. Questi erano raccolti in
un’unica libreria in stile ottocento francese come la
grande scrivania, sulla quale notai due fotografie
incorniciate. Una era quella dei genitori in abiti da
sposi, l’altra ritraeva la madre da sola. Sono partico-
lari difficili da dimenticare.
Accanto alla scrivania c’era un cavalletto con un
vecchio quadro dipinto dal padre e dedicato al “Ton-
do dei cipressi”, proprio il luogo dov’era stata co-
struita quella che lui continuava a chiamare la “casa
dei libri”. In un vano della libreria erano sistemati
una vecchia fotografia di Benedetto Croce e un dise-
gno di Forattini che raffigurava un corpulento Spa-
dolini in groppa a un gran cavallo tricolore. Divertito
da questa esibizione di autoironia, lo vidi abbozzare
un sorriso soddisfatto.
Le pareti erano appezzate da dipinti, acqueforti,
disegni. Non solo Rosai. Lui volle precisare con
puntiglio che quella collezione di quadri, raggruppati
anche in altre stanze col solito criterio monografico a
lui caro, era riuscito a metterla insieme in gran parte
quand’era direttore di grandi quotidiani. E, salvo
qualche regalo, con i propri quattrini.
«Posso vantarmi anche di aver fatto qualche
buon affare,» strizzò gli occhi guardando Zoli dietro
le lenti un po’ appannate. «C’è ad esempio uno dei
disegni più belli di Morandi, non so se lo avete nota-
to dianzi, al primo piano.» Annuimmo, ma era diffi-
!219
cile capire a quale si riferisse fra tanti. «Bene, quello
lo comperai quand’ero direttore del Carlino e sapete
quanto lo pagai? Trentamila lire! Proprio così. Dite-
mi voi…»
Era fiero del suo lungimirante senso degli affari.
Ovviamente quei toni semplici e confidenziali erano
dovuti alla presenza del mio accompagnatore, che in
questo caso commentò con una delle sue fragorose
risate.
Poi, con gli occhi perduti nel verde fuori dalla
grande finestra, Spadolini si tuffò d’un tratto nelle
memorie della sua fanciullezza. Ci parlò del podere
del nonno e di un vecchio capanno di legno e di fra-
sche, che non era riuscito più a rintracciare. Distrutto
dalla guerra.
«Ma lo farò ricostruire proprio identico, con le
sue feritoie per i cacciatori» promise a se stesso. «Ce
l’ho stampato negli occhi.»
La sua voce si fece più sommessa e raccolta,
mentre accarezzava con gesto impercettibile la cor-
nice della foto di sua madre. Quel legame profondo
si era ulteriormente rafforzato dopo la morte del pa-
dre, ma lui accennò solo di sfuggita agli anni in cui
la madre lo aveva seguito a Milano, dove si era tra-
sferito come direttore del grande quotidiano.
Ed eccola, improvvisa e imprevista, la stoccata
finale:
«A Milano devo tutto. A Milano e a Roma. Fi-
renze si è chiusa in un recinto, non so come farà a
uscirne.»
Lo si capiva da lontano, che non vedeva l’ora che
la sua città ne venisse fuori, che tirasse fuori gli arti-
gli, che ripartisse alla grande. Ma intanto da buon
fiorentino, benché di lontane origini marchigiane,
pensava a frustarla come si deve. A sangue.

!220
Zoli lo blandì rinnovandogli a modo suo i ralle-
gramenti per la fresca nomina a senatore a vita: «Ora
bisogna chiedere a Forattini un altro disegno spirito-
so!»
«Quello del cavallo me lo regalò per il mio ses-
santesimo compleanno» sorrise divertito. «Sapete
qual è la cosa che più mi fa piacere, di questa nomi-
na inattesa? È il fatto di essere il primo fiorentino a
ricevere un tale riconoscimento.» Infatti, Mario Luzi
dopo di lui avrebbe dovuto aspettare un bel po’.
Ci salutò sul piazzale di mattoni rossi, davanti
all’ingresso della sua straordinaria “casa dei libri”. E
della memoria. Oggi quell’eredità preziosa ha assun-
to la denominazione «Fondazione Spadolini Nuova
Antologia» e comprende anche la biblioteca della
casa paterna di via Cavour. La Fondazione è affidata
alle cure amorevoli e alla grande competenza di uno
studioso come Cosimo Ceccuti.
Dunque Giovanni Spadolini e Pian dei Giullari,
un tutt’uno. L’amata minuscola ideale «Repubblica
di Pian dei Giullari», come la chiamava lui, lo aveva
già eletto sindaco a vita. Ed oltre.

Mi rimase la curiosità di andare una volta a leg-


gere anch’io, come lui da piccolo, quell’epigrafe sul
sepolcro di Pasquale Villari a San Miniato. Eppure
lasciai passare quattro anni, prima di tornare lassù.
Quando mi decisi a farlo, in quel cimitero trovai an-
che la tomba spoglia di Spadolini: un mucchietto di
fogli marmorei con il suo nome. Anzi era la sua fir-
ma, in un bel corsivo di bronzo.
Spartano e, a modo suo, vanesio fino in fondo.
«Un Italiano», solo questo c’è scritto su quel marmo
nudo. Un italiano. Un po’ come Mazzini, il suo ido-
lo.
!221
Ora Firenze era lì, sotto il suo sguardo trasognato
di fanciullo che continuava a vedere la sua città mi-
racolosamente intatta.
Mi venne da pensare che ora il mio perduto ami-
co Francesco, il vecchio compagno di ginnasio che
mi aveva insegnato ad amare Firenze, aveva lassù un
altro grande coinquilino, sia pure nella zona monu-
mentale del cimitero, ma insomma poco distante
dalla sua tomba. Ne fui contento per lui.

!222
Bellosguardo

Sento ancora gli schiocchi della pallina colpita


dalla sua racchetta con tocchi precisi secchi misurati.
Ora morbidi come garbati inviti, ora duri e violenti
come sassate. Il mio istruttore pretendeva da me la
massima reattività. Un attimo prima di farli partire,
mi preannunciava addirittura la direzione dei suoi
colpi letali. Il più delle volte, facevo appena in tempo
a vedere schizzar via la pallina sul terreno rosso die-
tro di me. Umiliante.
Lo conobbi lì, su un campo da tennis di San Qui-
richino inghiottito dal verde della collina di Mari-
gnolle. Vista la sua abilità, fu naturale per me elevare
Gaetano al rango di allenatore. Ci accorgemmo di
condividere molti interessi, oltre a quello per il ten-
nis. Più tardi, quando capii di potermi fidare del suo
fiuto di lettore incallito, lo prescelsi anche come
“assaggiatore” dei miei nuovi libri.
Prima di mandare il manoscritto a un editore
(operazione sempre lunga e defatigante, a volte sba-
gliata) pregavo il mio amico di dargli una lettura. Il
!223
suo giudizio sempre spassionato mi era subito chiaro
dall’espressione del viso. Il suo parere era per me più
che affidabile. Autorevole come quello di una mia
vecchia zia esperta assaggiatrice di vini. Il marito era
commerciante all’ingrosso di vini da tavola. Prima di
acquistarne una nuova partita, ne versava un goccio
in un bicchiere e glielo faceva assaggiare. Se lei,
dopo aver fatto schioccare la lingua, approvava con
un cenno del capo, affare fatto; se no, non se ne par-
lava nemmeno. Tra me e Gaetano funzionava allo
stesso modo.
Lui viveva in una periferia ancora verde ma già
affollata e rumorosa, dove anch’io avevo abitato per
anni senza mai incontrarlo. Napoletano di nascita e
di sentimenti, da una vita era ormai radicato anche
più di me nella realtà fiorentina. Dirigeva svogliata-
mente la filiale di una banca, suonava il violino da
professionista, frequentava buone letture e amava la
musica sinfonica, al punto da costringere la moglie a
condividere con lui un abbonamento al Teatro Co-
munale. Lei preferiva invece la prosa, perciò avreb-
be fatto volentieri un abbonamento alla Pergola, ma
lo accompagnava al teatro dell’opera con stoica ras-
segnazione. Si amavano al di là di ogni ragionevole
sospetto.
L’aspetto pacioso del mio nuovo amico traeva in
inganno, perché nascondeva un temperamento san-
guigno. Pian piano mi accorsi che anche i suoi acuti
aforismi celavano uno spirito ribelle. In verità era
tutt’altro che intollerante, ma per nulla disposto ad
accettare quelle che giudicava le grandi e piccole
ingiustizie del nostro tempo.
Cominciammo dunque a frequentarci di sabato
su quel campo da tennis. Eravamo diventati soci del
circolo, così potevamo prenotare con facilità il no-
stro turno. Cosciente di usare la racchetta con igno-
!224
bile approssimazione, mi affidai docilmente alla sua
perizia, ma ero un allievo distratto.
Quando preparava il rovescio, lui si rannicchiava
tutto, piccolo e rotondetto come un bimbo nel grem-
bo materno; poi sgomitolandosi scoccava il colpo
preciso, mentre il braccio sollevato in alto sembrava
voler prolungare all’infinito la traiettoria della palli-
na. L’enfasi di quei gesti mi divertiva, al punto da
farmi deconcentrare.
Confrontandola con la mia già un po’ spelacchia-
ta, invidiavo la sua testa folta di capelli corti pettinati
all’in giù sulla fronte. Parlava con voce troppo alta e
quando rideva gonfiava le gote e gli occhi scuri di-
ventavano due piccole fessure. Scoprimmo subito di
avere in comune due amori: Firenze e Napoli. Nes-
suno dei due però lo confessava all’altro, se non per
sottintesi. Giravamo intorno al nostro segreto con
allusioni e magari con qualche punzecchiatura.
Dopo il tennis, prima di lasciarci raggiungevamo
facilmente la piazzetta di Bellosguardo, un piccolo
slargo accanto all’Ombrellino, la villa di Galileo.
Pochi passi su per una stradina senza sbocco, ed
ecco spalancarsi, come all’apertura di un sipario, uno
degli scenari più emozionanti che sia possibile im-
maginare.
Ecco, d’un tratto, il dolce accavallarsi di colline
simili a onde marine e le meraviglie digradanti del
giardino di Boboli nel dolce pendio che discende dal
Forte fino alla mole ferrigna di Pitti; più avanti le
stupende linee di Santo Spirito e di seguito tutti gli
altri gioielli architettonici, visti però in una prospetti-
va del tutto nuova. Capovolta, per così dire. Era un
profilo insolito della città e ci piaceva immaginarlo
segreto, tutto per noi.
Non era lo scenario classico offerto dal piazzale
Michelangelo o più in alto da San Miniato. Qui in-
!225
vece, dalla collina di Bellosguardo, l’occhio per noi
si posava dapprima sulle splendide chiese e sugli
edifici d’Oltrarno, poi via via sugli altri, dominati e
protetti dalla cupola immensa con le sue bianche
braccia congiunte in alto. Vista da qui, il cupolone
del Brunelleschi era più lontano, eppure ancora di
più giganteggiava.
Davvero quella cupola dei miracoli sembrava
“erta sopra e’ cieli”: quando gli citai Leon Battista
Alberti, il mio amico assentì con gravità. Poi osservò
che, in quella prospettiva, l’immagine della città
sembrava «incorporata nella collina».
Contrariamente al solito, Gaetano pronunciava
questa ed altre osservazioni a voce bassa, come in
chiesa. Era come se rivendicasse un’esclusiva, quasi
che quel luogo incantato ci appartenesse davvero. O
almeno, come se noi due fossimo i primi a scoprirlo!
Ci volle poco a capire che l’improvvisa malinco-
nia che lo aveva colto un attimo prima (a volte gli
capitava) era dovuta ai guai della sua Napoli. Ora
invece, con un sussulto di ottimismo, già poteva
immaginarla guarita e ripulita. Libera non soltanto
dall’immondizia, ma soprattutto dai mostri che cer-
cavano di avvelenarla. La sua gente libera finalmen-
te di costruire il proprio destino. Magari provando a
dialogare a distanza con gli smarriti eredi del Rina-
scimento, anch’essi riemersi da un lungo letargo…
Ci sarebbe capitato sempre più spesso di perderci
dietro simili fantasie. Ad accenderle, non poteva che
essere la magia di quel luogo. Quella breve sosta a
Bellosguardo diventò per noi una pausa abituale e
tonificante. Dopo, tornavamo a casa prendendo dire-
zioni opposte: lui verso la zona residenziale di Sof-
fiano, io verso Porta Romana, di là d’Arno.

!226
Durò qualche mese. Poi, con quella imperdona-
bile puntualità con cui ho sempre perduto di vista le
persone care, non ci rivedemmo per secoli.

A lungo mi lasciai fagocitare da un’attività pro-


fessionale coinvolgente come può esserlo la sfera
educativa e sempre più vorticosa. Quel turbinio sen-
za posa mi allontanava dalla mia città e dalla mia
famiglia, e a volte intristiva i miei pensieri.
Allora, quasi d’improvviso, decisi di riappro-
priarmi del mio tempo e dei miei affetti.

***

!227
***

Firenze mi guardava un po’ accigliata e spazien-


tita, così mi parve, e allora mi tuffai nella straordina-
ria realtà che mi avvolgeva. Lo feci con la calcolata
lentezza di chi sa di poter svelare adagio le proprie
carte, l’una dopo l’altra. Quest’operazione raffinata
dello scoprire lentamente una carta da gioco, solle-
vandone dapprima appena un lembo e poi via via
spiandone il resto fino a identificarla, a Napoli si
chiama trezzejà. Può riservare gradite sorprese, ma
anche delusione e rabbia. Nel caso di Firenze, non
c’era posto che per uno stupore senza fine.
Fu così che riscoprii vie e piazze, ponti e bastio-
ni, quasi mi venissero incontro per la prima volta.
Luoghi celebri o segreti, musei, chiese e cenacoli,
ville splendide e insospettati giardini. Poi i dintorni
sontuosi della città: dalla Badia fiesolana alla villa
La Petraia di Castello, dal grande parco del Pratolino
alla scoperta di Castiglionchio, dai boschi della Ro-
mola alla sorprendente villa I Collazzi.
Mi lasciai avviluppare da linee, forme, ritmi, mi-
sure e scenari d’incanto. Era un formidabile antidoto
alla smodata banalità del nostro tempo.
Devo dire che in quei giorni riprovai un’antica
sensazione. Esito a confessarlo, ma mi sentivo come

!228
sospinto verso l’alto. Proprio così, una sfida alla leg-
ge di gravità.
Mi piaceva l’idea di uscire dopocena, qualche
volta da solo e a tarda ora. Sentire l’eco dei miei pas-
si sui selciati antichi, respirare i segreti di una civiltà
che mi spiava da ogni parte. Ne avvertivo nell’aria la
presenza. Inquietante e rassicurante insieme.
E mi vergognai dei cassonetti per le strade e dei
fast-food spuntati a decine, in sostituzione di altret-
tanti locali storici.
Insomma mi sentivo come un uccello che vor-
rebbe tornare a volare, ma ha dimenticato come si fa.
La nuova disposizione d’animo mi aprì spazi di no-
stalgia. E mi sorprese il desiderio di rivedere persone
improbabili.
Ad esempio, avevo voglia di ritrovare Fabio, il
giovane albergatore amico che tanti anni fa mi aveva
ospitato, al tempo della mia ricerca all’Archivio di
Stato per la tesi di laurea. Se quel primo breve tuffo
nella città era stato così intenso saporoso decisivo, lo
dovevo anche a lui. Mai più rivisto d’allora.
Era stato lui a introdurmi tra l’altro nel tempio
della cucina toscana fatta di antichi frutti della terra,
di sapori rotondi e sanguigni, di sapiente manipola-
zione. Le specialità di Fabio. La sua irresistibile ri-
bollita, quando rincasavo di sera al termine di quelle
giornate faticose anche per un ragazzo entusiasta
come me. La minestra di farro alla garfagnina. Il
preciso connubio degli aromi, l’olio nuovo, verde
nella fiaschetta lasciata sul mio tavolo. I rassicuranti
sapori della cucina di via Sant’Antonino.
Quanti anni erano passati? Troppi e troppo gonfi
di cose in apparenza importanti, che come un’onda
gigantesca avevano travolto e quasi sommerso la
barchetta leggera dei miei sogni. Nella puerile illu-

!229
sione di trasformare il mondo. O almeno quello in
cui mi era concesso di operare.
Mah, ritrovare Fabio dopo tutto quel tempo? An-
cora una volta quell’alberguccio aveva cambiato
gestione. E non seppero darmi indicazioni per rin-
tracciare il mio vecchio amico. Ignoravo il suo co-
gnome, sicché l’elenco telefonico non poteva esser-
mi di aiuto.

Ritrovai invece, dopo anni, il mio grande amico


Gaetano. Senza bisogno di cercarlo. Era seduto ac-
canto alla moglie e alla figlia ormai grande, in una
delle prime file di poltrone del piccolo teatro Le
Laudi in piazza Savonarola. Dal mio posto vicino al
corridoio vedevo le loro nuche. Non lo avrei però
riconosciuto, se non mi avesse salutato lui passan-
domi accanto durante l’intervallo:
«Uè, sei solo?» Tutto qui, ma la sua voce vibrava
e il sorriso era quasi nervoso e gli occhi scintillarono.
Naturalmente lo ero. Rigorosamente solo, come
mi accade sempre più spesso. Lui era sempre stato
poco espansivo e di misurate parole, pur essendo un
napoletano verace. Solo in certe situazioni scioglieva
il suo pensiero in un discorso articolato, ma anche
allora evitava con cura espressioni futili o ridondanti.
Il suo aspetto era un po’ cambiato. I capelli con-
tinuavano a scendergli sempre folti sulla fronte con
una frangia che gli dava un’aria sbarazzina. Però
erano diventati di un bianco candido e facevano un
bel contrasto con la pelle leggermente abbronzata e
l’abito scuro. Si era lasciato crescere una barba bian-
ca tagliata corta e ben curata. Gli occhiali circolari
mi sembrarono inadatti al suo viso rotondeggiante.
Avrei potuto ben immaginare la sua presenza in
quella sala, perché il titolo dello spettacolo era di
!230
quelli che non potevano sfuggire a due come noi:
“Dal Cupolone ho visto il Vesuvio”. Era il nuovo
recital di Riccardo Marasco. Al mio primo arrivo a
Firenze, avevo assistito a un memorabile concerto di
chitarre che vedeva lo chansonnier fiorentino al fian-
co del napoletano Roberto Murolo.
Ora qui al teatro di piazza Savonarola le due ore
di show non solo musicale scivolarono via grade-
volmente in un alternarsi sapiente di stornelli e taran-
telle, villanelle e serenate, che spaziavano dal Due-
cento al Seicento. L’intento dichiarato era quello di
rintracciare legami e sfumature culturali nelle tradi-
zioni musicali delle due città.
La voce dell’interprete, accompagnata da stru-
menti appropriati come chitarra, mandolino, mando-
la e violino, proponeva anche intermezzi di letture
tratte da appunti di viaggiatori del passato. Eppoi, si
sa, Marasco non rinunciava mai alla verve delle sue
riflessioni sorridenti. Oscillando tra ricerca culturale
e puro divertissement, il cabaret proponeva una con-
trapposizione-collegamento tra forze primordiali
(Vesuvio) e spirituali (Cupola del Brunelleschi).
Ero coinvolto e perplesso.
All’uscita dal teatro, per sottrarmi all’imbarazzo
del primo parere su quel recital, mi affrettai a chiede-
re il loro ai miei amici. La prima a rispondere fu la
figlia:
«Io glielo avevo detto a questi due cocciuti, che
era meglio al Saschall, il teatro-tenda. Ora quando li
rivedo…?» e pronunciò il nome incomprensibile di
un complesso rock straniero. «Era l’ultimo giorno,
uffa!»
Me la ricordavo piccolina. Era cresciuta, questa
figlia unica, ed era molto carina; ma seguiva ancora
docilmente i genitori. Una rarità.

!231
La madre la chetò con un sorriso. Poi mi disse,
con forte accento senese (dell’Istrice, precisava sem-
pre, con fierezza contradaiola), disse dunque che il
suono del mandolino le ricordava un ristorante sul
mare durante il loro viaggio di nozze sulla costiera
sorrentina.
Oltre a quel ricordo musicale, di Napoli e delle
isole del golfo le era rimasto un luminoso sfarfallio
d’immagini colorate, che non riusciva più a selezio-
nare. Così si limitava a pronunciare dei nomi alla
rinfusa – Posillipo, Capri, Ischia, Positano, Amalfi –
seguiti da tanti punti esclamativi. Senza aggiungere
altro. Era sicura che ognuno di essi bastasse da solo
a evocare suoni colori luci emozioni magie.
Per lei Napoli doveva essere un posto meravi-
glioso, ma… finto. E se proprio doveva indicare uno
dei tanti motivi che rendevano improponibile l’idea
di viverci, ripensava con terrore al solito traffico cao-
tico. Negli ultimi tempi, di fronte allo scenario apo-
calittico della città imbarbarita e schiava della ca-
morra, lei non faceva commenti. Guardava ora il
marito ora me con occhi tristi, scuoteva leggermente
il capo e poi sussurrava: «Cosa è successo!».
Sembrava uscita da una commedia di Eduardo:
l’avrei scambiata per la protagonista di Napoli mi-
lionaria, se per un attimo avessi chiuso gli occhi e le
orecchie sulla sua irriducibile toscanità.
Però su quel recital di Marasco m’interessava
naturalmente il parere di Gaetano. Visto che lui con-
tinuava a tacere, gli chiesi a bruciapelo: «Non ti
sembra un po’ spericolata quest’operazione?»
«Mah… Direi ardita…, però interessante. » Non
volle sbilanciarsi. «Devo pensarci meglio. Tu che ne
dici?»
Per l’appunto. Dovevamo pensarci meglio. Non
era questo il momento giusto.
!232
Lo spettacolo pomeridiano era finito prima del
tramonto. Moglie e figlia fecero in tempo a girellare
per i negozi del centro, lasciandoci liberi di passeg-
giare sui lungarni secondo la nostra vecchia abitudi-
ne. A lungo, ma senza esagerare come una volta.
Giunti all’altezza di via Tornabuoni, con tacita intesa
attraversammo il ponte a Santa Trinita e subito ci
trovammo in Oltrarno. Come ai vecchi tempi.

***

!233
***

Percorremmo appena un tratto di via Maggio, la


via degli antiquari fiancheggiata dalle contrade po-
polari, le nostre preferite. Ancora vi si aprivano le
tipiche botteghe degli artigiani, che formavano spes-
so tutt’uno con le rispettive abitazioni, secondo la
tradizione secolare dei quartieri “ciompi” di Santo
Spirito, San Jacopo, San Frediano.
Erano intagliatori, argentieri, corniciai, ceramisti,
rilegatori, miniaturisti. Maestri artigiani: specialisti a
metà strada tra artigianato e arte. Una specie pur-
troppo non protetta, e già allora in via di estinzione.
«Sono rimasti davvero in pochi» osservò infatti
banalmente il mio amico, che più di me aveva con-
servato l’antico accento e la cadenza quieta; «ma se
ne conosci qualcuno, caro mio, tanto di cappello.»
Riprendendo il vecchio vezzo di tanti anni prima,
ci mettemmo a spiare a lungo all’interno delle botte-
ghe. Sapevamo bene che quegli uomini concentrati
nel loro lavoro non erano infastiditi dalla nostra cu-
riosità. Anzi sembravano gradirla.
Con l’aria di mettermi a parte di un segreto,
Gaetano m’informò: «Lo sai che tra questi arti-
giani ci sono anche gli eredi dei più antichi mae-
stri della rilegatura?»

!234
Mi tornò alla mente il vecchio libraio-rilegatore
che tante volte da ragazzo avevo visto all’opera nella
sua libreria di Spaccanapoli. Naturalmente il con-
fronto non poteva reggere, ma era una delle occasio-
ni in cui le immagini mai sbiadite del passato parte-
nopeo si affiancavano a quelle del presente fiorenti-
no. Magari a sproposito, come in questo caso, ma di
prepotenza
Mi guardai bene dal partecipargli questa sensa-
zione. Sapevo che sarebbe scoppiato in una delle sue
risate musicali e un po’ metalliche che somigliavano
a una serie di colpettini di tromba.
Ebbi l’impressione che quel nostro indugiare
accanto alle botteghe artigiane non fosse altro che un
diversivo. Forse nascondeva un disagio. Insomma
quella storia di Marasco, il Cupolone che guarda il
Vesuvio, continuava a intrigarci. E la barbetta puntu-
ta di Pirandello era lì a relativizzare le nostre fantasie
con il suo sorriso malinconico: Così è (se vi pare).
Tornati sul lungarno all’altezza del ponte alle
Grazie, mi sentii i piedi indolenziti. Ci fermammo a
sedere con le gambe penzoloni sulla spalletta troppo
alta anche per lui.

«Secondo te, Napoli e Firenze…» lo provocai di


punto in bianco, lasciando la frase a mezzo. Sapevo
di dar voce a un pensiero che forse era anche suo,
eppure temevo di cadere nel ridicolo. Il suo sguardo
era attento e concentrato.
«E va bene,» corressi il tiro, «lo so, queste due
città sono così diverse tra loro da sembrare alternati-
ve. D’accordo. Ma non c’è secondo te qualcosa, che
ne so, quasi un bisogno di comunicazione diretta?
Magari esagero.»

!235
La domanda mi era sfuggita prima ancora che
l’idea si consolidasse in un’ipotesi seria. Più che
altro, cercavo di suturare il mio animo diviso.
«Non credo» rispose lui senza precisare.
Ci rimasi male. Oltre tutto, a lui piaceva il gioco
socratico. Ora mi guardava inarcando i sopraccigli in
un’espressione attenta e con un risolino indecifrabi-
le. Ecco, mi dissi, l’avrò scandalizzato ancora con
questa mia fantasia e ora riderà di me. Così provai a
snidarlo dal suo no comment:
«Cos’è che non credi: che tra questi due popoli ci
possa essere, non sto dicendo un feeling, ma una
certa voglia di dialogare?»
«No, no. Non credo che tu esageri. Tante volte ci
penso anch’io... Ma poi, chissenefrega?» provò a
fare l’indifferente.
Continuavamo a guardare lo scorrere lento dell’
acqua che sembrava ferma. Pensavamo di sicuro alla
stessa cosa: al presente di Napoli. Al suo almeno
apparente sfacelo. Morale, urbanistico, economico,
civile… Quale dimensione si poteva ancora salvare?
Tutti e due sapevamo d’istinto che da salvare c’era
tanto, e che quel male non poteva essere irreversibi-
le. Anzi non lo era, di sicuro!
Eppure ai piedi del nostro Vesuvio non vedeva-
mo che una città irriconoscibile. Violentata umiliata
immiserita, e sbattuta così sotto i riflettori del mondo
intero. Un popolo che non sapeva più ridere, ma
forse neppure piangere. Peggio ancora, sembrava
non dar segni di rianimazione. Quello che si sentiva
ripetere era solo un triste ritornello: “Non è questa la
vera Napoli”. Quasi un lavarsene le mani.
«E allora? Fuori l’altra, una buona volta!» pro-
nunciai a mezza voce.
Il mio amico capì perfettamente, approvò con
tristezza ed io compresi che aveva seguito il lungo
!236
percorso silenzioso dei miei pensieri. Sapevo che, a
farlo soffrire almeno quanto me, c’erano tra l’altro
gli sguardi muti e imbarazzati della gente di qui, al
solo nominare quella città. Come a parlare di un ma-
lato grave. Si vedeva però anche qualche fiorentino
intenerirsi senza parere, o arrabbiarsi tra una battu-
taccia e l’altra. Qualcuno canticchiava a mezza voce
i motivi classici della canzone napoletana.
Ad occhi chiusi e con la fronte piena di grinzoli-
ne che la frangia dei capelli non poteva nascondere,
Gaetano considerò:
«Ti sei mai chiesto come mai un commediografo
come Eduardo De Filippo amasse tanto il palcosce-
nico del teatro La Pergola e per le sue “prime” si
fidasse di questa platea esigente? Ci sarà stato pure
un motivo. La mia idea è che forse la sua ironia ma-
linconica s’incrociava con quella dei toscani, graf-
fiante ma leale e in fondo anch’essa bonaria. Ma
doveva esserci qualcosa di più. Che ne so, un’asso-
nanza, se non un’intesa.»
Mi piaceva sentirglielo dire. E mi piacevano
quelle sue fantasie. Gli capitava ogni tanto, special-
mente dopo una cenetta annaffiata da un buon bic-
chiere. Forse l’aperitivo che avevamo preso in quel
piccolo bar di là d’Arno era eccessivamente alcolico.
Pensai che la scarsa familiarità di quella platea
con il dialetto napoletano non doveva essere un pro-
blema. Tanto vero che la moglie senese e la figlia
fiorentina del mio amico non facevano alcuna fatica
a capire le battute degli attori napoletani. Mi torna-
vano in mente i duetti esilaranti di Benigni e Troisi
nel film Non ci resta che piangere. Ciascuno dei due
continuava a parlare tranquillamente la propria lin-
gua con vocaboli, accenti e cadenze assai dissimili e
con un modo tanto diverso di gesticolare, eppure
s’intendevano alla perfezione.
!237
Di più, quei due si volevano bene.
«Si può voler bene al prossimo anche senza ur-
largli i propri sentimenti» considerai ad alta voce. Mi
riferivo vagamente anche a noi due e al nostro carat-
tere scabro.
Lui mi fissava ora, senza commenti.
Dopo un’occhiata all’orologio, saltammo giù dal
muretto con un piccolo balzo giovanile, e tornammo
sui nostri passi. Nel riattraversare il ponte, fummo
colti di sorpresa dallo spettacolo delle luci sull’Arno.
Più che fresca la serata era fredda, ora che non c’era
più il sole.
Quando le ritrovammo, «le due donne», come le
chiamava lui, erano ancora alle prese con le scintil-
lanti vetrine di via Tornabuoni. Per non lasciar pas-
sare ancora vent’anni prima di rivederci, Gaetano mi
vincolò con la promessa impegnativa di rinnovare
tutti e due l’abbonamento al circolo del tennis.
Stabilimmo di ritrovarci il sabato successivo alla
solita piazzetta di Bellosguardo.

***

!238
***

Arrivammo quasi contemporaneamente, lui da


Soffiano, io da Porta Romana. Il mio amico mi ave-
va preceduto di qualche attimo e stava ancora par-
cheggiando l’auto. Quel mattino di febbraio era pre-
cocemente tiepido e pieno di sole. Eppure mi accorsi
che lui era di pessimo umore. Pensai a un litigio con
la moglie. Per fortuna accadeva di rado, ma alle vol-
te lei s’impuntava sulle cose fino a fargli perdere le
staffe. Facevano presto a riconciliarsi, ma a lui resta-
va dentro un senso di colpa che gli rovinava il resto
della giornata.
Questa volta però ci doveva essere dell’altro. Lo
vedevo proprio incavolato nero, per usare le sue pa-
role. Quando riuscii a strappargli una spiegazione,
seppi che aveva parlato col fratello rimasto sempre a
Napoli. Era un medico ospedaliero e abitava sulla
collina del Vomero ormai sfigurata, devastata dalla
speculazione edilizia e dai loschi traffici dei clan
camorristici sempre in guerra tra di loro.
Un capozona di quelli molto temuti era degente
nel reparto ospedaliero del quale il fratello di Gaeta-
no era responsabile. Perfettamente guarito, lo sco-
modissimo ospite era già stato dimesso, ma non vo-
leva saperne di tornarsene a casa: «Dotto’ io non sto
ancora bene, lo vogliamo capire o no?».
!239
Il medico aveva tenuto duro, anche se qualcuno
aveva pensato bene di convincerlo con una “cortese”
telefonata minatoria. Il linguaggio era quello arro-
gante di sempre: «Il nostro amico si trova molto
bene da voi, e comunque non è ancora il caso di far-
lo uscire. Mi sono spiegato?»
L’indomani si seppe di una sparatoria all’uscita
dell’ospedale. Solito regolamento di conti tra bande
rivali.
Gaetano, che a quel flagello si era sempre riferito
con distaccato disgusto per mascherare la propria
pena, adesso era sconvolto e furibondo. Negli ultimi
giorni avevamo subito una sorta di supplizio media-
tico. Telegiornali e carta stampata avevano continua-
to a rovesciarci addosso, con ritmo incalzante, osce-
ne tonnellate di monnezza, crescenti montagne di
rifiuti maleodoranti che da mesi si accumulavano per
le vie di Napoli. Lo stesso accadeva a Caserta e din-
torni, intere province controllate dalla camorra. E
questo girone infernale era popolato da decine di
morti ammazzati nelle faide tra bande rivali, senza
contare le vittime innocenti che avevano avuto il
“torto” di passare da quelle parti.
Molte persone normali laggiù dovevano aver
superato la soglia dello stato di angoscia. L’incredu-
lità aveva lasciato il posto alla coscienza dell’impo-
tenza.
Dopo aver sbattuto sgarbatamente lo sportello
della sua macchina, il mio amico riassunse il suo
stato d’animo con queste parole:
«Oggi non ho voglia di giocare al tennis.»
«Nemmeno io» risposi risoluto. «Fermiamoci
qui.»
Lo guardai meglio negli occhi e, conoscendolo
abbastanza, mi accorsi che non era in uno stato de-
pressivo preoccupante. Quello che gli ci voleva era
!240
proprio la collina di Bellosguardo. Per riconciliarlo
con la vita, cosa c’era di meglio di quel posto?

Bellosguardo. Non è soltanto una delle cento


terrazze affacciate sulla città. Oltre a offrire uno de-
gli spettacoli più suggestivi al mondo, è di per sé un
luogo incantato.
Quando, sul muro di cinta della villa dell’Om-
brellino che fu di Galileo, leggemmo ancora una
volta il lungo elenco di poeti e scrittori che legarono
il loro nome a questo colle, mi soffermai sul nome di
Foscolo e provai a chiedermi i motivi veri del suo
innamoramento per questo luogo. Perché venne pro-
prio tra questi ulivi a scrivere i frammenti delle Gra-
zie?
Lo domandai al mio amico anche per distrarlo
dai foschi pensieri, e la sua risposta fu di una sempli-
cità illuminante:
«E dove altro, secondo te? Qui il dialogo tra na-
tura e opera dell’uomo si fa subito ritmo di vita. Pen-
so che qui la poesia faccia meno fatica a prender
forma.»
Ineccepibile. Lui aveva il dono di queste sintesi.
Eppure mi piaceva pensare a qualcosa d’altro: a
quell’aria misteriosa e sensuale dalla quale il poeta
dovette sentirsi pervaso, al punto da invitare anche il
Canova, intento a sua volta a scolpire il famoso
gruppo delle tre fanciulle.
A due passi dalla piazzetta, in cima alla tormenta-
ta salita di San Carlo, si vedeva la torre di Montauto
tutta ricoperta d’edera che le dava un aspetto roman-
tico-medievale. Informato come sempre, Gaetano mi
spiegò che quella torre apparteneva all’antico castel-
lo dei Bonciani.

!241
Quel cognome non mi era muovo, e non mi par-
ve vero di poter consumare la mia piccola rivincita.
Lo stupii infatti raccontandogli la mia tesi di laurea
su Gaspare Bonciani, personaggio eminente di quel-
la famiglia, i cui destini si erano incrociati con quelli
di Giovanna seconda d’Angiò:
«Ci risiamo» lo provocai aspettando la reazione.
«Napoli e Firenze.»
Lui mi regalò finalmente un sorriso e mi parve
davvero stupito: «Ma tu pensa, proprio una tesi su un
fiorentino alla corte di Napoli! Un altro intreccio
misterioso. Chissà che Marasco, con quei suoi in-
trecci musicali al teatro delle Laudi, non abbia dav-
vero intravisto qualcosa.»
Mi sembrò una forzatura, o forse una cosa detta
giusto per compiacermi. Però ero contento di rive-
derlo sereno. E anche un po’ intenerito. Eravamo già
saliti in cima a quella viuzza e già ci godevamo il
“nostro” spettacolo esclusivo. Lo vidi illuminarsi
ancora una volta di fronte al miracolo rinascimenta-
le, e il suo sorriso mi parve quello di un bimbo.
Provai a leggergli negli occhi il solito pensiero:
poesia arte politica tecnica scienza, tutto ricomposto
in un’armonia che sembrava segnare il destino vero
dell’uomo.
«Tutto si tiene» disse infatti a mezza voce.
Eppure – glielo leggevo negli occhi socchiusi – il
suo cuore galleggiava in dolci acque remote. Lui è
un napoletano verace di Porta Capuana. Non come
me, che ho nel sangue la rude fierezza incolta dei
miei antenati sanniti, quelli che umiliarono gli onni-
potenti romani sotto le forche delle loro lance incro-
ciate. Un’eredità così ingombrante, quella dei sanni-
ti, da impedirmi di dare sfogo ai miei sentimenti. Lui
no. Gaetano è di quelli che non si vergognano di
parole in disuso, ma vere.
!242
Forse in quel momento gli capitava di vedere un
film simile al mio. A volte mi scorre dinanzi, foto-
gramma per fotogramma, tutta la storia intensa vis-
suta negli anni verdi all’ombra del Vesuvio. L’una
dopo l’altra affiorano quelle immagini appassionate
o languide, tragiche o divertenti. E sembrano volersi
collocare qui, un po’ sfocate, nei nuovi spazi di
un’armonia a portata di mano, eppure anch’essa a
rischio di estinzione.
Questa volta decisi di confidargli le mie fantasie.
«Guarda caso,» mi rispose fingendo di stupirsi,
«anche a me capita ogni tanto. Ma il finale dei miei
film è sempre un mezzo incubo. Non so come dirti:
è come se infanzia, adolescenza e prima giovinezza
appartenessero ormai a un’altra persona. Quasi che
qualcuno…» ora gli s’incrinava il timbro un po’ me-
tallico della voce «…come dirti, è come se qualcuno
me le avesse portate via approfittando delle mie di-
strazioni.»
In questo lungo racconto continuo a usare la
forma dialogica per due motivi. Intanto ricordo bene
le singole battute, tanto da poterle ricostruire senza
problemi. Credo poi che il discorso indiretto non
renderebbe l’idea di quel nostro bisogno di capire.
Il mio amico non riusciva ad arginare la piena
improvvisa di quei vecchi ricordi. Così provai a dar-
gli una mano a modo mio. Anziché distoglierlo con
chiacchiere vane, affondai la lama. Gli chiesi dunque
a bruciapelo:
«Sei mai salito sul Vesuvio, dico proprio in cima,
ai bordi del cratere?»
«Tante volte» rispose con voce sorda.
«Io una volta sola. In vespa con una ragazza,
rischiai di ruzzolare slittando sui ciottoli di lava oltre
il percorso asfaltato.» Finalmente gli strappai un
sorriso e lo incalzai: «E tu cosa hai visto di lassù,
!243
oltre alla follia suicida delle case e villette che asse-
diano i fianchi del vulcano?»
«Nulla» rispose dopo qualche secondo di rifles-
sione, ma si capiva che continuava a frugare nella
memoria. «Solo rocce di lava solidificata e uno sgre-
tolio nero sotto i passi. Però ho fantasia, tu lo sai.
Così mi sentivo in cima al mondo. Un mondo pri-
mordiale e meraviglioso che mi prendeva alla gola e
mi protendeva le braccia, dal Capo Misero alla Punta
Campanella. Le braccia di mamma.»
Mentre s’inteneriva in quell’abbraccio infantile,
vide il mio imbarazzo e fece una risatina sommessa,
amarognola.
«Era tutto finto» riprese accigliato. «Già allora,
un verminaio vorace e ributtante stava divorando la
nostra terra. Peggio, scavava dentro ciascuno di noi.
Ci succhiava il sangue, capisci, ci svuotava l’anima.
Certo non come oggi, ma i segni della metastasi
c’erano già allora. E tutti a far finta di nulla.»
«Dai, via» interruppi il suo sfogo insopportabile,
«non hai detto che ti sentivi in cima al mondo e che
di lassù potevi guardare lontano, molto lontano?»
«Infatti» si schiarì la voce, già un po’ rasserenato,
«dall’alto del Vesuvio vedevo benissimo il profilo
sontuoso di Firenze adagiata tra le colline. Per le sue
strade però scorgevo gente come persa anch’essa in
meandri senza sbocchi. Senza futuro.»
Non lo avevo mai visto di umore così nero.
«Ascolta, stanotte ho fatto un sogno» inventai,
sapendo che lui avrebbe fatto finta di crederci. «Ho
sognato Masaniello. Era in cima al Vesuvio, vestito
da Pulcinella, e con voce potente arringava il popolo
radunato in piazza Plebiscito…»
Interruppi per un attimo la narrazione, volevo
vedere la sua reazione. Ora Gaetano era concentrato
nell’ascolt.o.
!244
«Tutti lo ascoltavano in silenzio» proseguii il mio
racconto guardandolo negli occhi «e riuscivano a
vederlo anche senza binocolo, e ogni tanto qualcuno
applaudiva. Lui li incitava a modo suo a ribellarsi
una buona volta agli aguzzini sanguinari e a scac-
ciarli dalla città, come avevano saputo fare con i
tedeschi nell’ultima guerra…»
Mi accorsi dell’anacronismo (che ne sapeva Ma-
saniello della seconda guerra mondiale?) e provai a
correggere: «Secondo me l’antico pescivendolo di
Amalfi, nonostante la brutta fine, è ormai fuori da
ogni dimensione del tempo; tanto è vero che indos-
sava la maschera immortale di Pulcinella…»
Feci ancora una pausa, prendevo tempo per tro-
vare una conclusione plausibile. Lui m’incalzò come
un bambino indispettito dall’interruzione della favo-
la: «E allora?»
«Allora Pulcinella rimase a lungo con la bocca
spalancata senza emettere suoni, e finalmente cacciò
un urlo disumano : “Guagliù, ma chi aspettate? – E
dateve ‘na mossa!” A questo punto gli applausi di-
ventarono un boato tremendo che scosse la città e
sconquassò le viscere del vulcano.»
Il mio amico continuava a fissarmi con espres-
sione intenta e interrogativa.
«Poi il sogno si è interrotto bruscamente» con-
clusi, cercando di sdrammatizzare. «Perché quello
che mi era sembrato lo scoppio del tumulto popolare
era invece il trapano infernale che stava demolendo
il mio fragile sistema nervoso, oltre a buttar giù il
solaio del vicino di casa».
Gaetano non sorrise. Mi appoggiò una mano sul-
la spalla e seguitò ad annuire con gli occhi lucidi.

Fu così che prese corpo l’idea di scrivere questo


libro. Prima o poi dovevo farlo.
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