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TASCABILI BOMPIANI

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Dello stesso autore presso Bompiani:

RACCONTI POPOLARI E FIABE ISLANDESI

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Gianna Chiesa Isnardi
Storia e cultura della Scandinavia
Uomini e mondi del Nord

STORIA
PAPERBACK

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ISBN 978-88-452-7844-0

Realizzazione editoriale a cura di Compos 90 e Zungdesign

© 2015 Bompiani/RCS Libri S.p.A.


Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano

I edizione “Storia Paperback” maggio 2015


II edizione “Storia Paperback” maggio 2015

L'editore si rende disponibile ad assolvere i propri impegni nei confronti


dei titolari di eventuali diritti sui contributi pubblicati e per eventuali fonti
iconografiche non identificate.

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Questo libro è dedicato a tutti i miei studenti:
a quelli che ho avuto,
a quelli che avrei voluto avere,
a quelli che (forse) avrebbero voluto esserlo.

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Premessa

Ho cercato di scrivere un libro utile. Questo lavoro nasce da una


lunga esperienza nell’insegnamento universitario di “Culture e
Letterature Scandinave”, disciplina che si colloca in un settore che
negli ultimi decenni ha conosciuto in Italia un interesse crescente
e nel cui ambito è aumentato significativamente il numero dei testi
disponibili sia per gli studiosi sia per i lettori interessati alla cultu-
ra del Nord Europa. Interesse parallelo, del resto, alla diffusione
dello studio delle lingue nordiche, a sua volta testimoniato tra
l’altro dalla quantità di opere letterarie scandinave pubblicate in
buone traduzioni dall’originale. È opinione ormai consolidata che
la padronanza di una lingua e la conoscenza della letteratura che
ne è espressione non siano di per sé sufficienti, quando manchi
l’approfondimento degli elementi storico-culturali correlati: la
disciplina che – con un termine non proprio felicissimo – viene
definita ‘culturologia’ trova in ciò la propria giustificazione. Questo
tipo di osservazioni, ormai ampia­mente condivise, sul rapporto tra
lingua e letteratura da una parte e cultura dall’altra, risale a studi
effettuati in Russia e negli Stati uniti, rispettivamente negli anni ’70
e ’80 del secolo scorso:1 studi i cui sviluppi si rivelano particolar-
mente attuali in un periodo in cui un approfondimento delle radi-
ci della cultura europea appare tanto necessario quanto improro-
gabile.
Questo lavoro si propone di offrire un supporto culturale indi-
spensabile allo studio delle lingue e delle letterature scandinave.
Su di esse, come elementi vitali di una cultura, esso è del resto in

1 Il riferimento è alle teorie dei russi E.M. Verešcagin e V.G. Kostomarov e a quel-
le dell’americano E.D. Hirsch; vd. Lotman Ju.M., “I due modelli della comunicazione
nel sistema della cultura”, in Lotman Ju.M. – Uspenskij B.A., Tipologia della cultura, a
cura di Faccani R. – Marzaduri M., Milano 2001, pp. 111-113.

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4 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

buona parte costruito, anche perché a tale studio deve, come detto,
sottostare. In ampia prospettiva vi sono naturalmente inseriti tutti
quegli elementi (archeologici, storici, artistici, economici, politici,
sociali, religiosi e via dicendo) la cui interazione è stata determi-
nante nella formazione e nello sviluppo della cultura scandinava.
Diverse note sono state inserite nel testo con diversi scopi. Innan-
zi tutto note di carattere esplicativo, là dove si è ritenuto che fosse
opportuno un chiarimento; in secondo luogo note contenenti
informazioni aggiuntive importanti per ulteriori indagini ma che,
tuttavia, se inserite nel discorso principale, lo avrebbero senza
dubbio appesantito; in terzo luogo note di rimando ad altri punti
del testo in cui si fa riferimento (magari da una diversa prospettiva)
a un medesimo dato. Fatta eccezione per ope­re che trattano temi
in questo contesto molto specifici o, al contrario, solo marginali, le
indicazioni bibliografiche vengono date in forma sintetica riman-
dando ai titoli compresi nell’elenco che si trova in fondo al volume;
quando questi titoli sono presenti in una sezione bibliografica
diversa da quella relativa al paragrafo in questione la stessa è stata
indicata tra parentesi.

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ringraziamenti

Nei lunghi anni in cui ho lavorato a questo libro in diverse occa-


sioni ho avuto bisogno di aiuto (grande o piccolo) e di consiglio.
Sperando di non dimenticare nessuno desidero perciò elencare (in
doveroso ordine alfabetico) le persone sulla cui cortesia e disponi-
bilità ho potuto contare. Ciascuno saprà riconoscere il motivo
della mia riconoscenza. Grazie dunque innanzitutto a:

Davide Finco, Christina Gill­hardt, Enrico Isnardi, Magne Mal-


manger, Susann Silander

Ma anche a:

Mette Abild­gaard, Bjørn Abus­dal, Aage Ander­sen, An­drea Berar-


dini, Björk Thor, Guido Borghi, Tage Bo­ström, Bragi Þor­grímur
Oláfs­son, Luca Busetto, Maria Teresa Chiesa, Gianfranco Contri,
Pia Dandanell Parrot, Roberto De Pol, Øystein Ek­roll, Vidar Ene­
bakk, Urban Engvall, Martina Esposito, Laura Federico, Kristin
Flag­stad, Britta O. Frederik­sen, Katti Frederik­sen, Staffan Fri­dell,
Anneli Fuchs, Michael H. Gel­ting, Joachim Gerdes, Guðrún Sverris­
dóttir, Hans Christian Gulløv, Susanne Hartvig, Frode Have­kamp,
Richard Heijken­skjöld, Åsa Hen­nings­son, Hen­rik Horne­mann,
Jógvan í Lon Jacob­sen, Jökull Sævars­son, Liv Kalve­land, Christer
Karls­son, Satu Kiviniitty, Nina Korbu, Jemima Kouk­kunen, Finn
J. Kramer-Johan­sen, Anne Jorunn Kyd­land, Merya Kyto, Johanna
Laakso, Britt-Marie Lager­qvist, Christer Lagvik, Alessio Lancioni,
Giovanni Lugaro, Heléne Lund­gren, Bo Lund­ström, Erlend Løn­
num, Chris Mad­sen, Agneta Malm­sten, Paolo Marelli, Ingrid Marti­
nengo, Ida Merello, Tanya Moeller, Nicholas Moz­zato, Lars Munk­
hammar, Bill Nilsson, Cecilia Nils­son, Lars Nor­man, John O.

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6 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Norr­man, Oddur Sigurðs­son, Birgitta Ol­son, Páll Sigurðs­son, Karl


Peder Peder­sen, Sophie Petit, Ragn­heiður Móses­dóttir, Franco
Reuspi, Sara Ris­berg, Nadia Risso, Örjan Rome­fors, Thomas Roth,
Eilov Runnestø, Laura Salmon, Enrica Salvaneschi, Elisabeth Sand­
ström, Anna Maria Segala, Eva Sel­vik, Dariusz Sendula, Sigrún á
Heygum Óláfs­dóttir, Sigurgeir Finns­son, Steinunn Sigurðar­dóttir,
Claudia Silveira Oliveira, Jørgen Stender Clausen, Elezelien Streef,
Bruno Svind­borg, Erik Swierstra-Banke, Ole Henrik Søren­sen, You-
nis Tawfik, Britt Eli Thingstad, Úlfar Braga­son, Lorenzo Valle,

Svalbard
Monia Vezzoni, Viðar Hreinsson, Daniele Volta, Lena Wahl­berg,
Gunnel Waxell, Pär-G. Werkelin, Henrik Williams, Anna Wolo-
darski, Bernd Zillich, Eva Zillich, Örn Hrafnkelsson. E anche a
tutto il personale delle Biblioteche universitarie Carolina Rediviva
e Karin Boye di Uppsala, a quello della sala Diamanten della Biblio-
teca Reale di Copena­ghen, a quello della Biblio­teca della Facoltà
di Giuri­sprudenza dell’Univer­sità di Bergen.

Un pensiero grato (e purtroppo postumo) a Gimmi Anastasio


per i tanti buoni consigli e a Tryggve Sköld per la autorevole con-
sulenza sulla cultura sami.

E, ancora, un sentito riconoscimento a chi, presso la Casa Edi-


trice, ha promosso la pubblicazione di questo lavoro: Elisabetta
Sgarbi e Oliviero Toscani e a chi ha portato un contributo fonda-
mentale alla sua migliore realizzazione: Silvia Borghesi, Elvira
Modugno, Marco Piani.

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Svalbard

Longyearbyen
KALAALLIT NUNAAT / GRøNLAND

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ÍSLAND

SVERIGE

Reykjavík SUOMI
FØrOYar
Tórshavn NORGE

Helsinki
Oslo
Stockholm

Gotland

Öland
DANMARK København

bornholm

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Nella pagina precedente: le regioni scandinave (fig. 1)

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Introduzione

Il concetto culturale di Scandinavia

Dal punto di vista culturale, l’area attualmente definita ‘Scandi­


navia’ è un mondo assai più variegato di quanto una conoscenza
superficiale lasci supporre: risultato di molteplici vicende storiche,
di contrapposizioni e sovrapposizioni di diversi fattori la cui elabora­
zione e interazione si è sviluppata in un percorso durato molti
secoli. In effetti nella valutazione della cultura scandinava un ele-
mento condiziona solitamente il giudizio. Si tratta del carattere di
persi­stente affinità che – non solo agli occhi del resto del mondo –
accomuna i Paesi nordici, unendoli in una sorta di ‘cultura panscan-
dinava’: un fatto che – se da una parte si fonda su precise motiva-
zioni – 1 ci fa d’altro canto correre il rischio di sottovalutare le
caratteristiche proprie di ciascuna nazione e, conseguentemente, di
ignorare la complessità che esiste anche in quella regione. A questa
considerazione occorre aggiungerne altre. La prima è che – almeno
per la fase più antica – non ha alcun senso parlare di nazioni – né,
tanto meno, di ‘stati’ nordici – al modo in cui noi li intendiamo
secondo criteri moderni. La Scandinavia della preistoria, a esempio
(molto dissimile da quella attuale anche nell’aspetto geo­morfo­logico),
era un territorio senza confini al cui interno – in aree diverse per
latitudine, altitudine, clima e disponibilità di risorse – vivevano e si
muovevano gruppi di uomini che solo una valutazione superficiale
giudicherebbe uniformi nelle abitudini e nell’organizzazione socia-
le. Infatti: se nel periodo più antico la Danimarca e il sud della
1
Come verrà evidenziato nel corso di questo studio, ragioni geografiche, storiche,
politiche e sociali hanno certamente contribuito a determinare il forte grado di omo-
geneità che distingue l’area scandinava; d’altro canto a palese dimostrazione di quan-
to i popoli nordici sentano – molto più di altri – di appartenere a una grande comuni-
tà, sarà qui sufficiente ricordare l’esistenza del Consiglio nordico, un’istituzione nata
nel 1952, con finalità politiche e culturali e alla quale tutti questi Paesi aderiscono (vd.
pp. 1234-1235).

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10 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Svezia costituiscono un’area piuttosto omogenea, che si estende alla


Nor­vegia meridionale (soprattutto nella zona costiera), differenze
anche considerevoli si riscontrano nelle altre zone norvegesi (soprat-
tutto quelle interne),2 così come in quelle del nord della Svezia (più
legate, queste ultime, alla Finlandia settentrionale). Del resto anche
in epoca storica non ha senso parlare di ‘nazioni’ o di ‘stati’ nordici,
almeno fino alla fase finale dell’epoca vichinga, quando sarà davve-
ro avviato il processo di trasformazione dell’antica organizzazione
sociale secondo strutture ricalcate sui modelli dell’Europa conti-
nentale.
D’altronde: con l’espressione ‘cultura scandinava’, ci si riferisce
qui soprattutto al patrimonio culturale dei Paesi nei quali si parla-
no lingue del gruppo nordico, idiomi riconducibili, attraverso il
ramo germanico, a una matrice indoeuropea.3 Questo presupposto
impone una notevole forzatura al concetto di ‘scandinavo’ così
come lo si intende in senso geografico: esso infatti esclude, nella
sostanza, quasi tutto ciò che si richiama alla cultura finlandese (per
la precisione ciò che è di matrice finnica),4 mentre fa spazio a quel-
la islandese, sviluppatasi in un territorio che da un punto di vista
strettamente geografico certamente non appartiene a quell’area
(come del resto, a rigore, la Danimarca).5 D’altra parte la comu-
nanza linguistica (quale in particolare quella che unisce il danese,
lo svedese e il norvegese)6 corrisponde all’affermarsi di una cultu-
ra che ha preso, nella sostanza, il sopravvento. Essa dunque si
presenta come elemento determinante, anche se naturalmente in
2
 Va infatti precisato che per molti aspetti anche le coste settentrionali della Nor-
vegia risultano legate alla cultura delle aree meridionali.
3
 Vd. oltre, pp. 157-161.
4
 Si ritiene utile chiarire qui che con l’aggettivo ‘finnico’ ci si riferisce a tutto ciò
che è autenticamente riconducibile alla cultura suomalainen (in particolare, quindi,
alla lingua che appartiene al gruppo dell’ugrofinnico distinto dall’indoeuropeo). Il
termine ‘finlandese’ verrà invece usato per indicare ciò che risulti essere il prodotto
della tradizione indigena nella sua interazione con le altre culture (in particolare la
svedese ma anche, innanzi tutto, la russa) con le quali nel corso dei secoli essa è venu-
ta in contatto.
5
 La delimitazione su base linguistica del concetto di ‘scandinavo’ determina anche
l’esclusione di tutta l’area lappone (che di seguito verrà definita con l’appellativo più
corretto di sami). Ma i rapporti culturali tra queste popolazioni e quelle nordiche e il
fatto che gran parte dell’area abitata dai Sami appartiene alla Norvegia e alla Svezia,
ne impone la trattazione in appendice, per quanto limitatamente agli aspetti principa-
li (vd. App. 2).
6
 Un notevole grado di affinità (che facilita la reciproca comprensione dei parlanti)
lega tuttora queste lingue, che hanno conosciuto una notevole evoluzione rispetto
all’islandese (idioma che è diretta filiazione del norvegese medievale e resta caratteriz-
zato da forti tratti di arcaicità).

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introduzione 11

un contesto come questo si dovranno tenere ben presenti molti altri


aspetti (storici, sociali, economici, artistici, folcloristici, religiosi e
via dicendo).
Ma in queste valutazioni anche il fattore geografico trova – sep-
pure con le limitazioni sopra evidenziate – la propria rivincita.
Infatti, se la cultura scandinava mostra ancora oggi un forte grado
di omogeneità (che si estende in buona misura anche alle zone
nelle quali prevalgono lingue diverse e diverse etnie) ciò è dovuto
in gran parte alla posizione periferica di queste terre nel panorama
europeo: una situazione che ha favorito il formarsi e l’affermarsi
del concetto culturale di un mondo definito alquanto genericamen-
te ‘nordico’, il quale – pur nella complessità delle vicende storiche
e delle importanti interrelazioni con il resto del continente – ha
continuato nel corso dei secoli a guardare con grande attenzione
al proprio interno.
Omogeneità e autoreferenzialità da una parte; diversificazione e
relazioni con l’esterno dall’altra: questi dunque i due principali
presupposti sui quali i Paesi della Scandinavia devono oggi misu-
rare il proprio rapporto con l’Europa. Una situazione i cui svilup-
pi sono destinati a incidere in misura determinante sulla ‘cultura
scandinava’ che è – per altro – in perenne evoluzione, come del
resto è ovvio che sia.

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Capitolo 1

La preistoria

1.1. Dopo il ‘grande freddo’: le prime tracce dell’uomo in Scan-


dinavia

Al tempo dell’ultima grande glaciazione, la cui estensione aveva


ricoperto completamente per circa 100.000 anni il territorio dell’Eu-
ropa settentrionale,1 le terre e i mari della Scandinavia giacevano
sotto un’immensa crosta di ghiaccio. La storia dell’uomo – nella
misura in cui siamo in grado di delinearla – ha dunque inizio in
questi territori solo quando, a seguito di un innalzamento della
temperatura, il fronte dell’enorme massa gelata cominciò a regre-
dire dalle coste verso le aree più interne e al contempo verso set-
tentrione.2 Sebbene si possa ritenere che le regioni scandinave
avessero conosciuto la presenza di esseri umani anche durante
le lunghe fasi interglaciali,3 è infatti solo da questo periodo che le

1
 Al momento della sua massima estensione (circa 18.000 anni a.C.) il perimetro
del ghiaccio lasciava libere a meridione solo le coste sud-occidentali dello Jutland,
scendeva nel territorio dell’odierna Germania seguendo pressappoco l’attuale corso
dell’Elba fin sotto al livello di Berlino, risaliva passando a nord di Varsavia, percorre-
va la zona sopra l’alto corso del Dnepr e infine, a nord di Mosca, puntava decisamen-
te verso le coste prospicienti la penisola di Kola. Anche le attuali isole britanniche,
fatta eccezione per le zone meridionali dell’Irlanda e della Gran Bretagna, erano
completamente ricoperte dai ghiacci.
2
 L’andamento climatico non fu tuttavia costante. Un deciso miglioramento è regi-
strato verso il 14.000 a.C., mentre attorno all’11.000 a.C. si produsse un peggioramen-
to tanto brusco quanto, tuttavia, di breve durata (circa 500 anni).
3
 Ciò appare possibile, considerati i lunghi periodi interglaciali caratterizzati da
un clima mite che consentiva una ricca presenza di flora e di fauna. In tale senso pare
testimoniare il ritrovamento in Danimarca di tracce antichissime, forse attribuibili a
una presenza umana, che in alcuni casi (Hollerup a est di Randers, nello Jutland, dove
sono state rinvenute ossa di daino che erano state incise per estrarne il midollo: il

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14 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

tracce dell’uomo nelle terre settentrionali appaiono inequivocabi-


li e, al contempo, sufficientemente chiare. Dal punto di vista geo-
morfico inoltre, sono questi – fino all’incirca al 4500 a.C. – i mil-
lenni nel corso dei quali il territorio viene definitivamente
assumendo la conformazione attuale.4
L’arrivo di gruppi di persone che si spinsero verso nord, affidan-
do il proprio sostentamento alla caccia e alla pesca, fu naturale
conseguenza del progressivo ritirarsi del fronte dei ghiacci. Questi
uomini, i primi che ci hanno lasciato testimonianze certe della loro
presenza nelle regioni scandinave (riconducibili in taluni casi fino
al XIII millennio a.C.) paiono appartenere alla cosiddetta ‘cultura

resto di un pasto degli uomini di Neandertal?) potrebbero risalire all’ultimo periodo


interglaciale, ma in altri (Vejstrup presso Christiansfeld nello Jutland meridionale ed
Ejbj Klint presso l’Isefjorden nella Selandia settentrionale, dove sono stati rinvenuti
frammenti di pietra che paiono rozzamente lavorati), addirittura a quello precedente.
Vd. Møhl-Hansen 1954, Fæster 1955 e Johansen – Stapert 1995-1996. Anche in
Finlandia, sono state ritrovate tracce della presenza di un uomo primordiale che
risalirebbero a circa 100.000 anni fa (vd. Tarkiainen 2008 [App. 1], p. 14).
4
 Quando l’immane peso del ghiaccio che aveva oppresso le terre fu rimosso, si
verificò un movimento isostatico di sollevamento della terra. Contemporaneamen-
te l’acqua prodotta dallo scioglimento dell’enorme massa ghiacciata si riversò nel
mare provocando un movimento eustatico d’innalzamento. Questi fenomeni hanno
avuto effetti drammatici in Scandinavia, dove tra l’altro si possono riconoscere le
tracce di antiche linee costiere a un’altitudine di parecchie decine di metri, in
alcuni casi anche oltre i 200 mt. (come a esempio nella regione svedese di Ånger-
manland, dove esse sono riconoscibili addirittura a 285 mt. di altezza sull’attuale
livello del mare). Rilevanti cambiamenti geo-morfologici si verificarono anche
rispetto al Mar Baltico. Esso si formò inizialmente come un grande lago glaciale
(11.800-8300 a.C.) che in alcune fasi segnate da migliori condizioni climatiche poté
trovare sbocco a occidente verso il mare; successivamente si venne formando il
cosiddetto Mare Yoldia (dal nome del mollusco Yoldia arctica che vi viveva), in
diretta comunicazione con l’oceano; questa fase si colloca tra l’8300 e il 7500 a.C.
In seguito (7500-6000 a.C.) a causa di un innalzamento delle terre piuttosto rapido
esso divenne nuovamente un enorme bacino, il cosiddetto Lago Ancylus (dal nome
del gasteropode d’acqua dolce Ancylus fluviatilis), esteso su una superficie ben più
vasta dell’attuale. La presente conformazione del Baltico cominciò a delinearsi
quando (circa 6000 a.C.) – in seguito a una nuova immissione di acqua di mare –
cominciò a formarsi il cosiddetto Mare Litorina (che prende nome dal gasteropode
marino Littorina littorea) il quale avrebbe separato definitivamente il sud della
Svezia dall’Europa continentale cui per lungo tempo era appartenuto. In questo
periodo conosce dunque il proprio termine il cosiddetto fastlandstid (letteralmen-
te “periodo continentale”), espressione regionale (in particolare danese) con la
quale si fa riferimento al fatto che il corpo del continente europeo si spingeva
molto più a Nord rispetto alla situazione odierna in un’estensione che raggiungeva
gran parte delle attuali coste orientali della Gran Bretagna e inglobava l’intera
Danimarca, comprendendo anche il sud della Svezia che costituiva una sorta di
penisola protesa verso settentrione.

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La preistoria 15

di Amburgo’5 e si collocano dunque nell’ultima fase del paleo­litico.


Tracce dei loro insediamenti sono state ritrovate soprattutto in
Danimarca,6 ma anche in Svezia;7 una striscia di terra sull’Øresund
univa a quel tempo il territorio danese con l’attuale regione della
Scania e questa fu la via percorsa dai primi uomini che penetraro-
no nelle zone meridionali di quella che è ora la penisola scandina-
va per spingersi poi sempre più avanti. Il paesaggio in cui essi si
trovarono a vivere aveva un aspetto tipicamente artico: la vegeta-
zione, costituita prevalentemente da muschi e licheni forniva nutri-
mento alle renne, che migrando verso nord in seguito allo sciogli-
mento dei ghiacci, avevano indotto i cacciatori a seguirle.8 Il
miglioramento del clima determinò in seguito una graduale diffu­
sione di altre specie vegetali, soprattutto betulle nane (insieme a
diversi tipi di piante da brughiera ed erbacee tipiche dei climi
freddi) e animali quali lupi, bisonti, cervi, cavalli selvatici, orsi,
ghiottoni, alci, linci, lepri artiche, castori.
Naturalmente, durante questi primi millenni (forse già dal 13.500
a.C.),9 la sola regione danese e l’area più meridionale della Svezia
(Scania) possono dirsi totalmente sgombre dai ghiacci (in queste
zone cominciano infatti a comparire anche i primi pini), il fronte
dei quali risulta arretrato fino alla fascia tra il 59° e il 60° parallelo
attorno all’11.000 a.C., mentre la striscia costiera norvegese – espo-
sta all’influsso del mare – ne appare priva, almeno in parte, già
verso il 10.000 a.C. e completamente verso l’8500 a.C. Intorno al
6500 a.C infine, la maggior parte della regione scandinava sarà
libera.
5
 Con tale nome si designa (a motivo della concentrazione di reperti significativi
nella zona di Amburgo) una cultura di cacciatori collocabile tra il 15.000 e il 12.400
a.C. e diffusa su un’area che va dall’Inghilterra (allora unita al corpo del continente
europeo da terre che sarebbero state successivamente sommerse dalle acque) al Belgio,
ai Paesi Bassi, alla Germania settentrionale, a una parte della Danimarca e a una pic-
cola porzione della Scania.
6
 In particolare a Brænøre, Jels e Slotseng nello Jutland (vd. Holm J., “Settlements
of the Hamburgian and Federmesser Cultures at Slotseng, South Jutland”, in Journal
of Danish Archaeology, X [1991], pp. 7-19 e Holm – Rieck 1992) e a Sølbjerg nell’isola
di Lolland; i ritrovamenti risalgono al XIII millennio a.C.
7
 Il sito cui ci si riferisce è quello di Mölleröd presso il lago Finjasjön in Scania,
datato verso la fine del XIII millennio a.C. (vd. Larsson L., “The Earliest Settlement
in Southern Sweden. Late Palaeolithic Settlement Remains at Finjasjön, in the North
of Scania”, in Current Swedish Archaeology, II [1994], pp. 159-177).
8
 Vd. Tansem 1988.
9
 Si accettano qui, ove non diversamente specificato, le datazioni proposte in
Burenhult 1999-2000, I-II (B.2), in quanto fondate su metodologie puntualmente
discusse (vd. ivi, I, pp. 48-51) e che ritengo pienamente condivisibili. Del resto esse
trovano sostanziale riscontro in Jensen 2001-2004, I-IV (B.2).

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16 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Tra il 12.000 e il 10.700 a.C. si collocano i reperti rinvenuti in


una serie di siti dalle caratteristiche simili: questi ritrovamenti sono
attribuiti alla cosiddetta ‘cultura di Bromme’,10 diffusa in Danimar-
ca, nella Svezia meridionale e anche nella Germania settentrionale
(tra l’Elba e l’isola di Rügen).11 Com’è logico attendersi, essi danno
palese testimonianza di un’economia basata in primo luogo sulla
cattura di prede animali: utensili comuni realizzati in selce sono
punte che presentano un’estremità assottigliata per essere inserita
in un manico, punzoni e raschiatoi per le pelli, più tardi anche
arpioni.12 Sino a qualche decennio fa le tracce più antiche di una
presenza umana in Norvegia erano state individuate in un sito
risalente al periodo tra il 7600 e il 7000 a.C.13 Scoperte recenti
hanno tuttavia consentito di retrodatare la presenza dell’uomo in
queste regioni financo di tremila anni.14 Qui d’altra parte le cultu-
re dette rispettiva­mente ‘di Fosna’ e ‘di Komsa’, ampiamente testi-
moniate nel meso­litico, potrebbero forse affondare le proprie
radici addirittura in questo periodo.
10
Dal nome di un sito danese nei pressi di Sorø, in Selandia; vd. Mathiassen –
Iversen 1946.
11
In Svezia essa è rappresentata in particolare da ritrovamenti archeologici nella
Scania meridionale: Segebro (su cui vd. Larsson L., “En boplats från äldre stenåldern
vid Segebro”, in Limhamniana [1978], pp. 7-20), Karlsro e Annavälla.
12
Per la precisione questi ultimi sono da attribuire alla cultura danese detta ‘di
Lyngby’ (località dello Jutland settentrionale, su cui vd. Westerby E., “Da Danmarks
ældste Stenalderboplads blev fundet”, in AaNOH 1986, pp. 43-69) che pare collegata
con la cultura di Ahrensburg (località non lontana da Amburgo).
13
Il riferimento è a Høgnipen nelle vicinanze di Sarpsborg, nella regione meridio­
nale di Østfold (vd. Johansen E., “Høgnipen-funnene. Ett nytt blad av Norges eldste
inn­vandrings­historie”, in Viking 1964, pp. 177-179).
14
Negli anni tra il 1988 e il 1990 è stato scavato un sito a Galta (area nord-occiden-
tale dell’isola di Rennesøy nella regione di Rogaland) dove sono stati rinvenuti diversi
utensili di selce che testimoniano della presenza umana in quella zona in un periodo
che va dal 9500 all’8400 a.C. (secondo la cronologia proposta in Lille­hammer 1994
[B.2], p. 21). Molto più a nord, a Sarnes (sull’isola di Magerøya, presso Capo Nord)
sono state ritrovate nel 1993 le tracce di un insediamento la cui datazione va collocata
al più tardi attorno al 9300 a.C. (Lille­hammer 1994, p. 24; non così Buren­hult 1999-
2000 [B.2], I, p. 192 che lo pone tra l’8200 e il 7500 a.C.). Un sito addirittura più
antico potrebbe essere quello, scoperto nel 1941, di Blom­våg (su un’isola a circa 30
km. a nord-ovest di Bergen, comune di Øygarden) dove oltre a resti di piante e di
animali (acquatici e terrestri ma anche uccelli) sono stati rinvenuti frammenti di selce.
In questo caso la presenza umana risalirebbe addirittura al periodo tra il 10.700 e il
10.200 a.C. (Lillehammer 1994, p. 20; vd. anche Johansen A.B. – Undås I., “Er Blomvåg­
materialet et boplass­funn?”, in Viking 1992, pp. 9-26). In questo contesto va infine
considerato il ritrovamento fatto presso Store Myrvatn nel comune di Gjesdal (Rogaland),
allo stato attuale il più antico sito rinvenuto in zone di montagna. Scavato alla fine degli
anni ’80 esso viene ricondotto al periodo tra l’8800 e l’8600 a.C. (Lillehammer 1994,
p. 29).

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La preistoria 17

1.2. L’età della pietra nel Nord

1.2.1. Uomini, natura e prede animali: il mesolitico

Con la dovuta dose d’approssimazione, la fase iniziale del meso-


litico è collocata nel Nord attorno al 9500 a.C.15 Di qui in poi le
tracce della presenza dell’uomo nelle regioni scandinave si fanno
ben più numerose e significative. Ciò è certamente da mettere in
relazione anche con un fattore climatico assai importante che com-
portò ovvie ripercussioni sulle condizioni di vita degli uomini:
l’avvento del periodo cosiddetto ‘boreale’ (8500-6800 a.C.) che
prende nome dai venti secchi boreali, cioè provenienti da setten-
trione. Preceduto da una fase ‘preboreale’ (9500-8500 a.C.)16
– nella quale le condizioni climatiche tendenti a un deciso miglio­
ramento segnano il passaggio dalla flora e dalla fauna tipica della
tundra a quella della foresta (con la diffusione definitiva di betulle
e la comparsa di pini e noccioli, mentre tra gli animali troviamo ora
anche uri e cinghiali) – esso fu segnato da un nuovo aumento del-
la temperatura media, che raggiunse livelli superiori a quelli attua-
li. In conseguenza di questa variazione climatica le regioni scandi-
nave conobbero, almeno nelle zone più meridionali, la crescita di
una vegetazione assai ricca: querce, tigli, olmi, frassini, aceri conqui­
starono il territorio dando vita a una foresta vergine in cui trova-
rono il proprio habitat numerose specie animali. I reperti archeo-
logici non possono mostrarci altre tracce se non quelle lasciate da
uomini che si sostentavano con la caccia, la pesca, la raccolta dei
vegetali commestibili. Nel mesolitico gli archeologi hanno eviden-
ziato in Danimarca e nella Svezia meridionale la cosiddetta ‘cultu-
ra di Maglemose’17 (che si protrae fino al 6800 a.C.); in antichi
15
 Così in Burenhult 1999-2000 (B.2), I, p. 179. Altri propendono per una data­zione
posteriore, intorno all’8000 a.C. (vd. Mithen 1994, p. 79).
16
 È evidente che trattandosi di epoche tanto remote la definizione cronologica
proposta dai diversi studiosi può andare soggetta a variazioni, anche se non eccessiva-
mente consistenti. A esempio in Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 22-23, è fornito uno
schema nel quale i limiti dei diversi periodi sono spostati in avanti rispetto a quelli qui
riportati, a eccezione del termine del periodo ‘atlantico’ (su cui vd. p. 19) che viene
anticipato di 500 anni.
17
 Dal nome della palude detta Maglemose nei pressi di Mullerup in Selandia. Sem-
pre in Selandia, nella palude di Vig, è stato trovato lo scheletro di un uro con ancora
conficcati microliti appartenuti alle armi con cui era stato ucciso (vd. Hartz N. –
Winge H., “Om Uroxen fra Vig, saaret og dræbt med flint­vaaben”, in AaNOH 1906,
pp. 225-236). Questo animale doveva costituire una preda prediletta per gli uomini
della cultura di Maglemose, come dimostra anche lo scheletro di Prejlerup, Selandia

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18 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

bacini lacustri presso i quali dovevano spesso trovarsi gli insedia-


menti (e nei quali è conservata tanta parte dei reperti preistorici
della Scan­dinavia) sono stati rinvenuti oggetti d’uso quotidiano:
microliti tipici del periodo (usati in particolare come punte di
freccia), utensili di corno, di osso (tra i reperti più frequenti uncini,
ami, asce, pugnali) o anche di legno, che rivelano una buona abili-
tà tecnica e il cui sviluppo si lega alle accresciute risorse offerte dal
territorio. Diversi oggetti sono talvolta artisticamente decorati con
motivi geometrici, figure animali o anche umane.18 Inoltre sono
stati rinvenuti resti di cibo e tracce del basamento di capanne a
pianta ovale o rettangolare, che dovevano avere le pareti e il tetto
di corteccia o di giunco.19 In quest’epoca cominciano a popolarsi
anche le zone della Svezia centrale20 e l’isola di Gotland.

nord-occidentale (vd. Aaris-Sørensen K. – Brinch Petersen E., “The Prejlerup Aurochs


– an Archaeological Discovery from Boreal Denmark”, in Striae, XXIV [1986], pp.
111-117). Particolarmente interessanti sono in Svezia i reperti della palude di Ageröd
(Ageröd I B), nei pressi del lago Ringsjön, nella Scania meridionale, datati attorno
all’8500 a.C. (vd. Althin C.A., “Ageröds­utgrävningarna. Undersökningar av mesoli-
tiska boplatser i Skåne 1946-47”, in FV 1947, pp. 348-353). Siti riconducibili alla
cultura di Maglemose (individuata all’inizio del XX secolo) sono stati ritrovati in
un’area che va dall’Inghilterra all’Estonia. Vd. anche Saraw 1904 e Grøn 1995.
18
 Tra questi si segnalano oggetti a forma di Y ricavati da palchi di cervo, come a
esempio quello di Sjöholmen in Scania o quello della palude di Kalundborg in
Selandia e l’osso di uro su cui sono incise cinque figurine umane rinvenuto a Ryemarks­
gård nella Selandia occidentale. Quest’ultimo presenta la più antica immagine di
esseri umani conosciuta in territorio danese: si confrontino le due figurine incise su
un bastone di corno di cervo rinvenuto nella palude di Viksø (Selandia settentrio-
nale), il bastone di corno di Åmose (ancora in Selandia) sul quale sono rappresen-
tati un cacciatore e la sua preda (sul sito vd. Mathiassen Th., Sten­alder­boplatsen i
Aamosen, København 1943), il manico d’ascia di Tåge­rup (Scania). Piccole figure
animali realizzate in ambra rinvenute in Danimarca avevano probabilmente la fun-
zione di amuleti per i cacciatori (vd. a esempio la testa d’alce ritrovata a Egemarke
in Selandia). Altri amuleti (con altri scopi!) dovevano essere taluni oggetti a forma
di fallo (come quello i cui pezzi sono stati rinvenuti nel sito di Holmegård V nella
Selandia meridionale).
19
 Vd. Andersen K. 1951: “Hytter fra Maglemosetid. Danmarks ældste boliger”, in
NMA 1951, pp. 69-76 e Larsson M., “Stenåldersbondens hus”, in PA VI: 4 (1988), pp.
10-13.
20
 Il territorio era ancora in gran parte invaso dall’acqua. Insediamenti anche mol-
to antichi (fino all’8500 a.C.) sono stati tuttavia individuati in tempi piuttosto recenti
(anni ’90) nell’area di Stoccolma. Una abitazione stabile, la più antica del Nord, pare
essere quella rinvenuta a Smedby (circa 10 km. a ovest della città svedese di Kalmar):
vd. Wester­gren E., “Det äldsta kända huset i Norden”, in PA VI: 4 (1988), pp. 4-6.
Va del resto anche rilevato che recenti ritrovamenti relativi all’età della pietra hanno
messo in discussione la teoria secondo la quale costruzioni ben strutturate realizzate
con grossi tronchi risalirebbero solo all’età del ferro (vd. Halén O., “Timmerhus från
stenåldern omkullkastar gamla teorier”, in PA XIII: 2 [1995], pp. 4-7).

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La preistoria 19

Il periodo successivo è quello della cultura detta ‘di Konge­mose’21


(circa 6800-5500 a.C.) maggiormente legata all’ambiente marino e
costiero. Da un lato ciò pare dipendere dalla diminuzione della
selvaggina dovuta al propagarsi (almeno a sud) di una foresta
dominata dalle latifoglie e da un fitto sottobosco: conseguenza, a
sua volta, di un clima caldo e umido che rappresenta – in quello
che è definito ‘periodo atlantico’ (all’incirca tra il 6800 e il 3500
a.C.) – la fase più calda dell’era post-glaciale. Dall’altro lato ciò si
lega a un aumento delle risorse marine conseguenti ai cambiamen-
ti geo-morfologici che avevano dato origine al Mare Litorina.
Della cultura di Konge­mose, che riguarda principalmente le zone
danesi e quelle della Svezia meridionale,22 ci restano numerosi
reperti, soprattutto punte di frecce, asce, trapani, raschiatoi, col-
telli, punzoni, ami, arpioni. Anche qui non mancano interessanti
decorazioni.23
In Norvegia il mesolitico conosce due culture principali: quella
cosiddetta ‘di Fosna’,24 e quella – ben più settentrionale – ‘di
Komsa’.25 Entrambe – che, come detto sopra, potrebbero forse
affondare le proprie radici nell’epoca precedente – si estendono
con limitate innovazioni per un lunghissimo periodo di tempo.
Anche qui i reperti testimoniano di gruppi di uomini le cui abitu-
dini di vita erano strettamente legate ai cicli della vita animale. Il
territorio nel quale era diffusa la cultura di Fosna comprende in
primo luogo l’area orientale del fiordo di Oslo, le isole al largo di
Bergen e la costa delle regioni di Møre e Trøndelag (fino all’altezza
di Trond­heim): si tratta dunque di insediamenti strettamente dipen-
denti dalle risorse marine. Gli utensili sono esclusivamente di selce.

21
 Dal nome di un sito che si trova nella zona occidentale della Selandia.
22
 I siti di maggiore interesse – oltre naturalmente a quello di Kongemose – si tro-
vano a Villingebæk e Månedalen sempre in Selandia e, per la Svezia, a Segebro (cfr.
nota 11), Häljarp, Tåge­rup e Age­röd (cfr. nota 17), tutti nella regione della Scania.
23
 Vd. a esempio l’ascia rinvenuta nella palude di Jordløse (Selandia) su cui è rap-
presentata una figura, forse di donna, e quella di Værebro (sempre in Selandia) sulla
quale sono incisi motivi geometrici.
24
 Dal nome di un’isola nell’arcipelago di Kristiansund sulla costa norvegese (Møre
e Roms­dal).
25
 Nome dovuto ai primi ritrovamenti effettuati nel 1925 nella zona della montagna
detta Komsafjellet (regione di Alta, Finnmark). Sulle coste di questa regione non si
trova la selce (che altrove è materiale caratteristico con cui sono realizzati molti reper-
ti): qui venivano dunque utilizzati soprattutto quarzo e quarzite. La denominazione
‘cultura di Komsa’ è stata in seguito messa in discussione e attual­mente diversi archeo-
logi preferiscono usare l’espressione più generica “età della pietra più antica” (eldre
steinalder); ciò soprattutto per il fatto che l’area su cui si estende questa cultura è
molto vasta, seppure essa presenti forti tratti di omogeneità.

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20 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Non si conoscono tracce di abitazioni. Parallelamente tuttavia si


trovano siti anche presso corsi d’acqua fra le montagne, certamen-
te collegati alla presenza di animali selvatici. Qui l’uso d’utensili
realizzati con materiale lapideo locale anziché con la selce (e l’esi-
stenza di ‘cave’ dalle quali esso era tratto) indica scarsi contatti con
gli abitanti delle coste e la permanenza in zona di questi uomini
per l’intero periodo dell’anno.
Molti degli insediamenti attribuiti alla cultura di Komsa sono
collocati presso il mare aperto (da Tromsø fino alla penisola di
Kola): essi dovevano presumibilmente essere utilizzati nei mesi in
cui si godeva di un clima più favorevole e mostrano dunque un
carattere di provvisorietà, mentre taluni rifugi invernali, costruiti
all’interno dei fiordi in posizione riparata, risultano più grandi e
meglio attrezzati. Siamo quindi di fronte, con molta probabilità, a
gruppi di semi-nomadi che si spostavano a seconda delle stagioni:
sulle coste e le isole durante l’estate e al riparo dei fiordi in inverno.
Tracce della loro presenza sono, tra l’altro, cerchi di pietre all’in-
terno dei quali sono stati ritrovati resti della lavorazione di utensi-
li. L’economia della cultura di Komsa era basata soprattutto sugli
animali marini (tra cui le foche), sugli uccelli e sulle renne.
Un’altra cultura identificata in Norvegia è quella, più recente,
detta ‘di Nøstvet’ (5500-4000 a.C.),26 individuata nell’area del
fiordo di Oslo ma anche in altre zone meridionali del Paese, cui si
affianca sulle coste occidentali della Svezia quella detta ‘di Lihult’.27
Essa si caratterizza in particolare per la tipicità delle numerose asce
(dette, appunto, ‘asce di Nøstvet’ o ‘asce di Lihult’): oggetti certa-
mente d’uso quotidiano, ma anche, verosimilmente, simboli di
potere o strumenti rituali.
L’uomo dell’età della pietra, cacciatore, pescatore e raccogli-
tore di vegetali commestibili, dovette vivere in comunità più o
meno grandi a seconda delle risorse offerte dal territorio. Natu-
ralmente questi gruppi necessitavano di vaste aree sulle quali
spostarsi nel continuo inseguimento di prede animali e dunque
certamente ci furono lotte per lo sfruttamento del territorio; di
sicuro tuttavia ci furono anche contatti pacifici e nell’inte­resse
26
 Nøstvet è un sito che si trova all’interno del Bunnefjorden, una ventina di chilo-
metri a sud-est di Oslo.
27
 Dal nome di un sito presso Skee nella regione svedese occidentale di Bohuslän;
vd. Bramstång C., Lihult- och limhamnsyxor. En undersökning av senmesoli­tiska före­
komster i Halland, Göteborg 1990 e Brøgger A.W., Øxer av Nøstvettypen. Bidrag til
kundskapen om ældre norsk stenalder, Kristiania 1905. In Burenhult 1999-2000 (B.2),
I, p. 224, è proposta una datazione più arretrata: secondo questo studioso infatti la
cultura di Lihult sarebbe in declino già nel 5000 a.C.

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La preistoria 21

reciproco furono stretti legami (a esempio attraverso lo scambio


di merci o le unioni matrimoniali). Si può in qualche modo imma-
ginare quali dovessero essere i rapporti interni ed esterni e il
funzionamento di queste comunità osservando società analoghe
ancora presenti in diverse aree del pianeta in periodo storico. È
evidente che in una economia basata sostanzialmente sulla cattu-
ra di prede animali (cui si affianca la raccolta di vegetali
commestibili),28 l’elemento determinante nella vita degli uomini
sta nel rapporto con la natura, fonte primaria di sostentamento.
L’atteggiamento dell’uomo nordico primitivo nei confronti delle
forze – considerate potenti e misteriose – che sentiva presenti
nell’universo circostante e il suo conseguente tentativo di stabili-
re con loro un contatto per trovare un giusto equilibrio nelle
difficoltà della vita quotidiana, dovettero dunque sfociare in una
religiosità espressa – come sempre è il caso in questi contesti –
attraverso credenze e rituali di carattere magico nei quali i gesti
ma anche gli oggetti (magari amuleti) rivendicano la loro impor-
tanza. Del resto, il senso di questo rapporto uomo-ambiente e
uomo-animale, nel quale il bisogno elementare della sopravviven-
za s’intreccia con la soggezione verso forze percepite come magica­
mente efficaci, si situa all’interno della concezione di un universo
i cui elementi non sono considerati isolati, né indipendenti le sue
manifestazioni: al contrario tutto risulta intimamente intercon­
nesso; in un ambito culturale di questo tipo “tra la parte e il
tutto, tra l’indi­viduo e la specie, tra il simbolo e ciò che esso
rappresenta, tra feno­meni che avvengono contemporaneamente
prevale un legame inscin­dibile”.29 Naturale conseguenza di un
atteggiamento di questo tipo sono i riti che vengono praticati e
nei quali la morte dell’animale assume un significato che va ben
oltre quello del semplice soddisfa­cimento dell’istinto della fame.
Tracce di tali riti paiono ben rappresentate nel Nord. In tal
senso va letta – in primo luogo – tutta una serie di incisioni rupestri,
scene di caccia,30 di pesca31 o anche semplici raffigurazioni di ani-
28
 Un compito questo affidato alle donne insieme alla cattura di pesci e animali di
piccola taglia.
29
 Questo aspetto è stato assai ben analizzato dallo studioso Folke Ström (Ström
1967 [B.7.1], pp. 9-12, la citazione da p. 10).
30
 Si vedano a esempio le raffigurazioni della caccia all’orso e alle renne che si
trovano sul pannello roccioso di Bergbukten I (Jiepmaluokta, cfr. nota 33).
31
 Si veda, fra le incisioni norvegesi ritrovate nella zona di Alta, la rappresentazione
della pesca di un ippoglosso (Berg­bukten IV B, Jiepmaluokta, cfr. nota 33). Sulla
parete di roccia è chiaramente individuabile l’immagine di una piccola imbarcazione
dal bordo della quale pende una lenza cui il pesce è attaccato per la bocca.

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22 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

mali (selvaggina ma anche animali marini), che si ritrovano soprat-


tutto in Norvegia (dalle coste della regione di Sogn e Fjordane su
fino all’estremo nord del Paese)32 e nella Svezia centrale.33 A volte
ci troviamo di fronte alla raffigurazione di centinaia di soggetti,
come a Vingen34 dove sono rappresentati circa millecinquecento
cervi (o forse renne) alcuni fermi, altri in corsa, taluni forse corica-
ti (quindi uccisi?).35 In taluni casi vediamo animali sul cui corpo
sono segnate linee che paiono voler indicare gli organi interni.36
Sulle isole Notön e Brådön e sulle pareti di roccia sottostanti l’im-
ponente cascata di Nämforsen (ora sfruttata ai fini della produzio-
ne di energia, nella regione svedese di Ångermanland) il numero
degli animali raffigurati (soprattutto alci) supera i millequattrocen-
to.37 Un’espressione artisti­co-rituale che si protrarrà a lungo nel
tempo.38 Raffigurazioni molto simili sono state ritrovate in gran
32
 Nelle regioni più settentrionali ci troviamo di fronte a un tipo d’arte preistorica
che contrassegna una fascia di territorio estesa alle zone settentrionali della Russia,
compresa la Siberia fino allo stretto di Bering.
33
 In Norvegia si contano più di cinquemila figure in circa settanta siti, tremila solo
nella superba galleria d’arte rupestre di Jiepmaluokta (toponimo sami che significa
“Baia delle foche”, norv. Hjemme­luft) all’estremità occidentale della città di Alta (sami
Áltá o Alattio) in Finn­mark. Qui possiamo ammirare raffigurazioni che si richiamano
a stili diversi, riconducibili non solo al lunghissimo periodo di tempo nel quale le
incisioni furono realizzate (verosimilmente tra 6200 e 2000 anni fa), ma anche – natu-
ralmente – alla loro diversa origine e funzione. Il sito di Jiepmaluokta è il più ricco di
incisioni in tutto il Nord, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità nel 1985.
Nel territorio di Alta si trovano comunque altri siti di grande interesse. Nella Svezia
centrale si contano circa duemila figure in una dozzina di siti.
34
 Nel Nordfjorden (regione di Sogn e Fjordane, Norvegia occidentale). Un altro
sito norvegese di grande importanza è quello di Ausevik (Høydalsfjorden, nella mede-
sima regione) dove sono incise circa quattrocento figure.
35
 L’impressione è che qui sia rappresentato un sistema di caccia che consisteva
nello spingere gli animali verso dirupi nei quali essi precipitavano: i loro corpi feriti o
senza vita erano poi raccolti ai piedi del precipizio; vd. Blehr O., “Når villreinen løper
dit du vil. En fangstmetode, og det spor efter den i dag kan fortelle om fortidens
jegersamfunn”, in Utne A. (red.), Jakt, fiske og sanking før og ved siden av jordbruk,
Tromsø 1982, pp. 1-29.
36
 Come appunto a Vingen o in altri siti norvegesi (a esempio Ringsaker in Hedmark
e Møllestufossen, presso Dokka in Oppland). L’applicazione di questa tecnica ad ani-
mali marini si ritrova a esempio nel sito di Hammer sul Beistadfjorden, Nord-Trøndelag
(dove sono raffigurati una balena e alcuni pesci) o in quello di Drammen su un ramo
occidentale del fiordo di Oslo (dove si può vedere una balena lunga 2.3 mt.).
37
 In Burenhult 1999-2000 (B.2), I, p. 218 e, soprattutto, p. 395, è tuttavia propo-
sta per questo sito una datazione parecchio più tarda. Vd. anche Forsberg L., “En
kronologisk analys av ristningarna vid Nämforsen”, in ENNB, pp. 247-261.
38
 L’arte delle incisioni rupestri perdurerà nel Nord per un lunghissimo periodo
(fino a settemila anni) e non di rado i medesimi ‘laboratori artistici’ rimarranno in uso
fino al neolitico e all’età del bronzo, il che rende assai problematica una sicura deter-
minazione cronologica delle singole immagini. Tra le più antiche possono certamente

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La preistoria 23

quantità in territorio russo, soprattutto presso il Mar Bianco e il


lago Onega.39
È probabile che presso questi siti avessero luogo diverse cerimo-
nie caratteristiche delle società di cacciatori: cerimonie d’iniziazio-
ne dei giovani, cerimonie per ottenere una abbondante cattura di
prede, cerimonie per propiziarsi lo spirito degli animali, cerimonie
‘in riparazione’ delle uccisioni avvenute,40 cerimonie contro gli
spiriti maligni, cerimonie d’individuazione e consacra­zione di ani-
mali totemici. Forse anche matrimoni e riti funebri. In diverse
occasioni queste cerimonie rappresentarono momenti d’aggrega-
zione e di scambio fra i diversi gruppi. Certamente in questo ambi-
to un ruolo di rilievo fu svolto dai più anziani, dai capi (individui
le cui qualità emergevano nel contesto, non di rado drammatico,
della lotta quotidiana per la sopravvivenza) e, proba­bilmente, da
sciamani. Taluni oggetti (in particolare amuleti, figure animali,
attrezzi decorati) dovettero legarsi alla pratica magica, piuttosto
che alle attività quotidiane. La sfera del sovran­naturale fu certa-
mente segnata da un intreccio di credenze e tabù.
Ma i riti degli uomini che vissero nelle regioni scandinave duran-
te il mesolitico sono destinati a rimanerci, per la gran parte, ignoti.
A loro sono comunque certamente legati i ritrovamenti di diverse
offerte votive:41 asce di pietra (per la maggior parte), ma anche altri
oggetti d’uso quotidiano (pugnali, punte di lancia, raschiatoi, scheg-
ge di selce utilizzate come una sorta di coltello) così come perle
d’ambra e, in qualche caso, resti di cibo. Taluni utensili (in parti-
colare asce o mazze)42 ebbero certamente la funzione di status symbol
parallelamente a quella di strumenti rituali.

essere annoverate quelle delle regioni norvegesi da Trøndelag verso nord che secondo
alcuni sarebbero da datare tra il 7900 e il 6500 a.C. (Lillehammer 1994 [B.2], p. 51).
39
 Vd. Raudonikas W.J., Les gravures rupestres des bord du lac Onega et de la Mer
Blanche, I-II, Leningrad 1936-1938. Cfr. nota 32.
40
 Folke Ström richiama a questo proposito taluni riti sami legati alla caccia all’orso
ancora ben documentati in epoca storica (Ström 1967 [B.7.1], p. 10). Del resto al
culto dell’orso si legano anche, verosimilmente, immagini incise sul pannello di
Bergbukten I (Jiepmaluokta, cfr. nota 33). Vd. Helskog K., “Björnejakt och ritualer
for 6200-3700 år siden”, in Ottar, CLVI (1985), pp. 7-11 e Helskog 1988. Vd. anche
pp. 1389-1390.
41
In genere si possono considerare offerte votive gli oggetti ritrovati in più di un
esemplare, in alcuni casi in gran quantità (quando non si tratti di materiale depositato
in attesa di essere riutilizzato), soprattutto se essi appaiono disposti in modo simboli-
co come, a esempio, cerchio, semicerchio o triangolo o, particolar­mente per le asce o
i pugnali, con la parte offensiva rivolta in una determinata direzione.
42
Quali, a esempio, talune mazze a forma di croce con quattro punte, non di rado
geometricamente decorate, ritrovate in Norvegia (Lillehammer 1994 [B.2], p. 46).

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24 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Le cerimonie dovettero toccare i momenti significativi dell’esi­


stenza di questi uomini: dunque, immancabilmente, anche quello
della morte. Per un lungo periodo di tempo le sepolture non reca-
no particolari segni distintivi: i defunti sembrerebbero spesso
sempli­cemente inumati nei luoghi in cui erano vissuti. Tombe di
un certo interesse compaiono dal settimo millennio a.C.,43 cimiteri
veri e propri solo verso la fine del mesolitico.44 Siti di notevole
interesse sono, in particolare, quello di Bøgebakken (comune di
Vedbæk, Selandia) e quelli di Skateholm (presso Trelleborg in
Scania) scoperti negli anni ’70 del secolo scorso. Il primo presenta
diciassette tombe semplici, collocate in file parallele, tutte, tranne
tre, contenenti i resti di un solo individuo (in totale le persone
sepolte sono ventidue); i cadaveri (tranne uno in posizione supina)
sono cosparsi d’ocra rossa. Nelle tombe si trovano doni funebri:
pietre e corna di cervo, le donne portano ornamenti di denti ani-
mali.45 Una donna, presumibilmente morta di parto, è collocata
accanto a un bambino il cui corpo è deposto sull’ala di un cigno;
un’altra tomba contiene una ‘sepoltura di famiglia’: l’uomo – ucci-

43
 Si vedano le tombe di Korsør Nor in Selandia, di Bäckaskog e Tågerup in Scania,
di Stora Bjers e Kambs, entrambe sull’isola di Gotland (Burenhult 1999-2000 [B.2],
I, p. 232). I morti sono seduti in posizione raccolta, quasi rannicchiata (hocker). A
Bäckaskog nella tomba di una donna erano stati deposti una fiocina e un coltello per
scuoiare. In Norvegia le tombe più antiche (risalenti al settimo millennio a.C.) sono
quelle di Bleivik (presso Haugesund) e di Vistehola nel distretto di Jæren, entrambe
dunque nella zona sud-occidentale.
44
 La loro comparsa è forse da mettere in connessione con un aumento demografi-
co, collocato da S.J. Mithen (Mithen 1994, pp. 123-125) attorno al 4500 a.C. In
Burenhult 1999-2000 (B.2) I, pp. 230-241, la cronologia è retrodatata di almeno 750
anni. Qui inoltre (p. 240) si rilevano le ragioni fondamentali della comparsa dei cimi-
teri, segno innegabile di un legame con il territorio.
45
 Vd. Albrethsen – Brinch Petersen 1975; Larsson L., Ett fångstsamhälle för 7.000
år sedan. Boplatser och gravar i Skateholm, Malmö 1988 e, del medesimo autore, “Grav
eller dödshus?”, in PA VI: 4 (1988), pp. 7-9. In un caso è utilizzato anche un dente
umano. Qui si può forse far riferimento alla tomba danese di Dyrholmen nello Jutland
orientale dove ossa umane incise e spezzate per estrarne il midollo costituiscono il
possibile indizio di una forma di cannibalismo; vd. Degerbøl M., “Et knoglemateria-
le fra Dyrholm-bopladsen, en ældre stenalder-køkkenmødding. Med særligt henblik
paa uroksens køns-dimorphisme og paa kannibalisme i Danmark”, in Mathiassen Th.
– Degerbøl M. et al., Dyrholmen, en stenalderboplads paa Djursland, København, 1942,
pp. 105-128 e Mithen 1994, pp. 123-125. Questa pratica pare testimoniata anche in
sepolture di epoca più tarda: nel tumulo che ricopriva la magnifica tomba di Håga
(regione svedese dell’Uppland) risalente alla fase iniziale dell’età del bronzo recente
(1100-900 a.C.) sono stati ritrovati resti di animali e di esseri umani, verosimilmente
sacrificati e, presumibilmente, consumati in un banchetto in onore del defunto, per-
sona certa­mente assai eminente come mostra il ricco corredo funebre ritrovato; vd.
Almgren 1905 (vd. nota 171), p. 36 e pp. 44-45 in particolare. Cfr. p. 32 con nota 71.

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La preistoria 25

so da una freccia di osso che è ancora conficcata tra le vertebre del


collo – è sepolto con la moglie e il figlio. I cadaveri dei più anziani
poggiano il capo su grandi palchi di cervo (segno presumibile di
particolare distinzione sociale).46 A Skateholm (dove si conoscono
tre siti principali)47 si possono riconoscere diversi usi funerari,
inclusa la cremazione. I corpi sono collocati in differenti posture
(rannicchiati, distesi, seduti). Di particolare rilevanza in questo sito
è la presenza di resti di cani, sepolti da soli o insieme a esseri uma-
ni, talora – proprio come questi – fatti oggetto di doni funebri: un
palese riconoscimento al ruolo svolto da questi animali in una
società di cacciatori.48 A Skateholm II sono state rinvenute anche
tracce di una struttura cerimoniale. Ciò confermerebbe l’ipotesi
che alle tombe fosse attribuita una molteplice funzione: piuttosto
che costituire semplicemente la dimo­ra del defunto, esse segnereb-
bero uno spazio sacro, sarebbero il luo­go della devozione per gli
antenati, nel quale e dal quale emana il loro potere spirituale capa-
ce di marcare il territorio cui è legata la comunità che lo abita.
Della possibilità di sacrifici umani (ma forse più semplicemente di
una morte in battaglia, per assassinio o per disgrazia) testimoniano
le ferite riscontrabili su diversi cadaveri (ritrovati in cimiteri ana-
loghi).
Se il mesolitico fu nel Nord un periodo lunghissimo durante il
quale la vita quotidiana degli uomini nelle diverse zone dovette
procedere secondo modelli per molti aspetti costanti, esso fu senza
dubbio segnato anche da tensioni e inquietudini. Gli uomini di
quel tempo s’incontrarono e talvolta, certamente, si scontrarono.
D’altron­de, nonostante le difficoltà negli spostamenti e il numero
relativa­mente esiguo d’individui rispetto alla vastità del territorio,
noi possediamo precise testimonianze di contatti fra i diversi grup-
pi, ben evidenti là dove possiamo constatare la contemporanea
presenza di utensili o tecniche riconducibili a differenti culture.
È tuttavia nelle zone più meridionali che – come pare logico

46
 Caso unico nel suo genere (almeno allo stato attuale dei reperti disponibili) è
quello di una donna dall’apparente età di circa cinquanta anni alla quale è riservato il
medesimo onore. Differenze nella disposizione dei corpi sottolineano del resto diffe-
renze sociali.
47
 Il più antico è quello che va sotto la denominazione di Skateholm II: qui le prime
sepolture sono datate attorno al 5250 a.C.
48
 Ma si veda anche la tomba di un cane a Gøngehusvej (Vedbæk, Selandia). La
presenza di cani nelle tombe si constaterà anche in epoca vichinga; essa testimonia
anche il legame di questo animale con il Regno dei morti, legame del resto simbo­leggiato
dal cane Garmr che, secondo il mito, fa la guardia davanti al cancello di Hel, custode
dell’aldilà (Chiesa Isnardi 20084 [B.7.1], pp. 570-571).

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26 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

attendersi – ci troviamo di fronte a un maggiore dinamismo; risul-


ta a esempio che la lavorazione dell’argilla (considerata un tipico
prodotto del neolitico) abbia fatto la sua comparsa (nella prima
metà del quinto millennio a.C.) nelle zone della Danimarca e della
Svezia meridionale all’interno della cultura cosiddetta ‘di Ertebøl-
le’,49 sviluppatasi tra il 5500 e il 4100 a.C.: una società con una
economia basata sulla caccia, ma dipendente in misura assai con-
sistente anche dalla cattura di prede acquatiche, come dimostrano
le grandi quantità dei cosiddetti ‘scarti di cucina’ (danese køkken­
møddinger), veri e propri cumuli costituiti da avanzi di cibo (in
particolare gusci di molluschi e resti animali) ma anche da oggetti
di pietra e argilla.50 La cultura di Ertebølle testimonia con chiarez-
za il progressivo affer­marsi di insediamenti fissi che raggiungono
dimensioni significative in territori ben definiti.

1.2.2. Rivolgimenti economici e sociali: il neolitico

In effetti la cultura di Ertebølle introduce ai grandi cambiamen-


ti del neolitico. Questo periodo (che nel Nord si situa tra il 4100 e
il 2300 a.C.) è segnato da una vera e propria rivoluzione economi-
ca, dovuta alla comparsa accanto ai sistemi tradizionali della caccia
e della pesca, che tuttavia largamente sopravvissero, di nuovi modi
di sostentamento: allevamento e agricoltura.51 L’innovazione fu
intro­dotta da sud.52 È certo che gli abitanti della Scandinavia meri-
dionale furono coinvolti nel processo da cui sarebbero scaturiti
49
 Nome di un sito che si trova sul Limfjorden nella parte settentrionale della regio-
ne danese dello Jutland.
50
 Questi cumuli di veri e propri rifiuti sono presenti, oltre che in Danimarca (si
vedano in particolare i siti di Erte­bølle, Bjørns­holm e Flynder­hage, tutti nello Jutland),
in altre regioni europee (Portogallo, Galizia, Francia, Inghilterra e Irlanda).
51
 Com’è lecito attendersi il sistema economico basato sulla caccia e sulla pesca
continuò a prevalere nelle zone più settentrionali e interne. In Norvegia in partico-
lare si rileva la tendenza a una significativa espansione dell’economia di caccia
(soprattutto quella alla renna), dovuta verosimilmente alla migliorata qualità delle
armi usate, e tuttavia parallela alla diffusione della pratica agricola. La persistenza
d’una cultura di cacciatori e pescatori è evidente, tra l’altro, nel considerevole
numero d’incisioni rupestri raffiguranti animali: renne, alci, cervi, orsi, balene, pesci,
palmipedi, ma anche una volpe (a Drammen sul fiordo di Oslo) e un cane (a Skjo-
men, ramo del fiordo detto Ofotfjorden nel distretto di Nordland, dove presso il
mare si trovano un’ottantina di incisioni). Anche diverse sculture raffiguranti ani-
mali (in ardesia, osso, argilla o ambra) vanno verosimilmente collegate ai rituali
magici connessi.
52
 La pratica dell’agricoltura si era diffusa in Europa dalle zone balcanico-elleniche,
dove era giunta tra il 7000 e il 5400 a.C.

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La preistoria 27

grandi mutamenti economici e sociali. Gli uomini appartenenti alla


cultura di Erte­bølle vennero verosimilmente in contatto con grup-
pi riferibili all’area cosiddetta della ‘ceramica a nastro’,53 una cul-
tura che copriva una vasta zona nelle regioni centrali d’Europa
(dall’attuale Belgio fino all’Ungheria, passando per diversi territo-
ri della Germania e della Polonia e toccando a sud la Svizzera e
l’Austria). Costoro praticavano (a quanto pare già dal 6000 a.C.)
l’allevamento degli animali e anche qualche forma di coltivazione
della terra. Queste tecniche penetrarono gradatamente verso nord,
probabilmente fin dal primo neolitico, ma la loro diffusione fu
molto lenta,54 conoscendo a un certo punto addirittura un eviden-
te regresso.55 Fattori economici e sociali ma anche climatico-eco-
logici furono determinanti al riguardo. La prima cultura contadina
scandinava è nota come ‘cultura della ceramica imbutiforme’ (per
via della produzione di vasi con il collo a imbuto): certamente
affermata in Danimarca fin dal 3900-3800 a.C., essa risulta estesa
anche a una vasta area dell’Europa continentale.56 L’agricoltura è
ancora di tipo primitivo, soprattutto si alleva bestiame (in partico-
lare pecore, ma anche capre e maiali, più raramente bovini) al
quale sono destinati pascoli e spazi in prossimità delle abitazioni;
la coltivazione di cereali è praticata in campi ricavati dall’abbatti-
mento di alberi là dove la foresta è meno fitta (a ciò certamente
servirono le asce numerosissime e ben rifinite che sono state ritro-
vate), lo sfruttamento dei terreni è limitato nel tempo. Mentre si
osserva un progressivo miglioramento della tecnica e degli utensi-
li, si ritrovano (in Danimarca fin dal 3500 a.C.) le prime tracce
d’aratura del terreno (per quanto con mezzi del tutto primitivi) e

53
 Questo tipo di ceramica prende nome dalla decorazione a strisce variamente
disposte.
54
 La prima fase della diffusione dell’agricoltura nelle regioni scandinave copre
un lungo arco di tempo che va all’incirca dal 4000 al 2800 a.C. (Lillehammer 1994,
p. 59, cfr. Burenhult 1999-2000, I, p. 275 e Magnus – Myhre 1986, pp. 62-66, tutti
in B.2).
55
 Le rilevazioni archeologiche hanno mostrato inequivocabilmente che attorno al
3000 a.C. la pratica agricola sembra scomparsa tanto dalle coste della Norvegia quan-
to da gran parte della Svezia meridionale (esclusa la zona sud-occidentale del Paese e
le isole di Öland e Gotland), dove invece risultava esercitata cinquecento anni prima.
Qui si evidenzia ora una società che basa il proprio sostentamento sulla caccia, la pesca
(sia di mare sia d’acqua dolce) e nell’ambito della quale si collocano i manufatti della
cosiddetta ‘ceramica a fossette’ (la cui decorazione è ottenuta producendo sui manu-
fatti piccole cavità; cfr. nota 72). La sola regione danese parrebbe esente da questo
regresso (vd. Lillehammer 1994 [B.2], p. 59).
56
 In particolare alla Polonia meridionale, alla Boemia, al Mecklemburgo e ai Paesi
Bassi.

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28 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

si constata, nell’ultimo periodo del neolitico, la comparsa del carro.57


Nel 2800-2700 a.C. l’agricoltura risulta diffusa in Danimarca, nel-
la Svezia centro-meridionale e sulle coste interne del Baltico così
come su quelle norvegesi, su fino all’altezza di Tromsø.
Va da sé che le innovazioni economiche provocarono mutamen-
ti nell’organizzazione sociale. Evidente appare innanzi tutto l’au-
mento di insediamenti caratterizzati da maggiore stabilità (si resta
legati a una determinata area quantomeno per il periodo di sfrut-
tamento delle sue risorse, per spostarsi poi in un terreno ‘vergine’
non di rado poco lontano), così come la comparsa di costruzioni a
carattere difensivo, che segnalano l’accresciuto interesse per le
risorse di un determinato territorio. Tra gli oggetti rinvenuti nei siti
molti (in particolare le asce) rivestono un indubbio carattere cul-
tuale e simbolico.
Nell’ambito della cultura contadina che – seppure in forme
ancora molto semplici – si viene affermando, testimonianze di
straordinaria rilevanza sono costituite dalle tombe megalitiche,
imponenti monu­menti funerari che cominciano a comparire nel
Nord verso la metà del IV millennio a.C.58 Una prima espressione
di queste sepolture maestose paiono essere i tumuli allungati (talo-
ra contenenti una camera mortuaria) presenti sul territorio danese.59
Grandi tombe (dolmen) si ritrovano poi nella Scandinavia meri-
dionale, dal 3000 a.C. circa anche in Norvegia;60 spesso sono anco-

57
 Tracce precedenti (almeno dell’uso della ruota) sono tuttavia riconoscibili in
Danimarca (vd. Jensen 2001-2004 [B.2], I, p. 318). I primi ritrovamenti di ruote in
Danimarca sono stati fatti a Kideris e Bjerregårde, entrambi presso Herning nello
Jutland centrale (III millennio a.C.). Sull’aratura preistorica vd. Glob 1951.
58
 Con ciò si va a evidenziare un legame più stretto con un determinato territorio,
nelle cui risorse trova sostentamento un numero cospicuo di persone; vd. la discus-
sione (e i riferimenti) su questo punto in Burenhult 1999-2000 (B.2), I, p. 287. Qui
si fa notare come zone meno densamente popolate siano caratterizzate da un diver-
so tipo di sepoltura a livello del terreno, rappresentato in Danimarca (Jutland
occidentale e, in parte, centrale) dalle cosiddette sten­dynge­grave, vale a dire “sepol-
ture con un cumuli di pietre”. Va tuttavia notato che queste ultime non con­tengono
resti umani, il che può dipendere dalla natura chimica del terreno in cui si trovano,
ma più probabilmente dal loro uso temporaneo nel quadro di complessi rituali
funerari (cfr. sotto, nota 68); esse si collocano in un periodo un po’ più tardo rispet-
to alle tombe megalitiche (Brøndsted 1957-1960² [B.2], I, pp. 313-317; Jensen
2001-2004 [B.2], pp. 398-402).
59
 Nel sito di Barkær nello Jutland orientale (e in quello, analogo, di Sten­gade, in
Lange­land) i resti di costruzioni un tempo considerate di tipo abitativo si sono poi
rivelati appartenere a lunghe camere mortuarie (vd. Glob P.V., “De dødes lange huse”,
in Skalk, 1975: 6, pp. 10-14).
60
 Si veda la tomba rinvenuta nella località di Skjel­torp nella regione di Øst­fold,
ricostruita – almeno in parte – nel 1944; vd. Østmo E., “Megalittgraven på Skjeltorp i

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La preistoria 29

ra ricoperte da tumuli che in taluni casi superano, qualche volta


anche di parecchio, i cento metri di lunghezza.61 In Danimarca sono
dette dysser, sing. dysse; in Svezia dösar, sing. dös; in Norvegia
dysser, sing. dysse (bm) e dysjar, sing. dys (nn). All’inizio vi erano
inumati i resti di pochi defunti, certamente persone che ricopriva-
no un ruolo di prestigio nella società: l’oneroso lavoro di molti
richiesto dalla costruzione di queste opere dovette presumibilmen-
te servire a preservare la memoria di quei pochi che seppero con-
solidare un’autorità capace di imporsi su un’area più estesa e su un
maggior numero di persone. Le tombe megalitiche si sviluppano
talora in seguito in imponenti ‘tombe a corridoio’,62 nelle quali sono
invece conservati i resti di molti individui (in taluni casi centinaia):
sepolture ‘di famiglia’ o cimiteri della collettività nei quali una
sorta di anonimato accomu­nava tutti gli appartenenti a un mede-
simo gruppo?
Sebbene resti difficile definire nei particolari il significato della
costruzione di questi monumenti, appare comunque evidente
che essa si lega a una nuova e più complessa organizzazione socia-
le che vede il sorgere di comunità costituite da gruppi di villaggi,
a loro volta riunite in nuclei di più ampie dimensioni che vanno a
costituire un clan il cui tessuto connettivo si realizza tramite unio-
ni matrimoniali, associazioni cultuali, riti officiati da persone appar­
tenenti alle famiglie eminenti che cominciano a vantare una ‘nobi-
le genealogia’. Rispetto a una società di questo tipo i monumenti
megalitici dovettero fungere come ‘punti di riferimento’ sociali,
culturali e religiosi. I vincoli di parentela si rafforzarono nel richia-
mo ad antenati comuni, ai quali dovette essere riservato un culto
inteso a sottolineare la loro interrelazione con i vivi. Il legame così
prepo­tentemente evidente con il territorio lo testimonia. Per l’uo-
mo del neolitico l’appartenenza a pieno titolo a un clan rivestiva
un’impor­tanza fondamentale, costituendo e regolando il legame
Skjeberg”, in Viking 1982, pp. 5-35. Tracce di altre tombe di questo tipo si trovano
nella zona del fiordo di Oslo (vd. in particolare Holtenes).
61
Vedi, tra i più imponenti, quelli danesi di Kardyb (lungo 185 mt.) e il cosiddetto
Lang­dyssen (“Dysse lungo”, in origine 172 mt.) presso Thisted, entrambi nello Jut­land
occidentale.
62
Vd. a esempio la ‘tomba a corridoio’ doppia di Troldhøj (Stenstrup in Selandia),
quella di Tved­skov (Fionia), quella che comprende tre camere collocate in fila (Hvisse­
høj, Jutland settentrionale), quella di Øm (Selandia centrale), una delle meglio conser-
vate. In Danimarca queste costruzioni sono definite jætte­stuer (“camere dei giganti”),
giacché la credenza popolare ne attribuiva la costruzione a questi esseri, considerando
impossibile che degli umani fossero in grado di spostare massi di tali dimensioni. In
svedese esse sono dette gång­grifter. Nelle tombe megalitiche i morti non presentano
segni di cremazione.

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30 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

che univa individui che vivevano una vita sostanzialmente uniforme


in insedia­menti sparsi su un’area piuttosto estesa.
L’esistenza di un contesto sociale nel quale la ‘centralità’ di
luoghi ritenuti sacri è elemento determinante, è riaffermata, alme-
no in Danimarca, da scoperte (piuttosto recenti) di complessi di
grandi dimensioni nei quali certamente si svolgevano momenti
determinanti della vita religiosa della comunità.63 Come detto:
l’introduzione di un’economia agraria (uno sviluppo che tra l’altro
contribuisce a determinare uno stato di disparità fra i sessi)64
produsse una diversa organizzazione sociale. Conseguenze come
l’aumento demografico, la creazione di un legame assai più stret-
to con il territorio e la necessità della sua migliore gestione favo-
rirono l’affermarsi di capi locali preposti all’amministrazione
delle risorse e dunque respon­sabili del benessere di tutti: un
compito che conferì loro anche un’autorità magico-religiosa, cui
tutta la comunità sentiva di poter fare riferimento. La stretta
interrelazione tra le funzioni del capo (il cui status è espresso nel
possesso di oggetti fortemente simbolici quali in particolare gran-
di asce o scettri di pietra) e il benessere della comunità è – vero-
similmente – il fondamento stesso di quell’idea di società a carat-
tere marcatamente collettivo della quale paiono dare testimo-
nianza i reperti. Là dove collettivismo non significa parità di con-
dizione, giacché la stratificazione sociale, l’attribuzione di diversi
compiti e – appunto – la presenza di persone di rango superiore
è chiaramente delineata. Questo tipo di organizzazione sta alla
base di una struttura tribale capace di ordinarsi secondo un model-
lo assai solido, che – come appare chiaro da testimonianze poste-
riori (tra cui, in primo luogo le incisioni rupestri dell’età del
bronzo) – perdurerà nel tempo.65
In questo contesto l’elemento magico-religioso riveste un ruo-
lo fondamentale. Ma l’oggetto centrale dell’interesse – e,

63
 A esempio il sito di Sarup nella Fionia sud-occidentale; vd. Andersen N.H., “Sarup.
Befæstede neolitiske anlæg og deres baggrund”, in Kuml, 1980, pp. 63-103 e Jensen
2001-2004 (B.2), I, pp. 384-392. Si veda tuttavia anche il sito svedese di Dösjebro (vd.
Andersson M. – Svensson M., “Palissadkomplexet i Dösjebro”, in Burenhult 1999-2000
[B.2], I, pp. 306-309).
64
 Mentre nelle società di cacciatori e raccoglitori un’equa suddivisione dei compi-
ti determina comunemente una sostanziale parità fra i sessi, l’organizzazione della
società contadina spinge la donna in una posizione d’inferiorità (vd. Reeves-Sanday
P., Female Power and Male Dominance. The Origins of Sexual Inequality, Cambridge
1981 e anche Price D.T. – Feinman G.M. [eds.], Foundations of social inequality, New
York 1995).
65
 Vd. oltre, 1.3.3.

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La preistoria 31

conseguente­mente, del culto – è costituito ora dalle forze ritenu-


te capaci di promuovere la fertilità. Gli elementi della natura nei
quali questa capacità appare incarnata suscitano la venerazione
degli uomini. A partire dal neolitico le paludi diventano luoghi
sacrificali frequentati con regolarità (in qualche caso, forse più
semplicemente, conservano ‘depositi’ di materiale); una consue-
tudine che si protrarrà assai a lungo.66 I reperti di quest’epoca
sono costituiti frequentemente da utensili agricoli,67 oggetti d’uso
quotidiano (non di rado di dimen­sioni tali che l’uso rituale, la
funzione di offerta votiva e la distinzione sociale dell’offerente
risalta con tutta evidenza), resti di cibo o di animali domestici. Ai
riti di fecondità si collegavano certamente anche le cerimonie in
onore dei defunti considerati pro­tettori della comunità familiare,
antenati capaci di trasmettere fecondità alla propria stirpe e alla
propria terra, ma anche – per converso – esseri potenti in grado
di provocare danno ai viventi.68 Nelle sepolture collettive ritro-
viamo tracce di focolari, forse legati a banchetti funebri: dunque
il ricordo di un culto dei morti che lascerà tracce copiose nel
prosieguo dei secoli. Del resto i defunti sono riforniti di ciò che

66
 Basti pensare a quanto lo storico latino Tacito ancora scriveva nella sua Germania
(cap. 12), un’opera la cui composizione si situa nel 98 d.C. (vd. p. 71, nota 33; cfr. p. 182
con nota 318). Ancora nella letteratura scandinava medievale le paludi appaiono come
luoghi nei quali venivano eseguite condanne a morte mediante affogamento; un elemen-
to, questo, che rivela il collegamento dell’aspetto sacrificale con quello giuridico (per le
fonti letterarie scandinave medievali vd. Chiesa Isnardi 20084 [B.7.1], p. 490 e p. 497,
note 160 e 163). In generale il culto legato a particolari luoghi naturali (boschi, pietre,
fonti, paludi) doveva essere ancora vitale in epoca medievale, come si rileva da precisi
divieti in tal senso introdotti dalle leggi cristiane. Vd. a esempio nella Legge dell’Uppland
(Upplands­lagen), sezione relativa alle leggi ecclesiastiche (Kyrko­balken) del 1350 circa,
il preciso divieto di “sacrificare agli dèi pagani e credere nei boschi e nelle pietre” (pp.
11-12: Ængin skal aff­guþum blotæ ok ængin a lundi ællr stenæ troæ). Il culto delle fonti
fu in gran parte assorbito in rituali cristiani e mancano divieti specifici (fatta eccezione
per le Leggi di Canuto il Grande, riferimento a p. 313 di tale testo); tuttavia è da ritenere
che tale senso avessero in ogni caso i divieti relativi alle pratiche pagane (vd. Arwidsson
G., “Källa”, in KHLNM X [1965], coll. 53-57).
67
 Un valore particolare pare da attribuire alla falce. Sarà tuttavia certamente l’ascia
(che apparirà in seguito come simbolo del dio del tuono) a rivestire per secoli un
grande valore simbolico, seppure varino le forme con le quali essa viene rappresenta-
ta; vd. Ström 1967 (B.7.1), p. 14.
68
 Testimonianza di riti legati al potere magico-religioso del defunto in relazione alla
sua stirpe e al suo territorio, potrebbero forse essere le cosiddette ‘case dei morti’ (di cui
tuttavia – almeno fino a ora – è noto in area scandinava il solo esempio di Tustrup, in
Djurs­land, Danimarca); qui i morti erano collocati fino a che il processo di decomposi-
zione non restituiva che lo scheletro, il quale era poi inumato in tombe vere e proprie.
Per esempi più tardi di questa consuetudine vd. Jensen 2001-2004 (B.2), II, pp. 386-388.

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32 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

li aveva confortati in vita: cibo, bevande, ma anche asce,69 pugna-


li, gioielli d’ambra, vasi di argilla decorata,70 strumenti della vita
quotidiana, non di rado resi (ritualmente?) inutilizzabili. Come
detto: in una società che, secondo una radicata concezione, inten-
de ogni forma di esistenza come manifestazione di un tutto indi-
stinto le cui componenti non cessano di interagire, il mondo dei
defunti s’intreccia con quello dei vivi, vi si affianca e lo condizio-
na. In tale prospettiva vanno lette anche, ragionevolmente, le
tracce – difficilmente confutabili – di riti che prevedevano sacri-
fici animali, umani e pratiche d’antropofagia.71
Dal terzo millennio a.C. si manifestano all’interno della civiltà
megalitica istanze nuove e, per molti versi, rivoluzionarie. In Scan-
dinavia occorre rilevare innanzi tutto un’espansione delle aree
colonizzate, legata, probabilmente, a una crisi delle risorse alimen-
tari determinata da peggiorate condizioni climatiche, che inciden-
do sulla produzione agraria crearono anche i presupposti per
l’occupazione di nuovi territori e per un aumentato ricorso alle
risorse marine.72 Attorno al 2800 a.C. cessa quasi improvvisamen-
69
 A sottolineare il significato simbolico dell’ascia (ma anche della mazza) i penda-
gli con questa forma realizzati in ambra, da utilizzare come oggetti ornamen­tali, che
segnalano la supremazia sociale di chi li indossa.
70
 In taluni casi il numero di vasi d’argilla (spesso ridotti in pezzi) rinvenuto presso
le tombe megalitiche è altissimo. Offerte votive o comunque oggetti rituali? È più che
probabile. D’altra parte il ritrovamento in siti danesi di resti di tamburi in argilla, lascia
intendere che i cerimoniali fossero piuttosto complessi (Jensen 2001-2004 [B.2], I, p.
404).
71
 Cfr. sopra, nota 45. Vd. Strömberg 1971 e Burenhult 1999-2000 (B.2), I, p. 300
e p. 310. A pratiche rituali o comunque di tipo magico (ma forse più semplicemente
all’esercizio di un’arte medica primitiva) vanno riferiti i diversi casi di trapanazione
del cranio che sono stati rilevati. Se ne hanno testimonianze in Danimarca fin dall’età
della pietra (Døjringe e Gandløse in Selandia, Gryd­høj sull’isola di Ærø – un sito che
presenta diversi resti anche di epoche successive – e Næs sull’isola di Falster), ma anche
in seguito. In Svezia si segnalano pochi casi, in particolare quello di Gillhög (Scania);
vd. Hansen S., “Om forhistorisk trepanation i Danmark”, in AaNOH 1889, pp. 170-
185; Retzius G., “Om trepanation af hufvudskålen, såsom folksed i forna och nyare
tider”, in Ymer, XXI (1901), pp. 11-28 e Fischer-Möller K., “Trepanation og kranie-
læsion i stenalderen. Ny­op­dagede tilfælde fra Fyen”, in AaNOH 1935, pp. 109-116.
72
 La cultura degli uomini stanziati nelle regioni costiere e ‘specializzata’ nello
sfruttamento delle risorse marine (assai ben testimoniato dai moltissimi strumenti in
osso) ma basata anche sull’allevamento del maiale si colloca, come detto, nella tra-
dizione della cosiddetta ‘ceramica a fossette’ (cfr. nota 55), che – certamente almeno
in Danimarca – non risulta collegata con la cultura di Ertebølle. Piuttosto, come
suggerisce J. Brøndsted (Brøndsted 1957-1960² [B.2], I, pp. 247-249) fra di esse si
potrebbero supporre dei contrasti: l’analisi del celebre reperto di Porsmose (presso
Næstved in Selandia) dove è stato rinvenuto lo scheletro di un uomo dell’apparente
età di 30-40 anni ucciso da due frecce che ancora sono conficcate nel suo corpo (una
nel petto e l’altra tra il naso e il palato), attribuisce appunto queste armi all’area

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La preistoria 33

te la costruzione delle tombe megalitiche che sono sostituite da


sepolture singole collocate sotto tumuli o sottoterra. La differente
posizione nella quale viene collocato il cadavere sottolinea diffe-
renze fra i sessi.73 Sul continente europeo si sono affermate culture
nuove: quella cosiddetta della ‘ceramica dei vasi caliciformi’ (o
anche ‘dei vasi campani­formi’ o ‘a fasce’) nelle zone occidentali,
quella della ‘ceramica a cordicella’74 nelle zone centrali e orientali.
In Danimarca si parla di ‘cultura delle tombe singole’ (presente
anche nelle zone dei Paesi Bassi e della Germania occidentale),
nelle altre zone della Scandinavia meridionale (Svezia, Norvegia
ma anche in Finlandia) di ‘cultura delle asce da combattimento’.
Queste armi ben rifinite e levigate costituiscono infatti i reperti
eccellenti del neolitico recente e sono state ritrovate in gran nume-
ro (in taluni casi esse sono dette anche, per via della forma, ‘asce a
sagoma di nave’).
Per lungo tempo questi rivolgimenti culturali sono stati attribui-
ti all’invasione di un popolo guerriero, spintosi verso nord dalle
regioni meridionali e orientali del continente: cavalieri nomadi75
che utilizza­vano il carro, uomini la cui cultura (e la cui lingua) di

della ‘ceramica a fossette’, dal che si potrebbero dedurre (lasciandosi tentare da una
conclusione) rapporti di carattere bellicoso con altri gruppi. E tuttavia altri indizi
testimonierebbero di una coesistenza piuttosto pacifica. Nell’ambito della ‘ceramica
a fossette’ sono molto interessanti i ritrovamenti di ricche sepolture, particolarmen-
te numerose nell’isola di Gotland (dove tra l’altro sono stati rinvenuti richiami per
uccelli, probabilmente i primi strumenti musicali conosciuti nel Nord); così come
quelli che paiono i resti di una grande palizzata che proteggeva un’area destinata fra
l’altro anche a un uso cultuale e che si trovano ad Alvastra (nella regione svedese
dell’Östergötland): vd. Browall H., Alvastra pålbyggnad. Social och ekonomisk bas,
Stockholm 1986.
73
 Gli uomini vengono collocati sul lato destro e ‘orientati’ da ovest a verso est, le
donne, collocate sul lato sinistro, sono ‘orientate’ da est verso ovest.
74
 La decorazione dei manufatti era ottenuta applicando una cordicella sul mate-
riale ceramico ancora fresco.
75
 La precisa determinazione cronologica dell’introduzione (e della diffusione)
del cavallo domestico in Scandinavia resta un problema di difficile soluzione. La
prima raffigurazione di questo animale nel Nord è probabilmente quella che trovia-
mo incisa sulla pietra di Järrestad (nr. 4) nella regione svedese della Scania. Questa
raffigurazione risale all’età del bronzo più recente e corrisponde al ritrovamento di
tutta una serie di finimenti in bronzo, non di rado di accurata fattura, risalenti al
medesimo periodo e ritrovati in numero rilevante (e verosimilmente legati all’utiliz-
zo di cavalli e carri in contesti rituali; vd. p. 45). All’età della pietra più recente
risale un reperto di grande interesse: nel fango del corso d’acqua detto Ulltorpsån
in Scania è stato ritrovato il cranio di un cavallo nel quale era conficcato con molta
forza un pugnale di selce: ricordo della morte sacrificale di un animale che rivestiva
particolare importanza dal punto di vista sociale, cultuale e religioso? Vd. Andersson
1901, pp. 82-84.

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34 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

matrice indoeuropea avrebbe finito – pur recependone molti aspet-


ti – per pre­valere su quella delle popolazioni di sostrato.76 A questi
gruppi fu dovuta, secondo alcuni, la ripresa dell’agricoltura in
buona parte delle terre nordiche.77 Questa interpretazione è stata
sostenuta da molti studiosi, non ultimi alcuni storici della religione
e studiosi di mitologia78 che hanno ritenuto di poter ‘leggere’ un
76
 Lo studioso inglese C. Renfrew (Archaeology and Language. The Puzzle of Indo-
European Origins, London 1989²) ha tuttavia ritenuto di poter dimostrare che la dif-
fusione delle lingue di ceppo indoeuropeo in Scandinavia sia piuttosto da collegare
alla affermazione dell’agricoltura e vada quindi riportata indietro nel tempo fino a
farla risalire – addirittura – al VII millennio a.C. Su questo punto vd. la discussione in
Jensen 2001-2004 (B.2), I, pp. 501-503.
77
 Vd. sopra, p. 27 con nota 55. Come detto, il problema del regresso della pratica
agricola aveva toccato soprattutto le regioni svedesi e norvegesi. Vd. Lillehammer
1994 (B.2), pp. 56-67. La ‘cultura delle asce da combattimento’ risulta, del resto,
legata piuttosto allo sfruttamento dei pascoli.
78
 Vd. de Vries 1970³ (B.7.1), II, pp. 210-211 e riferimenti ivi citati. In questo
contesto merita una menzione la teoria formulata nel secolo scorso dallo studioso K.A.
Eckhardt (Eckhardt 1940), il quale ha ritenuto di poter interpretare la cultura nordi-
ca delle tombe megalitiche come espressione di un popolo che praticava il culto dei
Vani e che aveva una struttura sociale a carattere matriarcale: a essa si sarebbe con-
trapposto – e sovrapposto – il popolo delle asce da combattimento, il cui credo reli-
gioso si esprimeva nella venerazione degli Asi, rappresentanti di una società fondata
sul diritto patriarcale (sui due gruppi divini vd. oltre: 3.3.2). La struttura matriarcale
sarebbe dunque stata presente in Scandinavia ben prima che influssi diffusisi da sud
grazie agli intensi scambi commerciali e culturali dell’età del bronzo permettessero a
concezioni religiose orientali e mediterranee (zone nelle quali il matriarcato era in
vigore in misura più o meno significativa) di trasmettere fino al Nord culti e riti (testi-
moniati dai reperti archeologici e forse anche dalle incisioni rupestri) quale, in parti-
colare, quello della Grande Madre. In effetti, il culto nordico dei Vani (certamente più
antico di quello degli Asi), società divina dal carattere marcatamente collettivo e che
conosceva l’uso del matrimonio endogamico (un elemento che questo studioso segna-
la come indizio certo di diritto matriarcale: op. cit., pp. 84-85) risulta essenzialmente
incentrato sul concetto principe della fecondità, incarnato soprattutto nella dèa Freyja,
alla quale pare possibile ricondurre le altre due divinità principali (entrambe di sesso
maschile) appartenenti alla medesima famiglia divina, il padre Njo˛rðr e il fratello Freyr
(su queste figure divine vd. oltre, pp. 174-175). In questo contesto sarebbe di grande
importanza l’annotazione di Snorri Sturluson (vd. nota successiva), che indica Freyr e
Freyja come figli di Njo˛rðr e della di lui sorella (Ynglinga saga, cap. 4; vd. brano citato
alle pp. 37-38). Volendo percorrere questa strada si possono forse rintracciare ‘ricordi’
di una società matriarcale anche nel ruolo di particolare importanza che ancora in
epoca storica viene attribuito nel mondo nordico a figure sovrannaturali femminili di
secondo piano, quali le valchirie, le dísir e le norne, di cui è data ampia testimonianza
nelle fonti scritte (vd. oltre, p. 177). In questo ambito merita una citazione anche la
teoria formulata dallo studioso O. von Friesen, il quale proponeva (von Friesen 1932-
1934 [C.3.2]) che l’etimo della parola nordica konungr “re”, fosse da far risalire a
*kuenungaR con il significato di “figlio o consorte di una donna” nella quale ultima si
sarebbe dovuta riconoscere la dèa della fecondità. Pur tenendo nel debito conto que-
sti fattori pare tuttavia azzardato determinare in modo conclusivo la presenza in
epoca tanto remota di una struttura sociale su base matriarcale nelle zone del Nord.

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La preistoria 35

ricordo di questi eventi remoti nel mito della guerra fra le famiglie
divine degli Asi e dei Vani, riferito soprattutto dal celebre letterato
e mitografo islandese Snorri Sturluson.79 Negli ultimi decenni del
secolo scorso tuttavia, quest’ipotesi è stata messa in discussione da
più parti.80
In ogni caso: le tombe singole possono ragionevolmente essere
considerate come espressione di una visione di vita individualistica,
in forte contrasto con il collettivismo attribuito agli uomini della
civiltà megalitica. Si tratta di semplici sepolture, collocate in posi­
zione dominante, spesso prospicienti il mare, in alcuni casi (specie
in Danimarca) lungo vie di comunicazione. Talora segnalate da un
basso tumulo, contengono di solito i resti di un’unica salma:81 il
morto vi era inumato all’interno di una bara di legno, in posizione
rannicchiata, gli uomini sono spesso provvisti di un’ascia da com­
battimento collocata accanto al capo. Nei sepolcri sono stati ritro-
vati molti ornamenti, per le donne gioielli d’ambra (ma anche
d’osso), utensili da lavoro e vasi d’argilla. Un cambiamento radica-
le negli usi funerari che corrisponderebbe dunque a una diversa
visione di vita che viene incuneandosi nella società. La questione
se ci si trovi di fronte a una innovazione introdotta in seguito a una
vera e propria invasione dall’esterno o piuttosto a un cambiamen-
to legato a fattori interni combinati con la penetrazione graduale e
non violenta di nuovi venuti resta aperta, ed è uno dei problemi
più discussi relativi al neolitico in Europa. Certo è che di nuovo
assistiamo a una fase cruciale nella storia culturale della Scandina-
via, destinata a lasciare un’impronta decisiva che permarrà nel
corso dei millenni successivi. Due concezioni di vita, collettiva e
individualistica, coesisteranno per lungo tempo: la seconda, che
pare esprimersi nelle nuove istanze culturali, si svilupperà a fianco
– e assai spesso in contrasto – con l’ideale di una società aggregata
Questo anche – e soprattutto – perché l’eco del culto meridionale della Grande Madre,
certamente testimoniato in Scandinavia nell’età del bronzo, pare giustificarlo in modo
più soddisfacente e, al contempo, più semplice. Anche più recentemente tuttavia si è
voluta riproporre l’idea che la cultura delle tombe megalitiche (in particolare quella
che costruiva le jætte­stuer, cfr. nota 62) conoscesse una struttura sociale nella quale le
donne avevano una posizione di predominio (Glob 1971 [B.2], pp. 99-100).
79
 Vd. i testi riportati alle pp. 37-38. Su Snorri Sturluson vd. p. 287, nota 13.
80
 Una valutazione assai equilibrata su questa questione si trova in Lillehammer
1994 (B.2), pp. 80-81.
81
 Ci sono tuttavia anche sepolture che contengono due scheletri. Di particolare
interesse è la tomba rinvenuta presso Bergs­vägen a Lin­köping (Svezia); in essa si tro-
vavano i resti di un uomo, di una donna e di un cane accanto ai quali erano stati col-
locati ricchi doni funebri: asce, vasi d’argilla, pugnali, una lesina, anelli di corno e un
ago da cucito in osso.

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36 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

attorno alla grande comunità basata sui vincoli di sangue e su una


concezione naturalistica dell’esistenza, il clan che con più oppor-
tuno termine tedesco molti studiosi preferiscono designare come
Sippe.82 Questa dicotomia, che ha dunque radici molto lontane nel
tempo, permarrà in modo evidente nel prosieguo della storia cul-
turale e sociale della Scandinavia, nelle sue certezze, ma anche – e
forse soprattutto – nei suoi conflitti. Quando finalmente (assai
tardi!) compariranno fonti scritte, esse ancora ne daranno palese
testimonianza. Nei testi relativi alla religione pagana della Scandi-
navia questo dualismo apparirà chiaramente proiettato nelle fami-
glie divine dei Vani e degli Asi. Dèi della comunità i primi, privi di
caratteristiche strettamente personali che non siano quelle che ne
sottolineano il legame colla fecondità e la magia,83 dèi individuali-
sti e guerrieri i secondi, per molti tratti collegabili al mondo reli-
gioso indoeuropeo.
La zona di contatto tra le popolazioni stanziate nelle regioni
scandinave e il resto dell’Europa, dalla quale sarebbero giunti nel
Nord impulsi decisivi di cambiamento, è individuata nella cosid-
detta ‘cerchia nordica’: un’area ben definita fin dall’età della pietra,
che comprende le regioni tedesche del Mecklemburgo, della Bassa
Sassonia e dello Schleswig-Holstein, la Danimarca e le regioni
meridionali della Svezia e della Norvegia.84 Un ambito di grande
dinamismo, dal quale – come già si è visto – si sarebbero pro­
gressivamente diffusi verso Nord modelli e istanze culturali desti-
82
 In tedesco Sippe significa “stirpe”, “schiatta”: una parola che dunque ben espri-
me il concetto della grande famiglia allargata a tutti coloro che si riconoscevano
discendenti di un antenato comune e che costituiva il nucleo della società nordica. La
Sippe, che svolgeva anche funzioni giuridiche, esercitava la propria egemonia su un
determinato territorio le cui risorse sfruttava economicamente. Su questo si veda,
ancora, Schrader 1929 (A), II, pp. 399-411, dove l’argomento è opportunamente
trattato nella prospettiva più ampia della cultura dei diversi popoli indoeuropei;
soprattutto però si faccia riferimento a Saar – Strauch 2005. Il concetto di Sippe e la
sua rilevanza per la società e l’individuo sono assai ben delineati anche in Scovazzi
1957 (B.8) un lavoro che, seppure datato, resta a mio parere di fondamentale impor-
tanza per lo studio delle antichità germaniche e nordiche (vd. in particolare le pp.
151-153 e le pp. 201-211).
83
 Tra l’altro, come detto (vd. nota 78), le fonti informano che presso di loro era in
uso il matrimonio endogamico (sul materiale mitologico-religioso relativo ai Vani vd.
Chiesa Isnardi 20084 [B.7.1], p. 276).
84
 Dal punto di vista archeologico le regioni costiere della Norvegia meridionale
mostrano chiare testimonianze di contatti costanti con le regioni danesi, in particolare
con la penisola dello Jutland. Questi contatti diretti hanno consentito a molte delle
innovazioni provenienti da sud di estendersi facilmente a quelle zone: un flusso di mer-
ci e di idee che – per così dire – ‘chiude’ ben determinandola la ‘cerchia nordica’. La
Norvegia orientale mostra invece contatti privilegiati con le contigue regioni svedesi.

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La preistoria 37

nati a prevalere, non da ultimo un idioma di chiara matrice indo-


europea. È a quest’area e a questo periodo che, verosimilmente,
possiamo far risalire il primo nucleo di quelli che saranno i Ger-
mani del Nord. Fatte queste considerazioni appare tuttavia al
contempo assai chiaro che essa presenta, rispetto al totale della
regione scandinava, un’estensione ridotta. La sua importanza trova
la propria ragione nel fatto che da qui si sarebbe propagata verso
settentrione una ‘colonizzazione culturale’ destinata a segnare il
destino delle nazioni nordiche.
Come sopra si è detto, taluni studiosi hanno voluto interpretare
la narrazione relativa alla guerra tra gli Asi e i Vani come un rifles-
so mitologico dell’incontro e dello scontro fra la società di sostrato
e quella degli invasori appartenenti all’area culturale indoeuropea.
Le due famiglie divine che si affrontano in un conflitto che avrà
termine solo con una tregua, vale a dire (nel linguaggio simbolico
del mito) con un accordo capace di far convivere il più pacifica-
mente possibile entrambe le parti, sarebbero i rappresentanti del-
le due culture: quella degli invasori, guerriera, individualista, patriar-
cale (gli Asi) e quella della popolazione di sostrato: agraria,
collettivista, forse legata a strutture matriarcali (i Vani). Il sincreti-
smo religioso e sociale caratteristico di molti momenti della vita
culturale scandinava troverebbe in quest’accordo una prima signi-
ficativa testimonianza.

Dalla Saga degli Ynglingar di Snorri Sturluson:

“Odino partì con l’esercito contro i Vani, ma essi resistettero bene e


difesero la loro terra. La vittoria toccò un po’ agli uni un po’ agli altri; gli
uni e gli altri saccheggiarono il Paese avversario arrecando danni. Quando
ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono e
si scambiarono degli ostaggi. I Vani mandarono i loro uomini più eminenti,
Njo˛ rðr l’opulento e suo figlio Freyr; e gli Asi in cambio quello che si chia-
mava Hœnir, dicendolo assai adatto a fare il capo; era un uomo grande e
bellissimo. Con lui gli Asi mandarono quello che si chiamava Mímir, uomo
sapientissimo. I Vani mandarono invece quello che nel loro consesso era il
più saggio. Costui si chiamava Kvasir. E quando Hœnir giunse nel Paese dei
Vani fu subito fatto capo. Mímir lo consigliava in ogni cosa. Hœnir però
quando stava in mezzo all’assemblea o a una riunione senza che Mímir
stesse accanto e gli giungeva qualche caso complicato, dava sempre la mede-
sima risposta: ‘decidano altri’; così diceva. Allora i Vani sospettarono che gli

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38 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Asi avessero barato nello scambio degli ostaggi. Perciò presero Mímir, lo
decapitarono e mandarono la testa agli Asi. Odino prese la testa e la spalmò
con erbe in modo che non putrefacesse, cantò su di essa degli incantesimi e
le diede potere magico tale che essa parlava con lui e gli rivelava molte cose
nascoste. Odino stabilì Njo˛ rðr e Freyr sacerdoti sacrificatori ed essi furono
díar85 con gli Asi. La figlia di Njo˛ rðr era Freyja. Ella fu sacerdotessa sacrifi-
catrice. Per prima insegnò agli Asi la magia che era comune fra i Vani.
Quando Njo˛ rðr era tra i Vani egli aveva posseduto sua sorella, poiché tale
era la legge laggiù. Loro figli furono Freyr e Freyja. Ma fra gli Asi era proi-
bito il matrimonio tra parenti così stretti.”86

Dall’Edda di Snorri Sturluson:

“[…] gli dèi [i.e. gli Asi] ebbero un conflitto con il popolo che si chiama
dei Vani. Ma essi indissero un convegno di pace, stabilirono la tregua in
questo modo che entrambi si recarono a un recipiente e vi sputarono la
propria saliva. Ma al momento di separarsi gli dèi presero quel segno di pace
e non vollero che perisse, e ne crearono un uomo; questi si chiamava Kvasir;
è così saggio che nessuno [può] domandargli qualcosa di cui non conosca la
risposta.”87

In questa sede è tuttavia naturalmente doveroso rilevare, almeno


brevemente, aspetti culturali, diversi e pur importanti, legati ad altre
regioni scandinave. Di grande interesse appare a esempio l’area
gravitante sul Mar Baltico, la cui dinamicità è testimoniata nello
scambio di merci e nell’evidente influsso che le culture di zone
orientali paiono capaci esercitare sulle regioni svedesi prospicienti
le coste.88 Nella regione finlandese infatti si conosce (fin dal 4500
a.C. circa) la ‘cultura della ceramica a pettine’ (così definita per via
85
 Precedentemente (cap. 2) Snorri aveva precisato che questo è l’appellativo con
cui venivano designati i sacerdoti eminenti del tempio degli Asi, al tempo in cui questi
vivevano nel loro Paese d’origine.
86
 La Saga degli Ynglingar (Ynglinga saga) costituisce la prima parte dell’opera di
Snorri Sturluson nota come Heimskringla (vd. pp. 321-322). DLO nr. 1.
87
 Sull’opera di Snorri Sturluson nota come Edda vd. pp. 287-290. Il brano qui ripor-
tato è tratto dalla seconda parte, Dialogo sull’arte poetica (Skáld­skapar­mál). DLO nr. 2.
88
 Questo tipo d’influssi risulta evidente, tra l’altro, in diversi oggetti di probabile
uso cultuale, come idoli, asce (in particolare l’ascia con il manico in forma di testa
d’alce, rinvenuta ad Alunda nella regione svedese di Uppland, forse un prodotto di
importazione) ma anche oggetti ornamentali.

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La preistoria 39

delle decorazioni prodotte con un utensile di tale forma) che trova


precisi riscontri nel territorio della Russia centro-settentrionale e in
quello norvegese del fiordo di Varanger in Finn­mark. All’ultima fase
dell’età della pietra (attorno al 2000 a.C.) vanno fatti risalire alcuni
insediamenti di particolare interesse collocati in quest’area, che
testimoniano la presenza di uomini che, almeno per il semestre
invernale, abitavano in costruzioni raggruppate presso la costa.89 Allo
stesso tempo nelle aree più interne, evidentemente meno popolate,
persisteva un’economia basata sulle risorse della caccia che in più di
un’occasione dovette difendersi dall’espan­sionismo di quella agraria.
In realtà tra i due princìpi economici ci furono certamente, nelle zone
di contatto, degli scontri, ma anche – forse più spesso – interrelazio-
ne e coesistenza. Ciò appare chiaro non soltanto dalle indubbie
testimonianze di interscambi commerciali tra le diverse regioni, ma
anche nell’ininterrotta raffigurazione di prede animali nelle incisioni
rupestri collocate in zone nelle quali è appu­rata la presenza di una
pratica agricola, per quanto in alcuni casi li­mitata. D’altra parte non
solo dalle regioni in cui prevalevano la caccia e la pesca, ma anche
da qui provengono ugualmente prodotti assai raffinati di arte figu-
rativa, come piccole statuette di animali (soprattutto la testa, utiliz-
zata come elegante impugnatura di utensili o di armi)90 che – al pari
delle incisioni sulle pareti di roccia – dovettero essere frutto di
un’attività artistica sicuramente connessa a fini magico-rituali.

1.3. La ‘rivoluzione del metallo’: l’età del bronzo

1.3.1. L’età del rame

Traffici e scambi commerciali sono ben testimoniati nelle regioni


scandinave fin dalla cultura della ceramica imbutiforme. Tracce dell’im-
portazione occasionale di oggetti di rame (lame, oggetti d’uso orna-
89
 Tra i reperti relativi sono di particolare interesse due figure antropomorfe rinve-
nute nella località dei Karlebotn (comune di Nesseby). Immagini di divinità o figure
d’antenati fatti oggetto di venerazione? A est di Karlebotn, nella località detta
Gropbakkeengen, sono stati ritrovati i resti di un insediamento di dimensioni notevo-
li (circa novanta basamenti di abitazioni) che parrebbe essere stato utilizzato durante
tutto il corso dell’anno.
90
 I migliori esempi sono forse la foca e l’uccello dalle zampe palmate realizzati in
steatite scura e ritrovati rispettivamente a Madla e Høyland nella regione norvegese
sud-occidentale di Rogaland (Jæren).

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40 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

mentale) provenienti dalle zone sud-orientali del continente risalgono


addirittura a un periodo tra il 4100 e il 3200 a.C. L’età del rame vera
e propria (calcolitico) si situa nel Nord tra il 2300 e il 1700 a.C. Qui
tuttavia questa definizione sta piuttosto a indicare il lungo periodo di
transizione tra il neolitico e l’età del bronzo, durante il quale l’impor-
tazione di oggetti di metallo, provenienti da zone prossime alla Scan-
dinavia (Europa centrale e occidentale) si fa consistente: nelle regioni
del Nord, infatti, la civiltà neolitica ‘si trascina’ almeno fino al 1800-
1700 a.C. ed esse restano in sostanza estranee alla lavorazione di
questo nuovo materiale almeno fino a quella data.91 L’abilità degli
artigiani nordici continua a produrre innanzi tutto manufatti di selce,
quali in particolare punte di freccia, falci (oggetti di chiaro valore
simbolico ritrovati in numero cospicuo)92 o splendidi pugnali (rifini-
ti al punto da imitare la lucentezza del metallo) che diverranno sim-
bolo di uno status sociale di prestigio. I primi manufatti di metallo
(bronzo o anche oro) di una certa importanza sarebbero giunti in
Scandinavia dalle zone dell’arcipelago britannico. Si tratta soprattut-
to di asce e lame (Svezia, Norvegia), ma anche di eleganti collari
ornamentali (Danimarca). Ma l’impulso decisivo alla diffu-
sione degli oggetti in bronzo giungerà nel Nord – come altrove –
dalla cosiddetta ‘cultura di Únêtice’,93 una società a economia agraria
che aveva saputo sviluppare la tecnica di lavorazione dei metalli e i
cui prodotti appaiono diffusi in molte zone dell’Europa, dalle pia-
nure ungheresi al Mediterraneo, dalle Alpi alla Scandinavia.94
L’età del rame è segnata nelle regioni nordiche anche da un
mutamento degli usi funerari. Alle tombe interrate sotto il livello
del suolo vengono ora affiancandosi le cosiddette ‘tombe in lastra
di roccia’,95 sepolture generalmente orientate da nord a sud, con

91
 Va tuttavia ricordato che in due siti l’uno danese (Galle­mose nello Jutland orien-
tale, cfr. sotto, nota 100), l’altro svedese (Pile in Scania) sono stati ritrovati manufatti
in bronzo di probabile produzione indigena che farebbero risalire i primi tentativi di
lavorazione del metallo nel Nord al 2000 a.C. circa; la qualità degli oggetti rinvenuti
risulta in ogni caso inferiore a quella dei prodotti d’importazione.
92
 Si veda, tra gli altri, il ritrovamento norvegese di Tjølling (nella regione di Vestfold)
dove sono state rinvenute dieci falci di selce collocate insieme in una combinazione
certamente non casuale, probabile offerta votiva a una divinità della fecondità.
93
 Dal nome di un sito che si trova nei pressi di Praga. La cultura di Únêtice copri-
va una vasta area tra l’attuale Repubblica Ceca (Boemia, Moravia), la Slovacchia, la
Polonia, la Germania.
94
 La lavorazione del metallo era per altro praticata anche nei territori centrali
danubiani e a occidente nelle regioni atlantiche, essa però attorno al 2000 a.C. conob-
be una straordinaria espansione nell’area della cultura di Únêtice.
95
 Queste tombe sono presenti soprattutto in Svezia (dove sono dette häll­kistor)
nelle regioni di Göta­land, Värm­land e Närke.

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La preistoria 41

pareti di pietra infisse nel terreno alle quali ne è sovrapposta un’al-


tra come copertura. La presenza in queste sepolture dei resti di
diverse persone ha indotto taluni a considerarle in una sorta
di continuità con i monumenti megalitici, ciò tuttavia appare, alla
luce delle più recenti indagini, poco probabile.96 Comunque sia,
queste sepolture (anche in considerazione di un loro evidente uti-
lizzo nella prima età del bronzo), testimoniano un crescente legame
con il territorio, un ampliamento delle aree abitate e un consolida-
mento dell’organiz­zazione sociale. Del resto – sebbene si abbiano
buone testimonianze di insediamenti caratterizzati da una certa
continuità e da una significativa dimensione fin dalla tarda età
della pietra – i primi villaggi veri e propri compaiono nel sud della
Scandinavia proprio in questa fase.97

1.3.2. Un’epoca ricca di reperti

Ben più chiaramente delineata rispetto a quella del rame e assai


ricca di reperti significativi, l’età del bronzo riveste in Scandinavia un
interesse straordinario. La si colloca fra il 1700 e il 500 a.C., suddivi-
dendola ulteriormente in fasi successive.98 Di primaria importanza
sono naturalmente i prodotti in bronzo, numerosi e in molti casi di
pregevolissima fattura. Ma prima ancora che di una ‘rivoluzione
economica’ legata all’introduzione e all’uso di manufatti in metallo,99
essi danno testimonianza dell’importanza simbolica e rituale che nel
contesto sociale era loro attribuita, come fra gli altri mostra, a esempio,
il ritrovamento di Lilla Bedinge (nella regione svedese della Scania)
dove in un sito dal chiaro carattere votivo sono state rinvenute splen-

96
 Vd. al riguardo la discussione in Burenhult 1999-2000 (B.2), I, pp. 385-388.
97
 Si veda in particolare il sito di Fosie, un complesso di una settantina di costru-
zioni di notevoli dimensioni (tra 13.5 e 17.5 mt. di lunghezza per una larghezza di
circa 6 mt.) le cui fondamenta sono venute alla luce nel 1979 presso Malmö, nella
regione svedese della Scania. In territorio norvegese gli insediamenti sono molto più
rari. Sul sito di Fosie nel corso dei secoli vd. Björhem N. – Säfve­stad U., Fosie IV. Bygg­
nads­tradition och bo­sätt­nings­mönster under sen­neolitikum, Malmö 1989 e dei medesi-
mi autori, Fosie IV. Bebyg­gel­sen under brons- och järn­ålder, Malmö 1993.
98
 Al riguardo si fa ancora riferimento alla cronologia proposta dal celebre archeo-
logo svedese Oscar Montelius (Montelius 1986 [B.2]) che prevedeva tre periodi di
due secoli ciascuno per l’età del bronzo antica (äldre bronsålder: 1700-1100 a.C.) e tre
periodi di due secoli ciascuno per l’età del bronzo recente (yngre bronsålder: 1100-500
a.C.).
99
 Gli oggetti in bronzo risultano diffusi, seppure in numero minore, anche nelle
zone più settentrionali dove l’economia restava basata sulla caccia e sulla pesca. Si
parla in proposito di una ‘età del bronzo artica’ (Lillehammer 1994 [B.2], p. 105).

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42 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

dide asce (1700 a.C. circa).100 Ancora nell’età del bronzo più recente
il numero di oggetti di metallo che si ritrova negli insediamenti risul-
terà insignificante, a paragone della quantità e della ricchezza di
quelli recuperati dalle tombe o dai luoghi di culto, a dimostrazione
del fatto che tali manufatti rivestivano una funzione particolare, piut-
tosto che essere comu­nemente utilizzati nell’attività quotidiana.
I reperti presentano una grande varietà e non di rado accurata
decorazione.101 I siti relativi a questi ritrovamenti sono tombe,
luoghi di culto (spesso paludi o torbiere che conservano la carat-
teristica di spazi cerimoniali),102 ma anche – nel centro-sud della
Scandinavia – grossi depositi, secondo un uso che risulta ben
testimoniato fin dall’ultima fase dell’età della pietra.103 Nel periodo
più antico troviamo asce (di dimensioni massicce e dalla lama tipi-
camente incurvata), spade (in buona parte chiaramente prodotti
d’importazione: un’arma ‘nuova’ nella quale la forma dell’impu-
gnatura suggerisce almeno inizial­mente un uso più simile a quello
di un pugnale che non di una spada vera e propria), punte di lancia,
persino scimitarre.104 E poi oggetti d’uso personale come tutuli,105

100
 In Danimarca un sito interessante da questo punto di vista è quello di Gallemo-
se (Jutland orientale) dove sono stati rinvenuti oggetti votivi quali asce, grandi anelli
(bracciali?) e la parte metallica del giogo di un carro. Si vedano anche i siti svedesi di
Fjälkinge e Pile, entrambi in Scania e quello danese di Torsted nello Jutland occiden-
tale. Cfr. sopra, nota 91.
101
 Inizialmente motivi geometrici, spirali, poi motivi a stella (con un numero varia-
bile di raggi) e ondulati.
102
 In diversi casi pare lecito ritenere che questi oggetti costituissero una sorta di
‘tesoro del tempio’: si considerino, a esempio, i reperti di Vestby nella regione norve-
gese di Hadeland a nord di Oslo, fra cui si distinguono due arieti di bronzo ottima-
mente lavorati. Vd. Bjørn A., “Vestby-fundet. Et yngre bronsealders votivfund fra
Hadeland”, in UOS II (1929), pp. 35-73, dove questo ritrovamento è tra l’altro messo
in relazione con quelli del sito di Härnevi (Uppland) in Svezia.
103
 Vd. a esempio le venti punte di lancia e la falce in bronzo rinvenute nel sito
norvegese di Svenes (comune di Nord-Aurdal, in Oppland), il più ricco dell’età del
bronzo antica in questo Paese. In Svezia sono particolarmente interessanti i siti di
Fröslunda (presso le rive meridionali del lago Vänern), e di Hassle (Närke).
104
 Si vedano i reperti di Rørby (Selandia), Norrö (Öster­götland) e Södra Åby
(Scania). Sulla lama della sciabola di Rør­by è stilizzata una nave con il suo equipaggio.
Qui ci troviamo di fronte a un simbolo religioso che ricorda da vicino le analoghe
raffigurazioni delle incisioni rupestri (su cui vd. il paragrafo successivo).
105
 Tutulus (pl. tutuli) è il nome che viene dato a oggetti usati sia dagli uomini sia
dalle donne come ornamento per il vestiario. Essi presentano varietà nelle forme e
nelle dimensioni (anche in relazione all’epoca alla quale risalgono). Si tratta in sostan-
za di placche di bronzo di forma tonda con la parte centrale sporgente, fornite sul retro
di un occhiello o di una barretta per fissarle alla cintura. Sono senza dubbio oggetti
dalla funzione esclusivamente decorativa, che presentano in molti casi una accurata
lavorazione.

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La preistoria 43

anelli, bracciali, lunulae,106 fibule, rasoi, spilloni, bottoni, pinze,


pettini.
Reperti di grande significato sono costituiti dai cosiddetti ‘carri
solari’, fra i quali l’esempio eccellente è senza dubbio quello rinvenu-
to a Trund­holm (regione danese della Selandia nord-occi­dentale): un
disco solare (rivestito da una lamina d’oro sottile e decorata) e
un cavallo, che apparentemente lo traina, sono collocati su una
semplice struttura fornita di ruote come un carro.107 Indizio più che
verosimile di un culto del sole, ampiamente testimoniato del resto
anche nelle incisioni rupestri (che sono certamente da annoverare
tra i documenti più interessanti della fase più recente dell’età
del bronzo),108 e connesso – almeno per alcuni aspetti – ai riti lega-
ti alla morte, secondo quanto testimoniano anche raffigurazioni su
pietre tombali, a esempio a Kyrkje­eide (nella regione norvegese di
Sogn e Fjordane) ma, soprattutto, a Ki­vik (Svezia, costa orientale
della Scania, 1200 a.C. circa), dove sulle pareti di un celebre sepol-
cro compaiono diversi simboli accanto a quello che senza dubbio
vuole essere interpretato come un corteo funebre in onore del
defunto.109 Destinato a perdurare nel tempo e strettamente connes-
so al concetto di fertilità, il culto del sole (se non l’eccelsa certa-
106
 Si tratta di collari d’oro a forma di mezzaluna provenienti probabilmente, fin
dall’età del rame, dalle isole britanniche.
107
 Questo straordinario oggetto (rinvenuto casualmente nel 1902) è esposto al
Museo Nazionale di Copenaghen (National­museet). Risale al XIV secolo a.C. Vd.
Müller S., “Solbilledet fra Trundholm”, in NF I, Kjøbenhavn, 1890-1903, pp. 303-325;
Drescher H., “Neue Unter­suchungen am Sonnen­wagen von Trund­holm”, in AA
XXXIII (1962), pp. 39-62; Olrik A., “Nordisk og lappisk Gudsdyrkelse. Be­mærk­ninger
i andledning af solvognen fra Trundholm”, in DS 1905, pp. 40-57. Altri oggetti simili
ma di minore pregio sono stati rinvenuti in Svezia: presso Tåga­borg (Scania) e nell’i-
sola di Got­land presso Eskel­hem; vd. Montelius O., Brons­ålders­fyndet från Eskel­hem
(språk­lig be­arbet­ning av B.W. Axels­son), Stockholm 1993 (rist.). Evidente appare il
carattere religioso-mitologico del cavallo come animale legato ai culti solari. Il valore
cultuale e simbolico del carro è presente anche in reperti di altro tipo, di chiaro influs-
so (quando non di fattura) continentale. Si tratta di carri sui quali è posto un bacile,
verosimilmente destinato a contenere bevande sacre (Hed­skoga in Scania e Skalle­rup
in Selandia) e di un tamburo (reperto unico nel suo genere) sorretto da dieci ruote che
ne formano la base circolare (Balkåkra, Scania). Questo oggetto (le cui dimensioni
sono 27 cm. di altezza e 45 cm. di diametro) trova un corrispondente praticamente
identico in un altro rinvenuto (1914) nella località di Haschendorf/Hasfalva all’epoca
in Ungheria. La sua funzione di tamburo non è tuttavia certa, seppure sia incontesta-
bile l’utilizzo in ambito rituale (vd. Knape A. – Nordström H-Å., Der Kult­gegenstand
von Balkåkra, Stock­holm 1994 e Jensen 2001-2004 [B.2], II, p. 64).
108
 Vd. paragrafo successivo.
109
 Sulla tomba di Kivik vd. anche oltre, nota 170. A loro volta le scene e i simboli
qui raffigurati sono da collegare all’ambito simbolico-religioso delle incisioni rupestri
(vd. soprattutto Almgren 1926-1927, pp. 170-176).

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44 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

mente una delle principali divinità) parrebbe introdotto nella


cultura di sostrato dai nuovi venuti (indoeuropei),110 tuttavia non
ci sono sufficienti elementi per escludere che possa piuttosto esse-
re il risultato di una fusione dei diversi aspetti che esso potrebbe
aver avuto presso ciascuna delle due componenti che andarono a
costi­tuire la nuova società nordica.111
Ritrovamenti da attribuire alla fase più recente dell’età del bron-
zo sono costituiti ancora da armi (soprattutto spade e scudi) che
testimoniano l’affermarsi di un ideale guerriero, offerte votive112
tra cui si annoverano coppe e boccali in oro,113 gioielli, oggetti da
toeletta d’uso verosimilmente cultuale (rasoi, pinzette, pettini, aghi
per tatuaggi), figure di animali, modelli di aratri e di navi e oggetti
d’uso sacro quali i lur (sorta di grande tuba dalla canna allungata
e inarcata in avanti e verso l’alto), strumenti musicali certamente
usati in contesti rituali. Di questi ultimi ci sono giunti esemplari di
ottima fattura soprattutto dalla Danimarca.114 Particolarmente
interessanti sono anche alcune statuette di bronzo, tra cui due
figure maschili provviste di elmi cornuti che brandiscono un’ascia
e altre femminili (vestite solo con un gonnellino), qualcuna in
posizione acrobatica.115 Queste figure erano probabilmente poste
110
 Vd. Ström 1967 (B.7.1), pp. 20-21.
111
 Questo, naturalmente, a condizione che si accetti la teoria tradizionale di una
‘invasione’ nei territori della Scandinavia meridionale di gruppi provenienti dall’ester-
no (vd. sopra, pp. 33-35).
112
 Oggetti spesso ritrovati in coppia o palesemente e volontariamente resi inutiliz-
zabili.
113
 Si veda, in particolare, il ritrovamento nella palude di Maries­minde in Fionia di
un grande vaso di bronzo (di provenienza italica) al cui interno erano raccolti undici
boccali d’oro. Si tratta qui, verosimilmente, di oggetti prodotti in epoca più antica (età
del bronzo media), ma rifiniti (con eleganti manici la cui parte terminale raffigura una
testa di cavallo) nell’età del bronzo recente e poi utilizzati come offerta votiva (vd.
Broholm 1943-1949 [B.2], III, p. 272, IV, pp. 248-249 e Pl. 63 a e 63 b). I ritrovamen-
ti di oggetti di questo tipo e di grande valore sono comunque piuttosto numerosi.
114
 Magnifici lur sono stati rinvenuti in diversi siti, specialmente in paludi, come a
Rev­heims­myra (presso Stavanger in Norvegia), ma – soprattutto – in Danimarca: vd.
tra gli altri i ritrovamenti di Malt­bæk e Folvis­dam (entrambi nello Jut­land centrale) e
di Telle­rup (in Fionia). Il lur più antico (dalla forma più semplice) risale alla media età
del bronzo ed è stato rinvenuto a Gullåkra (Scania); vd. Hammerich A., “Om Bronze-
lurerne som Musikinstrumenter”, in AaNOH 1903, pp. 62-72 e Broholm H.Chr. –
Larsen W.P. et al., The Lures of the bronze age. An archaeological, technical and
musicological investigation, Copen­hagen 1949.
115
 Si tratta, in particolare, dei reperti di Grevens­vænge (presso Næst­ved, nella
Selandia meridionale; cfr. nota 132; vd. Djupedal R. – Broholm H.Chr., “Marcus
Schnabel og Bronzealderfundet fra Grevensvænge”, in AaNOH 1952, pp. 5-59).
Delle sei statuette di questo sito, ritrovate nella seconda metà del XVIII secolo, ben
quattro sono andate perdute. Ne possediamo tuttavia un paio di illustrazioni dalle

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La preistoria 45

su un supporto in legno a forma di nave votiva, motivo che richia-


ma una tradizione egizia ben consolidata.116 Da collegare allo svol-
gimento di riti e cerimonie anche manufatti accuratamente lavora-
ti riferibili a finimenti per cavalli e componenti metallici di carri.
Nell’età del bronzo più recente un numero consistente di reper-
ti è costituito in particolare da oggetti d’uso femminile: gioielli,117
recipienti da appendere alla cintura, fibule.118 Parallelamente nelle
incisioni rupestri appaiono le prime figure di donna (sempre tutta-
via in relazione a figure maschili), mentre le ricche sepolture non
sono più riservate esclusivamente agli uomini. Assai interessante è
anche la comparsa di statuette di bronzo raffiguranti una donna
nuda con una o entrambe le mani sul petto e solo ornata con una
collana.119 Tutto ciò è stato messo in relazione al culto di una dèa
quali possiamo comprendere che esse rappresentavano un atto cultuale, come appare
non solo dalla postura delle figure ma anche dal fatto che due di esse – in posizione
simmetrica – brandivano un’ascia. È assai interessante notare che le figure maschili di
questo gruppo recano sul capo un elmo provvisto di corna, un particolare che richia-
ma immediatamente il ritrovamento di due elmi di pregevolissima fattura e molto
simili a questi, fatto in una palude presso Viksø (Selandia settentrionale; vd.
Norling-Christensen H., “The Viksø Helmets”, in AA XVII [1946], pp. 99-115; cfr.
nota 137). Non è difficile immaginare che questi copricapi fossero utilizzati in contesti
cerimoniali. Un confronto può essere fatto anche con una sorta di frontale in bronzo
provvisto di due corna e decorato con una lamina d’oro rinvenuto a Hagen­drup nella
Selandia occidentale e collocabile tra il 1500 e il 1100 a.C.: un oggetto certamente
d’uso rituale, forse appartenente al ‘corredo’ di un sacerdote o forse utilizzato per
decorare la statua di una divinità (vd. Jensen 2001-2004 [B.2], II, p. 297). I reperti di
Grevens­vænge appartengono all’età del bronzo recente (vengono fatti risalire al perio-
do 1100-900 a.C.), tuttavia G. Burenhult ritiene che il ritrovamento fra altri oggetti di
due figurine di bronzo in un sito svedese (Stock­hult, Scania settentrionale) possa
esservi messo in relazione, sebbene in quest’ultimo caso la datazione si situi tra il 1500
e il 1350 a.C. (Burenhult 1999-2000 [B.2], I, pp. 416-417).
116
 Analoga destinazione dovevano avere le statuette di bronzo danesi di Får­dal; vd.
oltre, nota 119 e nota 132. Sull’uso delle navi votive vd. Almgren 1926-1927, pp. 64-85.
I parallelismi sono notevoli, va tuttavia osservato che in Egitto non compare il simbo-
lo del cavallo solare.
117
 Si veda a esempio il ricco sito danese di Vognse­rup Enge (Selandia occidentale)
nel quale sono stati rinvenuti duecentoquarantadue ornamenti femminili. Al riguardo
si tenga presente che non solo il bronzo ma anche l’oro viene utilizzato come materia
prima per la realizzazione di molti manufatti.
118
 Questi oggetti (in sostanza grosse spille a chiusura per fermare la stoffa) mostra-
no una evoluzione nelle dimensioni e nella lavorazione, fino a raggiungere nella fase
finale dell’età del bronzo proporzioni ragguardevoli cui si accompagna una accurata
decorazione. Mentre nel periodo più antico esse si ritrovano parimenti nelle tombe
degli uomini così come in quelle delle donne, nella fase più recente paiono essere un
oggetto di uso quasi esclusivamente femminile.
119
 Questi reperti si trovano per lo più in Svezia (Scania e anche Väster­götland) e
in Danimarca. Si vedano come ottimi esempi le statuette ritrovate a Stora Måns­torp
in Scania, a Viksø in Selandia e a Får­dal nello Jutland settentrionale (cfr. nota 116 e

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46 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

della fecondità – forse un riflesso di quello della Grande Madre –


intro­dotto dall’esterno.120 Occorre del resto attribuire grande
rilevanza al fatto che molti reperti e molte figure incise sulle pare-
ti di roccia richiamano – in misura che non pare casuale – simbo-
li e immagini di zone anche assai lontane.121 Un chiaro indizio,
questo, della circolazione di merci, ma soprattutto di idee. Paral-
lelo allo sviluppo del commercio (stabilito nei rapporti tra perso-
ne eminenti con ‘corrispondenti’ anche a grande distanza) fu
infatti, naturalmente, quello delle arti e dell’artigianato, ampia-
mente testi­moniato nella fattura dei reperti. Gli intensi rapporti
commerciali riguardano in primo luogo l’Europa continentale e
le isole britanniche, zone in cui venivano esportate verosimilmen-
te pellicce e ambra (un genere ‘di lusso’ che risulta ben commer-
cializzato a partire dal IX secolo a.C. e dal quale i mercanti nor-
dici a lungo trarranno ottimi profitti).122 Al notevole sviluppo
mercantile alludono senza dubbio, al di là del loro valore simbo-
lico, i molti carri e le navi raffigurati nelle incisioni rupestri o
ritrovati come oggetti rituali.

nota 132), dove tuttavia la figura femminile (la dèa della fertilità medesima?) è in
ginocchio e porta una gonna corta che pare fatta di cordicelle: un capo di vestiario
(utilizzato in contesti cerimoniali?) che ritorna anche in altri casi (vd. a esempio i
reperti di Grevens­vænge, cfr. nota 115) e che risulta molto simile a quello indossato
dalla giovane donna sepolta nella tomba di Egt­ved (vd. oltre, nota 168). Statuette di
donna realizzate in creta e risalenti già al neolitico sono assai comuni nelle zone dei
Balcani e nelle regioni danubiane, ma non compaiono in Scandinavia, se si fa eccezio-
ne per alcuni esempi nelle isole Åland, come una statuetta rinvenuta a Jett­böle che
rappresenta una figura col viso piatto, il naso prominente e gli occhi ben marcati, il
corpo solo abbozzato e senza arti, segnata da una serie di punti che potrebbero indi-
care i capelli, le vesti o, forse, dei tatuaggi.
120
 I ritrovamenti (soprattutto in Danimarca) di trecce di capelli (vd. a esempio le
sette trecce di sicuro carattere votivo rinvenute nella palude di Ster­by­gård, presso
Hobro, Jutland settentrionale) sono da riferire verosimilmente al culto di questa dèa
e vanno probabilmente messi in connessione con il taglio rituale della chioma delle
donne (Brøndsted 1957-1960² [B.2], II, pp. 277-278). Anche pettini finemente lavo-
rati (a esempio quello rinvenuto in Danimarca a Vrønding, Jutland orientale, sul
quale sono riprodotti due cerchi/ruote solari) possono essere ricondotti a questo
contesto. D’altronde alcuni oggetti di bronzo di questo periodo sono decorati con teste
di donna che presentano particolari acconciature (vd. il coltello di Javn­gyde, Jutland
orientale e lo spillone di Horne, Fionia; cfr. l’acconciatura mortuaria della donna di
Skrydstrup, vd. nota 168). Si consideri infine che nelle incisioni rupestri le donne sono
caratterizzate dalla lunga chioma.
121
 Il riferimento è soprattutto all’Egitto, alla Grecia, all’Anatolia, alla Siria, alla
Mesopotamia.
122
 Vd. Jensen J., Nordens guld. En bog om oldtidens rav, mennesker og myter, Køben­
havn 1982.

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La preistoria 47

1.3.3. Disegni sulla pietra e riti antichissimi

D’assoluta rilevanza è il fatto che un gran numero dei reperti di


questo periodo trova precise corrispondenze nelle raffigurazioni
realizzate contemporaneamente sulle pareti di roccia, un esercizio
artistico che dovette avere, in misura preminente, funzione cultua-
le. Ben nota anche nell’Europa continentale, l’arte rupestre vanta-
va nel Nord una lunghissima tradizione,123 ma il numero delle
incisioni su pietra realizzate nell’età del bronzo, non trova uguali
né per quantità né per qualità.124 Queste incisioni sono presenti in
tutta la Scandi­navia, ma la distribuzione dei siti non è omogenea.
In Svezia esse si ritrovano dalle zone meridionali fino alle regioni
centrali di Jämt­land e Ånger­man­land con maggiore concentrazione
in Scania, in Östergötland e nelle zone delle coste occidentali
(innanzi tutto in Bohuslän). In Norvegia sono diffuse soprattutto
a sud: Rogaland, specie in Jæren, Østfold, Vestfold, Sunn­hord­land,
Hardanger e nella regione centrale di Trønde­lag (sul versante
orientale del fiordo di Trond­heim). In territorio danese le incisioni
sono eseguite per lo più su massi isolati (magari appartenenti a
un’antica sepoltura): ciò dipende dalla conformazione geografica
del territorio nel quale non si trovano (fatta eccezione per l’isola di
Born­holm) lastre di pietra adatte allo scopo. Qui il maggior nume-
ro si ha nella zona settentrionale della Selandia e, appunto, a Born­
holm. Va posto l’accento sul fatto che le incisioni rupestri si trova-
no per lo più in prossimità di terreni adatti alla coltivazione,
distese d’acqua (laghi, fiordi) o lungo l’antica linea costiera; di
solito esse sono realizzate in luoghi di facile accesso, il che ne sot-
tolinea la frequentazione da parte dell’intera comunità. La loro

123
 Vd. sopra, pp. 21-23. D’altronde fin dall’epoca dei monumenti funerari mega-
litici sulle pietre che fungono da copertura si trovano incisi diversi simboli (croci
all’interno di una circonferenza, cavità coppelliformi, navi), un uso che si protrae nel
tempo e che si esprimerà in epoca più tarda da una parte nell’uso di innalzare per il
defunto lapidi con incisioni runiche, dall’altra nelle raffigurazioni delle celebri pietre
dell’isola di Gotland (Nissen Fett 1942 [B.7.1], p. 13; vd. oltre, p. 86 e pp. 92-93
rispettivamente).
124
 Va qui precisato che a questo punto del discorso il riferimento è alle incisioni
rupestri riferibili alla società agraria, risalenti all’età del bronzo con qualche ‘sforamen-
to’ nella primissima fase dell’età del ferro: esse vengono tradizionalmente distinte da
quelle attribuibili a una società di cacciatori e pescatori. La distinzione corrisponde
anche, grossolanamente, a una suddivisione per aree geografiche: nelle zone più set-
tentrionali troviamo per lo più incisioni relative ad animali selvatici e alla caccia,
mentre in quelle meridionali incisioni legate a una società di carattere prevalentemen-
te agrario. Vd. Moberg C-A., “Vilka häll­ristningar är från bronsåldern?”, in Tor, III
(1957), pp. 49-64 e Hagen A., “De to slags helle­rist­ninger”, in BVBIB, pp. 129-144.

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48 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

distribuzione su un’area vastissima testimonia la diffusione di una


visione religioso-mitologica fondamentalmente uniforme.
Nell’insieme, per molti versi caotico, delle figure incise sulla
pietra troviamo una grande ricchezza di motivi: misteriosi retico­
lati,125 cavità coppelliformi,126 alberi (talora su imbarcazioni), armi,127
navi,128 carri, ruote,129 cerchi e dischi solari: un simbolo, quest’ultimo,
che si impone come assolutamente ‘dominante’, indizio certo di un
culto del sole legato a complessi rituali (tra l’altro nelle incisioni più
125
 Vd. a esempio le incisioni di Sotorp e di Vitlycke (entrambe in Tanum, Bohus­
län) dove la presenza di due navi stilizzate vicino a un ‘reticolato’ ha fatto supporre
che si tratti della ‘carta topografica’ di un arcipelago (in Almgren 1926-1927, pp.
145-146 questa spiegazione viene accolta come l’unica possibile, seppure con qual-
che riserva).
126
  L’incisione di queste cavità (ben nota almeno dal neolitico) si protrae in
alcuni casi fino all’età vichinga, il che rende assai difficile stabilirne la datazione e la
funzione (sono destinate a raccogliere l’acqua lustrale che cade dal cielo e dunque
inserite in rituali sacrificali e di fecondità?), anche perché successivamente esse risul-
tano localmente utilizzate per cerimonie in onore degli elfi (vd. oltre, pp. 177-178 e p.
197). S. Müller (“Skaalformede Fordybningen, hellige Tegn for Ilden”, in AaNOH
1917, pp. 86-98) le riteneva collegate alla simbologia del fuoco. Esse d’altronde erano
presenti in diversi casi anche sui monumenti e i reperti megalitici (cfr. nota 123),
insieme a spirali, linee zigzaganti, serpi schematizzate. Spesso questi disegni si confon-
dono nel coacervo di figure disegnate sulla medesima superficie. Nelle incisioni
dell’età del bronzo queste cavità paiono tuttavia in diversi casi avere la funzione di
‘marcatore femminile’, forse in connessione con riti che prevedevano la ‘presenza’
di una divinità di questo sesso. Vd. anche Lidén 1938.
127
 In alcuni casi (vd. in particolare le incisioni svedesi di Simris, nr.19, in Scania,
di Leonards­berg in Östergötland, di Himmelstadlund presso Norrköping e di Flyhov
in Västergötland) esse hanno dimensioni sproporzionate rispetto alle figure umane che
le brandiscono, il che ne sottolinea in modo evidente la funzione sociale e rituale,
piuttosto che l’uso pratico.
128
 Come detto, molti siti sono posti in prossimità di quella che era la linea della
costa nell’età del bronzo: ciò potrebbe, almeno in parte, spiegare la frequenza di
questo simbolo. Le raffigurazioni di navi ci consentono di immaginare, quantomeno
a grandi linee, quale forma dovessero avere le imbarcazioni in questo periodo (tutte
rigorosamente spinte da remi e senza vela) e anche di distinguere una evoluzione
(verso l’inizio del I millennio a.C. le immagini acquisiscono maggiori dettagli). Comun-
que nelle incisioni rupestri la costante combinazione di questo simbolo con figure come
ruote e dischi solari, uomini in atteggiamenti cultuali, animali, ne sottolinea la fonda-
mentale importanza dal punto di vista religioso e cerimoniale. La nave inoltre è (natu-
ralmente!) collegata ai riti funerari. Accuratamente stilizzata essa (insieme ad altri
motivi presenti nelle incisioni rupestri) si ritrova altresì nella decorazione di armi e
rasoi verosimilmente utilizzati in contesti rituali (si vedano a esempio il rasoio di Vestrup,
nel Himmer­land danese e quello di Neder Hvolris, presso Viborg nello Jutland cen-
trale, risalenti al IX secolo a.C.; su entrambi è tra l’altro raffigurato il carro solare,
immagine ben nota dal celebre reperto di Trundholm più antico di almeno cinquecen-
to anni; cfr. p. 43 con nota 107).
129
 Vd. Montelius O., “Hjulet som en religiös sinnebild i förkristen och i kristen
tid”, in NTVKI XXIV (1901), pp. 1-38.

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La preistoria 49

recenti dall’inizio del I millennio a.C. il simbolo della nave e quello


del cavallo – entrambi preposti a trasportare questa divinità – si
combinano, là dove vediamo raffigurate navi con teste di cavalli
sulla prua e/o sulla poppa).130 E ancora: impronte di mani e di pie-
di (forse a indicare il punto di contatto di una divinità
– evidentemente antropomorfa – con il mondo degli uomini),131 capi
di vestiario (in rari casi), animali, con verosimile allusione anche a
un loro uso sacrificale (bovini, maiali, cavalli, cani, forse anche
cervi e alci) o a una funzione simbolica (in particolare le serpi), ma
anche – e soprattutto – figure antropomorfe. Uomini a bordo di una
nave (in alcuni casi in atteggiamento d’invocazione della divinità,132
in altri nell’atto di brandire un’ascia,133 o – più semplicemente – come
equipaggio), uomini armati,134 uomini che cacciano, uomini che
combattono, uomini al lavoro con un aratro primitivo,135 uomini che

130
 Basti osservare, fra i tanti, il sito norvegese di Rev­heim (presso Stavanger)
dove il disco del sole costituisce il punto di riferimento ‘centrale’ rispetto a tutta
una serie di figure (orme di piedi, cavità coppelliformi, navi). D’altronde le raffi-
gurazioni (per quanto in molti casi stilizzate) di un culto solare sono assai frequen-
ti: si prenda a esempio la scena rappresentata su una parete di roccia a Bergby
(Borge, Øst­fold, Norvegia), dove si distinguono chiaramente almeno due figure in
atteggiamento adorante rivolte verso il disco solare; vd. Almgren 1926-1927, pp.
86-102.
131
Se ne vedano ottimi esempi nelle incisioni svedesi di Hjula­torp (Småland), di
Godegård nella regione di Västergötland e di Högsbyn (in Dalsland), in quelle norve-
gesi di Randaberg (nel distretto di Jæren) e di Selbu (Trønde­lag meridionale), in
quelle danesi di Godensgård (Jutland settentrionale) e Lille Havelse (Selandia setten-
trionale); vd. Almgren 1926-1927, pp. 212-218.
132
Si veda in territorio svedese l’ottimo esempio di Bro (Tanum, Bohuslän) dove
sono rappresentati due uomini che con le mani alzate sorreggono un’imbarcazione
a sua volta occupata da altri uomini nell’atteggiamento di invocare la divinità.
Questa incisione (e altre simili, a esempio quella di Heden, Kville, Bohuslän)
richiama in modo palese l’uso di piccole navi votive: in tal senso testimonia l’im-
portante (e tuttavia più tardo) ritrovamento a Torshøj (presso Nors nello Jutland
settentrionale) di un centinaio di piccole imbarcazioni realizzate in bronzo e lami-
na d’oro. Anche le statuette di bronzo rinvenute a Grevensvænge (cfr. nota 115)
così come quelle di Fårdal (Jutland centrale, cfr. nota 116 e nota 119), dovettero
decorare navi votive, come mostra una ricostruzione effettuata a cura del Museo di
Malmö (Malmö Museer).
133
Gesto certamente di carattere rituale. Cfr. fra l’altro i reperti di Grevens­vænge
(vd. nota 115) e anche le raffigurazioni sul rasoio di Vestrup (vd. nota 128).
134
Tra le armi raffigurate è piuttosto raro lo scudo; cfr. nota 127.
135
Un’attività frequente per gli agricoltori dell’età del bronzo che – come mostrano
alcune raffigurazioni che si trovano nella zona di Tanum (Bohus­län, Svezia) – veniva
certamente consacrata con precisi rituali. A Litsleby si riconosce un uomo intento ad
arare: nella mano tiene un ramoscello (o un piccolo albero), il suo organo maschile è
chiaramente raffigurato in posizione eretta. Del resto l’atto medesimo dell’aratura

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50 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

danzano o fanno acrobazie,136 uomini con maschere animali


(sciamani?),137 uomini che suonano il lur (a volte a bordo di un’im­
barcazione),138 uomini in atteggiamento di preghiera,139 uomini
infine che celebrano un matrimonio o consumano un’unione ses-
suale.140 L’aspetto della vita in comunità e quello della fecondità
(ine­quivocabilmente presente nelle tante figure – anche animali –141
della terra poteva simbolicamente rappresentare l’atto sessuale e di conseguenza
l’aratro essere inteso con un simbolo fallico. Anche le incisioni di Aspberget (dove si
vede un uomo che guida un aratro trainato da due animali) e di Finn­torp (dove due
scene di aratura sono accompagnate da figure di uomini in atteggiamento adorante)
vanno interpretate in questo senso. A questo elemento si possono anche collegare i
solchi d’aratura rinvenuti sotto tumuli danesi e tracciati (verosimilmente nel corso di
un rituale) prima della costruzione della sepoltura.
136
 Anche a questo atteggiamento va attribuito, con molta probabilità, un significato
rituale; vd. a esempio le raffigurazioni svedesi di Boråse­röd­berget (Svarte­borg, Bohus­län),
di Högs­byn (Tissle­skog, Dals­land) e, in particolare, la ‘danzatrice’ di Fossum (Tanum,
Bo­hus­län) tra le cui gambe è incisa una cavità coppelliforme (cfr. nota 126).
137
 L’immagine di uomo-animale compare anche fra gli oggetti in bronzo. Si tratta
di reperti che rappresentano il cosiddetto ‘uomo-uccello’ sulla cui fronte, sopra gli
occhi, si protende il becco di un rapace (si veda la figura in bronzo rinvenuta a Glas­
backa, regione svedese di Halland e quella dell’uomo-falco di Lyngby, in Halland).
Quattro ‘uomini-uccello’ sono raffigurati in una incisione rupestre svedese a Kallsän-
gen (Bottna, Bohus­län). Sull’incisione di Heden (Kville, Bo­hus­län) si può forse rico-
noscere un uomo con una maschera da cervo tenuto per la coda da un altro uomo e
da un suo aiutante. Tra gli altri esempi si può citare qui l’uomo con elmo cornuto e lur
sopra una imbarcazione raffigurato a Lilla Gerum (Tanum, Bo­hus­län; vd. anche l’in-
cisione di Kalle­by). A queste raffigurazioni di uomini-animali vanno presumibilmente
collegati anche gli elmi cornuti di Viksø (vd. nota 115). Figure simili si ritrovano anche
in epoca ben più tarda, come sui celebri corni di Galle­hus (vd. oltre, p. 87, nota 91).
138
 Vd. a esempio l’incisione di Kalleby (Tanum, Bohuslän).
139
 Vd. le incisioni di Finn­torp (Tanum) e di Ryxö (Svarte­borg) nel Bo­hus­län.
140
 Vd. a esempio la scena riprodotta a Vit­lycke (Tanum, Bo­hus­län). Particolarmen-
te intrigante è tuttavia la raffigurazione che si trova a Varlös (nella medesima zona),
dove alle spalle di una coppia che sta consumando un’unione sessuale si vede una
figura armata di arco, pronta a scagliare una freccia in direzione della schiena dell’uo-
mo; O. Almgren (Almgren 1926-1927, pp. 116-117) suggerisce di riferire la scena al
dramma rituale della lotta tra il dio dell’inverno e il suo rivale, il dio della fecondità.
A contesti ‘matrimoniali’ vanno collegati anche altri reperti. Innanzi tutto una piastra
di arenaria di forma tonda (probabilmente il coperchio di una urna funeraria) sulla
quale sono rappresentati un uomo e una donna che si tendono l’un l’altra le braccia:
alle spalle della donna si trova un albero (Nissen Fett 1942 [B.7.1], p. 17). Assai più
tardi (nel periodo delle migrazioni) si collocano oggetti con immagini analoghe, rin-
venuti in Svezia (vd. i ritrovamenti dell’isola di Helgö sul Mälaren) ma anche in
Danimarca (Lundeborg in Fionia) e in Norvegia: lamine d’oro che raffigurano una
coppia in atteggiamento amoroso; tutti oggetti che sarebbero da riferire a un culto
della fecondità. Vd. Lamm J.P., “Tunn guldfolie gäckar forskare”, in PH 1992: 1, pp.
36-39.
141
 Vd. a esempio l’incisione di Sandåker (Näsinge, Bohuslän), dove si riconosce
chiaramente un cervo maschio con l’organo sessuale prominente. Fra gli altri esempi
Backa, Litsleby, Massleberg e Asp­berget tutti in Bohuslän.

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La preistoria 51

dotate di chiarissimi attributi fallici)142 si propongono come elemen-


ti predominanti.143 L’attribuzione ad alcuni soggetti di armi (arco,
lancia, spada o ascia) va considerata in relazione alla tipologia
dell’arma medesima in quanto essa può di volta in volta sottolinea-
re elementi cultuali (soprattutto l’ascia) o guerrieri, se non ancora
legarsi a scene di caccia, antico e certamente mai del tutto abban­
donato sistema di sostentamento, la cui buona riuscita restava
legata a riti magici che prevedevano l’invocazione di potenze supe-
riori.144 È tuttavia lecito supporre che in diversi di questi casi ci si
trovi di fronte alla rappresentazione di divinità, soprattutto quando
le dimensioni della figura armata sono molto maggiori rispetto a
quelle che le stanno intorno:145 ciò testimonierebbe il loro carattere
antro­pomorfo, ed esse dovrebbero verosimilmente incarnare le
forze della natura su cui esercitano il proprio dominio.146
Su quest’ultimo punto le interpretazioni restano tuttavia diver­
genti. Per quanto, pur di fronte a tesi anche ben argomentate che
sostengono il carattere assolutamente aniconico (vale a dire il
rifiuto di qualsiasi rappresentazione della divinità) delle raffigura-
zioni rupestri147 (il che in ogni caso non significa ‘assenza’ della
divinità), non si possano sottovalutare i diversi indizi (primo fra
tutti, come detto, la dimensione delle figure) che paiono invece
indicare il contrario. Certamente la fase religiosa che qui è testimo-
niata appare ancora chiaramente legata a culti di tipo naturalistico
(la cui evidenza più incontestabile è il manifesto riferimento alla
divinità-sole); tuttavia la possibilità di riconoscere nelle incisioni
142
 Qui vanno collegati i ritrovamenti di pietre di esplicita forma fallica, non di rado
collocate nelle tombe della tarda età del bronzo o di quella del ferro, o poste all’aper-
to come quella di Nordheim nella regione di Roga­land in Norvegia (dove ne sono
state rinvenute una trentina). Da riferire a riti di fecondità sono anche, evidentemente,
il fallo e la vulva, apparentemente utilizzati come strumenti per affilare aghi (per
tatuaggi rituali?), trovati nel sito svedese di Fosie (su cui cfr. nota 97).
143
 Rifacendosi a un lavoro di E. Østmo (Østmo 1998), J. Jensen ritiene tuttavia che
le incisioni rupestri vogliano sottolineare non tanto l’aspetto della fecondità, quanto
piuttosto quello della virilità (Jensen 2001-2004 [B.2], II, p. 486).
144
 Alcune incisioni che si legano alla caccia paiono tuttavia davvero limitarsi alla
illustrazione di momenti di vita quotidiana: tali sono, in particolare, quelle in cui sono
raffigurati strumenti per catturare gli animali (tra di esse riveste un particolare interes-
se il disegno di una sorta di boomerang riconoscibile in un sito norvegese nel Nord-
fjorden; Nissen Fett 1942 [B.7.1], p. 14).
145
 Si vedano innanzi tutto raffigurazioni come quella popolarmente definita del
‘calzolaio’ di Backa (Brastad, Bohuslän), armato di martello e quella del ‘dio con la
lancia’ di Litsleby (Tanum, Bohuslän): in entrambe i personaggi sono dotati in modo
evidente di un fallo grosso e prominente.
146
 Vd. Ström 1967 (B.7.1), pp. 25-29.
147
 Vd. in particolare Almgren 1962.

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52 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

rupestri figure divine, innanzi tutto un ‘dio con l’ascia’ ma anche,


probabilmente, un ‘dio della fecondità’ – che evolveranno nel
corso dei secoli in figure di assoluto prestigio fatte oggetto di un
culto ben radicato – pare del tutto concreta. 148 E tuttavia, almeno
nel primo caso (che è del resto il più plausibile),149 non bisogna
dimenticare che oltre a essere emblema sacro del dio del tuono,
strumento capace di mettere in moto l’energia divina che consente
al cielo di fecondare la terra, l’ascia può essere intesa come utensi-
le, come arma, come simbolo di status sociale eminente, come
strumento cultuale.150 Ma qui occorre ragionevolmente ricordare
che le incisioni dell’età del bronzo sono, per così dire, ‘spalmate’
su un periodo di tempo assai lungo, durante il quale, evidentemen-
te, le concezioni religiose andarono incontro a un’evoluzione e
dunque certamente videro la nascita di divinità antropomorfe.
L’affermazione di Folke Ström, secondo la quale gli uomini dell’età
del bronzo attribuivano alla divinità un carattere scarsamente dif-
ferenziato, il che sarebbe espresso nella commi­stione di diverse
figure e di diversi simboli,151 andrebbe forse corretta in questo
senso.
Come sopra accennato, nelle incisioni rupestri dell’età del bron-
zo lo studioso svedese Oscar Almgren ha riconosciuto un carattere
indiscutibilmente rituale e cultuale.152 A distanza di molti anni la
sua analisi resta in gran parte condivisibile, in particolare là dove
egli indaga il simbolo della nave come oggetto votivo e cerimonia-
le (il che è tra l’altro sottolineato dal fatto che in qualche caso essa
appare sollevata da figure umane,153 trainata da cavalli154 o sistema-
148
 Il riferimento è, rispettivamente, a Thor, erede del ‘dio con l’ascia’ (vd. già
Montelius 1910 [indicazione bibliografica a p. 173, nota 288]) e a Freyr dio fecondo
la cui caratteristica fallica è ben testimoniata da reperti e fonti di epoca successiva (cfr.
oltre, p. 166, pp. 171-173 e il testo a p. 186).
149
 Vd. Magnus – Myhre 1986 (B.2), p. 139, pp. 164-166 e p. 175, dove si sostiene
che nell’età del bronzo ci si possa ragionevolmente riferire e a un ‘dio con l’ascia’ (il
cui culto sarebbe testimoniato in particolare nelle incisioni rupestri) e a una ‘dèa con
la collana’ (il cui culto, come detto, emergerebbe da reperti dell’età del bronzo più
recente; cfr. p. 163).
150
 Non mi spingerei, come fa J. Brøndsted (Brøndsted 1957-1960² [B.2], I, pp. 198-
199 e II, p. 87) fino a sostenere che, quantomeno in età più antica (il suo riferimento è
al periodo tra il 2500 e il 2300), l’ascia medesima fosse considerata una sorta di divinità.
151
 Ström 1967 (B.7.1), pp. 28-29.
152
 Almgren 1926-1927, passim.
153
 Vd. a esempio le incisioni svedesi di Backa (Brastad, Bohuslän), dove una figu-
ra umana su una imbarcazione trainata da due cavalli ne solleva una più piccola, di
Ryxö (Svarte­borg, medesima area) e di Himmelstad­lund presso Norr­köping (Öster­
götland).
154
 Vd. l’incisione di Ekenberg presso Norrköping (Almgren 1926-1927, p. 77).

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La preistoria 53

ta su una slitta).155 Almgren riconduce la frequentissima rappresen-


tazione di questo simbolo a culti ben noti nell’area mediterranea
(latina, greca, egizia ma anche babilonese) rilevandone inoltre le
connessioni con la tradizione religiosa germanica e quella popola-
re europea più tarda legata al carnevale.156 A questo contesto egli
riferisce anche gli altri simboli che ricorrono con maggior frequen-
za, ritenendo che ci si trovi davanti alla rappresentazione di ‘dram-
mi rituali’ (a esempio battaglie o unioni sessuali simboliche) legati
a momenti determinanti della vita della comunità che si ripropo-
nevano ciclicamente nel corso dell’anno. Una interpretazione che
del resto in diversi casi risulta di un’evidenza indiscutibile.157 A
partire, naturalmente, dalle allusioni a cerimonie collegate al culto
del sole, elemento religioso dominante dell’età del bronzo nordica,
verosimilmente interpretato sulla base di considerazioni mitologi-
che relative alle diverse fasi del ‘ciclo vitale’ di questo astro.158
E, d’altronde, l’atto di raffigurare le scene sulla pietra dovette
avere lo scopo di renderle sacre, rappresentando i gesti con cui
erano sancite di fronte alla divinità (e verosimilmente con il con-
corso della divinità medesima) le circostanze determinanti dalle
quali dipendeva l’esistenza stessa della comunità.159 Lo svolgimen-
to delle cerimonie – che doveva aver luogo nei momenti partico-
larmente significativi del ciclo annuale (com’è ragionevolmente
ipotizzabile in una società di tipo agrario) e raccogliere diversi
gruppi stanziati nel medesimo territorio – può essere immaginato
almeno approssimativamente: processioni con carri e/o navi cul-
tuali, suonatori di lur (allo scopo di richiamare l’attenzione della
divinità), danze, sacrifici, libagioni rituali, offerta di doni gettati

155
 Vd. soprattutto le incisioni di Gisslegärde (Bottna), di Ryland (Tanum), di Lyse
(Lyse) e anche di Vitlycke (Tanum), tutte in Bohuslän.
156
 Almgren 1926-1927, pp. 23-85.
157
 In questo senso sono certamente da interpretare raffigurazioni come quella della
nave di Bjørnstad (Skjeberg, Østfold, Norvegia) sulla quale oltre a un equipaggio di
quarantotto persone e a due figure minori, si vedono a prua e a poppa due individui
di dimensioni più grandi e due più piccoli che sollevano in alto un’ascia; quella della
nave di Asp­berget (Tanum, Bohuslän) sulla quale sono chiaramente distinguibili dei
suonatori di lur o quella della nave di Sottorp (Tanum, Bohuslän) sopra la quale vi
sono figure che brandiscono un’ascia e volteggia un acrobata. Sono rari, al contrario,
i casi in cui le incisioni paiono semplicemente voler rappresentare momenti di vita
quotidiana: un esempio è certamente la scena raffigurata su una parete di roccia a
Dysjaland (comune di Sola nel distretto norvegese di Jæren), dove si vede un pastore
con il suo cane che fa la guardia a un piccolo gregge.
158
 Vd. la raffigurazione schematica di questo ciclo come proposta in Jensen 2001-
2004 (B.2), II, p. 486.
159
 Almgren 1926-1927, pp. 138-140.

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54 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

nelle acque o depositati, alla mercè della natura, in luoghi ritenuti


sacri. In qualche caso i dati forniti dalle incisioni rupestri possono
essere integrati con altri indizi, come nel caso delle informazioni
fornite da taluni siti danesi nei quali sono stati ritrovati resti che
alludono in modo piuttosto esplicito a sacrifici animali e umani (le
cui vittime dovettero essere presumibilmente degli schiavi).160

1.3.4. Vita sociale

Una cultura fondata sostanzialmente su un’economia agraria,


basata sull’allevamento del bestiame (bovini, pecore, capre, maiali
e anche cavalli) e la coltivazione della terra (per quanto ancora
limitata e condotta con mezzi primitivi), si era dunque ormai affer-
mata, almeno nelle zone meridionali della Scandinavia.161 L’orga-
nizzazione cui essa aveva dato vita, certamente più complessa di
quella dei gruppi di cacciatori e pescatori dell’età della pietra,
venne ulteriormente sviluppando, sulla base della struttura sociale
che vediamo affermata nel periodo megalitico, un ancor più mar-
cato rapporto con il territorio, nel quale ‘centri di potere’ politico
e religioso emergono ormai chiaramente. Comunità in cui si veni-
vano rafforzando diffe­renze di status (legate probabilmente a fat-
tori quali la nascita o il matrimonio) e che riconoscevano autorità
economica, sociale e religiosa a personaggi eminenti, capi dai
quali tutta la collettività si aspettava guida e protezione. Una socie-
tà basata in buona misura su un modello teocratico. Il numero
160
 Vd. Broholm H.Chr. – Fischer Møller K., Tre offerfynd fra den yngre bronze­alder,
NMA 1934, pp. 23-28.
161
 Come già si è avuto occasione di osservare è evidente che essa non avrebbe mai
del tutto bandito l’economia basata sulla caccia e sulla pesca, che spesso sopravvisse
parallelamente, non di rado ben integrata. Si veda d’altronde il caso della Norvegia,
dove in diverse località (a esempio nel sito di Ruskenesset in Hordaland, ancora lega-
to alla tecnologia degli uomini dell’età della pietra) si trovano – in piena età del bron-
zo (ma sarà naturalmente così anche nell’età del ferro) – chiare tracce dell’esistenza di
gruppi di cacciatori (vd. Brinkmann A. – Shetelig H., Ruske­nesset. En sten­alders
jagt­plass, Kristiania 1920). Nelle zone più interne o settentrionali è del resto del tutto
naturale – a motivo delle condizioni territoriali e climatiche – la persistenza di una
economia di caccia (magari talvolta affiancata dall’allevamento). Assai interessanti sono
in particolare i ritrovamenti avvenuti nella zona del fiordo di Varanger (estremo nord
del Paese), dove è stata accertata l’esistenza di insediamenti risalenti a questo periodo.
È chiaro, dunque, che nelle diverse zone del Nord ci furono diverse economie e anche
diversi tipi di organizzazione sociale; in Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 189-190, si
collega la persistenza di società a struttura tribale semplice – rispetto ad altre dove si
andava affermando, seppure non ancora su vasta scala, un potere centrale – alla neces-
sità degli uomini di adattarsi alle condizioni ambientali.

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La preistoria 55

molto elevato di reperti di carattere cultuale (e la presenza di


sepolture riferibili a individui investiti di poteri magico-sciamanici)162
informano che la sfera magico-religiosa dovette essere predomi-
nante e permeare a fondo la vita di quelle comunità. L’economia
di queste società doveva attribuire ai capi anche il compito di
redistribuzione delle ricchezze (legato alla gestione delle materie
prime e al possesso di oggetti di prestigio), e considerare inoltre
l’aspetto guerriero.163 Tutto ciò avrebbe deter­minato l’emergere di
una aristocrazia fondata su elementi politico-religiosi, socio-eco-
nomici e organizzativo-militari. Un’ipotesi questa non certamente
dimostrabile del tutto, ma che pare ragionevole.164 A quest’orga-
nizzazione corrispondono tra l’altro gli insediamenti abitativi for-
mati ora da piccoli gruppi di case in cui le abitazioni, ge­neralmente
orientate in direzione est-ovest, si presen­tano (soprattutto nella fase
mediana dell’età del bronzo) come grandi costruzioni (talvolta
lunghe fin quasi 50 mt. e larghe 8-9 mt.) con una suddivisione
interna.165 Gli scavi effettuati soprattutto in territorio danese hanno
reso possibile seguire l’evoluzione delle costruzioni a uso abitativo
nell’età del bronzo.166 Pure considerando l’importanza di questo
tipo d’aggregazione, e i probabili contatti in una rete di alleanze,
resta tuttavia del tutto improponibile l’idea che già ci si possa tro-
vare di fronte a una qualche, per quanto primitiva, forma di Stato.167
162
Vd. a esempio la tomba danese di Hvide­gården (vicino a Kongens Lyngby nei
pressi di Copenaghen) in cui il morto è fornito, oltre che di una spada, di una serie di
oggetti contenuti in un sacchetto di cuoio (parti di animali, pietre, bastoncini) che
alludono in modo piuttosto esplicito al ‘corredo’ di uno sciamano (vd. Jensen 2001-
2004 [B.2], II, pp. 301-310, dove questi ritrovamenti vengono messi in relazione con
le raffigurazioni che si trovano sulle pareti della tomba di Kivik, su cui vd. sopra, p.
43 e oltre nota 170). È possibile che le figure di uomini-animali che si trovano nelle
incisioni rupestri, così come i reperti che vi sono collegati (vd. sopra p. 50 con nota
137) vadano ricondotte qui.
163
È probabile che fin dal II millennio a.C. si fossero formati in Scandinavia i primi
eserciti, per quanto ancora numericamente limitati (Jensen 2001-2004 [B.2], II, pp.
225-227).
164
Vd. la discussione in Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 188-190 (cfr. nota 161).
165
Tracce di questo tipo di costruzioni si trovano soprattutto in Danimarca (siti di
Ristoft, Bjerg, Spjald nello Jutland e Højgard nella Selandia meridionale) ma anche nel
sud della Svezia (sito di Fosie IV presso Malmö, dove tuttavia si trovano anche i resti
di abitazioni risalenti ad altri periodi; cfr. sopra, nota 97); si vedano inoltre siti norve-
gesi, quale – in particolare – quello di Landa (nella regione di Rogaland). Soprattutto
nelle zone della Svezia centro-orientale sono state escavate anche le fondamenta di
fortificazioni usate, verosimilmente, come ‘luoghi centrali’ di ritrovo per gli abitanti
di diversi piccoli nuclei e in cui, di conseguenza, si celebravano momenti significativi
della vita della comunità, quali a esempio riti e cerimonie religiose.
166
Jensen 2001-2004 (B.2), II, pp. 65-67, pp. 109-120 e pp. 339-352.
167
Come bene si argomenta in Scovazzi 1957 (B.8), pp. 181-182.

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56 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Siamo piuttosto ancora nell’ambito della comunità allargata a tutti i


consanguinei, la Sippe. Come si è visto anche la lettura delle raffigu-
razioni rupestri di questo periodo va certamente in questa direzione.

1.3.5. Le dimore dei morti

Nel corso dell’età del bronzo si assiste in Scandinavia a diversi


mutamenti nelle tipologie di sepoltura. Nella fase più antica (dal
1500 a.C.) conosciamo grandi tumuli (eretti in numero davvero
considerevole) che contengono tombe di personaggi eminenti
(uomi­ni, ma anche donne) e che con le loro imponenti sagome
tuttora segnano in molte località il paesaggio nordico: un uso sepol-
crale diffuso da sud (in particolare dallo Jutland).168 A essi corri-

168
 Di rilevante interesse sono le tombe danesi di Skrydstrup ed Egtved (nella zona
centro-meridionale dello Jutland) e di Borum Eshøj (Jutland orientale). Nei primi due
tumuli sono sepolte due giovani donne, nel terzo sono state ritrovate tre bare che
contenevano rispettivamente un uomo anziano, uno giovane e una donna anziana. La
donna di Egtved, d’età compresa fra i diciotto e i venticinque anni, dai capelli biondo
chiaro tagliati corti, indossa una casacca corta e una gonna fatta di cordicelle, inoltre
porta una cintura intrecciata fermata da un tutulus, due braccialetti di bronzo (uno
per braccio) e un orecchino. All’interno della tomba è stato ritrovato anche un conte-
nitore di corteccia di betulla con tracce di una bevanda alcolica (probabilmente una
sorta di birra dolcificata con miele). Un fiore (Achillea millefolium) rinvenuto nella
bara indica che la sepoltura (che viene fatta risalire al periodo attorno al 1370 a.C.)
avvenne in estate. Nella tomba si trovano anche i resti cremati di un bambino dell’ap-
parente età di otto o nove anni. Molto giovane (e in parte mummificata) è anche la
donna sepolta a Skrydstrup, dai capelli accuratamente acconciati, con un paio di
grandi orecchini d’oro e indosso una casacca e una grande gonna. I reperti si sono
mantenuti in buono stato grazie alle massicce bare di legno di quercia protette da
imponenti tumuli di torba. A esempio nelle tombe di due uomini eminenti (Muld­bjerg,
Jutland centro-occidentale e Trindhøj, Jutland meridionale) sono assai ben conserva-
ti gli abiti indossati dai defunti: un berretto di forma tonda, un camiciotto di lana e un
mantello. In Norvegia (dove la sepoltura sotto tumuli compare in particolare nelle aree
sud-occidentali di Vest-Agder e Sunn­hord­land) riveste grande importanza la tomba
della ‘donna di Rege’ (nel distretto di Jæren). Qui la defunta è deposta in una camera
di pietra e indossa ricchi ornamenti di bronzo. Certamente in queste tombe il corredo
funebre è collegato alla posizione sociale del morto, il che spiega anche la presenza di
oggetti particolari come a esempio lo sgabello pieghevole di legno di frassino, con resti
del sedile in pelle di lontra (simbolo della ‘superiorità’ del defunto rispetto ad altre
persone assise nel medesimo consesso) rinvenuto nel tumulo danese di Guldhøj (Jut-
land meridionale). Vd. Thomsen Th., Ege­kiste­fundet fra Egtved fra den ældre bronz­ealder,
Køben­havn 1929; Bro­holm H.Chr. – Hald M., Skrydstrupsfundet. En sønder­jydsk
kvinde­grav fra den ældre bronzealder, København 1939; Bro­holm 1943-1949 (B.2), I,
pp. 89-91, p. 99, pp. 106-107, pp. 112-113, p. 120 ed Egenæs Lund H., “En eldre
bronsealders ornert gravhelle fra Rege i Håland på Jæren”, in Stavanger Museums
Års­hefte (1933-1934), pp. 49-53.

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La preistoria 57

spondono massicci cumuli di pietre in talune zone della Svezia


meridionale (soprattutto aree interne, isole di Öland e di Gotland),169
sulle coste e sulle isole finlandesi e in buona parte della Norvegia.170
La concen­trazione di questi monumenti corrisponde, verosimil-
mente, ad aree territoriali sottoposte a uno stesso potere politico-
economico, certa­mente legato all’accesso e alla gestione del metal-
lo (con carattere di vero e proprio monopolio). La magnificenza
delle sepolture, così come la ricchezza dei reperti testimoniano il
prestigio sociale (o quello guerriero, quando si ritrovano armi che
presentano segni di utilizzo) di cui godevano i loro possessori (la
cui sepoltura doveva prevedere lunghi e complessi rituali): individui
appartenenti a famiglie il cui predominio era ormai affermato e che
gestivano un’economia fiorente. Siamo ancora in una fase nella
quale le risorse che la natura offre allo sfruttamento agricolo e
all’allevamento paiono illimitate. A parte qualche eccezione171
questo tipo di sepoltura scomparirà nell’età del bronzo recente.
Almeno in parte l’uso di cremare i defunti (che nel continente
è testimoniato fin dall’epoca dei monumenti megalitici) è cono-
sciuto nelle regioni nordiche dalla prima fase dell’età del bronzo,
sebbene se ne abbia qualche sporadica testimonianza già nel
neolitico (Jutland, Scania). Alla diffusione di questa pratica (in
particolare dall’età del bronzo recente, dunque dal 1100 a.C.) si
lega un nuovo tipo di sepoltura. I resti del defunto sono ora inu-
mati all’interno di un contenitore (talora in legno, più spesso in
argilla), il corredo funebre si riduce a pochi doni di limitato
valore. Una novità che parrebbe da collegare all’influsso dei

169
 Un ottimo esempio è il grande cumulo di Uggårda, nella zona sud-orientale
dell’isola di Gotland (alto 7 mt. e con un diametro di circa 45 mt.).
170
 Questi cumuli di pietre sono detti in danese røse (pl. røser); in svedese röse (pl.
rösen); in norvegese røys (pl. røyser, [bm]), e røys (pl. røysar, [nn]). Il più importan-
te che si conosca (seppure non restituito all’antica magnificenza dopo scavi di studio)
è certamente la tomba di Kivik in Scania, al cui interno sono state rinvenute lastre
di pietra riccamente decorate (che formavano la camera mortuaria di un personaggio
di alto rango); vd. Moberg C-A., Kivik. Breda­rör och andra forn­minnen, Stock­holm
1975³.
171
  Come il tumulo detto Hågahögen (presso Uppsala nell’Uppland svedese,
1100-900 a.C.), una delle tombe più ricche di oggetti d’oro (vd. Alm­gren O., Kung
Björns hög och andra forn­lämnin­gar vid Håga, Stockholm 1905) o, in Danimarca,
il grandioso tumulo di Lusehøj nella regione della Fionia risalente al IX secolo a.C.
(vd. Thrane H., Lusehøj ved Voldtofte- en syd­vest­fynsk storhøj fra yngre bronce­alder,
med bidrag af I.Trocz og K.R. Jensen m.fl., Odense 1984). Altri tumuli danesi di
notevoli dimensioni eretti nell’ultima fase dell’età del bronzo sono da considerare
nel contesto della decadenza di questo periodo (Jensen 2001-2004 [B.2], II, pp.
505-510).

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58 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

cosiddetti ‘campi di urne’, diffusi in area continentale172 (e ricon-


ducibili a loro volta alla cultura detta ‘di Hallstatt’),173 ma certa-
mente connessa anche alla creazione di ‘cimiteri’ legati a nuclei
abitati (un utilizzo del territorio che si attesterà nell’età del ferro).
Talora queste urne hanno l’aspetto di una piccola casa174 oppure
alludono al morto nei tratti del viso impressi sull’argilla.175 D’altro
canto l’affermazione di questo nuovo rituale funerario potrebbe
anche testimoniare una profonda modificazione (in senso spiri-
tualistico) nella concezione dell’aldilà:176 luogo a cui avrebbe
accesso solo l’anima, la quale dunque per raggiungerlo con più
facilità e immediatezza dovrebbe liberarsi al più presto del corpo.
In ogni caso, tenuto conto che nell’età del bronzo permane, paral-
lelamente, la pratica dell’inumazione si potrebbe anche pensare,
più semplicemente, a usi funerari diversi collegati alla diversa
posizione sociale del defunto, o – almeno in taluni casi –
all’uso di cremare coloro che dovessero, per qualche ragione,
essere sacrificati, magari per seguire nell’aldilà chi già in questa
vita aveva esercitato su di loro il proprio dominio.177 Del resto la

172
In Burenhult 1999-2000 (B.2), I, p. 439 una diretta derivazione viene tuttavia
messa in dubbio. In Svezia un ‘campo di urne’ di notevole interesse è stato rinvenuto
presso Simris­hamn in Scania.
173
Dal nome di un celebre sito in territorio austriaco. Questa cultura è suddivisa in
quattro fasi (A, B, C e D) che coprono il periodo dal 1100 al 600 a.C. L’uso di racco-
gliere i resti cremati del defunto in una piccola urna ha tuttavia la sua origine nelle
zone mediterranee e si lega alla cosiddetta ‘civiltà di Villanova’ (dal nome del sito che
si trova nei pressi di Bologna).
174
Si veda, in particolare, l’esempio eccellente di Stora Hammar in Scania. In
effetti nel Nord questo reperto è l’unico che possa in qualche modo reggere il parago-
ne con le urne a forma di casa ritrovate sul continente.
175
Il riferimento è qui a siti danesi come Vesterby in Langeland e Ingstrup in Vend­
syssel. Di particolare interesse è anche l’urna rinvenuta a Røgind (presso Viborg nello
Jutland) che combina il motivo della casa con quello del volto. In Danimarca si trova-
no un centinaio di reperti di questo tipo (per lo più nella zona dello Jutland), essi
risultano invece assai scarsi in Svezia (e comunque limitati alla Scania).
176
Vd. Harding A., “Reformation in Barbarian Europe 1300-600 BC”, in Cun-
liffe 1994 (B.2), pp. 320-321 (e, per certi aspetti, anche Artelius 1998). Non è tutta-
via da escludere che questo uso fosse dovuto (almeno in parte) a ragioni di carattere
pratico.
177
Questa idea pare perdurare nel tempo, se dobbiamo – a mio parere ragione-
volmente – credere a testimonianze più tarde (periodo vichingo) di carattere sia
archeologico (come quella della tomba di Oseberg dove insieme alla regina fu
sepolta un’altra donna, presumibilmente una schiava che dovette seguirla nella
morte) sia letterario (come il resoconto di Ibn Fa[lan testimone oculare del funera-
le di un capo vichingo nel corso del quale la donna del morto venne uccisa e posta
sulla pira insieme a lui; vd. oltre, p. 116 con nota 65; cfr. anche il testo di Ibn Rustah
riportato alle pp. 116-118).

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La preistoria 59

società nordica mostra ormai una chiara tendenza alla differen-


ziazione sociale.
Alla fase più recente dell’età del bronzo appartengono impo-
nenti monumenti i cui migliori esempi si ritrovano nelle zone del
Baltico, in particolare sull’isola di Gotland ma anche a Öland e
Bornholm. Si tratta di grandi pietre infisse nel terreno a disegnare
una o più navi di notevoli dimensioni (skepp­sätt­nin­gar).178 Certa-
mente essi si legano a riti funebri (la cui relazione con il simbolo
della nave non è limitata al mondo nordico: basti pensare al tra-
ghettatore Caronte!) e mostrano di essere in diretta continuità non
solo con l’uso talora testimoniato in epoca più antica di deporre
il cadavere del defunto in un’imbarcazione,179 ma anche con quel-
lo (noto fin dalla prima fase dell’età del bronzo) di ricoprire una
sepoltura a forma di nave con un tumulo. Del resto questa con-
suetudine ricomparirà in varie forme nell’età del ferro (con l’im-
barcazione talora coperta o, di nuovo, ben visibile in superficie);
finché l’uso della nave diverrà emblema stesso dei funerali d’epo-
ca vichinga. Ma l’immagine della nave è certamente legata anche
all’importanza che il commercio per vie marittime dovette rivesti-
re a livello economico e, di conseguenza, sociale. Diversi tumuli
sono collocati in posizione dominante sul mare, evidentemente
con l’intento di renderli ben visibili ai naviganti,180 ma forse anche
con quello di ‘ricordare’ o ‘indicare’ al defunto le vie del mare.
D’altronde l’evidente parallelismo tra l’uso di questo simbolo e la
sua massiccia presenza nelle incisioni rupestri non può non sug-
gerire un valore cultuale e religioso. Un nesso può essere trovato
nel fatto che le raffigurazioni su pietra di navi sopra le quali si
trova il disco solare alludono al cammino rituale che il sole deve
percorrere fino al sopraggiungere della notte, quando gli abitanti
178
 Sing. skeppsättning. Particolarmente degno di nota è il monumento di Rannarve
sull’isola di Gotland. Esso è costituito da ben quattro navi funerarie in pietra colloca-
te l’una dietro l’altra per una lunghezza totale di circa 36 mt.
179
 Un uso tuttavia non necessariamente legato solo a valenze simboliche o ritua-
li di particolare rilievo, come giustamente si rileva in Burenhult 1999-2000 (B.2), p.
75.
180
 In Norvegia merita una citazione il tumulo noto come Tjernagel­haugen (comu-
ne di Sveio nella regione di Sunn­hord­land) la cui sagoma è stata per secoli ben visibi-
le su un promontorio. Questo tumulo imponente (ora tuttavia in rovina) è ricordato
dal poeta islandese Þorarinn Lingua che loda (lof­tunga) nel carme Tøg­drápa (titolo dal
significato incerto, forse Carme encomiastico di/per i vent’anni), composto nel 1028.
Qui (str. 5) si legge: “E gli uomini fedeli della corte [di Canuto] passarono velocemen-
te davanti all’antico tumulo di Tjernagel; là dove la mandria della terra delle prue [i.e.
“il mare”, quindi nell’insieme “la flotta”] sfrecciò davanti al Capo Stadt, il navigare
del guerriero non era [certo uno spettacolo] modesto”; DLO nr. 3.

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60 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

delle coste lo vedono scomparire nell’oceano: un’idea, questa,


che si lega al concetto del mare come ‘altro mondo’.181 Non è un
caso che monumenti funebri di straordinaria importanza, quali
la già citata tomba di Kivik182 e il tumulo norvegese di Mjelte­
haugen183 mostrano nella ricca decorazione delle pareti figure
d’imbarcazioni.

1.3.6. Uno sguardo verso l’estremo Nord

Come accennato in precedenza le zone della Scandinavia coin­


volte negli sviluppi culturali di cui si è trattato erano sostan­
zialmente quelle meridionali e costiere, sebbene percorsi paralle-
li (compresa una certa diffusione dell’agricoltura e dell’alleva-
mento, in ogni caso evidentemente influenzata dalle condizioni
climatiche) siano documentati fino all’estremo Nord dai reperti
(anche di notevole valore) e dalle sepolture in un’area che scende
fino alla zona meridionale della regione di Tromsø, comprenden-
do le isole Lofoten.184 Le zone più settentrionali e interne della
Norvegia, così come le regioni centrali e settentrionali della Sve-
zia, gran parte della Finlandia e la penisola di Kola restavano
legati a un’economia basata sostanzialmente sulla raccolta e sulla
cattura di prede animali e ricevevano influssi culturali soprattut-
to da oriente.185 Gli studiosi usano la definizione di ‘età del bron-
zo artica’186 in riferimento a queste culture, che certamente mostra-
no tutta la loro vitalità. Caratteristica delle zone centro-setten-
trionali è la cosiddetta ‘ceramica all’asbesto’ (un materiale, pro-

181
Su questo vedi le considerazioni proposte in Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp.
350-352 e pp. 477-478. Vd. anche Alm­gren 1926-1927, pp. 41-42.
182
Cfr. sopra nota 170.
183
Sull’isola di Giske nella regione di Sunnmøre. Si tratta di una tomba di partico-
lare importanza proprio per la ricca, non usuale, decorazione interna (vd. Mandt G.,
“Mjeltehaugen på Giske – en gåte i norsk forhistorie”, in Indrelid S. – Ugelvik Larsen
S. [red.], Sunn­møres for­historie. 1. Fra de første fote­far, Ålesund 1984, pp. 70-80).
Degno di nota da questo punto di vista è anche il tumulo di Sagaholm (presso Jönköping
in Svezia, risalente all’incirca al 1450 a.C.; vd. Goldhahn J., Sagaholm – häll­ristnin­gar
och grav­ritual, Jön­köping 1999).
184
Ne dà testimonianza, tra l’altro, la presenza di incisioni rupestri di carattere
‘agrario’ (cfr. sopra, nota 124) fin nella regione di Finnmark (sull’isola di Sørøya e
nella località di Apana gård nell’area di Alta).
185
Rapporti privilegiati dovettero poi svilupparsi con la cosiddetta ‘cultura di
Ananjino’ che aveva il proprio centro nella regione russa tra il bacino centrale del
Volga e quello del Kama e che conobbe la massima fioritura tra l’800 e il 200 a.C.
186
Vd. sopra, nota 99.

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La preistoria 61

veniente probabilmente dalla Finlandia, che ridotto in polvere


era mescolato all’argilla) della quale ci restano oggetti decorati
variamente. Resta aperta la questione se a questa civiltà sia legata
la comparsa dei primi Sami sul territorio della penisola scandina-
va, ipotesi per altro probabile.187 Ma oggetti di bronzo (anche di
fattura assai pregevole) si ritrovano fino alle regioni del Mare
di Barents e, se nelle zone interne restavano in largo uso materia-
li come la quarzite, è tuttavia altresì dimostrato che molti caccia-
tori disponevano di armi in bronzo.

187
Vd. Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 200-202. Vd. anche Lillehammer 1994
(B.2), pp. 135-136 dove è riportata una cartina che indica l’estensione della ‘ceramica
all’a­sbesto’, diffusa nella Norvegia e nella Svezia centro-settentrionale, nella penisola
di Kola, nella quasi totalità della Finlandia e nei territori russi a essa adiacenti.

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Capitolo 2

Verso la storia: l’età del ferro

2.1. La Scandinavia e il continente

Nell’età del ferro la Scandinavia fa il proprio definitivo ingres-


so nella storia europea. La fine dell’età del bronzo era stata
determinata sostanzialmente da una crisi nell’approvvigionamen-
to del metallo, manifestatasi a partire dal IX-VIII secolo a.C. A
ciò si accompagnò una situazione continentale nella quale ven-
nero privilegiati i contatti con il meri­dione: di conseguenza le
regioni nordiche risentirono notevol­mente della loro posizione
periferica. Va poi aggiunto che l’inizio dell’età del ferro, collo-
cato attorno al 500 a.C., è segnato in Scandinavia da un peggio-
ramento delle condizioni climatiche1 con conseguenti progressi-
ve modificazioni nella vegetazione2 che andarono a incidere
sull’attività agricola e quindi sulla popolazione. Questi fattori
stanno, almeno in parte, alla base dei molti cambiamenti che
coinvolgeranno il mondo nordico, non da ultimo – probabilmen-
te – la migrazione di popolazioni che lasceranno le terre d’origi-
ne, prendendo la via del sud in diverse direzioni. Un altro ele-
mento fondamentale di questo periodo è l’affermazione delle
1
Per molto tempo si è ritenuto che questo evento climatico si fosse manifestato
piuttosto repentinamente e in un arco di tempo relativamente breve. Ricerche più
recenti hanno invece dimostrato che esso fu il risultato di un andamento di lungo
termine (vd. in particolare Aaby B., “Cykliske klimatvariationer de sidste 7500 år
påvist ved undersøgelser af højmoser og marine transgressionfaser”, in Dan­marks
Geolo­giske Under­søgelse / Geological Survey of Denmark, Årbog 1974, pp. 91-104).
2
In Scandinavia si venne a stabilire un clima sostanzialmente simile a quello attua-
le: nelle foreste ripresero il sopravvento la betulla e le conifere. Sulla vegetazione
dovette del resto incidere anche l’attività umana, in particolare l’abbattimento di
alberi per utilizzarne il legname e per la creazione di pascoli.

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Verso la storia: l’età del ferro 63

tribù celtiche: nei 500 anni precedenti la nascita di Cristo i


Celti seppero espandere la loro influenza culturale3 in larga par-
te dell’Europa centrale e oltre4 contribuendo in modo determi-
nante alla diffusione della lavorazione del ferro; certamente le
tribù germaniche (quindi anche quelle nordiche) dovettero
apprenderla da loro:5 in tal senso testimonia, tra l’altro, l’etimo-
logia della parola che lo designa nelle loro lingue (dunque anche
in quelle del gruppo nordico) la quale rimanda direttamente al
celtico.6 L’introduzione del nuovo metallo non ebbe tuttavia
effetti immediati e dirompenti, forse per la difficoltà di appren-
dere le tecniche di lavorazione del nuovo materiale.
Se da una parte l’innegabile declino che segna l’inizio dell’età
del ferro scandinava (una fase che oltre a tutto risulta piuttosto
povera di reperti), è stato attribuito proprio all’espansione dei
Celti,7 occorre d’altronde considerare che nel Nord l’influsso cul-
turale di questo popolo è constatabile in misura cospicua soprat-
tutto nella regione danese, se pure se ne trovino testimonianze
certe anche più a nord (Öland, Gotland). Ma singolarmente si
constata come questo influsso risulti più marcato nel momento in
cui i Celti appaiono in regresso. Tra i reperti nordici di impronta
celtica il più celebre è certamente il bacile in argento rinvenuto a
Gundestrup (Jutland settentrionale).8 È probabile che all’influsso
3
 Le caratteristiche fondamentali della cultura e dell’arte celtica vengono ricondot-
te ai reperti rinvenuti nell’importantissimo sito di La Tène, sulle sponde del lago di
Neuchâtel in Svizzera, luogo sacrificale frequentato per molti secoli dalle tribù di
questa etnia.
4
 È noto che essi si spinsero da una parte fino alle regioni iberiche così come,
dall’altra, giunsero attraverso la penisola balcanica fino all’Asia Minore dove si
stabilirono nella regione che da loro fu detta Galazia (nome tratto dal termine
Γαλάται, con il quale i Greci li designarono, corrispondente al latino Galli, quindi
“Celti”).
5
A parte una presenza sporadica (e dunque casuale) di reperti in ferro risalenti a
epoche antiche (tra il XII e il IX secolo a.C., vd. Pleiner 1980, p. 378) si può afferma-
re che nel Nord l’età del ferro prende l’avvio tra l’VIII secolo (Danimarca) e il VI
secolo (Norvegia) a.C. (ibidem, pp. 375-415, vd. ivi la tabella a p. 383).
6
de Vries 1962² (B.5), p. 287 e p. 291 (voci ísarn e járn).
7
In particolare lo studioso Sune Lindquist (Lindquist 1920) ha coniato l’espres­sione
‘Ansa celtica’ per indicare l’espansione di un mercato continentale che avrebbe taglia-
to fuori le regioni del Nord, anche geograficamente sfavorite. Vd. anche Bertilsson
1995.
8
Si tratta di un bacile, conservato nel Museo Nazionale di Copenaghen (National­
museet), del diametro di quasi 1 mt., sul quale sono istoriate scene che fanno in buona
parte riferimento a figure della mitologia celtica. La destinazione rituale del reperto è
chiaramente testimoniata dal fatto che esso, prima di essere depositato in una palude
era stato volutamente reso inutilizzabile (vd. Müller S., “Det store sølvkar fra Gun-
destrup i Jylland”, in NF I, 1890-1903, Kjøbenhavn, pp. 35-68; Klindt-Jensen O.,

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64 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

celtico siano dovuti anche importanti mutamenti nella sfera reli-


giosa (da qui forse furono ripresi i modelli delle divinità successi-
vamente affermatesi) e in quella politica.
L’età del ferro scandinava è suddivisa in periodi successivi: età
del ferro celtica o preromana (500 a.C.-nascita di Cristo),9
età del ferro romana (nascita di Cristo-400 d.C.),10 età delle
migrazioni (400-550 d.C.), età dei Merovingi o età di Vendel11
(550-800 d.C.).12
Essa costituisce certamente un periodo di inquietudini e di gran-
di cambiamenti. I reperti archeologici che – come si è detto –
risultano scarsi nella fase iniziale,13 tornano in seguito a essere
abbondanti, vari e diffusi, ma mostrano evidenti varianti regiona-
li testimoniando differenze culturali non soltanto tra le aree più
meridionali e quelle settentrionali, ma anche tra zone con diversi
profili ambientali e, di conseguenza, con diverse risorse per la vita
degli uomini. Il sud della Scandinavia è naturalmente sempre più
coinvolto con il resto d’Europa. Ritrovamenti di grande valore lo
dimostrano inequivo­cabilmente con esempi numerosi e talvolta
Gunde­strup­ke­de­len, Nationalmuseet, København 1961 e Bergquist A. – Taylor T.,
“The Origin of the Gundestrup Cauldron”, in Antiquity. A quarterly review of archae­
ology, LXI (1987), pp. 10-24. Simile a quello di Gundestrup è il calderone di Brå
(presso Horsens, Jutland orientale). Altri reperti danesi di chiara impronta celtica sono
due carri (anch’essi resi inutilizzabili) rinvenuti nella palude di Dejbjerg presso Ring-
købing, Jutland occidentale (vd. Petersen H., Vogn­fundene i Dej­bjerg Præste­gårds­mose
ved Ring­købing 1881 og 1883, Kjöben­havn 1888). Oggetti di origine celtica si trovano
anche nella Svezia meridionale, assai pochi in Norvegia (Magnus – Myhre 1986 [B.2],
pp. 220-222).
9
 La prima definizione viene usata soprattutto in relazione alle zone danesi. Per le
altre regioni si preferisce invece la definizione di ‘età del ferro preromana’.
10
 Da taluni ulteriormente suddivisa in ‘età del ferro romana antica’ (nascita di
Cristo-200 d.C.) ed ‘età del ferro romana recente’ (200-400 d.C.).
11
 Questa definizione, che fa riferimento all’importantissimo sito di Vendel, è più
opportuna a riguardo della Svezia, dove appunto si trova (nella regione di Uppland)
questa località. Taluni studiosi preferiscono le seguenti denominazioni: ‘età del ferro
germanica recente’ (per la Danimarca e la Scania), ‘età di Vendel’ per la Svezia ed ‘età
dei Merovingi’ per la Norvegia e la Finlandia. Talora è utilizzata anche la definizione
‘età delle migrazioni recente’.
12
 A rigore va considerata come appartenente all’età del ferro anche l’epoca vichin-
ga (800 d.C.-1066 d.C.). Tuttavia, poiché questo periodo costituisce per la storia della
cultura nordica una fase di particolare rilievo e di importantissimi cambiamenti (fatta
oggetto di numerosissimi studi), si è ritenuto opportuno trattarlo qui in un capitolo a
parte.
13
 A essa sono tuttavia riferibili alcuni recipienti di argilla contenenti offerte in cibo
(in particolare ossa di ovini) rinvenuti in numero cospicuo soprattutto nello Jutland
ma anche in Norvegia e Svezia (Nissen Fett 1942 [B.7.1], p. 9 e note relative). Inoltre
vanno ricondotti a questa fase i ritrovamenti di Gundestrup (vd. sopra e nota 8) e
della nave di Hjortspring (vd. oltre, p. 70, nota 28).

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Verso la storia: l’età del ferro 65

eccellenti, quali i due vasi d’argento rinvenuti in una tomba nella


località di Hoby (Lolland, Danimarca), su cui sono riprodotte
scene ispirate all’Iliade.14 Nell’età del ferro romana la presenza
nell’area scandinava di merci provenienti dai territori dell’Impero
(il cui limes era costituito dal fiume Reno che rappresentava anche
una frequentata via di trasporto) è ampiamente testimoniata da
numerosi e pregevoli manufatti, tra cui molti eleganti oggetti per
guarnire la tavola (bicchieri di vetro, brocche, recipienti, colini).15
Il ritrovamento di questi reperti nell’area nordica (soprattutto in
Danimarca e Svezia, ma – come detto – anche in Norvegia)16 si
spiega in primo luogo con un vero e proprio commercio che
dovette essere assai attivo nelle zone di confine, dove i nordici
fornivano prodotti necessari ai soldati romani: innanzi tutto pelli,
lana e forse prodotti alimentari, ma anche merci di maggior pregio
come l’ambra e, certamente, schiavi. In secondo luogo (nel caso
di oggetti di particolare valore) si tratta molto probabilmente di
doni offerti (non da ultimo per fini politici) a capi tribù e uomini
influenti.

14
Le immagini sono ‘firmate’ da un artista per altro ignoto che vi ha inciso le scrit-
te ΧΕΙΡΙΣΟΦΟΣ ΕΠΟΕI e CHIRISOPHOS EPOI. I reperti sarebbero da colloca-
re nei primi decenni dell’Impero, tuttavia il nome SILIUS inciso sul fondo di questi
oggetti rimanderebbe ai primi decenni d.C. (inizio dell’età del ferro romana), quando
un comandante con questo nome era a capo dell’esercito romano nella provincia
della Germania superiore (14-21 d.C.). Vd. Friis Johansen K., “Hoby-Fundet”, in NF
II, 1911-1935, Kjøbenhavn, pp. 119-164.
15
In Svezia sono assai interessanti i siti di Gödåker (Uppland), di Öre­mölla (Scania,
cfr. nota 23) e di Östra Varv (Öster­götland). Il primo (il cui nome significa “Campo
della dèa”) risulta essere un luogo di carattere religioso frequentato per lungo tempo:
ivi si trova una fonte sacrificale nella quale sono stati rinvenuti resti di uomini e di
animali; nelle vicinanze è situato un cimitero con bauta­steinar (vd. oltre, p. 68); vd.
Ek­holm G., “Gödåker. De senaste bidragen till Upplands fornhistoria”, in UFT XLI
(1927), 10: 2, pp. 120-130. Anche nell’isola di Gotland (Havor) sono stati rinvenuti
oggetti di importazione di ottima fattura; vd. Nylén E. – Lund Hansen U. et al., The
Havor hoard. The Gold – The bronzes – The fort, Stockholm 2005. In Norvegia vanno
segnalati il sito di Tu (Jæren) dove è stato trovato un calice con una scritta augurale in
caratteri greci (ΠΙΕ ΖΗΣΑΙΣ ΚΑΛΟΣ: “bevi e vivi bene”) e quello di Solberg
(Buskerud) da cui provengono parti di un vaso di vetro di finissima fattura e decorato
in oro prodotto ad Alessandria d’Egitto; assai interessanti sono anche i diversi ogget-
ti rinvenuti nella tomba di Store-Dal in Østfold (cfr. nota 20 e nota 27). In Danimarca
conosciamo reperti di questo tipo già nell’età del bronzo. Si veda a esempio il sito di
Rosbjerggård (Rørbæk, Himmerland) dove da una palude è stato riportato alla luce
un recipiente in bronzo di probabile origine etrusca (o comunque di imitazione di
oggetti simili prodotti in tale area; Jensen 2001-2004 [B.2], II, p. 418).
16
 Vd. Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 326-330 e pp. 333-338.

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66 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

2.2. Nuove strutture abitative e rivolgimenti sociali

Con il passare dei secoli si assiste a un’ulteriore espansione del-


la pratica agricola (certamente favorita dalla diffusione di strumen-
ti come a esempio la falce di ferro che consentiva di raccogliere
maggiori quantità di fieno per i mesi invernali), che diviene inten-
siva (alla prima età del ferro risale la pratica di concimare il terreno);
si coltivano soprattutto cereali e si allevano diversi animali la cui
carne (insieme al formaggio) costituisce la base nutrizionale della
popola­zione. Tra gli animali domestici compare il gatto, mentre il
cavallo pare essere un animale il cui possesso conferisce prestigio:
il consumo della sua carne va verosimilmente ricondotto a un
ambito rituale. A tutto ciò corrispondono insediamenti che in
molti casi vengono a costituire (nella fase più antica soprattutto
in Danimarca) dei veri e propri villaggi stabili.17 Le costruzioni
hanno – almeno inizialmente – dimensioni minori, ma il numero di
quelle che costituiscono un nucleo abitativo aumenta sensibilmen-
te. In una fase successiva si torna a edifici di notevoli dimensioni e
di forma allungata, nelle quali trovano ricovero uomini e animali.
Talora compaiono anche strutture minori utilizzate come luoghi di
lavoro; i recinti per gli animali e gli appezzamenti destinati alle
coltivazioni risultano ben definiti. In diversi casi è presente un’area
centrale sgombra, probabilmente riservata a un uso sacro. Natu-
ralmente l’evoluzione degli insediamenti dell’età del ferro mostra
differenze a seconda delle zone e della fase storica di riferimento.18
17
 In talune zone sono tuttavia stati rinvenuti i resti di fattorie isolate, specialmente
in Norvegia dove si trovano anche tracce di abitazioni all’interno di grotte (in partico-
lare nelle zone montuose ma anche sulla costa) utilizzate per lo più nell’età del ferro
romana e nel periodo delle migrazioni soprattutto da cacciatori. In questo Paese si
ritrovano insediamenti agricoli stabili a partire dalla metà dell’età del ferro preromana
(Magnus – Myhre 1986 [B.2], p. 230, p. 266 e p. 272).
18
 Una particolare tecnica di costruzione caratterizza a esempio l’isola svedese di
Gotland, dove si trovano fattorie costituite da un numero limitato di abitazioni con
basamenti in pietra (tra l’età del ferro romana e l’età delle migrazioni), il miglior esem-
pio nella località di Vallhagar (vd. Stenberger M. – Klindt-Jensen O. [eds.], Vallhagar.
A migration period settlement on Gotland, Sweden, I-II, Copen­hagen 1955). Per avere
una idea delle tipologie di insediamento abitativo nell’età del ferro si vedano i villaggi
danesi di Grøntoft, Hodde e Vorbasse (tutti nello Jutland sud-occidentale); si tenga
presente che le ricerche archeologiche in questo campo sono state portate avanti
soprattutto in questo Paese (vd. Becker C.J., “Ein früheisenzeitliches Dorf bei Grøn­toft,
West­jütland”, in AA XXXVI [1965], pp. 209-222; Becker C.J., “Das zweite früh­eisen­
zeit­liches Dorf bei Grøn­toft, West­jütland”, in AA XXXIX [1968], pp. 235-255; Becker
1987; Hvass S., “Das eisenzeitliche Dorf bei Hodde, Westjütland”, in AA XLVI [1975],
pp. 142-158; Hvass S., “Die völker­wan­de­rungs­zeit­liche Sied­lung Vor­basse, Mitteljüt­

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Verso la storia: l’età del ferro 67

Dall’inizio del IV secolo a.C. diversi nuclei abitati cominciano a


essere difesi da recinti. Probabilmente ci si trova di fronte a ‘villag-
gi organizzati’, in cui vivevano persone legate da vincoli di paren-
tela e nei quali vigeva una precisa regolamentazione del diritto di
sfruttare le risorse della terra. È questo un elemento che attrae la
nostra attenzione, dal momento che anche l’edificazione in tutti i
Paesi dell’area nordica (dalla Norvegia alla Finlandia) di vere e
proprie fortificazioni (per altro un tipo di costruzione in qualche
caso già noto dall’età del bronzo e che trova precisi paralleli sia sul
continente sia nelle isole britanniche) conoscerà un intenso svilup-
po tra l’età del ferro preromana e il periodo delle migrazioni. La
tipologia (che natural­mente dipende in buona parte dalla confor-
mazione del terreno) e la distribuzione di queste costruzioni non
sono affatto omogenee e il loro scopo si può supporre molteplice:
difesa dei campi e del bestiame, recinzione di un luogo di culto e/o
di mercato, barriera contro incursioni nemiche. Molte di queste
fortificazioni resteranno in uso per un periodo di tempo assai lun-
go, almeno fino all’età vichinga ma anche oltre.19
Legate agli insediamenti abitativi si trovano, per buona parte
dell’età del ferro, tombe piuttosto semplici, in genere con corredo
funerario scarso o addirittura mancante: i resti del morto, di solito
cremati e talora raccolti in un contenitore, sono deposti in fosse
ricoperte da pietre e riunite per lo più in veri e propri cimiteri
della comunità,20 un uso questo che si collega alle consuetudini

land”, in AA XLIX [1978], pp. 61-111 e Hvass 1979). In Svezia si vedano tra gli altri
i siti di Fosie e Uppåkra (Scania) e Nibble (Uppland). In Norvegia il sito di Ullandhaug
presso Stavanger (V-VI secolo d.C.), che è stato ricostruito, e quello di Klauhaugane
(presso Nærbø, Jæren) con le abitazioni poste secondo un ovale attorno a un’area al
centro della quale si trova quello che doveva essere lo spazio sacro della comunità.
Questo villaggio, che risulta abitato tra il 200 a.C. e il 200 d.C. mostra chiara affinità
con nuclei di case presenti sull’isola svedese di Öland. Simili insediamenti norvegesi
sono, innanzi tutto, quello di Dysjane (anch’esso in Jæren), pressoché identico a
Klauhaugane e altri anche nelle regioni più settentrionali (vedi, in particolare quelli di
Bø e Steigen sull’isola di Engeløya; Magnus – Myhre 1986 [B.2], pp. 312-316).
19
 Tra i siti più significativi fino a ora investigati dagli archeologi quelli di Eketorp
(sull’isola svedese di Öland; vd. Borg K. – Näsman U. et al. (eds.), Eketorp. For­ti­fication
and settle­ment on Öland/Sweden. I. The Monument, II: The Setting, Stock­holm 1976-
1979), di Tors­burgen (in Gotland), assai imponente, di Havor (anch’esso in Got­land;
cfr. nota 15), di Gamle­borg sull’isola danese di Bornholm, di Vanha­linna (presso Turku
in Finlandia); vd. Engström 1991.
20
 Una concentrazione di questi cimiteri si ha nelle regioni svedesi di Västergötland,
Östergötland e nell’isola di Gotland. In taluni casi le pietre che segnalano le tombe
sono disposte in cerchio (si vedano come esempi Dragby in Uppland e Vallhagar in
Gotland). In Norvegia sono noti, in particolare, il ‘cimitero’ di Gunnarstorp (Østfold),
la necropoli di Hunn (anch’essa in Østfold) che conserva tra l’altro la ricca tomba di

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68 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

riscon­trabili nell’ultima fase dell’età del bronzo. Talvolta a fungere


da ‘marcatori delle tombe’ sono collocati massi di una certa dimen-
sione innalzati in prossimità delle sepolture, magari disposti secon-
do forme geometriche (bautasteinar): se ne trovano in Svezia, in
Norvegia e in Danimarca, in particolare nell’isola di Bornholm;
in qualche caso risalgono già all’età del bronzo. Singolari monu-
menti sepolcrali sono i cosiddetti domarringar (letteralmente “cer-
chi del giudizio”) cerchi di pietre (spesso in numero simbolico:
sette, nove) che si trovano soprattutto nelle zone della Svezia
centro-meridionale (particolar­mente in Väster­götland), ma anche
nelle zone orientali della Norve­gia; il termine popolare con cui
vengono designati allude al fatto (per altro non dimostrato) che in
questi luoghi si tenessero le assemblee.21
Le semplici sepolture della prima fase dell’età del ferro paiono
dare testimonianza di un’organizzazione sociale che – quantomeno
di fronte alla morte – esprime una concezione sostanzialmente
egualitaria: essa sarebbe da mettere in relazione da una parte con la
distribuzione della popolazione in piccoli insediamenti del tutto
simili, dall’altra con la necessità di uno sforzo collettivo a sostenere
la diffusione della pratica agricola. Ma questo quadro (nel quale
vanno comunque rilevate differenze regionali anche piuttosto
marcate)22 è destinato a modificarsi rapidamente. Ben presto infat-
ti (i primi esempi risalgono all’età del ferro preromana) cominciano
ad apparire sepolture ben più ricche di doni funebri la cui tipologia
corrisponde alla posizione sociale del defunto. Assai interessanti
sono le tombe di guerrieri: facilmente distinguibili per il corredo di
armi di cui il morto è provvisto per il viaggio nell’aldilà, esse danno
una chiara indicazione dell’importante ruolo svolto da questi indi-
vidui nel processo di edificazione di una nuova struttura sociale,
nella quale i centri di potere che venivano prevalendo (certamente
fondati sul consolidamento di una società e di una economia con-
tadina) dovettero sostenere la propria ascesa su una potenza di tipo
militare da cui ebbe origine, a sua volta, una ‘classe aristocra­tica’ (e
non si dimentichi la funzione svolta dal guerriero come tramite di
nuove idee e differenti modelli di vita con i quali è venuto in con-
un guerriero risalente alla fase più recente dell’età del ferro romana (vd. RESI H.G.,
Gravplassen Hunn i Østfold, Oslo 1986) e quella di Store-Dal (Østfold; cfr. nota 15 e
nota 27): esse consentono di osservare diversi tipi di sepoltura che testimoniano dei
mutamenti negli usi funerari tra la prima età del ferro e quella ‘romana’ (LILLEHAMMER
1994, p. 142; MAGNUS – MYHRE 1986, pp. 225-226, entrambi in B.2).
21
Vd. Sahlström 1942.
22
Vd. Burenhult 1999-2000, II, pp. 250-257, Magnus – Myhre 1986, pp. 217-220,
Jensen 2001-2004, III, p. 62 (tutti in B.2).

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Verso la storia: l’età del ferro 69

tatto). Nella prima parte dell’età del ferro quest’evoluzione appare,


per ragioni innanzi tutto geografiche, assai più evidente nelle regio-
ni danesi, più esposte alle innovazioni provenienti dall’esterno e più
facilmente coinvolte negli avvenimenti continentali; essa può tutta-
via essere constatata anche nella Svezia meridionale (comprese le
due isole di Öland e di Gotland) e sulle coste meridionali della
Norvegia. Influssi stranieri (da parte del mondo romano ma anche
delle tribù germaniche continentali) sono, da questo punto di vista,
assai probabili.23 Il lungo processo che – attraverso interminabili
lotte e aspri contrasti – avrebbe portato la nobiltà dei Paesi nordici
alla creazione di stati nazionali trova le proprie remote radici in
quest’epoca.24 All’uso della cremazione25 si affianca di nuovo (in
particolare nel periodo attorno alla nascita di Cristo e certamente
per influsso esterno) quello dell’inumazione e buona parte delle
sepol­ture più ricche conserva dunque lo scheletro del defunto. I
doni funebri ne testimoniano la posizione sociale,26 straordinari
corredi e magnifici gioielli sono riservati alle donne.27
23
In questo senso testimonia anche la presenza all’interno delle sepolture di ogget-
ti di notevole valore importati dai territori dell’Impero. Si vedano a esempio le tombe
danesi di Varpelev e Valløby (entrambe nella Selandia orientale) e quella di Öre­mölla
in Svezia (cfr. nota 15). Da questo punto di vista è anche interessante notare come
nella tomba svedese di Lager­lunda (Öster­göt­land) siano stati ritrovati, fra l’altro, due
calderoni di ferro prodotti a imitazione di analoghi oggetti di area mediterranea.
24
Del resto siti come quello danese di Gudme con il vicino porto di Lunde­borg
(Fionia), dove sono stati ritrovati i resti di quello che, affermatosi a partire dal III
secolo, dovette divenire uno dei centri più importanti del periodo delle migrazioni (vi
si ritrova anche la dimora di un capo), confermano pienamente questa ipotesi. Il fatto
che il nome Gudme possa derivare da *Gudhem (cioè *Guðheimr) “Dimora della
divinità” confermerebbe l’interrelazione tra il potere politico e quello religioso; vd.
Kromann A. – Nielsen P.O. et al., “Gudme og Lundeborg. Et fynsk rig­doms­center i
jern­alderen”, in NMA 1991, pp. 144-161; Thrane H., “Das Reich­tums­zentrum Gudme
in der Völker­wan­derungs­zeit Fünens”, in HOGA, pp. 299-380 e Jørgensen L., “The
warrior aristocracy of Gudme. The emergence of landed aristo­cracy in Late Iron Age
Denmark?”, in PSESBN, pp. 205-220.
25
Anche in sepolture che contengono i resti cremati del defunto si possono trova-
re ricchi doni funebri (vd. come esempio eccellente le tombe norvegesi sulle isole di
Godøy/Godøya e di Harams­øya al largo di Sun­møre).
26
Vd. in particolare la tomba di Lilla Jored nel Bohuslän, le tombe danesi di Hoby
(cfr. p. 65 e nota 14) e Juellinge sull’isola di Lolland (vd. Müller S., “Juellinge-Fundet
og den romerske Periode. Med mikro­skopiske Undersøgelser af B. Gram”, in NF II,
Kjøbenhavn 1911-1935, pp. 1-54).
27
 Vd. la tomba danese di Himlingøje (certamente un centro del potere aristocra-
tico nella Selandia orientale) nella quale, tra l’altro, è stato rinvenuto sotto la lingua
della defunta un pezzetto d’oro, particolare constatato anche in altri casi, che ricor-
da senza dubbio l’uso greco della cosiddetta ‘moneta di Caronte’ con la quale il
morto doveva pagarsi il passaggio nell’aldilà (su questo importantissimo sito vd.
Lund Hansen U., Himlin­gøje – See­land – Europa. Ein Gräber­feld der jüngeren römi­

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70 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Certamente le tombe di guerrieri indicano una società inquieta,


lotte per il predominio territoriale ed economico. Conflitti nei
quali il possesso della tecnologia legata al nuovo metallo e ai suoi
prodotti (in particolare le armi) dovette essere determinante e
cagionare un profondo mutamento degli equilibri e un ulteriore
rafforzarsi della disparità sociale. Caratteristico di questo periodo
è d’altronde il ritrovamento (principalmente in area danese e
nell’età del ferro ‘romana’) di grandi quantità di armi (spesso rese
inutilizzabili), verosimilmente strappate a nemici sconfitti e offer-
te a divinità avide di sacrificio e di venerazione.28 Ciò pare corri-
spondere a una forte, progressiva affermazione di dèi con un
carattere marcatamente individualista. In proposito sono state

schen Kaiser­zeit auf See­land, seine Be­deu­tung und inter­natio­nalen Be­ziehun­gen,


København 1995; cfr. nota 84). In Norvegia è interessante la tomba di Nordre Rør
(Østfold), ma soprattutto, nella necropoli di Store-Dal (cfr. nota 15 e nota 20), la
splendida sepoltura di una donna vestita in abiti eleganti e ornata di preziosi ogget-
ti d’oro. Tra i manufatti deposti accanto al cadavere alcuni sono di provenienza
romana (vd. Petersen J., Grav­plas­sen fra Store-Dal i Skje­berg, Kristiania 1916). Altre
tombe norvegesi particolarmente interessanti (risalenti al IV secolo d.C.) sono quel-
le di Sætrang (Buske­rud) dove sono sepolti insieme un uomo e una donna i cui
cadaveri sono riccamente ornati di gioielli preziosi e provvisti di oggetti personali
(armi per l’uomo e fusi per la donna, oltre a doni funebri destinati a entrambi) e
Kjorstad (in Gudbrands­dalen, dove è sepolta una donna). In Svezia risulta di note-
vole interesse la tomba nr. X di Tuna (Väst­man­land), contenente magnifici gioielli
d’oro (vd. Nylén E. – Schönbäck B., Tuna i Badelunda. Guld, kvinnor, båtar, I-II,
Västerås 1994).
28
 Si vedano, in particolare, i siti di Thorsberg/Torsbjerg (nell’attuale regione
tedesca dello Schleswig-Holstein), Ejsbøl (Jutland sud-orientale) e Illerup Ådal
(Jutland orientale), Vimose e Kragehul (Fionia) e Hjortspring (sull’isola di Als dove
nella palude è conservata anche una nave, la più antica che sia stata ritrovata nel
Nord, risalente al V-IV secolo a.C.). Anche nel sito di Nydam (Jutland sud-orienta-
le) sono state scoperte due navi e i resti di una terza, un tipo di ritrovamento che
conosce paralleli soprattutto in Norvegia. Questo tipo di offerte sacrificali si protrae
fino all’ultima fase dell’età del ferro (vd. Burenhult 1999-2000 [B.2], II, p. 447 e
inoltre: Fabech 1991; Engelhardt C., Thorsbjerg mosefund. Beskrivelse af de Oldsager
som i aarene 1858-1861 ere udgravede af Thorsbjerg mose ved Sønder-Brarup i Angel,
København 1863; Illkjær J., Illerup Ådal. Et arkæo­logisk trylle­spejl, med bidrag af
maleren og grafikeren R. Friberg, Moesgård 2000; Engelhardt C., Vimose Fundet.
Fynske Mosefund II, København 1869 (nuova ed. 1970); Engelhardt C., Kragehul
mosefund. 1751-1865. Et Overgangs­fund mellem den ældre Jernalder og Mellem-jern-
alderen, København 1867 (nuova ed. 1970); Rosenberg G., Hjortspringfundet, med
bidrag af K. Jessen og Fr. Johannessen, København 1937; Kaul F., Da våbnene tav.
Hjortspringfundet og dets baggrund, National­museet, København 1988; Engelhardt
C., Nydam mosefund 1859-1863, Køben­havn 1865 (nuova ed. 1970); Bemmann G. –
Bemmann J., Der Opfer­platz von Nydam. Die Funde aus dem älte­ren Grabungen: Nydam
I und Nydam II, I-II, Neu­münster 1998). Vd. anche Illkjær J. – Lønstrup J., “Interpretation
of the great Votive Deposits of Iron Age Weapons”, in Journal of Danish Archaeology,
I, pp. 95-103.

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Verso la storia: l’età del ferro 71

richiamate le testimonianze di alcuni storici, quali in particolare


Giulio Cesare e Paolo Orosio i quali riferiscono di usi simili da
parte di tribù barbare (rispet­tivamente i Galli e i Cimbri).29 La
testimonianza di Paolo Orosio merita particolare attenzione, in
quanto riferita a una etnia che – seppure difficile da definire nella
sua realtà (celtica/germanica?) –30 era certamente stanziata ben
addentro al territorio danese.31 A riti in onore della divinità è
verosimilmente riferibile anche il ritrovamento (soprattutto in
Danimarca e nella Germania settentrionale, ma anche in Svezia e
Norvegia, nei Paesi Bassi e nelle isole britanniche) di un gran
numero di cadaveri di persone uccise e gettate nelle acque di una
palude, verosimilmente in un rituale sacrificale.32 L’ipotesi che si
trattasse di persone resesi colpevoli di qualche reato e, dunque,
giustiziate33 giustificherebbe la punizione come atto dal duplice
scopo di ‘purificare’ la società e di placare le potenze divine. La
gran parte di questi cadaveri risale al periodo tra il 100 a.C. e il
500 d.C.34
Nell’età del ferro romana, fino al periodo delle migrazioni si
29
 Cesare riferisce (Commentariorum belli gallici, VI, 17) che i Galli avevano l’abi-
tudine di offrire il bottino conquistato al dio della guerra; Paolo Orosio (V secolo)
informa che dopo la devastante sconfitta (105 a.C.) inflitta alle truppe romane ad
Arausio sul Rodano (odierna Orange, regione francese della Provenza) i Cimbri “[…]
gettarono nel fiume l’oro e l’argento, le corazze degli uomini furono fatte a pezzi, i
finimenti dei cavalli furono distrutti, i cavalli medesimi furono annegati tra le onde e
gli uomini furono impiccati agli alberi con una corda al collo […]” (Historiarum
adversum paganos libri VII, V, 16; DLO nr. 4).
30
 In effetti la definizione precisa della realtà etnica dei Cimbri (e dei Teutoni che
comunemente sono loro associati) appare assai difficile. Dal punto di vista archeolo-
gico non ci sono nella zona di riferimento evidenze di una sostanziale differenza tra le
tribù germaniche e quelle celtiche; inoltre è noto che Cesare non doveva avere le idee
molto chiare in proposito. Un aiuto potrebbe venire in questo contesto da elementi
linguistici, ma le testimonianze che possediamo sulla lingua di queste popolazioni
restano poca cosa, anche se farebbero propendere per il carattere ‘celtico’ delle mede-
sime. In proposito si veda Markale J., I Celti, Milano 1982, pp. 51-53.
31
 Vd. p. 77.
32
 Tra i cadaveri più ben conservati quelli dell’uomo di Tollund (Jutland centrale)
che era stato impiccato; dell’uomo di Grau­balle (Jutland centrale) cui era stata taglia-
ta la gola e della donna ritrovata nella palude di Borre (Himmer­land, una regione
nella quale sono stati rinvenuti i cadaveri di due donne e di un uomo) che era stata
immersa nelle acque dopo aver subito pesanti maltrattamenti (tra cui l’asportazione
dello scalpo); vd. Glob 1973, pp. 21-32, pp. 33-48 e pp. 71-72, rispettivamente. Vd.
tuttavia anche Jensen 2001-2004 (B.2), II, pp. 389-390 e pp. 397-398.
33
 Come pare tra l’altro suggerire in particolare Tacito, il quale (Germania, cap. 12)
riferisce che ladri, omosessuali e traditori venivano uccisi e gettati in acque paludose;
cfr. sopra, p. 31 con nota 66. Sulla condanna a morte come ‘atto sacrale’ vd. Ström F.,
On the Sacral origin of the Germanic Death Penalties, Uppsala 1942.
34
 Glob 1973, p. 75.

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72 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

collocano cospicui tesori (ritrovati talora insieme alle armi), in


diversi casi gettati in paludi o nascosti sotto massi, un uso che pare
estendersi rispetto al passato.35 Si tratta di oggetti preziosi d’oro o
d’argento (talora anche monete romane, bizantine e bratteate).36
Accanto all’ipotesi che si tratti ‘semplicemente’ di offerte votive alla
divinità si è voluto anche pensare che – almeno in qualche caso –
ci si trovi di fronte a beni nascosti dai proprietari (ed evidente-
mente in molti casi mai più recuperati): sintomo di una situazione
di disagio e di inquietudine; in tal senso vanno forse intesi soprat-
tutto i notevoli ritrovamenti databili nell’età delle migrazioni.37
D’altra parte si è anche messo in relazione questo fatto con una
testimonianza molto più tarda, ricordando le parole di Snorri
Sturluson a proposito delle leggi dettate dal dio Odino: “[…]
ognuno sarebbe giunto nella Valhalla con le ricchezze che aveva

35
 Vd. a esempio in Danimarca il sito di Ginderup (Jutland nord-occidentale) dove
sotto un pavimento sono state rinvenute delle monete romane, quello di Brangstrup
(Fionia) dove si contano quarantotto monete d’oro, quello di Dals­høj (Born­holm,
risalente all’età dei Merovingi) con monete d’oro e gioielli; in Norvegia il sito di Store
Oma (Jæren) dove sotto un muro in pietra sono stati ritrovati spranghe e anelli d’oro
a forma di spirale per un peso totale di 637 gr. In Svezia cospicui ritrovamenti sono
stati fatti nella palude detta Skede­mosse (sull’isola di Öland, uno dei territori più
ricchi di oro da questo punto di vista) e a Vittene (Väster­göt­land). Nel primo caso (il
sito è l’unico in territorio svedese che corrisponda ai grandi depositi di armi che si
trovano in Danimarca) sono stati rinvenuti, insieme a molte armi, sette bracciali e due
anelli d’oro di pregevolissima fattura per un peso totale di 1.3 kg.; inoltre sono stati
ritrovati resti di uomini e di cavalli, verosimilmente sacrificati; su Skedemosse vd.
l’esaustivo studio di U.E. Hagberg (The Archaeology of Skede­mosse, I-IV, Stockholm
1967-1977). Nel secondo caso (un sito che comprende un insediamento databile tra
l’età del ferro preromana e la prima fase dell’età del ferro romana) sono stati rinvenu-
ti (tuttavia sparsi) oggetti d’oro per un peso totale di 1.9 kg. (vd. Lundkvist L.,
“Vittene och guldets folk”, in PA XVI: 1 (1998), pp. 3-8). Molti degli oggetti compre-
si in questi ‘tesori’ risultano di provenienza straniera, anche da zone assai lontane come
le regioni del Mar Nero (Jensen 2001-2004 [B.2], III, p. 492).
36
 Le bratteate sono imitazioni di medaglioni romani impressi su un solo lato (ma
lo stile è caratteristicamente germanico), usate soprattutto come amuleti, come dimo­
stra anche il fatto che in diversi casi recano incise iscrizioni runiche (vd. 2.5) di carat-
tere magico, come a esempio i termini laukr “aglio” (con evidenti collegamenti alle
proprietà di questa pianta) o alu una parola che dal punto di vista linguistico corri-
sponde al più tardo ǫl “birra”, ma il cui significato nelle iscrizioni runiche non è del
tutto chiaro, fermo restando un collegamento con la sfera magica (vd. Krause 1971
[B.5], p. 145 e p. 175 in particolare e Krause 1966 [C.2.5], pp. 239-260, passim). Su
una bratteata danese rinvenuta a Skrydstrup sono riportate entrambe queste parole
(ibidem, p. 163). In generale sulle bratteate vd. Mackeprang 1952, Düwel 1988 e
Düwel 1992 (entrambi in C.2.5), Axboe 2004.
37
 Si vedano ‘tesori’ risalenti a questo periodo quale, in particolare, quello di Timbo-
holm in Svezia, dove è stato ritrovato oro per 7 kg. Importanti ritrovamenti sono noti
anche in epoca vichinga; vd. oltre, pp. 216-217 con nota 453.

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Verso la storia: l’età del ferro 73

sulla pira e avrebbe usufruito anche di ciò che personalmente ave-


va sotterrato.”38
Come per l’età del bronzo, anche per quella del ferro occorre
naturalmente distinguere gli insediamenti più a nord rispetto a
quelli compresi nella cosiddetta ‘cerchia nordica’ o comunque
gravitanti su di essa. Nelle zone più settentrionali pare protrarsi la
tradizione culturale dell’età del bronzo, tenuto conto della scarsità
di reperti in ferro ritrovati. In effetti, sebbene ci siano (soprattutto
nella fascia intermedia) tracce certe di un’espansione della pratica
dell’agricoltura e dell’allevamento,39 resta limitata la produzione di
manufatti in ceramica (lavorata con l’asbesto). I siti da attribuire
alla cultura scandinava si trovano più frequentemente nelle zone
costiere, mentre quelli riconducibili alla cultura sami si collocano
di norma nelle zone interne. Nell’area del Mar Baltico si ricono-
scono agevolmente interferenze culturali con l’area finnica. La
varietà degli insediamenti si riflette nelle numerose sepolture che
presentano differenti caratteristiche. Tenuto conto delle condizio-
ni ambientali, le diverse risorse (prodotti agricoli e d’allevamento,
prede catturate con la caccia o con la pesca) risultano essere ogget-
to d’intensi scambi commerciali.

2.3. Popoli e patrie

Ma le inquietudini dell’età del ferro dovevano prorompere in


movimenti di popoli, grandi migrazioni che avrebbero prodotto
tra­sformazioni profonde ed epocali nel continente europeo. È in
questa fase che anche le tribù nordiche si affacciano oltre i propri
confini. Quando nel V secolo d.C. gli Unni sotto la guida di Attila
si muovono verso occidente, diversi gruppi d’etnia germanica si
uniscono a loro. Tra gli altri i Burgundi e i Gepidi, popolazioni di
stirpe gotica e dunque – verosimilmente – d’origine scandinava,
che si trovano ora sul continente. Molte tribù nordiche si erano
infatti da tempo mosse in diverse direzioni abbandonando le sedi
originarie.
Ben nota è innanzi tutto la migrazione dei Goti che all’inizio
 Ynglinga saga, cap. 8. DLO nr. 5.
38

 Che in Svezia è ben testimoniata a esempio nel sito di Gene nella regione di
39

Ångermanland (vd. Ramqvist P.H., Gene. On the origin, function and development of
sedentary Iron Age settlement in Northern Sweden, Umeå 1983).

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74 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

del II secolo d.C. erano scesi dal Nord per insediarsi in zone
dell’attuale Polonia, sul basso corso della Vistola. Questa notizia
ci viene in primo luogo da Giordane, grande storico del suo
popolo, al quale dobbiamo anche altre informazioni sulle tribù
stanziate nelle terre nordiche.40 Seguendo la geografia tradiziona-
le Giordane considera la penisola scandinava (Scandia/Scandzia)
un’isola41 che, con efficace immagine letteraria, definisce madre-
patria di popoli: “[…] l’isola della Scandia, quasi un’officina di
popoli o certamente come una vagina di nazioni […]” (“[…]
Scandza insula, quasi oficina gentium aut certe velut vagina natio­
num […]”) dalla quale i Goti sarebbero migrati verso il continen-
te europeo.42 L’origine nordica di questo popolo sarebbe del resto
confermata non solo da una serie d’iso­glosse tra la lingua dei
Goti43 e l’antico nordico,44 ma soprattutto da diversi toponimi, in
40
La sua opera De origine actibusque Getarum (Getica), composta nel 551 è basata
– secondo quanto afferma l’autore medesimo (vd. il “Prologo”, p. 52) – su uno scritto
di Cassiodoro, redatto circa trent’anni prima ma che purtroppo è andato perduto. È
stato sostenuto, ma pare poco plausibile, che Cassiodoro avesse avuto notizia delle
tribù che abitavano la penisola scandinava dal sovrano nordico Rodvulf, il quale
– secondo quanto riferisce Giordane stesso (Getica, III, 24) – si era rifugiato presso
Teodorico il Grande insieme a uomini del suo seguito (vd. Svennung 1967, p. 182).
41
Getica, III, 16-19. Sull’etimologia di Scandinavia, che resta dibattuta, vd. SVENNUNG
1963 e DE VRIES 19622 (B.5), pp. 482-483 (voce Skáney).
42
Getica, IV, 25.
43
In epoca storica, quando compaiono informazioni certe a loro riguardo in auto-
ri come Plinio, Tacito e Tolomeo (vedi rispettivamente: Naturalis Historia, IV, 14;
Germania, cap. 44 e Γεωγραφικὴ Ὑφήγησις, III, v, 8; cfr. II, xi, 16), i Goti risultano
stanziati lungo il basso corso della Vistola. Essi formano il gruppo dei Germani orien-
tali. La loro lingua (che conosciamo soprattutto grazie alla traduzione della Bibbia
eseguita dal vescovo Wulfila nel IV secolo) costituisce dunque il ramo orientale delle
lingue germaniche, ormai estinto.
44
In particolare il riferimento è ai seguenti fenomeni linguistici comuni: 1) raffor-
zamento consonantico di */-jj-/ in occlusiva (rappresentata in gotico da ddj e
in antico nordico da ggj): esempio got. twaddjē e ant. nord. tveggja “di due”; 2) raffor-
zamento consonantico di */-ww-/ in occlusiva velare labializzata (rappresentata sia in
gotico sia in antico nordico da ggw): esempio got. triggws e ant. nord. tryggr, da un più
antico triggwaR, “fedele”; 3) sviluppo di un suffisso -ıˉn- tanto in gotico quanto in
nordico nel participio presente femminile: esempio: got. gibandei(n), ant. nord. gefandi,
cfr. ant. alto ted. gebantiu, ant. ingl. giefendu/giefende “che dà”; 4) presenza della
categoria dei verbi deboli incoativi (quarta classe) formati col suffisso got. ‑nan, ant.
nord. -na: esempio got. waknan e ant. nord. vakna “destarsi”; 5) seconda persona
singolare del preterito indicativo dei verbi forti con desinenza -t: esempio: got. graipt,
ant. nord. greipt, cfr. ant. alto ted. grifi, ant. ingl. gripi “afferrasti”; 6) /i/ > /e/, /u/ >
/o/ davanti a /h/; 7) presenza in gotico e in ant. nord. di pronomi interrogativi quali,
rispettivamente hvarjis e hverr (<*ga-hvarjiz) “quale?”, derivazioni in -j- dal germanico
comune *xwa‑/xwe‑. Vd. Scovazzi 19946 (B.5), pp. 9-10 (dove tuttavia questi fenome-
ni linguistici comuni vengono ritenuti insufficienti per rendere verosimile l’esistenza
di un gruppo linguistico gotico-scandinavo); vd. Kuhn H., Kleine Schrif­ten. Auf­sätze

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Verso la storia: l’età del ferro 75

particolare svedesi (innanzi tutto Gotland, ma anche Göteborg,


Götaälv, Götland) ai quali viene accostato il danese Born­holm (da
un antico Borgundar­hólmr): essi, infatti, appaiono ben difficilmen-
te spiegabili se non con la presenza di popolazioni gotiche in quei
territori.
In Scandinavia Giordane45 colloca diverse tribù: tra di esse gruppi
destinati a emergere come gli Svear (Suehans o Suetidi) antenati degli
Svedesi, i diversi gruppi di Goti (Vagoth, Gauthigoth, Ostrogothae),
i Danesi (Dani), gli Eruli (Heruli), i Sami (Screre­fennae, cioè “Finni
sciatori” e Finni). Altre tribù citate sono colloca­bili con un margine
più o meno accettabile di probabilità nelle diver­se regioni nordiche:
Adogit, cioè *(H)alogii, in Hålogaland, regione settentrionale della
Norvegia; Bergio, abitanti di Bjäre nella Scania nord-occidentale;
Hallin, abitanti di Halland nella parte sud-occidentale della Svezia;
Ahelmil, cioè (autem) *Heinii, abitanti di Himle, poco più a nord
dei precedenti; Finnaithae, abitanti di Finnveden, nella parte sud-
occidentale della regione svedese di Småland; Fervir, abitanti in
un’area limitata (Fjäre) nella parte settentrionale di Halland; Mixi
cioè forse *Hixi, abitanti dell’isola di Hisingen sulle coste svedesi
del Bohuslän; Raumarici, abitanti del potente Regno di Rauma­ríki
(Rome­rike) nella zona a nord-est di Oslo; Aeragnaricii, cioè (ac)
Ragnaricii, abitanti di Ranríki, da collocare in Svezia nel Bohuslän
settentrionale; Grannii, abitanti di Grenland sul fiordo norvegese
detto Lange­sunds­fjorden nel Tele­mark; Augandzi, abitanti di Agder,
zona della Norvegia meridionale, Taetel e Rugi cioè, verosimilmen-
te, Aetelrugi (vale a dire “Rygir autentici”), abitanti della regione
norvegese di Rogaland nel sud-ovest del Paese (probabilmente
costoro sono così definiti per distinguerli dai Holmrygir “Rygir
insulari”, citati nelle fonti nordiche);46 Arochi, cioè *(H)arothi, abi-
tanti della regione norvegese occidentale di Hordaland e Ranii, cioè
*Raumi, abitanti nella regione norvegese di More e Romsdal. Per
altre denominazioni di tribù (Theustes, Liothida, Euagre, Otingis,
Vinoviloth, Eunixi) rimangono molti dubbi nell’identificazione.47

und Re­zen­sionen aus den Gebieten der ger­ma­ni­schen und nordi­schen Sprach-, Literatur-
und Kultur­ge­schi­chte, Berlin 1969-1972, I, pp. 169-204 e pp. 246-290 e, soprattutto,
Scardigli 2002 con i riferimenti bibliografici e la discussione relativa.
45
Getica, III, 19-24.
46
Svennung 1967, p. 106.
47
Sulle tribù nordiche elencate in Giordane vd. in particolare Svennung 1967, pp.
32-110, su cui qui ci si basa e anche Weibull 1948, pp. 54-69 con i riferimenti citati.
In questo contesto va ricordata anche la tribù dei Khaideinoi (Χαιδεινοί) menzionata
da Tolomeo (Γεωγραφικὴ Ὑφήγησις, II, xi, 16) nella quale potrebbero essere rico-
nosciuti i Heiðnir, il cui nome si ricollega, per la prima parte, a quello della regione

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76 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Ma anche altre tribù germaniche potrebbero avere origine


scandinava. Di difficile definizione appare il problema dei Van-
dali e quello, a esso connesso, dei Silingi cui fa riferimento il
celebre geografo Claudio Tolomeo di Alessandria definendoli
Silingai (Σιλίγγαι).48 Secondo teorie risalenti ai primi decenni del
secolo scorso,49 queste popolazioni sarebbero emigrate dalla
Scandinavia nella prima fase dell’età del ferro, in ogni caso non
più tardi del II secolo a.C. La loro origine nordica sarebbe dimo-
strata da una serie di nomi di luogo. Ai Vandali si riferirebbe il
toponimo danese Vend­­syssel (un tempo Vaendael, Vaendel­sysael,
che indica la punta settentrionale dello Jutland), mentre il nome
dei Silingi sarebbe da collegare con quello della Selandia (in
antico nordico Selund/Silund o Seland) e, verosimilmente, anche
con quello della Slesia (< Sile­sia). Queste teorie hanno cercato
sostegno soprattutto in speculazioni archeologiche, mancando
qualsiasi indicazione nelle fonti scritte. Le quali invece risultano
fondamentali in altri casi.
Innanzi tutto per i Longobardi, la cui origine scandinava risul­
terebbe dalle testimonianze quasi concordi di diversi testi che li
riguardano.50 Un’informazione differente sembrerebbe tuttavia
venire dalla cosiddetta Historia Langobardorum codici gothani,
risalente al IX secolo, nella quale si afferma che la sede originaria
di questo popolo era presso un fiume, detto Vindilicus agli estremi
confini del­la Gallia.51 A proposito di questo popolo non disponia-
mo tuttavia di testimonianze di carattere toponomastico52 e l’even-

norvegese di Hedmark (vd. Nielsen 2000 [B.5], p. 339 e note relative). Vd. Sveinsson
1917, Oxenstierna 1948, Wagner 1967, Wessén 1969, Hachmann 1970 e Søby
Christensen 2002.
48
 Γεωγραφικὴ Ὑφήγησις, II, xi, 10.
49
 Ben riassunte e discusse in Nerman 1924, pp. 22-26.
50
 La principale è certamente l’opera di Paolo Diacono, Storia dei Longobardi
(Historia Langobardorum, I, 2, 7), redatta nell’VIII secolo. D’altra parte questa fonte,
così come la Storia dei Danesi (Gesta Danorum) di Saxo grammaticus (vd. pp. 322-323)
che si rifà a Paolo Diacono citandolo esplicitamente (VIII, xiii, 2) risale a una tradi-
zione più antica, rappresentata soprattutto dalla cosiddetta Origine del popolo dei
Longobardi (Origo gentis Langobardorum, p. 2), un testo redatto in aggiunta all’Editto
di Rotari e databile nella seconda metà del VII secolo.
51
 Successivamente tuttavia questo testo aggiunge (p. 8) che i Longobardi (il cui
nome viene anche qui attribuito, secondo l’etimologia tradizionale, alle “lunghe barbe”,
cfr. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 8; vd. nota successiva) si trasferirono
a Scatenauge sul fiume Elba. Questo toponimo può con una certa facilità essere avvi-
cinato a quelli che designano nelle altre fonti la Scandinavia (Scathanavia, Scadanam,
Scadinavia, Scatinavia), il che lascerebbe supporre una errata interpretazione della
tradizione leggendaria relativa a questo popolo da parte dell’estensore dell’opera.
52
 La corretta etimologia del nome Longobardi (cfr. nota precedente) parrebbe

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Verso la storia: l’età del ferro 77

tuale conferma dell’informazione fornita dalle fonti scritte resta


affidata ancora una volta a speculazioni di tipo archeologico.
Secondo taluni i Longo­bardi sarebbero effettivamente migrati
dalla zona meridionale della Svezia, la regione della Scania, attor-
no all’inizio dell’età del ferro.53 Di certo c’è che fin dal I secolo
a.C. ci sono tracce della loro presenza sul basso corso dell’Elba,
zona dalla quale una parte di loro si sarebbe poi dispersa fra i
Sassoni, mentre un’altra parte si sarebbe mossa verso l’Italia.
Notizie ben più precise si hanno invece a riguardo dei Cimbri e
dei Teutoni. Nel penultimo decennio del II secolo a.C., abbando-
nate le terre d’origine (con ogni probabilità lo Jutland e lo Schleswig-
Holstein), essi avevano sconfinato nei territori dell’Impero, spinti
verosimilmente dalla necessità di trovare nuove aree da colonizza-
re. Nel breve volgere di una decina d’anni, dopo un’iniziale affer­
mazione, tanto i Cimbri, direttisi verso l’Italia, quanto i Teutoni,
sta­bilitisi in Gallia, sarebbero stati definitivamente sconfitti, scompa­
rendo così dalla storia.54 La sede originaria dei Cimbri dovette
essere nella zona settentrionale della penisola dello Jutland, come
testi­monia il toponimo Himmerland (anticamente Himber­sysael)
che contiene un evidente riferimento a questa tribù. Un collega-
mento con il nome dei Teutoni si ritrova nel toponimo Thy (anti-
camente Thiuth) che designa il territorio a settentrione del Limfjor-
den nella zona nord-occidentale della medesima penisola dello
Jutland. Ai Cimbri e ai Teutoni sono verosimilmente collegabili
anche i Harudi e gli Ambroni. Il nome dei primi, ricordati al fian-
co di Ariovisto nella battaglia contro l’esercito di Cesare, è stato
infatti collegato a quello dell’attuale Harsyssel (a sud-ovest del
Limfjorden nello Jutland). Questo toponimo risale a un più antico

quella tradizionale che lo interpreta come “[coloro che hanno una] lunga barba”; in
ogni caso anche se si volesse fare riferimento a un’altra ipotesi che li intende come
“[coloro che sono armati di una] lunga alabarda” resterebbe escluso ogni collegamen-
to con nomi di luogo. In proposito vd. Bruckner W., Die Sprache der Langobarden,
Strassburg 1895, pp. 33-34 e de Vries 1962² (B.5), p. 345 (voce langbard–r). Anche il
termine Vinnili (forse “guerrieri”), che secondo le fonti citate era quello originario di
questo popolo, non trova alcun riscontro in nomi geografici scandinavi.
53
 Queste teorie sono piuttosto antiche: vd. Nerman 1924, p. 33. Una conferma
dell’origine scandinava di questa popolazione verrebbe, secondo J. Ficker dallo studio
del diritto longobardo (“Das langobardische Recht und die skandinavischen Rech­te”,
in Mit­teilungen des Instituts für öster­reichische Geschichts­for­schung, XXII [1901], pp.
1-50). Per una storia dei Longobardi si rimanda a Priester 2004.
54
 Si ricordi tuttavia quanto è stato detto sopra (vd. nota 30) sulla difficoltà di una
definizione certa dei Cimbri e dei Teutoni dal punto di vista etnico. Sui Cimbri vd.,
tra l’altro, Bråten 1988.

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78 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Harth, Harthe­sysael.55 Il nome degli Ambroni sarebbe invece da


riconoscere in quello dell’i­sola di Amrum (in antico danese Ambrum)
che si trova a occidente dello Schleswig.56
Una vicenda complessa è certamente quella degli Eruli (anch’es-
si forse d’etnia gotica) che compaiono dal III secolo sulla scena del
continente. Secondo Giordane essi erano stati cacciati dalle loro
sedi originarie (l’isola danese della Selandia?) dai Dani.57 In segui-
to ad alterne vicende culminate nella sconfitta subita a opera dei
Longo­bardi (nel 505 circa) una parte di loro era rifluita in Scandi-
navia, una terra con la quale essi – stando almeno alla testimonian-
za di Proco­pio di Cesarea – avevano mantenuto stretti contatti.58
Nonostante il totale silenzio su di loro nelle fonti nordiche l’origi-
ne scandinava di questo popolo potrebbe essere plausibile.59
D’origine nordica sono certamente anche i Rugi (ant. nord Rygir,
Rygjar), migrati dalla Norvegia occidentale verso il continente, in
particolare verso le coste della Pomerania (dove li colloca Tacito),60
dalle quali scenderanno poi fino alle regioni attuali della bassa
Austria in un territorio da loro chiamato Rugi­land. Questo nome
ricorda senz’altro il toponimo Roga­land (che designa una regione
nella Norvegia sud-occiden­tale).61 Come si è detto, Giordane li

55
È altresì possibile che ai Harudi sia collegato il nome della regione norvegese di
Hordaland, nella quale – seguendo una via marittima che i dati archeologici indicano
come molto frequentata – essi sarebbero migrati (Lillehammer 1994 [B.2], p. 163).
56
Vd. Nerman 1924, p. 42.
57
Getica, III, 23. Ciò sarebbe avvenuto all’incirca attorno al 200 d.C. (cfr. Nielsen
2000 [B.5], pp. 357-358). A riguardo delle popolazioni presenti sul territorio danese
vd. Seebold 1995.
58
Vd. Procopio 1961, VI, xiv, 37-42; VI, xv, 1 e VI, xv, 27-36. Qui si riferisce tra
l’altro che gli Eruli che si trovavano nei territori del Danubio, dopo aver sacrificato il
loro ultimo re di nome Ochus, si rivolsero a quelli fra di loro che erano rimasti nella
madrepatria per poter avere un nuovo sovrano che discendesse dalla medesima dina-
stia. In quanto segretario privato del generale bizantino Belisario, Procopio è general-
mente considerato uno degli storici più informati della sua epoca.
59
Vd. Hoffmann 1995, p. 82.
60
Germania, cap. 44.
61
Data la presenza certa dei Rugi sulle coste della Pomerania, è forse possibile
porre in relazione con loro il nome dell’isola di Rügen, di mediazione slava: derivazio-
ne discussa, ma verosimile (cfr. Bornholm < Borgundarhólmr). L’etnonimo Rugi a sua
volta è connesso da A. Bach (Deutsche Namenkunde, Heidelberg 1952-1954, I [Die
deutschen Personennamen], 1, p. 310) col sostantivo *rugi, m. “segala”: essi sarebbero
dunque i “coltivatori di segala” o “coloro che si nutrono di segala”. Vd. anche Geo­
graphische Namen in Deutsch­land. Her­kunft und Bedeu­tung der Namen von Ländern,
Städten, Bergen und Ge­wässern, 2. überarbeitete Auflage von D. Berger, München-
Leipzig-Wien-Zürich 1999, p. 245 e Steinhauser W., “Rügen und die Rugier”, in
Zeit­schrift für slavi­sche Philo­logie, XVI (1939), pp. 1-16.

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Verso la storia: l’età del ferro 79

ricorda fra le ventisette tribù nordiche delle quali elenca i nomi62 e


li definisce Aetelrugi vale a dire “Rugi autentici” distinguendoli in
tal modo dagli ulmerugi vale a dire dai “Rugi insulari” (ant. nord.
Holmrygir, dove hólmr “isola”).
Su un diverso versante del continente europeo un ruolo di
primis­simo piano doveva essere svolto da altre tribù d’origine
nordica, gli Juti e gli Angli che nel V secolo avrebbero ac­compagnato
i Sassoni nella conquista della Britannia, come ben testimonia,
innanzi tutto, il Venerabile Beda.63 Entrambe queste tribù prove-
nivano dalla penisola danese dello Jutland (“Terra degli Juti”,
appunto), dove la presenza degli Angli è ricordata nel toponimo
tedesco Angeln (danese Angel), regione a sud del fiordo di
Flensburg.

2.4. Resoconti di viaggio

Le notizie riguardanti le tribù germaniche di stirpe scandinava


fornite da Giordane, così come le informazioni che ci vengono da
Procopio,64 risalgono al VI secolo d.C. Già in precedenza, tuttavia,
alcuni autori classici avevano inserito nelle loro opere riferimenti alle
terre e agli uomini del Nord.65 In effetti la prima menzione delle

62
 Vd. p. 75.
63
 Vissuto tra il 672 (o 673) e il 735 scrisse tra l’altro la Storia ecclesiastica del popo­
lo inglese (Historia ecclesiastica gentis Anglorum, vd. I, 15; cfr. V, 9). Sul territorio
inglese Procopio colloca tre tribù: i Britannici, gli Angli e i Frisoni (Procopio 1962,
VIII, xx, 6-7).
64
 Egli ci fa sapere tra l’altro che presso i Gautoi (Γαυτοί), tribù scandinava, ave-
vano trovato rifugio gli Eruli al loro ritorno in quelle regioni (Procopio 1961, VI, xv,
26). Questo autore dà anche notizie su Thule (Θούλη) i cui abitanti definisce Thuliti
(Θουλῖται; Procopio 1961, VI, xv, 4-26) e cita i “Finni sciatori” (Σκριθίφινοι, cfr. in
Giordane gli Screre­fennae; vd. p. 75). Su Thule vedi poco avanti.
65
Le notizie di carattere geografico che troviamo in Giordane si rifanno innanzi
tutto ad autori come Tolomeo e Pomponio Mela (I sec. d.C.) il quale nella sua opera
(De chorographia) Della topografia fa riferimento alle terre del Nord citando (III, 31)
un ampio golfo definito Codanus e (III, 54) l’isola di Codannovia (secondo la lezione
del manoscritto principale, il Vat. Lat. 4929 della seconda metà del IX secolo). Il primo
costituisce la parte occidentale del Mar Baltico: le isole in esso comprese alle quali
Pomponio Mela allude sono quelle che si trovano fra lo Jutland e la penisola scandi-
nava. Il nome dell’isola Codannovia è invece da intendere con ogni probabilità (come
ben spiegato in Svennung 1963 [C.2.3.], pp. 11-13) come una forma corrotta di Sca­
dinavia. In proposito Pomponio Mela afferma: “[...] in quel golfo, che abbiamo
chiamato Codanus, l’eccellente Scandinavia che tuttora appartiene ai Teutoni e che

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80 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

regioni scandinave è davvero antica. Essa si trova nel resoconto di


una celebre spedizione via mare, redatto dal greco Pitea (Πυθέας)
di Massalia (Marsiglia) che ne fu protagonista. Il testo originale di
Pitea, il cui titolo doveva essere Intorno all’oceano (Περὶ ὠκεανοῦ)
non ci è pervenuto, ma a esso si fanno numerosi riferimenti in auto-
ri più tardi. Questo viaggio, effettuato attorno al 322 a.C. toccò
dapprima Gibilterra, costeggiò il Portogallo e la Francia e puntò poi
verso nord, in direzione dell’Inghilterra, della Scozia e delle Orcadi,
superate le quali raggiunse (a quanto risulta dopo sei giornate di
navigazione) la terra denominata Thule (Θούλη), verosimilmente le
coste della Norvegia oltre il 65° parallelo).66 Una spedizione prece-

sopravvanza le altre [isole] sia per la fertilità sia per la dimensione” (DLO nr. 6; cfr.
Plinio, Naturalis Historia, IV, 13 [96] e Tacito, Germania, cap. 1, dove si fa riferimen-
to al Mare del Nord che circonda ampie penisole sinuose e gli immensi spazi della
Scandinavia). Giordane si richiama anche alla rappresentazione del mondo secondo
il modello proposto dallo scienziato greco Eratostene nel III secolo a.C. (cfr. nota
successiva). A Tolomeo Giordane (che lo cita espressamente insieme a Pomponio Mela
in Getica III, 16) si rifà anche dal punto di vista etnografico (vd. Weibull 1948 [C.2.3],
pp. 44-52). Del resto possiamo in parte estendere alle tribù settentrionali le notizie sui
Germani continentali, citati per la prima volta da Cesare (Commentariorum belli gal­
lici, passim), e quelle fornite da Tacito, il quale fa comunque preciso riferimento ai
popoli nordici in diverse occasioni (Germania, capp. 37, 40 e 44, in particolare).
66
 Vd. Pytheas 1959 [Abbr.], dove sono raccolti tutti i dati relativi. Alle notizie for-
nite da Pitea in relazione alle terre settentrionali fanno riferimento in particolare Strabo-
ne (che, come d’altronde Polibio, si dimostra molto critico nei suoi confronti) e Plinio
il Vecchio. L’opera di Pitea era ben nota nell’antichità: tra l’altro Eratostene per disegna-
re la sua mappa e per il calcolo della circonferenza della terra aveva utilizzato le misura-
zioni e le osservazioni di Pitea riguardo al Nord (vd. ibidem, p. 18 e anche Die geo­gra­
phi­schen Frag­mente des Eratosthenes, neu gesam­melt, ge­ordnet und be­sprochen von H.
Berger, Lipsia 1880, pp. 73-74, pp. 143-155, pp. 207-208 e pp. 213-221). Per la collo-
cazione di Thule vd. Pytheas 1959, pp. 29-32, pp. 73-74 e la cartina che si trova in
fondo al volume. Per la relazione tra Thule e la Scandia negli autori antichi vd. Svennung
1967 (C.2.3), p. 194, nota 539. Nell’VIII secolo si fa riferimento a Pitea e a Thule nel-
l’opera più avanti citata di Dicuil (vd. p. 121) che la chiama Thile/Thilen e la definisce
un’isola (VII, 7-13). Probabilmente egli la identifica con l’Islanda. Così si intende del
resto in modo esplicito soprattutto nelle Opere dei vescovi della Chiesa di Amburgo (Gesta
Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum, IV, xxxvi), un testo redatto in latino (e terminato
probabilmente attorno al 1075) dello storico della Chiesa Adamo da Brema (morto nel
1081), autore le cui informazioni venivano soprattutto da fonti danesi; così ugualmente
in uno scritto di carattere storico sulla Norvegia redatto in latino, la Storia della Norvegia
(Historia Norwegie, VIII, pp. 68-70; cfr. qui p. 411). Nella sua Storia dell’antichità dei re
norvegesi (Historia de antiquitate regum Norwagensium, cap. 3 e cap. 12; cfr. qui p. 411)
Theodricus Monachus sostiene invece di non poter né affermare né negare che tale
identificazione sia corretta. Saxo grammaticus parla di (ultima) Tyle iden­tificandola con
la Glacialis insula di cui dà una descrizione nella Prefazione della sua opera (Gesta
Danorum, Præfatio, II, 7). Così, ancora, nel Libro dell’inse­diamento (Land­náma­bók, vd.
p. 310) che riferisce le prime vicende della nazione islandese (vd. oltre, 3.2.5), dove ci si
richiama all’opera del Venerabile Beda, in particolare al Libro [delle suddivisioni] del

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Verso la storia: l’età del ferro 81

dente verso le terre del Nord aveva toccato solo le isole britanniche.
Si tratta del viaggio compiuto dal navigatore ed esploratore cartagi-
nese Imilcone (latino Himilco, fenicio Chimilkât), all’inizio del V
secolo a.C.67 Di qualche secolo successiva è la notizia che ci viene da
un’iscrizione sul cosiddetto Monumentum Ancyranum (il tempio
fatto erigere da Augusto ad Ankara) dalla quale risulta che le navi
romane avevano raggiunto le terre dei Cimbri.68 Ma che le conoscen-

tempo (De temporibus liber, cap. 7) e al Libro del computo del tempo (De temporum
ratione liber, cap. 31); cfr. Opera didascalica, p. 590 e p. 379 (vd. Land­námabók, p. 31).
E poi nella versione D della Saga del vescovo Guðmundr (Guðmundar biskups saga) tra-
duzione islandese della biografia di questo prelato (1161-1237) scritta in latino attorno
al 1345 da Arngrímur Brandsson (morto nel 1361): “[…] in quella terra che i libri
chiamano Thile, ma che i nordici nominano Islanda” (DLO nr. 7). Si veda infine il
cosiddetto Libro di Flatey (letteralmente “Isola piana”), un imponente manoscritto
risalente alla seconda metà del XIV secolo, che contiene storie di re norvegesi (già note
da altre fonti ma qui integrate con informazioni altrove non presenti), testi poetici, saghe
e annali fino al 1394 (Flateyjarbók, I, p. 247; vd. qui p. 424). In un manoscritto islande-
se della metà del XIII secolo (Gml. kgl. sml. 1812, 4to conservato presso l’Università di
Reykjavík, Stofnun Árna Magnússonar í íslenskum fræðum) si trovano dei riferimenti di
carattere geografico: qui Thule (Tile) compare nell’elenco delle terre europee, tuttavia
accanto all’Islanda (Alfræði Íslenzk, III, p. 72: “[…] Tile, Island, Norvegie […]”). La
diffusione delle notizie su Thule, considerata come limite del mondo, si rileva anche
dalla celebre citazione di Virgilio nelle Georgiche, dove in riferimento a Ottaviano il
poeta così si esprime: “a te sia sottomessa l’ultima Thule” (Georgicon libri quattuor, I,
30, p. 154: “tibi serviat ultima Thule”), passo citato da Giordane in Getica, I, 9. Altri
poeti latini che ricordano questa terra sono Silio Italico (I secolo d.C.) che nell’opera Le
guerre puniche (Punica) ne sottolinea l’alone di mistero definendola “ignotam […] Thylen”
(III, 597; I, p. 158) e Publio Papinio Stazio (I secolo d.C.) che nelle sue Selve (Silvae, IV,
4, 62, p. 912) fa riferimento alle “coste dell’oscura Thule” (“nigrae litora Thyles”).
L’espressione “ultima Thule” si ritrova anche nella Legge di corte (Lex castrensis) di Svend
Aggesen (su cui vd. p. 132) con riferimento all’estensione dell’impero di Canuto il
Grande (cap. 1, p. 67: “ultima Thyle”).
67
 Costui, seguendo per altro rotte già tracciate, si era diretto – primo naviga-
tore proveniente dal Mediterraneo – verso l’Europa nord-occidentale: navigando
lungo le coste iberiche e francesi aveva raggiunto il territorio della Britannia. Il
suo viaggio è ricordato in particolare nel poema latino di Rufo Festo Avieno (IV
secolo d.C.) Litorali marini (Ora Marittima, vv. 383-414, p. 34; cfr. Plinio, Natura­
lis Historia, II, 67). Per i viaggi atlantici precedenti a quello di Pitea vd. Bianchet-
ti 1998, pp. 47-52.
68
 Il testo sul tempio di Ankara è bilingue: latino (inciso sulle pareti interne del
pronao) e greco (sulla parete esterna della cella). Il testo latino recita: “La mia flotta
ha veleggiato sull’oceano dalla foce del Reno verso la regione in cui sorge il sole, fino
ai confini [del territorio] dei Cimbri, dove nessun romano prima di allora era giunto
né via terra né via mare; e i Cimbri e i Harudi e i Semnoni e le altre tribù germaniche
della medesima zona chiesero per mezzo di messaggeri la mia amicizia e quella del
popolo romano” (DLO nr. 8). Vd. Schede M. – Krencker D., Der Tempel in Ankara,
Berlin-Leipzig 1936; cfr. le parole di Plinio: “Da Cadice e dalle colonne d’Ercole cir-
cumnavigando la Spagna e le Gallie attualmente tutto l’occidente è navigato. In verità
l’oceano settentrionale è stato navigato per la maggior parte, per disposizione del

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82 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

ze geografiche relative al Nord restassero assai imprecise appare


chiaro ancora nel II secolo d.C. dalle informazioni fornite da Claudio
Tolomeo. Sulla base del suo testo di geografia (inteso come manua-
le per cartografi) e redatto verso il 150 d.C. vennero nel medioevo
tracciate delle carte. In esse la Svezia sarebbe la più grande e la più
orientale delle isole dell’oceano definito (più tardi anche in Giorda-
ne) ‘germanico’ (Germanicum mare o Germanicus oceanus) e sareb-
be abitata dai Goutai (Γοῦται), cioè dai Goti.69

Dal resoconto di Pitea di Massalia:

“La più settentrionale di tutte le isole britanniche si chiama Thule; la sua


latitudine si trova nelle vicinanze del mare coagulato70 e a sei giornate di
viaggio a nord di Albione.71 A Thule tutta l’orbita del sole si compie sopra la
terra e coincide con quella del polo celeste tramite la costellazione dell’Orsa,
quella artica.72 Là i barbari ci hanno mostrato la regione nella quale il sole
va a coricarsi. Esso resta costantemente tra loro. È anche risultato in effetti,
che in questa regione la notte è piuttosto breve, in alcuni luoghi dura due,
in altri tre ore, così che il sole una volta tramontato dopo un intervallo
davvero breve subito di nuovo sorge. Là in estate si susseguono i giorni e,
inversamente, in inverno le notti e devono esserci dei luoghi nei quali solo
una volta all’anno c’è il giorno e solo una volta la notte.
Da Capo Caledonia per il viaggio verso Thule ci vogliono innanzi tutto
due giorni, poi si arriva alle Ebridi, cinque isole i cui abitanti non conosco­
no i frutti della terra e vivono solo di pesce e di carne. Il secondo punto di
sosta per il viaggiatore è offerto dalle Orcadi, che distano dalle Ebridi sette
giorni e [sette] notti di viaggio. Esse sono disabitate, non hanno foreste e
sono ricoperte solo di giunchi; per il resto ci sono strisce di spiaggia desola­
te e rocce. Dalle Orcadi il viaggio dura cinque giorni e [cinque] notti.
Thule è una terra estesa che produce molti frutti. I suoi abitanti all’inizio

divino Augusto la Germania è stata circumnavigata da una flotta fino al promontorio


dei Cimbri e di là fu visto da lontano o conosciuto per sentito dire un mare immenso,
che si estende fino alla regione della Scizia e alle zone ghiacciate a causa dell’eccessiva
umidità.” (DLO nr. 9). Cfr. Rex gestae divi Augusti, pp. 15-19.
69
 Vd. Getica, III, 18 e XXIII, 120; Svennung 1967 (C.2.3), p. 9, pp. 14-18 e p. 25,
nota 73. La citazione dei Goti da parte di Tolomeo è la prima in ordine di tempo.
70
 Con questa espressione si intende naturalmente il mare che nella stagione fredda
si ricopre di ghiacci; cfr. Tacito, Germania, cap. 45 e le annotazioni proposte nell’e-
dizione qui utilizzata, p. 194.
71
 Nome comunemente attribuito alla Gran Bretagna (cfr. Plinio, Naturalis Histo­
ria, IV, 16 dove si riferisce di Tyle).
72
 Con ciò si intende, come precisato in Strabone, che il tropico estivo si identifica
con il circolo artico.

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Verso la storia: l’età del ferro 83

della primavera vivono in mezzo al bestiame, [nutrendosi] di vegetali, poi


di latte; per l’inverno raccolgono i frutti dei campi. Hanno le donne in
comune; nessuno mantiene un matrimonio durevole.
Nei territori vicini alla zona fredda sono soprattutto molto rare le piante
coltivate e gli animali domestici, o mancano del tutto. Là ci si nutre di miglio,
vegetali, frutti e radici. Dove tuttavia vengono coltivati cereali e prodotto
miele, se ne trae una bevanda. I cereali a causa della scarsità di luce solare
e per le piogge vengono trebbiati nei granai, grosse costruzioni, in cui si
portano le spighe.”73

Solo molti secoli più tardi, in epoca vichinga (IX secolo) e, di


conseguenza, in uno scenario profondamente modificato, due viag­
giatori, l’anglo­sassone Wulfstan e soprattutto Ohthere (il norvege-
se Óttarr), entrambi alla corte del re anglosassone Alfredo (Ælfred)
il Grande, lasceranno un resoconto dei loro viaggi in queste zone.
In particolare Óttarr, originario di una località nel nord del suo
Paese (forse dell’isola di Kvaløya a ovest di Tromsø), riferisce noti-
zie delle zone del Mar Bianco (Bjarma­land) verso le quali si era
spinto, così come fornisce informazioni sull’economia delle aree
più setten­trionali della Norvegia e sulle merci (pelli, pellicce, piu-
mini, avorio di tricheco, funi per navi in pelle di foca e di tricheco)
da lui caricate sulla sua imbarcazione per un viaggio verso sud (un
mese di navigazione fino al grande mercato di Skirings-sal (Skírings­
salr/Kaupang) presso Larvik all’estremità occidentale del fiordo di
Oslo (Viks­fjorden).74

2.5. Un alfabeto nordico

Per un lunghissimo periodo di tempo gli uomini del Nord ci han-


no lasciato solo testimonianze archeologiche o iconografiche. Per
73
 Testo ripreso dalla ricostruzione proposta in Pytheas 1959 [Abbr.], pp. 110-111.
Sul viaggio di Pitea si rimanda a Hergt 1893, Chevallier 1984, Bianchetti 1998 e
Cunliffe 2001.
74
 Il testo si trova in aggiunta alla traduzione anglosassone dell’opera di Paolo
Orosio: The Old English Orosius, pp. 13-16. Per una traduzione in lingua inglese con
commento vd. Lund N. (ed.), Two Voyagers at the Court of King Alfred. The Ventures
of OHTHERE and WULFSTAN together with the Description of Northern Europe from
Old English Orosius, York 1984. Su Skirings­sal vd. p. 141. Sui viaggi di Wulfstan e di
Óttar si rimanda anche a Loikala 1995 e Bately – Englert 2007.

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84 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

lunghissimo tempo hanno parlato una lingua a noi completamente


sconosciuta. Recenti ricerche hanno sostenuto la tesi che le lingue
diffuse nel nord dell’Europa prima dell’affermazione del proto-nor-
dico (che com’è noto costituisce un ramo del germanico ed è quindi
da ricondurre alla famiglia delle lingue indoeuropee) appar­tenessero
a un gruppo proto-uralico che dunque ora sarebbe rappre­sentato in
queste regioni solo nel finnico e nelle lingue dei Sami. Speculazioni
di carattere lessicale fornirebbero anche informazioni non secondarie
sulla vita delle popolazioni che parlavano questi idiomi.75
Solo dal II-III secolo d.C. compaiono in Scandinavia le prime
testi­monianze scritte, redatte nell’alfabeto che dal nome dei segni
che lo compongono, le rune, è detto runico. Sebbene le iscrizioni
siano state ritrovate in una vasta area che va dal cuore del conti-
nente europeo alla Scandinavia e dalle coste dell’Atlantico alla
Romania, coprendo quindi la gran parte dei territori che hanno
conosciuto la presenza di popolazioni germaniche, si può consta-
tare che fin dalla fase più antica le più numerose appartengono
all’area nordica, dove del resto esse con­tinueranno a essere realiz-
zate in gran quantità per il lungo periodo di tempo in cui quest’al-
fabeto sarà impiegato. Iscrizioni runiche si trovano anche nelle
colonie occupate dai vichinghi, dalla Russia alla Groen­landia.
Comparse come detto nel II-III secolo d.C. le rune resteranno in
uso (seppure con scopi differenti)76 almeno fino ai secoli XII-XIII.
La causa principale del loro abbandono va individuata innanzi
tutto nell’introduzione dell’alfabeto latino in conseguenza della
cristianizzazione; tuttavia va tenuto conto del fatto che l’utilizzo
dei due sistemi era tutt’altro che sovrapponibile. In ogni caso le
rune non conobbero un declino definitivo e il loro utilizzo resta
testimoniato in diversi contesti fino a un’epoca piut­tosto recente.77
Le questioni legate all’origine e alla natura delle rune sono state
a lungo dibattute. Tramontata l’antica (e per certi versi ‘sentimen-
tale’) ipotesi che esse siano un prodotto originale, diversi studiosi
hanno cercato di individuare l’alfabeto che ne costituirebbe il model-
lo. Le teorie proposte chiamano in causa quello latino, quello greco
75
 Vd. Burenhult 1999 (B.5).
76
 Tra cui quello di mandare dei messaggi. Tale è, a esempio, il caso del celebre Snorri
Sturluson (vd. p. 287, nota 13) che fu assassinato il 23 settembre 1241 su mandato del
re norvegese Håkon Håkonsson, nonostante fosse stato messo sull’avviso da un messag-
gio scritto in caratteri runici; vd. la Saga degli Islandesi (Ís­lendinga saga), capp. 300-301.
77
 Esso infatti è a lungo testimoniato in ambiti rurali, in Norvegia ancora agli inizi del
XX secolo. Vd. Musset 1965, pp. 339-341. Una serie di rune è incisa – addirittura! –
su un calice danese per la messa che verosimilmente risale al 1227 (vd. Stephens G.,
“En dansk Præste­kalk med runer”, in Ksam I [1874-1877], pp. 524-535).

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Verso la storia: l’età del ferro 85

e quello nord-etrusco. Secondo la prima ipotesi la nascita dell’alfa-


beto runico sarebbe una testimonianza supplementare degli incisi-
vi influssi operati dalla cultura meridionale sul mondo germanico e
nordico. Tale sarebbe il caso anche se si accettasse la proposta,
ancora relativamente recente, di E. Moltke,78 il quale ritiene che le
rune abbiano avuto origine in Danimarca, in un’area ben lontana
dal centro dell’Impero romano, il che renderebbe ragione delle
notevoli differenze e delle peculiarità che si riscontrano rispetto al
suo modello. La derivazione dall’alfabeto greco (in particolare dal
corsivo greco, integrato con segni latini) è una teoria piuttosto anti-
ca e superata, giacché essa si fonda in buona misura sui contatti dei
Goti con i Greci, un evento storico che mostra incongruenze cro-
nologiche con la comparsa delle prime iscrizioni.79 Un’ultima teoria
(che ha ottenuto significativo consenso) vuole infine sottolineare la
derivazione delle rune dall’alfabeto nord-etrusco, definizione con
la quale s’individua una serie di segni (che mostrano evidente affi-
nità con l’alfabeto etrusco dell’Italia centrale) utilizzati per iscrizio-
ni ritrovate nelle zone delle Alpi orientali (il che ha indotto taluni a
definire quest’alfabeto piuttosto come nord-italico).80
Accanto a questo importante problema, che ancora non conosce
una soluzione certa, resta da definire nei suoi contorni precisi
un’altra questione fondamentale legata all’uso di questi segni. Le
rune infatti costituiscono una serie di caratteri certamente connes-
si alla sfera magica. Ciò è rilevabile innanzi tutto in molte tra le
iscrizioni più antiche (diverse delle quali risultano incise su amu-
leti od oggetti d’uso personale) che mostrano un chiaro carattere
magico, sia proponendo parole o formule beneauguranti,81 sia – in
testi un po’ più estesi – dando voce a vere e proprie maledizioni.82
Inoltre talora i segni runici sono palesemente utilizzati per espri-
mere il loro intrinseco valore simbolico, piuttosto che quello
meramente fonetico: in qualche caso essi appaiono ripetuti senza
un preciso significato, al solo scopo di rafforzarne il potere magi-

78
 Moltke 1985 b.
79
 Vd. tuttavia Morris 1988, dove si cerca di superare questa difficoltà facendo
piuttosto riferimento a un alfabeto greco arcaico.
80
 Vd. in particolare Rix 1992, Markey 1998, Markey 1999 e Mees 2000.
81
 Cfr. nota 36.
82
 Vd. l’iscrizione di Björketorp (Blekinge, Svezia, seconda metà del VII secolo)
dove si legge uþArAbAsbA/ hAidRunoronu/ fAlAhAkhAiderAg/ inArunARArAgeu/
hAerAmAlAusR/ utiARwelAdAude/ sARþAtbArutR che (secondo l’interpretazione pro-
posta in Krause 1966, pp. 214-218) significa: “Profezia di male! Ho nascosto qui la
serie delle rune luminose, rune magiche. Con comportamento perverso senza pace,
straniero è di una morte maligna chi distrugge [questo monumento].”

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86 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

co.83 D’altro canto va anche considerato che l’utilizzo delle rune


appare fin dall’inizio connesso ai rituali in onore dei defunti (il che
in epoca vichinga si tradurrà nelle numerosissime lapidi di carat-
tere commemorativo). Non soltanto infatti nelle tombe sono stati
ritrovati oggetti con iscri­zioni,84 ma testi runici risultano incisi in
presenza di sepolture. Particolarmente interessanti da questo pun-
to di vista sono i casi dell’iscrizione gotlandese di Kylver e di quel-
la norvegese di Eggjum (nella regione di Sogn e Fjordane). L’una
(prima metà del V secolo) riporta su una riga la serie ininterrotta
dei ventiquattro segni dell’alfabeto runico antico (qui per la prima
volta elencati)85 e poi il palindromo sueus (di significato oscuro).
L’altra, che risulta essere la più lunga redatta con l’alfabeto runico
antico, si fa risalire attorno all’inizio dell’VIII secolo: l’interpreta-
zione del testo resta tuttavia per molti aspetti assai difficoltosa.86
Va notato che in entrambi questi casi le iscrizioni erano state rea-
lizzate in modo da essere visibili solo dall’interno della tomba.
L’aspetto magico-religioso si rileva del resto anche dal­l’etimologia
della parola “runa” (ant. nord. rún, pl. rúnar) che signi­fica “segre-
to”, “mistero” e appare connessa con diversi termini delle altre
lingue germaniche, in particolare verbi che hanno il senso di “sus-
surrare”, “bisbigliare”, “fare un discorso segreto”.87 Del resto:
mentre due pietre runiche sottolineano chiaramente il carattere
“divino” di questi segni,88 alcune fonti che – sebbene redatte in
forma scritta molto più tardi – sono certamente collegate alla tra-

83
 Si vedano a esempio l’incisione sulla pietra di Ellestad (presso Söderköping,
Östergötland, Svezia, datazione incerta), quella di Gummarp (Blekinge, Svezia, VII
secolo), quella sul manico di lancia di Kragehul (Fionia, Danimarca, VII sec.), quella
sull’amuleto di Lindholm (Scania, Svezia, VI sec.).
84
 Si veda a esempio la tomba danese di Himlingøje (fase più recente dell’età del
ferro romana; cfr. nota 27) dove tra i doni del ricco corredo funebre della defunta sono
state trovate due fibule sulle quali erano state incise rispettivamente le parole hariso
(nome proprio) e widuhudaR (da leggere quasi certamente widuhundaR “cane del
bosco”), probabilmente un antroponimo maschile; o la tomba norvegese di Øvre
Stabu (Oppland) dove insieme ad altri oggetti si trova una punta di lancia con sopra
inciso raunijaR, verosimilmente “che mette alla prova”.
85
Dell’alfabeto runico si conoscono due serie. Quella antica consta di ventiquattro
segni e risulta in uso fino alla seconda metà dell’VIII secolo. Dopo di ciò compare la
serie recente, ridotta a sedici segni, che presenta due varianti principali.
86
 Vd. tra l’altro Jacobsen L., Eggjum-stenen. Forsøg paa en filo­logisk Tolk­ning, Køben-
havn 1931 e Magnus B., “Eggjasteinen. Et dokument om sjamanisme i jern­alderen?”, in
Indre­lid S. – Kaland S. et al. (red.), Festskrift til Anders Hagen (= Arkeologiske Skrifter
fra Historisk Museum, Universitetet i Bergen: 4), Bergen, 1988, pp. 342-356.
87
 de Vries 1962² (B.5), pp. 453-454 (voce rún).
88
 Si tratta della pietra di Noleby (VII secolo) e di quella di Sparlösa (IX secolo),
entrambe nella regione svedese di Västergötland.

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Verso la storia: l’età del ferro 87

dizione orale e alle credenze magico-religiose del paganesimo


nordico, testimoniano non soltanto la loro stretta relazione con il
dio Odino (il quale dal loro possesso traeva le proprie qualità di
dio-mago conoscitore dei segreti dell’esistenza),89 ma fanno anche
preciso riferimento all’uso magico delle singole rune.90 Testimo-
nianze di questo tipo non possono certamente essere sottovalutate.
Del resto che la scienza delle rune sia patrimonio di pochi è atte-
stato – innanzi tutto – nei diversi casi in cui ci troviamo di fronte
all’orgogliosa rivendicazione di paternità di talune iscrizioni, che
talora consistono solo nell’affermazione dell’identità dell’incisore.91
L’apposizione della ‘firma’ è ancora testimoniata in epoca vichinga,
vale a dire in una fase nella quale l’alfabeto runico risulta utilizzato
in misura preponderante per iscrizioni di carattere commemorativo.
Occorre qui osservare che in diversi casi la figura del ‘maestro di
rune’ appare strettamente connessa alla sfera magico-religiosa. In
un certo numero di queste iscrizioni nelle quali ci troviamo davan-
ti all’indicazione dell’autore (otto occorrenze) costui si definisce
erilaR/irilaR, termine che pare poter essere inteso come denomi­
nazione propria del ‘maestro di rune’.92 Questa parola ha innescato
tutta una serie di speculazioni, dal momento che essa parrebbe
essere corradicale di termini come il nordico jarl, l’anglosassone eorl
e l’antico sassone erl (derivati da un proto­germanico *erlaz) con i

89
Il riferimento è, soprattutto, al carme eddico Dialogo dell’Alto (Háva­mál in Edda
poetica), str. 138-163 (vd. p. 292).
90
Si veda innanzi tutto il carme dell’Edda poetica dal titolo Viaggio di Skírnir o
Dialogo di Skírnir (Fǫr Skírnis o Skírnis­mál, vd. p. 292) nel quale costui, servitore del
dio Freyr, minaccia la gigantessa Gerðr (che non vuole accettare di sposare il dio) di
scaricarle addosso una terribile serie di maledizioni incidendo segni runici potenti. Tra
gli esempi che si possono trovare nelle saghe islandesi, basti citare qui l’episodio
riportato nella Saga di Egill Skalla-Grímsson (Egils saga Skalla-Gríms­sonar, capp. 72 e
76), dove si riferisce della malattia di una ragazza provocata da un uomo inesperto che
– avendo intagliato delle rune allo scopo di farla innamorare – aveva messo in pratica
una procedura sbagliata.
91
Un ottimo esempio è l’iscrizione su uno dei due celebri corni d’oro di Gallehus
(Jutland meridionale, Danimarca, VI secolo d.C.). Rinvenuti nel medesimo luogo a
circa 100 anni di distanza (1639 e 1734), essi erano riccamente istoriati (nelle immagini
raffigurate A. Olrik ha voluto riconoscere rispettivamente gli dèi Odino, Freyr e Thor:
vd. “Gudefremstillinger på Guldhornene og andre ældre Mindes­mærker”, in DS 1918,
pp. 1-35). Purtroppo questi due reperti eccellenti sono andati perduti (sottratti nel 1802
furono fatti fondere) e non ci restano che delle copie realizzate in base a disegni. Uno di
loro recava un’incisione in caratteri runici: ek hlewagastiR holtijaR horna tawido “io,
Hlevagast [figlio] di Holti feci il corno” (Krause 1966, pp. 97-103). Su questi reperti vd.
anche Brøndsted J., Guld­hornene. En oversigt, Nationalmuseet [København] 1954.
92
Vd. Krause 1966, pp. 43-44. Non così tuttavia in Musset 1965, pp. 149-150; in de
Vries 1962² (B.5), p. 104 il termine è inteso solo come allusione a una funzione sacerdotale.

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88 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

quali si designa un uomo di livello sociale assai eminente.93 Inoltre


essa è stata avvicinata all’etnonimo Eruli (in questo caso la radice
sarebbe un protogermanico *erulaz),94 un popolo la cui sede origi-
naria va verosimilmente individuata – come è stato detto – nella
regione danese (Selandia e isole vicine) dalla quale, secondo Gior-
dane, esso sarebbe stato espulso dai Dani.95 Se si volesse combinare
la teoria di E. Elgqvist, secondo il quale gli Eruli costituivano piut-
tosto che un popolo vero e proprio una classe di guerrieri aristocratici,96
con quella sostenuta in particolare da K. Helm, per il quale il culto
di Odino sarebbe stato da costoro introdotto in Scandinavia nel
corso della loro ‘migrazione di ritorno’ agli inizi del VI secolo d.C.,97
si sarebbe tentati di stabilire ulteriori collegamenti: in una simile
ipotesi di lavoro ci si incamminerebbe tuttavia su un campo minato,
dal momento che i numerosi elementi da considerare – non ultimi
la mancanza di una corrispondenza diretta tra i segni runici e il dio,98
la datazione precisa delle singole iscrizioni (in ‘troppi’ casi anterio-
ri al VI secolo),99 la loro collocazione geografica, gli elementi forni-
ti dall’iconografia (raffigurazioni di divinità sulle bratteate) – non
hanno ancora trovato una definitiva e concorde interpretazione.
Come che sia le iscrizioni runiche ci permettono innanzi tutto
(pur con le molte limitazioni dovute da una parte alle difficoltà di
interpretazione e dall’altra al lessico fortemente circoscritto)
di conoscere la lingua parlata (e, almeno in parte, anche la lingua
poetica)100 all’epoca della loro realizzazione nelle regioni danesi e
in quelle centro-meridionali della Svezia e della Norvegia. Esse
93
Vd. Andersen H., “Om urnordisk erilaR og jarl”, in Sprog og kultur, XVI (1948),
pp. 97-102 e anche de Vries J., “Über das Wort ‘Jarl’ u. seine Verwandten”, in La
nouvelle Clio, VI (1954), pp. 461-469. Sulla dignità di jarl vd. p. 210.
94
Vd. Krause 1971 (B.5), p. 141.
95
Vd. p. 78 e note 57, 58 e 64.
96
Vd. Elgqvist 1952 (C.3.3), pp. 109-135 e anche: Ellegård A., “Who were the Eruli?”,
in Scandia, LII (1986), pp. 5-30; Olsen M. – Shetelig H., Kårstad-ristningen. Runer og
helle­ristninger, Bergen 1929, pp. 58-60; Hougen B. – Olsen M., “Runespennen fra
Bratsberg i Gjerpen”, in Viking 1937, pp. 65-68; Krause 1966, p. 44. Del resto la teoria
di Elgqvist è accettata da diversi runologi ed è ritenuta probabile anche in studi recenti;
vd. Birkmann 1995, p. 156, ma anche Hultgård 1998 (B.7.1), pp. 715-725, dove si
sottolinea il carattere di formula cultuale delle iscrizioni in cui compare il termine ek
“io”, sempre collegato al termine erilaR/irilaR. Vd. anche Nielsen 2000 (B.5), p. 51.
97
Helm 1925 (C.3.3), p. 19.
98
Contrariamente a quanto avviene per altre due divinità principali quali Týr (il cui
nome corrisponde a quello della runa ᛏ) e Thor che in diverse occasioni viene diret-
tamente invocato a consacrare le rune medesime (cfr. p. 171 con nota 280).
99
Vedi le datazioni proposte in Krause 1966, pp. 313-318, da cui comunque si
rileva che le iscrizioni ‘eruliane’ appartengono alla fase più antica.
100
Vd. oltre, p. 284.

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Verso la storia: l’età del ferro 89

inoltre costituiscono testimonianze dirette e non condizionate


sulla vita degli uomini nordici nell’età del ferro.
*
Tavola della serie dei segni runici (fuþark) e delle loro corrispon-
denze nell’alfabeto latino (con le opportune integrazioni)101
Alfabeto runico antico e corrispondenze:

ᚠ ᚢ ᚦ ᚨ ᚱ ᚲ ᚷ ᚹ ᚺ ᚾ ᛁ   ᛈ ᛉ  ᛏ ᛒ ᛖ ᛗ ᛚ ᛜ ᛞ ᛟ
f u þ a r k g w h n i j E p R s t b e m l ŋ d o
Alfabeto runico recente e corrispondenze:

ᚠ ᚢ ᚦ ᚨ ᚱ ᚴ ᚼ ᚾ ᛁ ᛅ ᛋ ᛏ ᛒ ᛘ ᛚ ᛦ
f u þ ą r k h n i a s t b m l R

Il segno ᚦ (che si ritrova nell’islandese moderno come þ) rappre-


senta una fricativa dentale sorda (come th nell’inglese thin); ᚨ
rappresenta il suono a che nel fuþark recente è assai spesso una a
nasalizzata (e viene dunque traslitterata con ą o con A); il segno 
(raro) che viene traslitterato con E (o con ė o ï) rappresenta una e
molto chiusa (suono intermedio tra e e i); ᛉ (più tardi ᛦ) viene
traslitterato con R a indicare il valore fonetico di una antica s sono-
ra rotacizzata e probabilmente pronunciata in protonordico come
approssimante (post)alveolare;102 ᛜ (traslitterato con ŋ) esprime la
nasale velare (come nella ng del tedesco singen).

2.6. L’età dei Merovingi

Come è stato detto, l’età dei Merovingi (550 d.C.-800 d.C.) è


definita preferibilmente in Svezia età di Vendel.103 In questo

101
Le serie qui riportate (riprese da Musset 1965, p. 21) costituiscono uno schema
sommario dell’alfabeto runico a ventiquattro e a sedici segni (serie ‘antica’ e ‘recente’).
Per ragioni di semplicità non si dà conto delle varianti, per le quali si rimanda alla
letteratura critica citata in bibliografia.
102
Ovvero come una fricativa molto debole, articolata nel luogo alveolare (come s)
o più posteriore. Tale suono si fuse successivamente con la liquida r, sicché quando
venne adottato l’alfabeto norreno di origine latina la distinzione scomparve anche dal
punto di vista grafico.
103
Vd. sopra, nota 11.

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90 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

periodo sono poste le basi di quella che sarà l’evoluzione politica,


sociale e culturale dell’era vichinga. I reperti sono di straordina-
rio interesse e assai spesso di raffinata fattura. Armi, fibulae,
lamine lavorate con diverse immagini, finimenti per le cavalcatu-
re e altro ancora danno testimonianza di una tecnica eccellente.
Del resto – certamente fin dall’età del bronzo – la figura del
fabbro-artigiano, capace di dominare il fuoco per plasmare il
metallo e infondervi forma per poi arricchirla con preziose deco-
razioni (una competenza in un certo senso intesa come scienza
magica), era oggetto di una specifica considerazione e si vedeva
dunque riconosciuta una specifica posizione all’interno della società:104
un fatto che anche in ambiente scandinavo avrà ricadute nella let-
teratura mitologica.105
Un’aristocrazia costituita da sovrani locali sostenuti da una
considerevole forza militare ha assunto un ruolo preminente. Un
credo religioso che ne legittima il potere è ora ben consolidato
nei suoi vari aspetti. D’altra parte solo da questa fase (mentre la
religione pagana va trovando nuovi equilibri)106 possiamo parlare
con certezza di un’iconografia riferibile alle divinità,107 le cui
testimonianze sono per altro riconoscibili anche su diversi reper-
ti (elmi, lamine, bratteate). Tumuli maestosi che ancora segnano
il paesaggio nordico costituiscono la sepoltura e tramandano il
ricordo di questi perso­naggi. Tra questi monumenti i più famosi
sono certamente quelli svedesi di Gamla Uppsala (Uppland) e di
Högom (Medelpad) o quelli norvegesi di Olvishaugen (presso
Alstadhaug nel fiordo di Trond­heim), di Jellhaugen (Østfold) e
di Raknehaugen (Romerike), il più imponente di tutti.108 Ma il
ricordo di questi uomini viene ora affidato, per la prima volta,
anche a fonti di carattere letterario. Sebbene lontani nello spazio
104
Sul carattere ‘sacrale’ della figura del fabbro vd. ELIADE M., The Forge and the
Crucible, The University of Chicago Press 1978² e anche ROBINS W., The smith. The
traditions and lore of an ancient craft, London 1953.
105
Celebre è la figura del mitico fabbro Vǫlundr, vd. oltre, pp. 218-219 con nota 460.
106
Dalla fine del V secolo si assiste tra l’altro alla progressiva perdita di importanza
delle paludi come luoghi rituali della comunità.
107
Cfr. pp. 164-166.
108
Questo tumulo ha una larghezza di 95 mt. e un’altezza di 15 mt. In realtà, con-
siderati i pochi resti ritrovati all’interno, è difficile stabilire se si tratti di una vera e
propria tomba oppure di un monumento eretto in memoria di un personaggio emi-
nente; vd. Grieg S., “Raknehaugen”, in Viking 1941, pp. 1-28 e Skre D., “Raknehaugen.
En empirisk loftsrydding”, in Viking 1997, pp. 7-42. Sui tumuli di Gamla Uppsala vd.
Nerman B., Vilka konungar ligga i Uppsala högar?, Uppsala 1913 e Lindqvist S.,
Uppsala högar och Ottarshögen, Stockholm 1936. Sul tumulo di Högom vd. Ramqvist
P.H., Högom. The excavations 1949-1984, Umeå 1992.

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Verso la storia: l’età del ferro 91

e nel tempo, testi come il poema anglosassone Beowulf (Beˉowulf)


composto verosimilmente verso l’inizio dell’VIII secolo e che
affonda in buona parte le proprie radici in ambito scandinavo e
la Saga degli Ynglingar di Snorri Sturluson, redatta poco dopo il
1230 e a sua volta basata innanzi tutto sul poema Enumerazione
degli Ynglingar (Ynglingatal, che in essa ci viene tra­mandato) del
poeta (scaldo) norvegese Þjóðólfr di Hvinir (attuale Kvines­dal
nella regione meridionale di Vest-Agder) vissuto nel IX secolo,
mostra­no coincidenze certamente non casuali nella citazione di
sovrani svedesi riconducibili a questo periodo.109 È questo, quanto­
meno, il caso di Oˉ hthere-Óttarr e di Eˉ adgils-Aðils, ma studi appro-
fonditi hanno rivelato altre interessanti convergenze.110 È d’al-
tronde ben più di una semplice ipotesi che proprio qualcuno dei
personaggi citati in queste opere abbia trovato sepoltura nei
tumuli maestosi di cui si è detto. Risale dunque già alla prima fase
dell’età dei Merovingi e a dinastie capaci di affermarsi e gestire
in modo coordinato le risorse di un determinato territorio, la
creazione di centri di potere nei quali va individuato il nucleo dei
futuri stati nordici. In tal senso il sostegno da parte di una classe
sociale di nobili guerrieri dovette risultare decisivo.
Il riflesso dell’importanza riconosciuta ai ‘guerrieri del re’ è
evidente in magnifiche sepolture nelle quali il cadavere del defun-
to è posto in una nave funeraria accompagnato da animali (parti-
colare è la sepoltura di cavalli) e da un ricco corredo nel quale sono
comprese armi di pregevolissima fattura.111 La presenza delle armi
109
Altre fonti di Snorri sono il poema Enumerazione dei Háleygir (Há­leygja­tal)
dello scaldo Eyvindr Finnsson Plagiatore (skálda­spillir) e l’anonimo testo di carattere
genealogico intitolato Sui re dell’Upp­land (Af upp­lendinga konungum).
110
Ho cercato di riassumere questi dati (anche con riferimento ad altre fonti) nell’intro-
duzione alla traduzione della Saga degli Ynglingar (Chiesa Isnardi 1977, pp. 56-58); riman-
do comunque innanzi tutto a Chambers R.W. – Wrenn C.L., Beo­wulf. An Introduction to
the Study of the Poem with a Discussion of the Stories of Offa and Finn, Cambridge 1959,
pp. 1-40. Un ottimo commento al Beowulf si trova anche in Orchard A., A Critical
Companion to Beowulf, Cambridge 2003. In questa questione entrano altresì in gioco
figure di principi danesi e ci si rifà anche ad altri testi, in ambito anglosassone in parti-
colare al Wīdsīð, un poema allitterante (risalente verosimilmente al VII secolo) nel
quale l’autore che, come rivela il nome, è un grande viaggiatore (letteralmente il titolo
significa “viaggio ampio”, cioè “viaggio in lungo e in largo” ma qui deve naturalmente
essere riferito alla persona e diviene dunque “grande viaggiatore”; vd. ed. cit. in EF, p.
210), fornisce una sorta di elenco delle diverse tribù da lui visitate e dei loro principi.
111
Si vedano, in particolare, le tombe svedesi di Vendel e di Valsgärde (Uppland)
su cui si rimanda a Graf­fältet vid Vendel, undersökt af Hj. Stolpe, beskrivet af T.J.
Arne, teckningarne utförda af O. Sörling, Stockholm 1912; Arbman H., “Vendelfyn-
den”, in UFT (1938), XLVI: 2, pp. 1-28; Lindqvist 1926 e Norr S. (red.), Vals­gärde
studies. The place and its people, past and present, Uppsala 2008.

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92 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

non va tuttavia sopravvalutata: altri oggetti non di rado di notevo-


le valore (corni potori, calici di vetro, utensili d’uso quotidiano)
indicano chiaramente che l’attività militare costituiva solo un aspet-
to di un’esistenza caratterizzata da diversi interessi, un contesto in
cui i notabili locali potevano garantire al sovrano supporto econo-
mico (non si dimentichi che dall’VIII secolo assisteremo a una
ulteriore espansione della pratica agricola con conseguenti riflessi
sul piano sociale) e commerciale, così come sostegno in caso di
guerra. D’altronde a questo periodo appartengono anche superbe
sepolture riservate a donne.112 L’intensa attività di scambi è eviden-
te nella tipologia medesima dei reperti, spesso di provenienza
straniera: del resto va ricordato che in questa fase si colloca l’affer-
mazione di centri commerciali di grande importanza, quali Dan­kirke
presso Ribe nello Jutland (nucleo della prima ‘città’ danese)113 e
Helgö sul Mälaren in Svezia.114 Ideale guerriero e interesse mer-
cantile: due elementi caratterizzanti che segneranno in seguito il
periodo vichingo.
Reperti di grande interesse, per quanto provenienti da un’area
circoscritta, sono le cosiddette ‘pietre di Gotland’, sulle quali ci è
stata tramandata una ricca iconografia che fornisce una interes-
sante serie d’informazioni su diversi aspetti della società nordica.115
La loro produzione, che si protrarrà per lungo tempo, conosce tre
periodi principali (V-VII secolo, VIII-IX secolo e X-XII secolo)
l’ultimo dei quali si estende oltre la fine del periodo vichingo.
Sulle pietre di Gotland (la cui tecnica compiuta suggerisce, alme-
no inizialmente, modelli ed esecutori stranieri) è possibile ‘legge-
re’ simboli e figure nel cui dispiegarsi si intrecciano strutture
culturali arcaiche e idee nuove (non da ultimo nella sagoma delle
pietre medesime: dapprima simili a un’ascia con la ‘lama’ rivolta
verso l’alto, successivamente di forma fallica). Le più antiche tra
queste pietre (originariamente posizionate nelle necropoli come
‘marcatori di sepoltura’) riprendono e trasformano, perpetuando-
ne tuttavia il significato più profondo, motivi e simboli geometri-
ci (cerchi, spirali, ‘nodi’, dischi con disegni che suggeriscono un
 Cfr. sopra, p. 69 con nota 27.
112

 Su Dankirke vd. Thorvildsen E., “Dan­kirke”, in NMA 1972, pp. 47-60 e Hansen
113

H.J., “Dankirke. Jern­alder­boplads og rigdoms­center. Over­sigt over ud­gravningerne


1965-1970”, in Kuml, 1988-1989, pp. 201-247.
114
 Più tardi tra i reperti rinvenuti a Helgö comparirà, addirittura, una figura di
Buddha proveniente dalla penisola indiana (si confronti l’immagine che decora un
secchio rinvenuto nella celebre nave funeraria di Oseberg, IX secolo). Su Helgö si veda
Holmqvist W. – Granath K-E. (foto), Helgö den gåt­fulla ön, Uddevalla 1969.
115
 Vd. Lindqvist 1941-1942, Holmqvist 1952 e Nylén 20033.

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Verso la storia: l’età del ferro 93

movimento rotatorio) legati alla tradizione. Ma sulle pietre di


Gotland compariranno anche (specie nel periodo medio) figure
che propongono chiari riferimenti a quel patrimonio mitologico
delle popolazioni nordiche che impareremo a conoscere da fonti
scritte ben più tarde, ma delle quali tuttavia queste pietre costitui-
scono in diversi casi un importante contraltare icono­grafico.116
Del resto buona parte delle leggende eroiche che saranno river-
sate nei preziosi manoscritti islandesi sono palesemente ricondu-
cibili al periodo delle migrazioni. Il più antico testo scritto che vi
accenni sarà, nella prima metà del IX secolo, la pietra runica
svedese di Rök (Östergötland).117 Fin dal periodo delle migrazio-
ni le pietre di Gotland mostrano anche raffigurazioni di imbarca-
zioni a remi, un motivo che se da un lato ricorda i numerosissimi
battelli cultuali presenti nelle incisioni rupestri dell’età del bron-
zo, anticipa dall’altro le successive immagini di navi cariche di
guerrieri vichinghi (finalmente dotate della tipica vela quadra) che
af­frontano un mare agitato. Anche un influsso dello stile decora-
tivo dell’arte cristiana vi sarà a un certo punto riconoscibile. Col
tempo si affermerà la consuetudine di collocare queste pietre in
luoghi di passaggio.
Centri di potere, dinastie e sovrani che s’impongono rivendi-
cando una legittimazione religiosa, guerrieri, ricchi contadini,
commercianti ma anche persone di condizioni sociali modeste
(della cui vita non ci restano tuttavia che scarse testimonianze): il
quadro della società scandinava dell’epoca dei Merovingi prefigu-
ra già sotto molti aspetti le caratteristiche di quella vichinga.

116
In ciò esse trovano un parallelo con le pietre vichinghe sulle isole britanniche
(vd. Shetelig 1933 [C.3.1], pp. 214-230).
117
 Vd. Bugge S., Der Runenstein von Rök in Östergötland, Schweden, nach dem
Tode des Verfassers herausgegeben von M. Olsen, unter Mitwirkung und mit Beiträgen
von A. Olrik und E. Brate, Stockholm 1910.

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94 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

PERIODO
CRONOLOGIA CLIMA CULTURA
STORICO
periodi di: Dryas
remoto (14.000-
12.800 a.C.),
Bølling (12.800-
12.200 a.C.), cultura
Dryas antico di Amburgo,
Paleolitico 14.000-9500 a.C.
(12.200-12.000 cultura
a.C), Allerød di Bromme
(12.000-10.700
a.C.) e Dryas
recente (10.700-
9500 a.C.)118
periodi pre- culture
boreale (9500- di Maglemose,
8500 a.C.), Kongemose,
boreale (8500- Ertebølle
Mesolitico 9500-4100 a.C. 6800 a.C.) culture di Fosna
e prima fase e di Komsa
del periodo culture
atlantico di Nøstvet
(6800-4100 a.C.) e di Lihult

seconda fase del


neolitico antico periodo atlantico
(4100-3000 a.C.) (4100-3500 a.C.), introduzione della
cultura contadina
Neolitico prima fase del
(ce­ra­mica
neolitico periodo
imbutiforme)
recente 119 sub-boreale (dal
(3000-2300 a.C.) 3500 a.C.)

118
I tre periodi che prendono nome di Dryas (dalla pianta Dryas octopetala, in
italiano “camedrio cervino” della famiglia delle Rosacee) sono contrassegnati da un
clima artico e dalla vegetazione tipica della tundra. Tra di essi si collocano due stadi
intermedi caratterizzati da temperature più elevate (clima sub-artico) nei quali la
vegetazione conosce soprattutto lo sviluppo delle betulle. Il primo è detto ‘periodo di
Bølling’ dal nome di un lago ormai prosciugato che si trovava nello Jutland centrale,
il secondo è detto ‘periodo di Allerød’ per via degli studi su sedimenti in un sito nel
territorio di Allerød nella Selandia settentrionale. Le datazioni (basate su Buren­hult
1999-2000 [B.2], I, pp. 163-164) non possono naturalmente essere definite con asso-
luta precisione (cfr. le lievi variazioni in Jensen 2001-2004 [B.2], I, p. 58).
119
Questo periodo è volentieri definito nei testi di archeologia nordici come “età
della pietra agraria” (dan. bondestenalder, norv. bondesteinalder, sved. bonde­sten­ålder).

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Verso la storia: l’età del ferro 95

PERIODO
CRONOLOGIA CLIMA
STORICO
Calcolitico
periodo
(età del 2300-1700 a.C.
sub-boreale
rame)
1700-1100 a.C.
(età del bronzo ultima fase
Età antica) del periodo
del bronzo 1100-500 a.C. sub-boreale
(età del bronzo (fino al 500 a.C.)
recente)
500 a.C.-anno
zero (età del
ferro celtica o
preromana)
anno zero-400
d.C. (età del
ferro romana)
400 d.C.-550
periodo sub-
d.C.
Età del ferro atlantico (dal 500
(età delle
a.C. in poi)
migrazioni)
550-800 d.C.
(età dei
Merovingi o età
di Vendel)
800-1066 d.C.120
(periodo
vichingo)

120
Vd. p. 107, nota 33.

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Capitolo 3

Verso il mondo esterno: il periodo vichingo

3.1. Il movimento vichingo

3.1.1. Contrasti sociali

Per quanto – come si è visto – in alcune aree del Nord si fosse


ormai manifestata chiaramente una tendenza alla formazione di
centri di potere piuttosto solidi gestiti da personaggi appartenenti
a dinastie eminenti e sostenuti da una aristocrazia guerriera (il che
dunque apriva ampi spazi a prospettive individualistiche), la socie-
tà scandinava restava tuttavia nella sostanza saldamente ancorata
a una struttura di tipo tribale alla quale ogni membro della comu-
nità doveva riferirsi a riguardo di ciò che segnava i momenti deter-
minanti della sua esistenza, e l’antica organizzazione manteneva
sostanzialmente la propria efficacia. Dunque le crescenti istanze
soggettive, che nell’età del ferro si manifestano con indiscutibile
evidenza, erano inevitabilmente destinate a collidere con la visione
di vita tradizionale.1 La questione dovette avere, evidentemente,
un forte impatto sociale. Il mondo nordico verso la fine dell’età del
ferro è per molti versi ancora permeato dal principio del colletti-
vismo: i legami familiari costituiscono il collante fondamentale dei
rapporti interpersonali e sociali e i componenti della comunità (alla
quale, con vincolo indissolubile e per una sorta di continuità invio-

1
Sebbene ormai datati, restano a mio modo di vedere del tutto affidabili e convin-
centi i risultati degli studi condotti su questo aspetto da M. Scovazzi. Questo studioso,
analizzando l’antica società germanica e nordica da una prospettiva giuridica, ha
saputo evidenziare chiaramente la presenza e l’interrelazione delle due componenti
(comunitaria e individualistica), sottolineando il loro ‘peso’ nella evoluzione della
società scandinava (Scovazzi 1957 [B.8], pp. 201-257 e pp. 258-263).

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 97

labile, seguitano ad appartenere anche i defunti che garantiscono


ai discendenti fecondità e protezione) condividono vita quotidiana,
fede religiosa e, soprattutto, destino. All’interno della Sippe2 devo-
no prevalere vincoli di assoluta lealtà e pace, con ciò intendendo il
concetto espresso nel termine friðr, cioè “la feconda evoluzione di
una società naturale e collettiva legata da rapporti di parentela che
[...] determina anche l’uguaglianza, la parità dei diritti e, per così
dire, l’interscambiabilità in ogni circostanza.”3 Gli atti fondamen-
tali dell’esistenza (a esempio il matrimonio) hanno il solo scopo di
accrescere il benessere della comunità; la sorte e l’onore individua-
le assumono un senso solo in riferimento a quella; l’imprescindibi-
le dovere della vendetta per i congiunti (che può essere rivolta non
soltanto contro l’effettivo uccisore ma altrettanto opportunamente
contro un suo parente) mostra con tutta evidenza la sacralità dei
legami di sangue, dalla quale è tutt’altro che disgiunto l’aspetto
‘economico’ del benessere e della difesa della propria stirpe (il che
spiega i casi in cui veniva pattuito e accettato un guidrigildo, cioè
una ricompensa sotto forma di beni o di denaro che ‘sanava’ il
delitto commesso). Proprio l’associazione fra grandi famiglie (Sip‑
pen) fonda potentati di una certa entità geografica,4 che in qualche
forma vengono a costituire nuclei di Stato. In questo quadro, che
in buona parte ci viene delineato da fonti scritte di epoca ben più
tarda, tra cui, in particolare, le saghe degli Islandesi (redatte in un
ambiente particolarmente conservatore e la cui affidabilità pare da
questo punto di vista sufficientemente sicura),5 eromperà un ele-
mento destinato a sconvolgere gli equilibri e a dare impulso a
profondi cambiamenti: l’ideale di vita dei vichinghi.
In effetti costoro incarnano il principio dell’individualità inteso
come tensione verso la realizzazione di obiettivi personali, di carat-
tere tanto economico quanto politico e sociale. L’associazione di
questi uomini, che conoscerà forme regolamentate,6 darà vita a

Vd. sopra, p. 36 e nota 82.
3
Scovazzi 1957 (B.8), p. 204.

A questo tipo di associazione viene convenzionalmente dato il nome di Bund. Su
questo, ancora, Scovazzi 1957 (B.8), pp. 251-252 e pp. 267-276.
5
Nonostante una nutrita serie di studi abbia ben sottolineato l’aspetto letterario
piuttosto che storico di questi testi, condivido l’opinione di Marco Scovazzi (Scovazzi
1957 [B.8], pp. 85-87) secondo la quale essi comunque riflettono in buona parte
strutture socio-culturali assai antiche.
6
Nella terminologia nordica queste associazioni vengono definite félag, termine
composto da fé (n.) “denaro”, “ricchezza” e lag (n.) “compagnia”, “associazione”, il
che chiaramente esprime l’aspetto commerciale di tali accordi. Più tardi un altro ter-
mine significativo indicante un’alleanza di carattere commerciale sarà gildi (n.) “gilda”,
una tipologia di associazione introdotta nel Nord da mercanti scandinavi o stranieri e

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98 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

gruppi ben definiti che troveranno uno sfogo al loro desiderio di


affermazione nelle imprese che li renderanno famosi. Sebbene sia
evidente che i vichinghi non sono – come la tradizione popolare si
ostina a credere – un popolo, bensì piuttosto degli individui che in
contrasto con la società tradizionale perseguivano nuovi valori, non
è difficile comprendere la ragione di questo diffuso malinteso, in
quanto essi, spinti dalle proprie aspirazioni di arricchimento e
successo, si presentarono agli occhi del resto del mondo come gli
unici, temibili e terribili rappresentanti delle popolazioni del Nord.
Tuttavia: una gran parte degli abitanti della Scandinavia restava
nelle terre d’origine e continuava a vivere secondo i canoni della
società contadina tradizionale. Nelle fonti scritte, soprattutto islan-
desi, il contrasto tra queste due visioni di vita appare evidente e
sarebbe irrealistico non prenderne atto. Ci fu un tempo in cui, nel
mondo scandinavo, quel conflitto tra padri e figli che si rinnova a
ogni cambio generazionale venne in un certo senso a coincidere
con una contrapposizione che si potrebbe definire epocale, con un
momento di rivolgimento sociale inarrestabile. Il contrasto tra
l’esigenza di una adesione a modelli di vita tradizionali e il deside-
rio di una affermazione personale divenne in molti casi assai duro
e diede luogo a dissidi e separazioni.7 L’antica società contadina
sarebbe stata capace di sopravvivere e di adattarsi alle nuove istan-
ze, ma i cambiamenti che il mondo nordico avrebbe conosciuto in
conseguenza dell’affermazione dell’ideale vichingo sarebbero risul-
tati decisivi.
Come si è detto le radici di questa dicotomia sono da ricercare
molto indietro nel tempo. Nel mondo delle tribù germaniche fin
dall’epoca antica erano presenti gruppi organizzati di uomini al
seguito di un capo la cui regola di vita era la ricerca di un’afferma-

solennemente istituita nel corso di un convito nel quale avvenivano libagioni consa-
cratorie (in nordico il termine gildi ha infatti anche il significato di “convito”). Su
questo vd. Cahen 1921 (B.7.1), pp. 91-96, passim, cfr. p. 345.
7
Solo per portare un esempio basterà qui citare la vicenda (seppure in buona
parte fantasticamente elaborata) di un personaggio vissuto tra il X e l’XI secolo, Gunn-
laugr, detto “Lingua di serpente” (ormstunga) del quale è riferito nell’omonima Saga
di Gunnlaugr Lingua di serpente (Gunnlaugs saga ormstungu), composta nel XIII
secolo. Assai significativo dal punto di vista di quanto qui esposto è un episodio che
narra di come il protagonista, seppure giovanissimo, volesse partire dall’Islanda per
tentare la sorte all’estero. Di fronte al netto rifiuto del padre a fornirgli l’equipaggia-
mento e i beni necessari per tale viaggio (“Non otterrai da me il consenso e non andrai
da nessuna parte, prima che io lo voglia”; DLO nr. 10) egli si era allontanato da casa,
abbandonando la famiglia e andando a vivere nella fattoria di alcuni conoscenti. In
seguito Gunnlaugr avrebbe comunque finalmente ottenuto di entrare in società con
altri acquistando una quota pari alla metà di una nave e quindi partire per l’estero.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 99

zione per conseguire la quale essi non esitavano ad affrontare


imprese rischiose. Questo tipo di aggregazione, che è già delineata
in un testo come la Germania di Tacito, dove ha nome comitatus,8
viene con termine tedesco definita dagli studiosi Gefolgschaft.9
È importante domandarsi quali cause abbiano a un certo punto
determinato nella società nordica un’espansione di questo fenome-
no tale da produrre effetti così rilevanti, dal momento che essa non
solo si situa in un determinato periodo di tempo, ma coinvolge
tutte le genti scandinave. Le cause del movimento vichingo ritenu-
te più probabili sono sostanzialmente le seguenti: una crescita
demografica che avrebbe sottratto risorse a buona parte della
popolazione, una trasformazione e un nuovo sviluppo del commer-
cio tra la Scandinavia e gli altri Paesi, l’attitudine guerriera di
questi uomini, il desiderio di arricchimento e di successo, il rag-
giungimento di una tecnica nautica di livello molto elevato che
permetteva di costruire imbarcazioni in grado di affrontare con
notevole sicurezza il mare aperto.10 Inoltre si è considerato che
l’espansione vichinga starebbe in un certo senso a rappresentare
una sorta di appendice delle grandi migrazioni che – come si è
visto – avevano coinvolto in misura considerevole anche tribù
provenienti dal Nord. Molto probabilmente nessuna di queste ipo-
tesi può offrire da sola una soluzione al problema ed è ragionevole
supporre che fattori diversi abbiano contribuito in diversa propor-
zione a questo fenomeno.11 Certamente non aiuta granché neppure
l’etimologia del termine “vichingo” (antico nordico víkingr,
m.; cfr. víking, f., “scorreria”) che resta, a sua volta, uno dei pro-
blemi sostanzialmente insoluti della filologia nordica, sebbene la
più probabile interpretazione sia quella che rimanda al nordico vík
(f.) “baia” (con l’aggiunta del suffisso ‑ing) proponendo dunque il
significato di “predone [che approda] nelle baie” o “predone [che
va] di baia in baia”.12 Si tenga del resto presente che questa parola
8
Capp. 13-14.
9
Letteralmente “seguito”, quindi “[schiera al] seguito [di un capo]”. Il termine è,
appunto, ricalcato sul latino comitatus “accompagnamento”, “scorta”, “seguito”.
Sulla questione si rimanda anche in questo caso a Scovazzi 1957 (B.8), pp. 211-223.
10
Già Tacito (Germania, cap. 44) aveva riferito della grande abilità marinaresca dei
Suiones (verosimilmente gli Svear, una delle tribù svedesi) e, certamente, le diverse
raffigurazioni di navi risalenti a epoche anche assai antiche dimostrano in maniera
inequivocabile l’esperienza dei popoli nordici in questo campo. Ma nell’epoca vichin-
ga la nave diviene un vero e proprio strumento di conquista.
11
Una utile discussione su questo aspetto si può trovare in Jones 1977, pp. 190-213
e Barbarani 1987, pp. 327-433.
12
In de Vries 1962² (B.5), pp. 662-663 si dà conto delle diverse opinioni. Vd. anche
Askeberg 1944 (C.2.1), pp. 114-183; Hellberg S., “Vikingatidens vikingar”, in ANF

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100 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

risulta attestata al di fuori dell’area nordica già nell’VIII secolo


(inglese antico wicing e alto tedesco antico wıˉhhing) e inoltre che
i termini víkingr e víking compaiono in un numero limitato di casi
sulle pietre runiche del periodo vichingo, mostrando infine una
certa diffusione nella poesia (soprattutto scaldica)13 e nelle fonti
islandesi.
In ogni caso è verosimile che questi gruppi raccogliessero con
una certa facilità giovani che, seppure appartenenti a diverse fami-
glie, erano stati allevati insieme, secondo un uso – frequente in
Scandinavia – per il quale spesso i figli venivano fatti crescere
presso persone di grado sociale meno elevato. Anche la posizione
di inferiorità (non da ultimo dal punto di vista ereditario) di molti
figli cadetti o illegittimi che si sentivano frustrati nelle proprie
ambizioni dovette essere determinante al riguardo. Le fonti ci
informano di una cerimonia con la quale si poteva divenire “fratel-
li di sangue”, una pratica che presumibilmente si estese a quanti
volevano costituire nuovi rapporti e porre su basi diverse la propria
vita e il proprio destino. È infatti molto importante considerare,
accanto all’aspetto guerriero, i patti (con solide basi di carattere
economico e commerciale) che univano questi uomini, legami
stretti sulla base di precisi negozi giuridici14 e dei quali dunque il
cosiddetto giuramento di “fratellanza di sangue” (fóstbrœðralag),
la cui cerimonia viene descritta nei particolari nella islandese Saga
di Gísli Súrsson (Gísla saga Súrssonar), poteva costituire la solenne
consacrazione.15 In proposito va osservato che – in un certo senso
paradossalmente – il nuovo rapporto che si veniva a creare ripro-
poneva, per molti aspetti, valori e obblighi che ricalcavano quelli
presenti nella società tradizionale, che pure questi uomini abban-
donavano per intraprendere una vita nuova. Perché, se è vero che
essi voltavano le spalle ai doveri nascenti da quei vincoli di sangue
che per secoli avevano costituito il punto di riferimento fondamen-
tale del tessuto sociale, è altrettanto vero che tra di loro si costitui-

VC (1980), pp. 25-88; Hødnebø F., “Hvem var de første vikinger?”, in MoM 1987, pp.
1-16; Holm G., “Ordet viking än en gång”, in MoM 1988: 1-2, pp. 144-145; Hødnebø
F., “Ordet viking. Replikk til Gösta Holm”, in MoM 1988: 1-2, pp. 146-151; Holm G.,
“Orden víkingr, m., och víking, f. Replikk til en replikk”, in MoM 1988: 3-4, pp. 188-
189 e Hofstra T., “Changing views on Vikings”, in Tijdschrift voor Skandinavistiek,
XXIV (2003), pp. 147-159 (dove si riassume la questione); cfr. nota 221.
13
 Vd. oltre, 5.2.2.
14
 Si vedano in particolare il patto che costituiva una società (félag) e l’appartenen-
za ad associazioni o confraternite (gildi); vd. Scovazzi 1957 (B.8), pp. 223-226; cfr.
sopra, nota 6.
15
 Vd. Bø 1959 e il testo a p. 102.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 101

va un nuovo legame in base al quale essi si obbligavano alla reci-


proca vendetta e alla condivisione di un comune destino. Come se,
allontanandosi dall’ambiente in cui avevano le proprie radici (e nel
cui ambito va comunque ricondotta l’origine dell’istituto del fóst‑
brœðralag), i vichinghi sentissero in qualche modo il bisogno di
ricostituire (seppure in diversa forma) le certezze contro le quali si
erano ribellati, ricreando rapporti analoghi a quelli che con le loro
scelte avevano reciso. E così coloro che dal punto di vista della
società tradizionale venivano considerati come ribelli, quando non
addirittura come malviventi,16 appaiono spesso, non soltanto nella
tradizione leggendaria ma anche nella più concreta poesia scaldica,
come personaggi segnati da forti princìpi morali e, assai sovente,
da un ineluttabile destino. È stato opportunamente osservato che
la gran parte del movimento vichingo fu innanzi tutto – accanto
alle spedizioni guidate (tuttavia solo in un secondo momento) da
importanti sovrani – un movimento nato nell’ambito di una aristo-
crazia rurale che, logorata da tensioni locali, andò cercando uno
sbocco alle proprie ambizioni insoddisfatte al di fuori dalle terre
di origine.17
Certamente i gruppi di vichinghi non vanno immaginati come
‘bande allo sbando’ né, al contrario, idealizzati in termini di lette-
ratura eroica, come per lungo tempo avverrà nell’ottica del movi-
mento ‘goticista’18 o più tardi di quello romantico: una tendenza
che ha, del resto, radici lontane come appare (ma non solo!) nel
caso esemplare della Saga dei vichinghi di Jómsborg (Jómsvíkinga
saga), un testo medievale (la cui redazione scritta risale agli inizi
del XIII secolo) incentrato sull’esaltazione delle virtù di un gruppo
scelto di guerrieri e del loro capo Pálnatóki che avevano sede nel-
la fortezza di Jómsborg.19 Se è d’altronde testimoniato che gruppi
di vichinghi organizzati occupavano vere e proprie postazioni
militari dalle quali partivano per le loro incursioni, è altrettanto

16
Nelle fonti più tarde non è infrequente che il termine “vichingo” venga usato in
senso denigratorio. Se ne veda un esempio già nella Saga di Gunnlaugr Lingua di ser‑
pente (un testo redatto, come si è detto, nel XIII secolo) a proposito di un certo Þórormr,
definito – con intendimento spregiativo – “il più grande predone e vichingo” (cap. 7,
p. 72: “inn mesti ránsmaðr ok víkingr”) e nel Libro dell’insediamento (Landnámabók;
vd. p. 310) dove un tale Þorbjǫrn viene detto “vichingo e malfattore” (p. 200: “víkingr
oh illmenni”). In Scovazzi 1957 (B.8), pp. 222-223 si rileva, opportunamente, l’affini-
tà che per taluni versi li legava ai berserkir, i ‘guerrieri furiosi’, devoti di Odino, divi-
nità che incarna al meglio lo spirito vichingo (su di loro vd. oltre, pp. 170-171).
17
Barbarani 1987, pp. 346-347.
18
Vd. oltre, pp. 578-584.
19
Da collocare verosimilmente alla foce del fiume Oder nella località di Wolin.

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102 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

vero che non è assolutamente possibile ricondurre a un modello


generale (certamente legato ad aspirazioni nazional-culturali e a
ricostruzioni letterarie piuttosto che a effettivi fattori storici) un
fenomeno che presenta molti e diversi aspetti (economici, sociali,
politici, militari, forse persino esplorativi) e che – non lo si dimen-
tichi! – copre un arco di tempo di quasi trecento anni.

Dalla Saga di Gísli Súrsson:

“Andarono dunque fuori su Eyrarhválsoddi e là incisero nel terreno una


zolla erbosa, in modo che entrambe le estremità fossero fisse nel terreno, e
misero là sotto una lancia intarsiata, tale che un uomo potesse con la mano
toccare il chiodo che tiene ferma la punta. Tutti e quattro dovevano ora
passare là sotto, Þorgrímr, Gísli, Þorkell e Vésteinn. E ora si tagliarono una
vena e fecero scorrere il loro sangue insieme in quella terra da cui era stata
tagliata via la zolla erbosa e mescolarono tutto insieme, terra e sangue, e
infine caddero tutti in ginocchio e pronunciarono il giuramento che ciascu‑
no avrebbe vendicato l’altro come il proprio fratello, e chiamarono a testi‑
moni tutti gli dèi.”20

3.1.2. Partenze

Per quanto la Scandinavia avesse in precedenza conosciuto


consistenti migrazioni di popoli, nessuna di esse avrebbe provoca-
to conseguenze di così ampia portata come il movimento dei vichin-
ghi: esso infatti non solo ebbe effetti notevoli dal punto di vista dei
Paesi verso i quali costoro si mossero, ma – soprattutto – determi-
nò nel mondo nordico rivolgimenti che non esiteremo a definire
epocali. Dei vichinghi si hanno le prime notizie verso la fine dell’VIII
secolo, quando le navi provenienti dal Nord fanno la loro compar-
sa sulle coste inglesi.21

20
DLO nr. 11. Una informazione coerente con quella della Saga di Gísli viene (anche
se in forma più concisa) dalla Saga dei fratelli di sangue (Fóstbrœðra saga, cap. 2).
21
Nella Cronaca anglosassone è riferito l’episodio relativo al governatore del Dorset,
il quale venne a sapere che tre navi cariche di stranieri erano approdate sulla costa di
Dorchester; con i suoi uomini si recò sul posto per vedere di che si trattava, e voleva
condurli dal re ma venne assalito e ucciso. Queste furono le prime navi ‘danesi’ che
giunsero in Inghilterra. Siamo nell’anno 787 (The Anglo-Saxon Chronicle, I, pp. 96-97;
II, pp. 47-48).

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 103

3.1.3. Navi vichinghe

Le navi utilizzate dai vichinghi erano il risultato di una tecnica


di costruzione affinatasi nel corso dei secoli22 e capace di produrre
imbarcazioni destinate a usi diversi (militari, commerciali, per la
pesca o anche, semplicemente, per brevi traghettamenti all’interno
dei fiordi). Le fonti scritte non offrono molte informazioni al
riguardo, ma (oltre a fornire termini generici come bátr “barca” e
skip “nave”) distinguono comunque (seppure non siano del tutto
chiare le differenze), tra knǫrr “nave mercantile” (una sorta di
vascello per tutti gli usi provvisto di coperta a prua e a poppa),
byrðingr “nave da carico”, kaupskip “nave mercantile”, karfi “galea
veloce”, skúta “piccola imbarcazione”, “cutter”, ferja “traghetto”,
eikja “piccolo traghetto”, snekkja “nave da guerra veloce” (nel
linguaggio poetico detta fley),23 skeið “nave da guerra”,24 dreki “nave
da guerra con una testa di drago sulla prua”. Nomi di imbarcazio-
ni di tipo mercantile importati dal basso tedesco sono búza (atte-
stato dal XIII secolo; la forma basso tedesca deriva, a sua volta, dal
medio latino buza/bucia) e kuggi/kuggr (forse tuttavia dal frisone).25
Una piccola “imbarcazione a traino”, una sorta di scialuppa aveva
nome epitirbátr.26 In ogni caso i testi lasciano chiaramente intende-
re quale valore fosse attribuito alle navi e come esse rappresentas-
sero un vero e proprio motivo di orgoglio per sovrani e guerrieri.
Celebre fra tutte è certamente l’imbarcazione appartenuta al re
norvegese Olav Tryggvason (vissuto tra il 968 o 969 e il 1000), alla
quale era stato attribuito l’efficace appellativo di “Lungoserpente”
22
Il ritrovamento della nave norvegese di Kvalsund (in Sunnmøre) risalente al
periodo dei Merovingi consente di constatare l’evoluzione delle imbarcazioni scandi-
nave rispetto a ritrovamenti più antichi (Hjortspring, Nydam, cfr. sopra, p. 70, nota
28); vd. Shetelig H. – Johannessen Fr., Kvalsundfundet og andre norske myrfund av
fartøier, Bergen 1929 e anche Magnus – Myhre 1986 (B.2), pp. 440-443.
23
Vd. il testo originale della citazione poetica riportata a p. 126 (DLO nr. 21).
24
Questa parola è attestata anche in due iscrizioni runiche di epoca vichinga: sulla
pietra svedese di Esta (Södermanland, metà dell’XI secolo) e su quella danese di
Tryggevælde (Selandia). Quest’ultima risale all’inizio del X secolo e riporta dunque la
più antica attestazione del termine, inteso qui tuttavia nel senso di “sepoltura in forma
di nave”, con un preciso riferimento a un uso antico ripreso e ben attestato in epoca
vichinga (vd. oltre, p. 216). S.B.F. Jansson (Jansson 1984³ [C.2.5], p. 53) ha in propo-
sito opportunamente rilevato che questo termine viene usato nella Saga degli Ynglingar
di Snorri Sturluson (cap. 23) per indicare la nave funeraria sulla quale venne posto,
per suo stesso ordine, il celebre re Haki ancora agonizzante.
25
Vd. de Vries 1962² (B.5), p. 66 e p. 333.
26
È curioso segnalare che nel linguaggio metaforico questa parola ha il significato
di “individuo tardo, pigro o inerte”: efficace immagine presa a prestito dal mondo
della marineria!

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104 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

(Langdreki).27 Si trattava di una nave assai lunga (tali imbarcazioni


erano designate anche con il termine langskip): a prua e a poppa
recava rispettivamente la testa e la coda di un drago, su ciascun lato
trovavano posto trentaquattro rematori. Al re Olav è attribuita
anche la costruzione di un vascello con ben sessanta postazioni per
rematori su ogni lato. Al posto delle teste di drago (decorate con
vari colori) potevano a volte trovarsi delle teste umane artistica-
mente raffigurate. Anche le prue erano talora dipinte.28
Notizie ben più precise ci vengono da fortunati ritrovamenti
archeologici, in primo luogo quelli delle navi funerarie norvegesi di
Oseberg, Gokstad (ritrovate sotto tumuli nella regione di Vestfold)
e Tune (in Østfold) e quelli danesi di Skuldelev (nel fiordo di Roskil-
de: in questa località sono state rinvenute cinque diverse imbarca-
zioni, tre mercantili e due da guerra).29 La nave di Oseberg (IX se-
colo), vascello funerario che probabilmente contiene i resti d’una
superba regina di nome Ása, ci appare in tutta la sua magnificenza
più come uno status symbol che come una imbarcazione destinata
a solcare l’oceano. Notizie tecnicamente più interessanti si ricavano
dall’esame del vascello di Gokstad, così come da quelli di Skuldelev.
Le navi dei vichinghi venivano spinte dai remi o dal vento: la loro
tipica vela quadra (raffigurata per la prima volta sulle pietre di
27
 Altre navi di questo tipo sono note dalle fonti. A esempio la nave del missionario
Þangbrandr, quasi distrutta per una tempesta (evento cantato in celebri versi dalla
poetessa Steinunn Refsdóttir, cfr. p. 173, nota 291 e p. 307, nota 79) aveva nome
Vísundr (“Bisonte”); il medesimo nome è altrove riferito alla nave del famoso sovrano
norvegese Olav il Santo: vd. a esempio la Saga di Olav il Santo (Óláfs saga helga) redat-
ta da Snorri Sturluson, cap. 144 (cfr. cap. 182) dove essa è definita “la più grande di
tutte le navi” (p. 267: “allra skipa mest”) e descritta con una testa di bisonte decorata
con oro sulla prua; cfr. la versione della saga (nota come Helgisaga Óláfs konungs
Haraldssonar) nelle cosiddette “saghe dei re” (Konunga sǫgur), I, cap. 69 dove si
aggiunge che il sovrano in persona guidava questa magnifica nave.
28
 Nella Canzone per Araldo (Haraldskvæði) attribuita allo scaldo Þorbjǫrn Artiglio
di corno (e in parte a Þjóðolfr di Hvinir), composta in onore di Araldo Bella chioma
dopo la battaglia di Hafrsfjorden (Hafrsfjǫrðr, sul che vd. oltre, pp. 142-143), si legge
(str. 5): “[…] il signore dei Norvegesi/ egli governa le chiglie profonde/ le rosse care-
ne,/ i rossi scudi,/ i remi catramati,/ le tende bagnate di acqua di mare” (DLO nr. 12).
Con “tende” si fa riferimento a semplici ripari in stoffa che venivano sistemati sulle
navi. Allusioni a decorazioni colorate si trovano anche nella Saga di Egill Skalla-
Grímsson, cap. 16 (dove si fa anche riferimento a un vela con bande verticali blu e
rosse) e cap. 36.
29
 Un ritrovamento più recente è quello di Foteviken in Scania; vd. Ingelman-Sundberg
C. – Söderhielm P., Vikingaskepp Foteviken. Marinarkeologisk undersökning 1982,
Malmö 1983 e inoltre (sulle altre navi vichinghe ritrovate): Nicolaysen 1882; Shetelig
1917; Brøgger – Falk et al. 1917-1928; Brøgger – Shetelig 1953; Sjøvold 1959;
Olsen – Crumlin-Pedersen 1978; Marstrander 1986; Damgard Sorensens [sic] 1992;
Crumlin-Pedersen 1997; Crumlin-Pedersen – Olsen 2002.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 105

Gotland nell’VIII secolo) le rendeva capaci di sfruttarne al meglio


la forza (anche quando esso non era favorevole). Si trattava di
imbarcazioni agili (e dunque veloci) costruite per lo più in legno
di quercia e di pino. Le navi mercantili, sulle quali era previsto un
ampio spazio per il carico, avevano un equipaggio numericamente
più limitato (fino a otto uomini) e potevano portare merci fino a
venticinque tonnellate. Nelle condizioni migliori la velocità poteva
raggiungere i tredici nodi. Nelle navi da guerra lo spazio destinato
all’equipaggio era, naturalmente, più ampio. L’imbarcazione nr. 2
di Skuldelev, a esempio, che è una delle più grandi navi vichinghe
conosciute (risale al 1060 circa), raggiungeva i 30 mt. di lunghezza
e poteva ospitare un equipaggio di sessanta persone. È stato calco-
lato che, spinta a remi, potesse mantenere una velocità media di
cinque nodi. Tra le navi norvegesi la più grande è quella di Gokstad
che risale alla fine del IX secolo: lunga 23.8 mt. e larga 5.2 mt.
poteva contenere 16 coppie di rematori.

Lo scaldo Sighvatr Þórðarson (ca.995-ca.1045) nel suo componimento


Canzoni del viaggio a oriente (Austrfararvísur) così esprimeva il gusto
vichingo dell’andar per mare:

“Ero spesso felice, quando al largo


aspra intemperie tra i fiordi
nella tempesta, la vela gonfia di vento,
del signore degli Strindir distendeva;
il cavallo degli abissi avanzava magnifico
(le chiglie incidevano il gioiello di Listi)
quando spingevamo le navi sul mare
schiumeggiante oltre lo stretto.”30

3.1.4. Destinazione occidente

In breve tempo le incursioni si intensificarono creando scompi-


glio e terrore. Per quanto si vogliano ‘depurare’ dai toni eccessivi
e dalle forzature stilistiche i resoconti dei tanti autori cristiani che
30
 DLO nr. 13. Le kenningar (metafore, vd. p. 298) sono da intendere così: “signo-
re degli Strindir” è Olav il Santo mentre “gioiello di Listi (un leggendario re del mare)”
è il mare stesso.

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106 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

riferiscono di questi eventi, pure si deve ammettere che il dilagare


delle bande vichinghe fu, nei Paesi europei, un fenomeno sconvol-
gente che avrebbe visto l’azione di uomini abili, determinati e non
di rado spietati, incidere profondamente sugli equilibri del conti-
nente. L’Inghilterra e l’Irlanda, mete favorite dei vichinghi prove-
nienti dalla Danimarca e dalla Norvegia, dovevano conoscere una
lunga serie di devastazioni. È qui appena il caso di citare l’assalto
al celebre monastero di Lindisfarne al largo della costa del Nor-
thumberland (8 giugno 793), a quello di Lambey nei pressi di
Dublino (795), a quello assai celebre di Iona nelle isole Ebridi (che
subì attacchi successivi nel 795, nell’801 e nell’806). Una parte
delle isole britanniche cadde sotto il controllo degli uomini del
Nord. Mentre i suoi compatrioti si installavano negli arcipelaghi
delle Shetland (in nordico Hjaltland) e delle Orcadi (Orkneyjar)
– delle quali sarebbero rimasti padroni fino al XV secolo –31
un norvegese, detto dagli Irlandesi Turgeis (dunque in nordico
Þorgestr), si impossessò di diversi territori fino a proclamarsi
(nell’843) re di tutti i Norvegesi in Irlanda. Egli fece inorridire i
cristianissimi abitanti dell’isola proclamandosi anti-abate a Clon-
macnoise introdusse il culto di Odino e di Thor e impose la moglie
Ota (dunque in nordico Auðr) come sacerdotessa, facendola salire
sull’altare a proferire vaticini al modo delle antiche sibille nordiche.
In seguito, sopraffatto dagli isolani, venne fatto annegare nel lago
detto Lough Owel (845). Dopo di lui fu tuttavia la volta di Óleifr
il Bianco (Óleifr inn hvíti Ingjaldsson, che nelle fonti celtiche com-
pare come Amlaib), il quale nell’853 fondò il Regno di Dublino
(durato fino al 1171), che mantenne fino all’871 quando decise di
tornare in patria lasciando in Irlanda il fratello Ívar (Imar).32
La presenza e il dominio norvegese nelle isole britanniche sareb-
bero successivamente andati incontro ad alterne vicende, conno-
tate da attacchi e contrattacchi, vittorie e sconfitte, rivalità e al-
leanze non solo con i nativi ma anche tra i diversi gruppi di
vichinghi (ivi compresi quelli provenienti dalla Danimarca). Un
intreccio di eventi che ebbe protagonisti di primissimo piano (qua-
li, tra gli altri, i due Olav: Olav Tryggvason e Olav il Santo, grandi
31
 Vd. oltre, p. 457. In proposito si rimanda a Helle K., Orknøyene i norsk historie
– The Orkneys in Norwegian History, Bergen 1988. Anche le Ebridi (in nordico, signi-
ficativamente Suðreyjar “Isole del sud”) furono raggiunte dai vichinghi norvegesi,
molti dei quali vi si stabilirono; qui tuttavia i coloni provenienti dalla Scandinavia non
prevalsero sugli abitanti celtici, come invece era avvenuto negli arcipelaghi delle Shetland
e delle Orcadi; vd. Brøgger 1930 e Goodrich-Freer 1898-1901.
32
 Per una ricostruzione di questi eventi vd. Sveinsson E.Ól., “Fórmali”, in Laxdœla
saga (EF), pp. lxvi-lxxi.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 107

cristianizzatori della Norvegia) e culminò nella battaglia di Stamford


Bridge (25 settembre 1066), quando il re norvegese Araldo di Duro
consiglio (Haraldr inn harðráði Sigurðarson) fu battuto (perdendo
la vita) dall’ultimo re anglosassone Aroldo (Harold). Il che avveni-
va solo venti giorni prima che questi (il 14 ottobre) venisse a sua
volta sconfitto nella celebre battaglia di Hastings dal normanno
Guglielmo il Conquistatore (Vilhjálmr Róðbertsson, nelle fonti
nordiche soprannominato bastarðr: “bastardo”).33 Ma la presenza
dei vichinghi norvegesi nelle isole britanniche avrebbe lasciato
molte tracce, non ultimo dal punto di vista linguistico (basti pen-
sare che lo shetlandese e l’orcnoico, il dialetto delle isole Orcadi,
erano lingue di ceppo nordico),34 ma anche nei reperti archeologi-
ci e nell’iconografia: l’isola di Man a esempio conserva testimonian-
ze di tutto rilievo.35
Le diverse zone dell’Inghilterra subirono numerosi attacchi e
conobbero una consistente presenza dei vichinghi danesi. Prove-
nendo dalla Francia essi avevano cominciato a muoversi in questa
direzione fin dall’anno 835 con una spedizione all’isola di Sheppey
(nell’estuario del Tamigi a est di Londra) che insieme a quella di
Thanet (anch’essa nel Kent) divenne poi una loro base. La loro
avanzata conobbe un momento culminante nell’865 quando un
grande esercito guidato dai figli del semi-leggendario Ragnarr
Brache di pelo (loðbrókr),36 diede inizio a una conquista territoria-
le che avrebbe messo a repentaglio l’esistenza stessa dei regni
anglosassoni: York (antico nordico Jórvík) fu conquistata nell’867,
la Mercia e il Wessex nell’869. Emblema della resistenza contro gli
invasori è certamente il sovrano del Wessex, Alfredo il Grande

33
 L’autunno 1066 segna simbolicamente la fine dell’era vichinga, seppure almeno
fino al 1263 i nordici tentassero qualche ulteriore incursione (Jones 1977, pp. 438-439).
34
 Una valutazione dell’impatto della lingua nordica nelle regioni dell’arcipelago
britannico (compresa la questione dei territori scozzesi, delle Ebridi e dell’isola di Man)
si trova in Barnes 2002 (B.5), dove è brevemente discussa anche la situazione lingui-
stica in altre aree colonizzate dai nordici (Normandia, Groenlandia, Russia). Vd. anche,
del medesimo autore, The norn language of Orkney and Shetland, Lerwick 1998 e
Jakobsen J., Etymologisk ordbog over det norrøne sprog på Shetland, I-II, København
1908-1921.
35
 Assai interessanti sono qui (ma anche nella regione dirimpettaia del Cumberland,
particolarmente a Gosforth) le raffigurazioni incise su pietre e croci che rappresen-
tano diverse scene nelle quali è possibile leggere un chiaro riferimento a storie
appartenenti al patrimonio mitologico nordico (vd. KERMODE 1904; cfr. p. 93 con
nota 116).
36
 Così detto perché portava calzoni di cuoio con il pelo sopra. A lui è dedicata la
leggendaria Saga di Ragnarr Brache di pelo (Ragnars saga loðbrókar); cfr. p. 134, nota
137.

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108 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

(848-899) capace di respingere i Danesi, infliggendo loro una seve-


ra sconfitta nella celebre battaglia di Edington nel Wiltshire (878)
e, successivamente, di riconquistare Londra (886).37 Tuttavia, nono-
stante il successo di Edington, egli dovette venire a patti con i suoi
avversari, in particolare con il loro capo Guthrum (nordico Guthormr);
infatti se costui accettò il battesimo avendo come padrino il mede-
simo Alfredo, ottenne al contempo di consolidare la propria auto-
rità su una vasta area dell’Inghilterra nord-orientale che restò, a
tutti gli effetti, territorio danese: questa zona sarebbe stata detta in
seguito Danelagu (cioè “[territorio sottoposto alla] giurisdizione
danese”).38 Dopo questi fatti l’andamento dei rapporti tra gli Ingle-
si e i vichinghi (non solo i danesi ma anche i norvegesi) è costituito
da una serie altalenante di vittorie e di sconfitte (basti come esem-
pio il caso di York, in Northumbria, alternamente conquistata e
ceduta dai signori nordici – anche in lotta tra loro – e dagli anglo-
sassoni), di alleanze e di rivalità, di successi non solo militari ma
politici: il tutto, naturalmente, condizionato alle personalità che
entravano in gioco.39 Tra queste spicca certamente la figura di
Canuto il Grande (in nordico “il Potente”, Knútr inn ríki Sveinsson),
con il quale il dominio danese in Inghilterra raggiungerà il proprio
culmine nel 1017, anno in cui egli verrà riconosciuto unico sovrano
del Paese, un titolo che – affiancato a quelli di re di Danimarca, re
di Norvegia, signore di Scozia e d’Irlanda – lo costituiva padrone
di un vero e proprio impero sul Mare del Nord. Un risultato per

37
La città era stata assalita una prima volta nell’anno 842 e in seguito (872) era
finita sotto il controllo danese. Nell’anno 994 fu di nuovo attaccata dal norvegese Olav
Tryggvason alleato del danese Svend Barba forcuta ma la coraggiosa resistenza degli
abitanti costrinse i nordici a ritirarsi.
38
Il Danelagu (ingl. Danelaw) si estendeva su un’area amministrativamente diso-
mogenea: comprendeva infatti oltre a diversi domini scandinavi limitate enclavi
anglosassoni e piccole repubbliche aristocratiche. Questi territori sarebbero stati
restituiti definitivamente alla sovranità della Corona inglese nel 937.
39
Una eco delle epiche lotte contro i nordici si trova in diversi testi della letteratu-
ra anglosassone. La battaglia di Brunaburh ricorda la brillante vittoria ottenuta nell’an-
no 937 dal re Ethelstano (Æðelstân), nipote di Alfredo, contro un esercito misto
scoto-normanno in una località non identificata (da collocarsi probabilmente sulla
costa occidentale dell’Inghilterra tra Chester e Dumfries). La battaglia di Maldon rie-
voca invece lo scontro avvenuto il 10 o l’11 agosto del 991, nel quale il capo dell’eser-
cito anglosassone Byrhtnoht, eorl dell’Essex, perse la vita. Un altro (breve) testo
poetico, cui è stato dato il titolo La presa dei cinque borough, commemora la riconqui-
sta nel 942 da parte del re inglese Edmondo (Eadmund) dei borough (circoscrizioni
amministrative) di Leicester, Lincoln, Nottingham, Stamford e Derby che facevano
parte del Danelagu; sui cinque borough vd. Hall R.A., “The Five Boroughs of the
Danelaw. A Review of Present Knowledge”, in Clemoes P. – Keynes S. et al. (eds.),
Anglo-Saxon England, XVIII (2007), pp. 149-206.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 109

altro temporaneo, se si pensa che solo venticinque anni dopo gli


Inglesi saranno in grado di scegliersi un proprio sovrano.40
La presenza dei Danesi in Inghilterra avrebbe lasciato tracce
copiose: innanzitutto – come è lecito attendersi – nei territori del
Danelagu dove possiamo ricondurre a radici scandinave non solo
numerosi toponimi41 (tra i più significativi quelli in ‑by, dal nordi-
co bú “dimora”, “nucleo abitativo”, “fattoria”;42 in ‑toft, dal nordico
topt/toft “terreno su cui è costruita una fattoria” e in ‑thorp, dal
nordico þorp “piccolo villaggio”, “gruppo di casolari”, più raramen-
te “fattoria isolata”), ma anche alcune strutture sociali e aspetti
giuridici.43 Essa avrebbe altresì esercitato un profondo influsso
sull’antico inglese che doveva accogliere e riversare nella lingua
moderna tutta una serie di vocaboli nordici, quali (solo per citare
alcuni esempi significativi): birth “nascita”, booth “baracca”, “ban-
carella” (da una forma nordica ricostruita *bóð, vd. ant. isl. búð
“alloggiamento provvisorio”, “capanno”, “baracca” e sved., dan.
bod “bancarella”, “negozio”), both “entrambi”, bull “toro”, call
“chiamare”, cast “gettare”, crawl “strisciare”, cut “tagliare”, die
“morire”, egg “uovo”, fellow “compagno” (un particolare sviluppo

40
Alla morte di Canuto il Grande (tumulato nella cattedrale di Winchester), avve-
nuta nel 1035, gli era succeduto dapprima il figlio Araldo, poi (alla morte di questi)
un altro figlio, Hǫrða-Knútr, descritto come un personaggio feroce e vendicativo.
Costui morì nel 1042 e l’assemblea nazionale inglese, witan (o, più precisamente,
witenangemot “assemblea dei saggi”) nominò come suo successore Edoardo (Eadward),
noto come il Confessore (se andettere).
41
I toponimi di origine nordica in Inghilterra sono circa 1400 (sull’argomento vd.
tra l’altro Fellows Jensen 1986 e Fellows Jensen 1994); qui va segnalato che alcuni
sono riferibili al culto di divinità come Odino e Thor (Turville-Petre 1964 [B.7.1],
pp. 71-72 e p. 94).
42
Cfr. il termine inglese by-law che ha senso di “town law”.
43
Il che trova interessanti riscontri nel lessico: si vedano termini quali wapentake
(ant. ingl. wæpen-tæc) “suddivisione di una contea”, un curioso sviluppo del nordico
vápnatak, letteralmente “afferrare le armi”, un gesto di valore legale con il quale nel
corso dell’assemblea si esprimeva il proprio consenso brandendo e agitando le proprie
armi (cfr. la Germania di Tacito, cap. 11); husting “corte”, “tribunale”: ant. nord.
húsþing “assemblea convocata da un re o da uno jarl” (vd. p. 210); riding “divisione
amministrativa” (< þriðing “terza parte di una contea”, cfr. ant. nord. þriðjungr “terza
parte [legale] di un’assemblea”). Nel Domesday Book, dove sono elencati i possedi-
menti del Regno inglese dopo la vittoria di Guglielmo il Conquistatore ricorre il ter-
mine socmannus (corrispondente del danese sognman) con il significato di “uomo
libero” (e anche sochemanna femina “donna libera”); per le occorrenze vd. Foy J.D.,
Domesday Book, 38, Index of Subjects, Chichester 1992, pp. 70-74; vd. anche Maitland
F.W., Domesday book and beyond. Three essays in the Early History of England, London
and Glasgow 1961 (seconda ristampa dell’edizione del 1897), pp. 95-109 e Fuchs R.,
Das Domesday Book und sein Umfeld. Zur ethnischen und sozialen Aussagekraft einer
Landesbeschreibung im England des 11. Jahrhunderts, Stuttgart 1987, pp. 393-399.

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110 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

del nordico félagi, termine che indicava un socio dal punto vista
commerciale),44 get “ottenere”, “ricevere”, give “dare”, happy “feli-
ce” (formato su happ “buona sorte”), hit “colpire”, husband “mari-
to” (dal nordico húsbóndi il “fattore/padrone di casa”), ill “cattivo”,
kid “capretto”, knife “coltello”, law “legge”, leg “gamba”, low
“basso”, outlaw “fuorilegge”, race “corsa”, “gara”, ransack “sac-
cheggio” (un termine davvero significativo!), root “radice”, same
“stesso”, sister “sorella”, skin “pelle”, skirt (in nordico skyrta “cami-
cia con le maniche lunghe”) che prenderà il senso di “gonna”
(accanto a shirt “camicia” di derivazione anglosassone), skull “cra-
nio” (probabilmente dal nordico skolptr/skoltr “muso”), sky “cielo”,
take “prendere”, their “loro” (poss.), they/them “essi/loro”, though
“benché”, thrift nel senso di “prosperità”, trust “fiducia”, ugly
“brutto” (nordico uggligr “spaventato”), want “volere”, weak “debo-
le”, window “finestra” (dal nordico vindauga, letteralmente “occhio
del vento”), wing “ala”, wrong “errato”.45 Nei testi anglosassoni
compaiono inoltre, in qualche caso, antroponimi di chiara origine
nordica, a esempio Grimcetel (< Grímkell), Lefer (< Leifr) o Ulf (<
Úlfr): essi però non saranno conservati nell’inglese moderno.
Sul continente i vichinghi, in maggioranza danesi, si erano mos-
si fin dai primi decenni dell’800 (le prime incursioni risalgono agli
anni 819-820). A partire dall’843 essi si procurarono una base
logistica nel luogo (un’isola tidale a sud dell’estuario della Loira)
in cui un tempo sorgeva il celebre monastero di Noirmoutier fon-

44
Cfr. nota 6.
45
Vd. Hogg R.M. (ed.), The Cambridge History of the English Language, I: “The
Beginning to 1066”, Cambridge 1991, pp. 320-336 e Klein E., A Comprehensive Ety‑
mological Dictionary of the English Language, I-II, Amsterdam-London-New York
1966-1967, alle voci relative. L’influsso nordico non è limitato alla ricezione di termini:
la preposizione till a esempio ha assunto il senso di “fino a” per analogia con il nordi-
co; un altro esempio significativo è la parola bloom “fiore” che riprende questo senso
dal nordico blóm, mentre il parallelo antico inglese bloˉma significava “lingotto di
ferro” ed è rimasto nel lessico della metallurgia; allo stesso modo plough trae il signi-
ficato di “aratro” dal nordico plógr, mentre l’ant. ingl. plow indicava una “misura di
terra”. Particolare è il caso del termine dream: questa parola in antico inglese signifi-
cava “gioia”, “felicità”, “musica”, “divertimento”; si è quindi supposto che il signifi-
cato attuale di “sogno” sia dovuto a un adattamento al nordico draumr, tuttavia questo
caso non è del tutto chiarito (vd. Onions G.T [ed.], The Oxford Dictionary of English
Etymology, with the assistance of G.W.S. Friedrichsen and R.W. Burchfield, Oxford
1966, p. 289). Assai interessante è anche la forma plurale del presente indicativo del
verbo essere: are, verosimilmente ricalcata sul nordico eru “sono” (sindon in ant. ingl.,
ma aron nella variante del dialetto della Northumbria). Sui prestiti nordici in inglese
vd. anche Björkman 1900-1902; Björkman 1901; Björkman 1910; Serjeantson M.S.,
A History of Foreign Words in English, London 1935; Geipel 1971. Sui reciproci
influssi nei testi di carattere letterario e non vd. Hofmann 1955.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 111

dato da San Filiberto (617 o 618-684), da loro ripetutamente assa-


lito e infine distrutto: mete preferite delle loro incursioni furono le
regioni della Frisia (l’importante città commerciale di Dorestad fu
da loro razziata per quasi trent’anni), della Francia e della Germa-
nia. Gli eredi di Carlo Magno erano troppo deboli e troppo impe-
gnati in lotte per il potere, per questo le incursioni dei Normanni
parvero inarrestabili. Diverse località francesi dovettero subire
attacchi e saccheggi: tra le altre Rouen (841), Nantes (843), Bor-
deaux (852), Poitiers e Tours (853), Orleans (856) e anche Parigi
che fu saccheggiata per ben tre volte (845, 856-857 e 861).46 Dalla
Francia i vichinghi si spinsero nella penisola iberica (dove attacca-
rono città come Lisbona, Siviglia e Cadice) fino alle coste del
Marocco (844). Ma anche ben più a nord diverse città assai impor-
tanti non furono risparmiate: dopo Utrecht e Anversa, Amburgo
fu devastata nell’845. La risoluzione di pagare ingenti somme di
denaro (il cosiddetto danegeld) in cambio di una relativa tranquil-
lità per le città, i monasteri e le popolazioni divenne una dura
consuetudine. Non sempre tuttavia ciò era sufficiente a frenare le
aggressioni.
D’altra parte non si deve pensare che i vichinghi attaccassero i
Paesi dell’Europa dandosi a saccheggi e a devastazioni senza altra
motivazione se non quella di dar sfogo alla loro irruenta violenza
e a una insaziabile brama di ricchezza. Seppure questo aspetto
vada tenuto nella dovuta considerazione, si farebbe torto alla loro
intelligenza e alla sagacia politica dei loro capi, ove lo si volesse
considerare predominante. Condottieri leggendari come a esempio
Ragnarr Brache di pelo, forse colui che nell’845 aveva conquista-
to Parigi, Guthrum, che aveva ottenuto da Alfredo il Grande il
riconoscimento dei confini del Danelagu, o, più tardi, Þorkell
l’Alto (inn hávi) Strút-Haraldsson, uno dei celebri vichinghi di
Jómsborg,47 protagonista all’inizio dell’XI secolo di molte delle
vicende politiche inglesi, erano infatti abili capitani ma anche
intelligenti uomini politici, che per il raggiungimento dei loro
obiettivi sapevano ben sfruttare quei requisiti di concretezza e di
crudo realismo che caratterizzavano il temperamento dell’uomo
del Nord. Si può qui tra l’altro osservare, a esempio, che seppure
fra le cause dell’espansione vichinga sia da escludere qualsiasi
finalità di carattere religioso,48 la fede pagana di questi uomini fu,
Un ulteriore attacco a Parigi, che tuttavia fallì, ebbe luogo tra l’885 e l’886.
46

Vd. sopra, p. 101.


47
48
Vd. Chiesa Isnardi G., “Paganesimo e cristianesimo: la religione in Scandinavia
come marcatore di identità culturale nel contesto europeo”, in Nord ed Europa. Iden‑

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112 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

in ogni caso (e almeno per un certo periodo), un elemento deter-


minante che non solo li sostenne nelle loro azioni, ma contribuì a
creare quello stereotipo di ‘barbari pagani’ che per lungo tempo
avrebbe dominato l’immaginario delle popolazioni cristiane d’Eu-
ropa: del che essi si mostrarono ben consapevoli utilizzandolo
abilmente a proprio vantaggio.
Del resto, proprio sul territorio francese (che conoscerà terri-
bili devastazioni almeno per tutto il IX secolo) i vichinghi daran-
no esemplare dimostrazione del loro opportunismo e della gran-
de capacità di adattarsi con profitto a nuove situazioni. In più di
una occasione infatti essi vi si erano stanziati più o meno stabil-
mente, fino a quando nell’anno 911 il sovrano Carlo il Semplice
stipulava con il capo normanno Rollone (Hrólfr, detto Gǫngu-
Hrólfr, cioè “Rollone il Pedone”)49 lo storico trattato di St. Clair-
sur-Epte. In base a questo accordo Carlo concedeva ai Norman-
ni un territorio (che da loro avrebbe preso il nome di Normandia)
a patto che essi lo riconoscessero come proprio sovrano, che si
convertissero alla fede cristiana (Rollone fu battezzato nel 912) e
lo aiutassero nella difesa contro altre bande di vichinghi.50 Nel
breve volgere di poche generazioni essi si dimostrarono capaci di
consolidare il loro potere su questa regione, rendendola prospe-
ra e stabile. E alla nuova veste di ‘signori francesi’ questi vichinghi
si adeguarono presto in misura pressoché totale: nel ducato
di Normandia, organizzato secondo strutture socio-politiche di
stampo continentale, anche la lingua nordica fu dimenticata a
favore del francese.
Nel dialetto normanno tuttavia dovevano essere accolte e soprav-
vivere diverse parole di origine nordica. Esempi significativi sono:
biter “toccare” (nordico bíta “mordere”), embarnir “mettere incin-
ta una donna” (nordico barna, formato su barn “bambino”, “figlio”),
cotin “piccola casa” (nordico kot), étoc “tronco d’albero” (nordi-
tità scandinava e rapporti culturali con il continente nel corso dei secoli – The North and
Europe. Scandinavian Identity and Cultural Relations with the Continent through the
Centuries, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Genova 25-27 settembre 2003,
Genova 2004, pp. 51-59.
49
Questo soprannome gli derivava dal fatto che essendo egli di corporatura molto
robusta nessun cavallo riusciva a reggere il suo peso, ragion per cui doveva andare a
piedi. È incerto se Rollone fosse di origine danese o norvegese; vd. Jones 1977, pp.
242-243.
50
Queste notizie ci vengono, in particolare, da Dudone di Saint-Quentin, cronista
normanno del X-XI secolo (nato tra il 960 e il 965, morto certamente prima del 1043),
autore dell’opera Dei costumi e delle gesta dei primi duchi di Normandia (De moribus
et actis primorum Normanniæ ducum), composta nel 1017 circa; vd. XXV-XXVI, pp.
165-167 e XXX, p. 170.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 113

co stokkr), eyer “vedere”, “osservare” (nordico eygja), melgreux


“erba che cresce sulle dune” (composto con i termini nordici melr
“duna” e gras “erba”), riméé “brina” (nordico hrím), rogue “uova
di pesce” (nordico hrogn), sigle “vela” (nordico segl), ullac “fuo-
rilegge” (nordico útlagi). Dal dialetto della Normandia alcune
parole sono entrate nella lingua francese: termini come équiper
(donde l’italiano equipaggiare) “provvedere del necessario” (nor-
dico skipa “disporre”, “organizzare”, “sistemare”), flâner “andare
a zonzo”, “bighellonare” (nordico flana “correre precipitosamen-
te senza prestare attenzione”), [courir le] guilledou “andare alla
ricerca di avventure amorose”, un curioso sviluppo del nordico
kveldúlfr, letteralmente “lupo della sera”51 (vedi anche il norman-
no varou “lupo mannaro”, nordico vargúlfr), hangar “rimessa”,
“capannone” (nordico heimisgarðar/*hemsgarðr “fattoria”, “domi-
cilio”). Significativo certamente il fatto che una gran parte dei
termini di origine normanna provenga dal lessico marinaresco, un
ambito nel quale i vichinghi avevano dimostrato eccellenza e supe-
riorità. Tra gli esempi più interessanti bateau “barca” (nordico
bátr), esquif “schifo”, “barchetta” (nordico skip, “nave”), carlingue
(italiano carlinga) “paramezzale” (nordico kerling), colin “nasello”
(nordico koli “platessa”, “sogliola”), crabe “granchio” (nordico
krabbi), havre “piccolo porto” (nordico hǫfn/hafn), lingue “mer-
luzzo” (nordico lyng-fiskr “molva”), quille “chiglia” (nordico kjǫlr),
vague “onda” (nordico vágr).52 Tracce degli insediamenti vichinghi
in Normandia restano naturalmente nella toponomastica, soprat-
tutto in componenti di nomi di luogo che un tempo dovettero
essere in uso anche come nomi comuni. Tali sono, tra gli altri,
termini o suffissi quali ‑bec/‑becq “ruscello” (nordico bekkr): a
esempio Beaubec, Crisbecq; ‑bu(t)/‑bye (nordico bú; cfr. la forma
danese býr, norvegese bær “insediamento abitativo”):53 a esempio
Tournebu, Hambye; ‑dal/‑dalle “valle” (nordico dalr): a esempio
51
Questa parola è attribuita come soprannome a un norvegese di nome Úlfr Bjálfa-
son, il quale, secondo il racconto della Saga di Egill Skalla-Grímsson, era un ottimo
amministratore dei suoi beni, alla sera tuttavia “[…] si faceva irritabile, sicché pochi
potevano rivolgergli la parola; egli amava dormire la sera. La gente diceva che potesse
cambiare aspetto in molti modi; egli era detto Lupo della sera (Kveld-Úlfr)”; (DLO nr. 14).
52
Del tutto particolare il caso dei punti cardinali: nord, sud, est e ovest. Questo
tipo di denominazioni (che dal francese si è esteso ad altre lingue romanze tra cui
l’italiano) non era presente in latino, ma va riferito piuttosto all’ambito delle lingue
germaniche. A quanto pare però, curiosamente, i vichinghi stanziati in Normandia
avevano ‘perso’ queste parole e le avevano ‘recuperate’ dall’area anglosassone, trasmet-
tendole poi alla lingua francese (vd. Wartburg W., Französisches Etymologisches
Wörterbuch. Germanische Elemente, XVII, Basel 1966, p. 603).
53
Questo tipo di toponimi è molto più frequente in Inghilterra, cfr. sopra, p. 109.

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114 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Tyrdal, Briquedalle; ‑dike/‑dick (nordico díki “fossato”): a esempio


Hague-Dike, Le Dick/Le Dicq; hogue/hougue “poggio”, “altura”
(nordico haugr “tumulo”, “collinetta”): a esempio La Hogue, Les
Hougues; homme/houlme/‑hou “isola” (nordico hólmr): a esempio
Le Homme, Le Houlme, Lihou; londe/‑lon “boschetto” (nordico
lundr): a esempio La Londe, Boclon; ‑nez (nordico nes “promonto-
rio”): a esempio Nez, Bec du Nez; ‑tot (nordico topt/toft “terreno
su cui è costruita una fattoria”): a esempio Epretot, Bactot (la cui
prima parte risale al nordico bakki “altura”, “rilievo”); ‑tourp/‑torp
(nordico þorp “piccolo villaggio”, “gruppo di casolari”): a esempio
Le Torp, Clitourps; ‑tuit (nordico þveit “appezzamento di terreno”):
a esempio Vautuit, Gonnetuit; ‑vic (nordico vík “baia”): a esempio
Sanvic, Selvic; o, infine, un termine come il nordico kirkja “chiesa”
(danese kirke) che si ritrova a esempio in Querqueville.54 Nei nomi
di diverse località (soprattutto in ‑tot e ‑ville) sono inoltre ricono-
scibili numerosi antroponimi nordici (a esempio Grémonville
formato su Geirmundr, Herquetot e Herqueville, formati su Helgi,
Quettetot e Quetteville formati su Ketill). Anche alcuni nomi di
persona e cognomi normanni recano traccia evidente dell’onoma-
stica nordica: si vedano nomi propri come Tostain (nordico Þor‑
steinn) ed Etain (nordico Eysteinn) o cognomi come Hérou, for-
mato su Hérúlfr e Vimond formato su Vémundr.55
Abbastanza paradossalmente saranno proprio i Normanni, gui-
dati da Guglielmo il Conquistatore nella celebre battaglia di Hastings
(1066), a segnare il definitivo tramonto dell’era vichinga56 e a intro-
durre in Inghilterra, insieme al proprio dominio, la lingua francese,
determinando cambiamenti radicali nell’antico inglese e ‘devian-
dolo’ in buona parte dalle sue origini anglosassoni (e dunque – a
ritroso – germaniche).57

54
Anche altri toponimi come a esempio Criqueville, Criquebeuf parrebbero ricon-
ducibili a questo termine. Non così tuttavia intende J. Renaud (Renaud 1989, p. 191)
che li ritiene formati sul nordico kriki “angolo”, “incavo”; vd. anche Joret Ch.,
Des caractères et de l’extension du patois normand. Étude de phonetique et d’etnographie,
Paris 1883, pp. 44-45 e p. 72.
55
Naturalmente la frequenza e la distribuzione di questi nomi sono diversificate.
Per un’analisi più approfondita si rimanda a Renaud 1989, pp. 153-198, da cui è trat-
ta buona parte degli esempi qui riportati. Si consultino anche Joret 1883 (vd. nota
precedente); Moisy H., Dictionnaire du patois normand, Caen 1887; Dubosc G.,
“Quelques noms de lieux normands”, in Chroniques du Journal de Rouen, 26 giugno
1922; Adigard des Gautries 1954; de Gogor 1958 e Fellows Jensen 1994.
56
Vd. sopra, nota 33.
57
Vd. Blake N. (ed.), The Cambridge History of the English Language, II: 1066-1476,
Cambridge 1992, pp. 15-20.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 115

3.1.5. Destinazione oriente

Se sul fronte occidentale l’azione dei vichinghi danesi e nor-


vegesi si tradusse in imprese di attacco e conquista, sul fronte
orientale – area nella quale il quadro era ben diverso – i vichinghi
svedesi (noti come Vareghi o Variaghi)58 trovarono ampi spazi
per promuovere importantissimi commerci. Le zone a sud e a est
della Svezia erano abitate da tribù di etnia baltica e finnica, le cui
condizioni di vita non erano certamente paragonabili a quelle dei
Paesi verso i quali si indirizzavano le azioni di conquista dei
Norvegesi e dei Danesi (seppure questi ultimi si fossero mossi
anche, almeno in parte, verso i territori slavi lungo le rive meri-
dionali del Baltico). Spingendosi a est i vichinghi svedesi (che
pure parteciparono a spedizioni nei Paesi occidentali)59 si trova-
rono davanti un immenso territorio nel quale seppero creare
centri di grande dinamismo. Essi penetravano in quelle regioni
dalle coste del Baltico, procedendo poi verso l’interno. Uno dei
primi insediamenti svedesi sul territorio russo fu nella località da
loro detta Aldeigjuborg o Aldeigja (Стaрая Лaдога) nei pressi
del grande lago Ladoga (dove tra l’altro è stata rinvenuta una
iscrizione runica in versi risalente al IX secolo). Di lì, utilizzando
le due vie di comunicazione naturali costituite dal corso dei fiu-
mi Dnepr e Volga,60 raggiunsero mete molto lontane ma impor-
tantissime per lo sviluppo dei loro traffici. Da una parte, attra-
versato il Mar Nero, si trovarono a Bisanzio, da loro detta
Miklagarðr (o anche Mikligarðr, Garðr) la “Metropoli”61 (dove
alcuni di loro andranno a formare il corpo delle guardie scelte
dell’imperatore),62 dall’altra al di là del Mar Caspio raggiunsero

58
Questo nome va probabilmente connesso a quello della dèa Vár, una divinità
minore della quale è detto che presiede ai giuramenti (Chiesa Isnardi 20084 [B.7.1],
p. 61): un evidente riferimento ai patti che questi uomini stringevano fra loro.
59
Se ne ha evidenza, tra l’altro, dalle iscrizioni runiche svedesi (Jansson 1984³
[C.2.5], pp. 79-96).
60
La navigazione sui grandi fiumi non era però del tutto agevole e nei tratti parti-
colarmente difficoltosi le navi venivano tirate a riva e trasportate fino al punto in cui
la corrente e l’andamento dei corsi fluviali permetteva di farle di nuovo scendere in
acqua.
61
L’idea di una città fortificata e difesa si ritrova in un altro, seppure meno usuale,
nome dato a questo luogo: Miklaborg, letteralmente “grande cittadella”, “grande
castello”. Alle città come luoghi di commercio ben protetti e difesi fanno riferimento
anche i nomi nordici di Aldeigjuborg-Staraja Ladoga, Holmgarðr-Novgorod (russo
Новгород), e Kœnugarðr-Kiev (ucraino Київ), dove garðr è “recinto”.
62
Già dall’anno 911 si ha notizia di nordici in servizio presso la corte bizantina, ma
la celebre Guardia varega (Væringjalið “corpo dei Vareghi” o Væringjalǫg “lega dei

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116 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

i ricchi mercati arabi dove potevano vendere le loro merci (pelli,


pellicce, pece, schiavi) e addirittura incrociare la via della seta. I
rapporti fra i Vareghi e le popolazioni da loro incontrate in queste
zone sono ben testimoniati tanto nei reperti (a esempio le monete
arabe ritrovate non solo lungo le vie commerciali percorse ma
anche nelle regioni nordiche, in particolare sull’isola di Gotland)
quanto nelle fonti scritte. Numerose pietre runiche innalzate (in
particolare in Svezia) per ricordare e onorare coloro che erano
partiti in cerca di fortuna recano interessanti testimonianze.63
Inoltre ci sono fonti latine, bizantine, russe e arabe. Tra queste
ultime alcune forniscono notizie assai interessanti a riguardo degli
usi e dei costumi di questi uomini, come, in particolare, le infor-
mazioni su diversi aspetti della vita dei nordici fornite da Ibn
Rustah (prima metà del X secolo)64 e da Ibn Faḍlān, un diploma-
tico arabo (in viaggio per conto del califfato di Bagdad tra il 921
e il 922) che aveva incontrato i Vareghi sul Volga e aveva avuto
l’opportunità di assistere al funerale di uno dei loro capi, arso
solennemente sulla nave insieme a una schiava e a diversi animali
tutti sacrificati in suo onore.65

Il resoconto sui Vareghi (ar-Rūsı̄ya) di Ibn Rustah:

“Per quanto riguarda ar-Rūsı̄ya, essi vivono su un’isola (o una penisola)


che sta in un lago.66 L’isola sulla quale abitano ha un perimetro pari a tre
giornate di viaggio ed è ricoperta di foreste e di fitti cespugli. È molto
insalubre e così paludosa che la terra ondeggia quando ci si cammina sopra.
Hanno un prìncipe che si chiama Ḫāqān-Rūs. Essi compiono razzie tra gli
aṣ-Ṣaqāliba [gli Slavi] quando utilizzano le navi per arrivare da loro; li
Vareghi” o Væringjaseta “guardia dei Vareghi”) al servizio personale dell’imperatore
sarà costituita nel 988. Fra gli appartenenti al corpo delle guardie vareghe è celebre la
figura di Araldo di Duro consiglio, il medesimo che sarebbe divenuto re di Norvegia
(1047) e sarebbe poi morto in Inghilterra, sconfitto dagli anglosassoni nella battaglia
di Stamford Bridge (vd. sopra p. 107 e più avanti p. 144).
63
Cucina 1989, passim e Cucina 2001, I, pp. 13-43. Come detto in epoca vichinga
l’alfabeto runico conosce un preponderante uso commemorativo.
64
Autore di un testo di carattere geografico e astrologico dal titolo Libro degli
ornamenti preziosi (Kitāb al-A’lāq an-nafı̄sa) di cui rimane solo il settimo volume. La
parte relativa ai Vareghi (ar-Rūsı̄ya) qui riportata è ripresa da Birkeland 1954 (Abbr.),
pp. 16-17.
65
A lui si deve il celebre (e frequentemente citato) resoconto relativo contenuto
nell’opera Lettera o Breve libro (Risāla). Sull’uso di sacrificare la donna del defunto
vd. Scovazzi 1975 (B.8), pp. 79-82.
66
Verosimilmente questo luogo va identificato con Holmgarðr (Novgorod).

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 117

fanno prigionieri e li portano a Ḫazarān67 e ai Bulgār [Bulgari] e là li ven‑


dono. Non hanno campi, ma vivono solo di quanto importano dalla terra
degli aṣ-Ṣaqāliba. Quando uno di loro ha un figlio, il padre va dal neonato
con la spada sguainata. Egli fa così e la getta davanti a lui e gli dice: ‘Io non
ti lascio alcun possedimento, tu hai solo quello che ti guadagni con questa
tua spada’. Essi non hanno alcun possedimento terriero [fattorie] né vil‑
laggi o campi. La loro unica occupazione è il commercio di zibellini e scoiat-
toli e altri tipi di pellicce, che essi vendono a quelli che le comprano da loro.
Come pagamento prendono denaro, e lo ripongono nella loro cintura. Sono
puliti nei loro abiti, e gli uomini si ornano con bracciali d’oro. Trattano
bene i loro schiavi, ed essi indossano abiti raffinati, poiché si dedicano al
commercio con grande assiduità. Hanno molte città.68 Sono generosi nei
confronti della loro gente, onorano i loro ospiti e trattano bene con gli
stranieri che cercano asilo presso di loro, e con tutti quelli che usano far
loro visita. Non permettono che alcuno di loro li molesti o faccia loro
qualcosa di male. E ogni qual volta qualcuno osa far loro qualche torto o
sopruso, essi lo aiutano e lo difendono. Hanno spade salomoniche.69 Nel
caso in cui un gruppo fra loro sia chiamato alla guerra, allora tutti si muo‑
vono insieme. Non si separano, ma restano insieme contro i loro nemici
come un [unico] uomo finché non li abbiano sconfitti. Se uno di loro deve
intentare una causa contro un altro, allora lo convoca davanti al prìncipe,
dove entrambi procedono. Se quest’ultimo [il prìncipe] regola la questione
fra loro, deve essere come egli vuole. Ma se non possono accordarsi secon‑
do la sua decisione, allora egli ordina loro di risolvere la questione tra di
sé con le loro spade, così al vincitore appartiene la spada più affilata. I
congiunti dei due escono e si schierano con le loro spade. Poi i due combat‑

67
Località che si trovava sulla riva orientale del Volga e che un tempo si chiamava
Ḫamlı̄ḫ.
68
Cioè luoghi in cui svolgevano il proprio commercio (cfr. nota 61). Come giusta-
mente sottolineato da H. Birkeland (Ibn Rustah, Kitāb al-A’lāq an-nafı̄sa, nota 11, p.
135), questa affermazione non si pone in contrasto con quella precedente secondo cui
i Vareghi non avevano villaggi. In effetti qui si intende sottolineare che essi non si
dedicavano all’agricoltura bensì al commercio e che quindi non avevano villaggi con-
tadini quanto piuttosto centri commerciali.
69
Il riferimento è spiegato da D.A. Chvol’son nella sua prima edizione del testo di
Ibn Rustah: ИзвЂстія о хозарахъ, буртaсахъ, болгарахъ, мадьярахъ славянахъ и
руссахъ абу-али ахмеда бенъ омаръ ибнъ-даста, неизвЂстнаго доселЂ арабскаго
писателя начала х вЂка, по рукописи британскаго музея бъ первый разъ, издалъ,
перевелъ и объяснилъ д. а. хвольсо нъ, С.-Петербургъ 1869, pp. 195-196. Con l’espres-
sione “spade di Salomone”, i musulmani solitamente intendevano le spade, forgiate
dai geni per il re Salomone; ma qui non si fa riferimento a questo. Piuttosto si potreb-
be pensare che il termine “salomoniche” celi il nome di una località oppure di un
Paese, nel quale queste spade venivano prodotte (Selmân nel Khorassan). Forse Ibn
Rustah definiva così le spade dei Vareghi, solo perché somigliavano a quelle, che a loro
volta erano simili alle spade dei Franchi (molto apprezzate nel Nord Europa), solo più
piccole e più levigate. Secondo Ibn Faḍlān le spade dei ‘Russi’ erano larghe, con la
lama ondulata ed effettivamente di manifattura franca.

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118 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

tono fra loro. E quello fra i due che è superiore all’altro, sarà quello che
ottiene la soluzione da lui desiderata nella questione. – Essi hanno i loro
’aṭibbā’70 che decidono su ciò che possiedono come se fossero i padroni,
quando ordinano loro di sacrificare al loro creatore ciò che essi desiderano
fra donne, uomini e bestiame. E quando gli al-’aṭibbā’ hanno preso la propria
decisione, allora essi non hanno alcuna possibilità di sottrarsi al loro ordi‑
ne. Aṭ-ṭabīb71 prende da loro la persona o l’animale, gli avvolge una corda
al collo e lo impicca a un palo di legno finché non spira. Poi egli dice:
‘Questa è una offerta a Dio.’ – Possiedono coraggio eroico e valore, e quan‑
do invadono il territorio di una stirpe [straniera], non desistono finché non
lo hanno completamente devastato. Prendono prigioniere le loro donne e
rendono schiavi [gli uomini]. Essi hanno corpi prestanti e bell’aspetto e
sono audaci. Ma la loro audacia non la dimostrano sulla terra. I loro attac‑
chi e le spedizioni li intraprendono solo con le navi. – Essi portano (ampi)
calzoni (sarāwı̄lāt); per ciascuno di essi ci vogliono all’incirca 100 álnir72 di
stoffa. Quando uno li indossa li arrotola attorno alle ginocchia e li fissa lì
così. Nessuno di loro va fuori per fare i propri bisogni da solo, ma in com‑
pagnia di tre dei suoi compagni, che gli fanno la guardia. Ciascuno di loro
ha la propria spada con sé, perché presso di loro c’è assai poca sicurezza e
molti tradimenti. E quando qualcuno possiede qualcosa, allora suo fratello
o il suo compagno che sta con lui punta a poterlo uccidere e depredare. –
Quando fra di loro muore un notabile, essi scavano una tomba come una
grande casa e lo depongono là. Insieme a lui mettono i suoi abiti e i brac‑
ciali d’oro che portava e inoltre molto cibo e recipienti per bere e monete.
Essi mettono anche la sua sposa favorita nella tomba insieme a lui, quando
ella è ancora in vita. Ma poi l’apertura della tomba viene ostruita, così ella
muore là.”73

Certamente la vicenda dei Vareghi sulle vie dell’est conobbe


anche, accanto all’aspetto commerciale, azioni bellicose allo scopo
di imporre il predominio e assicurarsi l’egemonia su determinati
territori, assalti e tentativi di conquista: Bisanzio fu attaccata nell’860,
nel 907 e nel 941 (con una grave sconfitta dei vichinghi), men-
tre nel 945 un ulteriore tentativo si risolse con la conclusione di un
patto commerciale; Baku nell’Azerbaigian fu presa di mira nel 912
(scorreria che si concluse con una pesante sconfitta) e anche zone
iraniane subirono ripetuti assalti.

 Mago o medicine-man.
70

 Forma singolare di al’-aṭibbā’.


71
72
 Vd. nota 102.
73
 Cfr. sopra, nota 65. Il testo è basato sulla traduzione di H. Birkeland: vd. Ibn
Rustah, Kitāb al-A’lāq an-nafı̄sa, pp. 16-17.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 119

Come detto, l’attuale Russia era al tempo dei vichinghi una


regione sterminata e poco ospitale, abitata da tribù pagane. Costo-
ro chiamarono i Vareghi con il nome di Rus’ dal quale deriva il
toponimo Russia.74 La prima citazione di questo nome (rhos)
risale all’anno 839.75 Sebbene non paia possibile dare credito alla
Cronaca di Nestore76 che, indulgendo all’aspetto leggendario,
attribuisce a tre fratelli svedesi (Rurik, Sineus e Truvor),77 chia-
mati a mettere ordine e governare le tribù slave, la fondazione
dello Stato russo (862), è tuttavia opinione condivisa che il nucleo
di quest’ultimo si sia effettivamente venuto formando intorno ai
grandi borghi commerciali dei vichinghi: Novgorod, Gnezdovo-
Smolensk, Kiev, che erano stati trasformati in veri e propri centri
di potere ben organizzati.78 Forse si potrebbe persino supporre
che il termine russo per “città” gorod (город), seppure di prova-
ta origine slava,79 sia stato rafforzato nell’uso dalla parola nordica
garðr (“gruppo di case”, “fattoria”), foneticamente affine, comu-
nemente utilizzata dai vichinghi svedesi per indicare nuclei abi-
tati. D’altronde nella lingua russa dovevano entrare almeno alcu-
ni antroponimi di certa origine scandinava, come Rurik, Igor’,

74
 È uno di quei casi in cui il nome dei conquistatori è stato attribuito ai territori
conquistati: vedasi a esempio Francia da Franchi, Normandia da Normanni, Lombar-
dia da Longobardi, Bulgaria da Bulgari (popolazione turanica); Vasmer M., Russisches
etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1950-1958 (Фасмер М., Этимологический
словарь русского яэыка, Москва 1964), III, p. 505.
75
 Essa si trova negli Annali di S. Bertino, nella parte (835-861) redatta da Pruden-
zio, vescovo di Troyes e cappellano dell’imperatrice Giuditta moglie di Ludovico il
Pio (Annales bertiniani, p. 44). Ivi si dice che questi rhos accompagnarono la legazio-
ne bizantina presso l’imperatore Ludovico il Pio.
76
 La definizione tradizionale Cronaca di Nestore (per la quale si è qui consultata la
versione italiana Il racconto dei tempi passati […] [Повесть временных лет]) si basa
sull’attribuzione di questo scritto a un monaco di tale nome, vissuto nel convento
Pečerskij a Kiev verso la fine del XII secolo: costui in realtà ne curò piuttosto la riela-
borazione.
77
Questi nomi dovrebbero corrispondere ai nordici Hrœrekr (runico svedese HrörikR)
“ricco di fama”, Signjótr “che usufruisce della vittoria” (non attestato nelle fonti nordiche
occidentali ma frequente in Svezia; vd. E. Wessén Nordiska namnstudier. Östnordiskt i
vikingatidens namnförråd, Uppsala 1927, p. 108) e Þorvarðr “guardiano del dio Thor”.
78
 Altre notizie sui Vareghi in Russia si trovano in una fonte bizantina: il manuale
di governo dal titolo De administrando imperio, scritto tra il 948 e il 952 da Costantino
Porfirogenito per il figlio (vd. in particolare cap. 2 e cap. 9); sull’argomento vd. Boyer
1991. Una interessante ed equilibrata valutazione della questione dei Vareghi in rela-
zione alla sua ‘ricezione’ nei testi svedesi di carattere storico si trova in Latvakangas
A., Riksgrundarna. Varjagproblemet i Sverige från runinskrifter til enhetlig historisk
tolkning, Turku 1995. Si veda anche Franklin S. – Shepard J., The Emergence of Rus
750-1200, London 1996.
79
 Vasmer M., op. cit. (vd. nota 74), I, p. 443.

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120 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Oleg/Olg, Ol’ga, Uleb, Rogvolod, Turebern: questi nomi, attesta-


ti in antiche fonti russe come la già citata Cronaca di Nestore,
trovano precisa corrispondenza nello svedese delle iscrizioni
runiche (le forme sono rispettivamente: HrörikR, Ingvarr, Hälgi,
Hälga, OlafR, Ragnvaldr, Þorbjorn).80 A un certo punto della
loro storia i prìncipi vichinghi provenienti dalla Svezia compaio-
no in prima persona come effettivi signori della Russia: nella
seconda metà del IX secolo la città e la regione a sud di Novgorod
(detta dai nordici Garðaríki o Garðaveldi),81 a esempio, erano
governate da capi svedesi, come del resto Kiev. Ed erano in real-
tà svedesi i ‘russi’ che nel 912 stipularono (secondo quanto rife-
risce la Cronaca di Nestore) un accordo con Leone, Alessandro e
Costantino, imperatori.82
Ma la vastità e l’impraticabilità del territorio russo doveva forse
stimolare fra gli Svedesi anche un vero e proprio desiderio di
avventura, certamente comunque combinato con scopi commer-
ciali e/o militari. E in effetti la tradizione leggendaria questo lascia
intendere a proposito della spedizione nelle zone orientali guidata
(tra il 1036 e il 1042) dal celebre condottiero Ingvar (Yngvarr),
soprannominato Gran viaggiatore (víðfǫrli), discendente per parte
di padre dalla famiglia reale svedese e protagonista dell’omonima
saga leggendaria che indica come motivazione del viaggio la sua
insoddisfatta aspirazione al trono.83 Almeno ventuno iscrizioni
runiche si ritengono indubitabilmente connesse a questo evento
che – seppure a quanto pare conclusosi con la morte di gran parte
dei protagonisti – ebbe certamente vasta risonanza. Pur ‘depuran-
do’ per quanto possibile il racconto della saga (la cui composizione
– non lo si dimentichi – va collocata nell’ambiente culturale islan-
dese) e valutando correttamente il suo rapporto con i dati obietti-
vi forniti dalle iscrizioni runiche, resta comunque assai difficile
definire la vera natura di questa spedizione, talora intesa anche
come un vero e proprio viaggio di esplorazione.84

80
 Ma si veda anche il russo Askold, cfr. ant. isl. Hǫskuldr. Vd. Thomsen 1877, pp.
131-141; Bugge 1885, Wessén 197510 (B.5), pp. 93-94; Melnikova 1996, e Svante 1989.
81
 Cioè “Regno” (o “Impero”) delle città” per via dei centri che vi sorgevano in re-
lazione al fiorente commercio che vi si svolgeva; cfr. sopra, nota 61.
82
 Il racconto dei tempi passati […] (Повесть временных лет), p. 18.
83
 Saga di Yngvarr Gran viaggiatore (Yngvars saga víðfǫrla).
84
 La questione è chiaramente esposta e discussa in Cucina 1989, pp. 198-243.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 121

3.1.6. Isole atlantiche e destinazioni impreviste

La grande abilità marinaresca dei vichinghi li portò, inevitabil-


mente, a solcare rotte atlantiche. Fu così che essi raggiunsero anche
terre piuttosto lontane, la cui colonizzazione è, senza dubbio,
riconducibile ai movimenti di questi uomini. È questo il caso,
innanzi tutto, delle Føroyar, le “Isole delle pecore”. Verso l’anno
725 (forse anche prima) alcuni monaci irlandesi si erano stabiliti
nell’arcipelago. Essi ne erano stati cacciati attorno al 795 dai
vichinghi e si erano rifugiati in Islanda. Nel Libro della dimensio‑
ne dell’orbe terrestre (Liber de mensura orbis terrae), redatto da
Dicuil (del quale non si sa altro se non che era abate di Bosham
nel Sussex, uno dei due monasteri fondati nel sud dell’Inghilterra
dagli Irlandesi) e portato a termine nell’825, si afferma tuttavia
che le isole erano ‘abitate’ solo da pecore e da uccelli marini: “Ci
sono molte altre isole nell’oceano a nord della Britannia che pos-
sono essere raggiunte dalle isole britanniche settentrionali con un
viaggio diretto di due giorni e due notti se le vele sono gonfiate di
continuo da un vento favorevole. Un ecclesiastico devoto mi disse
di aver navigato per due giorni e una notte d’estate in una barca
con due banchi di rematori e prese terra in una di queste. C’è un
altro gruppo di piccole isole, quasi tutte separate da stretti canali
di acqua; in queste per quasi cento anni hanno vissuto eremiti
partiti dalla nostra Scozia.85 Ma al modo in cui esse sono rimaste
deserte dall’inizio del mondo, ora allo stesso modo per via dei
predoni normanni sono svuotate degli anacoreti, e invase da innu-
merevoli pecore e da molte diverse specie di uccelli marini. Non
abbiamo mai trovato queste isole citate nelle opere degli autori.”86
Il primo nordico che si stabilì nell’arcipelago risulta tuttavia esse-
re, nell’825 circa, tale Grímr kamban (“Pettine”?). Un primo
stanziamento da parte di coloni norvegesi ebbe luogo negli anni
tra l’885 e l’890.87 Attorno al 900 i Faroesi istituivano la loro as-
semblea, primo organo governativo, a Tinganes “Promontorio
dell’assemblea” (località attualmente compresa nell’area della
capitale Tórshavn), sull’isola di Streymoy. Fonte privilegiata sulla
prima fase della storia delle Føroyar (dalla metà del X alla metà
dell’XI secolo) è la Saga dei faroesi (Færeyinga saga), un testo

 Verosimilmente tuttavia l’Irlanda.


85

 DLO nr. 15.


86
87
 Si trattò tuttavia di esuli che lasciavano la loro patria in conseguenza della tiran-
nia di Araldo Bella chioma: un flusso parallelo a quello che spinse molti verso l’Islan-
da; vd. nota successiva.

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122 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

redatto presumibilmente in Islanda all’inizio del XIII secolo, che


tuttavia non sempre risulta affidabile.
Nella seconda metà del IX secolo veniva scoperta e gradatamen-
te colonizzata l’Islanda: questo fatto – dipendente in primo luogo
dalla complessa situazione politica norvegese – avrebbe determi-
nato il sorgere di una vera e propria nazione: esso sarà dunque
trattato nel paragrafo successivo, nel contesto della formazione del
nucleo degli stati nordici.88
Dall’Islanda dovevano tuttavia partire i primi marinai che avreb-
bero avvistato le coste groenlandesi. Secondo quanto riferiscono
la Saga di Eirik il Rosso e la Saga dei Groenlandesi,89 questa terra
era stata avvistata per la prima volta da tale Gunnbjǫrn Úlfsson
mentre navigava verso occidente. Egli aveva scorto delle isole
(verosimilmente nelle vicinanze di Angmagssalik) che da lui aveva-
no preso il nome di Gunnbjarnarsker “scogli di Gunnbjǫrn” (un
toponimo noto in Islanda fino al XVII secolo). Si suppone che
questo avvistamento possa essere collocato nei primi decenni del
X secolo.90 I primi nordici a esplorare quella terra furono succes-
sivamente Snæbjǫrn Verro (galti) Hólmsteinsson e Hrólfr di Rauði-
sandr (inn rauðsenzki) Þorbjarnarson.91 Il primo viaggio in Groen-
landia del celebre Eirik il Rosso (Eiríkr rauði) si colloca nell’anno
982, il primo insediamento da lui stesso fondato nel 985 o 986. Fu
Eirik a coniare il nome Grœnland “Terra verde”, perché secondo
quanto è riferito in queste stesse fonti, “egli disse che la gente ci
sarebbe andata molto volentieri, se la terra avesse avuto un bel
nome” (“hann kvað menn þat mjǫk mundu fýsa þangat, ef landit héti
vel”).92
Ma gli uomini del Nord dovevano raggiungere anche le coste
del nord-est americano. Così come è certo che alcuni navigatori e
coloni di origine norvegese visitarono queste regioni e per un cer-
to periodo di tempo vi si stabilirono,93 altrettanto vero è che essi vi
88
Vd. 3.2.5.
89
Eiríks saga rauða e Groenlendinga saga: cap. 2 e cap. 1 rispettivamente; cfr. la
Landnámabók, p. 131.
90
Vd. Eiríks saga rauða, p. 199, nota 11.
91
Landnámabók, pp. 194-195.
92
Eiríks saga rauða, cap. 2, p. 201. Si veda anche il racconto del Libro dell’insedia‑
mento (Landnámabók, pp. 131-135).
93
Ciò è indiscutibilmente dimostrato dagli scavi effettuati da archeologi norvegesi
nella località di L’Anse aux Meadows (vd. Ingstad A.S., The Discovery of a Norse
Settlement in America. Excavations at l’Anse aux Meadows, Newfoundland 1961-1968,
Oslo-Bergen-Tromsø 1977). Qui è stato successivamente ricostruito presso la riva del
mare un gruppo di case secondo i modelli dell’architettura abitativa norvegese dell’epoca;
vd. anche Ljungqvist Charpentier F., “L’Anse aux Meadows – sagornas Leifbodar?”,

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 123

giunsero la prima volta per caso. Le notizie relative ci vengono in


particolare dalla Saga di Eirik il Rosso e dalla Saga dei Groenlande‑
si, due testi che tuttavia divergono in parecchi punti. Il primo
avvistamento delle coste americane, a esempio, è attribuito dalla
Saga di Eirik il Rosso a Leifr, figlio di Eirik, partito dalla Norvegia
per la Groenlandia, ma approdato ben più a ovest;94 secondo la Saga
dei Groenlandesi invece lo scopritore sarebbe piuttosto Bjarni
Herjólfsson, un personaggio che, per altro, compare solo in que-
sta fonte. Qui si riferisce che egli con il suo equipaggio si trovava
in viaggio verso la Groenlandia (dove intendeva visitare il padre):
ma finito fuori rotta avrebbe avvistato le coste americane, senza
però prendere terra. Di ciò diede notizia quando finalmente
approdò alla sua iniziale destinazione.95 In effetti nell’ottica dei
navigatori scandinavi le coste americane non rappresentavano
nulla di più di un territorio che si trovava a ovest di altri (occu-
pati in epoca relativamente recente) come le Forøyar, l’Islanda e
la Groenlandia e non è un caso che la prima ‘spedizione’ verso
quelle terre partisse proprio da qui, organizzata (questa volta
certamente) nell’anno 999 o nel 1000 dal figlio di Eirik il Rosso,
Leifr il Fortunato (inn heppni). Le terre visitate dai nordici sul
nuovo continente vennero battezzate con i nomi di Helluland
(“Terra dalle rocce piatte”: l’isola di Baffin?), Markland (“Terra
delle foreste”: il Labrador?) e Vínland (“Terra del vino”, la cui
collocazione è assai dibattuta). A quanto pare il primo nordico a
fondarvi una colonia fu (qualche anno dopo) l’islandese Þorfinnr
karlsefni96 con la moglie Freydís Eiríksdóttir: il loro figlio Snorri
fu, probabilmente, il primo europeo a nascere in terra americana.97
Le colonie americane degli uomini del Nord restarono attive fino
alla prima metà del XIV secolo. Questo almeno è quanto si dovreb-
be poter dedurre dalla notizia secondo la quale nel 1347 un’ulti-
ma nave era tornata da un viaggio in quelle regioni (per la preci-

in PA XIX: 3 (2001), pp. 26-27. In relazione alla presenza dei nordici nel continente
americano è stata rivendicata anche la ‘scoperta’ di diverse pietre runiche (tra le qua-
li la più nota è forse quella di Kensington nel Minnesota), che tuttavia si sono dimo-
strate dei falsi.
94
Saga di Eirik il Rosso, cap. 5 (vd. brano citato alla fine del paragrafo).
95
Saga dei Groenlandesi, cap. 2.
96
Il soprannome significa verosimilmente “dotato di qualità promettenti” (Jónsson
F., “Tilnavne i den islandske oldliteratur”, in AaNOH 1907, p. 293).
97
Su altri nordici che in precedenza sarebbero vissuti in America (in particolare
tale Ari Mársson), vd. GHM I, pp. 150-168; vd. anche Beauvois E., “La grande-Irlande
ou pays des blancs précolombiens du nouveau monde”, in Journal de la societé des
Américanistes, I: 1-2 (1904), pp. 189-229.

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124 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

sione da Markland).98 Certo la vita dei nordici in quelle terre


lontane non dovette essere facile tenuto conto in primo luogo
dell’ostilità degli indigeni e delle difficoltà di comunicazione: vero-
similmente dunque esse non rappresentarono nulla di più di una
remota colonia, ragion per cui la disputa che vorrebbe contrappor-
li a Cristoforo Colombo come ‘autentici’ scopritori dell’America
non ha, in realtà, alcun significato.99

Dalla Saga di Eirik il Rosso:

“Leifr si mise in viaggio e per molto tempo stette in mare aperto e trovò
delle terre, di cui prima non conosceva l’esistenza. Là c’erano campi di
grano spontaneo e vi cresceva la vite. Là c’erano degli alberi che si chiama‑
no mo˛surr,100 ed essi da tutti questi presero qualche campione, alcuni albe‑
ri [erano] così grandi che [erano] adatti [per costruire] una casa.”

98
La diffusione delle notizie relative a queste terre è testimoniata dalle diverse
citazioni di Vínland. La prima in ordine cronologico si trova nell’opera di Adamo da
Brema, il quale riferisce che essa era considerata un’isola: “Inoltre, nominò ancora
un’isola da molti incontrata in quell’oceano, che viene detta Vínland, a motivo del
fatto che là le viti nascono spontaneamente producendo un ottimo vino. Del resto
siamo venuti a sapere che là abbondano anche i prodotti della terra non seminati, non
in base a una credenza leggendaria, bensì a un sicuro resoconto dei Danesi” (DLO nr.
16; cfr. ibidem, p. 110, scolio 37, dove di Odinkar, vescovo di Ribe, è detto che era
figlio di Toki, comandante vinlandese). L’annotazione relativa alla fertilità del luogo
trova corrispondenza in una fonte quale il Libro dell’insediamento, in essa si legge
infatti la definizione Vínland it góða, cioè “il buon Vínland” (Landnámabók, p. 162 e
p. 241); cfr. il Libro degli Islandesi (Íslendingabók) di Ari il Saggio (inn fróði) Þorgilsson
(1067 o 1068-1148), cap. 6; vd. Kristjánsson J., “Vinland the Good”, in Hødnebo –
Kristjánsson 1991, pp. 25-27. Inoltre questa terra è citata negli Annali islandesi agli
anni 1121 (cfr. pp. 279-280 con nota 197) e 1347 (IA, p. 213 e p. 403) così come in un
testo islandese di carattere enciclopedico (che la nomina insieme a Markland): qui
tuttavia la citazione è da ritenere spuria (Alfræði Íslenzk, I, p. 12). Una allusione a
Vínland sarebbe da riconoscere, secondo S. Bugge, nell’iscrizione runica norvegese di
Hønen (Buskerud, XI secolo); vd. Olsen-Liestøl et al. 1941-(C.2.5), II, pp. 35-37.
Vd. anche Rafn 1841 pp. 32-37 dove si fa riferimento ai viaggi (ivi compresa una
spedizione nelle zone polari) effettuati tra il 1266 e il 1347; Storm 1887, Hermannsson
1909, Hermannsson 1936, Brøgger 1937, Brøndsted 1950, Krause 1969, Pálsson
2001 (dove si prendono in considerazione le fonti celtiche) e anche (sulla questione
della presunta ‘mappa di Vínland’) Kejlbo I., “The Authenticity of the Vinland Map”,
in Geografisk Tidsskrift, XCII (1992), pp. 1-13 e Seaver K.A., Maps, Myths and Men.
The Story of the Vinland Map, Palo Alto, Calif. 2004.
99
In Rausing G., “Bronzealderens Columbus” (Skalk, 1977: 1, pp. 9-10) si consi-
dera l’eventualità di un contatto tra le regioni del Nord e il continente americano
addirittura nell’età del bronzo.
100
L’albero cui viene dato nome mǫsurr è verosimilmente una specie di acero.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 125

“Si fece un gran parlare, che [alcuni] uomini potessero cercare quella
terra che Leifr aveva trovato […] Poi prepararono quella nave […] e per
ciò furono ingaggiati venti uomini, e avevano poco denaro, non più che armi
e viveri […] A lungo errarono sul mare, ma non arrivarono alla rotta che
volevano […] Tornarono indietro in autunno ed erano assai stanchi ed
estenuati […].”

“A Brattahlíð101 si parlava molto, che [alcuni] uomini dovessero cercare


il buon Vínland, e si diceva che si doveva andare là per trovare buone terre
fertili […] Essi avevano in tutto centoquaranta uomini, quando fecero vela
[…] Allora videro una terra e misero [in mare] una scialuppa ed esploraro‑
no la terra; là trovarono grandi rocce piatte, e molte larghe dodici álnir.102
C’era una gran quantità di volpi. Essi diedero nome a quella terra e la chia‑
marono Helluland. Di là veleggiarono per due giorni e due notti,103 dirigen‑
dosi da sud a sud-est, e trovarono una terra tutta coperta di foreste con
molti animali […] e chiamarono […] la terra Markland. Di là veleggiarono
a sud seguendo la costa per un bel po’ e giunsero a un promontorio; la terra
stava a dritta, là c’erano lunghe spiagge e sabbia. Essi remarono fino a riva
[…].”

“E una mattina presto, mentre si guardavano attorno, videro un gran


numero di canoe di cuoio […] Allora essi remarono incontro [a loro] ed
erano stupiti di fronte a quelli che stavano davanti, e scesero a terra. Erano
uomini scuri e brutti e avevano sulla testa una brutta capigliatura; avevano
occhi grandi e gote larghe. Restarono un po’ ed erano stupiti di fronte a
quelli che stavano davanti, poi remarono via verso sud oltre il promontorio
[…].”104

101
Brattahlíð (l’attuale Qassiarsuk in fondo al fiordo di Tunulliarfik) era il nome
dell’insediamento groenlandese in cui viveva Eirik il Rosso (NØRLUND P. – STENBERGER
M., Brattalid, Copenhagen 1934).
102
Misura di lunghezza (sing. alin) che corrisponde a circa 45 cm.
103
L’espressione usata nella saga (tvau dœgr) non è tuttavia del tutto chiara in
quanto il termine dœgr può indicare tanto lo spazio di tempo del giorno o della notte
(dunque dodici ore) quanto un giorno astronomico (dunque ventiquattro ore). Quest’ul-
timo pare tuttavia il senso più probabile quando si fa riferimento a periodi di naviga-
zione.
104
DLO nr. 17-20. I brani qui riportati sono tratti dalla Saga di Eirik il Rosso. In
questo testo si riferisce dell’occasione in cui Leifr e i suoi uomini diedero nome alle
terre di Helluland e Markland. Il nome Vínland vi compare al cap. 8 (nel brano qui
riportato) come già noto. Alla sua origine fa invece riferimento la Saga dei Groenlan‑
desi (Grœnlendinga saga, cap. 3) dove si dice che Leifr avrebbe chiamato così quella
terra in quanto vi erano state trovate delle viti e dell’uva.

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126 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

3.1.7. Ritorni

Molti di coloro che lasciarono la Scandinavia nel periodo vichin-


go non vi avrebbero mai più fatto ritorno. Le iscrizioni runiche in
questi secoli testimoniano in numero davvero considerevole il
ricordo di uomini periti lontano da casa, talora per una disgrazia o
un naufragio, talora combattendo virilmente. Parecchi tuttavia
sarebbero tornati: innanzi tutto molti commercianti, che per la
natura stessa della loro attività dovevano continuamente approv-
vigionarsi di merci. Ma anche molti avventurieri e capi militari che
avevano trovato fortuna in Paesi stranieri rientravano spesso nelle
terre d’origine, a volte per riorganizzarsi, a volte per preparare altri
attacchi e stringere alleanze. Questo movimento di persone che
recavano con sé nuove esperienze e nuove idee non sarebbe rima-
sto senza conseguenze decisive per il futuro delle terre nordiche.

Dalla Saga di Egill Skalla-Grímsson:

“Questo disse mia madre, star ritto sulla prora,


che a me si dovrebbe comprare guidare la nave preziosa,
un’agile nave e magnifici remi, e poi dirigere al porto,
andar via coi vichinghi, colpire un uomo e un altro.”105

3.2. Il nucleo delle nazioni nordiche

3.2.1. Tradizione e innovazione

Certamente, come si è rilevato in precedenza, nei Paesi scandi-


navi nuclei di potere centralizzato si erano venuti formando fin
dall’età dei Merovingi, tuttavia i primi segnali di questa evoluzione
possono essere rintracciati già nell’età delle migrazioni se non
addirittura in precedenza. In realtà, come è lecito attendersi, il
processo di creazione degli stati nordici si protrasse per un periodo
di tempo assai lungo e il suo corso fu determinato da diversi ele-
105
DLO nr. 21. I versi sono dello scaldo Egill Skalla-Grímsson (910-990?); su di lui
vd. oltre, pp. 306-307.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 127

menti, non ultima la forza intrinseca delle concezioni che per


secoli avevano sostenuto la società tradizionale la quale, dunque,
seppe opporre una forte resistenza alle novità che venivano intro-
dotte e – seppure infine dovette soccombere – fu tuttavia capace
di mantenere in vita valori secolari che in misura notevole vennero
assimilati al nuovo, condizionandolo. L’elemento guerriero, stret-
tamente legato all’aspetto economico, aveva prodotto arricchimen-
to e insieme alleanze e antagonismi, sui cui esiti si fonda in buona
parte l’enuclearsi degli stati. Fu dunque da un intreccio di guerre,
conquiste, sconfitte, accordi e rivalità che vennero emergendo
figure autorevoli e intraprendenti che seppero porre le basi di
quelle che sarebbero state le monarchie nordiche, il cui potere si
sarebbe diffuso in vaste aree nei diversi Paesi.
Ma questo processo si innestava su una struttura che era, di fatto,
ancora tribale e nella quale ai sovrani era attributo potere limitato
sia dal punto di vista territoriale sia da quello amministrativo: essi
infatti erano piuttosto individui eminenti all’interno della comuni-
tà (che sostanzialmente si fondava sul richiamo a un antenato comu-
ne ritenuto divino) e a loro era affidato il compito di gestire il bene
di tutti svolgendo il ruolo di intermediari tra le potenze sovranna-
turali e il popolo, cui dunque dovevano garantire fecondità e benes-
sere. L’aspetto giuridico era perciò strettamente legato a quello
religioso. Le caratteristiche di questo tipo di signore fecondo e
protettore, questo ‘sovrano sacro’, trovano un riflesso, a esempio,
nell’iscrizione (seppure lacunosa) che si trova sulla pietra runica di
Stentoften (Blekinge, Svezia, metà del VII secolo circa)106 dove
(nella prima parte) si legge: niuhAborumR/ niuhagestumR/
hAþuwolAfRgAfj/ hAriwolAfRṃA××usnuh×e/: “Ai nuovi contadini/
ai nuovi ospiti [forestieri]/ Haduwolf diede [una buona] annata/
Hariwolf per […] è ora protezione.”107 Una fonte ben più tarda (la
Saga degli Ynglingar di Snorri Sturluson) che riferisce delle vicende
(in buona parte leggendarie) della stirpe regale degli Ynglingar,

106
Si confronti anche l’iscrizione della pietra svedese di Sparlösa (Västergötland,
inizio del IX secolo). Su di essa, a questo proposito, si legga Lindquist I., Religiösa
runtexter II. Sparlösa-stenen, ett svenskt runmonument från Karl den stores tid upptäckt
1937. Ett tydningsförslag, Lund 1940.
107
Interpretazione basata su Krause 1966 (C.2.5), pp. 209-214. La parte finale
dell’iscrizione recita: hideRrunonofelẠḥekA hederA ginoronoR/ herAmAlAsARArAgeu/
weḷẠdudsAþAtbAriutiþ, un formula magica del tutto simile a quella che si trova sulla
pietra di Björketorp (vd. p. 85, nota 82). Cfr. qui il testo inciso sulla bratteata danese
di Skodborg (Jutland meridionale, periodo delle migrazioni): auja alawin auja alawin
auja alawin j alawid “Salute, Alawin! Salute, Alawin! Salute, Alawin! Buona annata,
Alawid!” (Krause 1966, pp. 241-244).

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128 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

discendenti dell’antenato divino Yngvi-Freyr (divinità feconda per


eccellenza) esprime ancora tutto il significato di questa figura nel-
la drammatica vicenda del re svedese Dómaldi, sacrificato dai
sudditi (che, si dice, aspersero gli altari con il suo sangue) perché
durante il suo regno c’era stata persistente carestia.108
Ma i vichinghi, per la natura stessa delle loro scelte di vita e
delle associazioni che erano andati a costituire, contrapponevano
a questa visione comunitaria un forte individualismo: conseguen-
temente quelli tra di loro che emersero come condottieri eccellen-
ti si adoperarono per introdurre nei loro Paesi d’origine e nelle
terre da loro conquistate monarchie di tutt’altra natura, certamen-
te influenzate dai modelli che avevano conosciuto nel resto d’Eu-
ropa. Come detto si trattava di individui determinati a gestire in
prima persona la propria vita e il proprio destino e la loro ambi-
zione, parallela – ma per molti versi conseguente – all’arricchimen-
to e al successo economico, fu certamente quella di porre le basi di
una diversa struttura sociale, adeguata alla gestione delle grandi
ricchezze accumulate e del potere che ne derivava. Tuttavia la
persistenza di una concezione sacrale della regalità resta chiara-
mente testimoniata in diversi casi.109 A esempio a riguardo del
celebre sovrano norvegese Olav Haraldsson (Óláfr inn helgi Haralds-
son, 995-1030),110 proclamato santo e divenuto emblema stesso del
108
Snorri Sturluson, Ynglinga saga: “Dómaldi raccolse l’eredità di suo padre Vísburr
e governò le terre. Durante il suo regno ci furono in Svezia fame e carestia. Allora gli
Svedesi fecero a Uppsala grandi sacrifici. Il primo autunno sacrificarono dei buoi ma il
raccolto non migliorò affatto. L’autunno seguente innalzarono un sacrificio umano ma
il raccolto fu uguale se non peggiore. Il terzo autunno gli Svedesi convennero numero-
sissimi a Uppsala, al tempo in cui doveva aver luogo il sacrificio. I capi tennero consiglio
e furono d’accordo tra loro che la carestia doveva dipendere da Dómaldi, loro re, e anche
che dovevano sacrificarlo per [ottenere] la prosperità, assalirlo, ucciderlo e aspergere gli
altari del suo sangue, e così fecero” (DLO nr. 22). Vd. Ström F., “Kung Domalde
i Svithjod och kungalyckan”, in SoS, XXXIV (1967), pp. 52-66 e Lönnroth E.,
“Dómaldi’s death and the myth of sacral kingship”, in Lindow – Lönnroth et al. 1986
(C.5.2), pp. 73-93. Cfr. anche, nella medesima saga (cap. 43) la vicenda del re svedese
Olof Diboscatore (trételgja) Ingjaldsson – di cui si precisa che era poco dedito ai sacri-
fici – che fu bruciato vivo in casa per la medesima ragione. Qui si può anche richiamare
l’annotazione del biografo di Ansgar Rimbert (Vita Anskarii, cap. 26) che riferisce come
nel corso del suo secondo viaggio in Svezia il missionario fosse venuto a conoscenza del
fatto che gli Svedesi adoravano come un dio un sovrano deceduto di nome Erik (Ericus).
109
Questa idea è stata talora messa in dubbio da studiosi autorevoli (in particolare
in BAETKE 1964), ma ultimamente ha trovato nuovi sostenitori. Per una sintesi del
problema vd. GRÄSLUND 1997 (C.4.1), pp. 49-50 e i riferimenti relativi, cui si aggiunga
VON FRIESEN 1932-1934, HÖFLER 1959, STRÖM 1959, MC TURK 1974-1977 e anche
STEINSLAND 1992 e STEINSLAND 2000.
110
Un soprannome meno noto di questo re era anche “il Grosso” (inn digri). Regnò
dal 1015 al 1028. Vd. oltre, pp. 254-257.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 129

cristianesimo, una fonte lascia intendere che egli in realtà era la


reincarnazione di un suo antenato, Olav Guðrøðarson, sopranno-
minato “elfo di Geirstaðir” (Geirstaðaálfr), un re che aveva garan-
tito ai sudditi prosperità e pace e al quale dopo la morte essi innal-
zavano sacrifici. Di un altro sovrano norvegese, Halvdan il Nero
(Hálfdan svarti Guðrøðarson) è ricordato che quando morì il suo
corpo venne sezionato in quattro parti che furono poi sepolte in
quattro diverse province: ciò perché gli abitanti di ciascuna lo
reclamavano per aver garantite prosperità e pace.111 Certamente va
riferita qui anche la tradizione svedese della Eriksgata, cioè il per-
corso che il re neoeletto doveva fare attraverso le diverse regioni
del Paese per prestare giuramento ed essere accolto dal popolo
come dispensatore di pace e abbondanza.112
Come che sia, la costituzione di una autorità centralizzata nei
Paesi nordici non fu certamente un risultato conseguito senza
difficoltà e diversi furono gli ostacoli che si frapposero alla sua
affermazione. Il primo è senza dubbio da individuare nella rivalità
111
Per una più ampia valutazione di queste notizie e l’indicazione delle fonti vd.
Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 310 e p. 445.
112
Si tratta dell’itinerario che i sovrani svedesi nel medioevo dovevano percorrere
nelle diverse regioni per ricevere l’omaggio e l’atto di sottomissione da parte dei digni-
tari locali preposti a ciascuno dei distretti amministrativi (lagsagor, vd. p. 358) nei
quali il Regno era suddiviso. Le leggi emanate verso la metà del XIV secolo dal re
Magnus Eriksson (Legge generale per il Paese di Magnus Eriksson; vd. pp. 354-355) si
esprimono in proposito in questo modo: “Ora il re dovrà percorrere a cavallo la sua
Eriksgata, e gli uomini delle [diverse] regioni dovranno seguirlo e consegnargli degli
ostaggi, tali che egli sia garantito e sicuro, e pronunciare quel giuramento che prima è
stato detto. E il re in ogni regione e lagsaga dovrà promettere e affermare di mantene-
re i propri giuramenti nei loro confronti, quelli pronunciati a Uppsala, quando per la
prima volta fu accettato come sovrano./ § 1. Ora egli dovrà cavalcare seguendo il
corso del sole attraverso il suo Paese. Allora quelli che abitano nella lagsaga dell’Uppland
lo seguiranno attraverso di essa fino a Strängnäs. Là gli abitanti del Södermanland lo
accoglieranno e gli andranno incontro con scorta e ostaggi e lo accompagneranno a
Svintuna. Allora gli abitanti dell’Östergötland gli andranno incontro con i loro ostag-
gi e lo accompagneranno attraverso la loro regione fino al centro della foresta di
Holaved. Là gli abitanti dello Småland gli andranno incontro e lo accompagneranno
fino a Junabäck. Là gli abitanti del Västergötland gli andranno incontro con scorta e
ostaggi e lo accompagneranno fino a Romundeboda. Là gli abitanti del Närke gli
andranno incontro e lo accompagneranno attraverso la loro regione fino al ponte di
Uppbåga. Là gli abitanti del Västmanland gli andranno incontro con scorta e in pace
(qui frid nel senso di “sicurezza all’interno della comunità”, vd. p. 97 con nota 3) e lo
accompagneranno fino al ponte di Östen. Là gli abitanti dell’Uppland gli andranno
incontro e lo accompagneranno fino a Uppsala. § 2. Allora questo re è legalmente
introdotto nel Paese e nel Regno, e ha percorso a cavallo la sua Eriksgata. Egli è scelto
così come prescrive la legge e con giuramenti e parole ha reso al suo Paese e agli
uomini del suo Paese ciò che deve loro e ciò che essi hanno dovere di adempiere”
(DLO nr. 23).

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130 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

che contrapponeva coloro che aspiravano al potere, certamente un


elemento di grave instabilità. Qui occorre tra l’altro tenere ben
presente che nel periodo vichingo i nordici non avevano ancora
delineato una chiara cognizione della loro appartenenza a una
nazione ‘danese’, ‘svedese’ o ‘norvegese’ che fosse. Le alleanze che
si formavano erano determinate da interessi dinastici e/o economi-
ci, complicate da intrecci di parentela e non di rado finalizzate a
vantaggi diversi che in determinate occasioni andavano a conver-
gere. Anche dal punto di vista geografico i confini degli stati che si
venivano enucleando erano in larga parte dissimili dagli attuali:
basti pensare che la regione svedese meridionale della Scania era
allora danese,113 e anche che il dominio del re norvegese si esten-
deva a diversi territori dell’attuale Svezia. Il potere dei re svedesi
e, in buona parte, di quelli norvegesi inoltre si infrangeva verso
nord, quando ci si spostava in regioni (comunque ritenute di scar-
so interesse economico) che erano abitate dalle popolazioni sami
che ben poco avevano a spartire con la cultura delle zone più meri-
dionali.
Ma un altro elemento ebbe un ruolo determinante. L’antica
società tribale scandinava conosceva – sulla scorta di quella germa-
nica – uno strumento di governo molto antico: l’assemblea (in ant.
nordico þing).114 In essa i notabili e gli uomini eminenti si incon-
travano per discutere e dirimere i problemi, per promulgare le
leggi e per emettere i giudizi.115 Il potere riconosciuto a tali assem-
blee era fortemente radicato ed esso venne perciò spesso a trovar-
si in posizione di notevole contrasto con quello centralizzato deter-
minando una conflittualità che avrebbe creato gravi difficoltà ai
sovrani. L’autorità e l’indipendenza delle antiche assemblee infatti
resisteranno a lungo, manifestandosi in seguito in diversi casi sotto
forma di insubordinazione e insofferenza nei confronti del governo
centrale.
113
D’altra parte si è visto che questa regione fin dal periodo preistorico ha sempre
gravitato verso la Danimarca. In effetti essa è rimasta territorio danese fino al 1658
quando, in seguito al trattato di pace di Roskilde fu ceduta alla Svezia insieme al Hal-
land, al Blekinge, all’isola di Bornholm (che sarebbe successivamente ritornata sotto
la Corona danese), alla regione del Bohuslän, tolta alla Norvegia (che perdeva anche
il distretto di Trondheim, successivamente recuperato); vd. oltre, p. 533 con nota 13.
114
Termini corrispondenti nelle lingue scandinave moderne sono il danese ting
“camera” (del parlamento), “corte d’assise”; il norvegese ting “tribunale” (storting
“parlamento”, letteralmente “grande t.”); lo svedese ting “udienza di prima istanza”,
l’islandese þing “parlamento”. Come si vede in queste lingue è ben conservato il ricor-
do della duplice funzione legislativa e giudiziaria dell’antica assemblea (vd. Modéer
– Andersen et al. 1974 e Beck – Wenskus et al. 1984).
115
Già Tacito (Germania, cap. 11) fa preciso riferimento a questa istituzione.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 131

Occorre inoltre rilevare che i grandi cambiamenti introdotti


nell’era vichinga, se poterono avviarsi e trovare il proprio sviluppo
grazie alla presenza dei centri di potere più ampio che si erano
enucleati nei secoli precedenti, incontrarono allo stesso tempo
forti ostacoli nelle contese determinate dai diversi interessi e dalle
contrastanti ambizioni di coloro che li governavano. La conflittua-
lità che segna le vicende storiche legate alla formazione e al conso-
lidamento degli stati scandinavi è certamente figlia di questa situa-
zione.

3.2.2. Danimarca

Il primo nucleo di un potere che superava confini limitati si era


manifestato in Danimarca, nella regione della Selandia, fin dall’ul-
tima fase dell’età del ferro romana. Esso era in grado di far sentire
la propria autorità in gran parte delle regioni meridionali della
Scandinavia e la sua influenza si può constatare per tutto il periodo
delle migrazioni.116 È d’altronde in questa fase che si conoscono
località di sicura importanza, quali a esempio Gudme nella regione
della Fionia117 o Lejre e Tissø in Selandia.118 Agli eventi storici
riferibili a queste fasi e ai personaggi che ne furono protagonisti si
riferiscono diverse fonti. Nella Storia (Historiarum libri X) di Gre-
gorio di Tours compare nell’anno 515 un re danese di nome
Chlochilaicus:119 costui sarebbe stato ucciso nel corso di un attacco
sulle coste francesi;120 resta evidentemente assai difficile stabilire
l’estensione del suo potere. Altre notizie troviamo nel già citato
poema anglosassone Beowulf e in alcune saghe norrene. La Saga di
Rolf [Magro come un] palo (Hrólfs saga kraka, redatta nel XIV o
XV secolo), che si sofferma sulle vicende di un celebre sovrano
116
In Hedeager 1992 (C.2.2) l’analisi archeologica ben evidenzia i presupposti
della formazione di uno stato danese fin dall’età del ferro romana.
117
Cfr. p. 69, nota 24.
118
In Chambers – Wrenn 1959 (vd. p. 91, nota 110), pp. 16-20 è convincentemen-
te proposta l’ipotesi che a Lejre si trovasse la celebre e magnifica reggia Heorot (“Il
Cervo”) fatta costruire dal re danese Hrothgar (Hrōðgār) le cui vicende sono narrate
nel Beowulf. Su Lejre vd. Christensen T., Lejre – syn og sagn, Roskilde 1991 e Larsen
A-Chr. (red.): Kongehallen fra Lejre. Et rekonstruktionsprojekt. International workshop
25.-27. november 1993 på Historisk-Arkæologisk Forsøgscenter, Lejre, om rekonstruk‑
tionen af vikingehallen fra Gl. Lejre og et vikingetidsmiljø, Lejre 1994.
119
Che verosimilmente corrisponde al nordico Hugleikr (ricordato nella Saga degli
Ynglingar di Snorri Sturluson) e all’anglosassone Hygelac del Beowulf; vd. Jones 1977
(C.3.1), pp. 39-40 e pp. 51-52.
120
Libro III, 3.

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132 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

danese, ha carattere quasi del tutto leggendario;121 similmente, per


buona parte, la Saga degli Skjǫldungar (Skjǫldunga saga, composta
verosimilmente verso la fine del XII o l’inizio del XIII secolo)122 il
cui titolo si riferisce alla stirpe di origine divina dei primi sovrani
di questo Paese, discendenti di Skjǫldr (“Scudo”), detto figlio di
Odino, i medesimi che nel Beowulf sono detti Scyldingas: a essa si
rifà, da un punto di vista formale, un testo come la Saga degli
Ynglingar di Snorri Sturluson. Anche altri scrittori ‘storici’ come
Svend Aggesen che redasse in latino una Breve storia dei re della
Danimarca (Brevis historia regum Dacie, dalle origini al 1185)123 e
– soprattutto – Sassone grammatico (Saxo grammaticus), autore
(anch’egli in latino) della celebre Storia dei Danesi (Gesta Danorum)
che si riferisce in modo ben più esteso (sedici libri) al medesimo
periodo di tempo,124 indulgono – a riguardo della fase più antica –
al medesimo compiacimento leggendario, facendo risalire la dina-
stia danese nel primo caso a Skjold/Skiold125 e nel secondo a Dan
(mitico re dal quale dunque il Paese avrebbe tratto il nome).126 Una
maggiore chiarezza non ci viene da altre fonti, quali in particolare
la Cronaca di Lejre (Chronicon Lethrense), successiva al 1160, le
genealogie (tra cui quella attribuita al medesimo Svend Aggesen)
e i cataloghi di sovrani danesi.127
A diversi personaggi citati in questi testi possiamo attribuire una
probabile storicità, tuttavia le vicende che a loro riguardo sono
narrate travalicano senza dubbio la realtà dei fatti.128 È praticamen-
te impossibile liberare dalle concrezioni leggendarie nomi come
quello di Halvdan (ant. ingl. Healfdene, significativamente “Semi-
121
Costui, in particolare per il contrasto con un sovrano svedese, è ricordato anche
nell’Edda di Snorri Sturluson (Skáldskaparmál, cap. 8).
122
Vd. p. 323 con nota 126.
123
Vd. p. 323.
124
Vd. pp. 322-323.
125
Brevis historia regum Dacie, pp. 96-97. A Svend Aggesen si deve anche la Legge
di corte (Lex Castrensis, cfr. p. 394, nota 261) e una genealogia dei re danesi di cui resta
solo la prefazione (riportata nell’ultimo foglio del ms. AM 33, 4to, conservato presso
l’Università di Copenaghen, Nordisk Forskningsinstitut); cfr. nota 127.
126
Gesta Danorum, I, i, 1.
127
Vd. Chronicon lethrense, pp. 43-53 (in particolare Dan è citato alle pp. 43-44);
cfr. le Serie e genealogie dei re dei Danesi (Series et genealogiæ regum Danorum), pp.
157-194 dove Dan è indicato sempre come progenitore (p. 159, p. 161, p. 167, p. 175,
p. 177 e p. 186) mentre Skjold/Skyld compare fra i primi re danesi ma non come
progenitore (p. 161, p. 167, p. 175 e p. 186).
128
Nella “Introduzione” alla versione italiana dei carmi dell’Edda poetica, P.G.
Scardigli, propone opportune osservazioni sul meccanismo attraverso il quale perso-
naggi ed eventi storici divengono protagonisti e materia di letteratura leggendaria: vd.
Il Canzoniere eddico, a cura di P.G. Scardigli, Milano, 1982, pp. vii-viii.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 133

danese”), ricordato nel Beowulf, un personaggio collocabile forse


nel V secolo; del già citato Rolf (vissuto nel VI secolo?) signore di
Lejre; di Ivar [il cui potere] abbraccia ampi [territori] (Ívarr Hálf-
danarson víðfaðmi, VII secolo), sovrano della Scania che era dive-
nuto signore di tutta la Danimarca e, secondo diverse fonti, addi-
rittura di tutta la Scandinavia e oltre;129 di Araldo Dente di battaglia
(Haraldr hilditǫnn)130 che avrebbe unificato la Danimarca e imposto
il proprio dominio anche su buona parte della Svezia e di suo nipo-
te Sigurd Anello (Sigurðr hringr) a lui opposto nell’epica battaglia
di Brávellir (bellum Brawicum, VII secolo? – VIII secolo?), combat-
tuta forse (se combattuta!) nella regione svedese dell’Östergötland
presso Bråviken e che vide Araldo soccombere, non senza l’inter-
vento di Odino che sotto le mentite spoglie del suo auriga lo fece
sbalzare dal carro e ne provocò la morte.131 Storia intrecciata alla
leggenda dunque, ma dietro la quale possiamo comunque ricono-
scere il progressivo affermarsi di diversi potentati, le loro alleanze
e rivalità in un percorso che porterà infine alla costituzione di un
dominio esteso a territori più ampi. Del resto anche un’altra figura
del tutto leggendaria, quella del mitico re Fróði (che per molti
versi riprende le caratteristiche del dio della fecondità Freyr),
sovrano (durante il cui regno viene collocata la nascita di Cristo!)
fecondo e capace di garantire ai sudditi prosperità e pace132 rivela
la persistenza nella tradizione culturale danese della figura del re
sacro di cui sopra si è detto.
In realtà, tornando a dati concreti, possiamo riconoscere un
segnale effettivo dell’affermarsi di una potenza danese nel raffor-
zamento della costruzione del famoso bastione difensivo noto come
Dannevirke o Danevirke (Danavirki, la cui prima realizzazione
dovrebbe risalire al 737)133 per iniziativa di Goffredo (Godfred/
129
Vd. la Saga degli Ynglingar di Snorri Sturluson, cap. 41, p. 72 con nota 4 nella
quale si dà conto delle altre fonti.
130
Secondo il racconto di Sassone grammatico (Gesta Danorum, VII, x, 4) questo
curioso soprannome gli derivava dal fatto che avendo egli perduto due denti a causa
di un bastone lanciato da un nemico, questi erano miracolosamente ricresciuti, tutta-
via piuttosto sporgenti.
131
Vd. questo episodio (e fonti relative) in Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 211. Sui
re danesi di questo periodo vd. Jones 1977 (C.3.1), pp. 53-65.
132
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 180 e p. 280.
133
Vd. Skovgaard-Petersen 1981, p. 14. Qui si anticipa la datazione relativa all’i-
nizio di questa costruzione, tradizionalmente collocata nell’anno 808; sul Dannevirke
vd. Müller S. – Neergaard C., Danevirke. Archæologisk undersøgt, beskrivet og tydet,
in NF I, 1890-1903, pp. 197-302; la Cour Vilh., Danevirkestudier. En Arkæologisk-
Historisk Undersøgelse, København 1951 e Kühl J. – Hardt N., Danevirke. Nordens
største fortidsminde, Herning 1999.

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134 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Godofridus/Guthifridus ma anche Gøtrik/Gøtricus),134 il primo


sovrano (804-810) con un potere effettivamente esteso a tutto il
Paese, capace di sottomettere i Frisoni e diverse popolazioni slave
e di minacciare persino l’imperatore Carlo. Questo bastione, che
sarà rafforzato e accompagnato da tutta una serie di fortificazioni
(e la cui costruzione si protrarrà fino al 1160) aveva lo scopo di
proteggere il confine meridionale dello Jutland.135 Per salvaguarda-
re gli interessi commerciali danesi nell’anno 808 questo re aveva
distrutto il mercato degli Obodriti a Reric (nei pressi dell’attuale
Wismar, o forse di Lubecca), dando contemporaneamente impulso
a Hedeby (l’attuale Schleswig), dove fece trasferire i commercianti
(qui risultano coniate nella prima metà del IX secolo le prime mone-
te danesi). Anche i successori di Goffredo (a quanto pare ucciso da
un uomo del suo seguito), il nipote Hemming (noto solo da fonti
latine come Hemmingus, sovrano negli anni 810-812)136 prima e il
figlio Horik (Horicus ma anche Rørek, re dall’813 all’854)137 poi –
quest’ultimo in particolare piegando le aspirazioni di Araldo (Harald/
Haraldus) Klak,138 sconfitto definitivamente nell’827 – sarebbero
stati capaci di mantenere un potere sostanziale su tutto il territorio
danese (esteso allora verosimilmente oltre che allo Jutland e alle
isole, alla Scania e ad alcune zone della Norvegia orientale). Queste
notizie ci vengono in buona parte da fonti latine anche contempo-
ranee, come gli Annali del Regno dei Franchi (Annales Regni
Francorum)139 che riferiscono dei rapporti di questi re con l’Impero.

134
A proposito di questo personaggio, così come della sua famiglia le fonti non
mostrano precisione né concordanza; vd. Saxo Grammaticus 1979-1980, II, pp. 147,
nota 175, p. 148, nota 176, p. 150, note 1 e 2.
135
L’edificazione di altre imponenti fortificazioni-basi militari (come Trelleborg in
Selandia, Fyrkat e Aggersborg nello Jutland e Nonnebakken in Fionia), legate alla
figura del re Svend Barba forcuta si collegherà in seguito (tra il X e l’XI secolo) all’af-
fermazione definitiva di un potere centralizzato basato anche sulla militarizzazione del
territorio. Vd. Nørlund P., Trelleborg, med bidrag af K. Jessen, København 1948;
Olsen O. – Schmidt H. et al., Fyrkat. En jysk vikingeborg, I-II, København 1977 e
Roesdahl E., “Vikingernes Aggersborg”, in Nørgaard F. – Roesdahl E. et al. (red.),
Aggersborg gjennem 1000 år – Fra vikingeborg til slægtsgård, Herning 1986, pp. 53-93.
136
Adamo da Brema (Gesta Hammaburgensis […], I, xiv) sostiene tuttavia che egli
fosse il cugino (patruelis) di Goffredo.
137
Forse sarebbe addirittura possibile identificare in questo re il mitico capo vichin-
go Ragnarr Brache di pelo (che in Sassone grammatico sarebbe Regnerus, di cui tratta
il libro IX); vd. Saxo Grammaticus 1979-1980, I, pp. 277-278; cfr. sopra nota 36.
138
Questo soprannome attribuito successivamente è di significato incerto; vd.
Jónsson 1907 (indicazioni alla nota 96), p. 292 e p. 334.
139
Annales Regni Francorum, pp. 86-98, passim; vd. anche l’opera di Adamo da
Brema (Gesta Hammaburgensis […], I, xiv-xv) e, naturalmente, quella di Sassone
grammatico (Gesta Danorum, libro IX).

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 135

Nel IX secolo e per buona parte del X, mentre i vichinghi


danesi imperversavano in Paesi stranieri, la loro patria conosceva
lotte intestine e un certo ridimensionamento del potere centrale.
E in effetti solo a partire da Gorm il Vecchio (Gormr inn gamli
Hǫrða-Knútsson) e da suo figlio Araldo Dente azzurro (Haraldr
blátǫnn Gormsson), prenderà il via una dinastia reale danese vera
e propria (934). Di incerte origini, Gorm riuscì a sconfiggere i
prìncipi locali e, soprattutto, a scacciare gli Svedesi che fin dal
910 si erano insediati, con il capo vichingo Olof prima e con il
figlio di lui Gnupa poi, nell’importante centro di Hedeby gover-
nando anche buona parte delle isole danesi. Una pietra runica di
Jelling (nello Jutland, luogo in cui nel 958 venne sepolto Gorm il
Vecchio) rappresenta, nella sua breve quanto efficace iscrizione, una
sorta di certificato di nascita dello Stato danese: haralt kunukR
baþ kaurua kubl þausi aft kurmfaþursin aukaft þAurui muþur
sina sa haraltr ias sAR uan tanmaurk/ ala auk nuruiak/ auk tani
(karþi) kristnA: “Il re Araldo fece fare questo monumento [in
memoria] di Gorm suo padre e di Thyre sua madre, quell’Araldo
che conquistò tutta la Danimarca/ e la Norvegia/ e fece cristiani
i Danesi.” A Jelling si trova anche un’altra pietra runica (la prima
in ordine di tempo, 935 circa) fatta erigere da Gorm medesimo
per la moglie Thyre (Þyri), la quale nel testo viene definita tanmarkaR
but “prosperità della Danimarca”.140 Su queste pietre compare
per la prima volta il nome di questo Paese (come pure quello
della Norvegia).
Nel 1013, in seguito a una lunga serie di attacchi, Svend Barba
forcuta (Sveinn tjúguskegg Haraldsson, 986-1014), figlio di Araldo
Dente azzurro succeduto al padre in circostanze non del tutto chiarite,141
avrebbe infine conquistato l’Inghilterra, divenendone in tal modo il
primo re danese: poco dopo tuttavia egli moriva improvvisamente. Ma
la sua eredità sarebbe andata a un figlio destinato a diventare celebre:
Canuto il Grande, vero e proprio signore di un ‘impero del Nord’.

Descrizione della Danimarca dalle Opere dei Danesi di Sassone gram-


matico:

“I limiti di questa regione sono dunque in parte demarcati dal solo


confine di un altro [Paese], in parte circoscritti dalle onde del mare che la
tocca. L’Oceano infatti bagna e circonda la zona centrale, esso talora si

140
Sull’interpretazione di questa espressione vd. Nielsen 1983 (C.2.5), pp. 100-101.
141
Vd. Jones 1977 (C.3.1), pp. 138-139.

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136 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

insinua negli anfratti tortuosi delle insenature [a formare] chiusi bracci


di mare, talora si espande nell’ampiezza di un golfo più aperto e dà origi‑
ne a molte isole. Il che fa sì che la Danimarca, disegnata dai flutti del mare
che la circonda, abbia poche zone ininterrotte di terraferma, le quali sono
differenziate da una così grande frammentazione dei marosi a seconda
delle diverse angolature di tortuosi canali. Tra [le regioni] del Regno
danese lo Jutland occupa il primo posto a motivo dell’estensione e del
[fatto che dà] inizio [al territorio], essa infatti è nell’ordine la prima e
quella che come posizione si spinge più in là, arrivando a i confini con la
Germania […] In essa c’è un golfo che si chiama Limfjorden, ha una tale
abbondanza di pesce che pare garantisca agli abitanti non meno cibo di
tutto il terreno [coltivato…] Oltre lo Jutland, verso est, si trova [l’isola
di] Fionia, che un braccio di mare davvero stretto separa dal continente.
La quale perciò a ovest è rivolta verso lo Jutland, ma a est verso la Selan‑
dia, [una regione] che deve essere lodata per la grande abbondanza di
risorse. Quest’isola, che per bellezza sopravanza tutte le altre province del
nostro territorio, può essere considerata il cuore della Danimarca, perché
una uguale distanza nello spazio [la] divide dai confini estremi del
territorio.”142

3.2.3. Svezia

Per quanto allettante sia l’idea che il nucleo del futuro Regno
svedese possa essere già riconosciuto nel passo tacitiano relativo
alla tribù dei Suiones143 e quindi fatto risalire addirittura al I seco-
lo d.C., è evidente che anche in Svezia diversi centri di potere si
erano consolidati piuttosto nei secoli precedenti il periodo vichin-
go in aree particolarmente avvantaggiate dal punto di vista delle
risorse economiche e commerciali; le testimonianze archeologiche
di contatti con l’Impero romano (e la conseguente circola-
zione di merci di prestigio) si legano all’affermarsi di signorie
capaci di imporsi – grazie all’acquisizione di ricchezza e alla
capacità di stringere utili alleanze – oltre confini limitati. Nei
secoli V-VI d.C. la Svezia ci appare come un territorio econo-
micamente vivace e nel quale si vengono delineando le regioni
che andranno a costituire la struttura del futuro Regno: Götaland
(la “terra degli Götar” [pronuncia: /'jø:tar/]), suddivisa in
Västergötland e Östergötland; Uppland con la regione gravitan-
142
“Prologo” (Præfatio) II, 1-3 (DLO nr. 24).
143
Vd. p. 155 con nota 215.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 137

te sul lago Mälaren (dove la località di Helgö acquisisce rilevan-


te importanza) e il suo amplissimo retroterra che costituiscono
il territorio degli Svear;144 le grandi isole baltiche di Öland e
Gotland. L’affermarsi di potentati locali è confermato anche
dalla grande quantità di beni preziosi (a esempio le ricche offer-
te votive databili tra il III e il VI secolo d.C.) che testimoniano
di una aristocrazia che andava fondando il proprio predominio
su basi non solo commerciali e militari ma anche religiose. Del
resto, a partire da questo periodo si colloca nel Nord una sorta
di ‘regolamentazione’ della religione pagana capace di ‘ordina-
re’ i diversi elementi su base sincretistica. Tre fattori fondamen-
tali: potere economico, politico-amministrativo e religioso si
consolidano a vicenda, dando forza a principati che costituiran-
no le fondamenta del futuro Stato svedese. La notevolissima
quantità di oro che affluisce nel Nord, i grandi tumuli – a esem-
pio quelli di Gamla Uppsala nell’Uppland – innalzati a ricordo
di sovrani eminenti e poi, ancora, i ritrovamenti archeologici di
località come Vendel o Valsgärde ne recano eccellente testimo-
nianza.
Tuttavia, dal punto di vista delle fonti scritte, anche per quanto
riguarda la storia della Svezia in questi primi secoli della sua tra-
sformazione in stato, ci si deve accontentare di riferirsi a testi di
carattere leggendario: in buona parte si tratta dei medesimi da cui
traiamo le notizie sulla Danimarca, ma questo è del tutto naturale,
dal momento che le vicende di questi popoli sono strettamente
interconnesse. Il già citato poema anglosassone Beowulf ci mostra
gli Svear (ant. nordico Svíar, ant. ingl. Sweōn o anche Sweō-ðeōd)
in lotta contro i Geati (ant. ingl. Geātas): con grande probabilità
questo nome fa riferimento agli Götar, tuttavia non è da escludere
totalmente una diversa opinione secondo la quale esso rimande-
rebbe, piuttosto, agli Juti.145 È verosimile che in questo conflitto gli
Svear abbiano avuto la meglio (la loro affermazione sugli Götar si
collocherebbe verso la metà del periodo delle migrazioni), tuttavia
non ci vengono tramandati nomi di re di questo popolo il cui pote-
re possa essere definito sovraregionale, né pare possibile determi-
nare cronologicamente con precisione quando e se gli Götar abbia-
no di fatto perduto la propria autonomia. È verosimile che si sia
144
In questo periodo si afferma anche Uppåkra, in Scania, un centro la cui impor-
tanza culminerà, secondo la testimonianza fornita dai reperti archeologici, nel X
secolo. Va però tenuto presente che la Scania era in realtà piuttosto una regione
danese (vd. sopra, p. 130 nota 113).
145
Vd. Albani 1969 (C.6), p. 127.

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138 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

trattato in realtà di un processo lento e graduale.146 Assai impor-


tanti sono anche le informazioni fornite nella Saga degli Ynglingar di
Snorri Sturluson, che a sua volta si fonda, come detto,147 sul poema
Enumerazione degli Ynglingar del poeta norvegese Þjóðólfr
di Hvinir. La palese corrispondenza linguistica tra i nomi di perso-
naggi qui ricordati con altri che si trovano nel Beowulf ha indotto,
come già rilevato, a tentativi di ricostruzione di quei lontani even-
ti, basati anche sulle evidenze archeologiche: molti dubbi sono
tuttavia destinati a perdurare.148 La saga menziona tutta una serie
di re ‘svedesi’ sulla cui storicità (o quantomeno su quella degli
eventi a loro collegati) non è possibile avere certezze: è probabile
tuttavia che i conflitti che secondo Snorri li opposero a sovrani di
Paesi vicini rispondano a situazioni reali; un qualche fondamento
storico dovrebbero avere anche vicende personali, quali in parti-
colare quella di Dómaldi Vísbursson, che rifletterebbe una conce-
zione sacrale della regalità, o quella di Ingjaldr Ǫnundarson detto
“di cattivo consiglio” (inn illráði), il cui comportamento privo di
scrupoli nei confronti di altri sovrani locali (da lui uccisi con l’in-
ganno per impadronirsi dei loro territori) ben testimonia la ten-
denza alla creazione di potentati più estesi.149 Un re ‘svedese’ sareb-
be stato, secondo Sassone grammatico, Sigurd Anello, sopra
menzionato, in realtà il nipote del danese Araldo Dente di battaglia,
il cui nonno materno era Ivar Halvdanarson, Colui [il cui potere]
abbraccia ampi [territori], sovrano che – a quanto pare – era stato
capace di imporre il proprio dominio su regioni svedesi e danesi,
su parte dell’Inghilterra se non, addirittura, su alcune zone della
Germania e della Russia;150 costui avrebbe posto fine al dominio
della dinastia degli Ynglingar a Uppsala. A Sigurd Anello Araldo,
zio materno, avrebbe affidato il governo della regione abitata dagli
Svear e del Västergötland, per poi combatterlo nell’epica battaglia
di Brávellir. Altre notizie, come quella relativa al celebre Ragnarr
Brache di pelo che sarebbe stato sovrano di Svezia, sono da ritene-
re totalmente prive di fondamento.151
146
Vd. Nielsen 2000 (B.5), p. 337. Non così intendono studiosi del passato: Stjerna
1905 (C.2.3), Tunberg 1940 e Nerman 1941.
147
Vd. sopra, p. 91.
148
L’intera questione è ben sintetizzata in Jones 1977 (C.3.1), pp. 43-53; cfr. sopra,
p. 91 e nota 110. Vd. anche Chambers – Wrenn 1959 (vd. medesima nota), pp. 333-345.
149
La vicenda di Dómaldi è narrata nel cap. 15 (cfr. p. 128 con nota 108), quella di
Ingjaldr nei capp. 34 e 36-38 (cfr. p. 346, nota 74).
150
Vd. il Frammento su alcuni antichi re dell’impero dei Danesi e degli Svedesi (su
cui p. 323, nota 126), passim.
151
Cfr. sopra, p. 134 con nota 137.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 139

In un quadro ben lontano dall’essere chiarito definitivamente,


l’evoluzione dei potentati risulta comunque palese; assai interes-
sante è, a esempio, l’informazione che ci viene da Snorri Sturluson
secondo il quale l’antenato divino dei re svedesi della stirpe degli
Ynglingar, Yngvi-Freyr, si stabilì a Uppsala e decretò che là si
dovessero pagare i tributi, terre e beni mobili, il che venne forman-
do il patrimonio della Corona dei sovrani che dopo di lui regnaro-
no in quel luogo:152 una annotazione che conferma lo sviluppo, dal
punto di vista economico, di un potere centralizzato.
In relazione alle visite del missionario Ansgar (Anskarius),153 il
suo biografo Rimbert (morto nell’888) cita due sovrani che gover-
navano l’importante centro commerciale di Birka sul lago Mälaren:154
Björn (Bern), incontrato da Ansgar nell’anno 830 e Olof (Olef)
nell’852 circa.155 Altri sovrani degli Svear sono ricordati. Seppure
sia più che probabile che nessuno di loro avesse giurisdizione su
un’area sufficientemente vasta rispetto all’estensione geografica del
Paese e che dunque altri signori continuassero a esercitare la propria
autorità in diverse regioni, appare tuttavia evidente che i sovrani di
Uppsala occupavano una posizione di crescente prestigio. Nella
seconda metà del X secolo si colloca la figura di Erik il Vittorioso
(Segersäll, in ant. nord. Eiríkr inn sigrsæli Bjarnason), vincitore sul
rivale Styrbjörn, alleato dei vichinghi danesi, nella piana di Fyris-
vellir presso Uppsala (evento collocabile poco prima del 990) e
divenuto dunque anche signore di Danimarca. Suo figlio Olof Sköt-
konung, indicato come il primo re cristiano della Svezia, diventerà
alla morte del padre (994 o 995) sovrano degli Svear e degli Götar.

Descrizione della Svezia dalle Opere dei vescovi della Chiesa di Ambur‑
go di Adamo da Brema:

“Quindi faremo una breve descrizione della Sueonia o Suedia [la Terra
degli Svear]:156 essa ha a ovest gli abitanti di Götaland e la città di Skara, a
nord gli abitanti di Värmland con i Finni sciatori,157 il cui inizio è [in] Häl‑

152
Ynglinga saga, cap. 10.
153
Vd. oltre, pp. 240-241.
154
La città, costruita sulla piccola isola di Björkö dovette fiorire tra la fine dell’VIII
secolo e il 975 circa; cfr. p. 208.
155
Vita Anskarii; cap. 11 e cap. 26; Björn è citato come un sovrano ben disposto
nei confronti dei missionari.
156
Per la doppia denominazione vd. oltre, pp. 155-156.
157
I Sami (detti in Giordane Screrefennae, cfr. p. 75).

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140 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

singland; a est per [tutta] la lunghezza ha quel Mar Baltico, di cui prima
abbiamo detto. Lì c’è la grande città di Sigtuna; a oriente invece arriva ai
Monti Rifei,158 dove [ci sono] vaste aree desertiche e nevi altissime, e dove
folle di uomini mostruosi impediscono un ulteriore accesso. Là ci sono
Amazzoni, Cinocefali, Ciclopi che hanno un occhio solo sulla fronte; là ci
sono quelli che Solino159 chiama Imantopodi, che saltano su un piede solo,
e quelli che gustano la carne umana al posto del cibo, ragion per cui si rifug‑
ge da loro, e parimenti a [buon] diritto [di loro] si tace.160 Il re danese [Svend
Estridsen], che spesso ricordo, mi riferì che dalle montagne erano soliti
scendere degli uomini di modesta statura, ma dagli Svear a stento contra‑
stabili per la forza e l’agilità. ‘E di loro è incerto da dove vengano; talora
una volta all’anno, oppure dopo tre anni’, disse, ‘arrivano improvvisi. Se a
questi non ci si oppone con tutte le forze, devastano l’intera regione, e di
nuovo si ritirano’. Molte altre cose si sogliono raccontare, che io ho omesso
per amore di concisione, da coloro che affermano di averle viste.”161

3.2.4. Norvegia

In Norvegia la suddivisione tribale e la frammentazione in


piccoli regni era favorita, ancor più che altrove, dalla conforma-
zione geografica del territorio e dalla varietà delle risorse in esso
presenti. Tuttavia i medesimi fattori economici, sociali e religiosi
che avevano provocato la progressiva trasformazione politica nei
territori danese e svedese operarono anche qui. L’evidenza archeo-
logica testimonia una concentrazione abitativa nell’area del fior-
do di Oslo, nelle zone sud-occidentali del Paese e nel Trøndelag.
I rapporti commerciali con il continente sono ben testimoniati
nell’età del ferro romana da ricchi reperti. Più tardi tumuli gran-
158
Si tratta di una catena montuosa citata nei testi antichi ma la cui effettiva esi-
stenza è assai dubbia e l’eventuale collocazione ignota (vogliono forse indicare gli
Urali?).
159
Il riferimento è a Caio Giulio Solino (Caius Iulius Solinus), autore latino vissuto
nel III o IV secolo d.C., e alla sua opera di carattere corografico Raccolta di cose
memorabili (Collectanea rervm memorabilium) nella quale rifacendosi ad autori prece-
denti (principalmente Plinio e Pomponio Mela) elenca notizie strane e curiose relative
a popoli e Paesi. Il suo lavoro fu molto diffuso nel medioevo.
160
La citazione di popolazioni ‘meravigliose’ tra le quali si ritrovano i Ciclopi con
un occhio solo e i Cinocefali, cioè coloro che hanno la testa di cane, riecheggia eviden-
temente informazioni diffuse fra gli scrittori dell’antichità.
161
Gesta Hammaburgensis […], IV, xxv (DLO nr. 25). Sulla concezione geografica
del Nord in Adamo vd. Bjørnbo A.A., “Adam af Bremens Nordens Opfattelse”, in
AaNOH 1909, pp. 120-244.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 141

diosi risalenti al V secolo e analoghi soprattutto a quelli svedesi,162


o reperti come la tomba contenente oggetti di pregevolissima
fattura (in particolare una fibbia in bronzo e argento) rinvenuta
a Åker (presso Hamar nella regione di Hedmark, VII secolo), un
tempo probabilmente posta sotto un tumulo, confermano l’affer-
marsi di famiglie (dunque dinastie) assai potenti.163 Anche altre
testimonianze, come a esempio una serie di costruzioni fortifica-
te lungo il versante orientale del lago Mjøsa (nella medesima
regione), disposte per una lunghezza di circa 50 km., potrebbero
far supporre l’esistenza di una confederazione amministrativa fra
diversi gruppi estesa a un territorio di una certa ampiezza. Più
tardi anche lo sviluppo di centri importanti quali Skiringssal
presso Larvik, nella regione di Vestfold o Lade (Hlaðir) presso
Trondheim, risulterà parallelo a quello di località danesi e svede-
si come Hedeby o Birka, centri mercantili ma anche punti di
riferimento culturali. Luoghi nei quali, non a caso, in epoca
vichinga il commercio sarà svolto sotto la protezione di un signo-
re. Tuttavia, attorno all’inizio del IX secolo, seppure in alcune
zone si venissero enucleando strutture politico-economiche di più
vasta portata, la Norvegia risultava frammentata in numerose
piccole signorie locali rette da capi la cui autorità non andava
oltre territori tutto sommato limitati.
Dal punto di vista delle fonti scritte non possediamo per la Nor-
vegia più antica una tradizione storico-leggendaria paragonabile a
quella che riguarda la Danimarca e la Svezia. La Saga degli Ynglingar
di Snorri Sturluson fa semplicemente derivare la dinastia norvege-
se da un ramo di quella svedese.164 Il riferimento è, in particolare,
alla stirpe che governava l’area di Vestfold (zona occidentale del
fiordo di Oslo), una delle regioni i cui sovrani avrebbero giocato
un ruolo decisivo nel processo di unificazione del Paese. Questa
affermazione, che si trova anche nell’anonima Storia della Norvegia
(Historia Norwegie), un testo in latino composto verosimilmente
attorno al 1220,165 risulta per altro radicata nella tradizione, come
dimostra il fatto che era nota agli scaldi (primo fra tutti quel Þjóðólfr
162
Questi tumuli sono presenti anche in Danimarca, seppure con minore frequen-
za rispetto al passato e concentrati in alcune zone (vd. Brøndsted 1957-1960² [B.2],
III, pp. 183-184 e pp. 284-285).
163
I due tumuli maggiori, entrambi nella regione del fiordo di Oslo, sono il cosid-
detto Jellhaugen in Østfold e il Raknehaugen in Romerike (Regno dei Raumarici,
ricordati da Giordane tra le tribù nordiche; vd. sopra p. 75). Quest’ultimo tumulo è il
più grande di tutta la Scandinavia (vd. sopra, p. 90 e nota 108).
164
Capp. 42-46.
165
Capp. IX-X.

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142 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

di Hvinir sul cui poema si fonda il racconto di Snorri): essa tuttavia


è quasi certamente una forzatura storica.166
La nascita di uno Stato e di un Regno norvegese si fa risalire alla
seconda metà del IX secolo e all’abilità politico-militare del celebre
Araldo Bella chioma (Haraldr inn hárfagri Hálfdanarson), figlio di
Halvdan il Nero, signore del Vestfold (area che, lo si ricordi, aveva
collegamenti privilegiati e di lunghissima data con quella danese
dello Jutland) e parente di quel Ragnvald Alto nell’onore (Rǫgnvaldr
heiðumhár Óláfsson) i cui antenati lo scaldo Þjóðólfr aveva cantato
nel suo poema. Impegnandosi in quella che può essere definita una
vera e propria spedizione vichinga all’interno del suo Paese, Aral-
do (la cui nascita si colloca attorno all’850) con abile mossa diplo-
matica si alleò con il signore (jarl)167 di Lade Håkon (Hákon Grjót‑
garðsson) che governava la regione del fiordo di Trondheim
(territorio nel quale si era avviato il processo di allargamento e di
consolidamento di un potere centralizzato) e si imparentò con lui
sposandone la figlia Åsa (Ása). Poi si rivolse contro i piccoli sovra-
ni locali delle diverse regioni meridionali della Norvegia, sconfig-
gendoli l’uno dopo l’altro; alcuni di essi si coalizzarono contro di
lui, ma furono sconfitti nella celebre battaglia di Hafrsfjorden
(Hafrsfjǫrðr, sulle coste di Rogaland). La data della battaglia di
Hafrsfjorden è incerta: la tradizione la poneva nell’anno 872 (18
luglio), è però verosimile che essa abbia avuto luogo attorno all’890.
Come che sia: con questa vittoria il signore di Vestfold si impadro-
niva di tutti i possedimenti territoriali (óðul, sing. óðal) dei nemici
sconfitti, costringeva i liberi contadini a farsi suoi sudditi e diveni-
va in tal modo sovrano di tutto il Paese, allargando il proprio
dominio alle Shetland, alle Orcadi e ad alcune regioni della Svezia
(875). La precisa cronologia del regno di Araldo è dibattuta: volen-
do seguire le indicazioni fornite dallo storico medievale islandese
Ari Þorgilsson detto il Saggio (inn fróði)168 egli avrebbe governato
la Norvegia tra l’872 e il 933 circa. È tuttavia probabile, come si è
detto sopra, che le date debbano essere spostate in avanti.169 L’im-
portanza storica di questo fatto avrebbe guadagnato al sovrano un
alone leggendario. Già la Canzone per Araldo (Haraldskvæði), testo

166
Vd. Wessén E., “Inledning”, in Snorri Sturluson, Yngligasaga, utgiven av E.
Wessén, Stockhom-København-Oslo 1964, pp. xii-xviii.
167
Vd. p. 210.
168
Vd. oltre, p. 310.
169
Vd. Jones 1977 (C.3.1), p. 87 e nota 3. Sulla cronologia relativa al regno di
Araldo vd. Aðalbjarnarson B., “Formáli”, in Snorri Sturluson, Heimskringla, II, pp.
lxxi-lxxxi e De Vries 1942, pp. 103-117. In generale su Araldo vd. Koht 1955.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 143

altrimenti noto come Dialogo del corvo (Hrafnsmál), attribuita al


poeta Þorbjǫrn Artiglio di corno (hornklofi) o – almeno in parte –
a Þjóðólfr di Hvinir, lo descrive come una figura degna di grande
ammirazione, che si staglia vittoriosa sulla massa degli sconfitti in
fuga.170 Più tardi Snorri Sturluson nella sua storia dei re norvegesi
(Heimskringla) introduce la sua vicenda presentandolo come un
predestinato alla vittoria prima ancora della nascita, essendo il suo
successo prefigurato in un sogno fatto dalla madre.171 Un ingre-
diente in più – e non secondario – nella ‘costruzione’ di una nuova
autorità. Tuttavia: i risultati conseguiti da Araldo che tre anni prima
di morire aveva nominato proprio erede il figlio Eirik Ascia insan-
guinata (Eiríkr blóðøx) – una decisione che avrebbe determinato
un grave contrasto con gli altri fratelli – non ebbero carattere defi-
nitivo. In epoca successiva infatti, lotte dinastiche e interferenze
straniere portarono a una nuova frammentazione del Paese. Nel
935 Håkon il Buono (Hákon góði Haraldsson) scacciava il fratella-
stro Eirik e si impadroniva del trono. Eirik Ascia insanguinata si
stabiliva in Inghilterra (regnando a York in Northumbria) dove
sarebbe morto nel 954. La sua vedova, l’energica Gunnhild
(Gunnhildr)172 e i figli sostenuti dal sovrano danese Araldo Dente

170
Vd. in particolare le str. 9-11 (in Skj I: A, p. 26, B, p. 23).
171
L’episodio ci è narrato nella Saga di Hálfdan il Nero (Hálfdanar saga svarta,
seconda parte della Heimskringla, cap. 6). Qui si racconta che la madre del futuro re
aveva sognato di stare in giardino e di togliere una spina dalla propria camicia: ma
quando l’ebbe in mano essa crebbe fino a diventare un grande virgulto, sicché da una
parte attecchì nel terreno mettendo velocemente le radici e dall’altra si protese in alto
nel cielo. In tal modo divenne un albero tanto grande che pareva estendersi su tutta la
Norvegia e oltre. Su questo motivo letterario vd. de Vries 1942, pp. 96-97. Sempre
Snorri nei capitoli 3 e 4 della Saga di Araldo Bella chioma (Haralds saga ins hárfagra,
terza parte della Heimskringla) riferisce che costui, vistosi rifiutato da una giovane
donna che lo riteneva un sovrano con un potere troppo limitato, fece giuramento di
impadronirsi di tutta la Norvegia, impegnandosi a non tagliarsi i capelli, né a pettinar-
si finché non avesse raggiunto il proprio scopo. Per questo motivo gli fu dato il
soprannome “Spettinato” (lúfa) che divenne in seguito “Bella chioma” (inn hárfagri),
quando egli – raggiunto finalmente il proprio obiettivo – si fece tagliare e pettinare i
capelli (cap. 23).
172
Secondo Snorri Sturluson e altre fonti costei era figlia di Ǫzurr toti (soprannome
di significato incerto, forse “Bitorzolo”, dal momento che toti significa “protuberanza
simile a un capezzolo”), della regione settentrionale norvegese di Hålogaland (Háloga‑
land, a nord del Trøndelag) ed era cresciuta tra i Sami (Finni), il che spiegherebbe il
fatto che era considerata esperta di magia. Più probabile invece, che ella fosse – come
vuole una diversa tradizione – figlia del re danese Gorm il Vecchio. Secondo le saghe
dei re, dopo la morte di Araldo Manto grigio (su cui poco più avanti) ella era fuggita
nelle Orcadi rimanendovi per il resto della vita. Nella Saga dei vichinghi di Jómsborg
(cap. 5), tuttavia, si racconta che ella fu attirata in Danimarca con una falsa proposta di
matrimonio da parte del re danese, ma una volta giuntavi fu assassinata a tradimento e

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144 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

azzurro (rispettivamente loro fratello e zio) avevano sempre consi-


derato Håkon un usurpatore. Dopo un lungo conflitto egli veniva
sconfitto e ucciso nel 961 e uno dei figli di Eirik, Araldo Manto
grigio (Haraldr gráfeldr Eiríksson), saliva al trono. Il suo potere
sarebbe stato tuttavia rovesciato attorno al 970 per opera di Håkon
jarl, figlio dello jarl Sigurd (Sigurðr) di Lade, almeno inizialmente
uomo di fiducia del sovrano danese. D’altra parte fin dalla morte
di Håkon molte regioni norvegesi erano in realtà finite sotto il
controllo di capi locali o dei medesimi figli di Eirik. Saranno in
seguito piuttosto altre figure di grande spicco nel panorama vichin-
go a porre le basi – in tempi certamente più maturi – del futuro
Regno norvegese unificato. Tra essi in primo luogo i celebri re-
cristianizzatori Olav Tryggvason e Olav il Santo, che tra la fine del
X e i primi decenni dell’XI secolo sapranno legare gli interessi
politici a un’opera, anche violenta, di cristianizzazione: un’attività
che, incidendo profondamente sui valori tradizionali della società
norvegese, contemporaneamente ne intaccherà in modo definitivo
gli antichi poteri, grazie anche a una sapiente riorganizzazione
legislativa e alla regolamentazione del credo religioso. Nel 1046
sarà poi Araldo di Duro consiglio, reduce dalle imprese e dalle
avventure di una vita vichinga trascorsa in gran parte in Paesi
lontani, a imporre in Norvegia un dominio che mortificherà
– annientandole quasi del tutto – le aristocrazie locali, fino a quan-
do le sue ambizioni per la Corona di Inghilterra non lo vedranno
soccombere nella celebre battaglia di Stamford Bridge (25 settem-
bre 1066).173

Descrizione della Norvegia dalla Storia della Norvegia:

“Dunque la Norvegia ebbe il proprio nome da un certo sovrano che si


chiamava Nor.174 Tutta la Norvegia è una terra vastissima, ma per la massi‑
ma parte inabitabile per via dell’eccesso di monti e di boschi e di luoghi

gettata in una palude. Sulla scorta di questo racconto alcuni studiosi del passato hanno
voluto riconoscere proprio in Gunnhild il cadavere di una donna ritrovato nella palude
di Haraldskjær nello Jutland centrale. Questa identificazione è tuttavia del tutto errata,
sebbene ormai la sconosciuta il cui cadavere è stato ritrovato in quel luogo sia comu-
nemente nota come ‘la regina Gunnhild’ (Glob 1973 [C.2.2], pp. 55-58).
173
Vd. sopra, p. 107.
174
Costui a quanto pare apparteneva a una famiglia di ‘giganti del ghiaccio’ ricor-
data in diverse fonti; vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 321 e note relative. Questa
etimologia è, evidentemente, errata; vd. sotto, p. 156 con nota 220.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 145

freddi. La quale a oriente inizia con un grande fiume,175 a occidente in


verità si volge e si ripiega verso settentrione lungo un confine incurvato. È
una terra molto tortuosa dalla quale si protendono innumerevoli promon‑
tori, segnata longitudinalmente da tre zone abitabili: la prima, che è la più
grande e in prossimità del mare; la seconda interna che viene anche defini‑
ta montuosa; la terza boscosa che è abitata dai Finni, ma non viene coltiva‑
ta. Invero circondata a occidente e a settentrione dai flutti dell’oceano, a
meridione per certo ha la Danimarca e il Mar Baltico, ma [dal]la parte del
sole [nascente] Svealand, Götland, Ångermanland e Jämtland. Le quali
regioni ora – grazie a Dio – sono abitate da genti cristiane. In effetti verso
settentrione oltre la Norvegia si espandono da oriente molti popoli che sono
– ahimè – dediti al paganesimo, vale a dire i Careli e i Kveni, i Finni cornu‑
ti e i due gruppi di Bjarmiani.176 Ma su quali popoli abitino al di là di questi,
non sappiamo nulla di certo. Tuttavia alcuni marinai, desiderosi di navigare
dall’Isola dei ghiacci [l’Islanda] alla Norvegia, furono spinti dal turbine di
venti contrari verso un territorio artico, alla fine approdarono tra i Groen-
landesi e i Bjarmiani, dove affermano di aver trovato uomini di corporatura
impressionante e una Terra delle vergini (delle quali si dice che concepisca‑
no bevendo dell’acqua). Da costoro invero la Groenlandia è divisa da
massi ghiacciati; questa patria scoperta e colonizzata dagli abitanti di Thule
[gli Islandesi]177 e rinvigorita dalla [diffusione della] fede cattolica costitui-
sce il confine occidentale dell’Europa che arriva quasi [alla longitudine]
delle isole dell’Africa, là dove i flutti dell’oceano dilagano. Oltre i Groen‑
landesi verso settentrione i cacciatori incontrano in verità degli omettini,
che chiamano Skrælingar;178 i quali quando da vivi vengono feriti con le
175
Sull’interpretazione di questo punto vd. Historia Norwegie, p. 113.
176
I primi (ant. nord. Kirjálar, finnico Karjalasete) sono collocati in Carelia (Kirjálaland),
regione a oriente della Finlandia; i secondi (ant. nord. Kvenir/Kvænir, finnico Kveenit)
in Kvenland/Kvænland, toponimo che a quanto pare si riferisce alla terra a est della
Norvegia settentrionale (vd. tuttavia Cleasby-Vigfusson 1957 [B.5], p. 362, dove, in
riferimento alla citazione di questa terra che si trova nel cap. 14 della Saga di Egill
Skalla-Grímsson, si pensa a una zona del territorio russo settentrionale abitata dai Ciudi).
Questo toponimo è stato falsamente inteso come “Terra delle donne”, il che si ricollega
a notizie che si trovano in autori antichi e medievali e che hanno dato adito a molte
speculazioni (vd. Nordal S., “Formáli”, in Egils saga Skalla-Grímssonar, p. xxvii; cfr.
p. 1352, nota 4). Più in generale vd. Kuujo E.O. – Nissilä V., “Karelen”, in KHLNM
VIII (1963), coll. 279-286 e Luukko A., “Kväner”, in KHLNM IX (1964), coll. 599-602.
La definizione “Finni cornuti” traduce l’etnonimo nordico Hornfinnar, che fa riferimen-
to alla credenza sull’esistenza di uomini ai quali cresceva un corno sulla fronte; infine i
Bjarmiani (ant. nord. Bjarmar) – che a quanto pare sono suddivisi in due gruppi (vd.
Historia Norwegie, I, p. 54; cfr. MHN, p. 75, nota 1) – erano le popolazioni insediate in
Bjarmaland che dovrebbe essere identificata con le zone più settentrionali della Russia
sulle coste del Mar Bianco; su di loro vd. Vilkuna K., “Bjarmer och Bjarmaland”, in
KHLNM I (1956), coll. 647-651 e Stang H., Bjarmene – deres identitet, eksistensgrunnlag
og forbindelser med andre folkeslag. Et problem i Nord-Russlands forhistorie, Oslo 1977.
177
Su Thule vd. p. 80, nota 66.
178
Si tratta degli Eschimesi. Lo stesso nome viene dato agli indigeni dell’America
settentrionale (vd., in particolare, la Saga di Eirik il Rosso e la Saga dei Groenlandesi).

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146 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

armi, le loro lesioni diventano chiare senza sangue, ai morti invece il sangue
cessa a stento di sgorgare. Ma hanno grave carenza di metallo di ferro,
[perciò] utilizzano denti di pesce al posto dei dardi e pietre aguzze al posto
dei coltelli.”179

3.2.5. Colonizzazione dell’Islanda

Sebbene le ragioni che hanno determinato la nascita della nazio-


ne islandese nel IX secolo siano da ricondurre al periodo vichingo,
essa va tuttavia inquadrata per molta parte in una prospettiva
completamente diversa. Secondo il Libro dell’insediamento l’isola
era stata scoperta casualmente: il merito di questa scoperta non è
tuttavia attribuibile con certezza. Infatti i due manoscritti princi-
pali in cui questo testo è conservato si contraddicono in proposito.180
In entrambi vengono fatti i nomi di un vichingo, tale Naddoddr, e
di uno svedese di nome Garðarr Svávarsson, ma il primo avvista-
mento viene attribuito ora all’uno ora all’altro. Come che sia:
mentre Naddoddr avrebbe dato all’isola il nome “Terra della neve”
(Snæland), poiché nel momento in cui ripartiva era in corso una
grande nevicata sulle montagne, Garðarr (che secondo la versione
che lo vede arrivare dopo Naddoddr si era recato là su consiglio
della madre che era una veggente) l’aveva – con un bel po’ di pre-
sunzione – battezzata “Isolotto di Garðarr” (Garðarshólmr). È
detto comunque che questa terra fu molto elogiata. La colonizza-
zione dell’Islanda prese il via con Flóki Vilgerðarson, partito dalla
Norvegia. Secondo la leggenda, costui si era portato sulla nave tre
corvi: quando liberò il primo quello volò indietro verso la nave e
così anche il secondo. Ma il terzo volò davanti alla prua nella dire-
zione in cui poi essi avvistarono la terra. Flóki impose all’isola il
nome definitivo di “Terra del ghiaccio” (Ísland, da cui quello dei
suoi abitanti: Íslendingar). Egli si era preoccupato di portare con
sé del bestiame e si era costruito una casa, ma la sua permanenza
non fu fortunata e dopo un paio di anni tornò in Norvegia.181 L’iso-
179
Historia Norwegie, I (DLO nr. 26).
180
Landnámabók, pp. 34-37. In realtà è dimostrata una ‘colonizzazione’ delle
Vestmannaeyjar (di fronte alla costa meridionale) già dall’VIII secolo (vd. Theódórsson
P., “Aldur landnáms og geislakolsgreiningar”, in Skírnir, CLXXI (1997), pp. 90-110
e, del medesimo autore, “Norse Settlement of Iceland close to A.D. 700?”, in NAR
XXXI: 1 (1998), pp. 29-38.
181
È detto che Flóki e i suoi, impegnati nella caccia e nella pesca, non si preoccu-

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 147

la pareva destinata a rimanere una terra disabitata – fatta eccezione


per pochi eremiti (papar) provenienti dalle isole celtiche che vi si
erano stabiliti alla ricerca di una perfetta solitudine –182 ma gli
eventi che agitavano i Paesi nordici (particolarmente la Norvegia)
dovevano risultare determinanti al riguardo.
Le fonti riferiscono i fatti con molti dettagli. Il primo vero colo-
no a sbarcare in Islanda e a restarvi (verosimilmente nell’874) fu il
norvegese Ingólfr Arnarson. Egli si era recato là una prima volta
insieme al suo fratello di sangue Hjǫrleifr, ed essi avevano trascor-
so l’inverno nelle zone orientali per poi fare ritorno in Norvegia. È
detto che costui successivamente aveva innalzato un grande sacri-
ficio per avere indicazioni circa il proprio futuro. Il responso era
stato che egli avrebbe dovuto vivere in Islanda. Insieme a lui, ma
su un’altra nave, era partito Hjǫrleifr, del quale tuttavia è precisato
che “non voleva mai fare sacrifici” (“vildi aldri blóta”). Quando
arrivarono in vista delle coste meridionali dell’isola le loro navi
furono spinte dalle correnti in diverse direzioni. Ingólfr toccò
terra presso la foce del fiume Jökulsá, mentre Hjǫrleifr approdò
più a ovest. Avvenne però che gli schiavi irlandesi che Hjǫrleifr
aveva condotto con sé lo uccisero e fuggirono rifugiandosi nelle
isole che ancor oggi da loro prendono nome: le Vestmannaeyjar al
largo della costa sud-occidentale dell’Islanda sono infatti le “Isole
degli uomini dell’Ovest” (così i nordici designavano gli Irlandesi).
Quando Ingólfr trovò il cadavere dell’amico, comprese subito ciò
che era accaduto e lo vendicò uccidendo i suoi assassini. La storia
ricorda che egli commentò il fatto con queste parole: “[…] e vedo
che così succede a chi non vuole innalzare sacrifici” (“[…] ok sé ek
svá hverjum verða ef eigi vill blóta”).183 Ma Ingólfr prima di partire
non si era limitato a innalzare un sacrificio. Egli aveva smontato
dalla sua abitazione le cosiddette “colonne del trono” (ǫndvegissúlur)
cioè i pilastri (probabilmente due dei quattro che reggevano il
parono di procurarsi fieno per il bestiame che morì durante l’inverno. L’anno dopo
Flóki avrebbe voluto tornare indietro ma dovette fermarsi per recuperare tale Herjólfr,
la cui imbarcazione era andata alla deriva. È riferito che al ritorno in Norvegia Flóki
parlava male dell’Islanda a chi gli chiedeva notizie, mentre Herjólfr ne diceva un gran
bene (Landnámabók, pp. 36-39).
182
Traccia della loro presenza resta in toponimi islandesi come Papafjörður, Papey e
Papós (dove ‑fjörður “fiordo”, ‑ey “isola” e ‑óss “foce”, “estuario”). Sui papar vd. Sveins-
son E.Ól., “Papar”, in Skírnir, CIXX (1945), pp. 170-203 e Pálsson H., “Minnis-
greinar um Papa”, in Saga, V (1965), pp. 112-122. Monete romane risalenti al 300 d.C.
circa sono state recentemente ritrovate in Islanda. Non è stato possibile tuttavia stabi-
lire se esse siano state portate dai coloni o dai mercanti o se navi romane abbiano
potuto raggiungere l’isola, salpando verosimilmente dall’Inghilterra.
183
Landnámabók, pp. 41-44.

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148 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

tetto) tra i quali era collocato il “sedile d’onore” (ǫndvegi) del


padrone di casa (di fronte a quello ve n’era un altro, solitamente
riservato all’ospite più eminente)184 e le aveva portate con sé sulla
nave. Giunto in prossimità della costa le aveva gettate fuoribordo
e dopo varie ricerche le aveva ritrovate e si era stabilito definitiva-
mente là dove esse avevano toccato terra, nei pressi dell’attuale
capitale Reykjavík. Di Ingólfr è detto che “[…] era il più famoso di
tutti i coloni, perché venne qui in una terra disabitata e per primo
la abitò.”185 Dopo di lui l’isola fu popolata da una serie di pionieri.
Tra i primi Grímr (detto Skalla-Grímr, cioe “Grímr il Calvo”) Kveld-
Úlfsson, padre del celebre scaldo Egill;186 Þórólfr Barba di Mostr
(Mostrarskegg) Ǫrnólfsson, grande devoto del dio Thor;187 Auðr di
Profondo pensiero (in djúpauðga o in djúpúðga) Ketilsdóttir,
figlia di un hersir188 norvegese divenuta cristiana durante un sog-
giorno in Irlanda; Geirmundr Hjǫrsson detto, per il colorito scuro,
Pelle d’inferno (heljarskinn); Ævarr il vecchio (enn gamli) Ketilsson,
che in anticipo aveva occupato una terra per il figlio Véfrøðr, ma
quando questi arrivò non lo riconobbe subito ed ebbe una fiera
disputa con lui; Helgi il Magro (enn magri) Eyvindarsson, ricorda-
to per la sua titubanza in materia religiosa, che andò a vivere a nord
nella regione dell’Eyjafjörður;189 Hrollaugr Rǫgnvaldsson, fratella-
stro del duca normanno Rollone, che si recò in Islanda per seguire
il proprio destino; Ketilbjǫrn il Vecchio (enn gamli) Ketilsson, del
quale è detto che con i suoi giunse a un fiume nel quale perse la
propria ascia: quel fiume venne dunque chiamato Öxará, cioè
“Fiume dell’ascia”, è il corso d’acqua che scorre nella località di
Þingvellir, dove per secoli fu tenuta l’assemblea generale degli
Islandesi.
La maggior parte dei primi coloni islandesi furono norvegesi
che lasciarono la patria d’origine in un flusso durato diversi
decenni. Essi provenivano soprattutto dalle zone occidentali
(specialmente sud-occidentali) del Paese. Le ragioni politiche e
sociali di questo esodo sono state ormai da tempo ben spiegate
e non c’è bisogno di rimetterle in discussione:190 costoro furono
184
Vd. oltre, p. 207.
185
Landnámabók, pp. 40-47; la citazione originale in DLO nr. 27.
186
Cfr. nota 51, p. 150 e pp. 306-307.
187
Vd. p. 183. Mostr (Moster) è il nome dell’isola norvegese da cui egli proveniva
e che si trova presso le coste della regione di Hordaland.
188
Vd. oltre, p. 211.
189
Vd. p. 224.
190
Vd. Scovazzi 1975 (B.8), pp. 395-416, ma anche l’opinione contraria espressa in
Foote – Wilson 1973 (C.3.4), p. 53.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 149

infatti, in gran parte, persone che sceglievano l’esilio volontario


come estremo gesto di ribellione, lasciando la loro terra in oppo-
sizione a un sovrano, Araldo Bella chioma, che imponeva un
nuovo potere. Quale che sia il giudizio su questo re – che nelle
fonti islandesi viene dipinto come un despota aggressivo e deter-
minato che non si poneva limiti nel raggiungimento dei propri
obiettivi,191 mentre in un altro testo che contiene storie di re
norvegesi, la Bella pergamena (Fagrskinna, non a caso composto
in questo Paese) appare come un sovrano saggio e illuminato –192
è un fatto che la società islandese fu fondata innanzi tutto da
uomini che nutrivano un forte attaccamento alla tradizione dal-
la quale trassero i modelli di riferimento per la nuova comunità
che andavano edificando. E se è pur vero che fra i primi abitan-
ti dell’isola le fonti citano anche personaggi che avevano cono-
sciuto un’esperienza di vita vichinga, è altrettanto vero che

191
Si veda come esempio assai significativo il racconto della Saga di Víglundr
(Víglundar saga): “E un’altra cosa non fu tuttavia di minore importanza che non andò
bene a nessuno di coloro che si opposero alla sua volontà, alcuni furono cacciati dalla
[loro] terra, alcuni uccisi; il re allora si impadronì di tutti i beni che avevano lasciato, ma
molti uomini di grande importanza fuggirono dalla Norvegia e non sopportarono le
imposizioni del re, quelli che appartenevano a grandi stirpi, e preferirono abbandonare
i loro possedimenti terrieri e i parenti e gli amici piuttosto che sottostare alla schiavitù e
al giogo del sovrano, e in molti si diressero verso diverse terre. Al suo tempo l’Islanda fu
ampiamente colonizzata, perché in quel luogo si diressero molti di coloro, che non tol-
leravano il potere del re Araldo” (DLO nr. 28); cfr. la Saga di Hǫrðr Grímkelsson
(Harðar saga Grímkelssonar), nota anche come Saga dei difensori dell’isola (Hólmverja
saga), cap. 1. La parte iniziale (capp. 3-30) della Saga di Egill Skalla-Grímsson è dedi-
cata per buona parte alla figura di questo sovrano e ai contrasti che lo opposero a
personaggi di prestigio. Si vedano anche, in questo contesto, la Saga degli uomini di
Eyr (Eyrbyggja saga), capp. 1-2, la Saga dei valligiani di Vatnsdalur (Vatnsdœla saga),
capp. 8-10, la Saga dei valligiani di Laxárdalur (Laxdœla saga), cap. 2, la Saga di Gísli,
cap. 1 (nella versione più lunga, p. 3) e la Saga di Grettir Ásmundarson (Grettis saga
Ásmundarsonar), un testo tuttavia piuttosto tardo, capp. 2-3 e cap. 7. Anche nel Libro
dell’insediamento si trovano diverse allusioni ai rapporti tra il re Araldo e coloro che
scelsero di riparare in Islanda.
192
Cfr. p. 410. Al cap. 2 si legge: “Araldo suo figlio assunse il regno dopo il padre
Hálfdan il Nero. Egli allora era giovane per il numero degli anni, ma completamente
formato in tutte le doti che si addicevano a un re cortese. La chioma gli era cresciuta
molto e aveva un colore particolare, assai simile alla vista alla bellezza della seta. Era
l’uomo più bello e più forte e così imponente come si può vedere dalla sua pietra
tombale, quella che si trova a Haugasund. Era assai saggio e previdente e ambizioso,
in ciò lo rafforzavano la fortuna e il progetto, che egli sarebbe diventato signore del
Regno dei Norvegesi, sicché dalla sua stirpe è stata onorata questa terra e così sarà
sempre. A lui resero omaggio gli anziani con saggi consigli e supervisione del progetto.
I giovani e gli uomini valenti desideravano [unirsi] a lui a motivo degli splendidi doni
e del fasto regale […]” (DLO nr. 29). A Haugasund (Haugesund) nella regione di
Rogaland si trova il cosiddetto Haraldshaugen (“tumulo di Araldo”).

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150 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

diversi fra loro non avevano trovato nelle scorrerie la fortuna


cercata. Tutti comunque considerarono il trasferimento nella
nuova patria come la possibilità di una sistemazione che altrove,
magari per diverse ragioni, non sarebbe stata possibile. L’Islan-
da, terra di ampia estensione e anche relativamente ricca di
risorse (soprattutto per l’allevamento del bestiame), costituiva
un approdo adeguato per chi desiderasse costruirsi una vita
migliore e, soprattutto, indipendente. I nuovi arrivati – che
portarono con sé il proprio desiderio di libertà e di autosuffi-
cienza economica – diedero dunque vita a una società fortemen-
te legata alla tradizione.
Le fonti riferiscono di alcuni coloni che si trasferirono sull’isola
perché così voleva il loro destino,193 con ciò alludendo all’innalza-
mento di sacrifici divinatori o all’ascolto di presagi, ma anche
all’attuazione di gesti concreti, come quello, riportato in più d’una
circostanza (a partire, come si è visto, dal primo colono Ingólfr
Arnarson) di recare sulla nave le “colonne del trono” e gettarle
fuori bordo, una volta avvistata la terra, per poi stabilirsi là dove
esse fossero state spinte a riva dalla corrente. Questi comportamen-
ti avevano certamente un significato preciso nel quadro delle con-
vinzioni religiose e della concezione del mondo di questi uomini.
Essi certamente esprimevano un attaccamento a credenze forte-
mente radicate, come dimostrano in questi contesti diversi riferi-
menti al dio Thor,194 divinità di origini antichissime e certamente
legata, in quanto protettore della comunità umana, alle concezioni
di vita della Sippe. Di un forte legame con le tradizioni che costoro
si lasciavano alle spalle testimonia anche l’episodio relativo a Kveld-
Úlfr e a suo figlio Skalla-Grímr, costretti ad abbandonare la Nor-
vegia per il forte contrasto che opponeva la loro famiglia al re
Araldo Bella chioma. È detto infatti che Kveld-Úlfr, ormai anziano
e malato, cessò di vivere sulla nave prima di raggiungere l’Islanda.
Sentendosi prossimo alla morte egli aveva ordinato ai suoi uomini
che il suo cadavere fosse posto in una cassa e che essa fosse gettata
fuori bordo. Il figlio, che aveva raggiunto le coste islandesi con
un’altra nave, non appena ebbe notizia dell’accaduto si adoperò
per trovare il luogo in cui la bara del padre aveva toccato terra e lì
volle stabilire la propria residenza.195 Difficilmente questo episodio
appare spiegabile se non con la profonda fede nei valori della
193
È questo un elemento assai importante nella concezione del mondo dei popoli
nordici pagani (vd. oltre, pp. 179-180).
194
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 228-230.
195
Egils saga Skalla-Grímssonar, capp. 27-28.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 151

famiglia, comunità resa feconda dal proficuo legame dei vivi con
gli antenati defunti.
Del resto un legame sacro con la nuova patria si esprimeva anche
nell’usanza di “consacrare a sé la terra” (“at helga sér landit”) rife-
rita in diverse circostanze. Si trattava di una sorta di rito che in varie
forme (attraverso l’uso di una freccia infuocata, di falò o di altri
simboli come un’ascia ma più tardi anche una croce) consentiva di
‘marcare’ il territorio del quale dunque si entrava nel pieno posses-
so anche da un punto di vista legale.196
Se comunque non tutti quelli che si trasferirono in Islanda
furono spinti oltre che da ragioni politiche, economiche, familia-
ri e sociali anche da motivazioni legate alla salvaguardia della
tradizione, è indubbio che la costituzione di una società secondo
schemi tramandati da secoli parve adattarsi assai bene ai diversi
bisogni dei singoli. La colonizzazione ebbe come conseguenza la
frammentazione del territorio in possedimenti che, per quanto
anche molto estesi, restavano comunque di entità limitata rispet-
to alla superficie del Paese: qui gli uomini eminenti e le loro
famiglie esercitavano il proprio dominio. Una forma di ‘governo’
comune venne affidata alle assemblee (inizialmente solo distret-
tuali), organo cui venivano demandate – secondo una tradizione
antichissima – le decisioni di carattere legislativo e giudiziario.
Come precedentemente accennato,197 l’assemblea rappresentava
nel mondo germanico il momento solenne nel quale venivano
discusse le questioni rilevanti e assunti i provvedimenti impor-
tanti. L’assemblea generale degli Islandesi (Alþingi) venne istitui-
ta nel 930 (a più di cinquanta anni dall’arrivo dei primi coloni),
contemporaneamente vennero emanate le cosiddette “Leggi di
Úlfljótr” (Úlfljótslǫg), che entrarono in vigore in tutto il
Paese.198 Úlfljótr fu il primo a ricoprire l’ufficio di lǫgsǫgumaðr
(letteralmente “uomo che dice la legge”), persona incaricata per
un periodo di tre anni di presiedere le riunioni e all’occorrenza
recitare la legge (che, lo si ricordi, aveva solo una redazione ora-
le). L’assemblea generale si teneva ogni anno nella piana di Þing-
vellir (letteralmente “Piani dell’assemblea”), presso la grande
spaccatura che divide la piattaforma continentale europea da
quella americana, sotto la quale scorre il fiume Öxará e si trova
196
Vd. Strömbäck D., “Att helga land. Studier i Landnáma och det äldsta rituella
besittningstagandet”, in Festskrift tillägnad Axel Hägerström den 6. september 1928 av
filosofiska och juridiska föreningarna i Uppsala, Uppsala 1928, pp. 198-220.
197
Vd. p. 130.
198
Vd. p. 386.

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152 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

il più esteso lago islandese il þingvallavatn. Qui c’è la cosiddetta


“Rocca della legge” (Lǫgberg), dalla quale non soltanto il
lǫgsǫgumaðr ma ogni partecipante all’assemblea poteva prendere
la parola.199 L’assemblea aveva funzioni sia legislative sia giudizia-
rie. Nei giorni in cui essa aveva luogo si riuniva la cosiddetta
lǫgrétta, organismo legislativo al quale erano ammessi i dignitari
detti goðar,200 il lǫgsǫgumaðr, altri nove membri (ciascuno con
due assistenti) e (dopo la cristianizzazione) i due vescovi islande-
si. La “corte di giudizio” aveva nome dómr. Benché la nascita di
questa importante istituzione costituisca un momento determi-
nante nella storia della nazione islandese, in essa non può ancora
essere vista l’espressione di una qualche forma di ‘Stato’.201
Seppure per molti versi originato da situazioni concrete e da
fattori obiettivi, il desiderio di salvaguardare le antiche consuetudi-
ni ha costituito un elemento determinante della storia islandese.
L’albero si giudica dalle foglie e dai frutti ed è dunque evidente che
il forte tradizionalismo che per secoli ha segnato questa società, il
suo apparire fin da principio una ‘nazione’ cioè una comunità for-
temente vincolata a elementi (di carattere culturale, religioso, socia-
le e politico) sentiti come irrinunciabili, non sarebbe stato possibile
senza queste premesse. E, d’altronde, il ‘malessere norvegese’ nei
confronti di questo piccolo Paese e il desiderio (realizzatosi solo tra
il 1262 e il 1264) di imporvi il proprio dominio, conducono – da
un’opposta prospettiva – alla medesima conclusione.
La colonizzazione dell’Islanda (iniziata nell’874)202 si considera
dunque completata nell’anno 930, con l’istituzione dell’assemblea
generale.203 L’affermazione dell’assemblea come strumento di gover-
no ‘democratico’204 in contrapposizione all’autorità dei sovrani che
negli altri Paesi scandinavi tendeva a ridurre in modo consistente
il potere di questi organismi diffusi a livello locale, ‘misura’ qui il
diverso percorso verso la costruzione di uno Stato nazionale. D’al-

199
Vd. Lárusson M.M., “Lǫgsǫgumaðr”, in KHLNM XI (1966), col. 137 e Kålund
Kr., “Det islandske lovbjerg”, in AaNOH 1899, pp. 1-8.
200
Cfr. p. 197 con nota 384 e p. 209. Vd. Lárusson M.M., “Lögrétta”, in KHLNM
XI (1966), coll. 136-137; Lárusson Ól, “Goði og Goðorð”, in KHLNM V (1960), coll.
363-366 e Samson 1992 (C.6.4).
201
Vd. SCOVAZZI 1975 (B.8), p. 267-268 e p. 292.
202
Su questa data vd. Benediktsson 1986 (C.5.2), pp. cxxxv-cxxxix (§ 17. Tímatal).
203
All’assemblea generale degli Islandesi (Alþingi) e alla sua storia è interamente
dedicato il numero CIV della rivista Skírnir, uscito nel 1930, anno della celebrazione
del millennio di questa istituzione.
204
In realtà, secondo tradizione, all’assemblea potevano partecipare solo i rappre-
sentanti legali e gli uomini eminenti delle diverse comunità.

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tronde proponendo queste considerazioni non si deve cadere in


una visione, per così dire, ‘integralista’: se infatti è vero che la base
della società islandese si costituì su questi princìpi, è altrettanto
vero che i valori e i modelli di vita dei vichinghi non le furono del
tutto estranei. Infatti seppure si debba constatare che essa fondava
la sua stessa ragion d’essere su uno spirito antivichingo,205 è allo
stesso tempo del tutto evidente che con il susseguirsi delle genera-
zioni la giovane nazione conobbe al proprio interno tensioni, aspi-
razioni e conseguenti contrasti. Come sopra accennato le nuove
idee avanzavano anche là dove la difesa della tradizione era più
forte: molti giovani islandesi ne furono attratti, come – con inequi-
vocabile testimonianza – ci viene riferito in diverse saghe.

Nel testo norvegese noto come Specchio del re (Konungs skuggsjá)206 si


parla delle ‘meraviglie’ di alcuni Paesi tra cui l’Islanda della quale si
descrivono, tra l’altro, particolarità geologiche come vulcanismo, attività
geotermica e attività sismica:

“Riguardo ai ghiacci che si trovano in Islanda, mi pare che possa essere [uno
scotto] che quel Paese paga per la sua posizione, che è vicina alla Groenlandia,
e c’è da aspettarsi che di là venga molto freddo, dal momento che essa è rico‑
perta di ghiaccio più di tutte le [altre] terre. Ora, dato che l’Islanda riceve
molto freddo da quella direzione e tuttavia poco calore dal sole, ha conseguen‑
temente sovrabbondanza di ghiacci sulle creste delle sue montagne. Ma, a
proposito del fuoco eccezionale che c’è là, io non so bene che cosa dovrei dire,
dal momento che esso ha una strana natura. Ho udito che nell’isola di Sicilia
c’è un fuoco immenso [di potenza] eccezionale207 e mi è stato detto che San
Gregorio nei [suoi] Dialoghi208 ha affermato che nell’isola di Sicilia ci sono
luoghi di tormento nel fuoco che c’è là.209 Ma è di certo molto più probabile che
ci siano luoghi di tormento in quel fuoco che c’è in Islanda, poiché il fuoco che
(è) nell’isola di Sicilia si nutre di sostanze vive, dal momento che consuma
terra e legno […] Il fuoco che è in Islanda, invece, non brucia il legno, anche
se ci viene gettato [sopra] e neppure la terra; ma prende a proprio nutrimento
pietre e rocce dure e ne trae forza come l’altro fuoco dalla legna secca, e non c’è
205
Vd. Scovazzi M., “Dalla Scandinavia all’Islanda”, in Scovazzi 1975 (B.8), pp.
395-416.
206
Vd. p. 377.
207
L’allusione è, evidentemente, innanzi tutto all’Etna.
208
Il riferimento è all’opera Dialogorum Libri IV del Papa San Gregorio Magno.
Questo testo era stato tradotto in islandese e fa parte del gruppo delle heilagra manna
sǫgur (vd. p. 326 con nota 133), I, pp. 179-255 (la citazione cui qui si fa riferimento si
trova a p. 245).
209
Il riferimento è al purgatorio o, più probabilmente, all’inferno.

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154 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

mai pietra o roccia così dura che esso non la sciolga come cera e non la bruci
poi come olio grasso. E seppure sul fuoco tu getti del legno sarà solo bruciac‑
chiato e non vorrà ardere. Ora, dal momento che questo fuoco non vuole
nutrirsi di altro che di cose morte, e rifiuta tutte le sostanze di cui l’altro fuoco
si nutre, si può affermare con certezza che questo fuoco è morto e pare del
tutto probabile che sia il fuoco dell’inferno, perché là tutte le cose sono morte.
Mi pare anche che [certe masse d’]acqua che sono là [in Islanda] siano della
stessa natura morta del fuoco di cui abbiamo parlato. Perché là ci sono sorgen‑
ti che ribollono impetuosamente di continuo sia in inverno sia in estate. A
volte il bollore è così violento che esse scaraventano l’acqua in alto per aria.
Ma qualsiasi cosa si metta vicino alle sorgenti al momento del getto, si tratti
di stoffa o legno o qualsiasi cosa sia, se quell’acqua la tocca quando cade, si
trasformerà in pietra. E mi pare assai probabile che quest’acqua debba essere
morta, visto che trasmette la qualità della morte a qualsiasi cosa bagni con il
suo spruzzo, poiché la natura della pietra è morta. Ma se quel fuoco non fosse
morto e avesse origine da qualche particolarità o evento nel Paese, la cosa più
probabile sarebbe, in relazione alla formazione del territorio, che le sue fon‑
damenta si siano formate con molte vene, passaggi vuoti e cavità profonde.
Ma poi potrebbe avvenire o per via dei venti o della forza dei marosi rumoreg‑
gianti che queste vene e cavità siano così rigonfie di aria, che non sopportino
la pressione della corrente e può succedere che ne derivino i grandi terremoti
che si verificano in questo Paese. Ora, se ciò possa avere una qualche probabi‑
lità o logica, potrebbe essere che dall’intensa attività nelle viscere della terra
si accenda e compaia il grande fuoco che arde in diverse zone del Paese.”210

3.2.6. Nomi di popoli

Nel periodo vichingo emergono definitivamente dal coacervo


delle tante tribù scandinave gli etnonimi con i quali i popoli nor-
dici verranno definitivamente designati.
Dei Danesi (Dani) aveva parlato Giordane211 nel VI secolo d.C.,
inserendoli nell’elenco delle tribù nordiche e informandoci che
avevano origine dai Suetidi (vedi sotto) e che si erano stabiliti nel-
le regioni danesi dopo averne scacciato gli Eruli. Essi compaiono
altresì in Procopio (Δανοί)212 e in altre fonti, anche straniere, come
il Beowulf anglosassone (Dene), che tuttavia è in buona parte
ambientato proprio in Danimarca. La tradizione leggendaria ripor-
tata in alcuni testi li vuole discendenti di un mitico antenato Dan,
210
Konungs skuggsjá, p. 18 (DLO nr. 30).
211
Getica, III, 23.
212
Procopio 1961, VI, xv, 3 e 29.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 155

dal quale la Danimarca (Danmǫrk) avrebbe tratto il nome.213 In


realtà l’etimologia del nome Danir è controversa. C’è chi lo intende
come “abitanti della valle” (per la precisione abitanti del territorio
paludoso al confine meridionale dello Schleswig), chi lo riporta a
un significato di “bosco”.214 Su di esso è comunque formato
Danmǫrk, dove mǫrk “foresta”, propriamente da intendere come
foresta che segna una regione di confine.
La prima citazione degli Svedesi risale molto più indietro nel
tempo. La troviamo infatti nella Germania di Tacito,215 se – come
pare ragionevole – i Suiones da lui ricordati sono da identificare
con gli Svíar (sved. ant. Svear), tribù non a caso insediata nella
regione dell’Uppland, centro politico e religioso assai vitale nel
Paese, cui dunque per la prima volta nella storia si farebbe riferi-
mento. Costoro vengono detti da Giordane Suehans e anche Sue‑
tidi. La doppia denominazione, che potrebbe lasciar intendere
l’esistenza di due diverse stirpi di ‘Svedesi’, è in realtà (come è
stato da tempo dimostrato) dovuta al fatto che Giordane aveva
informazioni provenienti da diverse fonti.216 La prima definizione
corrisponde all’etnonimo Suiones presente in Tacito e ai Sueones
in Adamo da Brema217 (cfr. ant. ingl. Sweōn), la seconda va ricon-
213
Vd. sopra, p. 132 con note 126 e 127. Per i possibili corrispondenti di questo re
leggendario in altre fonti vd. Saxo Grammaticus 1979-1980, II, p. 25. Saxo riferisce
che Dan aveva un fratello di nome Angul dal quale avrebbero preso nome gli Angli (I,
i, 2). Costui compare come tale anche in una genealogia danese: Incerti auctoris genea-
logia regum Danie, p. 186.
214
Vd. de Vries 1962² (B.5), p. 73 (voce Danmark); Wessén 197510 (B.5), pp. 25-26.
215
Germania, cap. 44: “Poi, in quello stesso Oceano, le genti dei Suiones, che si
distinguono per le flotte oltre che per i guerrieri e le armi. La forma delle navi in questo
differisce: che da entrambe le parti una prua presenta un frontale predisposto per
l’approdo. [Le navi] non sono manovrate con le vele né [essi] attaccano i remi alle
fiancate in ordine [regolare]: il remeggio è libero e modificabile, come in taluni fiumi,
in una o in un’altra direzione, a seconda delle necessità. Presso di loro sono in onore
anche le ricchezze, per questa ragione uno solo esercita il potere senza alcuna restrizio-
ne, con diritto assoluto all’obbedienza. Né le armi, come presso gli altri Germani, sono
a disposizione di tutti, ma [sono tenute] rinchiuse con un custode, e addirittura uno
schiavo, dal momento che l’Oceano impedisce improvvise incursioni dei nemici e
inoltre schiere armate in ozio facilmente si abbandonano alla tracotanza: e in realtà non
è interesse del re affidare le armi né a un nobile, né a un uomo libero, né certamente a
un uomo affrancato” (DLO nr. 31). In Nielsen 2000 (B.5), p. 337 si ricorda che questa
citazione potrebbe avere un precedente in Plinio, là dove (Naturalis Historia, IV, 13
[96]) egli fa riferimento agli abitanti dell’isola detta Scatinavia (cfr. p. 79, nota 65): ivi
l’espressione Hillevionum gente potrebbe infatti essere una corruzione di *illa Suionum
gente. Una possibile allusione ai Suiones si può forse leggere là dove Tolomeo (Γεωγραφικὴ
Ὑφήγησις, III, v, 8) nomina i Sulones (Σούλωνες), anche perché nel medesimo con-
testo egli fa riferimento ai Finni (Φίννοι, sui quali cfr. II, xi, 16).
216
Sveinsson 1917 (C.2.3), pp. 147-148; cfr. p. 74, nota 40.
217
Gesta Hammaburgensis […], passim.

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156 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

dotta al toponimo Svíþjóð (sved. ant. Svethiudh) “Svezia” che in


realtà vale letteralmente “popolo svedese” (dove þjóð “popolo”,
cfr. ant. ingl. Sweō-ðeōd). Nella forma latinizzata questo termine
compare come Svetia/Svecia. L’etimologia del termine Svíar è dibat-
tuta: esso è stato inteso come “membri del popolo” o “[coloro che
sono] indipendenti”, o anche “parenti acquisiti per matrimonio”;
come “abitanti di Svinnegarnsviken” (baia nel lago Mälaren che
sarebbe la loro sede originaria) o come “popolo di mare”. È anche
possibile un collegamento con il nome del cinghiale (in riferimen-
to alla radice *su
ı̄ ) secondo una teoria che ricorda come taluni nomi
di popolo si leghino ad animali. Il nome odierno della “Svezia”,
Sverige, risale alla forma Svíaríki (sved. ant. Svearike/Sverike/Sve‑
righe) e significa “Regno degli Svíar”.218
Più tardo (e al contempo più semplice) l’etnonimo che designa
i Norvegesi i quali non sono altro che gli “Uomini del Nord”
(Norðmenn): lo stesso termine che, nella forma latinizzata, Nor-
manni, è utilizzato copiosamente e comunemente dagli storici euro-
pei dell’epoca a indicare, genericamente, i vichinghi (privo dunque
di qualsivoglia distinzione nazionale). In tal senso testimonia, a
esempio, Eginardo biografo di Carlo Magno, quando scrive: “I
Danesi come pure anche gli Svedesi, che noi chiamiamo Normanni,
e che occupano le coste settentrionali e tutte le isole che vi sono
comprese.”219 Il nome della Norvegia, Nóregr è invece da far risali-
re a un più antico *Norðvegr (cfr. la forma latinizzata Northvegia)
con il quale si indicava la “via del Nord”, cioè la rotta verso nord
e gli insediamenti che si susseguivano lungo le coste.220
Assai agevole è, infine, la spiegazione del nome degli Islandesi:
antico nordico Íslendingar. Si tratta infatti, semplicemente di una
derivazione dal nome del Paese, Ísland, mediante il suffisso ‑ing,
comunemente utilizzato (al pari di ‑ung) nella formazione di nomi
che designano gli appartenenti a una medesima stirpe o a un mede-
simo gruppo.221

218
Vd. de Vries 1962² (B.5), pp. 568-569 (voce Svíar) e Wessén 197510 (B.5), pp. 26-27.
219
DLO nr. 32; cfr. Adamo da Brema, Gesta Hammaburgensis […], I, xiv: “Infatti
i Danesi e gli altri popoli che si trovano oltre la Danimarca, dagli storici dei Franchi
sono tutti chiamati Normanni” (DLO nr. 33).
220
Vd. de Vries 1962² (B.5), pp. 411-412 (voce Noregr); Wessén 197510 (B.5), p.
28. Vd. tuttavia anche l’ipotesi di A. Noreen (Svenska etymologier, Uppsala 1897, pp.
22-24) che lo intende come la “via stretta”. Una disamina delle diverse ipotesi etimo-
logiche si trova in Seip 1923, pp. 9-14.
221
Si vedano esempi come Ynglingar, i discendenti del mitico antenato degli Sve-
desi Yngvi-Freyr (cfr. pp. 174-175), Skjǫldungar, i discendenti del mitico antenato dei
Danesi, Skjǫldr (cfr. p. 132), Vǫlsungar, gli appartenenti alla stirpe leggendaria dei

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 157

Un breve cenno merita in questo contesto anche il nome dei


Goti, una etnia assai importante cui – come è stato detto – la tra-
dizione assegna la sede originaria in Scandinavia. L’etimologia di
questo etnonimo è assai incerta: forse lo si può intendere come
“forti nella procreazione”.222 Al loro nome parrebbe anche legato
quello degli Götar che, a loro volta, dovrebbero corrispondere ai
Geātas del poema anglosassone Beowulf o, forse, agli Juti.223 Comun-
que sia questo etnonimo era certamente riferito a una tribù emi-
nente: basti pensare che Gautr (o Gauti) è un appellativo di Odino
e che le genealogie conoscono un sacro antenato che compare come
*Gaut in Giordane (nella forma Gapt, evidente errore grafico),224
Gausus fra i Longobardi225 e Géat nelle dinastie reali anglosassoni.226

3.2.7. Lingue nazionali

Come sopra è stato osservato, non ha senso, almeno fino alla fase
iniziale del periodo vichingo, distinguere gli “uomini del Nord” in
base a un criterio di appartenenza ai singoli Paesi al modo in cui li
intendiamo al giorno d’oggi. Non solo gli stranieri li consideravano
genericamente “Normanni”, ma essi medesimi non avevano coscien-
za di una identità nazionale che solo da allora veniva, seppur len-
tamente, emergendo. Tuttavia, proprio nel corso del periodo vichin-
go, il rafforzarsi dei nuclei di potere centralizzato formatisi nei
secoli precedenti (al quale corrisponde la progressiva affermazione
degli etnonimi di cui è detto al paragrafo precedente) trova il pro-
prio parallelo in una prima diversificazione della lingua antico
nordica in idiomi nazionali che saranno, innanzi tutto, il danese, lo
svedese e il norvegese. Certamente il processo di differenziazione
delle lingue scandinave ha conosciuto tempi piuttosto lunghi, basti
pensare che almeno inizialmente con l’espressione dǫnsk tunga,
letteralmente “lingua danese” si indicava genericamente la lingua
scandinava: un fatto che sottolinea le scarse differenze percepite (a
esempio in Inghilterra “danese” era sinonimo di “scandinavo”).227
Tale definizione verrà poi sostituita (a partire dal XIII secolo) da
Volsunghi, Niflungar, “Nibelunghi”, ma anche víkingar (sing. víkingr), “vichinghi”
(verosimilmente formato su vík “baia”; cfr. sopra, p. 99 e nota 12).
222
de Vries 1962² (B.5), p. 159 (voce Gauti/Gautr).
223
Vd. sopra, p. 137.
224
Getica, XIV, 79.
225
“Prologo” dell’Editto di Rotari, p. 2.
226
Vd. Hachmann 1970 (C.2.3), pp. 45-46 e pp. 55-56.
227
Vd. Snorri Sturluson, Heimskringla, I, p. 3, nota 4.

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158 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

norrœn tunga (letteralmente “lingua norvegese”) detta anche più


semplicemente norrœna “norreno”, un termine – quest’ultimo – che
rimarrà a designare l’idioma nel quale la tradizione orale sarebbe
stata riversata in preziosi manoscritti. Ma è comunque chiaro che
la prima vera definizione delle diverse identità nazionali va certa-
mente ricercata, anche da un punto di vista linguistico, nel periodo
vichingo.
Le lingue scandinave costituiscono il ramo nordico delle lingue
germaniche (e risalgono dunque al ceppo indoeuropeo).228 Ne
condividono sostanzialmente l’impianto morfo-sintattico e la mag-
gior parte del lessico. Caratteristiche peculiari cominciano a diffe-
renziare fin dalla fase più antica (II-III-V secolo) il cosiddetto
protonordico,229 un idioma che si svilupperà in modo ben distinto
e che costituisce la base delle lingue moderne. Ma parlare dell’an-
tico nordico come di un sistema sostanzialmente uniforme è pos-
sibile in senso stretto solo fino al VII secolo. Convenzionalmente
resta accettabile la suddivisione in tre fasi principali. La più antica
è quella del protonordico o nordico runico (II/III-VIII secolo) così
detto in quanto le sue prime attestazioni si trovano, appunto, nelle
iscrizioni runiche. Questa fase conosce naturalmente suddivisioni
ulteriori.230 Segue il periodo del nordico vichingo (IX-XI secolo): la
lingua parlata nel Nord è ancora testimoniata da iscrizioni runiche,
tuttavia in esse si manifesta ora una marcata differenziazione in
direzione dei diversi idiomi nazionali. L’ultima fase, quella del
cosiddetto nordico classico o norreno (dal XII alla metà del XIV
secolo), fa riferimento alla testimonianza dei numerosi testi della
tradizione letteraria da ricondurre – per la gran parte – all’ambito
228
Pur se si accetti la tradizione che assegna ai Goti una origine scandinava non pare
possibile immaginare l’esistenza di un gruppo linguistico gotico-nordico, seppure
queste lingue condividano alcune isoglosse significative (vd. sopra, p. 74 con nota 44).
Del resto si constata anche l’esistenza di isoglosse tra le lingue del gruppo nordico e
quelle del germanico occidentale: tra le più rilevanti il passaggio di /*ē1/ (< /*ē / indo-
europea)/ ad /ā/ (con conseguente sviluppo di /*ē2/); il passaggio di /*-ō/ finale (<
indoeuropeo /*ā/) a /-u/; la chiusura dei dittonghi atoni germanici /*ai/ e /*au/ rispet-
tivamente in /ē / e /ō /; il rotacismo del germanico /*z/ > /r/; la presenza di pronomi
dimostrativi con rafforzativo /-si/, /-se/. Naturalmente a questi fenomeni (non tutti
riferibili alla medesima fase temporale) si affiancano isoglosse di tipo morfologico, così
come la condivisione di particolari sviluppi tra il nordico e singole lingue dell’area
occidentale. Tra questi ultimi particolarmente ‘vistoso’ risulta il fenomeno di caduta
della /*-n/ finale (che si evidenzia soprattutto nell’infinito dei verbi) che il nordico
condivide con il frisone. Vd. Nielsen H.F., “Nordic-West Germanic relations”, in
Bandle 2002-2005 (B.5), I, pp. 558-568 e Quak A., “Nordic and North Sea Ger-
manic relations”, ibidem, I, pp. 568-572.
229
Vd. Nielsen 2002 (indicato in nota precedente).
230
Ibidem, p. 617.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 159

islandese, cioè a un Paese la cui lingua era la diretta filiazione


dell’antico norvegese, parlato dalla maggior parte dei coloni che si
erano stabiliti nell’isola.
Le caratteristiche principali che distinguono l’antico nordico
all’interno del gruppo germanico sono innanzi tutto di carattere
fonetico e morfologico. Tra le più ‘vistose’: la cosiddetta ‘frattura’
cui va incontro la vocale /e/ che diventa /ja/ o /jǫ/ quando in sil-
laba seguente si trovino rispettivamente /a/ oppure /u/ (es.: ant.
nord. stjarna “stella”, cfr. ted. Stern; ant. nord. hjarta “cuore”, cfr.
ted. Herz; ant. nord. jǫrð “terra”, cfr. ted. Erde; ant. nord. jǫfurr
“cinghiale”, cfr. ted. Eber, ma ant. alto ted. ebur);231 la caduta di
/j-/ e /w-/ in inizio di parola, la seconda in un numero più circo-
scritto di casi232 (es.: ant. nord. ár “anno”, cfr. ted. Jahr e ingl. year;
ant. nord. ungr “giovane”, cfr. ted. jung e ingl. young; ant. nord.
ríta “incidere”, “scrivere”, cfr. ingl. write; ant. nord. rangr “storto”,
“errato”, cfr. ingl. wrong); la caduta di ‑n finale di parola (tranne
che nei monosillabi con vocale breve), un fenomeno che risulta ben
visibile nell’infinito dei verbi ma non solo (vd. a esempio ant. nord.
koma “venire”, cfr. ted. kommen; ant. nord. fara “andare”, “viag-
giare”, cfr. ted. fahren; ma anche ant. nord. þá “allora”, cfr. ingl.
then); una forte tendenza all’assimilazione consonantica (es.: ant.
nord. gull “oro”, cfr. ted. Gold, ingl. gold; ant. nord. drekka “bere”,
cfr. ted. trinken, ingl. drink; ant. nord. dóttir “figlia”, cfr. ted. Tochter,
ingl. daughter);233 numerosi casi di metafonia ben distinti da quelli
presenti in altre lingue germaniche. Notevoli innovazioni del nor-
dico (introdotte nel periodo vichingo) sono poi la nascita di una
forma medio-passiva del verbo costruita con l’uso del suffisso ‑sk
(forse da un riflessivo sik “sé”) che si perpetua nelle lingue moder-
ne come ‑s in danese, norvegese (variante bokmål) e svedese e ‑st
in norvegese (variante nynorsk) e in islandese (esempio ant. nord.
kalla “chiamare”, kallask “essere chiamato”); la comparsa dell’ar-
ticolo determinativo (tratto dal dimostrativo) posto in posizione

231
Il fenomeno della frattura vocalica è presente, seppure in altre forme, anche in
area anglosassone. In nordico la frattura non avviene se la /e/ è preceduta da /v/, /u/,
/l/, /r/; se è seguita da /h/; se sta in sillaba che non porta l’accento principale.
232
All’inizio di parola davanti alle liquide /l/ e /r/; davanti alle vocali scure; se
preceduto da /ō/, /g/, /k/; dopo sillaba chiusa non terminante in /g/ o /k/.
233
I casi di assimilazione (totale o parziale) sono i seguenti: /lþ/ (non costantemen-
te), /lR/ (tranne che nei monosillabi con vocale breve dove > lr), /ðl/ e /rl/ (in età
recente) passano a /ll/; /rs/ (in età recente), /tt/ (fenomeno germanico) e /sR/ passano
a /ss/; /rz/ e /rR/ passano a /rr/; /nk/ passa a /kk/; /nt/, /ht/, /þt/, /dt/, /ðt e /tk/ (non
costantemente) passano a /tt/; /ðd/ e /zd/ passano a /dd/; /np/ e /mp/ passano a /pp/;
/nþ/, /nR/ e /zn/ passano a /nn/; /mf/ passa a /mm/. Inoltre n > m davanti a p.

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160 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

finale rispetto al sostantivo (esempio: ant. nord. dagr-inn “il giorno”,


masch., cfr. ted. der Tag e ingl. the day; ant. nord. tunga-n “la lingua”,
femm., cfr. ted. die Zunge, ingl. the tongue; ant. nord. land-ið “la
terra”, neutro, cfr. ted. das Land, ingl. the land) e la comparsa di
nuovi pronomi.
In realtà quando si parla di antico nordico ci si riferisce, quasi
sempre, alla lingua che conosciamo attraverso i testi della tradi-
zione medievale islandese. Ma lasciando da parte le suggestioni
letterarie e limitandosi al punto di vista strettamente linguistico va
invece sottolineata la presenza di varianti dialettali (che in taluni
casi risalgono addirittura al V-VI secolo) in base alle quali è stata
stabilita una prima distinzione in due ‘sottogruppi’: quello delle
lingue scandinave orientali e quello delle lingue scandinave occi-
dentali. Nel primo sono tradizionalmente compresi il danese, lo
svedese e il gutnico, idioma di Gotland, area culturale ben preci-
sa con tratti distintivi chiaramente marcati. Esso mostra in effetti
una notevole autonomia e conserva (soprattutto dal punto di vista
fonetico) tratti di forte arcaicità, per molti versi dunque può esse-
re considerato un ramo a parte.234 L’insieme delle lingue occiden-
tali comprende il norvegese,235 l’islandese e il faroese. Anche
nell’arcipelago delle Forøyar infatti si sarebbe sviluppato un idio-
ma distinto, per altro una lingua che (fatta eccezione per pochis-
simi documenti) sarebbe rimasta relegata per molti secoli al solo
uso parlato. Il faroese – come è del resto lecito attendersi a moti-
vo della storia della colonizzazione delle isole – presenta affinità
con i dialetti norvegesi occidentali; dal punto di vista morfologico
esso resta assai conservativo (caratteristica che lo avvicina all’islan-
dese). Al gruppo delle lingue scandinave occidentali occorre infi-
ne ascrivere anche i dialetti (definiti con termine inglese norn)
parlati per un lungo periodo nei possedimenti dei nordici in diver-
se aree delle isole britanniche quali alcune zone della Scozia (in
particolare la contea di Caithness (nordico Katanes) sulla punta
settentrionale, che dipendeva dalle Orcadi)236 e le Ebridi (Suðreyjar),
ma – soprattutto – nelle Shetland (Hjaltland) e nelle Orcadi
(Orkneyjar). Questi ultimi si sono estinti assai tardi (l’orcnoico

234
Vd. pp. 1435-1436 con note 107-109.
235
La lingua norvegese andrà in seguito incontro a eventi in conseguenza dei qua-
li compariranno nel secolo XIX due varianti dette rispettivamente bokmål e nynorsk.
La prima, in quanto fortemente influenzata dal danese, presenta molti tratti tipici
delle lingue scandinave orientali. Su questo si veda 11.3.3.1.
236
Va tra l’altro segnalato che il nome del capoluogo di questa regione, Wick, è
chiaramente derivato dal nordico vík “baia”.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 161

nella seconda metà del XVIII secolo, lo shetlandese tra la fine del
XVIII e l’inizio del XIX).237
Le lingue scandinave orientali si differenziano da quelle occi-
dentali per le seguenti principali caratteristiche: tendenza alla
chiusura dei dittonghi (esempio: sved. e dan. sten, ma isl. steinn
“pietra”); una maggiore frequenza di casi di frattura (esempio: dan.
jeg, sved. jag, entrambi da una forma antica jak ma isl. ant. ek
“io”);238 una minore tendenza a fenomeni come la metafonia, l’as-
similazione e la caduta di /w-/ in inizio di parola.239 Tuttavia la
suddivisione nei due gruppi qui indicati, per quanto sostanzialmen-
te corretta, non deve essere rigida, sia per la presenza di varianti
dialettali all’interno delle due aree, sia per il fatto che nelle zone di
contatto (come i territori di confine tra la Svezia e la Norvegia) si
possono facilmente riconoscere influssi reciproci.

Un apporto assai interessante allo studio degli insediamenti umani nel


territorio della Scandinavia e al loro legame con la formazione e l’evolu-
zione delle strutture sociali è venuto da ricerche di carattere lessicale che
hanno per oggetto denominazioni delle diverse realtà abitative nel corso
dei secoli, uno studio che ha dato risultati proficui, seppure naturalmen-
te la determinazione delle varie tipologie sia tanto più ardua quanto più
si procede a ritroso nel tempo (in particolare risulta assai difficile deter-
minare in quale misura toponimi legati a nuclei abitati ben testimoniati
fin dalla prima parte dell’età del ferro siano in realtà retrodatabili all’età
del bronzo).
I termini cui si fa riferimento compaiono generalmente come secon-
do elemento di nomi composti. Un buon numero risale ai primi secoli
d.C. (tuttavia con numerosi esempi di sicura datazione anteriore) o
– quantomeno – all’età delle migrazioni, taluni restano ‘produttivi’ anche
successivamente. Tra questi sono annoverati ‑by/‑bø (talora non com-
posto) che significa “fattoria”, “villaggio” (ma potrebbe avere un senso
originario di “terreno coltivato”); ‑heim/‑hem “fattoria”, “insediamento”
ma anche “distretto”, “zona di abitazioni” (il significato originario

237
Vd. sopra, p. 107 con nota 34. La scomparsa di questi dialetti va messa in rela-
zione anche all’esaurirsi dei commerci che per lungo tempo avevano collegato la
Norvegia a queste isole.
238
Una ‘frattura’ peculiare delle lingue nordiche orientali è quella che riguarda la
vocale /y/ che davanti ai nessi /ngw/, /nkw/, /ggw/ passa a /iu/; vd. a esempio il verbo
“cantare”: in isl. syngja, ma sjunge (< siunge) in danese (forma arcaica) e sjunga (<
siunga) in svedese. Diverso è tuttavia il caso del gutnico (vd. p. 1435 con nota 107).
239
Qui si dà conto solo dei fenomeni più vistosi, per un quadro più dettagliato si
rimanda a Schulte 2002 (B.5).

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162 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

sarebbe tuttavia “dimora”, “luogo di residenza”); ‑ingi/‑ungi (presente


anche in zone settentrionali della Germania) che originariamente desi-
gnerebbe un insediamento di proprietà di un gruppo ben definito;240
‑land(a) “distretto” ma in alcune occorrenze forse “isola” (in ogni caso
originariamente si intenderebbe “appezzamento di terreno”, “terreno
di proprietà” o “terreno adatto alla coltivazione”); ‑lev/‑löv (limitato
alle zone danesi e al sud della Svezia) che indicherebbe una proprietà
terriera lasciata in eredità; ‑lösa/‑løse con un probabile significato ori-
ginario di “prato”, “pascolo” o “radura”; ‑sta(d)/ ‑sted (e il più tardo
isl. ‑staðr/‑staðir), che è stato messo in relazione con i toponimi inglesi
in ‑stead e quelli tedeschi in ‑statt/‑stedt o ‑stätten/‌‑stetten, e dovrebbe
indicare (ma l’etimologia è stata a lungo discussa) un insediamento
circondato da campi; ‑tun(a) (che non di rado compare anche autono-
mamente) che significa “recinto”; ‑vin(i), elemento toponomastico
caratteristico della Norvegia, che rimanda a un significato di prato”,
“pascolo”.
“All’età vichinga (nel corso della quale, come detto, molti tra i prece-
denti restano produttivi) vanno fatti risalire i toponimi in ‑bolstaðr “ter-
ra di una fattoria o di un villaggio”; ‑hult “foresta”, forse più precisamen-
te “foresta decidua coltivata”; ‑rum “spazio aperto” verosimilmente in
una foresta (con probabile riferimento a un luogo in cui gli animali pos-
sono pascolare); ‑riuð/‑rydh “radura”;241 ‑setr/‑sæter “prato isolato”,
“prato in una foresta”; ‑toft(a)/ ‑tompt(a) forse “terreno su cui è costrui-
ta una fattoria”, o “fattoria abbandonata”, se non “recinto”, “ovile”;
‑þorp (forse anche previchingo) “insediamento” (in età vichinga certa-
mente in riferimento a uno di tipo secondario, distaccato rispetto a uno
più antico: “piccolo villaggio”, “gruppo di casolari”, più raramente
“fattoria isolata”); ‑þveit “radura” con riferimento alla colonizzazione di
aree boschive. Altri termini risalgono a un probabile composto *nybyli
“nuovo insediamento”.
Certamente una puntale e corretta valutazione che consideri tanto la
localizzazione quanto la frequenza delle diverse tipologie lessicali può
fornire utilisime informazioni sul progressivo sviluppo della ‘occupazione’
del territorio da parte dell’uomo.242

240
Si consideri l’uso del suffisso ‑ing/‑ung, utilizzato per formare nomi di popoli o
denominazioni di gruppi (vd. p. 156 con nota 221).
241
Questo suffisso sarà molto produttivo in epoca post-vichinga: vd. oltre p. 390.
242
Vd. Strandberg 2002, pp. 674-682 e Fridell 2002.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 163

3.3. Il paganesimo nordico

3.3.1. La sfera religiosa

Dal punto di vista della storia religiosa l’età vichinga rappresen-


ta un momento determinante sotto diversi aspetti. Certamente
l’evento più importante è la grande svolta che vedrà (nei modi e
per le ragioni che verranno esposte in un capitolo successivo) i
popoli scandinavi convertirsi al cristianesimo.243 Non di meno, in
questo stesso periodo il paganesimo nordico appare ancora vitale,
seppure – per come lo possiamo ricostruire sulla base delle diverse
fonti a disposizione –244 esso mostri al contempo di trovarsi in una
situazione di crisi. Questa del resto riguardava, come si è visto, la
società medesima ed è dunque ben comprensibile che molti aspet-
ti della vita ne fossero coinvolti.
I popoli nordici avevano alle spalle una tradizione religiosa
secolare che affondava le proprie radici nel neolitico e si era
venuta consolidando nell’età del bronzo. È infatti ovvio ritene-
re che cambiamenti radicali nell’atteggiamento religioso e nei
rituali a esso connessi avessero accompagnato il passaggio da
una società la cui economia era basata sulla cattura di prede
animali e sulla raccolta di vegetali commestibili a una di tipo
nuovo, che recependo la pratica dell’allevamento e dell’agricol-
tura come fonte principale del proprio sostentamento, aveva
conseguentemente mutato il proprio atteggiamento nei confron-
ti delle potenze sovrannaturali. In effetti, seppure non si debba
cadere – come talora avviene – nella tentazione di collegare fra
loro con eccessiva superficialità elementi molto lontani nel tem-
po e si debba procedere nella valutazione dei dati con una
giusta dose di cautela, è indubbio che una parte non secondaria
di ciò che conosciamo della religione nordica dell’età del bron-
zo e di quella delle epoche successive trova riscontro nel paga-
nesimo nordico di età vichinga. Se a esempio ammettiamo l’esi-
stenza nell’età del bronzo di un ‘dio con l’ascia’ e di una ‘dèa
con la collana’ risulta difficile negare che essi trovino poi i loro
eredi nelle figure di Thor e di Freyja. Al contempo però dob-
biamo riconoscere che la nostra conoscenza della religione
nordica delle epoche più antiche resta limitata, il che si riflette,

243
Vd. cap. 4.
244
Per un excursus sulle fonti vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 677-685.

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164 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

di conseguenza, in opinioni divergenti.245 Allo stesso modo,


seppure risulti del tutto evidente che la dèa *Nerthus, la “Terra
mater” venerata (secondo la testimonianza di Tacito) nelle regio-
ni danesi nella prima fase dell’età del ferro romana,246 è una
divinità della fecondità e al contempo sia indiscutibile che il suo
nome riappare molto più tardi nelle fonti islandesi in forma
maschile come quello del dio dell’abbondanza Njǫrðr (un paral-
lelo che dal punto di vista linguistico non lascia adito a dubbi),247
noi non possiamo trarre in proposito conclusioni definitive, soprat-
tutto perché il caso di *Nerthus/Njǫrðr (seppure possa essere
convincentemente risolto pensando a figura androgina o, meglio,
a una coppia divina unita in una ierogamia cultuale)248 ci pone di
fronte al problema, mai completamente risolto, dell’effettiva
importanza rivestita anticamente in ambito religioso da figure
femminili che sembrano poi cedere il passo a un pantheon al cui
interno – fatta la dovuta eccezione per la dèa della fecondità Freyja
(che non a caso è detta figlia di Njǫrðr) e, volendo, anche per
Frigg sposa di Odino (della quale è detto tra l’altro che conosce
il destino) – le divinità maschili mostrano di avere un assoluto
predominio.
In effetti la religione pagana scandinava di età vichinga è piut-
tosto il risultato di un processo giunto a maturazione nelle epoche
immediatamente precedenti: periodo delle migrazioni ed età dei
Merovingi. Le divinità infatti cominciano a delinearsi in modo
chiaro in questi secoli, quando tutta una serie di raffigurazioni
iconografiche ci consente di riconoscere, con sufficiente certezza,
gli dèi di cui in seguito le fonti scritte daranno debito conto. Certo
è possibile individuare rappresentazioni di divinità anche in reper-
ti piuttosto antichi. Oltre alla cosiddetta ‘dèa con la collana’ e al
245
Come sopra si è riferito, in Magnus – Myhre 1986 (B.2) si sostiene che nel
quadro religioso dell’età del bronzo il ‘dio con l’ascia’ e la ‘dèa con la collana’ sono le
uniche divinità della cui venerazione si abbia certezza (vd. p. 52, nota 149). Tuttavia
dobbiamo considerare anche opinioni contrarie. A esempio, come è stato detto, lo
studioso B. Almgren ha ritenuto di poter escludere che nelle incisioni rupestri dell’età
del bronzo sia possibile individuare la raffigurazione di una qualsiasi divinità, dal
momento che – secondo il suo parere – ci troviamo di fronte a un atteggiamento
religioso aniconico (Almgren 1962 [C.1.3]; cfr. p. 51). Un altro esempio di diversa e
del tutto particolare interpretazione dei dati archeologici relativi alla religione dell’età
del bronzo viene offerto da J. Brøndsted il quale piuttosto che pensare a un ‘dio con
l’ascia’ preferisce intendere l’ascia medesima addirittura come una sorta di divinità
(vd. sopra, p. 52, nota 150).
246
Vd. oltre, p. 174 con nota 296.
247
Vd. nota 295.
248
Vd. de Vries 1970³ (B.7.1), II, pp. 164-165.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 165

‘dio con l’ascia’, sopra citati,249 vanno ricordate la divinità maschi-


le della fecondità rappresentata da un idolo di legno (alto 88 cm.)
con volto barbuto e corpo appena accennato, ma chiaramente
connotato da un evidentissimo attributo fallico (Broddenbjerg,
presso Viborg, Jutland, probabilmente tarda età del bronzo),250 e
il suo ‘contraltare’ marcatamente femminile: una figura realizzata
in legno di betulla alta 1.05 mt. e ritrovata a Ræbild (Himmerland).251
All’influsso celtico sono da ascrivere immagini alquanto enigmati-
che, come la statuetta in bronzo (un tempo quasi certamente orna-
ta di una collana) del cosiddetto ‘uomo di Laxeby’ (Öland) risalen-
te all’età del ferro preromana, un periodo dal quale ci giungono
altre raffigurazioni di figure maschili. Più avanti, nel VI secolo d.C.,
troviamo un ‘dio con la collana’, statuetta di legno alta 42 cm.
rinvenuta in Danimarca (Rude Eskildstrup, Selandia): si tratta di
una figura di uomo in posizione seduta, che indossa una tunica
lunga fino ai piedi, con tracce di un nastro incrociato sul petto,
baffi, barba sul mento, occhi chiusi, mani sul grembo che paiono
reggere un oggetto (un’offerta votiva?). Attorno al collo ha una
collana lavorata.252 Dalla regione norvegese di Romerike, nella
località di Frøyhov (un toponimo che significativamente vale “tem-
pio di Freyr”) proviene una statuetta di bronzo che raffigura un
uomo con indosso uno stretto gonnellino, una cintura e dei calzo-
ni. Sulla parte inferiore della gonna sono tracciati alcuni segni, due
dei quali potrebbero essere rune; il reperto risale all’età del ferro
romana.
E tuttavia solo sulle bratteate (che compaiono dal V secolo)
noi cominciamo a poter ‘leggere’ nelle raffigurazioni iconogra-
fiche allusioni certe a caratteristiche ben definite degli dèi vichin-
ghi e, di conseguenza, a poterli identificare in modo attendibile.
Parallelamente altri oggetti (a esempio elmi risalenti al periodo
249
Vd. p. 45 con nota 119 e p. 52, nota 149.
250
Vd. Jensen 2001-2004 (B.2), II, pp. 487-488. Con questo vanno confrontati altri
reperti, come i resti di una effigie maschile in legno rinvenuti a Rosbjerggård (Jutland
settentrionale) e altri simili tra cui, in particolare, la figura ritrovata nella palude di
Spangeholm (Vendsyssel, Jutland settentrionale) che nella sostanza è costituita solo da
un organo sessuale maschile della lunghezza di 64 cm. (vd. Jensen 2001-2004, III, p.
192).
251
Vd. Riismøller P., “Frøya fra Rebild”, in Kuml, 1952, pp. 119-132.
252
Cfr. la figurina maschile in bronzo rinvenuta in un tumulo tombale nella foresta
di Søholt (Lolland, 500 d.C. circa). Qui va naturalmente considerato il ritrovamento
parallelo di importanti collari d’oro la cui lavorazione ricorda la ‘collana’ di questo
‘dio’ (si vedano i reperti svedesi di Ålleberg e Möne in Västergötland): questi monili
avevano certamente una funzione rituale, per cui la statuetta danese potrebbe forse
rappresentare una persona investita della dignità sacerdotale.

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166 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

di Vendel253 o lamine raffiguranti una coppia in atteggiamento


amoroso)254 riportano figure che certamente vanno ricollegate
a motivi religiosi noti da fonti più tarde. Così come avviene,
inoltre, per le celebri pietre di Gotland, in particolare quelle del
periodo intermedio (VIII-IX secolo),255 che anticipano icono-
graficamente materiale mitologico e leggendario che sarà suc-
cessivamente riversato nei testi scritti. Al periodo propriamente
vichingo risalgono tra l’altro importanti raffigurazioni che si
ritrovano nelle isole britanniche e che fanno indubbio riferimen-
to alla religione pagana degli uomini nordici e al loro patrimonio
di tradizioni.256 Chiare indicazioni ci giungono successivamente
da oggetti legati al culto degli dèi: piccole statuette – come
quella di Freyr (chiaramente connotata da un fallo di grosse
dimensioni) rinvenuta a Rällinge (Södermanland, Svezia, XI
secolo)257 e quella di Thor rinvenuta a Eyrarland (Eyjafjörður,
Islanda, inizio dell’XI secolo) –258 o amuleti come i ‘martelli di
Thor’ numerosi e di lavorazione più o meno accurata (se ne veda
un ottimo esempio nel reperto di Erikstorp nell’Östergötland
svedese).259
È tuttavia un dato di fatto che la ricostruzione della religione
pagana della Scandinavia vichinga, così come noi la conosciamo,
dipende in misura notevolissima da testi successivi (come l’Edda
poetica o l’Edda di Snorri Sturluson)260 redatti (seppure sulla base

253
In particolare quello sul quale è raffigurato il dio Odino accompagnato dai suoi
due corvi (uno che lo precede e uno che lo segue) in sella a una cavalcatura di fronte
alla quale si trova una serpe.
254
Cfr. p. 50, nota 140. Si vedano anche le lamine d’oro rinvenute a Hauge (distret-
to di Jæren, Norvegia meridionale) da collocare cronologicamente nel periodo vichin-
go.
255
Vd. sopra, pp. 92-93. È certamente molto difficile dubitare che il cavaliere che
cavalca un destriero dotato di otto zampe (si veda la pietra di Tjängvide) sia qualcuno
di diverso da Odino, possessore del mitico destriero Sleipnir che aveva appunto que-
sta caratteristica.
256
Vd. sopra p. 107 con nota 35.
257
Singolarmente simile a questa è una statua in pietra calcarea che si trova nel
cimitero di Lokrune sull’isola di Gotland.
258
A questa si può forse accostare la pedina da gioco in ambra alta 4.7 cm. rinve-
nuta presso Roholte (Selandia meridionale) e risalente all’epoca vichinga. Essa raffi-
gura la parte superiore del corpo di una figura maschile che si tiene la barba.
259
Questo tipo di reperti è piuttosto frequente; vd. Skovmand 1942 (C.3.4), pp.
64-65. Un altro interessante reperto d’epoca vichinga da richiamare qui è una statuet-
ta realizzata in avorio di tricheco rinvenuta a Lund (Scania) che rappresenta una
figura seduta che si tiene la lunga barba; sul retro è inciso un martello di Thor; cfr.
nota precedente.
260
Vd. 5.2.1.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 167

di materiale preesistente) in epoca ormai cristiana e nei quali


l’aspetto letterario riveste una grande importanza, il che certa-
mente non agevola il confronto tra i dati che vi sono contenuti e
quanto può essere dedotto dall’esame del materiale archeologico
e iconografico.
Nel tentare di definire i contorni di un quadro tutt’altro che
nitido e omogeneo sia dal punto di vista diacronico sia da quello
sincronico, gli elementi in nostro possesso vanno inoltre ‘incrocia-
ti’ con le informazioni fornite dalla toponomastica, dati oggettivi
che segnalano luoghi legati a qualche forma di culto oppure alla
venerazione di un singolo dio. Questo studio produce interessanti
risultati in quanto consente di osservare come divinità un tempo
grandemente venerate siano poi per qualche motivo decadute;261
stimolante è anche l’osservazione d’una distribuzione niente affat-
to uniforme del culto degli dèi maggiori che appare concentrato in
determinate aree, risultando dunque connesso a precisi presuppo-
sti sociali e politici. Questo fatto si lega alla constatazione che il
politeismo scandinavo di epoca vichinga non è un sistema religioso
ben strutturato e interconnesso quanto, piuttosto, un insieme di
credenze e di culti collegati a divinità di varia natura che vanno
ricondotte a una diversa origine, incarnano differenti valori e rispon-
dono dunque a diversi bisogni di gruppi sociali e di singoli fedeli.
In questo contesto lo studioso inglese E.O.G. Turville-Petre ha
saputo dare il giusto rilievo a episodi relativi all’esperienza religio-
sa di talune figure citate nelle fonti, episodi che ‘letti’ in questa
prospettiva danno esemplare testimonianza di questa situazione.
Egli si richiama, in particolare alle vicende di personaggi islandesi
come il celebre scaldo Egill Skalla-Grímsson (in questo caso rifa-
cendosi a precedenti osservazioni di Sigurður Nordal) o Víga-Glúmr
dei quali è riferita la ‘conversione’ dalla fede in un dio a quella in
un altro.262 Una vicenda come quella di Hrafnkell, goði263 del dio
Freyr, narrata nella saga omonima,264 testimonia del resto tutta
l’importanza di un intimo rapporto tra uomo e dio, un rapporto
261
L’esempio più ‘classico’ è forse quello del dio Ullr della cui venerazione ci resta-
no tracce solo nei toponimi che – d’altronde – indicano anche l’esistenza di una divi-
nità dal nome molto simile, *Ullin, per altro totalmente sconosciuta alle fonti scritte.
Vd. la cartina riportata in de Vries 1970³ (B.7.1), II, p. 155.
262
Turville-Petre 1964 (B.7.1), p. 69.
263
Su questa carica vd. oltre, p. 197, con nota 384.
264
Saga di Hrafnkell, goði [del dio] Freyr (Hrafnkels saga Freysgoða). Se è pur vero
che questa saga è in realtà frutto di invenzione letteraria (vd. oltre, p. 312 con nota 90)
è altrettanto vero che le saghe traggono in gran parte la propria ispirazione dal patri-
monio cultural-tradizionale scandinavo.

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168 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

che, come ha mostrato Marco Scovazzi, è riconducibile ai canoni


di un vero e proprio negozio giuridico.265 Hrafnkell infatti, dopo
aver dato prova di straordinaria devozione a Freyr che considerava
in tutto e per tutto suo patrono (arrivando per questo a rendersi
colpevole di omicidio), lo abbandonò quando si rese conto che
tanta fede non aveva sortito gli effetti da lui sperati. In effetti sono
numerosi i casi in cui tra l’uomo nordico e la divinità si stabilisce
un rapporto esclusivo di fiducia nel quale il dio deve mostrarsi
capace di ascoltare le preghiere del suo fedele e di corrispondere
ai suoi bisogni, divenendo dunque un fulltrúi cioè un “patrono”
(letteralmente “[un essere in cui riporre] piena fiducia”) sul quale
si possa fare totale affidamento. Questo atteggiamento religioso
riflette, evidentemente, una situazione sociale complessa e in tra-
sformazione, nella quale la forza delle nuove concezioni di tipo
individualistico si misurava con la solidità della tradizione che
continuava piuttosto a fare riferimento a divinità protettrici della
comunità e a riti legati al suo benessere. Una prospettiva, questa,
nella quale sono particolarmente interessanti altri episodi che
segnalano il forte contrasto tra le due divinità maggiori, Odino e
Thor,266 un contrasto che trova precisi riflessi anche nella lettera-
tura mitologica.267
Ma i diversi casi qui citati rappresentano in realtà dei segnali che
ci riportano a quello scenario di ‘crisi’ religiosa cui si è sopra accen-
nato: uno scenario che vede la graduale decadenza di antiche cer-
tezze, spinge a rifugiarsi in scelte personali e determina altresì (al
contempo spiegandoli) due fatti di grande importanza che consta-
tiamo nell’età vichinga. Il primo è la comparsa dei cosiddetti
goðlausir menn, letteralmente “uomini senza dio”, dei quali è detto
che avevano rigettato la fede nelle antiche divinità pagane e crede-
vano solo “nella propria forza e nel proprio potere” (“á mátt sinn
ok megin”), una espressione che lascia comunque sottintendere

265
Scovazzi 1975 (B.8), pp. 377-383.
266
Vd. a esempio l’episodio relativo al re svedese Erik il Vittorioso del quale è
detto che ebbe la meglio in uno scontro contro un devoto del dio Thor dopo essersi
recato nel tempio di Odino e avergli affidato la propria vita (per la fonte vd. Chiesa
Isnardi 20084 [B.7.1], p. 210 e p. 257, nota 154).
267
Vd. soprattutto il Carme di Hárbarðr (Hárbarðsljóð) che si trova nell’Edda poe‑
tica (vd. pp. 292-293): in esso Odino (Hárbarðr) e Thor si contrappongono in un
dialogo nel quale si scambiano reciproci insulti (per i dettagli vd. Chiesa Isnardi 20084
[B.7.1], p. 621 e p. 629, nota 10); vd. anche l’episodio narrato nella leggendaria Saga
di Gautrekr (Gautrekssaga) nel quale Odino e Thor stabiliscono il destino dell’eroe
Starkaðr emettendo nei suoi confronti decreti contrastanti (per i dettagli vd., ancora,
Chiesa Isnardi 20084, pp. 418-419 e p. 427).

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 169

una fiducia nelle forze magiche.268 Il secondo è la relativa facilità


con la quale, almeno inizialmente, la figura di Cristo trovò una
propria collocazione nell’universo religioso dei popoli nordici: essi
infatti non lo considerarono se non una divinità in più che andava
a inserirsi in un pantheon già affollato di figure di maggiore o
minore importanza.

3.3.2. Gli dèi

Innanzi tutto gli Asi. Il dio Odino, che sale prepotentemente alla
ribalta del mondo religioso dei popoli nordici nel periodo dei
Merovingi,269 è la divinità che meglio incarna lo spirito vichingo.
Personalità individualista e spregiudicata, non ha riguardo per i
vincoli familiari, si compiace della guerra e nella sua dimora, la
Valhalla, si circonda dei guerrieri migliori, morti in battaglia (un
destino da lui medesimo stabilito): costoro nell’ultimo giorno, il
terribile ragnarøkkr “fato degli dèi”,270 l’apocalisse nordica, lo
affiancheranno nella battaglia definitiva contro le forze del male.
Dio mago (e sciamano) che conosce i segreti del mondo dei vivi e
di quello dei morti, esperto del potere delle rune nelle quali è con-
tenuta ogni sapienza, Odino è altresì un dio viaggiatore, una carat-
teristica che (come suggerisce tra l’altro l’interpretatio romana che
lo intende come Mercurius)271 si collega anche all’aspetto commer-
ciale. Il dio è inoltre il protettore dei poeti cui elargisce il dono di
quest’arte: un fatto, questo, che richiede una ulteriore sottolinea-
tura, là dove si osservi che la poesia scaldica (che prende nome dal
268
Chiesa Isnardi 1992, p. 326. Sui goðlausir menn vd. tra l’altro Ström 1967 (B.7.1),
pp. 191-193 e Turville-Petre 1964 (B.7.1), pp. 263-268.
269
Resta valida al riguardo la discussione, seppure assai datata, proposta in de
Vries 1933.
270
Erroneamente, sulla scia wagneriana questa parola viene comunemente tradotta
come “crepuscolo degli dèi” (Götterdämmerung). Wagner del resto riprende una
interpretazione più antica espressa, a esempio, in opere di fine Settecento composte
da poeti inglesi, come Thomas James Mathias (ca.1754-1835) e Joseph Sterling (date
di nascita e morte ignote). Nella prima edizione dell’Edda (1665), il danese Peder
Hansen Resen nella “Prefazione al lettore” (che segue la lunga e dotta dedica al re
Federico III) definiva il ragnarøkkr come “l’estrema distruzione di tutto l’universo”
(Petri Joh. Resenii Præfatio ad Lectorem benevolum et candidum de Eddæ editione,
settima pagina, per altro non numerata: “om Ragnarocker seu extremo interitu totius
universi”); vd. Edda (edizione seicentesca di Peder Hansen Resen); cfr. p. 587.
271
Il parallelismo, noto da fonti latine, ma non solo (Turville-Petre 1964 [B.7.1],
pp. 71-73) risulta evidente anche nel nome del “mercoledì”, Mercurĭi dĭēs, che nelle
lingue germaniche conosce le seguenti forme: ant. nordico óðinsdagr, ant. ingl.
wōdnesdæg, ant. alto ted. wuotanestac, cfr. medio nederlandese wōdensdach.

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170 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

termine skáld, n., “poeta” e che fiorirà nel Nord a partire dal IX
secolo) nasce nell’ambiente ristretto delle corti vichinghe (dove gli
scaldi sono assai spesso anche guerrieri seguaci di un signore) e si
presenta come un prodotto letterario la cui fruizione è riservata ai
pochi che ne sanno comprendere le oscure metafore e apprezzare
la metrica severa e complessa. I toponimi (ma anche un
antroponimo)272 che alludono esplicitamente al culto di Odino sono
presenti in misura maggiore in Danimarca e in Svezia (da sud fino
al Västergötland, all’Östergötland e all’Uppland). In Norvegia il
loro numero è più limitato ed essi compaiono nelle zone sud-
occidentali (in particolare nel Vestfold)273 e in località dell’area
centro-occidentale in prossimità della costa o nelle vicinanze di
fiordi.274 Significativamente però risultano totalmente assenti in un
Paese come l’Islanda, dove al contrario il culto di Thor è ampia-
mente e chiaramente testimoniato. Indubbiamente Odino ha il
carattere di un dio individualista e spregiudicato, modello e idolo
dei guerrieri che lo invocano per ottenere la vittoria.275 Il suo lega-
me con il mondo vichingo è palese anche là dove si consideri che
egli appare come il capo di una schiera di seguaci, un vero e proprio
comitatus: siano i morti in battaglia che dimorano con lui nella
Valhalla o i ‘guerrieri furiosi’ i berserkir (letteralmente “camicie
d’orso”, detti altrimenti úlfheðnar, letteralmente “casacche di lupo”),
individui (costituiti in gruppi, forse vere e proprie congregazioni)
che, secondo la testimonianza di Snorri nella Saga degli Ynglingar,
erano a lui votati.276 È verosimile che si trattasse di guerrieri che
indossavano travestimenti animali: il che del resto sarebbe già
testimoniato nella raffigurazione di un uomo armato rivestito con
272
In effetti si tratta di un nome femminile Odhindisa (Óðindísa) che compare
sull’iscrizione runica di Hassmyra (Västmanland), databile poco dopo la metà dell’XI
secolo, nella forma declinata oþintisu; vd. Andersson 1992 (B.7.1), p. 512; cfr. p. 191,
nota 363.
273
Come opportunamente fa rilevare E.O.G. Turville-Petre (Turville-Petre 1964
[B.7.1], p. 68) questa zona era il centro del potere del re Araldo Bella chioma, la cui
condotta si ispira alla ricerca di una affermazione di tipo personale.
274
Vd. la cartina in de Vries 1970³ (B.7.1), II, p. 53. In Svezia un caso isolato (Oden‑
sala) si trova in Jämtland.
275
In Turville-Petre 1964 (B.7.1), pp. 67-68, è inoltre evidenziato come il rappor-
to di venerazione per questo dio fosse alla base, a esempio, delle imprese di sovrani
come Araldo Bella chioma (cfr. nota 273) e di suo figlio Eirik Ascia insanguinata.
276
Cap. 6: “[…] ma i suoi [di Odino] uomini avanzavano senza corazza invasi dalla
furia come cani o lupi, mordevano nei loro scudi, erano forti come orsi o tori. Uccideva-
no la gente, ma né il ferro né il fuoco li potevano [fermare]. Questa è detta furia dei ber‑
serkir” (DLO nr. 34). Sui berserkir vd. Höfler O., “Berserker”, in Hoops – Beck 1973-2007²
(A), II (1976), coll. 299-304, Lid N., “Berserk”, in KHLNM I (1956), coll. 501-503 e il
più recente Näsström B-M., Bärsärkarna. Vikingatidens elitsoldater, Stockholm 2006.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 171

una pelle di lupo che si trova su una lamina che decorava un elmo
rinvenuto a Torslunda sull’isola di Öland (periodo di Vendel).
Queste caratteristiche del dio, così come la sua padronanza delle
rune deporrebbero a favore di una sua affermazione piuttosto
tarda nell’ambito religioso scandinavo (tesi sostenuta da diversi
studiosi a partire dal danese H. Petersen).277
Ma questo punto costituisce uno dei problemi più dibattuti
relativi al paganesimo nordico. Pure volendo lasciare da parte le
teorie di G. Dumézil, che riconosce in Odino il corrispondente del
dio indoeuropeo della Sovranità (la quale insieme alla Forza e alla
Fecondità sarebbe la prima delle tre ‘funzioni sociali’ che – secon-
do la sua opinione – costituivano la ‘struttura ideologica’ di quel
mondo), occorre tuttavia ammettere che diversi indizi paiono
deporre a favore dell’antichità del culto di questo dio il quale, a
esempio, agisce da protagonista dei miti della creazione, è definito
in talune fonti278 “Padre di tutti” (Allfaðir) – un appellativo che
potrebbe tuttavia essere influenzato da concetti cristiani – ed è
indicato come capostipite (o comunque membro eminente) di
dinastie reali. In realtà il problema non è risolvibile semplicemen-
te accettando o rigettando l’ipotesi di un ‘ingresso’ più antico o più
recente di Odino nel pantheon nordico: sebbene presente fin da
tempi remoti egli avrebbe potuto restare, almeno fino a un certo
punto, una divinità di secondo piano, oppure nelle aree in cui egli
pare non comparire affatto (in particolare presso i Goti) ‘masche-
rare’ la propria identità sotto un altro appellativo (Gautr).279
Il dio Thor si mostra innanzi tutto come protettore della fecon-
dità e della famiglia (significativamente il mito lo descrive regolar-
mente impegnato a combattere i giganti che rappresentano un
costante pericolo per la comunità degli uomini e degli dèi). Nemi-
co dei demoni del male (come testimonia anche la presenza della
sua arma magica, il ‘martello’, su diverse pietre runiche),280 egli fu
277
Il quale sottolineava che il dio principale della tradizione religiosa scandinava
era piuttosto Thor e che Odino si era affermato solo in determinati ambiti in epoca
vichinga (vd. Petersen H., Om Nordboernes Gudedyrkelse og Gudetro i Hedenold. En
Antikvarisk Undersøgelse, Kjøbenhavn 1876, in particolare alle pp. 33-137).
278
Per l’elenco relativo vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 699.
279
Su questo vd. Dumézil 1959 (B.7.1), pp. 47-57.
280
In qualche caso sulle pietre runiche compare una invocazione al dio perché le
“consacri” (si vedano in particolare le iscrizioni danesi di Glavendrup in Fionia, inizio
del X secolo, di Sønder-Kirkeby in Falster e di Virring nello Jutland, seconda metà del
X secolo, e quella svedese di Velanda in Västergötland, inizio dell’XI secolo). Su altre
pietre (come quelle danesi di Læborg nello Jutland, prima metà del X secolo e quella
più tarda, XII secolo, di Hanning, anch’essa nello Jutland) è raffigurato il martello del
dio, strumento eccellente del suo potere contro le forze oscure e pericolose. Un caso

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172 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

certamente oggetto di viva devozione nelle zone più tradizionaliste


della Scandinavia, tuttavia fu piuttosto popolare anche fra i vichin-
ghi nelle isole britanniche,281 un dato questo che – seppure restino
del tutto valide le ragioni del suo contrasto per così dire ‘ideolo-
gico’ con Odino – non ci consente di formulare al riguardo giudi-
zi categorici (in questo contesto si dovrebbero d’altronde tenere
in considerazione le aree di provenienza dei diversi gruppi di
nordici presenti sul territorio inglese). La forza della tradizione
incarnata nel culto di Thor, verosimile erede del ‘dio con l’ascia’,
ne aveva fatto una divinità la cui venerazione era talmente radica-
ta che, anche per i vichinghi, sarebbe stato assai difficile abban-
donarla del tutto.
Il ‘martello’ del dio Thor riprende con ogni probabilità la fun-
zione di strumento sacro e utensile cosmico che nell’antica icono-
grafia è attribuita all’ascia o alla croce uncinata,282 rappresenta il
volano dell’energia cosmica e la forza del cielo che feconda la terra:
il mito riferisce che esso era posto in grembo alla sposa il giorno
delle nozze.283 Non casualmente l’interpretatio romana intende Thor

dubbio resta quello di una delle pietre erette presso la chiesa di Täng (Västergötland,
X secolo): vd. Gardell S., “Till tolkningen av tvenne runristade västgötastenar”, in
FV 1934, pp. 339-343.
281
Turville-Petre 1964 (B.7.1), pp. 94-97.
282
Fin dall’Ottocento L. Müller (Det saakaldte Hagekors’s Anvendelse og Betydning
i Oldtiden, avec un resumé en Français, Kjøbenhavn 1877) aveva inteso la croce
uncinata (così come la trischele) come simbolo di un moto circolare continuo (con
probabile riferimento a quello del sole). Essa sarebbe da collegare agli utensili utiliz-
zati per far scaturire scintille e ottenere il fuoco. Si tratta di un simbolo che appare
nelle bratteate, ma anche su pietre runiche come a esempio quella norvegese di Kårstad
(Nordfjorden, probabilmente del V secolo), quella danese di Snoldelev (Selandia,
primo periodo vichingo, dove essa è in combinazione con la trischele). Essa inoltre
può anche essere riconosciuta (seppure in forma non ‘canonica’) nelle incisioni rupe-
stri: si vedano raffigurazioni come quelle di Boråseberget (Svarteborg, Bohuslän), di
Tose (Bohuslän) e, forse, anche quella di Finntorp (Tanum, Bohuslän), che presenta
una croce grossolana (quasi una via di mezzo tra la croce uncinata e quelli che saran-
no poi i ‘martelli’ di Thor). In questo senso va verosimilmente letto anche il simbolo
simile presente in una incisione nel comune di Esbjerg (Jutland meridionale) e quello
(anch’esso in territorio danese) di Udsholt Blidstrup (Selandia settentrionale) che
mostra un piccolo cerchio con un punto al centro dal quale si dipartono quattro
‘raggi’. Particolarmente intrigante mi pare tuttavia una figura umana fortemente sti-
lizzata (Lökeberget, Tunge nel Bohuslän) la cui postura pare proporre la forma di una
croce uncinata.
283
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 121; la fonte è il Carme di Þrymr (Þrymskviða)
nell’Edda poetica (vd. p. 292). Qui pare possibile un collegamento con l’incisione
rupestre di Vitlycke (Tanum, Bohuslän) nella quale si vede una coppia che viene
‘benedetta’ da una figura (probabilmente, considerate le dimensioni, una divinità) che
brandisce un’ascia.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 173

come Giove, signore del cielo che fa scendere la pioggia feconda.284


Il radicamento del culto di questo dio (che in sostanza rispecchia
i valori e la mentalità della Sippe)285 negli ambienti tradizionali è
attestato in molte fonti286 e riflesso in un congruo numero di topo-
nimi teofori formati con il suo nome.287 Esso appare particolarmen-
te diffuso in Islanda, dove la sua venerazione si constata anche nei
numerosi antroponimi. Certamente dovette trattarsi di un culto
molto diffuso che non solo si ricollega alla tradizione religiosa
testimoniata nelle incisioni rupestri, ma – seppure evidentemente
sotto nuove forme – traspare talora anche dopo la conversione al
cristianesimo.288 D’altra parte sarà piuttosto Thor e non, in un
certo senso sorprendentemente, Odino, l’eroe della battaglia dei
pagani contro “il bianco Cristo” (Hvíta-Kristr), il nuovo dio pro-
veniente dal sud.289 Una constatazione, questa, che trova il proprio
fondamento nei diversi episodi riferiti nelle fonti, dove Thor più
di altri appare incarnazione dei valori tradizionali.290 I due dèi, il
nuovo e l’antico, si affronteranno in un duello nel quale Thor dovrà
definitivamente soccombere:291 i magici e potenti amuleti raffigu-
ranti il suo martello verranno gradatamente sostituiti da altri in
forma di croce.

284
Come per Odino il parallelo si propone anche per il nome del “giovedì”: in
latino dĭēs Iŏvis: þórsdagr (cfr. medio ingl. þuresdæg e ant. alto ted. donarestac).
285
Vd. p. 36 con nota 82.
286
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 228-231.
287
Vd. le cartine in de Vries 1970³ (B.7.1), II, pp. 116-117.
288
O. Almgren, a esempio, riconosce una continuità tra figure che si ritrovano nelle
incisioni rupestri come quella di Kalleby (Tanum, Bohuslän), nella quale compare un
‘dio con il martello’, l’iconografia di Thor e l’immagine di Sant’Olav raffigurato su una
nave con in mano un’ascia, che si trova su un sigillo medievale della città svedese di
Torshälla (anticamente Torsharg, un toponimo di chiaro carattere cultuale, vd. p. 189)
in Södermanland (Almgren 1926-1927 [C.1.3], p. 71 e figura 39). In questo contesto si
veda anche Montelius O., The Sun-god’s axe and Thor’s hammer, London 1910.
289
Anche se, a onor del vero, occorre specificare che le fonti cui si fa riferimento al
riguardo appartengono prevalentemente, all’area islandese e che nella tradizione
norvegese, così come in ambito leggendario – si veda a esempio la Saga di Bárðr (for-
malmente una ‘saga islandese’, in realtà tuttavia un testo ricco di allusioni a elementi
fantastici) – Odino appare in qualche occasione come pericoloso nemico dei cristiani,
(Bárðar saga, cap. 18). Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 206-207.
290
Diversi episodi relativi sono elencati in Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 231-233.
291
Questa espressione riprende un episodio riportato tra l’altro nel cap. 102 della
Saga di Njáll del rogo (Brennu-Njáls saga) nel quale si riferisce che un missionario cri-
stiano di nome Þangbrandr aveva fatto naufragio sulle coste dell’Islanda: questo fatto
era stato salutato dalla poetessa Steinunn Refsdóttir (vd. p. 307, nota 79) con la com-
posizione di alcuni versi celebrativi (vd. Skj I: A, pp. 135-136, B, pp. 127-128); costei
inoltre aveva sostenuto che Thor aveva sfidato Cristo a duello, domandandosi come il
nuovo dio osasse misurarsi con l’antico.

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174 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Al tempo dei vichinghi gli antichi dèi della famiglia dei Vani
erano ormai a pieno titolo integrati fra gli Asi. È certamente signi-
ficativo che fra questi ultimi l’unica figura femminile di una certa
importanza – Freyja, dèa della fecondità e della magia – sia origi-
nariamente una divinità vanica. In effetti ella pare prevalere nella
venerazione addirittura su Frigg, sposa di Odino, con la quale
mostra tuttavia di condividere diversi e non secondari aspetti. Se
infatti da una parte il numero di toponimi teofori a lei collegabili
appare chiaramente superiore rispetto a quelli riconducibili a Frigg292
e – almeno in una fonte – si fa chiaro riferimento ad altari e templi
innalzati in suo onore,293 è tuttavia a Frigg che si rifà, nelle lingue
germaniche, il nome del venerdì.294
Ai Vani appartengono come Freyja anche Njǫrðr, suo padre, e
Freyr, suo fratello. Il nome del primo risulta essere inequivocabil-
mente la forma nordica (e tuttavia maschile!) del latino *Nerthus295
che, come sopra si è accennato, era stato attribuito da Tacito a una
dèa della fertilità – la Terra madre medesima – assai venerata nelle
regioni tedesco-danesi tra il Mecklemburgo, lo Schleswig-Holstein
e lo Jutland.296 A giudicare dai toponimi teofori il culto di Njǫrðr

292
Per la loro distribuzione vd. la cartina in de Vries 1970³ (B.7.1), II, p. 309; cfr.
ibidem, p. 201. Per i toponimi riconducibili a Frigg vd. ibidem, p. 303.
293
Vd. p. 184 con nota 333.
294
In ant. nordico frjádagr, cfr. ant. ingl. frı̄gedæg, ant. alto ted. frı̄atag, evidenti
calchi del latino dı̆eˉs Vĕnĕris; vd. DE VRIES 1962² (B.5), p. 143 (voce frjádagr).
295
Il nome latino *Nerthus (nel testo di Tacito nella forma dell’accusativo Nerthum)
corrisponde esattamente all’antico nordico Njǫrðr: infatti: e > jǫ per frattura da ‑u-;
‑u- in sillaba finale caduta in quanto vocale breve; s > R per rotacismo (successivamen-
te > r). Inoltre la grafia latina ‑th- indica chiaramente la presenza di una spirante
dentale (rappresentata in nordico dal segno ‑ð-).
296
Germania, cap. 40: “Non hanno singolarmente [le tribù precedentemente citate,
vd. sotto] nulla di particolare, se non il fatto comune che venerano Nerthus, vale a dire
la Terra madre, e credono che ella intervenga nelle faccende umane e si rechi tra la
gente. In un’isola dell’Oceano c’è un bosco non profanato, in esso [si trova] un carro
dedicato [alla dèa], ricoperto da un telo; solo a un sacerdote è permesso toccarlo.
Questi percepisce la presenza della dèa nel luogo sacro ed ella viene trainata da gioven-
che ed è accompagnata con grande devozione. Allora vi sono giorni e luoghi di festa
che la dèa si degna di visitare come ospite. Non si intraprendono guerre, non si pone
mano alle armi; qualsiasi lama viene messa sotto chiave, la pace e la tregua solo allora
sono conosciute, solo allora amate, fino a che il sacerdote riconduca al santuario la dèa,
soddisfatta dei rapporti con gli uomini. Subito il carro e il telo e, per chi vuol crederci,
la divinità medesima [cioè il suo simulacro] viene lavato in un lago appartato. Schiavi
officiano, che subito dopo il medesimo lago inghiotte. Di qui un arcano terrore e una
santa ignoranza su che cosa sia ciò che vedono solo coloro che sono destinati a morire”
(DLO nr. 35). Tacito cita sette tribù che adoravano questa dèa: Reudigni, Aviones, Anglii,
Varini, Eudoses (che potrebbero forse essere identificati con gli Juti: vd. Much R.,
Die Germania des Tacitus, Dritte, beträchtlich erweiterte Auflage, unter Mitarbeit

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 175

(invocato tra l’altro per ottenere una pesca abbondante) e quello


di Freyr, dio della fecondità per eccellenza, risultano ben presenti
in Norvegia e in Svezia;297 in quest’ultimo Paese del resto Freyr
doveva essere particolarmente venerato nelle regioni dell’Uppland,
come risulta non solo da notizie contenute nelle fonti, ma anche
dal suo legame con la stirpe regale degli Ynglingar (la quale aveva
sede a Uppsala) che a lui (Yngvi-Freyr) faceva risalire la propria
origine.298 Certamente la venerazione per le divinità della fecondi-
tà ha radici antichissime, legate a culti naturalistici, come dimostra,
tra l’altro, il cosiddetto ‘culto del fallo’, che trova la sua più singo-
lare descrizione in una fonte in cui si riferisce di una famiglia di
contadini norvegesi abitanti in una zona isolata che veneravano il
fallo di un cavallo (animale del resto chiaramente connesso al cul-
to di Freyr).299
Naturalmente il paganesimo nordico conosce tutta una serie di
altre divinità, di maggiore o minore importanza. In età vichinga
appare in declino il culto di Týr (Mars nell’interpretatio romana),300
che mostra carattere giuridico ed è patrono dell’assemblea. L’eti-
mologia del suo nome, che risale a una radice indoeuropea *diēu, lo
identifica tuttavia come dio supremo del cielo, una funzione attri-
buibile anche a Ullr, il quale secondo la testimonianza dei toponi-
mi doveva – in una sorta di alternanza – essere venerato nelle aree
in cui il culto di Týr non era presente.301 Se la devozione nei con-
fronti di entrambi questi dèi mostra (particolarmente per il secon-
do), i segni di un regresso quasi definitivo, è tuttavia interessante
rilevare come i toponimi teofori mettano in luce un rapporto pri-
vilegiato del dio supremo del cielo Týr/Ullr con la figura di *Nerthus-

von H. Jankuhn herausgegeben von W. Lange, Heidelberg 1967, pp. 446-447), Suari‑
nes e Nuitones. Cfr. sopra, p. 164 con nota 248. P. V. Glob (Glob 1973 [C.2.2], pp.
126-128) ha voluto riconoscere il simulacro di questa dèa nella figura di una divinità
femminile (tuttavia senza testa, braccia e piedi) realizzata con un ramo di legno di
quercia ritrovata in una palude a Foerlev Nymølle (Jutland centro-orientale) e si è
spinto a sostenere che i cadaveri rinvenuti dalle paludi danesi (vd. sopra. p. 71 con nota
32) possano essere i corpi di persone che avevano partecipato alle cerimonie in onore
della dèa Nerthus, così come descritte da Tacito. Il corrispettivo maschile di questa dèa
sarebbe il ‘dio di legno’ di Broddenbjerg (cfr. p. 165 con nota 250).
297
Vd. le cartine in de Vries 1970³ (B.7.1), II, pp. 194-195; cfr. ibidem, p. 201.
298
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 279-280.
299
Si veda il cosiddetto Libro di Flatey (Flateyjarbók, II, pp. 331-336).
300
A lui si rifà il nome del “martedì” (dı̆ēs Mārtis): ant. nordico týsdagr; cfr. ant. ingl.
tı̄wesdæg, ant. alto ted. ziestag.
301
In effetti mentre il culto di Ullr risulta diffuso in Svezia e in Norvegia, quello
di Týr pare (con poche e dubbie eccezioni) limitarsi alle zone danesi (vd. de Vries
1970³ [B.7.1], II, pp. 19-20); cfr. nota 261.

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176 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

Njǫrðr. Una vicinanza da interpretare come la traccia di antichi riti


di ierogamia?
Alla sfera della tradizione mitologica (per altro strettamente
legata alle concezioni religiose in quanto ne costituisce un suppor-
to fondamentale) appartengono (piuttosto che alla tradizione cul-
tuale) altri dèi di una certa importanza. Innanzi tutto Heimdallr,
della cui venerazione resta forse una traccia302 (seppure egli sia
ignoto ai toponimi): dio guardiano che sorveglia l’ordine cosmico
e che solo conosce il momento in cui questo ciclo di esistenza vol-
gerà al termine ed egli dovrà dar fiato alla tromba che segnerà
l’inizio della battaglia escatologica dell’ultimo giorno. Poi Baldr,
figlio di Odino e di Frigg (della cui venerazione abbiamo del resto
solo qualche indizio),303 il dio luminoso, protagonista di uno dei
racconti più drammatici del mito: ucciso per una trama ordita
contro di lui dal malvagio Loki, egli è destinato a restare nel Regno
degli inferi fino alla fine di questo ciclo per tornare a regnare sul
prossimo. E, infine, proprio Loki: spirito inquieto, arguto e malva-
gio, dio creatore e distruttore, padre di esseri demoniaci che nell’ul-
timo giorno si schiererà al fianco delle forze del male. Di un suo
culto non ci sono, evidentemente, notizie, tuttavia la sua figura ha
lasciato importanti tracce nel folclore.304
Le fonti scritte riferiscono anche dell’esistenza di diverse divini-
tà minori sulle quali non disponiamo che di scarse informazioni;
queste figure restano dunque difficilmente valutabili, seppure
– almeno in un caso (quello di Bragi, indicato da Snorri Sturluson
come dio della poesia) – possiamo persino supporre che si tratti di
una figura di carattere esclusivamente letterario.

3.3.3. Un universo animato

Ma per comprendere appieno l’universo religioso del paganesi-


mo nordico occorre prendere atto che in esso esistono, accanto agli
dèi, tutta una serie di figure sovrannaturali di secondo piano, ben
presenti nell’immaginario e nelle credenze dell’uomo del Nord, che
ne ha conservato in molti casi traccia assai viva nel folclore. Il rife-
rimento è qui ai giganti, stirpe antichissima, considerati assai sapien-
ti e non di rado intesi come incarnazione degli aspetti oscuri e
pericolosi della natura; agli elfi e ai nani, da interpretare verosimil-
302
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 222.
303
Vd. de Vries 1970³ (B.7.1), II, pp. 230-231.
304
Vd. in particolare Ström 1956 e Rooth 1961.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 177

mente come manifestazione degli spiriti dei morti (tali sarebbero


al femminile anche le dísir, sing. dís), alle norne, dèe del destino
che tessono la trama della vita, alle valchirie, inviate da Odino per
decidere la sorte delle battaglie e accogliere nella Valhalla gli eroi
morti. Un culto degli elfi (che pare aver lasciato tracce nel folclore)305
è testimoniato in talune fonti, così come un culto delle dísir a pro-
posito delle quali si fa anche riferimento a un tempio,306 nulla è
invece riferito in tal senso a riguardo delle norne e delle valchirie.
Esse d’altronde non paiono essere nulla di più se non una incarna-
zione del concetto di destino, entità suprema e indifferente – il cui
potere è superiore a quello degli dèi medesimi – e nei cui confron-
ti l’uomo avverte soltanto un sentimento di consapevole rassegna-
zione.
Ma l’uomo del Nord, che aveva ereditato dai suoi antenati l’idea
di un universo ‘vivo’ del quale si sentiva parte integrante e con il
quale manteneva una costante interrelazione, credeva anche all’esi-
stenza di spiriti legati a luoghi particolari (quali le landvættir,
“spiriti del luogo” che possono manifestare benevolenza o ostilità
nei confronti degli uomini), spiriti domestici (verosimilmente gli
antenati defunti legati al luogo in cui avevano vissuto),307 spiriti
acquatici e marini: questi ultimi, in particolare, assai temuti dai
naviganti, in quanto considerati mostri capaci di provocare naufra-
gi per divorare gli equipaggi. Di diversi esseri sovrannaturali di
secondo piano (in primo luogo gli elfi) si riteneva che dimorassero
in piccole alture o massi, non di rado in prossimità delle abitazioni
305
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 310; cfr. Almgren 1926-1927 (C.1.3), pp.
219-220, sulla possibile relazione delle cavità coppelliformi dette in svedese älvkvarnar
con il culto degli elfi.
306
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), p. 301. Tradizionalmente era noto un grande
mercato detto disting, letteralmente “assemblea delle dísir” che si teneva a Uppsala in
coincidenza con la prima luna piena del mese di gói (tra la fine di febbraio e l’inizio di
marzo), in occasione di una riunione assembleare e di un importante sacrificio (al
quale fa riferimento Snorri Sturluson nella Saga di Olav il Santo: Óláfs saga helga, cap.
77). È evidente che nel nome è contenuto un rimando al culto delle dísir; vd. Granlund
J., “Disting”, in KHLNM III (1958), coll. 112-115; cfr. il testo alle pp. 595-597.
307
In particolare nel folclore islandese è diffusa anche la credenza nei cosiddetti
draugar (sing. draugr), spiriti di morti malvivi che tornano a tormentare gli uomini. La
tradizione conosceva diversi rimedi per impedire la loro ricomparsa sulla terra (a esem-
pio staccando la testa e ponendola all’altezza delle cosce o conficcando un palo nel
corpo perché esso rimanesse fermo nella tomba; vd. Chiesa Isnardi 20084 [B.7.1], pp.
362-364). Con queste credenze parrebbe da mettere in relazione il ritrovamento del
cosiddetto “uomo di Bocksten” (Bockstensmannen), dal nome della palude (Bocksten
in Halland) nella quale il 22 giugno 1936 fu ritrovato il cadavere di una persona giu-
stiziata alla quale dopo la morte era stato conficcato un palo nel corpo. Il reperto
(risalente al XIV secolo) è conservato nel museo di Varberg (Halland).

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178 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

degli uomini. Tutte queste credenze si legano, evidentemente, alle


condizioni ambientali ma affondano altresì le proprie radici in una
consolidata tradizione naturalistica, come mostra in particolare la
persistenza di un culto del sole, oggetto di una venerazione anti-
chissima risalente almeno al sistema religioso dell’età del bronzo,308
ma che – seppure in forme non esplicite – è rintracciabile ben
addentro al medioevo come si deduce non solo da taluni episodi
citati nelle fonti, ma anche dalla lettura di un carme di dichiarata
ispirazione cristiana che tuttavia, non solo nel titolo Carme del sole
(Sólarljóð), conserva tracce di questa radicata devozione.309

3.3.4. La concezione del mondo

La tradizione mitologica disegna un universo che si estende nel


tempo e nello spazio a formare una misura di esistenza, un ciclo
che segue e precede altri cicli in una serie replicata all’infinito.
Quando la quantità di tempo assegnata a ogni ciclo sarà colma,
verrà la fine del mondo, l’apocalisse nordica. La terra e gli uomini
saranno sconvolti da inimicizie, conflitti ed eventi disastrosi. Gli
dèi combatteranno contro le forze del male, annientandosi a vicen-
da. Poi tutto ciò cesserà e sorgerà un nuovo ordine, un nuovo ciclo
e un nuovo mondo. Ma su ciò che sarà nessuno, neppure gli dèi,
sa dire qualcosa.310
Il mondo così come immaginato nella concezione nordica è nato
dal corpo di un gigante primordiale, Ymir, sacrificato dagli dèi:
dalla sua carne fu tratta la terra, dal sangue il mare, dalle ossa le
montagne, dalla chioma gli alberi, dal cranio il cielo, dal cervello
le nuvole. Esso conosce una estensione orizzontale: all’esterno il
buio e il mistero del caos, poi l’oceano (nei cui abissi giace il serpe
cosmico, avvolto attorno alla terra come un anello), poi le spiagge,
poi il mondo degli uomini Miðgarðr (“Recinto di mezzo”, tratto
dalle sopracciglia di Ymir) e, al centro, le dimore degli dèi che
308
Lo studioso J. Helander (“Den svenske solguden og den svenske Tyr”, in Ord
och bild, XV [1906], pp. 177-194) mette in relazione il culto del sole, così come testi-
moniato da reperti dell’età del bronzo (carri ‘solari’ e incisioni rupestri; vd. sopra, pp.
43-44 con nota 107 e pp. 48-49 con nota 130), con il culto del dio Týr, una figura che
in età vichinga appare in decadenza.
309
Vd. oltre, p. 425 e testo alle pp. 426-428. La datazione del carme è dibattuta,
probabilmente esso risale al XII o XIII secolo. Sulle testimonianze tarde riferibili a un
culto del sole vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 70-71 e Scovazzi 1957 (B.8), p. 185
e p. 196; cfr. anche Cesare, Commentariorum belli gallici, VI, 21.
310
Vd. Chiesa Isnardi 20084 (B.7.1), pp. 186-192.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 179

vivono in Ásgarðr (“Recinto degli Asi”). Contemporaneamente


tuttavia esso si ordina su un’asse verticale sviluppandosi su nove
mondi di cui quello infimo è il Regno dei morti (governato da Hel,
figlia di Loki e di una gigantessa) e quello supremo la dimora degli
dèi. Degli elfi luminosi si dice che vivono nel cielo più alto. Gli
uomini abitano dunque nel punto in cui il mondo orizzontale e
quello verticale si intersecano. Ma l’immagine dell’universo pre-
sente è espressa anche in quella dell’albero cosmico, Yggdrasill, le
cui radici affondano nel Regno degli inferi, mentre i rami si sten-
dono su tutta la terra e coprono il cielo. La simbologia dell’albero
come essere vivente capace di incarnare e di trasmettere la forza
della vita e della crescita risale, almeno, alle incisioni dell’età
del bronzo.311 Sotto l’albero cosmico (forse un frassino) c’è la fon-
te del destino presso la quale dimorano le norne.
La concezione del destino è certamente una delle componenti
fondamentali della mentalità pagana dell’uomo del Nord. Nella
tradizione della Sippe esso era una condizione legata alla comunità
e come tale si proiettava su tutti i suoi membri, i quali dunque non
solo erano legati da vincoli di parentela e da esigenze di natura
economica, giuridica o religiosa, bensì anche dall’inevitabile coin-
volgimento in una sorte comune. Ma anche quando l’individuo si
allontanava dalla Sippe per privilegiare un’esperienza personale di
vita (come è, evidentemente, il caso di coloro che erano animati
dallo spirito vichingo) il destino incombeva su di lui inevitabile.
Ripetutamente le saghe suggeriscono che la grandezza dell’eroe
non consiste tanto nella capacità di opporsi al fato quanto in quel-
la di accettarlo.312 Del resto i miti ricordano che anche gli dèi vi
sono ineluttabilmente sottomessi: i drammatici racconti relativi

311
Cfr. p. 48.
312
A questo proposito si potrebbero portare numerosi esempi. Tra tutti merita
comunque una citazione un celebre episodio narrato nella Saga di Gísli Súrsson
(capp. 12-13). Qui si riferisce di Vésteinn, cognato e “fratello di sangue” di Gísli
(vd. sopra testo a p. 102), il quale mentre si stava recando a trovare l’amico fu
avvertito da alcuni messaggeri inviatigli incontro di tornare indietro, in quanto per
lui sarebbe stato altamente pericoloso farsi vedere nella zona in cui abitava Gísli (il
fiordo detto Dýrafjǫrður). A causa di un contrattempo tuttavia i messaggeri lo
avevano raggiunto in ritardo. Al loro avvertimento egli dunque rispose con queste
parole: “Avete detto la verità […] e io sarei tornato indietro, se mi aveste incontra-
to prima, ma ora tutte le acque scorrono verso il Dýrafjǫrður e io devo cavalcare in
quella direzione; e tuttavia lo desidero” (DLO nr. 36). Poco tempo dopo il suo
arrivo nella casa del cognato, Vésteinn sarebbe stato ucciso; subito dopo aver rice-
vuto dal suo assassino un mortale colpo di lancia nel petto, egli pronunciò solo due
parole: “Colpì giusto” (Gísla saga, p. 43: “Hneit þar”) e dopo qualche istante cadde
a terra morto.

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180 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

all’ultimo giorno, parlano, non a caso, di ragnarøkkr “fato degli


dèi”:313 allora tutti periranno nella battaglia finale.
Strettamente connessa all’idea del destino è quella della fortuna,
un concetto ben ribadito nelle fonti, là dove la fortuna (nel senso
di sorte) si manifesta non di rado nelle vesti di spiriti custodi che
assumono sembianze animali o talvolta di donna, recando presagi.
Questi spiriti sono noti (soprattutto nella tradizione islandese) come
hamingja e fylgja (la prima pare più propriamente legata alla Sippe,
la seconda all’individuo) ma anche come hugr, una parola con cui
si esprime la manifestazione del nucleo spirituale di un essere. La
“fortuna” vera e propria è detta in antico nordico gæfa, gipta o heill
(l’ultima denominazione pare più propriamente intesa in riferimen-
to a una comunità): al primo termine è sottinteso un senso di
intrinseca ‘bontà’, al secondo di ‘dono’, il terzo richiama invece
l’idea della sacralità e indica dunque nella fortuna una condizione
felice (che tuttavia può manifestarsi in misura maggiore o minore)
conseguente a un contatto fruttuoso con le forze che governano
l’esistenza.314
Il patrimonio mitologico-religioso del paganesimo scandinavo è
assai ricco, ed è indubbio che l’insieme di queste credenze doveva
condizionare profondamente la vita dell’uomo del Nord in tutte le
sue manifestazioni. Tuttavia, nel momento in cui lo ritroviamo
espresso in forme letterarie o iconografiche di notevole qualità (testi
e figure la cui ‘fruizione’ appare destinata in primo luogo a una
élite) abbiamo ragione di domandarci in quale misura queste cono-
scenze e queste concezioni fossero diffuse e radicate negli strati
inferiori della società. Questo è, naturalmente, un problema di
difficile soluzione, in quanto le fonti archeologiche, iconografiche
e letterarie fanno evidente riferimento alla vita delle persone emi-
nenti, prima che a quella dell’uomo comune, la quale dal punto di
vista del rapporto con il sovrannaturale pare esprimersi piuttosto
in forme di carattere per così dire ‘secondario’, quali la magia, la
superstizione e il folclore. D’altronde si deve constatare che, pur

Vd. p. 169 con nota 270.


313

Vd. de Vries 1962² (B.5), p.197, p. 168 e p. 218 rispettivamente; vd. anche Sco-
314

vazzi 1957 (B.8), pp. 206-207. In questo contesto l’uomo nordico dava particolare
importanza al sogno, inteso sia come veicolo di contatto con il sovrannaturale sia come
momento in cui, seppure in forma simbolica, potevano essere preannunziati eventi
futuri; vd. Larsen S., “Antik og nordisk Drømmetro”, in AaNOH 1917, pp. 37-85;
Kelchner G.D., Dreams in Old Norse literature and their affinity in folklore, Cambridge
1935 e Turville-Petre E.O.G., “Dreams in Icelandic Tradition”, in Folklore, LIX
(1958), pp. 93-111.

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Verso il mondo esterno: il periodo vichingo 181

limitandoci agli ambiti sociali rispetto ai quali abbiamo sufficienti


testimonianze, le differenze sono molte e notevoli.
Un ottimo esempio di questa situazione è offerto dal concetto
di aldilà nel mondo scandinavo. In effetti il Regno dei morti non è
costituito sic et simpliciter dalla Valhalla. In modo inequivocabile
ci viene riferito nelle fonti che questo luogo è riservato ai guerrieri
scelti di Odino che vi godono del cibo dell’immortalità e vi trascor-
rono il tempo esercitandosi quotidianamente per la battaglia dell’ul-
timo giorno nella quale combatteranno a fianco del dio. Ma nell’im-
maginario nordico pagano i morti vanno anche ad abitare presso
Hel, figlia di Loki, guardiana del Regno delle tenebre: al dio Baldr
medesimo toccherà questa sorte. Altre testimonianze si rifanno a
un’antichissima concezione, secondo la quale i defunti dimorano
nelle alture (dunque, di conseguenza, nei tumuli). Ed è altresì
riferito che taluni, in particolare i morti annegati, vanno a stare
presso la gigantessa Rán (“Predatrice”), moglie del gigante-dio del
mare Ægir, che ne raccoglie i cadaveri con una rete.
Al di là d’una corretta valutazione degli elementi che ci vengono
forniti dalle diverse fonti, non si possono dunque trarre conclusio-
ni di carattere generale, piuttosto occorre constatare la complessi-
tà della situazione che si lega non solo alle diverse componenti
sociali e alla diversa concezione di vita, ma anche (in misura non
secondaria) alla tradizione religiosa così come radicata e stratifica-
ta in un determinato ambiente.

3.3.5. Luoghi e oggetti di culto

Secondo Tacito i Germani non possedevano templi ma si limita-


vano a officiare i propri riti in luoghi naturali come boschi sacri
(“lucos et nemora”).315 Almeno per quanto riguarda le regioni scan-
dinave (a proposito delle quali l’autore mostra del resto conoscen-
ze assai limitate) questa affermazione corrisponde solo in parte alla
situazione reale.316 Qui infatti accanto a riscontri certi dell’uso di
tenere cerimonie presso particolari ambienti naturali come

315
Germania, cap. 9.
316
Tacito medesimo del resto pare contraddirsi quando parla del ‘santuario’ della
dèa *Nerthus (Germania, cap. 40; cfr. p. 174 con nota 296). Inoltre negli Annali (Annales,
I, 51) fa riferimento, a riguardo dei Marsi, a un celebre tempio denominato Tanfana
(I, p. 38: “celeberrimum illis gentibus templum, quod Tanfanae vocabant”). Anche in
questo caso resta tuttavia incerto se il riferimento sia a una costruzione a uso cultuale
o, piuttosto, a un bosco sacro al cui interno si trovava un altare.

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alture, pareti di roccia, caverne (che talora ne recano testimonianza


in incisioni rupestri)317 e paludi (con la loro lunghissima tradizione
di luoghi sacrificali privilegiati),318 le evidenze archeologiche dimo-
strano l’esistenza, fin da tempi assai antichi, di veri e propri luoghi
di culto. In taluni casi si sono potute individuare costruzioni pre-
poste a un uso cultuale fin dall’età della pietra:319 siti danesi come
quelli di Troldebjerg (nella parte meridionale dell’isola di Langeland)
e Tustrup (nello Jutland orientale) ne recano testimonianze suffi-
cientemente certe.320 All’età del bronzo (1000 a.C. circa), risale il
luogo di culto ritrovato a Sandagergård (Selandia settentrionale)321
così come una serie di recinzioni (terrapieni o palizzate) che vero-
similmente circondavano aree destinate a un uso rituale e ad altre
attività comunitarie (a esempio a Odensala nell’Uppland svedese);322
del resto l’esperienza religiosa degli uomini del Nord, strettamente
legata ai vari momenti della vita quotidiana, accomunava i diversi
elementi in una visione di insieme, la cui legittimità e sacralità era
sottolineata in particolari occasioni. Ciò spiega a esempio il motivo
per cui aspetti cerimoniali di grande importanza siano collegabili ai
luoghi nei quali sono presenti sepolture, come appare, fin dalla fase
più antica dell’età della pietra in un sito di tutto rilievo come quel-
lo di Skateholm.323 Aree sacre dovettero essere, quasi certamente,
317
Come è quasi certamente il caso di quella detta Solsemhulen (isola di Leka
nella regione norvegese del Nord-Trøndelag). Qui sono state trovate incisioni rupestri
(tra cui tredici figure umane e un segno simile a una grande croce) oltre a ossa umane
e animali, utensili, un corno potorio e una scultura raffigurante un uccello, la grande
alca (Alca impennis) ormai estinto. I reperti dovrebbero risalire alla fase più recente
dell’età della pietra.
318
Ancora nel Libro dell’insediamento si fa riferimento a individui come Þorir
Pezzettino (snepill) Ketilsson, Eyvindr Loðinsson e Þorsteinn Naso rosso (rauðnefr)
Hrólfsson che veneravano rispettivamente un bosco, delle pietre e una cascata (Land-
namabók, pp. 270-271, p. 273 e p. 358); anche la Saga della cristianizzazione (Kristni
saga, un testo tramandatoci anonimamente, tuttavia probabilmente scritto da Sturla
Þórðarson, nipote di Snorri, verso la metà del XIII secolo e nel quale è riportata una
breve storia della Chiesa islandese fino al 1118) fa riferimento (cap. 2) alla venerazio-
ne per una roccia nella quale si riteneva vivesse uno spirito; così anche il Breve raccon‑
to di Þorvaldr Gran viaggiatore I (Þorvalds þáttr víðfǫrla I, cap. 3; vd. p. 264, nota 149).
319
Nissen Fett 1942 (B.7.1), p. 23.
320
Jensen 2001-2004 (B.2), I, pp. 392-398. Siamo verso la fine del IV millennio a.C.
Vd. anche il complesso di Samp (Fionia sud-occidentale), risalente al 3400 a.C. – che
certamente prevedeva anche un uso cultuale – e altri simili (Jensen 2001-2004, I, pp.
384-392 e anche pp. 288-289). Per la Svezia vd. p. 30, nota 63.
321
Vd. Kaul F., “Sandagergård. A Late Bronze Age Cultic Building with Rock
Engravings and Menhirs from Northern Zealand, Denmark”, in AA LVI (1985), pp.
31-54 e Jensen 2001-2004 (B.2), II, pp. 442-443.
322
Burenhult 1999-2000 (B.2), II, pp. 83-89.
323
Cfr. sopra, pp. 24-25.

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anche quelle sulle quali venivano eretti i cosiddetti domarringar.324


Qui si deve constatare un elemento di notevole continuità testi-
moniato in molti casi dalla ripetuta frequentazione, in epoche
diverse, dei medesimi spazi sacri (il che non di rado vale anche per
i luoghi di sepoltura che presentano tombe per così dire ‘primarie’
e ‘secondarie’) che in diversi casi conosceranno, una volta affer-
matasi la cristianizzazione, la presenza di una chiesa.325 All’ultima
fase del paganesimo nordico (dunque in pieno periodo vichingo)
risale la costruzione di veri e propri templi, alcuni dei quali ven-
gono descritti nelle fonti islandesi, come il celebre tempio di Thor
eretto dal suo grande devoto, il colono Þórólfr Mostrarskegg, di
cui riferisce la Saga degli uomini di Eyr e diversi altri.326 Il più
celebre tempio di epoca vichinga pare essere senza dubbio quello
che, secondo la testimonianza di Adamo da Brema, era stato eret-
to a Uppsala.327 Resta comunque probabile che ancora nell’ultima
fase del periodo vichingo, immediatamente prima della cristianiz-
zazione, i popoli nordici tenessero i loro riti sia all’aperto sia in
templi veri e propri, sia – in taluni casi – in abitazioni private.
Per i luoghi sacri abbiamo diverse designazioni. Stafgarðr, un
termine menzionato in un testo giuridico, la Legge dei Gotlandesi
(Guta lag),328 indica forse un recinto (garðr) con all’interno un pila-
stro o un palo (stafr):329 ciò ricorderebbe l’antica venerazione per
colonne che dovevano verosimilmente simboleggiare l’asse del
mondo. Vé (etimologicamente connesso al gotico weihs “sacro”)
viene usato in diversi contesti e sebbene non paia possibile definir-
ne un significato univoco,330 certamente rappresenta la designazio-
ne esemplare di spazio cultuale, come mostra la tradizione secondo

324
Nissen Fett 1942 (B.7.1), p. 24. Vd. sopra, p. 68.
325
Del resto il forte legame con luoghi tradizionalmente considerati ‘sacri’ è ben
testimoniato nel Libro dell’insediamento, là dove si fa riferimento a tale Loptr Ormsson
che – emigrato dalla Norvegia in Islanda – ogni tre anni ritornava nella terra di origine
per innalzare sacrifici nel tempio che suo nonno aveva custodito (Landnámabók, pp.
368-369).
326
Vd. il testo riportato alle pp. 184-185 e anche nota 340.
327
Vd. il testo riportato a p. 186 e anche nota 342.
328
Guta lag, ed. Pipping, p. 7 (cfr. ed. Gannholm, p. 22 [4]); cfr. p. 198, nota 389.
Nelle leggi norvegesi cristiane dell’Eidsivating è contemplato il divieto di tenere in casa
un pilastro (stafr) e di venerarlo: “Nessuno dovrà avere in casa sua un palo o un altare.
[compiere] magie o [tenere] un sacrificio. o ciò che riguarda gli usi pagani” (DLO nr. 37).
329
Vd. Kock A., “Etymologisk belysning av några nordiska ord och uttryck”, in
ANF XXVIII (1912), pp. 199-205; cfr. p. 188.
330
Nell’Edda di Snorri Sturluson, a esempio, là dove è riferito l’episodio dell’inca-
tenamento del lupo Fenrir, incarnazione del principio del male (vd. Chiesa Isnardi
20084 [B.7.1], pp. 63-66), esso definisce la dimora stessa degli dèi.

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184 STORIA E CULTURA DELLA SCANDINAVIA. UOMINI E MONDI DEL NORD

la quale al suo interno erano assolutamente interdette le armi e


qualsiasi forma di violenza.331 Interessante al riguardo è anche la
constatazione dell’uso di questo termine in nomi propri composti,
a indicare (almeno inizialmente) persone ‘consacrate’ che forse
svolgevano un’attività legata al culto, come appare del tutto eviden-
te almeno in un caso specifico.332 Un altro termine assai interessan-
te che indica un luogo sacro è hǫrgr. È verosimile che nella fase più
antica esso si riferisse a una sorta di altare all’aperto costituito da
un cumulo di pietre. Ciò è suggerito innanzi tutto in un carme
eddico, là dove la dèa Freyja in prima persona parla di un “altare”
a lei innalzato da un suo devoto “con pietre accatastate” (“Hǫrg mér
gerði,/ hlaðinn steinom”),333 una testimonianza che insieme ad altre
ha anche indotto a ritenere che questo tipo di struttura fosse dedi-
cata alle divinità femminili. Altre fonti lasciano intendere che suc-
cessivamente un hǫrgr trovasse posto all’interno di una costruzione
in legno.334 Il termine nordico che in maniera più esplicita reca il
significato di tempio è tuttavia hof. Questa parola, che compare con
frequenza nelle fonti islandesi, indica chiaramente una costruzione
destinata a un uso sacro, un ‘tempio’ – non di rado di grandi dimen-
sioni –335 che talora i coloni innalzavano presso la propria fattoria.

Dalla Saga degli uomini di Eyr:

“Là egli fece innalzare un tempio, ed era una grande costruzione; c’era una
porta alla parete laterale verso il fondo; là dentro c’erano le colonne del
trono336 e in esse dei chiodi; essi erano detti chiodi divini.337 All’interno
331
Diversi esempi in proposito sono riportati in Briem 1945 (B.7.1), pp. 131-132.
Una particolare espressione “lupo nel luogo sacro” (“vargr í véum”) designava la per-
sona che avesse infranto questo divieto e, di conseguenza, venisse bandita.
332
Nel Libro dell’insediamento si fa riferimento a tale Geirr, che viveva a Sogn in
Norvegia. Di lui si legge: “Geirr si chiamava un uomo eminente [che abitava] a Sogn;
egli era detto Végeirr, poiché era assai dedito ai sacrifici; egli aveva molti figli: il mag-
giore dei suoi figli era Vébjǫrn Campione di Sogn (Sygnakappi), e poi [c’erano] Vésteinn,
Véþormr, Vémundr, Végestr e Véþorn, ma la figlia [si chiamava] Védís” (DLO nr. 38).
Chiaro esempio di una ‘famiglia consacrata’! Cfr. p. 193.
333
La fonte è il Carme di Hyndla (Hyndluljóð, vd. p. 295), str. 10, p. 289.
334
Vd. Briem 1945 (B.7.1), pp. 133-134.
335
Nella Saga dei valligiani di Vatnsdalur (cap.15) si fa riferimento a tale Ingimundr
il Vecchio (inn gamli) il quale avrebbe innalzato un grande tempio lungo cento piedi;
vd. anche la Saga degli uomini di Kjalarnes (Kjalnesinga saga), cap. 2; cfr. nota 340.
336
Vd. sopra pp. 147-148 e p. 150. La saga (cap. 4, ma vd. anche Landnámabók, p.
124) precisa che sulle “colonne del trono” di Þórólfr era scolpita l’immagine del dio Thor.
337
Questo particolare fa forse riferimento a una storia mitologica relativa al dio

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era tutta una zona sacra. Nella parte più interna del tempio c’era una
costruzione simile al coro che si trova ora nelle chiese, e nel mezzo del
pavimento c’era un piedistallo come un altare, e là c’era un anello aperto
di venti aurar: là si dovevano prestare tutti i giuramenti; il sacerdote
doveva portare quell’anello alla mano338 durante le adunanze. Sull’altare
ci doveva essere anche un catino sacrificale, e in esso un rametto sacrifi‑
cale che fungesse come un aspersorio, con cui si doveva aspergere dal
catino quel sangue che era detto sacrificale; era il sangue versato da quegli
animali che erano offerti agli dèi. Attorno all’altare in uno spazio a parte
era fatto posto alle effigi degli dèi. Tutti gli uomini dovevano pagare il
tributo al tempio e avevano l’obbligo di [seguire] il sacerdote in tutti [i
suoi] spostamenti, come ora i þingmenn con i [loro] capi,339 ma il sacer‑
dote doveva mantenere il tempio a sue spese affinché non decadesse e
celebrarvi i riti sacrificali.”340

Thor, al quale, in seguito a un duello con un gigante, era rimasto conficcato nella testa
un frammento della cote lanciata contro di lui dal suo avversario (Chiesa Isnardi 20084
[B.7.1], pp. 137-139 e p. 146, nota 8).
338
O forse al braccio. L’interpretazione dipende in effetti dal peso dell’anello che
secondo uno dei manoscritti era di venti, secondo un altro di due aurar (sing. eyrir),
unità di peso su cui vd. p. 209, nota 426; cfr. la Saga di Víga-Glúmr, cap. 25.
339
Vd. oltre, p. 380.
340
Cap. 4 (DLO nr. 39). Cfr. la Saga di Håkon il Buono di Snorri Sturluson, quinta
parte della Heimskringla (Hákonar saga góða, cap. 14) e la Saga degli uomini di Kjalar‑
nes (Kjalnesinga saga, cap. 2 e capp. 4-5). In quest’ultima è descritto un tempio nel
quale si trovavano le effigi di Thor e di altre divinità; questa fonte aggiunge che all’in-
terno c’era un fuoco sacro che doveva ardere continuamente e che fuori dall’ingresso
del tempio si trovava una fonte sacrificale (blótkelda) nella quale venivano affogate le
persone destinate al sacrificio. Di una fonte sacrificale fuori dal celebre tempio di
Uppsala scrive anche Adamo da Brema (Gesta Hammaburgensis […], scolio 138). Del
resto nella Saga dei valligiani di Vatnsdalur (cap. 30) si fa riferimento a una “fossa
sacrificale” (blótgrǫf) utilizzata per sacrifici umani e animali (si confronti anche il cap.
15 della medesima saga, cfr. nota 335). Molti altri luoghi sacri sono menzionati nelle
fonti. Tra i più importanti il grande tempio nella località di Mære (Mæri o Mærin)
presso Sparbu nella regione norvegese di Nord-Trøndelag cui fa riferimento tra l’altro
Snorri Sturluson in un paio di occasioni, affermando che Thor era là il dio maggior-
mente venerato (Óláfs saga Tryggvasonar, capp. 68-69 e Óláfs saga helga, cap. 108; cfr.
la versione norvegese della Saga di Olav Tryggvason [Óláfs saga Tryggvasonar] scritta
in latino attorno al 1190 da Oddr Snorrason monaco di Þingeyrar, in Saghe dei re
[Konunga sǫgur], I, cap. 54; cfr. anche Landnámabók, p. 307 e p. 309; per altre fonti
vd. CHIESA ISNARD