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In copertina:

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Progetto grafico:
xxystudio
LAXDÆLA SAGA

A cura di
Silvia Cosimini

Postfazione di
Alessandro Zironi
Titolo originale:
Hið íslenzka fornritafélag
Einar Ólafur Sveinsson (ed.), Reykjavík, 1934
[Íslenzk Fornrit, V]

Traduzione dall’islandese antico di Silvia Cosimini

© 1994, Iperborea S.r.l., Milano

www.iperborea.com

isbn 978-88-7091-541-9
LAXDÆLA SAGA
CARTINA?
CARTINA?
Glossario toponomastico

á: fiume
ás: cresta, dorsale
berg: roccia
ból: dimora, sede
bær: fattoria, sede
dalr: valle
engi: prato, pascolo
ey, pl. eyjar: isola, isole
fell: colle, collina
fjörðr, pl. firðir: fiordo
garðr: recinzione, area recintata
gil: burrone, gola
gróf: fossa, buca
háls: collo montano; sommità tondeggiante e valicabile di un monte
heiði: brughiera, landa
holt: poggio, collinetta
höfn: porto
kelda: pantano, acquitrino
laug, pl. laugar: pozza d’acqua calda
mýri, pl. mýrar: palude, pantano
nes: promontorio, capo, penisola
ós: bocca di fiume
sandr: distesa di sabbia alluvionale
skarð: passo montano
skógr: bosco, selva,
staðr, pl. staðir: luogo, sito, residenza, sede
strönd: costa, riva
sund: stretto, braccio di mare
tindr, pl. tindar: cima, vetta, picco
tunga: lingua di terra
vað: guado
vatn, pl. vötn: lago
völlr, pl. vellir: piana, pianura, campo
1

C’era un uomo chiamato Ketill Naso Piatto,


figlio di Björn Buna, che era un hersir1 poten-
te in Norvegia e proveniva da una famiglia
molto importante. Abitava nella Raumsdalr,
nel distretto di Raumsdalr, che si trova tra il
Sunnmøre e il Nordmøre. Ketill Naso Piatto
si era maritato con Yngvild, la figlia di Ketill
Montone, un uomo stimato, e da lei aveva avu-
to cinque figli. Uno si chiamava Björn l’Orien-
tale, un altro Helgi Bjólan. Una delle figlie di
Ketill si chiamava Þórunn Hyrna e aveva spo-
sato Helgi il Magro, il figlio di Eyvindr l’O-
rientale e di Rafarta, la figlia di Kjarval re degli
irlandesi. Un’altra figlia di Ketill era Unnr la
Sagace, che aveva sposato Ólafr il Bianco, il
figlio di Ingjaldr, il figlio di Fróði il Valoro-
so, quello che fu ucciso dagli Svertlingar. La
terza figlia di Ketill si chiamava Jórunn Man-
vitsbrekka; fu la madre di Ketill, il Pescatore
Fortunato, che si stabilì a Kirkjubær; suo figlio
fu Ásbjörn, padre di Þorsteinn, padre di Surtr,
padre di Sighvatr il Legislatore.2
2

Nel periodo in cui Ketill era già avanti con


gli anni, il potere di re Haraldr Bellachioma
si era accresciuto talmente che nessun sovrano
locale né altro uomo di rango riusciva ad affer-
marsi in Norvegia se non era lui a determinar-
ne il titolo. Ma quando Ketill venne a sapere
che re Haraldr aveva intenzione di offrirgli
le stesse condizioni che aveva pensato per gli
altri potenti, ovvero sottomettersi alla sua au-
torità senza però ricevere alcuna ricompensa
per i famigliari morti, convocò i parenti per
discuterne e si rivolse loro dicendo: «Tutti voi
siete a conoscenza dei nostri rapporti con re
Haraldr, nessuno ha bisogno che scenda nei
dettagli; è invece assai più urgente trovare una
soluzione alle difficoltà che ci si prospettano.
Ho prove sufficienti dell’animosità di re Ha-
raldr nei nostri confronti, ho l’impressione
che non potremo fare affidamento su di lui e
credo che ci si offrano solo due alternative, la-
sciare il paese oppure farsi ammazzare ciascu-
no a casa propria. Io preferirei incontrare la
stessa morte che è toccata ai miei parenti, ma
non voglio mettervi in difficoltà imponendovi
la mia decisione, perché conosco l’animo dei
miei congiunti e dei miei amici. So che non
vorreste che ci separassimo, nonostante i rischi
che correreste nel seguirmi.»
Björn, il figlio di Ketill, rispose: «Vi palese-
rò all’istante il mio volere. Voglio seguire l’e-
11

sempio di uomini più degni e lasciare questo


paese; non mi pare di guadagnarci niente ad
aspettare i servi di re Haraldr che ci persegui-
ranno per cacciarci dalle nostre proprietà, e
meno che mai subire la morte per mano loro.»
Tutti elogiarono le sue parole, che erano
parse molto valorose. Così presero la decisione
di andarsene dal paese, poiché i figli di Ketill
erano molto favorevoli e nessuno si dichiarò
contrario. Björn ed Helgi volevano andare in
Islanda perché sostenevano di averne sentito
parlare molto bene; dicevano che c’erano ter-
reni di buona qualità e che non si dovevano
nemmeno pagare, sostenevano che c’erano ba-
lene spiaggiate in quantità, fiumi pieni di sal-
mone e ricche zone di pesca in ogni stagione.
Ketill ribatté: «In quelle zone di pesca non tra-
scorrerò mai la mia vecchiaia.» A quel punto
Ketill manifestò le sue intenzioni dicendo di
essere più propenso ad affrontare il mare per
andare a ovest,3 che gli sembrava un buon po-
sto in cui vivere. Conosceva bene quelle terre
perché vi aveva spesso fatto razzie.
3

Dopo di che Ketill offrì un ottimo banchetto e


in quell’occasione sposò sua figlia Þórunn Hyr-
na a Helgi il Magro, come è stato scritto prima.
Poi Ketill preparò il viaggio verso ovest. Sua
figlia Unnr partì con lui insieme a molti altri
famigliari. Quella stessa estate i figli di Ketill
partirono per l’Islanda con il cognato Helgi il
Magro. Björn Ketilsson approdò a ovest, nel
Breiðafjörðr, ed entrò nel fiordo seguendone il
versante meridionale che penetra all’interno.
Su un promontorio nel fiordo si ergeva un’alta
montagna e poco al largo dalla costa c’era un’i-
sola. Björn decise che si sarebbero fermati lì
per qualche tempo, sbarcò con alcuni uomini
e avanzò seguendo la costa. C’era poca distan-
za tra il monte e la riva e gli parve un luogo
abitabile. Lì in una baia Björn trovò i pilastri
del suo scranno trasportati dalla corrente; tutti
ritennero che indicassero il luogo in cui siste-
marsi. In seguito Björn occupò tutta l’area tra il
fiume Stafá e il Hraunfjörðr e si stabilì nel luo-
go che da allora si chiama Bjarnarhöfn, ovvero
«porto di Björn». Era detto Björn l’Orientale.
Sua moglie era Gjaflaug, la figlia di Kjallak il
Vecchio. I loro figli furono Óttar e Kjallakr, il
cui figlio fu Þorgrímr, il padre di Styrr l’Assas-
sino4 e di Vermundr, mentre la figlia di Kjallak
si chiamava Helga. Helga si maritò con Vestarr
di Eyri, il figlio di Þórólfr Testa a Palla, che si
stabilì a Eyri; loro figlio fu Þorlákr, il padre di
13

Steinþór di Eyri. Helgi Bjólan approdò a sud


e occupò tutta la Kjalarnes, tra il Kollafjörðr e
il Hvalfjörðr, e visse a Esjuberg fino alla vec-
chiaia. Helgi il Magro approdò a nord, occupò
tutto l’Eyjafjörðr tra Siglunes e Reynisnes e si
stabilì a Kristnes. Da Helgi e Þórunn discende
la stirpe degli Eyfirðingar.
4

Ketill Naso Piatto approdò in Scozia dove fu


accolto molto bene dagli uomini di alto rango
del luogo, che gli proposero di stabilirsi dove
desiderasse perché era un uomo stimato e di
nobile famiglia. Ketill si stanziò lì insieme al
resto dei suoi parenti, tranne Þorsteinn, il fi-
glio di sua figlia, che partì per le sue scorrerie
e razziò la Scozia in lungo e in largo, tornan-
do sempre vincitore. Poi si riappacificò con gli
scozzesi, diventò padrone di mezza Scozia e ne
divenne il re. Prese in moglie Þuríðr Eyvin-
dardóttir, la sorella di Helgi il Magro. Gli
scozzesi non mantennero a lungo gli accordi,
perché lo tradirono nella fiducia; riguardo alla
morte di Þorsteinn, Ari Þorgilsson il Saggio
afferma che sia caduto a Caithness.
Unnr la Sagace si trovava a Caithness quan-
do suo figlio Þorsteinn morì. Venendo a sapere
che Þorsteinn era stato ucciso e visto che anche
suo padre era morto, pensò che non avrebbe
avuto grandi prospettive rimanendo lì. Si fece
allora costruire di nascosto nel bosco una nave
mercantile, un knörr,5 e quando fu completa-
ta la armò con grandi ricchezze. Portò con sé
tutti i parenti che erano ancora vivi, e la gente
sostiene che non si trovano altri casi in cui una
donna sia riuscita a fuggire da una tale situa-
zione ostile con tante ricchezze e tanti seguaci;
dal che si può dedurre che donna eccezionale
fosse. Unnr aveva portato con sé molti uomini
15

rispettati e di nobile stirpe. Uno dei suoi se-


guaci più stimati era un uomo chiamato Kollr,
che proveniva da una famiglia molto rinoma-
ta e lui stesso era un hersir. In viaggio insieme
a Unnr c’era anche un uomo che si chiamava
Hörðr; pure lui era di nobile famiglia, e molto
considerato.
Quando fu pronta, Unnr si diresse alle Isole
Orcadi e vi dimorò per qualche tempo. Là ma-
ritò Gró, la figlia di Þorsteinn il Rosso, che fu la
madre di Grélöð, la donna che fu data in moglie
allo jarl6 Þorfinnr, il figlio dello jarl Torf-Einar,
figlio di Rögnvaldr, lo jarl di Møre; loro figlio
fu Hlöðvir, padre dello jarl Sigurðr, padre dello
jarl Þorfinn, da cui discende la stirpe di tutti
gli jarl delle Orcadi. In seguito Unnr si diresse
verso le Isole Fær Øer e vi trascorse un certo
periodo. Lì maritò un’altra figlia di Þorsteinn,
di nome Ólöf; da lei discende la famiglia più
importante di tutte le isole, quella che chiama-
no il clan dei Götuskeggir.
5

Unnr lasciò poi le Isole Fær Øer e informò i


suoi compagni che voleva andare in Islan-
da; con lei c’erano Ólafr Feilan, il figlio di
Þorsteinn il Rosso, e tutte le sue sorelle non
ancora maritate. Quindi salpò, trovò vento
favorevole e approdò nel sud, a Vikrarskeið,
dove la nave si sfasciò, ma se la cavarono tutti
e così pure le loro proprietà. Poi andò a trovare
suo fratello Helgi con venti uomini al seguito.
Quando arrivò, lui le andò incontro e le pro-
pose di ospitarla insieme a nove uomini. Lei
ribatté adirata che non immaginava fosse tanto
meschino, e ripartì per andare a trovare suo
fratello Björn nel Breiðafjörðr. Quando egli
venne a sapere del suo arrivo le andò incontro
con una scorta numerosa, la accolse bene e le
offrì ospitalità insieme a tutta la sua compa-
gnia, perché conosceva la magnanimità di sua
sorella; la donna ne fu molto compiaciuta e lo
ringraziò per la sua prodigalità. Si fermò da
lui per tutto l’inverno e fu trattata con estrema
generosità, perché c’erano risorse sufficienti e
non si badò a spese.
Con la primavera attraversò il Breiðafjörðr
e raggiunse un certo promontorio dove si fer-
mò a desinare; da allora quel posto si chiama
Dögurðarnes, ovvero «promontorio del pran-
zo»: è la punta che dalla Meðalfellsströnd si
protende in mare. Poi diresse la nave all’in-
terno dello Hvammsfjörðr e raggiunse un
17

promontorio dove fece una sosta; lì Unnr


perse il pettine e da allora quel posto si chia-
ma Kambsnes, «promontorio del pettine».
Dopo di che attraversò la Breiðafjarðardalr
e reclamò tutta la terra che le parve. Infine
salpò verso la testa del fiordo. I pilastri del
suo scranno erano approdati lì con la cor-
rente, pertanto ritenne ovvio che fosse lì che
doveva sistemarsi. Fece costruire una fattoria
nel luogo che da allora si chiama Hvammr e
vi dimorò. La stessa primavera in cui Unnr
si stabilì nella fattoria di Hvammr, Kollr pre-
se in moglie Þorgerðr, la figlia di Þorsteinn
il Rosso, e il banchetto di nozze lo allestì
Unnr, che concesse in dote a Þorgerðr tutta
la Laxárdalr, così Kollr eresse una fattoria a
sud del fiume Laxá e vi si stabilì insieme alla
sua donna. Kollr era un uomo estremamente
stimato. Il loro figlio fu Höskuldr.
6

In seguito Unnr concesse ad altri parte dei


suoi terreni. Tutta la Hörðadalr fino al fiume
Skrámuhlaupsá la diede a Hörðr, che si stabilì
a Hörðabólstaðr e fu un uomo molto impor-
tante, con un’ottima discendenza. Suo figlio fu
Ásbjörn l’Abbiente, che abitò ad Ásbjarnarstaðir
nella Örnólfsdalr e sposò Þorbjörg, la figlia di
Skeggr del Miðfjörðr. Insieme ebbero una figlia,
Ingibjörg, che sposò Illugi il Nero, e due figli,
Hermundr e Gunnlaugr Lingua di Serpe; sono
chiamati la stirpe dei Gilsbekkingar.
Unnr disse ai suoi uomini: «A questo pun-
to sarete ricompensati per i vostri servigi;
non ci mancano certo i mezzi per ripagarvi
del vostro operato e della vostra lealtà. Siete
a conoscenza del fatto che ho concesso la li-
bertà a un uomo di nome Erpr, il figlio dello
jarl Meldun; lungi da me volere che un uomo
di tale stirpe porti il nome di schiavo.» Poi
Unnr gli concesse la tenuta di Sauðafellslönd
tra il Tunguá e il Miðá. I figli di Erpr furono
Ormr e Ásgeir, Gunnbjörn e Halldís, quel-
la che sposò Dala-Álfr. A Sökkólfr concesse
la Sökkólfsdalr, dove egli risiedette fino alla
vecchiaia. Hundi era il nome di un suo liber-
to, di origine scozzese; a lui diede la Hunda-
dalr. Il quarto schiavo di Unnr si chiamava
Vífill, e a lui diede la Vífilsdalr. Ósk si chia-
mava la quarta figlia di Þorsteinn il Rosso;
era la madre del sapiente Þorsteinn il Fosco,
19

che elaborò la settimana aggiuntiva in esta-


te.7 La quinta figlia di Þorsteinn si chiama-
va Þórhildr ed era la madre di Álfr di Dalir:
molti sostengono di discendere da lui. Sua
figlia fu Þorgerðr, la moglie di Ari Másson di
Reykjanes, il figlio di Atli, il figlio di Úlfr il
Guercio e di Björg Eyvindardóttir, la sorella
di Helgi il Magro; da loro discende la stirpe
dei Reykjanesingar. Vigdís si chiamava la se-
sta figlia di Þorsteinn il Rosso, da cui discen-
de il ceppo degli Höfðamenn nell’Eyjafjörðr.
7

Ólafr Feilan era il figlio minore di Þorsteinn,


un uomo grande e forte, di bell’aspetto e dal-
le molte qualità. Unnr lo teneva in maggiore
considerazione rispetto agli altri e aveva già
spiegato ai suoi uomini che quando fosse ve-
nuto il suo giorno avrebbe lasciato a Ólafr tutti
i possedimenti di Hvammr. Unnr cominciava
a mostrare i segni della vecchiaia, così man-
dò a chiamare Ólafr Feilan e gli annunciò:
«Ho pensato, parente, che dovresti sistemarti
e prendere moglie.» Ólafr la prese bene e le
disse che era pronto a seguire il suo consiglio
al riguardo. Unnr disse: «Preferirei che il tuo
convito nuziale si tenesse alla fine dell’estate
perché è più facile rifornirsi di tutto il neces-
sario, dal momento che desidero che i nostri
amici accorrano in gran numero, visto che sarà
l’ultimo banchetto che predispongo.» Ólafr
rispose: «Mi sta bene, però desidero sposare
l’unica donna che non ti sottragga né averi né
autorità.» Quello stesso autunno Ólafr Feilan
sposò Álfdís e le nozze si tennero a Hvammr.
Unnr affrontò ingenti spese per il banchetto,
perché fece invitare tutti gli uomini di rango
degli altri distretti. Invitò i suoi fratelli, Björn
e Helgi Bjólan, che arrivarono entrambi con
un gran seguito, ma vennero pure suo cogna-
to Dala-Kollr, Hörðr della Hörðadalr e molti
altri uomini di rilievo. Al banchetto partecipò
un gran numero di persone, benché non fos-
21

sero nemmeno tutti quelli che Unnr aveva in-


vitato perché le genti dell’Eyjaförðr avrebbero
dovuto affrontare un lungo tragitto.
La vecchiaia incalzava, tanto che Unnr non
si alzava mai prima del mezzogiorno e si corica-
va presto la sera. Non permetteva a nessuno di
consultarla dal momento in cui andava a dor-
mire la sera finché non si era vestita, e se qual-
cuno le domandava della sua salute rispondeva
stizzosa. Quel giorno Unnr aveva dormito fino
a tardi ma era già in piedi quando arrivarono
gli ospiti, così andò loro incontro e accolse pa-
renti e amici con dignità, disse che l’avevano
fatto con affetto, di affrontare la lunga strada –
«mi riferisco in particolare a Björn e ad Helgi,
ma voglio ringraziare tutti voi che siete venu-
ti.» Poi Unnr entrò in sala e con lei una grande
compagnia; quando si furono accomodati, tutti
trovarono che il banchetto fosse magnifico. Al-
lora Unnr proclamò: «Mi rivolgo a mio fratello
Björn, e a Helgi e agli altri nostri parenti e ami-
ci: consegno questa fattoria con tutta la mobilia
che vedete nelle mani del mio congiunto Ólafr,
perché ne sia il proprietario e la amministri.»
Dopo di che Unnr si alzò e dichiarò che vo-
leva ritirarsi nella stanzetta dov’era solita dor-
mire; li esortò a divertirsi ciascuno come più
gli aggradava e assicurò che la birra avrebbe
allietato tutti. Si dice che Unnr fosse una don-
na alta e forte: attraversò la sala con passo so-
stenuto e tutti notarono che aveva ancora una
figura imponente. La sera tutti bevvero finché
non fu il momento di andare a dormire. Ma il
giorno dopo Ólafr Feilan andò nella stanza di
sua nonna e quando entrò trovò Unnr corica-
ta a letto con la schiena appoggiata ai cuscini:
22

era spirata. Allora Ólafr tornò in sala a riferire


la notizia; tutti furono colpiti dal modo in cui
Unnr aveva mantenuto la sua dignità fino all’ul-
timo giorno. Così si brindò a entrambe le cose,
al matrimonio di Ólafr e al trapasso di Unnr.
L’ultimo giorno del banchetto Unnr fu portata
al tumulo che era stato allestito per lei, venne
deposta in una nave insieme a molte ricchezze e
il tumulo venne richiuso. Ólafr Feilan assunse
la gestione della fattoria di Hvammr e di tut-
te le proprietà con il consenso dei parenti che
erano andati a trovarlo. Quando la festa volse
al termine, al momento di accomiatarsi, Ólafr
elargì doni generosi agli uomini più stimati.
Ólafr divenne un uomo ricco e un grande
capo; abitò a Hvammr fino alla vecchiaia. I fi-
gli di Ólafr e Álfdís furono Þórðr Schiamazzo,
che prese in moglie Hróðný, la figlia di Skeggi
del Miðfjörðr, con cui ebbe Eyjólfr il Grigio,
Þórarinn Fylsenni e Þorkell Kuggi; la figlia di
Ólafr Feilan fu Þóra, che si maritò con Þor-
steinn Mordimerluzzo, il figlio di Þórólfr Bar-
ba di Mosterøy;8 i loro figli furono Börkr il
Grosso e Þorgrímr, il padre del goði9 Snorri.
La seconda figlia di Ólafr si chiamava Helga;
fu maritata a Gunnar Hlífarson e la loro figlia
fu Jófríðr, che si maritò con Þóroddr figlio di
Tungu-Oddr e poi con Þorsteinn Egilsson; sua
figlia si chiamò Þórunn e fu presa in moglie
da Hersteinn, il figlio di Þorkell Blund-Ketils-
son. Þórdís si chiamava la terza figlia di Ólafr,
quella che si maritò con Þórarinn fratello di
Ragi, il Legislatore.
All’epoca in cui Ólafr risiedeva a Hvammr,
suo cognato Dala-Kollr si ammalò e morì.
Höskuldr, il figlio di Kollr, era ancora in giova-
23

ne età quando suo padre venne a mancare, ma


era più maturo dei suoi inverni. Höskuldr, che
era un bell’uomo e con molti pregi, ricevette
l’eredità di suo padre Kollr e la dimora in cui
aveva abitato, che fu legata al suo nome e da
quel momento in poi si chiamò Höskuldsstaðir.
Ben presto Höskuldr fu molto apprezzato nel-
la sua fattoria e trovò un buon sostegno sia tra
i parenti sia tra gli amici che suo padre Kollr
si era fatto. La madre di Höskuldr, Þorgerðr
Þorsteindóttir, era ancora una donna giovane
e molto bella e dopo la morte di Kollr non tro-
vò più alcun conforto in Islanda, così spiegò a
suo figlio Höskuldr di volersene andare all’e-
stero con la parte delle proprietà che le spet-
tava. Höskuldr disse che gli dispiaceva molto
separarsi da lei, ma le assicurò anche che non si
sarebbe opposto alla sua volontà, in questa de-
cisione come in altre. A quel punto Höskuldr
acquistò per sua madre la metà di una nave
che stava in secca a Dögurðarnes e Þorgerðr
la armò con molti beni, dopo di che salpò,
trovò vento favorevole e raggiunse la Norve-
gia. Là Þorgerðr aveva molti consanguinei e
molti parenti autorevoli che la accolsero bene
e le offrirono tutta l’ospitalità che avesse desi-
derato da loro. Þorgerðr accettò con piacere e
spiegò di avere intenzione di stabilirsi lì. Non
era vedova da molto che un uomo già la chie-
se in moglie: era un uomo chiamato Herjólfr,
che aveva ottenuto il titolo di tenutario ed era
ricco e molto rispettato. Herjólfr era un uomo
alto e forte, benché non fosse certo bello, ma
aveva comunque un aspetto prestante ed era
un ottimo guerriero. In queste circostanze era
Þorgerðr stessa a dovergli dare una risposta,
24

perché era vedova, così, consigliata anche dai


parenti, decise di non rifiutare, sposò Herjólfr
e andò a vivere nella sua fattoria. Tra loro ci fu
un grande affetto. Þorgerðr dimostrò subito di
avere un notevole carattere e tutti ritennero che
Herjólfr avesse addirittura acquistato in presti-
gio prendendo in moglie una donna come lei.
8

Herjólfr e Þorgerðr non erano insieme da


molto che ebbero un figlio. Il bambino venne
asperso d’acqua e fu chiamato Hrútr. Crebbe
subito grande e forte ed era il migliore di tutti
quanto a struttura, alto e con le spalle larghe,
la vita stretta e braccia e gambe ben formate.
Hrútr era più bello degli altri, e in questo sen-
so aveva preso dal nonno materno Þorsteinn
e da Ketill Naso Piatto; aveva molte ottime
qualità sotto ogni aspetto. Herjólfr si ammalò
e morì, e tutti la ritennero una grande perdita.
Dopo di che Þorgerðr espresse il desiderio di
tornare in Islanda e andare a trovare suo figlio
Höskuldr perché lo amava più di ogni altro,
mentre Hrútr rimase a casa, dov’era ben siste-
mato con i parenti. Þorgerðr preparò il viaggio
in Islanda e andò a trovare il figlio Höskuldr
nella sua dimora della Laxárdalr. Lui accolse
la madre molto dignitosamente; lei si era fatta
molte ricchezze e rimase con Höskuldr fino
alla morte. Pochi inverni dopo il suo ritorno
Þorgerðr si ammalò e morì, fu sepolta in un tu-
mulo e Höskuldr acquisì tutti i suoi beni, ben-
ché a suo fratello Hrútr ne spettasse la metà.
9

A quel tempo in Norvegia regnava il re Hákon,


figlio adottivo di re Æthelstan. Höskuldr ap-
parteneva alla sua corte e trascorreva in alter-
nanza un inverno presso il re e uno a casa; era
un uomo di grande fama sia in Norvegia che in
Islanda.
Un uomo di nome Björn abitava nel Bjar-
narfjörðr, dove aveva occupato dei terreni; il
fiordo che taglia la costa a nord dello Stein-
grímsfjörðr e passa in mezzo a un collo mon-
tano prende appunto nome da lui. Björn era
un uomo ricco e di nobile famiglia. Sua moglie
si chiamava Ljúfa e con lei aveva avuto una fi-
glia di nome Jórunn, una donna bella e molto
sapiente, che aveva un intelletto assai vivace
ed era considerata il miglior partito di tutti i
Fiordi Occidentali. Höskuldr aveva sentito
parlare di questa donna e del fatto che Björn
era il miglior fattore di tutto il distretto di
Strandir; così partì a cavallo con nove uomi-
ni per far visita a Björn, il contadino del Bjar-
narfjörðr. Là fu accolto molto favorevolmente
perché Björn aveva sentito parlare bene di lui,
così Höskuldr gli manifestò le sue intenzioni
e Björn acconsentì, dichiarando di ritenere
che sua figlia non potesse fare un matrimonio
migliore, ma avrebbe comunque chiesto la sua
opinione. Quando le inoltrarono la proposta
Jórunn rispose in questo modo: «Tutto quel-
lo che abbiamo sentito dire di te, Höskuldr,
27

ci spinge a rispondere favorevolmente, perché


pensiamo che qualsiasi donna ti sposasse sa-
rebbe ben sistemata, però dovrà decidere mio
padre, perché io accetterò il suo volere.» Che
se ne sia discusso a lungo o meno, la decisione
fu che Jórunn venne promessa a Höskuldr con
una grande dote; il matrimonio doveva tenersi
a Höskuldsstaðir. Una volta conclusa la que-
stione Höskuldr tornò a casa, dove rimase fino
alla data della festa.
Björn si diresse verso nord per il banchet-
to con un discreto seguito; Höskuldr aveva
invitato molti ospiti, sia amici che parenti,
e il convito fu magnifico. Alla fine della fe-
sta ciascuno tornò a casa in amicizia e con
pregevoli doni. Jórunn Bjarnardóttir rimase
a Höskuldsstaðir e assunse le proprie man-
sioni nella gestione della fattoria insieme a
Höskuldr. Ben presto fu evidente dai suoi
modi di fare che era saggia ed esperta, sape-
va molte cose e aveva un carattere piuttosto
forte. Lei e Höskuldr si trovavano bene in-
sieme ma erano alquanto riservati. Höskuldr
divenne un grande capo, era ricco e ambizio-
so e non mancava certo di sostanze, e non era
affatto ritenuto da meno di suo padre Kollr.
Höskuldr e Jórunn non erano insieme da
molto che ebbero dei figli: il maggiore ven-
ne chiamato Þorleikr, il secondo si chiamò
Bárðr, una figlia si chiamò Hallgerðr e in
seguito venne detta Gambelunghe,10 e la se-
conda figlia venne chiamata Þuríðr. Tutta la
loro prole fu molto promettente. Þorleikr era
un uomo alto, forte e avvenente, laconico e
irrequieto; a detta di tutti questo lato del suo
carattere non lo avrebbe facilitato nei rappor-
28

ti con gli altri. Höskuldr diceva spesso che gli


ricordava i suoi parenti del distretto di Stran-
dir. Bárðr Höskuldsson aveva un aspetto vi-
rile, era intelligente e forte e quanto a indole
era più simile ai parenti di suo padre. Cre-
scendo fu tranquillo e benvoluto e Höskuldr
lo amava più di tutti gli altri figli. La posizio-
ne di Höskuldr era molto fiorente e rispetta-
ta. In quel periodo diede anche in sposa sua
sorella Gró al vecchio Véleifr; loro figlio fu
Hólmgöngu-Bersi.
10

C’era un uomo di nome Hrappr che abitava


nella Laxárdalr, a nord del fiume, sul versan-
te opposto rispetto a Höskuldsstaðir; la sua
fattoria si chiamava Hrappsstaðir ma adesso
è disabitata. Hrappr era figlio di Sumarliði e
veniva chiamato Hrappr l’Assassino; era scoz-
zese da parte di padre ma la famiglia materna
era tutta delle Ebridi, dove anche lui era nato.
Era un uomo alto e forte e non mollava mai
anche se i suoi contendenti erano superiori
a lui in forza, ma poiché era un piantagrane,
com’è stato scritto, e non voleva risarcire le sue
malefatte, era fuggito per mare verso ovest e
si era comprato dei terreni dove poi si era in-
sediato. Sua moglie si chiamava Vigdís Hall-
steinsdóttir e il loro figlio si chiamò Sumarliði.
Il fratello della donna era Þorsteinn il Fosco,
quello che viveva a Þórsnes, come già è stato
scritto. Sumarliði fu affidato a lui11 e diventò
un giovane molto promettente. Þorsteinn era
stato sposato ma la moglie era morta, e ave-
va avuto due figlie, una si chiamava Guðríðr e
l’altra Ósk. Þorkell Drappo si era maritato con
Guðríðr e si era stabilito a Svignaskarð, era un
capo importante e molto saggio ed era figlio
di Björn il Rosso. Invece Ósk, l’altra figlia di
Þorsteinn, era stata data in moglie a un tale
del Breiðafjörðr che si chiamava Þórarinn. Era
un uomo robusto e molto apprezzato e rimase
a casa con il suocero Þorsteinn, che all’epoca
30

era già anziano e aveva molto bisogno del loro


sostegno. Hrappr non andava a genio quasi a
nessuno, era estremamente ostinato con i suoi
vicini e a volte lasciava intendere che sarebbe-
ro capitati loro parecchi guai se avessero te-
nuto in maggior considerazione altri rispetto
a lui. Allora tutti i contadini si misero d’accor-
do e andarono da Höskuldr a raccontargli le
loro difficoltà. Höskuldr li invitò a riferirgli se
Hrappr faceva loro del male – «perché non mi
sottrarrà né uomini né mezzi.»
11

C’era un uomo di nome Þórðr Goddi che abi-


tava nella Laxárdalr a nord del fiume, in una
fattoria che da allora si chiama Goddastaðir.
Era un uomo molto ricco, non aveva figli e si
era comprato i terreni su cui abitava. Era un
vicino di Hrappr e spesso veniva angariato da
lui. Höskuldr si schierò dalla sua parte perché
potesse tenersi la fattoria. Sua moglie si chia-
mava Vigdís ed era figlia di Ingjaldr, il figlio di
Ólafr Feilan e fratello di Þórðr Schiamazzo, e
della sorella di Þórólfr Naso Rosso di Sauða-
fell. Þórólfr era un grande eroe e aveva molti
mezzi, così i suoi parenti facevano spesso af-
fidamento su di lui. Vigdís gli era stata data
in moglie per le sue ricchezze più che per i
suoi meriti. Þórðr aveva uno schiavo di nome
Ásgautr che l’aveva seguito; era un grand’uo-
mo molto capace e benché lo si definisse schia-
vo erano in pochi a potersi considerare suoi
pari, per quanto si dichiarassero liberi; inoltre
sapeva servire bene il suo padrone. Þórðr ave-
va altri schiavi, ma solo questo è menzionato
per nome.
Un uomo di nome Þorbjörn abitava nella
Laxárdalr, nella fattoria successiva rispetto a
quella di Þórðr, ed era chiamato il Butterato.
Possedeva grandi fortune, soprattutto in oro
e argento, era di struttura imponente e molto
forzuto, ma non molto prodigo verso gli altri.
Höskuldr Dala-Kollsson riteneva indegno
32

per un uomo della sua posizione che la fat-


toria in cui abitava non fosse costruita come
piaceva a lui, così concluse un affare con un
uomo delle Isole Shetland e gli comprò una
nave che stava in secca a Blönduós. Approntò
la nave e fece sapere che voleva andare all’e-
stero, mentre Jórunn sarebbe rimasta a con-
durre la fattoria e a occuparsi dei figli. Così
salparono, trovarono vento favorevole, rag-
giunsero la parte meridionale della Norvegia
e tirarono in secca la nave nell’Hörðaland,
dove in seguito sorse la cittadina commer-
ciale di Bergen. Lì aveva molti parenti ricchi,
anche se non sono citati per nome. All’epoca
il re Hákon regnava su Vík, ma Höskuldr non
andò a trovarlo perché i suoi parenti lo ac-
colsero a braccia aperte, e l’inverno trascorse
senza particolari avvenimenti.
12

L’estate seguente si venne a sapere che il re sta-


va partendo per una spedizione verso est alle
Isole Brännö per portare la pace nel suo paese,
come la legge prescriveva dovesse fare ogni tre
estati, perché occorreva riunire l’assemblea dei
capi per vagliare i casi sui quali era necessario
il parere dei re. Era considerato un diverti-
mento partecipare a quell’assemblea perché vi
aderivano persone provenienti da quasi tutti i
paesi conosciuti. Höskuldr predispose la nave:
anche lui voleva andare perché quell’inverno
non aveva ancora fatto visita al re. All’assem-
blea convenivano anche numerosi mercanti ed
era un ritrovo molto frequentato, c’era sempre
un grande spasso, si beveva, si giocava e c’e-
ra tanta allegria di ogni tipo, ma quell’anno
non accadde niente di rilevante. Höskuldr vi
incontrò molti suoi parenti che vivevano in
Danimarca. E un giorno, mentre stava andan-
do a divertirsi con alcuni uomini, vide una
tenda decorata a una certa distanza dagli altri
accampamenti. Höskuldr si avvicinò, entrò e
vi trovò un uomo riccamente vestito con un
copricapo di foggia russa sulla testa. Höskuldr
gli chiese come si chiamasse e quello rispose
di chiamarsi Gilli – «ma molti mi conoscono
per il mio soprannome; mi chiamano Gilli il
Russo.» Höskuldr confermò di avere spesso
sentito parlare di lui e lo definì il più ricco
di tutti nella lega dei mercanti. Poi aggiunse:
34

«Immagino che tu abbia degli articoli che de-


sideriamo acquistare.» Gilli gli chiese che cosa
cercassero lui e i suoi compagni, e Höskuldr
disse che desiderava comprare qualche schiava
– «se ne hai da vendere.» Gilli rispose: «Pensi
di mettermi in difficoltà chiedendomi qualco-
sa che credi che non abbia, ma si dà il caso che
non sia così.» Höskuldr notò che di traverso
nella tenda c’era una cortina interna. Gilli alzò
il tendaggio e dietro Höskuldr vide dodici
donne. Gilli gli disse che poteva avvicinarsi
e dare un’occhiata, nel caso desiderasse com-
prare qualcuna di quelle donne, e Höskuldr
lo fece. Erano sedute tutte insieme in diago-
nale. Höskuldr le esaminò attentamente e vide
che ce n’era una vicino al lato esterno della
tenda, molto malvestita. Per quanto riuscisse
a vedere, gli piacque la bellezza dell’aspetto,
così chiese: «Quanto costerebbe questa don-
na, se la volessi comprare?» Gilli rispose: «Per
lei dovresti sborsare tre marchi d’argento.»12
«Mi sembra», obiettò Höskuldr, «che tu abbia
stabilito un prezzo piuttosto alto per questa
schiava, perché costa il triplo.» Allora Gilli
rispose: «È vero che le do un valore più alto
rispetto alle altre. Puoi sceglierne una tra le al-
tre undici e sborsare un marco d’argento, così
questa rimane di mia proprietà.» Höskuldr
disse: «Prima voglio verificare quanto argen-
to c’è nella scarsella che porto alla cintura» e
chiese a Gilli di prendere la bilancia mentre vi
frugava dentro.
A quel punto però Gilli gli disse: «Intendo
essere del tutto onesto in questo affare, per-
ché la donna ha un grande difetto; voglio che
tu lo sappia, Höskuldr, prima che concludia-
35

mo l’acquisto.» Höskuldr chiese di che cosa


si trattasse e Gilli rispose: «Questa donna è
muta. Ho cercato molte volte di parlare con
lei e non le ho mai cavato una sola parola. Per
questo sono convinto che la donna non sap-
pia parlare.» Allora Höskuldr disse: «Porta la
stadera e vediamo quanto denaro ho.» E Gilli
lo fece, poi pesarono l’argento che ammonta-
va a tre marchi. Allora Höskuldr disse: «Visto
come stanno le cose possiamo concludere l’af-
fare. Prendi il denaro e io prenderò la donna;
devo dire che ti sei comportato correttamen-
te in questa faccenda, perché non hai voluto
ingannarmi.» Dopo di che Höskuldr ritornò
alla sua tenda e quella stessa sera si coricò
con la donna. La mattina successiva, mentre
gli uomini si vestivano, Höskuldr commentò:
«Non sono molto sfarzosi, gli indumenti che
ti ha dato Gilli il Ricco; del resto è vero che
per lui è più impegnativo vestirne dodici che
per me una.» Poi Höskuldr aprì il suo cassone,
estrasse dei bei vestiti da donna e glieli diede;
allora tutti notarono che i bei vestiti le dona-
vano molto. Quando i capi ebbero trattato tut-
te le questioni di cui la legge prevedeva che
si dovessero occupare, l’assemblea fu sciolta.
Höskuldr andò a trovare il re Hákon e lo sa-
lutò con il rispetto che gli era dovuto. Il re lo
guardò e disse: «Avremmo accolto i tuoi saluti,
Höskuldr, anche se fossi arrivato prima, e così
faremo adesso.»
13

Dopo di che il re ricevette Höskuldr con gran-


de cordialità e lo invitò a salire a bordo della
sua nave – «rimani con noi per tutto il tempo
che vorrai fermarti in Norvegia.» Höskuldr
rispose: «Vi ringrazio per il vostro invito, ma
quest’estate ho molte questioni da sbrigare;
il motivo per cui ho aspettato così a lungo a
venire a trovarvi è che volevo procurarmi del
legname da costruzione.» Il re gli propose di
portare la nave a Vík. Höskuldr soggiornò per
qualche tempo presso il re, che gli procurò del
legname da costruzione e lo fece caricare sul-
la nave. A quel punto il re disse a Höskuldr:
«Non ti tratterrò con noi più a lungo di quanto
desideri, ma siamo convinti che non sarà facile
trovare qualcuno che possa rimpiazzarti.» Poi
lo accompagnò alla nave e gli disse: «Ti sei di-
mostrato un uomo d’onore, ma ho idea che tu
stia salpando dalla Norvegia per l’ultima volta
finché sarò sul trono.» Poi si tolse un anello
d’oro che pesava un marco13 e glielo regalò, e
come altro dono prezioso gli diede anche una
spada che valeva mezzo marco d’oro. Höskuldr
ringraziò il re per i doni e per tutto l’onore che
gli aveva dimostrato, poi salì a bordo e salpò
con i suoi uomini. Trovarono vento favorevole
e raggiunsero il sud dell’Islanda, veleggiarono
verso ovest lungo la penisola di Reykjanes e
poi costeggiarono la Snæfellsnes ed entrarono
nel Breiðafjörðr. Höskuldr attraccò alla foce
37

del Laxá, fece scaricare la nave, la fece tirare


in secca risalendo il fiume e costruì un ripa-
ro; se ne vedono ancora i ruderi nel punto in
cui lo fece erigere. Poi montò l’accampamento
nel luogo che si chiama Búðardalr. Dopo di
che Höskuldr fece trasportare a casa il legna-
me, cosa che risultò agevole perché il tragitto
non era lungo, e rincasò a cavallo insieme ad
alcuni uomini. Ricevette una buona accoglien-
za, com’era da aspettarsi. Le sue proprietà era-
no state ben gestite. Jórunn chiese chi fosse la
donna che lo accompagnava, e Höskuldr rispo-
se: «Probabilmente penserai che ti sto pren-
dendo in giro, ma non conosco il suo nome.»
Jórunn ribatté: «Le cose sono due, o quello
che hai detto è falso, oppure devi averci parlato
abbastanza per chiederle almeno come si chia-
ma.» Höskuldr disse che non avrebbe negato,
le disse la verità e le chiese di portare rispetto a
quella donna, che desiderava far alloggiare lì in
casa con loro. Jórunn replicò: «Non ho inten-
zione di litigare con la schiava che ti sei portato
a casa dalla Norvegia, per quanto sgradita sia la
sua presenza; oltretutto mi pare chiaro a tutti
che è sia sorda che muta.» Una volta tornato a
casa Höskuldr dormì con sua moglie ogni not-
te e non trascorse molto tempo con la schiava,
che come notarono tutti aveva un’aria distinta
e non era affatto una stolta.
Verso la fine dell’inverno la schiava di
Höskuldr diede alla luce un maschio, così
mandarono a chiamare Höskuldr e gli mo-
strarono il bambino; a lui come a tutti gli al-
tri sembrò di non aver mai visto un bambino
più bello e nobile di quello. Gli chiesero che
nome avrebbe dato al bambino, e Höskuldr
38

disse che doveva chiamarsi Ólafr perché poco


prima era morto Ólafr Feilan, il fratello di sua
madre. Ólafr spiccava su tutti gli altri bambini
e Höskuldr ripose molto affetto in lui. L’estate
successiva Jórunn disse che la schiava doveva
cominciare a lavorare alla fattoria altrimenti
doveva andarsene, così Höskuldr le propose di
lavorare per lui e sua moglie e intanto badare
al bambino. Quando il bimbo ebbe due anni
sapeva già parlare perfettamente e se ne anda-
va in giro da solo come quelli di quattro anni.
Una mattina in cui Höskuldr era uscito
per occuparsi della fattoria, quando il tempo
era bello e il sole splendeva ancora basso in
cielo, accadde che udì delle voci. Si avvicinò
al ruscello che scorreva lungo il declivio del
podere, intravide due persone e le riconobbe:
erano suo figlio Ólafr e sua madre, e a quel
punto capì che non era affatto muta perché
chiacchierava con il bambino. Poi Höskuldr
si avvicinò, le chiese come si chiamava e le
disse che era inutile nasconderglielo ancora.
Lei lo ammise, così si sedettero sul declivio
e la donna disse: «Se lo vuoi sapere, mi chia-
mo Melkorka.» Höskuldr le chiese di raccon-
targli di più della sua famiglia. Lei proseguì:
«Mio padre si chiama Mýrkjartan ed è re in
Irlanda. Sono stata portata via da lì quando
avevo quindici anni.» Höskuldr le rimprove-
rò di aver taciuto troppo a lungo la sua nobile
nascita, poi rincasò e raccontò a Jórunn che
cosa aveva appena scoperto. Jórunn dichiarò
che non era sicura che dicesse la verità e che
non aveva molta simpatia per la gente strana,
così chiusero il discorso. Jórunn non si com-
portò affatto meglio di prima con lei, mentre
39

Höskuldr fu più gentile. Poco tempo dopo,


una volta che Jórunn si preparava per coricar-
si, Melkorka le tolse le calze e le appoggiò per
terra, ma Jórunn le raccolse e gliele sbatté in
testa. Melkorka si arrabbiò e la colpì con un
pugno sul naso, tanto che glielo fece sangui-
nare. Höskuldr accorse a separarle. In seguito
a ciò fece trasferire Melkorka e le trovò una
fattoria nell’interno della Laxárdalr che da
allora si chiama Melkorkustaðir, ma adesso
il luogo è disabitato; si trova a sud del Laxá.
Melkorka vi si sistemò, Höskuldr le procurò
tutto il necessario e il loro figlio Ólafr andò
con lei. In breve fu evidente che crescendo
Ólafr avrebbe superato tutti gli altri per bel-
lezza e garbo.
14

C’era un uomo di nome Ingjaldr che abi-


tava nelle isole Sauðeyjar, che si trovano
nel Breiðafjörðr. Era chiamato il goði delle
Sauðeyjar, era ricco e molto importante. Suo
fratello si chiamava Hallr ed era un tipo alto
e robusto, ma non possedeva molte ricchez-
ze e non erano in molti ad apprezzarlo. Era
raro che i due fratelli andassero d’accordo;
per Ingjaldr Hallr non faceva alcuno sforzo
per comportarsi da persona di valore, mentre
Hallr pensava che Ingjaldr non si desse da fare
per migliorare la sua posizione.
Presso le Bjarnareyjar, nella baia del Breiða-
fjörðr, c’è una zona di pesca; ci sono numerose
isole molto pescose e all’epoca parecchia gente
vi si recava per rifornirsi, quindi erano molto
frequentate in tutte le stagioni. Le persone di
buon senso ritenevano che si dovesse mante-
nere l’armonia in zone come quella, perché si
diceva che la pesca sarebbe stata poco propizia
se c’erano dissensi e la maggior parte della gen-
te dava molto peso a certe cose.
Si dice che un’estate Hallr, fratello di Ingjal-
dr il goði delle Sauðeyjar, fosse giunto alle
Bjarneyjar con l’intenzione di pescare e si fosse
procurato una barca insieme a un tale di nome
Þórólfr, che era del Breiðafjörðr ma si era af-
francato da poco e quindi non possedeva nien-
te, per quanto fosse un tipo determinato. Hallr
si fermò lì per un po’ comportandosi come se
41

si ritenesse superiore agli altri. Una sera Hallr


e Þórólfr tornarono a riva e dovevano spartirsi
il pescato; Hallr pretendeva di dividere la pe-
sca e anche di scegliere la sua parte per primo,
perché si sentiva il migliore. Þórólfr non in-
tendeva prendere di meno e pronunciò parole
offensive, così si misero a discutere e ciascu-
no portò avanti la propria convinzione finché
Hallr prese un arpione che stava lì vicino e fece
per tirarlo in testa a Þórólfr. A quel punto gli
altri corsero a dividerli e fermarono Hallr, che
era furioso ma non poté farci niente, almeno
per quella volta, e il loro pescato non venne
nemmeno diviso. Quella sera Þórólfr andò via
e Hallr si tenne tutto il pesce per sé, anche se
apparteneva a entrambi, perché si riteneva il
più autorevole dei due, poi si procurò qualcuno
che rimpiazzasse Þórólfr sulla barca e continuò
a pescare come prima. Þórólfr non era affatto
contento della sua sorte, gli sembrava di essere
stato umiliato con quello scambio, però conti-
nuò a lavorare alle isole meditando di emen-
dare il torto che era stato costretto a subire.
Hallr non se ne preoccupò perché pensava che
nessuno avrebbe osato mettersi alla pari con lui
nel suo territorio.
Un bel giorno d’inverno Hallr uscì a pesca
in barca con altri due uomini; il pesce abboc-
cava bene e verso sera tornarono a casa molto
soddisfatti. Þórólfr si era informato sugli spo-
stamenti di Hallr e quella sera, mentre Hallr
e gli altri stavano rientrando, si appostò sul-
la riva. Hallr remava a prua e saltò giù dalla
barca per tirarla in secca ma quando si trovò
a correre sulla battigia Þórólfr, che si trovava
lì vicino, lo aggredì, sferrandogli un fendente
42

tra il collo e le spalle che gli fece volare via la


testa. Poi fuggì mentre i compagni accorrsero
a soccorrere Hallr. Sulle isole si sparse la no-
tizia dell’omicidio di Hallr e fu ritenuto un
fatto grave, perché l’uomo apparteneva a una
famiglia importante anche se non era ricco.
Þórólfr cercò di fuggire dalle isole perché
sapeva che lì non aveva speranze di trovare
protezione dopo un gesto del genere. Non
aveva alcun parente da cui potesse sperare
un sostegno, mentre nella zona c’era sicura-
mente chi aspettava l’occasione giusta per to-
gliergli la vita, anche persone molto potenti,
come Ingjaldr, il fratello di Hallr, il goði delle
Sauðeyjar. Þórólfr si procurò un passaggio per
l’isola grande e si mosse di nascosto, non fece
sapere in giro dei suoi spostamenti finché un
giorno non arrivò a Goddastaðir sul fare del-
la sera. Vigdís, la moglie di Þórðr Goddi, era
imparentata con Þórólfr, quindi andò alla sua
fattoria; si era già informato sulla situazione
e sapeva che Vigdís aveva un carattere anco-
ra più inflessibile del marito Þórðr. Quando
Þórólfr arrivò, verso sera, andò subito a par-
lare con Vigdís e le raccontò le sue difficoltà
chiedendole protezione. Vigdís rispose in
questo modo alla sua richiesta: «Non rinnego
la nostra parentela, e mi sembra che il gesto
che hai compiuto non possa definirti un uomo
peggiore; però ritengo che chiunque ti offra
sostegno metta a repentaglio se stesso e le
proprie ricchezze, perché sono uomini potenti
quelli che cercheranno vendetta. Mio marito
Þórðr», disse, «non è un grande eroe e l’aiuto
di noi donne può dare ben poco a chi ne ha
bisogno; però non voglio sottrarmi del tutto
43

nei tuoi confronti, visto che sei venuto fin qui


a cercare protezione.» Dopo di che Vigdís lo
accompagnò in un capanno esterno e gli disse
di aspettare il suo ritorno, poi lo chiuse con un
chiavistello. Infine andò da Þórðr e gli disse:
«Un uomo di nome Þórólfr è venuto a chiede-
re ospitalità da noi, è un mio lontano parente e
potrebbe aver bisogno di fermarsi a lungo, se
tu acconsenti.» Þórðr disse che non gli andava
a genio avere ospiti in casa, propose che si fer-
masse fino al giorno dopo se non si era messo
nei guai, perché in quel caso doveva andarsene
al più presto. Vigdís rispose: «Gli ho già of-
ferto ospitalità e non intendo rimangiarmi la
parola, anche se non ha molti amici.» Dopo di
che raccontò a Þórðr dell’omicidio di Hallr e
disse che a ucciderlo era stato Þórólfr, la per-
sona che adesso stava da loro. Þórðr ne fu mol-
to seccato, disse di essere certo che Ingjaldr
gli avrebbe fatto pagare una fortuna per l’asilo
che offriva all’omicida – «visto che abbiamo
già chiuso la porta con lui dentro.» Vigdís ri-
spose: «Ingjaldr non ti farà pagare una fortu-
na per una notte di asilo, perché Þórólfr starà
qui tutto l’inverno.» Þórðr replicò: «In questo
modo mi esponi a un grande pericolo; non
sono d’accordo che un piantagrane del genere
stia da noi.» Ma Þórólfr rimase lì tutto l’inver-
no e Ingjaldr, che doveva vendicare suo fratel-
lo, lo venne a sapere, così si preparò a partire
per Dalir verso la fine dell’inverno e mise in
mare una chiatta14 di sua proprietà; in tutto
erano in dodici. Veleggiarono verso ovest con
un forte vento da nord-ovest e approdarono
alla bocca del fiume Laxá verso sera, tiraro-
no in secca la barca e poco dopo arrivarono a
44

Goddastaðir, dove non giunsero certo di sor-


presa e furono accolti bene. Ingjaldr prese in
disparte Þórðr e gli rivelò il motivo della sua
visita: aveva sentito dire che Þórólfr, l’assassi-
no di suo fratello, si trovava lì. Þórðr gli assi-
curò che non era vero, ma Ingjaldr gli chiese
di non mentire – «facciamo un accordo, tu mi
consegni quel tale e non mi crei problemi e io
ti do tre marchi d’argento, che rimarranno di
tua proprietà; ti condonerò anche le offese che
mi hai arrecato dando ospitalità a Þórólfr.» A
Þórðr sembrò una bella somma, ed era tentato
anche dallo sgravio di dover rispondere del-
le offese, perché aveva temuto soprattutto di
dover sborsare del denaro. Così Þórðr disse:
«Non dirò niente agli altri della nostra con-
versazione, questo sarà il nostro accordo.» Poi
andarono a dormire perché la notte era quasi
trascorsa e presto sarebbe stato giorno.
15

Ingjaldr e i suoi uomini si alzarono e si vesti-


rono. Vigdís chiese a Þórðr di cosa avesse di-
scusso con Ingjaldr la sera prima, e suo marito
le spiegò di aver parlato di molte cose e di aver
concordato di fargli setacciare la fattoria, ma
loro sarebbero stati fuori dalla questione se
Þórólfr non fosse stato trovato: – «l’ho fatto
portare via dal mio schiavo Ásgautr.» Vigdís
replicò che non le piacevano le menzogne, e
che non le piaceva nemmeno che Ingjaldr fic-
casse il naso in casa sua, e comunque gli disse
di fare come credeva. Così Ingjaldr fece cerca-
re quel tale e non lo trovò. In quel momento
Ásgautr fece ritorno e Vigdís gli chiese dove
avesse lasciato Þórólfr. Ásgautr rispose: «L’ho
accompagnato al nostro ovile, come ha detto
Þórðr.» Vigdís disse: «C’è forse un posto più
centrale di quello, sul tragitto che farà Ingjaldr
per tornare alla nave? Non c’è dubbio che si
siano messi d’accordo ieri sera. Voglio che tu
vada subito da lui e lo porti via al più presto;
accompagnalo a Sauðafell, da Þórólfr. Se fai
come ti dico sarai ricompensato: ti darò la li-
bertà e tutti i beni di cui hai bisogno per anda-
re dove vuoi.» Ásgautr accettò, tornò all’ovile,
vi trovò Þórólfr e gli propose di andarsene al
più presto possibile. In quel momento Ingjaldr
ripartì a cavallo da Goddastaðir perché voleva
riscuotere il suo argento e quando fu sotto la
fattoria intravide due uomini che gli venivano
46

incontro: erano Ásgautr e Þórólfr. Era di primo


mattino e non c’era ancora luce piena. Ásgautr
e Þórólfr erano in trappola perché da una par-
te c’era Ingjaldr e dall’altra il fiume Laxá. Il
fiume era in piena, c’erano lastre di ghiaccio su
entrambe le rive e l’acqua vi scorreva in mez-
zo, quindi non era semplice guadarlo. Allora
Þórólfr disse ad Ásgautr: «A questo punto mi
pare che abbiamo davanti due alternative. Una
è aspettarli qui vicino all’acqua e difenderci
finché ne abbiamo il coraggio e la forza, ma è
più probabile che Ingjaldr e i suoi ci facciano
fuori prima. L’altra possibilità è provare ad at-
traversare il fiume, anche se mi sembra ancora
più rischiosa.» Ásgautr lasciò che fosse lui a
decidere e disse che non lo avrebbe abbando-
nato – «qualsiasi decisione tu voglia prende-
re.» Þórólfr rispose: «Allora proviamo il fiu-
me.» E così fecero; si alleggerirono di tutto il
peso possibile, dopo di che camminarono sul
tratto di ghiaccio lungo la sponda e poi comin-
ciarono a nuotare, e dato che erano vigorosi
e destinati a una vita più lunga, riuscirono ad
attraversare il fiume e raggiunsero il ghiaccio
sull’altro argine. Avevano appena attraversato
il fiume che anche Ingjaldr raggiunse la riva
con i suoi seguaci, prese la parola e disse ai
compagni: «Adesso che facciamo? Tentiamo
di attraversare il fiume o no?» Gli altri dissero
che stava a lui decidere e che loro l’avrebbero
seguito, ma a loro il fiume sembrava inguada-
bile. Ingjaldr ne convenne – «andiamocene
via.»
Quando Þórólfr e l’altro compresero che
Ingjaldr e i suoi uomini non tentavano di gua-
dare, strizzarono subito i loro indumenti e si
47

prepararono per la marcia, camminarono tut-


to il giorno finché verso sera non arrivarono a
Sauðafell. Furono accolti bene perché era un al-
loggio aperto a tutti. Quella stessa sera Ásgautr
andò a parlare con Þórólfr Naso Rosso e gli rac-
contò il motivo per cui avevano intrapreso quel
viaggio, ovvero che la sua parente Vigdís gli
mandava l’uomo che era con lui perché lo ospi-
tasse e lo proteggesse; gli riferì anche tutto quel-
lo che era accaduto con Þórðr Goddi, e con ciò
gli consegnò i doni che Vigdís gli aveva inviato.
Þórólfr rispose in questo modo: «Non rifiuterò
questi doni, e accoglierò senz’altro quest’uomo,
come mi chiede, perché mi sembra che Vigdís
si sia comportata molto coraggiosamente in
questa questione. È un vero peccato che una
donna come lei abbia fatto un matrimonio così
inadeguato. Quanto a te, Ásgautr, puoi fermarti
tutto il tempo che vorrai.» Ma Ásgautr affer-
mò di non volersi fermare a lungo. Così Þórólfr
accolse il suo omonimo e lo rese uno dei suoi
seguaci, poi si accomiatò da Ásgautr da buon
amico e Ásgautr tornò verso casa.
Adesso si racconta di Ingjaldr, che tornò a
Goddastaðir dove lui e Þórólfr si erano lasciati.
Intanto erano accorsi altri uomini dalle fattorie
vicine, avvertiti da Vigdís, e in tutto non era-
no meno di venti. Quando arrivò alla fattoria
con i suoi, Ingjaldr chiamò Þórðr e gli disse:
«Ti sei comportato in maniera ignobile con noi,
Þórðr», fece, «perché sappiamo per certo che
hai aiutato quell’uomo a fuggire.» Þórðr asserì
di non avere alcuna responsabilità nella que-
stione, e a quel punto venne fuori l’accordo tra
Ingjaldr e Þórðr, perché Ingjaldr pretese di farsi
restituire il denaro che gli aveva consegnato.
48

Vigdís si trovava nelle vicinanze e udendo i


loro discorsi disse che era finita come meritava-
no e chiese a Þórðr di non tenersi quel denaro –
«perché tu, Þórðr», disse, «l’hai guadagnato in
maniera indecorosa.» Þórðr disse che avrebbe
fatto come voleva lei, dopo di che Vigdís andò
al cassone che apparteneva a Þórðr e vi trovò
dentro un pesante borsello di denaro, prese il
gruzzolo e uscì, andò da Ingjaldr e gli disse di
riprendersi il denaro. Al che Ingjaldr si illumi-
nò in volto e allungò la mano a prendere il bor-
sello, ma Vigdís glielo sbatté sul naso fino a far-
ne gocciolare il sangue per terra e nel frattempo
lo coprì di una quantità di parole di scherno,
aggiungendo anche che il suo denaro non l’a-
vrebbe più rivisto, e gli intimò di andarsene.
Ingjaldr comprese che era meglio andarsene al
più presto possibile e così fece, e non si fermò
finché non fu a casa, assai insoddisfatto per l’e-
sito della missione.
16

Intanto Ásgautr era tornato a casa. Vigdís gli


diede il benvenuto e gli chiese se a Sauðafell
fosse stato ben accolto. Lui le fornì un resoconto
dettagliato e le riferì le ultime frasi che Þórólfr
aveva pronunciato. Lei ne fu molto contenta
– «Ásgautr», gli disse, «hai svolto bene il tuo
incarico e con lealtà, per cui adesso saprai per
quale fine l’hai fatto. Ti concedo la libertà, in
modo che da questo giorno ti possa definire un
uomo libero; con ciò, prendi le ricchezze che
Þórðr ha ricevuto per il mio parente Þórólfr.
Il denaro starà meglio in mano tua.» Ásgautr
la ringraziò per tale dono con belle parole. L’e-
state successiva Ásgautr ottenne un passaggio
su una nave che salpava da Dögurðarnes. Tro-
varono venti forti quindi non rimasero molto
in mare e approdarono in Norvegia, da dove
Ásgautr si spostò in Danimarca, vi si stabilì e fu
considerato una persona valorosa; e con questo
si conclude la sua storia.
Dopo il piano con cui Þórðr Goddi e Ingjal-
dr il goði delle Sauðeyjar volevano mandare a
morte Þórólfr, il parente di Vigdís, lei mostrò
antipatia per il marito; disse di voler divorziare
da Þórðr Goddi e andò dai suoi parenti a rife-
rirglielo. Þórðr Schiamazzo non la prese bene,
perché era il loro capo, ma non reagì. Vigdís
non aveva portato via nient’altro che i suoi ave-
ri quando se n’era andata da Goddastaðir, così
la gente di Hvammr fece sapere di reclamare
50

la metà dei beni rimasti in mano a Þórðr God-


di. Lui ne fu molto seccato e quindi andò a
trovare Höskuldr e gli espose le sue difficoltà.
Höskuldr gli disse: «Il tuo animo è stato colto
dalla paura anche quando non dovevi scon-
trarti con forze tanto superiori.» Allora Þórðr
offrì a Höskuldr del denaro in cambio del suo
sostegno e disse che non sarebbe stato poco.
Höskuldr replicò: «È dimostrato che non ti
va che gli altri godano delle tue ricchezze con
il tuo consenso.» Þórðr rispose: «Ma stavolta
non sarà così, perché preferisco che sia tu a
prendere in carico tutti i miei possedimenti.
Poi voglio proporti di prendere sotto la mia tu-
tela tuo figlio Ólafr e di dargli tutti i miei averi
alla fine dei miei giorni, perché non ho eredi
qui in Islanda e credo che così il mio denaro
sarà in mani migliori, piuttosto che vi mettano
le grinfie i parenti di Vigdís.» Höskuldr accon-
sentì e fece stipulare l’accordo. A Melkorka la
cosa non piacque molto, perché riteneva che
l’adozione fosse troppo svilente. Höskuldr
le fece notare che non ne vedeva i vantaggi:
«Þórðr è un uomo anziano e senza figli, lasce-
rà tutte le sue ricchezze a Ólafr alla sua mor-
te e tu potrai vederlo ogni volta che vorrai.»
Così Þórðr prese Ólafr, che aveva sette inverni,
e ripose in lui molto affetto. Anche chi aveva
questioni aperte con Þórðr Goddi venne a sa-
pere della cosa e tutti compresero che a quel
punto pretendere eventuali risarcimenti sareb-
be stato più complicato di prima. Höskuldr
inviò a Þórðr Schiamazzo dei doni generosi e
gli chiese di non offendersi, perché legalmen-
te non potevano pretendere alcun compenso
da Þórðr; disse che Vigdís non aveva trovato
51

in Þórðr alcuna colpa che potesse essere com-


provata e così giustificare la sua separazione
– «e Þórðr non è colpevole per aver cercato
un modo di liberarsi di una persona che mi-
nacciava di costargli caro e che era circondato
di colpe come un sorbo dal ginepro.»15 Quan-
do gli venne riferito il messaggio di Höskuldr
insieme alle ingenti offerte in denaro, Þórðr
Schiamazzo si tranquillizzò e disse che qualsi-
asi ricchezza affidata a Höskuldr era in buone
mani, accettò i doni e rimase tranquillo, anche
se i loro rapporti furono più limitati di prima.
Ólafr crebbe con Þórðr Goddi e divenne
un uomo grande e forte, oltretutto era anche
talmente bello che non se ne trovava di ugua-
li. Quando compì dodici anni si recò a cavallo
all’assemblea e la gente degli altri distretti ri-
mase molto colpita e ammirò la sua splendida
struttura fisica; in più Ólafr era ben provvisto
di armi e indumenti, per questo si distingueva
tra tutti gli altri. La situazione di Þórðr Goddi
era molto migliorata da quando Ólafr era anda-
to a vivere da lui. Höskuldr gli diede il nomi-
gnolo di Pavone, che gli rimase addosso.
17

Ora si racconta di Hrappr, che era diventato


sempre più intrattabile ed era talmente aggres-
sivo che i suoi vicini tolleravano a stento i suoi
attacchi; però non riusciva più a prendersela
con Þórðr, adesso che Ólafr era diventato gran-
de. Hrappr aveva lo stesso temperamento di
prima, ma le energie stavano scemando perché
la vecchiaia lo incalzava, finché poi non lo con-
finò a letto. Allora chiamò sua moglie Vigdís
e disse: «Non sono mai stato cagionevole ed è
molto probabile che questa malattia separi la
nostra convivenza; quando sarò spirato voglio
farmi scavare una fossa sulla soglia della cucina
e farmi seppellire in piedi sulla porta, così po-
trò continuare a stare di guardia alla mia casa.»
Dopo di che Hrappr morì, ed eseguirono tutto
ciò che aveva richiesto prima di morire, visto
che sua moglie non se la sentì di fare altrimenti.
Ma se era stato intrattabile da vivo, lo fu ancora
di più da morto, perché tornò spesso a infestare
la zona. La gente sosteneva che nelle sue scor-
rerie da morto avesse ucciso quasi tutti i suoi
servi, in più causò parecchi problemi alla mag-
gior parte dei vicini e la fattoria di Hrappstaðir
venne abbandonata. Vigdís, la moglie di Hrap-
pr, si trasferì a ovest da suo fratello Þorsteinn il
Fosco, che la accolse insieme alle sue proprietà.
Come era sempre accaduto in precedenza, la
gente andava a trovare Höskuldr per rivelargli
le difficoltà che Hrappr creava loro e gli chie-
53

deva di trovare una soluzione. Höskuldr pro-


mise di farlo, così una volta andò a Hrappstaðir
con alcuni uomini, fece riesumare Hrappr e lo
portò via, in un posto dove ci fosse meno tran-
sito di bestiame o di persone. Dopo di che le
apparizioni di Hrappr si ridussero notevolmen-
te. Sumarliði, il figlio di Hrappr, ereditò i suoi
possedimenti, che erano molti e di buona qua-
lità, e si stabilì a Hrappsstaðir la primavera suc-
cessiva, ma poco dopo fu preso da un attacco e
morì in breve tempo. A quel punto era sua ma-
dre Vigdís a dover ereditare tutte le proprietà,
ma lei non volle andare a vivere nella tenuta di
Hrappsstaðir e così Þorsteinn il Fosco si prese
in carico tutti i suoi beni. Þorsteinn cominciava
a invecchiare, ma era ancora robustissimo e in
buona salute.
18

In quel periodo a Þórsnes i parenti di Þor-


steinn, Börkr il Grosso e suo fratello Þorgrímr,
erano ormai uomini fatti. In breve si comprese
che i due fratelli volevano essere i migliori e i
più stimati del distretto, e quando Þorsteinn
se ne rese conto non volle piegarsi e dichiarò
a tutti che voleva trasferirsi con la fattoria e
stabilirsi a Hrappsstaðir nella Laxárdalr. Þor-
steinn il Fosco preparò il viaggio dopo l’assem-
blea primaverile e radunò il bestiame lungo la
costa, armò una chiatta e vi salì con dodici al-
tri uomini, tra cui suo genero Þórarinn e Ósk
Þorsteinsdóttir e sua figlia Hildr, che all’epoca
aveva tre anni. Þorsteinn trovò un forte vento
da sud-ovest e imboccò la corrente che si chia-
mava Kolkistustraumr, «corrente della bara
fredda», che è la più pericolosa tra le correnti
del Breiðafjörðr. La traversata non procedette
senza intoppi, soprattutto per il fatto che era
arrivata la bassa marea e il vento non era fa-
vorevole, oltretutto c’erano scrosci di pioggia
e raffiche di vento quando le nubi si aprivano,
intervallati da momenti di bonaccia. Þórarinn
era al timone e teneva il sartiame sulle spalle
perché c’era poco spazio sulla barca, visto che
era carica di casse accatastate una sull’altra, ma
la terra era vicina, benché la barca progredis-
se poco perché la corrente spingeva in senso
contrario. Alla fine sbatterono contro uno sco-
glio ma non si sfasciarono, e Þorsteinn ordinò
55

di ammainare la vela al più presto, disse agli


uomini di prendere gli arpioni e di provare a
raddrizzare l’imbarcazione. Tentarono questa
soluzione ma senza successo perché l’acqua
da entrambi i lati della barca era così profon-
da che gli arpioni non toccavano il fondo e
bisognava aspettare la marea, perché il mare
continuava a ritirarsi. Avevano visto una foca
nella corrente poco prima, molto più grande
del solito e con le pinne tutt’altro che corte;
aveva fatto il giro della nave e a tutti era parso
che avesse occhi umani. Þorsteinn ordinò ai
suoi di arpionare la foca e quelli ci provaro-
no ma senza riuscirvi. Poi la marea cominciò
a salire, ma quando ebbe raggiunto il punto in
cui la barca poteva galleggiare si alzò un gran
vento di bufera che capovolse l’imbarcazione
e tutti gli uomini a bordo annegarono tranne
uno, che fu portato a riva dalla corrente con
un pezzo di legno; si chiamava Guðmundr, e
da allora quelle si chiamano Guðmundareyjar,
le «isole di Guðmundr».
Guðríðr, che aveva sposato Þorkell Drappo,
avrebbe dovuto ereditare le proprietà di suo
padre Þorsteinn il Fosco. A quel punto si spar-
se la notizia dell’annegamento di Þorsteinn il
Fosco e dei suoi uomini che erano morti, così
Þorkell convocò Guðmundr, l’unico che era
riuscito a tornare a terra, e quando si incontra-
rono strinse un accordo con lui e gli impose di
raccontare della morte dei suoi compagni se-
condo una sua versione; Guðmundr acconsen-
tì. A quel punto Þorkell pretese da lui un reso-
conto degli eventi alla presenza di molte altre
persone, e Guðmundr raccontò che prima era
morto Þorsteinn e poi suo genero Þórarinn, in
56

quel modo era Hildr a dover ereditare le sue


proprietà, perché era la figlia di Þórarinn, ma
allora disse che era morta anche la bambina,
così l’erede successivo era sua madre Ósk,
che era deceduta per ultima; in questo modo
tutte le proprietà andavano a Þorkell Drappo,
perché sua moglie Guðríðr doveva ereditare i
beni della sorella. Þorkell e i suoi uomini dif-
fusero questa versione, anche se in precedenza
Guðmundr l’aveva raccontata in maniera ben
diversa.
Ai parenti di Þórarinn la nuova storia sem-
brò alquanto dubbia, dissero di non volerci
credere senza prove e chiesero di spartire i
beni a metà con Þorkell, ma Þorkell sosteneva
che fosse tutto suo e propose di fare una prova
secondo le usanze dell’epoca. In quel periodo
la prova consisteva nel dover camminare sotto
un arco costruito con la torba di un campo;
bisognava tagliare un lungo pezzo di torba la-
sciando le due estremità fissate al suolo, e la
persona che doveva sostenere la prova doveva
passarci sotto. Þorkell Drappo sospettava che
non fosse andata proprio come Guðmundr e i
suoi avevano raccontato la seconda volta.
Quando occorreva compiere prove del gene-
re, i pagani non si ritenevano meno coscienziosi
di quanto adesso pensano di essere i cristiani
dovendo fare certe ordalie. Una persona era
considerata assolta se riusciva a passare sotto
l’arco senza che la torba gli cadesse addosso.
Þorkell fece in modo di trovare due uomini che
fingessero di discutere su una certa questione
in prossimità del punto in cui veniva eseguita
la prova, e che si avvicinassero talmente tanto
alla torba da essere chiaro a tutti che cadeva
57

per colpa loro. A quel punto chi doveva sotto-


porsi alla prova si fece avanti, ma non appena si
avvicinò sotto l’arco gli uomini predisposti gli
corsero incontro con le armi, si scontrarono vi-
cino all’arco di torba e caddero lì sotto distesi,
e com’era da aspettarsi l’arco crollò. Allora gli
altri si intromisero tra di loro per separarli, e
fu cosa facile perché lottavano senza intenzione.
Così Þorkell Drappo si rivolse ai presenti per
conoscere il risultato della prova, e i suoi uomi-
ni dissero che sarebbe andata bene se quei due
non avessero rovinato tutto. Così Þorkell prese
possesso di tutte le proprietà, tranne la tenuta
abbandonata di Hrappsstaðir.
19

A questo punto si narra di Höskuldr, che era


un grande capo, godeva di una situazione
molto rispettata e gestiva parecchie proprie-
tà che appartenevano a suo fratello Hrútr
Herjólfsson. Molti dicevano che le ricchezze
di Höskuldr si sarebbero ridotte non poco se
avesse dovuto rimborsare la fetta di eredità
della madre. Hrútr apparteneva alla corte del
re Haraldr Gunnhildarson e godeva di gran-
de stima da parte sua, ma se l’era guadagnata
perché si era dimostrato il migliore in tutte le
prove. La regina Gunnhildr riponeva talmente
tanta stima in lui che era convinta che a corte
nessuno fosse suo pari, né per il modo di espri-
mersi né per altre cose, e anche se si facevano
paragoni tra gli uomini e si lodava la loro ec-
cellenza, era chiaro a tutti che Gunnhildr la
riteneva una mancanza di giudizio, oppure in-
vidia, se qualcuno veniva paragonato a Hrútr.
Visto che doveva essere a conoscenza che in
Islanda lo aspettavano grandi ricchezze e una
nobile parentela, Hrútr era smanioso di anda-
re, quindi preparò il suo viaggio. Al momento
di salutarlo il re gli diede una nave e gli disse
che si era dimostrato una persona di valore.
Gunnhildr accompagnò Hrútr alla nave e
disse: «Non è un segreto che ti considero un
uomo di grande valore, perché hai compiuto
grandi imprese come i migliori in Norvegia, e
li superi tutti per intelligenza.» Poi gli diede
59

un anello d’oro e gli augurò di fare buon viag-


gio, si coprì la testa con lo scialle e rincasò ra-
pidamente, mentre Hrútr salì a bordo e salpò.
Trovò buon vento e raggiunse il Breiðafjörðr.
Si infilò in mezzo alle isole, poi veleggiò en-
tro il Breiðasund e approdò a Kambsnes, dove
calò una passatoia fino a terra. Intanto si venne
a sapere dell’arrivo della nave e del fatto che al
timone c’era Hrútr Herjólfsson, ma Höskuldr
non fu contento della notizia e non andò a tro-
varlo. Hrútr tirò in secca la nave e l’assicurò,
poi costruì una dimora nel posto che da allora
si chiama Kambsnes. Dopo di che Hrútr mon-
tò a cavallo, andò a trovare Höskuldr e pretese
l’eredità di sua madre. Höskuldr sosteneva di
non dovergli restituire un bel niente, disse che
sua madre non aveva lasciato l’Islanda senza
portarsi dietro delle ricchezze, quand’era par-
tita per andare a stare con Herjólfr. A Hrútr
la cosa non piacque per niente, ma se ne andò
e tutto finì lì. I parenti trattarono Hrútr di-
gnitosamente, tutti tranne Höskuldr. Hrútr
abitò tre anni a Kambsnes e a ogni assemblea
o in qualsiasi altra riunione legale rivendicò le
proprietà da Höskuldr esponendo bene la sua
causa. I più sostenevano che Hrútr avesse ra-
gione, ma Höskuldr diceva che Þorgerðr aveva
sposato Herjólfr senza il suo consenso e soste-
neva di essere il tutore legale di sua madre e
con questo la chiudeva lì.
Quello stesso autunno Höskuldr accettò un
invito da Þórðr Goddi. Hrútr lo venne a sape-
re e in sua assenza si recò a Höskuldsstaðir con
undici uomini. Sottrasse venti capi di bestiame
e altrettanti ne lasciò, poi mandò un uomo da
Höskuldr e gli ordinò di dirgli dove dovesse
60

andare a cercare i beni. I famigli di Höskuldr


corsero allora a prendere le armi e diedero una
voce a quelli che abitavano più vicini, così si ri-
unirono in quindici e ognuno corse alla veloci-
tà che poteva. Hrútr e i suoi non si accorsero di
essere seguiti finché non furono a poca distan-
za dalla fattoria di Kambsnes. Allora Hrútr e i
suoi smontarono da cavallo, legarono le caval-
cature e si recarono fino a un tratto ghiaioso,
dove Hrútr disse che si sarebbero scontrati, e
disse loro di non temere, perché anche se ave-
va impiegato tanto tempo a recuperare le sue
proprietà da Höskuldr, nessuno sarebbe anda-
to in giro a dire che scappava davanti ai suoi
servi. I compagni di Hrútr dissero che c’era
molta disparità tra le due forze, ma lui disse
loro di non preoccuparsi, perché più erano e
più se la sarebbero vista brutta. La gente della
Laxárdalr smontò da cavallo e si predispose
allo scontro. Hrútr chiese ai suoi di non con-
siderare la differenza e si avventò per primo
verso di loro. Portava un elmo sulla testa, una
spada in una mano e uno scudo nell’altra ed
era il guerriero migliore di tutti, anzi era tal-
mente furioso che pochi riuscivano a tenergli
dietro. Entrambe le parti lottarono per un po’
ma ben presto quelli della Laxárdalr compre-
sero di non essere al pari degli altri perché
Hrútr aveva appena ucciso due uomini in un
colpo solo, così chiesero la tregua e Hrútr dis-
se che li avrebbe risparmiati. Tutti i famigli di
Höskuldr rimasti in piedi erano feriti, e quat-
tro erano morti. Hrútr tornò a casa con diver-
se ferite mentre i suoi compagni erano quasi
incolumi perché lui era sempre stato in prima
linea. Da allora il luogo in cui si scontrarono
61

si chiama Orrustudalr, «valle della battaglia».


Poi Hrútr fece abbattere il bestiame.
A questo punto si racconta che, venuto a sa-
pere del furto, Höskuldr raccolse i suoi uomi-
ni e tornò a casa. Arrivarono quasi nello stesso
momento in cui anche i famigli rientravano e
dovettero dirgli che la loro spedizione non era
andata liscia. Höskuldr si infuriò e disse che
non avrebbe accettato da lui altri furti e perdi-
te umane, e per tutto quel giorno raccolse uo-
mini al suo fianco. Poi sua moglie Jórunn gli si
avvicinò e gli chiese che decisioni avesse preso.
Lui disse: «Non ho ancora preso decisioni, ma
vorrei che si parlasse d’altro, piuttosto che del-
la morte dei miei famigli.» Jórunn gli replicò:
«È un intento molto vile, se pensi di uccidere
un uomo della levatura di tuo fratello. Alcuni
dicono che Hrútr ha avuto torto a non riven-
dicare prima quei beni, e adesso ha dimostra-
to di non voler più essere un bastardo senza
alcuna pretesa su proprietà che gli spettano di
diritto. Non avrebbe certo preso la decisione
di mettersi in conflitto con te, se non fosse sta-
to sicuro di avere più uomini dalla sua, perché
mi dicono che Þórðr Schiamazzo e Hrútr ab-
biano comunicato in segreto. Cose del genere
mi sembrano davvero rischiose; a Þórðr pia-
cerebbe offrire sostegno in una questione così
urgente, e lo sai anche tu, Höskuldr, che da
quando Þórðr Goddi e Vigdís hanno divorzia-
to non c’è più stato buon sangue tra te e Þórðr
Schiamazzo, per quanto tu sia riuscito a miti-
gare l’ostilità dei parenti con dei doni. Quello
che penso, Höskuldr», proseguì, «è che loro si
sentano defraudati da te per il modo in cui tu
e tuo figlio Ólafr gestite le loro proprietà. Mi
62

sembra più opportuno che tu offra un accordo


dignitoso a tuo fratello Hrútr, perché un lupo
famelico si procura sempre la preda. Immagi-
no che Hrútr la prenda bene e accetti, perché
mi dicono che sia un uomo saggio. Deve capire
che questo renderebbe onore a entrambi voi.»
Höskuldr si tranquillizzò molto al ragiona-
mento persuasivo di Jórunn e lo trovò molto
sensato.
A quel punto alcuni uomini amici di en-
trambi fecero da intermediari e riferirono a
Hrútr le parole di concordia di Höskuldr, e
Hrútr le prese bene, disse di volersi certo ac-
cordare con Höskuldr e di esserne stato di-
sposto da tempo, come avrebbe dovuto essere
se Höskuldr avesse voluto garantirgli i suoi
diritti. Hrútr disse anche che Höskuldr aveva
diritto a una ricompensa per il danno che gli
aveva inferto, e così la questione fu sistema-
ta, i due fratelli Höskuldr e Hrútr trovarono
un accordo e da quel momento riallacciarono
buoni rapporti di parentela. Hrútr si occupò
della sua fattoria e divenne una figura potente,
non si immischiava spesso nelle questioni, ma
voleva sempre avere la meglio quando veniva
coinvolto. Poi spostò la sua dimora e si stabi-
lì nel luogo che adesso si chiama Hrútsstaðir,
dove rimase fino alla vecchiaia. Costruì un
tempio nel podere, di cui si vedono ancora
le tracce; il sito si chiama Tröllaskeið, il «sen-
tiero dei troll» e oggi è un transito pubblico.
Hrútr si sposò e prese in moglie una donna di
nome Unnr, la figlia di Morðr Gígja, ma lei lo
lasciò e con questo ebbe inizio una disputa tra
la gente della Laxárdalr e quelli di Fljótshlíð.
Hrútr prese moglie un’altra volta e sposò una
63

donna che si chiamava Þorbjörg ed era figlia di


Ármóðr. Hrútr ebbe anche una terza moglie,
di cui però non parleremo. Dalle prime due
donne Hrútr ebbe sedici figli maschi e dieci
femmine. Si dice che un’estate Hrútr avesse
preso parte a un’assemblea insieme a quattor-
dici dei suoi figli maschi, tutti molto versati;
se ne accenna qui perché era considerato un
segno di vigoria e prestanza.
20

Höskuldr risiedeva nella sua fattoria, ormai si


avviava verso un’età avanzata e tutti i suoi figli
erano adulti. Þorleikr si stabilì nella fattoria che
si chiama Kambsnes e Höskuldr gli lasciò la sua
parte di proprietà; dopo di che prese moglie e
sposò una donna che si chiamava Gjaflaug, la
figlia di Arnbjörn Sleitu-Bjarnarson e di Þor-
laug Þórðardóttir di Höfði, un ottimo partito.
Gjaflaug era una bella donna ma molto preten-
ziosa, mentre Þorleikr non era affatto un uomo
facile ed era un grande campione. Non correva
buon sangue tra i due congiunti Hrútr e Þor-
leikr. Bárðr, il figlio di Höskuldr, rimase a casa
con suo padre, e la gestione delle proprietà era
in mano sua non meno che di Höskuldr. Delle
figlie di Höskuldr non si parla molto, però han-
no avuto una buona discendenza.
Anche Ólafr Höskuldsson era ormai un gio-
vane adulto ed era il più avvenente di tutti gli
uomini mai visti, si abbigliava sempre bene sia
in fatto di armi che di vestiti. Melkorka, la ma-
dre di Ólafr, abitava a Melkorkustaðir, come
già scritto prima. Höskuldr era sempre più
riluttante a occuparsi degli affari di Melkor-
ka, diceva che toccava soprattutto a suo figlio
Ólafr; a sua volta Ólafr diceva di offrirle tutto
il sostegno di cui era capace. Melkorka lo tro-
vava offensivo da parte di Höskuldr e si mise
in mente di fargli qualcosa che lo contrariasse.
Era stato in gran parte Þorbjörn il Butterato
65

a occuparsi della fattoria di Melkorka; poco


dopo che vi si era sistemata lui le aveva fatto
una proposta di matrimonio ma lei non aveva
nemmeno voluto pensarci.
C’era una barca in secca a Borðeyri, nello
Hrútafjörðr, il timoniere si chiamava Örn ed
era un uomo della corte di re Haraldr Gunnhil-
darson. Una volta in cui si incontrarono per
parlare, Melkorka disse al figlio Ólafr che de-
siderava che lui partisse per andare a trovare
i suoi parenti nobili – «perché ti ho detto la
verità, è vero che Mýrkjartan è mio padre ed
è re degli irlandesi. Potresti prendere la nave
che si trova a Borðeyri.» Ólafr rispose: «Ne ho
parlato con mio padre, che non si è mostrato
molto favorevole, e per quanto riguarda le pro-
prietà del mio patrigno, consistono soprattutto
in terreni e in bestiame, non possiede molte
merci di scambio islandesi.» Melkorka rispose:
«Non mi va più che tu sia definito figlio di una
schiava, e se a trattenerti è il fatto che ritieni di
avere poche merci, piuttosto ti aiuto sposando
Þorbjörn, se questo ti convincerà ad andare,
perché credo che se conclude l’accordo con me
ti metterà a disposizione tutte le mercanzie che
ritieni necessarie. E c’è anche un altro vantag-
gio: a Höskuldr non piacerà nessuna delle due
cose, quando verrà a sapere che tu hai lasciato
il paese e che io ho sposato qualcuno.» Ólafr
disse che la decisione stava solo a sua madre,
poi andò a discutere con Þorbjörn e gli disse
che voleva ottenere in prestito da lui delle mer-
ci e in grande quantità. Þorbjörn rispose: «Te
le darò solo se potrò accordarmi per sposare
Melkorka; a quel punto avrai ogni pretesa sul-
le mie proprietà, come su qualsiasi altra cosa di
66

cui ti occuperai.» Ólafr allora disse che si sa-


rebbero accordati, trattarono tra loro i dettagli
e dissero che la cosa doveva rimanere segreta.
Höskuldr chiese a Ólafr se voleva accompa-
gnarlo all’assemblea, ma Ólafr disse che non
poteva andare perché doveva seguire delle
faccende alla fattoria, spiegò che intendeva
far costruire una recinzione per gli agnelli sul
Laxá. A Höskuldr fece piacere che volesse oc-
cuparsi della fattoria, così mentre lui si presen-
tava all’assemblea, a Lambastaðir venne pre-
parato il matrimonio e Ólafr stabilì da solo le
condizioni dell’accordo. Ólafr si procurò così
delle merci per un valore di trenta centina-
ia,16 che non avrebbe dovuto restituire. Bárðr
Höskuldsson era al matrimonio e sapeva del
loro patto. Alla fine della festa Ólafr raggiunse
a cavallo la barca in secca, incontrò il timonie-
re Örn e si accordò per un passaggio. Prima
di separarsi da Ólafr, Melkorka gli affidò un
grande anello d’oro e disse: «Questo gioiello
me lo diede mio padre quando misi il primo
dente, mi aspetto che lo riconosca se lo vede.»
Gli consegnò anche un coltello e una cintu-
ra da dare alla sua balia: «Immagino che non
mancherà di riconoscere questi manufatti.»
Poi aggiunse: «Ti ho preparato come meglio
ho potuto, ti ho insegnato a parlare irlandese
così sarai in grado di intrattenere relazioni in
qualsiasi posto dell’Irlanda tu approdi.» Dopo
di che si separarono. Appena ci fu vento favo-
revole Ólafr salì a bordo della nave e la misero
in mare.
21

Höskuldr tornò a casa dopo l’assemblea e ven-


ne a sapere la notizia; la cosa non gli piacque
per niente, ma visto che era coinvolta la sua
famiglia, si calmò e non passò all’azione. Ólafr
e i suoi compagni trovarono buon vento e
raggiunsero la Norvegia. Örn esortò Ólafr ad
andare alla corte del re Haraldr, facendogli pre-
sente che aveva reso onore a molti uomini che
non erano affatto migliori di Ólafr, e il giovane
assicurò che l’avrebbe fatto. Così Ólafr e Örn si
recarono a corte e ricevettero una buona acco-
glienza; il re vegliò poi con Ólafr per il bene dei
suoi parenti e gli propose di rimanere con lui.
Gunnhildr ripose molta stima in Ólafr quando
seppe che era il figlio del fratello di Hrútr, ma
c’era chi sosteneva che le avrebbe fatto piacere
parlare con Ólafr anche se non fosse stato pa-
rente di nessuno.
Col passare dell’inverno però Ólafr si intri-
stì e Örn gli chiese che cosa gli causasse dispia-
cere. Ólafr rispose: «Devo affrontare il viaggio
per mare verso occidente e ritengo importante
che tu vi partecipi, per poter partire in estate.»
Örn chiese a Ólafr di non insistere, dichiarò
che a sua conoscenza non c’erano navi in par-
tenza per l’occidente. Gunnhildr si intromise
nella loro conversazione osservando: «Sento
una cosa inaudita, ciascuno di voi la pensa a
modo suo.» Ólafr salutò Gunnhildr e non la-
sciò cadere il discorso, Örn invece si allontanò
68

mentre lui e Gunnhildr continuavano a parla-


re. Ólafr allora le riferì del suo progetto e di
quanto gli premesse quel viaggio, perché il re
Mýrkjartan era il padre di sua madre. Allora
Gunnhild disse: «Ti darò io il supporto per
questo viaggio, in modo che tu possa andare
con tutte le ricchezze che vuoi.» Ólafr la rin-
graziò per le sue parole, poi Gunnhildr fece
preparare una nave e approntò un equipaggio,
chiese a Ólafr quanti uomini volesse con sé per
la traversata verso ovest e Ólafr disse che ne vo-
leva sessanta, specificando che secondo lui era
fondamentale che nella compagnia ci fossero
guerrieri e mercanti in pari numero. Lei pro-
mise che avrebbe provveduto; dei compagni di
Ólafr si nomina solo Örn, ma la compagnia era
molto ben assortita. Il re Haraldr e Gunnhildr
accompagnarono Ólafr alla nave e dissero che
avrebbero riposto in lui la loro buona sorte
insieme al benvolere che gli avevano già ac-
cordato; re Haraldr assicurò che non era cosa
ardua, ritenendo che ai loro giorni non fosse
mai giunto nessun islandese più promettente di
lui. Re Haraldr gli chiese poi quanti anni aves-
se e Ólafr rispose: «Ho diciotto inverni.» Il re
sentenziò: «Gli uomini di grande valore sono
come te, perché hai ancora l’età di un bambino;
vieni di nuovo a trovarci, se farai ritorno.» Poi
il re e Gunnhildr augurarono a Ólafr un buon
viaggio, la compagnia salì a bordo della nave e
prese il mare.
Quell’estate non ebbero buon vento, incon-
trarono molte nebbie e venti scarsi e contrari
alla rotta, così vagarono in mare per ampie di-
stanze e la maggior parte degli uomini a bordo
perse l’orientamento. Finalmente la nebbia si
69

alzò e si levarono i venti, così issarono la vela


e cominciarono a discutere su quale direzione
prendere per l’Irlanda senza trovarsi d’accor-
do. Örn aveva una sua opinione, la maggior
parte degli uomini sosteneva l’opposto, asse-
rendo che Örn si sbagliava e che doveva deci-
dere la maggioranza. Allora rivolsero la que-
stione a Ólafr, che disse: «Voglio che decida
chi è più assennato, perché mi sembra peggio
doverci appoggiare al consiglio degli stolti se
sono più numerosi.» Sentendo Ólafr esprimer-
si in tal modo la questione fu considerata chiu-
sa, e da quel momento Örn prese il comando;
veleggiarono di notte e di giorno ma trovarono
sempre poco vento. Poi una notte accadde che
gli uomini di vedetta scattarono a dire a tutti
di svegliarsi all’istante perché vedevano la ter-
ra talmente vicina che quasi ci avevano infilato
la prua, ma la vela era ancora spiegata e c’era
solo una lieve brezza. Così tutti corsero a chie-
dere a Örn di allontanarsi dalla riva se poteva.
Ólafr disse: «Non siamo in grado, perché vedo
che siamo circondati da scogli da entrambi i
lati e intorno alla prua, quindi ammainate la
vela al più presto; decideremo quando sarà
giorno fatto e gli uomini riconosceranno la co-
sta.» Poi gettarono l’ancora che toccò subito il
fondo.
Durante la notte discussero a lungo su qua-
li lidi potessero aver raggiunto e quando fece
giorno riconobbero che era l’Irlanda. Örn dis-
se: «Temo che non saremo ben accolti perché
siamo lontani dai porti e dalle città commer-
ciali dove gli stranieri possono entrare in pace,
visto che adesso siamo in bassa marea come
uno spinarello; suppongo che secondo la loro
70

legge gli irlandesi pretenderanno di appro-


priarsi dei beni che abbiamo a bordo, perché
la definiscono una nave arenata anche con la
marea più alta dalla prua.» Ólafr disse che
non avrebbero avuto problemi – «ho visto un
gruppo di persone sulla costa oggi, agli irlan-
desi l’arrivo di questa nave pare sicuramente
un fatto notevole; ho controllato con la bassa
marea, oltre questa penisola c’è la bocca di un
fiume e rimane sempre molta acqua nell’estua-
rio. Se la nave non ha riportato danni possia-
mo calare la barca e trainare la nave fin là.» Il
fondo dove avevano gettato l’ancora era argil-
loso e nemmeno un’asse della loro nave aveva
riportato danni. Ólafr e i suoi vi trainarono la
nave e gettarono l’ancora.
Con il progredire della giornata una gran
quantità di persone si raccolse sulla costa, fin-
ché due uomini si avvicinarono in barca e chie-
sero chi fosse al comando della nave. Ólafr ri-
spose parlando in irlandese, perché gli si erano
rivolti in quella lingua. Quando gli irlandesi
appresero che erano norreni gli riferirono che
secondo la loro legge dovevano cedere tutti i
loro averi e non sarebbe stato loro fatto alcun
male finché il re non avesse espresso il suo giu-
dizio. Ólafr disse che la legge valeva solo in
assenza di un interprete con i commercianti
– «ma io posso dirvi con certezza che questi
sono uomini di pace; tuttavia non cederemo
i nostri beni senza lottare.» Gli irlandesi allo-
ra emisero il grido di guerra e caricarono in
mare, intenzionati a trascinare la nave in secca
con loro a bordo; l’acqua era talmente bassa
che arrivava solo alle ascelle e sopra la cintura
dei più alti, mentre la rada dov’era ancorata la
71

nave era talmente profonda che non riuscivano


a toccare il fondo.
Allora Ólafr chiese ai suoi uomini di sfode-
rare le armi e allinearsi lungo il fianco della
nave, e loro si sistemarono talmente serrati che
i loro scudi formavano una linea ininterrotta,
con le punte delle lance che fuoriuscivano dal
bordo di ogni scudo. Ólafr prese posizione a
prua, rivestito con una cotta di maglia e in te-
sta un elmetto con placche dorate; si era cinto
di una spada con l’elsa intarsiata d’oro, regge-
va una lancia con la lama ritorta, sempre tut-
ta decorata, e davanti a sé portava uno scudo
rosso con il disegno di un leone in oro. Quan-
do gli irlandesi videro il loro assetto furono
presi dal terrore in petto e si resero conto che
la nave non sarebbe stata la facile preda che
avevano immaginato, così tornarono indietro
e corsero via tutti insieme. Ci fu un gran mor-
morio tra le loro fila, perché ritenevano ov-
vio che quella fosse una nave da guerra e che
probabilmente sarebbe stata seguita da molte
altre, così mandarono ad avvertire il re, e non
ci volle molto perché si trovava in visita a un
banchetto poco lontano.
Il re raggiunse il luogo dov’era la nave ac-
compagnato da un gruppo di uomini. Non
c’era molta distanza tra la nave e la riva ed era
possibile parlarsi da una parte all’altra. Gli ir-
landesi avevano già sferrato attacchi con frecce
e lance ma la compagnia di Ólafr non aveva ri-
portato danni. Ólafr stava lì con l’abbigliamen-
to descritto e tutti rimasero colpiti vedendo
quant’era imponente il capitano della nave. Ma
quando gli uomini di Ólafr videro quella gran
comitiva dall’aspetto molto fiero avvicinarsi a
72

cavallo ammutolirono, perché ebbero l’impres-


sione che tra i due gruppi ci fosse una grande
disparità. Ólafr sentì i suoi compagni mormo-
rare e li invitò a farsi animo – «perché la nostra
situazione volge al meglio: ecco che gli irlandesi
salutano il loro re Mýrkjartan.» Si avvicinarono
talmente alla nave da poter sentire che cosa di-
cevano gli altri e il re chiese chi fosse il capitano
della nave. Ólafr disse il proprio nome e chiese
a sua volta chi fosse quel valoroso cavaliere con
cui stava parlando. Egli rispose: «Mi chiamo
Mýrkjartan.» Ólafr disse: «Sei il re degli irlan-
desi?» Lui disse di sì. Poi il re gli chiese vari
ragguagli e Ólafr fornì risposte adeguate a tutte
le domande che gli furono rivolte. Poi il re chie-
se da dove fossero salpati e che uomini fossero,
e di nuovo fece domande più specifiche sulla
famiglia di Ólafr perché gli sembrava un uomo
distinto che non voleva rivelare più di quanto
gli veniva chiesto. Ólafr disse: «Vi informerò
che veniamo dalla Norvegia e che questi a bor-
do sono gli uomini della corte del re Haraldr
Gunnhildarson. Per quanto riguarda la mia ge-
nealogia, signore, vi dirò che mio padre abita in
Islanda e si chiama Höskuldr, appartiene a una
famiglia illustre, mentre per quanto riguarda il
ramo materno, mi aspetto che ne sappiate più
voi di me, perché mia madre si chiama Melkor-
ka e mi si dice con certezza che sia vostra figlia,
re, ed è il motivo che mi ha spinto a fare questo
lungo viaggio; per me è di grande importanza
sentire quali risposte darete alle mie parole.»
Il re tacque e andò a consultarsi con i suoi
uomini: i saggi gli chiesero quale verità vi fosse
nelle parole pronunciate da quell’uomo. Il re
rispose: «È chiaro che questo Ólafr è un uomo
73

di famiglia rilevante, che sia o meno nostro


consanguineo, e parla un ottimo irlandese.»
Dopo di ché il re si alzò e disse: «Adesso darò
una risposta alle tue parole. Garantiremo la
protezione a tutti gli uomini a bordo, ma del-
la parentela che sostieni di avere con noi do-
vremo parlare più approfonditamente, prima
che possa fornirti una risposta.» Dopo di che
calarono delle passatoie fino a riva e Ólafr e i
suoi compagni sbarcarono dalla nave, e gli ir-
landesi rimasero colpiti dall’aspetto guerresco
di quegli uomini. Ólafr salutò cortesemente
il re, si tolse l’elmo e si inginocchiò davanti a
lui, che lo accolse con molto affetto. Poi si mi-
sero a parlare e Ólafr riferì ancora meglio la
sua storia, parlando a lungo e con incisività, e
concluse il discorso dicendo di avere un anello
d’oro che Melkorka gli aveva dato al momento
di partire dall’Islanda – «ha detto che voi, o
re, glielo avevate dato quando aveva perduto il
primo dente.» Il re lo prese e guardò l’oro e si
fece assai rosso in volto. Infine disse: «Questi
doni sono delle prove, e non sono meno rile-
vanti per il fatto che hai una tale somiglian-
za con tua madre che ti si distingue solo per
quella. Stando così le cose, non esito a ricono-
scerti come mio parente, Ólafr, testimoni tutti
gli uomini che sono qui presenti e che odono
le mie parole; di conseguenza, voglio invitare
te e tutta la tua compagnia alla mia corte, ma
l’onore che riceverete dipenderà dalla persona
che ti rivelerai quando ti metterò alla prova.»
Poi il re fece avere loro dei cavalli e mise degli
uomini a piantonare la loro nave e il carico che
avevano.
Il re cavalcò fino a Dublino e a tutti parve
74

una grande notizia che insieme a lui ci fosse


suo nipote, il figlio della figlia che era stata ra-
pita molto tempo prima quando aveva quin-
dici anni. Ma più di tutti rimase colpita dalla
notizia la balia di Melkorka, che era allettata
per la vecchiaia e la malattia eppure si alzò
e andò incontro a Ólafr senza l’aiuto del ba-
stone. Allora il re disse a Ólafr: «È arrivata la
balia di Melkorka, che vorrà avere sue notizie
da te.» Ólafr la accolse a braccia aperte, fece
sedere la vecchia sulle ginocchia e le disse che
la sua figlioccia viveva in Islanda in condizioni
agiate. Poi Ólafr le diede il coltello e la cintu-
ra, che la vecchia riconobbe e ne fu felice fino
alle lacrime, e disse che era perché il figlio di
Melkorka era davvero prestante – «com’era da
aspettarsi, del resto.» L’anziana donna si man-
tenne in salute per tutto l’inverno.
Il re rimaneva raramente fermo nello stesso
posto perché spesso c’era da combattere nelle
terre occidentali, infatti trascorse l’inverno a
respingere i vichinghi e gli invasori. Ólafr era
sulla nave del re con la sua compagnia e chi
doveva scontrarsi contro di loro la trovava una
squadra davvero impegnativa. Il re discuteva
con Ólafr e i suoi compagni di tutte le decisio-
ni che gli sottoponeva, perché Ólafr si dimo-
strava assennato e intrepido in tutte le prove.
Con il passare dell’inverno il re convocò un’as-
semblea che fu frequentata da un gran numero
di persone. Si alzò in piedi e parlò, iniziando
così il suo discorso: «Come sapete, lo scorso
autunno è arrivato un uomo che è il figlio di
mia figlia e appartiene a una casata illustre an-
che da parte di padre. Ólafr si è rivelato un
uomo di grandi capacità e molto determina-
75

to, come da noi non ne esistono di eguali. Per


questo voglio offrire a lui la corona quando
me ne sarò andato, perché Ólafr è più adatto
a governare dei miei figli.» Ólafr lo ringraziò
per la sua offerta con grande acutezza e belle
parole, ma poi disse di non voler rischiare di
dover affrontare la reazione dei suoi figli quan-
do Myrkjartan fosse morto, spiegò che era me-
glio poter godere di un onore di breve durata
che di un lungo regno di vergogna, e anzi pen-
sava di voler tornare in Norvegia quando non
ci fossero stati rischi ad affrontare la traversa-
ta, perché sua madre non sarebbe stata felice
se non fosse ritornato. Il re disse a Ólafr che
era una decisione che doveva prendere da solo,
dopo di che l’assemblea fu sciolta.
Quando l’imbarcazione di Ólafr fu pronta
per partire, il re lo accompagnò alla nave e gli
donò una lancia intarsiata d’oro e una spada
decorata e molte altre ricchezze. Ólafr si offrì
di portare con sé la balia di Melkorka, ma il re
disse che non c’era bisogno e quindi la donna
non andò. Ólafr e i suoi salirono a bordo e si
separarono dal re con grande amicizia, poi sal-
parono. Trovarono buon vento e approdarono
in Norvegia, dove le notizie del viaggio di Ólafr
si sparsero rapidamente. Tirarono in secca la
nave, Ólafr si procurò dei cavalli e con i suoi
compagni si recò al cospetto del re Haraldr.
22

Ólafr Höskuldsson arrivò alla corte di re


Haraldr, che lo accolse bene, ma Gunnhildr
ancora meglio. Lo invitarono a stare con loro
insistendo molto, e Ólafr accettò; quindi lui e
Örn entrarono a far parte della corte. Il re e
Gunnhildr dimostrarono a Ólafr un onore e un
rispetto che nessun altro straniero aveva mai ri-
cevuto da loro. Ólafr diede al re e a Gunnhildr
molti oggetti preziosi e rari che aveva portato
con sé da ovest, dall’Irlanda, mentre per Natale
re Haraldr donò a Ólafr un completo di abiti
di scarlatto.17 Ólafr rimase con il re per tutto
l’inverno, ma a primavera avanzata il re e Ólafr
parlarono in privato e Ólafr chiese al re il per-
messo di tornare in Islanda durante l’estate –
«dove devo far visita», disse, «a molti parenti
importanti.» Il re rispose: «Preferirei che ti
fermassi qui con me, alle condizioni che desi-
deri.» Ólafr ringraziò il re per l’onore che gli
dimostrava, ma insisté che preferiva tornare in
Islanda se non andava contro il volere del re.
Al che il re rispose: «Non mi metterò in ostilità
con te, Ólafr; andrai in Islanda in estate, perché
vedo che il tuo animo lo desidera molto. Ma
non preoccuparti, e non darti da fare per pre-
parare il viaggio. Ci penserò io.» E con questo
conclusero la conversazione.
Quella primavera re Haraldr fece armare una
nave, un knörr, un’imbarcazione grande e di
buona qualità, e vi fece caricare legname e tutte
77

le provviste necessarie, poi quando fu pronta


mandò a chiamare Ólafr e gli disse: «Questa
nave è di tua proprietà, Ólafr; non voglio che tu
salpi dalla Norvegia quest’estate come passeg-
gero altrui.» Ólafr ringraziò con belle parole il
re per la sua generosità, dopo di che si preparò
a partire e quando tutto fu pronto e si alzò il
vento mise in mare la nave e si separò dal re
Haraldr con grandissimo affetto.
Ólafr trovò buon vento quell’estate e la nave
raggiunse il fiordo di Hrútafjörðr a Borðeyri.
Ben presto si sparse la notizia dell’arrivo della
nave e di chi ne fosse il timoniere. Höskuldr
apprese del ritorno di suo figlio Ólafr e ne fu
molto felice, così montò subito a cavallo per
dirigersi a nord verso lo Hrútafjörðr insieme
ad alcuni uomini. Fu un incontro gioioso quel-
lo tra padre e figlio, poi Höskuldr invitò Ólafr
a stare da lui e il giovane disse che avrebbe
accettato, così fece tirare in secca la nave e
trasferire le sue ricchezze a nord. Una volta
sbrigate queste faccende montò a cavallo con
altri undici uomini e si diresse verso nord, per
andare a casa a Höskuldsstaðir. Höskuldr die-
de il benvenuto a suo figlio con grande affetto,
come fecero i suoi fratelli e tutti i suoi parenti,
ma Bárðr in maggior modo. Ólafr si procurò
una grande fama per questo suo viaggio e in
questo modo tutti seppero della sua parentela,
che era figlio di Mýrkjartan il re degli irlande-
si. La notizia si sparse in tutto il paese, e si sep-
pe del rispetto che i potenti a cui aveva fatto
visita gli avevano tributato.
Ólafr aveva portato a casa molte ricchez-
ze e rimase con suo padre per quell’inverno.
Presto Melkorka andò a trovare suo figlio
78

Ólafr, che l’accolse con tutto il suo affetto; lei


gli fece molte domande sull’Irlanda, soprat-
tutto su suo padre e sugli altri suoi parenti e
Ólafr rispose a ogni sua richiesta. Subito gli
domandò anche se la sua balia era ancora viva
e Ólafr disse di sì, allora Melkorka gli chiese
perché non aveva voluto farle il favore di por-
tarla in Islanda. Al che Ólafr le rispose: «Non
hanno voluto, madre, che portassi via la tua
balia dall’Irlanda.» «E sia, allora», commentò
lei, ma era evidente che era molto contrariata.
Melkorka e Þorbjörn avevano avuto un figlio
che si chiamava Lambi, era un uomo grande e
forte, simile a suo padre nell’aspetto e nel ca-
rattere.
Ólafr era in Islanda da un intero inverno, ed
era già arrivata la primavera, quando padre e
figlio parlarono dei loro piani futuri. «Vorrei,
Ólafr» fece Höskuldr «che ti trovassi una mo-
glie e prendessi la fattoria del tuo padre adot-
tivo, a Goddastaðir, che è molto redditizia; po-
tresti assumerne la gestione sotto la mia guida.»
Ólafr rispose: «Non ci ho ancora pensato fino-
ra, non so dove trovare una donna che mi renda
onore sposare. Come immagini, non mi accon-
tenterò facilmente in fatto di mogli, ma sono
sicuro che non avresti accennato all’argomento
se non avessi già deciso come debba andare a
finire.» Höskuldr replicò: «Dici bene. C’è un
uomo che si chiama Egill, è figlio di Skalla-
Grímr e abita a Borg nel Borgarfjörðr.18 Egill
ha una figlia che si chiama Þorgerðr; ho inten-
zione di chiederla in moglie per te perché non
c’è un partito migliore in tutto il Borgarfjörðr e
anche oltre; e quel che c’è di più, consolidereb-
be la tua posizione se stringessi un’alleanza con
79

la gente dei Mýrar.» Ólafr rispose: «Accetterò il


tuo consiglio in questa faccenda, la trovo a me
congeniale se si conclude. Ma ti avverto, padre,
che se la proposta che presentiamo non viene
accettata ne sarò molto seccato.» Höskuldr dis-
se: «Correremo il rischio di fare la proposta.»
Ólafr accettò la sua decisione. Si avvicinava il
periodo dell’assemblea e Höskuldr si preparò
ad affrontare il viaggio con un gran numero
di uomini; lo accompagnava anche suo figlio
Ólafr. Allestirono l’accampamento. L’assem-
blea era molto frequentata, c’era anche Egill
Skalla-Grímsson. Chiunque vedesse Ólafr di-
ceva di quanto fosse bello e imponente; era ben
vestito e portava ottime armi.
23

Si dice che un giorno padre e figlio, Höskuldr


e Ólafr, lasciarono il loro accampamento per
fare visita a Egill. Egill li accolse bene perché
lui e Höskuldr avevano sentito molto parlare
l’uno dell’altro. Höskuldr allora gli presentò
la proposta da parte di Ólafr e chiese in mo-
glie Þorgerðr, che era venuta anch’ella all’as-
semblea. Egill accolse favorevolmente la loro
proposta, disse di aver sentito parlare sempre
bene di entrambi – «So, Höskuldr» disse Egill
«che sei un uomo di alto lignaggio, molto ri-
spettato, e Ólafr si è fatto una fama grazie al
suo viaggio all’estero; non è strano che perso-
ne del genere abbiano grandi ambizioni, poi-
ché non mancano loro né i nobili natali né la
bellezza. Tuttavia la questione va sottoposta
a Þorgerðr, perché non esiste alcun uomo in
grado di prenderla in moglie senza il suo vole-
re.» Höskuldr disse: «Allora, Egill, voglio che
ne parli a tua figlia.» Egill disse che l’avrebbe
fatto, così andò a trovare Þorgerðr e le parlò in
privato. Egill le disse: «C’è un uomo di nome
Ólafr, figlio di Höskuldr, uno degli uomini più
famosi di tutti. Suo padre Höskuldr ha fatto
una proposta da parte di Ólafr e ti ha chiesta
in moglie. Ho girato la questione a te e vorrei
conoscere la tua risposta, ma ci sembra che
una proposta del genere debba essere accolta
favorevolmente, perché si tratta di un ottimo
partito.» Þorgerðr rispose: «Ti ho sentito dire
81

che tra tutti i tuoi figli io ero la preferita, eppu-


re non mi sembra affatto che sia vero, se vuoi
darmi in moglie al figlio di una schiava, per
quanto bello e famoso sia.» Egill disse: «Non
sei abbastanza aggiornata al riguardo, contra-
riamente al solito; non hai sentito che è il figlio
della figlia del re irlandese Mýrkjartan? È di
buona famiglia anche da parte di madre, più
che da parte di padre, che per noi sarebbe già
sufficiente.» Ma Þorgerðr non ne era convinta,
così chiusero la conversazione e ciascuno con-
tinuò a essere della propria idea.
Il giorno dopo Egill si recò nell’accampa-
mento di Höskuldr, che l’accolse bene. Si mi-
sero a parlare e Höskuldr chiese com’era an-
data con la proposta di matrimonio. Egill non
nascose il suo dispiacere e raccontò com’era
andata. Höskuldr convenne che sembrava
dura – «ma penso che tu abbia agito bene.»
Ólafr non era presente alla loro conversazione
e quando Egill fu partito chiese com’era an-
data con la proposta, e Höskuldr gli disse che
lei era riluttante. Ólafr disse: «Te l’avevo det-
to, padre, non sono affatto contento di avere
ottenuto in cambio parole umilianti. Questa
proposta è stata una tua decisione e adesso ho
intenzione di portarla a termine come si con-
viene. È proprio vero come si dice, manda a
caccia un lupo e ti divora la preda.19 Adesso
andrò all’accampamento di Egill.» Höskuldr
gli disse di fare come credeva.
Ólafr quel giorno indossava gli abiti di scar-
latto che gli aveva regalato re Haraldr, sulla
testa portava l’elmo intarsiato d’oro e teneva
in mano la spada d’oro che gli aveva donato
re Mýrkjartan. Höskuldr e Ólafr si recarono
82

all’accampamento di Egill, Höskuldr davanti


e Ólafr dietro. Egill li accolse bene e Höskuldr
si sedette accanto a lui mentre Ólafr rimase
in piedi a guardarsi intorno. Vide una donna
seduta su una panca nell’accampamento, era
bella, nobile e ben agghindata così immaginò
che fosse Þorgerðr, la figlia di Egill. Si avvicinò
alla panca e si sedette accanto a lei. Þorgerðr
lo salutò e gli chiese chi fosse, così Ólafr dis-
se il proprio nome e quello di suo padre: «Ti
sembrerà ardito che il figlio di una schiava
osi sedersi accanto a te e rivolgerti la parola.»
Þorgerðr rispose: «Avrai compiuto senz’altro
imprese molto più temerarie che parlare con le
donne.» Poi si misero a conversare e si intrat-
tennero per tutto il giorno, ma nessuno sentì
che cosa si dissero. Prima di accomiatarsi fu-
rono convocati anche Egill e Höskuldr e si ri-
prese il discorso della proposta di matrimonio
di Ólafr, e stavolta Þorgerðr accettò il parere
di suo padre. A quel punto la questione si con-
cluse subito e i due furono promessi all’istante.
La donna sarebbe stata condotta alla festa in
segno di rispetto per la gente della Laxárdalr,20
e fu stabilito che il banchetto nuziale si doves-
se tenere a Höskuldsstaðir quando mancavano
sette settimane alla fine dell’estate. Dopo di
che Egill e Höskuldr si separarono e padre e
figlio cavalcarono fino a Höskuldsstaðir, dove
rimasero per quell’estate, che trascorse senza
eventi. Poi cominciarono i preparativi per la
festa a Höskuldsstaðir, e non si badò a rispar-
miare perché quella era una famiglia abbiente.
Nel giorno stabilito arrivarono gli ospiti:
la gente del Borgafjörðr giunse in gran nu-
mero, con Egill e suo figlio Þorsteinn c’era
83

anche la sposa e una compagnia scelta del


distretto, ma anche Höskuldr aveva un gran
numero di invitati. La festa fu magnifica e
gli ospiti furono congedati con grandi rega-
li. Ólafr diede la spada, dono di Mýrkjartan,
a Egill, che ne fu completamente soddisfat-
to. La festa trascorse senza eventi degni di
nota, poi tutti fecero ritorno a casa.
24

Ólafr e Þorgerðr si stabilirono a Höskuldsstaðir


e tra loro nacque un grande amore. Era chiaro
a tutti che era una donna di gran carattere ma
piuttosto riservata, ed era evidente che si faceva
sempre come voleva lei, qualsiasi cosa decides-
se. Ólafr e Þorgerðr trascorsero quell’inverno a
Höskuldsstaðir oppure con il padre adottivo di
Ólafr. In primavera Ólafr assunse la gestione di
Goddastaðir e l’estate successiva Þórðr Goddi
prese una malattia che lo condusse alla morte.
Ólafr gli fece costruire un tumulo sul rilievo
che si chiama Drafnarnes, sulle rive del fiume
Laxá, nelle vicinanze si trova un muro in pietra
che si chiama Haugsgarðr, la «recinzione del
tumulo». A Ólafr non mancarono i sostenito-
ri e in breve tempo divenne un grande capo.
Höskuldr non lo invidiava e voleva che anche
Ólafr venisse consultato in tutte le questioni im-
portanti. Ben presto la fattoria di Ólafr fu la più
fiorente di tutta la Laxárdalr. Nella compagnia
di Ólafr c’erano due fratelli, entrambi di nome
Án: uno era chiamato Án il Bianco e l’altro Án
il Nero, mentre Beinir il Forte era il terzo; erano
tutti fabbri di Ólafr, molto robusti. Þorgerðr e
Ólafr ebbero una figlia, che si chiamò Þuríðr.
Le terre appartenute a Hrappr erano state
abbandonate, com’è già stato scritto. A Ólafr
parevano in una buona posizione e una volta ne
parlò a suo padre perché andassero a trovare
Drappo per fargli sapere che Ólafr voleva ac-
85

quistare da lui i terreni di Hrappsstaðir e gli


altri possedimenti annessi. L’offerta fu accettata
prontamente e l’acquisto venne concluso, per-
ché Drappo comprese che era meglio un cor-
vo in mano che due nella macchia. Secondo i
termini del contratto, Ólafr avrebbe sborsato
tre marchi d’argento per i terreni, che tuttavia
valevano molto di più perché c’erano ampi tratti
di pascolo, belli e assai redditizi; vi si poteva pe-
scare salmoni e cacciare foche e poco più in alto
c’erano anche dei vasti boschi, a poca distanza
da Höskuldsstaðir sul versante settentrionale
del fiume Laxá. Nel bosco era stata aperta una
radura dove spesso si raccoglieva il bestiame di
Ólafr, sia col bel tempo sia nella cattiva stagio-
ne. Un autunno Ólafr fece costruire una casa in
quella radura, utilizzando il legname del bosco
e anche quello alla deriva portato dal mare sulla
costa. La casa era molto imponente ma per il
primo inverno rimase vuota.
La primavera successiva Ólafr vi fece trasferi-
re i propri beni dopo aver radunato il bestiame,
che contava molti capi, tant’è che nessuno ne
possedeva di più in tutto il Breiðafjörðr. Ólafr
inviò una richiesta a suo padre perché stesse
fuori a guardare quando passavano per raggiun-
gere la nuova fattoria e gli facesse un augurio, e
Höskuldr disse che l’avrebbe fatto. Così Ólafr
organizzò il trasferimento: gli uomini che erano
davanti dovevano condurre i capi più indocili,
poi venivano le vacche da latte, seguivano i buoi
e i manzi e da ultimo i cavalli da soma. I famigli
furono ripartiti tra le bestie perché non uscis-
sero dal percorso. Gli uomini in testa al corteo
avevano già raggiunto la nuova fattoria quando
Ólafr uscì a cavallo dal cortile di Goddastaðir,
86

in una fila ininterrotta. Höskuldr rimase fuori


a guardare con i famigli e augurò a suo figlio
Ólafr il benvenuto e tanta fortuna nella nuova
residenza – «se non mi sbaglio, il suo nome sarà
ricordato a lungo.» Sua moglie Jórunn rispose:
«Con tutto quel patrimonio, il figlio della schia-
va dovrebbe essere in grado di farsi un nome.»
I famigli avevano già finito di scaricare i caval-
li che Ólafr entrò in cortile e disse: «Dovreste
essere curiosi di sapere come si chiamerà que-
sta fattoria, perché so che ne se è parlato mol-
to durante l’inverno. Si chiamerà Hjarðarholt,
«bosco degli armenti.» Tutti ritennero che fosse
una bella trovata, collegare il nome agli eventi
accaduti in quel luogo.
Ólafr si mise a costruire la sua fattoria a
Hjarðarholt e di lì a poco divenne un edificio
grandioso che non mancava di niente. La re-
putazione di Ólafr crebbe molto, per vari mo-
tivi: era un uomo benvoluto da tutti, perché
quando si occupava di risolvere qualche dispu-
ta tutti ne uscivano sempre soddisfatti, poi suo
padre lo teneva in grande considerazione e ol-
tretutto ci aveva guadagnato parecchio a impa-
rentarsi con la gente di Mýrar. Ólafr era consi-
derato il più capace di tutti i figli di Höskuldr.
Il primo inverno in cui Ólafr abitò a Hjarðar-
holt prese molti servi residenti e altri lavoranti e
divise le varie mansioni tra tutti i famigli: alcuni
si occupavano dei buoi e dei manzi e gli altri
delle vacche da latte. La stalla era situata nel bo-
sco, non molto distante dalla fattoria. Una sera
il garzone incaricato dei manzi e dei buoi andò
da Ólafr e gli chiese di chiamare qualcun altro
a badare al bestiame – «a me assegna un altro
incarico.» Ólafr rispose: «Ma io pretendo che
87

ti occupi dei tuoi doveri.» Lui disse che piut-


tosto se ne sarebbe andato. «Allora dev’esser-
ci sul serio qualcosa che non va» ribatté Ólafr.
«Questa sera ti accompagnerò a legare le bestie
nella stalla, e se trovo qualcosa che giustifichi
il tuo comportamento non ti punirò, altrimen-
ti pagherai per aver causato problemi.» Allora
Ólafr prese la lancia intarsiata d’oro, dono del
re, e uscì insieme al suo servo. Per terra c’era
uno strato di neve. Giunsero alla stalla, che era
aperta, e Ólafr disse al servo di entrare: «Io
spingerò dentro il bestiame e tu lo legherai.» Il
servo si avvicinò alla porta della stalla ma pri-
ma che Ólafr potesse rendersene conto quello
era già tornato indietro di corsa tra le sue brac-
cia. Quando Ólafr gli chiese che cosa l’aveva
spaventato tanto, quello rispose: «C’è Hrappr
sulla soglia della stalla, voleva toccarmi, ne ho
abbastanza di dovermela vedere con lui.» Ólafr
allora si avvicinò alla porta e gli puntò la lan-
cia contro, ma Hrappr l’afferrò con entrambe
le mani e la piegò spezzandone il manico. Ólafr
voleva corrergli dietro ma Hrappr scomparve
da dov’era venuto, e così li lasciò, Ólafr con il
manico della lancia in mano e Hrappr con la
lama. Dopo di che Ólafr e il suo servo legarono
il bestiame e rincasarono, e Ólafr gli disse che
non sarebbe stato punito per essersi lamentato.
La mattina dopo Ólafr uscì di casa per recarsi
nel luogo in cui Hrappr era stato seppellito e lo
fece riesumare; non si era ancora decomposto
e nella fossa trovò la lama della lancia. Poi fece
preparare un falò, il cadavere vi venne arso e le
ceneri disperse in mare. Da quel momento in
poi nessuno fu più importunato dalle appari-
zioni di Hrappr.
25

A questo punto si racconta dei figli di Hö-


skuldr. Prima di stabilirsi nella sua fattoria,
Þorleikr Höskuldsson era stato un mercante
di successo, aveva soggiornato presso uomini
di alto rango durante i suoi viaggi d’affari ed
era considerato un uomo ragguardevole; ave-
va partecipato a molte spedizioni vichinghe
e aveva dato prova di essere un grande guer-
riero. Anche Bárðr Höskuldsson era stato un
mercante, ed era assai stimato ovunque andas-
se perché era un’ottima persona, molto acco-
modante in tutto. Bárðr si era accasato e aveva
preso una donna del Breiðafjörðr che si chia-
mava Ástríðr, di buona famiglia. Il figlio di
Bárðr si chiamava Þórarinn e la figlia Guðný,
lei sposò Hallr figlio di Styrr l’Assassino e da
loro discese un gran numero di eredi.
Hrútr Herjólfsson aveva dato la libertà a
un suo schiavo che si chiamava Hrólfr, oltre a
donargli alcuni capi di bestiame e un sito sul
confine tra i suoi terreni e quelli di Höskuldr,
anzi, si trovava talmente vicino al confine che
Hrútr e i suoi uomini si sbagliarono e assegna-
rono al liberto dei terreni che in realtà appar-
tenevano a Höskuldr. Egli prosperò e in breve
accumulò grandi ricchezze. A Höskuldr non
andava molto a genio che Hrútr gli avesse si-
stemato il liberto proprio sotto il naso, e gli
chiese di pagargli la terra su cui abitava – «per-
ché è di mia proprietà». Al che il liberto andò
89

da Hrútr e gli riferì il loro scambio, ma Hrútr


lo pregò di non farci caso e di non pagare
niente a Höskuldr: «Non so», disse, «a chi di
noi appartengano in realtà quei terreni.» Così
il liberto tornò a casa e continuò a stare nella
sua fattoria come se niente fosse. Poco dopo
Þorleikr Höskuldsson, consigliato da suo pa-
dre, si recò con alcuni uomini nella fattoria del
liberto, lo prese e lo uccise e si accaparrò tutti
i beni che il liberto aveva accumulato. Hrútr
lo venne a sapere e la cosa non gli piacque per
niente, e nemmeno ai suoi figli, che erano già
uomini fatti; l’intera casata era ritenuta piutto-
sto intollerante. Hrútr si rivolse alla legge per
capire come risolvere la questione, ma dopo
aver analizzato la faccenda i legali diedero
poche speranze a Hrútr, sottolineando il fat-
to che aveva sistemato il liberto sui terreni di
Höskuldr senza permesso consentendogli di
arricchirsi; Þorleikr l’aveva ammazzato perché
aveva invaso i terreni che appartenevano a lui
e a suo padre. Hrútr non fu molto contento
della sua sorte, ma dovette rassegnarsi. Dopo
di che Þorleikr fece costruire una fattoria sul
confine tra i terreni di Hrútr e di Höskuldr,
e venne chiamata Kambsnes. Vi risiedette per
qualche tempo, come è stato già detto. Þorleikr
e sua moglie ebbero un figlio, che venne asper-
so d’acqua e venne battezzato con il nome di
Bolli. Ben presto dimostrò di essere un bimbo
molto promettente.
26

In vecchiaia Höskuldr Dala-Kollsson si amma-


lò, così mandò a chiamare i suoi figli e gli altri
parenti e quando arrivarono Höskuldr disse ai
due fratelli Bárðr e Þorleikr: «Ho preso un ma-
lanno, sono sempre stato poco cagionevole per
cui mi aspetto che questa malattia mi porti alla
morte. Come entrambi sapete, siete miei figli
legittimi ed erediterete tutte le mie proprietà,
però ho un terzo figlio, che non è legittimo.
Quindi chiedo a voi fratelli che Ólafr sia rico-
nosciuto e che erediti un terzo delle mie ric-
chezze.» Bárðr rispose per primo e disse che
avrebbe fatto come voleva suo padre – «perché
mi aspetto che Ólafr mi dimostrerà sempre ri-
spetto, soprattutto perché è molto più ricco.»
Allora Þorleikr disse: «Lungi da me ricono-
scere Ólafr come legittimo. Ha già molte ric-
chezze, e tu, padre, gli hai già dato molti dei
tuoi beni e per tanto tempo hai fatto discrimi-
nazioni tra noi fratelli. Non ho intenzione di
dargli l’onore che a me è toccato per nascita.»
Allora Höskuldr disse: «Non vorrete privarmi
anche del diritto legale di dare a mio figlio do-
dici once per la sua eredità,21 anche solo come
riconoscimento della nobile nascita che Ólafr
vanta da parte di madre.» Þorleikr acconsen-
tì. Allora Höskuldr prese l’anello d’oro, dono
di re Hákon, che pesava un marco, e la spada,
dono del re, che pesava mezzo marco d’oro, e li
diede a suo figlio Ólafr, con gli auguri di buo-
91

na fortuna da parte sua e della sua famiglia, e


disse che nonostante quanto avesse detto non
ignorava che la fortuna l’aveva già rintracciato.
Ólafr accettò i doni e disse di voler correre il
rischio di vedere quanto la cosa sarebbe pia-
ciuta a Þorleikr. Infatti la cosa a Þorleikr non
piacque per niente e ritenne che Höskuldr l’a-
vesse ingannato. Al che Ólafr replicò: «Non
intendo rinunciare ai doni, Þorleikr, perché hai
acconsentito a tale elargizione in presenza di
testimoni, per cui mi assumerò i rischi e li ter-
rò.» Bárðr disse di voler assecondare il volere
di suo padre.
In seguito Höskuldr morì e fu ritenuta una
grande perdita, prima di tutto da parte dei
suoi figli e tutti i suoi congiunti, i parenti ac-
quisiti e gli amici. I suoi figli gli fecero erigere
un tumulo sontuoso, ma insieme a lui seppel-
lirono poche ricchezze. Quando fu tutto finito
i fratelli valutarono se tenere le libagioni cele-
brative per loro padre, com’era usanza in quel
periodo. Al che Ólafr disse: «Secondo me,
non possiamo allestire subito il banchetto, se
dev’essere abbastanza dignitoso da darci pre-
stigio. È autunno inoltrato ormai, e non è fa-
cile raccogliere le provviste che servono. Molti
troverebbero difficoltoso affrontare il viaggio
in autunno, se devono coprire lunghe distan-
ze, per cui possiamo star certi che un gran nu-
mero di quelli che vorremmo fossero presenti
non riuscirebbe a venire. Suggerisco di aspet-
tare l’assemblea in estate per invitare gli ospiti
al banchetto. Pagherò un terzo dei costi.» I
fratelli furono d’accordo e Ólafr tornò a casa.
Þorleikr e Bárðr si divisero le ricchezze tra
loro; Bárðr prese la fattoria di suo padre per-
92

ché aveva più sostenitori ed era più popolare,


mentre Þorleikr prese beni mobili e bestiame.
Tra i due fratelli Ólafr e Bárðr c’erano rapporti
di grande affetto, mentre tra Ólafr e Þorleikr
erano più freddi. L’inverno successivo trascor-
se, sopraggiunse l’estate e arrivò il momento
dell’assemblea. I figli di Höskuldr si prepara-
rono a parteciparvi, e ben presto fu evidente
che Ólafr sarebbe stato il più autorevole dei
fratelli. Quando arrivarono all’assemblea alle-
stirono il loro accampamento con maestria e
gusto.
27

Si dice che un giorno, mentre gli uomini sta-


vano raggiungendo il Lögberg, Ólafr si alzò
in piedi e chiese silenzio per annunciare per
la prima volta a tutti la morte di suo padre –
«Molti suoi parenti e amici si trovano qui con-
venuti. È mio volere e quello dei miei fratelli
invitarvi al banchetto in onore di nostro padre
Höskuldr, poiché molti di voi uomini di fama
eravate suoi parenti acquisiti, e vi prometto an-
che che nessun uomo influente se ne andrà via a
mani vuote. Inoltre vogliamo invitare contadini
e chiunque voglia venire, abbienti o indigenti,
a presenziare al convito a Höskuldsstaðir, che
durerà quindici giorni da quando mancheran-
no dieci settimane all’inverno.» Quando Ólafr
ebbe finito di parlare ci fu un mormorio di ap-
provazione generale e il suo discorso fu ritenuto
molto generoso. Quando tornò all’accampa-
mento e riferì ai fratelli il suo piano, loro non ne
furono molto entusiasti e trovarono che avesse
esagerato. Dopo l’assemblea i fratelli tornarono
a casa.
L’estate passò e i fratelli cominciarono ad al-
lestire il banchetto. Ólafr contribuì per un ter-
zo abbondante e il banchetto fu preparato con
i cibi migliori; erano state raccolte parecchie
provviste perché si prevedeva l’arrivo di molta
gente. Quando giunse il momento della festa,
quasi tutti gli uomini di valore che avevano
promesso di partecipare arrivarono ed erano
94

così tanti che molti sostengono non fossero


meno di novecento. In Islanda c’era stato solo
un altro banchetto altrettanto sfarzoso, quan-
do i figli di Hjalti avevano tenuto un brindisi
in memoria di loro padre, a cui parteciparono
mille e quattrocento persone. Il convito fu son-
tuoso sotto ogni aspetto e fu un grande onore
per i fratelli, in particolare Ólafr, che parte-
cipò ai doni in uguale misura degli altri due.
Furono ricompensati tutti gli uomini di valore,
e quando la maggior parte degli ospiti se ne fu
andata, Ólafr si rivolse a suo fratello Þorleikr e
disse: «Parente, come ben sai, non ci sono stati
molti rapporti tra noi ma adesso vorrei che raf-
forzassimo il nostro legame. So che non hai ap-
prezzato che accettassi i doni di nostro padre
sul letto di morte, e se ancora ritieni che ti sia
stato fatto un torto, desidero rimediare pren-
dendo in casa mia tuo figlio, perché chi alleva
il figlio altrui è sempre considerato inferiore
ai due.» Þorleikr la prese bene e disse che gli
faceva onore. A quel punto Ólafr prese con sé
Bolli, il figlio di Þorleikr, che aveva tre inverni.
Si separarono con grande affetto e Bolli andò
a Hjarðarholt con Ólafr. Þorgerðr lo accolse
bene e Bolli crebbe insieme a loro, che non lo
amarono meno dei propri figli.
28

Ólafr e Þorgerðr avevano avuto un figlio, che ven-


ne asperso con l’acqua e gli fu imposto un nome:
Ólafr lo fece chiamare Kjartan, da Mýrkjartan, il
padre di sua madre. Bolli e Kjartan erano quasi
coetanei. Ma i due ebbero anche altri figli, che
si chiamavano Steinþór, Halldór, Helgi e il più
piccolo Höskuldr. Le figlie di Ólafr e Þorgerðr si
chiamavano Bergþóra e Þorbjörg. Tutti crebbero
per diventare giovani molto promettenti.
In quel periodo Hólmgöngu-Bersi abitava
a Saurbær, nella fattoria detta Tunga. Andò
a trovare Ólafr e gli propose di affidargli suo
figlio Halldór per crescerlo a casa sua. Ólafr
accettò e Halldór andò a casa con lui quando
aveva un inverno. Quell’estate Bersi si ammalò
e rimase allettato a lungo; si dice che un gior-
no fossero tutti impegnati con la fienagione a
Tunga e in casa ci fossero solo Halldór e Bersi.
Halldór era nella culla, che si rovesciò facendo
rotolare il bambino per terra. Bersi non riuscì
ad alzarsi a prenderlo, così recitò questa strofa:

Giacciamo entrambi
allettati
Halldór e io,
nessuno si muove;
tu per gioventù
e io per vecchiaia,
ma tu ne guarirai,
mentre io no.22
96

Poi arrivò qualcuno e raccolse Halldór dal


pavimento; in seguito Bersi migliorò. Halldór
crebbe e divenne un uomo grande e robusto.
Kjartan Ólafsson fu allevato a casa a Hjarðar-
holt. Era l’uomo più bello che fosse mai nato in
Islanda; aveva il volto largo e tratti regolari, oc-
chi bellissimi, un incarnato chiaro e tanti capel-
li belli come seta che ricadevano in onde; era un
uomo grande e forte com’era stato suo nonno
Egill e anche Þórólfr. Kjartan era il più propor-
zionato di tutti, tanto che chiunque lo vedeva ri-
maneva colpito. Era un ottimo combattente, era
assai abile e nuotava meglio degli altri, eccel-
leva in tutte le attività, eppure era molto umile
ed era talmente apprezzato da tutti che anche i
bambini lo amavano, perché aveva un carattere
allegro e generoso. Ólafr volere bene a Kjar-
tan più di tutti gli altri figli. Il suo fratellastro,
Bolli, era un uomo alto e dopo Kjartan era il
migliore in tutte le discipline e le attività; era
forte e bello, garbato, un gran combattente, e
apprezzava i bei vestiti. I due fratelli si amava-
no profondamente. Ólafr rimase a casa nella
sua fattoria per molti inverni.
29

Si dice che una primavera Ólafr rivelò a Þor-


gerðr di avere intenzione di partire: «Voglio
che ti occupi tu della fattoria e dei figli.»
Þorgerðr ammise che non le andava molto, ma
Ólafr ribatté che aveva già deciso, e comprò
una nave che stava in secca a ovest, a Vaðill.
Quell’estate partì e approdò nell’Hörðaland.
Poco lontano dalla riva abitava un uomo che
si chiamava Geirmundr Fragore, era un uomo
potente e ricco, un grande vichingo; era un
tipo rissoso ma adesso si era calmato e stava
alla corte dello jarl Hákon il Ricco. Geirmun-
dr raggiunse la nave e riconobbe subito Ólafr
perché aveva sentito parlare di lui, così lo in-
vitò a casa sua con tutti gli uomini che voleva
portare con sé. Ólafr accettò e andò a stare
da lui con altri cinque uomini, mentre il resto
dell’equipaggio rimase nella zona. Geirmundr
trattò bene Ólafr. Aveva una fattoria grande e
con molti famigli, e quell’inverno ci fu gran-
de allegria, ma con il passare del tempo Ólafr
espose a Geirmundr il proposito del suo viag-
gio, ovvero che aveva intenzione di procurarsi
del legname da costruzione, aggiungendo che
era molto importante trovarne di prima scelta.
Geirmundr rispose: «Lo jarl Hákon ha i bo-
schi migliori e so per certo che potrai procu-
rartelo se vai a trovarlo, perché lo jarl ha sem-
pre accolto bene chi andava a trovarlo, anche
uomini meno valenti di te, Ólafr.»
98

Così in primavera Ólafr partì per andare a


trovare lo jarl Hákon, che lo accolse splendi-
damente e lo invitò a stare con lui e fermarsi
tutto il tempo che voleva. Ólafr riferì allo jarl
che cosa lo spingeva a quel viaggio: «Voglio
chiedervi, signore, il permesso di tagliare del
legname da costruzione nei vostri boschi.» Lo
jarl rispose: «Non te lo risparmierei anche se tu
riempissi la nave di legname, perché è nostra
opinione che non accada tutti i giorni ricevere
in visita uomini del genere dall’Islanda.» Al
momento di partire lo jarl gli diede un’ascia
intarsiata d’oro, che era assai preziosa, poi si
separarono con grande affetto.
Intanto di nascosto Geirmundr aveva inca-
ricato altri di occuparsi dei suoi terreni e aveva
progettato di partire per l’Islanda quell’estate
sulla nave di Ólafr, ma l’aveva tenuto segreto a
tutti. Ólafr non se ne accorse finché Geirmun-
dr non trasferì sulla nave tutte le sue ricchezze,
che costituivano un patrimonio considerevole.
Ólafr disse: «Non avresti viaggiato sulla mia
nave se avessi saputo prima i tuoi piani, perché
mi sa che sarebbe meglio che alcuni in Islanda
non ti vedessero mai, ma visto che sei qui con
tutti i tuoi beni non ho voglia di gettarti fuo-
ribordo come un cane randagio.» Geirmundr
rispose: «Non tornerò indietro nonostante le
tue parole dure, perché ho intenzione di essere
vostro passeggero.» Allora lui e Ólafr salirono
sulla nave e presero il mare, trovarono buon
vento, raggiunsero il Breiðafjörðr e calarono le
passatoie a Laxárós. Ólafr fece scaricare il le-
gname dalla nave e la tirò in secca nel capanno
che suo padre aveva fatto costruire, poi invitò
Geirmundr a stare da lui. Quell’estate Ólafr
99

fece erigere una grande sala a Hjarðarholt, più


grande e più bella di quante se ne fossero mai
viste. Sul legname degli spioventi e sulle travi
del tetto furono incise molte narrazioni orna-
mentali, ed era stata talmente ben costruita
che sembrava addirittura più splendida senza i
tessuti appesi. Geirmundr era sempre laconico
durante il giorno e faceva pochi sforzi per an-
dare d’accordo con gli altri, indossava sempre
una tunica di scarlatto rossa con un mantello
di pelliccia grigio sopra e un cappello di pelle
d’orso in testa, la spada in mano. Era una bella
arma di buona fattura, con l’elsa d’avorio; non
era rivestita d’argento ma la lama era molto af-
filata e non aveva traccia di ruggine. L’aveva
chiamata Azzannazampa e non la perdeva mai
d’occhio.
Geirmundr risiedeva lì da poco che comin-
ciò a vagheggiare Þuríðr, la figlia di Ólafr, e fece
una proposta al padre che tuttavia la declinò.
Allora Geirmundr propose del denaro a Þor-
gerðr perché decidesse a favore. Lei accettò il
denaro, perché non gliene aveva proposto affat-
to poco, e affrontò la questione con Ólafr; gli
disse che a sua opinione loro figlia non avrebbe
potuto sperare in un matrimonio migliore –
«perché è un grande guerriero, ricco e genero-
so.» Allora Ólafr rispose: «Non voglio oppormi
alla tua decisione, anche se sarei stato più incli-
ne a maritare Þuríðr a qualcun altro.» Þorgerðr
andò via sentendosi piuttosto soddisfatta della
sua missione e riferì l’esito a Geirmundr, che la
ringraziò per l’aiuto e per la risolutezza. Geir-
mundr presentò dunque un’altra volta la pro-
posta di matrimonio a Ólafr e questa volta ot-
tenne il consenso, così Geirmundr fu promesso
100

a Þuríðr e la festa fu fissata a Hjarðarholt per la


fine dell’inverno. Vi partecipò un gran numero
di persone, perché la sala era stata completa-
ta; tra gli ospiti c’era Úlfr Uggason, che aveva
composto le narrazioni intagliate nel legname
della sala e una poesia su Ólafr Höskuldsson,
che declamò in quell’occasione. Si intitola
húsdrápa,23 ovvero «carme domestico», ed è
assai ben composta. Ólafr lo ricompensò bene
per la poesia e diede dei bei doni a tutti gli
uomini importanti che avevano partecipato al
banchetto. Il prestigio di Ólafr crebbe notevol-
mente dopo quella festa.
30

Non ci fu molto affetto tra Geirmundr e Þuríðr,


da nessuna delle due parti. Geirmundr rimase
da Ólafr tre inverni, poi cominciò a provare il
desiderio di andarsene e disse che Þuríðr poteva
restare lì con la loro figlia, che si chiamava Gróa
e aveva un anno; ma le sue ricchezze Geirmun-
dr non le volle lasciare. La cosa non piacque né
alla madre né alla figlia, che andarono a riferir-
lo a Ólafr; ma a quel punto lui disse: «Adesso
che c’è, Þorgerðr? Il tuo orientale24 non è più
generoso com’era in autunno quando ti ha chie-
sto la mano di tua figlia?» Le due donne non
riuscirono a costringere Ólafr ad agire, perché
era un uomo conciliante in tutto, però disse che
in ogni caso la bambina doveva rimanere lì fin-
ché non avesse avuto l’età per viaggiare.
Al momento della partenza Ólafr diede in
dono a Geirmundr una nave mercantile com-
pletamente armata e Geirmundr lo ringraziò
molto dicendo che era un dono assai genero-
so. Poi preparò la nave e la calò in mare da
Laxárós con una leggera brezza nord-orien-
tale, ma il vento si placò appena raggiunsero
le isole, così rimasero ancorati per quindici
giorni al largo di Öxney senza trovare il vento
favorevole alla partenza. In quei giorni Ólafr
doveva assentarsi per occuparsi del legname
alla deriva, così quando se ne fu andato sua
figlia Þuríðr chiamò alcuni famigli e chiese
loro di accompagnarla. Con lei c’era anche la
102

bambina; in tutto erano dieci. Fece predispor-


re una chiatta di proprietà di Ólafr e chiese
loro di remare o di issare la vela per uscire dal
Hvammsfjörðr. Appena raggiunsero le isole
chiese loro di calare la piccola barca che sta-
va a bordo della chiatta, poi vi salì insieme a
due uomini e disse agli altri che rimanevano
lì di badare all’imbarcazione finché non fosse
tornata. Prese in braccio la bambina e chiese
loro di remare con la corrente finché non aves-
sero affiancato la nave, poi prese un succhiello
dalla stiva, lo affidò a uno dei suoi accompa-
gnatori e gli chiese di arrivare fino al rimor-
chio del knörr per praticarvi dei fori, in modo
che fosse inutilizzabile se ne avessero avuto
bisogno su due piedi. Poi si fece accompagna-
re a terra, sempre con la bambina in braccio;
era l’alba. Percorse la passatoia e salì a bordo
mentre tutti dormivano. Si avvicinò al sacco
di pelle in cui dormiva Geirmundr. La spada
Azzannazampa era appesa a un gancio. Þuríðr
mise la bambina nel sacco, afferrò la spada e
la portò via con sé, poi scese dalla nave e tor-
nò dai suoi compagni. La bambina cominciò
a piangere, così Geirmundr si svegliò, si driz-
zò a sedere e riconobbe la bambina e sospettò
chi ci fosse dietro a tutta la faccenda. Scattò
in piedi e fece per prendere la spada ma capì
che non c’era, ovviamente, così corse sul ponte
e vide che il gruppo si allontanava dalla nave
su una barca a remi. Geirmundr chiamò i suoi
compagni e disse loro di inseguire la barca e
di remargli dietro. Loro lo fecero, ma quando
furono poco lontani notarono che si stavano
riempiendo di acqua di mare così tornarono
indietro. Allora Geirmundr chiamò Þuríðr e
103

le chiese di tornare indietro e di riportargli


la spada Azzannazampa – «riprenditi la tua
bambina e tutte le ricchezze che vuoi.» Þuríðr
disse: « È così importante per te, riprenderti
la spada?» Geirmundr rispose: «Dovrei per-
dere una gran quantità di sostanze, prima di
scegliere di perdere la spada.» Lei allora ribat-
té: «Non l’avrai mai più. Ti sei comportato in
maniera molto poco dignitosa con me, e con
questo ci separiamo per sempre.» Al che Geir-
mundr avvertì: «Non ti porterà fortuna, tenere
quella spada.» Lei rispose che avrebbe corso il
rischio. «Allora ti garantisco», disse Geirmun-
dr, «che quella spada causerà la morte di un
membro della vostra famiglia, colui che meno
lo merita e che sarà il più compianto.» Dopo
di che Þuríðr rientrò a Hjarðarholt. Ólafr era
tornato a casa e non gli piacque affatto la sua
trovata, ma non fece niente. Þuríðr offrì la spa-
da Azzannazampa al suo parente Bolli, perché
lo amava non meno dei suoi fratelli. Bolli la
portò per molti anni.
Poco dopo si alzò un vento favorevole per
Geirmundr; la nave salpò e arrivò in Norvegia
quell’autunno, ma una notte andarono a sbat-
tere contro delle rocce davanti a Staðr; Geir-
mundr annegò con tutto l’equipaggio e con
questo su di lui non c’è altro da dire.
31

Ólafr Höskuldsson rimase nella sua fattoria


godendo del rispetto degli altri, come è già sta-
to scritto. Un uomo di nome Guðmundr Söl-
mundarson abitava ad Ásbjarnarnes, a nord
nella Víðidalr; era un uomo ricco, e chiese in
moglie Þuríðr, che gli fu concessa con una ric-
ca dote. Þuríðr era una donna saggia, determi-
nata e molto intraprendente. I loro figli maschi
si chiamarono Hallr, Barði, Steinn e Stein-
grímr; le figlie si chiamarono Guðrún e Ólöf.
Þorbjörg, la figlia di Ólafr, era una donna av-
venente e corpulenta, era chiamata Þorbjörg la
Pingue e si era maritata con un tale dell’ovest,
del Vatnsfjörðr, di nome Ásgeir Snartarson;
era un uomo di valore. Il loro figlio fu Kjar-
tan, padre di Þorvaldr, padre di Þórðr, padre
di Snorri, padre di Þorvaldr; da lui discende
la stirpe del Vatnsfjörðr. Þorbjörg si sposò una
seconda volta con Vermundr Þorgrímsson,
dal quale ebbe una figlia, Þorfinna, che spo-
sò Þorsteinn Kuggason. Bergþóra Ólafsdót-
tir si era sposata con un goði dell’ovest, del
Djúpafjörðr, di nome Þórhallr, che era figlio di
Oddi Ýrarson. Loro figlio fu Kjartan il padre
di Smið-Sturla; a lui fu affidato Þórðr Gilsson,
il padre di Sturla.
Ólafr Pavone aveva molte bestie di prima
scelta tra i suoi armenti; possedeva un buon
bue che si chiamava Harri, di colore storno,
più grande degli altri manzi e dotato di quat-
105

tro corna: due erano grosse e ben formate,


mentre il terzo stava dritto in aria e il quarto si
piegava dalla fronte verso gli occhi e lo usava
come rompighiaccio, e raschiava per terra con
le zampe come fanno i cavalli.
Durante un lungo inverno rigido in cui
morirono molti animali, il bue si spostò da
Hjarðarholt verso una zona che ora si chia-
ma Harrastaðir, nella Breiðafjarðardalr; lì
pascolò per tutto l’inverno con altri sedici
manzi e riuscì a trovare erba per tutti, poi in
primavera tornò al pascolo che prende nome
di Harraból, nella tenuta di Hjarðarholt.
Quando Harri ebbe diciotto inverni gli cad-
de il rompighiaccio e quello stesso autunno
Ólafr lo fece macellare. La notte successiva
Ólafr sognò che una donna gli si faceva in-
contro, era alta e furibonda. La donna gli di-
ceva: «Stai dormendo?» Lui rispondeva che
era sveglio, ma la donna proseguiva: «Stai
dormendo ma potresti anche essere sveglio.
Hai fatto ammazzare mio figlio e me l’hai re-
stituito sfigurato, e per questa colpa ti tocche-
rà vedere uno dei tuoi figli coperto di sangue
per mano mia; sceglierò quello da cui meno
vorresti separarti.» Poi spariva. Ólafr si sve-
gliò e gli sembrò di vedersi ancora davanti il
volto di quella donna. Il sogno gli aveva fatto
una grande impressione e lo raccontò ai suoi
amici, ma nessuno riusciva a darne un’inter-
pretazione che lo soddisfacesse. Tutti ebbero
l’impressione che preferisse parlarne con chi
gli diceva che il sogno non era veritiero.
32

Un uomo di nome Ósvífr era figlio di Helgi,


figlio di Óttar, figlio di Björn l’Orientale, fi-
glio di Ketill Naso Piatto, figlio di Björn Buna.
La madre di Ósvífr si chiamava Niðbjörg, sua
madre Kaðlín, figlia di Göngu-Hrólfr,25 fi-
glio di Þórir dei Buoi; era un ottimo hersir in
Norvegia, a Vík, ed era chiamato così perché
possedeva tre isole con ottanta buoi su cia-
scuna; ne regalò una a re Hákon con tutti i
buoi che vi stavano sopra e fu rinomato per
quel dono. Ósvífr era un uomo molto saggio,
viveva a Laugar nella valle di Sælingsdalr; la
sua fattoria, Laugabær, si trova a sud del fiume
Sælingsdalsá, di fronte a Tunga. Sua moglie
si chiamava Þórdís ed era figlia di Þjóðólfr il
Basso. Il loro primo figlio maschio si chiamò
Óspakr, il secondo Helgi, il terzo Vandráðr, il
quarto Torráðr, il quinto Þórólfr; furono tutti
dei grandi guerrieri. La loro figlia si chiama-
va Guðrún, ed era la donna migliore che fosse
mai nata in Islanda, sia per l’aspetto che per
l’intelligenza. Era una donna molto raffinata,
tanto che all’epoca i gioielli delle altre donne
sembravano gingilli da bambini al confronto
con i suoi. Era la donna più avveduta di tutte
e quella che si esprimeva meglio, ma era anche
molto generosa. Tra i famigli di Ósvífr c’era
una donna che si chiamava Þórhalla ed era
soprannominata la Ciarlona, era parente alla
lontana di Ósvífr e aveva avuto due figli, uno
107

si chiamava Oddr e l’altro Steinn; erano en-


trambi uomini vigorosi e dei gran lavoratori
nella fattoria di Ósvífr. Erano dei chiacchie-
roni come loro madre, non molto apprezzati,
però potevano sempre contare sull’appoggio
dei figli di Ósvífr.
A Tunga abitava un uomo di nome Þórarinn,
figlio di Þórir Sælingr; era un buon contadino,
un uomo grande e forte, che possedeva mol-
ti terreni di buona qualità ma non molto be-
stiame. Ósvífr voleva comprargli delle terre,
perché non aveva abbastanza pascolo per tutte
le bestie che aveva; così andò che Ósvífr com-
prò della terra da Þórarinn, fino al passo di
Gnúpuskarð e lungo la valle dai due versanti
fino a Stakkagil. Erano terreni fertili e di buo-
na qualità e li utilizzò come alpeggio. Aveva
anche un buon numero di servi; il suo parere
era molto stimato.
A ovest, a Saurbær, c’è una fattoria che si
chiama Hóll, dove abitavano tre parenti. Þor-
kell il Cucciolo e Knútr erano fratelli e veni-
vano da una famiglia agiata; con loro abitava
anche il cognato che si chiamava Þórðr, e ave-
va preso il matronimico, quindi si chiamava
Ingunnarson; suo padre era Glúmr Geirason.
Þórðr era un uomo bello ed energico, molto
capace e un buon conoscitore della legge; ave-
va sposato la sorella di Þorkell, che si chiama-
va Auðr, una donna che non era bella e nem-
meno abile. Þórðr l’amava poco, ma l’aveva
sposata più che altro per i soldi, perché la dote
ammontava a un bel gruzzolo. La loro fattoria
aveva prosperato molto da quando Þórðr si era
unito agli altri due.
33

Gestr Oddleifsson abitava a ovest nella Barðas-


trönd, a Hagi. Era un grande capo, assai saggio
e preveggente riguardo a molte cose, in buoni
rapporti di amicizia con tutti gli uomini premi-
nenti, e molti si rivolgevano a lui per chiedere
consiglio. Ogni estate partecipava all’assem-
blea, pernottando solitamente a Hóll.
Una volta accadde appunto che Gestr par-
tecipò all’assemblea e pernottò a Hóll, la mat-
tina dopo si preparò presto perché la strada
era lunga, visto che entro sera voleva arrivare
alla fattoria di Þykkvaskógr da suo cognato
Ármóðr, che aveva sposato Þórunn, la sorella
di Gestr; loro avevano avuto due figli, Örnólfr
e Halldór. Durante il giorno Gestr cavalcò da
ovest, da Saurbær, e arrivò alle pozze calde di
Sælingsdalslaugar dove si fermò per qualche
momento. Anche Guðrún stava recandosi alle
pozze calde, così salutò il suo parente Gestr,
che contraccambiò con affetto. I due si misero a
parlare, una conversazione saggia e prolungata.
A giorno fatto Guðrún disse: «Vorrei, parente,
che tu venissi da noi questa sera, con tutto il
tuo gruppo. È anche il volere di mio padre, ma
mi ha concesso l’onore di farti recapitare l’in-
vito a pernottare da noi ogni volta che passi di
qui a cavallo, che tu vada o che tu torni.» Gestr
ringraziò sentitamente e disse che era un’offer-
ta molto generosa, tuttavia spiegò che preferiva
proseguire come aveva programmato.
109

Guðrún gli disse: «Ho fatto molti sogni


quest’inverno, quattro dei quali mi hanno
causato molta apprensione, ma nessuno è sta-
to ancora in grado di interpretarli in maniera
soddisfacente, benché io non insista perché
siano spiegati a mio favore.» Gestr allora disse:
«Raccontami i tuoi sogni, può darsi che riuscia-
mo a cavarne qualcosa.» Guðrún raccontò: «Mi
sembrava di essere fuori vicino a un ruscello,
e indossavo il copricapo alto, ma sentivo che
non mi stava bene e volevo cambiarlo, anche se
molti mi dicevano di non farlo. Io non li ascol-
tavo e mi strappavo il copricapo dalla testa per
buttarlo nel ruscello. Il sogno è finito in questo
modo.» Poi proseguì: «All’inizio del secondo
sogno mi sembrava di essere in riva a un lago, e
mi pareva di avere un anello d’argento al dito,
ero certa che appartenesse a me e trovavo che
mi stesse particolarmente bene. Mi sembrava
un oggetto di grande valore e volevo custodirlo
a lungo con cura. Ma quando meno me l’aspet-
tavo, l’anello mi scivolava dal dito e cadeva nel
lago e non lo vedevo più. Per me era un gran
dispiacere, più di quanto avrei dovuto provare
perdendo un semplice oggetto. Poi mi sono sve-
gliata.» Gestr replicò soltanto: «Questo sogno
non è meno rilevante dell’altro.»
Guðrún proseguì: «Nel terzo sogno mi sem-
brava di portare un anello d’oro al dito ed ero
certa che fosse di mia proprietà, una sorta di
ricompensa per la perdita precedente, e pensa-
vo che mi sarei goduta questo anello più a lun-
go dell’altro; però non lo trovavo più pregiato,
nonostante l’oro sia più caro dell’argento. Poi
ho avuto l’impressione di inciampare e volevo
sostenermi con la mano, ma sbattevo contro
110

una pietra e l’anello d’oro si spezzava in due


parti che mi sembrava sanguinassero. Ripen-
sandoci in seguito, mi pareva di provare più
dolore che rimpianto, e mi accorgevo che l’a-
nello aveva una pecca, così esaminando i pezzi
ne vedevo altre, eppure avevo l’impressione
che, a guardarlo meglio, l’anello poteva essere
ancora intero. Il sogno finiva qui.» Gestr ri-
spose: «I tuoi sogni non sono certo un fiume
in secca.»
E ancora Guðrún proseguì: «Nel quarto so-
gno mi sembrava di portare sulla testa un elmo
d’oro intarsiato di molte pietre preziose. Mi pa-
reva che quel tesoro mi appartenesse, ma avevo
anche l’impressione che per me fosse troppo
pesante da portare, perché non riuscivo quasi
a reggerlo e dovevo tenere la testa chinata. Non
davo la colpa all’elmo, tuttavia, perché non ave-
vo nessuna intenzione di liberarmene. Solo che
d’un tratto mi cadeva dalla testa nelle acque del
Hvammsfjörðr, e dopo mi sono svegliata. Con
questo ti ho raccontato tutti i sogni.»
Gestr le rispose: «Vedo con chiarezza che
cosa significano i tuoi sogni, ma penserai che
mancano di varietà, perché li interpreterò tutti
in maniera molto simile. Avrai quattro mari-
ti e prevedo che il primo uomo che sposerai
non sarà un compagno che ti aggrada. Poiché
ti sembrava di portare un copricapo alto e ave-
vi l’impressione che non ti si addicesse, amerai
poco quest’uomo, e dato che ti sei tolta il co-
pricapo e l’hai buttato nell’acqua, significa che
lo lascerai. Si dice ‘buttare in mare’ quando ci
si libera dei propri averi senza ottenere niente
in cambio.» Gestr proseguì: «Nel secondo so-
gno ti sembrava di avere un anello d’argento
111

al dito. Significa che andrai in moglie a un se-


condo uomo più raffinato, per il quale proverai
molto affetto, ma la vostra unione durerà poco
tempo; non mi sorprenderebbe se morisse an-
negato, ma non mi dilungo oltre su questo so-
gno. Nel terzo sogno ti sembrava di avere un
anello d’oro al dito: vuol dire che avrai un ter-
zo marito. Non supererà il suo predecessore,
nello stesso modo in cui non ti sembrava che
il metallo fosse più raro e più costoso, ma la
mia idea è che ci sarà un cambio di religione e
tuo marito adotterà la nuova fede, che sembra
molto più nobile. Il fatto che l’anello sembra
spaccarsi in due, in parte per la tua distrazio-
ne, e sanguinare, significa che tuo marito verrà
ucciso, ed è allora che vedrai più chiaramen-
te i difetti di questo matrimonio.» E di nuovo
Gestr disse: «Nel tuo quarto sogno portavi in
testa un elmo d’oro con pietre preziose, che per
te era pesante: avrai un quarto marito, che sarà
un grande capo assai superiore a te. E visto che
sembra cadere nelle acque del Hvammsfjörðr,
significa che incontrerà quel fiordo nell’ultimo
giorno della sua vita. Non riesco a dare ulterio-
ri interpretazioni a questo sogno.»
Guðrún si era fatta paonazza in volto men-
tre le venivano interpretati i sogni, ma non
disse una parola finché Gestr non finì di par-
lare. A quel punto disse: «Mi avresti fatto un
presagio migliore se te ne avessi offerto lo
spunto; ti ringrazio per aver interpretato i so-
gni. Avrò molto da preoccuparmi se accadrà
tutto quello che mi hai detto.» Guðrún invitò
di nuovo Gestr a stare con loro quel giorno,
dicendo che lui e Ósvífr avrebbero avuto
molte cose interessanti di cui parlare, ma lui
112

rispose: «Devo andare, come ho deciso; tu


porta a tuo padre i miei saluti e digli che ver-
rà il tempo in cui la distanza tra le nostre due
dimore sarà minore di quant’è adesso: allora
sarà più facile fare conversazione, se ci sarà
ancora concesso di parlare.»
Poi Guðrún tornò a casa e Gestr partì a caval-
lo, ma vicino alla recinzione di un podere incon-
trò un servo di Ólafr che lo invitò a Hjarðarholt
da parte del suo padrone. Gestr disse che avreb-
be visto volentieri Ólafr, ma che voleva comun-
que passare la notte a Þykkvaskógr. Il servo al-
lora tornò a casa e riferì il messaggio a Ólafr, che
fece preparare i cavalli e andò incontro a Gestr
insieme ad alcuni uomini. Si incontrarono vici-
no al fiume Ljá, Ólafr lo salutò bene e lo invitò
a casa sua insieme a tutto il suo gruppo. Gestr
lo ringraziò per l’invito, disse che avrebbe fatto
una visita alla fattoria per vedere la casa ma che
avrebbe passato la notte da Ármóðr. Si fermò
poco tempo ma visitò con cura e ammirò molto
il posto, dichiarando che non si era certo badato
a spese per costruire quella fattoria. Ólafr lo ac-
compagnò fino al fiume Laxá.
Quel giorno i due fratellastri erano stati nel
fiume a nuotare, attività in cui i due figli di
Ólafr eccellevano. Molti giovani di altre fatto-
rie erano andati a bagnarsi con loro. Veden-
do il gruppo a cavallo avvicinarsi, Kjartan e
Bolli uscirono subito dall’acqua ed erano già
quasi vestiti quando Gestr e Ólafr li raggiun-
sero. Gestr osservò quei giovani per qualche
momento e disse a Ólafr quale dei due era
Kjartan e quale Bolli, poi puntò la lancia e
identificò per nome tutti gli altri figli di Ólafr
che erano presenti; ma c’erano anche molti al-
113

tri bei giovani che erano usciti dall’acqua ed


erano andati a sedersi sulla riva del fiume ac-
canto a Kjartan e Bolli e Gestr disse di non
vedere somiglianze con Ólafr in nessuno di
loro. A quel punto Ólafr disse: «Le voci sulla
tua acutezza non sono esagerate, Gestr, se sai
riconoscere uomini mai visti; però voglio che
tu mi dica chi di questi giovani sarà il più emi-
nente.» Gestr rispose: «Andrà come intuisce il
tuo affetto, perché Kjartan sarà ritenuto il più
preminente di tutti, finché vivrà.» Poi Gestr
spronò il cavallo e partì.
Poco dopo suo figlio Þórðr il Basso lo af-
fiancò e disse: «Per quale motivo, padre, hai le
lacrime agli occhi?» Gestr rispose: «Non serve
parlarne, ma visto che me lo chiedi non inten-
do nasconderlo, perché accadrà ai tuoi giorni:
non mi sorprenderebbe se un giorno Bolli si
trovasse sopra il cadavere di Kjartan e con
questo si cagionasse la propria morte, ed è ter-
ribile che ciò accada a uomini tanto eccellen-
ti.» Poi raggiunsero l’assemblea, che trascorse
senza eventi di nota.
34

C’era un uomo chiamato Þorvaldr, figlio di


Halldór il goði di Garpsdalr, che abitava nella
Garpsdalr, nel Gilsfjörðr, ed era un uomo ric-
co ma non certo un eroe. All’assemblea chiese
in moglie Guðrún Ósvífrsdóttir quando aveva
quindici anni. La sua richiesta non fu respin-
ta, ma Ósvífr disse che nell’accordo si sarebbe
evidenziato che lui e Guðrún non erano alla
pari. Þorvaldr si espresse con indulgenza, dis-
se di aver chiesto una moglie e non un patri-
monio, al che Guðrún fu promessa a Þorvaldr
secondo le condizioni stabilite da Ósvífr sol-
tanto, e si dichiarò che fosse Guðrún a dover
gestire le risorse comuni quando fossero stati
sposati; inoltre avrebbe ricevuto la metà del
patrimonio, sia che la loro unione fosse lun-
ga che breve, e suo marito avrebbe dovuto
comprarle dei gioielli in modo che nessuna
donna di pari rango ne avesse di migliori,
ma non fino al punto di mettere a rischio la
fattoria. Quindi gli uomini tornarono a casa
dopo l’assemblea. Guðrún non era stata con-
sultata ma non fece niente, nonostante fosse
contraria all’idea. Il matrimonio si tenne nella
Garpsdalr nel periodo della fienagione.
Guðrún amava poco Þorvaldr ed era preten-
ziosa nell’esigere oggetti preziosi: non c’erano
manufatti pregiati nei Vestfirðir che Guðrún
non ritenesse di dover possedere e sfogava la
sua rabbia con Þorvaldr se non glieli comprava,
115

per quanto fossero costosi. Þórðr Ingunnarson


entrò in amicizia con Þorvaldr e Guðrún, e si
fermava a lungo presso di loro, finché non si co-
minciò a vociferare di un sentimento d’affetto
tra Þórðr e Guðrún. Una volta Guðrún chiese
a Þorvaldr di comprarle un nuovo gioiello, ma
lui le rinfacciò che non conosceva limiti e le die-
de uno schiaffo. Allora Guðrún disse: «Stavolta
mi hai dato una cosa molto importante per noi
donne, se vogliamo avere un bell’aspetto, ov-
vero un bel colorito in volto, e l’hai fatto per
insegnarmi a non importunarti più.» Quella
stessa sera Þórðr arrivò alla fattoria. Guðrún
gli raccontò di questa umiliazione e gli chiese
come poterlo ricambiare. Þórðr sorrise e disse:
«Conosco una buona soluzione. Fagli una ca-
micia con lo scollo ampio, e digli che divorzi da
lui per quel motivo.»26 Guðrún non si disse con-
traria e la conversazione si concluse lì. Quella
stessa primavera Guðrún annunciò il divorzio
da Þorvaldr e tornò a casa a Laugar; il loro pa-
trimonio venne diviso tra Þorvaldr e Guðrún e
lei ottenne la metà, che era molto più consisten-
te di prima. Erano stati insieme per due inverni.
In primavera Ingunn vendette la sua tenuta
nel Króksfjörðr, quella che da allora si chiama
Ingunnarstaðir, e si trasferì verso occidente,
a Skálmarnes. Aveva sposato Glúmr Geira-
son, come già scritto. In quel periodo il goði
Hallsteinn abitava a Hallsteinsnes, a ovest del
Þorskafjörðr. Era un uomo ricco ma non par-
ticolarmente benvoluto.
35

C’era un uomo chiamato Kotkell che si era


insediato in Islanda da poco, aveva una mo-
glie di nome Gríma dalla quale aveva avuto
due figli, Hallbjörn Lingua di Cote e Stígan-
di. Erano delle Ebridi e tutti molto abili nel-
la stregoneria, capaci di grandi magie. Il goði
Hallsteinn li accolse e li sistemò a Urðir nel-
lo Skálmarfjörðr, dove la loro presenza era
tutt’altro che gradita.
Quell’estate Gestr andò all’assemblea; viag-
giò in nave fino a Saurbær, com’era sua abitudi-
ne, e pernottò a Hóll, a Saurbær. I due cognati
gli prestarono come al solito dei cavalli. Þórðr
Ingunnarson accompagnò Gestr e raggiunse
Laugar nella Sælingsdalr. Guðrún Ósvífrsdóttir
si recò all’assemblea e con lei c’era Þórðr In-
gunnarson. Un giorno stavano cavalcando nella
Bláskógaheiði e c’era bel tempo. Allora Guðrún
gli disse: «È vero, Þórðr, che tua moglie Auðr
porta spesso le braghe con la patta davanti e
le calze lunghe?» Lui replicò che non ci aveva
fatto caso. «Allora non le presti molta attenzio-
ne», osservò Guðrún, «se non ti accorgi di una
cosa del genere, altrimenti perché mai la chia-
merebbero Auðr dalle Braghe?» Þórðr obiettò:
«Non credo la chiamino così da molto tempo.»
Guðrún rispose: «La cosa più importante è per
quanto tempo le resterà addosso questo nome.»
Dopo di che arrivarono all’assemblea, che si
svolse senza grandi eventi.
117

Þórðr rimase a lungo nell’accampamento


di Gestr a parlare con Guðrún e un giorno le
chiese che conseguenze poteva avere se una
donna portava i pantaloni come un uomo.
Guðrún rispose: «Se una donna si veste come
un uomo merita la stessa punizione di un
uomo che porta lo scollo della camicia tanto
basso da scoprire i capezzoli, ed entrambe le
cose sono motivo di divorzio.» Allora Þórðr
disse: «Mi consiglieresti di divorziare da Auðr
qui all’assemblea o a quella del distretto, se
raccogliessi molte altre opinioni, visto quan-
to sono determinati coloro che offenderò con
questo gesto?» L’attimo dopo Guðrún rispose:
«Troppo attende chi nulla stringe.»
Allora Þórðr corse alla Lögberg, citò dei te-
stimoni e affermò di voler divorziare da Auðr,
perché la accusava di indossare i pantaloni
con la patta davanti come una donna masco-
lina. I fratelli di Auðr non ne furono molto
contenti ma non fecero niente. Þórðr tornò a
casa dall’assemblea insieme ai figli di Ósvífr.
Quando Auðr ne fu informata disse:

Bene a sapersi
fui avvertita per ultima.

Poi Þórðr si recò verso ovest a Saurbær a re-


clamare la sua parte di proprietà insieme ad
altri undici uomini, e andò tutto liscio perché
Þórðr era disposto a essere generoso sulla sud-
divisione.
Þórðr condusse una grande mandria a Lau-
gar e chiese in moglie Guðrún. Ósvífr accettò
immediatamente la proposta e Guðrún non
fece obiezioni. Il matrimonio si sarebbe tenu-
118

to a Laugar dieci settimane prima della fine


dell’estate. La festa fu molto sontuosa e l’unio-
ne tra Þórðr e Guðrún fu ben riuscita. L’unico
motivo per cui Þorkell Cucciolo e Knútr non
intentarono una causa contro Þórðr Ingunnar-
son fu che non trovarono sostenitori.
L’estate seguente quelli di Hóll si trovavano
nel capanno della Hvammsdalr; con loro c’e-
ra anche Auðr. Quelli di Laugar avevano un
capanno nel loro alpeggio27 nella Lambadalr,
una valle che taglia tra i monti a ovest della
Sælingsdalr. Auðr chiese all’uomo che si oc-
cupava di radunare le pecore quante volte si
incontrasse con il pastore di Laugar, e lui le ri-
spose che accadeva spesso perché i due bivacchi
distavano solo un collo montano. A quel punto
Auðr disse: «Oggi ti incontrerai con il pastore
di Laugar e mi dirai quali uomini sono rimasti
nella fattoria e quali stanno nel capanno, ma
vedi di parlare sempre di Þórðr in maniera
amichevole.» Il garzone promise di fare come
gli aveva detto, e verso sera, quando fece ritor-
no, Auðr gli chiese nuove. Il pastore rispose:
«Sono venuto a sapere cose che ti faranno pia-
cere, perché c’è molta distanza a separare i letti
di Þórðr e Guðrún, visto che lei è nel capanno
mentre lui è a casa a lavorare febbrilmente per
costruire una sala; nella fattoria ci sono solo lui
e Ósvífr.» «Ti sei informato bene», disse lei;
«sellami due cavalli quando gli uomini vanno
a dormire.» Il pastore fece quello che gli aveva
chiesto e poco dopo il tramonto Auðr montò in
sella; in effetti indossava i pantaloni. Il pastore
cavalcava sull’altro cavallo e quasi non riusci-
va a tenerle dietro, tanto galoppava veloce. Si
diresse verso sud sulla Sælingsdalsheiði e non
119

si fermò finché non fu arrivata sotto la recin-


zione del podere di Laugar. A quel punto Auðr
smontò e chiese al pastore di badare ai caval-
li mentre lei entrava. Si diresse verso la porta,
che era aperta, entrò in cucina e si avvicinò al
letto incassato in cui Þórðr dormiva. L’anta era
chiusa, ma non a chiave. Si infilò nel letto dove
Þórðr dormiva a pancia in su e lo svegliò. Lui
si girò sul fianco quando vide che era arrivato
qualcuno, allora Auðr brandì l’ascia e gli sferrò
un gran colpo sul braccio destro procurandogli
una ferita su entrambi i capezzoli. Lo aveva col-
pito con una tale forza che l’ascia si era piantata
nel legno del letto. Poi uscì di corsa, saltò in
groppa al cavallo e tornò a casa. Þórðr voleva
alzarsi ma non ce la faceva perché era ferito e
perdeva molto sangue. Al che Ósvífr si alzò e
gli chiese che cosa fosse successo, così Þórðr
disse di essere stato ferito. Ósvífr gli chiese se
sapeva chi era stato, si alzò e gli fasciò la ferita,
e lui disse che pensava fosse stata Auðr. Ósvífr
si offrì di inseguirla a cavallo, sostenendo che
sicuramente si era portata con sé poco seguito
e meritava di essere punita. Þórðr disse di non
pensarci nemmeno, perché quello che aveva
fatto pareggiava il conto. Auðr rincasò all’alba
e i suoi fratelli le chiesero dove fosse sparita.
Lei raccontò che era stata a Laugar e rivelò che
cosa aveva fatto nella sua spedizione, al che
loro ne furono soddisfatti e dissero che aveva
fatto anche troppo poco. Þórðr impiegò molto
tempo a riprendersi dopo quella ferita e il ta-
glio sul petto si rimarginò ma il braccio non lo
recuperò mai del tutto come prima. L’inverno
passò senza altri avvenimenti.
La primavera seguente Ingunn, la madre di
120

Þórðr, andò a trovarlo dall’ovest, da Skálmarnes.


Lui le riservò una buona accoglienza e lei gli spie-
gò che era venuta a chiedergli la sua protezione,
perché Kotkell, sua moglie e i suoi figli stavano
rendendole la vita impossibile, le rubavano il
bestiame e praticavano magie sotto la protezio-
ne del goði Hallsteinn. Þórðr reagì immediata-
mente e disse che non avrebbe permesso a quei
ladri di farla franca anche se Hallsteinn gli era
contro, e si preparò a partire con altri nove uo-
mini. Ingunn lo accompagnò; salirono su una
chiatta da Tjaldanes e proseguirono verso ovest
fino a Skálmarnes. Þórðr vi fece caricare tutto il
bestiame di sua madre, che un pastore avrebbe
poi dovuto condurre verso l’interno del fior-
do. Erano in dodici a bordo, compresa Ingunn
e un’altra donna. Þórðr raggiunse la fattoria
di Kotkell con altri nove uomini, ma i figli di
Kotkell non erano a casa pertanto citò in giu-
dizio Kotkell e Gríma e i loro figli accusandoli
di furto e di stregoneria, e disse che avrebbe
presentato la richiesta di esilio all’assemblea.
Dopo di che tornò a bordo dell’imbarcazio-
ne, ed era appena salpato quando Hallbjörn e
Stígandi tornarono a casa. Kotkell raccontò ai
suoi figli cos’era accaduto e i due fratelli si in-
furiarono dicendo che nessuno dei loro nemici
aveva mai osato sfidarli così apertamente. Poi
Kotkell fece allestire un’alta pedana per i sorti-
legi, vi salirono tutti e recitarono le formule ma-
giche che conoscevano; subito dopo si levò una
grande tempesta. Þórðr Ingunnarson e i suoi
compagni che si trovavano in mare compre-
sero che l’impeto del vento era diretto contro
di loro; la barca venne sospinta a ovest oltre la
Skálmarnes ma Þórðr mostrò grande coraggio a
121

bordo. Alcune persone che erano a riva videro


che aveva gettato tutto fuoribordo per sgravare
la nave del carico, tranne i passeggeri; la gen-
te da terra si aspettava che la barca riuscisse a
raggiungere la riva, perché avevano già oltre-
passato il tratto più disseminato di scogli, ma
in quel momento si alzò un’onda enorme poco
lontano dalla riva, in un punto dove nessuno ri-
cordava si fosse mai formata, e puntò sulla nave,
che si capovolse. Þórðr annegò con tutti i suoi
compagni, la nave andò in pezzi e la chiglia fu
trasportata dalla corrente in un luogo che pre-
se il nome di Kjalarey, «isola della chiglia». Lo
scudo di Þórðr atterrò nell’isola che è chiamata
Skjaldarey, «isola dello scudo». Il cadavere di
Þórðr venne trasportato a riva insieme a quello
dei suoi compagni; per i loro corpi venne eret-
to un tumulo nel posto che da allora si chiama
Haugsnes, «penisola del tumulo».
36

La notizia si venne a sapere ovunque e susci-


tò molto biasimo. Persone capaci di atti tanto
gravi come quelli compiuti da Kotkell e la sua
famiglia erano considerate molto negativamen-
te. Guðrún, che era incinta e già avanti con la
gravidanza, rimase assai addolorata dalla morte
di Þórðr; in seguito diede alla luce un maschio
che fu asperso con l’acqua e fu chiamato Þórðr.
In quel periodo a Helgafell risiedeva il goði
Snorri, un parente e grande amico di Ósvífr,
che come Guðrún riponeva in lui molta fidu-
cia. Il goði Snorri andò a trovarli e Guðrún gli
raccontò le sue difficoltà e Snorri disse che li
avrebbe aiutati come poteva, e si offrì di pren-
dere in casa sua il figlio di Guðrún per conso-
larla. La donna accettò e disse di voler seguire il
suo consiglio. Questo Þórðr in seguito fu chia-
mato il Gatto, e fu il padre dello scaldo Stúfr.
Gestr Oddleifsson andò a trovare il goði
Hallsteinn e lo mise davanti a due opzioni, do-
veva liberarsi di quegli stregoni oppure Gestr
li avrebbe uccisi – «benché sia anche troppo
tardi.» Hallsteinn scelse in fretta, intimò a
quella famiglia di andarsene e non fermarsi
prima di raggiungere la Dalaheiði, a ovest, e
disse che sarebbe stato meglio vederli morti.
Al che Kotkell se ne andò con il resto della
famiglia e non portò con sé altri beni che quat-
tro cavalli. Lo stallone era nero, grosso e forte
e avvezzo a combattere. Non si parla del loro
123

viaggio finché non arrivarono a Kambsnes,


da Þorleikr Höskuldsson, che mostrò interes-
se per i loro cavalli perché aveva notato che
erano animali di prima scelta. Kotkell rispose:
«Ti darò una possibilità: prendi i cavalli, ma
trovarmi un posto in cui vivere vicino a te.»
Þorleikr disse: «Ma non finirei per pagarli un
prezzo un po’ troppo alto, questi cavalli, se lo
facessi? Perché ho sentito dire che non siete i
benvenuti nel distretto, anzi c’è un’accusa nei
vostri confronti.» Kotkell rispose: «Questo te
l’hanno detto quelli di Laugar.» E Þorleikr
riconobbe che era vero, allora Kotkell repli-
cò: «C’è un’altra versione della colpa verso
Guðrún e i suoi fratelli, rispetto a quella che
ti hanno riferito. Ci hanno addossato colpe
che non abbiamo, per cui accetta i cavalli in
cambio della protezione. Se sono vere tutte le
storie che abbiamo sentito su di te, non saremo
preda facile per la gente del distretto quando
avremo il tuo sostegno.» Þorleikr decise di ac-
cettare l’offerta perché i cavalli gli sembrava-
no proprio delle belle bestie e Kotkell si era
espresso in maniera convincente. Così prese i
cavalli e trovò loro una dimora a Leiðólfsstaðir
nella Laxárdalr e li fornì di bestiame in cam-
bio dei destrieri.
Quando lo vennero a sapere quelli di Lau-
gar, i figli di Ósvífr volevano aggredire imme-
diatamente Kotkell e i suoi figli, ma Ósvífr
disse: «Dobbiamo accettare il consiglio del
goði Snorri, lasciamo ad altri quest’iniziati-
va, perché tra poco i vicini di Kotkell avran-
no nuove accuse nei loro confronti, e la cosa
migliore sarà che toccherà a Þorleikr patire di
più, perché presto si sarà fatto molti nemici tra
124

coloro che prima gli offrivano supporto. Ma


non cercherò di dissuadervi dal fare a Kotkell
tutto il male che vorrete, se da qui a tre inverni
non ci sarà nessun altro a cacciarli dal distretto
o a togliere loro la vita una volta per tutte.»
Guðrún e i suoi fratelli si mostrarono d’accor-
do. Kotkell e la sua famiglia non lavoravano un
gran che, eppure non avevano mai bisogno di
comprare fieno o cibo durante l’inverno, per
cui la loro fattoria non era molto benvista ma
nessuno se la sentiva di alzare un dito contro
di loro per via di Þorleikr.
37

Un’estate all’assemblea Þorleikr si trovava nel


suo accampamento e un uomo molto corpulen-
to entrò nella sua tenda e lo salutò. Þorleikr ac-
cettò i suoi saluti e gli chiese chi fosse o come si
chiamasse, e quello disse di chiamarsi Eldgrímr
e di abitare nel Borgarfjörðr, nella fattoria det-
ta Eldgrímsstaðir, che si trova nella valle che
taglia i monti a ovest, tra Múli e Grísartunga;
oggi la valle si chiama Grímsdalr. Þorleikr os-
servò: «Ho sentito parlare di te, si dice che tu
non sia un uomo da poco.» Eldgrímr rispose:
«Il motivo per cui sono venuto è che voglio
comprare quei bei cavalli che Kotkell ti ha re-
galato la scorsa estate.» Þorleikr replicò: «Quei
cavalli non sono in vendita.» Eldgrímr insisté:
«Ti propongo in cambio un egual numero di
cavalli e anche un compenso in aggiunta; molti
direbbero che ti offro il doppio del loro valo-
re.» Þorleikr disse: «Non sono un trafficante
di cavalli, e queste bestie non le otterresti mai
nemmeno se mi offrissi il triplo.» Eldgrímr dis-
se: «Non è una falsità, quando dicono che sei
arrogante e cocciuto. Se andasse come dico io,
finiresti per perdere i cavalli e intascare molto
meno di quanto ti ho offerto.» Þorleikr diventò
paonazzo a queste parole e replicò: «Avrai biso-
gno di ben altro, non solo di minacce, Eldgrímr,
se vorrai costringermi a darti i cavalli con la
forza.» Eldgrímr allora disse: «Tu ritieni im-
probabile che io finisca per avere la meglio, ma
126

quest’estate andrò a dare un’occhiata ai cavalli,


e vedremo chi di noi ne sarà il proprietario,
dopo.» Þorleikr disse: «Fa’ quello che vuoi, ma
non propormi disparità di forze.» E la chiusero
lì. La gente che li aveva sentiti commentò che
avrebbero finito per avere quello che meritava-
no. Poi tutti tornarono a casa dopo l’assemblea
e non ci furono eventi di sorta.
Una mattina presto un servo di Hrútsstaðir
di ritorno dal giro mattutino rincasò da Hrútr
Herjólfsson, che gli chiese che nuove ci fossero.
Il tale gli disse di non avere notizie di nessun
tipo, se non che ammise di aver visto un uomo
cavalcare dal lato opposto delle pianure allu-
vionali dove stavano i cavalli di Þorleikr – «è
smontato e si è preso i cavalli.» Hrútr chiese
dove si trovavano i suoi cavalli, e il lavorante
gli rispose: «Sono rimasti nella stessa zona in
cui pascolano di solito, nei tuoi campi sotto la
recinzione.» Hrútr replicò: «È vero che il mio
parente Þorleikr non è tanto scrupoloso per
quanto riguarda i pascoli, ma mi sembra pro-
babile che quei cavalli gli siano stati portati via
a sua insaputa.» Così Hrútr saltò su in camicia
e braghe di tela, si buttò addosso un mantello
grigio di pelliccia e afferrò l’alabarda intarsiata
d’oro che gli aveva donato re Haraldr, uscì con
lestezza e vide un uomo che cavalcava condu-
cendo dei destrieri sotto la recinzione. Hrútr gli
si fece più vicino e riconobbe Eldgrímr che con-
duceva i cavalli. Hrútr lo salutò, ed Eldgrímr
rispose al suo saluto piuttosto riluttante. Hrútr
gli chiese dove stesse portando quelle bestie.
Eldgrímr gli rispose: «Non te lo nasconderò.
So della tua parentela con Þorleikr, ma sono
venuto a prendere i cavalli e non voglio che li
127

riveda mai più. Sto solo portando a termine ciò


che gli ho promesso all’assemblea, non sono ve-
nuto a prendergli i cavalli in superiorità di for-
ze.» Hrútr disse: «Non è una grande impresa,
portare via i cavalli a Þorleikr mentre dorme
nel suo letto. Manterresti la promessa per cui
vi siete accordati se tu lo affrontassi, prima di
scappare dal distretto con i cavalli.» Eldgrímr
disse: «Avverti pure Þorleikr, se vuoi, perché
come vedi sono partito da casa pronto ad af-
frontarlo» e agitò la lancia spinata che teneva in
mano; portava anche l’elmo sulla testa, la spada
alla cintura, lo scudo sul fianco e una corazza.
Hrútr disse: «Non penso proprio di sobbarcar-
mi un viaggio fino a Kambsnes, perché ho le
gambe lente, ma non permetterò che Þorleikr
sia derubato, se posso intervenire, benché non
ci sia molta affezione tra noi parenti.» Eldgrímr
disse: «Non avrai intenzione di portarmi via i
cavalli?» Hrútr rispose: «Se li lasci perdere ti
darò altri cavalli, per quanto non altrettanto
buoni.» Eldgrímr disse: «Bene da parte tua
farmi l’offerta, Hrútr, ma ho già messo le mani
sui cavalli di Þorleikr e non me li porterai via,
né con profferte né con minacce.» Allora Hrútr
rispose: «Credo che tu scelga la soluzione peg-
giore per entrambi.» Eldgrímr fece per andar-
sene e spronò il cavallo, ma quando Hrútr lo
vide brandì l’alabarda e fendette un colpo sulle
spalle a Eldgrímr tanto che la corazza si spaccò
e l’alabarda gli colpì il petto. Eldgrímr cadde
morto, com’era da aspettarsi, poi Hrútr na-
scose la sua carcassa nel punto che si chiama
Eldgrímsholt, a sud di Kambsnes.
Dopo di che Hrútr raggiunse a cavallo
Kambsnes e raccontò a Þorleikr cos’era acca-
128

duto. Lui reagì arrabbiandosi perché gli sem-


brava che quella sua trovata l’avesse umiliato
parecchio, mentre Hrútr credeva di avergli di-
mostrato una grande amicizia con quel gesto.
Þorleikr invece affermò che oltre a non avere
agito a fin di bene, non ne sarebbe conseguito
niente di buono. Hrútr gli disse di fare quel-
lo che credeva e si separarono senza affetto.
Hrútr aveva più di ottant’anni quando ucci-
se Eldgrímr e tutti ritennero che con questo
gesto avesse acquistato molto rispetto. Il fat-
to che Hrútr fosse più stimato, tuttavia, non
migliorò i sentimenti di Þorleikr verso di lui,
perché era convinto che l’avrebbe spuntata su
Eldgrímr, se l’avesse affrontato, visto la poca
fatica che aveva fatto Hrútr.
A quel punto Þorleikr andò a trovare i suoi
fittavoli, Kotkell e Gríma, e chiese loro di fare
qualcosa per screditare Hrútr. Loro accetta-
rono prontamente e dissero che si sarebbero
messi subito all’opera. Poi Þorleikr tornò a
casa e poco dopo, quand’era già notte, Kotkell
e Gríma e i loro figli uscirono, raggiunsero la
fattoria di Hrútr e pronunciarono un grande
incantesimo. Durante la procedura i residenti
della fattoria rimasero stupiti da quelle voci e
non capivano cosa fossero, ma la loro decla-
mazione era piacevole da ascoltare. Soltanto
Hrútr comprese che cosa significassero quei
suoni e intimò che nessuno uscisse di casa
quella notte – «ciascuno rimanga sveglio, se
può; se ci riusciamo non ci verrà fatto alcun
male.» Però si addormentarono tutti; Hrútr
rimase sveglio più a lungo degli altri, ma alla
fine cedette al sonno anche lui.
Hrútr aveva un figlio di nome Kári che aveva
129

dodici anni ed era il più promettente di tutta


la sua prole, e Hrútr lo amava molto. Kári non
dormì quasi per niente perché l’incantesimo era
rivolto a lui. Non era tranquillo, si alzò a guar-
dare fuori e uscì, ma fu colpito dall’incantesimo
e cadde morto all’istante. Il mattino dopo Hrútr
si svegliò insieme al resto dei famigli e capì che
suo figlio non c’era: fu trovato esanime a poca
distanza dalla porta. Fu un duro colpo per
Hrútr, che gli fece erigere un tumulo funerario,
poi fece visita a Ólafr Höskuldsson e gli disse
che cosa era accaduto. Ólafr s’infuriò a questa
notizia e disse che era una grande stoltezza ave-
re permesso a dei malvagi come Kotkell e la sua
famiglia di stabilirsi così vicino; affermò che
Þorleikr aveva ricambiato molto male il gesto di
Hrútr e che sicuramente le cose erano girate al
peggio, più di quanto avesse voluto; allora disse
che Kotkell, sua moglie e i suoi figli dovevano
venire uccisi – «ma è anche troppo tardi.»
Ólafr e Hrútr partirono con quindici uomini,
e quando Kotkell vide la compagnia a cavallo
che si avvicinava alla sua fattoria scappò con
la famiglia su per i monti. Hallbjörn Lingua di
Cote fu il primo a essere catturato, gli sistema-
rono un sacco sulla testa e alcuni uomini furono
incaricati di fargli la guardia mentre altri cor-
revano dietro a Kotkell, Gríma e Stígandi sulla
montagna. Kotkell e Gríma furono raggiunti sul
collo montano tra la Haukadalr e la Laxárdalr,
dove furono uccisi a sassate e i loro corpi furono
sepolti in una fossa poco profonda coperta di
pietre, i cui resti sono ancora visibili; si chiama
Skrattavarði, «il cumulo di pietre del demonio».
Stígandi si diresse verso sud oltre il passo fino
alla Haukadalr e lì sparì alla loro vista.
130

Hrútr e i suoi figli presero il mare insieme


a Hallbjörn, misero in acqua la barca e si al-
lontanarono dalla riva remando, poi gli tolsero
il sacco dalla testa e gli legarono una pietra al
collo. Intanto Hallbjörn lanciava delle occhiate
verso la riva con uno sguardo nient’affatto be-
nevolo, e infine disse: «Non è stato un giorno
fortunato, quando io e la mia famiglia siamo
venuti a Kambsnes a trovare Þorleikr. Pertanto
prevedo», concluse, «che Þorleikr non conosce-
rà giorni lieti, qui, d’ora in poi, e avrà solo sfor-
tuna chiunque prenda il suo posto.» Gli eventi
dimostrarono quanto fosse efficace la sua profe-
zia. Poi lo annegarono e tornarono a riva.
Poco dopo Hrútr andò a trovare il suo pa-
rente Ólafr e gli disse che non intendeva chiu-
derla lì con Þorleikr, così gli chiese di dargli
degli uomini per andare ad attaccarlo. Ólafr
gli rispose: «Non è giusto che voi parenti ve-
niate alle mani, benché le azioni di Þorleikr si-
ano risultate nefaste. Preferiamo cercare di ne-
goziare tra voi due; in più di un’occasione hai
dovuto pazientare per ricevere il tuo dovuto.»
Hrútr protestò: «Non se ne parla. Le cose non
si sistemeranno mai più tra di noi, da questo
momento in poi non voglio che risiediamo en-
trambi nella Laxárdalr.» Ólafr rispose: «Non
ti sarà fausto attaccare Þorleikr senza il mio
consenso. Se lo farai non è improbabile che la
valle incontri il poggio.»28 Hrútr allora com-
prese che c’era poco da fare in quella situazio-
ne, e tornò a casa molto insoddisfatto. Ma non
fece niente, e per tutta la stagione nessuno agì.
38

A questo punto si racconta di Stígandi, che


divenne un fuorilegge difficile da trattare. Un
uomo di nome Þórðr abitava a Hundadalr, era
ricco ma non era un grand’uomo. Quell’estate
nella Hundadalr ci fu una novità, che il nu-
mero degli ovini radunati risultò più basso
del normale; era una donna che badava alle
pecore, e tutti si accorsero che aveva acquisito
molte nuove sostanze e che spesso spariva per
molto tempo senza che nessuno sapesse dove.
Il contadino Þórðr la costrinse a parlare e lei si
spaventò, così confessò che un uomo veniva a
trovarla – «è alto», disse, «e a me sembra avve-
nente.» Allora Þórðr le chiese quando pensava
che sarebbe tornato a trovarla e lei rispose che
supponeva presto. Dopo di che Þórðr andò da
Ólafr, gli disse che Stígandi non doveva essere
molto lontano e gli propose di andare a pren-
derlo con i suoi uomini. Ólafr reagì pronta-
mente e partì per la Hundadalr, dove la schia-
va fu convocata per parlargli. Ólafr le chiese
dove fosse il rifugio di Stígandi, ma la donna
disse di non saperlo, così Ólafr si offrì di com-
prarle la libertà se avesse consegnato Stígandi
in mano loro, e i due stipularono l’accordo.
Quel giorno Stígandi andò a trovare la don-
na mentre stava badando alle sue pecore. Lei
l’accolse bene e si offrì di controllargli la testa
e spidocchiarlo. Lui appoggiò il capo sul suo
grembo e si addormentò subito, così lei si di-
132

vincolò e corse a cercare Ólafr e i suoi uomi-


ni per raccontare loro come stavano le cose. A
quel punto tornarono da Stígandi accordandosi
tra loro di non fargli vedere nulla, in modo che
non potesse pronunciare una maledizione come
aveva fatto suo fratello, così gli misero un sacco
sulla testa. Al che Stígandi si destò e non offrì
resistenza, perché era da solo contro un gran
numero di uomini, ma c’era uno strappo nel
sacco e Stígandi riusciva a vedere la collina op-
posta: era un bel paesaggio erboso e fertile ma
di lì a poco fu come se vi si fosse abbattuta una
tromba d’aria, perché il suolo fu trasformato e
non vi crebbe più erba. Oggi quel luogo si chia-
ma Brenna, ovvero «la pira».
Poi uccisero Stígandi a sassate e lo sep-
pellirono in una fossa poco profonda. Ólafr
ricompensò adeguatamente la schiava e le
diede la libertà, così la donna tornò con loro
a Hjarðarholt. Il corpo di Hallbjörn Occhio
di Cote venne trasportato a riva dalla corren-
te poco tempo dopo essere stato annegato. Il
punto in cui fu sepolto si chiama Knarrarnes,
«penisola del knörr», ma lui tornò spesso a
infestare la zona.
Si cita anche un uomo di nome Þorkell il
Calvo, che abitava a Þykkvaskógr in una fatto-
ria ereditata da suo padre; era un uomo molto
coraggioso e particolarmente vigoroso. Una
sera a Þykkvaskógr mancava una mucca, così
Þorkell andò a cercarla insieme a uno dei suoi
famigli. Era dopo il tramonto, c’era la luna in
cielo. Þorkell propose di dividersi nella ricerca,
e quando rimase da solo ebbe l’impressione di
vedere una mucca su un’altura davanti a sé, ma
quando la raggiunse capì che non era la muc-
133

ca, bensì Occhio di Cote. I due lottarono con


grande vigore e Hallbjörn dovette soccombere,
ma quando Þorkell meno se l’aspettava gli sgu-
sciò dalle mani e sprofondò sottoterra. Dopo
di che Þorkell tornò a casa, dove il famiglio era
già rientrato insieme alla mucca. Dopo quell’e-
pisodio Hallbjörn non fece più alcun male.
Ormai Þorbjörn il Butterato era morto e così
anche Melkorka; entrambi erano stati sepolti in
un tumulo nella Laxárdalr mentre il figlio che
avevano avuto, Lambi, abitava ancora nella loro
fattoria. Era un grande guerriero e possedeva
molti beni, e godeva di maggior rispetto di suo
padre per via della famiglia di sua madre. Lui e
Ólafr erano in buoni rapporti.
Trascorse l’inverno dell’uccisione di Kotkell
e della sua famiglia, e la primavera successiva
Ólafr e Þorleikr si incontrarono e Ólafr chie-
se a suo fratello se aveva intenzione di con-
tinuare a occuparsi della sua fattoria, al che
Þorleikr gli rispose di sì. Ólafr gli disse: «Io
invece vorrei chiederti, congiunto, di cambia-
re idea e partire per l’estero. Saresti ritenuto
un uomo rispettato da tutti ovunque andrai,
mentre temo che il nostro parente Hrútr non
sia molto interessato alla tua compagnia. Non
mi va di rischiare ad avervi così vicini, Hrútr è
molto potente, i suoi figli sono teste calde e dei
gran combattenti. Eviterei di arrivare a uno
scontro tra voi due, per il bene dei nostri le-
gami di parentela.» Þorleikr gli rispose: «Non
ho paura di non essere in grado di difendere i
miei diritti davanti a Hrútr e ai suoi figli, e non
voglio lasciare il paese per questo motivo. Ma
se per te, parente, è tanto importante, e ritieni
che questo ti metta in una posizione difficile,
134

farò come mi chiedi, anche perché quand’ero


all’estero mi sentivo più appagato. So che non
tratterai in modo peggiore mio figlio Bolli an-
che se io sarò lontano, sai che mi è più caro di
chiunque altro.» Ólafr rispose: «Farai la cosa
giusta se seguirai le mie richieste. Da questo
momento è mia intenzione continuare come
ho sempre fatto finora per quanto riguarda
Bolli, non lo tratterò peggio di quanto tratto
i miei stessi figli.» Dopo di che i due fratelli si
separarono con grande affetto. Þorleikr ven-
dette i suoi terreni e utilizzò il ricavato per pre-
parare il viaggio all’estero, acquistò una nave
che stava in secca a Dögurðarnes e quando
fu tutto pronto salì a bordo con la sua donna
e altri parenti. La nave trovò buon vento e in
autunno raggiunse la Norvegia; da lì si spostò
verso sud fino in Danimarca perché la Norve-
gia non gli piaceva, visto che tutti i suoi parenti
e i suoi amici erano ormai morti o erano stati
cacciati dal paese. Infine Þorleikr raggiunse il
Götaland. A detta di molti Þorleikr non invec-
chiò bene, ma fu comunque molto rispettato
finché era vivo. E qui concludiamo la storia di
Þorleikr.
39

Nelle valli del Breiðafjörðr si sparse la voce


della disputa tra Hrútr e Þorleikr e mol-
ti pensarono che Hrútr avesse ricevuto un
brutto colpo da Kotkell e i suoi figli. Allo-
ra Ósvífr parlò con Guðrún e i suoi fratelli
e ricordò loro quanto aveva già consigliato
in precedenza, di evitare di mettersi contro
persone malvagie come Kotkell e la sua fa-
miglia. Guðrún osservò: «Nessuno sarà mal
consigliato, padre, se potrà avvalersi dei tuoi
pareri.» Ólafr godeva di grande rispetto nella
sua fattoria, e tutti i suoi figli vivevano a casa
con lui oltre a Bolli, il loro parente e fratella-
stro. Kjartan era superiore a tutti gli altri figli
di Ólafr. Lui e Bolli si volevano molto bene,
Kjartan non andava mai da nessuna parte
senza Bolli al fianco. Spesso Kjartan si recava
alle pozze calde di Sælingsdalr, dove capitava
che ci fosse anche Guðrún. A lui faceva molto
piacere parlare con Guðrún, perché era sag-
gia e si esprimeva molto bene, e tutti erano
convinti che Kjartan e Guðrún fossero fatti
l’uno per l’altra. C’era molta confidenza anche
tra Ólafr e Ósvífr, che si facevano visita rego-
larmente, e ciò non limitava certo l’affetto tra
i più giovani. Una volta Ólafr parlò con Kjar-
tan: «Non so», gli disse, «per quale motivo
i tuoi giri a Laugar per parlare con Guðrún
mi causano tanta apprensione. Non è perché
Guðrún non mi sembra superiore alle altre
136

donne, perché è l’unica che ritengo un degno


partito per te. Eppure in qualche modo ho
la sensazione, e non voglio farne un presagio,
che i nostri rapporti con la gente di Laugar
non saranno tanto sereni.» Kjartan disse che
avrebbe fatto di tutto per non mettersi contro
il volere di suo padre, ma gli assicurò che se-
condo lui le cose sarebbero andate meglio di
quanto lui pensasse. Così Kjartan continuò le
sue visite come prima e Bolli lo accompagna-
va sempre. Passò una stagione.
40

C’era un uomo di nome Ásgeir che era chia-


mato Testacalda e abitava ad Ásgeirsá, nella
Víðidalr; era il figlio di Auðunn Verga, che fu
il primo della sua famiglia a raggiungere l’I-
slanda e a sistemarsi nella Víðidalr. Un altro fi-
glio di Auðunn si chiamava Þorgrímr Testagri-
gia e fu il padre di Ásmundr, padre di Grettir.
Ásgeir Testacalda aveva cinque figli: uno si
chiamava Auðunn, il padre di Ásgeir, padre
di Auðunn, padre di Egill che prese in moglie
Úlfheiðr, la figlia di Eyjólfr lo Zoppo. Il loro
figlio fu Eyjólfr, che venne ucciso all’assem-
blea. Il secondo figlio di Ásgeir si chiamava
Þorvaldr; sua figlia fu Dalla, quella che sposò
il vescovo Ísleifr; il loro figlio fu il vescovo Gis-
sur. Il terzo figlio di Ásgeir si chiamava Kálfr.
Tutti e tre i figli di Ásgeir erano molto pro-
mettenti; in quel periodo Kálfr Ásgeirsson era
andato per mare e si era fatto un buon nome.
Una delle figlie di Ásgeir si chiamava Þuríðr
ed era sposata a Þorkell Kuggi, il figlio di
Þórðr Schiamazzo; il loro figlio fu Þorsteinn.
Un’altra figlia di Ásgeir si chiamava Hrefna,
era la donna più bella di tutti i distretti setten-
trionali ed era molto ammirata. Ásgeir era una
figura molto potente.
Si dice che una volta Kjartan Ólafsson par-
tì verso sud per raggiungere il Borgarfjörðr,
ma non si sa niente del suo viaggio finché non
fu a Borg, dove abitava Þorsteinn Egilsson, il
138

fratello di sua madre. Bolli lo accompagnava,


perché c’era un tale affetto tra i due fratellastri
che a entrambi sembrava mancasse qualcosa
quando non erano insieme. Þorsteinn accolse
Kjartan con tutto il suo affetto e gli disse che
sperava si fermasse a lungo; Kjartan soggiornò
a Borg per qualche tempo. Quell’estate a Gu-
fuárós c’era una nave in secca di proprietà di
Kálfr Ásgeirsson, che aveva trascorso l’inver-
no ospite di Þorsteinn Egilsson. Kjartan con-
fidò a Þorsteinn che lo scopo principale della
sua visita era comprare mezza nave di Kálfr
– «perché ho intenzione di partire per l’este-
ro», e chiese a Þorsteinn cosa ne pensasse di
Kálfr. Þorsteinn gli disse di ritenere che fosse
una persona a posto – «ma è un gran peccato,
parente», aggiunse, «che tu abbia voglia di an-
dare a studiare le usanze altrui. Il tuo viaggio
sarà importante per svariati motivi; e per i tuoi
parenti l’esito sarà fondamentale.» Kjartan gli
assicurò che sarebbe andato bene. Poi Kjartan
acquistò da Kálfr metà della nave e si accordò
con lui per spartirsi a metà i proventi; Kjartan
sarebbe tornato per salpare dieci settimane
dopo la fine dell’estate. Prima di lasciare Borg
a Kjartan furono elargiti dei bei doni, poi lui e
Bolli tornarono a casa a cavallo. Quando Ólafr
venne a sapere del suo progetto, ritenne che
Kjartan avesse preso una decisione affrettata
ma disse che comunque non avrebbe mancato
di dargli il suo supporto.
Poco dopo Kjartan si recò a cavallo a Lau-
gar e informò Guðrún della sua intenzione di
partire. Guðrún gli disse: «L’hai presa in fret-
ta, questa decisione, Kjartan», e aggiunse qual-
che commento da cui Kjartan capì che non era
139

affatto contenta. Così le disse: «Non essere


dispiaciuta. Farò qualcosa d’altro che ti farà
piacere.» Guðrún ribatté: «Vedi di mantener-
la, la promessa, perché posso dirti subito cosa
voglio.» Kjartan le chiese di dirglielo. Guðrún
dichiarò: «Voglio partire insieme a te la pros-
sima estate, così mi ricompenserai per aver
preso questa decisione così in fretta, perché
non è l’Islanda che amo.» «È fuori questio-
ne», obiettò Kjartan. «I tuoi fratelli non hanno
esperienza, tuo padre è vecchio e se tu lasci il
paese non ci sarà nessuno a badare alla fatto-
ria; aspettami per tre inverni.» Guðrún ribatté
che non avrebbe promesso niente del genere,
ciascuno mantenne le proprie convinzioni e si
separarono. Kjartan fece ritorno a casa.
Quell’estate Ólafr partecipò all’assemblea.
Kjartan accompagnò suo padre verso ovest
fino a Hjarðarholt e si separò da lui nella
Norðurárdalr; da lì raggiunse la nave insieme
al suo parente Bolli. Erano dieci gli islande-
si che partirono per questo viaggio insieme a
Kjartan, perché gli erano talmente legati che
nessuno voleva separarsi da lui. Kjartan ca-
valcò fino alla nave con il suo seguito e Kálfr
Ásgeirsson li accolse bene; Kjartan e Bolli ave-
vano portato con sé molti beni di valore. Co-
minciarono a fare i preparativi e appena si alzò
un vento favorevole misero in mare la nave.
Fecero una buona traversata, approdarono in
Norvegia a nord di Trondheim, entrarono ad
Agðanes e incontrarono alcune persone a cui
chiesero che novità ci fossero. Quelli spiegaro-
no loro che nel paese c’era stato un avvicenda-
mento di regnanti, lo jarl Hákon era morto, il
re Ólafr Tryggvason era salito al trono al suo
140

posto e aveva conquistato tutta la Norvegia. Il


re Ólafr aveva decretato un cambio di religio-
ne e non tutti erano pronti ad accettarla. Kjar-
tan e i suoi tirarono in secca la nave a Niðarós.
In quel periodo c’erano molti islandesi di va-
lore in Norvegia. Le tre navi già ormeggiate
al molo appartenevano tutte a islandesi: una
era di Brandr il Generoso, il figlio di Vermun-
dr Þorgrímsson, un’altra era di Hallfreðr, lo
scaldo difficile,29 e la terza era di proprietà di
due fratelli, uno si chiamava Bjarni e l’altro
Þórhallr, i figli di Skeggi di Breiðá che abitava
a Fljótshlíð. Tutti avevano avuto l’intenzione
di salpare per far ritorno in Islanda quell’e-
state, ma il re aveva vietato loro la partenza
perché non volevano accettare la religione da
lui deliberata. Tutti gli islandesi fecero una
calorosa accoglienza a Kjartan, in particolare
Brandr perché erano vecchie conoscenze. Così
gli islandesi si confrontarono e concordarono
tra loro di accettare la nuova religione che il
re proponeva; tutti gli uomini menzionati pri-
ma si accordarono in tal senso. Kjartan e i suoi
ormeggiarono la nave al molo, la scaricarono
e si occuparono dei loro beni. Re Ólafr, che
si trovava in città, venne a sapere dell’arrivo
della nave e che tra le persone a bordo c’erano
molti uomini assai capaci.
Una bella giornata d’autunno alcuni uomini
si allontanarono dalla città per andare a nuo-
tare nel fiume Nið. Kjartan e i suoi li videro,
allora Kjartan propose ai suoi compagni di an-
dare anche loro a divertirsi quel giorno, e così
fecero. Uno degli uomini era un ottimo nuota-
tore e Kjartan chiese a Bolli se voleva cimen-
tarsi in gara di nuoto con quel campione locale.
141

Bolli rispose: «Non credo di essere abbastanza


bravo.» «Non so dov’è finito il tuo spirito di
competizione», disse Kjartan; «lo sfiderò io, al-
lora.» Bolli gli rispose: «Fa’ come credi.» Kjar-
tan si tuffò nel fiume, raggiunse quel tale che
nuotava così bene, andò sott’acqua e lo tenne
sotto per qualche tempo; poi lo lasciò. Ma non
erano a galla da molto che l’uomo afferrò Kjar-
tan e lo tenne sott’acqua, e rimasero sotto tal-
mente a lungo che a Kjartan sembrò di averne
a sufficienza, poi tornarono in superficie. Nes-
suno dei due disse una parola. La terza volta
entrambi andarono sott’acqua e vi rimasero
molto più a lungo. Kjartan non era affatto certo
di come sarebbe andata a finire e si rese conto
di non essersi mai ritrovato in un frangente del
genere. Alla fine risalirono a galla e tornaro-
no a riva a nuoto. L’autoctono chiese: «Chi è
quest’uomo?» Kjartan gli rivelò come si chia-
mava. Allora il tale disse: «Sei un bravo nuota-
tore, ma sei altrettanto bravo anche nelle altre
discipline?» Kjartan rispose, dopo una pausa:
«Era la voce che girava quand’ero in Islanda,
che gli altri venivano dopo di me, ma adesso ha
poco senso.» Il locale continuò: «Fa differenza
con chi ti misuri; come mai non mi chiedi nien-
te?» Kjartan rispose: «Non mi interessa sapere
il tuo nome.» Il norvegese disse: «Non sei solo
molto capace, sei anche molto sicuro di te. Non
di meno intendo rivelarti chi sono e contro chi
ti sei misurato nel nuoto. Hai davanti re Ólafr
Tryggvason.» Kjartan non gli rispose e si voltò
per andarsene senza nemmeno il mantello; in-
dossava solo una tunica di scarlatto rossa. Il re,
che intanto si era rivestito completamente, lo
chiamò e lo pregò di non andarsene così pre-
142

sto. Kjartan si girò riluttante, allora il re si tolse


il bel mantello dalle spalle e lo donò a Kjartan,
dicendo che non doveva tornare dai suoi uo-
mini senza la cappa. Kjartan lo ringraziò per
il dono e tornò dai suoi compagni mostrando
loro il mantello. A loro la cosa non piacque
affatto perché pensavano che Kjartan si fosse
consegnato al volere del re. Tuttavia per qual-
che tempo non accadde nient’altro. Il clima fu
particolarmente rigido quell’autunno, ci furo-
no grandi gelate e freddo intenso, e i pagani
sostenevano che non era strano che il tempo si
comportasse così male: «È a causa del nuovo
re e della nuova religione, che gli dei si sono
arrabbiati.»
Gli islandesi trascorsero l’inverno in cit-
tà tutti insieme e Kjartan primeggiava sugli
altri. Il tempo migliorò e un gran numero di
persone arrivarono in città su richiesta del re
Ólafr; alcuni a Trondheim si erano convertiti
al cristianesimo ma la grande maggioranza era
ancora contraria. Un giorno il re indisse un’as-
semblea nella cittadina di Eyrar e tenne un
lungo discorso eloquente per esortare la gente
a convertirsi. Gli abitanti del distretto di Tron-
dheim avevano raccolto un’armata e sfidavano
il re a combattere piuttosto che convertirsi, ma
il re li avvertì che aveva dovuto affrontare op-
ponenti molti più forti di un pugno di campa-
gnoli di Trondheim. A quel punto i contadini
furono presi da un gran terrore, si sottomisero
al potere del re e un gran numero di persone
venne battezzata. Dopo di che l’assemblea fu
sciolta. Quella stessa sera il re mandò dei suoi
uomini nei quartieri degli islandesi, chiese loro
di origliare per sentire cosa si dicevano e quel-
143

li lo fecero. All’interno si sentiva un grande


baccano. A un certo punto Kjartan cominciò
a parlare e disse a Bolli: «Quanto sei disposto,
parente, ad accettare la religione che il re pro-
pone?» «Non sono affatto disposto», rispose
Bolli, «perché la loro religione mi sembra mol-
to debole.» Kjartan chiese: «Non ti sembrava
che il re stesse minacciando chiunque non
intendesse sottomettersi al suo volere?» Bolli
rispose: «In realtà penso che il re non abbia
lasciato alcun dubbio sulle sue intenzioni di
usare la forza contro di loro, se ce ne fosse bi-
sogno.» «Nessuno mi costringerà a fare quello
che non voglio», disse Kjartan, «finché pos-
so stare in piedi sulle mie gambe e brandire
un’arma. Mi sembra da codardi essere prele-
vato come un agnello dall’ovile, o come una
volpe da una trappola. Preferisco di gran lun-
ga l’altra opzione, se si deve morire comunque
è meglio prima impegnarsi per farsi un buon
nome.» Bolli gli chiese: «Che intenzioni hai?»
«Non te lo nasconderò», rispose Kjartan, «vo-
glio dar fuoco al re nel suo palazzo.» «Non mi
pare un’impresa da poco», rifletté Bolli, «ma
per come la penso io, non andrà a buon fine.
Il re è favorito dal destino e dalla fortuna, e
sicuramente avrà guardie impenetrabili sia di
notte sia di giorno.» Kjartan replicò che anche
i più coraggiosi si perdono d’animo di tanto in
tanto, e Bolli ribatté che non era sicuro di chi
dei due fosse tentato dalla codardia, ma molti
degli altri dissero che erano discorsi inutili.
Quando ebbero ascoltato questo scambio,
gli uomini del re se ne andarono a riferire
tutto al sovrano. Il mattino dopo il re indis-
se un’assemblea e convocò tutti gli islandesi.
144

Quando l’assemblea fu riunita il re si alzò e


ringraziò tutti i convenuti che desideravano
essere suoi amici e avevano accettato la nuova
religione, poi si rivolse agli islandesi e chiese
loro se volevano accettare il battesimo. Loro
ammisero di non esserne troppo entusiasti, al
che il re osservò che stavano scegliendo la so-
luzione peggiore per loro – «chi di voi aveva
pensato di bruciarmi vivo in casa?» Kjartan
rispose: «Sicuramente vi aspettate che chi l’ha
proposto non abbia il coraggio di ammetter-
lo. E invece eccolo qui, davanti a voi.» «Ti co-
nosco», disse il re; «il tuo non è un progetto
da poco. Ma non ti sarà facile passare sul mio
cadavere, sei già sufficientemente colpevole di
ignorare i consigli di chi ti mostra la cosa mi-
gliore, anche senza minacciare di bruciare vivo
il sovrano che ci prova. Pur tuttavia, dato che
non sono certo che fossi convinto di quanto hai
detto, e dato che l’hai ammesso onestamente,
non voglio mandarti a morte per tale offesa.
Può darsi che una volta convertito difenderai
meglio la tua fede, così come ti manifesti più
contrario degli altri. Comprendo anche che
interi equipaggi accetteranno la nuova fede il
giorno in cui tu ti farai battezzare di tua spon-
tanea volontà. Mi sembra molto probabile che
i tuoi parenti e i tuoi amici terranno in gran
conto ciò che racconterai quando tornerai in
Islanda. Il mio presentimento è che tu, Kjar-
tan, partirai dalla Norvegia con una religione
migliore di quella che avevi quando sei arri-
vato. Adesso lasciate quest’assemblea in pace
e in fiducia, qualsiasi cosa decidiate di fare.
Non vi costringerò a convertirvi al cristiane-
simo stavolta, perché Dio dice che non vuole
145

che si vada a Lui costretti.» Si levarono voci


di approvazione al discorso del re, soprattutto
da parte dei cristiani, ma i pagani contavano
che Kjartan rispondesse come riteneva appro-
priato. Al che Kjartan disse: «Vogliamo ringra-
ziarvi, sire, per averci concesso di andare in
pace; in questo modo ci tentate ad accogliere
la nuova religione, perdonando le nostre offe-
se con parole gentili oggi che tenete il nostro
destino nelle vostre mani. Ho intenzione di ac-
cettare la fede qui in Norvegia, se il prossimo
inverno in cui torno in Islanda il mio rispetto
per Þór sarà ancora così scarso.» Allora il re
sorrise e disse: «Si vede dall’atteggiamento che
Kjartan ritiene di riporre più fiducia nella sua
forza e nelle sue armi di quanta ne ripone in
Þór e Odino.» Poi l’assemblea fu sciolta. Molti
uomini vicini al re lo spingevano a costringere
Kjartan e i suoi a convertirsi, e non trovavano
saggio avere così tanti pagani nelle vicinan-
ze. Il re replicò adirato dicendo che secondo
lui molti cristiani non si comportavano bene
come Kjartan o la sua compagnia – «per uomi-
ni del genere vale la pena aspettare a lungo.»
Quell’inverno il re fece realizzare molte
opere utili, fece erigere una chiesa e ampliò
considerevolmente la cittadina. La chiesa fu
completata per Natale, allora Kjartan suggerì
ai suoi uomini di avvicinarsi all’edificio ab-
bastanza da poter vedere il rito celebrato dai
cristiani. Molti acconsentirono e dissero che
sarebbe stato un gran divertimento, così Kjar-
tan con Bolli e i loro compagni si recarono
alla chiesa; con loro c’erano anche Hallfreðr e
molti altri islandesi. Il re spingeva i presenti a
convertirsi con frasi eloquenti e approfondite e
146

i cristiani elogiavano le sue parole. Tornati nei


loro quartieri, Kjartan e i suoi cominciarono a
discutere tra loro su che cosa pensavano del re
in quella che i cristiani definiscono la seconda
festività più importante della loro religione –
«perché quand’eravamo lì il re ha detto che
in questa notte è venuto alla luce il signore a
cui adesso dovremmo credere, se accettassimo
ciò che il sovrano ci propone.» Kjartan disse:
«La prima volta che l’ho visto, il re mi ha dato
l’impressione di essere un uomo eccezionale,
e da allora tale impressione è stata conferma-
ta ogni volta che l’ho incontrato in pubblico.
Oggi però mi è rimasto impresso più di ogni
altra volta, e penso che per il nostro benesse-
re dovremmo credere a questo vero Dio che il
re propone: sono convinto che il re adesso sia
ancora più ansioso di vedermi convertito che
di farmi battezzare e l’unica cosa che mi trat-
tiene dall’andare a trovarlo è l’ora tarda, per-
ché adesso sarà a tavola e occorrerà un giorno
intero se tutti noi della compagnia ci facciamo
battezzare.» Bolli approvò in pieno e disse che
era Kjartan a dover decidere per loro.
Il re era venuto a sapere della conversazione
tra Kjartan e i suoi prima della fine della cena,
perché aveva un informatore in tutti i quartieri
dei pagani. Ne fu estremamente compiaciuto e
disse: «Kjartan ha dimostrato che è vero quel-
lo che si dice, che le festività sono giorni di
grande fortuna.» E quando il mattino presto il
re stava recandosi in chiesa, Kjartan lo incon-
trò per strada con un grande seguito, lo salutò
con molto affetto e gli confidò di aver bisogno
di chiedergli una cosa. Il re rispose altrettanto
affettuosamente al suo saluto e disse di aver
147

saputo della sua richiesta – «che soddisferò


prontamente.» Kjartan allora gli chiese di non
perdere tempo e di andare a prendere l’acqua
santa, e gli disse che ne sarebbe servita in gran
quantità. Il re rispose sorridendo: «Sì, Kjartan,
e non discuteremo le tue pretese, nemmeno
se dovessi costarci di più.» Poi Kjartan e Bolli
furono battezzati insieme a tutto il loro equi-
paggio e a molti altri. Era il secondo giorno di
Natale, prima del servizio. Dopo di che il re
invitò Kjartan al suo convito di Natale insieme
al suo parente Bolli. Secondo quanto dissero i
più, Kjartan pronunciò il suo giuramento al re
Ólafr lo stesso giorno in cui gli furono tolti le
vesti bianche del battesimo,30 e così anche Bol-
li. Hallfreðr non fu battezzato nella stessa oc-
casione perché pretese che fosse lo stesso re a
tenerlo a battesimo, così il sovrano lo rimandò
a due giorni dopo.31 Kjartan e Bolli rimasero
con re Ólafr per il resto dell’inverno. Il re sti-
mava Kjartan al di sopra tutti gli altri, sia per
la sua stirpe sia per le sue prodezze, e la gente
sosteneva che Kjartan era talmente apprezzato
da tutti che nessuno nella corte lo invidiava.
Era opinione comune, inoltre, che non fosse
mai giunto dall’Islanda qualcuno che potes-
se paragonarsi a Kjartan. Anche Bolli era un
uomo molto capace e ben stimato dagli uomi-
ni di valore. L’inverno passò, e quando arrivò
la primavera tutti cominciarono ad allestire il
proprio viaggio, qualsiasi fosse la loro destina-
zione.
41

Kálfr Ásgeirsson andò a trovare Kjartan e gli


chiese quali fossero i suoi progetti per l’estate.
Kjartan rispose: «Stavo pensando che potrem-
mo raggiungere l’Inghilterra, perché ci sono
ottimi mercati per i cristiani. Però voglio par-
larne con il re prima di prendere una decisione,
perché non sembrava molto disposto a veder-
mi partire quando ne abbiamo parlato, in pri-
mavera.» Poi Kálfr se ne andò mentre Kjartan
si recò a parlare con il re e lo salutò con affet-
to. Il re lo accolse amorevolmente e gli chiese
che cosa avessero intenzione di fare lui e i suoi
compagni. Kjartan gli rivelò i loro progetti e
gli disse poi che il motivo per cui era andato a
trovarlo era chiedergli il permesso di partire. Il
re rispose: «Ti darò la possibilità di scegliere,
Kjartan. Puoi tornare in Islanda quest’estate,
per convertire il popolo al cristianesimo con la
forza oppure con la persuasione. Ma se pensi
che questa missione sia troppo complessa, non
ti lascerò andare da nessun’altra parte, perché
ritengo che tu sia più adatto a servire uomi-
ni degni, piuttosto che fare il commerciante.»
Kjartan scelse di rimanere con il re piuttosto
che tornare in Islanda e predicare la nuova
religione, e dichiarò che non voleva mettersi
contro i suoi parenti: «Posso ben immaginare
che mio padre e gli altri capi tra i miei parenti
più stretti siano meno riluttanti a fare il tuo vo-
lere finché mi trovo qui nelle tue mani e godo
149

della tua ospitalità.» Il re disse: «È una scelta


sensata e onorevole, la tua» e donò a Kjartan
un abito di scarlatto appena confezionato. Gli
stava davvero bene, tanto che tutti dicevano
che il re Ólafr e Kjartan erano uomini della
stessa stazza a volerli paragonare.
Il re Ólafr inviò in Islanda un chierico del-
la sua corte di nome Þangbrandr, che appro-
dò con la sua nave nell’Álftafjörðr e rimase
a Þvottá con Síðu-Hallr per tutto l’inverno,
predicando la fede sia con parole persuasive
sia con severi castighi; uccise perfino due uo-
mini che si erano duramente opposti ai suoi
insegnamenti. In primavera Hallr accettò la
fede e fu battezzato il sabato prima di Pasqua
insieme a tutti i suoi servi, e a quel punto
venne battezzato anche Gissur il Bianco, e
così Hjalti Skeggjason e molti altri capi. Ma
coloro che opponevano resistenza erano assai
più numerosi e presto le relazioni tra pagani
e cristiani si fecero impossibili. I capi valu-
tarono l’eventualità di uccidere Þangbrandr
e tutti gli uomini che lo sostenevano, così a
causa di queste ostilità il chierico scappò in
Norvegia e andò a trovare re Ólafr per rife-
rirgli le notizie che riportava dalla sua missio-
ne, e affermò di temere che il cristianesimo
non riuscisse ad attecchire in Islanda. Il re si
infuriò e disse che molti islandesi ne avreb-
bero pagato le conseguenze, se non avessero
cominciato a ragionare.
Quella stessa estate Hjalti Skeggjason fu
condannato per blasfemia all’assemblea.
Lo aveva accusato Runólfr Úlfsson, quello
che abitava a Dalr sotto l’Eyjafjöll, uno dei
maggiori capi del paese. Quell’estate Gissur
150

partì per l’estero e Hjalti con lui, arrivarono


in Norvegia e si recarono subito a trovare il
re Ólafr. Il sovrano li accolse bene, lodò le
loro azioni e li invitò a stare con lui, e loro
accettarono. Svertingr, il figlio di Runólfr di
Dalr, aveva trascorso l’inverno in Norvegia e
voleva tornare in Islanda quell’estate. La sua
nave completamente armata era ormeggiata
al molo e attendeva il vento favorevole, ma il
re gli impedì di levare le ancore e disse che
quell’estate nessuna nave doveva salpare per
l’Islanda. A quel punto Svertingr andò a tro-
vare il re e gli espose la sua causa, gli chiese
il permesso di partire e disse che per lui era
molto importante non dover scaricare di nuo-
vo la nave. Il re era molto arrabbiato e disse:
«È un bene che il figlio di un blasfemo stia
dove meno desidera trovarsi.» E così Sver-
tingr non andò da nessuna parte. L’inverno
trascorse senza grandi eventi.
Quell’estate il re inviò in Islanda Gissur il
Bianco e Hjalti Skeggjason per proporre la
fede una seconda volta, ma trattenne quattro
uomini in ostaggio: Kjartan Ólafsson, Halldór
il figlio di Guðmundr il Ricco, Kolbeinn il
figlio di Þórðr Freysgoði e Svertingr, il figlio
di Runólfr di Dalr. Bolli invece si procurò un
passaggio con Gissur e Hjalti, poi andò a tro-
vare il suo fratellastro Kjartan e gli disse: «Io
sono pronto per partire, ti aspetterei volentieri
per tutto l’inverno se la prossima estate ci fos-
sero più possibilità di farti salpare rispetto ad
adesso. Ma ci sembra di capire che il re sia de-
terminato a non lasciarti andare, e diamo per
certo che dell’Islanda tu abbia pochi ricordi
che potrebbero rallegrarti, visto che ti intrat-
151

tieni a conversare con Ingibjörg, la sorella del


re.» In quel periodo Ingibjörg stava alla corte
del re Ólafr ed era la più bella tra tutte le don-
ne che si trovavano in Norvegia. Kjartan rispo-
se: «Non andare a dire cose del genere, e porta
i miei saluti ai nostri parenti e agli amici.»
42

Dopo di che Kjartan e Bolli si separarono.


Gissur e Hjalti salparono dalla Norvegia, eb-
bero una buona traversata, approdarono nelle
Vestmannaeyjar nel periodo dell’assemblea e
da lì raggiunsero l’isola grande, dove tennero
una riunione e parlarono ai loro parenti. Poi
andarono all’assemblea per proporre a tutti la
nuova religione con frasi eloquenti e approfon-
dite, e gli islandesi si convertirono. Dopo l’as-
semblea Bolli raggiunse a cavallo Hjarðarholt
insieme al suo congiunto Ólafr, che l’aveva ac-
colto con grande affetto. Poco dopo il ritorno
a casa Bolli andò a Laugar per divertirsi, e fu
accolto bene. Guðrún gli chiese notizie detta-
gliate del suo viaggio e di Kjartan. Bolli rispo-
se prontamente a tutte le domande di Guðrún,
le disse che del viaggio non aveva molto da
raccontare – «ma per quanto riguarda Kjartan,
ci sono davvero molte ottime nuove su di lui,
perché sta alla corte di re Ólafr ed è stimato al
di sopra di tutti gli altri. E non mi sorprende-
rebbe che avesse ben poco da fare qui in Islan-
da, nei prossimi inverni.» Guðrún allora gli
chiese se c’era qualche altro motivo oltre all’a-
micizia del re, e Bolli le riferì che si vociferava
dell’amicizia tra Kjartan e Ingibjörg, la sorella
del re, e le disse che, per quel che ne pensava
lui, il re avrebbe preferito dargli in moglie In-
gibjörg piuttosto che lasciarlo libero, se avesse
potuto deciderne. Guðrún osservò che erano
153

buone notizie – «perché Kjartan merita esclu-


sivamente di trovare una donna adeguata».
Poi lasciò cadere il discorso e si allontanò tut-
ta rossa in volto. Ma gli altri sospettarono che
le notizie non le paressero affatto così buone
come aveva detto.
Quell’estate Bolli rimase a casa a Hjarðar-
holt. Si era guadagnato molto onore con quel
viaggio, e tutti i parenti e i conoscenti stima-
vano molto il suo valore e la sua prestanza,
ma aveva anche accumulato grandi ricchezze.
Spesso andava a Laugar a far visita a Guðrún
e una volta le chiese che cosa avrebbe risposto
se l’avesse chiesta in moglie. Al che Guðrún
rispose prontamente: «Non c’è nemmeno da
parlarne, Bolli. Non sposerò nessuno finché
Kjartan è in vita.» Bolli rispose: «Allora mi
sa che dovrai startene qui da sola per diversi
inverni, se aspetti Kjartan. Aveva la possibili-
tà di chiedermi di mandarti un messaggio, se
avesse pensato che fosse importante.» Si scam-
biarono qualche altra parola poi si separarono,
ciascuno convinto della propria opinione. Poi
Bolli tornò a casa a cavallo.
43

Qualche tempo dopo Bolli parlò con il suo


congiunto Ólafr e gli disse: «Parente, a questo
punto stavo pensando di sistemarmi e prendere
moglie. Ormai ritengo di essere un uomo fatto.
Voglio chiedere il tuo consiglio e la tua assisten-
za per portare a termine questo proposito, per-
ché so che qui quasi tutti stimano molto le tue
parole.» Ólafr rispose: «Credo che molte donne
ti considererebbero un ottimo partito, ma non
avresti accennato alla questione se non avessi
già in mente a chi puntare.» Bolli confermò:
«Non dovrò andare a cercare una moglie in di-
stretti lontani quando ho ottime occasioni nelle
vicinanze: intendo chiedere in moglie Guðrún
Ósvífrsdóttir. È la più stimata di tutte.» Ólafr
rispose: «Questa è una faccenda in cui non vo-
glio entrare. Non puoi dire, Bolli, di non esse-
re al corrente quanto me che in giro si vocifera
dell’affetto tra Kjartan e Guðrún. Ma se per te
è fondamentale non mi opporrò, sempre che tu
e Ósvífr troviate un accordo. Ne hai già parlato
con Guðrún?» Bolli ammise che gliene aveva
accennato in un’occasione, e che lei non si era
dimostrata molto entusiasta: «Ma mi aspetto
che sia soprattutto Ósvífr a dover decidere della
questione.» Ólafr gli disse di fare come credeva.
Non molto tempo dopo Bolli partì da casa
a cavallo e con lui c’erano anche i figli di
Ólafr, Halldór e Steinþór; in tutto erano do-
dici. Ósvífr li accolse bene, e così i suoi figli;
155

poi Bolli chiese a Ósvífr di parlargli privata-


mente e chiese in moglie sua figlia Guðrún.
Ósvífr rispose in questo modo: «Come sai,
Bolli, Guðrún è vedova e può risponderne
lei stessa. A me farebbe molto piacere.» Così
Ósvífr andò a parlare con Guðrún e le disse
che era arrivato Bolli Þorleiksson – «a chie-
dere la tua mano. Sei tu che devi dargli una
risposta. Quanto a me, dico senza esitazione
che Bolli non lo rifiuterei, dovessi decidere
io.» Guðrún rispose: «Fai presto a dirlo. Bolli
me ne ha parlato una volta, io ho cercato di
scoraggiarlo e sono ancora della stessa opi-
nione.» Allora Ósvífr disse: «Molti sosterran-
no che la tua risposta dimostra più impetuo-
sità che avvedutezza, se rifiuti un uomo come
Bolli. Ma finché vivo ho intenzione di guida-
re le scelte dei miei figli nelle questioni in cui
riesco a vedere con più chiarezza di loro.» E
visto che Ósvífr prendeva la questione così di
punta, Guðrún non rifiutò ma fu comunque
assai riluttante. I figli di Ósvífr erano molto
favorevoli e pensavano che fosse un grande
onore per loro imparentarsi con Bolli. Ma che
se ne parlasse tanto o poco, alla fine fu deciso
che i due fossero promessi e le nozze furo-
no fissate nel periodo delle notti invernali.32
Bolli tornò a Hjarðarholt e riferì la decisione
a Ólafr, che si dimostrò poco entusiasta; poi
rimase a casa finché non venne il momento di
partire per il festino. Invitò il suo congiunto
Ólafr, che sebbene restio accondiscese alla
richiesta di Bolli. Il banchetto a Laugar fu
molto sontuoso. Bolli rimase lì per tutto l’in-
verno ma da parte di Guðrún non ci fu molto
affetto nei suoi confronti.
156

Con l’arrivo dell’estate le navi ricomincia-


rono a fare la spola tra i due paesi e in Nor-
vegia si venne a sapere che l’Islanda era tut-
ta convertita. Il re Ólafr ne fu molto felice e
diede il permesso a tutti gli uomini che aveva
tenuto in ostaggio di salpare per l’Islanda o
per qualsiasi altro luogo volessero. Kjartan ri-
spose, perché era il portavoce tra gli ostaggi:
«Vi ringraziamo molto, ci dirigeremo verso
l’Islanda quest’estate.» Allora re Ólafr dis-
se: «Non intendiamo rimangiarci la parola,
Kjartan, ma l’avevamo promesso più agli altri
che a te, perché ti stimiamo talmente, Kjar-
tan, che sei rimasto qui in amicizia più che
in ostaggio. Vorrei che non avessi intenzione
di partire per l’Islanda, nonostante i paren-
ti illustri che hai là, perché in Norvegia puoi
avere le stesse opportunità non meno che in
Islanda.» Al che Kjartan rispose: «Possa no-
stro Signore ricompensarvi per l’onore che
mi avete mostrato dal momento in cui sono
entrato al vostro servizio. Eppure mi aspet-
to che vogliate garantirmi il permesso, non
meno che agli altri che avete trattenuto pres-
so di voi in questo periodo.» Il re assicurò
che così era, ma aggiunse che sarebbe stato
difficile trovare tra gli uomini degni uno del
rango di Kjartan.
Quell’inverno Kálfr Ásgeirsson era rima-
sto in Norvegia dopo essere andato in autun-
no in Inghilterra con la nave che apparteneva
a lui e a Kjartan e le merci di scambio, ma
ora che Kjartan aveva ottenuto il permesso
di partire per l’Islanda lui e Kálfr comincia-
rono a prepararsi. Quando la nave fu com-
pletamente armata Kjartan andò a trovare
157

Ingibjörg, la sorella del re. Lei l’accolse bene,


gli fece spazio perché si sedesse accanto a lei e
si misero a parlare. Allora Kjartan rivelò a In-
gibjörg che aveva allestito la partenza per l’I-
slanda. Al che lei rispose: «Sospetto, Kjartan,
che tu l’abbia fatto di tua iniziativa, piuttosto
che altri ti abbiano spinto a lasciare la Norve-
gia per tornare in Islanda.» Dopo di che non
ebbero più molto da dirsi. Ingibjörg si sporse
a prendere un cofanetto che era lì vicino, ne
estrasse un copricapo bianco ricamato d’oro
e lo donò a Kjartan dicendo che sperava che
a Guðrún Ósvífrsdóttir avrebbe fatto piace-
re indossarlo – «dalle questo copricapo come
dono di nozze. Voglio che le donne islande-
si vedano che la donna con cui ti sei intrat-
tenuto qui in Norvegia non è della schiatta
degli schiavi.» Era contenuto in una custodia
di stoffa pregiata ed era un manufatto molto
prezioso. «Non verrò a salutarti», disse In-
gibjörg, «va’, ti auguro tanta fortuna.» Dopo
di che Kjartan si alzò e abbracciò Ingibjörg, e
tutti dissero che la verità era che a entrambi
dispiaceva doversi separare.
Kjartan se ne andò e raggiunse il re per
dirgli che era pronto a partire. Re Ólafr ac-
compagnò Kjartan alla nave con un ampio se-
guito e quando arrivarono all’ormeggio c’era
una sola passatoia dalla nave alla riva. Allora
il re disse: «Desidero donarti questa spada,
Kjartan, prima di salutarti. Portala sempre
con te perché prevedo che nessun’arma ti fe-
rirà finché porti questa spada.» Era un dono
molto prezioso e grandemente decorato. Kjar-
tan ringraziò il re con belle parole per tutto
l’onore e il rispetto che gli aveva dimostrato
158

quando era stato in Norvegia. Allora il re gli


disse: «Kjartan, voglio chiederti di mantene-
re la tua fede.» Dopo di che si salutarono con
molto affetto e Kjartan salì sulla nave. Il re ri-
mase a guardarlo e disse: «Grande è il valore
di Kjartan e della sua gente, ma sarà difficile
alterare il destino che li attende.»
44

Kjartan e Kálfr salparono, trovarono un buon


vento e rimasero poco tempo in mare, approda-
rono alla bocca del Hvítá nel Borgarfjörðr. La
notizia dell’arrivo di Kjartan si sparse in fret-
ta, lo venne a sapere anche suo padre Ólafr e
gli altri parenti e tutti ne furono molto felici.
Ólafr partì a cavallo e dall’ovest, da Dalir, rag-
giunse il Borgarfjörðr a sud; tra padre e figlio
ci fu un incontro molto gioioso e Ólafr invitò
Kjartan a stare da lui con tutti gli uomini che
voleva. Kjartan accettò con piacere e disse che
era l’unico posto dove desiderava stare. Ólafr e
i suoi uomini tornarono a Hjarðarholt e Kjartan
rimase presso la nave per tutta l’estate; venne a
sapere del matrimonio di Guðrún e non mo-
strò alcuna reazione, anche se per molti la cosa
era stata motivo di inquietudine. Guðmundr
Sölmundarson, il cognato di Kjartan, e sua
sorella Þuríðr andarono a trovarlo alla nave e
Kjartan li accolse bene. Anche Ásgeir Testa-
calda raggiunse la nave per trovare suo figlio
Kálfr, insieme a sua figlia Hrefna che era una
donna molto bella. Kjartan chiese a sua sorella
Þuríðr di scegliere tutti gli articoli che voleva,
e lo stesso disse Kálfr a Hrefna. Kálfr aprì un
grande baule e chiese alle donne di esaminar-
ne il contenuto. Quello stesso giorno il vento si
intensificò e Kjartan e Kálfr dovettero correre
ad assicurare la nave. Quando ebbero finito
tornarono all’accampamento e Kálfr entrò per
160

primo. Þuríðr e Hrefna avevano estratto qua-


si tutto il contenuto dal baule e a quel punto
Hrefna tirò fuori il copricapo e cominciò a
scartarlo. Entrambe concordarono che si trat-
tava di un oggetto molto prezioso. Hrefna dis-
se che le sarebbe piaciuto provarlo e Þuríðr la
trovò una buona idea, così Hrefna se lo mise.
Quando Kálfr se ne accorse le disse che non
avrebbe dovuto, e le chiese di toglierlo imme-
diatamente – «perché è l’unico oggetto che non
appartiene a tutti e due.» E mentre ne discute-
vano, Kjartan entrò nell’accampamento; aveva
sentito la loro conversazione e disse subito che
non era un problema. Hrefna aveva ancora il
copricapo in testa. Kjartan la guardò con atten-
zione e le disse: «Mi pare che ti stia molto bene
quel copricapo, Hrefna. Credo che la miglior
cosa per me sia tenermi entrambi, il copricapo
e la donna.» Allora Hrefna gli rispose: «Tutti si
aspettano che tu non ti voglia accasare in ma-
niera precipitosa, e che otterrai qualsiasi don-
na chiederai in moglie.» Kjartan disse che non
aveva molta importanza quale donna sposasse,
ma lasciò intendere che non aveva intenzione di
restare a lungo un pretendente. Hrefna si tol-
se il copricapo e lo porse a Kjartan che lo mise
via. Guðmundr e Þuríðr invitarono Kjartan a
far loro visita a nord quell’inverno, e Kjartan
promise che l’avrebbe fatto. Kálfr Ásgeirsson se
ne tornò a nord con suo padre e lui e Kjartan si
spartirono le merci in armonia e amicizia.
Kjartan partì a cavallo per raggiungere
Dalir in un gruppo di dodici uomini, arri-
vò a casa a Hjarðarholt e tutti furono molto
contenti di vederlo arrivare. Quell’autunno
fece trasferire le sue merci dalla nave fino al
161

nord e gli altri undici uomini rimasero tutti a


Hjarðarholt durante l’inverno. Ólafr e Ósvífr
continuarono le solite abitudini di sempre e
facevano a turno a invitarsi a vicenda.
Quell’autunno Ólafr e quelli di Hjarðarholt
dovevano andare a trovare la famiglia di Lau-
gar. Guðrún confidò a Bolli che aveva l’im-
pressione di non aver saputo tutta la verità sul
ritorno di Kjartan. Bolli sostenne che le aveva
detto quello che sapeva per vero. Guðrún si
esprimeva poco sulla faccenda, ma era ovvio
che non le piaceva affatto e molti dicevano che
rimpiangeva molto Kjartan benché lo nascon-
desse. Infine arrivò il momento della visita
autunnale a Laugar. Ólafr si preparò a partire
e chiese a Kjartan di accompagnarlo, ma lui
disse che sarebbe rimasto a casa a badare alla
fattoria. Ólafr lo pregò di non farlo per non
indisporre i suoi parenti: «Ricordati, Kjartan,
che non hai amato mai nessuno come il tuo
fratellastro Bolli. Voglio che tu venga, sono
sicuro che appianerete subito i vostri screzi ap-
pena vi vedrete.» Kjartan fece quello che suo
padre gli chiedeva, indossò l’abito di scarlatto
che gli aveva regalato il re Ólafr prima della
partenza, si agghindò con dei monili e si cinse
della spada dono del re. Sulla testa portava un
elmo intarsiato d’oro e al fianco uno scudo ros-
so con la santa croce d’oro sopra; teneva anche
una lancia con il fodero intarsiato d’oro. Tutti
i suoi uomini indossavano abiti colorati. Erano
più di venti. Partirono a cavallo da Hjarðarholt
e raggiunsero Laugar, dove si era già riunito
un gran numero di persone.
45

Bolli e i figli di Ósvífr andarono incontro a Óla-


fr e ai suoi e li accolsero bene. Bolli si avvicinò
a Kjartan e lo salutò con un bacio, e Kjartan ac-
cettò il saluto. Poi furono accompagnati all’in-
terno. Bolli era felicissimo, Ólafr appariva molto
contento, ma Kjartan era piuttosto laconico. La
festa andò molto bene. Bolli aveva una squadra
di cavalli considerati eccellenti: lo stallone era
grande e di bella fattura, bianco con le orecchie
e il ciuffo rossi, e non era mai venuto meno in
battaglia; le quattro giumente erano dello stesso
colore del cavallo. Bolli voleva regalare i cavalli
a Kjartan, ma lui disse di non essere un appas-
sionato e non volle accettarli. Ólafr lo pregò di
accettare – «sono un dono molto prestigioso.»
Kjartan rifiutò categoricamente, così si separa-
rono senza alcun affetto; quelli di Hjarðarholt
tornarono a casa e per tutto l’inverno non ac-
cadde nient’altro. Kjartan fu insolitamente in-
troverso in quei mesi e gli altri non trovavano
più alcun diletto a parlare con lui. Per Ólafr era
un grande dispiacere.
Quell’inverno dopo Natale Kjartan si pre-
parò a tornare a casa insieme a undici seguaci;
volevano raggiungere i distretti del nord così
cavalcarono finché non arrivarono nella Víði-
dalr e nella fattoria di Ásbjarnarnes, dove Kjar-
tan fu accolto con grande affetto e cordialità.
L’edificio era grandioso. Il figlio di Guðmundr,
Hallr, era un adolescente e assomigliava mol-
163

to ai parenti della Laxárdalr; si dice che fosse


l’uomo più determinato di tutto il quarto set-
tentrionale.33 Hallr accolse il suo parente Kjar-
tan con molto affetto. Erano stati organizzati
dei giochi ad Ásbjarnarnes e vi si erano raccolte
molte persone provenienti da tutto il distret-
to: Erano venuti da ovest, dal Miðfjörðr, dalla
Vatnsnes e dalla Vatnsdalr, e addirittura dalla
Langadalr, c’era un gran numero di persone e
tutti commentarono che persona eccezionale
fosse Kjartan. Poi si iniziò a formare le squadre
e Hallr, che doveva scegliere, invitò Kjartan a
giocare: «Parente, vogliamo che tu ci faccia la
cortesia di partecipare.» Kjartan rispose: «Non
ho fatto una gran pratica di giochi, ultimamen-
te, perché al servizio del re Ólafr dovevamo oc-
cuparci di altre faccende. Ma per questa volta
non voglio rifiutare.» E così si preparò a parte-
cipare. Gli uomini della squadra opposta era-
no i più forti; il gioco durò tutto il giorno ma
nessuno riuscì a superare Kjartan, né in forza
né in agilità. Verso sera, quando i giochi si fu-
rono conclusi, Hallr Guðmundarson si alzò e
disse: «È desiderio mio e di mio padre che tutti
coloro che hanno coperto lunghe distanze per
arrivare fin qui si fermino per la notte, in modo
che possiamo continuare l’intrattenimento do-
mani.» L’offerta fu accolta molto bene e fu rite-
nuta molto generosa. Anche Kálfr Ásgeirsson
era presente e lui e Kjartan apprezzarono molto
la reciproca compagnia; c’era anche sua sorella
Hrefna, tutta agghindata. Oltre cento persone
si fermarono a casa loro per la notte, e il gior-
no dopo si formarono di nuovo le squadre, ma
stavolta Kjartan rimase seduto a guardare. Sua
sorella Þuríðr gli si avvicinò e gli disse: «Mi
164

riferiscono che sei stato piuttosto taciturno per


tutto l’inverno. La gente dice che è perché rim-
piangi Guðrún. Dicono anche che non c’è più
alcun affetto tra te e il tuo fratellastro Bolli, no-
nostante tutto l’amore che c’è sempre stato tra
di voi. Ti prego, cerca come puoi di metterci
una pietra sopra, non invidiare al tuo parente
un buon matrimonio. Ci sembra sensato che
tu prenda moglie, come hai suggerito la scorsa
estate, anche se Hrefna non è al tuo pari, per-
ché in questo paese non troverai nessuna don-
na che lo sia. Suo padre Ásgeir è un uomo di
valore e di buona famiglia, non gli mancano ric-
chezze per rendere allettante la richiesta. L’al-
tra figlia è andata in moglie a un uomo ricco, e
tu stesso mi hai detto che Kálfr Ásgeirsson è un
uomo estremamente capace. La loro situazione
è molto buona. È mio volere che tu parli con
Hrefna, mi aspetto che la troverai intelligente
quant’è bella.» Kjartan concordò e disse che si
era espressa con buon senso. Dopo di che fu
predisposto che parlasse con Hrefna e i due si
intrattennero a conversare tutto il giorno. Ver-
so sera Þuríðr chiese a Kjartan che impressio-
ne aveva avuto della chiacchierata con Hrefna
e lui si espresse favorevolmente, disse che era
una donna molto in gamba in tutto, per quanto
avesse potuto capire. Il mattino dopo furono
mandati degli uomini da Ásgeir per invitarlo
ad Ásbjarnarnes, così iniziarono le trattative
per l’offerta di matrimonio e Kjartan chiese in
moglie Hrefna, la figlia di Ásgeir. Lui accolse
positivamente la proposta, perché era un uomo
saggio e sapeva valutare l’onore che gli stavano
offrendo. Kálfr ne era entusiasta: «Non bade-
rò a spese.» Da parte sua Hrefna non rifiutò
165

affatto, ma disse che doveva deciderne suo


padre, e a quel punto l’accordo fu raggiunto e
siglato davanti a testimoni. Kjartan non vole-
va sentir parlare d’altro che di tenere la festa
a Hjarðarholt, e Ásgeir e Kálfr non si dissero
contrari, così la festa di matrimonio fu fissata a
Hjarðarholt cinque settimane prima della fine
dell’estate. Dopo di che Kjartan tornò a casa
con grandi doni. Ólafr gradì molto la notizia,
perché Kjartan era assai più allegro di quando
era partito da casa.
Per la Quaresima Kjartan osservò il digiuno
a secco, unico esempio qui in Islanda, perché
si dice sia stato il primo a seguire un digiuno
del genere nel nostro paese.34 A tutti sembrava
davvero incredibile che Kjartan potesse vive-
re così a lungo senza cibo, e c’era chi copriva
grandi distanze per andare a vederlo. In que-
sto modo come in altri la condotta di Kjartan
superava quella di tutti gli altri uomini. Poi la
Pasqua trascorse. Dopo di che Kjartan e Ólafr
organizzarono una grande festa. Ásgeir e Kálfr
arrivarono da nord al momento stabilito insie-
me a Guðmundr e Hallr, e tutti insieme erano
in sessanta. Anche Kjartan aveva invitato mol-
te persone, il banchetto fu molto sontuoso e
durò una settimana. Kjartan offrì a Hrefna il
copricapo come dono di nozze, e il regalo fu
molto rinomato in tutto il paese perché non
esisteva nessuno talmente saggio o ricco da
aver visto o posseduto un tesoro del genere. A
quanto sostengono persone affidabili, nel co-
pricapo erano intessute otto once d’oro. Kjar-
tan era talmente felice alla festa che allietò
tutti con la sua conversazione e con i racconti
dei suoi viaggi all’estero. La gente rimaneva
166

impressionata da quanto avesse da raccontare


dopo aver servito sotto il più degno dei capi,
re Ólafr Tryggvason. A festa conclusa Kjartan
scelse ottimi doni per Guðmundr e per Hallr e
per gli altri uomini illustri. Padre e figlio gua-
dagnarono molto rispetto con quel festino, e
tra Kjartan e Hrefna ci fu molto amore.
46

Ólafr e Ósvífr mantennero la loro amicizia


benché ci fosse qualche contrasto tra i giova-
ni. Quell’estate Ólafr gli aveva esteso un invito
per due settimane prima dell’inizio dell’in-
verno, e Ósvífr aveva fatto la stessa cosa per
le notti invernali; si erano invitati a vicenda
con tutti gli uomini che ciascuno riteneva
onorevole portare al seguito. Adesso toccava
a Ósvífr andare a trovare Ólafr e al momento
stabilito si presentò a Hjarðarholt. Insieme a
lui c’erano Bolli, Guðrún e i figli di Ósvífr. Il
mattino dopo, mentre attraversavano la sala,
una delle donne si mise a discutere di come si-
stemare i posti e il discorso cadde proprio nel
momento in cui Guðrún raggiungeva il letto
in cui di solito dormiva Kjartan, che era lì e
si stava vestendo, si infilava la tunica rossa di
scarlatto. Allora Kjartan si rivolse alla donna
che aveva menzionato la disposizione dei posti
e le rispose con estrema prontezza: «Hrefna
avrà il posto d’onore, e finché vivo sarà trattata
con grande rispetto in ogni situazione.» Ma in
precedenza era sempre stata Guðrún ad avere
il posto d’onore, a Hjarðarholt come altrove;
Guðrún sentì, si voltò a guardare Kjartan e
cambiò colore ma non disse niente.
Il giorno successivo Guðrún chiese a
Hrefna di indossare il copricapo, perché tutti
potessero vedere il più bel tesoro che fosse mai
giunto in Islanda. Kjartan si trovava lì vicino,
168

benché non vicinissimo, e sentì cosa aveva det-


to Guðrún, e fu più pronto di Hrefna a rispon-
dere: «Non indosserà il copricapo alla festa,
perché per me è più importante che Hrefna
possegga questo cimelio, piuttosto che fornire
ai nostri ospiti uno svago per gli occhi in que-
sta occasione.» Il banchetto di Ólafr doveva
durare una settimana. Il giorno dopo Guðrún
chiese a Hrefna di mostrarle il copricapo in
privato e lei accettò, così il giorno dopo anda-
rono nell’edificio esterno dove stavano i beni
di valore; Hrefna aprì la cassa, prese la custo-
dia di tessuto prezioso e ne estrasse il copri-
capo per mostrarlo a Guðrún. Lei lo svolse e
lo osservò per qualche momento, ma non ne
espresse né un disprezzo né una lode. Allora
Hrefna lo prese e lo ripose al suo posto. Dopo
di che tornarono al divertimento e all’allegria.
Il giorno in cui gli invitati dovevano ripar-
tire, Kjartan era molto impegnato ad aiutare
chi era venuto da lontano a cambiare i cavalli
e assistere gli altri in tutto ciò di cui potevano
avere bisogno, e non portava la spada, dono
del re, perché se l’era tolta per occuparsi di tali
incombenze, benché la abbandonasse di rado.
Poi si recò al posto in cui la riponeva sempre
e si accorse che mancava, quindi andò da suo
padre a riferirgli della scomparsa. Ólafr disse:
«Dobbiamo cercare di non dirlo a nessuno, ma
manderò degli uomini a spiare ogni gruppo che
parte.» E così fece. Án il Bianco doveva accom-
pagnare la comitiva di Ósvífr e prestare atten-
zione nel caso in cui qualcuno avesse lasciato il
gruppo o si fosse attardato. Cavalcarono lungo
il Ljárskógar e fecero tappa nella fattoria che si
chiama Skógar, dove si fermarono e smontaro-
169

no da cavallo. Þórólfr, il figlio di Ósvífr, si allon-


tanò dalla fattoria insieme a qualcun altro dei
suoi uomini e sparì tra i cespugli mentre gli altri
facevano una sosta nel bosco. Án li accompa-
gnò fino al punto in cui il fiume Laxá esce dalla
Sælingsdalr, e lì annunciò che sarebbe tornato
indietro. Þórólfr disse che non gli sarebbe di-
spiaciuto anche se non li avesse accompagnati
affatto. La notte precedente era caduto un leg-
gero strato di neve così era possibile seguire le
orme. Án tornò a cavallo verso il bosco e seguì
le orme di Þórólfr che portavano a una palude o
a un acquitrino. Si mise a tastare in quel punto
e sentì che stava toccando l’elsa di una spada.
Volendo avere dei testimoni, Án tornò a cavallo
fino a Sælingsdalstunga per chiamare Þórarinn
e farsi accompagnare a prendere la spada, dopo
di che la restituì a Kjartan, che l’avvolse in un
panno e la ripose in una cassa. Da allora il posto
in cui Þórólfr e i suoi avevano nascosto il dono
del re si chiama Sverðskelda, ovvero «pantano
della spada». Kjartan non apprezzò più la spa-
da come prima; c’era rimasto male e non voleva
lasciargliela passare liscia. Ólafr disse: «Non
prendertela. Hanno giocato un brutto tiro, ma
non hai riportato alcun danno. Non diamo agli
altri motivo di ridere di noi dando il via a una
polemica contro amici e parenti.» E a queste
parole di Ólafr, Kjartan lasciò perdere.
Dopo di che Ólafr si preparò per l’invito
a Laugar durante la festa delle notti invernali
e chiese a Kjartan di accompagnarlo. Kjartan
era riluttante ma alla fine promise di andare,
assecondando le preghiere di suo padre. An-
che Hrefna sarebbe andata e voleva lasciare a
casa il copricapo, ma Þorgerðr, la padrona di
170

casa, le chiese: «Quando pensi di metterti un


cimelio del genere, se lo lasci nel baule quando
vai alle feste?» Hrefna rispose: «Molti sosten-
gono che farei meglio ad andare dove conto
meno invidiosi che a Laugar.» Þorgerðr disse:
«Io non presto fede a certa gente che sparge
maldicenze da una fattoria all’altra.» E visto
che Þorgerðr ci teneva tanto, Hrefna accon-
sentì a portare il copricapo e anche Kjartan
non si disse contrario quando capì quanto
sua madre lo desiderava. Dopo di che si pre-
pararono a partire, arrivarono a Laugar verso
sera e furono ben accolti. Þorgerðr e Hrefna
consegnarono i loro indumenti perché fossero
tenuti in custodia, e la mattina dopo, quando
le donne dovevano vestirsi, Hrefna andò a cer-
care il suo copricapo ma non era dove l’aveva
lasciato; lo cercarono ovunque ma non si tro-
vò. Guðrún disse che molto probabilmente l’a-
veva lasciato a casa oppure l’aveva infagottato
senza troppa cura e l’aveva perso per strada.
Hrefna andò a dire a Kjartan che il copricapo
era sparito e lui le rispose dicendo che questa
volta non sarebbe stato facile tenerli d’occhio,
però le chiese di non fare niente per il momen-
to e andò a riferire a suo padre che cosa era
successo. Ólafr rispose: «Come in precedenza,
voglio chiederti di lasciar perdere e di cercare
di ignorare questa seccatura. Cercherò il co-
pricapo di nascosto, perché voglio fare di tutto
per evitare una frattura tra te e Bolli. La pelle
sana si fascia meglio di quella ferita», gli dis-
se. Kjartan rispose: «È ovvio, padre, che vuoi
pensare bene di tutti, ma non sono sicuro di
essere disposto a lasciarmi mettere sotto i pie-
di in questo modo dalla gente di Laugar.»
171

Il giorno in cui dovevano partire e lascia-


re la festa, Kjartan prese la parola e disse:
«Ti avverto, Bolli. In futuro dovrai trattarci
con più rispetto di quanto hai fatto finora.
Stavolta non lo passerò sotto silenzio, per-
ché tutti già sanno che qui sono sparite del-
le cose e sospettiamo che abbiano trovato il
modo di entrare in tuo possesso. Lo scorso
autunno, quando abbiamo tenuto la festa
a Hjarðarholt, mi è stata sottratta la spada,
che poi è tornata, ma priva del fodero. Ades-
so è sparito il manufatto che tutti ritengono
di inestimabile valore. A questo punto rivo-
glio entrambe le cose.» Allora Bolli rispose:
«Non siamo colpevoli di nessuna delle due
accuse che ci rivolgi, Kjartan. Non mi sarei
mai aspettato che tu ci incolpassi di furto.»
Kjartan disse: «Riteniamo che avresti potuto
offrire consigli migliori alle persone coinvol-
te in questa faccenda, se avessi voluto. Stai
superando te stesso, con questi insulti nei no-
stri confronti. Abbiamo cercato di ignorare la
tua inimicizia verso di noi per troppo tempo,
ti faccio presente che da qui in avanti non la
tollererò più.» Allora Guðrún rispose e dis-
se: «Stai attizzando delle braci, Kjartan, che
sarebbe meglio lasciare estinguere. Anche
se fosse vero che qualcuno qui sia coinvolto
nella scomparsa del copricapo, io penso che
non abbiano fatto che il loro dovere. Credi
quello che vuoi, sulla scomparsa del cappello.
Ma non mi pare un gran peccato che Hrefna
possa sfoggiarlo ben poco, da ora in poi.»
Dopo di che si separarono con modi alquanto
asciutti. Quelli di Hjarðarholt ripartirono in
sella ai loro cavalli e le visite reciproche ces-
172

sarono, ma non accadde altro. Del copricapo


non si seppe più nulla, ma alcuni dicono per
certo che Þórólfr l’avesse buttato nel fuoco
su ordine di sua sorella Guðrún. All’inizio di
quell’inverno Ásgeir Testacalda morì e i suoi
figli ereditarono la fattoria e le sue sostanze.
47

Quell’inverno dopo Natale Kjartan raccolse


degli uomini e costituì un gruppo di sessanta
persone. Non parlò a suo padre dei suoi pro-
getti, ma da parte sua Ólafr dimostrò scarso
interesse. Kjartan prese con sé tende e prov-
viste, partì e arrivò a Laugar, dove chiese ai
suoi uomini di smontare da cavallo e disse ad
alcuni di loro di rimanere a bada dei cavalli
mentre altri avrebbero piantato le tende. In
quel periodo era usanza avere i servizi ester-
ni non troppo vicino alla fattoria, com’era il
caso di Laugar. Kjartan sistemò degli uomini
davanti a tutti gli accessi della casa e impedì a
chi era dentro di uscire, così dovettero scari-
carsi all’interno per tre giorni interi. Dopo di
che Kjartan rientrò a Hjarðarholt e i suoi com-
pagni tornarono a casa. A Ólafr non piacque
per niente questa sua spedizione, ma Þorgerðr
disse che non c’era bisogno di rimproverarlo
perché quelli di Laugar meritavano un tale
disonore, se non di peggio. Allora Hrefna dis-
se: «Kjartan, hai parlato con qualcuno, a Lau-
gar?» Lui le rispose: «Non ne ho avuto molte
occasioni», poi disse di aver scambiato qual-
che parola con Bolli. Allora Hrefna gli disse
sorridendo: «Mi riferiscono per certo che tu e
Guðrún avete chiacchierato insieme, ho persi-
no saputo com’era vestita, so che si era messa il
copricapo che le stava particolarmente bene.»
Kjartan rispose arrossendo molto; fu chiaro
174

a tutti che si era arrabbiato perché lei l’aveva


detto in tono di scherno. «Non mi è capitato di
vedere nulla di quel che dici, Hrefna» dichia-
rò Kjartan, «e comunque Guðrún non avreb-
be bisogno di agghindarsi con un cappello per
apparire più bella di tutte le altre donne.» Al-
lora Hrefna la piantò con quei discorsi.
Gli uomini di Laugar furono molto secca-
ti e ritenevano che Kjartan avesse fatto loro
un’offesa peggiore che se avesse ucciso uno
o due dei loro uomini. I figli di Ósvífr erano
i più furiosi mentre Bolli cercava di sminuire
la questione. Guðrún non disse quasi niente,
ma dalle poche parole che proferì tutti riten-
nero che la cosa le stesse a cuore non meno
degli altri. A questo punto era palese che tra
la gente di Laugar e quella di Hjarðarholt si
fossero aperte le ostilità. Alla fine dell’inver-
no Hrefna diede alla luce un bimbo, era un
maschio e fu chiamato Ásgeir.
Þórarinn, il colono di Tunga, fece sapere
di aver intenzione di vendere la sua tenuta,
perché aveva bisogno di denaro ed era anche
preoccupato dell’inimicizia tra le famiglie del
distretto, mentre lui era affezionato a entram-
be le casate. Bolli riteneva di dover comprare
una fattoria perché a Laugar avevano pochi
terreni e tanto bestiame, così lui e Guðrún ca-
valcarono fino a Tunga su consiglio di Ósvífr.
Pensavano che fosse un gran colpo di fortuna
potersi accaparrare quella fattoria situata così
vicina e Ósvífr li aveva pregati di non lasciarsi
scappare l’occasione per una piccola differen-
za di prezzo. Quindi discussero l’affare con
Þórarinn, trovarono un accordo sul prezzo e
sulle modalità di pagamento e l’accordo tra lui,
175

Guðrún e Bolli fu concluso. Però non c’erano


testimoni, perché i presenti non bastavano a
rendere legale l’acquisto. Dopo di che Bolli e
Guðrún tornarono a casa.
Quando Kjartan Ólafsson venne a sapere la
cosa montò subito a cavallo e partì con altri
undici uomini per arrivare a Tunga di primo
mattino. Þórarinn gli riservò una buona acco-
glienza e gli propose di fermarsi. Kjartan disse
di dover tornare a casa entro sera, ma si sareb-
be fermato volentieri un poco, così Þórarinn
gli chiese quale motivo lo portava fin lì. Kjar-
tan rispose: «Il motivo per cui sono venuto fin
qui è ridiscutere l’accordo che hai concluso
con Bolli, perché non sono d’accordo che tu
venda il terreno a Bolli e Guðrún.» Þórarinn
gli disse che non avrebbe potuto fare altro –
«perché il prezzo che Bolli mi ha proposto per
il terreno è molto alto e me lo salderà in poco
tempo.» Kjartan disse: «Non avrai problemi
economici, anche se Bolli non ti compra il
terreno, perché io te lo comprerò per lo stes-
so prezzo, e non ti sarà sufficiente rifiutarmi
ciò che voglio perché intendo essere io il più
autorevole in questo distretto, e dimostro più
rispetto per le opinioni altrui di quanto fac-
ciano quelli di Laugar.» Þórarinn rispose: «La
parola del padrone è legge in questo caso, ma
preferirei sinceramente che l’accordo che ho
stipulato con Bolli rimanesse com’è.» Allora
Kjartan ribatté: «Quello non lo chiamo cer-
to un accordo di vendita, visto che non c’era-
no testimoni. A questo punto o ti convinci a
vendermi subito quei terreni alle stesse con-
dizioni che hai accettato dagli altri, oppure ti
tieni i tuoi terreni per te.» Þórarinn scelse di
176

vendergli la terra e stavolta erano presenti dei


testimoni al momento dell’acquisto. Dopo di
che Kjartan tornò a casa. La cosa si venne a
sapere in tutte le valli del Breiðafjörðr e quella
stessa sera lo vennero a sapere anche a Laugar.
Al che Guðrún disse: «Mi sembra, Bolli, che
Kjartan ti abbia messo davanti a due opzio-
ni, più complicate di quelle che ha proposto
a Þórarinn: o tu gli lasci tutto il distretto in
mano ottenendone ben poco onore, oppure ti
dimostri meno smidollato di quanto hai fatto
finora, la prossima volta che vi incontrerete.»
Bolli non rispose e se ne andò. Le cose rima-
sero tranquille fino alla fine della Quaresima.
Il terzo giorno di Pasqua Kjartan partì da
casa a cavallo in compagnia di un altro uomo,
Án il Nero, e arrivò a Tunga durante il giorno.
Kjartan voleva che Þórarinn si recasse con lui
a Saurbæjar a ovest per concedergli il trasfe-
rimento dei crediti, perché Kjartan ne aveva
di considerevoli in quelle zone. Ma Þórarinn
non c’era, era andato in una fattoria vicina,
così Kjartan si fermò per un po’ ad aspettarlo.
Quello stesso giorno arrivò Þórhalla la Ciar-
lona, che chiese a Kjartan dove intendesse
andare; lui le disse che voleva andare a ovest,
a Saurbær. Lei gli chiese: «Che strada fai?»
Kjartan rispose: «Passerò dalla Sælingsdalr
all’andata e taglierò per la Svínadalr al ritor-
no.» Lei gli chiese quanto si sarebbe fermato,
e Kjartan rispose: «Probabilmente tornerò
giovedì.» «Potresti farmi un piacere lungo la
strada?» gli disse Þórhalla. «Ho un paren-
te a ovest, a Saurbær nella Hvítadalr, che mi
ha promesso mezzo marco di tessuto. Vorrei
che tu lo andassi a prendere e me lo portassi.»
177

Kjartan le promise che l’avrebbe fatto. Quan-


do Þórarinn rincasò ripartì subito con loro.
Cavalcarono verso ovest sulla Sælingsdalsheiði
e verso sera arrivarono a Hóll dai due fratel-
li. Kjartan ricevette una buona accoglienza
perché era in rapporti di amicizia con loro.
Quella stessa sera Þórhalla la Ciarlona tornò
a casa a Laugar e i figli di Ósvífr le chiesero
se quel giorno avesse incontrato qualcuno. Lei
rispose di aver incontrato Kjartan Ólafsson,
così le chiesero dove stesse andando. Lei riferì
tutto quello che sapeva – «non era mai stato
più bello di adesso, non è strano che uomini
del genere pensino che tutto gli sia dovuto.»
Poi Þórhalla aggiunse: «Mi è sembrato anche
chiaro che l’unica cosa di cui a Kjartan face-
va piacere parlare era l’acquisto dei terreni di
Þórarinn.» Guðrún obiettò: «Kjartan potrà
anche permettersi di agire con tutta l’auda-
cia che vuole, perché l’esperienza insegna che
qualsiasi offesa rivolga, nessuno osa mai dargli
contro.» Sia Bolli che i figli di Ósvífr avevano
udito le parole di Þórhalla e di Guðrún, ma
Óspakr e i suoi fratelli non ribatterono, a par-
te pronunciare qualche parola di sprezzo nei
confronti di Kjartan come d’abitudine. Bolli
finse di non sentire, come sempre faceva quan-
do Kjartan veniva criticato, perché in genere
taceva oppure si esprimeva in sua difesa.
48

Il quarto giorno di Pasqua Kjartan rimase a


Hóll, dove c’era gran divertimento e molta
allegria. Di notte Án ebbe sonni disturbati,
tanto che gli altri lo svegliarono e gli chiesero
cosa avesse sognato. Lui rispose: «Una donna
dall’aspetto orribile mi veniva incontro e mi
strappava bruscamente dal letto. In una mano
aveva una daga e nell’altra delle fascine. Mi
appoggiava il cuneo sul petto e me lo spacca-
va, poi mi estraeva le viscere e al loro posto
ci metteva le fascine. Poi se ne andava» rac-
contò Án. Kjartan e gli altri risero molto per
il suo sogno e dissero che avrebbero dovuto
chiamarlo Án Budella Legnose, poi lo pal-
parono dicendo di voler sentire se aveva del
legno nella pancia. Al che Auðr disse: «Non
c’è bisogno che ci scherziate su. Suggerisco
che Kjartan si fermi ancora un po’, oppure se
vuole andarsene parta con una compagnia più
numerosa di quella con cui è venuto.» Kjartan
disse: «Può darsi che tu dia rilievo alle parole
di Án Budella Legnose, perché sta qui tutto il
giorno a chiacchierare con voi e pensate che
tutto quello che sogna sia profetico, ma io in-
tendo continuare come previsto, indipenden-
temente dal sogno.» Kjartan si preparò il gio-
vedì dopo Pasqua di primo mattino insieme a
Þorkell Cucciolo e suo fratello Knútr perché
Auðr aveva insistito tanto. Erano dodici in
tutto a cavalcare insieme a Kjartan. Raggiunse
179

la Hvítadalr e reclamò il tessuto di Þórhalla la


Ciarlona come le aveva promesso, poi cavalcò
verso sud nella Svínadalr.
Intanto a Laugar nella Sælingsdalr accadde
che Guðrún si alzò presto, quando il sole non
era ancora sorto, andò ai giacigli dei suoi fratelli
e svegliò Óspakr, che si era destato immedia-
tamente seguito dagli altri. Riconoscendo sua
sorella, Óspakr le chiese che cosa volesse in
piedi così presto, e Guðrún a sua volta gli do-
mandò che cosa avessero intenzione di fare quel
giorno. Óspakr rispose che sarebbe rimasto a
casa – «perché non c’è molto da fare, ancora.»
Guðrún replicò: «Con il vostro temperamento
avreste costituito un buon gruppo di figlie fem-
mine per un contadino, adatte a non fare né del
bene né del male; e con l’umiliazione e la ver-
gogna che vi ha inferto Kjartan, non vi disturba
il sonno che lui vi passi sotto casa a cavallo in
compagnia di un solo uomo: che memoria suina
che hanno, certe persone. Immagino di non po-
ter sperare che osiate andare a trovare Kjartan a
casa, se non osate nemmeno affrontarlo adesso
che passa di qui con un solo uomo o due a so-
stenerlo, anzi rimanete a casa a fare i grand’uo-
mini. Ah, se solo foste di meno.» Óspakr disse
che non gliele aveva certo risparmiate, ma am-
mise anche che era difficile replicare, così scattò
in piedi e si vestì, e come lui gli altri fratelli, uno
dopo l’altro, poi si organizzarono per tendere
un agguato a Kjartan. Guðrún chiese a Bolli di
andare anche lui, ma Bolli disse che per il bene
della sua amicizia con Kjartan non era giusto
che andasse, e le manifestò quanto amorevol-
mente l’aveva cresciuto Ólafr. Guðrún rispose:
«Quello che dici è vero, ma non sei abbastanza
180

fortunato da trovarti nella posizione di compia-


cere tutti, e se ti rifiuti di andare sarà la fine
della nostra vita insieme.» E con questi discorsi
di Guðrún il malanimo di Bolli nei confron-
ti di Kjartan crebbe tanto che andò subito a
prendere le armi, e si unì agli altri otto. Cinque
erano figli di Ósvífr: Óspakr, Helgi, Vandráðr,
Torráðr e Þórólfr; il sesto era Bolli e il settimo
Guðlaugr, il nipote di Ósvífr, un ragazzo pro-
mettente. Poi c’erano Oddr e Steinn, i figli di
Þórhalla la Ciarlona.
Cavalcarono fino alla Svínadalr e si ferma-
rono presso una forra che si chiama Hafragil,
legarono i cavalli e si sedettero. Bolli era rima-
sto silenzioso tutto il giorno e si distese in alto
sull’orlo del burrone. Quando Kjartan e i suoi
arrivarono a sud di Mjósyndi ed entrarono nel
punto in cui la valle si allarga, Kjartan disse a
Þorkell e agli altri che dovevano tornare indie-
tro, ma Þorkell insisté per accompagnarli fino
alla fine della valle. Quando giunsero vicino
a un capanno chiamata Norðursel, Kjartan
annunciò ai fratelli che non dovevano prose-
guire: «Non voglio che quel ladro di Þórólfr
rida di me perché non oso percorrere la mia
strada in compagnia di pochi uomini.» Þorkell
Cucciolo rispose: «Allora non ti proporremo
di accompagnarti oltre. Ma ci pentiremo se
non saremo presenti, quando oggi dovessi aver
bisogno di rinforzi.» Allora disse Kjartan: «Il
mio congiunto Bolli non mi sferrerà il colpo
mortale, ma se i figli di Ósvífr mi tenderan-
no un agguato, si starà a vedere chi racconterà
l’accaduto, anche se sono in svantaggio.» Allo-
ra i fratelli tornarono indietro.
49

Kjartan proseguì a sud lungo la valle solo con


altri due, Án il nero e Þórarinn. Un uomo
di nome Þorkell abitava a Hafratindar, nella
Svínadalr, che oggi è una fattoria abbandona-
ta. Quel giorno era andato a controllare i suoi
cavalli portando con sé il suo pastore. Dal
punto in cui si trovavano erano in grado di ve-
dere entrambi, gli uomini di Laugar che atten-
devano in agguato e Kjartan con gli altri due
che cavalcavano all’interno della valle. Allora
il pastore disse che dovevano tornare indietro
per andare incontro a Kjartan, disse che sareb-
be stata una gran fortuna se fossero riusciti a
evitare la complicazione che sembrava incom-
bere. «Sta’ zitto», gli disse Þorkell. «Sciocco,
credi di poter salvare la vita di chi è destinato
a morire? A dire la verità, non mi dispiacerà
stare a guardare che danni avranno il piacere
di infliggersi l’un l’altro. Penso che sarà meglio
trovare un posto che non ci esponga al peri-
colo, ma da dove potremo vedere l’incontro
e divertirci a guardarli, perché tutti dicono
che Kjartan è il miglior campione di chiunque
altro. Immagino che avrà bisogno di tutta la
sua prodezza, perché è evidente che tra i due
gruppi c’è parecchia differenza.» E così fecero
come voleva Þorkell.
Kjartan e i suoi stavano cavalcando verso
Hafragil. Intanto i figli di Ósvífr sospettava-
no che Bolli si fosse trovato un posto da cui
182

chiunque cavalcasse da ovest potesse indivi-


duarlo, così confabularono tra di loro, e aven-
do l’impressione che Bolli potesse tradirli, lo
raggiunsero sul pendio, finsero di lottare per
scherzo, lo presero per i piedi e lo tirarono più
in basso. Kjartan e i suoi si avvicinavano velo-
cemente perché cavalcavano molto in fretta, e
quando giunsero a sud del burrone distinsero
del movimento e riconobbero chi c’era. Kjartan
smontò prontamente da cavallo e si voltò verso
i figli di Ósvífr. C’era una grossa pietra, così
Kjartan disse di fermarsi lì ad aspettare l’at-
tacco. Però prima di scontrarsi Kjartan tirò la
lancia e colpì lo scudo di Þórólfr sopra l’impu-
gnatura, che dal contraccolpo gli finì in faccia;
la lancia trapassò lo scudo e gli penetrò nel
braccio al di sopra del gomito, recidendogli il
grande muscolo, così Þórólfr dovette mollare
lo scudo e il braccio fu inutilizzabile per tutto
quel giorno. Poi Kjartan brandì la spada, ma
non portava il dono del re. I figli di Þórhalla
aggredirono Þórarinn, perché questo era il
loro ruolo. Lo scontro era impegnativo, perché
Þórarinn era molto forte, ma anche quei due
erano molto robusti ed era difficile prevedere
chi sarebbe risultato vincitore. A quel punto i
figli di Ósvífr e Guðlaugr aggredirono Kjartan.
Erano in sei, mentre Kjartan e Án solo in due.
Án si difendeva bene e cercava di fare del suo
meglio per proteggere Kjartan, intanto Bolli
stava da parte a guardare, con Azzannazam-
pa. Kjartan sferrava dei gran colpi, più potenti
di quanto la spada potesse sopportare, perché
spesso doveva fermarsi a raddrizzarla con il
piede. I figli di Ósvífr e Án erano già feriti,
Kjartan ancora no, e combatteva con tale agili-
183

tà e fierezza che i figli di Ósvífr furono costret-


ti a indietreggiare sotto la violenza dei suoi
attacchi e si rivolsero ad Án, che cadde dopo
aver lottato per qualche tempo con le viscere
di fuori. In quello stesso istante Kjartan moz-
zò la gamba di Guðlaugr sopra il ginocchio,
e la ferita gli fu fatale. Allora i quattro figli di
Ósvífr attaccarono Kjartan ma lui si difende-
va così valorosamente che non arretrò affatto
davanti a loro. A quel punto Kjartan disse:
«Bolli, parente, perché sei partito da casa, se
volevi stare solo a guardare? Devi decidere da
che parte stare, e vedere di cosa è capace Az-
zannazampa.» Ma Bolli finse di non sentire, e
quando Óspakr si rese conto che non sarebbe-
ro stati capaci di avere la meglio su Kjartan, si
mise a esortarlo in ogni modo, disse che Bolli
non poteva desiderare che dopo si dicesse di
lui che era venuto meno alla promessa di aiu-
tarli nell’aggressione – «Kjartan si era già di-
mostrato duro con noi, anche se non avevamo
fatto altrettanto per provocarlo. Se riuscirà a
cavarsela, una dura punizione attenderà anche
te, Bolli, non meno di noi.» Allora Bolli brandì
Azzannazampa e si avventò su Kjartan. Così
Kjartan disse a Bolli: «Vuoi davvero compiere
un gesto spietato, congiunto, questo è certo,
ma preferisco di gran lunga ricevere da te il
colpo mortale piuttosto che sferrare il tuo.»
Poi Kjartan gettò le armi e non volle più di-
fendersi, non aveva molte ferite ma era assai
affaticato per lo scontro. Senza dare alcuna
risposta alle parole di Kjartan, Bolli gli sfer-
rò un colpo letale. Poi prese il suo corpo tra
le braccia e Kjartan gli morì sulle ginocchia.
Si pentì immediatamente del suo gesto e si di-
184

chiarò colpevole dell’assassino. Allora mandò


al distretto i figli di Ósvífr mentre lui attende-
va con Þórarinn accanto ai cadaveri. Appena i
figli di Ósvífr arrivarono a Laugar riferirono le
notizie. Guðrún si dimostrò soddisfatta, poi la
ferita della mano di Þórólfr venne fasciata ma
si rimarginò lentamente e gli diede sempre dei
problemi.
Il cadavere di Kjartan fu trasportato a casa a
Tunga. Poi Bolli tornò a Laugar e Guðrún gli
andò incontro per chiedergli quale momento
della giornata fosse. Bolli disse che era quasi
l’ora nona del giorno. Al che Guðrún disse:
«Che differenza, tra le incombenze mattutine.
Io ho lavorato dodici braccia di filato, mentre
tu hai ucciso Kjartan.» Bolli le rispose: «Mi
passerà a stento di mente questa sventura, an-
che se non me la rammenti.» Guðrún gli disse:
«Io non la considero una sventura. Credo che
tu godessi di molta più stima l’inverno in cui
Kjartan era in Norvegia che adesso, da quando
era tornato in Islanda ti ha sempre messo sot-
to i piedi. E in ultimo, cosa che a me sembra
molto più rilevante, c’è che Hrefna non andrà
a letto ridendo, questa sera.» Allora Bolli si
arrabbiò molto e disse: «Mi chiedo se impal-
lidirà più di te alla notizia, ho il sospetto che
saresti molto meno sconvolta se fossi stato io a
giacere sul campo di battaglia e Kjartan fosse
venuto ad avvertirti.» Guðrún si era accorta
che Bolli era molto arrabbiato, quindi gli dis-
se: «Non parlare così, perché ti sono molto
grata per il gesto. Adesso so che non agiresti
contro la mia volontà.» Poi i figli di Ósvífr an-
darono a nascondersi in un rifugio sottoterra
preparato per loro in segreto, mentre i figli di
185

Þórhalla furono inviati a Helgafell a riferire la


notizia al goði Snorri e anche per chiedergli di
mandare subito delle forze a sostenerli contro
Ólafr e i suoi uomini, che avrebbero cercato di
vendicare Kjartan.
La notte in cui si era verificato lo scontro ac-
cadde un evento a Sælingsdalstunga; Án, che
tutti ritenevano morto, si drizzò a sedere. Co-
loro che facevano la veglia ai corpi ne furono
molto spaventati e la ritennero una grande stra-
nezza. Allora Án disse loro: «Vi prego in nome
di Dio di non aver paura di me, perché ero vivo
e sempre cosciente fino al momento in cui ho
perso i sensi. Ho sognato la stessa donna che
era venuta da me in precedenza, mi sembrava
che mi togliesse le fascine dallo stomaco e mi
rimettesse a posto le viscere, dopo di che tor-
navo a stare bene.» Poi gli bendarono le ferite
che aveva ricevuto e ne guarì, ma da quella volta
venne sempre chiamato Án Budella Legnose.
Quando Ólafr Höskuldsson venne a sapere
la notizia della morte di Kjartan ne fu molto
colpito ma la prese con dignità. I suoi figli vo-
levano andare subito da Bolli e ucciderlo, ma
Ólafr disse: «È l’ultima cosa che voglio. Niente
compenserebbe la perdita di mio figlio, anche
se Bolli venisse ucciso. Io amavo Kjartan più
di qualsiasi altro, ma non posso accettare che a
Bolli sia fatto del male. Invece posso darvi un
compito adeguato: andate a cercare i due figli
di Þórhalla che sono stati mandati a Helgafell
per radunare forze contro di noi. Qualsiasi
cosa farete per punirli mi farà piacere.» I figli
di Ólafr non persero tempo a prepararsi e par-
tirono a bordo dell’imbarcazione che apparte-
neva a Ólafr. Erano in sette, si misero a remare
186

verso la bocca del Hvammsfjörðr e avanzarono


a velocità sostenuta. Spirava un vento leggero
in loro favore, così remarono e usarono anche
la vela finché non raggiunsero l’isola di Skor-
rey e vi si fermarono per qualche tempo chie-
dendo notizie sugli spostamenti della gente
del distretto. Poco dopo videro una nave che
avanzava a forza di remi da ovest, lungo il fior-
do, e riconobbero subito gli uomini a bordo.
Erano i figli di Þórhalla, così Halldór e i suoi
si preparano ad attaccarli. Non ci fu alcuna re-
sistenza, perché i figli di Ólafr abbordarono la
nave e Steinn e suo fratello furono presi e sca-
gliati fuoribordo. Poi i figli di Ólafr tornarono
indietro pensando che la loro missione fosse
stata portata a termine con grande efficienza.
50

Ólafr andò a prendere il corpo di Kjartan.


Mandò degli uomini a Borg per dare la noti-
zia a Þorsteinn Egilsson e per chiedergli aiu-
to per perseguire la vendetta. Nel caso in cui
delle persone potenti si fossero alleate con i
figli di Ósvífr, disse che voleva essere sicuro
di avere la possibilità di vincere. Mandò un
messaggio simile anche a nord, nella Víðidalr,
a suo cognato Guðmundr e ai figli di Ásgeir
e disse loro che aveva dichiarato colpevoli
dell’omicidio di Kjartan tutti coloro che ave-
vano preso parte all’assalto, ad eccezione di
Óspakr Ósvífsson che era già stato bandito
per aver sedotto una donna di nome Aldís, la
figlia di Hólmgöngu-Ljótr di Ingjaldssandr.
Avevano avuto un figlio, Úlfr, che poi di-
venne castaldo del re Haraldr Sigurðarson
e sposò Jórunn Þorbergsdóttir. Il loro figlio
fu Jón, il padre di Erlendr il Fiacco, il padre
dell’arcivescovo Eysteinn. Ólafr aveva dichia-
rato il suo intento di presentare il caso all’as-
semblea di Þórsnes. Fece trasportare a casa il
corpo di Kjartan e gli fece montare una ten-
da, perché nel distretto di Dalir non c’erano
chiese. Ma quando seppe che Þorsteinn ave-
va reagito immediatamente al suo messaggio
e aveva raccolto un gran numero di gente, e
lo stesso avevano fatto quelli della Víðidalr,
Ólafr radunò uomini da tutto il distretto di
Dalir e raccolse un gran numero di persone.
188

Ólafr inviò il gruppo fino a Laugar e disse


loro: «È mio volere che difendiate Bolli, se ne
avrà bisogno, come fareste se accompagnaste
me, perché ho il sospetto che gli uomini degli
altri distretti che presto arriveranno a darci
man forte pensino di doversi rifare su di lui.»
Dopo tale ordine arrivarono Þorsteinn e i suoi
e poi gli uomini della Víðdalr, ed erano furio-
si. Hallr Guðmundarson e Kálfr Ásgeirsson
erano i più convinti di dover attaccare prima
Bolli e poi cercare i figli di Ósvífr finché non
li avessero scovati, e dissero che non poteva-
no certo aver lasciato il distretto. Ma dopo
che Ólafr si espresse in maniera determinata
contro il loro piano, le parti si scambiarono
una proposta di conciliazione che Bolli as-
secondò subito dicendo che soltanto Ólafr
doveva decidere della sua sorte. Ósvífr non
vide nessuna possibilità di protestare perché
non gli era sopraggiunto nessun rinforzo da
Snorri. Così si tenne un incontro conciliato-
rio nel bosco di Ljárskógr. L’intera questione
fu rimessa nelle mani di Ólafr, l’omicidio di
Kjartan doveva essere risarcito come lui de-
siderava, con un compenso economico o con
delle accuse. Dopo di che l’incontro fu sciol-
to. Bolli non si era presentato, su consiglio di
Ólafr. La sentenza sarebbe stata pronunciata
all’assemblea di Þórsnes.
Gli uomini di Mýri e della Víðdalr raggiun-
sero Hjarðarholt a cavallo. Þorsteinn Kuggason
si offrì di prendere sotto la sua tutela Ásgeir, il
figlio di Kjartan, per confortare Hrefna, che
si recò a nord con i suoi fratelli e fu molto ad-
dolorata, ma si comportò in maniera dignito-
sa perché parlò serenamente con tutti. Dopo
189

Kjartan, Hrefna non si risposò con nessuno e


una volta tornata a nord visse solo per un bre-
ve periodo; tutti sostengono che sia morta di
dolore.
51

Il corpo di Kjartan era rimasto a Hjarðarholt


una settimana. Þorsteinn Egilsson aveva fatto
costruire una chiesa a Borg, così portò a casa
con sé il corpo di Kjartan, che vi fu sepolto.
La chiesa era appena stata consacrata e aveva
ancora i drappeggi bianchi. Arrivò il momento
dell’assemblea di Þórsnes, fu presentato il caso
contro i figli di Ósvífr e tutti furono condan-
nati all’esilio. Fu disposto del denaro perché
potessero andarsene, e non sarebbero dovuti
tornare finché i figli di Ólafr oppure Ásgeir
Kjartansson fossero rimasti in vita. Guðlaugr,
il figlio della sorella di Ósvífr, non fu condan-
nato, non avendo preso parte all’imboscata
e all’attacco a Kjartan, e nemmeno Þórólfr
avrebbe ricevuto alcun compenso per le ferite
che gli erano state inferte. Ólafr non voleva far
condannare Bolli così chiese di essere risarcito
in denaro, ma ad Halldór e a Steinþór la cosa
non piacque per niente, e nemmeno ai figli di
Ólafr, che sostennero di avere difficoltà se in
futuro Bolli avesse abitato nello stesso loro
distretto, ma Ólafr ribadì che tutti avrebbero
dovuto obbedire finché era vivo.
A Bjarnarhöfn c’era una barca in secca che
apparteneva ad Auðunn Bracco Imbracato.
Anche lui era all’assemblea, e disse: «C’è la
possibilità che questi uomini siano conside-
rati colpevoli anche in Norvegia, se gli amici
che Kjartan aveva là sono sempre vivi.» Allo-
191

ra Ósvífr disse: «Cagnaccio incatenato, non ti


dimostrerai profeta, perché i miei figli saran-
no assai rispettati da tutti gli uomini di ran-
go, mentre tu, Bracco Imbracato, quest’estate
finirai tra le grinfie dei troll.» Quell’estate
Auðunn Bracco Imbracato partì per l’estero e
la sua nave fece naufragio alle Fær Øer, dove
si perse ogni uomo a bordo, allora tutti disse-
ro che il presagio di Ósvífr si era avverato. I
figli di Ósvífr lasciarono l’Islanda quell’estate
e nessuno di loro fece mai ritorno. Il caso si
concluse così, tutti ritennero che Ólafr avesse
acquisito ulteriore stima perché aveva fatto in
modo che chi più meritava la punzione peg-
giore, cioè i figli di Ósvífr, la pagasse cara, ma
aveva risparmiato Bolli in virtù dei loro legami
di parentela. Ólafr ringraziò i suoi uomini per
il supporto, e su suo consiglio Bolli acquistò
la fattoria di Tunga. Si dice che Ólafr visse tre
inverni dopo l’uccisione di Kjartan, e alla sua
morte i figli si divisero l’eredità. Halldór pre-
se la fattoria di Hjarðarholt e la loro madre,
Þorgerðr, rimase con lui. Era piena di risenti-
mento nei confronti di Bolli e sentiva di essere
stata ripagata in maniera indegna per averlo
allevato.
52

In primavera Bolli e Guðrún si stabilirono a


Sælingsdalstunga e in breve la fattoria divenne
molto imponente. Ebbero un figlio a cui fu im-
posto il nome di Þorleikr; fin da piccolo fu un
bel bambino molto precoce. Halldór Ólafsson
viveva a Hjarðarholt, come già scritto. Primeg-
giava sugli altri fratelli. La primavera in cui
Kjartan fu ucciso, Þorgerðr, la figlia di Egill,
mandò un suo parente a lavorare come garzo-
ne da Þorkell ad Hafratindar. Il ragazzo do-
veva occuparsi del gregge in estate. Come gli
altri era molto addolorato per la morte di Kjar-
tan, ma non poteva mai nominarlo in presenza
di Þorkell perché in genere ne parlava molto
male e diceva che era un codardo e uno smi-
dollato, e spesso imitava il modo in cui aveva
reagito dopo il colpo. Il ragazzo ne era molto
contrariato, così andò a Hjarðarholt per chie-
dere a Halldór e Þorgerðr di prenderlo con
sé, ma Þorgerðr gli suggerì di rimanere lì per
tutto l’inverno. Il giovane confidò che non ne
poteva più – «non me lo chiederesti, se sapes-
si quanto la cosa mi pesa». Allora Þorgerðr si
prese a cuore il suo dolore e disse che da parte
sua gli avrebbe offerto un posto lì da loro. Ma
Halldór ribatté: «Non far caso a questo ragaz-
zo, non ha valore.» Al che Þorgerðr gli rispo-
se: «Forse non avrà molto valore, comunque
Þorkell si sta comportando assai male, perché
sapeva dell’imboscata a Kjartan da parte degli
193

uomini di Laugar e non ha voluto dirglielo, e si


è divertito a guardare il loro scontro e ha pro-
nunciato molte parole ingiuriose. Non ci sono
grandi possibilità che voi fratelli possiate fare
qualcosa per vendicarvi contro un opponente
più forte, se non sapete nemmeno farla vedere
a uno sciagurato come Þorkell.» Halldór non
ebbe niente da rispondere ma disse a sua ma-
dre di fare come credeva con il ragazzo. Pochi
giorni dopo Halldór partì da casa a cavallo con
alcuni uomini e andò a Hafratindar ad attacca-
re la dimora di Þorkell, che fu trascinato fuori
e ucciso, e il suo comportamento nel momento
fatale fu tutt’altro che dignitoso. Halldór non
fece saccheggiare niente e una volta conclusa
la faccenda tornò a casa. Þorgerðr espresse il
suo compiacimento per il gesto e disse che era
sempre meglio di niente.
Quell’estate fu tutto tranquillo e tra Bolli e i
figli di Ólafr ci furono pochi rapporti. I fratelli
si comportavano in maniera intransigente con
Bolli, che invece cercava di evitare di entrare
in conflitto con loro e i loro parenti, senza tut-
tavia sacrificare il suo onore perché anche lui
era molto ambizioso. Bolli aveva un gran nu-
mero di famigli e viveva nell’agio perché non
gli mancavano le risorse. Steinþór Ólafsson
abitava a Dönustaðir, nella Laxárdalr; aveva
sposato Þuríðr Ásgeirsdóttir, che prima era
stata sposata con Þorkell Kuggi, e aveva avuto
un figlio che si chiamava Steinþór ma veniva
chiamato Gróslappi.
53

Alla fine dell’inverno che seguì la morte di


Ólafr Höskuldsson, Þorgerðr Egilsdóttir inviò
un messaggio a suo figlio Steinþór perché ve-
nisse da lei; quando si incontrarono gli rivelò
che desiderava a ovest fino a Saurbær a trovare
la sua amica Auðr e gli chiese di accompagnar-
la. Halldór acconsentì, partirono in cinque e
passarono davanti alla fattoria di Sælingsdal-
stunga. A quel punto Þorgerðr girò il caval-
lo verso la fattoria e chiese: «Come si chiama
questa fattoria?» Halldór rispose: «Non lo
chiedi certo perché non lo sai. Quella fattoria
si chiama Tunga.» «E chi ci abita?» continuò
lei. Halldór le rispose: «Lo sai bene, madre.»
Al che Þorgerðr disse sospirando: «Quel che
so per certo è che qui abita Bolli, l’assassino
di vostro fratello, e voi siete inspiegabilmente
diversi dai vostri illustri predecessori, perché
non volete vendicare un fratello com’era Kjar-
tan; nemmeno vostro nonno Egill si sarebbe
comportato così e a me dispiace molto avere
dei figli tanto pusillanimi. Sono proprio con-
vinta che vi sarebbe stato più congeniale esse-
re femmine e farvi sposare. Ecco la dimostra-
zione al detto, Halldór, che ogni casata ha il
suo codardo; adesso che non sono più sposata
a Ólafr capisco anche troppo bene che la sua
colpa è stata avere dei figli del genere. Lo dico
a te, Halldór», continuò, «perché ti ritieni il
migliore tra i tuoi fratelli. Adesso possiamo
195

anche tornare indietro, sono voluta partire


solo per ricordarvi ciò che pare abbiate di-
menticato.» Al che Halldór le rispose: «Non
incolperemo certo te, madre, se ci passerà di
mente.» Halldór ebbe poco altro da dire ma il
suo odio per Bolli crebbe molto.
L’inverno trascorse, venne l’estate e si av-
vicinò il momento dell’assemblea. Halldór
dichiarò che lui e i suoi fratelli vi avrebbero
partecipato, così partirono a cavallo con una
compagnia numerosa e allestirono l’accampa-
mento nel sito che era stato di Ólafr. L’assem-
blea procedette bene e senza grandi eventi di
rilievo. Erano presenti anche gli uomini del
nord della Víðdalr, i figli di Guðmundr Söl-
mundarson; Barði Guðmundarson all’epoca
aveva diciotto anni ed era un uomo grande e
forte. I figli di Ólafr invitarono il loro parente
Barði ad andare a casa con loro e insistettero
molto. All’epoca Hallr Guðmundarson non
era in Islanda. Barði accettò volentieri perché
c’era molto affetto tra loro, così lasciò l’assem-
blea e si diresse a ovest insieme ai figli di Ólafr.
Tornarono a Hjarðarholt e Barði rimase con
loro per il resto dell’estate.
54

Halldór confidò a Barði che i fratelli stava-


no preparando un’aggressione a Bolli perché
non tolleravano più le provocazioni della ma-
dre: «Non ti nascondiamo, Barði, che ti ab-
biamo invitato anche perché volevamo avere
il tuo aiuto e il tuo sostegno.» Barði rispose:
«Non vi darà alcun credito rinnegare un ac-
cordo preso con i vostri parenti, e oltretutto
mi sembra che Bolli non sia una facile preda,
ha sempre una schiera numerosa intorno ed è
un grande campione. E non gli mancano con-
sigli accorti, da parte di Guðrún e di Ósvífr.
In generale, lo trovo un proposito non facil-
mente realizzabile.» Halldór obiettò: «Non
abbiamo bisogno di chi ci complica le cose.
Non ti avrei accennato alla questione se non
fossimo già determinati a vendicarci su Bolli.
E non mi aspetto, congiunto, che ti tiri indie-
tro dall’unirti a noi in questa missione.» Barði
rispose: «So che vi sembra inappropriato che
mi tiri indietro, quindi non vi deluderò se non
riuscirò a farvi cambiare idea.» «Hai detto
bene», disse Halldór, «com’era da aspettar-
si.» Barði osservò che avrebbero dovuto pia-
nificare l’attacco con cura. Halldór spiegò di
aver sentito dire che Bolli aveva mandato via
gran parte dei suoi servi, alcuni a nord, alla
nave, nello Hrútafjörðr, e altri a Strönd: «Mi
dicono anche che Bolli sia in un capanno nella
Sælingsdalr e che con lui ci siano solo pochi
197

uomini, i famigli che lavorano alla fienagione.


Ritengo che non ci sia momento migliore di
adesso per andarlo a cercare.» Halldór e Barði
ne convennero.
C’era un uomo chiamato Þorsteinn il Nero
che viveva nella Hundadalr, nel distretto dei
Dalir del Breiðafjörðr, ed era saggio e ricco,
amico di lunga data di Ólafr Pavone. La sorel-
la di Þorsteinn si chiamava Solveig ed era spo-
sata a un uomo di nome Helgi Harðbeinsson.
Helgi era un tipo grande e grosso che aveva
viaggiato molto come commerciante, era appe-
na tornato dall’estero e soggiornava a casa di
suo cognato Þorsteinn. Halldór mandò a chia-
mare Þorsteinn il Nero e suo cognato Helgi
e quando arrivarono a Hjarðarholt rivelò le
sue intenzioni e il suo progetto e chiese loro
di unirsi a lui. A Þorsteinn non piacque il suo
piano: «È una perdita terribile, se voi parenti
continuate a uccidervi a vicenda. Si contano
pochi uomini come Bolli, nella vostra fami-
glia.» Ma le parole di Þorsteinn non servirono
a nulla. Halldór mandò a chiamare Lambi, il
fratello di suo padre, e quando si presentò a
casa sua gli rivelò il suo progetto. Lambi non
vedeva l’ora di realizzarlo. Þorgerðr, la pa-
drona di casa, continuava a esortarli perché il
compito fosse portato a termine, disse che in
animo suo Kjartan non sarebbe mai stato ven-
dicato se Bolli non moriva.
Dopo di che si prepararono per la spedi-
zione alla quale parteciparono i quattro figli
di Ólafr, Halldór, Steinþór, Helgi e Höskuldr,
Barði il figlio di Guðmundr era il quinto, il
sesto era Lambi, il settimo Þorsteinn, l’ottavo
suo cognato Helgi e il nono Án Budella Le-
198

gnose. Anche Þorgerðr si preparò a partire


insieme a loro e quando protestarono che non
era una spedizione per donne, ribatté che ave-
va intenzione di andare – «perché so che voi,
figli miei, avete bisogno di stimoli.» Al che dis-
sero che la decisione spettava a lei.
55

Dopo di che partirono in nove diretti a


Hjarðarholt; con Þorgerðr erano in dieci. Caval-
carono lungo la riva e raggiunsero Ljárskógar.
Era appena scesa la notte ma non si fermarono
finché non arrivarono nella Sælingsdalr poco
dopo l’alba. All’epoca la valle era molto bosco-
sa. Bolli si trovava all’alpeggio, come aveva sa-
puto Halldór. I capanni erano vicino al fiume,
nel punto che ora si chiama Bollatóftir, ovvero
«ruderi di Bolli». Alle spalle del capanno si er-
geva una vasta collina che raggiungeva il bur-
rone di Stakkagil, e tra la collina e il pendio
del monte si estendeva un ampio prato detto
Barm, dove lavoravano i servi di Bolli. Halldór
e i suoi seguaci cavalcarono fino a Öxnagróf, ol-
tre Ránarvellir e sopra Hamarengi, che era di
fronte al capanno. Sapevano che erano in mol-
ti a soggiornarvi, così smontarono da cavallo e
pensarono di aspettare che gli uomini uscissero
per andare a lavorare.
Il pastore di Bolli era salito sul monte a oc-
cuparsi del bestiame di primo mattino e intra-
vide degli uomini nel bosco con i cavalli lega-
ti, quindi sospettò che non fossero venuti in
pace, visto che si muovevano con tanta circo-
spezione. Allora tornò dritto al capanno per
riferire a Bolli del loro arrivo. Ma Halldór era
un uomo perspicace e si accorse che qualcuno
stava correndo giù dalla collina per dirigersi
al capanno, così avvertì i compagni che dove-
200

va trattarsi del pastore di Bolli – «Deve averci


visti. Andiamogli incontro e impediamogli di
fare la spia.» E così fecero. Án Budella Legno-
se fu il più lesto di tutti e riuscì a raggiungere il
ragazzo, lo scagliò in aria e lo sbatté per terra,
e la caduta gli mandò in pezzi la spina dorsale.
Dopo di che raggiunsero il capanno a cavallo.
I capanni erano due, un alloggio notturno e
un deposito. Quella mattina Bolli si era alzato
presto, aveva dato istruzioni per le incomben-
ze della giornata ed era tornato a letto quando
i famigli erano usciti. All’interno erano solo
in due, Bolli e Guðrún. Si svegliarono al bac-
cano degli uomini che smontavano da cavallo
e li sentirono parlare di chi dovesse entrare
per primo per uccidere Bolli. Bolli riconobbe
la voce di Halldór e di altri suoi compagni,
così disse a Guðrún di andarsene dalla malga,
perché l’incontro imminente non sarebbe sta-
to dilettevole per lei. Guðrún replicò che non
sarebbe accaduto niente che non potesse ve-
dere, e che non sarebbe stato un impiccio per
lui averla con sé, ma Bolli insisté che stavolta
voleva decidere lui, così Guðrún uscì, discese
il pendio fino a un ruscello che scorreva lì sot-
to e si mise a lavare i suoi lini.
A questo punto Bolli era dentro da solo.
Prese le armi, infilò l’elmo, afferrò lo scudo e
brandì la spada Azzannazampa, ma non ave-
va la cotta di maglia. Halldór e i suoi stavano
discutendo di come procedere perché nessu-
no era ansioso di entrare. Allora Án Budella
Legnose disse: «In questa compagnia ci sono
uomini più legati a Kjartan per vincoli di pa-
rentela, ma nessuno più di me ha impressi nel-
la memoria gli eventi in cui Kjartan ha perso la
201

vita. Ricordo di aver pensato, mentre mi porta-


vano a casa a Tunga e tutti mi ritenevano mor-
to, quando Kjartan era stato ucciso, che sarei
stato felice di fare del male a Bolli se ne avessi
avuto l’occasione. Entrerò per primo.» Allora
Þorsteinn il Nero rispose: «Sono parole valo-
rose, ma è più opportuno non agire avventata-
mente; dobbiamo tutti muoverci con cautela,
perché Bolli non rimarrà fermo ad aspettare di
essere aggredito. Anche se non ha molti com-
pagni, ricordate che può sempre difendersi
strenuamente perché è forte e un ottimo com-
battente. E poi ha anche una spada che non lo
tradisce mai.» Al che Án entrò rapido e pronto
tenendo lo scudo sopra la testa, con la parte
più stretta davanti. Bolli gli sferrò un colpo
con Azzannazampa che fendette il bordo del-
lo scudo e lo colpì alla spalla, così Án rimase
ucciso all’istante. Dopo entrò Lambi, con lo
scudo davanti e la spada in mano. Intanto Bol-
li recuperò Azzannazampa dalla ferita di Án e
lo scudo si spostò di lato, allora Lambi lo tra-
fisse alla coscia provocandogli una profonda
ferita. A sua volta Bolli lo colpì alla spalla e gli
passò la spada lungo il lato rendendolo incapa-
ce di combattere; da quel momento il braccio
gli rimase inservibile finché visse. Nello stesso
istante entrò Helgi Harðbeinsson brandendo
una lancia con la lama lunga un braccio e l’im-
pugnatura rivestita di ferro. Quando Bolli lo
vide mollò la spada, prese lo scudo a due mani
e si avventò incontro a Helgi verso l’ingresso.
Helgi gli puntò contro la lancia e perforò lo
scudo e Bolli stesso, che si appoggiò alla pare-
te. A quel punto tutti si precipitarono dentro,
Halldór e i suoi fratelli; entrò anche Þorgerðr.
202

Bolli disse: «È il momento, fratelli, di avvici-


narvi più di quanto avete fatto finora» e aggiun-
se che immaginava di non riuscire a difendersi
ancora a lungo. Þorgerðr replicò esortandoli a
non risparmiarsi a finire del tutto Bolli, spro-
nandoli a puntare tra la testa e il tronco. Bolli
stava ancora appoggiato alla parete e si teneva
stretto il mantello davanti perché non ne fuo-
riuscissero le viscere. Allora Steinþór Ólafsson
si avventò su di lui e gli sferrò un colpo tra il
collo e le spalle mozzandogli la testa. Þorgerðr
gli augurò di poter sempre usare le mani così
bene e disse che adesso Guðrún avrebbe avuto
il suo bel daffare per pettinare i riccioli rossi
di Bolli. Dopo di che uscirono.
Guðrún lasciò il fiume e andò incontro ad
Halldór e ai suoi, chiedendo che cosa fosse
accaduto durante il loro incontro con Bolli.
Loro le riferirono tutto quello che era acca-
duto. Guðrún indossava una lunga tunica, un
corpetto attillato di tessuto e una cappa sulla
testa; si era avvolta in un drappo decorato con
ricami neri e le frange intorno al bordo. Helgi
Harðbeinsson le si avvicinò e con un lembo del
drappo ripulì il sangue dalla lancia con la quale
aveva trafitto Bolli. Guðrún lo guardò e sorri-
se. Al che Halldór commentò: «È cosa vile, e
spietata.» Helgi gli chiese di risparmiare la sua
simpatia – «perché qualcosa mi dice», dichiarò,
«che sotto il lembo di questo drappo si celi la
mia morte.» Dopo di che montarono sui loro
cavalli e se ne andarono. Guðrún li accompa-
gnò per un tratto parlando con loro, poi tornò
indietro.
56

I compagni di Halldór rifletterono tra loro


che a Guðrún sembrava importare poco della
morte di Bolli dato che si era messa a chiac-
chierare con loro lungo la strada, e oltretutto si
era espressa come se non avessero fatto niente
per arrecarle offesa. Allora Halldór rispose:
«Sospetto che non fosse perché le importava
poco della morte di Bolli. Credo che si sia at-
tardata a parlare con noi perché voleva capire
chi aveva preso parte all’attacco. Non si esa-
gera dicendo che Guðrún è superiore a tutte
le altre donne, quanto a forza di carattere, ed
è naturale che la morte di Bolli le dispiaccia,
perché è vero che un uomo della levatura di
Bolli è una gran perdita, anche se noi parenti
non eravamo destinati ad andare d’accordo.»
Dopo di che tornano a casa a Hjarðarholt.
Ben presto la cosa si venne a sapere e tutti
la ritennero un evento di grande rilievo. Bolli
fu rimpianto enormemente. Guðrún inviò de-
gli uomini dal goði Snorri perché lei e Ósvífr
sentivano di potersi fidare completamente di
lui. Snorri reagì immeditamente al messaggio
di Guðrún e si presentò a Tunga con sessanta
uomini. Guðrún fu felice di vederlo arrivare.
Lui le propose di cercare una riconciliazione,
ma lei era poco disposta ad accettare dei beni
materiali in nome di suo figlio Þorleikr per
l’omicidio di Bolli; «A me sembra, Snorri, che
il sostegno migliore che tu mi possa offrire»,
204

disse Guðrún, «è di fare scambio di residenza


con me, in modo che non debba abitare nella
stessa tenuta di quelli di Hjarðarholt.» In quel
periodo Snorri era coinvolto in un profondo
dissidio con quelli di Eyrar35 e così le disse che
l’avrebbe fatto per il suo bene – «ma ricordati,
Guðrún che per quest’anno devi rimanere an-
cora a Tunga.» Poi Snorri si preparò alla par-
tenza e Guðrún gli diede dei doni onorevoli,
poi tornò a casa a cavallo e l’anno seguente
trascorse senza eventi.
L’inverno successivo alla morte di Bolli,
Guðrún diede alla luce un figlio, un maschio
che fu chiamato Bolli. Fin da piccolo era gran-
de e bello e Guðrún l’amava molto. Trascorso
l’inverno, con l’arrivo della primavera venne il
momento della permuta di cui si è detto, per
cui Snorri e Guðrún si sarebbero scambiati
le residenze; Snorri si stabilì a Tunga e vi ri-
siedette finché visse, mentre Guðrún andò a
Helgafell dove con Ósvífr costruì una fatto-
ria molto ampia. I figli di Guðrún, Þorleikr e
Bolli, crebbero lì. Þorleikr aveva quattro anni
quando suo padre Bolli fu ucciso.
57

C’era un uomo che si chiamava Þorgils Höllu-


son ed era figlio di Halla; aveva preso il matro-
nimico perché sua madre era vissuta più a lungo
di suo padre, che si chiamava Snorri ed era figlio
di Álfr di Dalir. Halla, la madre di Þorgils, era
figlia di Gestr Oddleifsson. Þorgils abitava nella
Hörðadalr, nella fattoria che si chiama Tunga,
era un uomo alto e bello e molto borioso, ma
non lo definivano imparziale, e spesso era ai
ferri corti con il goði Snorri, che lo considerava
un ficcanaso invadente. Þorgils trovava sempre
qualche occasione per spostarsi per il distretto e
andava spesso a Helgafell a offrire il suo suppor-
to a Guðrún. Lei gli rispondeva garbatamente
ma si tratteneva dal dargli risposte precise. Poi
Þorgils le propose di prendere sotto la sua tu-
tela suo figlio Þorleikr, così il ragazzo rimase a
Tunga per qualche tempo a studiare la legge con
Þorgils perché era esperto in quel campo.
In quel periodo Þorkell Eyjólfsson era in
mare per viaggi d’affari. Era un uomo illustre,
di una famiglia importante, ed era un grande
amico del goði Snorri. Di solito nei periodi
in cui si trovava in Islanda dimorava dal suo
parente Þorsteinn Kuggason. Una volta che
Þorkell aveva una nave in secca a Vaðill, nella
Barðaströnd nel Borgarfjörðr, accadde che il
figlio di Eiðr di Ás venne ucciso dai figli di
Helga di Kroppr. A ucciderlo era stato un
uomo di nome Grímr, fratello di Njáll, quello
206

che poco dopo annegò nel Hvítá. Grímr era


stato condannato all’esilio per l’omicidio e
dopo la sentenza era fuggito sui monti. Era un
uomo grande e forte. Eiðr era molto anziano
quando accadde il fatto, per questo non fu in-
trapresa alcuna azione. Molti criticarono Þor-
kell Eyjólfsson per non aver agito.
La primavera seguente, quando ebbe ar-
mato la sua nave, Þorkell andò a sud, nel
Breiðafjörðr, poi si procurò un cavallo e par-
tì da solo senza fermarsi finché non arrivò ad
Ás, dal suo parente Eiðr, che fu felice di ve-
derlo. Þorkell gli espose il motivo della visita
e gli rivelò di voler andare a trovare Grímr,
il fuorilegge, per cui chiese a Eiðr se sapeva
dove potesse trovarsi il suo covo. Eiðr rispose:
«Non ne sono entusiasta, mi sembra che tu stia
mettendo a rischio l’esito della tua spedizio-
ne volendo confrontarti con un nemico come
Grímr. Se vuoi andare devi portare con te mol-
ti uomini, in modo da poter avere la meglio.»
«Non mi sembra ci sia alcun onore», protestò
Þorkell, «a portare molti uomini contro uno
solo, però vorrei che mi prestassi la spada
Sköfnungr; immagino di poter essere in gra-
do di affrontare da solo un singolo uomo, per
quanto ben equipaggiato.» «Allora decidi tu»,
disse Eiðr, «ma non sarei sorpreso se ti pentis-
si, prima o poi, della tua ostinazione. E visto
che nelle tue intenzioni lo fai per il mio bene,
non ti rifiuterò ciò che chiedi, perché penso
che Sköfnungr sia in buone mani se la porti
tu. Ma per sua natura la spada non tollera che
il sole risplenda sull’elsa, e non va sfoderata in
presenza di donne. Chi verrà colpito da questa
spada non vedrà rimarginarsi la ferita a meno
207

che non vi si sfreghi sopra la pietra della vita


che l’accompagna.»36
Þorkell promise di seguire attentamente le
istruzioni, prese la spada e chiese a Eiðr di in-
dicargli la via per il luogo in cui Grímr ave-
va la sua tana, ed Eiðr gli disse che secondo
lui si nascondeva a nord, sulla brughiera di
Tvídægra, nei pressi dei laghi Fiskivötn. Allo-
ra Þorkell galoppò verso nord sulla brughiera
seguendo il tragitto che Eiðr gli aveva indicato
e quando ebbe percorso la landa per un buon
tratto intravide una stamberga accanto a un
grande lago e vi si diresse.
58

Þorkell raggiunse la stamberga e vide un uomo


seduto a pescare in riva al lago presso la foce
di un ruscello. Portava un mantello di pelliccia
sulla testa. Þorkell smontò, legò il cavallo alla
parete della baracca e si avvicinò al lago dove
stava quel tale. Grímr vide l’ombra dell’uomo
stagliarsi sull’acqua e scattò in piedi all’istante,
ma Þorkell gli era già addosso, gli sferrò un col-
po e lo colpì sul braccio sopra il polso, provo-
candogli una ferita non molto profonda. Allora
Grímr si avventò su Þorkell e i due comincia-
rono a lottare. In breve la disparità di forze si
fece notare, Þorkell cadde e Grímr gli fu sopra,
così gli chiese chi fosse. Þorkell rispose che
non erano affari suoi. Grímr gli fece notare:
«Le cose sono andate diversamente da come ti
aspettavi, perché adesso la tua vita è nelle mie
mani.» Þorkell disse che non avrebbe chiesto
una tregua – «perché la situazione è girata a
mio sfavore.» Grímr dichiarò che aveva già cau-
sato abbastanza sciagure, senza dover contare
anche quella: «Il fato ha cose diverse in serbo
per te, che vederti morire in questo incontro;
voglio darti la vita, ma tu mi risarcirai con ciò
che vuoi.» Così entrambi si alzarono e torna-
rono alla stamberga. Þorkell vide che Grímr
svigoriva perché stava perdendo sangue, allora
prese la pietra di Sköfnungr, la strofinò sulla
ferita e gliela legò intorno alla mano, e tutto il
bruciore e il gonfiore sparirono.
209

Trascorsero lì la notte e il mattino dopo


Þorkell si apprestò a partire e chiese se Grímr vo-
leva accompagnarlo. Lui disse di sì, così Þorkell
piegò a ovest senza tornare da Eiðr e non si
fermò finché non raggiunse Sælingsdalstunga,
dove il goði Snorri lo accolse con molto affet-
to. Þorkell gli raccontò che la sua missione non
era andata a buon fine. Snorri invece disse che
era andata bene: «Ho l’impressione che Grímr
sia un uomo fortunato. Voglio», proseguì, «che
tu lo tratti con generosità. Se esprimessi la mia
opinione, amico, dovresti lasciar perdere i viag-
gi d’affari, dovresti sistemarti, prendere mo-
glie e diventare un capo come il tuo lignaggio
richiede.» Þorkell rispose: «I tuoi consigli mi
sono stati utili in più occasioni» e gli chiese se
aveva pensato quale donna dovesse chiedere in
moglie. Snorri rispose: «Devi chiedere il partito
migliore, ovvero Guðrún Ósvífrsdóttir.» Þor-
kell rispose che indubbiamente era una solu-
zione dignitosa – «però mi preoccupano la sua
intransigenza», ammise, «e la sua risolutezza.
Vorrà far vendicare suo marito Bolli. Sembra
che sia coinvolto anche Þorgils Hölluson, e può
darsi che non ne sia molto contento. Tuttavia
Guðrún mi va a genio.» Snorri promise: «Ci
penserò io a fare in modo che tu non sia in pe-
ricolo per via di Þorgils; mi aspetto che ci siano
sviluppi nella questione della vendetta di Bol-
li prima che passi l’inverno.» Þorkell rispose:
«Può essere che non siano parole vuote, quelle
che dici. Ma la vendetta di Bolli non la vedo più
probabile di prima, a meno che non interven-
ga qualcuno degli uomini più potenti.» Snorri
disse: «Mi farebbe piacere che tu partissi per
l’estero anche la prossima estate. Poi vedremo
210

che cosa succede.» Þorkell assicurò che l’avreb-


be fatto e così si lasciarono.
Þorkell andò verso ovest fino al Breiðafjörðr
per raggiungere la sua nave e portò Grímr
con sé all’estero. Quell’estate trovarono buon
vento e approdarono nel sud della Norvegia.
Allora Þorkell disse a Grímr: «Conosci per-
fettamente gli eventi e le circostanze che ci
hanno fatto incontrare, non c’è bisogno di
parlarne, ma vorrei che la nostra conoscenza
si concludesse con meno ostilità di quella che
per qualche tempo ci siamo dimostrati. Ti sei
rivelato un uomo valoroso e per questo moti-
vo vorrei separarmi da te come se non ti aves-
si mai fatto del male. Ti darò tutto il denaro
che ti serve per entrare in una compagnia di
uomini coraggiosi, ma non devi stabilirti nel
nord di questo paese, perché molti parenti di
Eiðr viaggiano per affari e hanno del malani-
mo verso di te.» Grímr lo ringraziò per le sue
parole e disse che non avrebbe mai pensato
di chiedergli quello che gli stava offrendo. Al
momento di separarsi Þorkell diede a Grímr
delle mercanzie di buona qualità e molti riten-
nero che era stato un gesto molto generoso.
Poi Grímr andò a est, a Vík, e vi si stabilì; fu
considerato un uomo capace, ma con questo
su Grímr non c’è più niente da dire.
Quell’inverno Þorkell si fermò in Norvegia
e fu considerato un uomo molto influente; era
molto ricco e anche particolarmente ambizioso.
Ma a questo punto occorre allontanarci da qui
per un poco e tornare in Islanda per sentire che
cosa accadde mentre Þorkell era all’estero.
59

Quell’estate, nel periodo della fienagione,37


Guðrún Ósvífrsdóttir partì da casa e cavalcò
verso il distretto di Dalir, fino a Þykkvaskógr.
In quel periodo Þorleikr dimorava spesso a
Þykkvaskógr con i figli di Ármóðr, Halldór
e Örnólfr, oppure stava a Tunga con Þorgils.
Quella stessa notte Guðrún inviò un uomo dal
goði Snorri dicendo di volerlo incontrare subi-
to il giorno successivo. Snorri reagì all’istante
e cavalcò con un altro uomo fino ad arrivare
all’Haukadalsá. Sul versante nord del fiume
c’è una rupe che si chiama Höfði, sui terreni
che appartengono alla fattoria di Lækjarskógr.
Guðrún aveva fatto sapere a Snorri di volerlo
incontrare lì. Arrivarono quasi nello stesso mo-
mento e anche Guðrún era accompagnata da
una sola persona, si trattava di Bolli Bollason,
che all’epoca aveva dodici anni ma era già per-
fettamente formato quanto a forza e mentalità;
tanti non sarebbero diventati molto più maturi
di lui, benché fossero già adulti. Portava anche
la spada Azzannazampa. Snorri e Guðrún si
misero a parlare privatamente e Bolli e il com-
pagno di Snorri si sedettero sulla rupe per guar-
dare chi passava per il distretto.
Quando Snorri e Guðrún si furono scambia-
ti le solite notizie, il goði le chiese quale fosse il
motivo di quell’incontro e che cosa fosse acca-
duto di recente da convocarlo così all’improv-
viso. Guðrún disse: «È vero che l’evento di cui
212

ti parlerò è recente per me, benché sia acca-


duto dodici inverni fa, perché voglio discutere
della vendetta di Bolli. Forse non ti coglie di
sorpresa, perché te ne ho già accennato altre
volte. E ti ricordo anche che avevi promesso di
sostenermi, se avessi atteso con pazienza. Ma
adesso ho perso ogni speranza che tu mi con-
ceda attenzione in questa faccenda. Ho aspet-
tato tanto quanto il mio carattere mi consen-
tiva, e voglio chiedere il vostro consiglio per
decidere su chi fare vendetta.» Snorri le chiese
che cosa avesse in mente. Guðrún rispose: «Il
mio desiderio è che non tutti i figli di Ólafr
rimangano incolumi.» Snorri disse che avreb-
be impedito ogni azione contro di loro, perché
erano i più rispettati nel distretto – «e i loro
parenti più stretti vorranno vendicarsi a loro
volta, mentre è importante porre fine a questa
faida.» Guðrún dichiarò: «Allora sarà Lambi a
essere aggredito e ucciso. Con lui se ne andrà
il più malevolo di tutti.» Snorri rispose: «Lam-
bi è certamente colpevole tanto da meritare la
morte, ma non mi sembra che in questo modo
Bolli venga vendicato, né otterrai in compen-
so la differenza che la morte di Bolli merita
paragonando i due omicidi.» Guðrún osservò:
«Può darsi che non riusciremo a infliggere un
ugual danno a quelli della Laxárdalr, ma qual-
cuno deve pagare, in qualsiasi valle risieda.
Allora rifacciamoci su Þorsteinn il Nero, nes-
suno ha avuto un ruolo peggiore di lui nella vi-
cenda.» Snorri disse: «Non avete alcuna rimo-
stranza nei confronti di Þorsteinn, come del
resto nei confronti degli altri che hanno par-
tecipato all’aggressione senza infliggere alcuna
ferita a Bolli. Stai tralasciando persone che mi
213

sembrano molto più meritevoli di vendetta e


che hanno partecipato attivamente alla morte
di Bolli, come Helgi Harðbeinsson.» Guðrún
ammise: «È vero, ma non mi va di sapere che
certa gente contro la quale ho nutrito una tale
ostilità può vivere tranquilla.» Snorri propose:
«Allora ho una buona soluzione. Lambi e Þor-
steinn parteciperanno all’aggressione insieme
ai tuoi figli: sarà un modo per saldare il debito
nei tuoi confronti. Se rifiutano, non tenterò di
proteggerli o di trattenerti dal punirli nel modo
che preferite.» Guðrún chiese: «Come si fa a
convincere gli uomini che hai nominato a par-
tecipare?» Snorri rispose: «Ci penserà chi con-
duce l’assalto.» Guðrún disse: «Allora vorrem-
mo sapere chi dovrà condurre l’attacco e fare
da guida.» Al che Snorri sorrise e commentò:
«Hai già scelto l’uomo per questo.» Guðrún
disse: «Credo ti riferisca a Þorgils.» Snorri as-
sentì. Guðrún gli spiegò: «Ne ho già parlato
in precedenza con Þorgils, ma la questione è
chiusa perché ha imposto un vincolo che non
ho voluto prendere in considerazione. Þorgils
non rifiuterebbe di vendicare Bolli se riuscisse
ad avermi in moglie, ma non c’è da sperarlo e
non gli chiederò di assumersi quest’incarico.»
Snorri disse: «Ti darò un consiglio, perché non
mi dispiace che Þorgils vi prenda parte. Biso-
gna promettergli il contratto matrimoniale, in
effetti, ma con una scappatoia, ovvero che non
sposerai nessun altro uomo del distretto che
non sia Þorgils; e finirà così, perché Þorkell
Eyjólfsson al momento non si trova in questo
paese, ed è lui la persona che desidero tu spo-
si.» Guðrún obiettò: «Ma si accorgerà sicura-
mente del raggiro.» Snorri rispose: «Non se ne
214

accorgerà di certo, perché Þorgils è più incline


ad agire che a riflettere. Concludi l’accordo
con lui alla presenza di pochi testimoni, fa’
in modo che ci sia il suo fratellastro Halldór,
ma non Örnólfr, perché è più intelligente; se
la cosa non funziona me ne assumo la colpa.»
Dopo di che conclusero il colloquio e ciascu-
no augurò all’altro buon viaggio. Snorri tornò
a casa e Guðrún a Þykkvaskógr. La mattina
dopo Guðrún partì da Þykkvaskógr con i suoi
figli e mentre percorrevano la Skógarströnd
verso ovest videro degli uomini a cavallo che li
seguivano. Poiché galoppavano a gran velocità
li raggiunsero in poco tempo e si rivelarono
essere Þorgils Hölluson e i suoi. Si salutarono
adeguatamente e poi tutti insieme cavalcarono
verso Helgafell.
60

Poche notti dopo essere tornata a casa, Guðrún


chiese ai suoi figli di raggiungerla nel suo orto
per parlare con lei. Quando arrivarono nota-
rono che c’erano degli indumenti di lino di-
stesi, una camicia e delle braghe. Erano tutti
macchiati di sangue. A quel punto Guðrún
disse: «Gli indumenti che vedete vi rimprove-
rano la mancata vendetta di vostro padre. Non
sprecherò altre parole, perché non c’è alcuna
speranza che vi facciate convincere da frasi di
esortazione se non siete turbati da una vista e
da un monito del genere.» I fratelli rimasero
molto colpiti dalle parole di Guðrún, ma le ri-
sposero che finora erano stati troppo giovani
per cercare vendetta e non avevano nessuno a
guidarli, fecero presente che non erano in gra-
do di pianificare le loro azioni né quelle de-
gli altri – «benché ricordiamo bene che cosa
abbiamo perso.» Guðrún disse che sospettava
pensassero più alle lotte dei cavalli o ai giochi.
Dopo di che i fratelli se ne andarono.
La notte i due fratelli non riuscivano a dor-
mire. Þorgils se ne accorse e chiese che cosa
avessero, così loro gli riferirono l’intera con-
versazione avuta con Guðrún e dissero che
non potevano più sopportare il loro dolore e
il biasimo della madre. «Vogliamo vendetta»,
disse Bolli; «adesso noi fratelli siamo abba-
stanza maturi perché la gente cominci a rim-
proverarcelo, se non passiamo all’azione.» Il
216

giorno dopo Þorgils e Guðrún parlarono in


privato e la donna cominciò col dire: «Mi pare,
Þorgils, che i miei figli non abbiano più inten-
zione di restare inermi e vogliano cercare di
vendicare il padre. La cosa è stata rimandata
finora perché ritenevo che Þorleikr e Bolli fos-
sero troppo giovani per poter affrontare degli
omicidi. Ma ci sarebbero stati buoni motivi
per muoversi anche prima.» Þorgils rispose:
«Non hai bisogno di parlare di quest’argo-
mento con me, perché ti sei rifiutata di sposar-
mi. Io resto dell’opinione di prima: se riesco
a concludere il matrimonio con te non mi di-
spiacerà farne fuori uno o entrambi, tra i coin-
volti nell’omicidio di Bolli.» Guðrún dichiarò:
«Sono certa che Þorleikr ritenga che nessuno
sia più adatto di te a far loro da guida, se devo-
no intraprendere un’azione impegnativa. Non
ti nascondo che i ragazzi intendono aggredire
Helgi Harðbeinsson, il berserkr,38 che sta nella
sua fattoria nella Skorradalr e ne è totalmente
ignaro.» Þorgils disse: «Non fa differenza che
si chiami Helgi o con un altro nome, perché
non penso che per me sia troppo gravoso ve-
dermela con Helgi o con chiunque altro. Ma
per quanto mi riguarda, ne abbiamo già par-
lato; se ti impegni a sposarmi davanti a testi-
moni io farò in modo che i tuoi figli ottengano
la loro vendetta.» Guðrún rispose che avrebbe
mantenuto ogni promessa fatta, a patto che ve-
nisse sancita davanti a pochi testimoni, e che
si sarebbe accordata per il matrimonio. Così
fece chiamare i suoi figli e il fratellastro di Þor-
gils, Halldór. Þorgils chiese che ci fosse anche
Örnólfr, ma Guðrún disse che non ce n’era bi-
sogno: «Ho più sospetti sulla lealtà di Örnólfr
217

nei tuoi confronti di quanti credo ne abbia tu.»


E Þorgils disse che avrebbero fatto come vole-
va lei. I fratelli raggiunsero Guðrún e Þorgils,
che stavano parlando con Halldór. Guðrún
spiegò loro come stavano le cose – «Þorgils ha
promesso di farvi da guida nella spedizione
per aggredire Helgi Harðbeinsson insieme ai
miei figli e vendicare Bolli. Þorgils ha posto
come condizione che mi accordi per sposarlo,
quindi dichiaro alla presenza di voi testimoni
che prometto a Þorgils di non sposare nessun
altro che lui in questo paese, e che non inten-
do sposarmi altrove.» A Þorgils sembrò una
promessa soddisfacente e non ci vide niente
di strano, quindi chiusero la conversazione; la
questione era sistemata e Þorgils avrebbe gui-
dato l’attacco, così si preparò a partire da Hel-
gafell e con lui i figli di Guðrún. Percorsero il
distretto dei Dalir e per cominciare fecero una
sosta a casa a Tunga.
61

Il giorno successivo del Signore si teneva l’as-


semblea locale e Þorgils vi partecipò con il suo
gruppo. Il goði Snorri non vi si recò ma vi era-
no convenuti in molti. Durante il giorno Þor-
gils riuscì a parlare con Þorsteinn il Nero e gli
disse: «Come ben sai, hai partecipato alla spe-
dizione con i figli di Ólafr quando Bolli è stato
ucciso. Per questo devi ai suoi figli un risarci-
mento che non hai ancora sborsato, e anche se
è passato molto tempo da quegli eventi, non
credo che abbiano dimenticato chi vi ha preso
parte. I due fratelli ritengono che non sia ono-
revole per loro vendicarsi sui figli di Ólafr, per
via della loro parentela, ma è loro intenzione
rifarsi su Helgi Harðbeinsson, perché è stato
lui a sferrare a Bolli il colpo mortale. Þorsteinn,
vogliamo chiederti di prendere parte a questa
spedizione insieme ai due fratelli e con ciò
guadagnarti la pace e l’armonia.» Þorsteinn
rispose: «Non mi fa molto onore preparare un
attacco a mio cognato Helgi. Preferirei di gran
lunga risarcirli per procurarmi la pace, pagan-
do la cifra che riterranno dignitosa.» Þorgils
obiettò: «Non penso che i due fratelli lo faccia-
no per denaro. Non ti sbagliare, Þorsteinn, hai
due possibilità davanti: o decidi di fare questa
missione oppure affronterai le conseguenze
quando si presenteranno. Vorrei che accettassi
la prima soluzione, nonostante le tue difficoltà
nei confronti di Helgi. Ciascuno deve badare
219

a se stesso, quando è alle strette.» Þorsteinn


chiese: «Stai proponendo quest’alternativa an-
che ad altri che sono colpevoli nei confronti
dei figli di Bolli?» E Þorgils confermò: «È la
stessa scelta che dovrà fare anche Lambi.» A
quel punto Þorsteinn disse che preferiva non
essere l’unico coinvolto.
Dopo di che Þorgils convocò Lambi e chie-
se a Þorsteinn di essere presente alla loro con-
versazione, poi disse: «Voglio parlarti, Lam-
bi, di una questione che ho già presentato a
Þorsteinn. Quale risarcimento vuoi proporre
ai figli di Bolli per la colpa che hai nei loro
confronti, quando ti affronteranno? Mi hanno
detto per certo che sei stato tu a ferire Bol-
li, e oltretutto sei colpevole anche perché hai
insistito molto perché Bolli fosse ucciso. Sei
stato uno di quelli che hanno più causato of-
fesa, accanto ai figli di Ólafr.» Lambi chiese
che pretese avessero e Þorgils gli spiegò che
gli sarebbe stata proposta la stessa cosa che a
Þorsteinn, di accompagnare i fratelli nella spe-
dizione. Lambi dichiarò: «Mi sembra un modo
ignobile di comprarsi la pace. Non ho nessuna
intenzione di andare.» Allora Þorsteinn disse:
«Non è tanto semplice, Lambi, tirarsi indietro
così in fretta, perché sono coinvolti uomini im-
portanti che ritengono di aver ricevuto meno
del dovuto e per molto tempo. Mi si dice che i
figli di Bolli siano giovani promettenti e pieni
di zelo, e con buoni motivi per vendicarsi. Non
possiamo far altro che proporre loro un’am-
menda dopo un gesto del genere. La gente
darà buona parte della colpa a me, in ogni
caso, perché sono imparentato con Helgi, ma
come molti altri sono pronto a fare qualsiasi
220

cosa per salvarmi la pelle. Bisogna affrontare


le difficoltà nel momento in cui si presenta-
no.» Lambi disse: «È chiaro da che parte stai,
Þorsteinn. Suppongo che sia il caso di lasciar
decidere a te, visto che sei così determinato; ne
abbiamo combinate tante insieme. Voglio por-
re una condizione, però, se partecipo anch’io;
che i miei parenti, i figli di Ólafr, siano lasciati
in pace, se va a buon fine la vendetta su Hel-
gi.» Þorgils confermò da parte dei due fratelli.
Così fu deciso che Þorsteinn e Lambi accom-
pagnassero Þorgils nell’attacco e si accordaro-
no di trovarsi di lì a tre giorni a Tunga, nella
Hörðadalr, di primo mattino; dopo di che si
separarono e verso sera Þorgils tornò a casa a
Tunga. Arrivò il momento in cui Þorgils e gli
uomini che lo avrebbero accompagnato ave-
vano stabilito di incontrarsi. Il terzo mattino,
prima dell’alba, Þorsteinn e Lambi arrivarono
a Tunga e Þorgils li accolse bene.
62

Þorgils si preparò a partire e cavalcò per la


Hörðadalr con un gruppo di dieci uomini.
A guidare la compagnia era Þorgils Höllu-
son; insieme a lui c’erano i figli di Bolli, Bol-
li e Þorleikr; suo fratello Þórðr il Gatto era il
quarto, il quinto era Þorsteinn il Nero, il sesto
Lambi, il settimo e l’ottavo Halldór e Örnól-
fur, il nono Sveinn e il decimo Húnbogi, i figli
di Álfr di Dalir. Erano tutti molto battaglie-
ri. Seguirono il sentiero salendo dal passo di
Sópandaskarð e sulla Langavatnsdalr e poi
percorsero il distretto del Borgarfjörðr. Attra-
versarono il Norðurá al guado di Eyjarvað e lo
Hvítá a Bakkavað, poco sopra Bær. Poi caval-
carono attraverso la Reykjardalr e oltrepassa-
rono il collo montano fino alla Skorradalr, lì
seguirono il bosco nelle vicinanze della fatto-
ria di Vatnshorn, dove smontarono da caval-
lo. Era sera inoltrata. La fattoria di Vatnshorn
sorge poco distante dall’acqua, sul lato sud del
fiume. Þorgils disse ai suoi compagni che do-
vevano fermarsi lì durante la notte – «Io andrò
alla fattoria e mi metterò a spiare in giro per
capire se Helgi è a casa. Mi si dice che di solito
Helgi ha pochi servi, ma è sempre molto vigile
e riposa in un letto incassato molto robusto.»
I compagni dissero a Þorgils di fare come cre-
deva, così Þorgils si cambiò d’abito, si tolse il
mantello blu e si mise in testa un cappuccio di
tessuto grigio; andò alla fattoria e quando ave-
222

va quasi raggiunto la cinta vide un uomo an-


dargli incontro. Quando gli fu vicino Þorgils
disse: «Ti sembrerà una domanda da ignoran-
te, compagno, ma in quale distretto mi trovo, e
come si chiama questa fattoria, o chi ci vive?»
L’uomo rispose: «Devi essere davvero sciocco
e incolto se non hai mai sentito parlare di Hel-
gi Harðbeinsson, il grande campione e uomo
influente.» Allora Þorgils gli chiese quanto
fosse incline Helgi ad accogliere sconosciuti
che si presentavano a casa sua e avevano biso-
gno di assistenza. Il tale rispose: «Posso darti
una buona risposta, perché Helgi è un uomo
particolarmente generoso, sia per accogliere le
persone sia per altre questioni.» «Ma adesso
Helgi è a casa?» chiese Þorgils. «Vorrei insi-
stere perché mi facesse entrare.» L’altro gli
chiese che problema avesse, e Þorgils rispose:
«Sono stato condannato all’esilio quest’estate,
all’assemblea. Volevo cercare la protezione di
qualcuno sufficientemente potente. In cambio
posso offrirgli il mio servizio e il mio soste-
gno. Accompagnami alla fattoria per incon-
trare Helgi.» «Volentieri», fece quello, «posso
accompagnarti a casa, dove ti sarà concesso di
passare la notte. Ma Helgi non lo incontrerai,
perché non c’è.» Allora Þorgils chiese dove
fosse e il tale gli rispose: «Si trova nel suo al-
peggio, in un posto chiamato Sarp.» Al che
Þorgils chiese dove si trovasse e quanti uomini
ci fossero con lui; l’uomo lo informò che c’era-
no suo figlio Harðbeinn e altri due condanna-
ti che aveva accolto con sé. Þorgils gli chiese
di indicargli il percorso più diretto – «perché
voglio incontrarlo subito, ovunque sia, e pre-
sentargli la mia richiesta.» Il famiglio allora gli
223

mostrò la strada, dopo di che si separarono.


Þorgils tornò nel bosco dai suoi compagni di
viaggio e li informò di cosa aveva appreso sulla
situazione di Helgi: «Ci fermeremo qui per la
notte e aspetteremo l’indomani per raggiunge-
re il capanno.» E loro fecero come proposto.
Al mattino Þorgils e i suoi cavalcarono attra-
verso il bosco finché non arrivarono a poca
distanza dal capanno; allora Þorgils disse loro
di smontare e consumare la colazione, e così
fecero, e si fermarono per qualche momento.
63

A questo punto occorre raccontare che cosa


stava accadendo nel capanno in cui si trova-
vano Helgi e gli altri due uomini menzionati.
Al mattino Helgi parlò con il suo pastore e gli
disse di andare nel bosco nelle vicinanze del
capanno e guardare se c’era qualcuno in giro
o se c’era qualcosa da segnalare – «Ho avuto
sogni disturbati, questa notte.» Il garzone fece
come gli aveva detto, sparì per un po’ e al ri-
torno Helgi gli chiese che cosa avesse visto.
Lui rispose: «Ho visto cose che credo valga
la pena di segnalare.» Helgi gli chiese di che
cosa si trattava e lui raccontò di aver visto de-
gli uomini, nemmeno pochi – «credo che fos-
sero di un altro distretto.» Helgi gli chiese:
«E dove li hai visti, o che cosa stavano facen-
do, oppure hai fatto caso ai loro indumenti o
al loro aspetto?» Il garzone rispose: «Non ero
tanto spaventato da non far caso a quei detta-
gli, perché sapevo che me li avresti chiesti.» E
raccontò che si trovavano a poca distanza dal
capanno e stavano consumando il loro pasto.
Helgi chiese se erano seduti in cerchio o in fila,
e quello rispose che sedevano in cerchio sulle
selle. Helgi disse: «Dimmi che aspetto aveva-
no. Voglio vedere se dalla descrizione riesco
a capire di chi si tratta.» Il garzone raccontò:
«Uno era seduto su una sella di pelle colorata
e portava un mantello blu. Era un uomo alto
e valoroso, stempiato e con i denti sporgenti.»
225

Al che Helgi disse: «Lo riconosco con chiarez-


za dalla tua descrizione. L’uomo che hai visto
è Þorgils Hölluson, dell’ovest, della Hörðadalr.
Che cosa vorrà mai da noi, quel campione?» Il
garzone proseguì: «Accanto a lui c’era un uomo
seduto su una sella dorata. Aveva un mantello
rosso di scarlatto, portava un anello d’oro e ave-
va una fascia ricamata d’oro legata intorno alla
testa. Aveva i capelli biondi che scendevano in
onde sulle spalle, l’incarnato chiaro e il naso
ricurvo con la punta all’insù, dei begli occhi,
azzurri e penetranti e inquieti, la fronte ampia e
le guance piene. Aveva i capelli tagliati all’altez-
za delle sopracciglia, le spalle larghe e il petto
ampio, delle belle mani e le braccia forti, ma
tutto il suo portamento era assai raffinato, e in
conclusione devo ammettere che non avevo mai
visto nessuno altrettanto vigoroso. Era ancora
giovane, tanto che non aveva la barba. Mi sem-
brava afflitto dal dolore.» Allora Helgi replicò:
«L’hai osservato molto bene, quel tale. Sembra
un uomo di grande valore, non credo di averlo
mai visto ma posso immaginare chi sia. Credo
si tratti di Bolli Bollason, perché mi dicono sia
un uomo molto promettente.»
Il garzone proseguì: «C’era anche un uomo
seduto su una sella smaltata. Indossava una tu-
nica giallo-verde e aveva un grande anello d’o-
ro al dito. Aveva un aspetto assai avvenente e
doveva essere ancora molto giovane; aveva i ca-
pelli bruni che gli donavano assai ed era molto
raffinato in tutto.» Helgi rispose: «Credo di
sapere chi sia quest’uomo di cui mi hai appena
riferito, dev’essere Þorleikr Bollason, e tu sei
un ragazzo intelligente con l’occhio attento.»
Il garzone riprese: «Accanto c’era un giovane
226

con una tunica blu e le braghe nere con la cin-


tura in vita. Aveva il volto dritto, i capelli chia-
rissimi e i tratti piacevoli, magro e ricercato.»
Helgi rispose: «Questo lo conosco, devo averlo
visto quand’era molto giovane. Deve trattarsi
di Þórðr Þórðarson, il figlio adottivo del goði
Snorri; una compagnia molto distinta, questi
dell’ovest. Chi c’era ancora?» E il garzone dis-
se: «C’era un uomo su una sella scozzese, con
la barba grigia e le sopracciglia folte, i capelli
neri e ricciuti; era piuttosto brutto ma belli-
coso. Portava un mantello grigio arricciato.»
Helgi concluse: «Capisco subito chi è, si tratta
di Lambi Þorbjarnarson della Laxárdalr, ma
non so come mai si trovi in compagnia dei due
fratelli.»
Il garzone proseguì: «C’era anche un uomo
seduto su una sella da cavalcatura eretta, por-
tava un mantello blu e un anello d’argento.
Dall’aspetto pareva un contadino e anche piut-
tosto in là con gli anni, aveva i capelli castani
scuri e molto ricciuti. Aveva una cicatrice sul
volto.» «Il resoconto si aggrava», osservò Hel-
gi. «Devi aver visto mio cognato, Þorsteinn il
Nero, ma mi sembra davvero strano che abbia
intrapreso lo stesso loro viaggio; io non gli farei
una visita del genere. C’era ancora qualcuno?»
Il pastore rispose: «C’erano due uomini, molto
simili d’aspetto; dovevano essere di mezz’età e
molto potenti, con i capelli rossi e le lentiggi-
ni sul volto, però di bell’aspetto.» Helgi disse:
«Ho già capito chi sono questi due. Sono i figli
di Ármóðr, i fratellastri di Þorgils, Halldór e
Örnólfr, e tu sei una persona davvero affidabi-
le. Sono tutti quelli che hai visto?» E il ragazzo
rispose: «Non ho molto altro da aggiungere.
227

Accanto a loro era seduto un uomo che guar-


dava dalla parte opposta del cerchio. Aveva
una cotta di maglia graffata e un elmetto di
metallo in testa con la falda grande quanto la
tua mano. Portava un’ascia scintillante sulla
spalla, la lama pareva lunga un braccio. Era
scuro, con gli occhi neri e l’aspetto di un vi-
chingo.» Helgi rispose: «Lo riconosco subito
dalla tua descrizione, era Húnbogi il Forte,
il figlio di Álfr di Dalir; non capisco che cosa
vogliano, ma li hanno selezionati bene, per
questa spedizione.» Il garzone aggiunse: «C’e-
ra qualcun altro, accanto a questo tale dall’a-
spetto forte. Aveva i capelli castano scuri, un
volto pieno e rubizzo e le sopracciglia folte, di
media altezza.» Helgi disse: «Non devi dirmi
altro. Era Sveinn, il figlio di Álfr di Dalir, fra-
tello di Húnbogi, e sarà meglio per noi non
farci cogliere impreparati da questi individui,
perché sospetto che vogliano venire a trovarmi
prima di lasciare il distretto, anche se sarebbe
stato più appropriato che alcuni dei membri
della compagnia fossero venuti a cercarmi
molto tempo fa. Ora, le donne che sono nel
capanno devono indossare indumenti maschi-
li, prendere i cavalli che stanno qui vicino e
galoppare più celermente possibile fino a casa.
Può darsi che chi sta appostato nei dintorni
non capisca se si tratta di uomini o donne. Ab-
biamo bisogno di più tempo per radunare al-
tre forze prima di permettere a quegli uomini
di raggiungerci, e allora vedremo chi avrà la
meglio.» Le quattro donne partirono a cavallo
tutte insieme.
Þorgils sospettò che la loro presenza potes-
se essere stata notata e chiese ai suoi uomini
228

di prendere i cavalli e partire subito, cosa che


fecero. Ma prima di smontare, un uomo a ca-
vallo gli si fece incontro in piena vista. Era
piccolo di statura con i movimenti scattanti,
gli occhi saettavano in maniera inconsueta e
montava un destriero robusto. Quel tale salutò
Þorgils come una vecchia conoscenza, al che
Þorgils gli chiese come si chiamasse, chi fosse
la sua famiglia e da dove venisse. L’uomo disse
di chiamarsi Hrappr e di essere originario del
Breiðafjörðr da parte di madre – «è là che sono
cresciuto. Porto il nome di Hrappr l’Assassino,
epiteto appropriato, perché non sono un uomo
di pace, benché sia piccolo di statura. Da parte
di padre sono del sud, dove ho trascorso gli
ultimi inverni. È una fortuna, Þorgils, che ti
abbia incontrato, perché avevo intenzione di
venire a trovarti anche se si fosse rivelato più
complicato di così. Mi trovo in difficoltà, ho
litigato con il mio padrone. Ho ricevuto un
trattamento disonesto da parte sua, e come
dimostra il mio nome non tollero certi insul-
ti, così ho cercato di ucciderlo, anche se con
scarso successo, se non nullo. Solo che non ho
indugiato abbastanza per verificarlo, ho pensa-
to che fosse meglio che montassi in sella e mi
allontanassi di corsa da lui.» Hrappr raccontò
varie cose senza fare molte domande, eppure
di lì a poco fu al corrente della loro intenzione
di aggredire Helgi e disse che la cosa gli piace-
va, aggiungendo che nessuno sarebbe andato a
cercarlo tra le retroguardie.
64

Una volta montati in sella Þorgils e i suoi galop-


parono a gran velocità e presto si lasciarono il
bosco alle spalle. Videro quattro uomini che si
allontanavano a cavallo molto in fretta, così al-
cuni compagni di Þorgils suggerirono di rincor-
rerli immediatamente. Al che Þorleikr Bollason
replicò: «Andiamo prima al capanno a vedere
chi c’è, perché non credo che si tratti di Helgi
e il suo seguito. Mi sembra che siano solo delle
donne.» La maggioranza si espresse contraria,
ma Þorgils ribadì che doveva decidere Þorleikr
perché sapeva che era il più avveduto di tutti,
così tornarono al capanno. Hrappr corse in te-
sta brandendo la sua piccaccia, la teneva tesa in
avanti e diceva che era venuto il momento di
mostrare cosa sapessero fare. Prima che Helgi
e i suoi si rendessero conto di cosa stava acca-
dendo, Þorgils e gli altri attaccarono il capan-
no. Helgi e i suoi uomini chiusero la porta e si
armarono, Hrappr si avvicinò di corsa e chiese
se la volpe era in casa. Helgi rispose: «Scoprirai
che la volpe qua dentro è piuttosto feroce, visto
che osa mordere così vicino alla sua tana.» Poi
ficcò la lancia oltre la finestra e trafisse Hrap-
pr, che per il colpo cadde a terra morto. Þorgils
disse ai suoi di avvicinarsi con cautela e fare at-
tenzione a non feririsi – «perché abbiamo forze
a sufficienza per sbaragliare il capanno e Helgi
che si trova lì dentro, perché credo che siano in
pochi con lui.»
230

Il tetto era stato costruito con una sola asse


da un frontone all’altro con le estremità che
fuoriuscivano, ed era coperta soltanto da una
falda di torba dell’anno prima che non era
ancora germogliata. Allora Þorgils disse agli
uomini di posizionarsi alle due estremità della
trave e applicarvi tanta pressione da spezzarla
o farla cedere, mentre alcuni dovevano restare
a guardia della porta nel caso che da dentro
cercassero di uscire. All’interno c’erano Hel-
gi e altri uomini, in tutto erano cinque. Con
lui c’era anche suo figlio Harðbeinn di dodici
anni, il pastore e altri due uomini condannati
all’esilio che quell’estate erano andati da lui,
si chiamavano uno Þorgils e l’altro Eyjólfr.
Þorsteinn il Nero stava davanti alla porta del
capanno mentre Sveinn il figlio di Dala-Álfr
con gli altri compagni si erano divisi e cercava-
no di buttare giù il tetto. Un’estremità la prese-
ro Húnbogi il Forte e i figli di Ármóðr, mentre
Þorgils e Lambi afferrarono l’altra estremità
insieme ai figli di Guðrún, poi tutti si misero
a sollevare con forza la trave che si spezzò a
metà. In quel momento Harðbeinn scagliò la
lancia da un varco nella porta che si era rotta,
la punta colpì l’elmetto di Þorsteinn il Nero e
gli finì in fronte causandogli una brutta ferita,
al che Þorsteinn commentò che era vero che
c’erano degli uomini all’interno. Subito dopo
Helgi corse fuori dalla porta con una tale vee-
menza che quelli che stavano più vicini cadde-
ro a terra; Þorgils, che era lì accanto, lo colpì
con la spada sulla spalla e gli aprì una grande
ferita. Helgi si voltò verso di lui, con un’ascia
di legno in mano, e disse: «Questo vecchio
osa ancora affrontare le armi», e scagliò l’ascia
231

verso Þorgils colpendolo alla gamba e provo-


candogli una profonda ferita. Vedendolo, Bolli
si avventò verso Helgi brandendo Azzanna-
zampa e gliela scagliò contro sferrandogli un
colpo mortale. A quel punto i seguaci di Hel-
gi e anche Harðbeinn corsero fuori. Þorleikr
Bollason si dedicò a Eyjólfr, che era un uomo
forte, ma Þorleikr gli sferrò un colpo di spa-
da colpendolo alla coscia sopra il ginocchio e
gli mozzò la gamba, tanto che quello cadde a
terra morto. Húnbogi il Forte si avventò con-
tro Þorgils e con la spada lo centrò alla spina
dorsale e lo mozzò in due. Þórðr il Gatto si
trovava lì vicino quando Harðbeinn scappò
dal capanno e fece per attaccarlo, ma quando
Bolli lo vide lo raggiunse di corsa e gli chiese
di non fare del male a Harðbeinn: «Nessuno
dovrà compiere atti biasimevoli, Harðbeinn va
risparmiato.»
Helgi aveva un altro figlio che si chiamava
Skorri. Era cresciuto nella fattoria di England,
nel sud della Reykjardalr.
65

Dopo questi eventi Þorgils e i suoi ripartirono


a cavallo, attraversarono il collo montano sopra
la Reykjardalr e riferirono degli omicidi, poi
percorsero lo stesso tragitto che avevano fat-
to all’andata verso ovest senza fermarsi finché
non raggiunsero la Hörðadalr, e là raccontaro-
no cos’era accaduto durante la loro spedizione.
La missione divenne molto celebre e avere ab-
battuto un campione come Helgi fu ritenuta
una vera e propria impresa. Þorgils ringraziò i
suoi uomini per la missione e lo stesso dissero
i due fratelli, i figli di Bolli. Poi gli uomini che
avevano accompagnato Þorgils si separarono;
Lambi cavalcò verso ovest fino alla Laxárdalr,
raggiunse Hjarðarholt per primo e raccontò
ai parenti i dettagli degli eventi accaduti nel-
la Skorradalr. Loro furono molto contrariati
dalla sua adesione e lo criticarono fortemente,
accusandolo di aver dimostrato di appartenere
più alla schiatta di Þorbjörn il Butterato che
di Mýrkjartan re degli irlandesi. Lambi si ar-
rabbiò molto alle loro parole e dichiarò che
chi gli aveva mosso rimproveri dimostrava di
non sapersi comportare bene, – «perché io vi
ho salvato da una morte certa», disse. Dopo di
che si scambiarono poche parole, perché en-
trambe le parti erano più scontente di prima, e
Lambi tornò a casa.
Þorgils Hölluson cavalcò fino a Helgafell e
con lui i figli di Guðrún e i suoi fratellastri, Hal-
233

ldór e Örnólfr. Arrivarono verso sera quando


tutti erano a letto, ma Guðrún si destò e chiese
ai suoi domestici di alzarsi e aspettarli. Entrò
nella stanza principale, salutò Þorgils e tutti gli
altri e chiese notizie. Þorgils rispose al saluto di
Guðrún; si era già tolto il mantello e le armi e si
era seduto con la schiena appoggiata al piedrit-
to. Portava una tunica rossobruna con un’alta
cintura d’argento. Guðrún si sedette sulla pan-
ca accanto a lui. Allora Þorgils recitò la strofa:

Lasciammo d’Helgi, secondo il voto,


in pasto ai corvi il corpo immoto.
Di sangue roridi gli scudi lucenti
poi nell’agone co’ nostri fendenti
di grande fama tre fusti d’elmo
ben tre guerrieri prodi abbattemmo.
Ora con questo sangue versato
penso che Bolli sia vendicato.

Allora Guðrún chiese con più precisione qua-


li fatti erano accaduti durante la loro missio-
ne e Þorgils rispose a tutte le sue domande.
Guðrún commentò che la spedizione aveva
avuto un esito magnifico e li ringraziò; poi fu
servito loro del cibo e una volta sazi furono ac-
compagnati a letto. Dormirono tutta la notte.
Il giorno dopo Þorgils parlò da solo con
Guðrún e le disse: «Il fatto è, come sai,
Guðrún, che ho portato a termine la spedizio-
ne, come mi hai chiesto, e ritengo di aver fatto
la mia parte a dovere. Spero che ne sia valsa la
pena. Ti ricorderai che cosa mi hai promesso
in cambio. Mi sembra che ora sia il momento
di concludere.» Al che Guðrún replicò: «Da
quando ne abbiamo parlato non è passato poi
234

così tanto tempo da farmelo uscire di mente.


Non ho intenzione di far altro che mantenere
ogni mio accordo. Ma tu ti ricordi che cosa
abbiamo concordato?» Þorgils disse che pen-
sava di ricordarlo. Guðrún continuò: «Credo
di averti promesso di non sposare nessun altro
in questo paese che non fossi tu. Vuoi obiet-
tare, per caso?» Þorgils disse che ricordava
correttamente. «È un bene», dichiarò Guðrún,
«che entrambi ricordiamo la stessa cosa. Non
voglio più tirartela per le lunghe, ma non ho
nessuna intenzione di renderti tanto fortunato
da diventare tua moglie. Credo di mantenere
ogni parola del mio impegno sposando Þor-
kell Eyjólfsson, perché in questo momento
non si trova in Islanda.» Allora Þorgils arrossì
violentemente e disse: «Ho già capito da dove
viene questa storia. Sono sempre stati gelidi e
calcolati, i consigli del goði Snorri.» Poi scattò
in piedi furioso interrompendo bruscamente la
loro conversazione e tornò dai suoi compagni
dicendo che voleva partire subito. A Þorleikr
non piacque per niente il modo in cui Þorgils
era stato trattato, ma Bolli appoggiava la volon-
tà di sua madre. Guðrún disse che avrebbe of-
ferto a Þorgils dei doni generosi per addolcirlo,
ma Þorleikr osservò che non sarebbe servito
– «perché Þorgils è troppo orgoglioso per ac-
cettare di piegarsi davanti a qualche manufat-
to.» Guðrún concluse che in tal caso doveva
tornarsene a consolarsi a casa sua. Þorgils se ne
andò da Helgafell con i suoi fratellastri e tornò
a casa a Tunga estremamente indignato per la
sua sorte.
66

Quell’inverno Ósvífr si ammalò e morì. Fu rite-


nuta una perdita enorme perché era stato molto
saggio. Fu sepolto a Helgafell, perché Guðrún
vi aveva fatto costruire una chiesa.
In quello stesso inverno anche Gestr
Oddleifsson si ammalò e quando le sue con-
dizioni peggiorarono mandò a chiamare suo
figlio Þórðr il Basso e gli annunciò: «Qualcosa
mi dice che questa malattia porrà fine alla no-
stra convivenza. Voglio farmi portare a Hel-
gafell perché quel posto sarà il più importan-
te del paese. Spesso vi ho visto emanare una
luce.» Dopo di che Gestr morì.
L’inverno era stato molto freddo e si era
formato uno spesso strato di ghiaccio dalla
costa fino al largo del Breiðafjörðr, pertanto
era impossibile salpare dalla Barðaströnd. Il
cadavere di Gestr rimase a Hagi due notti, ma
quella stessa sera le raffiche si fecero talmente
forti che staccarono il ghiaccio dalla costa e il
giorno dopo il tempo era bello e senza vento.
Þórðr si procurò una nave, vi depose il cadave-
re di Gestr e fece vela a sud quello stesso gior-
no attraversando il Breiðafjörðr, per arrivare
verso sera a Helgafell, dove fu accolto bene e
si fermò per la notte. La mattina dopo il cada-
vere di Gestr fu sepolto nella stessa tomba di
Ósvífr. E così il presagio di Gestr si avverò,
perché adesso la distanza tra di loro era molto
minore di quando vivevano uno nella Barða-
236

strönd e l’altro nella Sælingsdalr. Quando


ebbe terminato, Þórðr il Basso tornò a casa.
La notte successiva ci fu una bufera, il ghiac-
cio tornò a serrare la riva e vi rimase a lungo
quell’inverno, rendendo impossibile spostarsi
in nave. Tutti pensarono che fosse un segno
considerevole che si fosse presentata l’occasio-
ne di trasportare il cadavere di Gestr, perché
era stato impossibile navigare sia prima che
dopo.
67

Þórarinn si chiamava un tale che abitava nel-


la Langadalr; deteneva un goðorð ma non era
ricco. Suo figlio si chiamava Auðgísl ed era
un uomo svelto. Þorgils Hölluson aveva tol-
to loro il goðorð e questo a loro era sembrato
un grande affronto. Auðgísl andò a trovare
il goði Snorri, gli riferì dell’ingiustizia e gli
chiese il suo sostegno. Snorri rispose positi-
vamente ma la prese alla leggera e commen-
tò: «E così il rampollo di Halla è diventato
ambizioso e prepotente. Quand’è che Þorgils
incontrerà qualcuno che non gli permetterà
di avere la meglio in tutto? È vero che è forte
e vigoroso, ma è accaduto già ad altri come lui
di finire male.» Al momento di partire Snorri
diede a Auðgisl un’ascia intarsiata.
Quella primavera Þorgils Hölluson e
Þorsteinn il Nero andarono a sud nel Bor-
garfjörðr e offrirono una ricompensa ai fi-
gli di Helgi e ai suoi parenti per l’omicidio.
Trovarono un accordo e stabilirono un buon
risarcimento; Þorsteinn ne pagò i due terzi
mentre Þorgils avrebbe dovuto sborsare un
terzo all’assemblea successiva. Quell’estate
Þorgils si recò all’assemblea e quando rag-
giunse il campo di lava di Þingvellir vide una
donna che gli andava incontro.39 Era piutto-
sto alta. Þorgils cavalcò nella sua direzione
ma quella si scostò di lato e recitò:
238

È astuto, Snorri:
che stiano attenti
tutti i valenti.
È accorto Snorri:
nessuno scampa
al suo tramare.

Poi proseguì per la sua strada. Allora Þorgils


disse: «È accaduto raramente, che quando il
futuro per me sembrava luminoso tu lascias-
si l’Alþingi al mio arrivo.» Þorgils raggiun-
se l’assemblea, andò al suo accampamento e
tutto trascorse senza intoppi. Ma accadde un
evento, un giorno in cui i vestiti erano stati
appesi fuori ad asciugare. Il mantello blu con
il cappuccio di Þorgils era disteso sulla parete
dell’accampamento e la gente lo sentì recitare
questa strofa:

Steso sul muro, nero e bagnato


sa di un complotto, questo mantello
mai più asciugherà e non vi celo,
che ad altri due quel manto dà ostello.

La cosa fu ritenuta un grande fenomeno. Il


giorno successivo Þorgils attraversò il fiume
a ovest, per pagare il risarcimento per i figli
di Helgi. Si sedette su una roccia sopra agli
alloggiamenti, insieme al fratellastro Halldór
e ad altre persone. Quando i figli di Helgi si
presentarono all’appuntamento, Þorgils co-
minciò a contare il denaro, ma stava passan-
do di lì Auðgísl Þórarinsson e nel momento in
cui Þorgils diceva «dieci» gli si avventò con-
tro; gli altri pensarono di aver sentito la testa
dire «undici» mentre gli volava via dal collo.
239

Auðgísl corse all’accampamento degli uomini


del Vatnsfjörðr, ma Halldór lo raggiunse e gli
sferrò un colpo mortale davanti all’ingresso.
La notizia che Þorgils Hölluson era stato
ucciso giunse all’accampamento del goði Snor-
ri. Snorri ribatté: «Non credo abbiate capito.
L’assassino dev’essere Þorgils Hölluson.» E
quel tale obiettò: «Eppure gli è volata via la
testa dal tronco.» «Allora può darsi che sia
vero», disse Snorri. Per questo omicidio si rag-
giunse un accordo, come si racconta nella saga
di Þorgils Hölluson.40
68

La stessa estate in cui Þorgils Hölluson fu


ucciso, a Bjarnarhöfn arrivò una nave, era di
proprietà di Þorkell Eyjólfsson. All’epoca
era un uomo talmente ricco che aveva due
knörr in mare, uno salpava dallo Hrútafjörðr
e approdava a Borðeyri; entrambi erano ca-
richi di legname.
Quando il goði Snorri venne a sapere dell’ar-
rivo di Þorkell, montò a cavallo e lo raggiunse
immediatamente. Þorkell lo accolse con molto
affetto; sulla nave teneva anche una buona scor-
ta di bevande che furono servite con generosità.
I due avevano molto di cui parlare, Snorri gli
chiese le nuove dalla Norvegia e Þorkell gli rac-
contò tutto, a lungo e nel dettaglio. A sua volta
Snorri gli riferì che cosa era accaduto mentre
Þorkell era all’estero. «Questo mi sembra il mo-
mento appropriato», disse Snorri, «per fare ciò
che ti avevo consigliato prima che tu partissi per
l’estero, ovvero chiamarti fuori da questi viaggi
d’affari, fermarti per un po’ e prendere in mo-
glie la donna di cui avevamo parlato.» Þorkell
gli rispose: «Capisco cosa intendi e resto della
stessa opinione di quando ne discutemmo allo-
ra: non voglio lasciarmi scappare un partito del
genere, che è il più dignitoso che si possa tro-
vare.» Snorri disse: «Sono pronto e disposto a
sostenere la proposta da parte tua. Entrambe le
difficoltà che a tuo avviso ti impedivano di spo-
sare Guðrún sono state superate, perché Bolli è
241

stato vendicato e Þorgils eliminato.» Þorkell os-


servò: «I tuoi consigli sono sagaci, Snorri, credo
proprio che li seguirò.»
Snorri rimase alcune notti sulla nave, poi
presero una dieci remi calata in mare accanto
al knörr e si prepararono a partire in venticin-
que. Si recarono a Helgafell e Guðrún riservò
a Snorri un’accoglienza particolarmente buo-
na. Tutti furono lautamente serviti. Quan-
do aveva già trascorso lì una notte, Snorri
chiese di parlare privatamente con Guðrún
e le disse: «Le cose stanno in questo modo:
sono venuto da parte del mio amico Þorkell
Eyjólfsson, che è qui, come vedi, allo scopo
di proporti un accordo matrimoniale. Þorkell
è un uomo meritevole, conosci molto bene la
sua famiglia e le sue imprese, e non manca di
sostanze. A noi sembra la persona più adatta
a ricoprire il ruolo di capo qui all’ovest, se de-
sidera diventarlo. Þorkell è tenuto in grande
stima, qui in Islanda, ma è stimato ancor di
più in Norvegia tra gli uomini degni.» Allora
rispose Guðrún: «Sono i miei figli, Þorleikr
e Bolli, a dover decidere sulla faccenda, e tu,
Snorri, sei la terza persona a cui più mi rivol-
go per un consiglio quando sento che la que-
stione è particolarmente rilevante, perché da
tempo ti sei dimostrato per me un buon con-
sigliere.» Snorri le ribadì di ritenere che Þor-
kell non dovesse assolutamente essere rifiu-
tato. Dopo di che convocò i figli di Guðrún,
aprì la questione e spiegò loro quanta forza
avrebbero potuto trarre da Þorkell, sia per i
suoi beni sia per la sua guida, e ne parlò in
maniera molto convincente. Allora Bolli ri-
spose: «Mia madre saprà che cosa è meglio,
242

io voglio adeguarmi ai suoi desideri. Ma si-


curamente ci sembra opportuno considerare
bene il fatto che vuoi sostenere la sua cau-
sa, Snorri, perché hai agito spesso a nostro
beneficio.» Allora Guðrún disse: «Dovremo
fare ogni sforzo per seguire le disposizioni di
Snorri in questa questione, perché i suoi con-
sigli ci sono sempre stati proficui.» Snorri la
incoraggiò in ogni modo, così fu deciso che
tra Guðrún e Þorkell si chiudesse l’accordo.
Snorri si offrì di organizzare il banchetto e a
Þorkell la cosa piacque molto – «perché non
mi mancano scorte per fornire qualsiasi cosa
vogliate.» E Guðrún disse: «È mio volere che
la festa si tenga qui a Helgafell. Non mi pre-
occupano i costi, non chiederò a Þorkell né a
nessun altro di partecipare alle spese.» «Hai
dimostrato più di una volta, Guðrún», notò
Snorri, «di essere una donna molto determi-
nata.» Così fu stabilito che la festa doveva
tenersi a Helgafell quando restavano sei setti-
mane alla fine dell’estate, e con questo Snorri
e Þorkell se ne andarono; Snorri tornò a casa
mentre Þorkell andò alla nave e per quell’e-
state rimase a Tunga oppure a bordo.
Arrivò il momento della festa; Guðrún ave-
va fatto grandi preparativi e aveva accumulato
molte provviste. Il goði Snorri si recò al ban-
chetto con Þorkell e con un gruppo di quasi
sessanta persone, una compagnia scelta, per-
ché quasi tutti vestivano abiti colorati. Guðrún
aveva invitato oltre cento persone. I due fratel-
li, Bolli e Þorleikr, andarono incontro a Snor-
ri accompagnati dagli invitati e gli riservaro-
no un’ottima accoglienza, poi si occuparono
dei loro cavalli e dei loro indumenti. Furono
243

condotti nella stanza principale e a Þorkell e


Snorri fu assegnata la posizione d’onore su una
pedana più alta, mentre gli ospiti di Guðrún si
sedettero sulla panca opposta.
69

Quell’inverno Gunnar Þiðrandabani, ovvero


«l’assassino di Þiðrandi», era stato mandato
da Guðrún per trovare nella sua casa ricove-
ro e protezione. Lei l’aveva accolto senza rive-
lare il suo nome. Gunnar era stato giudicato
colpevole dell’omicidio di Þiðrandi Geitisson
di Krossavík, come si racconta nella saga del-
la gente di Njarðvík,41 ed era rimasto sempre
scrupolosamente nascosto perché molti po-
tenti cercavano vendetta. La prima sera del-
la festa, mentre gli ospiti andavano a lavarsi,
accanto all’acqua si presentò un uomo molto
alto, con le spalle larghe e il petto ampio, che
portava un cappello sulla testa. Þorkell chiese
chi fosse, ma il tale gli diede il primo nome
che gli venne in mente. Þorkell dichiarò: «Non
dici la verità. Assomigli di più alla descrizione
di Gunnar Þiðrandabani, e se fossi il guerriero
che dicono tu sia, non vorresti nascondere il
tuo nome.» Allora Gunnar rispose: «Ti espri-
mi in maniera assai intrepida. Suppongo di
non aver bisogno di nascondermi da te, visto
che mi hai riconosciuto. Che cos’hai in men-
te per me?» Þorkell rispose che gliel’avrebbe
detto all’istante, e ordinò ai suoi uomini di
catturarlo subito. Guðrún era seduta al centro
della tribuna insieme ad altre donne, tutte con
veli di lino sulla testa. Quando si rese conto di
cosa stava accadendo, scattò in piedi e disse ai
suoi uomini di correre in aiuto di Gunnar e di
245

non risparmiare chi avesse opposto resistenza.


Guðrún aveva una compagnia più numerosa,
pertanto le cose sembravano girare in maniera
diversa dal previsto. Il goði Snorri si intromise
tra loro e fece placare la tempesta: «Þorkell,
non dovresti mettere tanto zelo in questa fac-
cenda. Lo vedi da solo quant’è determinata
Guðrún, se osa imporsi su entrambi noi.» Þor-
kell protestò che aveva di aver promesso al suo
omonimo Þorkell Geitisson di uccidere Gun-
nar se fosse andato nei distretti dell’ovest – «è
un mio grande amico.» Snorri disse: «Hai mol-
ti più obblighi verso ciò che ti dico io. Ed è as-
solutamente necessario che li rispetti, perché
non avrai mai in moglie un’altra donna come
Guðrún, per quanto tu la vada a cercare.» Alle
esortazioni di Snorri, e comprendendo anche
da sé che diceva il vero, Þorkell si tranquilliz-
zò, ma verso sera Gunnar fu scortato altrove.
Il banchetto proseguì bene e fu considerevole.
Quando la festa fu finita tutti si prepararono a
partire e Þorkell offrì dei ricchi doni a Snorri
e a tutti gli altri uomini degni. Snorri invitò a
casa sua Bolli Bollason e gli disse di fermarsi
da lui ogni volta che voleva e per tutto il tem-
po che desiderava, così Bolli accettò l’invito e
andò subito a Tunga con lui. Þorkell si stabilì
a Helgafell e si occupò della gestione della fat-
toria, e fu subito evidente che non era meno
capace che nei viaggi d’affari. Quell’autunno
fece buttare giù la sala e durante l’inverno la
fece ricostruire più grande e più imponente.
Tra Þorkell e Guðrún ci fu un profondo affet-
to. L’inverno trascorse e in primavera Guðrún
gli chiese come volesse disporre di Gunnar
Þiðrandabani. Þorkell disse che era una sua
246

decisione: «Hai deciso tu con tanta fermezza


che non sarai sodddisfatta se non gli sarà riser-
vato un trattamento adeguato.» Guðrún con-
fermò che aveva tratto la giusta conclusione:
«Voglio», disse, «che tu gli dia una nave oltre
a tutto ciò che gli sarà necessario.» Þorkell ri-
spose sorridendo: «Sei una donna che pensa
in grande, Guðrún, e non ti si confà un ma-
rito meschino, non sarebbe adatto a uno spi-
rito come il tuo. Farò come desideri.» E così
andò. Gunnar accettò il dono con grande rico-
noscenza: «Il mio braccio non sarà mai tanto
lungo da ricompensarvi per questo onore che
mi avete offerto.» Gunnar partì e approdò in
Norvegia, dopo di che raggiunse la sua tenu-
ta. Era molto ricco, un uomo autorevole e una
persona fidata.
70

Þorkell Eyjólfsson divenne un capo influente


e si diede molto da fare per mantenersi popo-
lare e rispettato. Era un uomo importante nel
distretto e prendeva sempre parte nelle con-
troversie legali, ma qui non si parla delle sue
dispute. Finché visse fu l’uomo più ricco del
Breiðafjörðr dopo Snorri. Þorkell si occupò
della fattoria e fece ricostruire tutti gli edifici
di Helgafell, rendendoli più grandi e più robu-
sti; segnò anche le fondamenta per una chiesa
e affermò di voler andare all’estero per trovare
il legname adatto.
Þorkell e Guðrún ebbero un figlio che fu
chiamato Gellir, e fu subito molto prometten-
te. Bolli Bollason risiedeva in genere a Tunga
o a Helgafell, e Snorri lo trattava molto bene.
Suo fratello Þorleikr viveva a Helgafell. I due
fratelli erano uomini robusti e molto capaci,
ma Bolli era superiore all’altro. Þorkell trat-
tava molto bene i suoi due figliastri e Guðrún
amava Bolli più di tutti i suoi altri figli. Bolli
aveva sedici anni e Þorleikr venti. A questo
punto Þorleikr parlò con il patrigno Þorkell
e con sua madre e disse loro di voler andare
all’estero – «mi annoio a stare a casa come le
donne. Vorrei che mi fossero concessi i mezzi
per viaggiare.» Þorkell rispose: «Non credo
di essermi mai opposto a voi fratelli, da quan-
do abbiamo stretto legami di parentela. Com-
prendo bene che desideri andare a conoscere
248

le usanze altrui, e mi aspetto che sarai consi-


derato capace ovunque andrai tra uomini va-
lenti.» Þorleikr dichiarò di non voler portare
con sé molte ricchezze «Perché non sono cer-
to di saperle gestire al meglio, sono giovane e
ancora inesperto sotto molti aspetti.» Þorkell
gli disse di fare come credeva, poi acquistò
per lui una parte di una nave che stava in sec-
ca a Dögurðarnes. Lo accompagnò alla nave
e lo equipaggiò bene in tutto, così quell’esta-
te Þorleikr partì e approdò in Norvegia. In
quel periodo vi regnava re Ólafr il Santo e
Þorleikr andò subito a trovarlo. Il re lo accol-
se bene, riconobbe il suo lignaggio e lo invitò
a unirsi a lui. Þorleikr accettò, rimase presso
il re tutto l’inverno ed entrò a far parte della
sua corte. Il re lo stimava molto, Þorleikr era
ritenuto un uomo molto coraggioso e si fermò
con re Ólafr per molti inverni.
A questo punto si racconta di Bolli Bollason.
Quando ebbe diciotto anni, in primavera andò
a parlare con il patrigno Þorkell e con sua ma-
dre e disse loro di voler ricevere la parte che gli
spettava dell’eredità del padre. Guðrún gli chie-
se che cosa volesse farne, visto che pretendeva
che gli assegnassero il patrimonio. Bolli rispo-
se: «Vorrei che fosse presentata una proposta
di matrimonio da parte mia. Desidero che tu,
Þorkell, come mio patrigno, avanzi la proposta
in modo che si possa attuare.» Þorkell gli chiese
quale donna avesse pensato di chiedere in mo-
glie. Bolli rispose: «Si chiama Þórdís, è la figlia
del goði Snorri. È lei che più mi preme pren-
dere in moglie, non mi sposerò nell’immediato
futuro se non ottengo lei. Ci tengo molto che
la cosa si risolva positivamente.» Þorkell rispo-
249

se: « È scontato darti il mio supporto in questa


questione, se pensi che faccia la differenza. Mi
aspetto che Snorri sia più che disposto a dare il
suo consenso, perché vedrà chiaramente che sei
un ottimo partito.» Guðrún disse: «Posso dire
subito, Þorkell, che non voglio lesinare perché
Bolli abbia la donna che desidera. Sia perché è
quello che amo di più, ma anche perché è sem-
pre stato il più leale dei miei figli nell’assecon-
dare i miei desideri.» Þorkell disse che intende-
va provvedere affinché Bolli ricevesse un buon
trattamento: «Lo merita per più di un motivo,
visto che mi aspetto che Bolli si dimostrerà
un’ottima persona.»
Poco dopo Þorkell e Bolli partirono insie-
me a molti altri uomini e raggiunsero Tunga.
Snorri li accolse bene e con molto affetto, e
dimostrò loro una grande ospitalità. Þórdís
Snorradóttir era a casa con suo padre, era una
donna bella e meritevole. Dopo aver trascorso
alcune notti a Tunga, Þorkell presentò la pro-
posta e si espresse in favore di un’alleanza fa-
migliare con Snorri da parte di Bolli tramite il
matrimonio con sua figlia Þórdís. Al che Snor-
ri rispose: «Mi avete fatto una proposta molto
degna, come mi sarei aspettato da voi. Voglio
rispondere favorevolmente alla questione, per-
ché ritengo che Bolli sia un uomo molto pro-
mettente e qualsiasi donna lo sposi mi sembra
ben maritata. Tuttavia molto dipende da cosa
ne pensa Þórdís, perché non sposerà nessu-
no che non le vada a genio.» La questione fu
presentata a Þórdís e lei rispose che avrebbe
seguito il consiglio di suo padre, disse che era
più disposta a sposare Bolli nel suo distretto
piuttosto che uno sconosciuto che veniva da
250

lontano. Quando comprese che non era con-


traria a maritarsi con Bolli, Snorri accettò la
proposta e i due furono promessi. Avrebbe or-
ganizzato lui la festa, che si sarebbe tenuta per
la mezza estate. Al che Þorkell e Bolli tornaro-
no a casa a Helgafell, dove Bolli rimase finché
non venne il giorno del matrimonio.
Þorkell e Bolli si prepararono a partire per
la festa, e con loro tutte le persone che doveva-
no parteciparvi. Fu una compagnia numerosa
e molto imponente, quella che cavalcò verso
Tunga. Là furono accolti molto bene, c’era un
gran numero di persone e il banchetto era mol-
to imponente. Quando la festa stava per finire
e tutti si preparavano ad andarsene, Snorri of-
frì a Þorkell dei doni dignitosi, e così anche a
Guðrún e a tutti gli altri amici e parenti. Tutti
gli invitati tornarono a casa ma Bolli rimase a
Tunga e di lì a poco nacque un buon rappor-
to d’amore con Þórdís. Snorri si diede molto
da fare per trattare bene Bolli, si comportava
meglio con lui che con i suoi figli in tutto. Bol-
li contraccambiava bene, e trascorse a Tunga
l’anno successivo in buone condizioni.
L’estate seguente una nave entrò nel Hvítá,
apparteneva per metà a Þorleikr Bollason e a
dei norvegesi per l’altra metà. Quando Bolli
venne a sapere dell’arrivo di suo fratello caval-
cò fino a sud nel Borgarfjörðr per raggiungere
la nave. I fratelli furono molto felici di vedersi
e Bolli trascorse lì alcune notti, poi entram-
bi raggiunsero Helgafell a ovest. Þorkell li
accolse con tutto il suo affetto, come anche
Guðrún, poi proposero a Þorleikr di rimane-
re lì quell’inverno. Þorleikr accettò e rimase a
Helgafell per qualche tempo, poi raggiunse il
251

Hvítá a cavallo, fece tirare in secca la nave e


trasferire i suoi beni nell’ovest. Þorleikr si era
procurato un buon patrimonio e molta stima,
perché era diventato seguace dell’uomo più
nobile di tutti, re Ólafr. Quell’inverno si fer-
mò a Helgafell e Bolli a Tunga.
71

Durante il secondo inverno dopo il ritorno di


Þorleikr, i due fratelli si videro regolarmente
per parlare in privato, dedicandosi poco ai
giochi e agli altri divertimenti. Una volta in
cui Þorleikr era a Tunga i due fratelli si in-
trattennero per giorni interi. Snorri immaginò
che stessero organizzando qualcosa di grosso,
allora andò a parlare con loro. Lo accolsero
bene e interruppero subito la conversazio-
ne. Lui rispose al loro saluto poi disse: «Che
cosa state progettando, che non vi curate né di
dormire né di mangiare?» Bolli rispose: «Non
sono progetti, stiamo parlando di cose di poco
significato.» Ma quando Snorri si accorse che
volevano nascondergli qualsiasi cosa avessero
in mente, sospettò che l’argomento della loro
conversazione avrebbe causato grandi proble-
mi se si fosse realizzato, così disse loro: «So-
spetto, tuttavia, che non parlereste così tanto
di sciocchezze o di celie, e lo capisco bene, ma
vi prego, ditemelo senza nascondere niente.
Tra tutti e tre, non c’è uno meno abile dell’al-
tro nel fare progetti e non mi opporrò a ini-
ziative che possano portarvi onore.» Þorleikr
pensò che Snorri si fosse espresso molto bene
e in poche parole gli confidò che avevano de-
ciso di aggredire i figli di Ólafr e dare loro
una bella punizione; dissero di essere certi che
nella loro posizione non mancava loro niente
per essere alla pari dei figli di Ólafr, visto che
253

Þorleikr era un seguace di re Ólafr e Bolli si


era imparentato con un capo della levatura di
Snorri. Snorri rispose in questo modo: «L’omi-
cidio di Bolli è stato vendicato quando Helgi
Harðbeinsson è stato ucciso. C’è già stata ab-
bastanza ostilità senza che la questione venga
portata avanti.» Bolli allora disse: «Che c’è,
Snorri? Non sei più così disposto a dare il tuo
supporto come hai detto prima? Þorleikr non
ti avrebbe rivelato questo piano, se mi avesse
chiesto prima se dirtelo o meno. Ma visto che
ritieni che Bolli sia stato vendicato con la mor-
te di Helgi, lo sanno tutti che per la sua morte
è stato pagato un compenso, mentre mio padre
non è stato ancora risarcito.» Quando Snorri
comprese che non sarebbe riuscito a far cam-
biare loro idea si offrì di tentare un accordo
con i figli di Ólafr piuttosto che perpetrare al-
tri omicidi, e i due fratelli accettarono.
Così Snorri cavalcò fino a Hjarðarholt con
una compagnia di alcuni uomini. Halldór lo
accolse bene e gli chiese di restare con loro,
ma Snorri rispose che doveva tornare a casa
verso sera – «tuttavia ho una cosa da discutere
con te.» Si misero a parlare e Snorri spiegò il
motivo della sua visita, disse che aveva appreso
che Bolli e Þorleikr non erano più molto con-
tenti di non aver ricevuto alcun compenso da
parte dei figli di Ólafr per la morte di loro pa-
dre – «vorrei cercare un accordo e capire se è
possibile porre fine alla sventura di voi paren-
ti.» Halldór non escluse la possibilità e rispo-
se: «So bene che Þorgils Hölluson e i figli di
Bolli intendevano attaccare me o i miei fratelli,
prima che tu li convincessi ad accantonare l’i-
dea della vendetta, tant’è che hanno deciso di
254

uccidere Helgi Harðbeinsson. Hai agito bene,


qualsiasi fosse il tuo precedente coinvolgimen-
to con noi.» Snorri disse: «Trovo che sia mol-
to importante che questa mia missione vada a
buon fine e che si attui ciò che più ho in men-
te, ovvero riconciliare voi congiunti, perché
conosco la natura degli uomini che hanno una
contesa aperta con te, manterranno l’accordo
che concluderanno.» Halldór rispose: «Voglio
accettare, se questo è anche il volere dei miei
fratelli, e pagare un risarcimento per l’omici-
dio di Bolli, secondo quanto deciderà chi sarà
prescelto per arbitrare. Ma voglio che si esclu-
da il bando, insieme al mio goðorð e alle mie
proprietà, come anche le tenute in cui abitano
i miei fratelli. Voglio che siano esclusi dall’ac-
cordo; e ciascuna delle due parti dovrà presen-
tare un arbitro.» Snorri disse: «È una proposta
onorevole e generosa. I fratelli accetteranno, se
vorranno ascoltare il mio consiglio.»
Poi Snorri tornò a casa, spiegò ai fratel-
li com’era andata la sua missione e disse che
avrebbe smesso di offrire loro ulteriore sup-
porto se non avessero accettato quella pro-
posta. Bolli gli chiese di prendere la decisio-
ne per lui – «voglio che sia tu, Snorri, a fare
da arbitro per la nostra parte.» Allora Snorri
mandò un messaggio a Halldór dicendo che
l’accordo era stato raggiunto e gli chiese di
scegliere un uomo da fargli da controparte.
Come arbitro per la sua parte Halldór scelse
Steinþór Þorláksson di Eyri. L’accordo sareb-
be stato concluso a Drangar, nella Skógar-
strönd, a quattro settimane dall’inizio dell’e-
state. Þorleikr Bollason cavalcò a Helgafell e
quell’inverno trascorse senza eventi. Quando
255

arrivò il momento stabilito per l’incontro, il


goði Snorri accompagnò i figli di Bolli in una
compagnia di quindici persone, e in egual nu-
mero si presentarono gli uomini di Steinþór.
Snorri e Steinþór si misero a parlare e rag-
giunsero un accordo, dopo di che decisero la
ricompensa, ma non si dice quanto stabiliro-
no, si dice solo che fu corrisposta la cifra sti-
pulata e che l’accordo fu rispettato. Il denaro
fu consegnato all’Assemblea di Þórsnes. Hal-
ldór diede a Bolli una buona spada e Steinþór
Ólafsson offrì a Þorleikr uno scudo, entrambi
armi di buon livello. Poi l’assemblea si sciolse,
ed entrambe le parti ritennero di averne gua-
dagnato molto in stima.
72

Dopo che Bolli e Þorleikr e i figli di Ólafr si


furono riconciliati e Þorleikr era in Islanda
da un inverno, Bolli annunciò di voler andare
all’estero. Snorri cercò di scoraggiarlo dicen-
do: «Il successo di tale spedizione ci sembra
un rischio. Se desideri più responsabilità di
quante ne hai adesso, ti darò una tenuta e ti
costruirò una fattoria tua, ti affiderò il titolo
di goði e farò di tutto per aiutarti ad accresce-
re il tuo prestigio. Immagino che sarà facile,
perché in gran parte la gente è ben disposta
nei tuoi confronti.» Bolli rispose: «È da tanto
tempo che ho in mente di partire per il sud.
Un uomo è ritenuto incolto, se non conosce
altro che l’Islanda.» Quando Snorri vide che
Bolli era convinto che non c’era modo di dis-
suaderlo, gli offrì tutti i beni materiali che de-
siderava per prepararsi al viaggio. Bolli accettò
di prenderne una grande quantità: «Non vo-
glio essere compatito da nessuno», disse, «né
qui né all’estero.» Poi Bolli si recò a cavallo a
sud nel Borgarfjörðr e raggiunse il Hvítá, dove
acquistò metà nave dai norvegesi, così fu di
proprietà dei due fratelli. Poi tornò a casa a
cavallo. Bolli e Þórdís ebbero una figlia, che si
chiamò Herdís. Guðrún si offrì di prenderla
con sé. Aveva un anno quando andò a Helga-
fell, vi rimase a lungo e Guðrún la trattò sem-
pre molto bene.
73

A questo punto i due fratelli si recarono alla


nave. Bolli vi fece caricare molte ricchezze, la
armarono e quando furono pronti la misero in
mare. Non trovarono subito un buon vento e
rimasero molto tempo in mare, ma in autunno
approdarono in Norvegia e giunsero a nord
di Trondheim. Re Ólafr era nell’est del paese,
si trovava a Vík dove aveva raccolto provviste
per l’inverno. Quando i due fratelli seppero
che quell’inverno il re non sarebbe andato a
Trondheim nel nord, Þorleikr disse di voler an-
dare nell’est del paese a trovare re Ólafr. Bolli
rispose: «Non mi va di vagare da una cittadina
commerciale all’altra, in autunno. Mi sembra
un impegno e una schiavitù. Voglio trascor-
rere l’inverno qui. Mi dicono che il re verrà
a nord in primavera, ma se non venisse non
ti tratterrò e andremo a trovarlo.» Così fecero
come voleva Bolli, scaricarono la nave e si sta-
bilirono nella cittadina. Presto fu evidente che
Bolli era un uomo ambizioso, voleva primeg-
giare sugli altri e ci riusciva, e non solo perché
era generoso. Presto ottenne molto rispetto in
Norvegia. Bolli si circondò di una compagnia
di uomini quell’inverno a Trondheim e tutti
lo riconoscevano subito ovunque andasse a
bere, perché i suoi uomini erano equipaggiati
meglio degli altri paesani, quanto ad armi e a
vesti. Era sempre lui a pagare per tutti i suoi
compagni quando andavano a bere, tanta era
258

la sua generosità e munificenza. I due fratelli


restarono nella cittadina per tutto l’inverno.
Quell’inverno re Ólafr rimase nell’est del
paese, a Sarpsborg, e si venne a sapere che non
prevedeva di recarsi a nord. Allora all’inizio del-
la primavera i fratelli armarono la nave e veleg-
giarono verso est seguendo la costa. Il viaggio
andò bene, raggiunsero Sarpsborg e poi anda-
rono a trovare re Ólafr, che accolse bene il suo
seguace Þorleikr e i suoi compagni di viaggio.
Poi chiese chi fosse l’uomo prestante che accom-
pagnava Þorleikr. E lui rispose: «È mio fratello e
si chiama Bolli.» «È davvero un uomo valente»,
osservò il re. Dopo di che propose a entrambi
i fratelli di rimanere con lui; loro accettarono
con grande riconoscenza e si fermarono presso
il re quella primavera. Il re trattò bene Þorleikr
come aveva fatto in precedenza, ma stimò molto
di più Bolli, perché gli sembrava che fosse il più
eccezionale degli uomini. Con il passare della
primavera i fratelli discussero dei loro proget-
ti di viaggio. Þorleikr chiese a Bolli se voleva
tornare in Islanda quell’estate – «O vuoi fer-
marti ancora in Norvegia?» Bolli rispose: «Non
intendo fare nessuna delle due cose, a dire la
verità quando ho lasciato l’Islanda intendevo
che nessuno dovesse andare a chiedere mie
notizie nella casa accanto. Fratello, voglio che
abbia tu la nostra nave.» A Þorleikr dispiaceva
molto che dovessero separarsi – «ma deciderai
tu cosa fare, Bolli, come al solito.» Quando pre-
sentarono al re i loro piani, il re replicò in tal
modo: «Bolli, non desideri più rimanere? Prefe-
rirei che ti fermassi con noi ancora per qualche
tempo. Ti offrirò lo stesso titolo che ho confe-
rito a tuo fratello.» Allora rispose Bolli: «Sarei
259

più che disposto, signore, a legarmi a voi, ma


prima intendo partire per la destinazione che
avevo in mente in origine e che da tempo de-
sidero raggiungere; ma accetterò volentieri, se
mi sarà concesso di tornare.» «Allora sarai tu
stesso a decidere dove andare, Bolli», disse il
re, «perché voi islandesi siete sempre molto de-
terminati. Tuttavia devo ammettere, Bolli, che
ti ritengo uno degli uomini più ragguardevoli
che siano giunti dall’Islanda ai miei giorni.»
Appena Bolli ebbe ottenuto il permesso dal re
si preparò a partire e salì a bordo di una cocca42
diretta a sud, in Danimarca. Aveva preso con sé
molte ricchezze ed era accompagnato da alcuni
suoi compagni. Lui e re Ólafr si separarono con
molta amicizia, e prima di partire il re gli offrì
ottimi doni. Þorleikr rimase con re Ólafr men-
tre Bolli andò per la sua strada finché non arrivò
a sud, in Danimarca, dove rimase per un inver-
no e ricevette molto onore da uomini potenti,
e mantenne una condotta non meno lussuosa
di quella che teneva in Norvegia. Quando ebbe
trascorso un inverno in Danimarca cominciò a
preparare la partenza per paesi stranieri e non si
fermò finché non raggiunse Costantinopoli. Vi
restò per qualche tempo prima di entrare nel-
la guardia variaga.43 Non abbiamo mai sentito
parlare di nessun uomo del nord che sia entrato
al servizio dell’imperatore di Bisanzio prima
di Bolli Bollason. Rimase a Costantinopoli per
molti inverni e fu ritenuto il più valoroso di tutti
nelle situazioni di pericolo e fu addirittura tra i
primi. I variaghi stimarono molto Bolli durante
la sua permanenza a Costantinopoli.
74

Adesso la storia torna a Þorkell Eyjólfsson,


che stava nella sua fattoria ed era diventato
un capo prominente. Gellir, figlio suo e di
Guðrún, crebbe lì a casa e fin da piccolo fu
un ragazzo maturo e molto apprezzato da tutti.
Si dice che una volta Þorkell raccontasse
a Guðrún il suo sogno. «Ho sognato», disse,
«che avevo una barba talmente lunga da co-
prire tutto il Breiðafjörðr»; e le chiese di in-
terpretarlo. Guðrún di rimando gli doman-
dò: «Cosa pensi che significhi il tuo sogno?»
«Mi sembra ovvio che il mio regno si esten-
derà su tutto il Breiðafjörðr.» «Può darsi che
sia così», disse Guðrún, «ma io sono incline
a pensare che significhi che inzupperai la
barba nel Breiðafjörðr.»
Quella stessa estate Þorkell fece allestire
la nave e si preparò a partire per la Norvegia.
Con lui partì suo figlio Gellir, che all’epoca
aveva dodici anni. Þorkell aveva detto di avere
intenzione di procurarsi del legname per co-
struire una chiesa, così non appena fu pronto
mise in mare la nave. Trovò venti scarsi e la
traversata non fu affatto breve. Approdarono
nel nord della Norvegia mentre re Ólafr si tro-
vava a Níðarós, così Þorkell andò a trovarlo
con suo figlio Gellir. Ricevettero una buona
accoglienza e Þorkell fu tenuto in tale consi-
derazione dal re quell’inverno che è opinione
comune gli avesse offerto non meno di dieci
261

decine di marchi d’argento raffinato. Per Na-


tale il re donò a Gellir un mantello che era un
grande cimelio e un vero tesoro. Quello stesso
inverno re Ólafr fece costruire una chiesa di
legno in città, un tempio spazioso e molto ben
fatto sotto ogni aspetto. In primavera il legna-
me che il re aveva dato a Þorkell venne cari-
cato sulla nave; era tanto e di buona qualità,
perché Þorkell l’aveva scelto con cura.
Una volta il re uscì di primo mattino accom-
pagnato da pochi seguaci e intravide un uomo
sopra la chiesa in costruzione in città; ne fu
molto sorpreso perché non era ancora mat-
tino inoltrato, l’ora in cui i carpentieri erano
soliti alzarsi. Poi il re lo riconobbe, era Þorkell
Eyjólfsson che misurava tutte le travi, i travet-
ti, le tramezze e i supporti. Il re lo raggiunse
subito e disse: «Che c’è, Þorkell, prendi a mo-
dello il legname per fare la chiesa quando tor-
nerai in Islanda?» Þorkell rispose: «È proprio
così, signore.» Allora re Ólafr disse: «Tagliane
un paio di braccia da ogni trave, e la tua chie-
sa sarà comunque la più grande d’Islanda.»
Þorkell rispose: «Tieniti pure il tuo legname,
se ti sembra di avermene dato troppo, o se ti
sei pentito di avermi fatto l’offerta; io non ta-
glierò nemmeno un braccio. Non mi mancano
l’energia né i mezzi per procurarmi del legna-
me altrove.» Allora il re disse, in tono pacifico:
«Þorkell, sei un uomo di grande valore, ma
adesso ti stai superando, perché è irragione-
vole che il figlio di un contadino si metta in
competizione con noi. Non è vero che ti lesino
il legname, se ne farai una chiesa, ma non sarà
mai tanto grande da contenere la tua arrogan-
za. E ho l’impressione che questo legno non
262

risulterà molto utile, e meno che mai sarai in


grado di costruire una qualsiasi struttura, con
esso.» Dopo di che chiusero la conversazione.
Il re se ne andò ed era chiaro che non gli pia-
ceva che Þorkell non volesse ascoltare i suoi
suggerimenti. Però non si lasciò scomporre e
lui e Þorkell si separarono con molto affetto.
Þorkell salì a bordo e salpò, trovò buon vento
e non rimase a lungo in mare. Approdò nello
Hrútafjörðr, da dove partì subito a cavallo per
tornare a Helgafell. Tutti furono molto felici di
vederlo. Þorkell si era guadagnato molta stima
con questo viaggio. Fece tirare in secca la nave,
l’assicurò per l’inverno e sistemò il legname per
la chiesa per conservarlo in un posto sicuro,
perché non l’avrebbe fatto trasportare subito
a nord, visto che aveva già abbastanza da fare.
Quell’inverno Þorkell rimase nella sua fattoria
e festeggiò il Natale a Helgafell insieme a una
gran quantità di persone. Qualsiasi cosa facesse
quell’inverno, la faceva con grande liberalità,
senza che Guðrún protestasse, perché diceva
che erano soldi ben spesi se la gente ne guada-
gnava in levatura, e metteva a disposizione di
Guðrún tutto ciò di cui aveva bisogno per fare
le cose in grande stile. Quell’inverno Þorkell
distribuì ai suoi amici molti oggetti di valore
che aveva portato dall’estero.
75

Quell’inverno dopo Natale Þorkell si preparò


a partire per andare a nord, nello Hrútafjörðr,
per portare a casa il suo legname. Prima at-
traversò il distretto di Dalir, poi andò dal suo
parente Þorsteinn a Ljárskógar per procurar-
si uomini e cavalli, dopo di che si recò nello
Hrútafjörðr e vi si fermò per qualche tempo
per programmare il trasporto, mentre racco-
glieva cavalli dalle fattorie del fiordo perché
sperava di fare soltanto un giro, se possibile.
Non la risolse in fretta, perché dovette lavo-
rarci fino alla Quaresima. Infine riuscì a co-
minciare, trascinò il legname da nord con più
di venti cavalli e lo fece impilare a Ljáeyri;
da lì l’avrebbe caricato a bordo di una nave
per Helgafell. Voleva tornare utilizzando
una grande chiatta di proprietà di Þorsteinn.
Þorkell rimase a Ljárskógar per tutta la Qua-
resima perché lui e il suo parente erano molto
legati. Þorsteinn fece sapere a Þorkell che tro-
vava opportuno andare a Hjarðarholt: «Voglio
che Halldór mi venda del terreno, perché ha
poco bestiame da quando ha pagato il risarci-
mento ai figli di Bolli per la morte del padre.
Ed è un terreno che voglio assolutamente ave-
re.» Þorkell disse che la decisione spettava a
lui, così partirono con una ventina di uomini
e arrivarono a Hjarðarholt. Halldór li accolse
bene e fu molto loquace. A casa erano in po-
chi, perché Halldór aveva mandato alcuni uo-
264

mini a nord nello Steingrímsfjörðr, dove si era


spiaggiata una balena di cui gli spettava una
parte. In casa c’era Beinir il Forte, l’unico a es-
sere ancora in vita degli uomini che erano stati
con suo padre Ólafr.
Quando vide gli uomini di Þorsteinn ar-
rivare a cavallo, Halldór disse a Beinir: «Co-
nosco bene il motivo della visita di quei miei
parenti. Mi chiederanno di vendergli il mio
terreno, e in quel caso pretenderanno di par-
larmi privatamente. Mi aspetto che si met-
teranno seduti di fianco a me, da entrambi i
lati. Se mi mostreranno ostilità, non devi esi-
tare ad aggredire Þorsteinn quando mi rivol-
go a Þorkell. Tu hai dimostrato lealtà alla mia
famiglia per molti anni. Ho mandato anche
a chiamare degli uomini dalle fattorie vicine,
vorrei che arrivassero nel momento in cui noi
chiudiamo la conversazione.»
Più tardi quel giorno Þorsteinn si rivolse ad
Halldór e gli chiese di parlare privatamente
– «ho una cosa da dirti.» Halldór acconsentì.
Þorsteinn disse ai suoi compagni di non seguir-
li, ma Beinir andò lo stesso perché gli sembrava
che le cose stessero prendendo la piega previ-
sta da Halldór. Si allontanarono parecchio sul
podere di casa. Halldór indossava un mantello
assicurato con una chiusura lunga, come era
costume all’epoca, si sedette per terra nel po-
dere con un parente a ogni fianco, seduti quasi
sopra il mantello, mentre Beinir stava alle loro
spalle con una grossa ascia in mano. A quel
punto Þorsteinn disse: «Il motivo per cui sono
venuto è che voglio acquistare del terreno da
te. Ti faccio la proposta adesso che c’è anche
il mio parente Þorkell. Mi sembra un’offer-
265

ta che si addice a entrambi, perché mi è stato


detto che non hai abbastanza bestiame ma la
terra è di grande valore. In cambio ti darò una
tenuta che sia dignitosa, e in più la somma su
cui ci accorderemo.» Sulle prime a Halldór la
cosa non dispiacque affatto, così cominciarono
a discutere i possibili dettagli dell’affare. E visto
che si erano accorti che non l’aveva presa male,
Þorkell cominciò a coinvolgersi sempre più nel-
la discussione e spingeva perché si accordassero
definitivamente per l’acquisto. Allora Halldór
si tirò indietro, al che loro fecero ancora più
pressioni, e alla fine andò che più loro insiste-
vano più quello si tirava indietro. A quel punto
Þorkell esclamò: «Non vedi, Þorsteinn, paren-
te, come sta andando? È tutto il giorno che ci
mena la questione, noi siamo stati qui seduti a
farci prendere in giro e illuderci. Se ti interessa
comprare il suo terreno, adesso dobbiamo an-
dare fino in fondo.» Allora Þorsteinn disse di
voler sapere con chiarezza come stavano le cose
e chiese a Halldór di spiegare schiettamente se
voleva garantirgli la vendita della terra. Halldór
rispose: «Penso di poter dichiarare apertamen-
te che te ne andrai a casa senza il terreno, que-
sta sera.» Allora Þorsteinn disse: «E io penso di
non aver bisogno di aspettare oltre a dirti che
cosa ho pensato per te, cioè offrirti due possibi-
lità tra cui scegliere, perché riteniamo di essere
superiori quanto a numero di forze. Nel primo
caso ti accordi volontariamente all’acquisto
e in cambio godrai della nostra amicizia; nel-
la seconda opzione, che ovviamente è la peg-
giore, sarai costretto a stringermi la mano e a
vendermi i terreni di Hjarðarholt.» Ma appena
Þorsteinn ebbe detto questo, Halldór scattò in
266

piedi con un tale impeto che la chiusura del


mantello si strappò e disse: «Accadrà qualco-
sa d’altro, prima che proferisca frasi che non
voglio dire.» «E che cosa?» chiese Þorsteinn.
«Un’ascia di legno maneggiata dal peggiore
degli uomini ti finirà in testa e te la spacche-
rà, mettendo fine alla tua arroganza e alle tue
ingerenze.» Þorkell replicò: «È una profezia
malvagia, e mi aspetto che non si avveri; direi
che hai fatto abbastanza, Halldór, per meritare
di cedere i tuoi terreni senza ottenere nulla in
cambio.» Allora Halldór rispose: «Raccoglierai
tutte le alghe del Breiðafjörðr, prima di veder-
mi costretto a vendere i miei terreni.» Dopo di
che Halldór tornò a casa e in quel momento gli
uomini che aveva mandato a chiamare si pre-
cipitarono alla fattoria. Þorsteinn era furioso e
voleva aggredire Halldór all’istante, ma Þorkell
gli impedì di farlo – «sarebbe un’offesa molto
seria, in questo periodo dell’anno, ma quando
sarà trascorso non cercherò di impedire uno
scontro.» Halldór disse che non si sarebbe fatto
cogliere alla sprovvista, dopo di che se ne anda-
rono e discussero a fondo della missione. Þor-
steinn ammise che era vero che la loro spedizio-
ne aveva avuto un esito infelice – «Ma perché
hai indugiato così tanto, Þorkell, ad aggredire
Halldór e causargli qualche danno?» Þorkell ri-
spose: «Non hai visto Beinir, che stava dietro di
te con l’ascia pronta? Sarebbe stata una mossa
fatale, perché te l’avrebbe sferrata in testa nel
momento in cui ti fossi mosso.» Cavalcarono
fino a Ljárskógar. Trascorse la Quaresima e la
settimana di Pasqua si avvicinò.
76

Il giovedì santo di primo mattino Þorkell si


preparò a partire. Þorsteinn cercò più volte di
dissuaderlo – «perché il tempo mi sembra im-
prevedibile», spiegò. Þorkell disse che il tempo
sarebbe girato per il meglio – «e non cercare
di dissuadermi, parente, perché voglio essere
a casa prima di Pasqua.» Così Þorkell mise in
mare il traghetto e lo caricò. Intanto Þorsteinn
scaricava immediatamente tutto ciò che Þorkell
e i suoi compagni vi caricavano. Al che Þorkell
protestò: «Smettila, parente, non ostacolare la
nostra partenza. Stavolta non sarai tu a decide-
re.» Þorsteinn rispose: «Allora chi di noi due
deciderà avrà la peggio, perché sarà un viaggio
fatale.» Ma Þorkell gli disse addio fino a quan-
do non si fossero rivisti. Þorsteinn tornò a casa
molto scontento. Entrò nella stanza principale
e chiese qualcosa su cui riposare la testa, e glie-
la portarono. La serva si accorse che le lacrime
scorrevano dagli occhi sul cuscino. Poco dopo
nella stanza si sentì il gemito di un vento fu-
rioso, allora Þorsteinn disse: «Ecco, si sente il
fragore dell’assassino del mio parente Þorkell.»
A questo punto si racconta del viaggio di
Þorkell e dei suoi uomini. Salparono in dieci,
quel giorno, dal Breiðafjörðr. Si alzò un forte
vento che si trasformò in una violenta bufera
prima di calare di nuovo, ma loro continuarono
con grande determinazione perché erano uomi-
ni molto vigorosi. Þorkell aveva con sé la spada
268

Sköfnungr, che stava in un cassone. Veleggiaro-


no fino a raggiungere Bjarnarey. Su entrambe
le coste si erano raccolte delle persone che os-
servavano la loro traversata. Quando arrivarono
all’isola una folata di vento riempì la vela e capo-
volse la nave e Þorkell annegò all’istante insieme
a tutti gli uomini che erano con lui. Le assi della
nave furono disperse dalla corrente per tutte
le isole, quelle angolari finirono nell’isola che
da allora si chiama Stafey, «isola dell’asse». La
spada Sköfnungr si era conficcata nel legname
all’interno del traghetto e finì a Sköfnungsey.
La sera stessa del giorno in cui Þorkell era an-
negato, a Helgafell accadde che Guðrún andò
in chiesa quando i famigli si erano già coricati,
ed entrando dal cancello del cimitero vide uno
spettro che le stava davanti. Quello si chinò
verso di lei e disse: «Grandi notizie, Guðrún.»
Guðrún rispose: «Allora non dirmele, disgrazia-
to.» Poi andò in chiesa com’era stata sua inten-
zione, e mentre si avvicinava le parve di vedere
Þorkell e i suoi che erano tornati e stavano da-
vanti alla chiesa. Notò che i loro vestiti gocciola-
vano di acqua di mare. Guðrún non disse nien-
te, entrò in chiesa e vi rimase per tutto il tempo
che le piacque, poi tornò nella stanza principale
perché pensava che Þorkell e i suoi fossero lì, ma
quando entrò non c’era nessuno. Guðrún rima-
se molto colpita da tutti quegli eventi. Il venerdì
santo Guðrún mandò i suoi uomini a chiedere
notizie del viaggio di Þorkell, chi lungo la Strönd
e chi per le isole. Ormai il legname era stato sca-
ricato dalla corrente su diverse isole e su entram-
bi i lati della baia. Il sabato prima di Pasqua si
sparse la notizia, che fu ritenuta un evento con-
siderevole perché Þorkell era stato un grande
269

capo. Aveva quarantotto anni quando morì, e


mancavano quattro anni alla morte di re Ólafr
il Santo.44 Guðrún fu molto afflitta dalla mor-
te di Þorkell ma sopportò il dolore con dignità.
Solo una piccola parte del legname destinato
alla chiesa poté essere recuperata. Gellir, che
aveva quattordici anni, assunse la gestione della
fattoria con sua madre e anche il goðorð di suo
padre. Ben presto fu chiaro che era molto por-
tato per essere un capo. Guðrún divenne molto
religiosa e fu la prima donna di tutta l’Islanda a
imparare il Salterio. Rimaneva spesso in chiesa
di notte a recitare le sue preghiere, e Herdís, la
figlia di Bolli, l’accompagnava. Guðrún l’amava
molto. Si dice che una notte la giovane Herdís
sognasse una donna che le si avvicinava, con
indosso un mantello tessuto e un copricapo a
falde. Ebbe l’impressione che non fosse gentile.
La donna le diceva: «Di’ a tua nonna che non
apprezzo la sua vicinanza, si agita sopra di me
tutte le notti e mi rovescia addosso delle lacri-
me così calde da farmi bruciare tutta. Te lo dico
perché preferisco la tua compagnia, anche se hai
un’espressione strana. In ogni modo, con te an-
drei d’accordo, se non trovassi così fastidiosa la
presenza di Guðrún.» Quando Herdís si svegliò
raccontò il sogno a Guðrún, che pensò fosse di
buon auspicio. La mattina dopo fece togliere le
assi del pavimento della chiesa dov’era solita in-
ginocchiarsi e fece scavare sotto terra, dove fu-
rono rinvenute delle ossa, nere e malridotte. Fu
trovata anche una spilla e una grande bacchetta
da stregone. Allora tutti ritennero che vi fosse
stata la tomba di qualche profetessa. Le ossa fu-
rono portate lontano, in un posto remoto poco
frequentato.
77

Quando furono trascorsi quattro inverni


dall’annegamento di Þorkell Eyjólfsson, una
nave entrò nell’Eyjafjörðr. Apparteneva a Bolli
Bollason. Quasi tutto l’equipaggio era com-
posto da norvegesi. Bolli aveva portato con sé
molte ricchezze e molti oggetti preziosi che i
capi gli avevano dato in dono. Al ritorno da
questo viaggio all’estero Bolli apprezzava tan-
to gli ornamenti che indossava solo abiti di
scarlatto e di broccato di seta, e tutte le sue
armi erano intarsiate d’oro; lo chiamavano
Bolli il Raffinato. Dichiarò al suo equipaggio
che intendeva andare a ovest nel suo distret-
to, così lasciò la nave con tutto il carico nelle
mani dei suoi uomini. Partì a cavallo con altre
undici persone. I seguaci di Bolli indossava-
no tutti abiti di scarlatto e cavalcavano su selle
dorate; erano tutti uomini bellissimi, ma Bolli
era di gran lunga superiore a tutti, vestiva un
abito di broccato di seta che gli aveva donato
l’imperatore di Bisanzio e sopra una tunica di
scarlatto rosso, e si era cinto della spada Az-
zannazampa che adesso aveva l’elsa intarsiata
d’oro e delle fasce dorate legate intorno. Sulla
testa portava un elmo dorato e al fianco uno
scudo rosso su cui era raffigurato un cavalie-
re in oro, e in mano uno spadino, com’è uso
nei paesi stranieri. Ovunque si fermassero per
la notte, le donne non potevano far altro che
guardare Bolli e i monili che lui e i suoi com-
271

pagni sfoggiavano. Bolli cavalcò verso l’ovest


del distretto in tale stile finché non arrivò a
Helgafell con la sua compagnia. Guðrún fu
estremamente felice di ricevere suo figlio, ma
Bolli non si fermò a lungo prima di raggiun-
gere Sælingsdalstunga e andare a trovare il
suo congiunto Snorri e sua moglie Þórdís. Fu
un incontro molto gioioso. Snorri invitò Bolli
a stare da lui con tutti gli uomini che voleva,
Bolli accettò e quell’inverno rimase con Snorri
con gli uomini che l’avevano accompagnato da
nord. Bolli divenne famoso per il suo viaggio
all’estero. Snorri non si impegnò di meno per
trattare Bolli con tutto il suo affetto, come ave-
va fatto prima quand’era stato con lui.
78

Quando Bolli era in Islanda da un inverno il


goði Snorri prese una malattia che progredì
lentamente. Rimase allettato a lungo e quando
il male peggiorò convocò presso di sé i parenti
e i suoi subalterni. Poi disse a Bolli: «È mio
volere che tu assuma la gestione della mia fat-
toria e il mio goðorð quando sarò morto. Mi
dà piacere dimostrarti un onore non inferio-
re a quello che riservo ai miei figli. Tra loro,
il figlio che mi aspetto primeggerà sugli altri,
ovvero Halldór, non è qui in Islanda.» Poi
Snorri morì. Aveva sessantasette anni. Accad-
de un inverno dopo la morte di re Ólafr il San-
to, così disse Ari il Saggio. Snorri fu sepolto
a Tunga. Bolli e Þórdís assunsero la gestione
della fattoria di Tunga, come aveva richiesto
Snorri, e anche i suoi figli furono d’accordo.
Bolli divenne un uomo estremamente capace
e apprezzato. Herdís Bolladóttir crebbe a Hel-
gafell e divenne una donna molto bella. Ormr,
il figlio di Hermundr Illugason, le fece una
proposta e gli fu data in moglie. Il loro figlio
fu Koðrán, che sposò Guðrún Sigmundardót-
tir. Il figlio di Koðrán fu Hermundr, che prese
in moglie Úlfeiðr, la figlia del vescovo Runólfr
Ketilsson; i loro figli furono Ketill, che diven-
ne abate a Helgafell, Hreinn, Koðrán e Styr-
mir. La loro figlia fu Þórvör, quella che sposò
Skeggi Brandsson e da cui discende la stirpe
di Skógar. Óspakr si chiamava il figlio di Bolli
273

e di Þórdís. La figlia di Óspakr fu Guðrún,


che sposò Þórarinn Brandsson. Loro figlio fu
Brandr, che fondò la chiesa di Húsafell. Suo
figlio fu Sighvatr, il prete che vi risiedette a
lungo. Gellir Þorkelsson si sposò e prese in
moglie Valgerðr, la figlia di Þorgils Arason di
Reykjanes. Gellir andò all’estero, fu alla corte
di re Magnús il Buono e ricevette da lui dodi-
ci once d’oro e molte altre ricchezze. I figli di
Gellir furono Þorkell e Þorgils. Il figlio di Þor-
gils fu Ari il Saggio. Il figlio di Ari si chiamò
Þorgils. Suo figlio fu Ari il Forte.
Guðrún cominciava a essere parecchio avan-
ti con gli anni e viveva con un grande dolore,
come già si è detto. Fu la prima donna in Islanda
a diventare suora e anacoreta. Era opinione co-
mune che Guðrún fosse la donna più nobile tra
quelle del suo rango in Islanda. Si dice che una
volta Bolli andò a Helgafell, perché a Guðrún
faceva sempre molto piacere che andasse a tro-
varla, e rimase a lungo con sua madre a parlare
di molte cose. A un certo punto Bolli chiese:
«Mi diresti una cosa, madre, che sono curioso
di sapere? Chi hai amato più di tutti?» Guðrún
rispose: «Þorkell era un uomo molto potente,
un capo importante ma nessuno dei miei ma-
riti fu più valente e compiuto di Bolli. Þórðr
Ingunnarson era il più saggio e il più esperto
di legge. Di Þorvaldr non faccio menzione.»
Allora Bolli disse: «Comprendo ciò che mi dici
sulle qualità di ciascuno dei tuoi mariti, ma non
hai ancora detto chi hai amato di più. Non hai
bisogno di nasconderlo ancora.» Guðrún rispo-
se: «Mi metti molta pressione, figlio mio, ma se
deciderò di dirlo a qualcuno, sarai sicuramente
il prescelto.» Bolli le chiese ancora di dirglie-
274

lo. Allora Guðrún disse: «Sono stata più cru-


dele con chi più ho amato.» «Io credo» rispose
Bolli «che ti sia espressa in tutta sincerità» e la
ringraziò per aver soddisfatto la sua curiosità.
Guðrún era una donna molto anziana, e si dice
che avesse perso la vista. Morì a Helgafell e lì
riposa.
Gellir Þorkelsson abitò a Helgafell fino alla
vecchiaia e su di lui si raccontano molte cose
degne di nota; compare in molte saghe, benché
qui se ne parli poco. Fece costruire una chiesa
molto dignitosa a Helgafell, come testimonia
Arnórr, lo scaldo dello jarl,45 nel poema elegia-
co che compose su Gellir, che ne parla chiara-
mente. Quando Gellir cominciava a raggiun-
gere la soglia della vecchiaia fece i preparativi
per lasciare l’Islanda, andò in Norvegia ma non
si fermò a lungo, perché da lì partì e si diresse
verso sud fino a Roma, per far visita a San Pie-
tro l’Apostolo. Fu un lungo viaggio, poi ripartì
per tornare in Danimarca, dove contrasse una
malattia, rimase allettato a lungo e ricevette l’e-
strema unzione. Poi morì, e riposa a Roskilde.
Gellir aveva preso con sé Sköfnungr, ma dopo
la sua morte la spada non fu più ritrovata. Era
stata prelevata dal tumulo funerario di Hrólfr
Kraki.46 Quando in Islanda si sparse la notizia
della morte di Gellir, suo figlio Þorkell ottenne
in eredità Helgafell perché Þorgils, l’altro figlio
di Gellir, era annegato giovane nel Breiðafjörðr
insieme a tutti coloro che erano a bordo con lui.
Þorkell Gellisson fu un uomo molto pratico, e
si dice che fosse il più istruito di tutti. E qui si
conclude questa saga.
275

Note

1. In epoca medievale un hersir era il capo di un distretto della


Norvegia; amministrava le assemblee locali, si occupava dei riti
religiosi e guidava i suoi seguaci in battaglia.
2. Il lögsögumaðr era «l’oratore della legge», figura in carica per
tre anni che dalla roccia del Lögberg all’assemblea recitava un
terzo del codice di leggi vigenti nella comunità.
3. Con «ovest nel mare» (vestr um haf) si intendono le Isole
Britanniche.
4. Víga-Styrr, o Styrr l’Assassino, è il protagonista dell’omonima
saga, nota anche con il titolo di Heiðarvíga saga.
5. Tipo di imbarcazione utilizzata per fini commerciali, più
ampia e pesante di una nave da guerra.
6. Titolo nobiliare (cfr. ingl. earl) per un proprietario terriero e
capo militare, inferiore gerarchicamente solo al re.
7. La sumarauki, lett. ‘aggiunta d’estate’, è una riforma avvenuta
nel 955 ca., come riferisce Ari il Saggio nel suo Íslendingabók,
pensata appunto da Þorsteinn Surtr (il Fosco), che propose
all’assemblea di aggiungere una settimana a ogni sette estati
per adattare il calendario islandese a quello solare.
8. Si tratta di un’isola nel sud della Norvegia, non lontana da
Stavanger.
9. Il goði, o goðorðsmaðr (lett. «uomo del goðorð»), deteneva
l’autorità su un gruppo più o meno numeroso di persone (un
goðorð, appunto). Presenziava alle assemblee, aveva precisi in-
carichi esecutivi e giudiziari nel suo distretto e giudicava i casi
locali, ma in epoca pagana ricopriva anche un ruolo religioso
presenziando ai sacrifici. Con la conversione si occupò anche
della gestione della chiesa. Il goðorð era un possesso personale
di ciascun goði, veniva ereditato ma talvolta donato o venduto.
10. È uno dei personaggi femminili della Njáls saga.
11. Era pratica comune nell’Islanda medievale affidare i propri
figli ancora in tenera età a qualcun altro e farli crescere presso
un’altra famiglia, di cui diventavano membri adottivi. La prati-
ca legalmente riconosciuta intendeva anche rafforzare i legami
tra le due famiglie.
12. Unità di peso, equivalente a otto once. Un marco d’argen-
to raffinato equivaleva a quattro vacche da latte; due vacche
lattifere corrispondevano a un marco d’argento non raffinato.
13. Un marco d’oro valeva otto volte quello d’argento.
14. La ferja (cfr. ingl. ferry) era un’imbarcazione a remi utiliz-
zata per il trasporto e la pesca costiera.
276

15. Pare che tale modo di dire più che all’Islanda medievale
rimandi alla Norvegia, dove erano più diffusi gli alberi di sor-
bo; spesso intorno a tale pianta crescono cespugli di ginepro.
16. L’unità di misura qui sottintesa dovrebbe essere un brac-
cio (alin, circa 50 cm) di vaðmál, un tessuto di lana grezza
realizzato sul telaio a pesi che in tutta la Scandinavia fu
considerato merce di scambio e accettato come valuta; fu il
maggiore prodotto di esportazione dell’Islanda fino al XVII
secolo circa. Cento alin di tessuto corrispondevano a una vacca
da latte; in epoca pre-cristiana le centinaia erano duodecimali,
pertanto il valore succitato ammonta a tremilaseicento alin di
tessuto, o poco meno di quaranta mucche.
17. Per il Dizionario della Crusca del 1829 lo scarlatto è «un
panno lano rosso di nobilissima tintura»; cfr. Boccaccio nel
Decameron, giornata VIII, novella IX: i nostri cittadini da Bo-
logna ci tornano qual giudice e qual medico e qual notaio, co’
panni lunghi e larghi e con gli scarlatti e co’ vai. Altri sostengono
si trattasse di un tessuto di lana tinto in colori vivaci, non ne-
cessariamente rosso.
18. Egill Skalla-Grímsson, poeta e grande guerriero, è il famo-
so protagonista di una saga omonima.
19. Si tratta di un proverbio ancora in uso. Úlfar eta/reka
annars ørendi, lett. ‘i lupi divorano le incombenze altrui’,
ovvero quando un lupo viene inviato a occuparsi degli affari
degli altri finisce per rovinare tutto: meglio fare da sé.
20. In genere il matrimonio veniva celebrato nella dimora del
padre della sposa; era un onore per lo sposo tenere il banchetto
di nozze a casa propria.
21. Per legge i figli illegittimi non ereditavano ma avevano
diritto a dodici aurar (once) d’argento anche senza il consen-
so degli eredi; qui Höskuldr aggira l’ostacolo legale dando a
Ólafr otto volte tanto, cioè dodici once d’oro.
22. Questa stessa strofa si incontra anche nella Kormáks saga,
ma inserita un contesto diverso (cfr. Íslenzk fornrit VIII, Einar
Ó. Sveinsson ed., Reykjavík 1939, cap. XVI) .
23. Della húsdrápa sono citate alcune strofe anche nell’Edda di
Snorri, nella sezione dedicata alla composizione poetica detta
Skáldskaparmál.
24. Norvegese.
25. Noto come Rollone nelle fonti francesi, Hrólfr ‘il cammi-
natore’ era un vichingo norvegese che conquistò Rouen e fon-
dò la dinastia normanna in Francia.
26. Indossare abiti ritenuti confacenti al sesso opposto dava
motivo di divorzio.
27. Molti proprietari terrieri possedevano un pascolo montano
su cui trasferivano il bestiame durante l’estate; vi costruivano
277

uno o più capanni spartani che ospitavano i pastori e le donne


addette alla mungitura per tutta la stagione. Con sel in islande-
se si indicano sia i terreni sia i capanni.

28. C’è chi vi riconosce un’allusione a Isaia, 40:4: Ogni valle sia
colmata, ogni monte ed ogni colle siano abbassati; l’orgoglio di Hrútr sarà

smussato dall’umiltà di Ólafr.

29. Nella Hallfreðar saga (in Íslensk fornrit VIII, Einar Ó.


Sveinsson ed., Reykjavík 1939), la saga a lui dedicata, che tratta
ampiamente dei rapporti del poeta con il re Ólafr Tryggvason
e della sua tormentata conversione, non si fa alcun cenno a
Kjartan e Bolli.
30. Chi si convertiva doveva indossare indumenti bianchi per
una settimana.
31. Cfr. Hallfreðar saga, in Íslensk fornrit VIII, Einar Ó.
Sveinsson ed., Reykjavík 1939, cap. V.
32. Alla fine di ottobre nell’antica Islanda si celebrava una
festività chiamata veturnætur, ovvero «notti invernali», per
festeggiare i raccolti e prepararsi all’arrivo dell’inverno.
33. L’Islanda è divisa tutt’ora in quattro zone definite secondo
i punti cartinali; una quinta parte è costituita dai Fiordi Oc-
cidentali.
34. Secondo il codice di leggi Grágás, il digiuno a secco
prevedeva di mangiare erbe, frutta e tutti i prodotti della terra,
pesce e carne di balena, ma non quella di tricheco né di foca.
35. Dei dissidi di Snorri con la gente di Eyrar si parla nella
Eyrbyggja saga.
36. Anche Kormákr si fa prestare Sköfnungr, ma da Skeggi del
Miðfjörðr; la spada ha una natura con caratteristiche in parte
simili, ed è definita «riflessiva»; cfr. Kormáks saga, in Íslenzk
fornrit VIII, Einar Ó. Sveinsson ed., Reykjavík 1939, cap. IX.
37. Tvímánuðr, ovvero «due mesi», è il periodo che va da metà
agosto a metà settembre, quando mancano due mesi all’inver-
no.
38. Guerrieri norreni che combattevano con una furia quasi
incontrollabile, simile a una trance, che li rendeva insensibili
al dolore.
39. Per quanto non sia esplicitato, si tratta della fylgja, ‘colei
che accompagna’; lo spirito guardiano che segue ogni indivi-
duo per tutta la vita e si manifesta soltanto per preannunciarne
la morte imminente.
40. Si tratta di una saga ormai perduta, ma si ipotizza fosse tra
le fonti dell’autore della Laxdæla saga.
41. Non si conosce l’esistenza di una Njarðvíkinga saga, ma gli
278

eventi relativi a Gunnar sono narrati nel dettaglio nel Gunnars


þáttr Þiðrandabana (Íslenzk fornrit XI, Jón Jóhannesson ed.,
1950).
42. Il koggr era un’imbarcazione a vela utilizzata soprattutto
dalle città anseatiche per gli scambi commerciali nel Baltico e
nel Mare del Nord a partire dal XII secolo; pare sia l’antenata
della caravella.
43. La guardia variaga era costituita da guerrieri scandinavi,
soprattutto svedesi, impiegati come mercenari dagli imperatori
bizantini a partire dalla fine del X secolo; è improbabile tutta-
via che Bolli fosse stato il primo.
44. Il re Ólafr il Santo nacque nel 995 e morì nel 1030; fu re di
Norvegia dal 1015 al 1028.
45. Árnorr Þórðarson fu poeta di corte degli jarl delle Orcadi
per molti anni nell’XI secolo, ma il poema di cui si parla qui è
andato perduto.
46. Leggendario re danese, figura condivisa dalla tradizione
anglosassone e da quella scandinava.
Postfazione
di Alessandro Zironi

Freddi sono i consigli delle donne

La Laxdæla saga è un’opera monumentale; con


le sue parole racchiude pressoché tutto quan-
to si potrebbe raccontare in merito alle saghe
familiari islandesi. Allo stesso tempo, però, se
ne distacca vivacemente, perché troppe sono
le peculiarità che la rendono unica fra le tante
saghe trasmesse dal Nord medievale. Alla ma-
niera di tutte le saghe familiari, anche qui le vi-
cende si dipanano nel corso di più generazioni,
prendendo abbrivio dall’età dell’insediamento
– dunque la fine del IX secolo – per giungere
alle soglie del XII secolo, attraversando tutta
l’età vichinga e i decenni che hanno accom-
pagnato la cristianizzazione dell’Islanda. Per
lungo tempo si è ritenuto che le saghe degli
islandesi potessero essere utilizzate alla stre-
gua di fonti storiche: narrazioni orali che, a un
certo punto, incontrarono una sistemazione
scritta. Nel caso di questo testo l’intervento
del redattore sarebbe da collocarsi intorno
alla metà del XIII secolo, forse qualche decen-
nio più tardi, in un clima culturale nel quale
si intende rimarcare l’unicità degli islandesi e
il senso di appartenenza a una cultura, a una
terra che proprio in quegli anni, soprattutto a
causa di una debolezza politica interna, veniva
280

sottomessa alla corona di Norvegia chiudendo


così la storia dell’indipendenza islandese, che
sarà riconquistata soltanto nel 1944. Con uno
sfondo politico di questa natura appare piutto-
sto ovvio che la Laxdæla saga non possa essere
considerata una cronaca familiare o – addirit-
tura – una sorta di storia dell’Islanda attraver-
so i destini di alcuni dei suoi abitanti.
Non interessa a noi, lettori di saghe, appro-
priarci della storia dell’isola dei ghiacci attra-
verso questi testi: per quegli scopi esistono le
cronache, gli annali, altri documenti per la
ricerca storica. La saga è invece un’avventura
dell’anima, un percorso dentro l’etica di una
gente che si è abbarbicata alle pendici di vul-
cani e sulle precarie spiagge dei fiordi, che ha
spaccato la torba e i terreni lavici per pasturare
gli animali; uomini e donne che hanno costru-
ito fattorie, intessuto relazioni. Seppur calata
nel paesaggio d’Islanda, la saga è il racconto
dell’uomo, nelle sue vicissitudini terrene, nei
suoi conflitti, amori, odi, riappacificazioni. Per
tale ragione la saga è un classico, perché – al
di là della sua ambientazione – pone domande
universali, chiede al lettore di prendere parte
emotiva alla narrazione, lo invita a immedesi-
marsi nelle situazioni che vengono man mano
presentate, al fine di dare una risposta al senso
delle cose umane. Esiste, nelle saghe familia-
ri, una struttura che viene sempre riproposta:
si inizia con l’insediamento sull’isola, con le
prime vicende dei padri fondatori, di coloro
che, nel corso del IX secolo, abbandonarono
la Norvegia sempre più feudale di re Aroldo
Bellachioma per vivere come uomini liberi:
nuovi orizzonti, nuove terre, siano esse le isole
281

Orcadi, le Shetland, l’Irlanda, le Fær Øer o,


appunto, la remota Islanda. Ai padri fondatori
seguono le generazioni dei figli e dei nipoti,
che ampliano la presenza antropica sull’isola:
dissodano, disboscano ma, soprattutto, intrec-
ciano rapporti con altre famiglie, creano alle-
anze, combinano matrimoni. Con l’allargarsi
della rete di relazioni – e la conseguente affer-
mazione di potere – montano le conflittualità,
dapprima marginali, quasi risibili, poi sempre
più gravi, in una climax che, di pagina in pa-
gina, porta alla rottura dell’ordine, alla per-
dita della pace in un susseguirsi di vendette
e, spesso, uccisioni che, tuttavia, giungeranno
infine alla ricostituzione di un’armonia sociale
che permetterà ai discendenti di poter vivere
in un mondo riconciliato.
Anche la Laxdæla saga non sfugge a questa
struttura che caratterizza le saghe familiari e,
proprio per tale ragione, si allontana dal docu-
mento storico per essere a pieno titolo all’in-
terno della strategia narrativa di un racconto
letterario. Questa saga è un’opera che rispetta
determinati canoni (come, ad esempio, la pre-
sentazione dettagliatissima delle genealogie o,
piuttosto, la puntigliosa micro-toponomastica)
all’interno di una narrazione a climax, ma la
Laxdæla saga è anche un capolavoro perché,
allo stesso tempo, rompe gli schemi del gene-
re, divenendo in tal modo un grande classico
della letteratura nordica di ogni tempo. L’a-
spetto sicuramente distintivo di questo testo è
la preminente presenza delle donne nella nar-
razione. Come nessun’altra, la Laxdæla saga è
una storia in cui le donne sono il fulcro della
storia, e tutto avviene per volontà muliebre.
282

Gli uomini vi sono, ovviamente, ma si muo-


vono sulla scena quasi come comparse o, se
agiscono, sembrano i rispettosi esecutori delle
volontà femminili a cui soggiacciono.
La saga si apre con la figura di Unnr in
djúpúðga (Unnr la sagace), colei che appron-
terà una nave e guiderà i suoi congiunti a inse-
diarsi sulle coste del Hvammfjörðr ove sfocia
il Laxá “fiume del salmone”, appena al di sotto
dei Fiordi Occidentali. Unnr, donna fondatri-
ce, dapprima si appropria delle terre vergini,
poi le suddividerà fra parenti e sodali: è lei
che davanti a tutti gli uomini, riuniti per una
festa nuziale, annunzia la ripartizione delle
sue proprietà. È una donna al comando che,
dopo aver decretato le sue volontà, lascia tutti
gli ospiti per ritirarsi nella sua piccola stanza
e spirare con dignità. A lei viene eretto un
tumulo, come ci aspetteremmo per un gran-
de sovrano danese o per un eroe germanico.
Unnr è rispettata, sa tenere coesa e pacifica la
sua comunità, un esempio verso il quale la so-
cietà islandese oramai in crisi del XIII secolo,
che scrive la saga, guarda con palese ammira-
zione e rimpianto. Ne sia un esempio il nome
dei luoghi. Uno per tutti, ma l’elenco sareb-
be lunghissimo: Kambsnes, ‘promontorio del
pettine’, così nominato perché lì Unnr perse il
suo pettine (kambr, in islandese). Ancora oggi,
viaggiando per il fiordo di Hvamm si raggiun-
ge Kambsnes, che sta sulle carte geografiche,
sui navigatori satellitari, e il suo nome riman-
da a un’opera letteraria, e al personaggio a cui
quel nome è legato, in un’indissolubile unità
fra vita quotidiana e letteratura che è anche
storia identitaria.
283

La generazione successiva a quella di Unnr


presenta due donne, Jórunn Bjarnardóttir e
Melkorka. Già il loro nome le distingue; la
prima è legata a un albero genealogico, della
seconda nessuno conosce i natali: è comprata
come schiava sulle isole Brännö (dinnanzi a
Göteborg) dal marito di Jórunn, che osserva
le donne nella tenda di un mercante che por-
ta un copricapo di foggia russa. La donna non
parla, si dice sia muta. Jórunn, la donna che
guida la fattoria, che sa con le arti della reto-
rica piegare il marito alla propria volontà, deve
tuttavia accettare la presenza della concubina,
che verrà però ben presto allontanata in un’altra
fattoria dove darà alla luce Óláfr. In una scena
che sembra uscita dalla penna dell’Hawthorne
della Lettera scarlatta, il padre coglie di sorpre-
sa la schiava che parla col figlioletto, seduta su
un prato, lontana da tutti. Melkorka, questo il
nome che rivela al padre di suo figlio, antropo-
nimo irlandese, forse rinviabile a Mæl-Corcrae
‘di color porpora’, probabilmente fantasioso,
per evocare, col cromonimo, la discendenza
aristocratica della donna, figlia del re d’Irlanda.
E motore della vicenda sarà ancora una don-
na, che consentirà il definitivo riconoscimento
di Óláfr quale nipote del re d’Irlanda: la balia
di Melkorka, che in un commovente passag-
gio è fatta sedere dal giovane sulle sue ginoc-
chia: novella Euriclea, nutrice di Odisseo, che
riconosce chi giunge da lontano e permette la
restituzione dell’uomo al rango che gli spetta.
Alla generazione di Óláfr appartiene Þorgerðr,
figlia del più grande poeta scaldico islandese,
Egill Skallagrímsson, che sposerà – seppur ini-
zialmente riluttante – il figlio di Melkorka. Þor-
284

gerðr incarna il ruolo della donna discendente


da una famiglia prestigiosa, come quella appun-
to di Egill e, pertanto, una delle figure premi-
nenti della società islandese. Reggitrice delle
sorti del clan familiare, ne difende il prestigio
sociale, sollecitando l’incremento del patrimo-
nio, l’ampliamento della rete familiare attraver-
so i matrimoni, istigando gli uomini riluttanti a
preservare l’onorabilità del clan qualora esso sia
oggetto di insidie o attacchi.
Con Þorgreðr si intuisce che l’equilibrio
che aveva accompagnato le prime generazioni
sull’isola sta incrinandosi: entra nel racconto,
per sua causa, la spada Azzannazampa, arma
fatale, che porterà alla morte suo figlio Kjar-
tan, uomo bellissimo, ancor più del padre
Óláfr Pavone. Porta un nome celtico, in onore
del nonno Myrkjartan, il padre di Melkorka.
La climax sta raggiungendo il suo punto di
rottura: Kjartan è allevato insieme al cugino
Bolli, figlio di un fratellastro di Óláfr e i due
giovani sembrano incarnare un rapporto soli-
dale, sincero, di mutuo affetto che, però, pare
essere messo in crisi dall’ingresso, nella saga,
del personaggio femminile centrale di tutta la
narrazione, la bellissima Guðrún figlia Osvifr.
Guðrún è donna raffinatissima ma al contem-
po intelligente, ‘la migliore che mai fosse nata
in Islanda’, alla quale un uomo, Gestr, inter-
preta in una serie di quattro sogni premonitori
il destino dei suoi quattro futuri matrimoni
(si ricordi, peraltro, che Gestr è uno dei tanti
nomi di Odino). Fra questi quattro mariti non
si conta però Kjartan, l’uomo a cui si era pro-
messa, perché Bolli, in maniera alquanto truf-
faldina, le fa credere che Kjartan non rientrerà
285

dalla Norvegia ove si era recato. Guðrún, spo-


sando Bolli, si unisce all’alter-ego di Kjartan il
quale, tornato dal suo viaggio, sposerà, per ri-
picca, l’incauta e sprovveduta Hrefna, pedina
inconsapevole su una scacchiera di odi e risen-
timenti i cui confini le sfuggono ampiamente.
Guðrún non può tollerare che Kjartan possa
vivere e, in melodrammatico crescendo, Bol-
li, riluttante, istigato dalla moglie, immolerà il
compagno fraterno in una vendetta che non è
sua ma delle donne: Kjartan si offre come olo-
causto agli spietati desideri di Guðrún, la cui
volontà ha pervicacemente guidato la mano
del marito Bolli. “Hrefna non andrà a letto
ridendo, questa sera”: queste sono le parole,
spietate, della donna quando apprende dal
marito la sorte toccata a Kjartan.
Il tema del triangolo amoroso, in cui il matri-
monio è la soluzione infelice, impressionò mol-
tissimo il vittoriano William Morris che alle
saghe, e in particolar modo alla Laxdæla saga,
dedicò una parte non trascurabile della sua po-
liedrica produzione artistico-letteraria. Morris
conosce i racconti nordici, di prima mano, alla
fine degli anni ’60 del XIX secolo, introdotto
ai testi e alla loro traduzione da Eiríkur Ma-
gnússon, forse il più importante promotore
della cultura nordica medievale nell’Inghil-
terra di quei decenni. Morris si immedesima
nelle vicende dei personaggi delle saghe che
incontra nelle sue letture: è attratto dalle vi-
cende di poeti, come Kormákr, oppure dalle
storie in cui i personaggi debbono perseverare
nella vita di ogni giorno in maniera eroica, al
fine di condurre un’esistenza comunque segna-
ta da un destino infausto. Nella fosca tragedia
286

della Laxdæla saga che attanaglia Bolli, Kjar-


tan e Guðrún, Morris vede riflessa la sua vita,
il ménage à trois in cui Guðrún e Kjartan altri
non sarebbero che la moglie Jane Burden e l’a-
mico fraterno Dante Gabriel Rossetti, mentre a
sé riserva il ruolo di Bolli, sposato senza essere
amato. Le lapidarie parole di Jane Burden pochi
giorni dopo la morte di Morris “Non l’ho mai
amato” potrebbero essere state pronunciate da
Guðrún dinnanzi al cadavere di Bolli. Lo scrit-
tore vittoriano a più riprese lavora sui capitoli
della Laxdæla saga incentrati sulle vicende di
Bolli, Kjartan e Guðrún, producendo riassun-
ti, testi prosastici ma, soprattutto, uno dei testi
poetici più amati dal pubblico vittoriano, The
Lovers of Gudrun, che chiude la serie poetica
di The Earthly Paradise, fino a quel momento
dedicata ad evocare personaggi dell’antichità: è
dunque grazie anche alla Laxdaela saga se i testi
nordici sono entrati a pieno titolo fra i classici
della letteratura.
“Sono stata più crudele con chi più ho ama-
to” è tra le frasi più celebri di tutta la lette-
ratura nordica, pronunciata da Guðrún alla
fine dei suoi giorni. Forse formula di origine
irlandese, come tante cose in questa saga, è di-
venuta espressione proverbiale in terra d’Islan-
da, come per noi il dantesco “Amor, ch’a nullo
amato amar perdona” e fa della saga un testo
che supera i limiti del tempo. La classicità del-
la Laxdæla saga si misura anche nel suo tra-
valicare i confini dell’isola: gli uomini sono in
costante contatto con la Norvegia e ne frequen-
tano i sovrani più importanti, fra i quali Óláfr
Tryggvasson, colui che introdusse il cristiane-
simo tra i fiordi e, ancora, Óláfr il Santo, ma
287

anche le regine, che prendono a cuore le sorti


di questi islandesi che si recano sulla terrafer-
ma alla ricerca di legname per costruire le loro
fattorie: li riempiono di doni, come il superbo
copricapo che sarà indossato dalla semplice
Hrefna e sarà causa delle tremende gelosie di
Guðrún, oppure i sontuosi abiti di scarlatto,
superati soltanto dalle colorate vesti bizantine
che saranno donate a Bolli Bollason, il primo
vichingo a far parte della guardia imperiale di
Costantinopoli, dei quali ha lasciato traccia lo
stesso imperatore Costantino VII Porfirogeni-
to (913-959) nel suo Cerimoniale di corte. Più
volte si è notata l’influenza dei poemi cavalle-
reschi sul tessuto narrativo della saga: gli abiti
sgargianti, l’insistenza nella descrizione dei
gioielli, degli abiti, delle cavalcature: Bolli Bol-
lason, che galoppa per le brughiere islandesi
con abiti bizantini, tenendo fra le mani uno
spadino alla foggia degli orientali, è ben lon-
tano da Unnr la sagace, che seguiva con la sua
imbarcazione vichinga i pilastri del trono per
impiantare la sua fattoria. È trascorso poco più
di un secolo, ma pare oramai una distanza in-
colmabile: quattro generazioni dividono Unnr
dal figlio di Guðrún; l’Islanda non è più paga-
na ma cristiana, l’Europa entra sempre di più,
con i suoi oggetti e le sue usanze, nelle remote
abitazioni degli islandesi, ma non si tratta di
un’abdicazione, di una rinuncia ai valori etici
identitari quali il senso di appartenenza a un
determinato clan, la ricchezza che si manifesta
nell’opulenza delle feste conviviali e nei matri-
moni, nel lento corteo di armenti che accom-
pagna la nascita di una nuova fattoria, dall’e-
sibizione dei doni prestigiosi, che passano di
288

padre in figlio. Ancor più delle donne sono


gli uomini che ostentano la ricchezza: la bella
arma intarsiata, l’elmo dorato, l’abito di scar-
latto, la sella preziosa. Appare quasi un cliché
il comportamento maschile, ma occorre supe-
rare quella che, agli occhi contemporanei, può
apparire una sterile ripetitività della narrazio-
ne per cogliere, invece, la superfluità dell’uo-
mo, messo in ombra dalla volontà femminile,
che domina, come in nessun’altra saga, tutta
la vicenda. Sembra, nell’ambito medievale, un
ribaltamento di ruoli: la donna, immaginata
dai nostri stereotipi chiusa nelle sue stanze a
trovar delizia nelle stoffe e nei gioielli, è inve-
ce attiva manipolatrice dei destini; è presente
all’Alþingi, l’Assemblea annuale, al loro giu-
dizio insindacabile si rimettono i padri prima
di concederle in moglie; reggono le proprietà,
accrescono i patrimoni, difendono l’onore.
Non vi è mai, però, in tutta la saga, una since-
ra amicizia femminile; qui le donne si muovo-
no autonomamente, rivaleggiano fra loro; agli
uomini è invece riservato il sentimento della
fratellanza, spesso destinato, tuttavia, a essere
disatteso e scisso. Ma l’unico vero rapporto di
confidenza amicale si instaura tra Guðrún e il
potente goði Snorri, quasi a sancire, ante litte-
ram, una parità intellettuale fra i sessi che, va
però detto onestamente, anche in Islanda era
ben lungi dal realizzarsi.
Guðrún, al termine della sua vita, sopraffat-
ta dal dolore, passa le notti in preghiera nella
chiesetta eretta alle pendici di Helgafell, col-
lina un tempo sacra ai pagani. Le lacrime che
sgorgano dagli occhi della donna disturbano il
riposo di una strega che si manifesta in sogno
289

all’ultima discendente femminile di questa


saga: Herdís, nipote di Guðrún, figlia di Bolli
Bollason. Si chiude, con Herdís, un cerchio: la
giovane donna proiettata in un mondo nuovo,
in cui l’armonia si è ricostituita, resta tuttavia
legata al passato della sua gente, alle sue cre-
denze, ai suoi fantasmi. Largo spazio hanno
in questa saga anche gli spiriti dei morti che
provocano danni ai viventi, così come compa-
re addirittura una famiglia dedita a pratiche
stregonesche. Il sovrannaturale serpeggia nel-
la saga, dai sogni criptici che debbono essere
interpretati, alle reminescenze pagane oramai
abbandonate, mentre l’adesione al cristiane-
simo, così come in altre saghe, resta legata a
un cambiamento di ordine giuridico nella vita
dell’isola piuttosto che a una vera adesione
spirituale. I pagani vanno, curiosi, alla messa,
come andassero ad assistere ad uno spettacolo,
e il cambiamento di fede viene addebitato più
alla volontà ricattatoria di re Óláfr Tryggva-
son, che non lascia ripartire gli islandesi per
la propria madrepatria, piuttosto che frutto di
una sincera conversione.
Sebbene la Laxdæla saga sia ambientata din-
nanzi alle impetuose acque del Breiðafjörðr,
ciò che fa di questa narrazione un capolavoro
assoluto della letteratura islandese (e non solo)
si coglie nella continua tensione tra l’apparen-
te ristrettezza di orizzonti, raffigurata dal pae-
saggio agreste, che si dipana di fattoria in fat-
toria, in un’area che a stento supera due giorni
di cammino e, di contro, le continue incursio-
ni nel mondo esterno, che va dall’arcipelago
britannico, alla Scandinavia, alla Russia, alla
remota Costantinopoli. In questo vorticoso e
290

continuo movimento della macchina da presa,


che si sposta dalla sala in cui le donne tesso-
no le sorti degli uomini, alle corti norvegesi,
in cui mariti e fidanzati intrecciano rapporti,
sta la grandezza della Laxdæla saga. Non vi è
differenza tra il dentro e il fuori, tra l’Islanda
delle fattorie e la corte bizantina: come in ogni
classico non contano i luoghi in cui si sviluppa
l’intreccio giacché al centro vi sono sempre le
pulsioni umane, coi loro destini, speranze, odi
e amori, che continuano a parlare ai lettori di
ogni tempo. E ancora oggi, se si passa dal pic-
colo cimitero di Helgafell, si noterà che qual-
che sasso, o un fiore, sono stati posti a tutelare
il riposo di Guðrún Ósvífrsdóttir.
Nota alla traduzione
di Silvia Cosimini

Tradurre una saga antica significa tendere un


filo da un ciglio all’altro di un baratro pro-
fondo almeno tremila chilometri e otto seco-
li e avanzarvi sopra a piccoli passi, come un
funambolo, mantenendosi in equilibrio tra il
rispetto dovuto a un testo del genere e l’aspira-
zione alla fruibilità da parte dei lettori contem-
poranei. È purtroppo inevitabile che qualcosa
cada nel vuoto, nei fortunati casi in cui l’intera
operazione non si risolva in un suicidio.
Il testo originale che ho seguito è quel-
lo edito da Einar Ólafur Sveinsson nel 1934
e pubblicato nel volume V della serie Íslensk
Fornrit. Ho mantenuto i grafemi islandesi, in
particolare le fricative dentali sorde e sonore þ
e ð, che si pronunciano, rispettivamente, come
nell’inglese teeth e this. Ho mantenuto anche
il suffisso -r del nominativo singolare maschile
negli antroponimi e nei toponimi, mentre non
ne ho rispettato la punteggiatura: i manoscritti
originali includono pochissimi segni di inter-
punzione e quelli forniti dall’editore sembrano
voler sottolineare la consapevolezza dell’auto-
re per le pause naturali necessarie alla produ-
zione orale. Non è una punteggiatura usuale
per l’italiano contemporaneo, pertanto ne ho
inserita di più conforme.
Dal punto di vista sintattico, ho sempre
trovato pesante lo stile paratattico della saga,
292

che accosta fianco a fianco frasi semplici o


elementi di frasi dando loro uguale peso ed
evitando le congiunzioni subordinative, per-
tanto ho cercato di inserire poche costruzioni
ipotattiche nel rispetto dello stile della saga,
laddove la prosodia italiana non ne rimane-
va penalizzata, ma viste le differenze tra le
consuetudini delle due lingue, non ho consi-
derato la paratassi una priorità. Del resto, le
uniche due congiunzioni dell’islandese, en e
ok, hanno uno spettro di significati ben supe-
riore al semplice ‘ma’ ed ‘e’, per cui tradurle
rigidamente sarebbe stato riduttivo. L’intro-
duzione di enclitiche in italiano, assenti in
islandese, è stato più che altro uno sforzo di
riprodurre la sintesi e la concisione della lin-
gua originale. Ho cercato anche di mantenere
l’ordine sintattico, ma in alcuni casi è stato
necessario riposizionare alcune proposizioni.
Per quanto riguarda la grammatica, il testo
originale presenta un transito spesso sconcer-
tante e illogico tra il preterito e il presente. È
probabile che alle orecchie di un pubblico an-
tico-islandese ciò comunicasse il sapore della
narrativa orale, ma la mancanza di unanimità
tra gli studiosi sulla funzione di questa mesco-
lanza di tempi verbali rende difficile stabilire
norme traduttorie: ho preferito uniformare i
tempi verbali a quello della narrativa scritta,
utilizzando sempre il passato remoto. Diver-
samente, ho ritenuto molto più importante
rispettare quanto più possibile le forme pas-
sive, soprattutto quando smorzavano la forza
della costruzione verbale causando transitività
e perdita di azione. Ho cercato di mantenere
tutte le negazioni, di cui la saga fa largo uso,
293

e che sembrano impiegate per attirare l’atten-


zione dei lettori/ascoltatori suggerendo più
possibilità di interpretazione, fornendo ambi-
guità, introducendo complessità semantiche
e sintattiche e alzando il timbro del dialogo:
i negativi iterati rafforzano il sospetto che la
verità stia più nell’esatto opposto. Anche tutti
i passaggi improvvisi dal discorso indiretto a
quello diretto sono stati rispettati: producono
un innalzamento di tensione, un movimento
verso una narrazione più vivida ed enfatizzata.
Abbiamo poche speranze di stabilire esat-
tamente quale impatto le saghe avessero sul
pubblico originario, e possiamo soltanto ipo-
tizzare quale fosse lo standard linguistico, ma
la saga sembra far uso di un vocabolario quo-
tidiano, ripetitivo e limitato; questa esiguità
lessicale, che derivi dallo stile orale o lo imiti,
è una caratteristica che più volte mi sono chie-
sta se dover rispettare. Tuttavia, aspirando a
una maggiore fruibilità da parte del pubblico
italiano, mi sono permessa di ampliare lo spet-
tro, adducendo come scusa la ricca polisemia
dell’islandese e la necessità di più realizzazio-
ni in contesti differenti. È il caso, per esempio,
dei verba dicendi, che l’islandese limita a segja
(dire), mæla (parlare) e kveða (pronunciare): se
con questo il narratore ha inteso intromettersi
il meno possibile, io ho preferito considerare
una caratteristica normale della prosa moderna
variare i verba dicendi per evitare monotonia e
ripetizioni. In questo caso rientrano anche le
formule e le frasi iterate, sicuramente rilevanti
da un punto di vista stilistico: motivi impor-
tanti, grandi eventi, individui di rilievo sono
presentati attraverso una stringa ripetuta, che
294

richiama nella mente dei lettori/ascoltatori


eventuali occorrenze precedenti; laddove il mio
orecchio italiano non mi consentiva di mante-
nere la formula tale e quale, ho cercato di ripro-
durla in maniera comunque riconoscibile. Ho
invece evitato gli arcaismi, che sebbene possano
aggiungere colore, implicano una distanza
lessicale che non era nelle intenzioni dell’autore
della saga del XIII secolo.
Tra i miei intenti c’era anche quello di tene-
re in considerazione le numerose caratteristi-
che stilistiche della saga: le litoti, le antitesi, le
forme retoriche di vocativi, l’ordine delle paro-
le non convenzionale, l’allitterazione che sot-
tolinea le frasi più incisive, i cambi di registro
nonché le ambiguità, che sottolineano il ruolo
dinamico di chi leggeva o ascoltava. Forse non
sono riuscita a rispettare tutto, ma spero che la
traduzione lasci percepire un tessuto origina-
rio ben più ricco e mosso di quanto comune-
mente si ascrive alle saghe medievali.
Non ho fatto sconti sulle genealogie, tanto
care agli islandesi di ieri e di oggi, nonostan-
te ben sappia che costituiscono i passaggi più
ostici per il lettore: per il pubblico originario
il materiale genealogico aggiungeva credibili-
tà storica, dava modo di collocare i personag-
gi geograficamente e in termini di parentela e
di dedurne i tratti del carattere dalle relazioni
familiari e dai soprannomi. Sicuramente gli
antroponimi sono lo scoglio maggiore per i
lettori di oggi, che avranno difficoltà a distin-
guere i personaggi maschili da quelli femmi-
nili e a districarsi tra le numerose omonimie.
A tale fine un aiuto possono fornirlo i sopran-
nomi, che anche in islandese concorrevano a
295

caratterizzare i personaggi; in molti casi, tut-


tavia, il significato di un soprannome è aper-
to a controversie e pertanto un tentativo di
traduzione sarebbe stato azzardato. Ho for-
nito inoltre un glossario toponomastico per
orientarsi tra i toponimi parlanti.
So bene che l’Islanda è talmente remota
dal lettore contemporaneo che molti degli
eventi trattati nelle saghe non si apprezzano
appieno senza un considerevole bagaglio di
conoscenze pregresse, eppure sono convinta
che chiunque, anche chi si accosta alla lettura
di una saga per la prima volta, saprà ricono-
scervi un’eredità comune, scoprendo un’ope-
ra letteraria chiaramente appartenente alla
nostra tradizione europea.
296
Volumi pubblicati

1. Sven Delblanc: La notte di Gerusalemme (2a ed.)


2. Per Olov Enquist: Strindberg: una vita (2a ed.)
3. Torgny Lindgren: Betsabea (2a ed.)
4. Peter Seeberg: L’inchiesta
5. Johan Borgen: Lillelord
6. Lars Gustafsson: Morte di un apicultore (8a ed.)
7. Pär Lagerkvist: Pellegrino sul mare (7a ed.)
8. Tove Jansson: Il libro dell’estate (12a ed.)
9. Henrik Stangerup: Lagoa Santa
10. Herbjørg Wassmo: La veranda cieca (2a ed.)
11. Tove Jansson: L’onesta bugiarda (7a ed.)
12. Torgny Lindgren: La bellezza di Merab
13. Folke Fridell: Una settimana di peccato
14. Henrik Stangerup: L’uomo che voleva essere colpevole (5a ed.)
15. Pär Lagerkvist: Il sorriso eterno (2a ed.)
16. Herman Bang: I Quattro Diavoli (2a ed.)
17. Tarjei Vesaas: Gli uccelli (4a ed.)
18. Lars Gustafsson: Preparativi di fuga (2a ed.)
19. Selma Lagerlöf: L’Imperatore di Portugallia (16a ed.)
20. August Strindberg: L’Olandese (2a ed.)
21. Stig Dagerman: Il nostro bisogno di consolazione (8a ed.)
22. Cees Nooteboom: Il canto dell’essere e dell’apparire (6a ed.)
23. Stig Dagerman: Il viaggiatore (9a ed.)
24. Pär Lagerkvist: Il nano (4a ed.)
25. Pär Lagerkvist: Mariamne
26. Willem Elsschot: Formaggio olandese (2a ed.)
27. Sigrid Undset: La saga di Vigdis (3a ed.)
28. Per Olov Enquist: La partenza dei musicanti (2a ed.)
29. Lars Gustafsson: Il pomeriggio di un piastrellista (4a ed.)
30. Knut Hamsun: Sognatori (4a ed.)
31. Thorkild Hansen: Arabia felix (6a ed.)
32. Willem Elsschot: Fuoco fatuo
33. Cees Nooteboom: Rituali (3a ed.)
34. Karin Boye: Kallocaina
35. Stig Claesson: Chi si ricorda di Yngve Frej
36. Eric de Kuyper: Al mare (2a ed.)
37. Henrik Stangerup: Fratello Jacob
38. Jan Jacob Slauerhoff: Schiuma e cenere (2a ed.)
39. Saga di Ragnarr (3a ed.)
40. Arto Paasilinna: L’anno della lepre (25a ed.)
41. Ingmar Bergman: Il settimo sigillo (9a ed.)
42. Cees Nooteboom: Mokusei (3a ed.)
43. Saga di Oddr l’arciere (2a ed.)
44. Tove Jansson: Viaggio con bagaglio leggero (2a ed.)
45. Stig Dagerman: Bambino bruciato (5a ed.)
46. Lars Gustafsson: La vera storia del signor Arenander
47. Henrik Ibsen: Vita dalle lettere
48. Gerhard Durlacher: Strisce nel cielo
49. Mika Waltari: Fine van Brooklyn
50. Lars Gustafsson: Storia con cane (2a ed.)
51. Jens Peter Jacobsen: Niels Lyhne (2a ed.)
52. Knut Hamsun: Sotto la stella d’autunno (4a ed.)
53. Saga di Egill il monco (2a ed.)
54. Selma Lagerlöf: L’anello rubato (5a ed.)
55. Hella Haasse: Di passaggio
56. Halldór Laxness: L’onore della casa (4a ed.)
57. Arto Paasilinna: Il Bosco delle Volpi (13a ed.)
58. Per Olov Enquist: Processo a Hamsun
59. Stig Dagerman: I giochi della notte (4a ed.)
60. Cees Nooteboom: Le montagne dei Paesi Bassi (3a ed.)
61. Göran Tunström: L’Oratorio di Natale (6a ed.)
62. Emil Tode: Terra di confine
63. Pär Lagerkvist: Il boia (2a ed.)
64. Saga di Hrafnkell (2a ed.)
65. Torgny Lindgren: Per amore della verità
66. Arto Paasilinna: Il mugnaio urlante (12a ed.)
67. Hella Haasse: La fonte nascosta (4a ed.)
68. Einar Már Gudmundsson: Angeli dell’universo (4a ed.)
69. Lou Andreas-Salomé: Figure di donne (2a ed.)
70. Selma Lagerlöf: Jerusalem (4a ed.)
71. Sigrid Undset: L’età felice (2a ed.)
72. Göran Tunström: La vita vera (2a ed.)
73. Pär Lagerkvist: La mia parola è no (3a ed.)
74. Arto Paasilinna: Il figlio del dio del Tuono (10a ed.)
75. Björn Larsson: La vera storia del pirata Long John Silver (18a ed.)
76. Peter Nilson: Il Messia con la gamba di legno
77. Jørn Riel: Safari artico (3a ed.)
78. Jan Jacob Slauerhoff: La rivolta di Guadalajara
79. Lars Gustafsson: La clandestina
80. Leena Lander: Venga la tempesta
81. Hjalmar Söderberg: Il gioco serio
82. Knut Hamsun: La Regina di Saba
83. Tove Nilsen: La fame dell’occhio
84. Bergljot Hobæk Haff: Il rogo
85. Göran Tunström: Chiarori
86. Aksel Sandemose: Il mercante di catrame
87. Björn Larsson: Il Cerchio Celtico (10a ed.)
88. Cees Nooteboom: La storia seguente (2a ed.)
89. Göran Tunström: Un prosatore a New York
90. Carl-Henning Wijkmark: Tu che non ci sei
91. Hella Haasse: Le vie dell’immaginazione
92. Lars Gustafsson: Windy racconta
93. Thorkild Hansen: Il Capitano Jens Munk (2a ed.)
94. Tarjei Vesaas: Il castello di ghiaccio (2a ed.)
95. Janne Teller: L’Isola di Odino
96. Kader Abdolah: Il viaggio delle bottiglie vuote (4a ed.)
97. Björn Larsson: Il porto dei sogni incrociati (10a ed.)
98. Arto Paasilinna: Lo smemorato di Tapiola (8a ed.)
99. Cees Nooteboom: Il Giorno dei Morti
100. Per Olov Enquist: Il medico di Corte (7a ed.)
101. Ulf Peter Hallberg: Lo sguardo del flâneur
102. Jørn Riel: La vergine fredda
103. Erlend Loe: Naif.Super (3a ed.)
104. Björn Larsson: L’occhio del male
105. Leena Lander: La casa del felice ritorno
106. Finn Carling: I ghepardi
107. Mikael Niemi: Musica rock da Vittula
108. Thor Vilhjálmsson: Il muschio grigio arde
109. Torgny Lindgren: Il pappagallo di Mahler
110. Bo Carpelan: Il libro di Benjamin
111. Hella Haasse: La pianista e i lupi
112. Hrafnhildur Hagalín: Io sono il Maestro (2a ed.)
113. Einar Már Gudmundsson: Orme nel cielo (2a ed.)
114. Eyvind Johnson: Il tempo di Sua Grazia
115. Svend Åge Madsen: Rigenesi
116. Björn Larsson: La saggezza del mare (10a ed.)
117. Arto Paasilinna: I veleni della dolce Linnea (6a ed.)
118. Kader Abdolah: Scrittura cuneiforme (7a ed.)
119. Göran Tunström: Uomini famosi che sono stati a Sunne
120. Saga di Gautrekr
121. Jørn Riel: Una storia marittima
122. Ingmar Bergman: Il posto delle fragole (2a ed.)
123. Pär Lagerkvist: Barabba
124. Ulla Isaksson: Alle soglie della vita
125. Hella Haasse: Tiro ai cigni
126. Per Olov Enquist: Il viaggio di Lewi
127. Halldór Laxness: Gente indipendente (2a ed.)
128. Torgny Lindgren: La ricetta perfetta
129. Hella Haasse: L’anello della chiave
130. Cees Nooteboom: Philip e gli altri
131. H.C. Andersen: Peer Fortunato
132. Björn Larsson: Il segreto di Inga (4a ed.)
133. Ingmar Bergman: Sarabanda
134. Kari Hotakainen: Colpi al cuore
135. Thor Vilhjálmsson: Cantilena mattutina nell’erba
136. Thorkild Hansen: La costa degli schiavi
137. Tove Jansson: La barca e io
138. Kader Abdolah: Calila e Dimna
139. Arto Paasilinna: Piccoli suicidi tra amici (7a ed.)
140. Jørn Riel: Uno strano duello
141. Knut Hamsun: Un vagabondo suona in sordina
142. Ulf Peter Hallberg: Il calcio rubato
143. Erlend Loe: Tutto sulla Finlandia (2a ed.)
144. Allard Schröder: L’idrografo
145. Per Olov Enquist: Il libro di Blanche e Marie (3a ed.)
146. Cees Nooteboom: Perduto il Paradiso
147. Leena Lander: L’ordine
148. Göran Tunström: Il ladro della Bibbia
149. Dag Solstad: Tentativo di descrivere l’impenetrabile
150. Kader Abdolah: Ritratti e un vecchio sogno
151. Willem Jan Otten: Il ritratto vivente
152. Björn Larsson: Bisogno di libertà (5a ed.)
153. Mikael Niemi: Il manifesto dei cosmonisti
154. Erlend Loe: Doppler. Vita con l’alce (2a ed.)
155. Multatuli: Max Havelaar
156. Torgny Lindgren: Per non saper né leggere né scrivere
157. Lars Gustafsson: Il Decano
158. Halldór Laxness: Il concerto dei pesci
159. Selma Lagerlöf: La saga di Gösta Berling (2a ed.)
160. Ingmar Bergman e Maria von Rosen: Tre diari
161. Ingmar Bergman: Il giorno finisce presto
162. Arto Paasilinna: Il migliore amico dell’orso (4a ed.)
163. Kader Abdolah: La casa della moschea (4a ed.)
164. Johan Harstad: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (3a ed.)
165. Carl-Henning Wijkmark: La morte moderna
166. Frank Westerman: El Negro e io
167. Thorkild Hansen: Le navi degli schiavi
168. Tommy Wieringa: Joe Speedboat
169. Kari Hotakainen: Via della Trincea
170. Adriaan van Dis: Il vagabondo
171. Björn Larsson: Otto personaggi in cerca (con autore)
172. Jørn Riel: Prima di domani (2a ed.)
173. Gerbrand Bakker: C’è silenzio lassù
174. Aki Kaurismäki: L’uomo senza passato
175. Gunnar Staalesen: Satelliti della morte
177. Arto Paasilinna: Prigionieri del Paradiso (2a ed.)
178. Thorkild Hansen: Le isole degli schiavi
179. Frank Westerman: Ararat
180. Cees Nooteboom: Le volpi vengono di notte
181. Peter Fröberg Idling: Il sorriso di Pol Pot
182. Bjørnstjerne Bjørnson: Al di là delle forze umane
183. Kader Abdolah: Il Messaggero
184. Per Olov Enquist: Un’altra vita
185. Erlend Loe: Volvo (2a ed.)
186. Dag Solstad: Timidezza e dignità
187. Karen Blixen: La vendetta della verità
188. Torgny Lindgren: Acquavite
189. Arto Paasilinna: L’allegra Apocalisse
190. Jón Kalman Stefánsson: Paradiso e inferno (2a ed.)
191. Thor Vilhjálmsson: La corona d’alloro
192. Halldór Laxness: Sotto il ghiacciaio (2a ed.)
193. Göran Tunström: Lettera dal deserto
194. Cees Nooteboom: Avevo mille vite e ne ho preso una sola
195. Jan Brokken: Nella casa del pianista
196. Hella Haasse: Genius loci
197. Lars Gustafsson: Le bianche braccia della signora Sorgedahl
198. Kari Hotakainen: Un pezzo di uomo
199. Herman Bang: La casa bianca
200. Arto Paasilinna: Le dieci donne del Cavaliere
201. Herman Bang: La casa grigia
202. Erlend Loe: Saluti e baci da Mixing Part
203. Tomas Tranströmer: I ricordi mi guardano
204. Herman Bang - Klaus Mann: L’ultimo viaggio di un poeta
205. Jørn Riel: Viaggio a Nanga
206. Kader Abdolah: Il re
207. Gerbrand Bakker: Giugno
208. Jón Kalman Stefánsson: La tristezza degli angeli (2a ed.)
209. Arto Paasilinna: Sangue caldo, nervi d’acciaio
210. Selma Lagerlöf: Il libro di Natale (2a ed.)
211. Adriaan van Dis: Tradimento
212. Ulf Peter Hallberg: Trash europeo
213. Frank Westerman: Pura razza bianca
214. Mikael Niemi: La piena
215. Stig Dagerman: Perché i bambini devono ubbidire? (2a ed.)
217. Jón Kalman Stefánsson: Luce d’estate ed è subito notte (2a ed.)
218. Tuomas Kyrö: L’anno del coniglio
219. Cees Nooteboom: Lettere a Poseidon
221. Björn Larsson: L’ultima avventura del pirata Long John
Silver (2a ed.)
222. Kader Abdolah: Il corvo
223. Arto Paasilinna: La fattoria dei malfattori
224. Morten Brask: La vita perfetta di William Sidis (2a ed.)
225. Tove Jansson: Il libro dell’inverno
226. Rosa Liksom: Scompartimento n.6
228. Halldór Laxness: La base atomica

OMBRE

1. Olav Hergel: Il fuggitivo


2. Dan Turèll: Assassinio di lunedì
3. Gunnar Staalesen: Tuo fino alla morte
4. Flemming Jensen: Il blues del rapinatore
5. Thomas Enger: Morte apparente
6. Gellert Tamas: L’uomo laser
7. Matti Rönkä: L’uomo con la faccia da assassino
8. Gunnar Staalesen: La donna nel frigo
9. Björn Larsson: I poeti morti non scrivono gialli (3a ed.)
10. Anders Bodelsen: Pensa un numero
11. Olav Hergel: L’immigrato
12. Mikael Niemi: L’uomo che morì come un salmone (2a ed.)
13. Björn Larsson: Il Cerchio Celtico
14. Viktor Arnar Ingólfsson: L’enigma di Flatey
15. Thomas Enger: Dolore fantasma
16. Matti Rönkä: Fratello buono, fratello cattivo
17. Anders Bodelsen: La borsa e la vita
18. Monica Kristensen: La leggenda del sesto uomo

SAGGI

1. Martino Menghi: L’utopia degli Iperborei


2. Franco Perrelli: Pär Lagerkvist
3. AA.VV.: Dal mondo delle saghe a quello di Sofia
4. AA.VV.: Dall’Autunno del Medioevo alle Montagne
dei Paesi Bassi
5. Ole Wivel: Karen Blixen
6. Franco Perrelli: August Strindberg
7. AA.VV.: Dai Gesta Danorum alla scena del crimine

FUORI COLLANA

Giuseppe Lodigiani: Ciò che credo


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Iperborea dà il suo contributo a un futuro sostenibile


per i libri, i lettori e il pianeta.

Questo libro è stato stampato da Joelle S.r.l.


per conto di Iperborea su carta certificata FSC.

Finito di stampare nel mese di dicembre 2014


presso Tipostampa per conto di Joelle s.r.l.
Città di Castello (PG)