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Dall’alchimia all’hashish - il Tascabile https://www.iltascabile.

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LETTERATURE
EMANUELE ZOPPELLARI PERALE / IMMAGINE: HEINRICH KHUNRATH, "IL LABORATORIO DELL'ALCHIMITA".
1595.
/ 26.9.2019

Dall’alchimia all’hashish
La vita mistica di W. B. Yeats, poeta visionario prestato alla
magia.

Emanuele Zoppellari Perale è nato nel 1994. Ha studiato filosofia e


letteratura alla University College London, all’Università di Oslo e a Ca’
Foscari, Venezia. È autore di una raccolta bilingue di sonetti e ha tradotto
un saggio sul dandismo.

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I
l 19 aprile 1900 il mago Aleister Crowley si
presentò al numero 36 di Blythe Road, dalle
parti di Shepherd’s Bush, a Londra, con
l’abito da cerimonia delle Highlands e una
maschera del dio egizio Osiride. Con dei
pugnali tracciava nell’aria pentacoli e altri simboli arcani per contrastare le difese
invisibili del tempio dell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, da cui era stato bandito
qualche tempo prima per la sua insistenza su pratiche magiche considerate oscure o
disdicevoli. Crowley voleva prendere possesso del tempio per sé e il suo maestro, uno dei
fondatori dell’Ordine, espulso a sua volta. Alcuni maghi si erano barricati al suo interno
per non lasciarlo passare. Grazie ai loro controincantesimi, alle più profane armi della
diplomazia e all’intervento dei poliziotti, i membri della Golden Dawn riuscirono a
respingere l’assedio magico. Tra i coraggiosi che resistettero nella “Battaglia di Blythe
Road” c’era il poeta irlandese William Butler Yeats.

Yeats era entrato nell’Ordine dieci anni prima, dopo essere stato scomunicato dalla
Società Teosofica da Madame Blavatsky in persona. “La vita mistica è al centro di tutto
ciò che faccio, penso e scrivo” aveva dichiarato in una lettera nel 1892. Gli ambienti che
frequentava – ermetici, rosacruciani, spiritisti – lo dimostrano. Una volta, in un
pianterreno del Quartiere Latino di Parigi, partecipò a un incontro di martinisti (i
seguaci di un ordine esoterico nato nel 1881 per il “perfezionamento interiore dell’essere
umano”). Con un amico arrivò all’appuntamento completamente allucinato per via
dell’hashish ingerito qualche ora prima. Ma i presenti non erano da meno.

La sua descrizione della scena è comica e grottesca. La si trova nel volume dal titolo
Magia, tradotto e curato da Ottavio Fatica per Adelphi, che raccoglie le prose di Yeats su
questi temi. “Mi prese la smania di ballare ma non lo feci perché non riuscivo a
ricordare neanche un passo. Mi sedetti e chiusi gli occhi; ma no, niente visioni, soltanto
la sensazione di un’ombra scura che sembrava dirmi che un giorno sarei caduto in trance
[…], ma non stavolta”. Più che le meraviglie che gli esperti gli andavano decantando
riguardo alle droghe, Yeats sentiva crescere in sé il senso dell’assurdo e un pauroso
disagio. Tornato in sé, scoprì l’imbarazzo d’essere l’unico lucido in mezzo a un gruppo di

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strafatti.

“Io credo nella pratica e nella filosofia di ciò che abbiamo convenuto di chiamare magia”
– così si apre il primo dei saggi del volume – e per esempio “nell’evocazione degli
spiriti, […] nella facoltà di creare illusioni magiche, nelle visioni di verità presenti negli
abissi della mente”. Yeats, aderendo a questa fede, partecipava a rituali per far emergere
ricordi di vite passate. Studiava la telepatia volontaria e involontaria (quella che Jung
avrebbe chiamato sincronicità). Teneva un diario dei sogni, da cui spesso attinge per
queste prose, nel quale osservava i suoi progressi da onironauta. Pagava i servizi di
numerose medium londinesi. Leggeva Emanuel Swedenborg, l’erudito settecentesco a
cui, quasi sessantenne, era apparso un angelo e che da allora era diventato una sorta di
profeta. Era membro del Ghost Club, organizzazione (attiva tutt’oggi) di studi sul
paranormale, e descrisse con convinzione la meccanica degli ectoplasmi che fuoriescono
dal corpo dei medium e la metafisica dei revenants, gli spiriti inquieti.

“ Yeats aveva bisogno di una mitologia per riaccendere


l’anima in un’epoca in cui le fedi tradizionali erano
già in declino.

Se il suo approccio è tutt’altro che scientifico, non per questo è anti-empirico, come, in
altri tempi, fu quello di Paracelso, Sir Thomas Browne o Girolamo Segato. Ma la sua
mente non “filosofica bensì filosofale” – come la definisce Ottavio Fatica – unisce
tradizioni e pratiche variegate in un sincretismo improvvisato e arbitrario. D’altronde,
non è autoevidente dove vada tracciata la linea oltre la quale non si è più disposti a
credere: se si prende per vera la Tabula Smaragdina degli alchimisti, si possono davvero
rifiutare a priori le sedute spiritiche, la divinazione, i riti pagani? Il suo motto magico è
Daemon est Deus inversus, “il diavolo è Dio al contrario”: tutto è un gioco infinito di
specchi negli specchi, di rimandi altrove che riportano all’interno, ma il rischio è di
perdersi nelle superfici e nelle illusioni. “Prendi se devi il saccolo dei sogni” recita una
sua poesia, “Sciogli lo spago e t’avvilupperanno”.

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Il più grande dei suoi sogni riguardava la rivoluzionaria irlandese Maud Gonne,
conosciuta nel 1889, ma questa era troppo attiva, troppo ribelle, troppo indomita per lui,
che era un affabulatore e un dispersivo, un daydreamer e non un guerriero. Nel corso
della loro frequentazione, durata una vita, lui le chiese di sposarlo cinque volte, ma per
lei rimaneva sempre e solo “Silly Willie”, e lo rifiutò in ogni occasione. Diceva che così
faceva un favore all’umanità: regalava al suo poeta il lusso di una passione non
corrisposta da cui far nascere un’arte sincera. Dopo la sua separazione dal marito,
rivoluzionario come lei, Maud e W. B. finirono a letto insieme in una notte parigina del
1908, dopodiché lei tentò di troncare i rapporti. Lui si propose anche a sua figlia Iseult,
che Maud concepì con l’intento di reincarnare un figlio morto bambino per mezzo di un
macabro rito sessuale in cimitero. Ma persino Iseult lo rifiutò, forse per ripicca: da
quindicenne aveva avuto un debole per quel poeta che stravedeva per sua madre, ma lui
all’epoca non l’aveva voluta, un po’ per differenza d’età, un po’ per divergenza
d’oroscopo.

Quindi, nel 1917, Yeats sposò Georgie “George” Hyde-Lees, conosciuta nei circoli di
esoteristi che ancora frequentava. Subito dopo le nozze ebbe un ripensamento, si disse
di aver fatto un errore fatale, ma come al quarto giorno di luna di miele George iniziò a
manifestare doti medianiche, il loro matrimonio fu salvo. Disse Yeats che “dopo una
mezza dozzina di queste ore” passate a dialogare con gli spiriti, “mi offersi di passare il
resto della vita a spiegare e a mettere insieme quelle frasi sparse”. Le sedute si
ripetevano tutti i giorni, anche quando George era annoiata o non ne poteva più. Lei
cadeva in trance e lui prendeva appunti dagli esseri detti Istruttori che gli spiegavano il
funzionamento dell’universo. Doveva però stare in guardia, poiché ce n’erano altri, i
Frustratori, che invece lo ingannavano, lo confondevano, gli davano nozioni false, lo
prendevano in giro. Spesso gli spiriti non aspettavano neppure che George si fosse
sdraiata: “Sembrava che ignorassero dove ci trovavamo, e la cosa poteva accadere in un
momento o in un luogo inopportuno; una volta […] ci diedero il segnale in un
ristorante”.

Ne risultò un complesso sistema simbolico e geometrico di classificazione dei tipi


individuali per come si posizionano nella lotta con il fato e con se stessi, il tutto

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organizzato secondo le 28 fasi della luna. Lo espose in A Vision (1925), presentato al suo
editore come il suo “libro dei libri”, esoterico in tutti i sensi, rivolto e comprensibile –
forse – “soltanto ai [suoi] compagni” di studi occulti. Yeats sapeva che era “aspro,
difficile”, ma credeva che ne sarebbe nata una nuova religione. Nemmeno per i vescovi
irlandesi, però, valse la pena di metterlo all’indice, tanto lo trovarono infondato e
fantasioso. “Very very very bughouse” (manicomiale) è come lo definì Ezra Pound, che
qualche anno prima era stato il suo segretario a Stone Cottage dove di notte, al chiaro di
luna, i due risolvevano le loro feroci diatribe letterarie tirando di fioretto. “Madly
unchic” fu il giudizio del sobrio e anglicano W. H. Auden sugli interessi occulti di Yeats,
un “figlio di puttana coi fiocchi”.

“ Nemmeno per i vescovi irlandesi valse la pena di


mettere all’indice il suo Una visione, tanto trovarono
il libro infondato e fantasioso.

Ma Yeats sembrava immune alle critiche e alle derisioni, come d’altronde è d’uopo per
chi voglia darsi a strade tanto astruse e bislacche. Anzi, dice, è un bene che queste cose
rimangano oscure, pane di pochi coraggiosi. Se fossero comuni, molti – troppi
– lascerebbero le loro vite per tentare di farsi sapienti e la società collasserebbe, poiché
chi “si prenderebbe la briga di far le leggi o di scrivere la storia o di soppesar la terra se
le cose dell’eternità sembrassero a portata di mano?”. Di più: è necessario abbandonare i
centri e tornare alle periferie, alle campagne, ripopolare i margini lasciati alle ortiche e
alle sterpaglie. Bisogna sottrarsi alla logica dell’utile e del guadagno, evangelizza Yeats,
battersi contro la letteratura borghese e quella critica a essa integrale che giudica “con gli
occhi di un assessore comunale che valuta i meriti di un segretario”.

I profani, atterriti e “sempre in ansia”, “non vi capiscono se gli dite: ‘Tutte le cose più
preziose sono inutili’”. Preferiscono lo stelo al fiore. Yeats, invece, opta direttamente per
la “Rosa Alchemica”, titolo di un suo racconto del 1897, che assieme a “Le tavole della
Legge” e “L’adorazione dei Magi” costituisce un trittico di atmosfere soffuse, decadenti e
visionare fatte di esseri immortali e maledetti che si danno battaglia in scontri che

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durano qualche istante ma anche secoli interi, descrizione interna del mondo di cui
credeva o semplicemente diceva di far parte.

I suoi interessi e le sue pratiche per il magico e l’occulto si possono prendere prima
facie, come un’eccentricità, una patafisica, un’attività disdicevole o il più nobile dei
cammini, a seconda del punto di vista. Oppure, si possono leggere in relazione alla sua
letteratura, ma ribaltando la prospettiva: non come ciò da cui la sua poesia ha origine,
ma come ciò di cui la sua letteratura abbisogna, nonché come una parte, pur centrale,
della sua rivolta contro il mondo moderno e del suo gusto per l’antico, il bizzarro,
l’inassimilabile.

In letteratura Yeats predica contro il realismo: “i grandi romanzieri realistici descrivono


quasi senza eccezione scene e tipi familiari; il realismo è sempre del momento, ha come
tema pubblico il pubblico stesso”. Lui invece si pone dal lato di una scrittura
immaginativa in linea con la Tradizione, perenne anche se non immutabile. Più la mente
è distratta, più difficile sarà avvicinarsi “alla fulgida luce dei sogni” che ancora rivela i
miti antichi e gli archetipi sempreverdi. E “la nostra vita di città, che assorda o uccide la
vita passiva e meditabonda, e la nostra cultura che sviluppa la mente separata e
semovente, hanno reso la nostra anima meno sensibile”: una volta era “esposta nuda ai
venti celesti”, ora invece è pigra e si crogiola in un tepore confortevole e sterile.

Per il genere di letteratura con cui intendeva riaccendere l’anima in un’epoca in cui le
fedi tradizionali erano già in declino, aveva bisogno di una mitologia. Tutto il suo
sistema sincretico potrebbe allora essere letto in funzione della sua arte: per ottenere i
miti, le liturgie, i sacramenti, gli ordini ascetici e le prove iniziatiche di cui voleva
adornare la sua arte, Yeats si mise ad armeggiare – come lo definisce Fatica – “nel
calderone dell’immaginario parareligioso”. Fu, in questo senso, un poeta prestato alla
magia, più che un mago che si dilettava coi versi.

Quando non cercava la sua mitologia tra occultisti ed evocatori di fantasmi, Yeats seguiva
l’amica Lady Gregory alla ricerca della purezza delle fiabe e delle leggende irlandesi, in

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seno al più ampio progetto revivalistico nazionalista. A prescindere dalla tradizione


specifica, la natura doveva tornare magica e incantata, personificazione o feticcio di forze
superiori. Un tempo, scrive Yeats, “ogni popolo del mondo credeva che gli alberi fossero
divini e potessero assumere una forma umana o grottesca e danzare in mezzo alle
ombre”; le loro letterature davano testimonianza di una natura dove, in mezzo a antichi
e strani dèi, “qualsiasi cosa poteva scorrere e […] divenire qualsiasi altra cosa”. Il poeta
aveva ancora il compito di dar voce a “quell’estasi turbata” al cospetto del mondo ri-
divinizzato.

Né per l’effimero – consiglia Yeats – né per l’eterno: l’artista stia “tra il santo e il mondo
delle cose caduche”. Nel mezzo, c’è il ricorrente, ciò che ritorna, ossia l’unico punto in cui
si toccano eterno ed effimero. Se il mondo è racchiuso nell’ouroboros, il serpente che si
morde la coda, “il poeta ha preso dimora nella bocca del serpente”. In questo Yeats si
sentiva vicino ai Preraffaeliti, ai simbolisti come Villiers de L’Isle-Adam, a ricostruttori
di mitologie quali Wagner e il primo Ibsen e a chiunque, come lui, lottasse “contro il
dispotismo del reale”.

“ Per un periodo Yeats si esercitò a visualizzare un topo


nei paraggi di un gatto fino a farlo diventare reale.

Dopotutto non si trattava un interesse solitario di Yeats, che non era affatto una figura
isolata. Un fascino per l’occulto era vastamente diffuso nell’ambiente culturale europeo,
come testimoniano i grandi romanzi del periodo, da Pirandello a Thomas Mann. “Tutta la
nostra epoca” scriveva Mallarmé, spesso citato da Yeats, “è pervasa dal tremolio sul velo
del Tempio”. E mentre Maud combatteva per liberare l’Irlanda dal giogo inglese, di
quella rivoluzione Yeats era uno degli ideologi (benché, “sognatore di tirannidi” come lo
definisce Fatica, sperasse in un’Irlanda libera ma non democratica). Poco importa se nel
dare al suo paese una sua poesia moderna volesse in realtà ristabilire, rinnovato da un
nuovo giro sulla ruota del tempo, “l’antico mondo”: a dimostrazione del suo impegno e
della sua importanza, nel 1922 divenne Senatore dello Stato Libero d’Irlanda.

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La differenza sta nel grado di convinzione, o di pretesa. Yeats pare piuttosto convinto di
ciò di cui scrive, ciò che pratica, ma sembra, a tratti, schivare la possibilità di una
risposta binaria alla domanda sulla sua fede reale. L’atto di credere, infatti, non è che la
“prova della supremazia dell’immaginazione”, in linea o come effetto della sua visione
estetica. Il suo punto è proprio questo: la magia è il potere dell’immaginazione; se si
immagina forte abbastanza, la realtà muta di conseguenza. Immaginare “crea e nel farlo
comprova”, scrive. È vero, dunque, che “è sempre questione di giochi di prestigio”,
ammette Yeats, ma per l’artista distinguere realtà e finzione è insensato, e, se vuole
essere convincente, impossibile.

Per un periodo Yeats si esercitò a visualizzare un topo nei paraggi di un gatto fino a farlo
diventare reale. Non ci riuscì mai, ma se credette che ciò fosse almeno teoreticamente
possibile era perché, secondo lui, la letteratura funzionava nella stessa maniera. Questo
lo porta a pensare che l’artista di oggi sia il cabalista o l’alchimista di ieri, infatti “come il
musicista o il poeta incanta, ammalia e lega con un sortilegio la sua stessa mente quando
vuole incantare la mente altrui, così l’incantatore creava o rivelava per sé oltre che per gli
altri l’artista soprannaturale” che sta nell’eternità e la cui opera d’arte è la natura.

Fatica ha pochi dubbi ed è forse eccessivamente severo: “Qualcosa tra un poeta, un


occultista e un debosciato. Yeats era un ciarlatano”. Ma la sua poesia si affina con l’età
(“gli uomini migliorano con gli anni” dice un testo del 1919, quando ne ha 54), tanto che
i componimenti più famosi – “The Second Coming”, “Sailing to Byzantium”, “The
Tower”, “Among School Children”, “All Souls’ Night”, “The Gyres”, “Lapis Lazuli” –
risalgono tutti all’ultima parte della sua vita. Ci sono indizi che negli anni del crepuscolo
Yeats avesse ritrattato gli interessi magici. A un giovane poeta interessato a unirsi alla
comunità del santone armeno Gurdjieff consigliò di pensarci due volte: “Ho avuto molte
esperienze con quel genere di cose da giovane” gli disse, “So come tali sette cadano in
mano ai ciarlatani”.

La vecchiaia lo lasciò insoddisfatto, pieno di dubbi irrisolti e di sogni logori. Yeats, che,
nelle parole di Fatica, non credeva “nell’avvenire bensì nell’avvento”, aveva atteso tutta la
vita qualcosa per cui sentiva di essersi preparato da sempre, ma che non si verificò mai.

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Ora le domande ruotavano vorticosamente nel vuoto, la forma e il simbolo del suo
destino gli sfuggivano, le sue tante maschere si confondevano allo specchio. Aveva
mancato il grande evento, o banalmente l’aveva atteso invano. A Pound – che nel
frattempo era in Italia a commettere “un errore […] grande come l’eternità”, per dirla
con le parole di Joyce in Ritratto dell’artista da giovane – scrisse: “Tu e io […] siamo
fuori posto quanto lo sarebbero i primi compositori di canti marinai nell’epoca del
vapore”. Ma è troppo tardi per cercare di capire, e ormai, come recita la più famosa delle
sue poesie, “Questo non è un paese per vecchi”.

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