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Le fasi del cambiamento in psicoterapia

Una mappa del cambiamento psicologico.


Faccio lo psicologo, nel mio lavoro esploro quotidianamente i conflitti, il senso della vita, le
emozioni profonde dei miei pazienti.
Ma accanto all’arte e alle emozioni della psicoterapia, amo coniugare la “razionalità” della
psicoterapia, di conseguenza mi diletto ad approfondire le ricerche, le teorie, le speculazioni
analitiche. E lo ammetto, adoro le sintesi, gli schemi, i processi divisi in fasi, sotto-fasi e sotto-
sotto-fasi.
Con questo spirito, con l’ambizione di conciliare l’insondabile, ossia l’evoluzione e i cambiamenti
della vita interiore delle persone, con il sondabile, ciò che è osservabile e descrivibile, voglio qui
tentare di descrivere una mappa ed una sequenza di ciò che cambia interiormente nelle persone
che affrontano una psicoterapia con successo.
Ovviamente questa mia è una delle tante mappe possibili. Voglio infatti sottolineare che,
similmente a ciò che avviene nella geografia dove per lo stesso luogo può essere realizzata una
pluralità di mappe di tipo diverso, allo stesso modo nella psicologia, per descrive lo stesso
fenomeno, è possibile usare una pluralità di modelli che possono comunque essere tutti validi e utili
ai differenti scopi.

Le posizioni di Vita
Secondo l’orientamento psicologico dell’Analisi Transazionale, le persone sviluppano nella prima
infanzia delle convinzioni di base su di sé e sugli altri molto radicali e definitive, come ad
esempio: “Mamma è infinitamente potente e buona”, “Io sono debole e in pericolo”, “Io sono
perfetto”, “Mio padre è cattivo”, e così via.
Tali convinzioni non sono ovviamente espresse nel linguaggio razionale che utilizzerebbe un adulto,
ma rispecchiano i vissuti intensissimi ed estremi dei bambini e sono essenzialmente di due tipi: le
convinzioni positive e quelle negative.
Per questo motivo gli autori dell’Anali Transazionale, in una modalità tipicamente “americana”,
hanno preferito sintetizzare queste convinzioni infantili in quattro convinzioni di base: “Io sono
OK”, “Io non sono OK”, “Tu sei OK”, “Tu non sei OK”.
Mettendo insieme le quattro convinzioni di base, si ottengono quattro affermazioni, che sintetizzano
quattro possibili modi di vivere il rapporto con noi stessi e con il mondo:

• “Io sono OK, Tu sei OK”.


• “Io non sono OK, Tu sei OK”.
• “Io sono OK, Tu non sei OK”.
• “Io non sono OK, Tu non sei OK”.
Queste quattro affermazioni, chiamate “posizioni di vita”, rappresentano gli atteggiamenti
fondamentali su cui costruiamo la nostra vita, le scelte relazionali e di lavoro. Non sono delle
semplici opinioni, sono le spinte fondanti del nostro sentire, pensare ed agire.
 
Tutti noi oscilliamo tra le diverse posizioni di vita. In alcuni momenti, magari quando le cose
vanno male, tendiamo ad assumere posizioni di vita più faticose, come ad esempio: “Io non sono
OK, Tu non sei OK”, oppure “Io non sono OK, Tu sei OK”. Quando invece le cose vanno bene
tendiamo ad assumere posizioni di vita più soddisfacenti, come ad esempio: “Io sono OK, Tu sei
OK”, o anche “Io sono OK, Tu non sei OK”, anche se quest’ultima, come vedremo, è una posizione
di soddisfazione solo apparente.
Al di là di queste oscillazioni, le persone adottano delle posizioni di vita “preferite”, che
sottendono alla maggior parte delle situazioni di vita, influenzandone il modo di pensare, le
emozioni e le scelte.
 
Papà qual è il tuo lavoro?
Ho sempre pensato che se si è davvero capita una cosa, si è in grado di spiegarla ad un bambino
di 10 anni, ossia ad un essere umano che pur ignorando tante informazioni di base, abbia però la
naturale intelligenza e curiosità che ogni mente ha (se non eccessivamente condizionata), unita alla
capacità di pensare in modo astratto che verso i 10 anni comincia a manifestarsi.
 
In altre parole, secondo me, se non si è in grado di ridurre una conoscenza in parti davvero semplici,
significa che non si è padroni dell’argomento. Così, quando qualche tempo fa, mia figlia Violetta
di 10 anni ha mostrato, anche solo lontanamente, curiosità circa il mio lavoro di psicologo, ho
voluto descriverle, in un modo semplice ma non semplicistico, le “posizioni di vita” dell’Analisi
Transazionale e spiegarle come questa conoscenza orienti il mio lavoro.
 
Arricchisco e abbellisco il dialogo che ne è scaturito per motivi divulgativi (e di stile) ma, grosso
modo, è andata così.
 
Papà (ossia io): “Vedi Violetta, ci sono quattro tipi di persone”.
Violetta: “Cioè?”
Papà: dopo aver scritto con un pennarello su di una banana, dico: “Il primo tipo è come questa
banana che dice: Io sono una mela. Ovviamente è una banana che si sbaglia di grosso”.

 
FIGURA 1. Io sono una mela: Io non sono OK, Tu non sei OK.

Violetta, ridendo: “È una banana tutta matta!”


Papà: “Beh, in effetti le persone che fanno così, che sono convinte di essere qualcuno che non
sono, spesso vengono chiamate proprio così: matte. Ma in realtà sono persone molto molto
sofferenti. Pensa che una volta ho conosciuto una persona che diceva di essere la Madonna, Maria
la mamma di Gesù, persino incinta… Ma in realtà era perché soffriva tanto che si era inventata
una storia fino al punto di crederci!”.
Violetta: “Vabbè, ma poi lo sapeva che non era la Madonna, che non era vero, no?”.
Papà: “No, invece era proprio convinta. Poi però ha preso delle medine speciali ed ha cominciato
a ragionare meglio”.
Violetta: “Cioè, ha capito che non era la Madonna”.
Papà: “Sì. Ma io non ci lavoro praticamente più con questo tipo di persone, se non molto
raramente. Ci ho lavorato per un paio d’anni tanto tempo fa, prima che nascessi”.
Violetta: “E che gli facevi?”.
Papà: “Aiutavo queste persone a non inventarsi storie troppo assurde e a fare le cose normali che
fanno tutti: alzarsi la mattina, lavarsi, mangiare in modo sano, imparare un lavoro, parlare con gli
altri… Ma poi ho cambiato, ed ora lavoro con altri due tipi di persone”.
Violetta: “E perché?”.
Papà: “Perché mi sento più utile a lavorare con queste”.
Violetta, con un sorriso furbo: “E queste che banane sono?”.
Papà, prendendo un’altra banana: “Alcune persone fanno come questa banana. Riesci a leggere?”.

 
FIGURA 2. Io sono la banana più bella del mondo:: Io sono OK, Tu non sei OK.

Violetta, un po’ risentita: “Ovvio, c’è scritto: io sono la banana più bella del mondo! Ma non è
vero, è uguale all’altra!”.
Papà: “Ed è proprio questo il punto! Ci sono delle persone che pensano di essere migliori delle
altre, in ogni cosa, sempre, anche se non è vero e questo le rende antipatiche a tutti”.
Violetta: “Proprio come X”, e qui fa il nome di una bambina, “che pensa di essere la più brava di
tutti in ogni cosa e invece non è vero per niente! Ma se glielo dici, ti spinge e si arrabbia!”.
Papà: “Deve essere faticoso starle vicino”.
Violetta: “Infatti io non ci gioco mai”.
Papà: “Quando una banana così, ops… una persona così va da uno psicologo è perché le è
successo qualcosa di davvero brutto: un incidente, una malattia, altrimenti non ci pensa per niente
a venire da me”.
Violetta, con fare furbo: “E tu come le aiuti queste banane?”.
Papà: “Quando arrivano da me sono in crisi perché non riescono più a credere di essere le
migliori, anzi pensano di essere le peggiori banane mai esistite. Si disperano per questo. Io le aiuto
a capire che non è la fine del mondo non essere le migliori banane, però non è facile convincerle
perché se non si sentono più le migliori, subito cominciano a credere di essere le peggiori”.
Violetta: “Pensano di non valere niente?”.
Papà: “Già, quando si accorgono di non essere le migliori diventano come l’altro tipo di banane
con cui lavoro”. Su questa banana scrivo:

 
FIGURA 3. Io sono la peggior banana: Io non sono OK, Tu sei OK.

Violetta, leggendo: “Io sono la peggior banana”.


Papà: “Come si sente secondo te questa banana?”
Violetta: “Beh, deve essere triste, una banana che piange!”.
Papà: “Già, moltissime persone si sentono come questa banana, che sotto sotto è convinta di
essere sbagliata”.
Violetta: “E con queste persone che fai?”
Papà: “Varie cose. Innanzi tutto le aiuto a vedere che non fanno ciò che gli piace”.
Violetta: “E perché non fanno quello che gli piace?”.
Papà: “Perché si sentono sbagliate e hanno paura di sbagliare ancora”.
Violetta: “Ma perché si sentono sbagliate?”.
Papà: “Ottima domanda! Questa è un’altra cosa importante che faccio nel mio lavoro: aiuto la
persona che viene da me a capire dove e quando ha imparato a pensare di essere sbagliata. Di
solito questo succede da piccoli”.
Violetta: “Qualcuno quando era piccola le ha detto che era sbagliata?”.
Papà: “Sì, può essere stato un genitore o una maestra che le diceva in continuazione: sei stupida!
Oppure papà e mamma lavoravano tutto il giorno e, da bambina, rimaneva sempre da sola e
pensava di non meritarsi che i genitori fossero lì con lei. Oppure anche sua mamma o suo papà
pensavano di essere sbagliati e la bambina ha imparato direttamente dai propri genitori a sentirsi
inferiore agli altri. Succede in tanti modi diversi ed è importante capire come è successo”.
Violetta: “E quando uno l’ha capito poi fa quello che gli piace?”.
Papà: “Sì, ma ci vuole tempo. Piano piano. A volte c’è bisogno di molto tempo, di pratica e di
coraggio. Pensa a un bambino che ha sempre voluto arrampicarsi su di un albero, ma che non l’ha
mai fatto perché è sempre stato convinto di essere una schiappa. Quanto tempo ci mette per
imparare a farlo?”.
Violetta: “Io potrei fargli vedere come si fa in un attimo!”.
Papà: “Sì, lo faccio anch’io, ma queste persone sono abituate da tanto tempo ad aver paura ed
hanno bisogno di essere incoraggiate”.
Violetta: “Eh, certo, se non l’hanno mai fatto prima, le prime volte hanno paura!”.
Papà: “Sì, e dopo che hanno capito cosa gli piace, che cominciano a vedere e ad affrontare le
proprie paure, iniziano a fare i primi passi in nuove direzioni. A questo punto però, a volte, hanno
bisogno che le aiuti a fare un’altra cosa ancora”.
Violetta: “A spingerle su per l’albero?”.
Papà: “Fuochino! In realtà il mio lavoro consiste nell’aiutarle a imparare a fare da sole. Quindi a
volte, più che di essere spinte, hanno bisogno di essere alleggerite. Come uno che cerchi di
arrampicarsi su di un albero con le tasche piene di sassi. Come lo aiuteresti?”.
Violetta: “Gli direi di buttare i sassi, però non addosso a me!”.
Papà: “Proprio così, queste persone hanno delle ferite dentro, delle lacrime, delle arrabbiature che
sono come dei sassi pesanti che impediscono l’arrampicata. Ed io le aiuto a tirare fuori queste
ferite, queste lacrime, queste arrabbiature per alleggerirsene. E, come hai detto tu: alleggerirsi dei
sassi, ma senza tirarli contro di me, o contro altre persone!”.
Violetta: “E quando sono in cima all’albero che succede?”
Papà: “Succede che hanno imparato che non sono sbagliate e inferiori rispetto alle altre persone,
dopo tutto! Certo, devono fare un po’ di pratica, salire su diversi alberi prima di sentirsi così
stabilmente”, prendo la quarta banana, ci scrivo sopra e gliela mostro:

 
FIGURA 4. E' bello essere una banana: Io sono OK, Tu sei OK.

Violetta legge: “È bello essere una banana!”. Poi la sbuccia e, mentre se la mangia, dice: “In
pratica diventano persone normali. Qui dove viviamo noi, tutti i bambini sanno arrampicarsi sugli
alberi”.
Papà: “E già, le persone che fanno ciò che scelgono e che gli piace, senza stare a pensare se sono
inferiori o superiori agli altri, sono persone normali. E secondo te come stanno queste persone
normali?”.
Violetta: “Beh, sono più contente delle altre … banane!”.
Papà: “E quando sono più contente, il mio lavoro è finito. E ci salutiamo”.
Violetta avrebbe potuto a questo punto bombardarmi con altre mille domande ingenue e profonde,
tipiche dei bambini, quelle domande che mettono in discussione tutto e a cui è difficile rispondere
con frasi fatte, come ad esempio: “Per essere contente le persone devono andare per forza dallo
psicologo?”, “Perché alcune persone credono di essere delle mele?”, “E come fanno queste
persone a guarire?”, “E perché alcune persone soffrono di un senso di inferiorità e altre di un
senso di superiorità?”.
Ma per fortuna a questo punto Violetta si è stufata ed è uscita per andare a giocare in giardino.

L’OK Corral: uno schema delle posizioni di vita “preferite”


“Quanto è arguto l’autore di questo articolo! Che esempi illuminanti che propone, quale
creatività…”, può pensare il lettore, non cogliendo forse che sto facendo man bassa di consolidati
concetti mutuati dall’Analisi Transazionale.
L’esempio delle quattro banane si basa sulle anzidette quattro posizioni di vita “preferite” dalle
persone adulte:
• La banana che dice: “È bello essere una banana”, descrive la posizione di vita “Io sono
OK, Tu sei OK”, anche chiamata “posizione sana”.
• La banana con su scritto: “Io sono la peggior banana” rappresenta la posizione: “Io non
sono OK, Tu sei OK”, anche detta “posizione depressiva”.
• La banana che recita: “Io sono la banana più bella del mondo”, illustra la posizione: “Io
sono OK, Tu non sei OK”, ossia la “posizione narcisistica”.
• La banana convinta del fatto che: “Io sono una mela”, raffigura naturalmente la posizione:
“Io non sono OK, Tu non sei OK”, chiamata anche “posizione psicotica”.
L’Analisi Transazionale ha rappresentato queste quattro posizioni di vita nello schema chiamato
“OK Corral”. Come si può osservare dall’immagine che segue, questo schema è realizzato
incrociando le due dimensioni: Io e Tu (entrambe dall’OK al non-OK):
 
FIGURA 5. L'OK Corral: versione ufficiale.

Oppure, in un modo forse un po’ dissacrante, ma di maggiore immediatezza, è possibile utilizzare


le “quattro banane”:

 
FIGURA 6. L'OK Corral: versone non convenzionale.

Le fasi del cambiamento psicologico


Noi psicologi, a prescindere dalle diverse metodologie che utilizziamo nella pratica
psicoterapeutica, miriamo tutti ad un cambiamento psicologico che vada nella direzione della
“posizione sana”, ossia della posizione di vita “Io sono OK, Tu sei OK”.
Questa posizione, infatti, è caratterizzata dalla fiducia in sé stessi e nell’altro e ha come
conseguenza il fatto di permettere di leggere il mondo come un luogo ricco di potenzialità, un
posto dove sia possibile utilizzare al meglio le proprie capacità e le occasioni che vi si presentano.
Questa modalità di funzionamento psicologico è denominata “sana” ed è l’obiettivo dichiarato –
anche se talvolta distante – di ogni psicoterapia.
Con questo obiettivo in mente, gli psicologi aiutano (o almeno dovrebbero) le persone che hanno
abitualmente una posizione di vita “depressiva” – “Io sono la peggior banana” – a cogliere in sé i
propri schemi emotivi e cognitivi caratterizzati da una visione di sé negativa: “Io non sono OK,
Tu sei OK”.
Come detto in precedenza a Violetta, questi schemi “Io non sono OK, Tu sei OK” si strutturano
nell’infanzia e se non colti e combattuti influenzano distruttivamente la vita e l’umore della
persona, anche per tutta la vita. Allo scopo di essere affrontati e superati, talvolta questi schemi
devono anche essere depotenziati mediante un lavoro più profondo sui traumi che li hanno
generati. Questo secondo lavoro di psicoterapia va a lavorare sulle cariche emotive rimosse che
determinano l’innesco, la forza e la resistenza degli schemi psicologici passati, ma non deve
sempre necessariamente essere messo in atto.
Per quanto riguarda il lavoro psicoterapeutico con le persone che “preferiscono” abitualmente una
posizione di vita “narcisistica” (“Io sono la banana più bella del mondo”), ossia quelle persone
che di solito gli specialisti etichettano come narcisiste, paranoidi, antisociali o caratteriali – ma
questo poco conta – gli psicologi clinici hanno osservato un fatto curioso: queste persone, se
decidono di affrontare un percorso di lavoro e di cambiamento psicologici, non passano
direttamente dalla posizione “Io sono OK, Tu non sei OK” alla posizione “Io sono OK, Tu sei OK”.
Piuttosto, prima di giungere alla posizione sana hanno bisogno di attraversare la posizione
depressiva “Io non sono OK, Tu sei OK”.
Questo perché le persone che manifestano una posizione narcisistica, in realtà nascondono nelle
profondità della propria psiche una posizione depressiva. O, per meglio dire, assumono una
posizione narcisistica per difendersi e tenersi lontane dai tormenti della posizione depressiva.
Comprensibilmente le persone che abitualmente vivono nella posizione narcisistica, di norma si
tengono alla larga dallo studio di uno psicologo: troppo rischioso! E poi, cosa ci andrebbero mai a
fare dal momento che già “la sanno lunga”?
Solo se colpiti da un terremoto esistenziale – incidenti, malattie, lutti, bancarotte, separazioni – a
fronte di una profonda perdita di senso e di sicurezza, fanno i conti col fatto che da soli non
riescono a farcela e conseguentemente cercano aiuto da uno specialista, pur tra mille sospetti e
ritrosie.
Con questo tipo di pazienti non si può andare troppo veloci, perché occorre rassicurarli spesso che
la loro sofferenza è normale, che non è necessario essere sempre dei super-uomini o delle super-
donne, che quasi tutti hanno delle ferite tipiche della posizione depressiva “Io non sono OK, Tu sei
OK” – ferite che spesso giacciono non viste nel sub-conscio della psiche – e che tali ferite sono
affrontabili.
Infine, con i pazienti che hanno una posizione di vita preferita di tipo psicotico “Io non sono OK,
Tu non sei OK”, c’è un enorme lavoro da fare. La sofferenza e i sintomi sono molto intensi.
Il lavoro psicoterapeutico con i pazienti psicotici è, secondo me, ancora in gran parte da esplorare e
definire.
Per il momento i protocolli ufficiali prevedono l’uso congiunto di psicofarmaci e di psicoterapia.
Accanto alla pratica convenzionale, esistono anche approcci sperimentali e alternativi all’uso
degli psicofarmaci. Tra gli orientamenti alternativi cito in questa sede: l'approccio finlandese Open
Dialogue, l'organizzazione psichiatrica inglese Critical Psychiatry Network, il lavoro dello
psichiatra americano Peter Breggin, il movimento internazionale Hearing Voices Movement. Il
dibattito all’interno della comunità scientifica è ancora aperto.
Al di là della difficoltà anche solo di entrare in relazione con queste persone – “Io sono una mela”
– che utilizzano modalità di distacco radicale dalla realtà (allucinazioni, deliri), è stato notato
che, come per le persone nella posizione narcisistica, anche questi pazienti non riescono a passare
direttamente dalla posizione psicotica alla posizione sana. Anzi, per loro il viaggio sembra essere
ancora più lungo. L’ipotesi è infatti che debbano prima accedere alla posizione narcisistica, poi
alla posizione depressiva e solo alla fine a quella sana.
Sembra dunque che vi siano delle tappe fisse nel processo del cambiamento psicologico nella
direzione della guarigione, sintetizzabili nella seguente figura:

 
FIGURA 7. Le fasi del cambiamento psicologico.

L’osservazione clinica ha dunque evidenziato una sequenza prevedibile di fasi di cambiamento


psicologico: dalla posizione psicotica alla posizione narcisistica, dalla posizione narcisistica alla
posizione depressiva, dalla posizione depressiva alla posizione sana.
La strada sembra essere più o meno lunga a seconda della posizione di vita preferita di
partenza.
 
 
Implicazioni interessanti
Le implicazioni di questo schema sono importanti, le riassumo con degli slogan:
• “La speranza è l’ultima a morire”.
Molti specialisti trattano e considerano la psicopatologia psicotica come una malattia cronica
da gestire costruttivamente, ma dalla quale non si esce. Il modello delle fasi del
cambiamento psicologico dell’Analisi Transazionale propone, invece, un punto di vista
diverso che getta luce sulla comprensione e il trattamento di questa condizione e che
fornisce speranza nella possibilità di una guarigione completa. Come detto, al momento le
diverse sperimentazioni sono ancora in corso d’opera e il dibattito aperto.
 
• “Il potere logora la posizione narcisistica di chi non ce l’ha (il potere)”.
Talvolta perdere è di aiuto. Non sto ovviamente suggerendo a nessuno di aggiungere
intenzionalmente sofferenze alla propria vita. L’esistenza è già sufficientemente generosa in
tal senso! Sto sottolineando che le persone che prediligono la posizione narcisistica – ma in
definitiva tutti noi abbiamo almeno un pizzico di narcisismo in noi – per innescare il
processo di guarigione hanno bisogno di uno shock che permetta loro di perdere le
convinzioni grandiose (e illusorie) su di sé. Quindi alla lunga, un incidente, un trauma, una
grave perdita possono rivelarsi benefiche poiché rappresentano l’innesco di un processo di
evoluzione psicologica.
 
• “Aiutati che Dio ti aiuta”.
Spesso vengo contattato da persone molto preoccupate per un loro caro che soffre
visibilmente di problemi psicologici, ma che non vuole prendersi cura di sé. Invariabilmente
rispondo loro che purtroppo non è possibile effettuare un intervento di psicoterapia con chi
non lo voglia. Probabilmente la persona cara sofferente pensa ancora di saperla più lunga di
tutti gli altri, probabilmente vive in via principale o comunque cospicuamente in una
posizione narcisistica, motivo per cui è ancora convinta che “Io sono OK, Tu non sei OK” e
non ci pensa affatto a mettere in discussione simili convinzioni anche perché, come detto in
precedenza, tali convinzioni rappresentano una difesa da una sofferenza ancora più intensa.
La verità è che non è ancora arrivato il loro momento ed è inutile, se non controproducente,
insistere. In questi casi è meglio lavorare per auto-sostenersi, per superare la propria
frustrazione e i propri sensi di colpa.
 
• “Gli ultimi saranno i primi”.
Non è affatto detto che chi soffre di una bassa autostima, chi si sente frequentemente in ansia
e teme di non essere all’altezza, chi si paragona spesso agli altri uscendone – tra sé e sé –
perdente, soffra di una sofferenza psicologica tra le più gravi. Chi ha una posizione di vita
preferita di tipo depressivo in realtà si trova nella posizione più vicina a quella sana. C’è da
aggiungere, inoltre, che le persone “Io non sono OK, Tu sei OK” sono quelle più coscienti
della propria sofferenza e, di conseguenza, sono anche quelle che più di frequente decidono
di affrontare il problema, di mettersi in discussione e, se lo ritengono utile, di accelerare il
processo di cambiamento psicologico rivolgendosi ad uno psicoterapeuta.