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Neopsiche N° 19 Anno 11/Giugno 1993

Trascrizione a cura della Dott.ssa Daniela Danovaro

Il corpo come messa in scena del copione 1

Cecilia Waldekranz
traduzione di Marcella Magnino

Iniziai a interessarmi alla psicoterapia ed orientamento corporeo tre anni fa. Ero già consapevole delle
questioni legate alla corporeità, come per esempio i segnali di copione, e di come il paziente si muova e di
come il suo corpo comunichi in modo non verbale. Mi era noto il lavoro di Pearls sul corpo, come per
esempio il fatto di indurre il paziente a esagerare un movimento o una tensione corporea per aiutarlo a
divenirne consapevole e a comprenderne il significato. Tuttavia avevo la sensazione di non attribuire al
corpo l'importanza che avrebbe meritato e che mi mancavano le tecniche e la teoria per farlo. Così iniziai a
frequentare i seminari di psicoterapia corporea tenuti da George Downing a Roma e poco dopo iniziai
un'analisi personale bioenergetica. Ora penso che se noi neghiamo attenzione al corpo, priviamo noi stessi
e i nostri pazienti di uno strumento importante di comprensione e cambiamento.
Oggi vorrei condividere con voi le mie idee riguardo ciò che, a mio parere, manca nell'AT e riguardo
a ciò che potremmo fare per colmare questa lacuna. Non posso darvi in breve una descrizione dettagliata
della teoria e della metodologia, ma spero di darvi una visione generale di certe questioni e di darvi spunti
per ulteriori riflessioni.
Iniziamo col dire quello che a mio parere manca nella teoria e cosa intendo per messa in scena. Più
avanti mi addentrerò nelle tecniche e nell'esame di alcune implicazioni cliniche che mi verranno dall'analisi
di un caso clinico.
Noi tutti sappiamo che il copione è un piano di vita deciso a partire dai quattro anni di età. Oggi
sappiamo di più anche riguardo alle primissime fasi dello sviluppo infantile. Ma, in che modo le
primissime decisioni infantili influenzano il copione e le decisioni successive, qual è l'impatto del corpo in
questo processo e quali sono le implicazioni cliniche?
Una risposta parziale, ma come vedremo non esauriente, ci viene a questo proposito da Berne.
Dovremo attendere altri autori di AT, come Erskine, Cornell e Ligabue, per citarne solo alcuni, per avere
un quadro più completo. Berne sottolinea l'importanza dei primi due anni di vita nella formulazione del
copione. A tal proposito egli parla di programma primitivo del copione e lo definisce il protocollo in
Analisi Transazionale e Psicoterapia. Nei suoi scritti su "Stati dell'Io e intuizione'' Berne dice che i primi
due anni formano lo scheletro del copione. Afferma anche, citando Kempf, che ''noi in un certo senso
pensiamo con i nostri muscoli''. Ian Stewart in ''T.A. Today" aggiunge ''Sembra che noi prendiamo certe
primissime decisioni con il corpo oltre che con la mente. Forse il lattante vuole tendersi verso la madre. Ma
scopre che la madre spesso si allontana da lui. Per lenire il dolore di questo rifiuto, il lattante sopprime il
suo desiderio corporeo. Per impedirsi di tendere verso la madre, egli mette in tensione le braccia e le
armi". Chiamiamo segnale di copione questo tipo di manifestazione. Si tratta di un segnale del corpo, che
ci avverte del momento in cui una persona entra nel suo copione. Talvolta questa tensione sarà visibile,
talvolta no. Questo è già un problema. Un secondo problema è che la corazza corporea non è l'unico esito
del copione e non è indizio sufficiente se vogliamo utilizzare il corpo per fare diagnosi. Questo è uno dei
motivi per cui ritengo che non dovremmo leggere il corpo come mezzo primario per fare diagnosi, ma
dovremmo usarlo per confermare o meno la nostra diagnosi AT o DSM III. Se le discrepanze sono grandi
dovremmo chiederci "Perché?" "Cosa manca?'' e così via. Il concetto di segnali di copione e corazza
corporea si basa sull'idea reichiana di ''armatura caratteriale'' e molti altri clinici di AT hanno basato su
questa idea il loro pensiero, la loro pratica clinica e i loro scritti. Essa permette di svolgere un lavoro molto
interessante e terapeutico. Ma è un'idea limitata per tre motivi: a) si focalizza solo sull'esito; b) considera
solo un tipo di difesa corporea e c) le tecniche sono applicabili solo a certi pazienti.

1
Relazione tenuta dall'autrice al Congresso Europeo di Analisi Transazionale. Siena 1993.
Torniamo alle idee di Berne. Io penso che sia lo scheletro sia il protocollo siano in certo senso
fuorvianti come metafore. Lo scheletro ci fa pensare a qualcosa che non può dare vita a una persona,
mentre il protocollo indirizza i nostri pensieri a un qualcosa di scritto, il che implica un processo verbale.
Per entrare nel mondo del pensiero non verbale, per esplorarlo e comprenderlo, abbiamo bisogno di una
metafora migliore, che racchiuda tutte le dimensioni del nostro pensiero e della nostra organizzazione non
verbale. Suggerisco che messa in scena sia una metafora migliore e spiegherò perché.
A questo punto vi chiedo di fare insieme a me un passo difficile e di entrare nell'universo non verbale
del lattante. In "Diario di un bambino'' Stern ci presenta un'eccellente porta d'accesso a questo mondo non
verbale. Si tratta di un bel complemento del suo libro "Il mondo interpersonale del lattante''. Raccomando
caldamente entrambi i libri.
Dalle ricerche sullo sviluppo infantile condotte da
Stern e da altri autori emergono prove del fatto che,
almeno inizialmente, il bambino crea il proprio mondo
interiore e la relazione con il mondo esterno attraverso
un processo fisico. In altre parole, noi utilizziamo il
corpo per comprendere e organizzare il nostro essere e le
nostre relazioni con gli altri. Questo modo di orientare
noi stessi predomina nella primissima infanzia e rimane
per tutta la vita un modo sottile di elaborare
informazioni. In verità, certi primissimi schemi motori
rimangono nella vita adulta. Il bambino elabora la
propria interpretazione delle sensazioni interiori e degli
stimoli esterni, delle sue risposte a queste sensazioni e
stimoli, e li organizza in schemi affettivo-motori. Così
egli sviluppa le sue capacità, le abilità di essere nel
mondo. Sono esse che strutturano la sua percezione di sé
e degli altri. Gli schemi affettivo-motori si sviluppano in
tre modi, a) in modo sano; b) restando immaturi; c) si
sviluppano in modo distorto, come difese. Gli schemi
affettivo-motori formano i sistemi motori, cui ci si
riferisce anche con il termine di credenze motorie. Io
penso che in questo modo vengano a formarsi anche
quelle che chiamo convinzioni primitive di copione.
Usando il concetto di Ken Mellor, possiamo pensare che
queste convinzioni derivino da un impasse di secondo o
terzo grado (vedi fig. 1).

Io le chiamo convinzioni primitive nel senso che si


tratta di credenze motorie e che più tardi, insieme alle
credenze verbali, esse allestiranno la scena per il
copione. In altre parole le nostre convinzioni di copione
sono per lo più basate su una rete di credenze motorie e
verbali. Userò l'esempio di Stewarts, del bambino che si
tende verso la madre, allo scopo di illustrare come
questo possa avvenire. Diciamo che il bambino sta
giocando sul pavimento. Ha nove mesi. Il gioco assorbe
la sua attenzione. Improvvisamente la madre entra nella
stanza e il bambino diventa consapevole di un certo
disagio fisico e della presenza della madre. Con le
braccia e la voce, inizia a richiamare la sua attenzione.
Ma la madre è affaccendata in qualcos'altro e si irrita. Dà
uno sguardo irato al bambino e aggressivamente gli mette in mano un altro giocattolo. Il bambino
momentaneamente viene distratto dal nuovo stimolo, ma presto ricomincia a domandare l'attenzione della
mamma. Ora lei è ancora più infastidita dalla richiesta del figlio e decide che probabilmente il bimbo è
stanco, forse per proiezione, e lo mette a letto. Se è un unico episodio, il bambino lo dimenticherà e si
comporterà nuovamente come ho descritto sopra. Ma se è qualcosa che accade più o meno regolarmente, il
bambino registrerà l'episodio fisicamente e cercherà di trarne un senso. Comincerà a fare previsioni sul
futuro partendo da questa esperienza. Come la registrerà e cosa capirà di essa è, naturalmente, una
questione molto personale, basata su molte caratteristiche individuali e sulla relazione complessiva che ha
con la madre.
Stern fornisce una descrizione completa di queste Rappresentazioni Generalizzate delle Interazioni
(RIG). Susanna Ligabue, nel suo articolo su "La componente somatica del copione", ci aiuta a capire gli
adattamenti sensorio-motori. Si può anche fare riferimento all'articolo di Steere sul Protocollo pubblicato in
TAJ, dove l'autore spiega questo genere di pensiero arcaico.
Diciamo che questo bambino sia stato spaventato dall'aggressività della madre e che per un momento
abbia quasi smesso di respirare. Avrà teso la muscolatura dello stomaco e trattenuto il respiro, perché avrà
concluso che non avrebbe dovuto essere lì in quel momento. A questo punto la sua rappresentazione
dell'interazione sarà qualcosa come:

"sto giocando, tutto è calmo, vedo la mamma. Voglio la sua attenzione, mi tendo verso di lei. La
mamma sembra arrabbiata. C'è una burrasca in arrivo, smetto di respirare, smetto di sentire. È meglio non
essere qui". La muscolatura tesa dell'addome e l'arresto del respiro possono formare una credenza motoria -
"È meglio non essere qui". Questa credenza motoria la chiamiamo convinzione di copione non verbale
primitiva. Il bambino potrà sostenere tale convinzione trattenendo le braccia, decidendo di non protendersi
verso la madre, ritenendo di non avere bisogno di nessuno, per lenire la disperazione. Potremmo formulare
così la sequenza:
G1 - ipotono o tensione cronica nelle braccia - Non protenderti verso la mamma!
A1 Respiro trattenuto - È meglio non essere qui
B1 Disperazione, paura - Blocco dello stomaco e del respiro

Questa sequenza può preparare la scena di un dramma di abbandono, o di un ''Non ho bisogno di


nessuno!" Se il bambino, una volta cresciuto, verrà in terapia, noi potremmo vedere l'esito di questo
copione nella tensione delle spalle e delle braccia. Lo chiameremmo segnale di copione. Ma il risultato
può assumere altre forme. Ci può non essere affatto tensione. Le braccia potrebbero invece essere
ipotoniche, come paralizzate. Il corpo ha molti modi di difendersi. Come ho detto prima, sbaglieremmo se
cercassimo solo la tensione, la corazza corporea, come segnali di copione. Downing elenca dieci diverse
difese corporee che funzionano tutte in modo molto simile a quello delle difese psicologiche.
Se cerchiamo l'esito del copione, i segnali di copione come abbiamo fatto finora, non avremmo
risposta alla domanda. "Come fa questa persona a crearsi un'immagine di sé, delle convinzioni di copione e
delle credenze motorie secondo le quali egli sarebbe un bambino piccolo senza bisogni, mentre è un adulto
pienamente cresciuto?" In altre parole, come allestisce la scena del suo copione? E in che modo il corpo
offre a questo paziente l'accesso a se stesso e agli altri? Questa è la nuova area da esplorare, la nuova
questione da porre. Se guardiamo non solo all'esito del copione, ma alla messa in scena di quel copione,
avremo un differente accesso al problema.
Penso che molti di noi si saranno trovati a un certo punto in stallo con un paziente. Anche dopo aver
fatto le ridecisioni, l'analisi del copione, l'analisi transazionale e l'analisi dei giochi il paziente continua ad
attenersi ad un'immagine di sé, a una opinione di copione, secondo la quale egli è impotente, incapace,
inadeguato e così via. Se questa credenza si è codificata come credenza motoria, perché fu una delle
primissime esperienze di vita, diciamo prima dei due anni di età, sarà duro, se non impossibile, accedere a
essa in modo verbale.
Come potete vedere le credenze motorie si trovano talvolta in conflitto, divergono, rispetto alle
credenze cognitive, verbali. Un adulto certamente sa di non essere più un piccolo bambino impotente e in
terapia probabilmente ha imparato a chiedere aiuto, lavorando attraverso situazioni analoghe. Tuttavia, nel
suo caso, la credenza motoria ha un impatto predominante. Essa si sovrappone alle credenze verbali.
Talvolta entrambe, quella motoria e quella verbale, sono errate interpretazioni della realtà, come nel caso
delle allucinazioni. Solitamente siamo guidati da una rete di credenze, alcune codificate come credenze
motorie, altre in forma linguistica. Unite, esse allestiscono la scena, sono gli strumenti grazie ai quali
creiamo e ricreiamo il copione. La scena media un punto d'equilibrio tra il chi sono io e la mia visione del
mondo: e crea il mio mondo a venire. È sia un processo sia un prodotto.
La parte principale di queste attività ha luogo al di fuori della nostra consapevolezza e talvolta ci
mancano pure le modalità di pensiero che ci permetterebbero di concettualizzarle. Si può dire che noi ci
prepariamo fisicamente, in modo molto sottile, a creare questa scena sulla quale avrà luogo il nostro
dramma quotidiano. Potrei invitarvi a unirvi a me in questo dramma, oppure potrei rifiutarvi, senza esserne
consapevole. Potrei respirare in un certo modo, o deattivare parte del mio corpo, permettendo a me stesso
certe percezioni, mentre ne escludo altre. Darò fisicamente accesso a certi sentimenti ed emozioni,
lasciandone fuori altri. Questa preparazione, questo allestimento della scena, è basato sulle mie credenze
motorie, sostenute dagli schemi motori. Uniti in una rete con le mie credenze verbali essi determineranno
parte della nostra relazione. Potreste immaginare il corpo anche come un palcoscenico preparato per una
data recita. Prima che il sipario si alzi, saranno già pronti tutti quegli ingredienti - le luci, i colori ecc. - che
permetteranno a quella particolare recita di avere luogo.
Spero che a questo punto abbiate un'idea di ciò che intendo con messa in scena e credenze motorie.
Lasciamo per ora la teoria e andiamo al lato pratico, alle tecniche.
Come ho detto prima, in tutti gli scritti che ho trovato finora, il corpo viene discusso come un esito
del copione. Vi darò un esempio. Cornell diceva nel 1975, "Io vedo la corazza corporea come un prodotto
del copione. Il corpo mantiene le ingiunzioni di copione. Man mano che il bambino impara a ubbidire alle
ingiunzioni genitoriali a livello cognitivo e comportamentale, i muscoli stessi «ricordano».''
Molti altri autori - Cassius, Childs-Gowell, Erskine, Kinnaman, Johnson, Lenhardt,. Ligabue e Steere
- hanno descritto l'uso di tecniche neoreichiane, bioenergetiche e di stimolazione sensoriale in
congiunzione con l'analisi transazionale. Questi interventi si incentrano primariamente sulla rigidità
muscolare, usata al servizio della rimozione e dell'inibizione emotiva cronica, e sul come rilasciare la
tensione cronica e le emozioni bloccate allo scopo di fare irruzione attraverso la corazza corporea, facilitare
l'espressione e la catarsi, e riincanalare il flusso d'energia.
Come potete vedere, questa modalità di lavoro sul corpo può essere estremamente utile quando
lavoriamo su quella particolare difesa che è chiamata corazza corporea. Ma non ci aiuterà veramente con
altri tipi di difese corporee, e cosa ancora più importante, non ci aiuterà a comprendere la messa in scena e
la sua riorganizzazione.
Un'altra ragione del loro uso limitato è che, per certi pazienti, come sottolinea Cornell nel suo articolo
sulle violenze fisiche ai bambini, esse si rivelano troppo forti. Infatti esse portano certi pazienti troppo
velocemente a contatto con sentimenti troppo potenti. Come risultato si potrà avere una difesa ancora più
forte, un break-down psicotico, o una brusca conclusione della terapia, tutti risultati negativi.
S. Ligabue concorda. In "La componente somatica del copione nella primissima età evolutiva" lei
suggerisce che l'uso di interventi incentrati sul corpo dovrebbe essere meno catartico e più preoccupato di
esplorare attraverso il corpo la congruità tra le percezioni, i sentimenti, le azioni e il ricordo delle
esperienze traumatiche. Siamo ora sulla pista giusta. Ma che accade se il paziente non sa gestire nessun
tipo di contatto fisico? Che accade se vogliamo che avvenga qualcosa di più, come la riorganizzazione
della scena? E riguardo alle altre difese corporee che ho menzionato prima?
La corazza corporea è una delle molte difese corporee: tra esse una delle più potenti è l'affievolimento
del respiro. Vorrei anche menzionare gli Schemi motori immaturi e gli Schemi affettivo-motori
difensivamente distorti. Per Schemi motori immaturi intendo quegli arresti evolutivi che operano come
difese. I movimenti, i gesti che esprimono la rabbia, per esempio, sono sconosciuti, percepiti come non alla
propria portata o semplicemente come troppo difficili. Negli Schemi affettivo-motori difensivamente
distorti, si abusa e si esagera di certi schemi motori. Immaginate, per esempio, una donna che esclude
costantemente l'intimità, muovendo le mandibole continuamente e aggressivamente, per quanto quasi
impercettibilmente. Dovrei anche menzionare l'Ipotono cronico, che è il mantenimento statico della
deattivazione di certi muscoli, come nell'esempio di paralisi illustrato in precedenza. Generalmente queste
difese sopprimono, o negano, le sensazioni, le emozioni e le azioni non accettate o non riconosciute dal
copione. Unite, esse concorrono a restringere, o appiattire, il campo percettivo.
Dato che il mondo interpersonale corporeo è una costruzione derivante dal periodo pre-edipico e dal
passato preverbale, le difese corporee avranno una particolare capacità di sopprimere i ricordi motori e i
conflitti provenienti da questo primo periodo. Se accettiamo l'idea che il corpo allestisca la scena per le
decisioni di copione e utilizzi ogni genere di difese per mantenere le sue convinzioni di copione, allora
dobbiamo trovare delle modalità d'intervento, delle tecniche per comprendere come questo accada, e come
riorganizzare la scena in modo che nuove idee e decisioni possano farsi strada.
Vediamo le implicazioni cliniche. È molto difficile descrivere in parole ciò che capita in una seduta in
cui si lavora sul corpo, perché il non-verbale predomina. Ciò non significa che non si parli. Significa solo
che vengono messe in gioco altre importanti dimensioni dell'essere e dell'entrare in relazione. Erskine e
Moursund semplicemente ci rinunciano, affermando all'inizio del loro libro che è troppo difficile. Entrando
nell'universo non-verbale, dando parola alle immagini, alle sensazioni, ai movimenti e alle emozioni, noi
arricchiamo il linguaggio. Si tratta di un'esperienza molto interessante ed eccitante. Tuttavia, è difficile
descrivere il processo con delle parole. Dobbiamo aprirci, insieme al paziente, a una comprensione verbale,
dove le metafore spesso svolgono un ruolo importante - e anche aprire le porte all'universo simbolico.
Potete comprendere facilmente il valore di questa nozione quando lavorate su questioni pre-edipiche, o con
pazienti molto disturbati.

Ora descriverò certi interventi e certe tecniche, basandomi sul mio lavoro con Ruth (che non è il suo
vero nome). Riconoscerete certe difese nominate in precedenza.
Ruth ha 20 anni. Vive a casa con suo padre, la madre e una sorella di 4 anni più grande. Quando
venne da me la prima volta, lavorava in un laboratorio di gastronomia. Afferma di essere sotto stress, di
essere irrequieta e di non capire il perché, dato che, come le dice spesso suo padre, lei ha tutto. Parla con
estrema rapidità, mentre il suo corpo è sotto stretto controllo. Si muove rigidamente. La sua faccia è tesa, le
sue mascelle sono risolute, e i suoi occhi sono molto aperti. Ruth è magra e il suo respiro è superficiale.
Mentre parla, sento una rabbia non bene identificata che mi monta dentro e dico qualcosa del tipo "Mentre
parli, mi dai la sensazione di essere arrabbiata per qualcosa, ma che per qualche motivo non lo devi
menzionare.'' Lei è sorpresa, ma concorda con me. "Sì,'' mi dice, ''forse sono arrabbiata, ma non ci ho mai
pensato, perché dovrei essere arrabbiata?" Allora parliamo della rabbia come emozione e di come essa
viene considerata nella sua famiglia, che tipi di espressione di rabbia sono permessi.
Ruth non venne alla seduta successiva. Sua madre mi chiamò e mi raccontò una bugia. Disse che
Ruth aveva avuto un incidente e non poteva venire. Due mesi più tardi Ruth tornò. Aveva perso 6 kg a
causa di continui episodi di vomito. Era stata diagnosticata come bulimica, il ciclo mestruale le si era
interrotto mesi prima, e il suo medico le aveva detto che doveva andare in psicoterapia. Ruth dice, "Ho
paura e sono confusa. Non voglio andarci.'' Dice di aver perso il desiderio di vivere. Si chiude in casa, ha
smesso di lavorare, non vede amici e si sente disperata, come se nessuno potesse aiutarla. Ruth si chiede,
"Chi sono io? Come dovrei essere?" E poi "Mi spaventa non sapere più chi sono!".
Accetta di lavorare per chiudere la via d'uscita, che nel suo caso è il suicidio attraverso il cibo. Mi
terrò in contatto con il suo medico a questo proposito. La via di fuga è, come sapete, la soluzione disperata
del Bambino per fare qualcosa in una situazione che sembra impossibile da vivere. Il contratto di Ruth in
terapia è di accettare se stessa e la sua realtà, chiunque lei sia e qualunque cosa senta. La meta che Ruth si è
posta nella terapia è di riprendere la sua vita sociale.

Ruth è continuamente in fuga da se stessa, dai suoi bisogni e sentimenti, nel tentativo di compiacere
gli altri. Deve sempre essere forte e perfetta. Queste sono le sue spinte. Le sue ingiunzioni principali sono:
non essere ciò che sei, ma ciò che a noi serve tu sia; non devi avere paura, nessuno sarà lì per aiutarti; non
essere arrabbiata, noi ti amiamo e tu hai tutto ciò che ti serve. Per aiutarla a mantenere il contatto con sé
che è necessario per stare nel "qui e ora" io uso gli INTERVENTI ESPERIENZIALI. Per esempio, la
prossima volta che percepiamo che lei è in contatto con la rabbia, io dico qualcosa del tipo, ''Dove nel
corpo senti questa rabbia?" E poi, ''Come la senti fisicamente?" e poi continuando, ''A che proposito è
questa rabbia?" oppure ''C'è un'immagine che si adatti a questo sentimento?". Un'altra domanda
interessante da porre quando il paziente è un po' più in confidenza nel rapporto con il proprio corpo è
"Come crei fisicamente questo sentimento?" oppure ''Come crei fisicamente questa immagine?" Questo
intervento potrebbe essere seguito da un INTERVENTO INTERNO come "Ora fallo un po' di più,
esageralo!" oppure "Lascialo andare un po'!" Durante questi interventi non è necessario che io tocchi Ruth
ed entrambi rimaniamo sul discorso verbale. Questo approccio al corpo è molto buono perché non è troppo
minaccioso per i pazienti più disturbati, ed è un buon modo per collegarsi ad altri tipi di lavoro corporeo,
un modo valido con tutti i pazienti. Questo approccio aiuta il paziente a pensare e a sperimentare se stesso,
i suoi sentimenti e il suo corpo in un modo nuovo. Per certe persone, questo è il primo passo verso l'agire.
Per noi è il primo passo per capire come questa persona organizzi il suo copione fisicamente, come
allestisca la scena.

Alcune sedute dopo, Ruth è di nuovo in contatto con la sua rabbia e ora io dico ''Ora che sei in
contatto con la tua rabbia immagina di fare il pugno. Immaginalo soltanto!" Per alcuni, questo potrebbe
sembrare sciocco, ma non per lei. È esattamente il massimo cui lei può spingersi con la sua rabbia in questo
momento senza spaventarsi troppo. Downing chiama questa tecnica MICRO ESPRESSIONE ed è
realmente valida quando si lavora con pazienti più disturbati. E non solo con loro. Noi permettiamo che
accada una piccola cosa, il che è sufficiente per iniziare la riorganizzazione di uno schema affettivo-
motorio. In altre parole, stiamo già riorganizzando la scena perché accada qualcosa di nuovo. Altri
interventi potrebbero essere: "immagina di aggrottare la fronte", oppure "dà un calcio a qualcosa" o
qualunque espressione noi possiamo immaginare che si adatti all'espressione della rabbia. Nel caso della
tristezza potremmo dire per esempio, "Immagina che i tuoi occhi siano pieni di lacrime".
Finora ho lavorato sul corpo di Ruth senza toccarla. Di tanto in tanto faccio INTERVENTI
ESPERIENZIALI per focalizzarci sul suo respiro. Per esempio dico ''Senti il tuo respiro ora. Dove stai
respirando" Oppure "Cosa sta facendo il tuo respiro?" E forse dico anche: "Cosa vuole fare?" seguito da un
INTERVENTO INTERNO, come "Ora respira col tuo diaframma e vedi com'è.''
Ruth sta acquistando peso. Lavoriamo sulle sue relazioni con la famiglia, la sua matrice di copione, e
su ciò che scatena il suo vomito. Abbiamo ora stabilito un'alleanza terapeutica attraverso la continua
elaborazione del transfert e del controtransfert ed è stato possibile parlare del suo passato. Questo è un
buon momento per intraprendere un passo difficile. Ne abbiamo parlato durante le ultime sedute. Ci
sposteremo nella stanza dove tengo un materasso grande e spesso, e continueremo il lavoro corporeo in un
modo nuovo. Fino a ora, abbiamo lavorato su un piano strettamente verbale. Poniamo un limite di tempo
per questo nuovo lavoro: durerà non più di 10 minuti. Il contratto è di sdraiarsi, respirare profondamente, e
prestare attenzione a qualunque cosa avvenga nel suo corpo.
Nella prima seduta ci sposteremo soltanto nell'altra stanza e staremo in contatto con la sensazione che
questo le suscita. Dopo 10 minuti, torneremo al setting abituale, dove potremo continuare a parlare di
questa nuova esperienza e delle sue implicazioni transferali.
Gli interventi sono inizialmente per lo più esperienziali, e connessi a sensazioni e sentimenti che
lei avverte a livello dell'addome, delle gambe, delle braccia, delle spalle, delle mascelle, degli occhi ecc.,
come pure del respiro. Quando Ruth si sente a suo agio nel nuovo setting, io faccio del lavoro fisico sul suo
petto e sul diaframma. Per prima cosa le suggerisco di esercitare una pressione su se stessa e di scoprire
quali sensazioni avverte. Poi le dico che metterò la mano sul suo petto. Le chiedo di mettere la sua mano
sulla mia e di guidare la pressione che esercito. Facendo così, le do il controllo della pressione, e quindi
una sensazione di autonomia. Si tratta di una TECNICA DI RIMODELLAMENTO usata in connessione
con una TECNICA RESPIRATORIA per sbloccare le costrizioni muscolari che impediscono il respiro.

In queste prime sedute, Ruth sente una contrattura molto forte nello stomaco, sotto le costole. Le fa
male. Le suggerisco di aprire un piccolo canale interno e di lasciare che un po' d'aria entri nell'addome. Il
suggerimento da principio la spaventa e lei va quasi in panico. La rassicuro sul fatto che è lei a decidere se
vuole fare questo, con quale intensità e per quanto tempo. È difficile per lei, ma presto possiamo sentire
che un po' d'aria gorgoglia nello stomaco e lei prova sollievo. Questo si ripeterà in molte sedute successive.
Ora è Ruth che mi avverte quando ha bisogno della mia pressione per rilasciare la contrattura dello
stomaco. È interessante notare che, man mano che Ruth migliora il suo respiro, aprendo il petto e l'addome,
dopo un po' comincia a "sbadigliare". Si tratta di una specie di movimento riflesso, un adattamento dei
muscoli della gola. Potete comprendere con facilità quanto questo sia importante, per la sua guarigione,
dato che i muscoli della gola sono attivi nel vomito. Così vediamo come un cambiamento in una parte del
corpo spesso causi un accomodamento in un'altra.

Nel discutere in precedenza le difese corporee, ho menzionato come difesa molto potente quella
dell'affievolirsi del respiro. Le TECNICHE RESPIRATORIE, e la focalizzazione sul respiro, sono
importanti per il lavoro su queste difese. Ciò si mostrò vero anche nel lavoro con Ruth. Il suo respiro era
superficiale e lei non permetteva alcun respiro nel suo addome. Aprirsi, riorganizzare il suo modo di
respirare, è un modo per permetterle un contatto più profondo con se stessa e gli altri. Quando scoprì la
forza della sua espirazione, e che lei poteva connettere la voce e i vari movimenti in modo che vi si
adattassero, si sentì più in controllo di se stessa. Lasciatemi fare un esempio di come ciò possa accadere.
Ruth ha bloccato quasi tutti i movimenti corporei spontanei che sono appropriati all'espressione della
rabbia. Ho menzionato prima questa difesa definendola Schema motorio immaturo. A questo punto, parte
del lavoro sul corpo è di trovare diversi tipi di movimenti che esprimano la rabbia. Gli esercizi di
esplorazione e apprendimento talvolta sembrano meccanici, ma Ruth lentamente scopre come dare loro
vita, cosa che per lei è molto gratificante. Lei viene a una seduta dicendo "Va tutto bene." Nondimeno io
sento che sta accadendo qualcosa. Le dico che ho la sensazione che qualcosa la stia preoccupando. "Sì'', lei
risponde. Si sente un po' "nervosa". Si tratta di un problema di transfert. Sta proiettando su di me un
Genitore che si aspetta che lei sia una brava bambina, che significa che non mi deve portare problemi, non
mi deve causare guai. Dopo un breve colloquio sul transfert, decidiamo di elaborarlo, lavorando sul corpo.
Ruth si sdraia sul materasso. Preferisce questa posizione. Solitamente lascio che sia il paziente a
scegliere la posizione nella quale preferisce lavorare. Siedo di fianco a lei e le dico di respirare
profondamente e di lasciare che si manifesti qualunque immagine, sentimento. sensazione, o movimento. Il
petto si espande quando lei inspira mentre l'addome si contrae. Dopo un po' lei dice: "Vedo il volto di mia
madre. È preoccupata per il suo lavoro e per la gestione della famiglia. Come dar da mangiare a tutti noi.
Mi sento così male, come se fosse colpa mia il fatto che lei è nei guai.''
"Dici di sentirti male per questo. Cosa altro senti?"
"Oh, sono arrabbiata", lei replica.
"Dove lo senti nel tuo corpo?" io le chiedo.
"Qui, proprio qui", dice lei indicando lo stomaco proprio sotto le costole.
"Permettiti di sentirlo lì" - le dico - "e vedi come è".
"È come questo", dice, e fa il pugno, "Non voglio far entrare l'aria nello stomaco. Mi contraggo e mi
fa male.''
"Ora, fallo solo un poco di più e permettiti di dargli voce'' suggerisco io.
"Aaaa, io non voglio questo!" lei dice colpendo il materasso col pugno stretto. Lo fa parecchie volte
dicendo no. C'è forza nella sua voce e nel pugno.
"O.K., ora lascia entrare dell'aria nello stomaco mentre inspiri. Io eserciterò della pressione per
permetterti di rilassarti, O.K.?" le offro. Ruth lentamente apre lo stomaco e l'aria si fa strada. Il suo respiro
diventa veramente profondo. Mentre fa questo, a ogni espirazione dà voce ai suoi sentimenti e trova varie
modalità fisiche - usando gambe e braccia - per dire no alla richiesta non verbale di sua madre. Più
profondo il respiro, più forti le sue proteste. Ci fermiamo per un po' quando è stanca. Smettiamo quando è
soddisfatta. Dice che ora sente tutto il suo corpo appoggiato sul materasso. Quando si è sdraiata per la
prima volta, le uniche parti del suo corpo che sentiva in contatto con il materasso erano i glutei. Sentiva
come se le gambe fossero in aria. La sua antica soluzione all'impasse era di allontanarsi dalla realtà, dai
suoi bisogni dicendosi: ho bisogno di aiuto, ma i bisogni della mamma vengono per primi. Ora Ruth si
sente ritornata su un terreno solido e questo la fa sentire meglio. Lei nota anche che il dolore sopra agli
occhi se ne è andato, e con esso quella velatura davanti agli occhi che le impediva di focalizzare, di
guardare la propria realtà.
Invito Ruth a sedersi e a parlare con sua madre. Ora lei è chiara circa i suoi sentimenti e assertiva
quando dice a sua madre che non può e non vuole risolvere i suoi problemi. Dopo poche sedute come
questa, Ruth è in grado di tracciare i propri confini e di rifiutare vari tipi di intrusione. Sente una
crescente fiducia in se stessa e decide di permettersi di chiedere aiuto, quando ne ha bisogno.
Un giorno venne al mio studio per dirmi, ''Ho deciso di vivere e mi sento così bene per questo." Nel
corso di un anno ha riacquistato peso, che ora è quasi normale. Ha ripreso la sua vita sociale e da parecchi
mesi lavora in un negozio. Inoltre sa quello che vuol fare in futuro. Ha deciso di intraprendere una propria
attività come parrucchiera e di iniziare la scuola di estetista questo autunno. Si tratta di un passo molto
importante per lei. Aveva in passato la sensazione di non sapere cosa volesse fare con se stessa, non sapeva
come dare significato alla sua vita, diceva. Forse possiamo capire questo se teniamo conto del fatto che ora
lei ha un palcoscenico per mettere in scena se stessa e le sue relazioni, finalmente può iniziare a dare un
senso alla sua vita. Tutto sta andando per il meglio, incluse le sue relazioni famigliari.

Come potere vedere Ruth ha raggiunto il suo primo obiettivo, la ripresa della vita sociale. Ha
cambiato il suo schema affettivo-motorio - la paura e la chiusura del respiro, la convinzione "io non sono
importante" e la decisione "non voglio sentire ciò che sento". Questa credenza motoria sembra essere stata
sostenuta da un'altra credenza, i suoi muscoli oculari adattatisi a essere ciechi di fronte a quanto accadeva
realmente, funzionando come un'ingiunzione, "non vedere ciò che stai vedendo!". Consideriamolo come
l'impasse di III tipo dei Goulding. Una lotta tra il suo Bambino adattato, che lotta per la sopravvivenza, e le
percezioni, i bisogni e i sentimenti che stanno nel Bambino libero (fig. 2).

BA: I miei bisogni sono troppo pesanti = io sono troppo pesante perciò li escluderò = io non esisterò
BL: Ho bisogni e sentimenti, sono vivo e sono importante per gli altri.
Potremmo anche disegnarla e concettualizzarla come un'impasse di secondo grado secondo Mellor:
G1 Contrazione dei muscoli oculari, respiro superficiale - Non sentire ciò che senti; non credere in
ciò che vedi.
A1 - Non sono importante per gli altri - non devo avere bisogni, non devo sentire ciò che sento.
Smettere di respirare, contrazione dei muscoli della gola, deattivazione dell'energia nelle braccia;
B1 paura, rabbia, disperazione Contrazione dello stomaco, delle mascelle.

Più avanti nella vita, aveva deciso di compiacere gli altri per ottenere l'appagamento dei propri
bisogni. La via di fuga qui è motoria. Si tratta di un movimento muscolare "involontario" a rigettare, a
difendere se stessa, i suoi confini, a sopravvivere. In questo modo non sarebbe stato di peso per la sua
famiglia. Il suo schema affettivo-motorio sviluppato ora, unitamente a nuove capacità e nuove credenze
motorie che danno sostegno, nuove convinzioni e decisioni, è qualcosa del tipo:
G: Puoi respirare profondamente - È O.K. sentire ciò che senti;
A: Ho bisogno di qualcuno. Chiedo aiuto. Mi protendo. Mi apro.
B: Bisogno di essere nutrita con affetto, intimità, attenzione ecc. In contatto con bisogni e sensazioni
del corpo.
Dovrei forse aggiungere che è stato fatto molto lavoro sulla sua svalutazione della paura e di altri
sentimenti.

La richiesta di Ruth ora è la completa autonomia, il permettere a se stessa di essere una donna a tutti
gli effetti. Il suo corpo, secondo il medico che ha seguito il nostro lavoro insieme, si sta preparando ed è
quasi pronto per la ripresa del ciclo mestruale. In effetti, la femminilità del suo corpo è maggiormente
visibile. I seni diventano pieni, come pure le cosce e i glutei. Ruth sa anche cosa le scatena il vomito, che
peraltro adesso è più raro. Con il crescere della sua autonomia, possiamo cominciare a lavorare sul suo
bisogno di dipendenza. Possiamo anche riconoscere le connessioni esistenti tra la sua difficoltà a inspirare
e l'assunzione del cibo.
La descrizione di questo caso è naturalmente frammentaria e adattata per illustrare ciò che intendo per
allestimento scenico del copione, con le sue implicazioni cliniche. Riassumiamo solo le tecniche che ho
menzionato negli interventi interni ed esterni. Per interventi interni intendo quegli interventi che svelano
qualcosa che sta già avvenendo nel corpo del paziente e che egli elaborerà da solo, sotto la guida del
terapeuta. Gli interventi interni sono: gli interventi esperienziali, le tecniche verbali, la micro espressione,
le tecniche affettive, certi esercizi di ri-modellamento tratti da Keleman e gli esercizi di respirazione, come
l'utilizzo del respiro come "radar" per esplorare e capire il corpo.

Per interventi esterni intendo la stimolazione esterna del corpo, le tecniche respiratorie come le
tecniche di ristrutturazione respiratoria, il ri-modellamento, le tecniche di pressione, gli interventi di
allineamento verticale e le tecniche bioenergetiche di Lowen, come le tecniche del grounding.
Se pensiamo al corpo come all'allestimento scenico del copione, e alla uscita dal copione come alla
messa in scena di un nuovo copione, come disse Berne, allora l'uscita dal copione dovrebbe includere
anche un nuovo allestimento della scena in modo che un nuovo copione vincente sia rappresentato su un
nuovo palcoscenico.

Cecilia Waldekranz -Piselli, analista transazionale, socia dell'Auximon e Siat, lavora presso il
suo studio privato a Roma.

BIBLIOGRAFIA
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