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Vanità e mortalità dell’esistenza: la via

di Salvatore Bellantone
a Martin Heidegger

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«Per arrivare all’alba,
non c’è altra via che la notte».
K. Gibran

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«Vanità delle vanità, dice Qoelet […] tutto è vanità» (Qo, 1, 2). Il testo dell’Ecclesiaste,
risalente al III-II a. C., affascina ancora oggi per la sua profondità di pensiero. La vita, la terra, il
mondo sono sorrette da un’unica legge che eternamente si riverbera in ogni ente, senza eccezioni:
tutto ciò un giorno ha un inizio, un altro giorno ha una fine. In questo senso, è inutile che l’uomo si
affanni: il potere, la ricchezza, le guerre, la saggezza, la follia, le leggi, il lavoro, l’amore, l’odio e
via dicendo, niente di tutto ciò ha senso innanzi al nascere e al morire di ogni cosa. La natura ripete
i propri cicli, il passato diviene presente, il presente diviene futuro ma il mondo, di eone in eone, di
generazione in generazione, finché anch’esso non avrà terminato completamente il proprio tempo,
resta sempre uguale: «non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1, 9). Tutto è vano. Non c’è modo
di sfuggire a questo fato, perciò è insignificante preoccuparsene.
“Tutto è vano”, dice Qoelet: in questo motto riecheggia un’antica saggezza greca. Si narra che
«il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo.
Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e desiderabile
per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule
risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi
a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio per te è assolutamente
irraggiungibile: non esser nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per
è – morire presto”» (F. Nietzsche, La nascita della tragedia, pp. 31-32). Di fronte all’insensato
labirinto dell’esistenza, dominato dal dolore, dall’inevitabile tragedia della morte di tutto ciò che
vive e del ripetersi senza sosta di questa legge fatale, il greco non trova una via d’uscita: è un
pessimista cosmico. “Meglio non esser nati, meglio morire subito”, dice il greco antico. Non c’è
nulla da fare né da pensare: non si sfugge a questa legge inesorabile.
Diversamente dalla saggezza greca, però, la quale esprime un disfattismo cosmologico e
razionale, il libro di Qoelet fa un passo in avanti. Nell’Ecclesiaste, appartenente alla tradizione
ebraica, si afferma che l’uomo non si ferma innanzi alla consapevolezza della propria miseria
rispetto alla legge della mortalità del tutto, che ne nientifica il senso in modo ontologico. L’uomo si
getta a capofitto in un’estrema speranza: Dio. «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché
questo per l’uomo è tutto» (Qo 12, 13). L’ebreo è consapevole, come il greco antico, che tutto è
vano, dunque che il mondo intero è niente perché tutto è destinato a morire, compreso lui stesso.
Ciononostante, l’ebreo crede che il mondo non è un mero deserto perché nel mondo c’è anche Dio.
In questa prospettiva, dal pessimismo cosmico e logico del mondo greco antico, nel mondo ebraico
si passa a un ottimismo teologico. Per l’ebreo tutto è vano, tranne Dio. Se non trova nel mondo, che
è pari a niente, la salvezza dalla legge della mortalità, è in Dio, che è il tutto, che l’ebreo intravede
questa possibilità.
Come per l’ebreo (e diversamente dal greco antico), anche per il cristiano si prospetta questa
possibilità di salvezza dalla legge cosmica della morte. «L’aspetto di questo mondo passa» (1 Cor 7,
31) dice l’apostolo Paolo. Tutto è destinato a passare, a tra-passare, dirigendosi verso la morte
definitiva, verso la fine ultima. Per il cristiano vivere vuol dire essere coscienti che si cammina in
un cimitero. Vivere significa aver consapevolezza che si và verso la propria morte. Nessun ente è in
grado di resistere a questa legge: niente, di per sé, solitario con la propria miseria, può persistere;
niente può continuare a sostare nell’esistenza. Perciò vano è il mondo e vano è qualsiasi tentativo di
sfuggire alla fatalità della morte, tranne l’aver fede, speranza, amore. Il tripode dell’etica paolina
non è un’esclusiva dell’uomo: anche gli altri enti, anche le cose hanno fede, speranza, amore. Il
cristiano ha fede nella seconda venuta del Messia, spera che Questi lo liberi dalla morte (dunque
che lo premi con la vita eterna) e ama il prossimo così come il Messia ha insegnato quando si è fatto
carne e sangue. Il cristiano non è un pessimista cosmico e logico come l’antico greco né un
ottimista teologico come l’ebreo: vive nell’insicurezza e bada ad aver fede, speranza e amore perché
il messia viene «come un ladro nella notte» (1 Ts 5, 3). Il cristiano è un illogico che ha fede, un
disperato che spera, un maledetto che ama (la morte, per lui, è il segno del peccato originale): egli
vive in questo modo, nell’attesa che il niente del mondo si trasformi nel tutto del Messia.

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Il cammino della filosofia moderna, da Cartesio a Nietzsche, ha svincolato l’uomo moderno
dalla speranza ebraica (Dio) e dall’etica paolina-cristiana (Messia), riportandolo di fronte alla
saggezza dell’antico greco. Innanzi a questo panorama, l’umano moderno torna consapevole non
soltanto della vanità del mondo (e della vita), ma anche dell’assenza in esso di verità assolute. Con
Cartesio (inizio della modernità), comincia a farsi strada l’ipotesi che l’Essere della tradizione
filosofica proviene dal pensiero; con Nietzsche (inizio della fine della modernità), questa ipotesi
diviene una tesi e si assiste a uno smantellamento generale di tutte le umane produzioni, tra cui la
stessa filosofia e le religioni, riconducendo l’essere umano innanzi al nulla. Perché se l’esistenza è
vana, a causa della mortalità degli enti, ed è anche priva di certezze e di verità assolute o rivelate,
allora non è come se fosse niente? Come se fosse il nulla?
Diversamente dall’ebreo e dal cristiano, l’essere umano moderno è come il greco antico: un
pessimista cosmico e razionale. Cosciente che le parentesi salvifiche ebraica e cristiana sono degli
inganni, l’essere umano moderno non può nemmeno ricorrere all’espediente greco, impiegato per
sopravvivere in un’esistenza tragica, che ha segnato la decadenza stessa della grecità: la nascita del
mondo olimpico. L’uomo moderno sa che il mondo olimpico è simile all’oltre-mondo cristiano; che
il platonismo somiglia all’ebraismo di Paolo (cristianesimo); che le verità dei filosofi sono
artificiose come quelle religiose. L’uomo moderno, insomma, brancola nel buio della vanità e della
mortalità dell’esistenza, annaspa nel nulla.
Con Heidegger comincia il cammino del pensiero alla ricerca di una salvezza nuova, diversa
da quella filosofica tradizionale e religiosa, ma tutte le strade sono interrotte. Per questo motivo, il
pensiero si fa pensiero rammemorante e visita le regioni sperdute dell’essere e del non essere nel
tentativo di ricordare la parola poetica, creativa, nel tentativo di esperire la salvezza di un dio
oscuro, impronunciabile, sconosciuto. Con Derrida e altri questo percorso prosegue, passando per la
letteratura, ma anche qui tale dio tarda a venire. Per questa ragione, l’essere umano cammina come
un morto vivente su di un cimitero senza stelle, ma smette di pensare la vanità e la mortalità
dell’essere, le evita entrambe. Abituatosi a schivarle, l’essere umano ormai non ci fa più caso,
vivendo come un animale votato iper-velocemente al proprio annientamento, a quello del pianeta e
di tutte le produzioni umane e naturali. In questo maniera, insomma, vive come un dissennato,
smette di pensare.
Nel tempo della morte della filosofia, dell’Essere e di Dio, forse, bisogna interrogare questo
fenomeno, la scelta di questa sospensione. In questo senso, non occorre più chiedersi “perché
pensare?” bensì l’inverso, vale a dire: “perché non pensare?”. In questo modo, però, l’essere umano
continua a fare quello che ha deciso di non fare più: pensa. Per questo motivo, può rendersi conto
che pensare è una parte costitutiva del proprio essere, allo stesso modo di un arto, di un organo o di
un tessuto. Se l’essere umano è anche pensiero, allora non può liberarsene, deve pensare, e deve
cominciare a farlo interrogando la vanità e la mortalità dell’esistenza, il nulla. Il pensiero infatti è
l’anteprima di ogni decisione: interrogare il nulla allora è preparare la via per deciderlo. Ma in tale
interrogazione l’essere umano dev’essere conscio che i vecchi espedienti non servono più: né quello
greco, antico e decadente, né quelli ebraico e cristiano. Con questa consapevolezza deve preparare
la via per decidere il nulla, ponendo su di essa le indicazioni che ricordano quali sono le strade
interrotte. Forse, una di queste indicazioni dovrebbe riportare scritto il termine “salvezza”: in questo
modo, la strada può essere pienamente libera e su di essa l’essere umano dirigersi verso la decisione
del nulla, verso la definizione della vanità e della mortalità dell’esistenza. Anche se questa via
dovesse perdersi nell’infinito, l’uomo non ha altra scelta: deve continuare a procedere sulla via, a
camminare, a pensare. Forse è questa la sfida del pensiero: resistere in un eterno ritorno
dell’infinito. Chissà, forse un domani si potrebbe scoprire che la strada non era poi così lunga e che
era il piede umano a essere troppo corto. Ma per scoprirlo, non resta che accettare che si è fatti
anche di pensiero. Interrogare la vanità e la mortalità dell’esistenza, il nulla dell’esistenza, così
come fecero il greco, l’ebreo e il cristiano ma farlo in modo nuovo, alternativo: questa, forse, è la
via del pensiero.