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13/5/2020 Il secondo libro: la sfida di Glaucone

Il soccorso di Adimanto: le responsabilità dell'educazione tradizionale

Adimanto, a sostegno del fratello, aggiunge che queste convizioni sulla giustizia sono dovute
all'educazione tradizionale. La giustizia viene di solito elogiata solo per la buona reputazione che ne
deriva e per i vantaggi ad essa connessi. Anche la religione, promettendo ricompense ai giusti e supplizi
eterni agli ingiusti, nell’Ade, tratta la giustizia solo come un bene non di per sé, ma per qualcos’altro
( 363a ss.). Discorsi del genere sono fatti dalla gente comune e dai poeti, che raccontano che
l’autocontrollo (sophrosyne) e la giustizia sono gravose, e buone solo per la doxa, l’opinione, e
il nomos, la legge o convenzione; che insegnano a rispettare i potenti ingiusti e a disprezzare i deboli e i
poveri, anche se migliori di loro; che fanno credere che il favore degli dei, ammesso che esistano e si
diano pensiero delle cose umane, si possa comprare con preghiere e sacrifici (364b ss.). Stando così le
cose, conclude Adimanto, nessuno è giusto semplicemente perché vuole essere tale, ad eccezione di
chi, per sua divina natura, prova ripugnanza a commettere ingiustizia, o se ne astiene perché è riuscito
ad afferrare la scienza (epistéme) (366c-d).

Questa situazione, prosegue Adimanto, è dovuta al tipo di argomentazioni che sono state usate per
educare alla giustizia:

… nessuno mai biasimò l’ingiustizia né lodò la giustizia altrimenti che per la reputazione (doxa), gli
onori (timé) e i doni che ne derivano. Ma a proposito di che cosa faccia ciascuna di per sé, per
propria capacità, entro l’anima di chi la possiede, nascosta agli dei e agli uomini, mai nessuno, né in
poesia né in prosa, ha adeguatamente argomentato col discorso che l’ingiustizia è il maggiore di tutti
i mali che l’anima tiene in sé e che la giustizia è il bene più grande. Infatti, se aveste tutti parlato
così dall’inizio e ci aveste persuasi fin da giovani, per evitare l’ingiustizia non ci saremmo guardati
l’un l’altro, ma ciascuno sarebbe stato il miglior custode (phylax) di sé, per timore di trovarsi, a
causa dell’ingiustizia propria, a coabitare con il peggiore dei mali (366e-367a).

Nel primo libro, Polemarco aveva definito la giustizia come un'arte della custodia (phylakia) di oggetti
materiali; l'ipotesi contrattualistica di Glaucone fonda la giustizia su una sorveglianza esteriore sugli
esseri umani, che Platone si propone di superare, perché ciascuno diventi custode di se stesso. 15 Sia
Platone, sia Aristotele presentano la versione del contrattualismo che fonda la giustizia su una
convenzione come una soluzione da scartare. Per i due filosofi antichi, la comunità politica, per essere
effettivamente una comunità di uomini liberi, deve avere un fondamento etico liberamente condiviso dai
suoi cittadini. 16

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