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Ebrei italiani,

fascismo e sionismo

1. GLI EBREI IN ITALIA DALLE ORIGINI AL RISORGIMENTO

2. INTEGRAZIONE DEGLI EBREI NELL'IMPERIALISMO ITALIANO (1870 –


1918)

3. NASCITA DEL SIONISMO ITALIANO

4. EBREI E SIONISTI NELL'ITALIA DI MUSSOLINI (1918 – 1938)


- Rapporti tra ebrei italiani e fascismo
- Rapporti tra sionisti italiani (maggioranza WZO) e fascismo
- Rapporti tra sionisti italiani (corrente revisionista) e fascismo
- Etiopia 1935

5. LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI ITALIANI (1938 - 45)


- Le Leggi Razziali del 1938
- La Shoah in Italia
- La Resistenza ebraica in Italia
1
GLI EBREI IN ITALIA DALLE ORIGINI AL RISORGIMENTO

I primi ebrei arrivarono in Italia, a Roma, nel II secolo a.C., grazie agli intensi scambi
commerciali nel bacino del Mediterraneo. Già nel I secolo d.C. la comunità ebraica romana era
fiorente e stabile. Nel medioevo si formarono comunità significative nel meridione, per esempio a
Bari e Otranto.
Verso la fine del XV secolo gli Ebrei in Italia erano complessivamente 70.000 su una
popolazione totale di circa 8-10 milioni di persone, divisi in una cinquantina di comunità. La
maggioranza, circa 25.000, vivevano in Sicilia.
Con il Decreto dell'Alhambra del 1492 la Spagna cattolica, nella quale lo stato nazionale
tendeva a consolidarsi accentrando il capitale, ordinò la conversione obbligatoria o l'espulsione di
tutti gli ebrei, e molti di essi si trasferirono nel Nord Africa o in Italia. Dopo l'espulsione degli ebrei
dal Regno di Napoli nel 1533, il centro di gravità dell'ebraismo italiano si spostò al nord. Ma nel
corso del XVI secolo molti scelsero di lasciare l'Italia e di emigrare in Polonia e Lituania, dove la
comunità era più numerosa.
Nel 1516 la Repubblica di Venezia confinò gli ebrei sull'isola che fungeva da fonderia
pubblica, ove il metallo veniva raffinato (ghettato) con la ghetta, il diossido di piombo. Nacque così
il primo “ghetto” della Storia. Gli ebrei avevano l'obbligo di rientrare la sera, e le porte dell'isola
venivano chiuse la notte.
Nel 1637 il rabbino di Venezia vide pubblicata a Parigi la propria Historia de riti Hebraici la
prima opera intesa a spiegare l'ebraismo ai non ebrei e a combattere i pregiudizi antisemiti del
tempo. Destinata per un pubblico protestante anglosassone, l'opera anticipò il dibattito sulla
riammissione degli ebrei in Inghilterra, sancita dalla rivoluzione di Cromwell nel 1648 (erano stati
espulsi nel 1290). Nel 1638 un altro rabbino di Venezia, Simone Luzzatto, pubblicò il Discorso
circa lo stato de gl'Hebrei, sulla tolleranza religiosa ed i vantaggi reciproci dell'integrazione degli
ebrei a Venezia.
Le porte del Ghetto di Venezia furono abbattute nel 1797 con la conquista da parte di
Napoleone, che impose l'emancipazione. Nel corso del Risorgimento gli ebrei furono
progressivamente emancipati in tutta la penisola, a cominciare dal Regno di Sardegna. A
differenza del processo di formazione delle prime monarchie nazionali europee (Inghilterra,
Francia, Spagna), l'unificazione dello stato italiano avvenne dunque all'insegna dell'emancipazione
degli ebrei dalle discriminazioni subite in precedenza, soprattutto da parte della Chiesa cattolica.
2
INTEGRAZIONE DEGLI EBREI NELL'IMPERIALISMO ITALIANO
(1870 - 1918)

Gli ebrei si integrarono profondamente nell'apparato del nuovo stato italiano, sia nel
periodo liberale che nel successivo periodo fascista, e per questa ragione il sionismo in Italia ebbe
uno sviluppo piuttosto lento e difficile.
Lo storico americano dell'ebraismo Cecil Roth afferma che dopo il 1870 rispetto all'Italia
non vi era paese al mondo dove le condizioni degli ebrei “fossero o potessero essere migliori”:
Non solo furono tolte le discriminazioni, come avvenne anche altrove in questo importante
periodo, ma gli ebrei erano liberamente e spontaneamente accettati come membri del popolo
italiano, su un piano di completa eguaglianza con i loro connazionali...L'ebreo italiano non
possedeva alcun connotato di straniero. Installatosi nel paese già da duemila anni, era un
elemento altrettanto autoctono di qualsiasi altra componente del popolo italiano...Il nuovo
antisemitismo, che cominciò a mostrare il suo volto sinistro a nord delle Alpi, verso la fine del
secolo, non ebbe alcuna ripercussione nel paese. E anche dopo lo scoppio della persecuzione
nell'impero russo, negli anni 1880, quando masse di fuggitivi si riversarono nel mondo di lingua
inglese, nessun gruppo apprezzabile raggiunse questo paese latino, povero e poco
industrializzato, alterandone l'equilibrio...1
Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere, riprendendo lo storico Arnaldo Momigliano,
sottolinea come gli ebrei italiani avessero maturato una coscienza nazionale italiana nello stesso
periodo e nello stesso modo dei loro connazionali non ebrei.
Arnaldo Momigliano fa alcune giuste osservazioni sull’ebraismo in Italia. «La storia degli Ebrei
di Venezia, come la storia degli Ebrei di qualsiasi città italiana in genere, è essenzialmente
appunto la storia della formazione della loro coscienza nazionale italiana. Né, si badi, questa
formazione è posteriore alla formazione della coscienza nazionale italiana in genere, in modo
che gli Ebrei si sarebbero venuti a inserire in una coscienza nazionale già precostituita. La
formazione della coscienza nazionale italiana negli Ebrei è parallela alla formazione della
coscienza nazionale nei Piemontesi o nei Napoletani o nei Siciliani: è un momento dello stesso
processo e vale a caratterizzarlo...Come dal XVII al XIX secolo, a prescindere dalle tracce
anteriori, i Piemontesi o i Napoletani si sono fatti italiani, così nel medesimo tempo gli Ebrei
abitanti in Italia si sono fatti Italiani. Il che naturalmente non ha impedito che essi nella loro
fondamentale italianità conservassero in misura maggiore o minore peculiarità ebraiche, come
ai Piemontesi o ai Napoletani il diventare Italiani non ha impedito di conservare caratteristiche
regionali». In Italia non esiste antisemitismo proprio per le ragioni accennate dal Momigliano,
che la coscienza nazionale si costituì e doveva costituirsi dal superamento di due forme

1 Cecil Roth, The History of the Jews in Italy, 1946


culturali: il particolarismo municipale e il cosmopolitismo cattolico, che erano in stretta
connessione fra loro e costituivano la forma italiana più caratteristica di residuo medioevale e
feudale. Che il superamento del cosmopolitismo cattolico e in realtà quindi la nascita di uno
spirito laico, non solo distinto ma in lotta col cattolicismo, dovesse negli ebrei avere come
manifestazione una loro nazionalizzazione, un loro disebreizzarsi, pare chiaro e pacifico.
Tra le spiegazioni di questo fenomeno ci sono l'esiguità numerica della comunità ebraica
italiana e il suo carattere socialmente borghese e non proletario: un “pregio” sottolineato nel 1934
da Luigi Villari, storico e tra i principali ambasciatori del fascismo nel mondo anglosassone:
In una popolazione di 42 milioni solo l'un per mille sono ebrei...Pochissimi tra gli ebrei italiani
sono poveri e non vi sono turbolente masse di ebrei proletari che altrove sono causa di sì tante
perturbazioni di carattere sociale ed economico. E soprattutto gli ebrei italiani sono nella
maggior parte residenti nel paese da molte generazioni e se anche essi conservano la loro
religione – alla quale infatti molti di loro sono profondamente attaccati – si sono completamente
amalgamati con il corpo della nazione e si considerano e sono dai loro concittadini considerati
italiani al cento per cento...oggi, nel governo fascista, il ministro delle Finanze, Guido Jung, è di
origine ebraica, mentre molti altri ebrei occupano posizioni elevate nella pubblica
amministrazione.2
Un ragionamento simile veniva da un avversario implacabile del fascismo come Gaetano
Salvemini:
Mussolini non ha mai scatenato in Italia un'ondata di antisemitismo paragonabile a quella cui
stiamo assistendo oggi in Germania...Gli ebrei italiani sono soltanto 40.000 su una popolazione
di 42 milioni, ovvero meno dell'uno per mille...L'equivalente italiano dell'antisemitismo tedesco è
la persecuzione della massoneria. Tutte le disgrazie dell'Italia sono attribuite dai dottori del
fascismo alla democrazia, al socialismo e alla massoneria, laddove invece i nazisti tedeschi
attribuiscono tutte le sfortune della Germania alla democrazia, al socialismo e ai bruni non
ariani, che hanno contaminato la bionda razza germanica. 3
Nei primi anni del Novecento l'Italia ebbe due Primi ministri ebrei: Sidney Sonnino e Luigi
Luzzati. Con poche eccezioni, gli ebrei italiani appoggiarono entusiasticamente l'intervento
coloniale in Libia nel 1911 e la partecipazione alla Prima guerra mondiale. Come vedremo la
fedeltà degli ebrei italiani si mantenne anche nel periodo fascista.
Anche in Germania la comunità ebraica era poco numerosa e in genere benestante: nel
1910 essa contava circa 600.000 individui su 65 milioni di abitanti (circa l'1% della popolazione),
con una forte presenza nell'imprenditoria e nelle professioni come quella di medico o di avvocato.
A Berlino erano concentrati circa 145.000 ebrei. Ma, fin dall'inizio del Novecento, il nazionalismo
tedesco fu caratterizzato dalla forte impronta conservatrice dei proprietari terrieri latifondisti, gli
junker, alla quale gli ebrei tedeschi erano estranei. Ciononostante, nella Prima carneficina
mondiale l'ebraismo tedesco fu in genere fedele al Kaiser, con 12.000 caduti (su un totale 2,5
milioni di vittime tedesche). La sconfitta nella guerra, con lo strangolamento economico operato dai
vincitori di Versailles, diede impulso alla propaganda antisemita di una frazione della piccola
borghesia tedesca rovinata contro un'altra frazione della stessa classe (quella ebraica appunto),
contro “i banchieri ebrei” di Londra e Parigi e contro la rivoluzione sovietica, vista come un
“complotto giudaico-bolscevico”. Con la catastrofe economica del '29, le divisioni tra i
socialdemocratici e i comunisti tedeschi aprirono a Hitler la strada verso la conquista del potere.
Invece la borghesia italiana, ebraica e non, nonostante le devastazioni della guerra poté
sedere a Versailles al tavolo della spartizione delle spoglie degli imperi tedesco e austro-ungarico,
e condivise in maniera compatta l'appoggio al fascismo come baluardo contro la rivoluzione
proletaria. Fino alla metà degli anni '30 in Italia l'antisemitismo fu sostanzialmente assente, e ad
essere perseguitati erano gli oppositori politici del regime.

2 Luigi Villari, Luigi Luzzatti, 1934


3 Gaetano Salvemini, Will the Lightning Follow?, 1934
3
NASCITA DEL SIONISMO ITALIANO

delegati italiani al Primo congresso sionista mondiale, Basilea 1897

Proprio a causa dell'integrazione della comunità ebraica nell'apparato dell'imperialismo


italiano, all'inizio del Novecento l'affermazione del sionismo al di qua delle Alpi fu un processo
lento e difficile, venendo a mancare un ingrediente fondamentale: l'ostilità da parte dei “gentili”
verso gli ebrei.
Comunque dopo il Primo Congresso Sionista mondiale (Basilea 1897), anche in Italia si
formarono piccoli gruppi di sostenitori della nuova ideologia, rappresentata come una sorta di
versione ebraica del Risorgimento italiano. I nuclei sionisti nacquero a Ferrara, Modena, Livorno e
Ancona, e poi a Firenze, Pisa, Milano, Genova, Padova, e Trieste.
Nel 1901 nacque la Federazione Sionistica Italiana, presieduta dal ferrarese Felice
Ravenna. Questi nel 1904 accolse a Ferrara Theodor Herzl, presidente dell'Organizzazione
Sionista Mondiale (WZO), e lo accompagnò nei suoi colloqui romani con Vittorio Emanuele III e
papa Pio X.
A Trieste la comunità ebraica, affacciata verso l'Europa orientale, si aprì marcatamente al
movimento sionista, e il locale Corriere Israelitico divenne sostenitore di questa posizione,
soprattutto dal 1903 quando Dante Lattes ne divenne direttore.
Tuttavia il periodico della FSI, L'Idea Sionnistica, che si stampava a Modena, promuoveva il
progetto sionista soltanto come sostegno umanitario ai progetti di emigrazione dall'Europa
orientale e dall'Impero zarista, dove gli ebrei erano perseguitati. Quando nel 1911 scoppiò la
guerra italo – turca, il periodico sospese le pubblicazioni come segno di appoggio alla causa
italiana, poiché qualcuno aveva adombrato che i sionisti fossero favorevoli alla Turchia perchè
all'epoca la WZO trattava con l'Impero ottomano per la concessione della Palestina.
Fu il fiorentino Alfonso Pacifici, ispirato dal rabbino capo della città toscana, il galiziano
Shmuel Margulies, a dare al sionismo italiano un'impronta più assertiva e politica. Nel 1915 La
Settimana Israelitica, diretta da Pacifici, si fuse con il Corriere Israelitico di Lattes, nel frattempo
trasferitosi a Firenze. Dal 1916 iniziò così le pubblicazioni il settimanale Israel, che criticava
fortemente l'assimilazionismo degli ebrei allo stato italiano e perorava la causa dello stato ebraico
in Palestina.
Fu intorno a Israel che il sionismo politico italiano si estremizzò e rafforzò. Nel 1918 Lattes
divenne segretario della Federazione Sionistica Italiana, e iniziò la collaborazione con Moshe
Beilinson, medico russo e esponente di spicco del sionismo socialista, che rimase sei anni nella
penisola prima di trasferirsi in Palestina.
4
EBREI E SIONISTI NELL'ITALIA DI MUSSOLINI
(1918 – 1938)

Rapporti tra ebrei italiani e fascismo


Mussolini attraversò una prima, breve fase di antisemitismo nel periodo della Rivoluzione
russa e della Dichiarazione Balfour. L'11 novembre 1917 sul suo giornale interventista Il Popolo
d'Italia denunciò la presa bolscevica del potere come una cospirazione dell'alto comando tedesco
con la “sinagoga” (Lenin, Trockij, Zinovev, Kamenev). Successivamente, nel 1919 Mussolini
scrisse che il bolscevismo era una cospirazione mondiale della plutocrazia ebraica contro la razza
ariana e il cristianesimo.
Ma queste posizioni provocarono le reazioni dei numerosi ebrei facenti parte del nascente
movimento fascista. In quegli anni infatti 79 ebrei parteciparono alla spedizione di D'Annunzio per
prendere la città istriana di Fiume; tra i 119 fondatori dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919)
vi furono anche cinque ebrei, e tre ebrei furono in seguito celebrati come “martiri della rivoluzione
fascista” negli scontri con i socialisti occorsi tra il 1919 e il 1922.
“Nel ferrarese non vi è dubbio che molti ebrei sostennero attivamente il fascismo e le
squadre di Italo Balbo; alcuni latifondisti ebrei ebbero in questo senso un ruolo tutt'altro che
trascurabile”4. “L'avvocato Renzo Ravenna, squadrista ferrarese ebreo, ricoprì per oltre quindici
anni la carica di podestà”5 e “tre ebrei triestini, i fratelli Forti, furono i fondatori del fascio giuliano”6.
“Nei convulsi giorni che precedettero la marcia su Roma...si videro tra gli attori principali
due ebrei vicini al futuro duce: Aldo Finzi e Gino Olivetti, famoso industriale filo-fascista”7. Per
quanto concerne la marcia vera e propria, “230 furono gli israeliti (227 italiani e 3 stranieri) che
ottennero il 'brevetto della marcia su Roma' – incerta risulta la loro reale presenza – e 746 erano
quelli che risultavano allora iscritti al Partito Nazionale Fascista oppure al Partito Nazionalista, che
si fusero nel marzo del 1923”8.
Mussolini fu dunque condotto a rivedere le proprie teorie. Nel 1920 Il Popolo d'Italia
cominciò a distinguere il bolscevismo dall'ebraismo, a sottolineare che in Italia l'antisemitismo non
esisteva, e a sostenere che gli ebrei non avevano bisogno di emigrare in Palestina, perchè “la
'nuova Sionne' gli ebrei italiani l'hanno qui, in questa adorabile terra, che, del resto, molti di essi
hanno difeso eroicamente col sangue”9.
Negli anni '30 l'adesione degli ebrei al fascismo aumentò considerevolmente. Gli israeliti in
possesso della tessera del fascio erano “5.800 nell'ottobre del 1933”10, e nel 1938 erano arrivati
intorno ai 7.000.
Da un punto di vista qualitativo, tra gli ebrei che arrivarono ai ranghi più alti del regime vi
furono ad esempio Aldo Finzi (sottosegretario agli Interni), Dante Almansi (prefetto e poi vicecapo
della Polizia), Maurizio Rava (vicegovernatore della Libia e poi governatore della Somalia).

...sotto il fascismo il numero degli ebrei tra i docenti universitari continuò ad essere molto
elevato, e così pure tra i generali e gli ammiragli...Guido Jung, dopo la nomina a ministro delle
Finanze, divenne membro ex officio del Gran Consiglio del fascismo...Margherita Sarfatti fu la
prima biografa ufficiale del duce nonché condirettrice del mensile Gerarchia, cui solo a fidati
fascisti era permesso di collaborare. Gino Arias fu il principale teorico dello stato corporativo, e
assiduo collaboratore di Gerarchia e del Popolo d'Italia; un altro collaboratore fu Carlo Foà,
eminente fisiologo ebreo. Giorgio Del Vecchio fu il primo rettore fascista dell'Università di
Roma.11

4 Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, 1961


5 Furio Bigini, Mussolini e il sionismo, 1919 – 38, 1998
6 ibidem
7 Andrea Giacobazzi, L'Asse Roma – Berlino – Tel Aviv, 2010
8 Giovanni Cecini, I soldati ebrei di Mussolini. I militari israeliti nel periodo fascista, 2008
9 In Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, 1978
10 Luca Ventura, Ebrei con il duce. “La nostra bandiera” (1934 – 38), 2002
11 Rassegna mensile di Israel, n. 5 1962
Nell'ottobre 1930 il governo fascista emanò la cosiddetta legge delle Comunità, con la
quale veniva ufficialmente istituita l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (UCII), sotto la
vigilanza e tutela dello stato italiano. “Nel complesso, la nuova legge fu accolta dalla stragrande
maggioranza degli ebrei molto favorevolmente”12.
L'adesione più fervente al fascismo venne dal gruppo di ebrei che si formò nel 1934 intorno
al periodico La Nostra Bandiera. Per spiegare la nascita di tale giornale occorre tenere presente
che la vittoria di Hitler in Germania, nel 1933, aveva fatto emergere anche nel fascismo italiano
una latente corrente antisemita, protagonista nel 1933 - 34 di una campagna di stampa contro gli
ebrei compiuta soprattutto per iniziativa del gerarca Roberto Farinacci. In una serie di articoli
Farinacci chiese espressamente agli ebrei di scegliere tra il fascismo e il sionismo, poiché
quest'ultimo a suo dire rappresentava una distrazione dalla patria italica.
Tra le reazioni alla campagna di Farinacci e dei suoi vi fu anche quella di Felice Ravenna,
uno dei padri del sionismo italiano e presidente, dal 1933, dell'Unione delle Comunità Israelitiche
Italiane, il quale in una lettera pubblicata da Il Regime Fascista, il giornale diretto da Farinacci,
spiegò che

La Rivoluzione Fascista...si è svolta e ha trionfalmente realizzato l'unità morale e militante di


tutto il popolo italiano...senza che il Duce...abbia mai sentito il bisogno di fare distinzioni di razza
o di religione nella unità vivente e compatta del popolo, in mezzo al quale gli Ebrei hanno
sempre fatto, come gli altri, tutto il loro dovere. 13

Quando, poi, nel marzo 1934 vennero arrestati, a Torino, gli ebrei antifascisti appartenenti a
Giustizia e Libertà, le reazioni nell'UCII furono di panico. Il presidente della Comunità di Milano,
l'imprenditore Federico Jarach, iscritto al PNF dal 1926, diramò un comunicato nel quale
sconfessava l'operato degli antifascisti torinesi e invocava un'udienza dal duce per esternargli la
devozione degli ebrei italiani. A Torino in segno di allineamento pro-regime si decretò lo
scioglimento del consiglio della Comunità ebraica e la nomina di un commissario, il banchiere
Ettore Ovazza, squadrista della prima ora.
Lo stesso Ovazza fu a questo punto tra i fondatori de La Nostra Bandiera, organo degli
ebrei “fascistissimi”, uscito il 1 maggio 1934 e diretto, oltre che dal suddetto banchiere, dal
generale Guido Liuzzi e dal giornalista Deodato Foà.
Questo giornale rispose alle sollecitazioni di Farinacci criticando il sionismo e celebrando
l'affinità tra il fascismo e l'ebraismo in generale. Parlando di una conferenza tenuta dal professor
Anselmo Colombo, La Nostra Bandiera scrisse che “il conferenziere volle e riuscì egregiamente a
dimostrare che Ebraismo e Fascismo nei loro ammirevoli intenti si eguagliano: mirano
meravigliosamente al perfezionamento assoluto, dell'individuo, della famiglia e della società”14. E
l'ingresso del generale Liuzzi nella Giunta dell'Unione delle Comunità Israelitiche fu accolto con
entusiasmo: “...ci rallegriamo in quanto oggi il nuovo spirito che anima l'Unione coincide con nuove
superbe realizzazioni fasciste ed affermazioni del Regime in ogni campo”15.
Per tutto il periodo 1918 – 38, dunque,
si possono considerare in minoranza gli ebrei
che si opposero alla ascesa e all'affermazione
del fascismo (come del resto accadde per tutta
la popolazione italiana). Tra costoro vanno
menzionati i comunisti Umberto Terracini, Rita
e Mario Montagnana, Emilio Sereni (fratello
del sionista Enzo), Giorgina Levi. Il socialista
Claudio Treves nel 1915 aveva sfidato
Mussolini a duello, e in seguito si rammaricò
«di non aver affondato la lama». Il senatore
Vittorio Polacco pronunciò un vibrante e coraggioso discorso di dissenso, che ebbe grossa
risonanza nel paese; Eucardio Momigliano si staccò dal fascismo quasi subito, fondando l'Unione
Democratica Antifascista; Pio Donati, deputato socialista, aggredito più volte e costretto all'esilio,

12 Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, 1961


13 Il Regime Fascista, 24 settembre 1933
14 Luca Ventura, Ebrei con il duce. “La nostra bandiera” (1934 – 38), 2002
15 La Nostra Bandiera, 17 gennaio 1935
morì in solitudine nel 1927. Dei pochi professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di
sottoscrivere il giuramento di fedeltà al regime, quattro furono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi
della Vida, Fabio Luzzatto e Vito Volterra. Il presidente della Corte Suprema Lodovico Mortara
rassegnò le dimissioni più o meno nel periodo in cui – maggio del 1925 – il Manifesto degli
intellettuali antifascisti, redatto da Giovanni Gentile, veniva sottoscritto da trentatré esponenti della
cultura di religione ebraica. Carlo Rosselli nell'agosto del 1929 fondò a Parigi il movimento di
Giustizia e Libertà, con lo scopo di unire gli antifascisti non comunisti e lavorare per il
rovesciamento del regime di Mussolini. Insieme al fratello Nello fu ucciso in Francia nel 1937, su
ordine del duce. Del gruppo piemontese di Giustizia e Libertà fecero parte tra gli altri Barbara
Allason, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Sion Segre Amar.

Rapporti tra sionisti italiani (maggioranza WZO) e fascismo


Nel 1918 Il Popolo d'Italia ospitò una serie di articoli a favore del sionismo, probabilmente
opera del futuro deputato fascista Agostino Lanzillo, membro della “Pro-Israele”, un'associazione
di simpatizzanti non ebrei del sionismo attiva a Roma.
Ma la crescente rivalità italiana con l'Inghilterra, nuova padrona della Palestina e sponsor
del sionismo, fece sì che Mussolini si convincesse che quest'ultimo era un pupazzo nelle mani
degli inglesi. Nel 1921 - 22 la sua propaganda andò quindi contro i sionisti (e ovviamente contro
quella minoranza di ebrei che si dichiaravano antifascisti), nell'ottica di difendere gli interessi
imperialistici dell'Italia, danneggiata dalla spartizione del Medio-Oriente tra Inghilterra e Francia. La
posizione antisionista di Mussolini in quel periodo fu per lo più condivisa dai membri del governo
italiano, compresi i ministri degli Esteri di origine ebraica Sindey Sonnino (in carica dal 1914 al
1919) e Carlo Schanzer (1922).
Con la Marcia su Roma (28 ottobre 1922) e con l'avvento del fascismo al governo, gli ebrei
italiani, sionisti e non, si preoccuparono per le manifestazioni di entusiasmo per il nuovo regime
provenienti dagli antisemiti europei e tedeschi, tra cui il quasi sconosciuto Hitler. Ne seguirono
alcuni incontri di chiarificazione tra ebrei, sionisti e nuovo potere. A novembre un membro del
governo assicurò il rabbino capo di Roma, il sionista Angelo Sacerdoti, che il fascismo, nonostante
le voci che affermavano il contrario, era completamente privo di tendenze antisemitiche. E il 20
dicembre il duce ricevette una delegazione sionista composta da Sacerdoti, Dante Lattes e Moshe
Beilinson, per esaminare un possibile modus vivendi fra sionismo e fascismo.
Secondo Meir Michaelis,

Mussolini cominciò con lo spiegare ai suoi interlocutori le ragioni della sua freddezza verso il
“focolare nazionale ebraico”: il sionismo era uno strumento dell'imperialismo inglese; gli scopi
dei sionisti erano “utopistici”; e la partecipazione di cittadini italiani al movimento poteva
provocare un conflitto nei loro sentimenti patriottici. I delegati cercarono di respingere queste
accuse, sottolineando che i sionisti non avevano alcuna intenzione di fare il gioco degli inglesi;
che i loro obiettivi non erano affatto incompatibili con le legittime aspirazioni degli arabi; che
l'Italia avrebbe avuto da guadagnare dalle attività sioniste in Palestina; e che i sionisti italiani
erano altrettanto fedeli alla loro patria quanto il resto della popolazione. Al che il duce si addolcì
e accettò di incontrarsi con il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale, il dottor Chaim
Weizmann.16

Weizmann fu ricevuto da Mussolini il 3 gennaio 1923. Dopo il colloquio si recò


dall'ambasciatore inglese a Roma, sir Ronald Graham, e quest'ultimo relazionò al ministero degli
Esteri inglese:

Il signor Mussolini ha affermato, riguardo all'atteggiamento prevenuto dell'Italia verso il


sionismo, che i sionisti volevano indurlo a “faire le jeu de l'Angleterre”, ma egli era deciso a non
prestarvisi...Il dottor Weizmann...disse che...l'Italia avrebbe avuto da guadagnare quanto la
Gran Bretagna da un indebolimento della potenza musulmana. Il signor Mussolini ha ammesso
che gli arabi hanno creato problemi in Cirenaica e a Tripoli...Alla fine, il signor Mussolini ha
consentito al dottor Weizmann di annunciare, ad un incontro di ebrei quella sera, che non
avrebbe avuto alcuna obiezione alla nomina di un ebreo italiano a membro dell'Agenzia ebraica
per la Palestina.17

16 Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, 1978


17 ibidem
La politica dell'Italia verso il sionismo cambiò solo verso la metà degli anni '20, quando il
consolato italiano in Palestina si rese conto che i sionisti erano laggiù per restarvi e che potevano
essere usati come leva per indebolire l'Inghilterra. Il 17 settembre 1926 Weizmann fu invitato a
Roma per un altro incontro, nel quale Mussolini fu molto cordiale e si offrì di aiutare i sionisti a
strutturare una loro economia, proponendo che i lavori di costruzione del nuovo porto di Haifa
fossero affidati a una ditta italiana.
Il 26 ottobre 1927 fu la volta di Nahum Sokolow, futuro presidente della WZO. Stando al
resoconto di Michael Ledeen,

Con quest'ultimo incontro Mussolini divenne un idolo del sionismo; Sokolow non solo lo lodò
come persona ma dichiarò la propria ferma convinzione che il fascismo fosse immune dai
pregiudizi antisemiti... “cominciamo a capire la sua vera natura...i veri ebrei non sono mai stati
contro di voi”. Queste parole, una così grande apertura, furono riprese sui periodici ebraici di
tutto il mondo.18

A livello internazionale molti sionisti erano di orientamento laburista e socialista, e dunque


non gradirono le esternazioni di Sokolow a favore del fascismo, ma i sionisti italiani, benestanti,
conservatori e antisocialisti, furono per lo più entusiasti. Nell'ottobre 1927 Sacerdoti rilasciò
un'intervista a Guido Bedarida, il quale riportò:

Il professor Sacerdoti è convinto che molti dei principi fondamentali della Dottrina Fascista
(rispetto delle leggi dello stato, rispetto delle tradizioni, principio dell'autorità, esaltazione dei
valori religiosi, desiderio di purezza morale e fisica dell'individuo e della famiglia, lotta per
l'aumento della produzione, e anche lotta contro il malthusianesimo), non sono né più né meno
che principi dell'ebraismo.19

Sokolow incontrò di nuovo Mussolini il 16 febbraio 1933, poche settimane prima della
vittoria di Hitler in Germania. Il loro incontro fu anche in questo caso “cordiale” e secondo l'Agenzia
Telegrafica Ebraica, organo ufficiale della WZO, Mussolini “dimostrò acuto interesse per i risultati
ebraici in Palestina”20.
Weizmann incontrò nuovamente Mussolini il 26 aprile 1933, convocato da quest'ultimo. I
contenuti di questo incontro sono poco noti, mentre più conosciuto è il colloquio che i due ebbero il
17 febbraio 1934, quando Weizmann era responsabile per l'insediamento in Palestina degli ebrei
tedeschi: una importante carica introdotta l'anno precedente dall'Esecutivo Sionista dopo avere
stipulato l'Haavara Agreement coi nazisti, ovvero l'Accordo di Trasferimento in Palestina di quote di
ebrei residenti in Germania, che potevano esportare i propri averi a patto di investirli nell'acquisto
di beni materiali tedeschi (macchinari agricoli o altro) da utilizzare nella “Terra Promessa”.
Nell'incontro Mussolini si dichiarò a favore di un piccolo stato sionista indipendente, e aggiunse
che avrebbe aiutato i sionisti a istituire una propria marina mercantile, riferendosi evidentemente al
progetto di Jabotinsky a Civitavecchia (vedi oltre).
Il 13 novembre 1934 a recarsi dal duce fu Nahum Goldmann, presidente del World Jewish
Congress, organismo di rappresentanti dell'ebraismo mondiale nato per reagire all'ondata di
antisemitismo in Germania e Austria, ma molto moderato e dominato dai sionisti. Goldmann nella
propria autobiografia afferma di aver detto a Mussolini che il WJC scoraggiava le manifestazioni di
protesta contro Hitler e il cancelliere austriaco Schuschnigg, ma contava su di lui per un cambio di
atteggiamento dei nazisti verso gli ebrei. Mussolini replicò:

Voi siete molto più forti del signor Hitler. Quando non vi sarà più traccia di Hitler, gli ebrei
saranno ancora un grande popolo...gli ebrei non devono temerlo. Noi tutti vivremo fino a
vederne la fine. Voi piuttosto dovete creare uno stato ebraico. Io sono un sionista, io. L'ho detto
al dottor Weizmann. Voi dovete avere un vostro paese, non la ridicola Casa Nazionale che vi
hanno offerto gli inglesi. Vi aiuterò a creare uno stato ebraico. La cosa più importante è che gli
ebrei abbiano fiducia nel loro futuro e non si lascino spaventare da quell'imbecille di Berlino. 21

18 Michael Ledeen, Italian Jews and Fascism, 1969


19 Guido Bedarida, The Jews under Mussolini, The Reflex ottobre 1927
20 JTA, 19 febbraio 1933
21 Nahum Goldmann, Autobiography, 1969
Rapporti tra sionisti italiani (corrente revisionista) e fascismo
La linea filo-sionista seguita da Mussolini dal 1926 in avanti favorì lo sviluppo anche in Italia
della corrente di destra del sionismo, il cosiddetto revisionismo, fondata da Vladimir Jabotinsky,
che annoverava nelle sue file dichiarati sostenitori del fascismo e aveva il “pregio” di non essere
legata all'imperialismo inglese come la corrente maggioritaria della WZO di Weizmann e Sokolow.
Jabotinsky era sempre stato un ammiratore dell'Inghilterra e politicamente vi faceva
sempre riferimento, ma aveva passato alcuni anni giovanili in Italia, innamorandosi della cultura
latina. Sin dal 1921, quando era ancora all'interno della WZO, in Italia prese contatto con l'ebreo di
Salonicco Isacco Sciaky, che fu uno dei pionieri del revisionismo nella penisola.
Anche se Jabotinsky a parole prese sempre le distanze dal fascismo, nella pratica la sua
condotta era simile a quella di un “duce”, e il movimento revisionista nell'ambito del sionismo
mondiale fu riconosciuto e a volte si autodefinì come “fascismo ebraico”. Ad esempio in Palestina il
dirigente revisionista Abba Achimeir teneva sul periodico Doar Hayom la rubrica “Appunti di un
fascista”.
Il 25 aprile 1934 su The Nation uscì una importante sintesi del giornalista sionista laburista
William Zuckerman, intitolata The Menace of Jewish Fascism, che tratteggiò le caratteristiche
fondamentali del revisionismo:

un partito fascista ebraico non solo esiste ma ha già oltrepassato la fase della lotta per il
riconoscimento e aspira al potere in seno al movimento sociale ebraico meglio
organizzato...L'aspetto sinistro di questo paradosso è accentuato dal fatto che il fascismo
ebraico è, per origini, fini e tattiche, più prossimo al fascismo tedesco che al fascismo
italiano...Vanno in Palestina non per un ideale quale che sia, ma perchè tutti gli altri posti sono
stati loro interdetti e perché é l'unico paese dove possono insediare un fascismo che sia loro
proprio e dove sia possibile far rivivere la gloria del loro mondo passato. 22

Zuckerman aggiungeva: “Il movimento sionista, come tutti i movimenti nazionalisti, è il


terreno più fertile per il fascismo...In Polonia non c'è più alcuna distinzione tra la stampa sionista e
la stampa fascista...La gran parte del movimento sionista gravita intorno al fascismo, anche se la
maggior parte dei sionisti non ne sono consapevoli, e la maggior parte negherà le accuse con
indignazione, affermando che il loro nazionalismo è puro e non egoista”23.
Mussolini, dal canto suo, nel 1935 disse a David Prato che “affinchè il sionismo abbia
successo, deve ottenere uno stato ebraico, con una bandiera ebraica e una lingua ebraica. La
persona che veramente capisce questo è il vostro fascista, Jabotinsky”24.
In occasione del Congresso Sionista Mondiale del 1929 Sciaky fu tra gli autori di un
volantino propagandistico per l'elezione dei delegati, nel quale si leggeva tra l'altro:

Ci hanno chiamato i fascisti del Sionismo. E sia. Voglia il Signore che la nostra opera sia così
provvida per le sorti di Israele risorgente come lo è stato e lo è quella del Fascismo per l'Italia. 25

I revisionisti italiani dal maggio 1930 pubblicarono un mensile a Milano, L'Idea Sionistica, lo
stesso titolo del periodico della Federazione Sionistica Italiana all'inizio del secolo.
Nei primi anni '30 il movimento revisionista stava rompendo con la WZO, e i contatti con il
regime fascista si fecero sempre più frequenti. Nel 1931 Jabotinsky scrisse a Leone Carpi,
intermediario tra il movimento e il governo di Mussolini, con la proposta di costituire una scuola di
partito revisionista in Italia, in particolare rivolta ai membri del Betar, il settore giovanile. Questa
intenzione si trasformò nell'istituzione di un corso di addestramento per i giovani sionisti del Betar
presso la Scuola Marittima di Civitavecchia, a partire dall'ottobre 1934.
Nel gennaio 1935 il progetto, già avviato, fu approvato ufficialmente dal Consiglio dei
Ministri del governo fascista:

In seguito al permesso accordato dal ministero degli Interni...sono arrivati a Civitavecchia 14


giovani sionisti e altri 20 arriveranno...Questa notizia è stata accolta nel mondo sionista con
grande entusiasmo. I vantaggi legati a questa iniziativa sono:
22 The Nation, 25 aprile 1934
23 ibidem
24 In Lenni Brenner, Il sionismo nell'età dei dittatori, 1983
25 Archivio Carpi
- Diffusione tra i sionisti della lingua italiana, della cultura e della civiltà italiana e fascista.
- Diffusione delle idee fasciste in Palestina26

La stampa revisionista italiana fece descrizioni colme di elogi per gli organizzatori dei corsi.
Davar scrisse:

Occorre dire che tutti, Autorità governative e Consorziali, Gerarchi locali e Insegnanti della
scuola, si sono prodigati con comprensione e benevolenza a far sì che i giovani, venuti da così
lontano ad apprendere....trovassero una calda e amorevole ospitalità da noi. Ed è altamente
significativo che essi...siano venuti a ispirarsi e a istruirsi in questa nostra Italia fascista, risorta,
duce Mussolini, a nuova vita e a più alta morale umana e religiosa. 27

Nel marzo del 1936 L'Idea Sionistica descrisse la cerimonia per l'inaugurazione della nuova
sede del Betar:

All'ordine “Attenti!” risuonò un triplice slogan guidato dal comandante del plotone (Viva l'Italia!
Viva il Re! Viva il Duce!), cui fece seguito la benedizione impartita da rabbi Aldo Lattes in
italiano e in ebraico, per Dio per il Re e per il Duce...I betarim cantarono con entusiasmo
Giovinezza (l'inno del partito fascista).28

Sempre nel 1936 Mussolini in persona visitò la scuola, passando in rivista i betarim.
Nell'autunno del 1936, al termine di uno dei corsi, gli aspiranti marinai compirono una
crociera (Civitavecchia – Napoli – Genova – Livorno – Civitavecchia). Alla partenza Isacco Sciaky
raccomandò ai marinai:

Allievi! Salutate la bandiera italiana che sventola sulla nostra nave ebraica. Ricordate sempre
cosa vi ha dato l'Italia fascista! Tenete presente l'amore, la stima, la simpatia che deve
conservare l'allievo per il suo professore.29

Durante la sosta livornese la nave venne accolta in pompa magna dalla comunità ebraica
locale, presieduta da Guido Belforte: “Il Presidente Belforte ringraziò i convenuti della graditissima
visita, inneggiando alla grandezza e all'ospitalità dell'Italia fascista”30.

Etiopia 1935
A partire dal 1935, furono la questione dell'Etiopia e la Guerra di Spagna a orientare il
regime fascista verso la Germania.
Alla fine del 1934 tra Italia e Germania esistevano molti motivi di contrasto, tanto che il 7
gennaio 1935 a Roma Mussolini firmò un accordo franco-italiano con il ministro degli Esteri
francese Pierre Laval: scambio di territori tra l'Eritrea italiana e la Somalia francese e appoggio
italiano alla Francia contro la Germania in cambio del via libera francese alla conquista italiana
dell'Abissinia. Tre mesi dopo (11 – 14 aprile) l'Italia formò con Francia e Inghilterra la coalizione
anti-tedesca nota come Fronte di Stresa.
Ma l'invasione italiana dell'Etiopia (3 ottobre 1935) incontrò l'opposizione della Società delle
Nazioni, che condannò l'attacco (6 ottobre) e approvò alcune sanzioni (18 novembre), peraltro
moderate, contro il regime di Mussolini. In tali circostanze Mussolini cercò di appoggiarsi ai suoi
sodali ebrei e sionisti. Fu così che “l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, su consiglio e
invito di un alto ufficiale ebreo della marina italiana...inviò due emissari (Dante Lattes e Angelo
Orvieto) a Londra allo scopo di mobilitare l'opinione anglo-ebraica contro la politica delle
sanzioni”31. Essi incontrarono vari leader ebraici tra cui Weizmann, ma quest'ultimo rimase fedele
all'Inghilterra e non difese l'Italia dalle sanzioni.
Roma inviò allora l'ebreo fascista (e non sionista) Corrado Tedeschi in Palestina, a
suggerire ai sionisti laggiù che un atteggiamento di apertura verso l'Italia avrebbe loro giovato in
26 Archivio della Presidenza del Consiglio dei Ministri
27 Davar, 4 aprile 1935
28 In Lenni Brenner, Il Sionismo nell'Età dei Dittatori, 1983
29 L'Idea Sionistica, novembre – dicembre 1936
30 La Nostra Bandiera, 1 novembre 1936
31 Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, 1978
quanto avrebbe condizionato il governo mandatario inglese. Tedeschi vide diversi esponenti
sionisti, sia della fazione di Jabotinsky che dell'Agenzia Ebraica, in particolare il “ministro degli
Esteri” di quest'ultima Moshe Sharett. Nel suo rapporto finale Tedeschi scrisse che “il sionismo era
al tempo stesso una forza con cui fare i conti e un potenziale alleato contro la Gran Bretagna;
l'amicizia degli ebrei in Palestina era pertanto un obiettivo da perseguire...”32 altrimenti l'Italia ci
avrebbe rimesso a vantaggio esclusivo della Gran Bretagna.
Proclamato l'Impero etiopico il 9 maggio 1936, l'Italia aveva in mente di farne una testa di
ponte per un'ulteriore espansione, verso l'Egitto e i domini inglesi in Medio Oriente. A tale scopo
ipotizzò il trasferimento degli ebrei in Abissinia, in preparazione di un loro uso contro gli inglesi in
Palestina (inglesi che nel frattempo avevano sospeso l'immigrazione in Palestina a causa della
Grande Rivolta Araba). Nel luglio 1936 al Cairo si svolse un colloquio tra il locale rappresentante
dell'Agenzia Ebraica, Nahum Wilenski, e l'emissario fascista Ugo Dadone. Una nota sulla
conversazione riporta che per Dadone

l'intenzione degli italiani è che gli ebrei si stabiliscano nella zona di Gojjam in Abissinia...Egli si
rende conto che l'insediamento ebraico non può costituire un obiettivo finale per gli ebrei. Ma
l'Italia è pronta a favorire, in cambio dell'assistenza ebraica in questa vicenda, la creazione di
uno stato ebraico in Palestina...Successivamente, questo stesso signore si è incontrato con
rappresentanti della comunità ebraica egiziana al Cairo, e ha fatto loro identiche proposte. 33

Ma questi abboccamenti ebbero scarso successo: l'Organizzazione Sionista Mondiale


rimaneva prevalentemente fedele all'Inghilterra, e i suoi rapporti con l'Italia fascista avevano
raggiunto l'apice nel 1934, prima di iniziare un progressivo declino. L'ultimo abboccamento di
rilievo ebbe luogo il 4 maggio 1937 tra Nahum Goldmann e il ministro degli Esteri fascista Ciano,
ma si risolse in un nulla di fatto. Avvicinandosi alla Germania nazista, Mussolini e il governo
italiano tendevano a mantenere maggiori contatti con l'ala revisionista del sionismo, che nel
frattempo si era strutturata a livello internazionale con la creazione, nel 1935, della Nuova
Organizzazione Sionista.
I vertici dell'ebraismo italiano nel frattempo rimanevano per lo più fedeli al fascismo e alle
sue imprese coloniali. Israel del 25 marzo 1937 scrisse sulla visita di Mussolini in Libia, paese ove
l'Italia aveva compiuto un vero e proprio genocidio contro i beduini arabi guidati da Omar Mukhtar:

Tutti i quotidiani del mondo hanno riferito, a


proposito della visita del Duce in
Tripolitania, le accoglienze entusiastiche e
festose di quelle popolazioni ebraiche...è
stato offerto al capo del governo un dono
simbolico a nome della popolazione
ebraica, che consiste in una ricca Hannucà
d'oro massiccio del peso di kg. 3...Sulla
Hannucà è pure incisa la seguente
iscrizione in italiano: “A Benito Mussolini gli
ebrei di Tripoli con profonda conoscenza e
devozione”...L'illuminazione del quartiere
ebraico...è straordinaria e sfarzosa: una
grande Menorah, le lettere Dux e ai lati di
esse il Fascio Littorio, il tutto artisticamente
disposto con un effetto meraviglioso.34

32 ibidem
33 Public Record Office, Londra
34 Israel, 25 marzo 1937
5. LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI ITALIANI (1938 - 45)

Le Leggi Razziali del 1938


Il graduale riavvicinamento con la Germania giocò un ruolo cruciale nell’emanazione delle
leggi razziali in Italia, ma secondo De Felice e Candeloro (volume IX della «Storia dell’Italia
moderna», Feltrinelli) ancora nel febbraio 1938 Mussolini cercava di agire con moderazione e non
voleva andare oltre un blando antisemitismo. Lo testimonierebbe il numero 14 dell’«Informazione
diplomatica», emanata il 16 febbraio, in cui si affermava che il governo vigilava affinchè «la parte
degli ebrei nella vita dell’insieme della nazione non sia sproporzionata ai meriti intrinseci e
individuali e all’importanza numerica della comunità». Mussolini suggeriva ancora di risolvere il
«problema» con la creazione di uno «Stato ebraico», non più in Palestina per non irritare gli arabi,
ma pensando probabilmente, come abbiamo già visto, all’Africa Orientale Italiana.
La svolta decisiva verso la politica antisemita probabilmente venne compiuta dopo la visita
in Italia di Adolf Hitler dal 3 all’8 maggio. Un viaggio che apparentemente non produsse grandi frutti
diplomatici se non rafforzare l’amicizia tra i due regimi, ma che di fatto diede impulso ai
provvedimenti antisemiti. Non vi sono documenti né testimonianze di esplicite richieste avanzate
da Hitler, se non una frase che Mussolini avrebbe riferito a Dino Grandi. Ma è evidente che dopo il
suo viaggio a Roma, durante il quale papa Pio XI, inorridito dall’uso blasfemo della croce nazista,
si ritirò a Castel Gandolfo, l’antisemitismo fascista subì una decisa accelerazione. Un grande
passo, prima dell’emanazione delle leggi, fu la pubblicazione il 14 luglio, sul «Giornale d’Italia» del
«Manifesto della razza». Il documento, cui avevano collaborato molti professori universitari, ma
che era stato rivisto a fondo da Mussolini, apparve prima in forma anonima, e soltanto il 25 luglio
un comunicato del Partito fascista rese noti i nomi degli estensori.
In quel testo, composto da dieci punti, si affermava tra l’altro: «Gli ebrei rappresentano
l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi
razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani».
L’antisemitismo era assurto così a dottrina di Stato e gli esponenti del razzismo più estremo
presero sempre più piede. Il 5 agosto, accompagnato da un grande battage, venne pubblicato il
primo numero del quindicinale «La difesa della razza» diretto da Telesio Interlandi. Molti
intellettuali in quei mesi si unirono alla propaganda razzista e antisemita. Ad esempio il Corriere
della sera del 1 novembre 1938 conteneva un’entusiastica recensione di Guido Piovene: «Si deve
sentire d’istinto e quasi per l’odore quello che v’è di giudaico nella cultura. Gli ebrei possono
essere solo nemici e sopraffattori della nazione che li ospita». Sul medesimo giornale l'11 giugno
1939 Paolo Monelli sosteneva che «gli ebrei appaiono tutti uguali come i cinesi… come i cavalli,
adeguati agli incroci consanguinei, dall’eguale vita dagli squallidi orizzonti».
Le prime leggi antisemite, emanate tra il 2 e il 3 settembre 1938, vietavano tra l’altro la
dimora in Italia degli ebrei stranieri e la revoca della cittadinanza per chi era arrivato dopo il 1918.
Gli ebrei vennero esclusi dagli insegnamenti di ogni ordine e grado e fu loro vietato di frequentare
le scuole pubbliche. Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale, si mostrò
particolarmente solerte e intransigente nell’applicazione dei provvedimenti antisemiti. Ne fa fede il
suo stesso diario. E Galeazzo Ciano commentò così quella seduta del massimo organo del
fascismo: «Bottai mi sorprende per la sua intransigenza». Il ministro dell’Educazione era ben
allineato perché fu lo stesso Mussolini a confidare a suo genero: «Anche se stasera sono
conciliante sarò durissimo nella preparazione delle leggi». E infatti, a breve, il 17 novembre 1938,
fu emanato il secondo e duro decreto legge con cui gli ebrei venivano esclusi dal servizio militare,
dalle cariche pubbliche, erano limitati nel campo della proprietà immobiliare, nella gestione delle
aziende private e nell’esercizio delle professioni. Venivano inoltre stilati i criteri per stabilire chi era
da considerarsi ebreo.
Mussolini temeva la reazione di due autorità autonome: la monarchia e il Vaticano. Da
Vittorio Emanuele III venne una blanda obiezione sugli ebrei che si erano distinti in azioni
patriottiche o erano mutilati di guerra. Ciò diede luogo a una serie di esenzioni. Ma alla fine il re
firmò le leggi razziali. Ben diverso e più combattivo fu l’atteggiamento di papa Pio XI. Il 28 giugno
1938, durante una riunione con gli allievi del collegio della Propaganda Fide, il pontefice attaccò il
razzismo italiano, fatto per imitare la Germania. Mussolini contrattaccò personalmente. Ma lo
scontro più duro si ebbe sul tema dei matrimoni misti non riconosciuti dalla nuova legislazione
antisemita, che violava alcuni articoli del Concordato. Pio XI, che meditava un nuovo attacco in
occasione del decennale dei Patti lateranensi, morì il 10 febbraio 1939 in seguito a due crisi
cardiache. Gli succedette il più diplomatico Pio XII, che, scrive De Felice, «preferì arrivare
prudentemente a una distensione di fatto e tollerare la violazione fascista del Concordato».

La Shoah in Italia
Le Leggi Razziali del 1938 determinarono l'allontanamento di migliaia di ebrei dalla
penisola, e l'espulsione di migliaia di altri da professioni e funzioni pubbliche. Tuttavia fu solo con
l'occupazione nazista del 1943 che iniziò la tragedia vera e propria per gli ebrei italiani.
La prima retata delle SS ebbe luogo a Trieste il 9 ottobre 1943. In questa, e in un'altra
retata successiva (19 gennaio 1944) vennero arrestati nella città giuliana 710 ebrei. Pochi giorni
più tardi (16 ottobre1943), un rastrellamento di grandi proporzioni fu effettuato presso il ghetto di
Roma provocando l'arresto di 1.259 ebrei; due giorni dopo 1.023 vennero deportati ad Auschwitz
(solo diciassette sopravvissero). Successivamente altre retate operate dai nazisti nella capitale
portarono il numero totale degli ebrei romani scomparsi durante l'occupazione tedesca a 2.021. La
Carta di Verona (novembre 1943) della appena sorta Repubblica Sociale Italiana definiva il
problema dell'ebraismo d'Italia nel capitolo settimo: «Gli ebrei sono stranieri e parte di una nazione
nemica». Ogni proprietà ebraica nella Repubblica di Salò venne sequestrata ed assegnata alle
vittime dei bombardamenti anglo-americani. Al momento della Liberazione i decreti di confisca
erano approssimativamente ottomila: la RSI confiscò alla gente ebraica beni fra immobili e preziosi
del valore approssimativo di due miliardi di lire del tempo.
Nel febbraio del 1944 il comando tedesco assunse possesso in via diretta del campo di
concentramento di Fossoli vicino a Modena, da dove gli ebrei vennero mandati nei campi
dell'Europa orientale.
L'antisemitismo non attecchì granché fra la popolazione italiana, trovando per contro forte
opposizione specialmente in certi gruppi intellettuali, nel proletariato e nei ceti a più basso reddito.
Sono moltissimi i casi registrati di ebrei e/o di ebrei aderenti a movimenti di sinistra tenuti nascosti
durante i rastrellamenti. Una città in cui questo fenomeno fu ragguardevole è stata quella
di Genova, mentre storicamente accertati sono i contributi dati in questo senso da molte
personalità divenute poi figure storiche, come Giovanni Palatucci e Giorgio Perlasca.
Secondo i dati riportati da Liliana Picciotto Fargion gli ebrei arrestati e deportati in Italia
furono 6.807; gli arrestati e morti in Italia 322; gli arrestati e scampati in Italia 451. Tolti quelli morti
in Italia, gli uccisi nella Shoah furono 5.791, quindi circa il venti per cento degli ebrei italiani. Di 950
persone mancano notizie attendibili.
Nell'Italia settentrionale (controllata dai nazifascisti) erano presenti circa 43.000 ebrei: quelli
deportati tra il 1943 e il 1945 saranno circa 7.500, di cui ne sopravviveranno solo 610. Ai morti
deportati vanno poi aggiunti gli ebrei uccisi sul territorio nazionale, stimati tra i 200 e i 400. Altre
centinaia troveranno rifugio in Svizzera e nel sud Italia.
Rispetto agli altri paesi occupati o alleati della Germania, la percentuale di ebrei
sopravvissuta è molto maggiore (più dell'80%).

La Resistenza ebraica in Italia


La DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) fu fondata con
l'autorizzazione del governo fascista il 1º dicembre 1939 dall'UCII, per l'assistenza e la
distribuzione degli aiuti internazionali alle migliaia di profughi ebrei che cercavano rifugio in Italia
per l'espatrio in paesi neutrali. Dopo l'8 settembre 1943, la DELASEM proseguì clandestinamente
la sua azione anche durante il periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale
Italiana, con centrali a Roma e Genova, fornendo aiuti economici e carte di identità false ai
correligionari perseguitati, potendo godere di una vasta rete di complicità e supporto anche tra non
ebrei. Tra gli ebrei italiani direttamente impegnati nell'organizzazione si ricordano in
particolare: Lelio Vittorio Valobra e Massimo Teglio a Genova, Giorgio Nissim a Lucca, Mario
Finzi a Bologna, Nathan Cassuto, Raffaele Cantoni e Matilde Cassin a Firenze, Settimio
Sorani e Giuseppe Levi a Roma, Salvatore Jona in Piemonte.
Circa 2000 furono gli ebrei che parteciparono attivamente alla Resistenza, con la massima
concentrazione (circa 700) in Piemonte. La percentuale, pari al 4 per cento della popolazione
ebraica italiana, è di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa 100
caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in deportazione; otto furono
insigniti di medaglia d'oro alla memoria (Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Eugenio Calò, Mario
Jacchia, Rita Rosani, Sergio Forti, Ildebrando Vivanti, Sergio Kasman). Fra i caduti vanno ricordati
il 13enne bolognese Franco Cesana, i torinesi Emanuele Artom e Ferruccio Valobra, i
triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il toscano Eugenio Calò, gli
emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l'intellettuale Leone Ginzburg.

Franco Cesana

Ferruccio Valobra
Immagini in copertina:

– medaglia celebrativa della legge Falco (30 ottobre 1930) che all'epoca definì i rapporti tra le
comunità ebraiche e il governo fascista istituendo l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane
– i giovani sionisti revisionisti del Betar partecipano a un'adunata fascista a Civitavecchia

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