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Gen. PAOLO INZERILLI

GLADIO
LA VERITÀ NEGATA
 
EDIZIONI ANALISI

 
 

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DEDICA
    Se tu puoi aver fiducia in te stesso quando
tutti dubitano di te e tenere in debito conto il loro
dubitare;
    Se tu puoi aspettare e non stancarti di
aspettare - o se, fatto bersaglio alla menzogna,
non ti adatti a mentire - o,
 essendo odiato non rispondi con l'odio e tuttavia
non appari troppo buono né parli parole troppo
sagge;
Se tu puoi sopportare di udire quella verità - che
tu hai espresso - svisata dai mascalzoni che ne
vorrebbero fare 
un 'insidia contro gli sciocchi o vedere gli
oggetti, ai quali hai dato la tua vita, infranti e
piegati e ricostruirli con i 
tuoi stanchi arnesi;
Se tu puoi impiegare l'inesorabile minuto
percorrendo un cammino che ne valga tutti i
sessanta secondi
Tuo è il mondo ed ogni cosa che vi è in esso e ciò
che è più 
Tu sarai un uomo...
Rudyard Kipling
 
A tutti coloro che hanno operato
nell'Organizzazione Gladio.
A coloro che mi sono stati vicini con stima e
affetto nei momenti più bui della mia vita.
L'Autore

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PREFAZIONE
Sono nato a Milano il 15 novembre 1933. Mio
padre era napoletano, di quelli che pochi mesi
dopo la laurea (in ingegneria elettrotecnica)
hanno preso il treno e sono saliti al nord da dove
non si sono più mossi. Mia madre appartiene ad
una famiglia di artisti, pittori e scultori le cui
opere stanno anche al Quirinale, al Tempio
Civico di Milano e in qualche museo e galleria.
Questo è il primo «imprinting» che ho avuto,
l'accoppiata tra l'arte e la tecnica.
L'altra caratteristica della mia famiglia sono le
origini. Da una parte una famiglia impiegatizia,
dall'altra uno stemma araldico che trova riscontro
nelle patenti di Federico Barbarossa. In altri
termini provengo da un famiglia della media
borghesia solidamente ancorata alla Milano degli
anni trenta.
Mio padre lavorava in un grossa società che
progettava e realizzava, tra l'altro l'elettrificazione
delle ferrovie dello stato. Ovviamente aveva la
tessera del P.N.F. e altrettanto ovviamente stava
parecchio lontano da casa. Perciò quando
all'inizio del '40 si assentò per un pò di tempo
pensai che fosse lungo i binari della Genova-
Firenze. Invece stava a due passi, a San Vittore,
braccio politici, ovvero antifascisti.
Rientrato dalla «vacanza» perse ovviamente il
posto e mise in piedi, da solo, una fabbrichetta di
materiale elettrico che poi finì sotto le bombe
inglesi.
Ma lui, testardo, ricominciò.
Tra il '40 e il '43 lo vidi in uniforme da Tenente e
mi piaceva un sacco coi pantaloni a sbuffo e gli
stivaloni lucidi. Io ero Balilla. Dopo l'8 settembre
tornò in borghese anche perché era stato
degradato a soldato semplice e congedato per non
aver giurato alla R.S.I. Durante la guerra noi
bimbi (io e mio fratello) ed i nonni eravamo
sfollati, prima a Varese e poi in campagna, perché
Milano veniva spesso bombardata. Perciò non
c'era nulla di strano

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che mio padre a volte dormisse in ufficio o a casa
di qualche amico. Il 23 aprile del 45 tutta la
famiglia rientrò a casa ed il 25 scoprii che mio
padre faceva parte del CLNAI. Non ne abbiamo
mai parlato. Ma anche da parte materna ero ben
messo.
Avevo uno zio che era il mio idolo (ogni bimbo
se ne sceglie uno tra i parenti). Questo era uno
«scapocchione» di quelli che riescono a vendere
frigoriferi agli eschimesi ma i cui interessi
primari erano molto diversi. Era uno che aveva il
vero senso della vita che d'altra parte gli aveva
lasciato poco tempo per dedicarsi al lavoro. A 18
anni, nel '15 era partito volontario come
Bersagliere ed era tornato nel '19 da Capitano.
Nel '40 lo richiamarono, gli diedero i gradi di
Maggiore e lo spedirono in Libia al comando di
un battaglione autonomo. Rientrò in Italia, con
l'ultima nave ospedale che lasciò la Tunisia, con
un buco in pancia calibro '45. L'8 settembre era in
convalescenza. Uscì di casa e lo rividi a maggio
del '45. Aveva comandato per due anni un brigata
partigiana in Val d'Intelvi.
La vita riprese tranquilla ed io continuai gli studi
al Leone XIII. Nella primavera del '52 mi stavo
preparando alla maturità scientifica ma la mia
grande passione era di andare in Accademia
Aeronautica. Chiesi a mio padre di firmare l'atto
di assenso perché all'epoca i diciottenni erano
ancora minorenni. Me lo rifiutò.
Per mio padre l'unica professione che potesse fare
una persona intelligente - e tale mi considerava -
era quella dell'ingegnere, mai, categoricamente
mai, quella del militare di carriera. Dopo un pò
(anch'io sono testardo) trovammo un
compromesso. Io ripiegavo su Modena, sarei
diventato ufficiale del Genio e mi sarei laureato
(in ingegneria ovviamente) poi avremmo
ridiscusso la questione. Firmò l'assenso e non mi
scrisse mai neanche una cartolina per tre anni.
Quando andavo a casa in licenza parlavamo di
matematica.
Il colpo più grosso credo di averglielo dato
quando, anziché al Genio, venni assegnato alla
Fanteria e poi scelsi di andare negli Alpini e di
proseguire nella carriera militare. Mia madre
piangeva di nascosto, mi scriveva una volta alla
settimana e faceva la mediatrice tra due testoni.
Con queste premesse ho affrontato la mia
professione.

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1. LE PREMESSE
Si sceglie la carriera militare essenzialmente per
quattro motivi:
- per tradizione familiare: è una motivazione che
si addice ad una minicategoria (1 x 1000?) ormai
in via di estinzione;
- per desiderio di elevazione sociale: è la
motivazione che spinge molti Sottufficiali a
mandare i propri figli in Accademia perché
acquisiscano
quello status che loro non hanno mai avuto ed al
quale sono stati subordinati per tutta la loro vita; 
- per avere un posto statale: è la motivazione dei
più, specie se originari del centro-sud;
- per passione della vita militare, considerata
come espressione di virilità (nel senso vero, non
del tipo macho), di cameratismo, di appartenenza
ad una élite destinata a servire e difendere il
proprio paese, erede dei grandi condottieri che
hanno scritto pagine della nostra storia.
È la motivazione di un'altra minicategoria che
probabilmente (spero) non scomparirà. Qualche
sognatore esisterà sempre. Entrati in Accademia
le differenze motivazionali scompaiono. Le
sveglie antelucane, la fatica fisica, la difficoltà
degli studi (specie quelli «non militari») la dura
disciplina, le divise coi bottoni d'oro che devono
essere sempre perfette ed a piombo, la vita in
comune, tutto questo fa dimenticare perché si è
entrati e fa desiderare e pensare intensamente ad
una sola cosa: uscirne con la stelletta da Ufficiale.
I due anni di Scuola di Applicazione a Torino non
modificano essenzialmente la situazione. Un po'
meno di disciplina e di vita in comune ma
bisogna recuperare i due anni di semiclausura
dell'Accademia Militare di Modena.
Donne e champagne nei limiti consentiti da un
magro anzi, magrissimo stipendio. Non c'è tempo
per pensare ai perché. Gli obiettivi sono la
specialità (alpini, bersaglieri, pontieri ecc.) e la
prima sede. Si gioca tutto

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sui centesimi di punto agli interrogatori ed agli
esami come se si partecipasi ai campionati di
discesa libera.
Finalmente si arriva ai Reparti. Emozione,
orgoglio, paura. Comandanti che ti aspettavano
«come la manna dal cielo», per riempire i vuoti
esistenti, non importa quali; colleghi che ti
insegnano si, ma con prudenza, attenti soprattutto
a non perdere mai la posizione acquisita con
molta fatica; truppa, questo stupendo insieme
composito di gioventù distratta, seccata,
disponibile, a momenti orgogliosa ed entusiasta,
che ti aspetta al varco per vedere quale sarà la
prima «fesseria» che farai. Passato il periodo di
ambientamento inizi a lavorare seriamente e
cominciano le scoperte. Sai tutto sul plotone in
Zona di Sicurezza e molto sulla Compagnia in
attacco, ma non hai mai visto un Giornale di
Contabilità né il Registro dei Vaglia ed a fine
mese prendi il tuo portafoglio e.... ripiani le
perdite. Conosci a memoria l'iter addestrativo e le
Esercitazioni Tipo ma la tua Compagnia è
impiegata nella guardia a depositi di munizioni,
nella comandata di cucina, nella pulizia di cortili
e del refettorio.
Sei vissuto a Modena nel Palazzo Ducale coi
famigli che ti servono tavola in guanti bianchi,
hai visitato a Cesano le moderne e razionali
caserme «tipo» a livello di compagnia, ma lavori
in una caserma del Regio Imperial Governo
austriaco e devi ogni giorno comandare i piantoni
alle camerate che durante la notte alimentano le
stufe a legna che garantiscono il non
congelamento notturno.
È a questo punto che i «perché» sopiti riappaiono
e cominciano a dare i loro frutti. Se appartieni
alla categoria «promozione sociale» ti arrabbi nel
constatare quante frottole ti hanno raccontato.
Discuti, litighi e poi... I colleghi di tuo padre si
mettono sull'attenti e ti dicono Signorsì - sei un
«Signor» Ufficiale e frequenti case dove i tuoi
parenti entravano per lo più in tuta da lavoro con
la cassetta degli attrezzi - non devi più soltanto
lavorare ed ubbidire ma puoi anche dare ordini.
Sei arrivato! E se ci sai fare solo un pò, domani
potrai dare ordini anche ad altri Ufficiali.
Attacchi il ciuccio dove vuole il padrone e non ti
agiti più del necessario.
Se appartieni alla massa, sei più avveduto perché
hai già una notevole esperienza alle spalle. Se le
poste non funzionano, i treni arrivano in ritardo
negli ospedali mancano i posti letto, le mense
scolastiche ti rifilano precotti perché mai le Forze
Armate dovrebbero funzionare meglio?
Se manca la benzina si va in aula oppure si esce a
piedi, cosa che fa bene anche al fisico. Se
mancano le munizioni si fa addestramento «in
bianco». Se non ci sono le radio, ci sono le
staffette. Lo stipendio è sicuro, la pensione pure,
un pò di carriera è possibile, e allora? Sappiamo
perfettamente cosa e come si dovrebbe fare -
perché ce lo hanno insegnato veramente bene.
Appena lo Stato ci darà più benzina, più
munizioni, più poligoni,

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 realizzeremo al meglio quello che sappiamo. Per
il momento tiriamo a campare.
Se appartieni alle minoranze, che sono poi una
sola, l'ultima, dato che la prima, come spirito,
viene facilmente assorbita dalle altre tre, hai
davanti a te due possibilità. La prima sono le
dimissioni ed il rientro alla vita «civile» dove
intraprendere un'altra carriera - è un pò come
suicidarsi perché il grande Amore ci ha lasciato.
Serve a poco salvo a farsi compiangere al
momento e per poco tempo dopo la dipartita. La
seconda è piangere di rabbia, ma solo dentro di te,
rimboccarsi le maniche e fare il possibile per
migliorare dall'interno la situazione, senza
pretendere di sconvolgere il mondo e di esserne il
nuovo Profeta.
È una strada difficile e se la imbocchi vivrai tutta
la vita come tutte le minoranze. Sarai
perennemente sotto osservazione. Che tu faccia o
non faccia, ognuno si domanderà il perché, a cosa
miri, cosa ci guadagni, quanto gli costerà o gli
turberà il proprio modus vivendi.
La contropartita è la propria soddisfazione,
qualche volta una pacca sulle spalle, altre volte un
sorriso a mezza bocca dei dipendenti.
Negli anni cinquanta tutto il personale
dell'Esercito per dormire al campo o durante le
esercitazioni aveva in dotazione un saccone che
veniva riempito di paglia. Ciò valeva,
ovviamente, anche per i plotoni paracadutisti che
facevano parte di ciascuna delle Brigate Alpine.
Ridicolo, anacronistico, ma rispondente ai
regolamenti di amministrazione e quando ci sono
soldi in mezzo non si scherza. La paga del soldato
all'epoca era poco più di tremila lire al mese, ma i
paracadutisti prendevano in sovrappiù una
speciale indennità che ammontava a circa
ventimila lire. Appena arrivati alla Brigata le
recinte venivano riunite dal Comandante di
plotone che spiegava loro come fossero soldati di
élite, quanto fossero in gamba, che erano destinati
a svolgere compiti particolarmente difficili e
delicati quali l'occupazione preventiva di passi e
valichi, se la Brigata agiva in attacco, o la
condotta di operazioni di sabotaggio e disturbo
nelle retrovie del nemico, se la Brigata agiva in
difensiva. Per svolgere dette azioni era necessaria
la massima autonomia logistica ed un adeguato
equipaggiamento. Quindi, nulla contro che
ognuno versasse una quota parte dell'indennità di
aeronavigazione per acquistare materassino
pneumatico, sacco a pelo, un secondo paio di
stivaletti da lancio (la «naia» ne passava solo un
paio) scarpette e tuta da ginnastica, materiale che
ovviamente ognuno si sarebbe portato a casa
all'atto del congedo? La risposta naturalmente
(pazienza ed entusiasmo) era si. Ed in questa
maniera, cioè con l'autofinanziamento, le truppe
alpine disponevano di unità valide e credibili.
Ho citato questo episodio di vita vissuta per
diversi motivi.
Prima di tutto per stemperare la precedente
tripartizione della classe

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militare e per dimostrare come l'entusiasmo di
uno o di pochi, possa produrre risultati positivi
allargati, se non generalizzati. In secondo luogo
per evidenziare che già da giovane Tenente a 24
anni operavo con unità destinate ad agire
isolatamente e nelle zone occupate dal nemico.
Ed in qualsivoglia professione, entusiasmo e
preparazione iniziale sono destinati ad influenzare
il futuro. Infine per dimostrare che almeno ai
minori livelli, sino al grado di Capitano, nessuno,
per quanto deluso sia rimasto si mette ad
arzigogolare sulla politica militare del paese o
sulla congruità della percentuale del PIL
assegnata al Dicastero della Difesa. Fa o non fa a
seconda della sua provenienza, della sua indole
ecc. ma non si interessa né tiene nella minima
considerazione gli aspetti politico strategici e
quanto ne consegue.
è anche per questo che non c'è la corsa agli uffici
ed alle scrivanie, se non da parte di pochi fifoni
timorosi delle responsabilità, o vecchi e stanchi
anzitempo. La carriera prosegue con i suoi alti e
bassi come in tutte le professioni e si arriva alla
fatidica Scuola di Guerra. Fatidica perché,
vecchio modello o modello attuale non importa, è
l'unico mezzo per poter entrare a far parte del
ristretto segmento superiore della piramide nella
quale sono strutturate le Forze Armate.
Più o meno a 30 anni si torna sui banchi di scuola
e, come già a Modena, di nuovo si dimenticano i
perché, le motivazioni originarie. Si deve
completare il corso e si deve uscire tra i primi - é
la condizione per avere la possibilità di aspirare ai
gradini più alti ed è quella che ti consente di
scegliere la prossima sede di assegnazione.
Non importa se hai la mentalità del postino o
dell'addetto all'anagrafe, importa cosa dirai
domani sull'ordinamento dell'Esercito canadese o
sull'impiego della divisione corazzata nella
manovra in ritirata. Lezioni, stesure, relazioni e
monografie si succedono a ritmo incessante. Se
hai famiglia te la devi scordare, se pensi di fartela
è opportuno rimandare a fine corso perché
sarebbe cosa oltremodo disdicevole essere
distratti durante il corso da un matrimonio! E per
quanto attiene al cameratismo, avanti (adagio) ma
con giudizio, perché la qualifica di ottimo è
limitata come numero e mors tua vita mea. Si
esce da Civitavecchia Maggiori o Capitani
anziani, dopo aver passato tre (oggi due) anni a
comandare Divisioni e Corpi d'Armata, lavorando
con frecce rosse o blu, grafici e tabelle coi quali
sei in grado di risolvere qualunque problema di
rifornimenti, di trasporti, di difesa aerea o di
sbarco dal mare.
Sei idoneo al comando, da quello del battaglione
a quello del Corpo d'Armata - nella realtà sei più
un Dirigente che un Comandante. Si comanda col
carisma, con l'esempio e vivendo in mezzo agli
uomini. Si dirige da una scrivania con gli appunti,
i pennarelli colorati e le carte scala 1: 500.000.
Finito il corso si torna ai Reparti e tornano a farsi
vivi i perché iniziali.

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Se fai parte della minoranza piangi quando devi
lasciare il comando del battaglione, del
reggimento, della «tua» unità. Se fai parte della
massa, conti i giorni che ti mancano per
raggiungere la solida scrivania che ti è stata
promessa (possibilmente non troppo
impegnativa).
Volente o nolente, con le lacrime agli occhi o con
un gran sorriso di soddisfazione, si arriva
comunque alla fine del periodo di comando e,
dato che ti sei guadagnato gli alamari del Servizio
di Stato Maggiore, aspetti il dispaccio di
assegnazione ad un incarico «dirigenziale» in un
Alto Comando. Hai chiesto di restare nell'ambito
delle Truppe Alpine che ti è congeniale, non solo
per preparazione ma per mentalità (autonomia,
vita difficile ma sana ed umana, lontananza dai
Palazzi e dai centri di potere, ambiente dove il
fattore umano e personale conta molto di più del
numero delle stellette o del posto occupato
ecc.ecc.) e ti ritrovi trasferito a Roma, sede che
aborri per infiniti motivi. Non solo sei trasferito a
Roma, ma al SID (Servizio Informazioni Difesa)
ed in un momento nel quale il Servizio viene
attaccato duramente dalla stampa per
deviazionismo ed affini. Fai il possibile per
cercare di farti cambiare destinazione, ti metti a
rapporto lungo la scala gerarchica fino al
Comandante del Corpo d'Armata Alpino e ottieni
solo di sentirti ripetere la stessa frase: «Se ti
hanno assegnato al SID vuoi dire che ti hanno
scelto, se ti hanno scelto vuoi dire che sei stato
giudicato tra i migliori, se cerchi di chiamarti
fuori ti rovini da solo la carriera. Lascia le cose
come stanno. Io comunque non posso fare nulla».
A questo punto ti rassegni e da ufficiale
coscienzioso ti fai l'autoesame sul nuovo incarico.
Cosa ne sai del Servizio Informazioni? Hai fatto
l'ufficiale «I» di battaglione e di reggimento hai
svolto le funzioni di Capo Sezione «I» di brigata -
è possibile che ti abbiano scelto per questi
precedenti. Ma poi ripensi al passato: al
battaglione eri innanzitutto il responsabile
dell'addestramento e della pianificazione
operativa. Come ufficiale «I» tenevi solo l'elenco
del personale in possesso di Nulla Osta di
Segretezza e del personale di truppa che non
poteva venire promosso Sergente. Troppo poco.
Al reggimento ti occupavi sopratutto della
pianificazione operativa, dei ruolini in caso di
richiamo per mobilitazione, dei soliti NOS e del
controllo degli altoatesini che facevano servizio
al reggimento, evitando accuratamente che
venissero inviati a fare la guardia ai depositi di
munizioni o a fare la sorveglianza alle dighe,
centrali idroelettriche, ferrovie, ed altri obiettivi
in Alto Adige (era il periodo degli attentati da
parte dei signori Amplatz / Kiene-sberg / Klotz e
dei loro amici). Anche questo è sicuramente
troppo poco. Ripensi allora ai corsi fatti. Ti hanno
insegnato come si trincera in difensiva una
compagnia di fanteria sovietica, a riconoscere
gradi e mostrine di tutte le forze del Patto di
Varsavia, ad individuare le differenze tra un carro
armato, un semovente ed un carro trasporto
truppe. Non è molto ma è pur

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sempre qualcosa. Forse potrai barcamenarti e non
fare la solita figura dell'Ufficiale di Stato
Maggiore che per principio sa tutto e di
conseguenza non sa fare nulla.
Sottobanco ti arriva la notizia che sarai assegnato
all'Ufficio «R» e cioè alla ricerca all'estero. Ti
riprende il panico perché ti rendi conto che nel
settore hai una nebbia assoluta ed a questo punto
ti metti l'anima in pace e ti preoccupi di problemi
banali quali il trasloco, la ricerca della casa, ecc.
ecc. Arrivi al giorno fatidico e ti presenti a Forte
Braschi dove sei ricevuto dal Capo Ufficio «R»
che ti comunica ufficialmente il tuo nuovo
incarico: sarai il Capo della Sezione
Addestramento Speciale. E dopo che in poche
parole ti viene spiegato più o meno
dettagliatamente quale è il vero compito che ti è
stato affidato tiri un sospiro di sollievo e ti torna
il sorriso. è qualcosa che non ti è sconosciuto e
che pensi di saper fare, naturalmente dopo i
necessari approfondimenti. Sai cosa significa
lavorare in autonomia ed in isolamento. Sai cosa
vuoi dire pianificare e condurre operazioni al di là
delle linee.
Hai uno staff di una trentina di persone nessuna
delle quali è titolata né destinata a fare carriera,
ma sei abituato a valutare la gente per le sue
qualità personali e professionali e non per il
numero delle stellette o la presenza degli alamari
sul bavero.
Il comandare un esercito di poco più di 200
uomini anziché avere il comando di un'unità
regolare di alcune migliaia non ti deprime perché
ti è sempre interessato di più cosa fare e come
farlo anziché con quante persone farlo. Quanto
detto fino a questo momento è la spiegazione del
perché ho assunto l'incarico di responsabile della
«Gladio» con serenità ed entusiasmo, senza
mugugni o riserve mentali. Con questo non
voglio assolutamente dare giudizi sui miei
predecessori o sul mio successore ma voglio
sottolineare che solo il caso, e non una oculata
analisi dei Superiori, ha messo una volta tanto
l'uomo giusto al posto giusto. Almeno così
ritengo. Devo aggiungere per onestà che, come
tutti gli ufficiali in servizio di Stato Maggiore,
sapevo di dover permanere nell'incarico per un
periodo di tre anni alla fine dei quali ci sarebbe
stata la prevedibile promozione al grado superiore
ed il conseguente ritorno ai reparti tra le amate
montagne. Questa ipotesi pressoché sicura,
comunque altamente probabile (la promozione in
realtà arriverà al quarto anno) mi consentiva di
iniziare ad operare come se lavorassi in un
ambiente a rischio, sapendo però che esiste una
uscita di sicurezza.
L'esperienza dimostrerà che anche questo è un
grosso errore abitualmente commesso da chi agli
Stati Maggiori è preposto alla designazione degli
incarichi.

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2. GLADIO - I PROTAGONISTI (LA
CENTRALE)
Per prassi, quando si arriva in una nuova sede, si
viene immediatamente investiti da due attività: il
briefing di indottrinamento da parte del cedente e
la presentazione dei collaboratori e dipendenti,
completata dai giudizi del predecessore, espressi
fuori dai denti, ma in camera caritatis. Il primo
impatto mi lascia piuttosto interdetto. Il Vice è un
Ten.Col. che dirige la Segreteria e si occupa
quindi degli aspetti burocratici ed amministrativi.
è talmente scrupoloso che riporta giornalmente
sul brogliaccio della contabilità l'importo di ogni
singolo francobollo utilizzato per la
corrispondenza.
 
Responsabile dell'addestramento e della
pianificazione operativa, è un civile, Sottotenente
di complemento dell'Aeronautica durante la
guerra. è il «vecchio», il factotum che detta legge.
Un Tenente del Genio, fa il disegnatore.
Un Capitano dei Carabinieri tiene aggiornate le
schede personali, uno di artiglieria da montagna,
appena arrivato, mantiene i contatti con gli
omologhi degli altri Servizi della NATO e uno
delle Trasmissioni, che ha ricevuto a suo tempo le
consegne da un Sottufficiale, è il responsabile dei
collegamenti. L'addetto alle attività aeree, gestore
del famoso DC 3 Argo 16 (bis) è un Capitano
dell'Aeronautica proveniente dai Sottufficiali, che
passa la maggior parte del suo tempo appeso ad
un paracadute, sua passione viscerale. C'è poi il
gruppo degli istruttori o responsabili di area.
Un Colonnello in pensione con un occhio di vetro
(quello buono è rimasto in Russia) responsabile
dell'area del Friuli Venezia-Giulia, un Colonnello
«di cartone» (promosso a fine carriera) capo degli
istruttori, coadiuvato da un Capitano dei
paracadutisti e da un Ufficiale medico, della
Marina, che di tutto si interessa fuorché di
medicina.
I Sottufficiali (una quindicina in tutto) sembrano
più o meno normali ma sono raggruppati in tre
distinti gruppi: il primo rimbecca e «cazzia»
violentemente i Superiori, il secondo li guarda
con sufficienza e ogni tanto gli

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spiega qualcosa, il terzo non si scompone
qualunque cosa accada lasciando cadere penna o
fucile allo scoccare esatto del fine orario. La corte
dei miracoli! Con questi elementi si dovrebbe
predisporre e pianificare e, Dio non voglia,
condurre, la resistenza contro l'invasore. Forse ho
sbagliato ufficio. Forse quello al quale sono stato
assegnato sta in un'altra palazzina. Un cauto
controllo toglie qualsiasi illusione. Nessuno
sbaglio. Le cose stanno proprio così. E allora?
Allora probabilmente sei tu che non hai capito
bene, forse è il caso di rivedere la tua gente e
approfondire un pò la conoscenza. E difatti dopo
poco fai tutta una serie di scoperte. Il disegnatore
è un ultra esperto in esplosivi. Il civile è uno dei
soci fondatori della Sezione nella quale lavora da
18 anni. Il Capitano di artiglieria (da montagna)
parla perfettamente inglese, francese, olandese e,
se ci si mette anche un pò di tedesco. Il
Colonnello di cartone è l'uomo al quale a suo
tempo è stato affidato l'incarico di controllare la
sicurezza e l'efficienza in Alto Adige di tutti i
distaccamenti e posti di vigilanza contro i
terroristi e bombaroli austriaci ed altoatesini.
Il Capitano dell'Aeronautica (promosso Ufficiale
sul campo) parla arabo e da Sottufficiale era stato
a scorrazzare nel deserto dietro le linee inglesi
dove era stato paracadutato. Il medico aveva
passato la sua vita a comandare gruppi di
Incursori di COMSUBIN. Occhio di vetro, dopo
la Russia, aveva fatto il partigiano nella Osoppo
e, siccome non gli era bastato, era rimasto nella,
ormai nota, Organizzazione Osoppo fino al suo
scioglimento, in pratica, fino al giorno in cui era
stata fondata l'Organizzazione S/B (Stay-Behind).
In altri termini, la situazione era l'esatto contrario
del motto «non è tutto oro quello che riluce». Là
dentro non riluceva niente, anzi, ma c'era la
stoffa. D'altra parte il predecessore aveva detto
«tutta gente in gamba ma non fargli scrivere un
appunto». Grosso sospiro di sollievo, anzi
grossissimo e guardi avanti.
Una delle frasi famose, per non dire un assioma,
esistente nelle Forze Armate è «La forma è
sostanza». Te lo hanno inculcato a Modena,
ribadito a Torino, confermato al reparto (per non
parlare di Civitavecchia) con una continuità tale
che ne sei rimasto quasi convinto al punto che
nella tua azione di comando, più di una volta hai
fatto tuo quel motto. Quante volte hai punito il
personale per «uniforme in disordine» e quante
volte hai rimandato in caserma soldati che per la
strada non salutavano correttamente.
è vero che provieni dalle truppe alpine, ma anche
tra le montagne «Si-gnorsi» era «Signorsi», tutti
ti salutavano militarmente perché eri il
Comandante, se entravi in un ufficio la gente si
alzava in piedi, l'Uniforme era uniforme.
Qui siamo al Servizio, alla «Centrale», dove tutti
sono ovviamente in borghese perché nessuno ti
deve individuare. Di gradi altrettanto ovviamente

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 non si parla come non si parla di cognomi. C'è
una serie di «Signor» (Franco, Enzo, Alvaro,
Ermanno ecc.) e questi sono Ufficiali, da Tenente
a Generale - e poi c'è una serie di Ugo, Paolo,
Sergio ecc... il che vuoi dire che sono
Sottufficiali. Fermo restando che il Signor Paolo
sei solo tu perché sei il Capo, gli omonimi sono
Paolone, Paoletto, Paolino e così via a
consumazione - Oppure si passa a Sergio 1,
Sergio 2, Sergio 3 partendo ovviamente dal primo
arrivato non certo dal più elevato in grado (il
grado? e cosa è il grado?).
Se entri in un ufficio, il meglio che ti può capitare
è di sentirti dire «buongiorno», il più delle volte ti
chiedono «serve qualcosa?», normalmente
continuano a fare quello che stavano facendo
senza degnarti di uno sguardo. A questo punto ti
fermi e tiri la prima conclusione. Sei al Servizio,
che è una cosa diversa da un battaglione o
reggimento. La sicurezza e la copertura sono un
interesse preminente e tutti si devono abituare a
comportamenti certi e sicuri. Non vorrai certo che
in un incontro al bar della stazione qualcuno se ne
esca dicendoti «Scusi Signor Colonnello...», certo
che no! E allora, bando alla forma, almeno in
Centrale e al Centro di Udine che vive affogato
nell'A.N.A. Ma al Centro Addestramento
Guastatori (CAG) di Alghero, sai che vivono tutti
in uniforme - senza gradi, perché nessuno deve
sapere esattamente con chi ha a che fare -
prescindendo dal solito «Signore» per Sandro,
Decimo e Antonio, e dai soliti ignoti Vincenzo,
Quirico, Alfonso ecc... Ti metti in uniforme
(diagonale con bottoni d'oro - alamari di Stato
Maggiore cuciti sul bavero - aquile d'oro e
d'argento sulla giacca) e vai ad Alghero per
conoscere de visu questo gruppo di guerrieri-
istruttori. «Tutti - Attenti!» Non c'è batter di
tacchi, ma effettivamente la situazione sembra
migliore - Sei davanti ad un (mini) schieramento
di personale in divisa (o quasi) anche se
difficilmente puoi dire in uniforme. Mentre dici le
solite cose («Sono onorato» ecc. ecc) abbassi lo
sguardo e ti rendi conto che mai e poi mai avresti
potuto sentire sbattere i tacchi. Un paio di
stivaletti da lancio si accoppiano a scarpe da
tennis, scarpe basse civili nere o marroni,
stivaletti al cromo (eufemismo militare per
designare goffe e brutte scarpacce nere) e roba
del genere. Alzi lo sguardo, speranzoso, ma non
troppo a questo punto. Maglioni a girocollo verdi
e kaki, camicie con e senza pettorina, pezzi di tuta
mimetica (o il sopra o il sotto), papaline, mefisto,
capellini strani (tipo distributori Agip)
completano il quadro. Ti senti un attimo demodé
e ti metti subito in maniche di camicia, non fosse
altro per non far pesare la tua diversità.
Approfondisci un attimo la conoscenza di questa
accolita di «sciagattati» e ti trovi di fronte ad una
cintura nera di Judo, un istruttore di esplosivi, un
subacqueo in ARO ed ARA, un istruttore di tiro
istintivo (senza mirare) e così via. Vai a vedere
come operano nei vari poligoni e ti accorgi che
tutti si muovono come ballerine in tutù sul
palcoscenico.
18
Chi deve saltare, salta come una libellula, chi
deve strisciare per terra non ha aggeggi che fanno
rumore, chi deve estrarre rapidamente la pistola
non ha tasche e bottoni che lo ritardano. Torni al
Circolo Ufficiali e mentre ti bevi un bicchiere di
vermentino guardi il solito quadro da Circolo che
rappresenta la Carica di Pastrengo. Da una parte
gli austriaci col Kepi e la giacca bianca, dall'altra
i Carabinieri col pennacchio. Scuoti sconsolato la
testa. Ma per la carica di Pastrengo.
A questo punto puoi ritornare a Roma con due
certezze: per quanto riguarda il personale, forma
zero - sostanza molta.
Almeno fino a quando non arriverà gente nuova.
E il tempo confermerà queste certezze iniziali.
Tutti i nuovi arrivati, per la maggior parte
cooptati dagli anziani, appena immessi nel nuovo
ambiente mettono in luce le loro reali capacità e
perdono di colpo la forma. Le pecore nere che si
adeguano alla non forma senza avere la sostanza
sono pochissime e ben presto emarginate dal
gruppo. Questa idilliaca situazione si è protratta
nel tempo sino agli anni 90 anche se purtroppo il
numero delle pecore nere è decisamente
aumentato dopo l'entrata in vigore della legge 801
(legge di riforma dei Servizi) quando il miraggio
dei quattrini e della stabilità del posto e la
dipendenza del Servizio dai politici (anziché dai
militari) hanno consentito l'ingresso a frotte di
personaggi a dir poco con scarse motivazioni
professionali.

19
3. GLADIO - I PROTAGONISTI (GLI
ESTERNI)
Sempre secondo la prassi, un Comandante, di
qualunque livello sia, dopo essersi reso conto
delle qualità e difetti del proprio staff e quindi dei
Quadri, passa a tastare il polso alla truppa. Da
Tenente e da Capitano avevo fatto servizio alla
Brigata Cadore, una Brigata composita, dove una
minoranza di Veneti ed una ancor più esigua
minoranza di altoatesini era completata dai
cosiddetti «appenninici» cioè da personale
residente nelle zone dell'appennino tosco-
emiliano.
Questo insieme comportava grossi problemi, per
diversità etnico-culturali e per distanza dai paesi
di origine nonché per motivi di sicurezza (né gli
altoatesini - era il periodo delle bombe ai
monumenti ed ai tralicci - né i «rossi», potevano
diventare Caporal Maggiore o Sergente.
(Altoatesini e comunisti erano i soldati più
corretti e disciplinati). Mantenere la disciplina e
creare un univoco spirito di corpo era un compito
non indifferente. Da Tenente Colonnello mi era
stato dato il comando del battaglione L'Aquila, un
battaglione fatto tutto di Abruzzesi dislocato a
Tarvisio, a 2 Km. dall'Austria ed a 3 Km. dalla
Jugoslavia. Anche qui c'erano problemi di
convivenza tra questa «enclave» di militari, già di
per se fastidiosi e per giunta «terroni», e una
popolazione locale «ferocemente» friulana con
una minoranza «crucca» per giunta.
Una truppa meravigliosa, abituata alla montagna
e alla fatica, alla quale potevi chiedere qualsiasi
cosa di giorno e di notte. La contropartita era che
dovevi accettare che tutti ti dessero del «TU», che
in cucina ci fosse sempre «a pummarola» e il
peperoncino e che non pretendessi né il saluto né
una uniforme perfetta. Se poi qualcuno rientrava
dalla licenza o dal permesso con poco più di 24
ore di ritardo e tu ti scordavi il codice e applicavi
altri tipi di sanzioni, l'intesa era perfetta. In altri
termini, non avevo mai avuto un comando molto
facile e questo mi sollevava lo spirito nel dover
affrontare il nuovo «esercito».

20
Iniziai il mio pellegrinaggio dal Nord-Est,
ovviamente, per poi proseguire verso ovest fino
alla frontiera con la Francia. Poi sono sceso verso
sud sino all'Appennino Tosco-Emiliano e poi in
Sardegna. Da Bologna in giù non c'era
praticamente nessuno. Il sistema era quello di
partecipare ad esercitazioni o addestramenti in
loco già previsti, o programmati ad hoc, per avere
la possibilità di stare più giorni in compagnia
degli «esterni», verificarne la preparazione e non
dare la sensazione di essere il solito Capo in visita
alle truppe. L'impressione che ne ricavai fu
entusiasmante, da Trieste alla Val Pellice, da
Bolzano a Modena, da Cagliari a Olbia. Ci si
incontrava verso l'ora di cena, per restare insieme
fino a notte inoltrata.
Al mattino, io dormivo per recuperare, loro
andavano a lavorare come tutti i giorni e questo
continuava per circa metà settimana. La massa
erano miei coetanei (42-45 anni), pochissimi
giovani (dai 30 ai 40) parecchi «vecchietti» (oltre
i 50). Ognuno raccontava un sacco di bugie in
famiglia, tra gli amici, al club e nell'ambiente di
lavoro - ma la sera dopo erano tutti lì. A fattor
comune c'era una italianità, un amor di Patria, un
disinteresse personale, una disponibilità, che avrei
voluto avessero molti dei miei passati dipendenti,
colleghi e superiori con le stellette. Lasciati a se
stessi per diverso tempo (era il periodo della Rosa
dei Venti - del processo di Catanzaro ecc.) erano
felici di essere di nuovo contattati, di non esser
stati dimenticati, di rendersi conto che non erano
stati presi in giro ma che il Paese poteva ancora
avere bisogno di loro. Un altro aspetto che mi
colpì era il rispetto assoluto della gerarchia.
C'erano a volte accese discussioni, ma quando il
Capo (Nucleo, Rete o Formazione che fosse)
pigliava una decisione ognuno faceva la propria
parte senza alcun commento. Ed a loro volta i
Capi non muovevano paglia se non su input della
Centrale. Non ho incontrato teste calde, né
guerriglieri preventivi, forse perché sono stato
particolarmente fortunato, non certo perché ero
cieco o sordo. Ho conosciuto e conosco
personalmente almeno 150 dei cosiddetti
«gladiatori» - il mio predecessore molti ma molti
di meno - il mio successore forse nessuno.
Quando rientravo a Roma da questi bagni di
entusiasmo cercavo di tirare le fila per vedere se e
cosa dovesse essere migliorato. Ma
contemporaneamente giravo l'Europa per vedere
cosa facevano i miei omologhi negli altri paesi
NATO.
In Francia c'erano Capi Rete donne, in Germania
reclutavano tutta la famiglia al completo, ad
esempio. In quasi nessun paese c'era il vincolo,
come da noi, di aver prestato servizio militare.
Tenendo conto di queste conoscenze e
ricordandomi delle esperienze della Resistenza
nel 43-45 decisi di allargare la base del
reclutamento, ovviamente dopo l'approvazione
delle SS.AA. E così entrarono la chirurga e la
parrucchiera, Io zoppo e il vecchio pensionato, le
mogli e alcuni figli. Già: alcuni figli, pochi per la
verità, forse pochissimi. Tutti o quasi, tolte poche
eccezioni (troppo apprensiva qualche

21
volta troppo chiacchierona) erano disposti a far
entrare nell'organizzazione la moglie.
Aumentavano le possibilità di copertura, c'era
meno bisogno di inventarsi bugie, almeno in
famiglia, in alcuni casi addirittura si risolvevano
problemi di gelosia (queste assenze da casa,
magari solo notturne). Le donne si sentivano più
partecipi alle attività del marito, ne guadagnava la
serenità familiare, era un vantaggio per
l'organizzazione. Oltretutto, ai corsi misti, si
creava la classica sana emulazione uomo-donna,
con risultati oltremodo positivi per maggior
impegno e serietà. Ma i figli continuavano a
restare fuori. Non era certo per proteggere la
famiglia, a questo punto. E allora? Se chiedevi a
qualcuno, col quale eri più in confidenza, il
perché, ti sentivi dire che il figlio era troppo
giovane, bisognava aspettare che si trovasse un
lavoro e vedere quale. E se poi si sposava? Chi
sarebbe stata la futura moglie? Da quale ambiente
proveniva?
Proteggevano l'organizzazione anche «contro» i
figli! Ci sono volumi e volumi di storia sulla
doppia italianità, dai Guelfi e Ghibellini, alla
guerra di Spagna, a Malga Porzus. In questo caso
non vi erano contrapposizioni, ma la,
indubbiamente meditata, coscienza che la difesa
del Paese era un valore che poteva e doveva
prevalere anche al di sopra degli affetti familiari.
Questi erano gli uomini con la «U» maiuscola che
costituivano la Gladio. Qualcuno gli aveva
insegnato qualcosa, se già non l'avevano dentro di
sé, e questo qualcosa era diventato la seconda, ma
vera, natura di ognuno. Il merito andava tutto ai
predecessori, ma sopratutto alla banda di
«sciagattati» della Centrale, specie i più vecchi.
Devo dire che ci sono voluti mesi per fare questo
giro d'Italia, vedere, ascoltare e valutare, ma alla
fine, rientrato a Roma ero in condizione di poter
tirare un sospiro di sollievo. Avevo un Esercito,
piccolo, forse poco addestrato, ma altamente
qualificato sul piano morale e spirituale, sul quale
avevo capito di poter contare senza timori o
ripensamenti. Anche questo passo era stato
felicemente superato e potevo dedicarmi con
tranquillità agli altri aspetti del problema. Per
onor di cronaca, e della verità, devo confessare di
essere un tipo diciamo «biposto» (in termini
aviatori, la mia grande passione). Da un lato sono
un freddo uomo d'armi, un gelido e calcolatore
ufficiale di Stato Maggiore capace di
programmare a tavolino con una bella freccia
azzurra un attacco decisivo contro il nemico e di
stimare con esattezza, tra le altre cose, quanti
morti o feriti rimarranno sul terreno, quante
ambulanze, ospedali da campo e drappelli
Onoranze ai Caduti sarebbero necessari a
sgombrare il campo. Dall'altro lato sono uno al
quale vengono i lacrimoni mentre assiste in TV
alla sfilata del 2 giugno (altri tempi) o quando
lascia l'ultimo incarico, specie se al comando di
uomini, sono uno che ha pianto senza ritegno
quando ha saputo che sarebbe diventato papa e
che ha avuto le nausee tutto il periodo della
gravidanza (della moglie ovviamente,

22
che peraltro stava come una pasqua). Dico questo
perché molte delle considerazioni che ho fatto in
precedenza possono sembrare dettate dal sedile
posteriore del «biposto». Dal sedile anteriore per
contro avevo calcolato che allo scoppio delle
ostilità il 50% delle F.A.L. (Forze Armate di
Liberazione), come le avevo chiamate, sarebbe
scomparso. Il 20% - 25% rimasto sotto le bombe
e le cannonate delle due parti, il rimanente 25 -
30% perché, improvvisamente rinsavito, avrebbe
fatto prevalere, e seguito, gli affetti familiari e
l'istinto di sopravvivenza. Questa valutazione
avrà un effetto negli anni successivi nel campo
dell'addestramento ed in particolare in quello del
reclutamento, portando alla (teorica) lievitazione
dei numeri che tanto hanno fatto discutere alcuni
dei più eminenti membri della famosa
Commissione Stragi.

23
4. GLADIO - LA PIANIFICAZIONE
OPERATIVA
Dopo aver conosciuto il personale, che viene
prima di tutto perché il lato umano, qualunque sia
la professione che si fa, dovrebbe prevalere sugli
altri aspetti del lavoro, si passa di norma ad
approfondire gli altri aspetti, diciamo così, più
tecnici.
Il più importante è il compito, che peraltro per un
militare non è una novità. è dall'Accademia che
sai come è fatto e come opera un battaglione o
una divisione. C'è solo da approfondire quale è lo
specifico e particolare compito della tua unità in
tempo di guerra. Per il tempo di pace di norma
tutto è pressoché routinario: addestramento,
esercitazioni, vigilanza di depositi e caserme ecc.
Nulla di sconosciuto.
Qui però bisognava approfondire un pò. Compito
nuovo, reparto non accasermato e sparpagliato in
mezza Italia, truppa part-time. Da Modena in poi
ti viene insegnato e ribadito sino all'ossessione
che quando ti viene assegnato un compito devi
sistematizzare tutti i dati disponibili per
rispondere alle cinque fatidiche domande: «Chi -
Cosa - Come - Dove - Quando - Perché». L'altra
cosa che sempre da Modena in poi, impari subito,
anche se nessuno te la insegna, è la ricerca e
consultazione del «foraggio». Dicesi «foraggio»,
recita la tradizione orale, l'insieme delle carte,
appunti ecc. redatti su specifici argomenti dai
predecessori e gelosamente custoditi, di norma
dagli estensori, se ti va bene in archivio. La
consultazione del foraggio è uno degli imperativi
categorici per diversi motivi: prima di tutto ti
consente di non fare l'inventore dell'acqua calda,
in secondo luogo ti fornisce elementi concreti per
poter criticare quanto è stato fatto prima, da
ultimo (ed è il vero scopo del foraggio) ti
consente di rispondere ai tuoi Superiori in quattro
e quattro otto cambiando soltanto tre aggettivi e
togliendo due virgole. Se hai un pò più di tempo e
sei smaliziato puoi anche tentare di invertire
l'ordine dei paragrafi e sottoparagrafi e far
passare il tutto come novità.
A questo punto:

24
«Chi» era chiaro: la Centrale e gli esterni;
«Cosa» te lo avevano detto: predisporre la
Resistenza fin dal tempo di pace e condurla in
tempo di guerra;
«Come» era piuttosto nebuloso;
«Dove» era evidentemente il territorio occupato,
ma forse andava sviscerato un pò più in
profondità;
«Quando» era evidentemente durante una
eventuale occupazione ma una scaletta di tempi
particolareggiata sembrava opportuna;
«Perché» non sollevava dubbi: liberare i territori
occupati.
La consultazione del foraggio è indispensabile
per chiarire i dubbi e conoscere quanto già
stabilito nel passato e per poter proseguire nel
lavoro. La richiesta ovvia è «Vorrei vedere la
pianificazione operativa in vigore». Mi sembra di
notare un attimo di sbandamento, ma forse è solo
una impressione, e poi il «Factotum» arriva
trionfante con due contenitori, anzi due cartelline,
piuttosto striminzite, dentro alle quali si
intravedono delle carte geografiche. L'ultima
circolare dello SME sull'impiego del battaglione
prevedeva, anzi imponeva, l'ordine di operazioni
in forma grafica anziché nella normale forma
descrittiva. Si dovevano riportare su una carta
topografica con simboli e segni convenzionali
tutti gli elementi necessari per portare a termine il
compito assegnato, senza dover scrivere a
macchina il solito romanzo. Era un sistema
moderno, molto rapido, che consentiva di avere
una visione immediata ed unitaria della situazione
di partenza e dei prevedibili sviluppi dell'azione.
Mi ricordavo che il sistema era ritenuto valido
sino a livello di complessi minori (plotoni,
compagnie), ma il Servizio era un organismo così
elevato e particolare che sicuramente era stato
trovato il modo di adattarlo anche a problemi a
scala nazionale. Aprii con ansia la prima
cartellina e mi trovai davanti cinque riproduzioni
dell'Italia in scala 1 a qualche milione - più o
meno 4 ML (un normale foglio per macchina da
scrivere). Quattro riportavano la dislocazione, in
atto e prevista, dei Nuclei specializzati
(Informazione e Propaganda. Guerriglia.
Sabotaggio. Evasione ed Esfiltrazione) una quella
delle zone di guerriglia dove dovevano operare le
UPI (Unità di Pronto Impiego).
Ogni Nucleo era indicato con un cerchio colorato
delle dimensioni più meno di una moneta da 100
lire (quelle attuali, formato risparmio) cosicché,
ad esempio il Nucleo IP di Milano copriva quasi
tutta la Lombardia, data la scala della carta. Al di
sotto dell'Emilia-Romagna era più o meno quasi
tutto bianco. Le zone di competenza delle cinque
UPI erano a tratteggio. Ogni zona corrispondeva
più o meno ad una provincia comprendente
quindi città, zone di montagna, zone di pianura e,
se ci fosse stato, probabilmente anche di deserto.
Avevo imparato quasi tutto sulle forme di
controllo di territori occupati, quello che avevano
fatto i tedeschi ed i russi durante la 2a guerra

25
mondiale, cosa era successo in Vietnam ed in
Cambogia. Mi erano rimaste impresse le
restrizioni dei movimenti, le difficoltà dei
collegamenti, le requisizioni dei mezzi di
trasporto ecc... Come si faceva ad esfiltrare da
Trieste alla frontiera francese un VIP con quattro
bollini verdi messi a Trieste, Verona, Milano e
Torino? è vero che mi aspettavo la sintesi, ma
quello che avevo visto mi sembrava un pò
eccessivo!
A questo punto, poco speranzoso invero, passai
alla seconda cartellina che conteneva altre carte
ma ad una scala un pò inferiore, solo uno a due
milioni e mezzo. Una riportava le linee
ferroviarie, sul tipo delle carte che le Ferrovie
dello Stato appiccicano nell'ingresso di ogni
vagone.
La seconda riguardava le linee elettriche, tipo le
brochure dell'ENEL, la terza la produzione
industriale, più o meno fotocopia di una pagina
dell'Atlante del Touring (quella dove ci sono i
disegnini con le ciminiere, gli alambicchi ed i
martelli incrociati).
Le ultime due riportavano le zone ritenute idonee
agli aviolanci ed agli sbarchi dal mare ma a
livello dell'intera flotta Sovietica del
Mediterraneo non per un gommone
«clandestino». Tutta roba che forse poteva servire
a qualche Alto Ufficiale di Stato Maggiore per
fare un briefing a qualche Ministro, magari anche
un pò distratto (il che peraltro non sarebbe stata
una novità). A questo punto ho realizzato che era
forse più opportuno passare dal generale al
particolare. Vorrei vedere i dossier relativi alle
zone di aviolancio e di atterraggio... Non
esistono. I dossier delle zone di sbarco... Non
esistono. Quelli relativi agli obiettivi della
guerriglia e del sabotaggio? N.N. Quelli delle
cosiddette zone di sopravvivenza e dei punti di
contatto tra una rete e l'altra per poter esfiltrare
qualcuno? altro N.N.
A questo punto tutta la «parrocchia» (era il
soprannome che avevo dato alla Sezione) entrò in
fibrillazione. Che diavolo voleva questo nuovo
Capo? Piani di operazione documenti - carte. Non
gli andava bene niente. E sopratutto non trovava
niente. Timidamente si fece avanti il
«Disegnatore» e mi lasciò da esaminare il dossier
relativo ai punti di passaggio alla frontiera con la
Francia che aveva avuto incarico di compilare
personalmente.
C'era tutto: itinerari, dove trovare l'acqua, dove ci
si poteva riparare e riposare, quanto tempo
occorreva per arrivare al confine dal punto «X»
se il cliente era un cervellone ma fisicamente
bolso, e quanto ce ne voleva invece se era un
atleta (magari senza cervello). Cosa cambiava di
notte rispetto al giorno o d'estate rispetto
all'inverno, con la neve o con la pioggia. Un
lavoro da certosino o meglio da «Perfezionista»,
che sicuramente aveva comportato un notevole
sforzo fisico, molta attenzione, molto tempo,
molto cervello. 
Non mi sono mai ritenuto né un Einstein a livello
intellettuale né un Napoleone quale militare, ma
almeno nella media sì. C'era qualcosa che non
riuscivo assolutamente a capire e cioè come
potessero coesistere una pianifica-

26
zione ancorché particolare, di una precisione
ultrapignolesca con un'assenza totale di
pianificazione generale. Non ho passato notti
insonni a macerarmi sul problema, ma comunque
mi ci è voluto un pò di tempo, non dico per
capire, ma quantomeno per darmi una risposta.
L'Organizzazione era stata istituita con uno scopo
ben preciso (la Resistenza ecc... ecc...). Il primo
obiettivo, o traguardo, era quello di reclutare il
personale e addestrarlo. Quello che avrebbe
dovuto fare si sarebbe visto poi. In altri termini
per circa vent'anni si era pensato solo al
reclutamento e all'addestramento anche perché
non erano attività facili. Per reclutare una persona
occorrevano mediamente 2-3 anni. Per portarla ad
un discreto livello di addestramento ne
occorrevano più o meno altrettanti. D'altra parte
la dottrina (militare) e la capacità delle forze
NATO negli anni cinquanta nonché gli
avvenimenti dell'epoca (Ungheria-
Cecoslovacchia ecc.) confermavano che una
eventuale occupazione sarebbe durata anni, prima
che fosse possibile tentare la riconquista delle
aree occupate. Ancora negli anni '70 gli inglesi
escludevano una occupazione del loro territorio,
sulla base di quanto successo durante l'ultima
guerra mondiale. In altri termini la pianificazione
operativa non esisteva perché non c'era urgenza
(poteva essere fatta con tutta tranquillità dopo
l'occupazione) non c'era abbastanza personale (i
quattro gatti esistenti erano impegnati
nell'addestramento), non c'era tempo. Chi mi
aveva preceduto non aveva neanche tentato di
abbozzare qualcosa, sapendo a priori di essere a
termine (e quindi di non poter sicuramente
portare a termine l'opera) e di non disporre di
personale con una pregressa esperienza nel
campo. Rinunciare a combattere contro i mulini a
vento non è una colpa.
Io sono uno che spesso ci ha provato e che
qualche volta ha anche avuto la fortuna di
vincere, magari solo per poco tempo perché poi,
purtroppo, le pale degli intriganti, dei venditori di
fumo, degli opportunisti, degli incompetenti e
simile genia, ritrovavano il giusto refolo di vento
per ricominciare a girare. I miei diciassette anni
passati al Servizio sono pieni di battaglie di
questo tipo. D'altra parte avevo scelto la carriera
militare per passione, con la convinzione che io
ed il mio reparto dovessimo essere sempre pronti
ad entrare in azione a difesa del Paese (perché
questo è il compito delle Forze Armate)
prescindendo dalle elucubrazioni di quei politici o
politicastri che, di norma a posteriori, blaterano
sul fatto che non ve ne era alcun bisogno. La
riprova pratica l'avevo avuta due mesi prima di
essere trasferito a Roma, quando gli Jugoslavi
avevano spostato truppe e cannoni verso l'Italia e
scavavano trincee a 50 metri dal confine nelle
zone di Ratece e del Predi!, lavori la cui
progressione ogni mattina andavo personalmente
a controllare appoggiandomi alle casermette di
confine dei Carabinieri e della Guardia di
Finanza. Decisi perciò che era il caso di
cominciare a fare quello che

27
fino ad allora non era stato fatto. Era un lavoro
che non potevo non fare da solo, visto che non
c'erano altri ufficiali con esperienze di Stato
Maggiore, ma mi scelsi quale aiutante il
«Perfezionista» (ex Disegnatore) visto quello che
aveva fatto. Il lavoro era enorme non solo per la
mancanza del «foraggio» ma anche perché non
essendovi alcun precedente in materia bisognava
prima studiare e pensare a cosa fare e poi come
farlo.
Per dare un'idea della complessità della cosa mi
limiterò a citare quale esempio come sono state
individuate le zone ritenute idonee alla guerriglia.
Sulla carta 1:500.000, dopo un attento studio, si
tracciava un ovulo che delimitava un'area che dal
punto di vista geomorfologico veniva giudicata
idonea (zona di montagna - alta collina - scarsa
viabilità ecc). Poi si esaminava la possibilità di
copertura (vegetazione ad alto fusto e non
caduca) il cerchio si deformava e si riduceva. Poi
toccava agli insediamenti urbani - al limite solo
quelli piccoli potevano restare e il cerchio
diventava un ovulo bitorzoluto. Poi si passava
alla densità della popolazione (ultimo censimento
per Comune) - solo quella bassa andava bene e
l'ovulo si riduceva ancora.
Era la volta dell'orientamento politico, sulla base
degli ultimi risultati elettorali, sempre a livello
Comune. Le zone a prevalenza o comunque con
una forte presenza di rossi e di neri andavano
scartati. Sui primi, potrei limitarmi a dire che non
c'erano dubbi.
Durante e dopo la seconda guerra mondiale,
ovunque era intervenuta l'Armata Rossa, dai
Baltici alla Germania, dalla Polonia alla
Cecoslovacchia, dall'Ungheria alla Korea, dal
Vietnam alla Cambogia, il P.C. e affiliati erano
stati dalla parte degli invasori, anche se a volte
chiamati liberatori. E la NATO era ancora la
bestia nera dei nostri parlamentari di sinistra (le
dichiarazioni di accettazione della NATO di
Berlinguer in Parlamento sono del 1977).
L'esclusione dei secondi era altrettanto ovvia, e
ciò prescindendo dal mio vissuto personale.
Gente che faceva politica in modo eclatante, a
volte con l'uso della forza (Sezze e Saccucci sono
del maggio 76) con manifestazioni di piazza
alquanto accese. Poteva essere gente da inserire
nella clandestinità e nell'anonimato? E
prescindendo da questa valutazione, era possibile
obiettivamente pensare che non fossero tutti, o
quasi, schedati dalla controparte? A che prò
inserire gente sicuramente bruciata in partenza
che sarebbe sparita alla prima tornata di
epurazioni e che sicuramente sarebbe stata
costretta a fare i nomi degli altri? Dopo altre
considerazioni di carattere pratico e tecnico
militare, nonché storico (cosa era successo in
quella zona nel '43-'45? e in altre occasioni
precedenti?) l'ovulo bitorzoluto, oltremodo
ridotto rispetto alle origini, è stato riportato sulla
carta. Ed abbiamo constatato, io ed il
«Perfezionista», che in alcune zone idonee non
c'era, né era previsto, nessuno, e che in aree che
non si prestavano (ad esempio Trieste) era
esistente una UPI (Stella Marina).
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Per raggiungere questo risultato abbiamo
impiegato mesi, dato che avevamo anche qualche
altra cosa da fare, e solo allora abbiamo iniziato
la vera pianificazione operativa il cui primo
documento, Direttive di Base, vedrà la luce in
veste completa solo nel 76. Proprio nel redigere
questo documento scoprii che esisteva un
binomio quasi tabù, costituito dalle parole
«Elemento Attivatore».
In altri termini «Quando» l'Organizzazione
doveva entrare in azione? Prima o dopo
l'occupazione? E quanto prima o dopo? E chi
glielo ordinava? E....altre mille domande. A detta
di «Factotum» è un problema importante,
fondamentale, che nessuno dei Capi e dei miei
predecessori è riuscito a risolvere. In effetti la
soluzione del problema non era semplice.
Diamo l'ordine di attivazione ad occupazione
avvenuta (e quanto tempo dopo?), rischiando che
il caso, i delatori, le indagini delle Forze di
sicurezza dell'occupante eliminino uno ad uno, in
silenzio, gli appartenenti all'organizzazione
restando così «in braghe di tela«?
Diamo il via immediatamente prima dello
scoppio delle ostilità, creando un buon numero di
disertori ricercati dalla nostra Polizia Militare e
rischiando di passare per una banda armata
insurrezionale? Quando le Autorità Militari e
soprattutto quelle politiche (conoscendo specie di
queste ultime, il decisionismo ed ì tempi di
reazione) avrebbero dato il via all'operazione?
Erano domande la cui risposta non era semplice.
Ad aiutarmi intervennero i ricordi d'infanzia.
Durante la seconda guerra mondiale gli ufficiali
del Corpo di Stato Maggiore, portavano l'aquila
sul berretto. E questo secondo lo zio bersagliere,
era dannoso perché il rostro dell'aquila gli
beccava il cervello.
Non avendo corso questo pericolo, perché, sia
oggi che ai miei tempi, l'aquiletta d'oro viene
portata sul petto, decisi di pensare con la mia
testa e trovai una soluzione che mi sembrò
lapalissiana, oltreché rispondente ai canoni dello
Stato Maggiore.
L'elemento attivatore era l'invasione (neanche lo
scoppio delle ostilità). Dopo 24 ore di
occupazione l'organizzazione si attivava...
accendendo la radio e aspettando gli ordini.
Soluzione più chiara e meno pericolosa di questa
mi sembrava difficile si potesse escogitare. Ebbi
il plauso ed il rispetto del «Vecchio» che fino ad
allora mi aveva giudicato, forse in gamba,
sicuramente rompiballe.
Stabiliti, una volta per tutte, questi due punti
fermi si poteva portare avanti una pianificazione
degna di tale nome e così facemmo. Scoprii poi,
col tempo, che tra le carte delle varie
esercitazioni, fatte in passato, che il «Vecchio»
conservava gelosamente nella sua cassaforte,
c'erano le schede ed i dossier delle zone di lancio,
di atterraggio, di sbarco, degli obiettivi e delle
zone di contatto utilizzati nelle esercitazioni
stesse. Glieli feci rubare e

29
li feci assemblare per materia e queste raccolte
costituirono la seconda base per lo sviluppo della
pianificazione operativa e le attività connesse
(ricognizioni, controllo, documentazione
fotografica ecc.)
30

31
5. GLADIO - L'ADDESTRAMENTO
Al mio arrivo l'addestramento era l'attività
primaria della Sezione, il fiore all'occhiello che
impegnava tutto e tutti. D'altra parte era la sola
cosa visibile e che poteva essere mostrata ai
Superiori ed ai colleghi dei Servizi degli altri
Paesi.
Dominus incontrastato era il «Factotum» che
aveva retto il settore dall'inizio, dopo il corso
iniziale negli USA, e che quindi, per principio
(suo) e per fede (degli altri) era quello che sapeva
tutto. Anche qui è valida la distinzione tra
«Centrale» ed «esterni».
Come ho già avuto occasione di dire, il Quadro
Permanente era tutto costituito da specialisti,
altamente qualificati dal punto di vista tecnico.
Ma, dopo essermi reso conto del buio assoluto
esistente nella pianificazione operativa,
cominciavo ad avere dei dubbi sul livello di
preparazione generale, non dico strategico ma,
quantomeno tattico ad ampio respiro. Pochissimi
avevano comandato Reparti seri (operativamente
parlando) molti stavano nel Servizio da anni,
nessuno aveva comandato unità a livello di
battaglione o superiore, tolti quelli che avevano
comandato il CAG in precedenza che, nonostante,
i soli suoi 40-50 uomini, valeva come comando di
battaglione. D'altra parte la decisa
compartimentazione all'interno del Servizio, gli
scar-sissimi contatti con le Forze Armate,
oltretutto limitati ai bassi livelli, la stessa
differenza di mentalità tra militari ed appartenenti
ai Servizi, rendeva difficile, non dico
l'interscambio di idee, ma l'aggiornamento delle
stesse.
Agli addetti ai lavori sembrava ininfluente, per lo
svolgimento del loro compito specifico e
particolare, il passaggio dalla «difesa arretrata»
alla «difesa avanzata» o dalla dottrina della
«risposta massiccia» a quella della «risposta
flessibile» elaborata negli anni in ambito NATO.
Nel campo della guerra non ortodossa e
dell'attività clandestina il livello era invece
decisamente molto elevato ma le «sinossi»
addestrative, oltreché ad essere considerate alla
stessa stregua del Vangelo, erano datate come il
Vangelo. Redatte tra la fine degli anni '50 e
l'inizio degli anni '60 non erano più state
modificate.

32
Era forse il caso, se non di decidere
aprioristicamente per un lifting, di esaminare
l'eventualità di una cura di ringiovanimento. Non
volendo pontificare sull'evoluzione della strategia
e non potendolo fare sugli argomenti specifici
delle operazioni clandestine, dato che ero l'ultimo
arrivato, optai per il sistema del seminario. Una
volta al mese, riunivo per una intera settimana di
clausura al CAG di Alghero tutto il personale
della Centrale e gli istruttori. Orario di lavoro:
dalle 08.00 alle 20.00 e se non bastava si
proseguiva sino alle 24.00 (i pasti ovviamente
erano sacri).
Ogni seminario, basato sul canovaccio di una
esercitazione già svolta o impostata per
l'occasione, esaminava un tema specifico. Ad
esempio «In una città operavano le previste Reti
IP-G-S-EE. Era possibile o auspicabile un
collegamento fra di loro? (vietato dal Vangelo).
Poteva esserci un coordinatore locale che
diventasse l'unico referente nei confronti della
Centrale ? (sempre NO diceva il Vangelo). Il pool
di seminaristi veniva ripartito in gruppi ed ogni
gruppo doveva elaborare una soluzione (pratica) e
sostenerla di fronte agli altri. Si discuteva, spesso
anche animatamente, perché ognuno era convinto
della bontà delle proprie idee e non gli andava a
genio che il Capo finisse poi per sposare l'idea di
un altro.
Io stavo a sentire, facevo il moderatore, prendevo
nota e riassumevo giorno per giorno le
conclusioni dei vari passaggi e traguardi
raggiunti.
Il sistema è stato decisamente positivo perché alla
fine della settimana, o io rientravo a Roma
convinto che il Vangelo era tale, oppure erano gli
altri ad uscirne quantomeno col dubbio che era il
caso di ristudiare a fondo il problema. Con questo
sistema sono state rifatte o aggiornate quasi tutte
le sinossi, rivisto il sistema addestrativo,
modificata nel tempo la pianificazione operativa,
in particolare la cosiddetta pianificazione
complementare cioè i piani particolareggiati dei
collegamenti, logistico ecc... Detto così sembra
abbastanza semplice ma nella realtà è costato
molto tempo e fatica ed una notevole opera di
persuasione per convincere gli «evangelisti» che,
se anche la Chiesa nel corso di duemila anni
qualcosina aveva cambiato, non era uno
stravolgimento della fede modificare sinossi o
rivedere durate e forma dei corsi. II secondo
scossone alla formazione del personale della
centrale fu de terminato dalla, finalmente redatta,
pianificazione operativa. Avendo final mente
chiarito cosa si doveva fare e come, si evidenziò
la necessità di aumentare i quadri, in particolare
gli ufficiali, che passarono dagli iniziali 10-11 a
oltre una ventina.
Uno dei punti fermi della mia personale (così mi
è sembrato a volte) filosofia del comando è che si
ordina e sopratutto si insegna, quello che si sa
fare e si è già fatto. Armiamoci e partite non ha
mai fatto parte del mio baga-

33
glio culturale. Non era pensabile che degli
istruttori si leggessero e si imparassero a memoria
le sinossi e poi andassero a pontificare in aula,
sistema purtroppo spesso adottato in diverse
Scuole (non parlo ovviamente di quelle pubbliche
o private). Appena arrivati, i nuovi venivano
spediti al CAG per frequentare per una settimana
intensiva il corso basico che gli esterni era
previsto facessero in quindici giorni. Tutto era
uguale, se non accentuato, dal sistema di trasporto
con l'aereo ed il pulmino oscurato agli orari,
dall'isolamento assoluto alla non fraternizzazione
con gli istruttori e così via.
Non era soltanto importante imparare quello che
poi si sarebbe dovuto insegnare ma anche tentare
di rivivere le condizioni psicologiche nelle quali
si sarebbero trovati i futuri allievi.
Per un anno intero i nuovi avevano il divieto
assoluto di contattare gli esterni e per contro
frequentavano tutti i corsi di qualificazione e di
specializzazione I-S-G-E che durante l'anno
venivano svolti. Solo a questo punto potevano
apparire in pubblico affiancandosi ai vecchi come
aiuto istruttori. Questo sistema di formazione del
personale ha dimostrato, nel tempo, la sua piena
validità non solo perché consentiva a tutti di
avere una preparazione consolidata e non
abborracciata ma anche perché consentiva a
ciascuno di individuare le materie o discipline che
gli erano più congeniali e quelle per le quali era
pressoché negato e quindi di utilizzare gli
istruttori a ragion veduta. E il tempo, giudice
quasi infallibile, metteva in luce anche i negativi,
gli incapaci, che con calma e discrezione
dovevano essere dirottati ad altri incarichi. A Dio
piacendo i casi sono stati molto limitati. Ma la
pianificazione operativa aveva portato anche altre
conseguenze, prima fra tutte la revisione dei
compiti delle Reti.
Le attività di sabotaggio ed in particolare quelle
di guerriglia erano passate a priorità 3 e si era
previsto di affidarle sempre più a personale della
Centrale che avrebbe dovuto infiltrarsi al
momento opportuno nei territori occupati sia per
svolgere direttamente le azioni sia per costituire
nuclei di reclutamento e di addestramento di
gruppi ed unità di guerriglia da organizzare alle
spalle del nemico. Era imperativo che il personale
avesse e mantenesse una buona forma fisica ed
una altrettanto buona conoscenza della vita in
montagna, zona ideale per le attività di guerriglia.
Di conseguenza, corsi roccia e corsi sci, non del
tipo delle scuole di sci Cortinesi o di Corvara, ma
sulla falsariga dei corsi per le truppe alpine, in
neve fresca, fuori pista ecc. dove ci si diverte
poco e si suda molto. Per completare il quadro
esercitazioni di sopravvivenza. Il solito pool di
istruttori si concentrava ad Alghero.
All'alba del giorno «X», suddivisi in gruppi di 3-4
persone venivano imbarcati su macchine e
pulmini e scaricati in punti diversi ad una
sessantina di chilometri dal CAG dove si
dovevano ripresentare dopo tre giorni. Zaino
ridotto al minimo e una sola razione viveri da
combattimento per i tre giorni;

34
se non bastava si dovevano arrangiare.
Ovviamente la zona prescelta non era facile, non
da gita turistica, e per ravvivare l'ambiente
durante tutta la giornata aerei leggeri ed elicotteri
del nemico (io e i più anziani) volteggiavano su e
giù cercando di individuarli, il che rendeva
ancora più faticosa la passeggiata. Chi veniva
beccato era squalificato, senza contare le
sghignazzate dei colleghi al rientro.
Piedi piagati, scatti di nervi e lacrime di rabbia
non erano inusuali. Un altro simpatico
addestramento era quello alla navigazione in
gommone con la sola bussola ed ovviamente di
notte, uno dei normali sistemi di infiltrazione.
Lasciare il cosiddetto sorgitore, barca,
peschereccio o sommergibile che fosse, per
raggiungere un punto preciso della costa non è
una cosa tragica se si è fatto un buon studio
preventivo e si sanno riconoscere i previsti diversi
punti di riferimento.
Ma fare dietrofront e trovare il sorgitore che ti
aspetta al largo a luci spente, in un punto
prefissato, diverso da quello in cui ti ha mollato
non è proprio una uscita in pedalò. Se poi c'è un
pò di mare il divertimento è assicurato.
Ne sa qualcosa uno degli ultimi capi istruttori
spazzato in acqua da un'ondata alle Bocche di
Bonifacio, mentre il 20 cavalli andava a pieno
regime. Ritrovarlo e ripescarlo ha dato un pò di
batticuore al suo compagno e al secondo
gommone (e probabilmente anche a lui).
L'esercitazione finale, perché bisogna sempre
provare e controllare quello che si è imparato,
consisteva nel salpare dall'Isola d'Elba e
raggiungere la Corsica portando un cartone di
buon vino da regalare al Comitato di ricezione
francese che gentilmente si prestava a fare i
segnali luminosi a terra. Un brindisi, au revoir, e
dietrofront per essere di nuovo all'Elba prima
dell'alba. Per i paracadutisti si trattava di passare
dal liceo all'Università, tenendo conto che un
buon radar che ha pizzicato un aereo e lo segue,
individua anche il momento del lancio specie di
un gruppetto di 3-4 uomini. Le tecniche per
infiltrarsi sono due. Ci si lancia da aita quota,
magari con la maschera ad ossigeno, e si apre
solo a quota di sicurezza. Venendo giù come una
palla di cannone non si offre bersaglio al radar . Il
secondo sistema è quello di lanciarsi ad altissima
quota ed aprire subito. Poi si utilizza il
paracadute, quelli che sembrano spicchi di frutta
colorata, come se fosse una vela camminando per
chilometri e chilometri. Con un lancio da 10,000
metri si può fare una camminata di oltre 30 km.
(di più se il vento aiuta)il che significa arrivare
alle spalle del nemico mentre l'aereo vola dalla
parte dei nostri. Anche i piloti non avevano vita
facile. Dovevano imparare a volare a bassa quota
per sfuggire ai radar e tenere un bestione come il
G 222 a 50 piedi sopra il mare, il che vuoi dire
più o meno 15 metri, per 100 o 200 miglia non è
proprio un giochetto. Ma la cosa più importante è
che dovevano volare di

35
notte, senza l'ausilio della radio e delle
radioassistenze (in guerra non ci sono) basandosi
solo sulla bussola e sul cronometro. E arrivare
sull'obiettivo al secondo, con un lasco di tempo,
per un eventuale secondo tentativo, contenuto in
3 (tre) minuti.
Per realizzare tutto questo occorre tempo,
pazienza, nervi d'acciaio, una dedizione al dovere
ed una convinta comprensione e
compartecipazione al lavoro di tutta
l'organizzazione che sicuramente non tutti
possono avere. Nessuno all'interno del resto del
Servizio si è mai reso conto di quanta fatica,
quanto impegno e quanto stress ha comportato
tutto questo e nessuno, e questo è il lato peggiore,
ha mai dato nel tempo, il minimo riconoscimento
a questa gente. Ed è il caso di sottolineare che il
superparacadutista da 10,000 metri non prendeva
una lira in più del suo parigrado addetto
all'Ufficio del Personale o alla Posta. Ma quello
che è ancora più desolante è il comportamento di
quanti hanno teso a disperdere al vento questo
patrimonio di esperienze, di capacità, di lavoro di
equipe, di professionalità, per cercare di non
essere direttamente coinvolti nel cosiddetto affare
Gladio. E questo senza tener conto che anche
domattina il Paese potrebbe ancora aver bisogno
di gente altamente specializzata e motivata.
La professionalità può essere mantenuta,
rinverdita, addirittura perfezionata, la
motivazione e l'entusiasmo possono essere
indirizzati verso altri scopi, ma non possono
certamente essere ricreati in persone che li hanno
persi perché sono state emarginate e ghettizzate
quasi fossero affette da AIDS. E questi spiacevoli
comportamenti, oltretutto, entreranno a far parte
della formazione basica dei nuovi arrivati che
cercheranno a tutti i costi la proverbiale scrivania.
L'altra faccia della medaglia riguarda
l'addestramento degli esterni (per noi) ovvero i
gladiatori (per il volgo).
Tenuto conto della forma di reclutamento, dagli
anni '50 sino alla fine del '74, l'addestramento
veniva svolto con corsi della durata di 15 giorni,
il primo considerato basico e quindi
interdisciplinare, i successivi di specializzazione
nelle diverse branche. Erano più o meno 3-4
all'anno e perlopiù concentrati nel periodo estivo,
conseguenza del fatto che avvenivano per
richiamo ufficiale ed i richiami normalmente
sono contingentati come numero ed avvengono
sempre in un ben determinato periodo. Strana
«banda armata» questa, costituita con cartolina
precetto! Le cose che mi colpirono subito furono
tre. Quale Ufficiale degli Alpini e tenuto conto
che all'epoca la massa degli esterni erano ex
alpini mi rendevo conto delle chiacchiere che nei
vari paesi si sarebbero fatte all'arrivo della
cartolina di richiamo per addestramento a Roma.
Fosse stato Aosta o Torino o l'Aquila passi, ma
Roma! [n secondo luogo mi era stato spiegato alla
nausea che dovevamo restare coperti, clandestini
ecc. Mi sembrava che la prassi in atto lasciasse
36
tracce dappertutto. Lettera del Servizio allo SME
con l'elenco nominativo di quelli da richiamare
durante tutto l'anno; lettera ed elenchi dello SME
ai Comiliter, da questi ai Distretti e poi alle
caserme dei Carabinieri o ai Messi Comunali fino
all'arrivo agli interessati. Parenti, amici e paesani
ovviamente al corrente più i datori di lavoro ai
quali l'interessato doveva far vedere (e
probabilmente dare copia) la cartolina per
giustificare l'assenza e non perdere posto e
stipendio. Forse era un po' troppo.
La goccia che fece traboccare il vaso fu un
Colonnello di un Distretto, piuttosto ficcanaso,
che voleva sapere dai «richiamati», al rientro
dove erano stati, cosa avevano fatto, in quale
reparto ecc. Il primo provvedimento fu quello di
intervenire per far trasferire immediatamente il
ficcanaso. Ma questo non risolveva il problema
alla base. Il punto essenziale era quello di
eliminare le tracce che la prassi burocratica
imponeva e non vi era altra soluzione che
rinunciare ai richiami e affidarsi alla buona
volontà e disponibilità degli affiliati.
Il vantaggio della «convocazione diretta» era
quello di poter estendere reclutamento ed
addestramento anche a chi non aveva fatto il
servizio militare, e per certi incarichi non c'era
nessun bisogno di guerrieri, anzi. E questo
allargamento del reclutamento risolveva un altro
degli annosi problemi sempre dibattuti e mai
risolti.
Allo scoppio di un conflitto ci sarebbe stata la
mobilitazione. Gran parte degli esterni sarebbe
stata richiamata per cui l'organizzazione si
sarebbe trovata decimata in partenza e costituita
esclusivamente da vecchi o da non idonei al
servizio militare e quindi non addestrati perché
mai richiamati. A questi vantaggi si
contrapponeva lo svantaggio della difficoltà da
parte degli esterni di giustificare, in famiglia e sul
lavoro, un'assenza specie se della durata di 15
giorni.
Per risolvere il problema ci siamo mossi
contemporaneamente su due strade. Innanzitutto è
stato rivisto tutto il sistema addestrativo
riprogrammando tutti i corsi in tre settimane,
anziché in due, ma non consecutive. Il personale
arrivava a Roma la domenica sera e la mattina del
lunedì veniva trasportato al CAG col solito aereo
oscurato. In precedenza il primo giorno gli esterni
lo passavano nella cosiddetta «foresteria» di
Cerveteri (5 camere a due letti) installazione che
serviva quale camera di compensazione tra la vita
normale e la prevista clausura. Solo a quel
momento gli veniva spiegato chiaramente cosa
avrebbero dovuto fare e li si faceva sottoscrivere
la dichiarazione impegnativa (accettare i doveri,
mantenere il segreto ecc.ecc.) Chi voleva
rinunciare, perché solo allora aveva capito,
poteva farlo e veniva riportato in città. Col nuovo
sistema non c'era tempo e l'indottrinamento
veniva fatto direttamente in aeroporto a bordò
dell'aereo prima del decollo. Chi non se la sentiva
poteva scendere e tornava alla Stazione Termini
(che io sappia non è mai successo).

37
Arrivati al CAG iniziava l'addestramento,
intensivo, ed il sabato rientravano a Roma in
tempo utile per essere a casa loro in serata. Tutta
la pianificazione addestrativa veniva imperniata
sul principio che era la centrale ad essere a
disposizione degli esterni e non viceversa, come
il sistema del richiamo consentiva di fare nel
passato. Si programmavano una ventina di corsi
all'anno, si comunicavano le date e si chiedeva se
ed a quali volevano (e potevano) partecipare.
Il sistema imponeva maggior impegno per gli
istruttori (ma erano lì per quello), minor numero
di frequentatori per ogni corso, tempi di
completamento della preparazione molto più
lunghi, ma garantivano completamente la
sicurezza. L'altra strada imboccata e seguita per
un po' di tempo era quella della «cattedra
ambulante».
Un paio di istruttori si recavano nella città ove
esisteva una Rete e per una settimana, durante le
ore serali, facevano addestramento a domicilio a
chi ufficialmente aveva una riunione di lavoro, la
partita a scopone con gli amici e altre
giustificazioni simili. Con questo sistema ho fatto
delle bellissime scorrazzate in barca a vela sul
lago di Garda aspettando che arrivasse l'ora di
andare a far lezione. Questa strada venne presto
abbandonata perché era troppo dispendiosa e
poco adeguata: due istruttori fuori sede per una
settimana intiera per fare 3-4 ore di lezione al
giorno, senza tutti i necessari ausili didattici e
senza possibilità di fare pratica. Andava bene per
rinfrescare la memoria a chi era già stato
addestrato in precedenza, non certo per formare le
nuove leve. L'altro aspetto dell'addestramento,
forse il più importante, erano le esercitazioni. La
pratica vale più della teoria, specie tenendo conto
che col sistema della convocazione diretta tra un
corso e il successivo passavano molti mesi, a
volte anche un anno. E solo la pratica può
confermare la validità della teoria o suggerire le
necessarie modifiche, gli aggiornamenti. Fino agli
anni 70 venivano programmate più o meno due
esercitazioni all'anno. Una era un'esercitazione
per Quadri, cioè fatta a tavolino, che coinvolgeva
2-3 elementi della Centrale e tutti i componenti di
una Rete locale. Ogni anno si cambiava zona,
mentre il tema era più o meno lo stesso e cioè la
pianificazione di uno o più attacchi contro le
forze nemiche che già da tempo avevano
occupato il territorio nazionale od una sua parte.
Si studiava come garantire l'infiltrazione e la
successiva esfiltrazione di team di specialisti o di
Forze Speciali, come e dove nasconderli,
alloggiarli, sfamarli ecc... come raccogliere le
informazioni relative agli obiettivi da attaccare e
quelle di carattere più generale relative a tutta
l'area per garantire la sicurezza di tutta
l'operazione, le possibilità di movimento e così
via.
Gli elementi della Centrale indirizzavano,
correggevano, suggerivano e facevano la parte dei
cattivi inserendo nuove difficoltà (coprifuoco
improvviso, aumento dei controlli, spostamenti di
truppe ecc.) mano a mano che la

38
pianificazione proseguiva. Lo scopo
dell'esercitazione era quello di far lavorare i
cervelli e di trovare le soluzioni più semplici
possibili per portare a termine il compito stabilito.
Era un vero e proprio «gioco di guerra» che
serviva non solo a rinfrescare l'addestramento già
fatto ma soprattutto ad individuare chi aveva la
stoffa del Capo e cioè reali capacità di comando,
di pianificazione e direzione. Quello dei Capi
Rete o Capi Formazione che fossero, era un
problema vecchio e spinoso. La maggior parte
erano anziani, con un gran seguito fra i propri
uomini, capi carismatici, ottimi per assicurare un
avveduto reclutamento, mantenere la compattezza
della rete, tenere alto Io spirito. Ma spesse volte
non altrettanto adatti a pianificare e dirigere
operazioni. Se non si autopensionavano non
potevano e non dovevano essere messi da parte
d'autorità per non rompere delicati equilibri
interni e non creare attriti o rivalità. Si
individuava allora un Vice che avesse dimostrato
di possedere quelle qualità operative che erano
ritenute necessarie dalla Centrale e si passava poi
ad una lenta fase di convinzione per farlo
accettare da tutto il gruppo, oltreché naturalmente
dal Capo in carica. A volte la designazione non
veniva fatta ufficialmente perché considerata
inopportuna al momento. Restava sulla carta,
nello schedario della Centrale. All'atto
dell'emergenza sarebbe stata fatta l'investitura e il
senso di disciplina che permeava tutta
l'organizzazione avrebbe garantito l’accettazione
da parte di tutti di un ordine arrivato dall'alto. La
seconda esercitazione annuale programmata era
invece una esercitazione sul terreno, banco di
prova non solo dei capi e delle capacità di
pianificare ma di tutto il personale di una rete o di
più reti di realizzare concretamente quanto veniva
pianificato. Di norma questo tipo di esercitazioni
durava 15-20 giorni, veniva svolto in
collaborazione con gruppi delle Forze Speciali
USA (in quegli anni i collaboratori esteri
preferenziali, per non dire gli unici) e comportava
l'attivazione soprattutto delle Formazioni di
Guerriglia. Il tutto avveniva col solito sistema
della cartolina precetto di richiamo che
consentiva di avere sul terreno per tutto il periodo
dell'esercitazione, un numero consistente di
esterni. Sono di quegli anni esercitazioni rimaste
famose, non solo nell'ambito della Gladio ma
anche dello SMD o delle Forze dell'Ordine, tipo
l'esercitazione Aquila Bianca che nel 1965 vide
l'impiego di Carabinieri di tutte le Legioni da
Genova a Trieste (per un totale di circa 600
uomini) contrapposte a Formazioni di Guerriglia
e gruppi di Forze Speciali USA (circa 200
uomini) che attaccavano ponti, strade, ferrovie,
oleodotti ecc. ecc.
Nel complesso l'Aquila Bianca, grossa
esercitazione di guerriglia e di Difesa del
territorio impegnò oltre 900 uomini, 9 mezzi
navali, 9 tra aerei ed elicotteri, ed un centinaio di
automezzi.
Sono di quegli anni i problemi relativi a chi
doveva avere, in caso di

39
guerra, il comando delle Reti e Formazioni di
Gladio nel caso di presenza presso di esse di
personale della Centrale, o di ufficiali delle Forze
Armate (speciali e non) nazionali o alleate. Ci
furono litigi abissali, rifiuti di obbedienza,
intimazioni di arresti, minacce di dimissioni.
Il tutto si risolse, al meglio, per merito dell'italica
duttilità. I militari avrebbero fatto i
consulenti/consiglieri del Capo locale che
avrebbe mantenuto il Comando totale ed
effettivo. Stava alla capacità e professionalità dei
militari convincere il Capo della bontà delle loro
idee e soluzioni.
Per contro se i militari ritenevano di fare una
azione anche contro il parere del Capo
Formazione, potevano farla coi propri uomini
purché non ne pretendessero l'appoggio e non
mettessero in pericolo la Formazione.
Machiavelli è nato qui.
L'abolizione dei richiami poneva fine a questo, si
fa per dire, stato di grazia. Era impensabile poter
disporre di gruppi consistenti per una quindicina
di giorni consecutivi. Scuse e giustificazioni non
avrebbero retto a lungo e sarebbero sicuramente
nati problemi o in famiglia o nell'ambiente di
lavoro, se non in tutti e due i campi.
Diventava indispensabile ridurre i tempi. Era però
altrettanto opportuno che il numero delle
esercitazioni aumentasse per mantenere alto il
livello addestrativo, tenuto conto delle difficoltà
che si erano create anche nella frequenza dei corsi
al CAG. D'altra parte la, finalmente redatta,
pianificazione operativa aveva stabilito che
l'attività di guerriglia, e quella del sabotaggio
assumessero priorità 3 mentre assumevano
priorità 1 le attività di Evasione ed Esfiltrazione e
la ricerca Informativa. La Propaganda era un
problema a parte. Nel passato esisteva l'assurdo
che si cooperava con le Forze Armate alleate ma
non con quelle nazionali per un eccessiva
tendenza alla copertura e compartimentazione. Ci
si fidava molto più delle Forze Speciali degli altri
paesi, specie di quelle americane ed inglesi, da
sempre abituate a casa loro a lavorare a stretto
contatto coi rispettivi Servizi, che con gli
omologhi reparti italiani che i Servizi non solo li
ignoravano totalmente, ma se ne tenevano
volutamente alla larga. Inoltre, la ben nota
propensione dei Quadri all'assunzione diretta
delle responsabilità avrebbe fatto si che
esercitazioni od attività in comune avrebbero
provocato decine di risme di carta di appunti che
dal Comandante di plotone sarebbero risalite, per
via gerarchica si intende, sino al Capo di Stato
Maggiore della Difesa e viceversa, con buona
pace della riservatezza.
Fissato il principio, che avrebbe dovuto essere
lapalissiano anche nel passato, che prima si
operava a favore delle forze nazionali e poi di
quelle alleate, questa perversa catena di reticenze
e di distinguo si spezzò e si cominciò a lavorare
seriamente anche in campo nazionale.
Seriamente ma sempre più o meno
ufficiosamente, perché la formaliz-

40
zazione dei rapporti tra Servizi e Forze Armate
nel campo della guerra non ortodossa avverrà
solo a metà degli anni 80 con la sanzione del
Ministro Spadolini. è rimasto famoso un appunto
sull'argomento che iniziava testualmente «II
CSMD prò tempore, nel non prendere visione
dell'appunto n.... decretava ...» di lasciare le cose
come stavano.
Contemporaneamente a queste decisioni,
l'elevazione del livello di preparazione ed una
lenta ma continua sprovincializzazione dei Quadri
della Centrale avevano fatto maggiormente
conoscere ed apprezzare lo stay-behind italiano
nel contesto internazionale. I rapporti privilegiati
con gli USA erano diventati paritetici con quelli
intrattenuti (in particolare) con gli inglesi,
francesi e belgi.
Tutti volevano fare scambi di esperienze e di
tecniche addestrative con gli italiani e da quel
momento le esercitazioni fisse diventarono
cinque, una con le forze nazionali e una con le
forze di ciascuno dei quattro paesi che, con
terminologia economica USA, potremmo
chiamare Paesi privilegiati. In pratica da una
esercitazione all'anno siamo passati ad una a mesi
alterni. Tutto questo insieme di modifiche,
cambiamenti, aggiornamenti ecc. portò a
standardizzare un sistema che nel tempo ha
dimostrato la sua validità. Si cominciava a
lavorare 3-4 mesi prima del giorno «D». Agli
esterni veniva affidato il compito di fare le
necessarie ricognizioni, ricercare le zone di lancio
o di sbarco, predisporre i dossier sugli obiettivi di
previsto attacco e tutte le informazioni di
carattere generale (e reale) necessarie a garantire
la sicurezza della operazione.
Avuta la documentazione gli uomini della
centrale andavano sul posto a controllare
suggerendo (o imponendo) le eventuali modifiche
e integrazioni.
Il giorno «D» arrivava il team di specialisti,
italiano o straniero, che sulla base della
documentazione raccolta pianificava il proprio
attacco all'obiettivo (dalle centrali elettriche ai
ponti, dalle ferrovie alle condotte forzate, dalle
pipe-lines ai porti, dagli aeroporti alle caserme),
ed una volta condotta l'azione spariva e con una
operazione di esfiltrazione rientrava nel proprio
paese. Gli uomini della Centrale facevano i
controllori e dovevano essere presenti, spesso in
maniera non palese a tutte le operazioni. Se
l'operazione prevedeva una azione di sabotaggio
dovevano, dopo aver fotografato tutto, recuperare
cariche esplosive, accenditori e circuiti di
accensione (ovviamente tutto materiale inerte da
esercitazione) prima che qualche sprovveduto
cittadino le vedesse e desse l'allarme. In questo
modo, e solo in questo modo, abbiamo messo a
ferro e fuoco mezza Italia, distruggendo centrali
elettriche e ponti, facendo deragliare treni,
interrompendo oleodotti e metanodotti, bloccando
per settimane, se non mesi, l'attività di fabbriche e
cantieri navali. Questo sistema aveva un
grossissimo vantaggio (non per il
41
personale della Centrale ovviamente) che era
quello di poter impiegare un numero elevatissimo
di esterni (siamo arrivati a 40-50 per
esercitazione) ma utilizzando i singoli per 2-3
notti al massimo. Ognuno svolgeva la sua parte di
compito che veniva portato avanti in successione
e fino al completamento, da altro personale, senza
ovviamente che ci fossero contatti diretti tra di
loro. Tutti si sentivano partecipi (ed entusiasti) e
potevano giustificare senza eccessivi problemi le
loro contenute sparizioni. Il realismo
dell'esercitazione, ed è l'aspetto più importante,
era dato dal nemico che era costituito, e chiedo
scusa, dalle Forze Armate e dalle Forze
dell'Ordine, alle quali non veniva
preventivamente data alcuna informazione.
Ognuno agiva e si muoveva in un certo senso a
proprio rischio e pericolo, sapendo che se veniva
fermato da CC, PS ecc... doveva da solo
giustificare credibilmente la propria presenza in
quel luogo e a quell'ora. Solo in caso di arresto
poteva tirare fuori una busta sigillata dentro la
quale vi era un documento che attestava la sua
partecipazione ad una esercitazione dello SMD e
riportava il numero telefonico del centralino di
una caserma nella quale era stata stabilita la
Direzione Esercitazione.
La procedura non valeva solo per gli esterni, ma
anche per gli uomini della centrale, ai quali era
vietato utilizzare il tesserino del Servizio (se non
a 5 secondi dall'impiccagione) a differenza di
quanto purtroppo continua a fare ancora oggi gran
parte del resto del personale del Servizio che
sbandiera il tesserino anche per avere
informazioni dai portinai, oltre che a passare gran
parte della giornata negli uffici della Questura o
dei Comandi dell'Arma, «per un proficuo
scambio di vedute».
Che di realismo vero si trattasse, e non di finzioni
addestrative, lo dimostrano alcuni episodi
caratteristici quali il mancato sbarco sulla Costa
Smeralda e relativo fugone, di un team
proveniente dal mare, frustrato dalle fucilate di un
gruppo di solerti vigilantes, o il fermo
provvisorio, sempre in Sardegna, su segnalazione
di un pastore, di un Colonnello della Centrale
sorpreso dai CC in atteggiamento sospetto. O
l'irruzione della Polizia, armi alla mano, in una
casa che evidentemente, ma a posteriori
purtroppo, sicura non era.
Il contraltare positivo è stato quello di riuscire a
far infiltrare un team francese con un aviolancio
notturno nei dintorni di Roma mentre le forze
dell'ordine rastrellavano la zona a seguito del
rapimento, avvenuto 24 ore prima, del figlio, un
bimbo di 7 anni, di un noto personaggio.
L'operazione riuscì perfettamente e nessuno si
accorse di nulla. Il solo individuato fu il
sottoscritto che venne fermato alle tre del mattino
ad un posto di blocco alle porte di Roma mentre
rientrava a casa. E mi toccò far valere il tesserino,
dato che avevo a bordo della macchina il mio
quasi omologo francese.

42
        Un'altro simpatico episodio fu quando,
durante il periodo del rapimento dell'On.le Moro,
esfiltrammo da piazza Pio XI di Roma a
Civitavecchia, un ufficiale della Centrale, seduto
dentro una cassa aperta da un lato, sistemata in un
furgone con altre casse piene di rottami,
superando indenni tutti i posti di blocco presidiati
lungo l'Aurelia, da ferocissimi guerrieri in assetto
di guerra.
        In entrambi i casi le esercitazioni erano già
programmate e nonostante le ben poco velate
proteste di «So tutto io» mi imposi perché non
venissero né cancellate, né spostate.
        Volevo verificare le vere capacità degli
esterni in una situazione reale.
        Le corna sicuramente fatte, di nascosto, da
«So tutto» ed un buon pizzico di fortuna mi
consentirono di aver ragione e di tirare un gran
sospiro di sollievo, e mi fecero salire nella
considerazione di tutto il clan.
        Ho citato solo alcuni degli episodi e delle
situazioni che ci hanno fatto correre qualche
brivido o ci hanno costretto a bloccare o
rimandare l'attività in corso, ma ve ne sono stati
numerosi altri in Friuli, in Liguria, in Piemonte,
in Corsica ecc. senza contare le volte in cui un
team pregava perché una eiaculazione precoce
riducesse i tempi di attesa allo sbarco su una
spiaggia occupata, non dal nemico ma, visto nel
buio, da un mostro sbuffante e gemente a due
teste.
        Posso dire con tutta tranquillità che, quando
a dicembre '86 ho lasciato la direzione di Gladio,
ho lasciato una organizzazione entusiasta e
capace di raccogliere le informazioni necessarie
alla condotta delle operazioni e di infiltrare ed
esfiltrare senza problemi piloti, specialisti e VIP,
categoria dalla quale personalmente oggi
escluderei quasi tutti gli uomini politici che ho
conosciuto (meno uno).
        Guerriglia e sabotaggio erano diventati
appannaggio esclusivo delle Forze Speciali e
degli specialisti della centrale, tutto personale ad
un altissimo livello di preparazione.
        (Se) vi è stato un calo di rendimento negli
anni successivi, al mio successore non resta altro
che battersi il petto per almeno tre volte.
        Un capitolo a parte spetta all'addestramento
«P» o propaganda che dir si voglia.
        All'inizio era previsto che fossero le Reti «I»
a svolgere anche compiti «P». Gli addetti infatti si
chiamavano «IP».
Poi venne deciso (io) di dividere i due compiti
perché la massa dei dati da ricercare era enorme e
gli scopi erano completamente diversi anche se
spesso si compenetravano. Gli uomini che si
sarebbero dovuti dedicare a questa attività
venivano ricercati tra pubblicisti e giornalisti,
ovviamente non tra personaggi tipo Biagi o
Montanelli. Era piuttosto difficile fare un
reclutamento così mirato, ma la legge 801 sulla
riforma dei Servizi ci risolse definitivamente il
problema mettendo la categoria tra i «non
eleggibili».

43
Bisognava trovare una soluzione alternativa che
non poteva che essere quella di inventare un
nuovo tipo di addestramento che consentisse a
chiunque, o quasi, di seguire un filo logico per
impostare, pianificare e, alla fine, realizzare una
«campagna» di propaganda.
La legge 801 aveva portato anche un'altra novità,
tra le tante. Era stato imposto, formalmente
suggerito, al Servizio di procedere alla selezione
psicoattitudinale di tutti i nuovi assumendi al
Servizio stesso. Dopo una serie di tentativi
abortiti, affidati ad un team di personale interno e
di periti selettori esterni, l'incarico venne affidato
al sottoscritto ed iniziai questa attività partendo
da zero (anche in questo occasione mancava il
foraggio, dato che il Servizio non è né un Corpo
d'Armala né un'Azienda metalmeccanica o
similare, dalle cui pregresse esperienze poter
copiare).
Ho sempre avuto una grande passione per la
Psicologia, forse per carattere ma anche perché
durante il mio primo matrimonio avevo seguito
esame per esame mia moglie sino alla laurea e mi
ero appassionato oltre ad essermi fatto, anche se
da autodidatta, una discreta cultura. Con questa
base personale e con l'aiuto di una psicoioga e
mezzo ho iniziato a lavorare nel nuovo settore.
Quella intera sapeva tutto, si fa per dire, sulla
psicologia clinica, la mezza pronunciava Freud
così come si scrive.
Col passare del tempo 1 +, diventò quasi 5, la
professionalità crebbe ed i risultati diventarono
ottimali. è a questo punto che decisi, con la solita
approvazione delle SS.AA., di trasformare il
Nucleo Selezione in Sezione di Psicologia
Applicata che da un lato avrebbe dovuto
continuare ad occuparsi della selezione dei
candidati al Servizio, da un altro si doveva
interessare della «formazione» dei Quadri ed in
particolare dei Dirigenti, da ultimo si doveva
dedicare alla guerra psicologica e quindi alla
propaganda. Due, forse tre piccioni con una fava.
Ma avevo fatto i conti senza l'oste. All'interno, i
professionisti, entusiasti dei primi due compiti,
non volevano sentir parlare di attività «P» che
ritenevano professionalmente molto poco
qualificante. All'esterno successe il finimondo.
Figuriamoci se un Colonnello ha bisogno di
essere selezionato, indirizzato o «formato». Se è
un Colonnello è ovvio che sia intelligente, abbia
la massima attitudine al comando, sia in
condizioni di dirigere brillantemente ed
indifferentemente la ricerca occulta all'estero o la
mensa truppa. All'esterno, stendo un velo pietoso,
su quanto è accaduto ed è tutt'oggi in corso per
contenere, ridurre e se possibile eliminare
l'attività. Dalla calunnia alle modifiche
ordinative, dalla grettezza e dall'egoismo
personale al fare le fusa ai superiori, dal
boicottaggio ai tentativi più o meno fraudolenti,
di assorbire parte dei compiti. All'interno, ebbi
partita vinta, anche perché ero io che comandavo.
Iniziarono così, pressoché in parallelo, due tipi di
studi. Il

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Il primo volto ad individuare possibilità e limiti
per poter svolgere attività di propaganda da parte
delle organizzazioni Stay-Behind nei territori
occupati. Venne presentato in ambito ACC e
riscosse notevoli apprezzamenti tanto che l'Italia
venne designata quale paese pilota per la stesura
di una direttiva comune in materia (che non mi
risulta abbia mai visto la luce, dato il notevole
interessamento all'argomento dopo il mio
trasferimento ad altro incarico). Il secondo studio
aveva come obiettivo quello dì creare una serie di
schemi logici e consequenziali che consentissero
la raccolta e la valutazione di tutti i dati necessari
per poter svolgere una campagna «P» da parte di
non professionisti.
Dopo diversi anni di studi, elaborazioni, prove in
vitro ecc... si arrivò al prodotto finale che
risolveva il problema, data la complessità della
materia, esattamente all'inverso di quanto previsto
inizialmente. La centrale chiedeva alla Rete le
informazioni ritenute necessarie; queste venivano
elaborate secondo il procedimento inventato e
sempre la centrale progettava e pianificava tutta
la campagna. Alla rete non restava che da
stampare e distribuire manifesti, volantini,
audiocassette ecc. Anche questo studio ha avuto
risalto all'estero tanto da essere presentato in un
Convegno Internazionale di Psicologia Militare.
Da parte nostra, forse, e sottolineo forse, sugli
appunti di presentazione ai Direttori del Servizio
di queste due opere c'è una sigla per presa
visione. Nemo profeta in Patria. è in questo
contesto che vengono redatte le «scottanti»
informative su Sassari e su Porto Torres, basate
«oltretutto» su uno schema predisposto per una
raccolta sistematica di informazioni. Scottanti
perché contenevano le «biografie» dei locali
uomini politici (nota bene: di qualunque partito o
movimento).
Peccato che nessuno si sia preso la briga di
controllare nel dettaglio queste biografie di 3-4
righe manoscritte ognuna (la più lunga arriva a
ben 8 righe - quella relativa al Presidente Cossiga
solo a 5). Forse un po' poco per essere una
biografia.
E peccato anche che i vari Catoni non si siano
accorti che il pericoloso ed antidemocratico
schema predisposto era stato sostituito da uno
successivo dal quale la voce «personalità» era
stata cancellata perché ritenuta non necessaria ed
ininfluente. Chi si interessa di «P» sa bene il
significato del termine «strumentalizzazione».
Un'altro impiego determinante gli psicologi lo
ebbero a seguito di un episodio accaduto al
termine di un corso basico. Come ho già avuto
modo di dire i frequentatori, dopo il predicozzo
iniziale, venivano imbarcati sull'aereo, un G 222
del Servizio, con i finestrini oscurati e trasportati
all'aeroporto di Alghero. Qui erano infilati su un
pulmino, anche questo oscurato, che dopo giri
vari raggiungeva la palazzina «C» del CAG.
Scesi a terra ave-

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vano davanti il mare aperto, immediatamente alle
spalle una «montagna» di circa 70 metri,
tutt'attorno una fitta vegetazione mediterranea.
Era pressoché impossibile capire dove si era. Per
qualcuno eravamo all'Elba, per altri in Corsica o
alle Eolie, in Sicilia o addirittura all'estero. Pochi
furbi capivano o pensavano di essere in Sardegna,
ma dove?
Da questo momento, e per tutta la settimana, si
entrava in isolamento. Si poteva telefonare ogni
tanto, ma non ricevere telefonate. La televisione,
modernizzazione del '76, era bloccata su RAI 1 e
RAI 2 ed oscurata sugli altri canali. Radio e
macchine fotografiche off limits. Giornali
nazionali senza cronache regionali o locali.
Niente targhe od etichette, dall'acqua minerale
alle scatole di cerini, dalle autovetture al
digestivo.
Era proibito dire il proprio cognome, parlare di se
stessi e della propria città. Era proibito
allontanarsi dalla palazzina se non scortati dagli
istruttori. L'accompagnatore della centrale era
onnipresente, a tavola, al bar, in aula, in poligono
ecc... Può sembrare banale, ma provare per
credere. Il rientro «a terra» avveniva con le stesse
procedure fino ai saluti ed agli abbracci alla
stazione Termini il sabato verso mezzogiorno.
Una domenica mattina arrivò in ufficio una
telefonata da uno dei Capi Centro (elementi della
Centrale dislocati in alcune regioni) per avvisare
che il Sig. «Rossi» al suo rientro dal corso era
stato ricoverato alla neuro del locale ospedale.
In treno aveva cominciato a parlare da solo e poi
sempre più eccitato aveva cominciato a dare in
escandescenze. Erano intervenuti il controllore ed
il capo treno che oltre a tentare di calmarlo
avevano, vista la situazione, chiamato la stazione
di arrivo perché predisponessero un'ambulanza.
Nel suo delirio aveva detto di aver sparato, di
essere sbarcato di notte clandestinamente su una
spiaggia sfuggendo al nemico, e cose del genere.
I nervi gli avevano ceduto e tutte le cose vere che
diceva di aver fatto, mescolate ad altre cose
strampalate, sembravano talmente impossibili e
fuori del normale che i medici lo trattennero per
diversi giorni fino a che non si riprese
completamente. Da quel giorno uno degli
psicologici a turno si faceva la sua settimana al
mare, come accompagnatore o istruttore,
chiacchierando, ascoltando, sondando umori e
stati d'animo, e al rientro redigeva un profilo dei
singoli allievi. Non ci sono mai più stati casi
analoghi.
 

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6. GLADIO - LA SICUREZZA
Se l'addestramento era l'aspetto più qualificante,
la sicurezza era quello più reale ed ossessivo.
C'era la sicurezza verso il mondo esterno, quella
verso tutte le altre strutture all'interno del
Servizio stesso, quella nei confronti degli esterni,
quella degli esterni stessi tra di loro e verso gli
altri.
Una specie di polipo con numerosissimi tentacoli
ognuno dei quali doveva parare una minaccia
diversa, con la testa che doveva coordinarli e farli
muovere in sintonia l'uno con l'altro.
L'Amministrazione, alias SMD, mi mise subito a
mio agio fornendomi una solida base sulla quale
impostare il mio nuovo lavoro. Diramò a fine
giugno il dispaccio di trasferimento che da Roma
raggiunse Bolzano, sede del C.A. Alpino, da dove
scese a S. Daniele del Friuli, sede del Comando
Truppe Carnia Cadore, che lo mandò ad Udine,
Brigata Julia, da dove proseguì per Tolmezzo, 8°
Reggimento Alpini per arrivare finalmente a
Tarvisio. Ovviamente ogni Comando aveva
protocollato, registrato e archiviato il messaggio
ricevuto e ne aveva ricompilato uno proprio,
diretto al Comando dipendente. è la prassi. Il solo
neo era che nel dispaccio era scritto a chiare
lettere che ero trasferito al SID (Servizio
Informazioni Difesa) e non ad un qualsiasi Ente
militare di copertura.
Per quanto riguarda il Nord-Est ero servito e,
tenuto conto che il mio battaglione era tutto di
abruzzesi, ero servito anche dalle parti
dell'Aquila, Sulmona e paraggi. Con questo
viatico a settembre approdai a Roma e cominciai
a cercare casa. Tutti volevano sapere chi ero e
quale lavoro facevo: Tenente Colonnello allo
SMD ovviamente. Allora lei conosce X Y ? E il
Generale... ? è tanto una brava persona. Nel
palazzo di fronte abita un suo collega che lavora
alla Cecchignola. E cosi via. Sempre ovviamente,
nessuno aveva pensato a darmi qualche
suggerimento ma, grazie allo slalom imparato al
corso sci ad Aosta, riuscii a venirne fuori. Una
volta trovata casa era una sciocchezza far fronte
alle richieste degli inquilini sul trasferimento del

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fante «X», la licenza al marinaio «Y» o il
congedo anticipato all'aviere «Z» Ma.... Ma il
mondo esterno era diviso in due, quelli che
sapevano che ero ufficiale e quelli che non lo
sapevano. Per tutti ero uno che si assentava
troppo spesso da casa e che andava troppo
all'estero.
Perciò per i primi stavo ad un ufficio che trattava
con la NATO, e dai ad imparare a memoria i
cognomi degli ufficiali italiani che stavano a
Bruxelles, Parigi ecc.., ma attenzione a glissare
nelle conversazioni perché è tutta gente che non
mi ha mai incontrato in vita sua, dato che i
contatti li avevo nelle sedi dei Servizi o del CPC.
Per i secondi ero un funzionario degli Esteri che
si occupava di cooperazione internazionale, senza
approfondire troppo. Anche qui mi sono dovuto
imparare a memoria diverse pagine dell'annuario
del Ministero. Una sera venni invitato ad un
party. Arrivato supposta mi accorsi che nella sala
c'erano conoscenze di tutte e due le categorie.
Feci dietrofront e tornai a casa. Neanche Smiley
se la sarebbe cavata.
Il problema più grosso era quello rappresentato
dall'ambiente del servizio. La posta andava e
veniva alla Sezione senza che nessuno fosse
autorizzato ad aprirla. La contabilità, controllata
dal Capo Ufficio, andava direttamente a Palazzo
Baracchini senza passare dal Nucleo
Amministrativo dell'Ufficio. Gli appunti
venivano portati a mano dal capo Sezione al capo
Ufficio e da questo al Direttore del Servizio e
viceversa. Cosa c'era di tanto segreto che gli altri
non potevano sapere? E che ci facevano tutti quei
paracadutisti o sommozzatori? E dove andava la
gente che spariva per settimane intere? Al
Servizio, per abitudine, ognuno si fa i fatti suoi e
in genere non si guarda nel piatto degli altri. Ma
tutte queste domande senza risposta, il non sapere
neanche grosso modo di che si trattava, dava sui
nervi a molti, e la cosa era acuita dalla
compattezza della Sezione, una enclave di
serenità, di tranquillità e di riserbo, immersa nel
calderone borbottante di Forte Braschi. A volte
era sufficiente essere bruschi e mandare a quel
paese chi cercava di annusare troppo ma,
normalmente, era sempre molto difficile
raccontare cose credibili, sapendo di essere sotto
osservazione da parte di gente che era in
condizione di avere numerosi dati di riscontro. Al
di fuori del Forte la situazione era più facile
perché, per prassi, nessuno conosceva nessuno.
Non ci si frequentava se non in casi eccezionali e
comunque mai in compagnia di estranei. Se ci si
incontrava per strada ognuno tirava dritto senza
neanche abbozzare un mezzo saluto. Nessuno,
neanche occasionalmente doveva poter collegare
uno ad un'altro.
Altro aspetto era quello delle relazioni con gli
esterni. Dovevano sapere che eri uno della
Centrale ma non dovevano sapere chi eri
effettivamente e quindi dovevi stare attento a non
fornirgli nessun elemento per identificarti, il che,
ad esempio nella tua città natale, non è una cosa
semplicissima. Di norma girando per l'Italia
avevamo un documento di copertura

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che era una patente di guida e serviva sopratutto a
non farti individuare negli alberghi. Io ero
l'ingegnere Induno e mi occupavo di PR e
formazione. Le iniziali del nome e cognome
coincidevano con quelle reali così non c'era la
preoccupazione di controllare ogni volta che
camicie, fazzoletti ecc... non avessero ricamate
eventuali lettere o cifre. La cosa importante era
ricordarsi, se ti fermava la polizia o i vigili urbani
per un normale controllo, se la patente vera stava
nella tasca sinistra e quella fasulla nella destra, o
viceversa. In sintesi rappresentavo in
contemporanea cinque personaggi diversi, oltre a
quello vero, tenendo conto che oltre a
fronteggiare gli amici del tipo A, quelli del tipo
B, i colleghi e gli esterni dovevo anche fare fronte
alla moglie e al parentado delle due parti (anche
loro non dovevano sapere). Sembra facile.
Quella di cui ho parlato sino ad ora si chiama
sicurezza personale -serve a proteggere sia te che
l'organizzazione. Esiste poi la sicurezza fisica. Si
devono evitare gli stessi itinerari e gli stessi orari
e osservare un sacco di altre regolette del genere.
Le uniche abitudini che ho mantenuto sono quelle
di dare un'occhiata distratta intorno quando esco
di casa, guardare spesso nello specchietto
retrovisore e non sedermi mai con le spalle ad una
porta. Per il resto sono, tuttora, abbastanza
professionista per sapere che se ti vogliono
pizzicare sul serio non c'è sistema di sicurezza
che tenga. Tra l'altro era mio compito insegnare
come si doveva fare per superarli o forzarli.
Quindi «Jnshallah».
La sicurezza delle attività era invece un altro
aspetto importante. Pianificazione, direttive,
ordini di operazione per le esercitazioni ecc... non
costituivano un problema perché la
compartimentazione, i canali privilegiati ed
esclusivi per lo scambio di documenti, la limitata
disseminazione degli stessi, e solo a persone
selezionate, erano provvedimenti sufficienti. Per i
casi di emergenza era prevista la distruzione entro
24 ore di tutto il carteggio, utilizzando
l'inceneritore che stava nel retro della palazzina, e
se necessario bombe al fosforo dentro le
casseforti. Una copia dei documenti essenziali per
svolgere effettivamente le operazioni previste
(piani dei collegamenti, cifrari, ordini di
operazioni ecc.) era già impacchettata, per essere
trasferita immediatamente con un elicottero in un
luogo sicuro al di fuori del Forte.
Sul terreno invece, a volte era necessario
garantire la sicurezza lontana in modo che un
attacco simulato ad un particolare obiettivo o un
aviolancio notturno non venisse disturbato da
coppiette o da malati di insonnia. Veniva allora
richiesto il supporto dei CC per creare una cintura
di sicurezza con posti di blocco che impedissero a
distanza tutti gli accessi alla zona dove si
svolgeva l'esercitazione. Tenuto conto che la
richiesta di aiuto doveva avere tutti i crismi
dell'ufficialità - i CC mai e poi mai si muovono o
ti ascol-

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tano ufficiosamente, e comunque a scanso di
equivoci prendono nota - bisognava inventarsi
altre storie che garantissero un minimo di
credibilità che. tra l'altro, si sapeva avrebbe
dovuto superare il vaglio di tutta la catena
gerarchica, il che non è decisamente una
operazione facile. Devo dire che li collaborazione
è stata sempre ottima anche perché non
raccontavamo frottole ma la verità, solo non tutta
la verità. Parlavamo di attività di personale del
Servizio e ci dimenticavamo di accennare alla
presenza degli esterni Una volta avevamo
organizzato una esercitazione di esfiltrazione
aerea dalle parti di Frosinone. Dovevamo
utilizzare un vecchio aeroporto chiuso da tempo
sul quale, utilizzando le solite nostre tecniche
(niente radioassistenze niente collegamenti radio,
niente illuminazione ecc), doveva atterrare e
ridecollare, immediatamente dopo l'imbarco di
due «agenti», un piccolo executive a turboelica.
Chiedemmo all'Aeronautica di fornirci assistenza
con tutti i mezzi necessari, ambulanza,
antincendio ecc. per un addestramento
all'atterraggio e decollo notturno di un aereo, ma
non avvisammo l'Arrna; dato che si operava in un
luogo chiuso e del Demanio militare.
Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi!
Un'autoradio dei locali CC in giro per un normale
controllo passò nei paraggi e, vedendo tutti
questi: mezzi vicino alla recinzione, si fermò per
controllare e poi si attaccò alla radio. Arrivò la
macchina col Brigadiere comandante la locale
Stazione CC Ancora la radio. Arrivò un'altra
macchina col Tenente. Ancora la radio con
seguito di comandante di compagnia. Radio
ancora... Alla fine quasi un terzo dei carabinieri
del Lazio era sul posto. Per non sapere né leggere
ne scrivere ci identificarono tutti e fecero la
segnalazione fino al Comando Generale che la
rimbalzò al Direttore del Servizio che, sapendo
tutto ovviamente, la rimbalzò a me. Nessuno si
accorse dei due che avevano aspettato l'aereo
sdraiati ai margini della pista, vi erano scivolati
dentro e se ne erano tornati a casa, tutto nel giro
di 1-2 minuti. Il problema più importante era però
quello della sicurezza riferita agli esterni. Era un
problema di diritto-dovere, oltreché di reciproco
interesse. Dovere da parte della Centrale ; fare il
possibile per salvaguardare gli esterni specie per
quanto atteneva alla loro identità.
Diritto da parte loro a non essere messi nelle
condizioni di farsi individuare da estranei
all'organizzazione. Interesse reciproco perché da
una parte si voleva avere la garanzia di poter
contare, all'emergenza, su di un esercito
sicuramente clandestino e dall'altra si voleva
avere la garanzia che si sarebbe rischiato, per
convinzione ed a ragion veduta, solo al momento
in cui la Patria si sarebbe trovata veramente in
pericolo. Tutto questo comportava una serie di
norme e di comportamenti piuttosto rigidi, una
ferrea compartimentazione tra centrale ed esterni
e fra gli esterni stessi, complicati sistemi per
contattarsi, quasi mai in forma diretta,
l'adeguamento della cen-

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trale alle esigenze degli esterni sia per i tempi sia
per il tipo degli impegni. E se qualcuno della
Centrale era troppo sportivo erano gli esterni a
bloccarlo e riportarlo immediatamente sulla retta
via. Tutti coloro che hanno scritto o ipotizzato un
impiego dei «gladiatori» reale, in tempo di pace,
per altri fini che non fossero quelli previsti, non
hanno mai tenuto conto (o voluto) del fattore
umano dei personaggi in questione, confondendo
idealismo (amor di Patria) con ideologismo (amor
di parte, con la «p» minuscola).
Ma tantè, chi ha scritto sull'argomento ha sempre
tenuto in maggior conto, da qualunque parte
stesse, la sua personale «p» rispetto alla «P». è
soprattutto per questo motivo che, anche se
qualcuno avesse voluto, la Gladio non avrebbe
mai potuto essere utilizzata per compiti diversi da
quelli previsti. La sicurezza a lunga distanza, per
l'emergenza, avrebbe comunque avuto il
sopravvento su qualunque proposta o tentativo di
fare qualcosa subito. Chi dall'interno della
organizzazione ha pensato, o temuto, che fatti del
genere potessero verificarsi o era ed è in malafede
o non ha mai capito in quale ambiente lavorava o
aveva lavorato. I tentativi di alcuni dirigenti e,
ahimè, anche di uno dei responsabili, di
utilizzare, per così dire, manodopera a basso
costo, anzi a costo zero,per compiti diversi da
quelli previsti (come l'attività informativa interna)
sono sempre rimasti lettera morta sia per la
naturale diffidenza degli esterni, sia per la
sacrosanta resistenza di coloro che alla Centrale
avevano l'incarico di gestirli e si erano realmente
immedesimati nel compito che gli era stato
affidato.
Sicurezza degli esterni significava per la Centrale
complicarsi la vita, ma faceva parte del capitolo
«dovere». Solo due persone, oltre al Capo
Sezione, potevano accedere alle schede personali
degli esterni, peraltro individuate da sigle e serie
di numeri. Tutti gli altri dovevano lavorare
accontentandosi di nomi (senza cognomi), e dei
gruppi cifre distintivi. Se Roberto della Centrale
doveva incontrare Gian di Udine gli addetti
pianificavano l'incontro (luogo, orario,
alternative, modalità per riconoscersi ecc.) in
qualunque parte d'Italia dovesse avvenire. Al
termine nessuno dei due sapeva esattamente con
chi avesse parlato e se si fossero rivisti
occasionalmente, si sarebbero vicendevolmente
ignorati. Il solo elenco completo che esisteva in
Centrale riportava, oltre alla sigla, solo nome e
cognome ed era gelosamente custodito in una
apposita cassaforte a combinazione. Dalla sigla si
poteva arrivare ai fascicoli personali, rinchiusi in
un'altra cassaforte, che riportavano i dati relativi
alle singole persone. Questo, e non altro, è il
motivo per cui, quando le diverse Autorità hanno
chiesto l'elenco completo dei «gladiatori», c'è
voluto del tempo per rispondere. Semplicemente,
per motivi di sicurezza che la Centrale rispettava
completamente, non è mai esistito un unico
elenco completo di tutti i dati, ma elenchi diversi
che si integravano a vicenda.

52
E solo per la fretta di «dover» rispondere alle
suddette Autorità sono finiti nell'elenco ben
quattro (e ribadisco quattro) nominativi di
persone mai contattate o che interpellate, fuori si
erano chiamate. Le sentite rimostranze di
qualcuno di loro e la minaccia di ricorrere ai
legali per salvaguardare la loro onorabilità, sono
manifestazioni, forse molto umane, sulle quali
peraltro lascio il giudizio, alla parte sana dei
lettori. Quando, ormai privato cittadino, ho avuto
il grandissimo piacere, che considero soprattutto
un onore visto quello che nel frattempo è
successo, di ritrovarmi con gruppi di ex gladiatori
mi sono sentito da tutti porre la stessa, purtroppo
ovvia, domanda «Perché avete lasciato che
pubblicassero tutti i nostri nomi? Ci avevate
assicurato che non sarebbero mai usciti e
garantito che in caso di emergenza gli elenchi
sarebbero stati distrutti per non cadere in mano al
nemico. Allora non è vero che avevate
predisposto tutto. Nelle vostre predisposizioni
qualcosa mancava o non ha funzionato». Non
potevo non rispondere o nascondere la verità.
Avevamo previsto tutto, fino nei minimi dettagli
per far fronte al nemico, all'invasore. Non
avevamo purtroppo previsto che il nemico
potesse essere, lo stesso Paese che servivamo,
ovvero quella parte di paese che, a seconda dei
casi, per opportunismo, indifferenza,
protagonismo, spirito di vendetta e affini aveva
ritenuto di sbattere il mostro in primi pagina.
Eravamo colpevoli, è vero, ma di ingenuità, di
eccesso di fiducia nelle Autorità costituite.
Avevamo creduto in loro fino all'ultimo, avevamo
creduto che le dichiarazioni fatte pubblicamente
alle Camere da un Presidente del Consiglio
avessero un valore reale. «Non esiste e non verrà
opposto il Segreto su nulla che riguardi
l'organizzazione Gladio eccetto che per l'elenco
nominativo dei 622 affiliati, tutte persone che dai
controlli incrociati effettuati risultano persone
perbene, e che è giusto che non vengano esposte
al pubblico ludibrio” Questo è più o meno il
tenore delle dichiarazioni fatte al Senato nella
seduta delle ore 18,00 dell'8 novembre 1990.
Esiste perciò una colpa, indiscussa che si chiama
«ingenuità» caratteristica colposa in qualunque
Ufficiale delle Forze Armate, che oggi riconosco
dolosa da parte degli appartenenti ai Servizi che
in ogni momento ed in ogni situazione
dovrebbero avere e mantenere quel tanto di buon
senso che li confermi nella giusta regola che non
bisogna mai fidarsi di nessuno, neanche dei
propri congiunti, tanto meno dei superiori, specie
se politici. Esiste anche un colpevole. Senza alcun
dubbio sono io e solo io tenuto conto che ero il
Capo di Stato Maggiore del SISMI e che ero stato
responsabile della Gladio per 12 anni. Io, quando
il Presidente del Consiglio ha dato incarico al
Capo di Stato Maggiore della Difesa di svolgere
una specie di inchiesta informale e di preparare
una relazione sulla nascita, lo sviluppo e la
situazione dell'organizzazione, non ho capito
dove si sarebbe andati a parare. Sono pertanto
colpevole di errata valutazione, e

53
quindi di aver fornito dati veri e reali senza
camuffarli (tenuto conto che tale operazione si è
svolta tra marzo ed aprile del 1990 e cioè mesi
prima dell'intervento formale della Magistratura).
Io sono colpevole di non aver tenuto conto che,
avendo informato personalmente il Presidente del
Consiglio, nonché il Capo della Polizia ed il Capo
di Stato Maggiore dell'Arma dei Carabinieri, che
durante i controlli c'erano state fughe parziali di
nominativi, riprese da giornalisti locali a Torino e
Rovigo, ad una esclamazione dello stesso
Presidente del consiglio dei Ministri del tipo
«questo non deve succedere» non era seguito, per
quel che mi risulta, alcun provvedimento nei
confronti di chicchessia. Io sono colpevole di
omissione per non aver fatto distruggere tutta la
documentazione esistente, come suggeritomi a
livello battuta da qualcuno del Palazzo, per troppa
buona fede ed eccessiva fiducia negli altri (anche
se gli altri si identificavano nelle Istituzioni),
quando ancora la documentazione era in
esclusivo possesso del Servizio. Io sono
colpevole di omissione anche per non aver dato
disposizioni perché si controllassero e ripulissero
gli archivi eliminando tutti quei documenti che,
visti a se stanti e non nel contesto generale,
avrebbero potuto (come è successo) dare adito a
sospetti, strumentalizzazioni, false o falsate
interpretazioni. Io sono colpevole, altra cosa
rinfacciatami dai «gladiatori», di essermi attenuto
(e di aver preteso altrettanto da tutta la
«centrale») alle disposizioni ricevute di cessare
immediatamente qualsiasi rapporto con gli
esterni, di averli abbandonati a se stessi, senza
consigliarli o indottrinarli.
Alcuni degli esterni mi hanno detto che da bravi
Ufficiali di Stato Maggiore eravamo riusciti a
ripetere l’8 settembre '43 lasciando le truppe allo
sbando e senza disposizioni. Ed è purtroppo vero.
Io mi sento con la coscienza a posto, di fronte alla
Patria ed al Paese, di fronte alla legge ed ai
Magistrati, di fronte a me stesso. Ma
contemporaneamente mi sento colpevole di
tradimento nei confronti di quegli uomini che
hanno creduto e si sono offerti in prima persona
per cooperare a garantire la Libertà del nostro
Paese. Non mi pesano i procedimenti giudiziari o
gli articoli di giornale, ma l'idea che qualcuno
possa veramente credere di essere stato
scientemente tradito e scaricato
dall'Organizzazione. L'altro elemento che mi pesa
è il sapere che la pubblicazione dei nominativi ha
avuto per alcuni conseguenze materiali, sia in
ambito familiare (almeno un divorzio sicuro), sia
nel campo del lavoro (licenziamenti,
trasferimenti, cambi di incarico, danneggiamenti
alle proprietà) sia nel campo sociale
(emarginazione, scomparsa di amicizie ecc). Non
posso piangere sul latte versato, che d'altra parte,
in tutta onestà, non ho versato io ma qualcun
altro, che oltretutto non se ne vergogna affatto.
Per tornare all'argomento devo dire che la
sicurezza ha fatto sempre premio su qualunque
attività della organizzazione. Il silenzio sulla sua
esistenza per oltre 40 anni ne è la dimostrazione
anche a dispetto di quanto ne

54
pensi l'illustre Presidente della Commissione
Stragi. In un Paese come il nostro ritengo sia un
record da Guinness. Se fughe di notizie, peraltro
oltremodo limitate, vi sono state nel tempo, come
fatto rilevare da alcuni Magistrati, queste non
sono mai state tali da inficiare la sicurezza
dell'organizzazione e sono da imputare quasi
sicuramente a chi sapeva, perché era autorizzato a
saperlo, al di fuori ed al di sopra
dell'organizzazione (cito un esempio l'appunto
informativo redatto e consegnato all'On.Ie
Lattanzio in data 21 ottobre 1976 è rientrato in
Sezione quattro anni dopo. Chi e quanti l'hanno
visto nel frattempo?).
Se come «ex», posso dare un consiglio ai miei
colleghi tutt'ora in carica, li invito a rileggere
queste righe più di una volta. Le «fonti» sono
vivamente pregate di saltare questo capitolo a piè
pari o comunque di dimenticarlo al più presto.
Capi e politici.... al vostro buon cuore.

55
7. GLADIO - LA POLITICA
Politica. Questo parola, ovvero questa parolaccia,
non ha mai fatto parte del lessico familiare della
Gladio, almeno a partire dall'ottobre 1974 e sino
al dicembre 1986. Non mi risulta peraltro che
neanche i miei successori, compreso quel
poveretto a cui è toccato fare da liquidatore
fallimentare dell'organizzazione, abbiano mai
avuto o dovuto avere a che fare con quella
«cosa». Per quanto riguarda il ventennio
precedente al mio arrivo, come a tutti è noto, non
ho avuto dal mio predecessore alcuna indicazione
in merito. I sospetti ed i timori, che pare avesse
maturato nei suoi personali contatti con diversi
esterni, se li è tenuti per se, non parlandone né coi
suoi Superiori e tantomeno con me. Ne ha parlato
soltanto quasi vent'anni dopo alla Commissione
Stragi. Non ho mai avuto pertanto «cognizione
diretta» (terminologia che ho imparato ormai a
memoria avendola dovuta ripetere innumerevoli
volte di fronte alle Procure della Repubblica di
mezza Italia) di contatti, interferenze, collusioni e
simili tra Gladio e Politica. Ma nei miei 17 anni
passati al Servizio, in particolare nei 12 nei quali
sono stato responsabile dell'organizzazione, ho
avuto la possibilità di leggere migliaia di
documenti relativi ai periodi antecedenti.
Per onestà devo dire che in effetti esistono tre
gruppi di documenti che dimostrano
inequivocabilmente che nel passato vi sono stati
(si fa per dire) contatti tra le due parti. Il primo
gruppo è costituito da alcuni documenti di cui il
più noto risale al 1959 ed è costituito da un
appunto (Le Forze Speciali del SIFAR) diretto dal
Capo servizio al Capo di Stato Maggiore della
Difesa del tempo. In questo documento, più
programmatico che di situazione, nel quale si
trattano problemi organizzativi, addestrativi, di
personale ecc. a proposito dei compiti si parla
espressamente di «finalità antisovvertimenti
interni» e per una specifica unità di guerriglia, di
compiti in tempo di pace,«in caso di conflitto o
insurrezione interna» mentre in un documento del
'63 si parla di «intervento in caso di
sovvertimento interno». Nella co-

56
mune accezione «sovvertimento interno»
equivale a «terrorismo» una delle forme più
esasperate di lotta politica. Sempre nella comune
accezione il termine «insurrezione» indica la fase
finale di una piuttosto accesa lotta politica per
abbattere con la forza, il potere in carica (e
quindi, almeno formalmente, legale). Da
sottolineare che questi documenti oltre ai compiti
citati riportavano anche lo scopo dell'eventuale
intervento della Gladio e cioè la liberazione del
territorio «per ristabilirvi i poteri legali e le
istituzioni legittime». In questo gruppo di
documenti può essere inserita anche la nota
esercitazione «Delfino» del '66 nella quale tra gli
argomenti trattati (a tavolino essendo una
esercitazione Quadri) si esaminavano le possibili
reazioni di «controinsorgenza» ad attività di
«insorgenza».
Questo termine di origine anglosassone, ha
anch'essa un significato abbastanza preciso nella
lingua italiana. Con questo vocabolo si
sintetizzano tutte le attività che una parte conduce
contro il governo in carica a premessa della
soluzione finale che è, e resta comunque,
l'insurrezione. Per il codice penale l'insurrezione
(armata) è un delitto che deve essere punito dalla
magistratura prescindendo da quale sia la corrente
politica alla quale appartiene il Giudice (o no?!).
Liberare la o le parti del territorio eventualmente
occupato dagli insorti era un dovere/diritto dello
Stato (o no?!). A meno Costituzione e Codici non
prevedano espressamente insurrezioni lecite ed
insurrezioni illecite. Ma neanche chi ha versato il
cervello all'ammasso mai avuto il coraggio di fare
affermazioni del genere.
A questi «buoni» propositi, che peraltro non
riappaiono più nella documentazione successiva,
non fanno riscontro particolari predisposizioni
operative, né specifiche modifiche ai programmi
addestrativi o modifiche ordinative e
organizzative. In altri termini, anche se qualcuno
nel passato aveva preventivato di far coincidere la
politica, o meglio una specifica politica, con la
difesa della Patria, quest'ultima ha avuto la
prevalenza. Nessuno ha predisposto, realizzato o
concretizzato qualcosa che potesse dare corpo a
queste idee, rimaste esclusivamente sulla carta.
Per lo meno questo è quanto risulta dagli atti, dai
fatti, dalla memoria di chi ha vissuto quegli anni
all'interno dell'organizzazione. Il difficile,
purtroppo, è dimostrare la verità quando la
contrapposizione è tra fatti non avvenuti ed
illazioni, quasi sempre strumentali. Il secondo
gruppo di documenti, cronologicamente primo, si
riferisce ai rapporti bilaterali tra SIFAR e CIA
nella seconda metà degli anni '50. In alcuni di
questi documenti (dicembre '58) si parla
espressamente di «controllo e neutralizzazione
delle attività comuniste». Qui l'intromissione
della politica in attività concernenti la difesa del
Paese è, purtroppo, incontrovertibile. Ma dalle
stesse relazioni delle Commissioni Parlamentari
di inchiesta sulla Gladio, non sempre proprio
molto obiettive a detta di alcuni degli stessi loro
membri), risulta inequivocabilmente che per

57
machiavellismo, infingardaggine, incapacità,
mancata convinzione ecc... queste idee non hanno
mai avuto il benché minimo seguito, non si son
mai concretizzate neanche in parte.
Il terzo gruppo si riferisce a documenti del '72,
anno nel quale gli USA ripropongono
informalmente un impiego della Gladio ai fini di
controinsorgenza, proposta che non viene né
reiterata, né ufficializzata, e che quindi continua,
e sottolineo continua, a rimanere lettera morta. In
sintesi, riepilogando, vi è stato un tentativo tra il
'56 ed il '59 di buttare le cose in politica ed un
secondo tentativo tra il '59 ed il '72 di utilizzare
Gladio anche contro possibili situazioni di
«insorgenza» (peraltro non colorate, e se
qualcuno si è risentito è bene che controlli di non
avere, o non aver avuto, la coda di paglia).
Nessuna di queste pensate ha avuto un seguito, e
non è un atto di fede. Ed è pietoso sentire oggi da
esponenti di un partito, votato da milioni di
cittadini, che per 40 anni non sono riusciti ad
andare al Governo perché fermati dall'attività di
200-300 «gladiatori». Non hanno mai fatto niente
del genere, ma, se fosse stato vero, qualcuno
dovrebbe riflettere seriamente.... e mettersi a
piangere. Ma oltre che pietoso è anche falso come
si evince dalla Appendice «C». Senza Tribuna
Elettorale, senza spot televisivi e manifesti, senza
lobby, tangenti, contributi e offerte; senza
direzione di Casse, USL, Enti vari, senza stipendi,
gettoni di presenza e affini, hanno battuto più di
un partito politico. Meriterebbero di essere tutti
Senatori a vita (gruppo indipendente,
naturalmente). Dal '74 in poi la politica non si è
più affacciata all'organizzazione fatta eccezione
per l'anno 1976. Era l'anno di elezioni e in Italia
si parlava a più non posso dell'ipotesi di
«sorpasso» da parte del PCI. A Berlinguer
l'ombrello NATO sarebbe andato bene solo due
anni dopo. Molti degli esterni erano preoccupati e
mi rivolgevano una specifica domanda: «Se i
comunisti dopo le elezioni andranno al governo
cosa succederà, che fine faremo?» La risposta è
stata univoca.
«Voi non avete le stellette e quindi ognuno di voi
può decidere di andarsene quando vuole. Tutta la
documentazione che vi riguarda sarà distrutta. Io
ho le stellette ed ubbidisco al Governo e non ad
un partito, quindi sono tenuto a restare. Deciderò
al momento, ma comunque, se me ne andrò
lascerò le Forze Armate, non solo la Gladio».
L'irruzione della politica nella Gladio avviene nel
1990. è politica la decisione di non opporre il
segreto sulla materia, segreto confermato solo un
anno prima dal PCM in carica, consentendo a
magistrati di tutte le razze di scorazzare per Forte
Braschi come se fosse la Biblioteca Nazionale. è
politica la decisione di trattare la questione in
Parlamento, di fronte alla stampa ed alla TV. è
politica e direi anche, strumentalmente politica, la
decisione di affidare l'indagine di Gladio non alla
Commissione Parlamentare di Controllo sui
Servizi (che tra l'altro per legge è tenuta al
Segreto), o ad una Commissione ad hoc, ma alla
Com-
58
missione Stragi i cui lavori sono pubblici (spesso
anche per le parti che dovrebbero essere riservate)
consentendo così a buona parte dell'opinione
pubblica di pensare che evidentemente ci doveva
essere sotto qualcosa di losco. E la decisione di
dare ai vari postulanti il testo dell'accordo del '56
nonostante il no ribadito più di una volta, anche
per iscritto da parte degli USA? E l'analoga
decisione presa nei riguardi della documentazione
dell'ACC? è vero che tali decisione sono state
prese, è stato detto, dopo «gli opportuni contatti
con i Paesi interessati», ma agli atti del Servizio
esistono solo risposte, scritte, negative, una delle
quali fa addirittura riferimento ad una decisione
presa, o quantomeno concordata, col proprio
Presidente della Repubblica. Potere della politica!
E la politica fa dire ad un PCM di fronte al Senato
«l'unica cosa sulla quale deve essere mantenuto il
segreto è l'elenco dei 622 che........ ». A parte la
fuga, parziale, di notizie di meno di 24 ore prima,
l'elenco completo viene pubblicato pochi giorni
dopo. Reazioni di Palazzo ? Nessuna. Anzi si.
Un'intervista rilasciata dal PCM al Giornale
Radio di mezzanotte dell'8.1.91, riportata il
mattino successivo su quasi tutti quotidiani,
sicuramente sul Giornale e sul Giornale d'Italia.
«è stato molto spiacevole che le liste siano venute
fuori non attraverso la strada maestra». «Noi le
avevamo fornite al Parlamento con una certa
riservatezza e fino ad ora sembrava che questo
fosse necessario. Comunque, da un male può
venir fuori anche un bene. E cioè che questi
gladiatori non hanno controindicazioni e quindi si
possono vedere come delle persone che nel caso
malaugurato di una guerra, invece di andare a
nascondersi in convento, sarebbero rimasti al loro
posto per cercare di essere utili alla nazione». I
seminaristi sono avvisati. Se ci sarà un'altra
guerra non avranno compagnia. Ma sono avvisati
anche tutti gli informatori e le fonti dei Servizi. O
hanno la fedina penale sporca e quindi possono
sperare, oppure sono persone oneste e pulite e si
devono aspettare che il Governo gliene dia
ufficialmente atto pubblicando loro nomi.
Viene presa la decisione di sciogliere
l'Organizzazione. è stato sentito il parere di
qualcuno dei responsabili della Difesa del Paese,
che siano competenti in materia a livello tecnico?
Ovviamente no, le decisione spettano solo ai
politici. Che ci vogliano decine di anni per
costituire un organismo efficiente non interessa a
nessuno. L'importante è sbarazzarsi
dell'incomodo.
E poi prescindendo dalle date, il muro di Berlino,
il Patto di Varsavia ecc.ecc. non c'è più in
maniera assoluta un pericolo di invasione! Con
questo criterio non si capisce perché la Brigata
Alpina Taurinense non sia stata ancora sciolta o
spostata in Calabria. O forse a livello politico si
teme una possibile invasione da parte della
Francia? O per altri Reparti da parte della
Svizzera o dell'Austria? Ci sono altri aspetti
«simpatici» della politica in questa vicenda,
sempre a partire dal '90.

59
Sulla documentazione dei Comitati ACC e CPC il
Capo del Governo non oppone il segreto ma si
limita ad affermare che la documentazione ricade
tra quella che la convenzione di Ottawa ritiene
non divulgabile per proteggere gli interessi
globali della NATO. In altri termini, Magistrati e
Commissioni, vedetevela voi. Ponzio Pilato era
un banalissimo dilettante.
Quando lo stesso Capo del Governo ha fatto una
specie di difesa, che a questo punto appare
chiaramente d'ufficio, della legalità della Gladio
non ha mai detto una sola volta «é legale
perché.... ». ma ha usato sempre la stessa
fraseologia «dagli atti forniti dal Servizio, risulta
che...... ». «Da quanto il Servizio ha riferito
appare evidente che. ...».
Tutto ciò viene detto da una personalità politica
che è stata più volte Presidente del Consiglio e
più volte Ministro della Difesa e che in tale veste
è stato addirittura ad Alghero in visita al CAG.
Questa serie di distinguo, significa che è cambiata
la legge 801 e che il Servizio non dipende più dal
PCM e dal Ministro della Difesa? Oppure si da
per scontato che il Servizio sia un'Azienda
Autonoma tipo ANAS o Ferrovie dello Stato ?
(Ma anche queste fanno capo ad un Ministro!).
D'altra parte se nel corso di due anni, il PCM
incontra il Direttore del Servizio 13 volte ed il
Ministro degli Esteri (ed il SISMI è un Servizio
proiettato all'estero) 14 volte, non si può
pretendere troppo. Per amor di cronaca dirò che
nello stesso periodo gli incontri col Ministro della
Difesa (anzi i Ministri perché c'è stato un cambio
in mezzo) sono stati 68, un bel record,
prescindendo da quanto è successo nel mondo
oltre all'affare Gladio.
Tralascio di parlare di tutto quello che ho pagato
e continuo a pagare in prima persona, ma mi
piace ricordare una battuta indirizzatami da
un'altissima personalità dello Stato durante una
riunione di lavoro «Lei è bravissimo come
dirigente ai vertici del Servizio, e spero che vi
resti ancora per molto tempo, ma di politica non
capisce assolutamente un .... niente». A suo
tempo mi sono sentito onorato per la prima parte
di questo giudizio. Oggi lo sono anche per la
seconda. O meglio, oggi ho capito a fondo cosa è
la politica e cosa vuoi dire fare politica (per la
verità l'ho capito perfettamente nei due anni nei
quali ho avuto l'incarico di Capo di Stato
Maggiore del Servizio, osservatorio dal quale si
vedono, sentono, leggono e capiscono molte cose,
anche troppe).
L'ultimo aspetto, come sempre assai poco
edificante, del contatto Gladio-Politica è
rappresentato dalla serie di «non sapevo» - «non
avevo realmente capito» e così via, sbandierato ai
quattro venti da reggitori (od ex) della cosa
pubblica. Un Ministro (sarebbe forse meglio
scrivere ministro) ha affermato davanti a
Commissioni, non davanti agli amici della
parrocchia o del collegio elettorale, di non essere
mai stato informato da nessuno. Peccato che il 16
dicembre di... (un anno che ometto per carità di
patria) gli ab-

60
bia illustrato personalmente un appunto, o
briefing che dir si voglia, di dieci pagine ed alla
presenza di due dirigenti, miei superiori al
Servizio.
Ovviamente non esiste oggi un solo uomo
politico che si ricordi il mio cognome o quello di
tutti gli altri Ufficiali e Sottufficiali che hanno
fatto parte della Gladio. Un particolare virus
informatico ha cancellato tutte le memorie.
61
8. I COLLEGATI
Il termine «collegati» viene utilizzato all'interno
del Servizio per designare il Servizio (o i Servizi)
di un paese straniero col quale vengono mantenuti
rapporti permanenti e non occasionali. Sono di
norma Servizi di paesi con i quali siamo legati da
un trattato di alleanza (paesi NATO) o da trattati
di altro tipo (ad esempio appartenenti alla UEO o
alla CEE) o da altri legami/interessi a livello
politico strategico.
Ovviamente la patente di collegato viene data
solo dopo che il vertice politico-governativo ha
dato il suo placet. Questi collegamenti di norma si
estrinsecano nell'interscambio di informazioni o
valutazioni e di altri aiuti reciproci nel campo
tecnico. A volte la contropartita, a quanto viene
fornito, è minima, in alcuni casi può addirittura
essere nulla, ma l'opportunità politica di
mantenere questi rapporti è quasi sempre
prevalente ad un mero raffronto tra il dare e
l'avere.
Per quanto attiene alla Gladio i collegati erano,
ovviamente ed esclusivamente, i paesi NATO
europei (quindi senza il Canada) oltre agli
onnipresenti Stati Uniti. Altro assente,
giustificato, era il Portogallo. Nella realtà i
rapporti erano di due tipi. Il primo tipo era quello
coi paesi membri del CPC (Comitato di
Pianificazione e Coordinamento), Comitato
istituito nel '52, per volere del Comandante
Supremo della NATO in Europa, e costituiva
l'interfaccia tra il Comando Supremo della NATO
in Europa (SHAPE) ed i Servizi dei paesi
membri, per quanto atteneva le problematiche
della Guerra Non Ortodossa.
Il Comitato era retto da un direttorio (Gruppo
Esecutivo) costituito dalle tre potenze vincitrici
del secondo conflitto mondiale. Dopo l'uscita
della Francia dall'organizzazione militare (ma
non dalla NATO) il suo posto venne preso dalla
Germania.
Questo triunvirato, insieme ai militari di SHAPE,
concordava e stabiliva la «policy» della guerra
non ortodossa in caso di guerra, fissando perciò
62
compiti ed obiettivi delle Forze Speciali nei
territori nemici od occupati dal nemico ed attività
dei Servizi. Per questi ultimi non venivano date
disposizioni ma «desiderata» nel senso che
SHAPE illustrava soltanto quello che avrebbe
voluto avere dalle organizzazioni STAY-
BEHIND dei vari paesi, in caso di occupazione.
Stava poi ai singoli paesi accettare in toto od in
parte le richieste e stabilirne le modalità di
attuazione. Questa è la situazione che ha visto
contrapposte le due teorie sulla Gladio inserita o
no nella NATO. In realtà si trattava di una forza
nazionale, alle esclusive dipendenze nazionali e
quindi non dipendente direttamente dal Comando
Militare integrato della NATO, le cui attività però
in tempo di pace e quindi in fase di
pianificazione, erano concordate ed armonizzate
con la analoga pianificazione delle attività
militari tramite questo organismo bifronte
(Servivi-Branca Progetti Speciali di SHAPE).
L'Italia era diventata Membro Associato del
Comitato nel 1959. In considerazione dell'alto
livello raggiunto dalla organizzazione italiana nel
campo della pianificazione e progettazione delle
attività operative, nell’estate del '90 venne offerto
al nostro paese di entrare a far parte del Gruppo
Esecutivo che si sarebbe perciò trasformato in
Quadrunvirato. L'offerta provocò malumore da
parte di alcuni paesi che si sentirono classificati
di seconda categoria.
Ma i nostri, sempre illuminati, vertici governativi
risolsero brillantemente i dissidi. Sciolsero la
Gladio. In tempo di guerra era previsto che il
CPC venisse sciolto e che si costituissero presso i
Maggiori Comandi Subordinati (AFSOUTH per
l'Italia) dei Gruppi di Consulenza costituiti da
rappresentanti dei Servizi del Teatro Operativo
(Italia - Grecia - Turchia più Gran Bretagna e
Stati Uniti) e dai militari della Branca Progetti
Speciali. In virtù di questa differenza di
situazione tra pace e guerra non si facevano
riunioni allargate a tutti i membri del CPC.
Ci si incontrava, in media uno o due volte
all'anno, a Bruxelles presso la sede del CPC e si
trattavano col Gruppo Esecutivo ed i Militari i
vari problemi in agenda, in particolare lo scenario
predisposto da SHAPE per l'esercitazione annuale
che prevedeva l'attivazione dei citati Gruppi di
Consuenza (ACCG).
In sede di CPC perciò i rapporti con i Collegati
erano piuttosto rarefatti e comunque molto
tranquilli e distesi tenuto conto che si trattavano
argomenti ad alto livello quali sono quelli relativi
alla «policy» dei singoli paesi (uso volutamente il
termine «policy» perché ha delle sfumature
diverse e più complete rispetto alla traduzione
italiana «politica»). L'incontro fisso e più
produttivo era quello annuale presso AFSOUTH
dove ci si riuniva per una intera settimana
giocando un war-game ad hoc e discutendo su
problemi particolari (ad esempio come garantire
l'esfiltrazione dal proprio territorio

63
occupato di un team delle Forze Speciali
proveniente dal territorio nemico). Questa era una
settimana difficile perché si viveva 24 ore su 24
la situazione schizofrenica che spesso caratterizza
l'ambiente dei Servizi.
Bisognava tenere sempre presente il dissidio tra
Grecia e Turchia e quindi fare molto attenzione ai
comportamenti (una pacca sulla spalla al greco
doveva essere bilanciata almeno da un gran
sorriso al turco) a non far invadere la Grecia
prima della Turchia, a non far occupare più
Turchia di Grecia e così via. Questa era la fase
equilibrismo. C'era poi la fase danzante.
L'esercitazione doveva essere il più realistica
possibile ed era perciò basata sulla pianificazione
operativa di ciascuno dei partecipanti. Bisognava
fare fronte alle richieste del Comando NATO
mettendo in luce, ma non troppo, le proprie
capacità e possibilità ma senza far capire agli altri
la consistenza e la dislocazione del proprio
dispositivo. Perciò le risposte erano sempre dei
grandiosi giri di valzer, di quelli che per andare
da una parete e quella opposta della sala da ballo
ti occupano per metà la serata.
Alla sera terminato l'orario di lavoro, si passava
al minuetto. Sorrisi e cin-cin, mentre rimuginavi
sul fatto che non avevi capito bene se i teams
delle Forze Speciali sarebbero sbarcati da un
sommergibile o da un incrociatore o mentre
qualcuno ti chiedeva se sullo Scoglio d'Africa
(micro isolotto dell'arcipelago toscano) c'era una
rete organizzata. Devo dire comunque che,
essendo tutti professionisti, ognuno sapeva
perfettamente quando si doveva fermare, anche se
tentar non nuoce.
Di tutt'altro tipo erano le relazioni in ambito ACC
(Comitato Clandestino Alleato) organismo
costituito nel '58 su specifica richiesta di
SACEUR al CPC, del quale era diventata una
emanazione. Infatti era il CPC che manteneva i
contatti tra i Militari (SHAPE) e l'ACC, nel quale
eravamo entrati nel 1964 e del quale continuava a
fare parte la Francia mentre non partecipavano
Grecia e Turchia (oltre ai soliti Canada e
Portogallo). L'ACC era un Comitato
essenzialmente tecnico, un forum dove ci si
scambiavano informazioni sulle esperienze fatte,
sui mezzi disponibili od allo studio, sui concetti
di impiego delle reti ecc.. Il collante era il
reciproco interesse.
Ognuno sapeva che se, nel caso di un'operazione,
gli fosse mancato un'esperto in esplosivi o in
telecomunicazioni o in ripresa e lettura delle
impronte, poteva rivolgersi ad un altro paese
senza problemi perché gli operatori erano stati
addestrati alle stesse tecniche e impiegavano gli
stessi tipi di materiali. Ognuno era cosciente che
la sopravvivenza dei propri elementi inviati ad
operare in un'altro paese dipendeva dal livello di
efficienza dell'organizzazione di quel paese. Più
alto era questo livello e più probabile era il
ritorno a casa di militari (piloti, Forze Speciali
ecc.) e civili (VIP, agenti ecc..) rimasti isolati nel
territorio occupato di un paese amico.
L'atmosfera era decisamente più rilassata ad
amichevole rispetto a quella del CPC, i tra-

64
bocchetti oltremodo limitati e fatti più per onor di
firma che per convinzione. Ci si incontrava
almeno una volta all'anno in seduta plenaria, a
volte anche più, e molto più spesso ci si riuniva
per esaminare e discutere problematiche
particolari e settoriali in sede di sottocomitati
istituiti ad hoc (per le operazioni aeree, per quelle
marittime, per le tecniche di esfiltrazione
ecc.ecc...).
Come ho detto, la collaborazione era massima
anche se a volte si evidenziavano due posizioni
leggermente differenziate, quella pragmatica e
intransigente del gruppo sassone e celtico (dalla
Norvegia all'Olanda con gli USA e la Gran
Bretagna) e quella più duttile e possibilista del
gruppo latino (Francia, Belgio, Italia e
Lussemburgo). Un altro elemento che contribuiva
a mantenere un ambiente en amitiè era il fatto
che, a differenza del CPC, non esisteva un
Direttorio fisso e precostituito. La Presidenza del
Comitato era biennale ed a rotazione tra tutti i
paesi membri, che subentravano in ordine
alfabetico. L'influenza sulle decisioni del
Comitato, e non un potere decisionale, dato che le
decisioni finali erano a maggioranza, era perciò
equamente ripartita tra tutti, senza creare
privilegi. Il «peso» delle posizioni dei diversi
paesi era dovuto ad un mix di fattori quali la
capacità dialettica e soprattutto propositiva dei
responsabili, la disponibilità finanziaria o di
mezzi particolari, l'affidabilità e la capacità
operativa delle rispettive organizzazioni, la
credibilità del paese e così via.
Non c'era quindi il predominio delle Grandi
Potenze, né chi aveva più soldi automaticamente
si imponeva agli altri. Devo dire, anche per aver
vissuto personalmente l'esperienza di svolgere per
un biennio le funzioni di Presidente, che l'ACC,
nel suo complesso, era realmente un comitato
equilibrato e paritetico. Peraltro, per amore della
verità, devo aggiungere che nel '75 e suppongo
anche prima, l'Italia era considerata il fanalino di
coda del Club, come lo chiamavamo
scherzosamente.
La maggior parte delle dichiarazioni era del
tenore «Concordiamo con quanto proposto da......
D'altra parte i soldi erano pochi, i mezzi e il
personale pure, e di conseguenza era praticamente
impossibile fare proposte concrete ed accettabili,
salvo dichiarazioni di principi primi che, in un
contesto di tecnici e professionisti, lasciano il
tempo che trovano. Col tempo siamo cresciuti, in
tutti i campi, tanto da diventare uno dei paesi,
direi, determinanti nel contesto decisionale ed
addirittura pilota in alcuni settori, tipo la guerra
psicologica e la guerriglia (settore questo scartato
a priori od oltremodo limitato in molti altri paesi
per una non favorevole morfologia del terreno,
per mancanza di tradizioni e di esperienze e,
diciamolo francamente, per paura). La conferma
che l'Italia negli anni '80 era diventata qualcuno
nell'ambito internazionale è data dalla direzione
delle esercitazioni a livello internazionale. Ogni
tre anni per prassi, per consuetudine ecc.. veniva
svolta

65
nell'ambito del Club una grossa esercitazione sul
terreno che prevedeva la partecipazione di tutti i
paesi membri con tutte le rispettive reti. Per
tradizione la direzione di tale esercitazione era
svolta dal Servizio Inglese, responsabile della
organizzazione e gestione della Base Comune
Alleata sul proprio territorio nel caso di invasione
totale della parte continentale del teatro operativo
europeo.
Per alcuni paesi l'Inghilterra costituiva la Base
primaria, nel senso che non potevano costituire
una Base nazionale vuoi per carenza di fondi,
vuoi per motivi di carattere strategico (vicinanza
ai paesi dell'Est, territorio che per morfologia non
consentiva una resistenza prolungata ecc), vuoi
per altre motivazioni. Faceva quindi comodo a
tutti, né vi erano motivi di contestazione, che
fosse la Gran Bretagna a sobbarcarsi l'onere (non
solo finanziario ma anche di studio e
programmazione) di organizzare e dirigere tale
tipo di esercitazione, tenendo altresì conto che,
come già detto, sino alla fine degli anni '70
l'Inghilterra era convinta che una invasione si
sarebbe fermata, come nel passato, al Canale
della Manica e che quindi sarebbe rimasta il solo
paese occidentale libero. A partire dalla fine degli
anni 70 questo credo non fu più tale. A questa
revisione di pensiero si aggiunsero sicuramente
altri problemi.
La conclusione fu comunque che, per la prima
volta nella storia, la Gran Bretagna offrì, o
suggerì, che la direzione delle esercitazioni
internazionali venisse svolta da altri paesi.
Dirigere l'esercitazione era in effetti un peso
logistico amministrativo ed organizzativo
notevole. Ma era anche una opportunità unica.
Dirigere l'esercitazione, oltre che ad una indubbia
questione di prestigio, significava avere la
possibilità di rilevare una immensa quantità di
dati sul funzionamento e l'operatività delle
organizzazioni degli altri paesi e ciò costituiva un
elemento importante, non tanto per spiare gli
amici, quanto per avere una massa di elementi
utili per fare raffronti con la propria
organizzazione e studiare eventuali modifiche e
correttivi. E per la prima volta nella storia, tutti
accettarono che fosse l'Italia, nel 1980, ad
assumere l'onere e l'onore di dirigere detta
esercitazione. Subentrarono i Francesi nel 1983,
lo ripresero gli italiani nel 1986 ed ancora gli
italiani avrebbero dovuto dirigere quella
programmata per il 1991(quella dell'89 era stata
cancellata per motivi tecnici).
La massa dei lettori sorriderà nel leggere queste
due righe e le considererà come un ovvio e
stupido autoincensamento da parte di chi per
tanto tempo è stato coinvolto in questo tipo di
attività. è quasi normale. Gli addetti ai lavori
forse, e lo spero, giudicheranno questi fatti con
un'ottica diversa e mi auguro comprendano il
salto di qualità fatto dal Servizio a livello
internazionale anche se in un campo
estremamente settoriale. Quello che mi dispiace
enormemente, e che non considero normale, è che
alcuni dei re-
66
sponsabili del Servizio non si siano soffermati su
questi episodi neanche cinque minuti, come se il
tutto fosse un gioco, e per giunta personale, di
pochi illusi. La sola cosa che mi gratifica
personalmente è stata l'affermazione di un
Direttore del Servizio, che al rientro da uno dei
tanti viaggi all'estero mi disse che sentiva parlare
di me più all'estero che a Roma. Ma tant'è, Nemo
propheta in Patria come già ho avuto occasione
di dire. Ritornando all'atmosfera del Club, questa
facilitava non poco l'instaurazione o il
consolidamento di rapporti bilaterali.
Nel periodo considerato si instaurarono rapporti
ottimali coi due Servizi Belgi, sia con quello
militare che con quello civile, e con il Servizio
Lussemburghese. Si accentuarono i rapporti con i
Francesi con i quali collaboravamo da anni, data
la contiguità delle frontiere. Ci univano una
maggiore facilità di comprensione linguistica ed
un comune spirito molto poco anglosassone.
Diventarono ottimali anche i rapporti con gli
Inglesi con i quali sino al '75 c'erano delle
relazioni, diciamo un pò freddine. Poca apertura
sia da una parte che dall'altra, un pò di sufficienza
da una parte e il solito comportamento di, più o
meno velato, ammirazione esterofila dall'altra.
Ma il professionista, e tale è indiscutibilmente il
Servizio Inglese, lo è anche nel riconoscere le
capacità del proprio interlocutore, e quando
queste diventarono o furono rese evidenti, i
rapporti diventarono reciprocamente
soddisfacenti. Discorso a parte meritano i rapporti
con il Servizio USA, quello definito dal mio
predecessore il convitato di pietra. Al mio arrivo
in effetti i rapporti con la CIA erano
indubbiamente rapporti privilegiati. Non vi era
una reale dipendenza né la Centrale era succube o
asservita all'alleato come qualcuno ha detto.
Ammesso che lo fosse stato nel passato,
sicuramente non lo era in quel periodo. D'altra
parte l'accordo iniziale del '56 era stato disdetto
da oltre due anni, e sostituito da un miniaccordo
valido per due anni che non diceva nulla, gli aiuti
finanziari erano più simbolici che reali (2000
dollari all'anno), l'eventuale fornitura di materiali
(per lo più stazioni radio) avveniva solo a
pagamento ecc... Non esisteva quindi da tempo
nessuna situazione, diciamo, ricattatoria che
potesse condizionare la nostra organizzazione.
Rimaneva solo, specie da parte dei più vecchi,
una specie di attaccamento reverenziale verso
l'alleato più potente del mondo, che si
concretizzava soprattutto nello svolgere
addestramento ed esercitazioni quasi
esclusivamente con le Forze Speciali USA o
personale del Servizio USA.
La sola dipendenza che l'Italia aveva era nel
campo dei cifrari che venivano forniti dai gestori
della base radio alleata (servizi inglesi e
americani). In poco più di un anno, a seguito della
messa in funzione della nostra base radio
nazionale, fummo in condizioni di costruirci e
stamparci in proprio anche i cifrari ed a questo
punto l'indipendenza diventò completa. Per
l'esattezza dopo poco tempo il mio arrivo un
tentativo di subornazione (?)

67
da parte USA c'è stato. Nelle vecchie carte che
facevano seguito all'accordo del '56 c'era un
codicillo nel quale era espressamente detto che
«per motivi di sicurezza» il SIFAR era tenuto a
passare alla CIA i nominativi dei nuovi reclutati.
Credo che nella fase iniziale questa disposizione
sia stata rispettata e che poi nel tempo sia caduta
in disuso come tante altre cose. Quasi
sicuramente non lo era nel periodo '72-'74,
almeno ritengo. In uno dei primi colloqui faccia a
faccia, il contatto della CIA a Roma (il numero
tre o quattro credo) mi disse che il suo Servizio si
aspettava che io continuassi a fornire i nominativi
dei nuovi assunti. Risposta interlocutoria iniziale
e poi risposta affermativa. Nulla contro a fornire i
dati richiesti come nel passato (ma quale ?) però
gli USA avrebbero dovuto fornire i dati relativi al
previsto impiego in Italia delle loro Forze
Speciali già pianificato e non concordato col
Servizio o con SMD (all'epoca non esisteva
ancora una pianificazione operativa in materia e
non vi era quindi nessun coordinamento tra
Servizio e Forze Armate). Il professionista
ascoltò, prese nota, salutò e tornò in Ambasciata.
Non si parlò mai più dell'argomento. Devo dire
che nei miei 12 anni di Gladio e 17 di Servizio ho
sempre avuto modo di constatare che un
professionista sa fino a dove può arrivare e
quando è il momento di fermarsi. Ci proverà
comunque, ma si fermerà se il suo interlocutore è
un altro professionista. Continuerà ad oltranza se
dall'altra parte non c'è qualcuno all'altezza della
situazione. Ovviamente il bisogno (soldi -
materiali - tecnologie ecc.) possono tarpare le ali
anche al migliore dei migliori. Io mi sono trovato
nelle condizioni di essere povero, per decreto, e
quindi libero. Professionista lo sono diventato col
tempo.
Nel 1986, quando ho lasciato la Gladio per
assumere altro incarico ho avuto il piacere di
ricevere, da parte del Club riunito, applausi a
scena aperta. E non era una formalità, come non
era un riconoscimento alla persona ma al
rappresentante italiano. E ciò a prescindere dalle
attestazioni, in separata sede, da parte di singoli
paesi. Quando nel '90, come Capo di Stato
Maggiore del Servizio, ricontattai alcuni dei paesi
dell'ACC per chiedere documenti che avrebbero
dovuto essere consegnati alla Magistratura ed alle
Autorità Politiche, l'atmosfera era completamente
cambiata. Da un paese ricevetti un bel NO secco
(e scritto), da un'altro un NO un pò più smussato
ma accompagnato da una bella risata (telefonica),
da un terzo sempre un NO accompagnato da una
postilla: su disposizione del loro Presidente (della
Repubblica) non avrebbero mai più avuto alcun
contatto col Servizio italiano in materia. A chi dei
Palazzi mi chiedeva cosa stessero facendo gli altri
paesi, in merito alle loro organizzazioni stay-
behind, rispondevo che le sole fonti rimaste erano
Le Monde, la Frankfurter Allgemein e simili
(2000 lire a copia all'edicola di via Veneto a
Roma). Ad un risultato del genere, forse, c'era
riuscito il governo Badoglio l’8 settembre del
1943.

68
 

69
9. IL SUPPORTO. Fondi-Materiali-
Infrastrutture
Per portare avanti un progetto, quale che sia, non
bastano cervelli, idee e volontà. Occorrono i
mezzi e cioè fondi, materiali e infrastrutture.
Anche nel trattare di questi argomenti dobbiamo
tener conto delle due epoche, ante e post legge
801. Nell'era «ante» il Servizio era il II Reparto di
SMD, i fondi gravavano sul bilancio della Difesa
e della Difesa erano le procedure giuridiche e
tecnico-amministrative in uso. Nell'era «post» il
Servizio è diventato un organismo a sé stante che
a seconda delle situazioni, o degli interlocutori,
viene di volta in volta considerato una Azienda
Autonoma, un Organismo della Difesa, della
Presidenza del Consiglio o non si sa bene cosa.
Nel periodo ante la realizzazione delle
infrastrutture era curata e gestita da Geniodife. Il
Servizio si limitava a dire cosa voleva.
Nel periodo post è invece il Servizio a fare tutto,
dalla progettazione ai contratti, dal controllo dei
lavori al reperimento dei fondi necessari. La
stessa cosa vale per i mezzi e materiali.
Prima del '78 mezzi e materiali vengono
acquistati dalla Difesa ed assegnati e passati in
carico al Servizio. Dopo il '78 il Servizio paga di
tasca sua, dalle munizioni per l'addestramento al
tiro, agli elicotteri, dalle razioni viveri da
combattimento, ai paracadute, dalla carta alle
matite. Al mio arrivo i fondi erano pochi, i
materiali sufficienti, le infrastrutture più che
soddisfacenti. Quando ho lasciato
l'Organizzazione la situazione era pressoché
analoga, fatta eccezione per la parte
infrastrutturale notevolmente migliorata e
potenziata (ma in virtù di esigenze che nulla
avevano a che fare con la Gladio). Quello dei
costi dell'Organizzazione è stato un osso sul
quale, inizialmente si sono lanciati in molti,
ovviamente per stigmatizzare uno spreco di
risorse o per ventilare un esercito mercenario o
per dimostrare il potere dell'Organizzazione. Osso
peraltro presto abbandonato, dopo aver fatto i
conti.
Nella realtà, più o meno in tutti i paesi le
organizzazioni tipo la Gladio

70
sono sempre state più sopportate che supportate e
ciò è psicologicamente abbastanza comprensibile,
anche se per niente condivisibile. Il mondo
militare, di qua e di là delle Alpi, non concepisce
di poter essere sconfitto. Può ammettere di
perdere una battaglia, di essere costretto ad una
ritirata, ovviamente strategica, ma poi la
programmata controffensiva porterà alla certa
vittoria finale. Che ci sia qualcuno che pianifica
le proprie attività partendo dal presupposto che la
guerra è stata persa (e che quindi il Paese è
occupato dal nemico) da un fastidio quasi fisico.
Figuriamoci poi se bisogna anche tirare fuori
quattrini! Perciò a livello di Stati Maggiori la
questione viene considerata con un classico «si,
ma...».
Si, perché neanche il più stupido degli Ufficiali di
Stato Maggiore ha il coraggio di dire di NO, di
affermare che sicuramente l'organizzazione non
serve. Ma, perché tanto non è urgente, è solo una
eventualità, si può rimandare, si può aspettare, ci
sono scadenze più impellenti ecc..ecc.. E poi (per
fortuna) è roba dei Servizi.
Quello dei Servizi è l'altra faccia della medaglia.
Un mondo che nella realtà aborrisce James Bond.
Un mondo di distinti e calmi intellettuali che
passa il suo tempo soprattutto a leggere, studiare,
analizzare, valutare e a tirare conclusioni, sempre
e comunque, prescindendo dalla loro validità. In
questo ambiente tranquillo e silenzioso, quasi
conventuale, che ci sta a fare questa banda di
energumeni che passa il suo tempo nel fragore dei
poligoni, nell'umidità di una spiaggia battuta dalla
risacca o nel gelo delle nevi oltre i duemila metri?
Se si divertono, affari loro. Ma dover spendere
soldi per mantenerli in piedi e, Dio non voglia,
potenziarli, quando non abbiamo neanche una
fonte su Marte e su Venere, questo è veramente
troppo. E al Ministro cosa raccontiamo? Che non
sappiamo nulla sulla politica estera del paese X o
sulla situazione interna del paese Y ma che siamo
capaci di esfiltrare fino a venti piloti abbattuti al
giorno? Figuriamoci. Perciò finché si tratta di
comprare 4 pistole, 2 fuciletti e 5 scatole di
Fiocchi parabellum, nulla da dire, ma non stiamo
a parlare di aerei STOL o di elicotteri idonei al
volo notturno o di altri marchingegni del genere.
Ci sono spese più urgenti e soprattutto più
produttive, da fare. Vedremo l'anno prossimo
cosa si può fare. L'esempio citato dello STOL
(aereo capace di atterrare e decollare al dì fuori
degli aeroporti da strisce erbose, di lunghezza
oltremodo limitata) è emblematico. La pratica per
l'acquisizione di un aereo di quel tipo è iniziata
nel '78, approvata dal Capo Servizio nel '79 ed è
proseguita tra si, no e ni sino allo scioglimento
della Gladio. Dodici lunghi anni per non decidere,
per non concretizzare niente.
In una situazione del genere credo si possa
riconoscere da parte di tutti che se la Gladio è
sopravvissuta sino ai nostri giorni ciò è stato
dovuto esclusivamente al fatto che i responsabili
diretti, più o meno motivati, più o meno

71
entusiasti, credendoci o meno, hanno svolto il
compito loro affidatogli al meglio (possibile). Ma
proviamo a dare un'occhiata a queste pazze spese
per mantenere in vita l'Esercito di secondo tempo.
Negli anni '50-'60 una gran parte delle spese sono
state sostenute dagli americani, la famigerata
CIA. Grosso modo il contributo complessivo
ricevuto dal SIFAR e dal SID ammonta a circa 1
miliardo e 300 milioni di lire.
è vero che la capacità di acquisto degli anni '60
non è quella degli anni '90 ma è anche vero che
anche il cambio dollaro-lira non è lo stesso. Non
sono un esperto in economia per poter fare dei
raffronti e dei calcoli esatti ma un termine di
raffronto abbastanza preciso esiste. Quando sono
arrivato al Servizio, nel '74, ero Tenente
Colonnello con uno stipendio, indennità
comprese, di circa 430.000 lire al mese. L'affitto
di un appartamento al quartiere Aurelio di tre
locali più servizi era di 150.000 lire al mese.
Oggi lo stipendio di un Tenente Colonnello con
due anni di anzianità (come ero io) è di
3.200.000, e l'affitto di un appartamento analogo
a quello che io avevo è di 1.500.000 mensili (se
dimostri di non essere residente altrimenti non lo
trovi) In altri termini il rapporto è di 1 a 10 ma è
valido nei due sensi, introiti e costi, vale a dire il
rapporto reale è zero. I mille dollari di allora
valgono 1000 dollari di oggi, poco più, poco
meno. Prescindendo dalle ovvie contestazioni e
precisazioni degli addetti ai lavori, procedendo a
grandi sciabolate, credo si possa accettare il dato
che in venti anni ('56-'76) il Servizio USA ha
passato al Servizio Italiano circa 65 milioni di lire
all'anno. Su questo dato si è aperto un dibattito
politico ed un'inchiesta parlamentare, quanto
meno è stato uno degli argomenti dell'inchiesta,
anche se poi, per amor di onestà, è stato lasciato
decadere.
Mentre scrivo queste righe sono in corso
accertamenti giudiziari per una questione di 150
miliardi di tangenti pagati da ditte, società,
industrie a politici e responsabili della Pubblica
Amministrazione (sempre Politici), al Nord, oltre
a situazioni analoghe non ancora quantificate al
Sud e in Sicilia. Non sono in corso inchieste
parlamentari né dibattiti politici (forse perché
sono coinvolti personaggi di tutti i partiti o
quasi?).
Contemporaneamente sono in corso una serie di
rivelazioni (vere, false, strumentali?) che un
partito politico nazionale ha avuto sovvenzioni da
un organismo statale di uno Stato estero. Né per il
primo, né per il secondo dei casi sono state aperte
inchieste parlamentari né vi sono stati dibattiti
alle Camere. Le sole reazioni politiche sono state
la sospensione e solo in casi eccezionali e limitati,
l'allontanamento dal partito dei personaggi sotto
inchiesta. Quale è la conclusione che può trarre
un cittadino italiano di media levatura
intellettuale?
Se lo Stato Italiano riceve da uno «stato estero ed
alleato» una sovvenzione, contributo, cifra ecc...
in danaro per una operazione di interesse co-

72
mune, questa operazione è un attentato alla
Costituzione ed alla Libertà del Paese.
Se un partito (non lo Stato od un suo organismo)
riceve una analoga sovvenzione da parte di un
organismo statuale di uno «stato estero e nemico»
(o quanto meno inserito ufficialmente nell'elenco
dei paesi potenzialmente ostili) questo è un affare
interno che fa parte del gioco democratico. Se
esponenti o manutengoli di singoli partiti
intascano tangenti di miliardi, per spendere i quali
a titolo personale occorrerebbero generazioni di
figli e nipoti, questo è un affare personale del
singolo che è stato beccato con le dita nella
marmellata. Se non avessi un elevato senso dello
Stato, mi vergognerei di essere cittadino italiano e
avrei già lasciato questo Paese da tempo.
Ma oltre alle sovvenzioni, l'Operazione Gladio ha
avuto anche un costo diretto che gravava sul
bilancio del Servizio. A memoria, posso dire che
le spese per l'organizzazione nell'ultimo decennio
assommavano a circa 350 milioni all'anno; nei 25
anni precedenti, cioè dalle origini al 1980, la
media non ha sicuramente superato i 220 milioni
all'anno (cifre valutate ai costi e controvalori
odierni). Questo significa che nei trentacinque
anni di esistenza di Gladio, l'Esercito ci ha
rimesso grosso modo meno di un, e ribadisco
uno, elicottero tipo AB 412 (costo 8 miliardi e
800 milioni). Non so fare i conti per la Marina,
ma penso che la gestione delle sue barche a vela,
le prestigiose Orse, non sia molto lontana. Per
quanto riguarda l'Aeronautica un Tornado costa
tra i 70 ed i 74 miliardi. Ma quello che più è
interessante è che un'ora di volo di un DC 9 o di
Falcon 50 costa tra 4.5 milioni ed i 3.5 milioni.
Quattro ore di volo per riportare il Ministro della
Difesa a casa, dopo una settimana ministeriale
fanno 56-72 milioni al mese, circa 1/5 di quanto
occorreva a far funzionare un organismo che H
24 per 365 giorni all'anno era a disposizione
esclusivamente per la difesa del territorio
nazionale. E per quanto riguarda l'ambito del
Servizio gli addetti ai lavori sanno perfettamente
quanto costa, come spese di gestione, un centro di
Controspionaggio.
Con 350 milioni all'anno, non si copre di certo,
non dico tutta l'Italia, ma neanche la metà, anzi
molto ma molto meno (e non parliamo di centri
all'estero!) Come si vede anche il Servizio si è
sempre preoccupato in maniera determinante di
quella entità che in caso di occupazione del
territorio avrebbe rappresentato «il Servizio», per
antonomasia, dell'intero Paese, dato che tutto il
resto avrebbe preso il fugone o sarebbe stato
spazzato via dal nemico. Che il, giustamente
famoso SIM nel periodo '43-45 fosse stato
costituito esclusivamente da due sezioni (oltreché
da una sezione di supporto tecnico) delle quali
una si occupava del controspionaggio nei territori
liberati, mentre l'altra svolgeva le stesse identiche
funzioni della Gladio nei territori occupati dai
nazifascisti, era un passato, un'esperienza, che
non aveva insegnato niente a nessuno (fatta
eccezione per quei pochi illusi assegnati allo
specifico settore).

73
Il secondo aspetto del supporto alla operazione
Gladio era costituito dai mezzi e materiali. Le
filosofie che sovraintendevano ai due settori
erano, o meglio avrebbero dovuto essere,
direttamente contrapposte. Modernità e
sofisticazione per i mezzi, semplicità e vecchiaia
per i materiali. I primi erano gestiti direttamente
ed esclusivamente dalla Centrale. Dovevano
consentire l'infiltrazione ed il recupero dei teams
di specialisti o i rifornimenti, in profondità,
all'interno dei territori occupati, col massimo di
garanzie di sorpresa, di sicurezza e di affidabilità.
In altri termini occorrevano mezzi aerei e navali
dotati di grande autonomia, che potessero
navigare con assoluta precisione senza l'ausilio
delle radioassistenze ed in silenzio radio, che per
attrezzature speciali a bordo o tecniche di
navigazione potessero sfuggire ai radars del
nemico, il più silenziosi possibile ecc.ecc.
La solita lungimiranza strategica consentì
all'organizzazione di avere tre-quattro gommoni
con normali fuoribordo da 20 HP (uno solo era
più o meno artigianalmente silenziato), quattro
aerei leggeri tipo L 19 che portano un passeggero
e non consentono né l'aviolancio, né il volo
notturno, ed un DC 3 dell'Aeronautica (il famoso
ARGO 16) bimotore ad elica entrato in servizio
nell'aviazione americana nel 1940. Tra il '79 e
l'80 un notevole salto di qualità. Gli aerei leggeri
vengono sostituiti da elicotteri del tipo A 109 che,
se anche non volano di notte, per lo meno
trasportano 4-5 persone (smilze). Il DC 3 va in
pensione e prende il suo posto un G 222.
I primi vengono acquistati dall'Esercito a rate
(non ci sono abbastanza soldi), il secondo viene
preso in affitto dall'Aeronautica dato che si paga
per ogni ora di volo fatta.
Attrezzature speciali a bordo? Certo! Buona
volontà e capacità professionale degli equipaggi.
Nel 1985 viene potenziata la flotta con l'acquisto
di una barca, un Canados 50 da 16,5 metri che
consente di andare per mare un pò più comodi
che non in gommone. Essendo una barca di serie
ha ovviamente la cabina padronale oltre alle
cuccette, fatto che è stato sbandierato dai soliti
ignobili per trasformare un mezzo di lavoro in un
mezzo per crociere di relax, magari anche un pò
sexy. In effetti l'ultima crociera di cui sono a
conoscenza è stata quella dell'estate del 90 lungo
le coste della Dalmazia, un classico delle estati
per mare. Peccato che i fuochi artificiali di
benvenuto quell'estate fossero traccianti di
mitragliatrice e cannonate.
è bene sottolineare che tutti questi potenti mezzi
non servivano solo alla Gladio ma almeno al
60%, e forse più, per fare fronte ad altre esigenze
istituzionali del Servizio, come la sopracitata gita
turistica per mare, tanto è vero che hanno
continuato ad operare anche dopo lo scioglimento
dell'Organizzazione. Meno la barca, data l'ottima
pubblicità che le è stata fatta. L'ultimo sussulto di
potenziamento risale al 1986 quando vennero
acquistati due aerei ultraleggeri, quella specie di
ciclomotori volanti. A che servivano?

74
Per informazioni basta rivolgersi agli israeliani ed
ai loro amici dell'OLP, che li hanno impiegati più
di una volta per condurre azioni in profondità
scavalcando senza problemi i sistemi difensivi
organizzati lungo i confini. Non è il caso di
riportare quali erano i mezzi a disposizione delle
organizzazioni dei Paesi alleati, dagli elicotteri
ognitempo con serbatoi supplementari, ai
bimotori turboelica tipo executive, agli aerei C
130, capaci di volare a bassa quota e
«inforchettare» un pallone al quale stava appeso
un uomo da esfiltrare con urgenza. Sottolineo
l'uso dei plurali.
Per quanto riguarda i materiali, come ho già
detto, la filosofia era che fossero i più semplici e
meno sofisticati possibile. E ciò discendeva da
esigenze diverse ma contemporanee. Da un lato
c'erano le difficoltà di addestrare gli esterni
all'eventuale uso di apparecchiature sofisticate
data la limitata durata dei corsi ed i lunghi
intervalli fra di essi. Da un'altro era impossibile
pensare che in una situazione di guerra si potesse
provvedere ad una manutenzione ed al
rifornimento di parti di ricambio che avrebbero
comunque richiesto personale specializzato. Da
ultimo vi era la esigenza di sicurezza mai
sufficientemente garantita. Era più che noto che
dopo l'eventuale occupazione sarebbero state
adottate severe misure di controllo del territorio,
come era successo in Germania e nei paesi baltici,
nella seconda guerra mondiale, in Vietnam ed in
Cambogia, successivamente. Ne conoscevamo
almeno 27, attuate di norma nei primi mesi dopo
l'occupazione, altre 20 adottate nella successiva
fase di consolidamento, ed una ulteriore decina
imposte a territori «normalizzati».
Tra queste misure ci sarebbero state quasi
sicuramente quelle dell'istituzione del coprifuoco,
dello sgombero della fascia di confine e della
fascia costiera per una profondità di alcuni km., la
limitazione dei movimenti entro un raggio di 2 -
10 km., dal luogo di residenza, i controlli saltuari
lungo le vie di comunicazione, oltre a numerose
altre. Essere pescati ad un posto di blocco o ad un
normale controllo di polizia con un visore
notturno o un illuminatore di bersagli a raggi
laser, avrebbe sicuramente comportato l'arresto
immediato, se non l'essere messi contro il muro
più vicino (soluzione peraltro cinicamente
auspicabile per il bene dell'Organizzazione).
Quindi niente bussole, ma addestramento
all'orientamento col sole, le stelle e l'orologio.
Niente carte topografiche scala 1:25000
dell'Istituto Geografico Militare ma carte del
Touring, oltre ad una perfetta conoscenza del
proprio territorio. Niente segnalatori all'infrarosso
per guidare barche ed aerei allo sbarco e alle zone
di lancio, ma normali pile a batterie. E così via.
Per quanto riguardava armi ed esplosivi,
l'imperativo era che fosse tutto materiale non in
dotazione o non più in dotazione alle Forze
Armate. Per questo motivo negli ormai famosi
NASCO vi erano armi ed esplosivi usati dagli
Alleati durante la seconda guerra mondiale.
Pistole spagnole,

75
STEN inglesi, Carabine Winchester e qualche
fucile Garand americani, esplosivo al plastico C 4
americano. Le armi dei NASCO sarebbero dovute
servire ai Nuclei destinati a durare nel tempo e ad
agire sempre in forma clandestina ed erano per lo
più armi per la difesa del personale in caso di
incontro imprevisto col nemico.
Questo è il motivo per il quale erano in numero
così limitato (potevano essere comunque armati
circa 300 uomini, 500 se si contano anche le sole
pistole), fatto che la Commissione Stragi ha
dimostrato di non aver capito. Ma il relatore era
uomo d'onore. In una sessantina di caserme dei
Carabinieri e dell'Esercito, tutte dislocate tra il
confine Nord Est e la Lombardia, area
coincidente con la prevista Zona di
Combattimento, era accantonato l'armamento per
circa 2000 uomini.
Si trattava per lo più di fucili, moschetti
automatici, fucili mitragliatori ecc già in uso alle
Forze Armate ma radiati dall'impiego e quindi
non più in dotazione, quali ad esempio gli STEN
ed i BREN inglesi od i MAB italiani. Quando nel
1976 la Centrale si rese conto che nessun esterno,
neanche poche ore prima dello scoppio delle
ostilità, avrebbe messo in gioco la propria
«clandestinità» per andare a prelevare le armi
nelle caserme, tutto il materiale venne recuperato
ed accantonato al CAG di Alghero (come era già
stato fatto nel '72-'73 con i materiali dei
NASCO). D'altra parte queste armi erano tutte
destinate alle Unità e Formazioni di guerriglia che
la pianificazione operativa, appena redatta,
prevedeva entrassero in azione solo nel terzo
tempo e non nella fase iniziale come era stato
previsto negli anni '50-'60 da parte delle Unità di
Pronto Impiego.
Il materiale perciò sarebbe stato aviolanciato o
trasportato via mare nelle zone e nei tempi più
opportuni. Anche questi elementi non sono stati
compresi dalla Commissione Stragi. Ma il
relatore era uomo d'onore.
Un terzo lotto di materiali di armamento, per
circa 1200 uomini, era nella base USA di Campo
Derby, presso Livorno. Sarebbe stato ceduto dalle
Forze Armate americane solo dopo lo scoppio
delle ostilità ed avrebbe costituito la riserva, il
volano per rimpiazzare le perdite o le inefficienze
o per fare fronte ad incrementi improvvisi delle
previste Formazioni (sbandati, disertori,
fuggiaschi da campi di prigionia ecc...). In
conclusione, l'Organizzazione sarebbe stata in
condizione di armare, dopo lo scoppio delle
ostilità, dalle 2500 alle 3500 persone.
Ed a 3000 infatti ammontava il numero delle
uniformi, zaini, scarpe ecc.ecc. accantonati per
l'esigenza. Tralasciamo per un attimo i NASCO
(e quindi i Nuclei Clandestini) e soffermiamoci
sul numero dei 3000 tra fucili, mitragliatori,
mitragliatrici ecc. cioè sull'armamento idoneo per
3000 potenziali guerriglieri. La dottrina militare
degli anni '60 diceva che il rapporto normale per
fronteggiare la guerriglia da parte delle forze
regolari era di 1 a 10.

76
Questo rapporto è cresciuto nel tempo (vedasi
esperienza del Vietnam) fino ad 1 a 30. In altri
termini, per fronteggiare 3000 guerriglieri
organizzati occorrono sino a 90.000
(novantamila) uomini, vale a dire circa la metà
dell'attuale Esercito Italiano e probabilmente
l'intero futuro Esercito previsto dal Nuovo
Modello di Difesa.
Qualcuno ha fatto questi conti tra Piazza Colonna
e via XX Settembre, prima di stilare l'atto di
morte della Gladio? E li ha fatti la Commissione
Stragi prima di trinciare giudizi?
Ma il relatore era uomo d'onore. All'arsenale
sopradescritto, di armi diciamo vecchie,
sicuramente però non obsolete, andavano
aggiunte un numero limitato, qualche decina, di
mortai e di lanciarazzi e cannoni controcarro
senza rinculo, anche questi predisposti per essere
aviolanciati. Tra la fine degli anni '70 e l'inizio
degli anni '80 anche l'organizzazione ebbe un
sussulto di modernizzazione ed eliminò a sua
volta le armi più vecchie (ad esempio i MAB
sostituiti con pistole mitragliatrici Franchi) oltre
ad inserire nel suo inventario armi in dotazione al
Patto di Varsavia (ad esempio i Kalashnikov).
Alla, più volte citata, filosofia del semplice e
vecchio vi furono, come sempre, alcune
eccezioni. La prima è stata quella relativa allo
studio e realizzazione di materiali che
garantissero la lunga conservazione di armi e
munizioni sotto terra. Si ricercavano e provavano
carte catramate, metallizzate, plastiche ecc. che
preservassero i materiali dall'aria e dalla polvere e
resine che li preservassero dall'umidità e fino a lì
non c'erano grossi problemi. Ma quando si
passava a far sì che le resine fossero inattacabili
dai roditori, i laboratori si trasformavano in
rivoltanti «fabbriche della puzza». La seconda
eccezione è stata lo studio e la realizzazione di un
contenitore subacqueo che consentisse di
conservare i materiali anche a notevole profondità
per sfuggire alle eventuali ricerche. Venne
realizzato un «coso» a metà strada tra la boa e la
mina che oltre a garantire la tenuta stagna fino a
60 metri (6 atmosfere) ne assicurava
l'autodistruzione e l'affondamento nel caso ci
avesse messo le mani un non addetto ai lavori.
L'aspetto più interessante è che l'aggeggio poteva
venire aviolanciato e restare sott'acqua anche per
due anni ed essere poi richiamato a galla anche da
una certa distanza con segnali codificati emessi
da un apposito dispositivo tipo sonar. Per quello
che ne so, eravamo l'unico paese ad avere la
disponibilità di NASCO sommersi con delle
caratteristiche tecnologiche così elevate.
Disponibilità, perché non sono mai stati messi in
opera se non a livello sperimentale ed
addestrativo.
Un altro buon successo, non nazionale ma a
livello dell'intero Club dell'ACC, è stato quello
relativo alla realizzazione di un sofisticato
apparato radio per agenti. Riceve e trasmette fino
a circa 10.000 Km. messaggi di 200 caratteri in 1
secondo, cifra automaticamente ed
automaticamente si accende e si spegne.

77
Queste caratteristiche consentono di non aver
bisogno di operatori radio specializzati e che
l'operatore stesso possa rimanere tranquillamente
a casa nel momento in cui la radio entrerà in
funzione, evitando così il pericolo di cattura in
flagranza, nel caso di intercettazione e
localizzazione, per altro estremamente difficile,
da parte del nemico. Tutti gli altri materiali, dalle
macchine fotografiche ai ciclostili portatili ecc.
erano tutti materiali datati come le armi. Quello
che nei 35 anni di vita della Gladio ha avuto un
notevole sviluppo è stato il settore
infrastrutturale. Fino dalle origini gli insediamenti
sono stati due - Alghero e Cerveteri. In
quest'ultima località, all'interno del comprensorio
del Centro Trasmissioni del RUD, esisteva la
«foresteria», una palazzina un pò isolata ed
affogata nel verde, idonea ad alloggiare 10-12
persone, alla quale era annesso un minifabbricato
con due aule. Fino al '75 veniva utilizzata
essenzialmente come punto di raccolta e camera
di compensazione prima della partenza degli
esterni per Alghero.
Saltuariamente veniva utilizzata per
l'addestramento dei marconisti o di qualche altro
specializzato. Dopo le modifiche apportate negli
anni '75-'76 al sistema addestrativo ne è
aumentata l'utilizzazione soprattutto per lo
svolgimento dei corsi per gli addetti alle
informazioni ed i Capi Rete. Negli anni '80, con
la costruzione di un prefabbricato, è stata
aumentata la capacità ricettiva di altri 8 posti
letto, tenendo conto che la Divisione che
sovrintendeva alla Gladio era diventata
responsabile anche dell'addestramento di tutto il
personale del Servizio. Questa è la vera storia di
quello che la Commissione Stragi ha definito il
Centro Addestramento di Cerveteri, potenziato
negli anni '60 come succursale della base
principale. Ma il relatore era uomo d'onore. Il
secondo complesso infrastrutturale
dell'organizzazione era costituito dai due CRO.
CRO stava per Centro Radio Olmedo, una
località nei pressi di Alghero. Il CRO 1 era il
Centro trasmittente ed il CRO 2 quello ricevente.
Da quando erano stati costruiti alla fine degli anni
'50, ed equipaggiati con materiali americani, non
erano mai andati in funzione, se non per le
normali prove degli apparati e relative
manutenzioni. Il concetto base era quello di non
far rilevare al potenziale nemico l'esistenza di un
centro radio che aveva capacità e prestazioni fuori
dalla norma.
Questa concezione doveva garantire la non
individuazione della base sino al momento della
sua attivazione dopo lo scoppio delle ostilità e
l'inizio dell'occupazione, anche se parziale. Nel
'76 decisi invece di adottare la linea d'azione
esattamente opposta. I centri dovevano
funzionare, anche se a vuoto, 365 giorni all'anno
e, possibilmente, 24 ore su 24, trasmettendo in
continuazione messaggi fasulli a....nessuno. In
tale maniera la base radio sarebbe stata
sicuramente immediatamente individuata e
localizzata, ma, all'emergenza, non avrebbe
attirato su di se attenzioni particolari dato che il
traffico del tempo di guerra sarebbe stato
pressoché identico a quello del

78
tempo di pace. Anche questa decisione ha a suo
tempo creato subbuglio nella acquisita tranquillità
dei vecchi, basata sul solito vangelo, senza
considerare il mugugno degli operatori radio della
centrale che, essendo numericamente molto al di
sotto delle esigenze si sono trovati
improvvisamente sotto pressione. A parte i lavori
conseguenti al cambio ed alla modernizzazione
degli apparati radio ed all'adozione dei nuovi
sistemi di trasmissione tecnologicamente avanzati
i due centri sono rimasti pressoché immutati nel
tempo. Il gioiello di famiglia era invece costituito
dalla base di Punta Poglina.
Innanzitutto la bellezza naturale di quel tratto di
costa, la macchia mediterranea ed i pini marittimi,
un mare stupendo limpido e verde smeraldo,
scogli e sabbia dorata, gabbiani e cormorani,
triglie e murene. Poi il silenzio e la tranquillità di
un'area lontana dall'abitato, con poche casette
sparpagliate nelle vicinanze ed una strada
litoranea (la Alghero-Bosa) con scarso traffico
che al mio arrivo non era ancora terminata, non
certo, come qualcuno ha scritto, per intervento del
Servizio. La tranquillità, sotto tutti gli aspetti,
compreso quello della sicurezza, era tale che la
recinzione del comprensorio era un proforma.
Quattro giri di filo spinato con alcuni cartelli di
divieto di accesso ad una zona militare.
All'interno del comprensorio vi erano tutte le
installazioni per garantire la vita del
distaccamento di guardia e degli istruttori, dalla
falegnameria al posto distribuzione carburanti,
dalle mense agli alloggi, dal posto manutenzione
automezzi all'infermerà ecc... Il solo
condizionamento era la cronica carenza di acqua
potabile.
Affogate nel verde c'erano poi le palazzine per la
direzione dei corsi, ed i laboratori (fotografia -
confezionamento materiali - armeria ecc.) la
palestra, il poligono di tiro e quello esplosivi, il
porticciolo con le baracche per il ricovero dei
gommoni e la pista di atterraggio per aerei
leggeri. E sempre in mezzo al verde le due
palazzine allievi, che essendo completamente
autosufficienti (mensa, bar, aule, alloggi)
consentivano di svolgere contemporaneamente
due corsi mantenendo la massima
compartimentazione tra i due gruppi di
frequentatori. L'accentramento di tutte le armi ed
i materiali dell'organizzazione al CAG dopo il '76
ha comportato la costruzione di magazzini
pallettati. L'apertura del comprensorio a tutto il
personale del Servizio, dopo che la Divisione nel
1980 era diventata la Scuola unica del Servizio
stesso, ed alle Forze Speciali delle Forze Armate
(Incursori della Marina, Paracadutisti d'assalto
dell'Esercito) hanno portato, nel tempo alla
realizzazione di un secondo poligono di tiro, della
torre per l'addestramento subacqueo, del percorso
di guerra (con ostacoli copiati dall'esercito
sovietico) del percorso del silenzio (ispirato ad
analoga attrezzatura dell'Esercito Francese)
dell'eliporto idoneo all'atterraggio notturno, oltre
all'ammodernamento di tutte le altre attrezzature.
Dovrebbe apparire evidente che tutte

79
queste realizzazioni nulla avevano a che fare con
l'addestramento degli esterni, ma anche questo
non è stato capito in ambito Commissione Stragi.
Ma... non mi ripeto. Quando a dicembre dell'86
ho lasciato l'Organizzazione il comprensorio
aveva i depuratori per le acque luride,
l'inceneritore per i rifiuti, i propri pozzi di acqua
ed un sistema di cabine elettriche con gruppi
elettrogeni che ne garantivano la completa
autosufficienza.
Non credo esista in Italia una installazione
addestrativa così completa, articolata ed
organizzata, invidiataci da quasi tutti i Servizi
occidentali oltreché dalle nostre Forze Armate.
Non servirà certamente più per addestrare «i
gladiatori» ma è una struttura eccezionale per la
formazione del personale del Servizio, quello
realmente operativo, ovviamente. Mi auguro che
sciacalli ed avvoltoi, che si sono messi in
movimento appena sentita puzza di cadavere, o
gli «affettuosi» parenti della scena finale
dell'Avaro di Moliere, non riescano a superare la
recinzione, oggi esistente e funzionante,
trasformando un serio e silenzioso centro
addestrativo in una fiera di vanità od in una tappa
per itinerari turistici.

80

81
10. GLADIO E LE FORZE ARMATE
I rapporti tra Gladio e le Forze Armate
rappresentano un classico esempio di come non si
devono fare le cose. Negli anni '51-'52 si
comincia a pensare di costituire una
organizzazione di resistenza che dovrebbe
operare all'interno dei territori eventualmente
occupati. Il Capo del SIFAR ne parla con i Capi
dei SIOS delle tre Forze Armate e con il suo
superiore diretto, il Capo di Stato Maggiore della
Difesa. è una fase interlocutoria ed i contatti non
scendono al di sotto del livello dei Capi,
decisione accettabile, anzi giusta. Nel '56 viene
costituita la Gladio a seguito dell'accordo
bilaterale tra il SIFAR e la CIA. è un accordo tra
Servizi e quindi non vengono interessate le Forze
Armate, anche se tra i compiti dell'organizzazione
ve ne sono alcuni che sono chiaramente legati alle
stesse Forze Armate quali, ad esempio, quelli
dell'evasione ed esfiltrazione di piloti abbattuti
ecc...
Sempre nel '56, più o meno un mese prima del
citato accordo, era stata sciolta l'organizzazione
Osoppo, organizzazione nata nel 1950 per
trasformazione del 3° Corpo Volontari della
Libertà, costituito a sua volta nel 1946, con i resti
della ex Brigata partigiana non comunista
Osoppo-Friuli, per la difesa della popolazione
italiana da eventuali invasioni titine. La Osoppo
dipendeva dallo Stato Maggiore Esercito e la
Gladio ne assorbì parte degli uomini e parte
dell'armamento (gli ormai noti depositi di armi
nelle caserme). Nonostante ciò, non vi fu alcun
contatto tra Servizio e SME o fra questo ed il
Capo dello SMD che aveva autorizzato la
costituzione di Gladio. Nel 1959 il Servizio, con
l'autorizzazione del Capo di SMD, entra a pieno
titolo nel CPC, su invito formale del
rappresentante francese e presidente di turno del
Comitato stesso.
Ma benché il Comitato costituisse l'interfaccia fra
il Comando Supremo NATO (SHAPE) ed i
Servizi, nonostante il SIFAR partecipasse o
comunque fornisse elementi di ragguaglio per le
riunioni tra SMD ed AF-SOUTH per lo studio
delle possibilità di pianificazione delle forze
clande-

82
stine in Italia, Servizio e Forze Armate
continuano a non parlarsi. Nel 1964 l'Italia entra a
fare parte dell'ACC, Comitato istituito nel '58 su
iniziativa di SACEUR ed emanazione del CPC.
Essendo un Comitato di soli Servizi, neanche in
questa occasione vi sono contatti all'esterno del
SIFAR. Nel 1968 il Servizio riceve, tramite CPC,
come previsto, la Direttiva di SHAPE sulla guerra
non ortodossa.
Le direttive di SHAPE viaggiano sui canali
NATO e quindi, per l'Italia, arrivano ad
AFSOUTH (Napoli), Comando retto di norma da
un americano ma nel quale, sempre di norma, il
Capo e/o il Sottocapo di Stato Maggiore è
italiano. Le stesse direttive, integre o più o meno
elaborate, vengono poi da AFSOUTH diramate ai
comandi dipendenti e quindi al Comando delle
FTASE (Verona) retto sempre da un Generale a
quattro stelle italiano. Una copia della direttiva di
SACEUR va, per opportuna conoscenza allo
Stato Maggiore Difesa.
Come ampiamente illustrato nella relazione della
Commissione Stragi, in tale direttiva SHAPE
disponeva che le operazioni condotte da forze
militari «non ortodosse» si adeguassero alle sue
direttive, riservandosi così la direzione strategica
delle Operazioni Militari Non Convenzionali
(UMO) effettuate da reparti militari precettati per
l'assegnazione alla NATO.
Nel settore delle Operazioni dei Servizi
Clandestini (OCS), SHAPE ribadiva invece la
competenza delle singole autorità nazionali, fatta
salva la necessità del coordinamento per evitare
dispersione di energie e conflitti di attività.
Nonostante l'importanza della materia, la
sottolineata esigenza di coordinamento, e la
diramazione a diversi supergallonati nazionali,
nei palazzi di via XX Settembre, nessuno batte
ciglio. All'inizio del '69 è il Servizio che si agita e
si fa promotore di un Comitato di coordinamento
tra le FF.AA. e Servizio stesso, indicando lo
SMD quale organismo di presidenza del
Comitato. La proposta rimase lettera morta e
continuò ad esserlo anche quando venne reiterata
dal Servizio nel '73, nel '75, nel '77 e nel '79.
Isteresi del comando? paura? diffidenza? tempi di
reazione un pò rallentati?
Ai posteri l'ardua sentenza. Soltanto a dicembre
del 1985 il Ministro della Difesa (Spadolini) da
l'imprimatur alla costituzione del Comitato la cui
presidenza viene assunta dal SISMI, non essendo
più il Servizio, a seguito della legge 801, un
Reparto dello SMD ma un organismo
direttamente dipendente dal Ministro stesso. Ci
sono pertanto voluti ben 17 anni perché FF.AA. e
Servizio potessero colloquiare ufficialmente su un
tema di rilevanza strategica. Diciassette anni,
prendendo per base l'emanazione della Direttiva
di SHAPE; ventinove se si parte dalla
costituzione dell'organizzazione Gladio. Ed a via
XX Settembre, oggi, c'è gente che pensa di poter
ristrutturare le Forze Armate, sulla base del
Nuovo Modello di Difesa, nel
 

83
giro di 3-4 anni! Il già più volte citato 8 settembre
'43, tra tutte le cose riprovevoli e deleterie che ha
provocato, ha però avuto un risvolto positivo,
quello di aver insegnato ai Quadri intermedi, in
assenza di ordini delle SS.AA., a pensare con la
propria testa e ad assumersi in proprio la
responsabilità di decidere e di fare. Ed è per
questo che i contatti avvengono a livello di
Tenenti Colonnelli e Colonnelli, in forma del
tutto ufficiosa, quasi a livello privato. Non ci si
sbilancia molto né da una parte né dall'altra, si
trattano soprattutto argomenti tecnici, evitando
scrupolosamente di entrare in problematiche ad
ampio respiro.
Discorsi un pò più seri ed approfonditi, ma
sempre a livello informale, iniziano nel '76 dopo
la redazione da parte del Servizio della
pianificazione operativa relativa alla Gladio. Si
cerca, e si riesce, ai bassi livelli di realizzare il
coordinamento delle due forme di Guerra Non
Ortodossa, quella delle UMO di responsabilità
dello SME e quella delle OCS di responsabilità
del Servizio. L'Aeronautica resta a margine
perché coinvolta solo per fornire i vettori. La
Marina è disponibile a fornire anch'essa i propri
vettori (sommergibili e motosiluranti), ma per il
resto fuori si chiama. COMSUBIN secondo il suo
Stato Maggiore non è un reparto di Forze Speciali
ed opererà sempre sotto esclusivo comando
nazionale. Con snervante lentezza, tra infiniti
difficoltà e distinguo si va però comunque avanti.
Il 9° battaglione paracadutisti d'assalto, a
Livorno, si addestra all'impiego dell'esplosivo
plastico... usando la plastilina o il Pongo rubato ai
propri figli. Il famoso C 4 e gli altri esplosivi
similari non fanno parte delle dotazioni
dell'Esercito Italiano. Se dovesse partire per la
guerra si dovrebbe aviolanciare con qualche
autocarro al seguito per trasportare tutto il tritolo
(esplosivo in dotazione) necessario ad effettuare
le previste operazioni di sabotaggio, tenendo
presente che 1 kg. di tritolo equivale a 750 gr. di
C 4, che si riducono ulteriormente a circa 250 gr.
se si usano cariche confezionate in modi
particolari - in altri termini il rapporto è di 4 a 1.
(L'Esercito acquisterà esplosivi al plastico solo a
fine estate '79).
Un bel giorno un serio (o pazzo) Comandante del
battaglione decide di passare dalle chiacchiere ai
fatti e, sapendo che al Servizio c'è personale che
si addestra col plastico da anni ed anni, chiede di
poter fare addestrare anche il suo personale. Così
il CAG di Alghero apre le porte anche alle Forze
Armate. Siamo nell'inverno dell'anno di grazia
1980. Tre anni dopo arriva anche la Marina, con
gli Incursori di La Spezia che vogliono poter
lavorare in uno dei più attrezzati poligoni, o centri
addestrativi che dir si voglia, d'Italia.
L'Aeronautica si sveglia nel 1977 quando,
ricevendo il piano di evasione ed esfiltrazione di
SHAPE, scopre che, nel caso un aereo venga
abbattuto sul territorio nazionale occupato,
esistono persone disposte a rischiare la pelle per
recuperare e far fuggire gli equipaggi. A questo
punto,

84
sempre ai bassi-medi livelli, si infittiscono i
contatti ed i piloti dell'A.M. cominciano a
partecipare alle esercitazioni della Gladio, le cui
tecniche nel campo della EE (Evasione ed
Esfiltrazione) diventano patrimonio comune.
Finalmente nel 1985 Spadolini, Ministro della
Difesa, firma l'atto di approvazione della
costituzione del Comitato di Coordinamento tra
Forze Armate e Servizio nel campo della Guerra
Non Ortodossa ed i contatti e l'attività di
coordinamento diventano ufficiali. Ovvero
«dovrebbero» diventare ufficiali. Nella realtà la
prima riunione nel marzo '86 finisce in un
battibecco tra il sottoscritto, Presidente per diritto,
ed il rappresentante di SMD che si ritiene, a titolo
personale, unto del Signore.
Nei successivi anni il Comitato si riunisce ancora
solo tre volte, l'ultima nel dicembre '89. I risultati
sono ultramodesti, per non dire di peggio, ma per
fortuna continuano e si incrementano i contatti ai
soliti livelli (a questo punto si può fare e dire,
vista la ufficialità della problematica) e le cose
sembrano cominciare a muoversi nel senso
giusto. Sempre nell'86 viene istituito un altro
Comitato che si deve occupare del coordinamento
dell'impiego delle unità Speciali delle FF.AA.,
dei Carabinieri e del Servizio in attività
antiterroristiche (dirottamenti aerei, cattura di
ostaggi ecc...). I personaggi attorno al tavolo sono
gli stessi, visto che sono tutti degli specialisti, ma
questa volta è l'unto del Signore a sedersi sullo
scranno del Presidente, come è giusto che sia data
la sua funzione .Per amore di verità devo dire che
questo comitato nelle sue riunioni (più o meno
una decina sino al '91) è arrivato a dei risultati
decisamente più concreti e positivi dell'altro. E
ciò appare ovvio dato che il terrorismo era un
fatto attuale (il dirottamento dell'Achille Lauro è
dell'ottobre '85 e quello su Malta di un aereo
egiziano è della fine di novembre dello stesso
anno) ed è tutt'ora immanente. Ma, numero di
riunioni e risultati, confermano quanto già detto
circa la sordità delle FF.AA. ad argomenti che
partono dal presupposto di aver perso, se non
tutto, buona parte del territorio nazionale.
Agli alti livelli, l'organizzazione Stay-Behind
diretta dal Servizio, continua a non interessare
fino alla primavera del '90 quando il, sempre
previdente e tempestivo, Presidente del Consiglio
ordina al Capo di SMD di fare una specie di
inchiesta interna e riservata (con particolare
riguardo per quanto attiene ai cosiddetti NASCO)
e di riferirgli in merito. La relazione finale è
talmente segreta che non viene neanche data in
visione, non dico trasmessa in copia, al Direttore
del Servizio. Esclusiva per il Presidente del
Consiglio dei Ministri, per correttezza nei suoi
confronti, è stato detto. Nella relazione non c'è
nulla di eclatante o conturbante, non vengono
messe in luce né deviazioni né violazioni (che
peraltro non esistono), è una pulita esposizione di
fatti, suffragati da 10 cm. di allegati acquisiti dal
Servizio. Due soli sono i punti della suddetta
relazione che personalmente ritengo importanti.
85
L'inizio, dove viene detto che presso gli Stati
Maggiori della Difesa e delle tre FF.AA. non è
stata trovata alcuna indicazione (alias documenti)
salvo la conoscenza da parte dei vertici di una
specifica pianificazione del SISMI. La
conclusione, nella quale si afferma che tutti i
vertici politici e militari sono a conoscenza
dell'esistenza e delle finalità della Operazione
Gladio, anche se non delle modalità
organizzative. Chi legge mi capirà se non ho
virgolettato queste due frasi. Da questo momento
(maggio '90) in poi, i tri e quadristellati si sono
nuovamente scordati della Gladio, e dei suoi
uomini soprattutto. Al momento del mio
siluramento alla promozione, un anno dopo, non
c'è stato uno che abbia aperto bocca e quando,
molto cortesemente, la stampa ha sbandierato il
fatto a cinque colonne, non c'è stato uno che
abbia telefonato per dire «Mi dispiace» (non si sa
mai magari le telefonate sono registrate!).
Se mai avessi avuto qualche dubbio, me lo sono
tolto la sera del 15 novembre '91 quando ho
lasciato per l'ultima volta l'ufficio ed il servizio
attivo. Gli unici «uomini con le stellette» che mi
hanno salutato, e per la verità anche
calorosamente, sono stati i Carabinieri in servizio
all'ingresso di Palazzo Baracchini. A loro un
sentito grazie. Da notare che ben 12 degli attuali
tre stelle sono miei compagni di Accademia, altri
8 sono miei anziani e 5 sono «cappelloni», come
si chiamano in gergo quelli del corso successivo,
persone con le quali ho convissuto almeno un
anno a Modena ed uno a Torino, sempreché non
ci si sia poi incontrati nel prosieguo della carriera.
Ma questi silenziosi VIP si sentono la coscienza a
posto, perché una schiera di superburocrati con le
stellette li ha rassicurati che non mi meritavo la
promozione perché non ero uscito primo né
all'Accademia, né alla Scuola di Applicazione, né
alla Scuola di Guerra e perché da Tenente
Colonnello in poi non avevo comandato nulla. I
diciassette anni passati al Servizio sono stati, per
loro, una lunga vacanza senza problemi e
responsabilità. L'essere stato, tra gli altri
incarichi, per tre anni il responsabile a livello
nazionale della Sicurezza Amministrativa dello
Stato e per due anni il Capo di Stato Maggiore del
Servizio, viene giudicato meno importante di aver
comandato un Reggimento o una Brigata. Ed è
questo metro di valutazione che fa si che gli
elementi migliori delle Forze Armate stiano alla
larga dal Servizio (nota bene «Militare») che, per
contrapposizione, è pieno di ufficiali di
complemento dei Ruoli ad Esaurimento, di
cosiddetti «trombati» o di sicuri candidati alla
trombatura, tutta gente ovviamente altamente
motivata e qualificata. Le eccezioni, che per
fortuna ci sono, servono solo a confermare la
regola.
Dopo la «civilizzazione» del Servizio, a seguito
dell'entrata in vigore della legge 801, nel 1985
venne promulgata una norma transitoria che
consentiva al personale di riacquisire lo status
militare, con conseguente rico-

86
struzione di carriera, rimanendo comunque al
Servizio . Riacquisire lo status militare
significava rinunciare aprioristicamente a
rimanere in servizio sino al 65° anno di età (come
per tutto il personale civilizzato) ed accettare di
andare in quiescenza allo scadere dei limiti di età
del grado raggiunto (57 per i Colonnelli, 58 per i
Gen. di Brigata, 60 per i Gen. di Divisione) con la
pensione dei pari grado militari rinunciando
quindi ai vantaggi delle pensioni del personale
degli Organismi di Sicurezza, agganciate, come
per i Magistrati, agli aumenti degli stipendi del
personale in servizio. La contropartita? Avere la
possibilità, ma non la certezza, di accedere
all'incarico di Capo Reparto, massimo livello
raggiungibile e all'epoca riservato ai soli militari
veri (oggi concesso pare anche a chi ha buttato
l'uniforme alle ortiche). Il secondo vantaggio era
quello, morale, di sapere di essere Colonnello o
Generale vero, cioè in servizio effettivo, e non
«di cartone» (promosso nella riserva). Sulla base
di questi parametri,se non ricordo male, su oltre
2000 effettivi, le domande di rientro in Forza
Armata furono una decina in tutto. Uno dei dieci
mentecatti è stato ovviamente il sottoscritto.
 

87
11. GLADIO E IL SERVIZIO
Le pagine seguenti potranno sembrare un poco
difficili e, forse, criptiche per chi non ha
dimestichezza o frequentazione con i servizi
segreti. Sono, però, perfettamente comprensibili
da chi ne ha fatto parte o ne ha dimestichezza. Ci
scusiamo con il lettore se farà fatica
nell'interpretarle, ma se ci riuscirà, la sua
conoscenza ne sarà arricchita.
n.e.
 
Ho già avuto modo di dire che i rapporti tra gli
addetti alla Gladio ed il resto del Servizio non
erano proprio idilliaci. L'accentuata
compartimentazione ed una rigorosa tutela del
segreto su tutte le attività della 4a, poi 5a Sezione
dell'Ufficio «R» dava fastidio per principio,
specie a chi doveva fornire soldi, mezzi, materiali
e personale senza poter sapere a cosa servisse.
Conoscere è potere ed una limitazione della
conoscenza veniva interpretata un pò come una
limitazione del proprio potere e, da parte di
alcuni, in una certa mancanza di fiducia nei loro
confronti. Questa situazione faceva si che, mentre
vi era una notevole compattezza all'interno della
Sezione, non c'era corresponsione di amorosi
sensi fra la Sezione ed il resto del Servizio,
neanche all'interno dello stesso Ufficio «R».
D'altra parte i Capi o Direttori del Servizio
consideravano l'organizzazione necessaria (per
qualcuno poi superata) e dovuta, per rispetto agli
impegni presi in ambito NATO, ma costosa,
senza un ritorno immediato o quanto meno a
breve termine, che è in definitiva il metro di
giudizio col quale al Servizio si è abituati a
valutare il rendimento e l'efficacia delle proprie
strutture. Non sono sicuramente stato l'unico, ma
ho pagato personalmente e più di una volta questa
situazione.
Nell'aprile dell'anno X si rese libero il posto di
Capo Ufficio «R» dal quale dipendevo. Ero il
Capo Sezione più anziano, Colonnello pieno, pari
grado dello stesso Capo Ufficio. Il Capo Servizio
mi spiegò che il mio lavoro era troppo importante
perché potessi lasciarlo e nominò a dirigere
l'Ufficio in sede vacante un Ten. Colonnello che
dirigeva un'altra Sezione. A novembre arrivò il
titolare, Colonnello pieno e più anziano di me,
anche se mio compagno di Accademia. Decisione
formalmente ineccepibile, ma senza tener conto
delle esperienze acquisite in diversi anni passati
al Servizio. Un mese dopo venne creata, in tutti
gli Uffici che si trasformavano in Divisioni, la
figura del Vice Direttore. L'incarico lo assunse un
altro Ten. Colonnello che aveva davanti a se
almeno ancora un anno per essere promosso. Io
restai

88
ancora al palo. Alcuni anni dopo, da tempo
dirigevo la 7a Divisione, venni convocato a
Palazzo Baracchini dal Direttore. Mi venne
affidato l'incarico di Direttore della 2a Divisione,
già Ufficio «R» nella quale sarebbe, con me,
riconfluita la Sezione Gladio. Accettai, ringraziai,
ripresi la macchina e ritornai al Forte. Appena
messo piede nel mio ufficio il Capo della
Segreteria mi avvisò che dovevo immediatamente
chiamare il Baracchini senza aprire bocca.
Chiamai. La 2a Divisione era stata assegnata ad
un'altro. Ho continuato a dirigere la 7a divisione,
e quindi la Gladio, fino a dicembre 1986.
Un secondo fattore di turbativa, era costituito
dalla valenza politica dell'organizzazione, dal
timore, cioè della strumentalizzazione che a
livello politico si sarebbe potuta fare se l'esistenza
della organizzazione fosse venuta alla luce (come
purtroppo si è puntualmente verificato). Era un
problema che interessava ovviamente solo i miei
Superiori diretti. Alla fine del '76, quando ormai
avevo le idee ben chiare su quanto c'era da fare
per rendere realmente operativa l'organizzazione,
e la pianificazione operativa era ormai stata
approvata, avevo fatto uno studio sulle
conseguenti necessità di incrementi organici.
Tenuto conto che le esigenze del tempo di guerra
erano notevolmente superiori a quelle del tempo
di pace (ma non si poteva aspettare la
mobilitazione per completare i Quadri)
proponevo di impiegare il personale, diciamo
così, in esubero, per costituire la Scuola del
Servizio. All'epoca ogni ufficio provvedeva ad
addestrare in proprio le nuove leve. Suggerivo
altresì che, dato il peso della organizzazione,
questa costituisse un ufficio a se stante e quindi
più omogeneo nelle sue componenti
(addestramento dei gladiatori - addestramento del
personale del Servizio) sgravando il Capo Ufficio
«R» di una parte delle sue incombenze
completamente diverse e già sufficientemente
gravose per conto loro. Non erano proposte fatte
«prò domo mea» dato che sapevo che per prassi
all'atto della promozione sarei rientrato in Forza
Armata.
La ritenevo una proposta logica e razionale che
avrebbe dovuto essere concretizzata dal mio
successore. Che fui io stesso, per una serie di
imponderabili ed impreviste concause. Bene. Non
ho mai trovato in tutta la mia carriera un così
sentito appoggio a che le mie idee si realizzassero
concretamente e possibilmente in tempi brevi.
Un'altra particolarità della «centrale» della Gladio
era la sua autosufficienza. L'essere stata concepita
e strutturata, contemporaneamente per durare nel
tempo, attivarsi fin dal primo giorno
dell'invasione (per i Nuclei di collegamento
presso gli Alti Comandi NATO addirittura a
ridosso dell'inizio delle ostilità) ed operare presso
un eventuale Governo in esilio, ovunque esso
fosse, imponeva uno spiccatissimo livello di
autonomia in tutti i settori. E ciò non soltanto per
quanto attiene la disponibilità in proprio di mezzi
e dei relativi operatori, ma anche di cervelli e
dirigenti che conoscano a fondo le varie
problematiche, sia dal

89
punto di vista operativo che da quello tecnico. I
due Centri Radio di Olmedo (CRO) non solo
consentivano di ricevere e trasmettere in tutto il
mondo ma erano gli unici in Italia ad impiegare il
sistema di trasmissioni contratte in alta velocità
che rendevano oltremodo difficile
l'intercettazione e la localizzazione delle stazioni
periferiche. Il progetto della radio per agenti, ad
esempio, è stato concepito e realizzato
completamente in ambito Gladio. Questa
situazione non faceva piacere agli uomini, o
quantomeno ad una parte degli uomini, della
struttura del Servizio responsabile delle
Telecomunicazioni.
La Gladio aveva un suo sistema di cifratura,
anche questo realizzato al di fuori dei previsti
canali. Insofferenza. Negli anni '70 il Servizio
aveva cominciato ad informatizzarsi e la 4a
Sezione era stata esclusa da questo processo di
modernizzazione per problemi di
compartimentazione e di segretezza dei dati.
Negli anni '80 prese avvio l'informatizzazione in
proprio con l'aiuto dei tecnici esperti del Servizio
ai quali venivano forniti dati chiaramente falsati
che consentivano di proseguire lo studio dal
punto di vista tecnico ma non consentivano di
capire quali elementi reali avrebbero costituito la
banca dati. C'erano troppe macchine assegnate
senza autista e tre o quattro laboratori fotografici
e ad Alghero si facevano spesso lavori
infrastrutturali in proprio. Tutto l'insieme era di
pessimo esempio per gli altri, perché se tutte le
strutture operative avessero intrapreso la stessa
strada, che sarebbe successo a quelle tecniche e
logistiche? Risposta - sarebbero tornate ad essere
quelle che erano una volta, delle Sezioni anziché
delle Divisioni/Uffici. Molto seccante. Curiosità
insoddisfatta, gelosia professionale, potere
incompleto. Questi erano i tre elementi nei quali,
a volte, si imbattevano quelli che io ancora oggi,
considero i «miei» uomini, elementi che però, se
messi insieme contemporaneamente in
determinate situazioni, possono costituire una
miscela esplosiva.
E così fu. Il detonatore fu la costituzione della 7a
Divisione, nel giugno dell'80, che, oltre a Gladio,
diventava tra l'altro responsabile della Scuola del
Servizio, della Selezione psicoattitudinale e
dell'ordinamento. Responsabile dell'ordinamento
significa non solo conoscere tutte le strutture del
Servizio nei più minimi dettagli, ma valutarne il
«diritto all'esistenza», impedirne anemizzazioni o
rigonfiamenti strumentali ed escalation di livello
a titolo di vantaggio in termini meramente
personali. Responsabile della selezione
psicoattitudinale dei candidati all'assunzione
significa stabilire quali sono i parametri minimi
per poter entrare a far parte del Servizio e mettere
nero su bianco, dimostrandolo nei limiti di una
scienza, che anche se non è matematica sempre
scienza è, che un cretino resta tale anche se è
raccomandato da Superman e, di contro, una
persona rimane in gamba anche se è an-

90
tipatica allo stesso Superman. Dirigere la Scuola
significa concentrare in un unico punto tutte le
esperienze passate, positive e negative di tutte le
strutture del Servizio.
Vuol dire anche, avere la possibilità di formare
una nuova classe di operatori, ai diversi livelli
(dirigenti, dirigenziali, esecutivi ecc), moderna,
proiettata verso il futuro, non asservita né
succube delle cariatidi e dei superati, capace,
senza vendere fumo, di rinnovare e ringiovanire
dall'interno le istituzioni. La decisione fu
unanime: troppo potere concentrato in una unica
struttura. Troppo potere nelle mani di una sola
persona. I vari Tigellini, in buona e mala fede, di
cui sempre tutti i Capi sono contornati, si misero
al lavoro. Alla fine dell'81 l'ordinamento passò
alle dipendenze dell'Ufficio Personale, che non sa
quasi niente sulle attività operative del Servizio,
ma sa tutto, o quasi, sugli affari personali degli
elementi che lo costituiscono.
Cinque anni più tardi il compito di effettuare la
selezione viene tolto alla Divisione che, essendo
un organismo altamente operativo, conosce a
fondo, perché le vive quotidianamente, problemi
ed esigenze reali, e viene affidato ad una struttura
logistica dove ovviamente tutte le esperienze
vissute si stemperano man mano in un'aurea
mediocrità burocratica (non certo per colpa
dell'ente ricevente che, essendosi sempre
occupato di tutt'altro, non ha esperienze
specifiche). Più o meno nello stesso periodo la
Scuola diventa indipendente, provvedimento che
ne valorizza giustamente l'importanza, ma che è
inficiato all'origine dal distacco dall'area
operativa e dall'automatico arresto di una fattiva
osmosi tra operativi ed insegnanti, e
successivamente neh"accogliere tra le sue fila,
pur di fare numero, molti degli emarginati,
volontari o d'ufficio, delle altre strutture del
Servizio. Ma il riequilibrio, e con esso la
ripartizione dei poteri, era stato finalmente
realizzato.
Tutto questo spiega perché, al momento
dell'esplosione dell'affare Gladio, tutti si sono
chiamati fuori e la questione sia stata vista come
se la 7a Divisione fosse un'azienda privata, della
quale facevano parte pochi intimi. Questo spiega
anche perché oggi si cerchi, o si sia cercato, di
seppellire definitivamente quella Divisione,
anziché ricostituirla più o meno come era stata
inizialmente concepita. Alla fine dello stesso
anno vengo a mia volta trasferito ad altro incarico
perché, giustamente, il mio grado di Generale è
troppo elevato per continuare a dirigere una
Divisione. Con gran gioia dei Tigellini, il mio
trasferimento viene interpretato dalla stragrande
maggioranza del Servizio come un siluramento ad
personam (l'ennesimo) ed una disconferma
dell'importanza delle attività della Divisione.
Devo dire che nessuno, tanto meno il mio
successore, ha fatto molto per sfatare questa
impressione, peraltro decisamente errata.
Nei tre anni successivi ho diretto l'Ufficio
centrale per la Sicurezza (U.C.Si.) alle
dipendenze dell'Autorità Nazionale per la
Sicurezza e non mi

91
sono perciò più interessato né di Gladio né del
resto del Servizio. E sono stati parecchi ad
accorgersi che, personalmente, non ero stato per
niente emarginato, anzi. Ma quando nell'estate
dell'89 sono stato predesignato per assumere
l'incarico di Capo di Stato Maggiore del Servizio,
mi sono ritrovato di nuovo circondato da una
atmosfera più pesante di quella precedentemente
descritta.
Sorrisi agrodolci di autocandidati, scartati, che
avevano fatto il possibile per opporsi a questa mia
nomina. Ampi sorrisi, per non dire
sponsorizzazione, da parte di alcuni che
ritenevano che l'incarico che rivestivo al
momento all'UCSi mi desse fin troppo potere.
Incredulità e disappunto da parte di moltissimi
che sapevano che io sapevo, anche troppo bene.
Pochi fans, che da me si aspettavano soprattutto
vendette, rivincite o sistemazioni migliori. Sono
stati due anni intensi, pesanti, interessanti, con
innumerevoli bastoni fra le ruote e scarso
appoggio, a tutti i livelli. E quando, per la
posizione occupata, mi sono dovuto, ed ho
voluto, rioccuparmi di Gladio mi sono di nuovo,
con i «miei» uomini, ritrovato solo, solo di fronte
alle Commissioni, solo di fronte ai Magistrati,
solo di fronte ai mass media ed all'opinione
pubblica.
Gladio è solo cosa mia, non c'è stato mai nessun
altro. E me ne vanto.
92

93
12. I MASS MEDIA E LE INCHIESTE
Potrebbero e dovrebbero essere due argomenti da
trattare in capitoli separati, ma tale è stato
l'intreccio tra inchieste, giudiziarie e
parlamentari, ed articoli, comunicati, telegiornali
e trasmissioni televisive che è quasi impossibile
separare le due cose.
Il rapporto Gladio - Mass Media potrebbe
costituire argomento per un libro a sé stante, che
analizzi forme e contenuti, modalità di approccio,
linee di tendenza, tesi sostenute (preconcette e
non), cambi di opinione, spazi, risalto alle notizie
ecc.. ecc...
La materia è troppo vasta per poterlo fare in
questa sede. In sintesi, l'argomento è stato trattato
da almeno 40 testate giornalistiche e da tutte le
testate radio-televisive. La sola carta stampata
dall'estate del '90 a quella del '92 ha prodotto oltre
2.614 articoli sui quotidiani, senza contare quelli
sui settimanali (circa 270). è stata quasi una gara
a chi scriveva di più.
In parallelo sono state aperte circa 16 inchieste
giudiziarie (10 ad hoc - 6 rispolverando casi
precedenti da Peteano all'Italicus, dall'omicidio
Insalaco alla scomparsa del giornalista Mauro De
Mauro) senza considerare le due parlamentari, a
volte d'ufficio, a volte motu proprio, a volte
proprio sulla base di quanto andavano riportando
i mass-media. Se si riportassero su un grafico i
due tipi di «interessamento» (inchieste e mass-
media) le due curve si sovrapporrebbero quasi
completamente con l'inizio nell'autunno del '90,
un picco nell'inverno '90-'91, una flessione
seguita da un secondo picco (ultramodesto) tra la
fine di settembre '91 e febbraio '92, per tornare a
flettersi successivamente. La curva dei mass-
media non riprende quota, neanche nell'estate '92
in concomitanza con le cosiddette «rivelazioni»
sui fondi del PCUS, la Gladio Rossa ecc.
Anche il grafico delle mie vicende personali
segue più o meno l'andamento generale delle due
curve. Nel dettaglio questi sono i punti salienti:
94
- aprile '90
il Capo di SMD lavora ad una relazione
sull'organizzazione Gladio, richiestagli il mese
precedente dal PCM;
il Giudice Casson (stando a notizie stampa) si
reca dal PCM per avere l'autorizzazione ad
accedere agli archivi del SISMI;
viene pubblicato un articolo (negativo) da parte di
un settimanale (che si dimostrerà sempre molto
critico ed al corrente di quanto avviene negli
ambienti giudiziari di Venezia e Padova);
- luglio '90
Casson inizia la visione degli archivi del Servizio
(autorizzato dal PCM); 8 articoli sulla stampa tra
giugno e luglio;
- agosto '90
il Direttore del Servizio emana una direttiva
interna che prevede di iniziare l'addestramento
dei gladiatori per poter individuare indizi di
attività della criminalità organizzata (C.O.);
il PCM accetta alla Camera ed alla Commissione
Stragi di riferire sul caso Gladio;
29 articoli sulla stampa;
- ottobre '90
PCM trasmette alla Commissione Stragi la
relazione su Gladio;
200 articoli sulla stampa;
- novembre '90
PCM presenta la sua relazione al Senato;
PCM stigmatizza iniziativa del Direttore del
Servizio per l'impiego dei gladiatori in funzione
anti C.O. (eccesso di zelo, iniziativa personale);
PCM dispone scioglimento dell'Organizzazione;
4 Procure inviano al Servizio 8 richieste di
documentazione;
800 articoli sulla stampa;
- dicembre '90
la Procura di Roma sequestra tutto il carteggio
della Gladio;
4 Procure inviano al Servizio 4 richieste di atti;
Inzerilli viene indiziato di favoreggiamento dalla
Procura di Venezia;
230 articoli sulla stampa;
- gennaio '91
messaggio di fine anno del Presidente della
Repubblica;
esplosione del Piano Solo (omissis ecc);
dimissioni dell'On. Segni dal COPACO;
pubblicazione delle liste dei gladiatori;

95
PCM accusa Martini (eccesso di zelo-iniziativa
personale etc)
4 Procure inviano al Servizio 9 richieste di atti;
400 articoli stampa;
- marzo '91
audizione del Presidente della Repubblica da
parte del COPACO;
Avvocatura di Stato esprime parere di legittimità;
Casson viene inquisito dalla Procura di Roma per
violazione del segreto (sarà scagionato);
3 Procure inviano al Servizio 4 richieste di atti;
200 articoli sulla stampa;
- settembre '91
Inzerilli viene silurato alla promozione;
Inzerilli viene incriminato per cospirazione
politica (11 giorni dopo il siluramento);
13 articoli sulla stampa;
- ottobre '91
Martini viene incriminato per cospirazione
politica;
Inzerilli è indiziato di costituzione di banda
armata ecc.ecc. a Roma e Bolzano;
la Procura di Venezia trasferisce gli atti a Roma
per incompetenza territoriale;
57 articoli sulla stampa;
- novembre '91
autodenuncia del Presidente della Repubblica
Cossiga;
52 articoli sulla stampa;
- gennaio '92
pubblicazione della relazione Gualtieri;
74 articoli sulla stampa;
- febbraio'92
pubblicazione della relazione del COPACO;
richiesta di archiviazione della Procura di Roma;
95 articoli sulla stampa;
Da questo momento sino a fine giugno gli articoli
stampa scendono a meno di 20 al mese. In altri
termini l'argomento Gladio ha cominciato a
suscitare interesse nell'ottobre '90 e lo ha
mantenuto sia a livello di mass-media sia a livello
giudiziario sino a marzo '91 con un picco
massimo nel novembre '90.

96
Dall'aprile '91 in poi l'interesse è notevolmente
calato, si potrebbe dire precipitato, nonostante
alcune clamorose vicende giudiziarie quali la
incriminazione di Martini, l'autodenuncia di
Cossiga, e l'invio di avvisi di garanzia quali
indiziati di reato a numerosi personaggi dei
Servizi, tra i quali il sottoscritto in ben tre
procedimenti diversi (come al solito ho fatto tutto
io da solo). Sugli aspetti giudiziari non posso
ovviamente esprimere alcun giudizio o parere.
Ma non mi dispiace ricordare a chi mi legge un
pezzo dell'intervista che il Sen. (DC) Toth ha
rilasciato a Ulderico Piernoli del Tempo, il 5
gennaio '91. «... E i collegamenti Piano Solo e
Gladio?» Non ne parla più nessuno perché non ci
sono: è la prova della strumentalità delle recenti
polemiche.... Siamo arrivati al punto che i
rapporti Gladio - Stragi sono esclusi anche da De
Martino. «Ci sono magistrati però che continuano
le indagini in questo senso».
«Lasciamo lavorare i giudici in serenità. Ma
debbo rilevare che negli anni '60-'70 il PCI faceva
opera di proselitismo fra i giovani magistrati e
chiedeva loro di domandare di essere assegnati
alle zone «calde». Nulla prova che le indagini di
quei magistrati siano state poi orientate secondo
indicazioni di partito, né mi permetto di
affermarlo. è un fatto e va tenuto presente».
Alcuni fatti, senza commenti, li vorrei citare
anche io. Il 13 dicembre del '90 ricevo, in un
ufficio del SISMI, un avviso di garanzia per
favoreggiamento (privo tra l'altro della località e
del periodo nel quale sarebbe avvenuto l'ipotetico
reato, elementi che per legge debbono essere
riportati, pena la nullità dell'atto). Al Giudice
istruttore che l'ha emesso e che per altri motivi è
presente nello stesso ufficio chiedo, alla presenza
di tre testimoni, se la data fissata per
l'interrogatorio (il successivo 20 dicembre) è
inderogabile o se può essere spostata per
eventuali impedimenti. La risposta è affermativa
(posso spostarla). Dopo aver contattato l'avvocato
di fiducia, che proprio quel giorno è
superoccupato in Cassazione, chiedo di spostare
la data di un giorno. Risposta negativa. Chiedo di
spostarla dal mattino al pomeriggio del giorno
stabilito.Risposta negativa. Data la prospettatami
estrema urgenza, vado e mi avvalgo della facoltà
di non rispondere per assenza dell'avvocato di
fiducia. Sarò riconvocato e sentito solo il 21
settembre dell'anno successivo. Da comune
cittadino pongo una domanda. è possibile che un
cittadino italiano, avvalendosi della sua posizione
di stato, che gli garantisce, al di sopra della legge
a quanto pare, la massima garanzia di libertà di
azione, possa mettere un altro cittadino nella
condizione di non potersi difendere perché l'atto
inquisitorio è di estrema urgenza, per poi
riconvocarlo a distanza di nove mesi? La legge,
non dico la giustizia, è uguale per tutti o no?!
Nessun organo della Magistratura, benché
formalmente messo a conoscenza dei fatti, ha
dato il minimo segno di vita. Secondo episodio,
stessa

97
Procura, stesso giudice. Il 21 settembre '91 vengo,
finalmente riconvocato per spiegare la mia
posizione in merito all'accusa di favoreggiamento
elevatami l'anno precedente.
è presente, anzi al mio ingresso è già dentro
all'ufficio del Giudice Istruttore, un avvocato che
si è costituito parte civile come difensore di
alcune persone che, nell'ambito delle prime
indagini sulla strage di Peteano, sono risultate
essere state ingiustamente accusate. Che Gladio
c'entri con Peteano è solo una ipotesi, tutta da
dimostrare. Comunque nessuna obiezione alla
presenza di questo avvocato. Appena si apre il
processo verbale mi viene comunicato che non
solo non sono più indiziato ma sono imputato, ma
anche che l'accusa non è più per favoreggiamento
ma di attentato alla Costituzione della Repubblica
(una bazzecola da ergastolo). Il buon senso,
prescindendo dai cavilli legali, vorrebbe che a
questo punto l'avvocato di parte civile di un
diverso procedimento d'accusa uscisse di scena,
ma il Giudice Istruttore dice di NO perché deve
ancora pensare e decidere. Chiedo 5 (cinque, e
non di più dice il Giudice) minuti per consultarmi
con i miei difensori per poter decidere il mio
comportamento di fronte a questa improvvisa e
gravissima accusa. Accordato. Rientro e rispondo
a non più di tre o quattro domande che mi
vengono poste. Vengo messo in libertà e sono
assalito dai giornalisti che vogliono sapere quello
che penso sulla nuova imputazione.
Rispondo e vado a prendere un taxi per recarmi in
aeroporto e rientrare a Roma. Sono le ore 12.30
circa. Io arrivo a Roma più o meno verso le
15.30. Mia moglie ha saputo della nuova accusa
nei miei confronti, non da me, ma dal TG 3! Per
gli addetti ai lavori, e non, rammento che ero
inquisito secondo il vecchio codice, e non il
nuovo con tutto quello che prevedeva in materia
di segreto istruttorio. Quanto ho sopra illustrato è
stato fatto presente alla Magistratura nei modi
dovuti e formali. Reazioni N.N.. Terzo episodio.
Altra Procura. Altro Giudice. Vengo convocato
(in una città tra il Po e l'Appennino) quale
persona a conoscenza dei fatti di interesse della
Giustizia. Mi si chiede di presentarmi
accompagnato dall'avvocato di fiducia essendo
imputato di reato commesso (le accuse sopra
citate). Il mio avvocato per precedenti impegni è
indisponibile e chiede ad un collega sul posto di
rappresentarlo e di assistermi. Dalla stazione vado
direttamente allo studio di questo avvocato per
presentarmi e spiegargli la mia posizione
giudiziaria, fermo restando che non so
assolutamente su quale argomento sarò
interrogato.
Dopo una mezz'ora usciamo dall'ufficio
dell'avvocato per andare al bar a prenderci un
caffè prima di recarci alla Procura. Varcato il
portone, sono, anzi siamo, assaliti da una turba di
giornalisti ed operatori TV (che poi ci
inseguiranno dentro e fuori gli uffici della
Procura). Non proseguo né approfondisco

98
 l'argomento anche perché evidentemente sono io
che non ho ben capito cosa si intenda per segreto
istruttorio. Per amor di verità però debbo citare
che episodi del genere non si sono mai verificati
in altre città quali Roma e Bolzano e che ci sono
stati Magistrati che si sono spostati dalle loro sedi
per condurre interrogatori e redigere verbali senza
platea.
Chiudo l'argomento Magistratura e inchieste
giudiziarie, sia perché queste sono tutt'ora in
corso, sia perché non mi sento all'altezza di
muovere critiche o commenti.
     Per quanto riguarda i mass-media, invece,
qualche considerazione vorrei farla. Il periodo
che ho preso in esame, si fa per dire, va dall'aprile
'90 al giugno '92. Non ho preso in considerazione
né le testate televisive né i settimanali, data la ben
nota caratterizzazione politica di ciascuno di essi,
ma mi sono limitato a rileggermi gli articoli
apparsi, nel periodo considerato, su circa 40
diversi quotidiani.
Ho classificato i diversi articoli in cinque
differenti categorie (rispetto alla Gladio): i
decisamente favorevoli ( + ), i neutrali con una
tendenza, molto spesso limitata, a favore ( x + ), i
neutrali decisi ( X ) i neutrali con tendenza
piuttosto spiccata in genere, a sfavore ( x - ), i
decisamente contrari (-)
Sia i conteggi numerici che le valutazioni,
senz'altro personali, sono tendenzialmente al
ribasso nel senso che se dico che nel gennaio '91
sono stati scritti 391 articoli è molto probabile
che siano un numero in difetto, se dico che nello
stesso mese i neutrali sono stati 220 è più che
probabile che sia un numero in eccesso nel senso
che vi ho incluso anche neutrali con tendenza a
sfavore (sicuramente non viceversa e cioè a
favore). Prima considerazione, relativa
all'interessamento all'argomento da parte dei
massmedia (vds. allegato 1) in sette mesi nel '90
(giugno-dicembre) vengono scritti 1276 articoli -
nei dodici mesi del '91 ne vengono scritti 1113 -
nei primi sei mesi del '92 ne sono stati pubblicati
225.
Dopo il boom iniziale c'è quindi un calo continuo
di interesse, a partire dall'aprile '91, nonostante vi
siano, da settembre '91 in poi, episodi clamorosi
quali le incriminazioni del Direttore e del Capo di
Stato Maggiore del Servizio per attentato alla
Costituzione, l'autodenuncia del Presidente della
Repubblica, la presentazione della relazione
Gualtieri e del COPACO ecc...
è l'opinione pubblica che si è stancata o sono i
giornalisti che si sono accorti che si erano buttati
su un argomento ingigantito artificialmente?
Seconda considerazione. Il primo articolo
sull'argomento, negativo, appare sul settimanale
Panorama nel mese di aprile del '90. Il caso non è
ancora esploso, anzi non esiste nessun caso. Ma
desidero rammentare a chi mi legge che
nell'aprile del '90 avvengono due fatti. Il primo è
che il Capo di SMD sta
 

99
elaborando la relazione sull'organizzazione
Gladio che il PCM aveva richiesto a metà del
mese precedente. Il secondo è che il Giudice
Casson si reca dallo stesso PCM per avere
l'autorizzazione ad accedere agli archivi del
SISMI.
Non mi sembra di fare accostamenti pretestuosi.
Mi limito a riportare i fatti. Terza considerazione.
Su 2.614 articoli prodotti nel periodo considerato
solo 2 (due) sono stati decisamente favorevoli.
è un fatto. La considerazione la lascio agli altri.
Di conseguenza ho ridotto le cinque categorie di
giudizio prima indicate a tre sole. I favorevoli ( +
e x + ), i neutrali ( x ), i contrari ( x - e - ).
Quarta considerazione, sulla base di questa nuova
classificazione. I favorevoli sono decisamente
una minoranza, anche se con un minimo
incremento nel tempo (in percentuale 5.4 nel '90 -
5.5 nel '91 - 7.5 nei '92).
I neutrali sono la maggioranza che nel tempo però
diminuiscono (in percentuale '63 nel '90 - 50.5 nel
'91 - 49.5 nel '92).
I contrari sono poco meno della metà con un
deciso incremento nel '91 (in percentuale 31 nel
'90 - 44 nel '91 -43.5 nel '92). Vorrei sottolineare
che il salto di qualità (si fa per dire) dei contrari
coincide col calo di interesse. Infatti il 31% del
'90 è relativo a 1276 articoli (tutti scritti nel solo
2" semestre). Il 44% del '91 è relativo a 1113
articoli (in 12 mesi). Il 43.5 del '92 è relativo ai
solo 225 articoli prodotti nel 1" semestre.
Mi rendo conto che queste righe piene di numeri
e % sono poco digeribili e quindi rimando i lettori
agli allegati 2,3 e 4 di più facile comprensione
(spero).
Quinta considerazione. Chi ha scritto di più
(numero degli articoli prescindendo dai giudizi).
Riporto solo dei dati numerici. Le considerazioni
se le fa ognuno come vuole. Non ho riportato altri
dati perché non significativi (n.s.) rispetto ai
numeri citati.
2° sem.  anno 1° sem.
Testata Totale Medaglia
'90 '91 '92
Corsera 114 125 25 264 bronzo
Giornale 113 74 24 211  
Manifesto 99 65 20 184  
Mattino 36 70 n.s. 106  
Messaggero 52 84 n.s. 136  
Repubblica 157 168 25 350 oro
Stampa 107 81 n.s. 188  
Unità 159 137 41 337 argento

100
Per quanto riguarda le inchieste parlamentari le
relazioni finali, sia quella della Commissione
Stragi, sia quella del COPACO, sono state inviate
al Parlamento e sono pubbliche.
        Non conosco le procedure successive, se,
quando e come l'argomento verrà ripreso
dall'attuale Parlamento e quindi mi astengo da
qualunque giudizio. Ma non da alcune, sia pur
minime osservazioni. Stessi fatti, stessa
documentazione, stessa disponibilità di tempo:
risultati opposti.
Da una parte atteggiamento inquisitorio e
pubblicità a tutto campo. Dall'altra riservatezza e
atteggiamento sereno (vorrei dire signorile) anche
da parte dei contrari. Da una parte una unica
relazione finale al termine dei lavori. Dall'altra
una prerelazione varata a metà dei lavori,
ovviamente ne-
gativa e con delle affermazioni che lo stesso
relatore non ha avuto il coraggio di riprendere e
di riportare nell'edizione finale (comunque,
parlate, parlate,qualcosa resterà).... Ma il relatore
era uomo d'onore. Da una parte una relazione
votata a maggioranza, con tutti gli aventi diritto
ad esprimere un parere, presenti. Dall'altra una
relazione votata anch'essa a maggioranza ma con
l'assenza di quasi due terzi degli aventi diritto ad
esprimere un parere, e con la presenza dei soli
rappresentanti del PCI, un unico DC (della
corrente di sinistra), un rappresentante del PSI ed
un (sempre unico) rappresentante del PRI (il
Presidente).... Ma il relatore era uomo d'onore. Da
un lato una relazione di minoranza, non prevista
per legge, comunque redatta, parzialmente
pubblicizzata, e comunque proposta ufficialmente
in Parlamento.
Dall'altra una relazione della minoranza, che in
realtà è la maggioranza, annunciata ma mai vista
né pubblicizzata, ed una moltitudine di
emendamenti, proposti ma poi mai sostenuti. Due
stili piuttosto diversi, direi come minimo. Ma
tant'é: signori si nasce e non si diventa, neanche
col titolo di «Onorevole» davanti al proprio
cognome.
A proposito degli emendamenti proposti e non
sostenuti, o della relazione di minoranza-
maggioranza mai letta né pubblicizzata (in ambito
Commissione Stragi) vorrei sottolineare
l'assoluta, o quasi, incapacità dei, chiamiamoli
difensori, a sostenere le tesi prò. E questo in
particolare nella Commissione Stragi. Presenza
massiccia degli accusatori - assenze vistose dei
difensori. Interventi continui e basati su dati reali
(interpretati quasi sempre in maniera strumentale)
da parte degli attaccanti, lunghi silenzi intervallati
da uscite spesso inconcludenti da parte della
difesa.
Una assoluta incapacità di contrastare le accuse,
spesso false e pretestuose mosse da una ben
precisa parte politica, rifugiandosi dietro a vaghe
enunciazioni di principio, senza utilizzare dati
reali ed inequivocabili. Questo è accaduto
spessissimo anche nei mass-media e mi limito a
citare alcuni esempi. è stato detto e scritto più
volte che nel momento e sul luogo del

101
rapimento dell'On. Moro era presente un
Colonnello del SISMI legato, tra l'altro alla
Gladio. è vero che questo Ufficiale si trovava in
un appartamento ubicato in una strada parallela a
via Fani il mattino del 16 marzo 1978, giorno del
rapimento di Moro.
Ma è altrettanto vero che detto Ufficiale all'epoca
era il Comandante del Gruppo Carabinieri di
Modena, incarico che reggeva dal 2 settembre
1974 e che ha lasciato il 14 aprile 1978 (un mese
dopo il rapimento) quando è andato in pensione.
Le date sono più che facilmente accertabili.
Perché è stato accusato il Servizio e non l'Arma
dei Carabinieri o l'amministratore del
Condominio ? Lo stesso Ufficiale è diventato
consulente esterno del Servizio in data 1° luglio
1978 (Moro è stato ritrovato cadavere in via
Caetani il 9 maggio 1978, due mesi prima).
Sempre lo stesso Ufficiale in data 22 gennaio
1979 è entrato a far parte di un Ufficio del SISMI
che è stato costituito il 15 maggio 1978. Non
esiste una data, accertabile in modo
inequivocabile dagli inquirenti giudiziari e
parlamentari, che consenta di legare questo
Ufficiale al caso Moro, ma nessuno lo ha detto e
fatto. Non ha mai fatto parte di Gladio, di cui non
conosceva neanche l'esistenza, ma ha frequentato
il CAG di Alghero dove si svolgevano, come già
detto, anche corsi a favore del personale di tutto il
Servizio.
Ma qualcuno ha avuto il coraggio di dire che
anche se è vero che il 16 marzo 1978 l'Ufficiale
non faceva parte del Servizio, essendo stato
chiamato a luglio a farne parte (pur solo
inizialmente come consulente) sicuramente era
già stato contattato e quindi ecc..ecc... A questo
punto mi domando perché non sono stati messi
sotto inchiesta tutti i netturbini di Brescia per la
strage di Piazza della Loggia o perché non si è
fatto altrettanto con tutti i ferrovieri d'Italia o con
la Polfer per la strage di Bologna, quella
dell'ltalicus ecc.ecc. Secondo esempio, la
trasmissione della BBC su Gladio andata in onda
su RAI 3 e diretta da Augias. Nessuno ha visto
l'originale, in tre puntate? La mia copia personale
è a disposizione.
Quanti hanno riportato ed evidenziato che la BBC
2 non ha fatto un servizio ma ha semplicemente
trasmesso un servizio fatto dal giornale inglese
«Observer» (che non è proprio di destra)? Chi ha
riportato che al servizio dell'Observer hanno
collaborato due soli italiani che si chiamano
Cipriani Gianni e Cipriani Antonio? (Titoli di
coda della trasmissione originale) Chi ha
sottolineato che alla trasmissione fossero presenti,
prescindendo dai giornalisti, due grandi
accusatori, nessuno degli accusati, ed un solo,
diciamo così, rappresentante dell'area difensiva? è
obiettività questa?
In uno scatto di nervi il Dr. Casson ha affermato
che la sua sentenza di incompetenza, ma
contemporaneamente accusatoria, ha maggior
valore della richiesta di archiviazione della
Procura di Roma perché lui è un Giudice. Forse i
PM di Roma sono Magistrati di serie B mentre lui
è in A? E se così fosse, per-

102
che proprio pochi giorni prima era stata
sbandierata su alcuni giornali la sua richiesta al
CSM di transitare alla Procura? Masochismo?
Autoflagellazione? Nessuno ha evidenziato
questa, almeno apparente, incongruenza. In
un'altro scatto, sempre il Dr. Casson ha dichiarato
che nessuno ha mai accusato i «gladiatori» di
aver commesso reati. Stupenda ammissione da
parte di un Magistrato inquirente, testimonianza
pubblica di una sacrosanta verità. Ma qualcuno ha
chiesto al Dr. Casson quando è arrivato a questo
convincimento ? Prima o dopo le perquisizioni
che lui ha ordinato nelle abitazioni di circa 30
gladiatori anche al di fuori della zona territoriale
di sua competenza? (o Bolzano dipendeva da
Venezia ?). Parlo di episodi apparsi sulla stampa,
non di notizie riservate, da me conosciute per la
mia passata funzione. Terzo esempio, tratto
sempre dalla citata trasmissione Observer -
        Il Sen. Toth, membro della Commissione
Stragi, dalla quale si è a suo tempo dimesso
perché dissentiva dalla conclusione della
relazione Gualtieri e dalle procedure dallo stesso
adottate, è intervenuto rappresentando che pochi
giorni prima il COPACO aveva depositato la
propria relazione, assolutoria e di conferma della
legalità dell'Organizzazione Gladio (per inciso
ricordo quale è la situazione ad agosto '92:
Casson e Gualtieri dichiarano Gladio illegittima -
Avvocatura dello Stato, Procura di Roma e
COPACO la ritengono legittima. La Procura
Militare di Roma, già Padova, non si è ancora
espressa come non si è ancora espresso il
Tribunale dei Ministri. In altri termini la schedina
è: 2-2-1-1-1-X-X. Altre inchieste giudiziarie in
corso riguardano episodi specifici e non
l'organizzazione come tale).
        Viene immediatamente assalito dai due
Grandi Accusatori e pressoché messo a tacere con
l'argomentazione che il COPACO ha deciso sulla
base di documenti fornitigli dal Servizio.
        Ripeto che la relazione è pubblica e può
essere acquistata, a modico prezzo, nelle librerie
di Camera e Senato. Bene, nell'introduzione di
detta relazione è scritto a chiare lettere che la
Commissione ha avuto a sua disposizione oltre
30.000 documenti avuti, o sequestrati, dalla
Magistratura, circa 800 verbali di interrogatori
effettuati da Magistrati, solo un centinaio di
documenti avuti dal Servizio ecc..ecc.. (Nel
dettaglio vedasi l'Appendice «B»).Non ci voleva
molto a ribattere alle bugie strumentali dei due
Accusatori.
        Ultimo argomento che voglio citare è
l'apparizione, all'interno di queste inchieste
giornalistico-parlamentari giudiziarie, della figura
del «pentito», figura molto di moda in questi
ultimi anni. Quattro Signori (sui circa.... che
hanno fatto parte della Centrale dalle origini ad
oggi) hanno rivelato che ai loro tempi si erano
accorti che nella Gladio c'era qualcosa di marcio,
ma hanno impiegato dai 20 ai 30 anni ad aprire
bocca (eccetto uno che ne ha impiegati solo 3).
Non hanno mai rappresentato i loro dubbi,
103
paure, convinzioni (che peraltro non trovano
conferma in nessun atto, velina, minuta o pezzo
di carta che dir si voglia, né in altre
testimonianze) a nessuno, Superiori, colleghi,
collaboratori o dipendenti.
Solo ora e solo ai giornalisti, magistrati e
parlamentari inquirenti. Ai quattro pentiti si sono
aggiunti lo «sprovveduto» e «l'esperto». Il primo
era stato uno dei responsabili della Gladio. Non
avendo evidentemente capito dove si andava a
parare, ha sempre chiacchierato a ruota libera
enfatizzando, ad esempio, quelle che sono state
da alcuni chiamate le deviazioni, ovvero l'uso
improprio del personale della Gladio in attività
informative. Quasi vantandosi di esserne stato il
promotore, ma scordandosi sempre di dire che
queste pensate non avevano mai avuto un seguito
reale (per l'opposizione dei dipendenti, molto più
saggi di lui). Il secondo, «l'esperto», ha
conosciuto l'esistenza di Gladio dai giornali.
Era un esperto sulla conservazione, distribuzione,
invio e ricezione ecc. della documentazione
classificata e dei sistemi di sicurezza e di tutela
dei dati classificati contenuti ed utilizzati nei
computers. Sempre più o meno dai giornali ha
appreso l'esistenza degli ormai noti comitati ACC
e CPC. Non solo lui si riteneva un esperto ma
così si è presentato a molta gente e ad un foglio
settimanale tanto che è stato nominato Consulente
Tecnico da alcuni magistrati.
Il fatto che avesse intentato diverse cause civili e
penali contro l'Ammiraglio Martini, il
sottoscritto, il suo Superiore diretto dell'epoca, il
mio successore alla direzione di UCSi ed il Capo
Ufficio Personale del Servizio non pare abbia
suscitato in quei magistrati alcun dubbio sulla sua
obiettività. E queste cause le ha intentate dopo il
suo allontanamento dagli Organismi dei Servizi,
da lui ritenuto ingiusto, e dopo aver perso il
ricorso al TAR contro detto allontanamento.
Attualmente è imputato, con altri tre Signori, tra i
quali un magistrato, in un processo in Corte di
Assise per reati che vanno dalla violazione del
Segreto di Stato alla violazione del segreto
d'ufficio e del segreto istruttorio, dal falso in atto
pubblico alla falsificazione di documenti ed alla
propalazione a mezzo stampa di notizie false. A
conclusione di questo capitolo vorrei dire che
tante strumentalizzazioni, tanti scoops, tante
verità eclatanti, si sarebbero evitate se tante
persone avessero evitato di dare per verità
indiscusse o dati di fatto, avvenimenti che, per il
tempo trascorso o la limitatezza della loro
conoscenza (per l'incarico che rivestivano
all'epoca, per la compartimentazione sempre
esistita, per innumerevoli altri motivi) non
potevano con tutta onestà compiutamente
focalizzare. Collaborare all'accertamento della
verità, vuoi sul piano storico che su quello
giudiziario, è una bella cosa oltre ad essere un
dovere. Ma solo quando i ricordi non sono
offuscati e le conoscenze sono di prima mano e
non per sentito dire. Non me ne vogliano coloro
che (spero se ne siano resi conto) hanno peccato.

104

105
CONCLUSIONE
        Ho fatto molte critiche, al sistema, ai
colleghi, ai Superiori ecc. ma a differenza dei
«pentiti» non le ho fatte postume. Agli atti ci
sono appunti, relazioni e verbali di riunioni nei
quali il mio pensiero è chiaramente riportato, nero
su bianco, durante tutti i diciassette anni che ho
passato al Servizio. Che ha molte cose che non
funzionano, ma ne ha sicuramente moltissime che
funzionano e anche bene. Che è un organismo in
sé stesso onesto e pulito anche se, a volte, ha
avuto al suo interno uomini che non lo erano.
        Che è indispensabile al Paese, prescindendo
da Governi e Governanti.
        Questo libro, ammesso che questo insieme di
note possa essere considerato tale, non ha una
conclusione.
        Io mi sono limitato a riportare fatti,
avvenimenti, sentimenti. Con la stessa onestà
ognuno tiri le sue conclusioni.
 
 
 

106
107
POST SCRIPTUM
Ho iniziato a scrivere questo libro nel gennaio '92
ed ho terminato il manoscritto a fine agosto dello
stesso anno.
Da allora, Palazzo Chigi ha avuto quattro diversi
inquilini ed a Via XX Settembre si sono succeduti
quattro Ministri.
Due Generali hanno assunto la direzione del
SISMI e due esponenti dell'opposizione sono
diventati presidenti della Commissione
Parlamentare di Controllo dei Servizi.
I «Tigellini» sono ancora inchiodati alla loro
poltrona e la Magistratura non ha ancora
terminato il suo lavoro.
Di contro, nel 1993, la dirigenza tecnico-politica
del SISMI è riuscita a dare corpo e concretezza ai
miei timori (vds. pagg. 35-79-90).
Da «II Messaggero» del 31/7/93.
«... Certo - dice il Ministro Fabbri - abbiamo un
problema di ringiovanimento e di cambiare una
certa mentalità... Tuttavia sono il primo a
rendermi conto che bisogna tagliare con il
passato. Per questo abbiamo sciolto la 7a
Divisione del SISMI, quella di Gladio, che
indipendentemente dal giudizio su Gladio, legava
al passato...».
Venerdì 8 ottobre '93 il Centro Addestramento
Guastatori di Alghero viene regalato alle FF.AA.
con un gran battage pubblicitario, a seguito di una
conferenza stampa in loco.
La 7a Divisione è stata sciolta e smantellata ed il
suo personale disperso ai quattro venti con
l'accusa di costituire un gruppo «troppo» unito e
coeso e di avere una mentalità «troppo
operativa».
(è notorio che un Servizio non va alla ricerca di
informazioni, magari correndo dei rischi, ma
aspetta con tranquillità che nei suoi uffici si
presentino delatori, defezionisti et similia per
aggiornarlo su fatti e misfatti).
L'ultimo Direttore della Divisione, che aveva
dovuto e potuto fare solo il «liquidatore» della
Gladio, è stato costretto, di fatto, a rientrare in
Forza Armata per averne troppo assimilato lo
«spirito di corpo».
108
Venerdì 12 novembre '93 in Somalia, viene
ucciso il M.llo Vincenzo Li Causi.
è un ex istruttore di Gladio che ha lavorato con
me per circa 11 anni, apparteneva alla disciolta 7a
Div., uno di quei «cattivi» messo nelle liste di
proscrizione per essere restituito alle FF.AA.
Troppo «operativo» e troppo legato ad una
mentalità superata e non in linea con il «nuovo»
che sta nascendo e non vuole essere contaminata
neanche dalla memoria storica del passato.
Nella tarda serata l'ANSA diffonde una mia
dichiarazione:
«... Il sacrificio della giovane vita è la più nobile
ed alta risposta a tutti coloro che per la loro
squallida codardia o per il più bieco
opportunismo hanno tentato pervicacemente,
spesso con la complicità di una stampa
irresponsabile e faziosa, di criminalizzare quel
personale del SISMI inquadrato nella disciolta 7a
Div. che esprimeva per senso del dovere,
professionalità e disponibilità, valori così
profondamente sentiti da costituire una
insopportabile coscienza per burocrati e
carrieristi...».
Lunedì 15, nel corso di una specie di comizio
durante i funerali, il Ministro della Difesa parla di
alta professionalità di elevata preparazione, di
spiccato senso del dovere, ecc.
Le domande che seguono sono ovvie:
 se faceva parte degli scheletri nell'armadio, di
quegli irriducibili ormai superati di cui ci si
deve disfare per dare credibilità al
rinnovamento,
perché stava in Somalia e non in un archivio
ad impacchettare i documenti del passato?
 Se era un professionista di alto livello (e lo
era) e quindi idoneo ad operare in zone calde,
come molti altri suoi colleghi formatisi nei
ranghi
della 7a Div., perché sotto la navata dei SS.
Giovanni e Paolo è stato detto che stava per
lasciare il Servizio (e non certo per sua
volontà)?
Come sempre il giudizio resta ai lettori.
Domenica 14 novembre '93, a Redipuglia nasce
ufficialmente, alla luce del sole, l'Associazione
degli «ex gladiatori» con ampia pubblicità da
parte dei mass-media, anche se buttata dalla solita
stampa soprattutto in chiave folcloristica.
L'ex Presidente della Repubblica Cossiga e tre
Medaglie d'Oro della Resistenza entrano a fare
parte del Comitato d'Onore della Associazione.
Ad un anno esatto dalla sua costituzione, a fine
novembre '94, (ri)esplode una compagna stampa
che accosta la Gladio alla «Falange Armata» ed
alle stragi della «Uno bianca».
A gennaio di quest'anno gli accostamenti
vengono fatti con la X Mas. della R.S.I. ed a
febbraio con la morte di Mattei ed il rapimento
dell'On. Moro.

109
A quando l'uccisione di Giulio Cesare?
L'Associazione comincia a seccarsi (bravi!).
Da il Tempo del 9/2/95:
«I gladiatori querelano Cossutta»
... In particolare il sodalizio si sofferma sulla
figura di Leonardi (capo della scorta di Aldo
Moro) strumentalmente associato alla struttura
Stay Behind e di cui si è voluta adombrare per
questo motivo una minore efficacia nella
impossibile difesa dell'On. Moro...
... Le querele nei confronti dei quotidiani
scatteranno per gli indebiti accostamenti
riguardanti l'esplosione dell'aereo di Enrico
Mattei e Giulio Pauer (già guardia del corpo di
Mattei e gladiatore...)
... Una querela è stata presentata da cento
gladiatori contro i dirigenti di Rifondazione
Comunista di Udine e un'altra contro il deputato
Armando Cossutta che li ha definiti traditori della
patria».
        Le Istituzioni continuano a tacere!
Il manoscritto di questo libro, dal gennaio '93, è
passato per le mani di ben cinque case editrici.
Ognuna se lo è tenuto per tre-quattro mesi e me lo
ha restituito perché «non in sintonia con la
propria linea editoriale» (sic).
Nello stesso periodo vengono pubblicati sei o
sette volumi-volumetti che accostano Gladio a
tutte le nefandezze accadute in Italia negli ultimi
40 anni, dalle stragi alla mafia, dagli omicidi
eccellenti alla droga, alla lotta politica e a
quant'altro di marcio c'è stato e c'è nel nostro
paese, scritti come spesso accade da persone che
dell'argomento sapevano solo quello che avevano
letto o sentito attraverso i media, innescando un
processo di reciproca legittimazione fondato su
ipotesi che diventavano fatti e menzogne che
diventavano accuse che venivano riprese e diffuse
per dare loro più forza, e credibilità (se lo dicono
in tanti...).
        Tra i loro editori ce n'è qualcuno col quale io
non ero in linea. (Alla faccia del pluralismo
dell'informazione).
        Peraltro, in data 8 luglio '94, il Tribunale dei
Ministri, nel prosciogliere dall'autoaccusa l'ex
Presidente Cossiga, ha emesso il decreto allegato
in stralcio.
Dalla lettura del medesimo emergono due verità:
1) la Gladio era legittima e legale;
2) la Gladio non ha mai avuto lo scopo di
contrastare e/o impedire la legittima conquista del
potere da parte delle forze politiche di
opposizione.
        Nessuno di noi «ex» ha mai avuto dubbi in
proposito ma è confortante che queste verità siano
state sancite dalla Magistratura con una sentenza
(alla quale ovviamente non è stata data alcuna
pubblicità).
        Al Tribunale dei Ministri resta il dubbio che
comunque possano (sottolineo «possano») esserci
state deviazioni per finalità «non note».

110
Sono pertanto necessari ulteriori
approfondimenti.
In altre parole. Dopo quattro anni di indagini non
sono concretamente emersi reati, ma chissà,
potrebbero esserci stati e quindi, andate avanti ed
indagare.
Non si sa quale sarebbe stato lo scopo finale degli
eventuali possibili reati, ma, qualche altra ipotesi
suggestiva potrebbe sempre saltar fuor, quindi
andate avanti.
Il Sig. Mario Rossi è avvisato.
La magistratura potrà indagare a vita sul suo
conto non perché ha fatto qualcosa ma perché
potrebbe averla fatta, anche se nessuno sa cosa e
perché avrebbe dovuto farla.
Aspettando con fiducia che anche il mio caso
(ormai Kafkiano) si chiuda al più presto e
definitivamente, metto, almeno a questo mio
lavoro la parola fine.

111
COLLEGIO PER I REATI MINISTERIALI
PRESSO IL TRIBUNALE DI ROMA
N. 2/92 Coli.
N. 19986/92 R.G. P.M.
IL COLLEGIO così composto:
PRESIDENTE dott. Roberto Speranza
GIUDICE dott. Ettore Bucciante
GIUDICE dott. Giovanna Carla De Virgiliis
ha emesso il seguente
DECRETO
In data 14.11.90 il Giudice Istruttore presso il
Tribunale di Venezia trasmetteva l'appunto
SIFAR dell'1.6.59 alla locale Procura della
Repubblica, che l'inoltrava in data 30.11.90 alla
Procura della Repubblica di Roma per
competenza territoriale, dopo aver disposta
l'iscrizione del relativo fascicolo nel registro degli
atti non costituenti notizie di reato.
Ad avviso della Procura di Venezia il documento,
in quanto poteva riguardare la costituzione e
l'attività della struttura clandestina denominata
«Gladio» sulla quale erano in corso da parte della
Procura della Repubblica di Roma indagini
preliminari nell'ambito del procedimento nr.
3349/90/C concernente il ritrovamento della
documentazione delle B.R. nell'appartamento di
via Montenevoso in Milano, consentiva di
individuare la competenza territoriale del
suddetto ufficio sul presupposto che l'operazione
Gladio era sorta ed era stata organizzata in Roma.
In relazione al reato configurabile, riteneva
potesse trattarsi dell'ipotesi criminosa di cui
all'art. 305 c.p. in relazione all'art. 283 c.p.

112
All'esito veniva dunque aperto procedimento
penale a carico di ignoti, quali indagati del
predetto reato: si acquisiva inoltre la
documentazione già esistente nel suddetto p.p. nr.
3349/90 C, nonché quella sequestrata presso gli
uffici del SISMI in Roma.
Si provvedeva quindi all'esame dei ex.
«gladiatori», di personale dei SISMI e di altri
soggetti informati dei fatti: venivano acquisiti
inoltre la documentazione della «Commissione
Stragi» ed atti di altre autorità giudiziarie: veniva
altresì ordinato il dissequestro degli atti della
NATO reperiti presso il SISMI e qualificati dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri soggetti al
regime di inviolabilità stabilito dall'art. 7 del
trattato di Ottawa.
Nelle more, con sentenza 10.10.91, il G. I. di
Venezia dichiarava la propria incompetenza e
trasmetteva alla Procura di Roma gli atti
concernenti Martini Fulvio e Inzerilli Paolo,
imputati del reato di favoreggiamento personale
in favore dei responsabili della strage di Peteano,
e di cospirazione politica in quanto «capi» della
struttura clandestina denominata «Gladio».
Il processo veniva quindi riunito al precedente,
previa iscrizione dei suddetti al registro degli
indagati, per i reati individuati dal Giudice di
Venezia.
In data 21.11.91, infine, il Presidente della
Repubblica in carica, on. Francesco Cossiga,
inviava alla Procura della Repubblica di Roma un
documento nel quale, dopo aver dichiarato di
essere stato per le cariche successivamente
ricoperte, «l'unico referente politico, nonché di
essere stato perfettamente informato della
struttura Stay behind», richiedeva che gli fossero
contestate le stesse imputazioni elevate a carico
degli indagati Inzerilli e Martini. Tenuto conto
del tenore di vera e propria «autodenuncia» delle
dichiarazioni dell'on. Cossiga, la Procura della
Repubblica trasmetteva gli atti a questo Collegio
con missiva in data 18.12.91, sul presupposto che
i comportamenti dell'on. Cossiga erano stati
compiuti non già nella sua veste di Presidente
della Repubblica, ma in quella di uomo di
Governo e quindi di Ministro, non essendo quindi
ravvisabili nella specie le ipotesi di reato di alto
tradimento o attentato alla Costituzione.
Nelle richieste trasmesse il 3.2.92, in relazione
all'on. F. Cossiga, ad Inzerilli Paolo e Martini
Fulvio, indagati del reato di cui all'art. 305 c.p., il
Procuratore della Repubblica di Roma, dopo
ampia disamina sulla valenza penale della
struttura Gladio, formulava richiesta di
archiviazione.
Ed infatti dalla documentazione prodotta,
confermata dalle concordi dichiarazioni degli
indagati e di altre persone informate dei fatti,
risulta che mentre sino al 1975 furono informati
circa la struttura Stay-Behind solo l'on. Andreotti,
l'on. Cossiga (nel 1967) e l'on. Gui, dal 1975 in
poi si instaurò

113
invece la prassi di informare sistematicamente i
Ministri della Difesa mediante un appunto (ed.
«briefing») che restò uguale sino al 1984, anno
nel quale si ricorse ad una elaborazione, ancora
più stringata e succinta del «briefing», che venne
diretto, salvo eccezioni non sempre chiare nelle
ragioni, ai Presidenti del Consiglio dei Ministri,
ai Ministri della Difesa ed ai capi di Stato
Maggiore, ai quali si richiedeva una
sottoscrizione per «presa visione».
Lo schema di «briefing» del 1975, e più
sinteticamente quello invalso dall'84 in poi,
conteneva la descrizione della struttura, ivi
comprese le circostanze della sua nascita, dei suoi
scopi, delle forme e criteri di reclutamento, della
consistenza del personale.
Se riguardata alla luce di quanto risultante dal
«briefing», la struttura Stay Behind di per sé
stessa non appariva allora, né appare oggi,
caratterizzata da elementi che integrano ipotesi di
reato da parte dei responsabili e/o componenti
della struttura medesima.
Ed invero, della struttura, per sé stessa
considerata, sono perfettamente note le origini,
risalenti al 1951 (cfr. promemoria dell'8.10.51
diretto dal Gen. Broccoli direttore del SIFAR al
Capo di Stato Maggiore della Difesa), ove si
evidenziava l'opportunità di creare una rete di
resistenza clandestina post-occupazione, per il
caso di conflitto con invasione del territorio
nazionale da parte del nemico.
Il 28.11.1956 intervenne poi l'accordo SIFAR-
CIA, generalmente considerato come l'atto
istitutivo della struttura Stay Behind, con il quale,
invece, si rafforzarono precedenti accordi già
esistenti tra i Servizi Italiano e Americano,
risalenti almeno ai primi anni '50 (come risulta
dalla «Relazione» per il Capo del Servizio datata
19.11.57 proveniente dall'Ufficio R, Sezione
SAD), ed aventi già ad oggetto la nota base di
addestramento sita in Sardegna (denominata
C.A.G.). Con tale accordo del '56 si risolse - tra
l'altro - di prescegliere la collaborazione con gli
USA, piuttosto che con gli altri Paesi di ambito
N.A.T.O. con i quali pure sarebbero state
possibili intese in tal senso.
Vi è da notare, peraltro, che l'accordo fra i due
Servizi non fu comunicato al Parlamento per la
ratifica, in quanto rientrante tra gli accordi
bilaterali di collaborazione e di assistenza previsti
dall'art. 3 del Trattato del Nord Atlantico del
4.4.49, approvato con L. 1.8.49 nr. 465, e, non
secondariamente, in quanto ritenuto inconciliabile
con la particolare riservatezza della materia.
Ciò che conta rilevare è che, così come
formalmente prospettato nei «briefings», la
struttura Stay-Behind non aveva né lo scopo di
reprimere sovvertimenti interni, (compito
istituzionalmente appartenente ad elementi
organizzativi dello Stato, quali forze di polizia
dipendenti dal Ministro dell'Interno), né di
contrastare e/o impedire la legittima conquista del
potere, da parte delle forze politiche di
opposizione.

114
In analogia a quanto era accaduto nel dopoguerra
in gran parte degli Stati alleati, l'organizzazione
Gladio era volta, almeno formalmente, a svolgere
in maniera necessariamente clandestina, compiti
di informazione, infiltrazione - esfiltrazione,
propaganda, guerriglia e sabotaggio da espletarsi
tutti nelle zone di territorio nazionale occupate
dalle forze nemiche e soltanto ad occupazione
avvenuta.
Tanto è stato pienamente confermato sia dagli
indagati sia dalle numerose persone informate dei
fatti sentite da questo Collegio.
Ne consegue che la struttura sin dalle sue origini,
si inquadrava almeno in via ufficiale nell'ambito
della attività interna dello Stato con compiti
particolari nel settore della difesa nazionale.
Nondimeno, non pochi elementi, soprattutto
documentali, inducono a ritenere che la struttura
(o parte di essa) possa essere stata impiegata in
modo «deviato» e cioè per finalità diverse da
quelle istituzionali (anche se non note).
Tutti gli elementi, invero concordanti, che si sono
andati elencando, pur non possedendo
singolarmente considerati una valenza probatoria
esaustiva, richiedono evidentemente ulteriori
approfondimenti, i quali non potranno che
svolgersi nella opportuna sede, tenuto conto del
fatto che - come ha rilevato anche la Procura della
Repubblica nelle sue richieste - non vi è alcuna
prova che il sen. Cossiga, mentre ricopriva
funzioni di governo, fosse informato degli
eventuali fatti di deviazione della struttura, o che
vi abbia in qualche modo cooperato.
Né del resto, della «autodenuncia», che appare
una generica manifestazione di solidarietà, e un
gesto di provocazione politica, piuttosto che un
atto di impulso processuale, è dato rinvenire
alcun riferimento a fatti o circostanze precise -
quali quelle sopra riportate - che potrebbero
evidenziare una qualche forma di concorso da
parte del Sen. Cossiga.
E quindi possibile affermare che nessun ruolo è
stato svolto dal sen. Cossiga con riferimento alla
struttura Gladio, con caratteristiche penalmente
rilevanti.

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ELENCO ALLEGATI
Allegato n. 1 -- Interessamento dei mass-media
Allegato n. 2 -- Curva dell'interesse (della
stampa) 2/A-2/B
Allegato n. 3 -- Giudizi della stampa 3/A-3/B-3/C
Allegato n. 4 -- Variazioni di tendenza dei giudizi
nel periodo VI/'9O-VI/'92 di 25 testate

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AVVENIMENTI SALIENTI
1.  LUG. '90  - Casson inizia visione archivi
2.  AGO. '90 - PCM accetta di riferire in
Parlamento ed alla commissione stragi
3.  OTT.  '90  - PCM invia a commissione stragi
relazione su Gladio
4.  NOV. '90  - PCM fa relazione al Senato
                       - Gladio viene sciolta
5.  DIC.  '90   - Inzerilli viene indiziato di
favoreggiamento
6.  GEN. '91  - Messaggio fine anno di Cossiga
                      - Piano Solo ed omissis
                      - Dimissioni Segni da CO.PA.CO.
                      - Pubblicazione liste Gladiatori
                      - Andreotti accusa Martini
7.  MAR. '91 - Parere Avvocatura dello Stato
Audizione Cossiga Casson inquisito
8.  SET.  '91  - Inzerilli silurato
                        accusato di cospirazione politica
9.   OTT.'91  -  Martini accusato di cospirazione
politica
                     -  Inzerilli accusato di banda armata
(K-AA)
                     -  Trasferimento del procedimento
penale da Venezia a Roma.
 
10. NOV. '91  - Autodenuncia Cossiga
11. GEN. '92   - Relazione Gualtieri
12. FEB.  '92   - Relazione CO.PA.CO.
                        - Archiviazione procura RM

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ELENCO APPENDICI
Appendice A - Commenti alla relazione Gualtieri
A1-A27
Appendice B - Raffronto tra la relazione Gualtieri
e la relazione del COPACO B1-B23
Appendice C - Influenza della Gladio sulla vita
politica italiana C1-C2
Le sopracitate appendici «A» e «B» sono uno
stralcio dei commenti fatti a suo tempo su
richiesta delle SS.AA.
Gli originali dovevano servire a mettere in grado i
«difensori» di controbattere illazioni,
strumentalizzazioni e false accuse, ma non sono
mai stati utilizzati.
Li ripropongo ai lettori quanto meno per
togliermi la soddisfazione di non aver lavorato a
vuoto.

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