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Parte Terza

Tra Settecento e Ottocento

Introduzione
● PANORAMICA
STORICO-CULTURALE

Capitolo Primo
● I GENERI LETTERARI
● GLI AUTORI “MINORI”
● GLI STRANIERI
Capitolo Secondo
● I GRANDI AUTORI
Introduzione
PANORAMICA STORICO-CULTURALE

Sommario: 1. IL CONTESTO STORICO – 2. IL CONTESTO CULTURALE

1. IL CONTESTO STORICO
Nell’Europa della metà del Settecento molte sono le riforme tentate e rea-
lizzate all’interno degli Stati. All’avanguardia c’è l’Inghilterra, dove esiste
un regime politico parlamentare e dove la potente marina militare e mer-
cantile ha permesso la costituzione dell’impero coloniale asiatico e ame-
ricano. Con l’enorme ricchezza proveniente dalle colonie si avvierà, tra
l’altro, la Rivoluzione industriale e una continua e complessa attività ri-
formatrice.
Nei paesi in cui non si determina un processo riformatore (assolutismo illu-
minato) e nei quali lo sviluppo della borghesia e delle nuove idee è partico-
larmente intenso non resta dunque che la via delle rivoluzioni.
Inizia per prima l’America con quella che è definita prima guerra d’indipen-
denza, vera e propria ribellione contro la madrepatria e contro lo sfrutta-
mento europeo del suolo americano. Il conflitto tra inglesi e americani inizia
nel 1775 e si conclude nel 1783 con la formazione del primo nucleo degli
Stati Uniti d’America (13 Stati). Dopo quattro anni gli USA si daranno la pri-
ma Costituzione, fondata sulla divisione dei poteri, ma in nove dei tredici
Stati rimarrà la schiavitù dei negri, che sarà invece abolita negli altri quattro.
Di tutt’altro genere è la Rivoluzione industriale, che dall’Inghilterra, in po-
chi decenni, irromperà in Europa e poi nel mondo, modificando radical-
mente il modo di produrre e di vivere. Con la Rivoluzione industriale si apre
una fase nuova della storia dell’umanità, una fase che è continuata fino ai
giorni nostri con il passaggio alla rivoluzione tecnologica, ugualmente ra-
pida e radicale.
L’ultimo scorcio del secolo XVIII vede lo scoppio della Rivoluzione francese
(1789), che diffonde nel Vecchio Continente un generale desiderio di libertà
e di abolizione delle vecchie forme di governo.

Introduzione ● PANORAMICA STORICO-CULTURALE


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Lo scenario politico europeo di fine Settecento è dominato dalla figura di
Napoleone Bonaparte. Al termine del periodo napoleonico la borghesia fran-
cese esce definitivamente vittoriosa dalle dure lotte, esportando in tutto il
continente il proprio potere e i propri modelli.
Dopo di ciò il regime feudale, durato per secoli, è abbattuto per sempre e
s’instaurano nuovi princìpi della vita sociale e politica: uguaglianza dei citta-
dini di fronte alla legge, mobilità sociale, suffragio popolare (che presto sarà
universale), nuovi rapporti tra Chiesa e Stato, libertà d’iniziativa economica,
senso della nazionalità, formazione di eserciti nazionali, divisione dei poteri
dello Stato, istruzione obbligatoria, ecc.
Durante la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico vengono discussi e
sperimentati tutti i princìpi e le regole che poi guideranno la vita politica oc-
cidentale nei due secoli a venire.
Intricate e complesse come sempre appaiono le vicende politico-sociali
dell’Italia, anche se il nostro Paese vive un lungo periodo di pace, che va dal
1748 (Pace di Aquisgrana) al 1796 (invasione delle armate napoleoniche). La
pace viene interrotta proprio all’indomani della Rivoluzione francese, quan-
do Napoleone scende in Italia con lo scopo di affrontare due delle potenze
che formavano al tempo la coalizione antifrancese: il Regno di Sardegna e
l’Austria. Con una campagna travolgente le sconfigge entrambe e promuove
la formazione di governi provvisori. Sull’onda dell’occupazione militare fran-
cese si formano alcune repubbliche rivoluzionarie: quella Ligure e quella
Cisalpina. Diversamente la Repubblica di Venezia passa all’Austria ed è di-
chiarata estinta (Trattato di Campoformio, 1797).
In breve tempo si assiste alla trasformazione in repubbliche democratiche
di altre porzioni della penisola, come Roma, Napoli e Lucca, che però si
rivelano creature molto fragili e nel 1799 decadono tutte. A provocare il sof-
focamento di queste esperienze repubblicane sono soprattutto gli attacchi
congiunti degli eserciti e delle flotte della coalizione antifrancese, che ri-
collocano sui troni i regnanti appena spodestati. In particolare a Napoli non
sono gli eserciti antifrancesi a far crollare la Repubblica; lo fa, invece,
un’armata di contadini e di briganti, guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo
(1744-1827), che, una volta entrato in città, si batte contro la Rivoluzione
per l’affermazione della «santa fede» (si dicono infatti «sanfedisti»). Essi
portano il re a decretare ben centoventi condanne a morte, molte delle
quali dirette contro il meglio dell’intellighenzia cittadina: figure come
Mario Pagano, Vincenzo Russo, Eleonora Pimentel Fonseca sono desti-
nate a passare alla storia come i primi martiri per l’affermazione della
moderna idea di libertà in Italia.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


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TAVOLA CRONOLOGICA DEGLI EVENTI
1768 Ha inizio la guerra russo-turca, che durerà fino al 1774 avviando la decadenza
della Turchia.
1772 Avviene la prima spartizione della Polonia tra Austria e Russia.
1773 Inizia la Rivoluzione americana capeggiata da George Washington contro il
governo della madrepatria inglese.
1776 Dalle originarie tredici colonie inglesi viene emanata la Dichiarazione d’indi-
pendenza, con la conseguente nascita degli Stati Uniti d’America.
1778 Viene sancita la Pace di Versailles: la Gran Bretagna riconosce l’indipendenza
americana.
1786 In Italia viene promulgato un nuovo codice penale, che abolisce la pena di
morte.
1789 Scoppio della Rivoluzione francese con l’assalto della Bastiglia, tetra prigione
di Stato, da parte della borghesia e della plebe che liberano i detenuti politici. Poco
dopo viene emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, basata sui
princìpi di «libertà, uguaglianza e fraternità».
1793 Il re Luigi XVI è ghigliottinato dinanzi al popolo.
1794 In Francia si instaura la dittatura di Robespierre, destinata a durare pochi mesi:
il 27 luglio il leader rivoluzionario viene arrestato e il giorno dopo ghigliottinato.
1796 Le armate francesi, comandate da Napoleone, occupano l’Italia settentrionale
e vi istituiscono le Repubbliche Cispadana e Transpadana.
1797 In Francia il Direttorio, organo esecutivo composto da cinque membri, compie
un colpo di Stato. In Italia viene istituita la Repubblica Ligure, mentre la Cispadana
e la Transpadana si fondono nella Repubblica Cisalpina. Con il Trattato di Campo-
formio, Napoleone cede la Repubblica di Venezia all’Austria.
1798 Sorgono le Repubbliche Romana e Partenopea, destinate tuttavia a breve vita.
1799 Il governo della Francia viene assunto dal Consolato di tre membri, il principale
dei quali è il generale Napoleone Bonaparte.
1800 Napoleone è nominato primo console per dieci anni.

2. IL CONTESTO CULTURALE
Nell’Europa di fine Settecento, sconvolta dalle campagne napoleoniche, il
panorama culturale vive rapide trasformazioni, che segnano il passaggio
dalla cultura arcadico-illuministica alla nuova stagione del Romanticismo
(→ Glossario).
Nei centri toccati dalle riforme dei sovrani illuminati il cambiamento è meno
tumultuoso, trovando un terreno politico e sociale più evoluto, mentre altrove,
come a Venezia e nel Regno di Napoli, il mutamento è più violento e dramma-
tico, comportando al Sud l’abolizione del regime feudale ancora molto forte.

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Questa trasformazione riguarda tutta l’Europa, a eccezione dell’irriducibi-
le Inghilterra, ma più fortemente si avverte laddove le truppe del generale
vittorioso innescano le micce dell’autonomia nazionale, come in Italia. Ecco
dunque le istanze preromantiche evolvere talora precocemente in direzio-
ne romantica — si pensi a Inghilterra e Germania, già avviate in questa
direzione a inizio secolo — talora con significativo ritardo, come in Italia, e
più ancora in Francia, a seconda dell’impatto più o meno forte delle nuove
idee veicolate da Napoleone. In parallelo le istanze neoclassiche appaiono
spiccate e preminenti, come in Francia e in Italia, oppure risultano intrec-
ciate con il nascente movimento del Romanticismo, in nazioni quali l’In-
ghilterra e la Germania.
In Francia e in Italia il Neoclassicismo (→ Glossario) viene a coincidere
con questo momento storico di mutamento profondo, sia che l’imitazio-
ne degli antichi suoni come un’apologia dell’imperatore, sia che dia voce
talora al dissenso. Il ritorno alla classicità è promosso dalle importantissi-
me scoperte archeologiche di Ercolano, dall’apertura al pubblico dei mu-
sei romani e da numerosi scritti teorici, in particolare la Storia dell’arte
nell’antichità di Johann Joachim Winckelmann e il Laocoonte di Gotthold
Ephraim Lessing.
Molti intellettuali di questa età di crisi provengono pur sempre dai ceti più
elevati — Vincenzo Monti (→ I grandi autori), in particolare, nasce da una
famiglia di ricchi possidenti terrieri — altri sono rappresentanti di una Chie-
sa ancora culturalmente influente (Melchiorre Cesarotti, ad esempio, studia
e poi insegna nel Seminario di Padova, una delle roccaforti della cultura clas-
sica del Settecento).
Ma in generale la Rivoluzione segna un sovvertimento epocale nella condi-
zione del letterato.
I ruoli culturali legati alla condizione religiosa cessano di esistere: figure an-
che nobilissime, come quella di letterati-abati (si pensi a Parini), non figura-
no più nei ranghi della letteratura, di cui hanno costituito per secoli uno de-
gli assi portanti. La soppressione degli ordini religiosi produce una rivoluzio-
ne culturale di grande portata, non priva anche di qualche effetto negativo,
come la dispersione del tesoro costituito dalle biblioteche degli ordini reli-
giosi e dei seminari, spesso ricchissime, e del patrimonio di studi che vi era
inevitabilmente connesso.
Il letterato di questi anni, di formazione aristocratica, si trova a sperimentare
un cambiamento profondo. Qualcuno, come Vincenzo Monti, sembra subire
i mutamenti, piuttosto che viverli da protagonista: il suo stesso ondeggiare
tra convinzioni diverse, le sue “conversioni” improvvise sono testimonianza

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


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delle difficoltà incontrate dall’intellettuale di fine secolo, sospeso tra vecchio
e nuovo, chiamato a prender parte agli eventi, anche se manifesta la vocazio-
ne a una vita di tranquilla attività letteraria ed è naturalmente portato a com-
piacere chi gli fornisce la possibilità di praticarla. La vicenda montiana inter-
preta esemplarmente il declino della letteratura settecentesca sotto l’incal-
zare degli eventi, l’impossibilità per l’uomo di cultura di occuparsi di lettera-
tura secondo le pratiche accademiche che l’Arcadia aveva consolidato con i
suoi consorzi, le sue «colonie», le rituali raccolte poetiche.
Nel frattempo continua la fortuna dei salotti letterari (celebre, in area vene-
ta, quello di Isabella Teotochi Albrizzi, frequentato da Vittorio Alfieri, Ugo
Foscolo, George Gordon Byron e Ippolito Pindemonte), dove la letteratura si
presenta ancora quale forma di nobile ozio dedicato agli studi, piuttosto che
di impegno e di responsabilità intellettuale e morale.
Peraltro nuove realtà politico-culturali irrompono sulla scena: le tribune e le
assemblee rivoluzionarie, per esempio, rappresentano un’esperienza inno-
vativa non solo a livello politico. L’intellettuale si trova ora ad assolvere un
ruolo del tutto diverso: deve trovare parole non più volte a celebrare e illu-
strare, ma atte a convincere, a controbattere, a dissuadere.
Emblematica in tal senso è l’esperienza di Ugo Foscolo (→ I grandi autori),
efficace oratore delle assemblee rivoluzionarie a Venezia (ne restano i verba-
li), poi autore di una celebre lettera prefatoria all’ode A Bonaparte liberatore,
e ancora autore delle drammatiche pagine del romanzo epistolare Ultime let-
tere di Jacopo Ortis. Egli rappresenta il prototipo di intellettuale estraneo sia
geograficamente che socialmente ai quadri dell’Ancien Régime delle lettere.
Parallelamente sorge una letteratura politica, talora utopica ed eversiva, ali-
mentata sostanzialmente dalle correnti giacobine, cioè dagli appartenenti a
una sinistra rivoluzionaria, radicale e repubblicana. Tra i più importanti svi-
luppi del pensiero giacobino italiano si ricordano i Pensieri politici (1798) di
Vincenzo Russo (1770-1799) e i programmi utopici di Filippo Buonarroti
(1761-1837; arrestato nel 1796 per la sua partecipazione alla «Congiura degli
eguali» di Babeuf), che tentano di saldare un’idealizzata tradizione repubbli-
cana romana con le novità del pensiero settecentesco di matrice rousseauia-
na: ecco allora il tema della società degli uguali, la difesa della piccola pro-
prietà, la gestione statale dell’economia nell’interesse collettivo, il modello
dell’intellettuale come «filosofo» e virtuoso, testimone dei nuovi valori socia-
li e figura esemplare di educatore.
È all’interno proprio della minoranza giacobina, laica e democratica, che si
pone per la prima volta, nel nostro Paese, il tema dell’indipendenza e del-
l’unità nazionale: basti pensare che nel settembre del 1796 il governo della

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Lombardia bandisce un concorso dal titolo Quale dei governi liberi meglio
convenga alla felicità d’Italia. La giuria, presieduta da Pietro Verri, assegna il
primo premio allo scritto di Melchiorre Gioia (1767-1829), il quale propone
la costituzione di una repubblica «una e indivisibile», come unica forma di
Stato capace di garantire solidità alla nazione.
E tuttavia l’esperienza italiana dell’età giacobina e napoleonica vede anche
l’emergere di un problema storico, la separazione fra ceti dirigenti e intellet-
tuali e masse popolari. La prima riflessione critica su questo tema è compiu-
ta da un giovane molisano, Vincenzo Cuoco (1770-1823), che nella sua opera
fondamentale, Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801), spiega il
fallimento della Repubblica Partenopea attraverso la tesi della «rivoluzione
passiva»: una rivoluzione, cioè, importata dall’estero e che, in quanto tale,
non aveva trovato l’appoggio e suscitato il coinvolgimento completo delle
masse popolari.
Contestualmente, alle vecchie scuole e università di impianto umanistico si
vuole sostituire un’istruzione più attenta agli sviluppi delle scienze, delle tec-
niche e dell’economia, in modo da creare un nuovo sistema alternativo a
quello gestito per secoli dal clero: nascono così le Scuole Normali (la più fa-
mosa in Italia è quella di Pisa), intese a promuovere un’istruzione più attenta
agli sviluppi delle scienze, delle tecniche, dell’economia. In Italia vengono
fondati i licei, il primo collegio femminile a Milano, accademie di belle arti, e
viene riformato anche il quadro delle facoltà universitarie.
Vanno infine ricordate le numerose discussioni intorno alla lingua. Gli illu-
ministi francesi impongono una nuova maniera di intendere la lingua: essa
viene innanzitutto concepita come uno strumento vivo, regolato dall’uso e
non da norme precostituite. Queste idee penetrano anche in Italia, modifi-
cando profondamente la prosa, ma rinnovando molto meno il linguaggio
poetico, che resta sostanzialmente fedele alla tradizione.
Una posizione intelligentemente aperta al nuovo, ma moderata ed equili-
brata, è sostenuta da Melchiorre Cesarotti (1730-1808) nel Saggio sulla filo-
sofia delle lingue (1785). Cesarotti afferma la validità dell’uso, ma anche l’im-
portanza e il prestigio dei modelli letterari e della funzione equilibratrice della
ragione. Egli pone anche il problema di una lingua nazionale comune, alla
cui formazione avrebbero dovuto collaborare i letterati di ogni regione italia-
na, riuniti in un Consiglio Nazionale.
Anche Saverio Bettinelli e Giuseppe Baretti sostengono posizioni equilibra-
te, contrarie sia a radicali rinnovamenti sia alla conservazione dei pedanti.
Invece i letterati tradizionali, guidati da Carlo Gozzi, sostengono maggior-
mente la purezza della lingua.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


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Capitolo Primo
I GENERI LETTERARI
GLI AUTORI “MINORI”
GLI STRANIERI

Sommario: 1. LA PROSA – 2. LA POESIA – 3. IL TEATRO – 4. GLI AUTORI STRANIERI

1. LA PROSA
Nel periodo che va dalla Rivoluzione francese ai primi anni della Restaura-
zione (→ Glossario), il romanzo si avvia a collocarsi al centro del sistema
letterario contemporaneo, accanto alla lirica. Ben presto, infatti, le opere
narrative si differenziano dal romanzo settecentesco a carattere realistico-
borghese; il genere del romanzo diventa sempre più introspettivo e lirico,
nel senso che privilegia l’effusione sentimentale, la confessione diretta, i
personaggi dai tratti per molti versi eccezionali.
Ed è in tale contesto letterario che Preromanticismo e Romanticismo deli-
neano il loro mito umano, quell’eroe travagliato che tanto influenzerà anche
la letteratura successiva fino al Decadentismo (→ Glossario) e oltre. La cifra
dell’eroe romantico sta proprio nel compiacimento del proprio eccezionale
soffrire e nel vagheggiamento di realtà e mondi ideali suggestivi: ne sono te-
stimonianza l’esotismo di Byron, il culto della Grecia in Foscolo (→ I grandi
autori) o del Medioevo in Novalis.
Proprio sulla soglia di questo periodo, si deve anche segnalare il notevole
successo riscontrato dallo stile epistolare. L’uso frequente di tale stile si deve
ad una scrittura che mira alla semplicità e ad aumentare il coinvolgimento
da parte dei lettori. Questo spiega anzitutto perché venga impiegato sia nelle
relazioni di viaggio (per esempio di Algarotti o di Baretti), sia nelle polemi-
che letterarie (le Lettere virgiliane di Bettinelli), sia negli scritti filosofici (Let-
tere filosofiche di Voltaire), sia, infine, nel romanzo.
Il romanzo epistolare, infatti, dopo il suo esordio nella prima metà del seco-
lo, si afferma decisamente nella seconda, con Rousseau (La nuova Eloisa,
1761), Choderlos de Laclos (1741-1803; Le relazioni pericolose, 1782), Goethe
(I dolori del giovane Werther, 1774), Foscolo (Ultime lettere di Jacopo Ortis), e
più tardi con Etienne Pivert de Sénancour (Oberman, 1804) e Friedrich Höl-

Capitolo Primo ● I GENERI LETTERARI – GLI AUTORI “MINORI” – GLI STRANIERI


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derlin, autore di Iperione (1797-99), mirabile e complessa sintesi di istanze
romantiche e neoclassiche.
Occorre anche accennare a Benjamin Constant, che nell’Adolphe (1816) adot-
ta l’artificio del manoscritto ritrovato, in cui il protagonista, secondo il mo-
dulo della confessione, narra la propria storia; e a Chateaubriand, autore di
Atala (1801) e René (1802).

In Atala e René, Chateaubriand, pur nell’ambito di un romanzo con narratore ester-


no, privilegia sostanzialmente il racconto di Chactas, un vecchio indiano del Missis-
sipi, a René, un giovane che in preda all’angoscia ha abbandonato la Francia alla
ricerca della pace nella natura americana, e di René a Chactas rispetto alle esperien-
ze umane.

A cavallo tra Settecento e Ottocento anche la trattatistica muta sensibilmen-


te: accanto al trattato sistematico si diffonde il pamphlet, assai più breve,
vivace, incisivo, e rivolto ad un pubblico molto più ampio e non necessaria-
mente specialistico (capolavoro di questo tipo di scrittura è Dei delitti e delle
pene di Beccaria).
Un’altra forma tipica di scrittura illuministica è la divulgazione, che può as-
sumere anche la forma del reportage giornalistico.
Ovviamente poi le modalità di scrittura risentono anche del conflitto di poe-
tiche. La letteratura illuministica predilige, per esempio, la modalità ironico-
parodica, che si esprime nella satira (magari nella forma del poemetto
didattico-satirico, come Il Giorno di Parini), nel romanzo umoristico (per
esempio, il Tristram Shandy del romanziere inglese Sterne), nel conte philo-
sophique o novella filosofica (in cui eccelle Voltaire con Candido). Il «romanzo
filosofico» è anzi un genere che si diffonde con l’Illuminismo e bene ne espri-
me la cultura (Emilio o Dell’educazione di Rousseau è, ad esempio, un
romanzo-saggio di argomento pedagogico).
Da un’area minoritaria dell’Illuminismo, quella d’ispirazione rousseauiana,
o talora in antitesi con essa, si sviluppano anche tendenze patetiche e senti-
mentali, tematiche notturne e sepolcrali, spinte soggettivistiche e talora irra-
zionalistiche. Di qui l’altra modalità della scrittura nel secondo Settecento,
quella patetico-sentimentale. Essa si esprime anzitutto in diversi romanzi
epistolari, e particolarmente in quelli di Rousseau, Goethe, Foscolo, ma an-
che nei romanzi gotici o neri di scrittori inglesi come Horace Walpole e più
tardi Ann Radcliffe (1764-1823; I misteri di Udolfo, 1794; L’italiano, o il con-
fessionale dei penitenti neri, 1797), che presentano temi orrorosi, macabri,
funebri ambientati in un Medioevo di maniera.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


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A tal proposito, particolare successo in tutta Europa riscuote II castello di Otranto
(1764) di Walpole, che introduce apertamente l’irrazionale, suggestioni di mistero,
paesaggi notturni, passioni perverse, nel panorama di una narrativa sino ad allora
dominata dalla ragione.

Inoltre la modalità patetico-sentimentale si manifesta nell’autobiografia, la


quale assume ora soprattutto un aspetto di «confessione» (Confessioni s’inti-
tola quella di Rousseau) che non è dato riscontrare nelle autobiografie della
prima metà del secolo (per esempio quelle di Vico e di Giannone). Queste
ultime, infatti, rispondono ad esigenze storiografiche di documentazione di
vicende meramente intellettuali, mentre ora l’attenzione è puntata piuttosto
sulle esperienze interiori e psicologiche.

2. LA POESIA
Nella lirica del secondo Settecento si sovrappongono tendenze diverse, ar-
cadiche, neoclassiche e notturno-sepolcrali. In quest’epoca, tuttavia, il fe-
nomeno letterario dominante è senza dubbio il Neoclassicismo.

Il Neoclassicismo si caratterizza per la ricerca di una grazia primitiva, per un recu-


pero filologico del passato, affermazione di un canone estetico razionale fondato
sul rigore e la purezza delle linee, ma anche ritorno all’incontaminato, all’eroico,
alla semplicità della natura che l’arte classica aveva saputo esprimere. È di André
Chénier il noto verso che sintetizza perfettamente questa tendenza del movimento:
su dei pensieri nuovi facciamo dei versi antichi.

In Italia i principali esponenti dell’età neoclassica sono Vincenzo Monti (→ I


grandi autori) e Ugo Foscolo.

Per Foscolo la grecità non è solo uno strumento formale, un patrimonio di immagi-
ni, temi, topoi (→ Glossario): la grecità è Zacinto, l’infanzia, cioè la felicità, l’armo-
nia, la patria perduta, che contrasta con un presente personale e storico di esilio,
disarmonia, disordine, ingiustizia, guerra e morte.

Per Monti, invece, il Neoclassicismo è il frutto di un’educazione maturata sui classi-


ci. La sua perizia di versificatore, la sua profonda conoscenza della letteratura anti-
ca si ritrova in quell’Iliade, la cui traduzione (1810-11) in endecasillabi sciolti è il suo
lascito maggiore e una pietra miliare della diffusione del poema omerico per molte
generazioni di letterati e di studenti.

Capitolo Primo ● I GENERI LETTERARI – GLI AUTORI “MINORI” – GLI STRANIERI


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Il Neoclassicismo figurativo, architettonico e letterario incide sui moltissimi
autori che si dedicano a comporre versi. Tra questi si ricordano Cesare Arici
(1782-1836) e Ippolito Pindemonte (1753-1828).

Pindemonte, muovendo da un’educazione classicista e arcadica,


si apre a suggestioni preromantiche. Così accade nella sua opera
più celebre, Prose e poesie campestri (1788), mentre negli altri scritti
successivi si assiste a una sorta di dissociazione delle componen-
ti neoclassiche, dominanti nei versi delle Epistole (1805) e dei Ser-
moni (1819), e di quelle preromantiche, che prendono il soprav-
vento nella tragedia Arminio (composta nel 1804, ma edita solo
nel 1822), ricca di echi alfieriani e ossianeschi, e nell’incompiuto
poemetto I cimiteri, che affronta i temi del sepolcro, pur senza la
coscienza e l’impegno civile di Foscolo. Un’altra sua opera molto nota è sicuramen-
te la traduzione dell’Odissea, che ha grandissimo successo e numerose edizioni,
malgrado non riesca a trasmettere il senso epico dell’originale.

Una figura orgogliosamente isolata appare invece quella di Vittorio Alfieri


(→ I grandi autori). Per lo scrittore astigiano è il poeta l’eroe per eccellenza,
l’uomo reso speciale dall’intensità dei sentimenti e dalla nobiltà dei suoi ideali.
Egli è consapevole del suo talento e lo mette al servizio della verità e della
bellezza; è il vate, il profeta che ha il compito di diffondere e di esaltare i prin-
cipi di libertà, e di trasmettere i più nobili valori morali.
In Germania, già sul finire del Settecento, al movimento dello Sturm und
Drang (→ Glossario) subentra la prima vera e propria scuola romantica, che
si raccoglie a Jena attorno alla rivista «Athenaeum» e ai fratelli Schlegel. In
questi anni sono attivi numerosi poeti che, ricollegandosi più direttamente
alla letteratura notturna e sepolcrale settecentesca, delineano forme e temi
del Romanticismo più tipico. Il maggiore di questi poeti è Novalis (pseudoni-
mo di Friedrich von Hardenberg), che soprattutto con i suoi Inni alla Notte,
ma anche con i Canti spirituali, produce i primi capolavori della poesia ro-
mantica tedesca.

In un’esaltazione della notte e del sonno, come esperienze mistiche e magiche di


superamento dei limiti dell’umano e di contatto con la dimensione dell’eterno e
dell’infinito, Novalis elabora una poesia che è stata definita «l’essenza più genuina e
pura del Romanticismo».

In Inghilterra la stagione romantica si apre con l’edizione di una celebre rac-


colta di versi di William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge, le Ballate

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


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liriche. Il carattere variegato e sperimentale dell’opera è manifestazione di
una coscienza letteraria inquieta che ricerca nuove forme espressive e non
ha più precisi modelli da seguire, ma asseconda le emozioni e i moti dello
spirito del poeta, che vengono elevati a centro della realtà.

3. IL TEATRO
Il teatro, come avvenuto nei primi decenni del secolo, continua la sua avven-
tura innovativa ed espressiva. Da Marivaux a Goldoni (→ Parte Seconda, I
grandi autori), a Diderot, fino alle tragedie di Alfieri, la scena, con la sua grande
capacità di diffusione e di presa sul pubblico, diventa il luogo privilegiato di
dibattito dei problemi contemporanei.
Tra le varie modalità di scrittura appartenenti alla letteratura illuministica, è
certamente quella a carattere patetico-sentimentale a realizzarsi maggiormente
nel teatro, sia nel melodramma, sia nel dramma borghese. Quest’ultimo è un
genere nuovo che si sviluppa a partire da due opere di Denis Diderot, Il figlio
naturale, scritto nel 1757 ma rappresentato solo ne1 1771, e soprattutto Il pa-
dre di famiglia, del 1758, ma messo in scena nel 1761. In Francia si arriva persi-
no al rifacimento dell’Amleto shakespeariano in chiave patetico-borghese e
con lieto fine. Anche nella riforma della commedia effettuata da Goldoni è evi-
dente la tendenza al dramma borghese, per quanto la modalità sentimentale e
patetica si unisca spesso a quella comica e ironico-parodica.

4. GLI AUTORI STRANIERI


4.1 Francia
La stagione culturale francese della fine del secolo avverte ancora gli echi delle
forti personalità di Voltaire e Jean-Jacques Rousseau.

La riflessione del primo ruota essenzialmente intorno alla pole-


mica contro la Chiesa e le religioni ufficiali, ma anche contro qual-
siasi potere politico precostituito che non sia tollerante nei con-
fronti della libera espressione individuale (Lettere filosofiche o Let-
tere sugli inglesi). Inoltre nel suo romanzo filosofico Candido o
l’ottimismo, Voltaire denuncia, dietro una veste avventurosa e fan-
tastica, l’infondatezza di atteggiamenti astrattamente ottimistici,
tipici di molti illuministi.

Capitolo Primo ● I GENERI LETTERARI – GLI AUTORI “MINORI” – GLI STRANIERI


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3. UGO FOSCOLO: UN ESULE DELLO SPIRITO
3.1 La vita
Il 6 febbraio del 1778 nasce in un’isola dello Ionio, Zante (l’antica
Zacinto), Niccolò Foscolo; solo successivamente, agli esordi della
sua attività letteraria, il poeta sceglie per sé il nome di Ugo. Il padre,
Andrea, di origini veneziane, svolge la professione di medico con-
dotto; la madre, Diamantina Spathis, è invece originaria del luogo.
Nel 1784 si trasferisce con tutta la famiglia a Spalato, in Dalma-
zia, dove il padre è nominato primario dell’ospedale militare.
Presso il seminario di questa città compie i primi studi, rivelan-
do ben presto grande ingegno, ma un’indole ribelle e irrequieta.
Dopo la morte del padre, nel 1788, ritorna a Zante con la madre e i fratelli (Rubina,
Giovanni Dionigi e Giulio, tutti più piccoli), ma nel 1792 deve abbandonare per sem-
pre l’isola natia e trasferirsi a Venezia, città che diverrà la sua «patria reale».
A Venezia inizia a frequentare i salotti di due colte e nobili dame, Giustina Renier Michel
e Isabella Teotochi. A quest’ultima il giovane Ugo è legato da una breve e intensa relazio-
ne. L’amore tra l’aspirante poeta e la più matura nobildonna, in seguito menzionata col
nome di Temira nei ricordi autobiografici, termina quando Isabella, rimasta vedova,
decide di sposare il patrizio veneziano Giuseppe Albrizzi. Nonostante l’iniziale delusio-
ne, Foscolo rimane sempre legato alla Albrizzi da un’affettuosa e fedele amicizia.
Intanto, abbracciate le idee rivoluzionarie e giacobine, cade vittima dei sospetti del go-
verno veneto ed è costretto, nel 1796, a rifugiarsi per un breve periodo sui Colli Euganei.
Nel 1797, all’indomani dell’instaurazione della Repubblica Veneta, ritorna a Vene-
zia, dove aderisce alla Società patriottica e fa rappresentare, con grande successo, il
Tieste, la sua prima tragedia di stampo alfieriano con cui rivela apertamente il suo
antitirannismo e il suo giacobinismo.
Caduta Venezia, si trasferisce a Bologna nella Repubblica Cispadana. Qui il poeta si
arruola fra i Cacciatori a cavallo della Repubblica.
Il 17 ottobre del 1797, con il trattato di Campoformio, Napoleone concede all’Austria
l’annessione di Venezia. Cocente è per Foscolo e per gli altri patrioti la delusione. L’auto-
re allora ripara a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina, dove vive anni avventurosi,
tra vicende politiche e militari, amicizie d’eccezione (Cuoco, Parini), amori tumultuosi e
la composizione di opere. Collabora anche al «Monitore», il giornale diretto da Melchior-
re Gioia. Di questo periodo, inoltre, è il suo tormentato amore per Teresa Pikler, la bellis-
sima moglie di Vincenzo Monti. Questo amore non ricambiato e il desiderio di trovare
uno stabile impiego non militare, lo portano nell’autunno del 1798 di nuovo a Bologna.
Nel capoluogo emiliano Foscolo inizia la pubblicazione delle Ultime lettere di Jacopo Or-
tis, ma deve lasciare l’opera interrotta per l’invasione degli eserciti austro-russi che, entrati
in Italia, muovono contro il Ferrarese e il Bolognese. Allora riprende le armi per difendere la
Repubblica e combatte a Cento, alla Trebbia, a Novi e a Genova. Con la vittoria napoleoni-
ca di Marengo (14 aprile 1800) e la liberazione dell’Italia, Foscolo può rientrare a Milano.

Capitolo Secondo ● I GRANDI AUTORI: UGO FOSCOLO


117
A Firenze, durante un viaggio, s’innamora di Isabella Roncioni, già promessa sposa
del marchese Bartolomei. Nel 1801, mentre è a Milano, viene travolto da una nuova
passione per la bellissima contessa Antonietta Fagnani Arese: è un amore inizial-
mente felice che ispira a Foscolo lettere appassionate e l’ode All’amica risanata.
Nel dicembre dello stesso anno, un evento luttuoso colpisce il poeta: il suicidio del
fratello Giovanni Dionigi.
Tra il 1802 e il 1803, sempre a Milano, Foscolo pubblica i dodici Sonetti, le due Odi e
la seconda stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Dal 1804 al 1806 vive nella Francia del Nord, dove è costretto per necessità econo-
miche ad arruolarsi nell’esercito napoleonico; qui conosce un’inglese, Sofia Saint
John Hamilton, da cui ha una figlia, Floriana, che ritroverà solo negli ultimi anni
della sua vita. Durante questo soggiorno impara l’inglese ed inizia a tradurre il Viag-
gio sentimentale dello scrittore Laurence Sterne. Di questo periodo è anche la com-
posizione della Notizia intorno a Didimo Chierico, in cui il poeta dà, rispetto alla
materia dell’Ortis, un nuovo e più distaccato ritratto di sé.
Nel marzo del 1805 Foscolo torna in Italia e approfitta di una lunga licenza per recarsi a
Venezia a visitare la famiglia e i vecchi amici. Dalle discussioni nel salotto della Teotochi
ha origine la composizione della sua opera più importante, il carme Dei Sepolcri, vera
summa degli ideali e della poetica foscoliana, che vede la luce a Brescia nel 1807.
L’anno successivo il poeta viene nominato dal governo del Regno Italico professore
di eloquenza all’Università di Pavia. Nel gennaio del 1809 vi pronuncia la celebre
orazione iniziale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura.
Torna di nuovo a Firenze, dove, tra il 1812 e il 1813, soggiorna nella villa di Bello-
sguardo, prima di rientrare nuovamente a Milano.
Qui si è insediato il nuovo governo austriaco, che, memore del suo atteggiamento
critico nei confronti dell’operato francese, gli offre di dirigere un periodico lettera-
rio di nuova fondazione. Dopo aver inizialmente accettato (1815) abbandona per
sempre l’Italia per recarsi in esilio volontario in Svizzera: «Tradirei la nobiltà del mio
carattere — scrive ai familiari — incontaminato fino ad ora. Io per me mi sono inte-
so di servire all’Italia né, come scrittore, ho voluto parer partigiano di Tedeschi o
Francesi o qualunque altra nazione».
In Svizzera Foscolo scrive i frammenti dei discorsi Della servitù d’Italia, in cui di-
fende la propria attività politica.
Nel settembre del 1816 si trasferisce in Inghilterra, dedicandosi quasi prevalente-
mente all’attività di saggista e critico letterario. Sono infatti di questi anni il Saggio
sulla letteratura italiana contemporanea (1818), che suscita in patria non poche
polemiche, i Poemi narrativi e romanzeschi italiani (1819), i Saggi sul Petrarca
(1823), le Epoche della lingua italiana (1824), il Discorso sul testo del poema di Dante
(1825) e il Discorso storico sul testo del Decameron (1825).
La parte finale dell’esistenza di Foscolo è tristissima. Malato e assistito negli ultimi
tempi dalla figlia Floriana, muore in miseria nel 1827, nel villaggio di Turnham Green
(Londra), ed è sepolto nel cimitero di Chiswick. Nel 1871, all’indomani dell’Unità ita-
liana, le sue ossa vengono esumate e portate nella Chiesa di Santa Croce, a Firenze.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


118
3.2 Il profilo letterario
Alla base della concezione foscoliana c’è una visione estremamente negati-
va dell’esistenza, dovuta alla caduta di ogni fede religiosa maturata in conse-
guenza della sua adesione ad alcune teorie illuministiche. La sua formazio-
ne filosofica, tutta imperniata sulle teorie sensistiche e materialistiche sette-
centesche, lo porta a negare qualsiasi visione finalistica dell’uomo e della
vita e a considerare valido solo ciò che poteva essere verificato attraverso
l’esperienza sensibile. Di qui la visione dell’universo come un ciclo perenne
di nascita, trasformazione e morte della materia, unica realtà che i sensi e la
ragione umana siano in grado di comprendere. In questo continuo fluire e
perire di ogni cosa è dunque immerso anche l’uomo, nel cui animo si agitano
le stesse forze che muovono la natura: l’istinto cieco e la brutale violenza del-
la lotta per la sopravvivenza.
La teoria delle «illusioni» Tuttavia c’è in ogni individuo un’insopprimibile
ansia di felicità e un continuo protendersi verso qualcosa capace di dare
una giustificazione alla propria vita. Proprio da questo profondo bisogno
di superare l’effimero destino mortale nasce in Foscolo una nuova «reli-
gione», una religione tutta laica, basata sugli ideali di verità, giustizia, li-
bertà, patria, bellezza, amore. Certo, razionalmente, tali ideali appaiono
solo inconsistenti «illusioni», ma nel profondo della sua anima egli sente
che solo queste illusioni, creazione di quello spirito che il materialismo
nega, possono dare un significato all’esistenza e permettere all’uomo di
sottrarsi, seppure apparentemente, al cieco meccanicismo della natura.
Attraverso tale fede nelle illusioni, comunque, il poeta non giunge mai a
superare del tutto la sua desolata concezione materialistica: da qui il tono
drammatico della grande poesia foscoliana, che, pur nella tragica rassegna-
zione al destino di morte e distruzione di ogni cosa, mira ad essere eroica e
magnanima creazione di alti valori spirituali da contrapporre ad esso.
La missione civilizzatrice della poesia Tra le illusioni vi è anche la poesia,
che scopre e rivela questi ideali, sottraendoli alla morte e all’oblio. Per Fo-
scolo, infatti, la poesia da un lato è l’espressione più alta dell’umanità e del-
la civiltà, in quanto fa rivivere nel mondo i grandi ideali e le imprese del pas-
sato, rendendo immortali nel ricordo gli spiriti più nobili di ogni tempo, dal-
l’altro si pone essa stessa come creatrice di bellezza e di armonia nel mon-
do, valori attraverso i quali l’uomo può sollevarsi dalla barbarie primitiva e
costruire una dimensione più umana e civile. La poesia, infatti, sfida il cieco
meccanicismo della natura, tramandando nei secoli ricordi, tradizioni, gesta
e personaggi; in essa consiste l’unica forma d’immortalità a cui l’uomo può

Capitolo Secondo ● I GRANDI AUTORI: UGO FOSCOLO


119
ambire: quella di sopravvivere nel ricordo dei vivi. Ma, oltre ad eternare tali
valori, la poesia, come testimonianza di storia e di civiltà, assolve anche al-
l’importante compito di spronare ad «altissime imprese» gli uomini.

3.3 Le opere
Nella produzione artistica di Foscolo confluiscono da un lato l’eredità illumi-
nistica, sia per quanto riguarda la filosofia sensistica e materialistica sia per
quanto concerne gli ideali rivoluzionari di libertà e giustizia, dall’altro gli echi
di quei movimenti culturali che si andavano affermando in Europa tra Sette-
cento e Ottocento: il Neoclassicismo, il Preromanticismo, il Romanticismo.
Nell’opera foscoliana si possono rintracciare due linee importanti: da una
parte l’ideale neoclassico di arte come evasione dalla vita, con il suo gusto
per le immagini mitologiche; dall’altra il grande messaggio morale, civile e
patriottico di ascendenza romantica.

Quadro generale della produzione letteraria


Titolo e data
di pubblicazione Genere Contenuti
delle più importanti opere
A Bonaparte liberatore (1797) Ode L’ode si presenta come l’esortazione fatta dal poe-
ta a Napoleone per dare libertà all’Italia.
Ultime lettere di Jacopo Ortis Romanzo È l’opera in cui confluiscono le aspirazioni, i pen-
(1802) epistolare sieri, gli ideali, le gioie e i dolori del giovane scrit-
tore (→ “Le opere”).
Odi e Sonetti (1803) Raccolta Nelle Odi il poeta inneggia alla bellezza sempre
poetica minacciata e sempre risorgente; nei Sonetti cerca
di condensare, in pochi versi e in poche immagini
pregnanti, quei temi che già erano affiorati nelle
opere precedenti: la patria, la gloria, la bellezza,
l’amore, la poesia.
Dei Sepolcri (1807) Carme Il carme rappresenta una vera summa degli ideali
e della poetica foscoliana (→ “Le opere”).
Notizia intorno a Didimo Chie- Opera Alla passione di Jacopo è subentrata una saggezza
rico (1817) teorica nuova e lo scrittore sembra guardare alla vita e
agli altri uomini con caustica ironia.
Le Grazie (opera incompiuta Poema Il poeta celebra il potere della bellezza e delle arti
composta nel 1812 e pubblica- attraverso la magia del mito. Il componimento è
ta nel 1848) diviso in tre parti, dedicate a Venere, Vesta e Palla-
de, simboli rispettivamente della bellezza, dell’intel-
ligenza e della virtù.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


120
Ultime lettere di Jacopo Ortis
Le Ultime lettere di Jacopo Ortis sono un romanzo epistolare che l’autore im-
magina costituito dalle lettere inviate, negli ultimi mesi della sua vita, da un
giovane suicida, Jacopo Ortis, all’amico Lorenzo Alderani, il quale, dopo la mor-
te del protagonista, le pubblica aggiungendo qualche collegamento narrativo
e descrivendo il sofferto iter psicologico che aveva condotto Jacopo al suicidio.
In realtà il romanzo è espressione degli ideali, delle attese, dei sogni, delle in-
quietitudini e dei dolori della giovinezza dell’autore: vi confluiscono i suoi
amori infelici, le delusioni politiche e la sua negativa visione esistenziale.
La trama Jacopo è un giovane patriota che, dopo il Trattato di Campoformio
(1797), assiste al crollo di tutti i suoi ideali di libertà e giustizia. Tuttavia è tratte-
nuto dal compiere l’estremo gesto da un’ultima scintilla vitale: rifugiatosi sui
Colli Euganei per sfuggire alle persecuzioni politiche legate al ritorno degli au-
striaci a Venezia, egli conosce la giovane figlia di un amico, Teresa, e se ne inna-
mora. Il suo sentimento è ricambiato, ma il padre della fanciulla l’ha già desti-
nata in sposa, per questioni di interesse, al ricco Odoardo. Nonostante ciò, egli
asseconda questo amore, vivendolo come l’ultimo richiamo alla vita. Presto,
però, deve fuggire anche dai Colli Euganei. Vaga, così, per l’Italia: a Milano in-
contra Parini e discorre con lui della difficile condizione italiana, a Firenze ce-
lebra i grandi uomini sepolti nella Chiesa di Santa Croce. Ritorna infine sui
Colli Euganei, dove ritrova Teresa già sposa e infelice. Ormai privo anche del-
l’ultimo miraggio di felicità rappresentato dall’amore, Jacopo si uccide.
Le tematiche Non solo nell’opera confluiscono le vicende biografiche dello
scrittore, ma essa rende esplicita per la prima volta la poetica foscoliana, le
sue tragiche meditazioni sul destino umano e la lotta al materialismo attra-
verso la fede nelle illusioni. Se da un lato Foscolo è convinto della naturale e
inevitabile infelicità degli uomini e della vanità anche di ideali supremi, qua-
li la gloria e la patria, dall’altro oppone a queste convinzioni i sentimenti e le
creazioni umane: le illusioni, ma anche la dolce calma dei paesaggi naturali,
la consolazione che viene dalla pietà e dall’amicizia, il calore degli affetti fa-
miliari, il potere purificatore della bellezza e della poesia. Nell’Ortis si ritro-
vano tutti i motivi della futura poesia foscoliana, primo fra tutti, il mito del-
l’eroe esule e perseguitato, che troverà ampio spazio nei Sepolcri, conden-
sandosi nella vicenda del moderno Ulisse. Ma, ancora, tra i temi presenti
nell’Ortis vi sono il motivo della bellezza rasserenatrice della donna e della
natura e, soprattutto, quello della «lacrimata sepoltura», cioè del sepolcro
come legame tra i vivi e i morti, monumento che perpetua la memoria, unico
tramite di immortalità per l’uomo.

Capitolo Secondo ● I GRANDI AUTORI: UGO FOSCOLO


121
Lo stile Nel carattere stilisticamente discontinuo del romanzo si rispecchia-
no i due contrastanti temperamenti dell’autore: quello lirico e sentimenta-
le e quello drammatico e passionale. Così il ritmo narrativo subisce spesso
impennate, a seconda dello stato d’animo del protagonista: posato e calmo
nella descrizione del paesaggio dei Colli Euganei, si innalza in un crescendo
turbinoso e convulso nella parte centrale, col prevalere delle tensioni dram-
matiche nella vicenda, per poi tornare a farsi pacato, traducendo così la ras-
segnazione ormai raggiunta dal protagonista nell’epilogo. Allo stesso modo,
la descrizione del paesaggio si adegua agli stati d’animo dei personaggi, ora
esprimendosi con elementi idilliaci e rasserenanti ora con visioni sconvol-
genti e burrascose.

Dei Sepolcri
Scritto tra il luglio e il settembre 1806 e pubblicato a Brescia nel 1807, il carme
Dei Sepolcri, in endecasillabi sciolti, parte da un motivo occasionale: una di-
sputa che Foscolo ebbe con Ippolito Pindemonte circa la questione delle se-
polture, tema allora assai discusso. A quei tempi, infatti, la legislazione france-
se (editto di Saint-Cloud del 1804) stava per essere estesa anche all’Italia: essa
prescriveva che le sepolture fossero poste fuori dei centri abitati. Si trattava di
misure ispirate a criteri di igiene e di salute pubblica, ma si temeva che si finis-
se con il proibire monumenti e iscrizioni che distinguessero le sepolture o ad-
dirittura si vietasse ai parenti dei defunti di accedere ai cimiteri. Il problema
delle sepolture coinvolgeva i valori fondamentali celebrati da Foscolo in tut-
te le sue opere: il necessario rispetto dovuto agli uomini illustri del passato,
l’importanza civile delle tombe dei grandi, il profondo significato umano del
sepolcro come vincolo affettivo tra i vivi e i morti. La struttura dei Sepolcri è
difficilmente riconducibile a un modello: in alcuni passi, infatti, rimanda al
carattere dell’epistola in versi, in altri a quello del poemetto epico-storico, in
altri ancora sembra ricalcare l’esempio delle «sentenze» morali e politiche del-
l’antichità. Forse proprio per questo l’opera ricevette numerose critiche, ri-
guardanti la discontinuità e le numerose digressioni storiche e descrittive. Par-
ticolarmente aspro fu il giudizio espresso dal letterato Aimé Guillon, a cui Fo-
scolo rispose polemicamente nella famosa Lettera a Monsieur Guillon.
Le tematiche Il carme si apre a una strenua difesa dei valori umani, primo fra
tutti il culto dei morti. Proprio la tomba, infatti, dà all’uomo l’illusione di poter
sopravvivere nell’affetto dei propri cari, creando una nuova forma d’immortalità.
La linea portante dell’intero carme sta nel valore privato e pubblico dei se-
polcri, elemento di congiunzione tra passato e presente. Su questo nucleo

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


122
tematico si inseriscono di volta in volta vari sentimenti e immagini: gli af-
fetti familiari, l’importanza della tradizione e della storia, la venerazione
che si deve ai grandi uomini ormai scomparsi, l’amore per la patria, il dolo-
re per la decadenza dell’Italia, la speranza nel suo riscatto, i miti della Gre-
cia antica e, soprattutto, l’importanza della poesia come veicolo eterno di
valori e, insieme, testimonianza del potere creativo dell’uomo. Solo la poe-
sia è in grado di vincere il tempo che tutto distrugge e tutto travolge, anche i
sepolcri; a lei spetta l’altissimo compito di tramandare non solo il ricordo e la
gloria degli eroi, ma anche i valori che essi affermarono.
Lo stile I Sepolcri costituiscono un ambizioso tentativo di tracciare i momenti
più significativi della storia umana, celebrando l’uomo e i suoi valori. Per dare
vita a questo panorama così vasto e universale, Foscolo deve affidarsi alla
sintesi, alla concentrazione di concetti e immagini, ricorrendo a raffigura-
zioni simboliche. Tuttavia il poeta giunge a quest’altissima fusione di imma-
gini, sentimenti e pensieri soprattutto nei versi iniziali e poi nella seconda
parte del carme, mentre nei passi rimanenti prevale il procedimento dida-
scalico. L’endecasillabo sciolto si presta a soluzioni estremamente varie, a volte
aprendosi in ampie sinfonie melodiche, altre volte consentendo pause dram-
matiche, mentre il ritmo del verso diviene un canto religioso, una musica ora
mesta ed elegiaca ora solenne, capace di tradurre insieme la tragedia del de-
stino umano e l’epopea della sfida titanica a esso. L’andamento discontinuo,
che in alcuni passi è possibile ravvisare, si riflette, linguisticamente, nella fre-
quente omissione di collegamenti logici, negli improvvisi cambiamenti di tono
e nei frequenti mutamenti dei tempi verbali.
Di seguito viene riportato il celebre incipit del carme (vv. 1-15):

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne


confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzerai l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né più nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?

Capitolo Secondo ● I GRANDI AUTORI: UGO FOSCOLO


123
Si tratta delle due interrogazioni retoriche con cui si apre il carme e che presup-
pongono un’inevitabile risposta negativa. Nella prima il suono duro delle denta-
li t e delle r, e la vocale aperta o ampliano il senso della durezza e dell’eternità
della morte. La seconda e più ampia interrogazione contrappone drammatica-
mente le illusioni all’ineluttabilità della morte, in una rassegna dove luce e buio
si oppongono. Numerose sono le personificazioni e i continui enjambement.

RECENSIONE D’AUTORE
Il suicidio di Ortis
Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis il suicidio è già una precisa e solenne protesta contro il
mondo, la società, il destino. Non sorprende, pertanto, la struttura del romanzo foscoliano,
che fin dall’inizio mira ostinatamente all’apoteosi del suicidio. Il valore di protesta che gli
assegna l’autore è molto più violento di quello che si esplica nel romanzo wertheriano di
Goethe. A questo proposito è di grande interesse l’introduzione che Ugo Foscolo premet-
teva all’ultima edizione dell’Ortis (nel 1817), in cui riprende a considerare il progetto già
espresso in una lettera di parecchi anni prima, di fare cioè la storia letteraria del suicidio,
come una delle manifestazioni più terrificanti della disperazione umana: un gesto che sta al
confine dell’estrema determinazione, laddove la volontà tocca il limite della follia.
L’autore è conscio del proprio programma narrativo, allorché conviene che il suo pro-
tagonista è «suicida per indole d’anima e per sistema di mente». Anche l’uso di un
termine come «labirinto» ha sapore assai moderno.
La catastrofe, non che voleva occultare, è manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo
del volume, e perciò appunto lo spettatore sa che non trattasi di colpirlo, e si lascia
pazientemente guidare di giorno in giorno, e d’ora in ora, ne’ labirinti dell’anima del
suicida.
Il suicidio in effetti nasce da un amore viscerale della vita […]. Nel caso di Jacopo Ortis
l’idea dominante della morte e dell’autodistruzione si alimenta da un vivaio ferace di
idealità, ambizioni, desideri, amori, che si tramutano in altrettanti disinganni. […] È il
mondo delle illusioni che si logorano nel sordo attrito con la realtà. Forse senza il
Foscolo (tanto dell’Ortis quanto dei Sepolcri) ci mancherebbe una delle vie maestre che
portano al pessimismo leopardiano.
Ma allo scrittore corre l’obbligo di giustificare l’apologia del suicidio contenuto nel-
l’Ortis. Una pagina della «Notizia bibliografica» (che rimane forse il documento più
generoso di critica letteraria prima del De Sanctis) è redatta con rischiosa sincerità.
L’autore si propone di schivare o minimizzare le ragioni obiettive che hanno provocato
il biasimo dei lettori e dei critici. Ma nello stesso tempo non intende rinunciare alle
proprie convinzioni e tanto meno derogare ai princìpi morali del proprio romanzo:
«Ma l’accusa senza difesa veruna è il suicidio, rappresentato in guisa da fare che alcuno
di que’ tanti che sono indotti […] dalla noia o dalle sventure al desiderio di finire

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


124
volontariamente la vita, trovino esempi e ragioni e vigore in quel libro. Spesso, e per lo
più ne’ frammenti, l’autore tende a persuadere sé e gli altri che a vivere da liberi e da
forti bisogna imparare a poter liberamente e fortemente morire».
Il Foscolo sa di toccare il nucleo centrale del suo romanzo. È in esso che si concentra
l’ideologia del protagonista: «Né qui disputiamo se sia più da forte o da vile l’uccidersi;
se sia azione che abbia esempi ne’ libri della religione; se sia dannosa alla società; se
sia contraria alle leggi della natura. Forse nella disputa gli argomenti de’ propugnatori
del suicidio sarebbero vittoriosi».
L’autore non tenta neanche, come farebbe un narratore moderno, di separare dal prota-
gonista la propria responsabilità o credenza. Bisogna giungere a Flaubert e a Madame
Bovary per segnalare una simile disposizione dissociativa.

S. Battaglia

[riduz. e adatt. da Mitografia del personaggio, Rizzoli, Milano 1970]

Tecniche di lettura
Il testo poetico: versi e schemi metrici

I versi si distinguono in diversi “tipi”, a seconda del numero di sillabe da cui sono
composti:
• Bisillabo (2 sillabe): l’accento cade sulla I sillaba;
• Ternario (3 sillabe): l’accento cade sulla II sillaba;
• Quaternario (4 sillabe): l’accento cade sulla I e sulla III sillaba;
• Quinario (5 sillabe): un accento cade costantemente sulla IV sillaba, un altro sulla
I o sulla II;
• Senario (6 sillabe): l’accento cade sulla II e sulla V sillaba;
• Settenario (7 sillabe): accento fisso sulla VI sillaba; l’altro può cadere sulla I, II, III
o IV;
• Ottonario (8 sillabe): accento sulla III e VII sillaba;
• Novenario (9 sillabe): accento sulla II, V e VIII sillaba;
• Decasillabo (10 sillabe): gli accenti cadono sempre, a intervalli regolari, sulla III, VI
e IX sillaba;
• Endecasillabo (11 sillabe): accento fisso sulla X sillaba, gli altri accenti cadono
liberamente.
In un testo poetico, i vari versi vengono visibilmente raggruppati in unità più grandi,
di natura ritmico-metrica, dette strofe. La tradizione poetica italiana distingue le
strofe secondo schemi ritmici fissi; le forme più ricorrenti sono:
• il distico, formato da due versi a rima baciata;
• la terzina, formata da tre versi legati da rima incatenata;

Capitolo Secondo ● I GRANDI AUTORI: UGO FOSCOLO


125
• la quartina, formata da quattro versi legati da rime disposte in vario modo (incro-
ciate, alternate, ecc.);
• la sestina, formata da sei versi con varie combinazioni di rima;
• l’ottava, formata da otto versi legati da rime a schema ABABABCC o ABABABAB.
La tradizione letteraria italiana, inoltre, nel corso del tempo, ha disposto tali strofe in
strutture precise, dette metri (il sonetto, la ballata, la canzone), la scelta dei quali
non è stata mai operata dai poeti casualmente, ma in base all’argomento da trattare
(la poesia retorica necessitava della terzina, il poema epico-cavalleresco dell’ottava,
la lirica del sonetto o della canzone, ecc.).
A partire dal secolo XIX fino ai nostri giorni, tuttavia, i poeti hanno mostrato una
crescente insofferenza nei confronti di qualunque imposizione che limitasse la pro-
pria libertà di espressione: dalle innovazioni progressivamente apportate da autori
come Foscolo, Leopardi e D’Annunzio (rispettivamente, con i versi sciolti, la canzone
leopardiana e la strofa lunga) si è così giunti a un rifiuto pressoché totale delle forme
metriche tradizionali. Un effetto dirompente nella “disintegrazione” degli schemi tra-
dizionali si realizza, in particolare, con il Futurismo e la scarnificazione del verso ope-
rata dall’Ungaretti dell’Allegria. Ciò non vuol dire, chiaramente, che i componimenti
dei poeti contemporanei siano privi di qualunque effetto ritmico: semplicemente, essi
non sono riconducibili a schemi predefiniti e si rivelano piuttosto come il risultato di
scelte espressive di volta in volta diverse e originali.

Parte Terza ● Tra Settecento e Ottocento


126