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Francesca La Spada

La Semantica Esistenziale nei Potenziali

Evocati:

Schizofrenia e Linguaggio

Tesi di Laurea

A.A. 2007/2008

Università degli Studi di Messina

Tecnologie dell’Istruzione e della Comunicazione

Indice

Abstract

Introduzione

Parte

analisi linguistica

Prima.

Schizofrenia:

storia,

1. La storia della schizofrenia

1.1 Le origini

1.2 Il malato di mente come essere umano

1.3 La dementia praecox

1.4 Dalla dementia praecox alla schizofrenia

1.5 La psicoanalisi

1.6 Malattia mentale e linguaggio

1.7 Dopo Binswanger

2. Cos’è e come si manifesta la schizofrenia

2.1 Definizione di schizofrenia

2.2 La sintomatologia

2.2.1 I sintomi negativi

2.2.2 I sintomi positivi

2.3 Le allucinazioni

2.3.1 Il caso Aline

2.4 Il delirio

2.4.1 Il caso Suzanne Urban

2.5 Il pensiero disorganizzato

2.5.1 Il deragliamento

2.5.2 Il sillogismo debole

2.5.3 Neologismi e paralogismi

2.5.4 I giochi

2.6 I limiti del linguaggio schizofrenico

2.7 Il comportamento disorganizzato

Parte Seconda. Gli ERPs

1. Cosa sono gli ERPs

1.1 Come leggere gli ERPs

1.2 I diversi tipi di ERP

1.3 I potenziali endogeni

1.3.1 La ELAN

1.3.2 La P300 e le sue subcomponenti

1.3.3 La N400

1.3.4 La P600 o LPC

1.4 Come vengono registrati gli ERPs

 

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definizione

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2. Potenziali evento-correlati e sintassi

2.1 Le violazioni della struttura sintagmatica

2.2 Le violazioni di sottocategorizzazione

2.3 Le violazioni di accordo

2.4 Deduzioni

3. Potenziali evento-correlati e semantica

3.1 I fattori che influenzano l’accesso lessicale: l’effetto priming

3.1.1 Conseguenze dell’effetto priming

3.2 L’effetto frequenza

4. Potenziali evento-correlati e ambiguità strutturale

4.1 L’ambiguità strutturale

4.1.1 Reazioni cerebrali

5. ERPs e le altre variazioni

Parte Terza. ERPs e schizofrenia

1. Schizofrenia e percezione

1.2 Percezione

2. Schizofrenia e sintassi

2.1 ERPs e sintassi schizofrenica

3. Schizofrenia e semantica

3.1 La comprensione

3.2 Ipo-attivazione, iper-attivazione e contesto

3.2.1 Il potenziale di riconoscimento

3.2.2 Priming semantico ed effetto di ripetizione

4.

N400 e sue variazioni

4.1

N400 e disordine del pensiero

5.

N400, P300 ed LPC

5.1

ERPs e metafore

6.

Schizofrenia e pragmatica

Conclusioni Riferimenti Bibliografici

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Abstract

From religious to illuminist persecutions, from internment

to exorcism, men have always tried to give an explanation of

mental illnesses and, unfortunately, such explanation has often

been extremely deleterious for the unlucky man who found

himself living a mental illness in that period.

From 1908 (the year in which E. Kraepelin, the father of

the

modern

psychiatry,

defined

the

dementia

praecox)

to

nowdays, the studies that have tried to individualize the cause of

such pathology have had a more and more scientific approach to

the matter, and above all, it has been tried to give back dignity to

the individual.

From Pinel to Esquirol, from Kraepelin to Bleuler, until

Freud, the analysis of the schizophrenia has evolved in the

direction

of

a

personalization

of

its

symptoms,

not

in

the

personalization of the whole pathology.

During XX century, even if there were a lot of organicistic

doctrines which tried to bring together cerebral and psychic

capacities, a field of studies which originated at the time didn’t

consider the patient as a body of symptoms, but as a “generator

of different experiencial and linguistic worlds” (Falzone, 2004).

The philosophical psychiatry and,

fenomenologic

psychiatry,

whose

above all the existential-

major

exposer

is

Ludwig

Binswanger, start from the presupposition that a link between

language

and

existence

exists

and

that,

therefore,

the

schizophrenic language is the expression of the schizophrenic

existence. So to understand such existence it is indispensable a

thorough analysis of such language. But during the XX century,

the studies on the schizophrenia have also oriented themselves

towards other directions, such as: a genetic origin (Annett, 1999;

Crow, 2000),

an organic neuropatologic and/or biochemical

cause (Pol et al., 2004), a social-enviromental origin (King and

Coker, 1994; Eaton et al., 1988), and also an ontological-

existential origin (Pennisi, 1998), which related itself to the

binswangerian theory.

After this brief historic introduction, which enables us to

underline that the fenomenologic-existential theory is different

from the past and the contemporary ones, we start from the

analysis of some trademark of the schizophrenic language as the

delirium, the loss of goal, the neologism and the paralogism, the

syntactic virtuosity and a series of linguistic expedients as the

metaphor, the syncopation, the aphaeresis and the apocope, the

hyperbaton and the kenning, and, finally, the behavior, which is

another

way

to

express

the

existence,

with

examples

and

explanations proposed by various authors.

We

will

analyze

the

schizophrenic

language

through

studies which use a modern technique for the measuring and the

visualization of the cerebral activity, the Event-Related Potentials

(ERPs).

They

start

from

the

measuring

and

the

graphic

representation of the cerebral electric activity caused from verbal

stimulus. In this way they allow us to control -as time increases-

this activity, to ascertain if there are distortions in the linguistic

processing,

and

to

localize

the

level

affected

(perceptive,

phonetic, morphemic, syntactic, lexical, semantic and pragmatic).

Analyzing level by level and comparing the ERPs results to the

schizophrenic language analysis proposed in the first chapter, we

will exclude a perceptive (Pardo et al., 1995; Mohr et al., 2001),

phonetic and morphemic (Covington et al., 2005), and syntactic

(Ruchsow et al., 2003; Ye et al., 2006) schizophrenic deficit.

Analyzing the semantic (Grillon et al., 1991; Martìn-

Loeches et al., 2004; Moritz et al., 2002; Kiang e Kutas, 2005;

Matsumoto et al., 2001; Kostova et al., 2005; Bharat et al., 2000;

Yoshino et al.; Ohta et al., 1999) and pragmatic ERPs (Iakimova

et al., 2005; Ditman e Kuperberg, 2007), we will notice clear

abnormalities

which

underline

a

difficulty

in

inserting

the

meanings of the words inside contexts socially shared, giving a

test of the validity with the existential-fenomenologic theory

which considers the mental illness as one of the infinite ways of

being in the world that every individual carries out in the

relationship with himself and others.

Introduzione

Dalle persecuzioni religiose a quelle illuministe, dall’internamento

all’esorcismo, gli uomini hanno sempre cercato di darsi una spiegazione

delle malattie mentali e, purtroppo, molto spesso la spiegazione è stata

estremamente deleteria per il povero sfortunato che si trovava a dover vivere

in quel periodo la malattia mentale.

Dal 1908, data in cui E. Kraepelin, padre della psichiatria moderna, definì

la dementia praecox, ad oggi, gli studi atti all’individuazione della causa di

tale

patologia

hanno

avuto

via

via

un

approccio

più

scientifico

alla

questione, e soprattutto si è cercato di restituire dignità all’individuo.

Da Pinel a Esquirol, da Kraepelin a Bleuler, sino a giungere a Freud,

l’analisi

della

schizofrenia

si

è

evoluta

nella

direzione

di

una

personalizzazione, se non dell’intera patologia, almeno dei suoi sintomi.

È con il XX secolo che, nonostante la massiccia presenza di dottrine

organicistiche che cercano di far confluire in un unico fenomeno le funzioni

cerebrali e le funzioni psichiche, si sviluppa un settore di studi filosofici che

parte dal presupposto di non considerare il malato come un insieme di

sintomi, ma come “generatore di mondi esperenziali e linguistici differenti”

(Falzone,

2004).

La

psichiatria

fenomenologico-esistenziale,

il

filosofica

e,

cui

maggior

soprattutto

la

esponente

psichiatria

è

Ludwig

Binswanger, partono dal presupposto che esista un legame tra linguaggio ed

esistenza

e

che,

dunque,

il

linguaggio

schizofrenico

sia

l’espressione

dell’esistenza schizofrenica. Per comprendere a pieno tale esistenza è

dunque indispensabile un’analisi approfondita di tale linguaggio.

Ma nel corso del XX secolo, gli studi sulla schizofrenia si sono orientati

anche verso altre direzioni: verso la possibilità di un'origine genetica

(Annett, 1999; Crow, 2000), di una causa organica neuropatologica e/o

biochimica

(Pol et al., 2004),

di un'origine socio-ambientale (King and

Coker, 1994; Eaton et al., 1988), ma anche di una origine ontologico-

esistenziale (Pennisi, 1998), prosecutrice della teoria binswangeriana.

Dopo questa breve introduzione storica, atta a sottolineare la diversità,

rispetto

al

passato,

ma

anche

rispetto

ai

contemporanei,

della

teoria

fenomenologico-esistenziale, partiremo dall’analisi di alcune caratteristiche

del linguaggio schizofrenico quali le produzioni deliranti, i deragliamenti, i

neologismi e i paralogismi, il virtuosismo sintattico e tutta una serie di

espedienti linguistici quali l’uso eccessivo della metafora, di sincopi, aferesi

e apocopi, dell’iperbato e della perifrasi, e, in fine, anche di un’altra

modalità di espressione dell’esistenza, il comportamento, con l’ausilio di

esempi e chiarimenti proposti da diversi autori.

Analizzeremo, poi, il linguaggio schizofrenico tramite studi che hanno

impiegato una moderna tecnica di misurazione e visualizzazione dell’attività

cerebrale,

i

Potenziali

Evento-Correlati

(ERPs),

che,

partendo

dalla

misurazione e

successiva

rappresentazione

grafica dell’attività elettrica

cerebrale prodotta da stimoli verbali, consentono di seguire in successione

temporale tale attività, permettendo di stabilire in maniera piuttosto precisa

se esistono alterazioni nell’elaborazione linguistica dei soggetti in esame e

circoscriverne

il

livello:

percettivo,

lessicale, semantico e pragmatico.

fonetico,

morfologico,

sintattico,

Analizzando livello per livello e confrontando i risultati degli ERPs con

l’analisi

del

linguaggio

schizofrenico

proposta

nel

primo

capitolo,

escluderemo un deficit schizofrenico a livello percettivo (Pardo et al., 1995;

Mohr et al., 2001), fonologico/fonetico e morfologico (Covington et al.,

2005), e sintattico (Ruchsow et al., 2003; Ye et al., 2006).

Dall’analisi degli ERPs a livello semantico (Grillon et al., 1991; Martìn-

Loeches et al., 2004; Moritz et al., 2002; Kiang e Kutas, 2005; Matsumoto

et al., 2001; Kostova et al., 2005; Bharat et al., 2000; Yoshino et al.; Ohta et

al., 1999) e pragmatico (Iakimova et al., 2005; Ditman e Kuperberg, 2007),

noteremo delle chiare anomalie che evidenziano una difficoltà ad inserire i

significati

delle

parole

all’interno

di

contesti

socialmente

condivisi,

fornendo una prova della validità della teoria fenomenologico-esistenziale

che vede la malattia mentale come una delle infinite modalità di essere nel

mondo che il singolo individuo attua nella relazione con se stesso e con gli

altri.

Parte Prima. Schizofrenia: storia, definizione ed analisi linguistica

1. La storia della schizofrenia

(…) l’esaltazione fissata, la stramberia, il manierismo, non vengono giudicati in senso medico- psichiatrico, come “minorazioni” patologiche, “deviazioni” morbose o “sintomi”. Vengono bensì considerate come forme di fallimento, di mancata riuscita dell’esistenza umana. Quelle che chiamiamo psicopatia o malattia mentale non sono che forme di questa mancata riuscita, di questo fallimento, limitate entro la cornice della psichiatria come scienza medica, e ridotte sul piano della conoscenza psichiatrica. L. Binswanger, Tre forme di esistenza mancata

In queste parole è racchiuso il concetto base dell’antropoanalisi,

corrente filosofica di cui Ludwig Binswanger è il principale esponente.

Infatti, punto di partenza della psichiatria fenomenologico-esistenziale, o

antropoanalisi, non sono i problemi quantitativi oggettivanti e interpretativo-

causali tipici della scienza naturale, né gli aspetti astrattamente teorici della

psicoanalisi. La psichiatria fenomenologico-esistenziale legge la malattia

mentale come una delle infinite modalità di essere nel mondo che il singolo

individuo attua nella relazione con se stesso e con gli altri. E, attraverso tali

relazioni,

ognuno

di

noi

fa

delle

esperienze

e

costruisce

la

propria

personalità. Dunque, punto di partenza dell’antropoanalisi sono proprio tali

relazioni interpersonali, tali rapporti con il mondo e, soprattutto, il modo di

percepirle e di farle proprie dei pazienti. Esperienze che trovano espressione

proprio nel linguaggio “particolare” che essi utilizzano. Si spiega così

l'esigenza di raccogliere le testimonianze della loro vita interiore: scritti,

colloqui, storie; l’antropoanalisi cerca di comprendere l'uomo “malato”,

senza la pretesa di produrre una soluzione teorica e soprattutto senza alcun

giudizio sulle scelte o le non scelte della persona “malata”.

Questo

indirizzo

non

vuole

e

non

può

avere

applicazioni

pratiche

standardizzate, né ha ovviamente introdotto nuovi metodi diagnostici o

terapeutici, ma "ha fornito un’originale dimensione modale di comprensione

dell'uomo malato e di arricchimento "umanistico" con l'esperienza di un

incontro trascendente i limiti del rapporto interpersonale e della tecnica

psicoterapica". (Curatolo, 2000).

Ma non è andata sempre così, alle spalle di questo approccio umano nei

confronti dello schizofrenico, ci sono secoli di approcci completamente

diversi. Le teorie sull’origine della malattia mentale hanno sempre oscillato

fra due poli: un polo fisico, che oggi potremmo definire scientifico e un polo

metafisico, quello della follia intesa come qualcosa che deriva dal maligno,

o come alterazione della psiche parte del corpo.

1.1 Le origini

Se

nell’antichità

i

devianti

venivano

considerati

come

persone

colpite da punizioni divine, con Ippocrate, nel V secolo a. C. entra in gioco

una visione più organicistica della malattia mentale, attribuendola a cause

puramente naturali, come ad esempio danni fisici.

Nonostante questa visione sia tuttora tenuta in grande considerazione,

intorno al 200 d. C. inizia una nuova fase in cui, grazie al grande potere

acquisito dalla Chiesa, la malattia mentale viene considerata come sintomo

di possessione diabolica e gestita dai sacerdoti stessi, che cercano di porvi

rimedio

prima

con

l’ausilio

della

fede

attraverso

la

preghiera,

poi

eliminando il problema all’origine mandando questi sfortunati al rogo.

Tale fase durerà sino all’Illuminismo, periodo in cui, in linea con le

tendenze di non accettazione di ciò che non veniva considerato razionale, gli

alienati mentali erano considerati delle persone senza dignità, ed è per

questo motivo che venivano sottoposti a pratiche repressive e crudeli.

Inoltre, le teorie psichiatriche succedutesi nel corso del XVII e XVIII secolo

riducevano la malattia mentale a cause organiche, corporee; essa dipendeva

sempre da un’alterazione di organi, da traumi fisici, da un inadeguato

funzionamento di ghiandole specifiche. Da ciò nasceva la considerazione

che la schizofrenia fosse una psicosi da cui il malato non poteva uscire, e

che i metodi violenti adottati in quel periodo erano i più efficaci, mentre una

terapia “razionale”, che richiedesse un dialogo con il paziente, era ritenuta

impensabile. (Alessandrini, 2004)

1.2 Il malato di mente come essere umano

È

solo

con

la

fine

del

XVIII

secolo

che

si

ha

un

sensibile

cambiamento nell’approccio alla patologia mentale, grazie all’opera dello

psichiatra Philippe Pinel (1745-1826), che si rapportò in maniera innovativa

ai pazienti del manicomio di Parigi da lui gestito, trattandoli come esseri

umani, parlando con loro, sottolineando la distinzione tra i “malati mentali”

e gli “idioti” e facendo da padre a quello che oggi chiamiamo colloquio

terapeutico. La psicopatologia del linguaggio ottocentesca giunge inoltre ad

un primo grande risultato, quello di dimostrare che la maggior parte delle

malattie mentali non ostacolano la scrittura e la parola, anzi, in molti casi ne

accrescono l’uso e le funzioni.

Ma

è

grazie

al

lavoro

certosino

di

osservazione

e

descrizione

delle

produzioni verbali dei pazienti, ad opera dell’allievo di Pinel, Jean Étienne

Dominique Esquirol (1772-1840), che si inizia a pensare alla malattia

mentale come a qualcosa di lontano dall’idiozia. Per Esquirol, infatti, il

linguaggio, essendo espressione dell’interiorità del soggetto, è il mezzo

attraverso

il quale si può interpretare

la patologia,

sino

a

“diventare

elemento discriminatore dei vari livelli di follia” (Falzone, 2004), ed egli

trascrive le sue osservazioni dei disturbi linguistici svolte negli ospedali

psichiatrici, nei manicomi, negli asili per gli alienati. Le sue trascrizioni

hanno il merito di dimostrare che la maggior parte delle malattie mentali

non ostacola la scrittura e la parola, anzi, in molti casi ne accresce l’uso e le

funzioni.

1.3 La Dementia Praecox

La prima classificazione compiuta delle malattie mentali si deve,

però, allo psichiatra Emil Kraepelin (1855-1926) che diede priorità non ai

sintomi soggettivi, ma a quelli comuni, in modo da poter individuare le

caratteristiche di ogni patologia. E tra queste individuò quella patologia cui

diede il nome di dementia praecox. 1

1 Kraepelin, allora, lavorava in stretta collaborazione con Alzheimer che, come lui, studiava pazienti con grave

compromissione e deterioramento cognitivo, ma con esordio in età tardiva (oggi diagnosticati come affetti da

demenza di Alzheimer). I pazienti studiati da Kraepelin sviluppavano la loro ''demenza'' in un'età precoce e

pertanto decise di distinguerli da quelli ad esordio tardivo definendoli affetti da Dementia Praecox.

(Fig. 1) Classificazione dei disturbi mentali – Kraepelin, 1899

1) Classificazione dei disturbi mentali – Kraepelin, 1899 1.4 Dalla Dementia Praecox alla Schizofrenia Ma il

1.4 Dalla Dementia Praecox alla Schizofrenia

Ma il moderno termine

“schizofrenia” 1 si deve allo psichiatra

Eugene Bleuler (1857-1939). Egli, pur rimanendo vicino alla filosofia

kraepeliana,

ne

mette

in

discussione

l’idea

dell’inguaribilità

della

schizofrenia, avendo notato che alcuni suoi pazienti erano andati incontro a

miglioramenti.

Per Bleuler, disturbo fondamentale della schizofrenia è la dissociazione 2 ,da

cui prende il nome la patologia, intesa da un lato come scissione della

personalità del soggetto e dall’altro come separazione dell’individuo dal

mondo che lo circonda.

1.5 La Psicoanalisi

L'attenzione verso il mondo interiore del malato e l’esplorazione

delle profondità della sua psiche allo scopo di comprendere i significati

nascosti dei suoi disturbi, sono alla base delle cosiddette psicoterapie

dinamiche, categoria che racchiude tutte quelle forme di psicoterapia che

come modello teorico fanno riferimento alla psicoanalisi. Padre di questa

dottrina è Sigmund Freud. Egli propone un dialogo con la follia, partendo

dall’ipotesi di una sua sensatezza, per “individuare il piano in cui le sue

ragioni possono valere” (Famiani, 2001: 206). Le parole, il dialogo, sono al

centro di questo metodo terapeutico che pone la sua attenzione sul rapporto

tra linguaggio ed esistenza: nella parola è contenuto uno dei tanti mondi

schizofrenici, e il compito dell’analista è quello d’interpretare il linguaggio

affinché questa realtà così tanto diversa dalla nostra venga alla luce. La

psicoanalisi di Freud, come dimostrano i fenomeni del sogno e della

“psicopatologia della vita quotidiana”, ha il merito di aver messo in

discussione la tradizionale barriera tra la patologia mentale e la cosiddetta

“normalità”.

2 Dal greco σχίξω «scindo» e φρήν «mente»

1.6 Malattia mentale e linguaggio

I primi anni del novecento sono marcati da un ritorno alle dottrine

organicistiche,

anche

grazie

ai

progressi

compiuti

in

ambiti

quali

l’afasiologia e la neurofisiologia, che cercano di far confluire in un unico

fenomeno le funzioni cerebrali e le funzioni psichiche.

Però, le palesi

differenze tra il linguaggio dei soggetti affetti da patologie cerebrali e quello

dei soggetti affetti da patologie psichiche evidenziavano l’impossibilità di

una loro assimilazione. Nello stesso periodo, si sviluppa un settore di studi

filosofici che parte dal presupposto di un legame tra linguaggio ed esistenza.

E, all’interno di questo settore di studi, possiamo individuare, accanto alla

Psichiatria Filosofica di Minkowski, l’antropoanalisi binswangeriana da cui

siamo partiti, scuole di pensiero che hanno sviluppato una teoria ed una

pratica atte, non più a considerare il malato come un insieme di sintomi, ma

come “generatore di mondi esperenziali e linguistici differenti”(Falzone,

2004).

Nel decorso storico riguardante l'evoluzione del concetto di schizofrenia,

l'introduzione della dimensione fenomenologica in ambito psicopatologico

ha

il

merito

di

aver

proposto

una

visione

più

intera

del

paziente

schizofrenico.

Abbandonato

il

metodo

d’osservazione

di

stampo

naturalistico, che vede le cause e i sintomi come strumenti di ricerca, la

fenomenologia,

con

Binswanger,

insiste

schizofrenica

può

rendersi

comprensibile

sull'idea

che

l’esperienza

all'altro.

Automaticamente

si

assiste ad un mutamento anche del ruolo dell'osservatore, che non veste più i

panni del freddo indagatore, ma diventa partner partecipe che, attraverso lo

studio dei problemi affettivi del malato, volge lo sguardo anche a quelli

sociali, studiando la loro interdipendenza.

1.7 Dopo Binswanger

All’inizio del XX secolo, le indagini di Koller “sulla frequenza dei

disordini mentali tra i pazienti ospedalizzati con disturbi psichici” (Falzone,

2004: 28) hanno ottenuto il risultato di orientare studi sulla schizofrenia

verso varie direzioni: la possibilità di un'origine genetica, come proposto da

Annett e Crow che associano lateralizzazione, capacità di linguaggio e

alterazione genetica (Annett, 1999; Crow, 2000); di una causa organica

neuropatologica, come quella proposta in Pol et al., 2003, in cui si suppone

un legame tra la diminuzione di materia bianca nel corpo calloso con

conseguente

relazione

interemisferica fallace

e

ridotta

specializzazione

emisferica, e la schizofrenia; di un'origine socio-ambientale, come proposto

da King e Coker (1994), o da Eaton e colleghi (1988); infine

di una

ontologico-esistenziale

(Pennisi,

1998),

prosecutrice

della

teoria

binswangeriana.

2. Cos’è e come si manifesta la schizofrenia

Dalle diverse definizioni della schizofrenia date dalle tante scuole di

pensiero che hanno affrontato questo argomento, è emerso il problema di

creare un linguaggio comune in psichiatria, per evitare che coloro che

formulavano la diagnosi, fossero in disaccordo sui parametri, abbassando

così

l'affidabilità

diagnostica.

Per

evitare

interferenze

socio-culturali

nell’interpretazione delle patologie mentali, negli anni ’50 è stato, così,

redatto un manuale che fornisce delle indicazioni ben precise per la diagnosi

delle patologie psichiche: il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei

Disturbi Mentali), condiviso a livello internazionale.

Partendo proprio dalla definizione

di schizofrenia fornitaci dall’ultima

versione, la quarta, di questo manuale, cercheremo di comprendere le

manifestazioni principali di questa patologia, presentando alcuni esempi

fornitici dalla letteratura in merito.

2.1 Definizione di schizofrenia

La Schizofrenia è una psicopatologia che, solitamente, si verifica tra

la fine dell’adolescenza e i 35 anni (anche se esistono casi con esordio prima

dell’adolescenza e dopo i 45 anni di età).

L’età di esordio per gli uomini è fra i 18 ed i 25 anni e quella per le donne è

fra i 25 ed i 35 anni.

È ritrovabile in ogni parte del mondo, in ogni ambiente culturale con

percentuale di incidenza dell’1%.

La quarta edizione del DSM, redatta nel 1994, definisce la schizofrenia

come un disturbo che dura almeno 6 mesi e implica almeno un mese di

sintomi della fase attiva (per es., due [o più] dei seguenti sintomi: deliri,

allucinazioni,

eloquio

disorganizzato,

comportamento

grossolanamente

disorganizzato o catatonico, sintomi negativi), ed individua 5 sottotipi di

schizofrenia: paranoide, disorganizzata, catatonica, indifferenziata e residua.

La

maggior

parte

dei

soggetti

affetti

da

schizofrenia

ha

una

scarsa

consapevolezza del fatto di avere una malattia psicotica. I dati suggeriscono

che la scarsa consapevolezza sia una manifestazione della malattia stessa

piuttosto che una strategia di adattamento.

Le manifestazioni essenziali della schizofrenia sono la presenza di un

insieme di caratteristici segni e sintomi (sia positivi che negativi) per una

significativa porzione di tempo durante un periodo di 1 mese (o per un

tempo più breve se trattati con successo), e la persistenza di alcuni segni del

disturbo per almeno 6 mesi, associati a marcata disfunzione sociale o

lavorativa.

2.2 La sintomatologia

Esistono vari modi di classificare la sintomatologia schizofrenica.

Una classificazione distingue tra:

- sintomi di primo ordine: allucinazioni uditive, furto e influenzamento del

pensiero, influenzamento somatico, percezione delirante;

- sintomi di secondo ordine: allucinazioni varie, non uditive, intuizione

delirante, impoverimento affettivo, perplessità.

La seconda distinzione è tra sintomi fondamentali e accessori, i primi

presenti in ogni schizofrenia latente o conclamata, i secondi non sempre

presenti.

I

sintomi

fondamentali

sono

la

dissociazione,

l’incongruità

affettiva,

l’ambivalenza e l’autismo, mentre i sintomi accessori sono le allucinazioni, i

deliri, le idee di riferimento, i sintomi catatonici e lo stordimento. Ma la

classificazione più utilizzata è quella che distingue sintomi positivi da

sintomi negativi (Andreasen e Olsen 1982).

2.2.1 I sintomi negativi

I sintomi negativi sono associati con pensieri stigmatizzanti di

fragilità psicologica, di mancanza di volontà o di incapacità di condurre una

vita attiva e partecipata e di prendersi cura di se stessi. L'effetto dei sintomi

negativi può essere percepito come una scelta volontaria di uno stile di vita

caratterizzato da ritiro sociale e dalla mancanza di responsabilità verso gli

altri. Tra questi sintomi annoveriamo:

- L’appiattimento emotivo: le persone che soffrono di schizofrenia

sembrano spesso essere emotivamente piatte e non rispondere agli

eventi che accadono attorno a loro. Non sono in grado di mostrare le

emozioni cambiando l'espressione del viso, il tono della voce o con i

gesti. Queste persone possono non avere nessuna reazione ad eventi

tristi o felici oppure possono reagire in maniera non appropriata.

- L’abulia o perdita di slancio vitale: la schizofrenia può ridurre le

motivazioni

della

persona

perciò

si

ha

una

diminuzione

della

capacità lavorativa e della partecipazione alle attività ricreative.

- Il ritiro sociale: gli schizofrenici hanno difficoltà a fare e mantenere

delle amicizie o conoscenze; possono avere poche relazioni intime. I

rapporti con gli altri possono essere brevi e superficiali. Nei casi

estremi la persona può evitare in maniera attiva tutti i rapporti

sociali.

- L’alogia o povertà di linguaggio: di rado parlano spontaneamente e

rispondono alle domande in maniera breve e senza fornire dettagli.

Nei casi estremi il discorso dello schizofrenico è limitato a frasi

brevi come "si", "no" e "non so".

I sintomi negativi non sono specifici e possono essere dovuti a una varietà di

altri fattori (per es., conseguenza di sintomi positivi, effetti collaterali di

farmaci, depressione, sottostimolazione ambientale o demoralizzazione).

2.2.2. I sintomi positivi

I sintomi positivi sembrano, invece, essere più utili per la diagnosi,

in quanto, in alcuni casi, indicativi della patologia.

I sintomi positivi includono distorsioni o esagerazioni del contenuto di

pensiero (deliri), della percezione (allucinazioni), del linguaggio e della

comunicazione (eloquio disorganizzato), e del controllo del comportamento

(comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico).

I criteri per indicare la presenza

della schizofrenia richiedono che almeno

due di queste condizioni siano presenti contemporaneamente per gran parte

di almeno un mese. Tuttavia, se i deliri sono bizzarri o le allucinazioni

comportano un “commento di voci” o una “conversazione di voci”, allora è

richiesta soltanto la presenza di una condizione.

2.3 Le allucinazioni

Per il DSM-IV, le allucinazioni possono manifestarsi con qualunque

modalità sensoriale: uditiva, visiva, olfattiva, gustativa e tattile, ma le

allucinazioni uditive sono di gran lunga le più comuni. Sono generalmente

sperimentate come voci che vengono percepite come distinte dai pensieri

propri del soggetto. Certi tipi di allucinazioni uditive (per es., due o più voci

che conversano con un’altra, oppure voci che continuano a commentare i

pensieri

o

il

comportamento

del

soggetto)

sono

stati

considerati

particolarmente

caratteristici

della

schizofrenia e

inclusi

fra

i

sintomi

principali.

Se

questi

tipi

di

allucinazioni

sono

presenti,

allora

sono

sufficienti per indicare la presenza della patologia.

2.3.1 Il caso Aline

Un esempio di allucinazione ci viene fornito da Binswanger (1965).

Aline è una donna di quarantun anni che, dopo l’internamento in un campo

di

prigionia, sviluppa una grave forma di delirio allucinatorio di riferimento

e

di persecuzione. “Ella ode i suoi stessi pensieri. Per la nostra povera

malata è in generale la stessa cosa sentire di pensare o di sognare o udire ciò

che ha pensato o sognato” (id: 53). Ma le allucinazioni di Aline non si

limitano all’udito. Ella vede uomini “di intangibile chiarezza” (id: 53) e

“percepisce una corrente sotto la pelle” (id: 54), ma ha anche allucinazioni

olfattive

e

gustative.

Se

partiamo

dalla

concezione

psichiatrica,

le

allucinazioni

sono

percezioni senza

oggetto.

Ma

Aline

sente le voci,

percepisce

la

corrente,

vede

delle

immagini.

 

Per

lei,

come

per

ogni

schizofrenico,

l’oggetto

è

presente.

Non

lo

è

per

noi,

per

la

nostra

percezione. “Non c'è più nell'allucinare un orizzonte di senso comune e non-

privato (pubblico) che consenta a chi-allucina e a chi-non-allucina una

comune regione di significati e di esperienze sensoriali. Il mondo privato

(…) chiude in sé, e risucchia, l'esistenza immersa nella allucinazione;

stralciandola dal mondo comune”. Non esiste l’altro diverso da sé stesso,

dunque “non ci sono persone-che-parlano ma «voci» che scendono sul

malato” (Borgna)

2.4 Il delirio

I

deliri

sono

convinzioni

erronee,

che

di

solito

comportano

un’interpretazione non corretta di percezioni o esperienze. Il loro contenuto

può includere una varietà di temi (per es., di persecuzione, di riferimento,

somatici, religiosi o di grandiosità). Possono essere lucidi o bizzarri (se non

plausibili).

I deliri che esprimono una perdita di controllo sulla mente e sul corpo sono

generalmente considerati bizzarri; questi includono “furto del pensiero”,

“inserzione del pensiero”, o “deliri di controllo”. Se i deliri sono giudicati

bizzarri, questo solo sintomo è sufficiente per soddisfare il criterio di

individuazione della schizofrenia.

2.4.1 Il caso Suzanne Urban

Alcuni interessanti esempi di delirio ci vengono forniti da Ludwig

Binswanger. Il caso presentato dall’autore è quello di Suzanne Urban che a

quarantotto anni viene ricoverata al Sanatorium Bellevue da lui diretto per

un

grave

delirio

di

denigrazione,

riferimento,

di

danneggiamento

e

complicato

da

un

grave

di

persecuzione.

Dopo

delirio

di

la

scoperta

traumatica che il marito è affetto da cancro alla vescica, Suzanne si affida il

compito di accudire il marito e intraprendere una battaglia col suo tumore. Il

tema ha già preso il sopravvento e domina tutta la sua esistenza, infatti,

anche la minima distrazione dall’angoscia viene considerata oltraggiosa. E il

coatta allontanamento dal marito ad opera dello psichiatra, il Dott. R.,

determina

la

percezione

di

quest’ultimo

come

“carnefice

di

tutta

la

famiglia”. Ed è in questo isolamento forzato che, non potendo adempiere al

suo compito, il sacrificio nei confronti di suo marito, prende corpo la

“fabula delirante”. Ben presto il terrore erompe nel mondo individuale,

generando la vera e propria psicosi. Suzanne avverte su di sé il potere di una

forza diabolica che la obbliga a diffamare la sua famiglia, costretta di

conseguenza a terribili punizioni. In questo caso vediamo confondersi i

piani della percezione e del pensiero. Per esempio, ella “ha sentore” che

“qualcuno

le sussurri che sua madre

è

una

vecchia l. che

ha rubato

dell’argenteria”. Oppure afferma: “li ho accusati in modo così spaventoso

soltanto nel mio pensiero”. Infine: “Vedete torturare davanti a voi i suoi

congiunti, giorno e notte, maledite la polizia che cava loro gli occhi, etc.”.

Da queste citazioni se ne deduce che Suzanne sperimenta degli stati

allucinatori ottici, delle visioni propedeutiche al suo delirio.

Quelle di Suzanne sono delle visioni terrificanti, lo schema monotono delle

torture

si

sostituisce

alla

variabilità

delle

esperienze

sensibili.

Nelle

esperienze di vita normali, il presente rinvia al passato ed è promessa per il

futuro: se questa concatenazione tra presente (àisthesis), passato (mnème) e

futuro (fantasia) si spezza, la temporalità si fissa e ci domina. In una prima

fase Suzanne è totalmente assorbita dall’insopportabile visione dello schema

delirante e non si aspetta che questa sofferenza abbia una fine, non ha più

alcun orientamento verso il futuro, “vive un presente isolato e, direi,

eternizzato”. Ma in una seconda fase si determina una limitazione dello

schema delle torture, a vantaggio di mnème e fantasia, infatti lo schema

delle torture si trasforma nella registrazione di volti ed espressioni che

hanno per Suzanne il significato di una futura punizione. Ad esempio,

assistendo ad una mietitura con la falce, ella riferisce al dottore: “Ho capito

il senso della falce. Vogliono recidere le membra dei miei congiunti,

vogliono martoriarli”.

Il presente si trasforma in una “smorfia ostile” ed è

“divorato dal passato e dal futuro”.

2.5 Il pensiero disorganizzato

Un altro dei sintomi positivi è il pensiero disorganizzato o disturbo

formale del pensiero (ThD) descritto per la prima volta nel 1911 da Bleuler.

Anche se può non essere presente in tutti i pazienti, viene considerato, da

certi

autori,

uno

dei

sintomi

principali

della

schizofrenia,

la

sua

manifestazione singola più importante. Per tale motivo è su questo sintomo

che si concentrerà la nostra attenzione. Dal momento che in un contesto

clinico le deduzioni sul pensiero sono basate in primo luogo sull’eloquio del

soggetto, proprio dal linguaggio schizofrenico partirà la nostra indagine.

L’eloquio dei soggetti con schizofrenia può essere disorganizzato in una

varietà di modi. Esso è caratterizzato da deperimento del linguaggio,

tangenzialità, e associazioni bizzarre. La persona può “perdere il filo”

passando da un argomento all’altro (“deragliamento” o “allentamento dei

nessi associativi”); le risposte alle domande possono essere correlate in

modo

obliquo

o

completamente

non

correlate

(“tangenzialità”);

e,

raramente, l’eloquio può essere così gravemente disorganizzato da risultare

quasi

incomprensibile,

e

assomigliare

all’afasia

recettiva

nella

sua

disorganizzazione linguistica (“incoerenza” o “insalata di parole”).

La “disorganizzazione” è caratterizzata dalla presenza

fondamentali:

di tre elementi

a)

disgregazione

delle

caratteristiche

fondamentali

della

comunicazione con relativa impossibilità della decodifica del messaggio (le

associazioni tendono a procedere lungo linee insolite e le associazioni

indirette ricevono significati inusuali, che spesso risultano incomprensibili

per l’interlocutore);

b)

perdita

di

nessi

logici

di

collegamento

fra

concetti

della

comunicazione;

 

c)

sconnessione

tra

comunicazione

verbale

e

non

verbale

a

connotazione emozionale.

2.5.1 Il deragliamento

Nel deragliamento le idee ed i comportamenti e le parole ad esse

connessi deviano in direzione non apparentemente collegata con il concetto

di partenza. La vita di ogni giorno è connessa all’uso più o meno esplicito di

di regole sociali che determinano i riferimenti tra i concetti, quelli che

Binswanger definisce rimandi. Il soggetto schizofrenico resiste al flusso di

tali rimandi e, dunque, utilizza dei rimandi non socialmente riconosciuti, ma

che, comunque, hanno per lui un senso.

Cohen et al., (1974) forniscono alcuni esempi di deragliamento.

Ai soggetti venivano mostrati due dischi di colore simile, ma non uguale. La

risposta dal gruppo di controllo era:

“Sono entrambi di color salmone, ma uno è più rosa”.

Una tipica risposta schizofrenica risultava invece:

“Un pesce nuota. Lo chiami salmone. Lo cucini. Lo metti in un barattolo. Apri il barattolo. E lo vedi di questo colore. Pesce salmone.”

O ancora in Lorenzini e Sassaroli (1992) (in Pennisi, 1996):

Medico - "Quali studi ha fatto ?" Paziente - "Ho iniziato con le elementari ma non ero così elementare anche se ho fatto cose più difficili nella mia vita. È stato difficile quando sono andato via di casa. Non c’è più l’equo canone; non c’è niente di equo, solo i cavalli sono equini. Ho conosciuto una cavalla bionda di Verona ma non mi ha fatto mai montare, solo un infermiera una volta".

Infine un esempio di deragliamento comportamentale e linguistico:

Binswanger racconta di un suo paziente che sta “seduto tranquillamente al

tavolo con un pezzo di lingua fredda (del pasto serale) messo di traverso

sulla

sua calvizie”

(Binswanger,

1955:

63). Anche

in

questo caso il

complesso dei rimandi tende ad essere personalizzato. L’uomo non si

preoccupa di tutto ciò a cui quel pezzo di lingua rimanda (dall’animale, al

macellaio, al cuoco che l’ha preparato e agli altri soggetti coinvolti nella

situazione), ma la fa piuttosto rientrare in un complesso di rimandi tutto suo,

escludendo, dunque, gli altri dalla partecipazione.

2.5.2 Il sillogismo debole

Le connessioni tra le diverse frasi, in questi esempi, sembrano

seguire una logica un po’ particolare. In Pennisi (1994) troviamo una

possibile spiegazione di tale fenomeno partendo dal concetto di “sillogismo

debole”.

Il sillogismo è un tipo di ragionamento dimostrativo che fu teorizzato per la

prima

volta

da

Aristotele,

il

quale, partendo

dai

tre

tipi

di

termine,

"maggiore" (che funge da soggetto nella conclusione), "medio" e "minore"

(che nella conclusione funge da predicato) classificati in base al rapporto

contenente - contenuto, giunge ad una conclusione collegando i suddetti

termini attraverso brevi enunciati (premesse).

Esempio classico di sillogismo è:

Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Socrate è mortale.

In base al “sillogismo debole” sviluppato da von Domarus nel 1913, i

soggetti schizofrenici creano dei sillogismi in cui non esiste un’identità di

soggetti, ma piuttosto di predicati:

Certi indiani sono veloci I cervi sono veloci Certi indiani sono cervi

Partendo da questa considerazione, Pennisi fa notare che il sillogismo

debole è il meccanismo che sta alla base della metafora:

Gino è furbo La volpe è furba Gino è una volpe

Visto in quest’ottica, il linguaggio schizofrenico non appare più basato su

un’impostazione logica errata, ma piuttosto metaforica.

2.5.3 Neologismi e paralogismi

Sulla base dello stesso principio possiamo analizzare altre due

caratteristiche del linguaggio schizofrenico: i neologismi ed i paralogismi.

L’uso di parole nuove o l’uso improprio semanticamente di parole già

esistenti è un fenomeno caratteristico del linguaggio schizofrenico. Spesso

associato all’uso che ne fanno i soggetti afasici, risulta però da questo

fortemente

differenziato,

grazie

alla

motivazione

ed

alla

regolarità.

Binswanger riferisce di un paziente che desidera:

“tirare fuori, coniare parole nuove (…) Il mio scopo è di trovare

sempre un simbolo intuitivo, perché non ho un’altra capacità di

lavorare,

nessun

occupazione”.

compito

altrimenti,

altrimenti

nessun’altra

Come possiamo notare, a differenza dell’afasico, lo schizofrenico ha volontà

di utilizzo di termini nuovi, che gli consentono di esprimere significati

altrimenti inesprimibili. Proprio come nel caso del linguaggio normale, il

neologismo schizofrenico ha lo scopo di colmare un’insufficienza del

vocabolario

a

disposizione

per

esprimere

un

determinato

concetto.

Nonostante

si

incontrino

molte

difficoltà

ad

entrare

in

contatto

e,

soprattutto, a muoversi con dimestichezza tra i neologismi schizofrenici,

qualora esista una forte volontà di riuscirvi e soprattutto la gravità della

patologia non impedisca l’approccio al paziente, non è impossibile riuscire

nell'intento.

Alla richiesta di chiarimenti da parte di Bleuler nei confronti del suo

paziente rispetto l’uso del termine “haragionevolmente" il paziente risponde

che fra tutti quelli che lo hanno convinto a ricoverarsi non c’è n’è uno che

non gli abbia detto "hai ragione". Neologismo che ricorda molto quello

dannunziano

di

me-ne-freg-h-ismo.

E

ritengo

che

in

pochi

sarebbero

disposti a proporre dubbi sulla salute mentale di Gabriele D’annunzio!

Ma anche quando i neologismi sono meno vicini alla lingua italiana, come

nel caso, trattato da Pennisi (1998b), di un paziente dell’ex manicomio

“Mandalari” di Messina che utilizzava neologismi come “ilili-tiloti-o”, che

ad un profano può apparire senza senso, ma, ad uno studio approfondito,

non solo appare il significato (tiloti = redenzione delle donne tramite

inseminazione), ma anche una precisa regolarità grammaticale che cancella

ogni dubbio riguardo il rapporto tra afasia e schizofrenia.

Per quanto riguarda i paralogismi, l’uso particolare di alcuni termini da parte

degli schizofrenici è sempre logicamente giustificabile. Ad esempio un

paziente affermava: "Mio padre è un bucaniere” intendendo con il termine

bucaniere “un uomo a cui tutte le ciambelle riescono col buco”.

In alcuni casi, l’uso eccessivo di neologismi e paralogismi può essere

associato ad un eccessivo virtuosismo sintattico, come nel caso dell’iperbato

“Candite noci sono ad usura a casa loro ad Amalfi”. L’unione di neologismi

quali quelli prodotti dal paziente del Mandalari e di un simile virtuosismo

sintattico conducono alla formazione di vere e proprie neolingue.

2.5.4 I giochi

Da questi esempi appare un linguaggio manieristico, definito comunemente

come contorto, ricercato, ridondante, artificioso. Un linguaggio nel quale

abbondano anche dei “giochi artistici”, quali perifrasi (per una delle malate

di Binswanger l’aborto procurato era “estirpazione di un impianto di

spermatozoi”) o sostituzioni di lettere, sincopi, aferesi e apocopi. Giochi

che, a volte, si spingono sino alle estreme conseguenze, come nel caso di

Lola Voss, che attribuisce “alle parole un certo senso sulla base della

scomposizione in sillabe” (Binswanger, 1955: 175): Lola incontra un uomo

con un bastone da passeggio in cima al quale si trova in anello di gomma ed

è costretta a fermarsi e a tornare indietro impaurita. La spiegazione fornita è

che in spagnolo bastone si dice baston, ella scompone la parola in bast ed on

ed inverte on in no. In spagnolo gomma si dice goma, scomposta in go e ma.

No e go in inglese, insieme, sono proprio un intimazione a non procedere,

intimazione che viene vissuta da Lola con paura.

2.6 I limiti del linguaggio schizofrenico

Ma accanto a questa enorme capacità di utilizzo della lingua, lo

schizofrenico mostra un limite invalicabile rispetto all’argomento del suo

parlare. Gli schizofrenici, infatti, sono legati ad un’estrema razionalità che

permette loro di analizzare il mondo in maniera serena, una razionalità che

dà loro sicurezza. Ma, la rigidità di tale razionalità non consente loro di

adattare il proprio comportamento alle diverse situazioni della vita, non

possono modificare il proprio punto di vista, da quello logico ad emotivo,

etico, estetico, etc, restando legati, vincolati e limitati al principio che è alla

base del loro delirio.

2.7 Il comportamento disorganizzato

Tale limite si riscontra, non solo, come abbiamo detto, nel linguaggio,

ma anche nel comportamento, come nel caso del paziente di Binswanger che

per Natale regala alla figlia malata di cancro una bara. Il padre vede nel suo

gesto la risposta al parallelismo: regalo di Natale = qualcosa di utile,

qualcosa di cui sua figlia ha bisogno. Ai suoi occhi quindi la bara risponde

perfettamente alla necessità di essere utile. “Se mia figlia può ancora aver

bisogno di qualche cosa, questo qualche cosa è una bara, dunque le regalo

una bara”, seguendo lo schema di consequenzialità “se-allora”. Dove sta

allora la stortura? Prima di tutto, senza dubbio, nel fatto che, probabilmente

noi avremmo dato al regalo in questione un’altra funzione, magari quella di

dare gioia, piuttosto che di risultare utile. Dal nostro punto di vista “la bara

in quanto strumento non si articola

nel complesso di rimandi “dono

natalizio” (Binswanger, 1955:62). In secondo luogo, il dono in generale

dovrebbe

rappresentare

una

modalità

di

comunicazione,

una

co-

partecipazione. Il padre, regalando alla figlia qualcosa che potrà usare solo

dopo la propria morte, le nega tale co-partecipazione. Egli ha spinto “il tema

(…) fino al punto di diventare incompatibile con le sue ovvie conseguenze”

(id: 61) e la consequenzialità cessa di esistere.

Esiste

dunque,

accanto

ad

un

linguaggio

disorganizzato,

anche

un

comportamento disorganizzato. Tale comportamento può manifestarsi in

una varietà di modi, variabili da una stupidità infantile all’agitazione

imprevedibile.

Problemi possono essere

notati in

qualunque

forma

di

comportamento finalizzato a una meta, che può evidenziare delle difficoltà

nella esecuzione di attività della vita quotidiana, come avere un aspetto

molto disordinato, vestire in un modo inusuale (per es., indossando più

soprabiti,

sciarpe

e

guanti

in

un

giorno

caldo),

o

può

mostrare

un

comportamento sessuale chiaramente inappropriato (per es., masturbazione

in pubblico), oppure un’agitazione imprevedibile in assenza di stimoli

esterni (per es., gridando o imprecando).

Parte seconda. Gli ERPs

1. Cosa sono gli ERPs

I potenziali evento-correlati consistono in una stima delle variazioni

dell’attività cerebrale concomitanti al verificarsi di specifici eventi. (De

Vincenzi - Di Matteo, 2004). Diversamente da quelli stimolo correlati, sono

dipendenti dal contenuto informativo dello stimolo: essi infatti compaiono

solo quando il soggetto presta attenzione allo stimolo e quando a questo è

stato attribuito un “significato”.

Gli ERPs possono essere correlati a stimoli di vario genere, visivi, motori,

uditivi, etc. Noi ci dedicheremo all’osservazione di ERPs correlati a stimoli

linguistici, in modo particolare a quelli che riguardano la comprensione del

linguaggio.

1.1 Come leggere gli ERPs

Partendo dalla misurazione dell’attività elettrica cerebrale attraverso

degli appositi elettrodi posti sullo scalpo, si ottiene la registrazione di un

segnale. Tale segnale non indica l’attività cerebrale relativa unicamente

all’evento di interesse, ma, piuttosto, l’attività elettrica globale. Per ripulirlo

dall’attività elettrica di fondo, vengono calcolate le medie dei potenziali

registrati su più prove e su più soggetti (grandi medie) 3 . Il risultato di tale

rilevazione è rappresentato graficamente tramite un’onda continua che si

sviluppa nel tempo, costituita da una serie di picchi e avvallamenti che si

trovano al di sopra o al di sotto del valore zero (baseline). Per convenzione

si parla di valori positivi quando il picco 4 è al di sotto della baseline, e di

valori negativi quando, viceversa, il picco è al di sopra della baseline. I

3 Sono necessarie almeno 25 – 30 prove per ciascuna condizione sperimentale e 15 – 20 partecipanti

4 Con il termine picco si intende il punto in cui il segnale raggiunge l’ampiezza massima

picchi sono denominati con la lettera N se negativi, e con la lettera P se

positivi, seguite da un numero che indica la latenza del picco rispetto alla

presentazione dello stimolo (De Vincenzi – Di Matteo, 2004). La porzione

di onda sensibile alle manipolazioni sperimentali viene indicata con il

termine componente. Caratteristiche di queste onde sono, inoltre, l’ampiezza

e la latenza. L’ampiezza indica l’intensità dell’attività cerebrale conseguente

allo stimolo e la distanza del picco dalla baseline. La latenza, invece, indica

il tempo di elaborazione di un determinato compito cognitivo. Ampiezza e

latenza delle componenti sono gli elementi che vengono confrontati per

valutare se la presentazione dello stimolo ha provocato una variazione. In

caso positivo si parla di effetto della componente.

1.2 I diversi tipi di ERP

Attraverso la rappresentazione grafica degli ERPs è possibile seguire

in successione temporale l’attività cerebrale. In tal modo, utilizzando gli

ERP di stimoli verbali possiamo stabilire in maniera piuttosto precisa se

esistono “alterazioni nell’elaborazione linguistica dei soggetti schizofrenici

e circoscriverne il livello” (Falzone e Patti, 2004: 2). A tal proposito si

possono

distinguere

tre

tipologie

di

ERPs:

le

componenti

esogene

(riscontrabili da 0 a circa 60 ms); le componenti mesogene (da 60 a 250

ms); e le componenti endogene (da 250 ms a 1 s). Le prime vengono

registrate immediatamente dopo lo stimolo nella zona tronco-encefalica e

risultano legate direttamente alle loro proprietà fisiche. In questo tipo di

onde non troviamo volontarietà in quanto semplice passaggio dalla ricezione

acustica, puramente nervosa, ad una prima ricezione cerebrale.

Le componenti mesogene (talamiche) ancora in parte legate alle qualità

fisiche

dello

stimolo,

analizzano

le

caratteristiche

fonologiche

che

permettono di discriminare tra uno stimolo linguistico ed un semplice

stimolo acustico.

Il terzo tipo di componenti è endogeno, (corticali) in quanto legato, non più

allo stimolo, ma ai processi cognitivi ad esso conseguenti. La presenza di

questo

tipo

di

potenziali

è

riscontrabile

in

concomitanza

a

“stimoli

complessi (frasi) in cui si presenta un contesto semantico di riferimento”.

(Falzone, 2004: 4)

Questo

tipo

di

componenti,

infatti,

è

prettamente

linguistico.

Ciò

è

evidenziato da vari studi che ne riscontrano l’assenza negli animali e nei

neonati. (Boutros et al., 1997; Javitt et al., 2000; Coch et al., 2002 ).

1.3 I potenziali endogeni

Tra i potenziali linguistici endogeni, le componenti maggiormente

interessanti per la nostra indagine sono: la ELAN, la P300, la N400, la P600

e le LPC (Late Positive Components).

1.3.1 La ELAN

La ELAN è una componente negativa con picco intorno agli 80 ms

dalla presentazione dello stimolo. Solitamente è associata alla presentazione

di parole sintatticamente errate e si ritiene che rifletta l’assegnamento

automatico di una struttura grammaticale ad una stringa di parole.

1.3.2 La P300 e le sue subcomponenti

La componente P300 è un potenziale positivo endogeno che si

presenta tra i 250 e i 500 ms e compare solamente in seguito a stimoli

“target”.

Si ritiene che la P300 indichi l’inizio di una situazione inaspettata che

richiede

un

processo

di

aggiornamento

della

propria

rappresentazione

mentale del contesto ambientale nel quale si trova ad operare.

In

base

alla

latenza

e

alla

distribuzione

sono

state

distinte

due

subcomponenti della P300: P3a and P3b. Queste componenti rispondono

individualmente a stimoli differenti: la P3a (novelty) è associata alla

presenza

di

un

segnale

nuovo

ed

è

considerata

indice

di

attenzione

involontaria automatica, rappresenterebbe l’inizio decisionale, processo di

raffronto tra l’input sensoriale attuale e il contenuto della memoria a breve

termine; la P3b si ritiene essere il correlato elettrofisiologico dei processi

relativi

all’attenzione

volontaria

fasica,

segnerebbe

la

chiusura

post

decisionale transeunte.

 

La

latenza

della

P300

esprime

il

tempo

impiegato

dal

soggetto

per

completare

il

pieno

riconoscimento

dello

stimolo

atteso.

L’ampiezza,

invece, è funzione inversa della probabilità di comparsa (sia oggettiva che

soggettiva) dello stimolo significativo e dalla quantità di informazione da

esso trasmessa al soggetto.

È generalmente accettato che i cambiamenti nell’ampiezza siano correlati

all’aumento o alla diminuzione dell’intensità dell’energia richiesta per lo

svolgimento di un determinato compito linguistico. Le variazioni della

latenza sono invece collegate al tempo necessario al processamento del

compito. Ogniqualvolta si riscontra una variazione significativa di ampiezza

o di latenza della P300, rispetto ad una condizione di controllo, si parla di

“effetto P300” (De Vincenzi e Di Matteo, 2004).

1.3.3 La N400

La N400 è una componente endogena che si manifesta con un rapido

aumento della negatività a circa 250 – 300 ms dalla presentazione di uno

stimolo incongruente, un picco che si colloca intorno ai 400 ms e un declino

successivo che si protrae fino a circa 500 – 550 ms. È stata notata per la

prima volta nel 1980 da Kutas e Hillyard. Essi si accorsero che proponendo

ai soggetti una parola semanticamente anomala, si verificava un potenziale

negativo intorno ai 400 ms. Questo potenziale, chiamato N400, oggi viene

considerato

“il

correlato

elettro-fisiologico

specifico

dell’incongruenza

semantica”

(De

Vincenzi-Di

Matteo,

2004:

15).

Davanti

a

parole

incongruenti

rispetto

al

contesto,

o

parole

ortograficamente

scorrette

(pseudo-parole) vengono riscontrate delle variazioni di ampiezza e/o latenza

di questa componente. Vari fenomeni si verificano intorno alla N400, perché

molti sono i fattori che possono influenzare la sua ampiezza.

1.3.4 La P600 o LPC

Anche

la

P600

o

LPC,

come

la

ELAN,

viene

elicitata

da

frasi

sintatticamente scorrette ed è stata associata a processi di integrazione

sintattico - semantica. Un’ampiezza più elevata della P600 è stata osservata

non solo in condizioni di errore sintattico, ma anche in frasi labirinto

(garden-path)

in

cui

la

struttura

sintattica

era

corretta,

ma

ambigua

(Friederici et al., 1993, 1996). È stato inoltre suggerito che la P600 indichi

l’integrazione

di

informazioni

sintattiche

e

semantiche

in

una

rappresentazione coerente della frase (Ruchsow et al., 2003).

1.4 Come vengono registrati gli ERPs

Solitamente lo stimolo linguistico viene presentato al soggetto in forma scritta, perché la stimolazione acustica genera dei segnali che si sovrappongono nel tempo rendendo meno distinguibili le componenti esogene precoci. Ai soggetti viene chiesto di leggere delle frasi presentate su un monitor e di svolgere un compito, abitualmente attraverso la pressione di un tasto. Ad esempio fornire un giudizio su qualche caratteristica della parola o della frase che è stata presentata. La preparazione del materiale richiede molta attenzione, perché da un lato si ha la necessità di distanziare nel tempo la presentazione degli stimoli per evitare che le componenti si sovrappongano, ma dall’altro bisogna tener conto del fatto che tempi troppo brevi o troppo lunghi di presentazione, o di attesa tra uno stimolo ed un altro possono influenzare i risultati. Nell’elaborazione del materiale vanno, inoltre tenuti in considerazione innumerevoli fattori che influenzano e modificano l’attività cerebrale, infatti quando nella frase ci sono delle anomalie, si verificano delle variazioni dei potenziali.

2. Potenziali evento – correlati e sintassi

Il primo studio dedicato all’indagine degli ERPs nel processamento

sintattico è quello di Neville et al, del 1991 che evidenziò un potenziale

negativo intorno ai 100 – 300 ms

(chiamato ELAN) o 300 – 500 ms

(chiamato LAN) dalla presentazione dello stimolo. Studi successivi sono

stati dedicati ad analisi più approfondite, allo scopo di distinguere tra le

diverse fasi dell’analisi linguistica. Sono stati individuati diversi tipi di

violazioni:

quelle

che

riguardano

la

struttura

sintagmatica,

sottocategorizzazione, e quelle di accordo.

quelle

di

2.1 Le violazioni della struttura sintagmatica

Gli studi di Neville e colleghi (1991), che riguardano le violazioni

della struttura sintagmatica (nello specifico inversione di nome testa e

preposizione, ad esempio: lo scienziato ha criticato della dimostrazione il

teorema di Max) hanno evidenziato una negatività precoce (ELAN) seguita

da una LAN e da una P600; Hahne e Friederici (1999) hanno invece puntato

l’attenzione su articoli o preposizioni seguiti da verbi flessi (ad esempio: Il

corre)

che

generavano

una

ELAN.

Un

confronto

approfondito

ha

evidenziato tempi più lunghi per l’elaborazione delle frasi da loro utilizzate

per la necessità di accesso lessicale (per il quale sono necessari almeno 300

ms), che non veniva riscontrata negli altri studi (nell’esempio You write –

your write l’elaborazione necessita di accesso lessicale perché a your

potrebbe seguire un termine come writing).

In casi di false violazioni della struttura sintagmatica (il marito è allarmato

dalla piuttosto emotiva risposta di sua moglie) è stata evidenziata una P600.

Se ne deduce che in casi di reali violazioni sintagmatiche viene prodotta una

ELAN seguita da una P600. In caso di strutture poco frequenti si evidenzia

solo una P600 generata dalla difficoltà di integrazione.

2.2

Le violazioni di sottocategorizzazione

Per violazione di sottocategorizzazione si intende una violazione

della struttura sintagmatica dettata da scelte lessicali del verbo. Ad esempio

un

verbo

intransitivo

transitivo

no:

il

sottocategorizza

cane

corre

la

un

complemento

strada;

oppure

oggetto

verbi

ed

uno

ergativi

sottocategorizzano l’ausiliare essere: io ho caduto. Per notare la violazione,

l’analisi deve raggiungere il livello lessicale, quindi fornisce una reazione

più tardiva rispetto alla violazione sintagmatica. Questi tipi di violazioni

sono state studiate da Rosler e colleghi (1993) (scelta dell’ausiliare) e da

Hagoort e Brown (2000) (intransitivo seguito da complemento oggetto) che

hanno ottenuto lo stesso risultato: una LAN seguita da una P600.

2.3 Le violazioni di accordo

Le violazioni di accordo sono di vario tipo: tra soggetto e verbo (la

ragazza andarono), tra nome e articolo (il cani), tra nome e aggettivo (i

bambini viziato) e tra pronome e antecedente (la donna si congratulò con sé

stesso). Le prime sono state esaminate da Kutas e Hillyard (1983), Hargoort

e Brown (2000) e De Vincenzi e colleghi (2003). Tutti questi studi hanno

evidenziato una negatività intorno ai 200 – 500 ms (distinta dalla N400

perché situata in una diversa zona del cervello) ed una P600.

Osterhout e Mobley (1995) si sono dedicati, invece, alle violazioni di

concordanza

pronome-antecedente

che

genererebbero

solo

una

P600,

probabilmente

in

quanto

il

compito

richiesto

richiederebbe

un’interpretazione della struttura,

processo che necessita di tempi più

lunghi, generando una P600 indicativa della difficoltà di interpretazione e

integrazione della struttura.

2.4 Deduzioni

Dall’analisi di tali studi e dei loro risultati se ne deduce che il

processo di analisi del linguaggio risulta costituito da alcune fasi: una

precoce ed automatica di costruzione della struttura sintattica attraverso

l’uso

di categorizzazioni e regole frasali; una intermedia di recupero

dell’informazione lessicale

nella quale l’elaborazione dell’informazione

sintattica

e

di

quella

semantica

lavorano

in

parallelo;

una

finale

di

integrazione dell’informazione strutturale e di quella semantico – lessicale, e

dei processi di coreferenza. Se tale integrazione non ha successo si ottiene

una P600 che indica lo sforzo effettuato allo scopo di ricanalizzare e

sistemare la struttura sintattica.

3. Potenziali evento – correlati e semantica

L’individuazione del significato, il processamento semantico di una

parola implica il collegamento tra il suono o il segno scritto, il simbolo, e il

concetto, l’idea alla quale tale simbolo si riferisce. Ogni individuo ha un

bagaglio di conoscenze lessicali, padroneggia tutta una serie di informazioni

(categoria grammaticale, concordanza con altre parole, significato) riguardo

innumerevoli parole. L’accesso a tale lessico è influenzato da molti fattori.

3.1 Fattori che influenzano l’accesso lessicale: l’effetto priming

Esistono diverse situazioni nelle quali il nostro cervello ottiene delle

agevolazioni,

delle

facilitazioni

nel

processamento

linguistico

e,

in

particolar modo, nel processamento semantico.

Uno dei fattori che influenzano il processamento di una parola è il contesto

semantico nel quale le parole sono inserite.

L’effetto priming semantico è quel fenomeno in base al quale la velocità di

riconoscimento di una parola e la facilità del suo processamento linguistico

variano in base alla relazione semantica che essa ha con le parole che la

precedono.

L’evidenza

dell’effetto

priming

è

facilmente

riscontrabile

tramite un semplice test: ai soggetti viene presentata una sequenza di lettere

(definita prime) e, dopo una breve pausa, una seconda sequenza di lettere

(che può essere una parola semanticamente connessa alla precedente, una

parola semanticamente non connessa o una non parola). Il test prevede una

decisione lessicale, cioè decidere, nel minor tempo possibile, se il target è o

meno una parola della lingua italiana. È stato notato che il tempo di

decisione sul target risulta più breve e più semplice quando è preceduto da

una parola connessa rispetto a quando è preceduto da una parola non

connessa.

In base a quale meccanismo si ottiene tale facilitazione di riconoscimento?

Esistono diverse ipotesi. Per Collins e Loftus (1975) è probabile che il prime

prepari

il

terreno

al

target

grazie

al

meccanismo

di

diffusione

dell’attivazione, meccanismo che si attiva prima del riconoscimento della

parola target, dunque ritenuto pre- lessicale. Si suppone esista anche un

meccanismo inibitorio, in quanto con un’elevata presenza di coppie prime-

target semanticamente connesse, è stato rilevato un aumento del tempo di

riconoscimento e della difficoltà di processamento di parole semanticamente

non

connesse.

Tale

meccanismo,

però,

essendo

dipendente

dal

riconoscimento,

non

può

essere

considerato

pre-lessicale.

Devono

intervenire,

dunque,

anche

dei

processi

post-lessicali,

che

dipendono

dall’aspettativa che si crea quando si cerca di anticipare il significato del

target

in

base

al

prime.

Se

le

parole

sono

connesse

abbiamo

una

facilitazione, perché il significato è già stato recuperato, se invece non lo

sono, l’attenzione deve distaccarsi dal significato errato e procedere ad una

nuova ricerca. Ecco dunque spiegati l’aumento nel tempo di riconoscimento

e le difficoltà che ne derivano.

Un’altra teoria ( Posner e Snyder, 1975) suggerisce invece una natura post-

lessicale sia per le parole semanticamente connesse, che per quelle non

connesse, dipendendo in entrambi i casi dall’aspettativa che si crea attorno

al prime. Questa può essere confermata o meno, ma, in ogni caso, solo in

una fase successiva al riconoscimento.

Se viene confermata, abbiamo una

facilitazione, in caso contrario, un’inibizione.

3.1.1 Conseguenze dell’effetto priming

Che influenza ha tale fenomeno sui potenziali evento – correlati?

Diversi studi hanno mostrato una diversa ampiezza della N400 in base al

tipo di connessione semantica che intercorre tra prime e target. Infatti, già in

Bentin et al., 1985, che proponevano un compito di decisione lessicale, la

N400 risultava più ampia in corrispondenza di parole non semanticamente

connesse.

Tale ampiezza

varia,

però, in

base al

tipo di associazione

semantica che intercorre tra le parole: in caso di antinomia (bianco – nero)

la N400 è meno ampia piuttosto che in caso di associazione categoriale

(passero - canarino). “La N400 sembra quindi essere un indicatore di quanto

è prevedibile una parola” (De Vincenzi e Di Matteo).

Fino ad ora abbiamo analizzato la N400 in corrispondenza di singole parole

all’interno di coppie o liste. Ma come si comporta all’interno di contesti più

ampi come frasi o discorsi? I risultati evidenziano che “il riconoscimento di

ciascuna parola è influenzato, oltre che dal contesto (…), anche dalla

specifica combinazione di significato, forma e ordine delle parole che

compongono l’intera frase” (De Vincenzi e Di Matteo, 2004:88). La N400,

in questo caso, riflette la difficoltà di recupero di parole inattese, legata alla

probabilità di uso di tale parola all’interno di quel contesto. Tale fenomeno è

stato dimostrato da Kutas e Hyllyard (1984) che hanno confrontato gli ERPs

in seguito a tre diverse proposte di completamento di una frase (La pizza era

troppo calda da… mangiare / bere / piangere). Inoltre essi hanno sottolineato

come

l’ampiezza

della

N400

fosse

inversamente

proporzionale

alla

vicinanza semantica delle parole di completamento con quella più adatta: al

termine bere era associata una N400 di ampiezza intermedia. Ciò potrebbe

indicare

che

l’organizzazione della

memoria semantica

connessione semantica tra le parole.

è

basata

sulla

Alcuni studi (Haegeman 1994, Boland et al, 1995, Boland, 1997 in De

Vincenzi e Di Matteo, 2004) hanno evidenziato, inoltre, che anche le

violazioni di assegnazione del ruolo tematico 5 determinano un aumento

dell’ampiezza della N400.

Recentemente Chwilla e Kolk (2005) hanno puntato l’attenzione sulla

cosiddetta World Knowledge, letteralmente conoscenza del mondo. Chwilla

e Kolk partono dal presupposto che la comprensione linguistica dipende

dalle esperienze individuali del mondo. Così, pur non essendo tra di loro

termini

semanticamente

associati,

CAPUFFICIO

LICENZIAMENTO

possono

assumere

un

significato

MAZZETTA

globale,

creando

insieme un scenario plausibile proprio grazie alla nostra esperienza del

mondo. In base ai risultati ottenuti (effetto N400, diminuzione tempi di

reazione), sembra esistere un processo che, partendo da gruppi di singole

parole, cerca di integrarle in un significato coerente.

Per quanto riguarda l’origine pre- o post- lessicale dell’effetto priming,

dall’analisi degli ERPs si deduce che esistono due tipi di elaborazione del

significato: uno automatico e veloce, di accesso alla memoria semantica;

uno controllato e più tardivo, di integrazione del prime e del target in un

contesto semantico. Questo risultato è avvalorato dalla constatazione che,

solitamente, se in una frase si ha un errore sintattico 6 , l’integrazione

dell’informazione semantica viene bloccata, a meno che (e qui entra in

5 Casi in cui il verbo non concorda con l’agente come: il cane leggeva il giornale, o con il tema: il vulcano è stato mangiato; o ancora con il ricevente: Giulia affidò la ricetta al marciapiedi

6 La costruzione della struttura sintattica precede, dal punto di vista temporale, la verifica della congruenza semantica

gioco il processo controllato) non sia espressamente richiesto di orientare

l’attenzione su quest’ultima.

3.2 L’effetto frequenza

Un’altra facilitazione è fornita dal cosiddetto effetto frequenza. In

ogni lingua esistono delle parole che vengono utilizzate più frequentemente

ed altre che vengono usate meno spesso. George K. Zipf (in Gennaro, 2000)

si è dedicato molto a tale fenomeno. Egli, analizzando l’Ulisse di James

Joyce e stilando una graduatoria delle parole in esso contenute in base alla

loro

frequenza,

notò

uno

stretto

rapporto

tra

frequenza

e

posto

in

graduatoria, arrivando ad affermare che “il modo in cui selezioniamo e

usiamo le parole dipende da una fondamentale regolarità di una qualche

sorta

di

principio

informatore

sottostante”.

Questo

fenomeno

(effetto

frequenza) influenza i tempi di risposta e l’ampiezza della N400, infatti essa

è minore con parole ad elevata frequenza, e, viceversa, maggiore con parole

a bassa frequenza d’uso. Anche la frequenza però sembra essere influenzata

da altri fattori. Infatti, una parola a bassa frequenza, ma ripetuta più volte in

un certo contesto, genera risposte via via più repentine ed una N400 di

ampiezza decrescente all’aumentare del numero delle ripetizioni. Stiamo

parlando del cosiddetto effetto di ripetizione, effetto però che si annulla se

l’intervallo di tempo tra le ripetizioni è troppo lungo.

4. Potenziali Evento – Correlati e ambiguità strutturale

Nel linguaggio comune, di tutti i giorni, la nostra capacità di analisi

linguistica viene messa alla prova continuamente, perché molte sono

le

ambiguità che abbiamo la necessità di disambiguare per essere in grado di

comunicare.

L’ambiguità strutturale è una di queste.

4.1 L’ambiguità strutturale

Si parla di ambiguità strutturale quando i diversi argomenti della

frase possono riferirsi contemporaneamente a due o più altri argomenti. Ad

esempio nella frase “Chi ha chiamato Gianni?” Chi può essere sia soggetto

che oggetto di ha chiamato, e Gianni a sua volta, diventare alternativamente

soggetto e oggetto. O ancora “Luigi guardava la signora con il binocolo” in

cui il binocolo può essere usato sia da Luigi che dalla “signora”.

Infine esistono le cosiddette frasi ambigue temporaneamente, si tratta di

quelle frasi che vengono interpretate in maniera diversa man mano che

vengono costruite:

Mentre Piero mangia… Mentre Piero mangia la minestra… Mentre Piero mangia la minestra in cucina… Mentre Piero mangia la minestra in cucina si raffredda… Mentre Piero mangia la minestra in cucina si raffredda il secondo piatto…

Il principio in base al quale il nostro cervello analizza tali frasi è quello

dell’economia (Friederici, 2006). Inizialmente l’analizzatore effettua una

sola

analisi

e

sceglie

la

struttura

sintattica

più

semplice,

quella

che

determinerà un numero minore di nodi sintattici.

Ad esempio: The broker persuaded

in cui persuaded potrebbe essere sia un passato semplice che un participio

passato. L’analizzatore li processerà inizialmente come passato semplice in

quanto:

li processerà inizialmente come passato semplice in quanto: Fornire un’interpretazione come in A consente un grosso

Fornire

un’interpretazione

come

in

A

consente

un

grosso

risparmio

energetico e temporale. E la prima interpretazione prosegue finché non ci si

imbatte in una violazione.

4.1.1 Reazioni cerebrali

La reazione del cervello a tale situazione è stata studiata, attraverso i

potenziali evento – correlati per la prima volta da Osterhout e Holcomb nel

1992. Essi sottoponevano ai soggetti due tipi di frasi contenenti delle

preposizioni complemento, un tipo con il verbo intransitivo (a), che forniva

un risultato sempre corretto, e l’altro tipo con il verbo transitivo (b), che

inizialmente veniva processato nella forma attiva, ma, successivamente,

venendo a mancare il complemento oggetto, generava una onda P600 in

coincidenza del to.

61

(a) The broker hoped to sell the stock

L’agente sperava di vendere le azioni

(b) The broker persuaded to sell the stock

L’agente convinse / convinto di vendere le azioni

Tale P600 però aveva una localizzazione diversa rispetto a quella registrata

in seguito ad errori sintattici. Da questi risultati si è dedotto che la P600

possa avere una distribuzione diversa a seconda del tipo di violazione alla

quale si riferisce; e che il processamento linguistico avviene in maniera

seriale.

Fiebach e colleghi (2001) hanno puntato l’attenzione su un tipo di frase che

può generare facilmente delle ambiguità: le interrogative introdotte dal

pronome. La difficoltà di processamento sta nel fatto che tale pronome

rappresenta un elemento che, nella struttura profonda della lingua, ha un

posto ben preciso. L’utilizzo di tale pronome genera uno spostamento che

dal nostro cervello viene risolto grazie al collegamento tra il pronome stesso

e la

posizione

originaria

dell’elemento

detto

traccia.

L’analizzatore

memorizza gli elementi sino al raggiungimento della traccia, momento in

cui si ha un’integrazione segnata da una P600.

Infine, in Friederici et al, 2001 è stata studiata la reazione del cervello al

riconoscimento

di

un

errore

disambiguazione:

di

attribuzione

della

traccia

seguito

alla

Questa è la direttrice che le segretarie cercato hanno

Inizialmente

l’analizzatore

attribuisce

a

che

il

ruolo

di

soggetto;

successivamente, hanno ne disambigua il ruolo di oggetto. La reazione è

una P600 che indica la rianalisi proprio in coincidenza dell’elemento che

determina la disambiguazione.

5. ERPs e le altre variazioni

Abbiamo visto come gli errori sintattici, semantici, lessicali, le

facilitazioni e le ambiguità di vario genere determinino delle variazioni

sostanziali negli ERPs. Ma va sottolineato che esistono molti altri fattori che

influenzano il corso dei potenziali evento – correlati. Tra questi l’età. Mills e

colleghi

(1993)

hanno

notato

una

sempre

maggiore

specializzazione

dell’elaborazione linguistica nei bambini tra i 13 e i 20 mesi. In Gunter et al,

(1995) si evidenziano invece rallentamenti nei processi di integrazione

semantico – lessicale e di revisione semantica nei soggetti anziani.

Essi

hanno

infatti rilevato un rallentamento dell’elaborazione dello stimolo

acustico a livello delle componenti esogene e mesogene. L’uso di sostanze

stupefacenti o farmaci neurolettici, le dimensioni del lessico individuale, le

capacità di memoria, sono tutti fattori che influenzano e personalizzano i

risultati degli ERPs. Infine determinano variazioni degli ERPs anche alcune

patologie come l’afasia o sindromi neuro – degenerative come il Morbo di

Parkinson o quello di Alzheimer, e le psicopatologie, tra le quali la

depressione e la schizofrenia.

Parte Terza. ERPs e schizofrenia

Nel capitolo precedente abbiamo visto come i potenziali evocati

rappresentino

una

modalità

di

indagine

approfondita

all’interno

dell’universo

linguistico

e

come,

attraverso

la

loro

osservazione,

sia

possibile

seguire

passo

dopo

passo

il

processamento

linguistico

ed,

eventualmente, individuare il momento e la situazione esatta che determina

un’anomalia. Applicare gli ERPs allo studio di patologie che hanno forti

ripercussioni sul linguaggio potrebbe servire ad individuarne l’origine.

Come visto nel primo capitolo, la schizofrenia è una patologia che mostra

notevoli ripercussioni sul linguaggio. Proprio per questo motivo adesso

cercheremo

di

approfondire

l’analisi

del

linguaggio

schizofrenico

osservandone le sue manifestazioni neurologiche.

1. Schizofrenia e percezione

Come

abbiamo

potuto

notare,

attraverso

l’analisi