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Prefazione

Questo libro nasce da una constatazione: agli occhi del pubblico la


psicoanalisi è ancora qualcosa che riguarda solo gli uomini. Le contro-
versie che a suo tempo hanno coinvolto, e tuttora coinvolgono, la figura
di Sigmund Freud mettono parimenti a rischio l’avventura dei suoi disce-
poli, per quanto investiti di un progetto nobile e ambizioso: dare inizio
alla comprensione della psiche umana. Ma anche le donne hanno fatto la
psicoanalisi. Ripercorrere la loro storia apre la porta su un altro universo.
Lo sguardo che hanno posato sulla diagnostica del XX secolo è nuovo, i
loro scritti originali, la loro vita unica.

Nel mese di settembre del 1920 è riunito all’Aia un cast d’eccezione:


Anna Freud, Melanie Klein, Sabina Spielrein, Helene Deutsch, Eugénie
Sokolnicka, Karen Horney e Hermine von Hug-Hellmuth siedono tra i par-
tecipanti al VI Congresso dell’Associazione internazionale di psicoanalisi.
L’Europa è da poco uscita dalla guerra e gli analisti olandesi riservano
un’accoglienza calorosa ai loro colleghi, duramente provati dal conflitto.
Le donne, sparse tra le fila del mondo della psicoanalisi, avviano un gruppo
di riflessione, non ancora un’unità di pensiero. I loro riluttanti collaboratori
con sorpresa le vedono salire sul palco e ascoltano incuriositi soprattut-
to le colleghe le cui vicende hanno dato adito a voci non troppo benevo-
le. Sabina Spielrein, per esempio, ha avuto una relazione tempestosa con
Carl Gustav Jung, il discepolo ribelle, artefice della dolorosa scissione del
movimento nel settembre 1913. Fragile ma determinata, Sabina intervie-
ne su Die Entstehung der kindlichen Worte Papa und Mama (L’origine
delle parole infantili papà e mamma). Il padre della psicoanalisi e i suoi
colleghi vengono dunque a conoscenza di una tematica nuova. Hermine
10 Donne dell’anima

von Hug-Hellmut e Helene Deutsch, che hanno viaggiato insieme in treno,


affrontano l’argomento in presenza di Anna Freud che, venticinquenne,
osserva le sorelle maggiori, di cui sarà l’erede ribelle. Dopo lo “scandalo”
suscitato dai Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (Tre saggi sulla teoria
sessuale) Freud ammette che una nuova interpretazione del bambino costi-
tuisce un progresso necessario, tanto più che a questo tema è legato quello
della femminilità. Sono note le perplessità del pensiero freudiano rispetto
all’interrogativo «Che cosa vuole la donna?» che il padre della psicoanalisi
aveva posto a Marie Bonaparte. È una sfida straordinaria accordare uno
spazio a coloro che ritengono di poter mettere a frutto la propria esperienza
di donna e di madre. Senza entrare in una polemica di genere, è inevitabi-
le constatare che la specificità femminile abbia aperto un altro campo di
indagine. Il riconoscimento sulla scena internazionale di queste pioniere è
appena cominciato, ma i loro scettici colleghi imparano a fare i conti con
loro già nelle aule universitarie. Laureata in medicina, quel giorno d’autun-
no del 1920 Helene Deutsch presenta una comunicazione, Zur Psycholo-
gie des Mißtrauens (La psicologia della diffidenza), articolata intorno allo
studio clinico di quattro casi. L’intervento è accolto con molto favore tanto
che l’oratrice si commuove e si rifugia a piangere di gioia in un parco nelle
vicinanze. Il sunto del suo intervento sarà inserito negli Atti del Congresso
dopo un articolo di Karl Abraham, fondatore dell’Istituto psicoanalitico di
Berlino e, dal 1907, il più fedele custode del pensiero di Freud a partire
dalla fondazione, nel 1902, della Società psicologica del mercoledì.1 Nel
1910 Margarethe Hilferding è la prima donna a esservi ammessa. Ci sono
voluti dieci anni perché le sue colleghe al Congresso dell’Aia si sentissero
investite di una nuova missione: partecipare alla grande avventura della
psicoanalisi.
Il termine compare per la prima volta nel 1896 in Zur Erbe und Ätiolo-
gie der Neurosen (L’ereditarietà e l’etiologia delle nevrosi) di Freud prima
di essere ripreso nel libro che inaugura la psicoanalisi, Die Traumdeutung
(L’interpretazione dei sogni). L’anno 1900 segna l’inizio di un nuovo seco-
lo e con esso la lenta ascesa di quelle teoriche in fieri che, nella vita, pon-
gono le basi della propria libertà di donne. Era giunto il momento perché il
sapere medico aprisse loro le porte: Lou Andreas-Salomé, Sabina Spielrein
e Tatiana Rosenthal non si sono incontrate all’Università di Zurigo. Era

1. Nel 1907 la Società prende il nome di Associazione psicoanalitica di Vienna (Wiener


Psychoanalytische Vereinigung).
Prefazione 11

però in Svizzera che si doveva andare alla fine del XIX secolo per studiare
medicina. Nel 1900 anche Vienna ammetterà le studentesse. Tre anni pri-
ma Emma Eckstein era diventata psicoanalista. Paziente e terapeuta, soste-
nitrice della teoria freudiana, è la prima della lunga schiera di donne che
esploreranno la parte sconosciuta dell’essere umano: l’anima.
La psicoanalisi è femminile fin dall’inizio, ma non lo sappiamo ab-
bastanza. Prima degli studi sulla vita e le opere di queste pioniere spes-
so sconosciute,2 Élisabeth Roudinesco, il 13 ottobre 1997, ha tenuto una
conferenza alla Columbia University su «Le prime donne psicoanaliste»,
pubblicata l’anno seguente.3 In occasione del VII Congresso di Londra, nel
luglio 1998, l’Associazione internazionale di storia della psicoanalisi ne ha
proseguito la riflessione con «Le rôle des femmes dans l’histoire de la psy-
chanalyse. Idées, pratiques et institutions».4 La ricerca francese si colloca
sulla scia del fondamentale lavoro di Lisa Appignanesi e John Forrester,
Freud’s Women, apparso a Londra nel 1992, che presenta la donna come
fonte di ispirazione e sostegno di Freud all’inizio della grande era della
psicoanalisi, evocando le figure decisive della sua famiglia, le pazienti, le
collaboratrici e la sua ricerca infine rinnovatasi intorno alla questione del
femminile. La loro compatriota Janet Sayers, nel 1991, aveva già scrit-
to l’ottimo lavoro Mothering Psychoanalysis,5 incentrato sulle figure di
Helene Deutsch, Karen Horney, Anna Freud e Melanie Klein. Nel 1992
la psicologa Elke Mühlleitner pubblica uno studio importante per tutti gli
storici della psicoanalisi: il Lessico biografico della psicoanalisi. I membri
della Società psicologica del mercoledì e dell’Associazione psicoanalitica
di Vienna dal 1902 al 1938.6 Da quel momento la Germania ha portato
avanti la sua ricerca sul ruolo fondativo delle donne nella psicoanalisi.7

2. Le opere critiche, le analisi e le biografie consultate nel corso della stesura del vo-
lume sono citate in bibliografia.
3. É. Roudinesco, Les premières femmes psychanalystes, in «Mil neuf cent», 16
(1998), pp. 27-41, ripreso in «Topique», 71 (2000), pp. 45-56.
4. Les femmes dans l’histoire de la psychanalyse, a cura di S. de Mijolla-Mellor,
L’Esprit du Temps, Bordeaux-Le Bouscat 1999.
5. J. Sayers, Mothering Psychoanalysis: Helene Deutsch, Karen Horney, Anna Freud
e Melanie Klein, Hamish Hamilton, London 1991.
6. E. Mühlleitner, Biographisches Lexikon der Psychoanalyse. Die Mitglieder der
Psychologischen Mittwoch-Gesellschaft und der Wiener Psychoanalytischen Vereinigung
von 1902-1938, Diskord, Tübingen 1992.
7. Bedeutende Psychologinnen des 20. Jahrhunderts, a cura di S. Volkmann Raue e H.
Lück, Springer, Verlag für Sozialwissenschaften, Wiesbaden 2011 (I ed. 2002).
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Il taglio del mio libro non è sociologico né scientifico, né pretende di


essere esaustivo. In compenso il rigore e il piacere sono stati preziosi con-
siglieri nella difficile scelta che andava compiuta tra le varie protagoniste
della psicoanalisi del XX secolo. Il rigore è consistito nell’attenersi a una
regola precisa: per essere una pioniera, era necessario avere innovato e
portato alla luce un materiale fino ad allora sconosciuto, in attesa di essere
messo a frutto. Lou Andreas-Salomé vedeva in Freud l’inventore di un
nuovo linguaggio che univa la sintesi dello scienziato al coraggio dell’uo-
mo pronto ad affrontare l’irrazionale. Anche le donne hanno aperto la stra-
da a un’interpretazione del logos derivante dalla nuova lettura dell’umano.
Si sono incontrate tutte al crocevia di nuovi ambiti da conquistare: l’incon-
scio, la donna, l’infanzia, l’amore, l’erotismo. Quattordici donne hanno
così modulato i colori della propria esistenza su una tavolozza di nuove
teorie che hanno spesso rivisitato. Poiché le fonti sono talvolta irreperibili,
i racconti delle loro vite hanno una lunghezza variabile. Ma ognuna ha
lo spazio che le spetta nella ricomposizione del puzzle psicoanalitico. La
scrittura non può obbedire a una legge che escluda il piacere. Ogni donna è
un mondo: come non sentirsi spinti a seguire tali percorsi sapendo che alla
fine ci aspetta un incontro, un volto, una sensibilità, un impegno?

Alla fine del XIX secolo l’uomo, che si sapeva dotato di una «retro-co-
scienza», è considerato dipendente dai meandri del proprio inconscio. La
prima teoria freudiana dell’apparato psichico segue l’indagine dei medici,
degli psichiatri e dei filosofi per comprendere i tesori nascosti nell’ani-
ma, che regola la vita organica ed è legata allo stesso tempo alle esigenze
del corpo. Il secolo di Freud è anche quello di Karl Marx e di Friedrich
Nietzsche,8 che intuiscono come l’uomo, diventato una figura complessa
e senza Dio, stia per cadere nell’illusione di una modernità di cui prende
coscienza, senza poter ancora definire il proprio spazio nella società. Se
l’essere umano è determinato dalla sua finitezza, il suo ruolo dipende ine-
vitabilmente dalla propria identità plurale, divisa tra la vita, il lavoro e un
nuovo linguaggio.9 L’essere umano è il soggetto di un nuovo sapere antro-

8. Si veda P. Ricœur, Le Conflit des interprétations. Essais d’herméneutique, Seuil, Pa-
ris 1969, p. 149 (trad it. Il conflitto delle interpretazioni, Jaca Book, Milano 1977, p. 163).
9. M. Foucault, Les Mots et les Choses. Une archéologie des sciences humaines, Gal-
limard, Paris 1966, p. 329 (trad. it. Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane,
Rizzoli, Milano 2004, p. 338).
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pologico e allo stesso tempo l’oggetto di una nuova indagine, l’indagine


psicoanalitica. Psyché veglia su ciò che l’individuo moderno intende fare
della propria eredità. Principio vitale cui l’uomo si aggrappa, al volgere del
XX secolo l’anima si fa eco degli sconvolgimenti politici che si propagano
dagli Urali all’Europa occidentale. L’individuo esprime la paura e il dolore
di perderla. A chi dovrà venderla se vuole salvarsi? A meno che non si cer-
chi di capirla e di spiegarla… il che gli eviterebbe di fare un patto faustiano
che lo porterebbe alla rovina.
Nel 1902 vede la luce il primo circolo nella storia del freudismo con
il nome di Società psicologica del mercoledì. Intorno a Freud si riuniscono
i fondatori Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Isidor Sadger, Otto Rank che,
dal 1906, annota anche il minimo intervento in ogni seduta. I suoi appunti
diventeranno le famose minute della Wiener Psychoanalytische Vereinigung
(Dibattiti della Società psicoanalitica di Vienna),10 utile strumento per la
comprensione della nascita della psicoanalisi all’inizio del XX secolo. Il
movimento si allarga e all’estero si assiste alla formazione di nuovi circoli,
a capo dei quali sono eletti Sándor Ferenczi in Ungheria, Karl Abraham
e Max Eitingon in Germania, Ernest Jones in Inghilterra. Dopo la sua
visita a Vienna nel 1907, Carl Gustav Jung dà una sua impronta alla teoria
freudiana, fino alla rottura che ufficializza il suo desiderio di indipendenza
a Zurigo. Gli Stati Uniti, nel 1909, avevano accolto con tutti gli onori il
maestro e il suo discepolo. Due anni dopo nascerà l’Associazione americana
di psicoanalisi. L’Associazione internazionale di psicoanalisi, creata nel
marzo 1910, svolge un’azione di controllo del mondo della psicoanalisi,
offrendo alla sua didattica e alla sua pratica un quadro istituzionale e
legittimazione.
Se la psicoanalisi ha una matrice tedesca, la sua diffusione necessitava
di rappresentanti che gettassero un ponte tra le varie culture e discipline,
dalla medicina psichiatrica allo studio ovattato dell’analista. Le pioniere
furono in definitiva delle mediatrici che hanno “passato” il testimone del
sapere psicoanalitico. Allieve più o meno dirette della causa freudiana, ap-

10. Dibattiti della società psicoanalitica di Vienna, vol. I (1906-1908), Bollati Borin-


ghieri, Torino 1973. Per il periodo 1906-1918 si veda Protokolle der Wiener Psychoanaly-
tische, 4 voll., a cura di H. Nunberg e E. Federn, S. Fischer, Frankfurt a.M. 1978; Minutes
of the Vienna Psychoanalytic Society, 4 voll., International Universities Press, New York
1962-1975, vol. I (1906-1908), vol. II (1908-1910), vol. III (1910-1911), vol. IV (1912-
1918) e Les premiers psychanalystes. Minutes de la Société Psychanalytique de Vienne, 4
voll., a cura di E. Federn e H. Nunberg, Gallimard, Paris 1976-1983 [N.d.T.].
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partenenti alla prima generazione per essere nate prima del 1885, o alla
seconda perché nate dopo, hanno largamente contribuito, spesso a rischio
della loro reputazione, a volte persino della vita, al progresso di una scien-
za controversa. Avevano un pensiero d’avanguardia: le loro origini, la loro
cultura, il loro modo di vivere, il loro interesse per temi innovativi, la loro
chiave interpretativa, tutto ha contribuito a far progredire, non senza dif-
ficoltà ed errori, le teorie cui lavoravano Freud a Vienna, Jung a Zurigo,
prima, e poi Lacan a Parigi. Dopo la sua vicina svizzera, l’Associazione
psicoanalitica di Vienna ha accolto il numero maggiore di donne, 43 contro
107 uomini tra il 1902 e il 1938. Mentre la condizione femminile stava
diventando in Europa un terreno di scontro per l’affermazione di un’ugua-
glianza dei diritti, le pioniere della psicoanalisi sono andate avanti, da sole,
sulla scena dell’introspezione e non del collettivo. A modo loro si sono
battute per la causa femminile.

Originarie della Russia, Sabina Spielrein e Tatiana Rosenthal sono di-


ventate europee e hanno lavorato per introdurre la psicoanalisi nella loro
patria. La sorella maggiore, Lou Andreas-Salomé, la splendida amica di
Freud, ha gettato un nuovo sguardo sulle teorie della donna, della sessua-
lità e dell’inconscio femminile. Poiché, rispetto agli approcci rivoluzionari
che mettevano Freud al bando della società scientifica, queste donne hanno
assimilato concetti ancora da sviluppare. La donna è un essere libero con
Helene Deutsch; molto prima di Françoise Dolto, il bambino è un uomo in
miniatura con Hermine von Hug-Hellmut, Sophie Morgenstern, Melanie
Klein e Anna Freud, la quale avrebbe potuto rimanere all’ombra del padre
ma, a differenza di Emma Jung, si è conquistata un nome: ha dato alla psi-
coanalisi freudiana una dimensione internazionale, mentre la seconda ha
consentito alla teoria junghiana di acquisire piena legittimità sostenendo il
marito infedele nelle dispute tra scuole psicoanalitiche. Le pioniere della
psicoanalisi attestano la porosità delle frontiere e la condivisione multicul-
turale delle idee. Da Vienna a Zurigo, da Berlino a Parigi, sono viaggiatrici
europee che hanno posato le valigie laddove hanno accettato la sfida di svi-
luppare la pratica dell’analisi: Eugénie Sokolnicka e Sophie Morgenstern,
polacche emigrate a Parigi, Helene Deutsch, emigrata negli Stati Uniti,
Anna Freud esiliata a Londra, tutte hanno subito gli imprevisti della Sto-
ria. Alcune ne sono morte: Sabina Spielrein e Margarethe Hilferding sono
state annientate dalla furia nazista, Hermine von Hug-Hellmut fu assassi-
nata, mentre Tatiana Rosenthal, Eugénie Sokolnicka e Sophie Morgenstern
Prefazione 15

si sono tolte la vita. Altre donne sono invece scampate a un destino così
tragico. Con forza e determinazione Marie Bonaparte, Melanie Klein e
Françoise Dolto non hanno mai perso di vista la propria meta: la medicina
dell’anima.
Quattordici volti, caleidoscopio di un’epoca alla ricerca di identità.
Mentre gli uomini cadono al fronte, le donne si alzano in piedi nei conses-
si medici, anche se manca loro il lasciapassare accademico che avrebbe
accordato alla loro pratica un pieno riconoscimento. Hanno tutte un punto
in comune: il cosmopolitismo. L’esilio si è spesso imposto, l’uso di una
nuova lingua e l’adozione di una nuova cultura hanno fatto di loro delle
nomadi. Qualche volta l’esilio è stato anche interiore: al loro essere don-
na non ha fatto necessariamente da sfondo una vita affettiva felice e la
maternità. Alcune l’hanno rifiutata, o l’hanno vissuta come una sconfitta,
mentre i loro scritti sull’infanzia contribuivano al progresso della psico-
logia femminile. Non poche, tuttavia, hanno messo sullo stesso piano il
lavoro di psicoanalista e quello di madre. La loro esperienza è stata la base
della loro teoria. Ma, benché medici al pari dei loro colleghi, sono state
bersaglio di un eccessivo scetticismo. I testi freudiani hanno fatto da con-
traltare all’ignoranza che ha portato a una tale disistima. Comunque, senza
il contributo delle pioniere della psicoanalisi, la comprensione della donna
sarebbe rimasta incompleta, addirittura inesatta.

Dopo le isteriche osservate all’ospedale de La Salpêtrière, dove opera-


va Jean Charcot, dopo Berta Pappenheim, più nota come Anna O., la prima
paziente del metodo catartico della parola, Freud ha attribuito un senso alla
parola femminile che ha fatto compiere progressi alla diagnosi dei sinto-
mi nevrotici. Nel 1905 Freud si arrende all’evidenza: «Non conosciamo i
caratteri di un “cervello femminile”».11 Nonostante tale affermazione, non
possiamo negare il contributo della teoria freudiana alla femminilità. Se gli
scienziati del XIX secolo avevano stabilito una differenza dei sessi sulla
base dell’anatomia, la scoperta della bisessualità insita in ogni essere umano
e del ruolo fondamentale dell’inconscio introduce nuovi criteri di indagine
della psiche femminile: la donna diventa il «continente nero» da esplorare
con urgenza. Nel 1905, con i Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud getta le
basi della sua concezione della femminilità, dall’infanzia alla pubertà, in

11. S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Bollati Boringhieri, Torino 2012,
p. 27.
16 Donne dell’anima

cui sostiene l’esistenza di un monismo sessuale per entrambi i sessi: solo


l’organo maschile viene riconosciuto, l’esistenza della vagina è ignorata
fino alla pubertà. Si interroga in seguito su Die infantile Genitalorganisa-
tion (L’organizzazione genitale infantile, 1923): è fallica prima di diven-
tare progressivamente genitale ma, se il maschile è riconosciuto soggetto
attivo dell’atto sessuale, il femminile è invece l’oggetto passivo, castrato
oltretutto perché sprovvisto dell’organo maschile. Nei due anni successivi
Freud pone l’accento su Der Untergang des Ödipuskomplexes (Il tramonto
del complesso edipico, 1924); mentre il complesso di castrazione segna
il declino dell’Edipo maschile, la bambina vuole compensare l’assenza
dell’organo maschile riversando il proprio amore sul padre: il desiderio
di avere un figlio da lui, come sostitutivo del pene, è il motore dell’Edipo
femminile. Tale tesi trova conferma nel 1925 in Einige psychische Folgen
des anatomischen Geschlechtsunterschieds (Alcune conseguenze psichi-
che della differenza anatomica tra i sessi). Le conferenze degli anni Trenta
la riprendono evocando tuttavia anche un’altra tesi: l’abbandono dell’amo-
re per la madre. Il problema edipico della figlia è dettato dalla necessità di
cambiare l’oggetto d’amore (dalla madre al padre) e l’organo (dal piacere
clitorideo a quello vaginale). La bisessualità della donna spiegherebbe in
parte l’attività fallica della bambina, il cambiamento di zone erogene e di
oggetto d’amore.
Oltre che sulla sua natura, Freud si interroga sul «volere» della donna.
Con ciò la donna lancia una sfida alla comunità psicoanalitica che si limita
a definirla un non-maschio. Janet Sayers12 sottolinea che la psicoanalisi,
giudicata patriarcale e fallocentrica dalle femministe13 che si ribellano nel
vedere la donna ridotta a un Altro, a un pendant «non maschile» dell’uomo
e oggetto passivo, si è ricentrata sulla questione della madre e della sua re-
lazione con i figli. Il femminile è identificato nel materno ma rinvia anche
al maschile. Da qui l’importanza di ascoltare ciò che la donna ha da dire.
Forse è in grado di offrire ciò che sfugge allo sguardo dell’uomo? Il circolo
freudiano è obbligato a fare affidamento sulla costruzione analitica vissuta

12. Sayers, Mothering Psychoanalysis.


13. Da Simone de Beauvoir (Le deuxième sexe, 1949; trad. it. Il secondo sesso, 1961)
a Juliet Mitchell (Psychoanalysis and Feminism, 1974; trad. it. Psicoanalisi e femminismo,
1976) e agli scritti anglosassoni e francesi degli anni Sessanta e Settanta, le tesi femministe
sono varie e tutte ferocemente critiche contro il fallocentrismo delle tesi freudiane. Quelle
che ritengono la realtà psichica, la realtà sessuale e la realtà anatomica non sufficienti ad
alimentare il dibattito fanno obiezione sottolineando l’importanza della realtà sociale.
Prefazione 17

al femminile. La teoria freudiana della femminilità si è delineata nel 1914,


con il tema del narcisismo femminile, e viene completata soltanto nel 1931
e nel 1932 in occasione delle conferenze di Freud Über die weibliche Se-
xualität (Sessualità femminile) e Die Weiblichkeit (La femminilità).14 Per-
plesso di fronte all’«enigma della femminilità», Freud affida ai poeti colui
che vuol capire la donna.

Le pioniere avvieranno un dialogo con i loro colleghi maschi e affron-


teranno alla luce dell’inconscio le questioni universali della vita. Soster-
ranno le tesi freudiane per compierne a poco a poco una riformulazione
concettuale necessaria alla modernità del XX secolo. Cosa di più logico
che rendere innanzitutto omaggio alle «Egerie russe» – Lou Andreas-Sa-
lomé, Sabina Spielrein, Tatiana Rosenthal –, il cui fascino non ci fa di-
menticare che il loro destino si è compiuto al prezzo di ripetute rotture con
la propria patria e che i loro scritti hanno spinto con forza le donne sulla
strada del progresso? Le prime «combattenti» – Emma Eckstein e Marga-
rethe Hilferding – hanno dovuto trovare un terreno di apprendistato della
psicoanalisi. Quelle vissute all’«ombra del maestro» non sono comunque
da meno: in apparenza figure di secondo piano, Emma Jung e Anna Freud
sono le donne “a fianco”, indispensabili all’uomo che hanno accompa-
gnato, padre o marito che fosse. Era necessario trovare un avvocato delle
«voci dell’infanzia» e alla sbarra si sono presentate in quattro, impegnate,
sorprendenti, vendicative e visionarie: Hermine von Hug-Hellmuth, Mela-
nie Klein, Sophie Morgenstern e Françoise Dolto. «Conquistatrici» come
Eugénie Sokolnicka, Marie Bonaparte e Helene Deutsch, tutte meritano in
pari misura di essere conosciute. Il loro percorso di donne e l’acutezza del
loro sguardo clinico ci sollecitano ad attraversare un secolo che ci è vicino
poiché le tematiche conflittuali relative al genere, alla cultura e alla sensi-
bilità ci pongono ancora interrogativi sull’anima di domani.

14. S. Freud, Sessualità femminile (1931), in Id., Opere (1930-1938), Boringhieri,


Torino 1979, vol. 11, pp. 63-80; Id., La femminilità (1932), in Id., Introduzione alla psicoa-
nalisi. Prima e seconda serie di lezioni, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 517-537.
Le Egerie russe