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Riv. Geogr. Ital.

122 (2015), pp. 583-590

ANGELO TURCO

CAPITALE, CAPITALISMO, TERRITORIALITÀ

Il capitalismo moderno non comprende semplicemente


la vendita di merci in vista dell’ottenimento di un profitto,
o l’accrescimento dello stock di capitale (beni, macchinari, moneta).
Esso rinvia a un sistema fondato sull’accumulazione senza fine di
questo stock, un sistema nel quale, per riprendere l’espressione di
M. Weber, “un uomo esiste in funzione della sua impresa e non l’inverso”.

I. Wallerstein, L’Occident, le capitalisme et le système-monde moderne

1. CAPITALE. – L’incontro di Firenze prende le mosse dal libro di T. Piketty, Il


capitale nel XXI secolo (2014), senza tuttavia pretendere di farne un’ennesima ra-
diografia. Di questo lavoro, infatti, si è parlato molto nell’ultimo anno, con inter-
venti anche di notevole impegno: per tutti, quello di P. Krugman sulla NY Review
of Books (2014). Ma il volume non ha suscitato soltanto recensioni, discussioni,
commenti ampi e polifonici (1). Esso ha dato corso a un vero e proprio ramo
dell’industria culturale globalizzata, una sorta di pikettology, con tanto di instant
books, anche molto interessanti, sintesi per corsi universitari e non, sociologie della
ricezione (Fullbrook e Morgan, 2014; Bertram, 2014). Insomma, un business (2).
In queste condizioni, se per noi un impegno critico ha senso, è solo in termini mi-
nimi ed esclusivamente (o quasi) nella forma di una ricostruzione genealogica di
un concetto, di un apparato conoscitivo, di un percorso dimostrativo direttamente
funzionale ai nostri scopi. 
I nostri scopi, per l’appunto, mirano ad altro. Vogliono prospettare come “il
capitale nel XXI secolo” –  esattamente nella sua specificità di “capitale del XXI
secolo” – possa intercettare i processi territoriali in atto o possa attivarne di nuo-

(1) Con qualche nota dissonante, per vero. Tra le più precoci, e certo tra le più mediatizzate, è quella di M.
Rognlie, giovane ricercatore del MIT (http://www.mit.edu/~mrognlie/piketty_diminishing_returns.pdf), rilanciata da
Brookings (http://www.brookings.edu/about/projects/bpea/papers/2015/land-prices-evolution-capitals-share; ed anche:
http://www.bloombergview.com/articles/2015-03-27/piketty-s-three-big-mistakes-in-inequality-analysis). La difesa di
Krugman, affidata all’argomento che qualche errore di dettaglio non può inficiare le tesi centrali di Piketty, si legge sul
New York Times, 24/5/2014. Non a caso, credo, il contenuto geografico, declinato come ruolo di due forme di capitale
– edifici e terreni – ma estensibile all’intero e ben più complesso rapporto città/campagna, costituisce un caposaldo
dei posizionamenti critici, incluso quello di Rognlie. Su quest’ultimo punto, anche con riferimento ad Harvey, si veda:
Jones, 2014. Peraltro, nella sua recensione a Piketty, Harvey sviluppa diverse critiche, ma non sembra attratto da quelle
di tipo geografico (http://davidharvey.org/2014/05/afterthoughts-pikettys-capital/).
(2) Come nota The Economist, “In America it is the top-selling book on Amazon, fiction included”. Il giornale, che
non è proprio tenero con Piketty (“Mr Piketty’s focus on soaking the rich smacks of socialist ideology, not scholarship.
That may explain why “Capital” is a bestseller. But it is a poor blueprint for action.”) ne fa un sommario “in 4 paragrafi”.
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vi, creando le geografie di domani. Quelle con cui si dovrà misurare la sensibilità
riflessiva della nostra comunità scientifica, la sua capacità immaginativa nel pro-
blematizzare le declinazioni geografiche del “nuovo” capitale.
È probabilmente quest’ultimo il nodo sul quale si misura la sfida teorica e me-
todologica posta da questo libro alla Geografia. E la sua capacità di risposta sarà
probabilmente valutata attraverso le elaborazioni – non solo categoriali, ma docu-
mentali e comunicative – che saprà mettere in campo per porre in luce se e come
la territorialità si trasformi (o possa trasformarsi) in un ennesimo dispositivo del
capitalismo. Pur nel XXI sec, e pur nel cono proiettivo di quelle che Piketty chiama
“le metamorfosi del capitale”.
Capitale/capitalismo: una coppia che profila, più che un rapporto lessicale, una
relazione concettualmente forte e addirittura un vitale gioco linguistico che forse
allo stesso Wittgenstein sarebbe piaciuto indagare. Del resto, l’attenzione intellet-
tuale verso il “capitale” – di cui il “capitalismo” diventa un’interpretazione storica
ed operazionale – è una responsabilità a cui ci richiama con molta nettezza proprio
un geografo, D. Harvey, con il suo ultimo libro (2014) che sarà discusso in maggio
a Roma (25/5), in ideale continuazione (ed intreccio) con l’evento di Firenze.

2. CAPITALISMO. — Il Seminario fiorentino, cogliendo in qualche modo uno spirito


del tempo, contribuisce a chiarire i modi di svolgimento di questo gioco linguistico,
spostando il focus di una “critica del capitale” non già su una “critica del capitali-
smo”, bensì su una “critica della relazione capitalistica”. Già, il centro della riflessio-
ne non è l’uno o l’altro termine, l’uno o l’altro concetto, l’una o l’altra grandezza. Piut-
tosto, vi è la relazione che essi istituiscono, intrattengono, plasmano e distruggono
storicamente tra di loro. Vi è esattamente, dunque, la relazione tra il capitale, ossia
le forme patrimoniali della ricchezza – per cominciare ad entrare nel linguaggio di
Piketty – e l’insieme dei soggetti, delle istituzioni, delle tecnologie che ne permettono
il dispiegamento nel processo di produzione e di distribuzione di nuova ricchezza.
A noi qui importa capire che tipo di propulsione secerne la geografia all’interno
della relazione capitalistica. In questo senso, e prima di tutto, questo nostro Semi-
nario non può che essere un tassello della marcia infinita contro i luoghi comuni.
Le verità venute da non so dove concernenti faccende come “il mercato”, la “com-
petitività nazionale” o i “giochi a somma nulla”, e attraverso di esse, l’ineluttabilità
di chissà quale capitalismo capace di macinare ogni pur temibile contraddizione.
Non siamo tanto ingenui da pensare a questo incontro come a un risolutivo atto
di guerra alla menzogna, alle conclusioni senza premesse, alle argomentazioni con
presupposti non esplicitati e quindi non dimostrati eppure dati per pacificamente
acquisiti. Ma è certo una buona occasione, la nostra, per interrogarsi su che tipo di
bugia può diventare la verità in un corpo mediale (Berque, 2000) non fertilizzato
dalla democrazia, dai diritti, dalla sociabilità o cose così, ma neppure innervato
dalla produzione e dal profitto: bensì orientato alla opacizzazione comunicativa
delle egemonie. Intendo egemonie in senso profondamente gramsciano eppure, in
qualche modo, fondate su uno sbriciolamento e un amalgama di culture che forse
Gramsci non poteva prevedere ai suoi tempi. Un corpo mediale frammentato ep-
pure individualizzato dalla sua stessa inattaccabile pesantezza, come il mercurio
dei nostri vecchi termometri, o come la lava eruttata dalle bocche dell’Etna. Un
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corpo mediale incoerente eppure determinato, come una folla cieca o una marea
atlantica. Determinato, si. Volto all’edificazione incessante di istituzioni della le-
galità senza tener conto delle aspirazioni della legittimità. Occupato a efficientare
le tecnologie diffuse del dominio piuttosto che a potenziare le architetture della
condivisione.
Ebbene, ecco, che tipo di bugia discorsiva può diventare la verità critica in
queste condizioni? Per fare più in fretta, le daremo qualche volto un po’ luciferino,
che so, di un Yanis Varufakis, un rispettabile accademico divenuto dopotutto, per
sua stessa ammissione, un “marxista erratico”? La bolleremo come sovversione,
irresponsabilità, demagogia populista? O potremo addirittura rispolverare la cara,
vecchia, consolante ma pure opportunamente agghiacciante parola: Rivoluzione?
Non mi interessa, qui, fare un catalogo di buoni e cattivi. Voglio dire altro, ri-
cordando il senso fondamentale di un’operazione come quella che fece a suo tempo
A. Smith e non a caso pervicacemente occultata dai corpi mediali da due secoli e
mezzo a questa parte. L’illuminista scozzese, mescolando molto buon senso, un
certo fiuto per lo spirito dei tempi, qualche intuizione e un po’ di logica aristotelica,
pone a fondamento dell’Inquiry (1776) l’indissolubilità del binomio capire/demi-
stificare (3). Dice il pur cauto filosofo, fin troppo consapevole della human nature
sviscerata dal suo amico D. Hume nel Treatise (1739-40) ma al tempo stesso deciso
a prospettare un qualche avvenire a quanto gli stava succedendo intorno, ossia la
Rivoluzione industriale e la Rivoluzione borghese:

Our merchants and master-manufacturers complain much of the bad effects of high
wages in raising the price, and thereby lessening the sale of their goods both at home and
abroad. They say nothing concerning the bad effects of high profits. They are silent with
regard to the pernicious effects of their own gains. They complain only of those of other
people (1.9, Vol. 1, p. 115).

E poi:

The interest of the dealers, however, in any particular branch of trade or manufactures,
is always in some respects different from, and even opposite to, that of the public…The pro-
posal of any new law or regulation of commerce which comes from this order ought always
to be listened to with great precaution, and ought never to be adopted till after having been
long and carefully examined, not only with the most scrupulous, but with the most suspi-
cious attention. It comes from an order of men whose interest is never exactly the same
with that of the public, who have generally an interest to deceive and even to oppress the
public, and who accordingly have, upon many occasions, both deceived and oppressed it
(1.11, Vol. 1, p. 267).

E ancora:

The violence and injustice of the rulers of mankind is an ancient evil, for which, I am
afraid, the nature of human affairs can scarce admit of a remedy. But the mean rapacity, the

(3) Cito da: Smith, 1981. Desidero ringraziare il mio amico filosofo Emilio Mazza che con i suoi libri (e specialm.
Mazza, 2013) non meno che nel corso di molte conversazioni a IULM, ha richiamato la mia attenzione su questi punti
e sul rapporto tra l’Inquiry di Smith e il Treatise di Hume.
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monopolizing spirit of merchants and manufacturers, who neither are, nor ought to be, the
rulers of mankind, though it cannot perhaps be corrected may very easily be prevented from
disturbing the tranquillity of anybody but themselves (4.3.c, Vol. 1, p. 493).

Così dice, e mi fermo qui, A. Smith, impegnato a dare il suo proprio “capitali-
smo” al “capitale” del XIX sec, facendo le pulci ai residui di colbertismo nel secolo
dei Lumi, quegli stessi che D. Ricardo, qualche anno più tardi, si incaricherà di
liquidare in forma definitiva. Oggi, se l’impresa è la stessa – dare al capitale del XXI
sec il suo proprio capitalismo, cioè i suoi propri dispositivi di funzionamento – es-
sa appare molto più difficile che al tempo di A. Smith. Giacché non si sa chi dice
cosa, e perché lo dice. Mentre allora, a dire, erano soggetti chiaramente identificati
dalla loro attività e dal modo con cui concepivano i propri interessi: merchants and
master-manufacturers (and) their own gains. Gente in carne ed ossa, insomma. Ora,
quando sento di un manager che è pagato 5 milioni di euro l’anno, noto che guada-
gna almeno tre volte quel che un professore universitario guadagna in tutta la sua
vita lavorativa e pensionistica. Ma non so quale sia l’interesse di quel manager, di là
da un buon contratto. Quando sento in fondo al telegiornale qualche numeretto su
NASDAQ e Dow Jones, magari con intenti comparativi, posso anche immaginare che
si stia dicendo qualcosa di importante, ma non riconosco uno stakeholder in chi la
dice (un giornalista o un tabellone elettronico) né che cosa vuol dire esattamente
quel che pure viene detto. Non sono in grado – e nessuno, sospetto, è in grado – di
dire qualcosa di sensato sul fatto che Qatar Investment Authority ha rilevato la to-
tale proprietà del Centro Direzionale di Milano (che già possedeva al 40%). Certo,
mi si può dire che questo è il fatto, come un personaggio di E. Caldwell. E dunque,
rispetto ad esso, alla sua autoconsistenza, alla sua nudità, si può opporre un altro
puro fatto: e cioè che a una distanza di duecento metri stradali da Porta Nuova,
si allunga ogni giorno la fila di uomini e donne veri, che vanno a prendere la loro
scodella di minestra presso le istituzioni caritative della Stazione Centrale. Ma non
si può dire che tipo di relazione esista tra questi due “fatti”: e neppure, a ben guar-
dare, se esista una relazione.
È il capitalismo bellezza! Si certo, questo capitalismo. Una forma storica che,
con la superfetazione di un modello tolemaico dell’economia (Becchetti, 2014),
sembra aver reciso i legami non dico con gli imprenditori di Smith, ma persino con
gli imprenditori di Weber citati in esergo. Imponendo all’azienda, ben oltre il fetic-
cio della massimizzazione dei profitti, il giogo degli apparati ideologico-normativi
– leveraged buyout, private equity, bundling, shareholder primacy, quantitative easing,
per dire (4) – che non hanno più niente a che vedere con il “vivere per l’azienda”,
tanto che spingono uomini di impresa alla disperazione e persino al suicidio. Dire
però che si tratta di capitalismo di finanza, è dire molto ma esige delle riflessioni

(4) E per dirlo in inglese, la lingua del capitalismo globalitario, volendo utilizzare il forte concetto di M. Santos
(2004) espressivo di pratiche spaziali generatrici di egemonie che sembrano sostanziare la globalizzazione nella fase
presente, detta volentieri neoliberale. Preme notare che i linguaggi del capitalismo globalitario, espressi in lingua
inglese, rappresentano un poderoso strumento autoaffermativo e un clamoroso rovesciamento dell’idea di Saussure
(1997) secondo il quale non è lo spazio a definire la lingua, ma la lingua a definire lo spazio (Parte IV). Continuare
ad ignorare questo fatto, oltretutto di estrema rilevanza geografica, produce quell’“amnesia della genesi” a suo tempo
osservata da Bourdieu e Boltanski (1975), che consiste nel fatto di “apprendere una lingua al di fuori delle condizioni
politiche (ed economiche, aggiungiamo qui) della sua istituzione” (p. 3).
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supplementari. Qual è infatti il corpo mediale, comunicativo e geografico, in cui


le tecnicalità del finanzcapitalismo (Gallino, 2011) trovano il loro più adeguato
dispiegamento? Certo A. Abruzzese (2014, p. 29) ci fa pensare con il suo disincanto
del post-umano:

Immensi magazzini di parole, di discorsi e di immagini che si sono accumulati nel pas-
sato stanno ora confluendo – insieme alle memorie dei singoli – nella rete di relazioni situate
messe a disposizione dall’informatica. Stanno rovesciandosi in universi spaziotemporali che
sono andati molto al di là dell’umano, dell’umanamente comprensibile e del socialmente ge-
stibile, governabile, comprensibile. E che tuttavia risultano tendenzialmente a disposizione
dell’individuo. A portata della nostra mano.

Ed è lucida la sua intuizione delle “permutazioni territoriali”, forse il tratto


geografico distintivo di questo capitalismo. Ma coglie nel segno anche quando dice
che: “Per descrivere un così clamoroso processo, possiamo ricorrere ad analisi vol-
te a semplificarlo o, al contrario, metterne in rilievo l’estrema complessità. Proprio
in ciò che è più complesso accade di poter attingere meglio l’essenziale. A patto di
sapere recidere l’inessenziale”. E dunque, recidendo l’inessenziale, chiediamoci:
che capitalismo è mai questo che fonda in ragione la realtà di un mondo che non
è mai stato tanto ricco, come tutti ci dicono, compreso Piketty, e che non ha mai
avuto così tanti poveri?

3. TERRITORIALITÀ. — Ma come abbiamo detto, Firenze è soprattutto un’occa-


sione per i geografi di riflettere sulla piega che sta prendendo, o che potrebbe
prendere, la loro disciplina di fronte agli annosi eppure quanto mai attuali dibattiti
sul capitale e sul capitalismo. Insomma, perché mai Piketty dovrebbe interessare
i geografi? Per due buoni motivi, credo, l’uno più intrigante dell’altro: per le cose
che dice, e per le cose che non dice.
La tesi di chi scrive è che nella relazione capitale/capitalismo il ruolo della
geografia sia largamente sottostimato, anche nelle sue declinazioni più sensibili
che trovano le loro radici in Marx, si sviluppano nelle percussive analisi di Rosa
Luxemburg e Henri Lefebvre, giungendo fino ai geografi contemporanei come M.
Quaini (1974), D. Harvey, J. Duncan e D. Ley (1982) e lo stesso D. Cosgrove  (5).
Non potrò qui soffermarmi quanto vorrei sull’illustrazione e la dimostrazione di
questa tesi, evidentemente, ma posso certo dire che il posizionamento del sapere
geografico nel concerto dei saperi esperti o tecnologici che alimentano le culture
capitalistiche –  diciamo, da A. Smith in poi  – non fa altro che riflettere un ridu-
zionismo interpretativo della territorialità frutto a sua volta del progetto tutto mo-
derno del disciplinamento scientifico e, al suo interno, di produzione e diffusione
istituzionale del sapere geografico (6). Senza trascurare i modelli di mondo che so-

(5) Diversa rispetto al pur importante libro del 1974, mi sembra la posizione di Quaini (2006): una frequente spola
tra questi due libri, peraltro, mi ha accompagnato nella costruzione del presente saggio. Quanto a Cosgrove, è nota la sua
posizione, esplicitata nell’Introduzione del 1998 alla nuova edizione inglese del suo volume; nel “formulare una teoria del
paesaggio all’interno di un’interpretazione marxista della cultura e della società” (p. xiii), tuttavia, l’A. tende a ridurre il
paesaggio a una sorta di epifenomeno espresso da soggiacenti dinamiche economiche e sociali.
(6) Per restare nel campo che più direttamente ci occupa, la discrasia tra un’elaborazione anche sofisticata dei
concetti (concernenti, ad esempio, la “produzione di natura”) e una loro inadeguata mobilitazione nei “theoretical-
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vraordinano le geopolitiche e le geoeconomie planetarie del XIX sec e fino ai nostri


giorni (Farinelli, 2003; Marson, 2008), voglio porre l’accento su un punto. E cioè
che quello che si afferma nella istituzionalizzazione disciplinare delle scienze è il
paradigma della geografia paratattica, una narrazione che individua e contribuisce
grandemente a costruire l’ordine del mondo come “sequenze, ubicazioni, coordi-
namenti, cosificazioni delle caratteristiche naturali o antropiche della superficie
terrestre” (Turco, 2010, p. 268). Ciò elimina intanto il campo vasto della liminarità
dai processi geografici, ossia tutti quegli intrecci di elementi che combinano fisica
e metafisica, comprensione e spiegazione, affetti ed interessi, materiale e immate-
riale, reale e virtuale. Si tratta di un’articolazione della territorialità molto impor-
tante, costitutiva se si vuole, ma incapace di dar conto della grandiosa complessità
del processo di territorializzazione. Tale articolazione tende infatti ad eliminare
dall’elaborazione geografica il pensiero mitico (Berdoulay e Turco, 2001). Tende a
sottrarre alla cognizione individuale e all’azione sociale i benefici dell’intelligenza
emotiva. Per contro, l’ontologia del territorio, come pure la sua configuratività,
qualità geografiche ben note alla coscienza e alla pratica cognitiva e politica d’Oc-
cidente, si assottigliano fino a sparire. In compenso, se così posso esprimermi,
la territorialità costitutiva è altamente funzionale ad un capitalismo incernierato
sulla calcolabilità dei suoi parametri di efficienza e perciò attrezzato (matematica
economica, econometria, statistica economica, ricerca operativa) nell’escogitare
strumenti di misura sempre più precisi per monitorare le performances dei suoi
processi accumulativi o prevedere gli esiti delle sue avventure speculative (7).
Il “trattamento” capitalistico della territorialità non sfugge a questo imperativo.
La vittoria del paradigma paratattico è anzi cruciale per rendere il territorio qual-
cosa di aggregabile e disaggregabile a piacimento, in funzione degli interessi del
momento, quale che sia la scala considerata (Bolocan Goldstein, 2014). Il processo
è reticolare, totalizzante, (de)-generativo. Capace di amalgamare nella sua relazio-
nalità labirintica, risultati e proiezioni incoraggianti (GreenItaly, 2014) con esiti
criminali che, sempre più diffusamente, integrano la geografia configurativa e fini-
scono per diventare delle marche esecutive di un “territorialcapitalismo” del tutto
autoreferenziale, e talora scisso, se così posso dire, dal suo stesso capitale (Natali,
2015). In queste condizioni, la crisi non solo della pianificazione, ma del governo
stesso del territorio è consustanziale – di nuovo, non solo – allo smantellamento del
welfare, ma alla disintegrazione della cittadinanza (Mazza, 2015).
L’egemonia della territorialità costitutiva e l’erosione delle articolazioni ontolo-

explanatory frameworks” è notata ad esempio da Castree, 1995. Il mio timore è che questa discrasia possa essere una
marca tanto diffusa quanto sottostimata delle pratiche disciplinari di ricerca.
(7) A tentativi di “misura” non sfugge, ovviamente, il paesaggio, con proposte anche assai ingegnose (veicolate ad
esempio dagli approcci cosiddetti “edonici”) che provengono da varie discipline: economia, certo, ma anche urbanistica,
agronomia, sociologia e, seppur timidamente, geografia. È sperabile che dal concorso di tante tradizioni di ricerca diver-
se, possa nascere una teoria della misura alternativa alla traduzione monetaria del “valore”, che costituisce, ad oggi, il
centro di gravità dei tentativi di misurazione e introduce i meccanismi peculiari, non solo attesi, ma altresì inintenzionali,
legati alla natura stessa e al modus operandi del denaro. E ciò, in un senso generale (Mathieu, 1985), non meno che nel
senso più specificamente simmeliano di una determinazione semantica della realtà e suo mezzo privilegiato di descri-
zione (Simmel, 2014). Quest’ultima, se posso fare un cenno su un punto che merita evidentemente ben altri sviluppi, si
risolve al tempo stesso in oggettivazione – attraverso la “misura-denaro” – e in alienazione – in quanto la “misura” è in
sé un espediente riduttivistico dell’esperienza vitale, della “forma della vita” e dunque, in qualche modo, anche del suo
spazio, specie se declinato nella “forma” paesistica come Simmel (2006) la intende. Va da sé che tutte le “misurazioni”
che ho potuto vedere considerano il paesaggio un “bene”, e naturalmente tutte – si afferma – vengono escogitate per “il
bene” del paesaggio.
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giche e configurative genera quella dissociazione del territorio dal mondo interiore
cosi lucidamente ed appassionatamente ricostruita da L. Benevolo (2006) per l’I-
talia post-unitaria. Si rendono praticabili percorsi omologativi che non si limitano
a costruire “visioni” di territorio, o “modelli di mondo”, ma spianano la strada ad
operazioni empiriche di cruciale importanza come la commutazione (tra elementi
e caratteristiche territoriali) e la permutazione (tra estensioni in qualche modo
territorializzate). Le comunità, portatrici di valori, sono ridotte a collettività, porta-
trici di interessi. E ovviamente l’assiologia del territorio è traslata nelle espressioni
monetarie delle cose che contiene e delle funzioni che è capace di espletare.
Io non so se davvero il capitalismo abbia i “secoli contati”, per usare la sagace
espressione di G. Ruffolo (2009). Ma è certo che il capitalismo del XXI sec, dovrà
essere diverso da quello che lo ha preceduto. In specie, dovrà fare i conti con una
socialità oggi ancora largamente carsica e brancolante, ma via via più determinata
a recuperare la complessità dei territori. E a restaurare, con essa, l’umanità degli
uomini che quei territori hanno plasmato, vogliono abitare, desiderano in qualche
modo fruire. Uomini ai quali, oggi, per fare un solo esempio, negli Stati Uniti si
spara addosso come sempre sul “muro di Tijuana”, mentre si riserva accoglienza
con le “democratiche” braccia aperte di Barack Obama grazie alla Investor’s Based
Green Card EB5 se investono almeno un milione di dollari nell’economia america-
na. Insomma, non individualità selettive, castali, reificate dalla ricchezza, invece
che dignificate da essa. Ma uomini, uomini e basta.
Lavorare a questo recupero, a una integrazione sempre più pregnante dei tratti
ontologici e configurativi del territorio nei circuiti della produzione e dello scambio
di una ricchezza non solo monetaria – né tutta monetizzabile – è il contributo che i
geografi possono e, credo ormai, debbono dare all’edificazione di quel “capitalismo
dal volto umano” che Giacomo Becattini (2004)  (8) –  proprio da qui, proprio da
Firenze – non si è mai stancato di indicare a tutti noi.

BIBLIOGRAFIA

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(8) Come recita il sottotitolo del libro di Becattini, è esattamente una “critica dell’economia apolitica” che
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ID., (a cura di), Filiere etiche del turismo, Milano, Unicopli, 2014.

Milano. Dipartimento di studi classici, umanistici e geografici. Università IULM; angelo.turco@iulm.it

RIASSUNTO: Il libro di T. Piketty, Il capitale del XXI secolo. offre l’occasione ai geografi di riprendere
l’esplorazione del nesso tra capitale, capitalismo e territorialità. La tesi centrale di questo saggio introduttivo
è che nella relazione capitalistica, il processo di territorializzazione viene analizzato in modo non adeguato e,
di conseguenza, il ruolo del territorio viene sottostimato. Per una migliore comprensione della relazione capi-
talistica si punta pertanto a recuperare, accanto alla geografia costitutiva, anche le articolazioni configurative
e ontologiche della territorialità.

SUMMARY: Capital, capitalism, territoriality. – Piketty’s book, Capital in the Twenty-First Century, gives
geographers the possibility to take up again the scouting on capital, capitalism and territory connection. In this
introductive essay, the central thesis is that the process of territorialization isn’t analyzed in a suitable way into
the capitalist relation. As a consequence, the role of territoriality is underestimated. For better understanding
the capitalist relation is necessary to recuperate beside the constitutive geography, also the configurative and
ontological one.

RÉSUMÉ: Capital, capitalisme, territorialité. – Le livre de T. Piketty, Le capital au XXIe siècle, donne aux
géographes l’occasion de reprendre l’exploration du lien entre capital, capitalisme et territorialité. La thèse
centrale de cet essai se résume ainsi: dans la relation capitaliste, le processus de territorialisation est analisé de
façon non adéquate et, par conséquent, le rôle du territoire en resulte sous-estimé. Afin de mieux comprendre
la relation capitaliste il est urgent de récupérer à côté de la géographie constitutive, aussi les articulations
configuratives et ontologiques de la territorialité.

Termini chiave: capitale, capitalismo, relazione capitalistica, territorialità.


Key words: capital, capitalism, capitalist relation, territorialization, territoriality.
Mots-clé: capital, capitalisme, relation capitaliste, territorialisation, territorialité.

[ms. pervenuto il 31 maggio 2015; ult. bozze il 9 dicembre 2015]