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Dieci

pericolosissime
anarchiche
Massimo Lunardelli

ISBN: 9788879041614
DIECI
PERICOLOSISSIME
ANARCHICHE

Massimo Lunardelli
In copertina: Fosca Corsinovi (in alto a sinistra) e,
in senso orario, la stessa Corsinovi in una foto
giovanile, Nella Giacomelli, Leda Rafanelli, Virgilia
D’Andrea, Elena Melli e Maria Bibbi.

Progetto grafico: Laura Caratti

© 2012 Blu Edizioni

Blu Edizioni srl


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Premessa

Questo libro racconta le tribolate


esistenze di dieci anarchiche italiane
vissute fra la seconda metà
dell’Ottocento e il Novecento. Si
chiamavano Ersilia Cavedagni,
Ernestina Cravello, Nella
Giacomelli, Clotilde Peani, Maria
Rygier, Leda Rafanelli, Elena Melli,
Virgilia D’Andrea, Maria Bibbi,
Fosca Corsinovi. Donne diverse per
provenienza, cultura, temperamento,
che nel scegliersi ognuna il proprio
destino sono però accumunate dal
fatto di essere state costantemente
pedinate e tenute sotto controllo per
l’intero arco della propria vita dalle
polizie di mezzo mondo perché
ritenute pericolosissime. Le loro
storie sono conservate presso il
casellario politico dell’Archivio
Centrale di Stato assieme a quelle di
altri 26.591 anarchici, 35.638
socialisti, 43.555 comunisti, più
diverse migliaia di repubblicani e
altri individui definiti genericamente
antifascisti o sovversivi, per un totale
di oltre 150.000 fascicoli. La
centralizzazione del controllo
poliziesco fu voluta da Crispi nel
maggio 1894 e la struttura rimase
attiva fino alla caduta del fascismo,
per diventare poi centro di controllo
in particolare di estremisti di destra e
di sinistra, di separatisti e
indipendentisti, prima di venire
definitivamente chiusa nel 1987.
Mi sono servito delle relazioni di
consolati e ambasciate, dei cenni
delle prefetture, dei rapporti di
polizia, delle segnalazioni di spie e
confidenti, delle lettere intercettate
spedite a famigliari, amici e amanti,
di volantini, manifesti, ritagli di
giornale e di tutto quanto nel corso
degli anni è stato catalogato e
inserito nei singoli fascicoli da
diligenti funzionari. Ho poi
consultato altri archivi, in particolare
quello intitolato a Ettore Molinari,
compagno di Nella Giacomelli,
custodito dalla Biblioteca Angelo
Mai di Bergamo. Per cercare di
comprendere al meglio il clima
dell’epoca in cui si svolgevano i
fatti, ho scorso svariati giornali,
compresi alcuni dei tantissimi fogli
anarchici spesso destinati ad avere
vita breve; e dal Dizionario
biografico degli anarchici italiani,
pubblicato in due volumi dalle
edizioni della Biblioteca Franco
Serantini di Pisa nel 2003, ho tratto
le notizie biografiche relative ai
numerosi anarchici citati nel testo.
Infine, da una serie di libri di cui
fornisco bibliografia, ho tratto
informazioni, spunti e suggestioni per
il completamento della storia.
Quando i fatti narrati cominciano a
dipanarsi, l’uomo simbolo
dell’anarchia, il russo Michail
Aleksandrovič Bakunin, è morto da
una ventina d’anni. Dopo essere
arrivato in Italia nel 1864 insieme
con la moglie Antonia Kwiatowski,
affascinato dall’impresa di Garibaldi
e con alle spalle anni di prigione
zarista, Bakunin si era spento in una
clinica di Berna nel 1876, a
sessantadue anni, senza un soldo e
assillato dai creditori, minato da
tempo dalla demenza senile,
dall’asma e da una paralisi alla
vescica che lo costringeva a dormire
seduto. Tuttavia i molti seguaci che
l’avevano visto all’opera durante i
moti del 1848 in Francia e Germania,
a Lione nel 1871, poi ancora a
Bologna nel 1874, nel suo ultimo
disperato tentativo di accendere la
miccia di un’insurrezione che si
sarebbe dovuta estendere a tutta
l’Italia centrale, continuavano a
raccontare ai più giovani che non era
leggendo i suoi libri, ma guardandolo
agire che si diventava anarchici.
Prima di Bakunin, fra gli anni
Cinquanta e Sessanta, erano
scomparsi due dei più grandi teorici
dell’anarchismo: Pierre-Joseph
Proudhon, un filosofo francese
passato alla storia per essere stato il
primo intellettuale a dare valenza
positiva al termine anarchia, da
sempre associato al caos; e Max
Stirner, al secolo Johann Kaspar
Schmidt, un tedesco fautore del più
intransigente individualismo che
aveva scritto nel 1844 la sua opera
più importante, L’Unico e la
proprietà. Era invece ancora vivo e
più che mai attivo Pëtr Alekseevič
Kropotkin, anche lui russo come
Bakunin, fuggito dal carcere di San
Pietroburgo per riparare in Svizzera,
poi a Londra, dove aveva fondato le
riviste La Révolte e Freedom. Nei
suoi testi sosteneva che l’agiatezza
per tutti non è un sogno, ma una cosa
concreta che si poteva ottenere con
l’espropriazione e l’abolizione della
proprietà privata, creando una
società organizzata in comunismo
anarchico che avrebbe consentito a
tutti di vivere da esseri umani,
educando i figli per farne dei membri
liberi e uguali.
Dall’Italia si stavano facendo
strada un piccolo, esile ma tenace
uomo d’azione nativo di Santa Maria
Capua Vetere chiamato Errico
Malatesta, e due giovani avvocati:
Pietro Gori, nato a Messina da
genitori livornesi, e Francesco
Saverio Merlino, napoletano. Gori si
era appena conquistato la ribalta
cercando di evitare la forca a Sante
Geronimo Caserio che nel giugno del
1894 aveva ucciso a Lione il
presidente francese; Merlino invece
aveva cominciato a farsi conoscere e
apprezzare fin dal 1878, difendendo
da giovanissimo Malatesta e un’altra
trentina di internazionalisti finiti alla
sbarra per avere tentato una
insurrezione nel Matese, un gesto che
intendeva emulare, sperando in una
maggior fortuna, la cosiddetta
«propaganda del fatto» teorizzata e
messa in pratica nel 1857 da Carlo
Pisacane nel fallimentare sbarco di
Sapri, che avrebbe dovuto sollevare i
contadini contro i Borbone. A
stroncare l’iniziativa nel Matese era
stato il ministro dell’Interno
Giovanni Nicotera, che, ironia della
sorte, si trovava a fianco di Pisacane
a Sapri ed era stato uno dei pochi a
salvarsi, scampando poi alla
condanna a morte prima di venire
liberato da Garibaldi. A difesa degli
imputati invece, altro scherzo del
destino, si era schierata la figlia di
Pisacane, che proprio a Nicotera era
stata affidata dopo la morte del
padre.
Intorno a Malatesta, Gori e
Merlino si erano organizzati i primi
gruppi anarchici. Assieme a loro ne
erano stati animatori infaticabili
Carlo Cafiero e Andrea Costa. Il
primo era morto nel 1892 dopo aver
trascorso gli ultimi anni della sua
vita in manicomio, il secondo a un
certo punto aveva abbandonato
l’anarchismo per approdare al
socialismo. L’aveva fatto con una
lettera pubblicata sul giornale La
Plebe nella quale spiegava che era
arrivato il momento di abbandonare
la propaganda per mezzo dei fatti e di
passare a una diffusione dei principi
più capillare e con risultati a lungo
termine. La Prima Internazionale,
fondata nel 1864 a Londra, si era
sciolta nel 1876 dopo feroci dissidi
fra anarchici, socialisti e
repubblicani. Al congresso dell’Aia
del 1872 era stata sancita
l’espulsione degli anarchici, ma la
sezione italiana, dove gli anarchici
detenevano la maggioranza, aveva
ormai deciso di andarsene e già dal
1867 Bakunin aveva tentato di
rispondere a Marx costituendo la
Lega Internazionale dei Lavoratori,
rimasta attiva con alterne fortune sino
al 1874. Mentre le forze socialiste
ritrovavano l’unione dando vita a
Parigi nel 1889 alla Seconda
Internazionale, la questione
dell’organizzazione si faceva sempre
più pressante anche fra gli anarchici.
Nel 1891 a Capolago, in Svizzera,
molti anarchici contribuirono alla
nascita del Partito socialista
anarchico rivoluzionario, che
avrebbe dovuto affiancare il già
esistente Partito operaio italiano, ma
non tutti erano d’accordo e sempre
più forti diventavano le spinte
antiorganizzative che esaltavano
l’atto individuale.
Si stavano facendo strada nel
frattempo anche le prime istanze
femminili. La francese Jenny
d’Hericourt (1809-1875) si era presa
la briga di mandare a quel paese
nientemeno che Pierre-Joseph
Proudhon, che nella sua società
ideale di liberi e uguali pensava che
sarebbe stato meglio se le donne
avessero continuato a occuparsi
soltanto delle faccende domestiche.
Louise Michel, l’eroina dei brevi e
intensi giorni della Comune nella
primavera del 1871, nel 1880 grazie
a un’amnistia era ricomparsa a Parigi
dopo quasi un decennio di
deportazione in Nuova Caledonia, e
subito aveva ricominciato le sue
battaglie spronando le donne a
prendersi il proprio posto senza
aspettare di riceverlo; dall’America
giungevano gli echi delle gesta di una
certa Emma Goldman, una donna di
origine lituane arrivata negli Stati
Uniti da ragazzina, che non soltanto
sapeva sostenere senza esitazioni le
rivendicazioni degli operai, ma
reclamava spregiudicata il diritto
all’uso del contraccettivo e il piacere
di potersi scegliere l’uomo.
In Italia, oltre alla socialista Anna
Kuliscioff, una ginecologa che si era
legata sentimentalmente a Filippo
Turati dopo essere stata compagna di
Andrea Costa, contribuendo
probabilmente non poco al suo
abbandono dell’anarchismo,
spiccava la figura dell’anarchica
Maria Luisa Minguzzi, simbolo fin
dal 1872 di quella che era stata la
prima sezione femminile
dell’Internazionale. Nata a Ravenna
nel 1852, ma attiva soprattutto a
Firenze, dove si era trasferita con il
marito Francesco Pezzi, uno dei
grandi amici di Bakunin e Cafiero,
era descritta da un altro anarchico
fiorentino, Temistocle Monticelli,
come una «donna di splendida
bellezza, alta, robusta, formosa, dal
temperamento franco e aperto, dalla
parola franca e schietta, sapeva
esercitare un fascino su tutti coloro
che l’avvicinavano». Gravitavano
intorno a lei Teresa Fabbrini, Santina
Papini, Annunziata Gufoni: insieme
erano state le organizzatrici di un
primo grande sciopero che nel 1885
aveva coinvolto le oltre duemila
operaie delle industrie manifatturiere
del tabacco di San Frediano. Ma
altre donne stavano per irrompere
sulla scena, pronte a diventare
protagoniste della storia
dell’anarchismo. Prima fra tutte, in
ordine di tempo, la bolognese Ersilia
Cavedagni.
Il mondo cosiddetto borghese
assisteva con crescente
preoccupazione a quello che stava
accadendo. Quelle masse confuse e
rabbiose che si radunavano per
celebrare la Comune di Parigi o
commemorare i martiri di Chicago si
rivelavano ogni volta sempre più
sprezzanti e ingovernabili, pezzenti
che non perdevano occasione di far
degenerare scioperi e manifestazioni
in atti di violenza irrispettosi del
sacro concetto di proprietà. Gli
anarchici poi parevano incarnare
l’essenza del diavolo: insofferenti a
ogni ordine costituito, senza dio, si
diceva fossero bestie a tal punto da
praticare senza ritegno il libero
amore. Mentre agli occhi
dell’opinione pubblica la polizia si
rivelava sempre più impotente, i
giornali tentavano di tanto in tanto
qualche analisi per spiegare il
fenomeno anarchico ai loro
spaventati lettori. Perciò vale la
pena, prima di entrare davvero in
questa storia, leggere un articolo
pubblicato in prima pagina dalla
Gazzetta Piemontese ai primi di
luglio del 1894, una settimana dopo
che Sante Geronimo Caserio aveva
assassinato a Lione il presidente
francese Sadi Carnot.
Il fenomeno anarchico

Si può affermare senza esagerazione


che in tutta Europa si discute sui
provvedimenti più efficaci da
adottarsi contro il movimento
anarchico. Infatti, sebbene il partito
anarchico sia recente, esso ha già in
tutti i paesi una storia di delitti e di
sangue.
Secondo il Bourdeau, la setta
anarchica germogliò dalla famosa
Associazione Internazionale degli
operai fondata nel 1864 a Londra da
Karl Marx. Cosicché, fin dai suoi
primordi, il movimento socialista
avrebbe determinato un movimento
contrario: quello anarchico. Il
socialismo era, in certo qual modo,
la critica della società attuale;
l’anarchia doveva essere la critica
del socialismo, cioè la critica della
critica.
Identico il punto di partenza così
del socialismo democratico come
dell’anarchia rivoluzionaria:
entrambi dipingevano a nerissime
tinte le sofferenze e il disagio delle
classi lavoratrici incolpandone la
vigente organizzazione sociale;
entrambi vedevano nell’antagonismo
tra capitale e lavoro, fra dividendo e
salario, nell’eccesso di produzione e
nelle crisi da questo derivanti le
cagioni della povertà delle masse;
entrambi affermavano ancora che
l’attuale società non potrebb’essere
migliorata sulla base della proprietà
privata e che quindi bisognerebbe
distruggerla radicalmente e
sostituirle un’organizzazione nuova.
Ma anarchia e socialismo
differivano grandemente in quanto ai
metodi di distruzione degli ordini
sociali esistenti e in quanto
all’organizzazione della società
futura. Il socialismo tende infatti ad
aumentare indefinitamente le
attribuzioni dello Stato e a ridurre ai
minimi termini la sfera d’azione
dell’individuo; l’anarchia, al
contrario, rivendica l’intera
indipendenza dell’individuo,
combatte ogni organizzazione
obbligatoria, vuole abolire tutte le
leggi, e pretende di rigenerare il
mondo coll’individualismo assoluto.
Per gli anarchici il collettivismo
marxista sarebbe la schiavitù, una
specie di «bagno industriale».
Il noto Malato – di cui si parlò
tanto in un processo recentemente
svoltosi nella nostra città – scrisse in
proposito: «C’è da spaventarsi al
solo pensare ciò che sarebbe un
comunismo, codificato, ordonnancé,
in cui il carattere e le passioni
dell’individuo non conterrebbero
nulla: esso condurrebbe ad un
dispotismo più pericoloso dello
stesso dispotismo monarchico,
perché inafferrabile e impersonale; il
dispotismo della legge».
L’opposizione delle dottrine si
tradusse nell’antagonismo di due
uomini: Marx e Bakunine. Bakunine –
che cagionò la dissoluzione
dell’Internazionale al Congresso
dell’Aia, nel 1872 – ripudiava
l’organizzazione marxista, che era
quella di un Governo accentrato nelle
mani di un Consiglio generale con
poteri dittatoriali e senza autonomia
delle diverse sezioni; ed in
conformità ai principi dell’anarchia
organizzò una nuova Associazione,
composta di gruppi indipendenti,
senza autorità centrale e senza potere
esecutivo: due cose che gli anarchici
detestavano. Nessuna parola
proveniente dall’alto alla quale si
dovesse obbedienza; ma una
federazione delle Associazioni
libere, fra le quali un ufficio
intermediario delle sezioni serviva
come centro di corrispondenza.
Nel luglio del 1881 il Congresso
anarchico internazionale di Londra
tentò di costituire una vasta
Associazione sotto la denominazione:
Società internazionale degli operai
socialisti-rivoluzionari, con un
Comitato principale a Londra, dei
Sottocomitati a Parigi, Ginevra, New
York, e delle sezioni dappertutto
dove vi fosse un numero sufficiente
di affiliati.
Che cosa sussiste oggi di tale
organizzazione? Sarebbe difficile
rispondere; poiché il partito o,
meglio, la setta anarchica forma
un’unione senza capo, senza
disciplina, senza limiti, la quale si
compone in tutti i paesi di molti
piccoli gruppi che si saldano
silenziosamente fra essi come le
cellule di un nido d’api.
Il carattere internazionale nel
movimento anarchico è assai più
spiccato di ciò che non sia nel
movimento socialista. La setta è
inegualmente sviluppata nei diversi
paesi, secondo le circostanze
politiche, economiche e il carattere
nazionale. Ecco un quadro assai
preciso che riassumiamo dal già
citato Bourdeau.
Benché i principali dottrinari
dell’anarchia, Bakunine e
Krapotkine, siano russi, tuttavia il
nihilismo non prese il carattere
anarchico che sotto l’influenza di
Netschaïeff, emissario di Bakunine;
d’allora gli attentati si moltiplicarono
in Russia, fino all’assassinio
dell’imperatore nel 1882, e
proseguirono dopo.
I primi centri di propaganda
anarchica furono: la Francia, la
Spagna e l’Italia.
Nel settembre 1870 Bakunine e i
suoi amici tentarono un colpo di
mano su Lione. L’insurrezione del 18
marzo 1871 fu rivendicata, ad un
tempo, dai marxisti e dagli anarchici.
«La Comune – secondo Krapotkine –
segnò un’era nuova. Commise però
l’errore di organizzare fin
dall’esordio un governo
rappresentativo, e i suoi
rappresentanti si distinsero per un
amore smodato del pennacchio e dei
galloni, ma la prossima rivoluzione
sarà, ciò nonostante, comunista». Nel
1879 i torbidi di Montceau-les-
Mines diedero luogo al celebre
processo di Lione, nel quale
comparvero settantasei imputati.
Dopo di allora non si ebbero in
Francia che attentati isolati.
In Ispagna, grazie all’ardore del
carattere e alle tradizionali idee
federative, gli anarchici progredirono
più dei socialisti. Alleati nel 1873
agli intransigenti, sollevarono Cadice
e Cartagena e s’impadronirono di una
parte della flotta; in seguito
provocarono gli attentati della Mano
Nera e, nel 1887, la rivolta di
Valenza.
In Italia, morto Bakunine nel 1876,
il socialismo marxista prese la
prevalenza sulla setta anarchica.
Così in Germania, dove gli
anarchici – dopo aver commesso, nel
1884, l’attentato del Niederwald – si
trovarono di fronte le disciplinate
classi operaie e furono
definitivamente scacciati dal partito
socialista.
Una repressione feroce frenò, in
Austria, il movimento anarchico, che
dal 1882 in poi si segnalava con furti
e assassinii. Chiunque diffondeva il
giornale di Most incorreva in una
condanna a 15 anni di prigione. Il
settario più intelligente e più ardito,
il pittore Peukert, dovette rifugiarsi a
Londra.
Benché la Svizzera e l’Inghilterra
servano da molti anni di rifugio agli
anarchici, né l’una né l’altra subirono
il pericoloso contagio; il carattere
freddo e pratico dei proletari svizzeri
e inglesi li fa soprattutto curanti delle
riforme economiche a preferenza di
quelle politiche.
Invece le dottrine anarchiche si
accordano singolarmente col
carattere dell’operaio americano,
individualista per eccellenza, poco
propenso al socialismo di Stato,
educato nel far west alla giustizia
speditiva della legge di Lynch, ed
abituato a godere di tutte le libertà,
compresa quella di armarsi. Tant’è
che la propaganda sfrenata degli
anarchici tedeschi esiliati e
specialmente di Most condusse nel
1886 alla sommossa di Chicago,
nella quale vi furono numerosi morti
e feriti, e per la quale sette anarchici
vennero impiccati.
In tutti i paesi l’anarchia – che
raggruppa l’elemento più bollente,
più indisciplinato della classe
operaia – è in lotta, più o meno viva,
coi caporioni del socialismo, i quali
affermano non esservi tra gli
anarchici che agenti provocatori o
pazzi. I socialisti considerano
l’anarchia come una naturale
effervescenza della borghesia; perché
«l’estremo individualismo
economico non può se non condurre a
un altro estremo: l’anarchia». Ma, a
sua volta, Krapotkine tratta Marx di
«economista borghese». E le diatribe
tra gli uni e gli altri sono così vive
che gli anarchici vennero espulsi dal
Congresso internazionale tenutosi a
Zurigo nell’agosto 1893.
È impossibile valutare le forze di
cui l’anarchia dispone nei singoli
paesi. Le sue risorse pecuniarie
paiono ristrette; pubblica bensì dei
giornali in tutte le lingue, ma quanti
sono gli abbonati? In taluni momenti,
durante l’eccitazione degli scioperi,
quando si tratta di accoppare un
ingegnere, un industriale, un
contremaître, allora gli operai più
esaltati si abbandonano anch’essi
alla propaganda… di fatto; perciò il
numero degli energumeni che
partecipano all’odio degli anarchici
e plaudono ai loro attentati è
variabilissimo.
In mancanza del numero degli
addetti, l’anarchia conta numerosi
capi. Nel partito socialista i capi
sono semplici comparse; il coro, cioè
la grande massa dei battaglioni
operai, occupa quasi tutta la scena.
Invece nella setta anarchica gli
individui rappresentano le prime
parti, e per ben conoscerla
bisognerebbe possedere un centinaio
di biografie, da Bakunine a Most, da
Proudhon a Krapotkine.
La maggior parte degli anarchici
appartiene alla famiglia degli
assassini filantropi. «È per amore
degli uomini – scrive il Bourdeau –
che essi li uccidono all’impazzata!»
E, francamente, i mali cagionati da
questa filantropia settaria sono
immensamente superiori e peggiori di
quelli che derivano dalla semplice
perversità dei delinquenti. Ma come
liberarsi da codesti filantropi a
scoppii di bombe o a colpi di stilo,
se il fenomeno anarchico si produce
in tutto il mondo? Non v’è che un
mezzo, ed è quello accennato ieri
dalla Politische Correspondenz: «Le
sole misure di polizia e l’azione
isolata di ciascun Governo sarebbero
insufficienti; quindi occorrerebbe
un’azione più energica da parte degli
Stati più minacciati, e cioè Francia,
Spagna, Inghilterra e Italia».
Ersilia

Bologna, 8 settembre 1899

Nella pubblica opinione riscuote


cattiva fama, non solo per le teorie
anarchiche professate con
spavalderia, ma anche per essere di
costumi licenziosi. Nella setta gode
molta influenza sapendosi
conquistare il favore dei compagni
con la facilità della parola e colla
grazia della persona.
È di carattere serio, abbastanza
educata, molto intelligente, ma poco
istruita. Non ha compiuto studi ad
eccezione di quelli elementari e per
conseguenza non ha titoli accademici.
Lavoratrice fiacca, trascura le cure
famigliari per occuparsi di maneggi
settari e talora scrive articoli
veementi nei giornali sovversivi dai
quali chiaro apparisce tutto l’odio di
una mente esaltata, che nella sua rude
cultura nutre verso le attuali
Istituzioni. Di ciò può fare fede un
articolo firmato dalla «compagna
Ersilia Grandi» comparso sul
giornale «La Questione Sociale» di
Paterson in data 15 aprile 1897.
Il marito, dal quale attualmente è
divisa in omaggio alle teorie del
libero amore, le procacciava i mezzi
di sostentamento, ella però preferiva
imprestare piccole somme con forte
interesse e raggranellare così, senza
molta fatica, un certo profitto.
Frequentava la compagnia degli
anarchici più convinti e più esaltati ai
quali abbandonava anche la persona.
Malissimo si comportava nei suoi
doveri verso la famiglia che per lei
giammai è esistita. È iscritta alla
setta anarchica e non consta che
precedentemente abbia appartenuto
ad altri partiti. Nella setta esercita
una grandissima influenza, maggiore
fra gli affiliati dell’Emilia e della
Romagna coi quali è in
corrispondenza epistolare. Si recava
spesso a Firenze dalla sua amica
Pezzi Luigia, che nel 1892 ospitò per
vario tempo a casa sua, come pure
ospitò l’anarchico Lacchini Vivaldo
di Lugo.
Attualmente si trova, credesi, a
New York, dove si sarebbe recata
insieme col Ciancabilla Giuseppe,
anarchico pericoloso, col quale partì
da Bologna alla volta di Parigi fin
dal 1897.

Il Prefetto
Là in America, da dove partì
Gaetano Bresci

Il giorno in cui Ersilia Cavedagni


decide di andarsene dalla città dov’è
nata trentatré anni prima è il 20
ottobre, un mercoledì: «Abbandonò
Bologna vendendo le poche
masserizie di casa e vuolsi che a tal
passo siasi indotta per sottrarsi alle
conseguenze della vita libera che
menava, in previsione del ritorno in
patria di suo marito Giulio Grandi
che trovasi in Romania, e reduce di
là, poteva trarne vendetta», annota
nel suo rapporto l’agente di pubblica
sicurezza incaricato di non perderla
di vista. Da poco era tornata a casa
dal domicilio coatto, un anno poi
ridotto a nove mesi trascorsi a
Bassano Veneto, vittima anche lei
delle cosiddette leggi antianarchiche
volute da Crispi il 19 luglio del
1894, che limitavano fortemente le
libertà di stampa e di riunione. Nelle
intenzioni del primo ministro, appena
subentrato a Giolitti travolto dallo
scandalo della Banca Romana, quelle
leggi rappresentavano una risposta al
fallito attentato da lui stesso subito un
mese prima a Roma per mano di un
anarchico di Lugo, Paolo Lega; ed
erano poi un tentativo di porre in
qualche modo un freno alle tante
rivolte sociali che stavano scuotendo
l’Italia. «Lavoratori, la nostra isola
rosseggia del sangue dei compagni
che sfruttati, immiseriti, hanno
manifestato il loro malcontento
contro un sistema dal quale invano
avete sperato giustizia, benessere,
libertà. Chiediamo l’abolizione del
dazio sulle farine, delle leggi sociali
che basandosi su di un minimo di
salario ed un massimo di ore di
lavoro valgono a migliorare
economicamente e moralmente le
nostre condizioni»[1] rivendicavano
in Sicilia i contadini, mentre in
Lunigiana si erigevano barricate e si
assaltavano caserme e municipi:
«Sire, gli anarchici di Massa e
Carrara, raccoltisi in bande armate,
scorazzano per quelle contrade a fini
criminosi, rompendo i fili telegrafici,
ostruendo le strade, attaccando
insidiosamente la forza pubblica. Dal
contegno, dagli atti, dal programma
di codesti nemici della Patria, sorge
legittima la presunzione che i casi di
Massa e Carrara si colleghino a
quelli di Sicilia. Bisogna colpire nel
nascere codesti conati di barbarie
con mezzi pronti e decisi», aveva
scritto Crispi al re nella nota di
accompagnamento al decreto di stato
d’assedio.
Gli anarchici erano diventati il
nemico pubblico numero uno e non
solo in Italia. Pochi mesi prima a
Lione Sante Geronimo Caserio, un
giovane fornaio di Motta Visconti,
nei pressi di Milano, aveva pugnalato
a morte il presidente francese Sadi
Carnot pagando il delitto con il
patibolo. «La testa cade in un
mucchio di crusca, mentre il tronco
sanguinante si rovescia nel paniere
posto a destra della ghigliottina.
Sono le 4:55 precise del 16 agosto
1894», raccontò il cronista del Lyon
républicain, e aggiunse altri macabri
particolari: «I becchini del cimitero
della Guillotière aprono il paniere e
trovano la testa di Caserio posta fra i
suoi piedi. Il capo è già livido, quasi
verde, gli occhi sono chiusi, la
sezione del collo si stacca
nettamente, la testa fu tagliata appena
sotto le orecchie e il mento. La pelle
sotto la nuca è aggrinzita, ripiegata in
seguito agli sforzi terribili fatti dal
condannato per ritirarsi indietro
mentre era nella ghigliottina».
Caserio, che sempre secondo il Lyon
aveva trascorso i suoi ultimi giorni
«attendendo la morte con una
tranquillità che tocca l’incoscienza»
e leggendo il Don Chisciotte, si
guadagnò con il suo gesto la
copertina dello studio sugli anarchici
che proprio quell’anno Cesare
Lombroso – già scopritore della
fossetta occipitale nel cranio del
brigante Vilella e già autore di
L’uomo delinquente nel 1876 e di Il
delitto politico nel 1890 – mandava
alle stampe per conto della Fratelli
Bocca Editori di Torino. Per il
maestro dell’eugenetica si trattava di
un chiaro caso da classificare fra i
rei per passione: «Povero contadino
fornaio, non ha potuto, passando dal
forno alla vita politica, succhiare
altro latte che quello che gli
fornivano gli anarchici; e, come
succede di alcuni bigotti, che non
vedono se non quanto leggono nei
libri superstiziosi, egli non sapeva
delle cose politiche che quanto gli
venivano innestando le canaglie
anarchiche». Aveva invece tutte le
caratteristiche di un delinquente nato
l’anarchico francese di origini
olandesi François Ravachol, che
dopo una lunga serie di furti, delitti e
attentati era stato anche lui
ghigliottinato nel luglio del 1892.
«Ciò che colpisce a prima vista nella
sua fisionomia è la brutalità. La
faccia, che presenta un’asimmetria
spiccatissima, si distingue per
un’enorme stenocrotafia e per la
esagerazione degli archi sopraciliari,
pel naso deviato molto verso destra,
le orecchie ad ansa e collocate ad
altezze differenti, e infine per la
mascella inferiore enorme, quadrata
e sporgente. Bisogna aggiungervi un
difetto di pronunzia che molti
alienisti considerano come un
frequente segno di alienazione.
Quanto alla sua psicologia essa
risponde in tutti i punti alle lesioni
anatomiche. Allievo delle scuole
elementari sino all’età di quindici
anni, ne esce pressappoco analfabeta
ed incapacissimo nei diversi mestieri
nei quali tenta d’imbarcarsi. Egli
allora poltrisce, ruba e fabbrica
monete false, dissotterra un cadavere
per spogliarlo dei suoi gioielli,
uccide un eremita di novant’anni per
impadronirsi del suo denaro»,
scriveva Lombroso di colui che
aveva detto ai suoi giudici: «Dove
prendete il diritto di uccidere un
uomo che messo sulla terra con la
necessità di vivere si è visto nella
necessità di prendere ciò che gli è
necessario?»
In quel 1894 il risultato immediato
delle leggi crispine fu che il neonato
Partito socialista e molte
organizzazioni sindacali si
ritrovarono di fatto fuorilegge,
centinaia di società operaie di mutuo
soccorso vennero sciolte e le galere
del Regno si riempirono in fretta di
migliaia di individui spesso
colpevoli soltanto di un qualche reato
d’opinione, per esempio un manifesto
o un articolo di giornale contro le
voglie coloniali che vedevano l’Italia
impegnata in Etiopia ed Eritrea. E le
condizioni in carcere non erano delle
migliori: «Fui arrestato nel mercato
di Lugo e con il revolver alla mano
mi minacciarono di farmi saltare le
cervella se non avessi dichiarato che
io ero il complice di Lega. Le
afflizioni morali e fisiche che soffrii
in quell’orrida cella senz’aria e
senza luce, soltanto la penna di
Victor Hugo potrebbe descriverle.
Soffersi la fame, il freddo,
l’insonnia, e alla sera quando i
carcerieri mi portavano il
pagliericcio, se durante la notte
avevo bisogno di assopirmi per
qualche ora, ero obbligato a coprirmi
la testa colla coperta se non volevo
che i topi mi rosicchiassero le
orecchie»,[2] racconta nelle sue
memorie il ciabattino imolese Adamo
Mancini, che in quelle prigioni era
finito la prima volta nel 1874 per
avere inneggiato alla Comune di
Parigi, e che il suo concittadino
Andrea Costa, primo socialista a
essere eletto alla Camera nel 1892,
difese persino in Parlamento
definendolo «uno dei più colti operai
d’Italia».
Nonostante la stretta poliziesca i
gesti individuali proseguirono
trovando nuova linfa. Nell’aprile del
1897 Pietro Acciarito, un fabbro di
Artena, in provincia di Roma, tentò
maldestramente di pugnalare re
Umberto I durante una manifestazione
all’ippodromo. «Sono rimasto
disoccupato e perseguitato dalla
sorte avversa non mi rimaneva che
una cosa da fare, vendicarmi contro
chi sta più su di tutti e quindi è
responsabile dell’attuale ordine di
cose», si difese al processo,
ritrovandosi puntato contro il dito
dell’accusa: «Muoia dunque costui
ed il suo sangue lavi la macchia che
si impresse su queste contrade
mettendo a tacere i paladini di
assurda indulgenza». Scamperà la
morte, ma non il manicomio
criminale di Montelupo Fiorentino,
dove verrà rinchiuso perché affetto,
secondo una perizia, da «paranoia
con demenza secondaria». Qualche
mese più tardi toccò al foggiano
Michele Angiolillo uccidere alla
stazione termale di Santa Agueda,
vicino a Zummaraga, nei Paesi
Baschi, il presidente del Consiglio
spagnolo Antonio Cánovas. L’aveva
fatto per vendicare gli anarchici
torturati nel carcere barcellonese di
Montjuic. Per le autorità si trattava di
«elemento torbido, già processato
per propaganda anarchica,
eccitamento all’odio fra le classi,
oltraggio al procuratore del re e per
libello di stampa, in grande relazione
con Roberto D’Angiò, anarchico pure
lui di Foggia che dimora a Napoli,
corrispondente del giornale Les
temps nouveaux di Parigi che fu
arrestato per certi manifesti in cui si
voleva la morte di Crispi». Lo
giustiziarono mediante garrota la
mattina del 20 agosto a San
Sebastián. Il giorno dopo, a Parigi, in
una manifestazione anarchica alla
Maison du Peuple venne letta la sua
ultima lettera spedita a un amico
spagnolo che l’aveva ospitato: «Caro
camerata, vi meravigliavate
ultimamente del mio silenzio; esso
era cagionato da potenti motivi intimi
che solo il tempo vi farà conoscere.
Ho pensato e penso sempre a coloro
di cui mi parlaste durante la mia
ultima visita, desidero di parlarvene
ancora qui, perché sappiate quale
amore io porti a tutti quelli che
soffrono delle brutalità umane.
L’infamia di taluni non ha limiti e la
liberazione dei martiri che gemono in
fondo a tutte le bastiglie moderne non
sarà dovuta che alla energia violenta
di qualche rivoltato. Un segnale di
vendetta cosciente potrebbe forse
infrangere molte catene poiché la
borghesia è vile e paurosa nelle sue
repressioni e i sacrificati sono forti e
potenti nel loro disprezzo per la vita.
È là, mi sembra, caro amico, che si
trova la salute degli uni, nella morte
degli altri; e la speranza rifulgerà
forse nel cuore degli oppressi. Le
mie linee saranno, può darsi,
alquanto incomprensibili per te
quando le leggerai, ma spero, fra
poco, di dartene una spiegazione più
materiale». Il 10 settembre 1898, a
Ginevra, fu la sessantunenne
imperatrice d’Austria Elisabetta a
cadere pugnalata da Luigi Luccheni,
un figlio di nessuno cresciuto in un
orfanotrofio a Parma: «L’ho uccisa
perché sono anarchico, perché sono
povero, perché amo gli operai e
voglio la morte dei ricchi. Se tutti gli
anarchici facessero il loro dovere
come io ho fatto il mio, la società
borghese sarebbe presto scomparsa»,
disse camminando fiero, stretto tra i
due gendarmi che l’avevano
arrestato. L’interminabile escalation
portò a organizzare a Roma nel
novembre del 1898 una conferenza
internazionale di tutte le polizie
d’Europa. «Mai come oggi noi
abbiamo sentita la vergogna di essere
italiani», scriveva L’Avanti!, cui
faceva eco l’inglese Daily
Chronicle: «Per il malgoverno, la
corruzione dei pubblici ufficiali, la
brutalità dei metodi polizieschi, la
dispotica soppressione della libertà è
dubbio se vi sia un altro Paese che
superi l’Italia, il governo che
convoca la conferenza e che manda in
galera il direttore di un giornale
perché disse che le spese della
Marina erano troppo gravose. Questo
è il Paese dal quale noi inglesi siamo
invitati a cooperare».
Secondo la prefettura di Bologna
Ersilia Cavedagni aveva la colpa di
essere «propagandista attivissima ed
indefessa» e «di scandire con buon
profitto le sue teorie non solo fra gli
elementi più tristi della sua città ma
anche nel ceto femminile, dove per
altro ottiene neofite in grandissimo
numero». A Bologna aveva ispirato e
animato il circolo Giordano Bruno,
«che sotto la parvenza
dell’anticlericalismo mirava ad
organizzare gli anarchici locali»;
riceveva, leggeva e diffondeva
giornali sovversivi come La
Questione sociale, edito a Paterson;
L’Agitazione, edito ad Ancona;
Oppresso ricordati, proveniente da
Alessandria d’Egitto. Qualche volta
inviava articoli «dove fa professione
di fede ed invita i compagni alla
redenzione dell’umanità». A casa
sua, «sede di riunioni sovversive»,
aveva ospitato la sua amica Luigia
Pezzi e quel Vivaldo Lacchini di
Lugo, un giovane laureato in farmacia
detto Ravachol che la polizia
descriveva come «il più fanatico
degli anarchici del suo Paese», e
anche «gli anarchici di passaggio in
città, fra cui basti menzionare Pietro
Gori», all’epoca poco più che
trentenne e già noto avvocato, stimato
conferenziere e apprezzato poeta.
Durante l’ultima visita, di ritorno da
Londra, le aveva raccontato con la
solita passione del congresso
dell’Internazionale, dei contrasti tra
anarchici e socialisti, della capacità
di Malatesta di conquistarsi la
maggioranza nella delegazione
italiana.
Chiudendosi per l’ultima volta la
porta alle spalle, Ersilia diceva
addio a un marito sposato in giovane
età, e attraverso la Svizzera, il
Belgio e la Francia se ne andava in
America con Giuseppe Ciancabilla,
conosciuto a Bologna nei giorni del
congresso socialista. Romano, di
famiglia borghese e di otto anni più
giovane di lei, dopo essersi fatto le
ossa sotto il comando dell’ex
garibaldino Amilcare Cipriani
nell’insurrezione antiturca in
Macedonia, e finita la passione
socialista con annessa esperienza
giornalistica a L’Avanti!, Ciancabilla
aveva cominciato a definirsi
anarcocomunista, antiorganizzatore,
individualista, affascinato dalle
teorie del principe russo Kropotkin:
«Noi siamo l’aristocrazia del
proletariato, i cavalieri dell’Ideale.
La massa dorme, i socialisti
s’illudono. Lo sanno Pisacane, Carlo
Cafiero, lo stesso Malatesta e tutti
coloro che hanno preparato una
rivoluzione di massa e che, al primo
tentativo, si sono ritrovati in tre gatti
di fronte al plotone o alla galera»,
amava ripetere con ironica amarezza.
Le foto lo mostrano sempre elegante,
serio, con degli occhialini tondi e dei
vistosi baffi arricciati all’insù mentre
le cronache lo descrivono «piccolo,
la fronte larga, il colore del volto
olivastro, gli occhi neri e brillanti,
convinto oratore, scrittore
infaticabile, focoso nella parola,
intrepido ed astuto», succube persino
nei suoi giorni americani di una
«bolognese dalla parola facile,
ardente ed affascinante, d’un
entusiasmo truce, vera sacerdotessa
del culto nuovo», si legge su La
Stampa in una corrispondenza da
Paterson, la città del New Jersey, a
una quarantina di chilometri da New
York, dove alla fine la coppia si era
stabilita. «Una città di circa
centomila abitanti, che si estendeva
in maniera disordinata attorno ai
numerosissimi stabilimenti tessili in
cui si lavorava quasi tutta la seta
greggia degli Stati Uniti. Una città
tutt’altro che attraente. Sporca,
sprovvista di fognature, con l’aria
sempre ammorbata dal fumo che si
levava dalle tristi filande in mattoni
rossi, era composta di case di legno
che si ammassavano le une sulle altre
lungo il viadotto ferroviario che
tagliava in due l’abitato»,[3] la
descrive Arrigo Petacco nel suo libro
su Gaetano Bresci, il ragazzo di
Prato che da quella città partì per
arrivare a Monza la sera del 29
luglio 1900 e uccidere Umberto I:
«Appena la carrozza reale, a due
cavalli, aveva raggiunto il centro
della tribuna di sinistra, si udivano
dalla parte opposta tre colpi secchi
di rivoltella. Fu un baleno! Tutti si
precipitarono, parecchie signore
gridavano, altre erano svenute. Le
guardie, i carabinieri, i cittadini
furono in un momento addosso
all’autore dell’orrendo misfatto che
fu immediatamente arrestato. Ma gli
ufficiali che si trovavano sul palco e
i cittadini volevano addirittura
linciare il malfattore. Vi era un’onda
di popolo furente. I carabinieri a
stento riuscivano a trarre il
miserabile in arresto e a toglierlo
dalla furia popolare», racconterà il
giorno dopo, listato a lutto, il
quotidiano La Lombardia.
Re Umberto, salito al trono da un
ventina d’anni e diventato per molti
«re Mitraglia» per avere appuntato
una medaglia al petto del generale
Bava Beccaris, a premio delle
cannonate sparate sulla folla di
Milano nel 1898, durante i giorni
della cosiddetta «protesta dello
stomaco», moriva non ancora
sessantenne: «L’indomani della sua
morte l’Italia dette uno spettacolo
indescrivibile. Agli italiani parve
che un delitto di empietà si fosse
sacrilegamente consumato. Come se
tutti si fossero sentiti colpevoli,
gareggiavano di esagerazioni a
purgarsi del delitto. Il suo regno legò
il nome ai tre avvenimenti più
disgraziati che abbiano colpito
l’Italia risorta: gli scandali bancari,
Adua e le repressioni di maggio, ma
la sua morte pietosa favorì lo scopo
degli storiografi cortigiani, che non
mancano mai di scoprire ogni specie
di virtù nei re defunti»,[4] scriverà
dieci anni dopo Arturo Labriola,
mentre nel secondo dopoguerra
Gaetano Salvemini aggiungerà sulla
rivista Guerra e Pace che «negli
ultimi anni del suo regno Umberto I si
era messo a fare il tiranno nel
significato classico della parola: stati
d’assedio nel 1894, stati d’assedio
nel 1898, leggi eccezionali del
generale Pelloux. Ecco perché la
memoria di Gaetano Bresci è rimasta
circondata da un’aureola di simpatia
e gratitudine nella coscienza di molti
italiani, anche non anarchici. La
grande maggioranza del paese trovò
che Umberto quella palla di revolver
non l’aveva rubata». Prima di Bresci,
e prima di Acciarito, aveva provato a
farlo fuori nel 1878 un cuoco di
Salvia di Lucania, Giovanni
Passannante. «Viva la repubblica
universale! Viva Orsini!» si era
messo a urlare a Napoli tentando di
colpirlo con un coltello. Stava
espiando la propria colpa nello
stesso manicomio dov’era stato
rinchiuso Acciarito, ma prima era
marcito a lungo nel durissimo
penitenziario di Portoferraio: «È
costretto a vivere in una minuscola
cella sotto il livello del mare, priva
di luce e di latrina, il suo corpo ha
perso tutti i peli, è gonfiato, emette di
tanto in tanto un grido lacerante che
lascia inorriditi i pescatori
dell’isola», avevano denunciato su
Critica Sociale, dopo avergli fatto
visita, il deputato socialista Agostino
Bertani e la giornalista Anna Maria
Mozzoni, riuscendo alla fine a farlo
trasferire.
Gaetano Bresci invece, guardato a
vista da due guardie, attendeva
«impassibile e torvo» il suo destino
in una cella non molto distante dal
Pantheon dove proseguiva senza
sosta il pellegrinaggio alla tomba del
re. Appariva un ragazzo prestante,
curato nel vestire, che nella sua Prato
ricordavano come un ottimo operaio
parecchio capace con le donne. Un
duro colpo alle teorie lombrosiane:
«Non ho mai visto un anarchico che
non sia segnato o zoppo, o gobbo, o
con la faccia asimmetrica»,
sosteneva in quei giorni sulla Rivista
di Psichiatria Forense il giudice
Spingardi, che Lombroso copriva di
elogi «per i tanti materiali che mi ha
fornito per il mio studio». A chi con
tanta insistenza lo interrogava, Bresci
rispondeva di avere agito da solo,
senza nessun complice, negando la
teoria del complotto. Intanto però
aveva messo nei guai un bel po’ di
persone: l’operaio trentino Antonio
Laner e il barbiere anarchico di
Capoliveri Nicola Quintavalle, con i
quali si era intrattenuto durante la
traversata; Luigi Granotti, detto il
Biondino, di Sagliano Micca, con il
quale Bresci si era incontrato anche
dopo lo sbarco, a Monza e a Milano;
inoltre due ragazze, Teresa Brugnoli,
una parente del cognato con cui
aveva intrecciato una relazione
durante la permanenza in Italia, ed
Emma Quazza, una biellese non
ancora ventenne anche lei sulla nave.
Tutti trasformati dal regicidio in
presunti complici e perciò incarcerati
e torchiati: «È di carattere chiuso,
riservato e poco socievole, la sua
abitazione è frequentata dagli affiliati
ai partiti sovversivi, ma non risulta
sia in corrispondenza epistolare con
individui della setta anarchica nel
regno o all’estero. È emigrata in
America da cinque anni dove fa la
tessitrice», scrissero i carabinieri a
proposito della Quazza, rinchiusa
nelle prigioni di Milano.
Anche la comunità italiana di
Paterson si ritrovò improvvisamente
sotto la lente d’ingrandimento di
poliziotti e giornalisti. Il New York
Times aprendo un’inchiesta scoprì
che su diecimila italiani residenti,
che erano cominciati ad arrivare
intorno al 1880 quasi tutti provenienti
dalle zone tessili di Prato, Biella,
Como e Vercelli, un quarto si
dichiarava anarchico: «Non
conoscono il presidente degli Stati
Uniti, ma sanno tutto sui vari Caserio,
Angiolillo e Luccheni», rimasero un
po’ sconcertati i cronisti. Erano nate
case editrici, giornali spesso
composti gratuitamente nel loro
giorno di festa da tipografi impiegati
in altri giornali, si organizzavano
corsi serali per chi non sapeva
leggere e scrivere. Gaetano Bresci,
che in città era arrivato nel 1897
occupandosi subito in un setificio,
aveva assistito agli spettacoli che
Ciancabilla amava organizzare; visto
Pietro Gori esibirsi come attore in
una commedia intitolata Primo
maggio; ascoltato un’affollatissima
conferenza dello stesso Gori che,
insieme con Francesco Saverio
Merlino – altro avvocato diventato
celebre per aver difeso da
giovanissimo Errico Malatesta, Carlo
Cafiero, Napoleone Papini e gli altri
componenti della cosiddetta banda
del Matese al processo di Benevento
del 1878 –, parlava di socialismo
libertario tuonando contro Turati e la
Kuliscioff. Una sera era arrivata una
bella donna di origini lituane
chiamata Emma Goldman a incitare
alla lotta non soltanto contro i
padroni, ma anche per affermare
sempre più il dovere di impegnarsi
nella società per l’emancipazione
femminile: «La storia ci insegna che
ogni classe oppressa ha ottenuto la
sua liberazione dagli sfruttatori
soltanto grazie alle proprie forze. È
dunque necessario che la donna
apprenda questa lezione
comprendendo che la sua libertà si
realizzerà nella misura in cui avrà la
forza di realizzarla. Per quanto mi
riguarda, sappiate che se mai mi
capiterà d’innamorarmi di un uomo,
mi darò a lui senza ricorrere alla
benedizione del rabbino o della
legge, e quando l’amore finirà me ne
andrò senza chiedere il permesso a
nessuno», aveva concluso tra gli
applausi.[5]
Frequentando il circolo Diritto
all’Esistenza che si riuniva ogni
mercoledì, Gaetano Bresci aveva
conosciuto fra i tanti anche una
giovane ragazza originaria di Valle
Superiore Mosso, Biella. Si
chiamava Ernestina Cravello e a
Paterson era giunta da qualche anno a
rimorchio dei fratelli più grandi
Antonio e Vittorio. La sera del 2
agosto, in un’assemblea alla miniera
abbandonata vicino alla stazione di
Shaner, dopo avere sentito Giuseppe
Ciancabilla argomentare per circa
un’ora sostenendo che «l’attentato
porta finalmente a un’opera di
chiarificazione interna allo
schieramento anarchico liberandolo
dalle tempre fiacche e inutili», prese
la parola per dire con semplicità ciò
che sentiva nel suo cuore: «Siamo
tutti anarchici e molti di noi ebbero
la fortuna e l’onore di conoscere
Gaetano Bresci, che è uno di noi. Ma
chi di noi sapeva che Bresci si
accingeva a uccidere questo re
allorché lasciò Paterson? Nessuno lo
sapeva. Noi non abbiamo mai
progettato di uccidere re Umberto,
ma siamo lieti che Bresci lo abbia
fatto!» Si scatenò il tripudio e subito
dopo il finimondo: la licenziarono
dagli opifici Paragon, l’accusarono
di essere addirittura la mandante:
«Certo che sono amica di Bresci, gli
voglio bene. Ma non c’è nessun
complotto, solo lo veneriamo per il
sacrificio che ha fatto», ribadì
qualche giorno dopo al commissario
Trimble, rifiutandosi in quanto
anarchica di prestare giuramento e
presentandosi all’interrogatorio con
un appariscente vestito rosso e
un’effigie di Bresci all’occhiello
della giacca. «Paterson anarchists
quiet. Ernestine Cravello refuses to
seek retirement», titolava il 5 agosto
il New York Times. E nella
corrispondenza si leggeva: «La
musica degli anarchici locali è molto
cambiata negli ultimi giorni. Ora
sanno che gli agenti dei servizi
segreti sono al lavoro. Gente che
lunedì, martedì e mercoledì parlava
inglese piuttosto fluentemente, ora
non capisce una parola d’inglese.
Ernestina Cravello è ancora a
Paterson e dice che non intende
andare via. Suo fratello ha fatto il
possibile per portarla fuori città, ma
lei rifiuta. Dice che rimarrà qui a
cercare lavoro. Ha annunciato oggi di
avere rotto il suo fidanzamento
ufficiale per dedicare la sua vita alla
causa dell’anarchia. Sembra
diventare isterica sull’argomento».

[1] Francesco De Luca, Prigioni e


processi: una pagina di storia siciliana,
Giannotta, Catania 1907.
[2] Adamo Mancini, Memorie di un
rivoluzionario, Coop. Tip. Paolo
Galeati, Imola 1914.
[3] Arrigo Petacco, L’anarchico che
venne dall’America, Mondadori, Milano
1969.
[4] Arturo Labriola, Storia di dieci anni,
1899-1909, Il Viandante, Milano 1910.
[5] Emma Goldman, Autobiografia.
Vivendo la mia vita, vol. II (1900-1907),
La Salamandra, Milano 1981.
Ernestina

Novara, 31 dicembre 1900

Mi pregio comunicare a codesto


Ministero le notizie che ho potuto
finora raccogliere sulla famiglia
Cravello. La Ernesta – non Teresa –
abitante in Paterson, è infatti
anarchica militante e propagandista
attivissima, tanto che colà è chiamata
«la regina degli anarchici». Suo
padre, Giacomo Cravello, morì; sua
madre, Fiorina Elisabetta, è tuttora in
Valle Superiore Mosso e vive
facendo l’ambulante. Un suo fratello,
storpio, che fa il sarto, ed una sua
sorella che attende alle faccende
domestiche, vivono con la madre e
non si occupano di politica.
La Cravello Ernesta, nata il 28 di
luglio 1880, non dimostrava ingegno
svegliato, anzi, in confronto alle sue
coetanee era piuttosto tarda. Percorse
tutte le cinque classi elementari e
all’età di quindici anni, e cioè il 13
ottobre 1895, partì alla volta di
Paterson, avendo due fratelli
ammogliati, Vittorio di anni ventisette
socialista in New York; Antonio,
anarchico in Pensylvania. Di
quest’ultimo si ricorda ancora nel
suo paese natale il linguaggio
violento e l’aria truce. La Ernesta è
tessitrice in una filatoria di Paterson,
da dove scrive periodicamente alla
madre sua. Le scrisse anche nei
giorni in cui avvenne il regicidio,
relativamente al quale sembra che sia
stata interrogata da quelle autorità di
polizia e da informatori di giornali.
Leggasi una sua intervista sul «New
York Journal» del 1° agosto ultimo.
La madre sua, donna ignorante,
accusa i giornali di calunniare sua
figlia e si propone di scriverle per
indurla a ritornare in Italia.
Sono in corso pratiche per
raccogliere altre notizie che mi farò
premura di comunicare a codesto
Ministero appena mi saranno
pervenute.
Il Prefetto
Nella

Milano, 7 giugno 1902

Nata a Lodi il 2 luglio 1873, qui


residente, riscuote buona fama, è di
carattere altero, discretamente
educata, molto intelligente e
abbastanza colta. Ha la patente di
maestra di grado superiore e come
tale insegnò dal 1892 al 1897 a
Maslianico e a Cocquio da dove si
licenziò per divergenze con il
Municipio. Non ha titoli accademici.
È lavoratrice fiacca e ritrae i mezzi
di sostentamento dal lavoro o
altrimenti ricorrendo alla madre o
alla sorella Fede, pure maestra.
Fa vita ritirata, ma ama la
compagnia di affiliati a partiti
sovversivi. Nei suoi doveri verso la
famiglia si comporta mediocremente
essendo stata causa di dispiaceri
specialmente per avere nel maggio
1898 qui tentato di suicidarsi ed
avendo sempre preferito vivere
lontana dai suoi.
Non consta abbia coperto cariche
amministrative o politiche. È
anarchica convinta e
precedentemente appartenne al
partito socialista tenendosi in
corrispondenza con l’onorevole
Trampolini, col Dellavalle Carlo, col
Luzzani Giò di Lodi, col quale anzi
ebbe una lunga relazione amorosa, ed
altri.
Per la sua cultura e intelligenza si è
acquistata una certa influenza sugli
affiliati alla setta anarchica,
limitatamente però nel Regno e più
precisamente a Milano. È qui in
relazione con i principali settari e col
cieco Gavilli Giovanni da Firenze,
ma non risulta appartenga o abbia
appartenuto ad associazioni di sorta.
È collaboratrice della rivista
letteraria «La vita internazionale»,
del giornale socialista «Sorgete!» di
Lodi ove ultimamente venne
pubblicato un articolo pro anarchici,
e fa parte della redazione del
giornale anarchico che qui si
pubblica «Il Grido della Folla». È
abbonata ai giornali «La Lotta» di
Milano e «L’Avanti!» di Roma e
riceve giornali e opuscoli
repubblicani, socialisti e anarchici.
È propagandista efficace e ne
ritrae discreto profitto nella classe
operaia. Sa tenere conferenze e ne
tenne nel febbraio 1898 al circolo
socialista di via Prina, sul lavoro
delle donne e dei fanciulli, ed in un
esercizio di Foro Bonaparte ai
ferrovieri, nonché in diverse epoche
a Lodi. Verso le autorità si mantiene
indifferente. Assiste a riunioni
socialiste e anarchiche e
specialmente ultimamente alle
conferenze del Gavilli.
Da poco si è stabilita in questa
città nella speranza di trovare
occupazione. Con sentenza 3 maggio
1898 del Tribunale di Varese fu
assolta per non provata reità dal
delitto d’ingiurie in riparazione di
altra sentenza di quella Pretura in
data 16 marzo stesso anno. Non fu
proposta per la giudiziale
ammonizione, né pel domicilio
coatto.
Il Prefetto
Clotilde

Napoli, 24 marzo 1905

È di cattiva condotta morale. Infatti,


oltre ad avere avuto un passato
abbastanza equivoco, è ora in illecita
relazione con l’anarchico Malagoli
Dionisio con cui convive e verso il
quale non si serba fedele essendo
facile a cedere e a prestarsi alle
altrui voglie.
Ha carattere vanitoso ed
intelligenza e cultura limitate non
avendo studi. Vive a carico del
Malagoli, che commercia salumi. È
in continua relazione con anarchici
che nella bottega del Malagoli hanno
uno dei punti di convegno.
È anarchica fanatizzata dai facili
successi che come donna le riesce di
procurarsi fra i correligionari. Non
ha però influenza che esca
dall’ordinario sebbene conosca e sia
in relazione con parecchi dei più noti
anarchici. Conosceva infatti ed era in
relazione col Ciancabilla. In sua casa
si recava ogni giorno il noto
anarchico Giovanni Gavilli
quand’era a Napoli. Essa
frequentemente andava a Pozzuoli a
trovare Calcagno Pietro che nel detto
Comune fu assegnato a domicilio
coatto. Ha conosciuto a Londra
Roberto D’Angiò che ha ora rivisto a
Napoli. E con tutti costoro e con altri
ancora è in relazione epistolare e dai
suoi conoscenti, residenti nel Regno
o all’estero, riceve numerosi
giornali, opuscoli e stampati
sovversivi che diffonde
clandestinamente.
Nel novembre 1904, abbandonato
Malagoli, partì per l’estero con
l’altro anarchico Giuseppe Di
Domizio di cui si era invaghita. Nel
marzo 1905 però, dopo essere stata a
Londra e in Scozia ed a Parigi e dopo
essere stata abbandonata dal Di
Domizio, capitò a Livorno ove sotto
il nome di Angeli Angela e di
Mallarini Angela tenne delle
conferenze private antimilitariste.
Perciò fu fermata e di là venne
rinviata con foglio di via
obbligatorio a Napoli dove si è
ricongiunta con il Malagoli.
Non risulta che sia mai appartenuta
ad associazioni né che abbia
collaborato coi giornali. Nelle
private riunioni di sovversivi, suole,
spesso, prendere la parola e
nonostante la deficiente cultura
ottiene successo perché, come donna,
le basta di ripetere abusati luoghi
comuni pieni di acredine e di
violenza per riscuotere il plauso dei
correligionari. Fa attiva propaganda
fra le persone che le capita di
avvicinare.
Verso le autorità serba contegno
apparentemente corretto, ma nei fatti
ostile e sprezzante. La Clotilde
Peani, se fosse uomo, non sarebbe
che uno zelante gregario
dell’anarchia. Come donna però
presenta maggiori pericoli non solo
per gli eccitamenti che tra la folla
può suscitare la sua presenza e la sua
audacia in occasione di pubbliche
riunioni e di pubblici disordini, ma
anche per la suggestione che può
esercitare su inesperti esaltati che
abbia occasione di avvicinare.
Va tenuta d’occhio con molta cura.

Il Delegato di Pubblica Sicurezza


Crudeli destini e liberi amori
sognando il sol dell’avvenire

Nel giugno del 1902 un gruppo di


italiani residenti a Paterson scriveva
ai giornali firmandosi «cittadini
onesti» per lamentare, «dacché
Umberto I fu vittima di un attentato
anarchico per mano di un suddito
italiano che ebbe per qualche tempo
residenza qui», di essere rimasti «per
più di un anno muti ascoltatori di
esagerate e ingiuste accuse fatte alla
colonia intera, inchinandosi allo
sfogo del dolore nazionale. Non è
tempo ormai che le malignità e le
calunnie contro di noi finiscano?» si
domandavano, invitando la stampa a
«porre l’argine della verità e la
verità è questa: gli italiani di
Paterson vivono di onesto lavoro e
sono degni di rispetto se non forse di
ammirazione».
Il clima di sospetto sulla numerosa
comunità anarchica là residente non
si era ancora diradato, ma fra le
continue visite della polizia ai circoli
e ai luoghi di ritrovo, Ersilia
Cavedagni ed Ernestina Cravello
erano nel frattempo diventate amiche.
Di quella ragazza piccola e bionda
che anagraficamente sarebbe potuta
essere sua figlia, Ersilia amava la
spontaneità e la passione che sapeva
mettere in tutte le cose, perciò aveva
deciso di coinvolgerla in un vecchio
progetto che le girava in testa: dare
vita a un giornale capace di fare
propaganda anarchica tra le donne.
«La Cravello dimora con il fratello
Vittorio, mentre la Cavedagni, amante
del noto Ciancabilla, è da ritenersi
anarchica pericolosissima», scriveva
l’11 settembre del 1903 il regio
consolato italiano di New York,
segnalando inoltre il ritorno a
Paterson di Emma Quazza, che la
Corte d’Appello di Milano aveva
assolto per insufficienza di prove
dall’accusa di complicità nel
regicidio: «È stata ricevuta quasi in
trionfo da alcuni anarchici, al punto
che anche i giornali americani
parlarono di lei. Dice di non essere
anarchica e di avere preso in odio il
Bresci da quando seppe del misfatto
da lui compiuto, da allora però è
rimasta in relazione con gli anarchici
di Paterson e deve ritenersi che
divida adesso le idee politiche di
costoro o simpatizzi con essi perché
si è prestata ad aiutarli nella loro
propaganda sovversiva prendendo
parte a spettacoli anarchici quali la
recita del dramma Senza patria di
Pietro Gori e altri consimili».
Il giornale tanto sognato da Ersilia
non vedrà mai luce per mancanza di
fondi. E lei si rimetterà di nuovo in
viaggio, destinazione San Francisco,
assieme al suo inseparabile
compagno, arrivato ai ferri corti con
Malatesta per la direzione de La
Questione Sociale. Pare che tra i
due, oltre a tante parole, fosse
scappato persino un proiettile che
aveva ferito Malatesta di striscio a
una gamba. In California Ciancabilla
ci arriva con un giornale appena
fondato, L’Aurora. È il suo nuovo
strumento di propaganda, il megafono
dal quale invocare e applaudire l’atto
individuale contro i simboli del
potere. Ma il destino mette fine a
ogni cosa. Il 16 settembre 1904
muore di tisi, a soli trentadue anni, in
un ospedale. I primi sintomi della
malattia, una tosse insistente e
qualche traccia di sangue sul
fazzoletto, si erano manifestati tre
anni prima, dopo l’arresto a
Springvalley, nel Minnesota, dov’era
scappato per non ritrovarsi coinvolto
nella repressione seguita
all’assassinio del presidente degli
Stati Uniti William McKinley,
avvenuto a Buffalo il 6 settembre
1901, durante l’inaugurazione della
fiera espositiva panamericana, per
mano di un anarchico di origine
polacca, Leon Czolgosz, deciso a
vendicare con due colpi di revolver
Gaetano Bresci, che il 22 maggio era
stato trovato impiccato nella sua
cella, ufficialmente suicida. In un
pacco di carta che secondo alcuni
testimoni lo stesso Czolgosz aveva
gettato in una fogna poco prima di
entrare in azione, i poliziotti avevano
trovato quello che definirono il
vademecum del perfetto anarchico:
«Un atto non dovrebbe mai essere
soggetto di discorsi ma dovrebbe
essere eseguito in silenzio. Bisogna
evitare la compagnia di tutte le
persone sospette e ricordare che chi
non è con noi è contro di noi. Dopo
progettato un atto, non si facciano
nuovi amici. In caso di arresto la
compostezza è essenziale e un
tentativo di resistenza non deve
essere fatto che quando offre
possibilità di riuscita», c’era scritto.
Emma Goldman, che aveva
conosciuto Czolgosz a Cleveland e
che dopo l’attentato era stata
arrestata per complicità, ma subito
scagionata, si era impegnata in tutti i
modi per cercare di evitargli la
condanna a morte: «Leon Czolgosz,
ed altri uomini del suo tipo, lontani
dall’essere creature depravate e dai
bassi istinti, sono in realtà esseri
supersensibili incapaci di resistere
alle grandi pressioni sociali. Ciò
porta loro a reagire in forme
violente, anche sacrificando la
propria vita, perché non possono
essere testimoni pacifici della
miseria e della sofferenza degli
esseri umani. Per tali atti si devono
incolpare i responsabili delle
ingiustizie».[1] Ma al termine di un
brevissimo processo durato appena
qualche ora, la sedia elettrica era
entrata in funzione nel penitenziario
di Aubun il 9 novembre 1901.
Durante tutto il loro periodo
americano, Ersilia Cavedagni e
Giuseppe Ciancabilla non avevano
smesso di inviare soldi agli anarchici
d’Italia. «Alla Posta andavano
accumulandosi sempre più i denari
che per opera specialmente di
Ciancabilla e di Ersilia Cavedagni,
generosamente affluivano a noi, a
sostegno della nostra battaglia, a
incoraggiamento della nostra
resistenza, a conforto dei nostri
sacrifici», dirà qualche anno dopo
Nella Giacomelli, che da Ciancabilla
riceveva anche parole appassionate:
«Niuno lo sa ch’io t’ami, eppur
vorrei gridare al mondo questa voce
che tumultua nel cuor tremendamente.
Ma niuno intender la potrebbe. Sei
così lontana tu, così lontana! Neppur
l’anima tua forse mi sente», si legge
in una lettera spedita da Chicago il 3
gennaio 1903. Nella in quel principio
di secolo si presentava come una
signora elegante dall’aria un po’
snob: «Sono timida e mi sento a
disagio tra la gente. Per questo ho
preso questa maschera altezzosa e
arcigna che mi rende tutt’altro che
simpatica», scrive di sé nel suo
diario. Una nota della prefettura di
Lodi la descrive come «una donna di
media statura, con i capelli castani,
gli occhi cerulei, di abbigliamento
decente e con sul viso segni di
vaiolo». Alle spalle ha una
adolescenza complicata, un padre
morto suicida e un rapporto
conflittuale con la madre: «La odio,
mi fa schifo, non la sopporto, non
l’ho mai amata. Una persona grigia
che ha sempre pensato solo ai soldi,
crudele al punto da bruciarmi tutti i
giornali socialisti che portavo a
casa», si sfoga nei suoi appunti di
ragazza. Non andavano molto meglio
i rapporti con la sorella Fede: «Lei
sentiva per la mamma una tenerezza
profonda, ne era succube e che bel
gioco per la mamma avere sottomano
un così morbido materasso su cui
sfogare le sue ire». Andarsene non
appena maggiorenne le era sembrato
inevitabile: «Feci il mio baule e mi
preparai a partire dopo l’ennesima
discussione. Cominciò ad insultarmi:
non ho fatto nulla per te? Non ho
sacrificato la mia vita? Meglio era se
ti avessi cresciuta ignorante e messa
a fare la sguattera! Mi strappò la
borsa di mano e alzò il braccio nel
gesto di colpirmi con essa. Feci un
balzo, le afferrai le mani, tremavo di
collera», ricorderà di quel giorno.
A Milano arrivava con in borsa il
libro sulla città che il giornalista
socialista Paolo Valera aveva scritto
una ventina d’anni prima: «Vi
condurremo nei luoghi più orridi e
spaventevoli, lasceremo dietro le
nostre spalle i sontuosi palazzi e le
vie superbe ove affluiscono il fasto e
l’opulenza per addentrarci in quelle
viuzze ove rigurgita la torma dei
pezzenti cui la società incivilita non
ha voluto e non vuole accettare nel
proprio grembo. Seguiremo questi
centomila infortunati, questi martiri
di ogni ingiustizia sociale, là ove
riposano, là ove trafficano, là ove
mangiano, là ove digiunano, là ove
amoreggiano».[2] Ma non sarà questa
la Milano che Nella incontrerà.
Entrerà in un bel palazzo di piazzale
Oberdan come istitutrice dei sei figli
di Ettore Molinari, uno stimato
professore di chimica nato a
Cremona, laureatosi al Politecnico di
Zurigo e fresco di cattedra alla
Bocconi. Si era specializzato in acidi
grassi, raion ed esplosivi, era stato
per qualche anno direttore chimico
del Lanificio Rossi di Schio e aveva
da poco dato alle stampe un Trattato
di chimica generale ed applicata
all’industria che pareva godere di un
discreto successo, vista la richiesta
di traduzioni in inglese, francese,
tedesco e spagnolo. Politicamente,
era stato socialista a tal punto da
volerlo rimarcare nel giorno del suo
matrimonio: «Ettore Molinari ed
Elena Delgrossi, quali uomini e
quindi esseri socievoli, quali
socialisti e quindi ribelli ai
pregiudizi sociali, si uniscono in
matrimonio per combinare le loro
attività e convergerle al
raggiungimento di un ideale
umanitario, il socialismo, essendo
esso la vera sintesi morale e
materiale della vita umana», si legge
nelle partecipazioni. Poi, durante un
soggiorno a Londra, l’incontro con
Kropotkin e Malatesta che lo
convinceranno a preferire l’anarchia
e a dare alle stampe un opuscolo,
Guerra all’oppressore, nel quale
fornisce istruzioni pratiche sulla
fabbricazione di esplosivi.
Nella si trovò di fronte un uomo
non ancora quarantenne, alto, dalla
barba folta, gli occhialini tondi e
d’oro, che pretendeva per i suoi figli,
quattro maschi e due femmine il più
grande dei quali aveva dieci anni,
una educazione che fosse rigorosa,
ma nel contempo ricca di principi
libertari. Lei aveva deciso di essere
refrattaria all’amore: «Diffidavo
degli uomini, non avevo più curiosità
per la vita troppo triste e ingiusta. Mi
interessava spendere tutta la mia
forza d’animo e l’intelletto nella
propaganda per le idee socialiste».
Profondamente delusa da una
relazione da poco conclusa con
Oberdan Gigli, un ragioniere
ventenne «dalle passioni malsane»,
«Bambino! Tu non mi scrivi più, tu
mi hai abbandonata. Io l’ho sentito la
sera in cui ti lasciai, ed è per questo
che le mie mani non si volevano
staccare da te», gli aveva scritto
disperata nel gennaio del 1903 prima
di tentare il suicidio. Invece di
quell’uomo nuovo che entrava nella
sua vita finì presto con l’innamorarsi:
«Sto per diventare la donna di un
uomo che ha moglie e figli»
confesserà proprio a Oberdan Gigli.
Un amore naturalmente libero:
«Perché sono contraria
all’indissolubilità e alle costrizioni
dell’amore obbligatorio, autoritario e
legalizzato». Era il 1904, Milano
sembrava bruciare. Ogni giorno
scioperi sempre più massicci e
violenti bloccavano la città. Il 10
maggio, durante uno sciopero
generale che i socialisti avrebbero
voluto di ventiquattr’ore ore e gli
anarchici a oltranza, un anarchico di
nome Angelo Galli era stato ucciso a
coltellate dal custode dello
stabilimento Macchi e Passoni in via
Carlo Farini perché aveva cercato di
entrare per controllare che non ci
fossero operai al lavoro; un altro suo
compagno, Luigi Gerosa, era rimasto
gravemente ferito. Non erano solo
rivendicazioni economiche delle
prime neonate organizzazioni
sindacali, ma protesta politica:
«Milano operaia offriva un aspetto
indimenticabile. Servizi pubblici,
stampe, officine, commercio,
dappertutto il lavoro era sospeso.
Alla stampa di tutte le gradazioni,
compresa quella democratica, era
posto il bavaglio, unico mezzo per
impedirle di mentire almeno per
qualche giorno», ricorderà Arturo
Labriola nel suo Storia di dieci anni.
Nella Giacomelli ed Ettore Molinari
si ritrovarono a essere fra i
protagonisti dell’anarchismo
milanese: «Agitarsi ed agitare in tutti
i modi ed in tutti i luoghi, nelle strade
come nel comizio, nell’osteria come
nell’officina, in caserma come nelle
camere del lavoro, ovunque vi siano
degli esseri che hanno un cervello
per pensare», scrivevano usando gli
pseudonimi di Ireos, Petit Jardin o
Epifane sul Grido della Folla o La
Protesta Umana, giornali che
avevano contribuito a fondare. E
sempre privilegiando la scelta
individualista: «Tutti gli atti
individuali che paralizzano l’opera
dello Stato devono essere
incoraggiati. Tutti i danni che si
possono arrecare alle aziende
borghesi devono formare l’arma
formidabile che costringerà in tutti i
sensi la borghesia sino ad atterrarla.
Solo in questo modo cesserà presto
questa infame società che sfrutta e
affama centinaia di migliaia di
uomini per procurare la ricchezza e
l’ozio a poche migliaia di
privilegiati», ribadivano in un
opuscolo intitolato Verso l’anarchia.
«Ettore e Nella erano
intelligentissimi, ma quanto diversi
da me! La mia anarchia è agli
antipodi dalla loro!» dirà anni dopo
Luigi Fabbri, classe 1877, di
Fabriano, maestro elementare, uno
degli uomini di punta
dell’anarchismo italiano. E sua figlia
Luce, ricostruendone la vita in un
libro intitolato Luigi Fabbri. Storia
di un uomo libero, li fa rivivere in un
suo ricordo d’infanzia: «Li rivedo
ancora, in visita nella nostra casa di
Corticella, lui severo e riservato, lei
alta, o per lo meno alta ai miei occhi,
vestita elegantemente di nero, tutti e
due già maturi. Non parlarono molto
con noi bambini, ma moltissimo con
il babbo, che dopo o forse anche
prima, ma solo dopo averli
conosciuti ne ho fissato il ricordo, ne
parlava spesso designando Nella con
il suo pseudonimo di Petit Jardin, che
per me, che cominciavo a studiare il
francese, aveva un fascino speciale».
[3]
La sconfitta militare di Adua del
1896, costata quasi diecimila morti,
aveva costretto Crispi alle dimissioni
e l’Italia era ridiventata giolittiana,
ma il nuovo corso non pareva aver
cambiato le sorti dei tantissimi
anarchici costretti al domicilio coatto
sulle isole di Ponza, Ventotene,
Ustica, Pantelleria: i morti, si erano
definiti con una buona dose di ironia.
I socialisti avevano proposto una
serie di candidature protesta per
consentire ad alcuni di loro una via
d’uscita, e il dibattito all’interno del
movimento anarchico si era fatto
serrato: «Se di qui si dovrà uscire
inchinando una bandiera che non sia
la nostra, se la liberazione dovrà
essere subordinata ad una
transazione, se ci dovessimo
vergognare, se dovessimo tornare
diminuiti, monchi, transfughi dopo
aver bruciato ad idoli che ripudiano
gli incensi di una adorazione
bugiarda, meglio restare», aveva
reagito da Pantelleria il vercellese
Luigi Galleani, riuscendo poco dopo
a fuggire verso Malta, la Tunisia, poi
l’Egitto, dove era stato nuovamente
arrestato in seguito al regicidio
compiuto da Bresci, ma non
estradato, potendo così riparare a
Londra e infine in America, a
sostituire Ciancabilla alla guida de
La Questione Sociale. Più
possibilista verso quella mano tesa
dal partito fratello era Francesco
Saverio Merlino, già da tempo
biografato dalla prefettura di Napoli:
«Si rivelò, fin da fanciullo, di
carattere irrequieto, ma tenace e di
mente svegliata. Nel ’70 egli, ancor
giovinetto, apprese con entusiasmo
che moti convulsionarii si erano,
d’un tratto, manifestati nelle viscere
del corpo sociale, dopo,
specialmente, che l’Internazionale,
lasciata l’Inghilterra, era comparsa
nella Francia in forma ufficiale con
un giorno di regno. E il Merlino, che
allora attendeva agli studi classici,
non tardò ad infatuarsi di quelle
teorie utopistiche, ond’è che sui
postulati dell’Internazionale basò la
sua cultura politicosociale. Conseguì
poi nella università di Napoli la
laurea in giurisprudenza e si dette
all’esercizio della professione
legale, diventando l’avvocato
grazioso degli affiliati alla setta
anarchica, nella quale non tardò a
mostrare apertamente di avere fede
di apostolo; e sia per il suo carattere,
sia per i suoi entusiasmi giovanili,
sia per la sua cultura ordinata e
completa divenne tosto il capo degli
internazionalisti-anarchici di
Napoli». Merlino sosteneva sul
Messaggero che «combattendo ad
oltranza, come abbiamo fatto, il
parlamentarismo, ci si sia data la
zappa sui piedi perché abbiamo
contribuito a creare questa orribile
indifferenza del pubblico per il
sistema parlamentare, non solo, ma
anche per le libertà costituzionali, sì
che il governo ha potuto impunemente
violarle senza che un grido di
protesta si sia levato dai figli di
coloro che dettero la vita per
conquistarle». Malatesta gli
rispondeva da Londra, dispiaciuto di
dover polemizzare con un vecchio
amico: «Ma noi siamo avversari del
parlamentarismo perché crediamo
che il socialismo debba e possa solo
realizzarsi mediante la libera
federazione delle associazioni di
produzione e di consumo, e che
qualsiasi governo, quello
parlamentare compreso, non solo è
impotente a risolvere la questione
sociale e armonizzare e soddisfare
gli interessi di tutti, ma costituisce
per se stesso una classe privilegiata
con idee, passioni e interessi contrari
a quelli del popolo che ha modo di
opprimere con le forze del popolo
stesso». Ettore e Nella,
collezionando l’ennesima denuncia
«per avere fatto pubblicamente
l’apologia di fatti previsti dalla legge
come delitti contro lo Stato e l’ordine
pubblico, per avere incitato all’odio
fra le sue classi sociali in modo
pericoloso per la pubblica
tranquillità», rincararono la dose sul
loro giornale: «La Protesta Umana,
che anche questa settimana è stata
sequestrata, raccomanda a tutti gli
operai che sono stanchi di essere
turlupinati dai politicanti di non
votare! I gesuiti rossi, che dopo il
’98 furono liberati dal carcere per
opera di popolo e di rivoluzionari,
oggi hanno dimenticato le centinaia
di condannati politici, scioperanti,
antimilitaristi e anarchici che
soffrono nelle patrie galere. Al
silenzio di questi vili e rinnegati che
tengono bordone alla forca e alla
loro fiera elettorale, rispondete
fischiandoli».
Scampare alla scure della censura
e dei sequestri preventivi pareva
impossibile: «Era il tempo in cui
essere trovato in possesso d’un
foglio anarchico bastava a
giustificare un arresto, e l’essere noto
come fattorino, ad esempio del Grido
della folla, voleva dire essere
braccato come un bufalo selvaggio. I
giornali subivano continuamente il
sequestro, cioè l’immediata confisca
delle copie. L’ostinazione nostra di
conquistarci il diritto di propaganda
era pari a quello dell’autorità di
sopprimerci», racconta Nella,[4] che
preferiva occuparsi
dell’amministrazione del giornale
affidandone la direzione, per 90 lire
al mese, a Giovanni Gavilli, un
fiorentino quarantenne quasi cieco fin
dall’infanzia per via di una
congiuntivite infettiva. Era approdato
a Milano dopo cinque anni di confino
a Pantelleria, aveva una laurea in
lettere, un violoncello che sapeva
suonare divinamente e un quaderno
che riempiva di poesie: «Terra non
vidi mai, né mar, né cielo / canto gli
orrori di quel tetro nulla / che
l’anima mi trasse in caldo e in gelo /
e fe’ mia vita più che verno brulla».
Prima di diventare anarchico era
stato repubblicano e massone, e i
rapporti di polizia lo segnalavano
spesso a Napoli nel retrobottega
della salumeria di Dionisio
Malagoli, un tizio originario di
Soliera, provincia di Modena, classe
1859, già condannato per
associazione di malfattori e oltraggio
alla forza pubblica: «Egli appartiene
al gruppo degli anarchici ed è stato
anzi uno dei più noti caporioni. Ha
dimorato per qualche anno a Milano
e nel luglio 1888 fu il depositario
della bandiera e delle carte di quel
circolo socialista», l’aveva schedato
la prefettura, segnalandolo inoltre
come oratore ai comizi popolari
dove «insiste sulla propaganda
diretta alla rivoluzione sociale
risultando tra i principali sobillatori
della folla incitandola al disordine».
Il suo negozio era da tempo uno dei
principali ritrovi dell’anarchia
napoletana, molto attiva in quegli
anni, soprattutto nelle lotte per la
casa che nei rioni popolari
opponevano migliaia di inquilini alla
Società Risanamento Napoli,
costituita nel 1888 con il compito di
ricostruire la città partendo proprio
dai rioni più poveri e degradati che
erano stati falcidiati dall’epidemia di
colera di qualche anno prima.
Oltre a Giovanni Gavilli ci
passavano anche Roberto D’Angiò, il
foggiano amico di Angiolillo che si
guadagnava da vivere dando lezioni
di francese; Francesco Cacozza, un
calabrese dipendente delle ferrovie
arrivato a Napoli per lavoro,
incarcerato anni addietro «per
cospirazione contro lo Stato» e
grande amico di Francesco Saverio
Merlino con il quale aveva fondato
un giornale, Il Grido del Popolo;
Umberto Vanguardia, un giovane
senza fissa dimora che preoccupava
molto la polizia perché in una lettera
alla madre aveva scritto di voler
diventare «un santissimo Caserio»;
Ciro Petrucci, un ex socialista
protagonista nel 1903 di una feroce
rivolta a Torre Annunziata che si era
conclusa con cinque vittime;
Giuseppe Di Domizio, detto il
professore, un uomo alto, con piccoli
baffi neri e occhi scuri, sempre
elegante e con un fratello presunto
camorrista come croce. «Fece parte
del gruppo qui organizzato dal noto
Giovanni Gavilli, ma ora che questo
gruppo si è dichiarato per
l’intransigenza assoluta, adottando il
sistema astensionista in materia
elettorale, egli con pochi altri si è
staccato dai compagni per costituire
un gruppo di cosiddetti libertari,
anarchici cioè più temprati che
ammettono l’organizzazione e la lotta
per la conquista dei pubblici poteri
anche per mezzo delle elezioni»,
aveva scritto di lui la Questura di
Napoli nel dicembre del 1901. E poi
Luigi Felicò, il più vecchio del
gruppo, nato a Gaeta nel 1844, ma
arrivato presto a Napoli sulle orme
di Carlo Cafiero per organizzare la
sezione italiana della Lega
Internazionale dei Lavoratori: il solo
che poteva vantarsi di avere
conosciuto e frequentato Michail
Bakunin nel periodo in cui, dopo
essere fuggito dal confino in Siberia
e approdato in Italia, si era stabilito a
Napoli diventando presto una specie
di mito. Era il biennio 1865-67 e di
quel manipolo di cospiratori, sempre
al centro di ogni vera o presunta
trama rivoluzionaria, Felicò amava
ricordare anche Zoe Obolenskaja,
una giovane e ricca principessa russa
ultraradicale che dei sogni di rivolta
di Bakunin era stata la principale
finanziatrice.
Fra i tanti uomini che si
radunavano a cospirare in quel
retrobottega, anche una donna.
Clotilde Peani era arrivata a Napoli
per amore di Malagoli, che aveva
conosciuto a Milano durante un
comizio contro l’intervento militare
in Libia. Bassa di statura, grassoccia,
capelli e occhi castani, «di colorito
roseo e aspetto piacente», aveva
trent’anni e nelle mani un mestiere di
sartina imparato nell’adolescenza per
volere della madre Angela. Certi
giorni lasciava il negozio per recarsi
a Pozzuoli dove andava a trovare
Pietro Calcagno, un vecchio amico
cinquantenne di Fontanetto Po che si
stava lentamente spegnendo
all’ospedale al termine di una vita
costellata di anni di carcere, fame,
disoccupazione e fughe all’estero,
con l’aggravante di una tubercolosi
contratta in giovane età.[5] Un giorno
di novembre del 1904 la prefettura di
Napoli la segnalò partita per l’estero
con un nuovo amante: «Giuseppe Di
Domizio da alcuni giorni si è
allontanato da Napoli e dalle
indagini fatte è risultato che egli
risieda attualmente a Parigi, donde
poi pare avesse intenzione di recarsi
a Marsiglia a prendere imbarco per
l’America. Egli è in compagnia della
correligionaria Peani Margherita
Clotilde, la quale conviveva qui con
l’altro anarchico Dionisio Malagoli,
che ora ha allontanato per darsi al Di
Domizio». Finirono invece in
Inghilterra, nella Londra di Pëtr
Kropotkin, di Rudolf Rocker e della
sua compagna Milly Witkop; dei
comizi pubblici in St. James Hall; dei
quartieri poveri figli del pauperismo
ancora uguali a quelli che trent’anni
prima avevano fatto inorridire il
pittore Giuseppe De Nittis al punto
da fargli scrivere sui Taccuini che
«nessun paese come Londra mi ha
mai svelato il sottosuolo di sfacelo e
di degrado della condizione umana»,
[6] e convinto il suo amico e
concittadino Carlo Cafiero a mollare
la prospettiva paterna di una brillante
carriera da ambasciatore per
dedicare tutto se stesso all’ideale
della rivoluzione sociale: «A chi
dunque appartengono gli affamati, i
cenciosi, i ladri, le prostitute di
Londra? (…) A chi la miriade di
miserabili sortita dall’East End in
occasione della memorabile
dimostrazione per la tassa sugli
zolfanelli? A chi, diteci, o savi
gazzettieri, a chi appartengono quei
sgraziati proletari che a cominciar
dallo scorso inverno, difettando di
lavoro, venivano da voi, con crudele
cinismo, consigliati a recarsi in
Australia dove oltre al vantaggio di
diventare possessori di terre,
avrebbero trovato quello di fare due
estati di seguito?»[7]
Clotilde Peani e Giuseppe di
Domizio vennero notati nel gennaio
del 1905 da un informatore «ad un
meeting di sovversivi ebrei tenuto in
Whitechapel». Lui si spacciava per
un certo Venazzi, dottore in filosofia
all’università di Roma, e parlando
dal palco aveva portato l’adesione
degli anarchici italiani all’iniziativa.
Era stato visto confabulare a lungo
con Emidio Recchioni, un anarchico
quarantenne di Russi, nel ravennate,
considerato «un perfetto
cospiratore», trasferitosi da poco
nella capitale inglese dove si
guadagnava da vivere facendo il
rappresentante di vini e di carbone; e
con Mario Tedeschi, un altro italiano
anarcoide e socialista che a Londra
gestiva una pensione. Lo stesso
confidente si diceva inoltre certo che
Giuseppe Di Domizio fosse l’autore
«di un manifesto apologetico di
Bresci di una violenza inusitata» che
proprio in quei giorni, a ridosso
dell’anniversario del regicidio di
Monza, era stato sequestrato in
diverse città italiane e in Svizzera.
Due mesi dopo, al principio della
primavera, Di Domizio veniva dato
in partenza per New York.

[1] Goldman, Autobiografia. Vivendo la


mia vita cit.
[2] Paolo Valera, Milano sconosciuta, C.
Bignami e C., Milano 1879.
[3] Luce Fabbri, Luigi Fabbri. Storia
d’un uomo libero, BFS, Pisa 1996.
[4] Epifane e Ireos, Un triste caso di
libellismo anarchico, Tip. Enrico
Zerboni, Milano 1909.
[5] Pietro Calcagno, Verso l’esilio:
memorie di un anarchico confinato in
Valsesia alla fine dell’Ottocento,
Contemporanea, Milano 1976.
[6] Giuseppe De Nittis, Taccuino 1870-
1884, Leonardo da Vinci, Bari 1964.
[7] Pier Carlo Masini, Cafiero, Rizzoli,
Milano 1974.
Clotilde

Livorno, 10 marzo 1905

Per opportuna notizia di codesto


Onorevole Ministero, pregiami
riferire all’Eccellenza Vostra, che il
3 corrente, in seguito a notizia giunta
alla questura locale che, verso
Collesalvetti, Pisa, s’erano avviati
diversi dei più noti anarchici di
Livorno, fra cui Corsani Augusto di
Primo, anarchico biografato,
segnalato al Ministero, si trovò
opportuno inviare per premurose
indagini sul luogo, questo delegato di
Pubblica Sicurezza signor De Falco
Filippo, che constatò come gli
anarchici vi si fossero colà portati
per raggiungere una sedicente
Mallarini Angela, loro compagna di
fede, che nei giorni precedenti era
stata qui invitata e che, ad invito dei
socialisti di Collesalvetti, erasi colà
diretta per tenervi una conferenza di
propaganda con spiccato tono
anticlericale.
La detta donna ritornò a Livorno
accompagnata dal Funzionario e fu
identificata per Peani Clotilde
Margherita, fu Giacomo, nota
anarchica reduce da Londra e diretta
a Napoli. Essa poi ebbe a dichiarare
di essere qui giunta in seguito a
trattative epistolari corse tra di lei e
il Corsani Augusto allorquando si
trovava a Londra, avendo da lui
avuto affidamento che qui avrebbe
trovato lavoro in qualità di sarta.
La Peani qui frequentò, nei pochi
giorni di sua permanenza, con una
certa assiduità il circolo Germinal e
consta vi tenne discorsi antimilitaristi
ai quali assistette pure una sera un
soldato, vestito in borghese.
Risultò pure che essa, a Londra,
era in relazione col noto Di Domizio
Giuseppe e che mantiene sempre le
sue idee anarchiche di cui è più che
mai informata. Essa ora fa
professione di fede antimilitarista ed
infatti fu rinvenuta in possesso di un
opuscolo francese dal titolo «Le
manual du soldat», edito a Parigi.
La Peani è ieri partita alla volta di
Napoli munita di foglio di via
obbligatorio a presentarsi a quella
Questura alla quale venne segnalata
ed intende riunirsi al noto Malagoli
Dionisio.
Il signor Prefetto di Pisa fu
adeguatamente informato per quanto
lo poteva interessare.

Il Prefetto
Maria R.

Milano, 22 febbraio 1907

Riscuote discreta fama nel pubblico,


è di carattere docile, educata, di
svegliata intelligenza e di non
comune cultura. È occupata come
commessa di studio e vi attende
abbastanza assiduamente
concorrendo con quanto ne ricava
alle spese di famiglia. Allorché si
sposò col Corradi nel febbraio 1906,
ebbe in dote lire 25 mila che il
marito investì in società al noto
Walter Mocchi, nel commercio di
compravendita di automobili, ma gli
affari andarono in breve a male e ne
derivò la perdita di quasi tutto il
capitale sociale.
Frequenta la compagnia dei
socialisti e ben si comporta nei suoi
doveri di moglie, non le furono mai
affidate cariche amministrative o
politiche. È ascritta al partito
socialista e non consta che
precedentemente facesse parte di
altri partiti; la sua influenza politica è
limitata alla città di Milano, è in
corrispondenza coi più noti socialisti
d’Italia e di Polonia. Nel 1904 si
stabilì in Milano, proveniente da
Roma ove aveva preso dimora
abbandonando la Polonia.
È segretaria di questa unione degli
impiegati e commessi di aziende
private ed è socia della locale
federazione socialista. Collabora in
giornali esteri e specialmente in
quello polacco «Marzod» di
Kratovo; manda pure corrispondenze
a «L’Avanti!» di Roma e fa parte
della redazione di questo periodico
settimanale sindacalista «La lotta di
classe» del quale è anche gerente
come lo è del giornale quindicinale
antimilitarista «Rompete le file» che
ha testé intrapreso la sua
pubblicazione a Milano.
Riceve e spedisce giornali ed
opuscoli sovversivi ed altre
pubblicazioni e stampe d’indole
antimilitarista. È attiva nella
propaganda e con profitto, specie tra
le operaie e commesse di studio.
Spesso fu delegata a rappresentare il
suo partito in congressi socialisti.
Verso le autorità serba contegno
indifferente. Fece parte del comitato
di agitazione pro vittime politiche del
1898. Nella occasione dello sciopero
generale del settembre 1904,
pubblicò un articolo che ne faceva
l’apologia sul giornale «L’Unione»,
articolo che fu incriminato ed essa ne
riportò condanna.
Rappresentò questa camera del
lavoro al congresso delle camere del
lavoro tenutosi a Genova nel gennaio
1905, del quale poi fu eletta
segretaria.
Nel dicembre 1906 fu eletta nel
comitato di agitazione «pro Ferrer e
Nachens» [Nakens, N.d.R.] arrestati
in seguito all’attentato di Madrid. È
immancabile alle riunioni ed alle
manifestazioni pubbliche promosse
dai partiti sovversivi.
Non fu mai proposta per la
giudiziale ammonizione, né pel
domicilio coatto. Con sentenza del
tribunale di Milano 10 gennaio 1905
fu condannata a mesi tre e giorni 22
di reclusione per l’articolo
incriminato comparso sul numero 4
del giornale «L’Unione».

Il Prefetto
Ernestina

Novara, 1° giugno 1908

La nominata Cravello Ernesta fu


Giacomo e di Fiorina Elisabetta, nata
il 28 luglio 1880 a Valle Superiore
Mosso, trovasi a Tollegno da circa
15 giorni con Ferro Paolo Gaspare
Antonio, di Augusto e di Coppa
Antonia, nato a Tollegno il 12 giugno
1879, tessitore, che fa passare per
proprio marito mentre non
risulterebbe con lui coniugata.
Essi provenivano da Valle
Superiore Mosso, reduci da Paterson.
I medesimi abitano a Tollegno presso
i genitori del Ferro e credesi che il
loro ritorno in patria abbia per scopo
di visitare i parenti.
Sarà esercitata la debita e oculata
vigilanza onde segnalare subito ogni
loro mossa degna di nota.
Il Prefetto
Nella

New York, 19 giugno 1908

Per opportuna conoscenza di codesto


Onorevole Ministero, mi pregio di
riferire che, giunta notizia
confidenziale, la nota anarchica
Nella Giacomelli dimorante a Milano
ha scritto una lettera all’anarchico
Cantoni Ernesto, noto a codesto
Ministero, nella quale, con parole
roventi, critica l’operato del Regio
Procuratore di Milano e delle
Autorità tutte di quella città, al
riguardo del giornale anarchico «La
Protesta Umana» edito a Milano, che
viene quasi tutte le settimane
sequestrato.
La detta anarchica, a mezzo del
Cantoni, chiede agli anarchici di qui
degli aiuti pecuniari per detto
giornale, e nello stesso tempo
domanda delle materie esplosive da
servire, secondo lei, ad una serie di
attentati contro le dette Autorità.
Lettere contenenti identiche
domande, secondo sempre il nostro
informatore, furono pure spedite da
altri anarchici residenti a Milano a
correligionari dimoranti negli stati di
Pennsylvania ed Illinois.
Questo Ufficio ha già vivamente
raccomandato agli informatori addetti
al servizio di sorveglianza sugli
anarchici residenti a New York ed
altrove, di stare bene attenti sulle
mosse e sulle gesta dei più noti
anarchici, e non mancherò di
segnalare a codesto Onorevole
Ministero tutto ciò che potrà essere
meritevole di attenzione.
Per ogni buon fine aggiungo che
l’individuo che all’occorrenza
potrebbe essere incaricato dagli
anarchici qui residenti a far
recapitare ai compagni d’Italia
materie esplosive od altro, sarebbe il
noto Carletti Galileo fu Pietro da
Ancona, il quale viaggia, in qualità di
fuochista, sul piroscafo «Cretic»
della White Star Line, che fa i viaggi
da Napoli a New York e viceversa.
Il Carletti infatti è quasi sempre
incaricato della consegna di opuscoli
e giornali stampati in America per i
compagni d’Italia. Pacchi che egli
usa quasi sempre consegnare a
Napoli ad un tal Malagoli, anarchico,
ed a Genova ai noti Tavani, Guelfi o
Giussani.

Il Regio Console Generale


Leda

Firenze, 4 agosto 1908

Riscuote in pubblico fama di persona


piuttosto libera nella condotta
morale, anche per i suoi principi di
libero amore. Ha intelligenza molto
svegliata e cultura superiore alla
media acquistata con la lettura
assidua e con l’assimilazione di libri,
opuscoli, riviste sociologiche. Ha
frequentato appena le scuole
elementari.
La Rafanelli, fin da giovanotta, ha
simpatizzato per le teorie socialiste,
diffondendole per mezzo di
pubblicazioni, di propaganda e di
conferenze. Le sue opinioni politiche
si sono venute man mano svolgendo
verso il sindacalismo e
successivamente verso le teorie
anarchiche che ora apertamente
professa.
Ha pubblicato qualche romanzo di
carattere sociale ispirato alla dottrina
comunista e anarchica e numerosi
opuscoli di propaganda
antimilitarista.
Nel 1904 promosse a Firenze un
Comitato pro vittime politiche,
composto dagli elementi più spinti
nelle diverse gradazioni dei partiti
sovversivi, allo scopo di promuovere
un’agitazione a favore dei condannati
nei moti rivoltosi del 1894 a Massa e
del 1898 a Figline Valdarno e a
Minervino Murge. Di tale Comitato
la Rafanelli fu la principale
sostenitrice per mezzo di comizi,
conferenze, pubblicazioni e
sottoscrizioni. Il Comitato stesso
ebbe per organo di propaganda il
periodico settimanale «La
Rivendicazione».
La Rafanelli è propagandista attiva
anche nel campo antimilitarista e
anticlericale e fu tra gli iniziatori a
Firenze del «Circolo anticlericale di
Porta al Prato», che raccoglie intorno
a sé gli elementi più spinti dei partiti
socialista e anarchico nella lotta per
la demolizione del principio
religioso.
È in corrispondenza con i più noti
agitatori sindacalisti e anarchici. Nel
maggio 1907 fu denunziata
dall’Autorità di Pubblica Sicurezza
di Fusignano (Ravenna) per reato di
eccitamento all’odio di classe, a
seguito della diffusione di alcuni suoi
opuscoli di propaganda
rivoluzionaria e antimilitarista, ma il
Giudice Istruttore presso il Tribunale
di Ravenna, con ordinanza 9 agosto
successivo, dichiarò non farsi luogo
a procedimento penale a suo carico.
Il Prefetto
Gli anarchici noi siamo di
Milano

Leda Rafanelli era nata a Pistoia il 4


luglio 1880, orgogliosa di avere
sangue arabo nelle vene «per via di
un mio nonno materno che era figlio
naturale di uno zingaro tunisino. Fin
da bambina ho rivelato le tendenze
orientali della mia anima e in
famiglia mi consideravano
stravagante perché amavo adornarmi
con collane di gemme brillanti e
reclamavo per le piccole orecchie
grandi cerchioni che mi davano
l’apparenza di una zingarella».[1]
Agli inizi del Novecento si
presentava come una donna esile, di
media statura, con i capelli neri folti
e ondulati, «di andatura svelta e
espressione fisionomica simpatica»,
precisava biografandola la prefettura
di Firenze. All’età di vent’anni,
vivendo per qualche mese con alcuni
famigliari ad Alessandria d’Egitto,
aveva conosciuto – in mezzo alla
folta comunità italiana anarchica e
socialista che frequentava il gruppo
della Baracca Rossa, fondato dallo
scrittore lucchese Enrico Pea –
l’uomo che il 24 maggio 1902
sarebbe diventato suo marito: Luigi
Polli, nato a Galluzzo, Firenze, nel
1870, capelli scuri lisci e lunghi,
baffi e barba rasa, che ad
Alessandria si era stabilito da
qualche anno per svolgere con molte
difficoltà il mestiere di libraio:
«Nell’opinione pubblica non riscuote
buona fama perché facile a contrarre
debiti e a non soddisfarli», aveva
scritto di lui la polizia. Dopo il
matrimonio, a Firenze avevano
avviato una casa editrice, la
Rafanelli-Polli, diventata in breve un
punto di riferimento per libri e
opuscoli anticlericali, antimilitaristi
e femministi come Le memorie di un
prete, Dopo lo sciopero, Donne
oneste, che Leda scriveva e Luigi
smerciava a un centesimo l’uno: «Il
Polli milita ora nel campo anarchico.
In una riunione di anarchici tenuta il
24 giugno per prendere deliberazioni
a cui dovrà uniformarsi l’azione di
partito, specialmente di fronte ai
postulati del recente congresso di
Roma, fu deciso tra l’altro di dare
incarico a Polli per l’acquisto a
Ginevra di opuscoli di cui dovrà
farsi a scopo di propaganda ampia
diffusione fra gli anarchici
fiorentini», annotava un informatore
nel 1907.
Due anni dopo la coppia è a
Milano. Leda è diventata quasi
famosa. Ha pubblicato un romanzo
intitolato Un sogno d’amore che ha
ricevuto parecchie lodi ed è stato
tradotto in spagnolo. Nel movimento
anarchico è sempre più stimata e
apprezzata, pare che a convincerla a
trasferirsi siano state le insistenze di
Ettore Molinari e Nella Giacomelli,
desiderosi di avere la sua penna al
servizio de La Protesta Umana.
Nella era furiosa. Dopo la rottura
con il Gavilli e la conseguente
chiusura de Il Grido della Folla, era
arrivata quella con l’uomo chiamato
a sostituirlo alla guida del nuovo
periodico, Paolo Schicchi, un
siciliano sanguigno e testardo;
vantava nel suo curriculum un
comizio anticlericale tenuto da
ragazzo sulle scalinate della chiesa
di Cefalù che gli era costato quasi il
linciaggio, e due bombe che avrebbe
pagato con dieci anni carcere: la
prima fatta esplodere a Palermo nel
1891 davanti a una caserma, la
seconda a Genova l’anno successivo,
davanti al consolato spagnolo. Al
giornale era durato appena qualche
mese, poi se n’era andato sbattendo
la porta, affidando tutto il suo
disgusto a un opuscolo intitolato La
degenerazione dell’anarchismo:
«Milano! La città secchiona per
eccellenza che tanto ha preso e nulla
ha mai dato né intellettualmente né
pecuniariamente. Sono venuto a
salvarvi da quel Gavilli che per me
altro non era che un agente della
questura e così mi trattate? Venite
ultimi nel movimento sociale e nel
dramma dell’anarchismo non siete
che comparse dell’ultima ora!»
Nella ed Ettore gli avevano
risposto pubblicando anche loro un
opuscolo, Un triste caso di
libellismo anarchico. Lo accusarono
di essere un violento, gli
rinfacciarono, «testimone il
compagno Malagoli di Napoli», un
vecchio episodio accaduto a Parigi
nel 1890 quando nel retrobottega di
un caffè, brandendo un coltello, si era
gettato come un forsennato contro un
compagno che lo contraddiceva:
«Noi anarchici di Milano abbiamo
avuto questa sventura di amare un
uomo attorno al quale da anni
brillava un’aureola di bontà e di
grandezza, di credere alla sua forza,
al suo ingegno, alla sua nobiltà, ma
ne siamo stati puniti con tutto il
rigore». E forse per sbollire la
rabbia, a un certo punto Nella aveva
deciso di andarsene per un po’ in
Francia, quasi al confine con il
Belgio, nelle Ardenne, dove ad
Aiglemont un parigino di nome
Fortuné Henry aveva fondato da
alcuni anni una colonia comunista
libertaria tentando di riproporre nel
cuore dell’Europa l’esperienza della
Colonia Cecilia, sorta nel 1890 in
Brasile nello stato del Paraná, tra
Curitiba e Palmeiras, per volontà di
Giovanni Rossi, un barbuto
agronomo e veterinario pisano che
alla testa di un piccolo gruppo di
emigranti si era imbarcato da Genova
per Rio cantando: «Ti lascio Italia
terra di ladri / coi miei compagni
vado in esilio / e tutti uniti a lavorare
/ formeremo la colonia social».
Tornata da Aiglemont, Nella
Giacomelli aveva raccontato quanto
aveva veduto in un libretto di una
quarantina di pagine intitolato Una
colonia libertaria nelle Ardenne:
«quattro piccole costruzioni in legno
adibite in parte ad abitazione, in
parte a officina e una bella palazzina
bianca a due piani che sorgono fra
bellezze inenarrabili, in solitarie
boscaglie dove nessuno arriva a
recare noia, neppure la polizia».
L’entusiasmo però lasciava presto
spazio a critiche: «Mentre la colonia
è stata fondata allo scopo di
dimostrare che gli uomini sono
capaci, allo stato di libertà, di
reggersi da soli, senza freno di leggi,
senza capi e senza autorità, nella
pratica occorre che gli uomini per
farne parte devono essere costituiti
nel tale e tale modo, dotati di tali
requisiti, di quelle tali virtù e qualità
speciali, di cui solo il suo fondatore
possiede l’elenco e il modello». Il
prefetto di Milano intanto scriveva il
13 luglio 1908 al ministero
dell’Interno per dire che non
sembravano «del tutto attendibili le
confidenziali notizie pervenute dal
Regio Console Generale d’Italia a
New York, circa la richiesta cioè di
esplodenti che la Giacomelli avrebbe
fatta al Cantoni Ernesto, residente a
New York». La ragione pareva
lampante: «Materie esplosive, quali
nella detta pretesa richiesta, possono
bene procurarsi, e certo con minori
difficoltà, in Svizzera ed anche in
Italia, pel fatto speciale che la
Giacomelli, convivente, com’è noto,
da lungo tempo col correligionario
Molinari Ettore, professore di
chimica, potrebbe a suo agio, senza
compromissioni e con le debite
cautele, fabbricarle in casa con le
istruzioni del Molinari». Il prefetto si
riservava tuttavia «di disporre
maggiore vigilanza»: «pure ammesso
che la Giacomelli abbia rivolto
effettivamente la ripetuta richiesta, si
sarebbe indotti a ritenere che l’abbia
fatta allo scopo di vieppiù
persuadere gli anarchici di America,
facendo loro credere che i compagni
di Milano non pensano di rimanere
inattivi per difendere il loro giornale,
ad inviare gli aiuti finanziari, dei
quali il giornale ha bisogno e senza i
quali, stante l’attuale deficit, sarebbe
costretto a sospendere od addirittura
a chiudere le pubblicazioni». In
effetti, le condizioni finanziarie erano
pessime. Per protestare contro
l’ennesimo sequestro de La Protesta
Umana che ne impediva la vendita e
quindi gli introiti lasciando inalterate
le spese, gli anarchici avevano
persino occupato per un momento il
Duomo domenica 17 maggio 1908:
«Perché se deve essere ritenuto
lecito sopprimere agli anarchici il
diritto di propagare il loro ideale,
che infine tende al trionfo di un
maggior bene umano e sociale, deve
essere giusto negare anche ai preti,
propagandisti di impostura, la libertà
di turlupinare le coscienze con
grottesche cerimonie», avevano
scritto sul loro volantino.
C’era andata anche Leda Rafanelli,
che aveva trovato una sistemazione
nella periferia milanese, a Greco, in
viale Monza. Una casa che
incuriosiva tutti quelli che entravano
per i tappeti e le stuoie, i divani
bassi, il braciere con l’incenso, le
iscrizioni coraniche appese alle
pareti. Si professava musulmana, ma
in salotto teneva un piccolo Buddha
in bronzo con un pietra preziosa sulla
fronte e al collo portava un ciondolo
con il segno dello Yin e dello Yang.
«Io so che il credere in una entità
superiore è privilegio degli arrivati,
degli illuminati, degli svegliati. Ma
io non farò mai propaganda religiosa,
sia pure mussulmana, alle folle
diseredate dei loro diritti sulla terra.
Non ne hanno bisogno, la loro vita
sembrerebbe la prova che, almeno
per loro, dio non esiste. È inutile
quindi fare balenare dinanzi ai loro
occhi il miraggio di una vita
ultraterrena, con lo scopo di far loro
sopportare in pace tutta la miseria, le
rinunzie di questa vita materiale. Del
resto a fare questa opera di
indebolimento rassegnato pensa
anche troppo il prete. Ma chi legge,
chi sa, chi comprende il cosmo,
l’eternità, l’infinito, la natura,
comprende dio. Dio entità, dio
essenza, non certo fatto a immagine e
somiglianza dei miseri e
imperfettissimi uomini», le piaceva
ripetere, certa che il suo pensiero non
fosse in contraddizione con l’ideale
anarchico: «I miei compagni sono
atei, e padroni di esserlo. Io sono
credente. In tutte le questioni sociali
siamo in armonia. A me non interessa
affatto che gli altri siano religiosi,
amo esserlo io. Del resto non sono
iscritta a nessun circolo, a nessuna
loggia. Sono individualista».[2] Non
tutti condividevano. Spesso erano
battute, risatine, qualcuno l’accusava
di essere fanatica. Non Nella: «Lei è
un’anima libera e irreligiosa, mi
critica aspramente e mi chiama
feticista, ma lo fa in mia presenza,
apertamente, perché mi vuole bene».
[3]
Luigi Polli si era impiegato presso
la Società Editoriale Milanese di
Sesto San Giovanni come commesso
viaggiatore. Il lavoro lo costringeva
spesso fuori: Boston, Buenos Aires,
la Svizzera, sempre vigilato dai
consolati e dalle prefetture. La storia
d’amore tra lui e Leda era
sostanzialmente finita, trasformata in
una affettuosa amicizia. A lei veniva
attribuita una relazione con Carlo
Carrà, pittore futurista che si era fatto
conoscere dipingendo i funerali
dell’anarchico Angelo Galli. Poi si
era invaghita di un altro toscano,
Giuseppe Monanni, un aretino di sei
anni più giovane che aveva
conosciuto tempo prima a Firenze
frequentando la rivista Vir, e che
aveva ritrovato a Milano: «Gode in
pubblico di mediocre fama, è di
carattere calmo, ha educazione
discreta, è intelligente, dotato di non
comune cultura benché, a quanto
consta, abbia frequentato soltanto le
cinque classi elementari. Esercisce in
via San Vito 41, ove pure abita, una
Libreria Editrice Sociale per la
pubblicazione e smercio di stampa
sovversiva. Fu qui per qualche tempo
uno dei redattori del giornale
anarchico La Protesta Umana che
cessò le pubblicazioni nel dicembre
u.s., ed ora collabora con i periodici
libertari La Rivolta e La Sciarpa
Nera. Fa propaganda delle sue teorie
con discreto profitto tra i giovani
operai. Partecipa attivamente alle
riunioni dei compagni, come ad ogni
pubblica o privata manifestazione dei
partiti sovversivi», diceva di lui la
prefettura milanese il 29 gennaio
1910. L’editoria è il loro mestiere e
fra mille difficoltà fatte di sequestri,
debiti e cambiali, sarà quello che
Leda e Monanni continueranno a fare.
Non solo i libri di Proudhon, di
Pietro Gori o di Kropotkin, ma anche
le opere di Stirner e di Nietzsche che
portavano parole nuove coniugando
uguaglianza e libertà, rivoluzione
collettiva e rivoluzione individuale.
Era stato Carlo Carrà a disegnare il
logo della casa editrice, una specie
di demoniaco volto ribelle con sotto
il motto «che solo amore e luce ha
per confine». Tra la casa editrice e le
molte riviste, tutte di chiara matrice
individualista, Leda trova anche il
tempo di mantenere viva la sua
passione per l’Oriente impegnandosi,
all’interno del fronte anticolonialista,
in un’attività di propaganda a
sostegno delle rivendicazioni dei
falascià, un gruppo etnico etiope di
religione ebraica perseguitato dal
governo e dalla chiesa copta. Il 1910
è anche l’anno in cui lei e Monanni
mettono al mondo l’unico figlio,
Marsilio, che Leda preferisce
chiamare Aini, in arabo «occhi
miei».
A Milano era arrivata da qualche
anno anche Maria Rygier, fuggita da
Roma e dal padre polacco, uno
scultore assai ricco. Nata a Cracovia
il 5 dicembre 1885, «alta 1.60, di
corporatura snella, capelli neri, occhi
neri, abbigliamento abituale dimesso
ma decente, porta occhiali», si era
sposata con Virginio Corradi, un
sindacalista socialista ben noto alla
prefettura: «Fa parte del circolo
socialista di via Paolo Sarpi,
composto di elementi rivoluzionari i
più scalmanati. È tra i più attivi
propagandisti e con profitto, specie
tra la classe operaia. Prese parte
attiva ai congressi socialisti di Imola
nel 1902, di Bologna e Brescia nel
1904 e a quello delle Camere del
lavoro e delle Federazioni di
resistenza tenutosi a Genova nello
scorso gennaio sostenendo in essi le
teorie più avanzate e proponendo
quale utile espediente la lotta di
classe e la violenza». Maria Rygier
si dichiarò anarchica a partire dal
1910. Prima, da socialista e da
sindacalista, aveva già collezionato
un bel po’ di condanne per
eccitamento all’odio di classe,
incitamento alla disobbedienza e alla
violazione del giuramento dei
militari, vilipendio dell’esercito,
oltraggio, violenza e resistenza alla
forza pubblica, grida sediziose,
istigazione e associazione a
delinquere. Una sera di agosto del
1909 a Rovigo, parlando di fronte a
cinquecento persone, era stata più
volte interrotta dal commissario di
pubblica sicurezza «perché con
linguaggio violento aveva incitato
all’odio di classe continuando a
profferire parole offensive contro
l’esercito e la bandiera nazionale», e
quando il commissario aveva
ordinato ai sensi di legge lo
scioglimento della riunione, lei
«incitando i presenti a non obbedire
pronunciò parole oltraggiose
indirizzate a funzionari ed agenti per
cui fu senz’altro tratta in arresto e
tradotta in carcere». In cella ci
restava qualche settimana, a volte
qualche mese. «Un trattamento più
umano s’impone per questa signora,
tanto più che trovasi ammalata di
tubercolosi», arrivavano in suo
soccorso in parlamento i deputati
socialisti e repubblicani, mentre la
sua fama valicava la frontiera:
«Maria Rygier è la più conosciuta
agitatrice rivoluzionaria, la
personalità più attiva della così
vivente fazione sindacalista del
socialismo italiano» l’aveva definita
su L’Humanitè la giornalista
militante Antonietta Sourge. Ogni
nuova riconquistata libertà era per lei
l’occasione per improvvisare un
comizio davanti ai suoi numerosi
sostenitori che andavano ad
acclamarla fuori di prigione, alla
stazione e persino sotto casa.
Difficile contenere la sua abilità
oratoria anche nei tribunali: «La
Rygier affermò in udienza con
vivacità di parola i suoi principi
antimilitaristi e rivoluzionari ai quali
questa donna fa completa dedizione
della sua vita», si legge nella cronaca
di un processo nel quale, in quanto
fondatrice del foglio Rompete le
righe!, doveva rispondere
dell’accusa di apologia al regicidio.
Qualche giornalista tentava di
tracciarne un profilo: «Parecchie
leggende circondano questa donna
che ha ora 26 anni, che è piuttosto
brutta, ma che appare molto
intelligente. Si è detto che sia
indifferente agli uomini, ma è una
leggenda perché quando venne
arrestata a Piacenza le furono
sequestrate lettere e telegrammi i
quali parrebbero affermare che la
giovane anarchica è tutt’altro che
indifferente agli amorosi sensi». Il
riferimento è a un episodio accaduto
la sera del 17 maggio 1911, quando
Maria Rygier aveva provocato
l'arresto di un treno e il capitano dei
carabinieri si era visto costretto a
telegrafare: «Anarchica Rygier Maria
partita da Milano treno 29 ore 20 e
15 nei pressi stazione Pontenure
(Piacenza) maneggiando bottiglia
contenente sostanze infiammabili
queste si accesero producendo
panico viaggiatori che fecero fermare
treno mentre Rygier portatasi nella
ritirata lasciava cadere la bottiglia.
Personale viaggiante accorso gettò
sulla linea bottiglia infiammata
facendo proseguire treno.
Capostazione Pontenure informato da
quello Bologna rinveniva i resti
bottiglia che consegnava Arma
Pontenure. Resti raccolti esaminati
tecnici questa direzione artiglieria
dichiararono trattasi non sostanze
esplodenti ma fosforo bianco
ordinario. La Rygier trattenuta
personale ferroviario fu dichiarata
arresto a Bologna. Essa mantienesi
negativa ed oggi per richiesta questo
Procuratore del Re sarà qui tradotta.
Dal complesso circostanze fin qui
raccolte pare debba escludersi idea
attentato». Al processo però l’accusa
aveva insistito. La Rygier,
presentatasi in aula «con un modesto
abito di cotonina a rigoni bianchi e
cenere, con il capo coperto da un
cappellino semplicissimo a forma di
piatto», doveva spiegare che cosa era
andata a fare qualche giorno prima in
Svizzera: «Ha tentato di fare incetta
di fosforo e potassio pare allo scopo
di un attentato contro il carcere di
Firenze o contro il tribunale di
Milano», aveva segnalato il
consolato di Lugano. Lei si era difesa
sostenendo che la bottiglia che aveva
preso fuoco altro non era che una
ricarica per la macchinetta
accendisigari e che la lettera che
aveva fatto in mille pezzi e gettato
dal finestrino all’arrivo dei
carabinieri era soltanto una lettera
amorosa ricevuta da un giovane
socialista di cui mai avrebbe voluto
rivelare l’identità.
Maria Rygier era andata
costruendosi la fama di donna
bizzarra e spesso un po’ isterica:
«Sempre smaniosa di mettersi nella
massima evidenza, segnatamente tra i
compagni di fede, e di far parlare il
più che le riesca possibile di sé»,
l’aveva definita il prefetto di Milano
in un rapporto del 6 ottobre 1909. Un
uomo navigato come Amilcare
Cipriani, classe 1844, che oltre a
essere stato garibaldino aveva
combattuto alla Comune di Parigi,
incontrandola nella capitale francese
l’aveva definita «pazza e assai
leggera», e un medico delle carceri
di Roma, visitandola dopo un arresto,
scriveva nel referto di «accessi
tonici e clinici con congestione
accentuata del volto e grida
periodiche simili a ululato. Uno stato
che talvolta dura anche mezza ora, la
lascia abbattuta, estenuata da
bisognare parecchio tempo per
riaversi». Lei sapeva di essere in
grado di seminare il panico ovunque
andasse. «Da quando qui è giunta la
sua presenza provoca notevole
agitazione tra gli elementi
rivoluzionari italiani residenti in
questa città», segnalava preoccupato
nel marzo 1911 il consolato italiano a
Parigi. Dopo essere stata tra le
animatrici dei circoli pro Francisco
Ferrer, l’anarchico promotore delle
scuole laiche in Spagna che
nonostante il grande movimento
internazionale in suo favore, alla
fine, accusato di essere fra i
protagonisti della semana trágica di
Barcellona, era stato fucilato nel
1909, Maria Rygier si stava
dedicando anima e corpo alla causa
di Augusto Masetti, un ragazzo di
Sala Bolognese che, chiamato a fare
il soldato e destinato a partire per la
Libia, «dove i nostri novelli eroi si
battono con ardore», scrivevano i
giornali, la mattina del 30 ottobre
1911 nella caserma Cialdini di
Bologna, radunato in fila e
sull’attenti con altri trecento soldati
ad ascoltare le parole degli ufficiali
che dal palco incitavano a mettere da
parte la famiglia, la fidanzata e gli
amici per difendere nient’altro che la
patria, a un certo punto aveva fatto
partire un colpo dal suo fucile
ferendo un tenente colonnello: «Viva
l’anarchia! Abbasso l’esercito!» si
era messo a gridare mentre lo
portavano via cercando di tappargli
la bocca. Il Resto del Carlino non
ebbe dubbi: «È un vile, un fellone, un
indegno traditore della Patria mentre
la Nazione tutta è unita in uno sforzo
di concordia, sacrificio e valore per
spingere la bandiera dell’Italia alla
vittoria in questa guerra necessaria».
E lui, per evitare il plotone di
esecuzione, aveva perso la memoria:
«Non ricordo, ho avuto come un
capogiro, non so cosa sia successo»,
ripeteva durante gli interrogatori.
«Augusto Masetti non è pazzo! Ha
compiuto uno straordinario atto di
coraggio contro la guerra e il
governo italiano non ha che due vie
d’uscita, o liberarlo definitivamente
o fucilarlo! E in quest’ultimo caso il
popolo saprà fare il suo dovere!»
s’infervorava la Rygier perorando la
sua causa in giro per l’Italia, spesso
insieme con Armando Borghi, un
trentenne di Castel Bolognese
sindacalista e fervente antimilitarista
che, come lei, aveva più volte
saggiato il carcere: «La campagna
pro Masetti prese in breve tempo
un’ampiezza improvvisa. Furono
mesi di attività e di preparazione
intensa. L’Avanti! aderì e vi dedicava
una rubrica quotidiana, l’Unione
Sindacale Italiana la secondava
energicamente e al suo congresso
nazionale di Milano, nel dicembre
1913, vi furono momenti di intensa
commozione quando nella seduta
inaugurale si omaggiò al soldato
ribelle», ricorderà anni dopo
scrivendo di quei giorni.[4]
La sera in cui Maria Rygier tiene la
conferenza a Milano la sala è
stracolma. Ci sono proprio tutti, Leda
e il suo compagno, Nella ed Ettore
Molinari, diventato da poco direttore
chimico del dinamitificio di Cengio.
«Pare abbia scoperto un liquido che
imbevuto in uno straccio opera in
modo da provocare là dove viene
gettato, e dopo brevissimo periodo
preparatorio, un incendio», è
preoccupatissima la prefettura.
In tasca Molinari ha una lettera di
Errico Malatesta appena arrivata da
Londra: «Carissimo Ettore, ho
intenzione di mettermi a prendere
parte attiva al movimento nostro in
Italia e un po’ più tardi,
possibilmente, tornare a stabilirmici.
Mi faresti perciò gran favore
dicendomi la tua opinione sulla
situazione e dandomi più particolari
che puoi. Io so di essere in torto con
te e con altri compagni di Milano per
il mio ostinato silenzio, ma spero che
mi saprai perdonare. Fra giorni
riceverai la visita di Francesco Cini
e quella di Benedetto Levi, un buon
compagno di Ancona ora stabilitosi a
Perugia. Ti abbraccio forte».
[1] Leda Rafanelli, Memorie di una
chiromante, a cura di Milva Maria
Cappellini, Nerosubianco, Cuneo 2010.
[2] Leda Rafanelli, Una donna e
Mussolini, Rizzoli, Milano 1946.
[3] Ibid.
[4] Armando Borghi, Mezzo secolo di
anarchia (1898-1945), Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli 1954.
Maria R.

Londra, 19 agosto 1913

L’anarchica Maria Rygier è giunta a


Londra e si è posta subito in rapporto
con gli anarchici più influenti. Essa il
giorno 9 corrente tenne una
conferenza al 9 di Manette Street sul
movimento anarchico degli stati
latini.
Parlando in francese, disse che lo
spirito rivoluzionario in Italia è
superiore a qualsiasi altro paese, ma
manca l’organizzazione. Quindi è
necessario che i propagandisti e gli
anarchici più in vista si adoperino
per convincere ed organizzare le
masse operaie affinché in un giorno
non lontano scoppi la rivoluzione per
poter abbattere l’odiata monarchia.
Aggiunse che l’ultimo sciopero di
Milano fu d’indole strettamente
politica, e rivoluzionario, e che si
volle dagli elementi rivoluzionari
fare una prova onde conoscere su
quali elementi si possa fare
assegnamento per organizzare e
disciplinare il movimento generale
futuro.
Finì col dire che presto in Italia si
avrà la repubblica, ed il movimento
rivoluzionario, che è latente,
scoppierà alla prima notizia di un
massacro dei nostri soldati in Africa.
Fece anche un accenno alla guerra
tripolina deplorando che il
proletariato non si sia ancora
ribellato, ed affermando che il
governo mosse guerra alla Turchia
per risvegliare il sentimento
nazionale del popolo italiano, onde
indebolire le file dei partiti
sovversivi e dilazionare la
rivoluzione.
Il 14 corrente la Maria Rygier
tenne un’altra conferenza in senso
antimilitarista, rivoluzionario e di
propaganda anarchica, al club
cooperativo dei cuochi e camerieri al
12 di Little Newport Street. Il 15
corrente partì per Parigi. Da Parigi la
Rygier si recherà in Svizzera e poi in
Italia.

Con la massima osservanza.


Il Commissario di P. S.
Nella

Milano, 4 maggio 1916

Mi pregio informare codesto


Onorevole Ministero che con mia
ordinanza del 30 aprile scorso coi
poteri di cui all’articolo II del Regio
Decreto 25 maggio 1915 n. 874, ho
munito di foglio di via obbligatorio
per Lodi, per urgenti motivi di
pubblica sicurezza, l’anarchica
biografata Giacomelli Nella fu
Paolo, nativa di Lodi e qui residente,
amante del noto anarchico schedato
prof. Ettore Molinari.
Da una lettera intercettata dalla
censura postale di Siena, firmata con
lo pseudonimo Ireos, la Giacomelli
risultava tra le più attive
propagandiste della progettata
manifestazione delle donne contro la
guerra in occasione del primo
maggio.
Intanto il giorno stesso in cui fu
emessa l’ordinanza, cioè il 30 aprile,
la Giacomelli veniva arrestata per
aver preso parte al tentativo di
dimostrazione in piazza del Duomo.
È stata denunciata quindi per
contravvenzione all’articolo 3 del
Regio Decreto legge 23 maggio
1915.
Contro la Giacomelli sono in corso
anche indagini per accertare la sua
responsabilità nella stampa e nella
diffusione del noto manifesto
clandestino per la dimostrazione del
primo maggio.
Anche questi fatti dimostrano come
non sia assolutamente prudente
l’ulteriore permanenza in questa città
della Giacomelli, negli attuali
momenti.

Il Commissario
Leda

Milano, 18 maggio 1916

Si interessa sempre al movimento del


partito ed è in relazione con i più noti
sovversivi. Da una lettera scritta
dalla nota anarchica Giacomelli
Nella ad un correligionario di Siena
ed intercettata da questo ufficio di
censura nella seconda decade del
decorso aprile, si rilevò essere qui
stato stampato un manifesto
clandestino ed essere diffuso a
Milano ed in altri centri per incitare
le donne ad organizzare una
manifestazione contro la guerra in
occasione del primo maggio.
E poiché nella lettera stessa si
accennava pure alla Rafanelli, a
carico di questa venne eseguita,
previa autorizzazione dell’Autorità
Giudiziaria, una perquisizione
domiciliare che ebbe però esito
negativo, ma viene essa in ogni modo
denunziata alla Procura per
l’eventuale responsabilità. Per mezzo
del sindaco di Greco Milanese,
chiese testé il passaporto per la
Francia, Svizzera ed America allo
scopo di seguire il marito Polli Luigi,
pure biografato come sovversivo e
viaggiatore della ditta Società
Editoriale Milanese di Sesto San
Giovanni. Passaporto per altro che
dati i precedenti suoi e le di lui
amicizie con sovversivi
antimilitaristi ultimamente rifugiatisi
in Svizzera per sottrarsi agli obblighi
militari, le venne, giusto parere anche
della Sottoprefettura di Monza e
della Delegazione di P. S. di Greco
Milanese, rifiutato. Il presente cenno
viene dalla locale Questura
comunicato a quella di Firenze.

Il Commissario
Maria R.

Marsiglia, 25 luglio 1916

Come è certamente noto a codesto


Onorevole Ministero, che autorizzò il
Questore di Genova a munirla di
passaporto per l’espatrio, la nota
rivoluzionaria Maria Rygier, in
Corradi, venne a Marsiglia il 22
corrente per tenere una conferenza a
beneficio dei bambini dei richiamati
italiani e dell’Opera Francese degli
orfanotrofi laici. Detta conferenza era
stata organizzata da tempo dal locale
Fascio interventista, italiano
beninteso, e dal Circolo
repubblicano Giovane Italia alla cui
testa è il noto Panzani Domenico,
intimo amico del mazziniano
rivoluzionario e intransigente Felice
Albani, ed il tema doveva limitarsi
alla rivendicazione del merito
spettante alle due democrazie,
italiana e francese, di avere saputo
mantenere il legame tra i due popoli
e spingere il nostro e i suoi
governanti alla guerra.
Questo, notasi, è ancora il concetto
dei nostri sovversivi interventisti di
Marsiglia che conservano in tutto uno
spirito troppo partigiano, troppo
settario, difetti che hanno nuociuto
persino al buon esito della
conferenza e soprattutto al buon esito
pecuniario. Animati dai loro
sentimenti di parte troppo ristretti, gli
organizzatori trascurarono di fare
appello all’intera colonia, alle
autorità, ed anzi, con un articolo
apparso sul «Provençal» del 22
andante, foggiato in qualche parte in
forma anche insolente verso le nostre
istituzioni dal redattore francese che
lo compilò, e ciò non di meno
censurato, cercarono di mettere in
luce il valore dell’oratrice
unicamente come una vittima del
governo italiano.
Non mi soffermo poiché la Rygier,
venuta qui con tutt’altro spirito e
programma dei suoi amici, ripetette,
ampliandola e migliorandola con
felici improvvisazioni patriottiche, le
parole da essa già pronunciate in
varie città d’Italia. L’oratrice parlò
dinanzi a scarso pubblico, non oltre
trecento persone, in massima parte di
poca levatura, e ciò per le ragioni su
esposte, e l’impressione generale di
quelli che la compresero nella sua
analisi fine e geniale e sempre
elevata, scevra da qualsiasi volgarità
ed accenni inopportuni ricca di scatti
pieni di sentimento e di idealità, fu
che il discorso era sprecato.
Aggiungo, per norma, che, come
tutte le manifestazioni franco-italiane
di Marsiglia, a quella per cui si
scrive, che era stata prospettata dalla
stampa come una grande
manifestazione del genere, le
associazioni francesi non erano
nemmeno rappresentate malgrado ciò
che dicono i resoconti dei giornali,
ad eccezione del senatore
Beauvisage, inviato dalla Lega
Latina, e da un consigliere
provinciale di Marsiglia, certo
Canevelli, il quale fece un goffo
discorso con le solite arie di
superiorità a protezione del popolo
francese verso il minor fratello
italiano e poi non assistette alla
conferenza perché impegnato altrove.
Stimo invece conveniente di
rilevare circa quanto ho appreso sui
veri convincimenti della Rygier nel
momento attuale per confidenze fatte
a qualcuno dei suoi intimi amici. È
fuori dubbio che essa è diventata una
mazziniana per principio e dottrina;
ma in fondo c’è tutta la stoffa di una
fervente nazionalista con delle
tendenze quasi reazionarie
inesplicabili se non si tenesse conto
del suo temperamento sempre
esaltato per cui essa abbraccia
un’idea spingendola e spingendosi
sempre agli estremi. Questo suo
nuovo atteggiamento ha lasciato
sorpresi ed anche disillusi i suoi
amici di qui, in maggioranza
repubblicani astensionisti e
rivoluzionari, dinanzi ai quali ha
esaltato la buona fede del Re ed i
meriti del governo, i quali non
avevano mai pensato, facendo la
temporanea rinuncia alle lotte di
partito durante il momento attuale per
sostenere con gli altri partiti d’ordine
la guerra democratica, di abdicare ai
loro principi di massima, al loro
divisamento di attiva propaganda in
un avvenire prossimo che anzi
ritengono favorevole al germoglio,
allo sviluppo e financo alla
attuazione delle loro idee e dei loro
programmi.
Giova difatti notare che questi
sovversivi, come ebbi a fare altre
volte presente, sono in relazione con
la frazione diciamo così, come la
chiama la Rygier, dei non
partecipanti, comprendente i
repubblicani astensionisti
rivoluzionari e mazziniani puri,
mentre la Rygier è nel partito
mazziniano nazionale che ha i suoi
esponenti anche al governo, prima
l’onorevole Barzilai, ora l’onorevole
Comandini, elemento più fattivo e
combattivo del PRI. A tale proposito
faccio presente che essa ha
dichiarato di avere rifiutato cariche o
mandati, perché ancora non
abbastanza ambientata nel nuovo
partito, ma che invece studierebbe e
lavorerebbe per divenire l’anello di
congiunzione fra le due fazioni
repubblicane.
Quindi nulla più di anarchia né di
socialismo nella Rygier, la quale non
nasconde anzi che disprezza gli
anarchici e compatisce i socialisti.
Però se questa donna, pel suo fervore
patriottico del momento (essa stessa
nella sua conferenza dice di avere
ritrovato la retta via), è divenuta ora
un elemento non solo non pericoloso
ma anzi sfruttabile a fini patriottici,
pronta a coadiuvare per cause di
buon ordine, come dice di avere già
fatto a Genova e a Bologna, anche le
autorità politiche di cui fu già la più
insofferente ribelle, non è da
illudersi che in tempi più o meno
prossimi, possa esplicare la sua
energia in un campo turbolento
qualunque, poiché ciò si confà troppo
coi suoi sentimenti esagerati, esaltati,
e col suo temperamento epilettoide.
La Rygier dunque è sempre quella
grande impulsiva di un tempo, è
sempre un elemento capace di
eccitare passioni, provocare atti
insani, sollevare masse e, dato il suo
temperamento nervoso, potrebbe da
un giorno all’altro, quando fatti nuovi
di orientamenti diversi la
conturbassero o la disilludessero,
riprendere la sua vita di agitatrice
con atteggiamenti della stessa
violenza che nel passato.
Forse un solo fatto potrebbe
evitare il ritorno di un elemento così
attivo al campo sovversivo e
rivoluzionario, e cioè il sentirsi bene
anche sotto il punto di vista morale
nel nuovo ambiente in cui ora si
trova, ottenendo sufficienti
soddisfazioni alla sua vanità e al suo
amor proprio che, come l’ingegno,
l’impulsività, la consapevolezza di
valere e la volontà di farsi valere,
non fanno in lei difetto.
La Rygier è ripartita ieri per
l’Italia, via Ventimiglia.
Col massimo ossequio.

Il Console Generale
Elena

Genova, 17 marzo 1919

Riscuote a Sampierdarena mediocre


fama per la sua condotta morale non
molto buona, convive separata dal
marito e in relazione con l’anarchico
Grassini Emilio. È di carattere
vivace e risoluto, ha scarsa
educazione. Possiede discreta
intelligenza ed ha frequentato le
scuole fino alla quinta elementare.
È piuttosto assidua al lavoro, ha
lavorato presso la ditta Ansaldo in
qualità di fattorina nei servizi
elettrici e trae i mezzi di
sostentamento dal suo lavoro.
Frequenta la compagnia di
anarchici ed in ispecie della maestra
Liguria Ramussi, amante del noto
anarchico Carletti. È iscritta alla
setta anarchica alla quale ha sempre
appartenuto. Presso la setta, per la
sua deficiente cultura ha poca
influenza, circoscritta al Comune di
Sampierdarena ove risiede.
Non risulta che abbia appartenuto
o appartenga ad alcuna associazione
sovversiva. Fa parte del fascio
anarchico ligure. Non ha collaborato
né è in grado di collaborare alla
redazione di giornali sovversivi e
non risulta che sia in corrispondenza
epistolare con correligionari di altri
paesi se si eccettua gli anarchici
Grassini Emilio suo amante e
Giuseppe Biancino attualmente ad
Albano d’Asti.
Legge giornali anarchici in vendita
nelle edicole di Sampierdarena. Non
ha tenuto né tiene conferenze e fino
ad ora non ha preso parte
apertamente a manifestazioni
sovversive, nei suoi discorsi però
cerca di fare propaganda spicciola
fra le operaie.
Non ha mai ricoperto cariche
politiche e amministrative e verso le
Autorità serba contegno indifferente.
Non fu mai proposta od assegnata al
domicilio coatto ed in questi atti non
ha precedenti penali. Non risulta che
abbia mai dimorato all’estero.

Il Prefetto
Virgilia

Bologna, 27 marzo 1919

La D’Andrea, tipo violento per


temperamento e volubile, riscuote
nell’opinione pubblica cattiva fama,
avendo sempre mantenuto una
condotta morale riprovevole. Fornita
di discreta intelligenza, educazione e
cultura, avendo compiuti gli studi
necessari per conseguire il diploma
di maestra elementare, si dedicò
dapprima all’insegnamento, dal quale
traeva i mezzi di sussistenza, ma
abbandonò poi la professione per
darsi completamente alla propaganda
sovversiva, che svolge con attività e
profitto essendo dotata di parola
facile.
Ascritta già al partito socialista
ufficiale, per conto del quale, in
seguito ad incarico ricevuto nei mesi
estivi del 1918 da parte
dell’avvocato Trozzi Mario, fece un
giro di propaganda nel territorio di
Sulmona e di Popoli, costituendo in
questa seconda località una sezione
socialista femminile, si è andata
successivamente evolvendo in senso
rivoluzionario passando da ultimo a
convivere more uxorio col noto
Borghi Armando, qui domiciliato,
che segue nelle peregrinazioni che
questi suol fare a scopo di
propaganda, trovando così modo di
mantenersi in continuo contatto cogli
elementi sovversivi delle città
dell’Italia centrale e spiegando a sua
volta, nel contempo, un’attività non
comune in ogni circostanza, sì da
appalesarsi elemento pericoloso in
linea politica.
Il 9 febbraio 1919 infatti, parlò a
nome degli anarchici romagnoli nel
comizio pubblico tenutosi in Ravenna
ad iniziativa di quella federazione
provinciale sindacalista, illustrando
l’attuale propaganda di agitazione del
partito contro tutti gli imperialismi,
per la sollecita smobilitazione, per
l’armistizio ed il ripristino delle
pubbliche libertà ed esprimendosi in
termini e forma abbastanza violenti.
Successivamente, il 23 febbraio
u.s. in un comizio tenutosi a Bologna
pro amnistia e per il ripristino delle
libertà pubbliche, ebbe a manifestare,
in modo ugualmente violento,
analoghi concetti.
Non consta che sia in
corrispondenza epistolare con
individui del partito nel Regno e
all’estero, dove non risulta che sia
mai stata. Non consta inoltre che
appartenga né che abbia appartenuto
ad associazioni di mutuo soccorso o
di altro genere, né che abbia
collaborato o collabori nella
redazione di giornali, né che
spedisca giornali o stampe
sovversive, mentre legge di solito
tutti i periodici di classe.
La sua propaganda, esercitata
principalmente con discorsi in comizi
pubblici e privati ai quali
intervengono proletari ed affiliati a
partiti avanzati, riesce efficace
sapendo essa trarre pretesto di ogni
circostanza per impressionare la
massa.
Verso le autorità mantiene un
contegno indifferente. Non ha, a
quanto è noto, riportato condanne, né
è stata mai proposta per
l’ammonizione, né per il domicilio
coatto.

Per il Prefetto
La guerra, un Lenin per
l’Italia
e una bomba in un teatro

«Non un uomo, non un centesimo per


il militarismo! Proclamazione dello
sciopero generale in caso di guerra e
boicottaggio internazionale delle
potenze belligeranti!» avevano
gridato gli anarchici nelle piazze e
sui giornali. Il fronte però a un certo
punto si era incrinato. E anche se,
come ha spiegato lo storico
dell’anarchismo Pier Carlo Masini,
«l’interventismo nel movimento
anarchico non fu un fenomeno, non fu
una corrente, non fu neppure il tema
di un dibattito o il termine di una
scissione, ma solo una serie di
sporadici e slegati casi personali,
qualcuno di rilievo e qualcun altro di
nessun rilievo», di certo fece
scalpore la presa di posizione di
Kropotkin. «Io considero che il
dovere di ognuno che ami l’ideale
progresso umano nel suo complesso,
e specialmente di quelli che sono
inscritti nel proletariato europeo
sotto il vessillo dell’associazione
internazionale dei lavoratori, sia di
unirsi con ogni forza, secondo le
singole capacità, per schiacciare
l’invasione dei teutoni nell’Europa
occidentale», aveva scritto dal suo
esilio londinese sul giornale La
Libertà, e si era attirato la piccata
risposta di Emma Goldman e tanti
altri: «Ci addolora molto il mutato
atteggiamento di Kropotkin. In quanto
a noi, la grande catastrofe europea
non ci toglie dal nostro posto nella
fraterna internazionale umana. Noi
condanniamo incondizionatamente
tutte le guerre capitaliste senza
cercare di difendere con sofismi
l’una o l’altra cricca di pirati».
L’Italia, nonostante la pace firmata
con i turchi nell’ottobre del 1912,
continuava a essere impantanata in
Libia in azioni di controguerriglia
con le popolazioni locali, soprattutto
in Cirenaica. Nell’agosto del 1914
Cesare Agostinelli, un anarchico di
Ancona fra i protagonisti, due mesi
prima, della settimana rossa che nel
nome dell’antimilitarismo aveva
incendiato le Marche e la Romagna,
da direttore del periodico Volontà
scriveva a Nella Giacomelli per
dirle: «Ho cestinato questa settimana
un altro lunghissimo articolo di
Renzo Provinciali più schifosamente
patriottico di quelli di Gioda e di
Gigli presi insieme. Hai letto
l’articolo di fondo della settimana
scorsa sul Libertario firmato dalla
Rygier? Se puoi procurartelo vedrai
anche quello che razza di roba è».
Da quando Gavrilo Princip aveva
ucciso a Sarajevo l’erede al trono
d’Austria Francesco Ferdinando,
Maria Rygier si era messa a parlare
di «Serbia sentinella del mondo
slavo», sognando, in chiave
antiaustriaca, una guerra liberatrice
capace grazie al popolo di spazzare
via anche la monarchia italiana: «Ciò
che noi vediamo intorno a noi non è
l’avvilimento e lo sgomento che
accoglie l’approssimarsi delle grandi
sventure collettive, non è la
disperazione, non è nemmeno la
tristezza; ma è invece l’ansia
coraggiosa e fidente di un primo
successo che dischiude gli animi a
nuove speranze», aveva scritto sul
Libertario, firmando poi un appello
che definiva la neutralità un abietto
egoismo nazionale: «Il predominio
dell’imperialismo tedesco
significherebbe il ritorno ad una
società militare e feudale, il nostro
dovere quindi è di opporci
risolutamente alle forze conservatrici
e moderatrici. Tutte le guerre di
liberazione sono le nostre guerre e
noi rispondiamo con entusiasmo e
con amore al doloroso richiamo della
Francia. Gli eventi incalzano, è l’ora
dell’azione!» Molti vecchi amici la
guardavano con diffidenza; Luigi
Fabbri per esempio, che di lei
conosceva anche il padre e che
l’aveva avuta come collaboratrice a
Il Pensiero apprezzandone la
stravagante impulsività, ora seguiva
con profonda amarezza quella che
considerava una inspiegabile
involuzione. Che ne era stato della
Maria Rygier che soltanto un anno
prima aveva commemorato Bresci a
Parigi e che nel 1912 era finita per
l’ennesima volta in carcere perché
accusata di complicità con Antonio
D’Alba, un muratore ventenne che a
Roma aveva attentato a Vittorio
Emanuele III? Si sapeva che dopo
aver denunciato il marito per
adulterio per averlo trovato a letto
con l’amante, si era trasferita per un
po’ a Roma a casa dell’anziano
padre, poi a Nizza: «Ha il suo
recapito abituale presso il giornale
Le petit Niçois. Sembra che una delle
ragioni della sua permanenza qui sia
la mancanza di denaro, attendendo
essa di riscuotere la rendita del
proprio patrimonio che in Polonia
ammonterebbe a circa un centinaio di
mila lire. Nel complesso fa vita
tranquilla e riservatissima, sovente in
compagnia dell’anarchico Libero
Tancredi il quale, scioltasi la
compagnia Mazzini, andò ad
arruolarsi nella legione straniera.
Confermo inoltre all’Eccellenza
Vostra che le voci diffuse dai giornali
circa le intenzioni della Rygier di
iscriversi tra le infermiere della
croce rossa francese corrispondono a
verità», informava il consolato il 27
ottobre 1914. Probabilmente si era
scordata anche del soldato Masetti,
che nel frattempo, evitata la
fucilazione grazie a una sentenza del
tribunale militare di Venezia che
giudicava il suo gesto «commesso in
un momento di morboso furore»,
aveva cominciato il suo peregrinare
da un manicomio all’altro: «Mia cara
Maria, io da lei ne ho avuto
abbastanza dell’aiuto della difesa ed
io le sarò sempre grato a lei e a tutti
quelli che si sono prestati per me», le
aveva scritto un giorno per
ringraziarla.[1]
«È terribile! Ciardi, Corridoni e
adesso anche la Rygier apologisti
della guerra! È un contagio che non
risparmia nessuno!» aveva
commentato un pomeriggio Benito
Mussolini a casa di Leda Rafanelli.
[2] Era allora direttore de L’Avanti!,
si dichiarava molto vicino agli
anarchici e lei aveva voluto
conoscerlo dopo averlo sentito
parlare a una commemorazione della
Comune di Parigi. Ne era nata una
frequentazione fatta di incontri tenuti
il più possibile nascosti. Mussolini
era già un uomo sposato con Rachele
Guidi, dalla quale nel 1910 aveva
avuto una figlia, Edda, e aveva una
relazione dal 1913 con Ida Dalser,
una trentina di Sopramonte, allora
provincia austriaca, conosciuta nel
1913 a Milano dove faceva
l’estetista. «Mi servono sensazioni
nuove che nemmeno l’amore sa
darmi. Ho bisogno di gloria, di
ricchezza, di novità, di tumulto»,
confidava Mussolini a Leda,
innamorandosi di lei ogni giorno di
più. Un amore non corrisposto,
seppure durante quei pomeriggi fra tè
e incensi Leda presentisse «il
pericolo, le conseguenze di un
momento di debolezza, l’influenza,
l’insidia della terribile ora
sessuale». Alla fine c’era scappato
un bacio sul pianerottolo, mai nulla
di più secondo Leda: «Scrivetemi su
carta non profumata, vi ho già detto
quale potere deleterio esercitino i
vostri profumi su di me», non si dava
pace Mussolini. Lettere buttate giù
quasi sempre nel cuore della notte
dopo la chiusura del giornale:
«Carissima Leda, da tre giorni non
mi scrivi. Perché? Lo indovino. Ti
credevo più forte, più umana. Finito
dunque? Già finito questo nostro
amore che sembrava meraviglioso?
Tu non puoi credere quanto questo
silenzio mi faccia soffrire. Scrivimi,
magari per maledirmi, ma scrivimi,
te ne scongiuro».[3]
Si videro per l’ultima volta ai
primi di ottobre del 1914 alla
redazione de L’Avanti! Quel giorno Il
Resto del Carlino pubblicava un
articolo di Libero Tancredi, al secolo
Massimo Rocca, anarchico torinese,
ex redattore del Grido della Folla e
da subito convinto interventista, che
accusava Mussolini di fare il doppio
gioco invitandolo a uscire allo
scoperto: «Tu sei l’unica persona
capace di avere un’opinione fra il
gruppo di piccoli uomini che oggi
dirige il partito socialista. Io ti
accuso di non aver saputo dare al
giornale che ora tu dirigi più di nome
che di fatto, una direttiva sicura, la
quale sarebbe forse stata erronea, ma
non avrebbe prodotto l’enorme
equivoco che oggi andate
consolidando a danno dello stesso
partito socialista, oltre che della
Nazione. Carte in tavola dunque. Ti
domando di finirla, anche perché la
gentaglia che ti darà il calcio dopo
averti usato, va dicendo che tu ti
adatti a tutto, pur di conservare lo
stipendio. Ti domando di porre un
termine all’equivoco scandaloso di
una protesta anti guerresca che
vorrebbe essere ideale e non lo è».
Leda si trovò di fronte un Mussolini
«bianco come un gesso e con gli
occhi fuori dalle orbite».[4] Non la
lasciò andare via se non dopo essersi
fatto promettere che mai l’avrebbe
giudicato, criticato, tradito,
qualunque cosa fosse successa.
Il giorno dopo L’Avanti! usciva
con in prima pagina la sua dura
replica: «Voi, o signori del Carlino,
che non avete avuto ragione a
rifiutare a Libero Tancredi la
pubblicazione della lettera ch’egli mi
ha diretta, avete ancor meno ragione,
io ritengo, di respingere questa mia
risposta anche se necessariamente
non molto breve. Carte in tavola
dunque e parole chiarissime. Sono
stato francofilo, nel senso politico e
sentimentale della parola, sino al
giorno del Patto di Londra. Oggi lo
sono ancora e non mi sono rimangiato
nulla caro contraddittore, ma mi
rifiuto di esaltare superficialmente la
guerra della Triplice come una guerra
rivoluzionaria democratica o
socialista secondo la volgare
corrente opinione dei circoli
massonici o riformisti. Quanto
all’intervento dell’Italia, è questione
da esaminare ormai da un punto di
vista puramente e semplicemente
nazionale. Reazione o rivoluzione
non c’entrano più. Ho detto e ripetuto
pubblicamente che l’Italia ufficiale è
imbottigliata, inchiodata nella sua
neutralità. Ho detto, ho scritto e
ripeto che l’Italia poteva fare la
politica della grande potenza ai primi
di agosto, stracciare il trattato della
Triplice Alleanza, unirsi alla Triplice
Intesa e con questo gruppo tentare la
buona o cattiva fortuna. Che cosa
rimane ora dell’acre ritorsione
tancrediana? Nulla o ben poco. Il
Tancredi è un anarchico-fenomeno,
un anarchico che esalta la guerra e
vorrebbe spingere l’Italia alla guerra.
Ora, se v’è qualcosa che comincia ad
essere un po’ ripugnante, è appunto
questo anarchismo che maschera le
sue inversioni intellettuali e politiche
sotto il pretesto comodo e simpatico
dell’eresia. Non è certo da siffatto
campione che io posso accogliere,
caso mai, l’imposizione di risolvere i
miei casi di coscienza. Il consiglio
deve partire da altre bocche e quanto
all’ora, la scelgo io!» Fu solo una
questione di giorni. La sua nuova
linea «di neutralità attiva e operante»
gli costò la cacciata dal giornale, poi
l’espulsione dal Partito socialista.
L’Italia entrò ufficialmente in
guerra il 23 maggio 1915: «Cittadini
e soldati! Siate un esercito solo! Ogni
viltà è tradimento, ogni discordia è
tradimento, ogni recriminazione è
tradimento!» aveva incitato i suoi
sudditi Vittorio Emanuele III. Amara,
Leda commentava che i giornalisti
avevano subito preso partito:
«Affilarono le penne, si affidarono a
inchiostri speciali per corrodere,
incidere, falsare la verità, per
ingannare il loro pubblico. E tolti i
pochi, nobili giornalisti dei fogli
indipendenti, militanti sotto le
bandiere perseguitate dalla legge dei
pavidi uomini d’ordine della
borghesia danarosa, tutti gli altri si
gettarono sulle loro scrivanie come
sopra ad un letto di postribolo per
rendervi ogni meandro della loro
intelligenza subdola e scaltra,
imbellettati d’ideale, di patriottismo,
di civiltà, in gara per mandare la
miglior parte dell’umanità al
macello, a vantaggio dei loro avidi
ventri, per riempire le loro capaci
tasche del denaro che pioveva da
ogni parte».[5]
Qualche settimana prima Luigi
Fabbri, dalla sua casa di Corticella,
aveva scritto a Nella: «Ho saputo che
se ci sarà la guerra ci acciufferanno.
Intanto qui sono guardato a vista e la
benemerita non perde d’occhio la
mia casa neppure di notte. Non ne
sono lieto certamente, ma che cosa ci
posso fare?» Anche lui, come la gran
parte degli anarchici, scelse l’esilio:
Svizzera e America soprattutto. Nella
e Leda invece si erano convinte che
solo le donne avrebbero potuto
fermare il conflitto. Perciò scrissero
e diffusero quel volantino che tanti
guai avrebbe causato loro: «Donne
d’Italia! Unitevi tutte al grido di
abbasso le armi! Madri, spose e
sorelle! Se l’amore che dite di
sentire per i vostri figli, per i vostri
mariti e per i vostri fratelli non è una
menzogna, se l’esistenza dei vostri
cari vi è veramente sacra, unitevi
tutte nel fatidico grido di Abbasso le
armi! Per l’umanità, per la civiltà,
per l’avvenire, sia unica la vostra
volontà e sia forte il vostro grido
affinché risuonando in ogni contrada
strappi al dolore muto ed alla
passiva rassegnazione tutte le
femminili energie e le sollevi
all’azione contro le barbarie
devastatrice. Su la tempesta di fuoco
e di sangue che imperversa senza
tregua da oltre venti mesi, sopra gli
urli dell’odio e della morte che
travolgono tante genti, sopra il rombo
micidiale e orrendo delle artiglierie
che mietono tante giovani e preziose
esistenze, risuoni alto e vibrante il
vostro grido generoso: giù le armi!
Viva la fratellanza umana!»
Era la fine di aprile del 1916 e
Nella Giacomelli pagò quel
volantino con due anni di confino:
«Rimpatriata a Lodi per sospetto di
propaganda pacifista, mi sono vista
costretta ad abbandonare la mia casa
ed i miei impegni professionali per
venire a risiedere in questa città che,
per aver lasciato da venticinque anni,
mi è del tutto estranea e non mi può
offrire alcun appoggio ed alcuna
risorsa in caso di bisogno», protestò
con il prefetto. L’inattività forzata
pareva sfibrarla. Quando in ottobre
Guerra di Classe le chiese un
articolo a commemorazione dei
martiri di Chicago, lei confessò tutta
la sua rabbiosa rassegnazione:
«Commemorare degli eroi? Per
l’esempio di chi? Di questa mandria
di schiavi genuflessa davanti a tutti
gli altari della menzogna e del
tradimento? Io credo che oggi, nel
trionfo bestiale delle forze nemiche e
nell’abuso spudorato che se ne fa
contro di noi, per il nostro
annientamento e la nostra
soppressione, contro ogni diritto e
ogni giustizia, non ci sia che una
preparazione: quella degli animi, per
la rivincita di domani.
Abbeveriamoci di fiele, amici,
nutriamoci di collera, perché per il
giorno che verrà si sappia essere
spietati ed insaziabili. Alleviamo lo
spirito alla vendetta, indurendolo
nello spettacolo feroce di questa
criminosa gazzarra di potenti in cui
tanto strazio si fa di ogni sentimento
umano ed impariamo ad odiare per
saper essere implacabili quando
suonerà la grande ora dei rendiconti.
Ed allora l’omaggio che renderemo a
tutti i nostri martiri, a tutti coloro che
consacrarono nella storia con il loro
eroismo l’eterna bellezza di un’idea,
sarà degno di loro riscattando molte
delle nostre debolezze, che forse
sono anche colpe».
A guerra finita si contarono più o
meno nove milioni di morti e circa
venti milioni di feriti: «Dalle trincee
si riversava tumultuosa e travolgente
un’alluvione umana, e irrompeva
contro il mondo che aveva voluto la
guerra, l’aveva esaltata e acclamata,
ne aveva goduto gli enormi profitti e
ora ostentava le sue nuove ricchezze
con la boria insolente del cafone
parvenu. Uomini che avevano
marcito per anni nel fango, nel
sangue, nella crudeltà e nel terrore,
tornavano a fare i conti con i
responsabili del loro soffrire», si
legge nell’autobiografia di Armando
Borghi,[6] diventato nel frattempo
leader dell’USI, il sindacato di
estrema sinistra fondato a Parma nel
1912. Scontando il confino tra le
montagne dell’Impruneta nel 1917
aveva conosciuto, grazie a un amico
comune, Virgilia D’Andrea, una
donna piccola, minuta, pallida, con i
capelli scuri e lisci, nata a Sulmona,
in provincia dell’Aquila, l’11
febbraio 1888: «Aveva le mie stesse
opinioni. Era una creatura di
eccezione. Conosceva la gioia di fare
il bene. Era cresciuta nel dolore, le
era morta presto la mamma; e subito
dopo il padre, risposatosi, fu
assassinato da un rivale in amore
quasi sotto gli occhi di lei e di un
fratellino. Aveva studiato in un
convento di monache. Era cresciuta
assetata di luce, di libertà, d’amore.
Diplomata maestra, completò i suoi
studi nella Università di Napoli, e si
dette all’insegnamento, maestrina del
popolo. Povera buona maestrina, che
era salita sulla cattedra con ancora le
trecce di fanciulla. Il terremoto di
Avezzano l’aveva lasciata in vita, ma
le era rimasto l’orrore della sventura
che piomba sulla miseria e
sull’abbandono. Aveva un’anima
gentile e dava colore e vita di poesia
e di pietà ad ogni cosa che le vivesse
accanto. Ci intendemmo e presto
fummo marito e moglie. Amore
libero dicevano taluni, come se
potesse esistere l’amore schiavo».[7]
Insieme, alla vigilia di Natale del
1919, furono tra i primi ad
abbracciare in una trattoria fuori
Genova Errico Malatesta, sbarcato a
Taranto dopo un lungo esilio forzato
a Londra. Fra i tanti che si erano
spesi per farlo tornare, anche colui
che aveva sostituito Mussolini alla
guida de L’Avanti!, Giacinto Menotti
Serrati, conosciuto in carcere:
«Pretendere di qualificare come
malfattore un sano idealista dalla
levatura morale di Malatesta è,
semplicemente, voler ridicolizzare la
giustizia italiana. Ci auguriamo che i
deputati, i quali fanno le leggi, e i
magistrati, che le applicano, vadano
un pochino a scuola di dirittura
politica e morale da questo vecchio
anarchico malfattore che ha
consacrato tutta la sua vita al proprio
ideale ed è uno dei più bei caratteri
della società contemporanea». Il
vecchio anarchico originario di Santa
Maria Capua Vetere aveva
sessantasei anni quasi tutti vissuti
pericolosamente e ancora molte idee
in testa: «È il tempo di lavorare in
grande scala. Eventi importanti,
decisivi, maturano in tutto il mondo e
noi dobbiamo metterci in posizione
di far sentire l’influenza e l’opera
nostra», ribadiva in ogni occasione.
Armando Borghi nutriva per lui la
stima e il rispetto che si deve a un
vecchio maestro e spesso si vantava
di essere scappato di casa a sedici
anni per andare a sentirlo a un
comizio ad Ancona. Per lui quel
ritorno era indispensabile: «Noi
volevamo Malatesta in Italia. Lo
volevamo non tanto per ragioni
sentimentali o per ragioni di rivalsa
contro il governo che lo aveva
escluso abilmente dall’amnistia del
dicembre 1914. Lo volevamo perché
era indubbio che la sua presenza
avrebbe portato un forte contributo di
idee, di consigli, di esperienza e di
prestigio alla lotta rivoluzionaria.
Egli avrebbe trovato in Italia
qualcuno dei suoi antichi ammiratori
diventati voltagabbana, come il
predappiese, ma vi avrebbe trovato
anche delle magnifiche folle di
simpatizzanti e molti compagni
militanti».[8] Virgilia, nonostante
trent’anni di differenza, ci entrò
subito in sintonia. Forse vedeva, in
quell’uomo canuto che parlava un
buon inglese e un italiano con
spiccate inflessioni dialettali, il
padre che aveva a malapena
conosciuto; e lui, leggendo le poesie
che lei amava scrivere fin da ragazza,
ricambiò l’affetto e la stima
definendola «la poetessa
dell’anarchia degna di prendere il
posto che ha lasciato vuoto il nostro
Pietro Gori», scomparso ormai da
quasi un decennio per l’acutizzarsi di
una malattia respiratoria che lo
tormentava da tempo: «Io sono
dannato ormai ad essere un naufrago
della vita vera in questa mia
sconsolata zuffa con le insidie del
male», aveva confidato un paio di
anni prima di morire a Nella
Giacomelli.
Malatesta e Virgilia D’Andrea
cementarono la loro amicizia
dividendo a Milano una provvisoria
sistemazione presso la sede
sindacale dell’USI in via Mauri 8 e
scorrazzando su e giù per un Paese in
fermento. Nelle sue memorie
Armando Borghi ha ricordato così il
clima di quei giorni: «L’entusiasmo
si era impadronito delle masse. A
Torino degli aeroplani della fabbrica
SVA volteggiavano sul cielo della
città facendo cadere una pioggia di
manifesti rivoluzionari, a Genova
venivano occupati tre piroscafi in
costruzione, a Bologna i ferrovieri
arrestavano oltre duecento carri
ferroviari provenienti dalla Francia e
destinati alla Polonia, contro la
Russia. La Federazione dei Porti
lanciava un caloroso appello alle
proprie sezioni per la completa
solidarietà ai metallurgici. Dalla
Sicilia arrivavano notizie della
occupazione dei latifondi».[9]
Malatesta ripeteva nei comizi che «la
necessità dell’ora è l’insurrezione
armata. Ci vogliono armi, ci vuole la
complicità o la passività di una parte
dell’esercito, ci vogliono delle intese
perché i servizi pubblici siano
paralizzati». Era stato
soprannominato il Lenin d’Italia.
«Ma niente poteva essere più
diverso, Malatesta non si sarebbe
chinato a raccogliere la dittatura
nemmeno se l’avessero deposta ai
suoi piedi», ha scritto uno dei suoi
biografi, Max Nettlau,[10] e infatti da
quell’abbraccio il vecchio anarchico
si schermì: «Grazie, ma basta. Si
ricordino i compagni che l’iperbole è
una figura di cui non bisogna abusare.
Si ricordino soprattutto che esaltare
un uomo è una cosa politicamente
pericolosa e moralmente malsana per
l’esaltato e per gli esaltatori», scrive
su Volontà del 16 gennaio 1920.
Intanto tira le fila al progetto del
quotidiano Umanità Nova, che
salutato da L’Avanti! come «un
confratello che si propone di
contribuire alla santa battaglia
dell’emancipazione proletaria» vede
la luce il 27 febbraio del 1920. «Noi
siamo anarchici, anarchici nel senso
proprio e generale della parola, vale
a dire che vogliamo distruggere
quell’ordinamento sociale in cui gli
uomini, in lotta tra di loro, si
sfruttano e si opprimono, o tendono a
sfruttarsi e ad opprimersi, per
arrivare alla costituzione di una
nuova società in cui ciascuno, nella
solidarietà e nell’amore con tutti gli
altri uomini, trovi completa libertà,
massima soddisfazione possibile dei
propri bisogni e dei propri desideri,
massimo sviluppo possibile delle sue
facoltà intellettuali ed affettive», si
legge sul primo numero.
Gli anarchici avevano tenuto a
Firenze nel 1919 il loro primo
congresso del dopoguerra. Secondo
un’inchiesta del governo non
risultavano essere tantissimi ed erano
da considerarsi veramente pericolosi
solo in alcune città. Parevano però
più che mai in grado di soffiare sul
fuoco di un fronte sempre più vasto
che sognava «di fare come la
Russia». I giornali alludevano a un
gigantesco complotto internazionale
finanziato e orchestrato dai
bolscevichi che, attraverso
l’assassinio di sovrani e capi di
Stato, aveva lo scopo di accendere la
miccia della rivoluzione in mezza
Europa. Nel marzo del 1921, a chiusa
di centinaia di perquisizioni in tutta
Italia, Errico Malatesta, Armando
Borghi e un giovane redattore di
Umanità Nova, Corrado Quaglino,
sono in carcere a San Vittore ormai
da qualche mese, accusati di
cospirazione contro lo Stato e di
istigazione a commettere atti
terroristici. Da diversi giorni hanno
iniziato uno sciopero della fame e
Umanità Nova si trova costretta a
lanciare un appello: «Malatesta
s’avvia alla morte. Le ore decisive
precipitano. Lo diciamo col cuore
stretto dall’angoscia, con l’animo
pervaso dalla vergogna di non
sapere, di non poter fare nulla per
impedire, se ne sarà tempo ancora,
l’orribile catastrofe che getterà col
cordoglio l’ignominia su tutti noi.
Compagni! Se vi scorre ancora una
goccia di sangue ribelle nelle vene,
se non è già spento in voi ogni senso
di dignità rivoluzionaria, se la parola
solidarietà ha ancora un senso per
voi, noi vi domandiamo d’insorgere
con noi perché l’infamia non venga
consumata». Qualcuno prese alla
lettera quel grido d’aiuto e la notte
del 23 marzo fece esplodere una
bomba al teatro Diana di Milano,
provocando la morte di ventuno
persone e un centinaio di feriti.
L’obiettivo avrebbe dovuto essere il
questore Giovanni Guasti, ma la
notizia che alloggiasse all’hotel
attiguo al teatro era falsa, forse frutto
di superficialità o peggio di un
depistaggio, così a morire furono
soprattutto gli orchestrali che stavano
suonando Mazurka blu, l’operetta di
Franz Lehár. La reazione fu furiosa.
[11] Dalle colonne del Popolo
d’Italia, il suo nuovo giornale,
Mussolini invocò «la risposta della
borghesia per dimostrare che l’Italia
non è un paese invertebrato come la
Russia. Occorre la giusta vendetta e
non solo contro gli anarchici, ma
contro i socialisti, i comunisti
colpevoli di avere seminato troppo
odio». Le sedi di Umanità Nova e
dell’Unione sindacale furono
assaltate e devastate fra gli applausi
della gente ai balconi e senza nessun
intervento da parte delle forze
dell’ordine, quella de L’Avanti! si
salvò a fatica perché protetta dai
carabinieri. Le retate che seguirono
in cerca degli autori della strage
portarono in carcere, accusata di
complicità, anche Nella Giacomelli:
«Dovete assolutamente guardare a
questa disgrazia con criterio più
giusto e meno esaltato e non
aggravare le mie condizioni d’animo
già penose con lo spettacolo
angoscioso della vostra pena»,
scriveva alla madre e alla sorella
prima di uscire dopo pochi giorni per
mancanza di prove. Il suo compagno
Ettore Molinari invece la scampò.
Stando a una serie di documenti
sequestrati a Malatesta, la prefettura
lo riteneva «ancora capace di
assumere la direzione di attentati
terroristici», perciò il prefetto aveva
interessato il ministero dell’Interno
affinché facesse pressioni per
sollevarlo dai suoi incarichi al
dinamitificio di Cengio, scontrandosi
però con il fermo e ostinato rifiuto
dell’azienda: «Il professor Ettore
Molinari è un prezioso collaboratore
nella produzione di forniture che
sono della massima importanza per la
difesa nazionale e richiedono la
massima segretezza».
Alla fine i responsabili vengono
presi. Sono tre giovani anarchici, il
più vecchio dei quali ha ventisei
anni. Si chiama Giovanni Boldrini, è
un operaio di Cicognara, in provincia
di Mantova. Lo catturano in
Germania dove sotto falso nome fa il
muratore. Condannato all’ergastolo,
morirà nel campo di concentramento
di Mauthausen poco prima della fine
della seconda guerra. Poi c’è Ettore
Aguggini, un meccanico milanese che
il giorno dell’attentato compie
diciannove anni. Lo trovano ad
Ancona e gli danno trent’anni da
scontare nel penitenziario di Alghero,
dove morirà nel 1929. Il terzo si
chiama Giuseppe Mariani, anche lui
un mantovano, di Castellucchio. Ha
ventidue anni, è stato operaio delle
ferrovie e l’esercito, a seguito di una
diserzione, l’ha giudicato infermo di
mente. Si fa prendere a Mantova e
anche per lui c’è l’ergastolo:
«Eravamo galvanizzati non solo dal
fatto particolare di Malatesta
detenuto e in stato di rivolta con lo
sciopero della fame, ma da tutto il
fermento politico e sociale del
momento»,[12] scriverà nelle sue
memorie dopo aver beneficiato nel
1946 dell’amnistia di Togliatti, pare
grazie all’interessamento diretto di
Sandro Pertini, che l’aveva
conosciuto nel penitenziario di Santo
Stefano. Vivrà fino a settantasei anni,
spegnendosi a Sestri Levante per una
broncopolmonite.
«A noi sembrava impossibile che
quell’attentato fosse opera di
anarchici. Sta però il fatto che esso fu
opera di alcuni giovani che
militavano nell’anarchismo. Come
spiegarlo?» si domandò Armando
Borghi uscendo dal carcere.
Rispondere non era facile: «Ci
procurammo di capire cosa c’era
dietro quel fatto, ci fu assicurato da
chi era in grado di informarci che la
bomba non era affatto destinata al
Diana, ma a San Fedele, cioè alla
questura centrale. Si voleva la pelle
di Guasti. Gli attentatori erano già in
piazza del Duomo e proprio in quel
momento qualcuno – una donna? – li
informò che il Guasti non era a San
Fedele ma al Diana. Con quella
terribile valigia tra le mani
perdettero l’uso della ragione e fu la
strage. Nota bene. Nella grande
Milano, cinque minuti dopo lo
scoppio della bomba, le squadre
fasciste attaccarono a ferro e fuoco
simultaneamente tre sedi lontanissime
l’una dall’altra: L’Avanti!, l’Unione
sindacale italiana e Umanità Nova.
Su questo particolare dei cinque
minuti potei accertarmi in modo
sicuro quando fui liberato dal
carcere. Virgilia, che era a Milano e
che giusto per pochi minuti riuscì a
mettersi in salvo, mi fornì gli
elementi di questa certezza. In Italia
nessuno osava più dire che ci aveva
conosciuti. La caccia all’anarchico
obbligò a darsi alla macchia i nostri
più noti. Non saprei descrivere e
forse nemmeno rappresentare a me
stesso l’atonia estrema in cui
eravamo caduti, il caos del nostro
pensiero, gli enigmi, le incognite, le
tenebre che tentavano di penetrare.
Alle mie sofferenze si aggiungeva
l’incertezza per la sorte di Virgilia. I
giornali avevano pubblicato che i
locali dell’unione sindacale erano
stati distrutti. Che ne era stato di
lei?»[13]
La misteriosa donna a cui allude
Armando Borghi si rivelerà essere
Elena Melli. All’epoca aveva 32
anni, era originaria di Lucca. I
rapporti della polizia la descrivono
di statura regolare e robusta, con i
capelli castani e gli occhi marroni,
un’espressione fisionomica definita
ridente. Da un precedente matrimonio
con un certo Ramacciotti aveva avuto
una figlia che ha chiamato Gemma.
Aveva conosciuto il confino nel 1918
ed era già stata arrestata nel 1919 per
complicità in un attentato alla
Galleria di Milano che era costato la
vita a Bruno Filippi, uno degli
attentatori. Dopo aver chiuso la
relazione con Emilio Grassini,
anarchico toscano di San Gimignano
conosciuto in Liguria, era diventata
la compagna di uno dei tre ragazzi
del Diana, Giuseppe Mariani: «Il mio
pensiero si ferma su questa società
putrida che sta per tramontare.
Questa società è una cloaca. Noi
combattiamo per la libertà dei popoli
e moriremo insieme sulle barricate se
sarà necessario», gli aveva scritto
dal carcere. Conosceva bene da
tempo anche Aguggini e negli
ambienti anarchici si era saputo in
fretta che insieme con loro aveva
progettato e organizzato l’attentato e
che era stata proprio lei a insistere
fino all’ultimo affinché la bomba
fosse collocata davanti a una
saracinesca dell’hotel e non alla
Questura. Eppure non fu mai
interrogata e l’inchiesta neanche la
sfiorò, circostanze che le attirarono
addosso ombre e sospetti che non si
diradarono neppure quando
Malatesta, che da un anno era il suo
nuovo compagno, garantì per lei
portandosela a Roma: «Si sospetta
negli ambienti anarchici di Milano e
di Roma che persona che vive vicino
a Malatesta sia in rapporti con le
autorità, poiché notasi che allorché
Malatesta si dispone a partire dalla
capitale la polizia organizza servizi
anche nella stazione di arrivo. Si
sospetta molto dell’anarchica Melli
Elena, ma su costei Malatesta Errico
avrebbe dato le migliori
assicurazioni minacciando di
abbandonare il movimento anarchico
ove si persistesse nella campagna di
ingiusti sospetti iniziata da tempo nei
confronti della sua amante», si legge
in un rapporto della prefettura.
I funerali delle vittime del Diana,
imponenti, sancirono che il vento era
davvero cambiato mettendo fine ai
due anni passati alla storia come il
biennio rosso: «Mussolini è alla testa
e la folla guarda attonita l’immensa
fiumana dei fascisti. Ora li vede i bei
battaglioni. Vede la balda gioventù
che ostenta il tricolore all’occhiello
e che sul petto porta con orgoglio le
decorazioni di guerra», raccontava Il
Popolo d’Italia. Non era facile
capire quello che stava accadendo,
che cosa smuoveva quelle che dieci
anni dopo Wilhelm Reich nel suo
Psicologia di massa del fascismo
avrebbe chiamato «le pulsioni
dell’uomo della strada, mediocre,
soggiogato, smanioso di sottomettersi
ad un’autorità». Nei suoi quaderni di
ricordi Nella Giacomelli scriverà
che: «Nessuno al momento della lotta
al fascismo sapeva cosa si dovesse
fare e quali mezzi adottare per
combattere il passo al minaccioso
avanzare dei reazionari. La mancanza
di dirigenti capaci e risoluti lasciò
libero campo agli improvvisati
demagoghi, mentre gli altri non
facevano che parlare della dittatura
del proletariato senza sapere che
cosa esattamente fosse e come si
sarebbe raggiunta. Lo stato sembrava
non esistere se non fosse stato per
l’appoggio che dava al fascismo
proteggendo le spedizioni punitive,
mettendo a disposizione i propri
armati, le guardie regie, imponendo
ai carabinieri il non intervento. Fu
tentato uno sciopero generale nel ’22,
a fine luglio, ma i socialisti erano
disarmati e demoralizzati. Contro i
fascisti armati e sicuri dell’impunità
non osarono andare e i fascisti
marciarono contro i circoli e le
cooperative saccheggiando e
incendiando, presero d’assalto città e
campagne bastonando, uccidendo e
spargendo ovunque il terrore». In
quei giorni Nella ritagliava e
conservava articoli di giornale che ai
suoi occhi più di ogni altra cosa
spiegavano quello che stava
accadendo: una forzata purga
collettiva a Marsciano, in provincia
di Perugia, dove «dopo una
manifestazione patriottica alcune
squadre fasciste riuscirono a portare
varie decine di socialcomunisti
paesani in piazza ove erano pronti
sopra un lungo tavolo una quarantina
di bicchieri pieni di olio di ricino»;
la bastonatura a Como di un
professore comunista che durante una
passeggiata in centro aveva risposto
alle prese in giro di un gruppo di
fascisti; il fiduciario fascista di un
paesino ligure, Borghetto San Nicola,
che insieme con un amico alla vigilia
di Natale aveva dato fuoco in un bar
a un alcolizzato: «Vedremo ora
l’opera dell’Autorità giudiziaria,
vedremo cioè se si compirà il
salvataggio dei responsabili»,
commentava L’Avanti!
Nel frattempo in America, Ersilia
Cavedagni aveva fatto sparire le sue
tracce. Era stata segnalata a Seattle
nel 1912 grazie a una sottoscrizione
inviata a Il Libertario di La Spezia,
poi più nulla: «Costei nel 1906 aveva
segnalato il recapito 1343 Sedgels
Street, Filadelfia, successivamente
fece ritorno a New York da dove nel
1910 non ha fatto pervenire lettere ai
parenti. Vengono diramate circolari
per rintraccio e vigilanza, qualora
fosse rientrata clandestinamente nel
Regno», si legge in una nota del 27
ottobre 1921. È una donna di
sessant’anni, chissà se ancora in
relazione con l’anarchico spagnolo
León Morel, conosciuto dopo la
morte di Ciancabilla.
Anche Ernestina Cravello è sempre
negli Stati Uniti, ma un impiegato
probabilmente svogliato e distratto
cerca informazioni sul suo conto in
una Paterson australiana: «Per quanto
negli stati della Nuova Galles e del
Queensland vi siano due località
chiamate Paterson, non vi sono
anarchici italiani o di altra
nazionalità», risponde il consolato di
Melbourne. Sono ormai trascorsi più
di dieci anni dalla sua venuta in
Italia, assieme all’uomo che aveva
sposato, per incontrarsi con le
rispettive famiglie, separate da
neanche venti chilometri. Tra Valle
Mosso e Tollegno erano rimasti quasi
due anni, forse cercando di
sistemarsi per restare vicino ai loro
cari. Ma alla fine avevano deciso di
tornare in America, con grande
soddisfazione del prefetto di Novara
che non aveva mai smesso di tenerli
d’occhio e li aveva fatti pedinare
sino alla frontiera di Modane,
facendosi poi telegrafare dalla
Francia la conferma del loro imbarco
a Le Havre. Avevano trovato casa
prima a Oboken, poi di nuovo a
Paterson, dove avevano ricominciato
a lavorare nelle fabbriche tessili.

[1] Laura De Marco, Il soldato che disse


no alla guerra: storia dell’anarchico
Augusto Masetti (1888-1966), Spartaco,
Santa Maria Capua Vetere 2003.
[2] Rafanelli, Una donna e Mussolini cit.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Ibid.
[6] Armando Borghi, Vivere da
anarchici, Ed. Alfa, Bologna 1966.
[7] Ibid.
[8] Id., Mezzo secolo di anarchia (1898-
1945) cit.
[9] Ibid.
[10] Max Nettlau, Malatesta, Il Martello,
New York 1922.
[11] Quanto accadde in quei giorni è
stato minuziosamente ricostruito da
Vincenzo Mantovani in Mazurka blu. La
strage del Diana, Rusconi, Milano 1979.
[12] Giuseppe Mariani, Memorie di un
ex terrorista, Torino 1953.
[13] Borghi, Mezzo secolo di anarchia
(1898-1945) cit.
Virgilia

Milano, 27 febbraio 1923

D’Andrea Virgilia, in oggetto


generalizzata, è una rivoluzionaria a
fondo anarchico; ed è una scrittrice,
naturalmente accesa di inestinguibile
odio borghese, e contro ogni fede ed
ordinamento politico diverso dal suo
ideale anarchico-bolscevico.
E potrebbe essere, l’infiammata ed
irosa D’Andrea, anche una
spezzatrice di catene coniugali,
oltreché delle preferite sole
metaforiche catene politiche, se non
detestasse il matrimonio per
abbandonarsi anima e corpo
all’amore libero.
È la compagna del noto Armando
Borghi, col quale ha espatriato in
Germania, dopo la catastrofica fine
della follia rossa in Italia, in cerca,
forse, di un bolscevico nuovo
Barbarossa.
Nella libreria Casa Editrice
Sociale, Milano, viale Monza 77 e
nell’altra libreria Editrice Tempi
Nuovi, Milano, via Goldoni 3, (la
prima degli anarchici Monanni
Giuseppe e Rafanelli Leda; e la
seconda del quadrunvirato anarchico
Molaschi Carlo, Mantovani Mario,
Meniconi Fioravante e Damonti
Angelo) si trovavano esposte alla
pubblica vendita al prezzo di lire
quattro ognuna, edito dalla tipografia
Enrico Zerboni, Milano, via
Cappuccini 18, diverse migliaia di
copie di un libro intitolato
«Tormento» di Virginia D’Andrea,
con prefazione dell’anarchico Errico
Malatesta. Il libro ha la prammatica
copertina rossa.
In alto, in nero, la figura d’una
donna alata, con disperata
espressione d’invocare dall’alto,
verso cui vola, la liberazione dalle
catene, cui è legata nei polsi, e che
sono trattenute in una seconda
vignetta, in fondo alla pagina, da
mani artigliose di evidente marca
borghese, e nell’intermezzo è
semplicemente stampato: Virgilia
D’Andrea – Tormento.
Il libro è scritto in versi, ed i versi
sono trasmodanti di felina bile contro
l’Italia nei suoi poteri e nel suo
assetto sociale; sono versi scritti
pensatamente e con studio per
istigare a delinquere, eccitare
all’odio di classe e vilipendere
l’esercito.
Tali crimini risultano chiari, senza
equivoci di sorta, particolarmente a
pagina 14 «Anima rossa»; pagina 43
«Vana attesa»; pagina 55
«Decimazione»; pagine 65, 66 e 67
«Resurrezione»; pagine 79, 80 e 81
«È forse un sogno?»; pagina 85
«Sfida».
«Tormento» della D’Andrea
arricchiva, con le diverse migliaia di
copie, le accennate due librerie di
viale Monza 77 e via Goldoni 3. Tali
librerie, come risulta dalla mia
denuncia 22 corrente n. 1761 contro
l’anarchico Meniconi Fioravante per
istigazione a delinquere a mezzo
della prefazione al libro «Il processo
agli anarchici nelle Assise di
Milano», erano due rilevanti depositi
di svariatissime pubblicazioni
d’indole sovversiva che si erano
specializzate nell’esclusiva
diffusione in tutta Italia del veleno
sedizioso a mezzo di tali libri, che
sono stati – per gravissimi motivi
d’ordine pubblico in coincidenza
dell’inflessibile azione che esplica in
ogni campo il Governo Nazionale per
la pacificazione degli animi – ritirati
e deposti in un piano terreno di
questo Ufficio.
La D’Andrea perciò, pel suo
«Tormento» viene denunciata per
istigazione a delinquere, eccitamento
all’odio di classe e vilipendio
dell’Esercito a mente degli art. 126,
246 e 247 Codice Penale.
Allego un esemplare del libro.

Il Questore
Elena

Roma, 8 dicembre 1923

Oggi, verso le ore 15, per vecchi


rancori, non d’indole politica,
l’amante del noto anarchico
Malatesta Errico, Melli Elena, è
venuta a questioni con il signor
Tommasi Angelo, impiegato privato,
ed un cognato di costui Azzolini
Ernesto, macchinista ferroviario, del
sindacato nazionale, il quale
indossava la camicia nera.
Poco dopo, mentre il Tommasi, la
di lui moglie con un bambino di
pochi mesi sulle braccia e l’Azzolini
attraversavano il cortile di casa, la
Melli, dalla finestra del quarto piano,
lanciava contro i tre un grosso vaso
pieno di terra, che si trovava sul
davanzale, e che quasi lambiva il
vestito della signora Tommasi che ne
rimaneva imbrattata.
Mentre la Melli proferiva delle
invettive contro l’Azzolini e contro il
fascismo, la figlia di lei, Ramacciotti
Gemma, di anni 14, afferrava un altro
vaso, minacciando di scagliarlo
contro l’Azzolini e proferendo
anch’essa ingiurie contro il fascismo.
La Melli è stata arrestata e tradotta
alle Mantellate a disposizione della
locale Regia Procura, alla quale sarà
deferita per mancato omicidio.

Il Questore
Leda

Milano, 27 marzo 1925

Risiede tuttora in questa città in viale


Monza 77 e convive col compagno di
fede Monanni Giuseppe.
Conduce vita del tutto ritirata e non
esce mai di casa e vive scrivendo
fiabe e novelle per conto di case
editrici.
Pur conservando le idee
anarchiche non dà luogo a rimarchi
né esplica alcuna attività.
Il presente cenno si comunica alla
Questura di Firenze.

Il Prefetto
Maria R.

Roma, 19 febbraio 1926

In seguito alla notizia fiduciaria che


la nota Maria Rygier abitante in via
Fontanella Borghese 19, soffitta,
aveva scritto nel giornale settimanale
di Parigi «Le Flambeau» due articoli
nei numeri 15 e 22 dello scorso
gennaio dal titolo «Les crimes du
duce» e «La spoliation du prolétariat
italien» in cui si faceva una
vivacissima critica del fascismo
accennandosi anche all’ultimo
episodio della presa di possesso
della Federazione del Libro, disposi
che venisse in suo confronto eseguita
una perquisizione domiciliare allo
scopo di rinvenire e sequestrare carte
e documenti comprovanti le relazioni
della Rygier con gli elementi
d’opposizione residenti in Francia.
La perquisizione fu eseguita la
mattina del 17 corrente, ma la Rygier
non appena saputo lo scopo della
visita del funzionario di Pubblica
Sicurezza e degli agenti si è
vivamente opposta abbandonandosi a
escandescenze per cui si dovette
accompagnarla nell’Ufficio di P. S.
di Campo Marzio. E poiché la
medesima continuò nell’ufficio stesso
a mantenersi in stato di grande
eccitazione, si dovette provvedere al
suo ricovero provvisorio al
Policlinico donde è stata dimessa
stamani.
Dallo spoglio della corrispondenza
sequestrata alla Rygier, che risulta
essersi recata recentemente a Parigi,
e che frequentemente si recava a
Napoli, è risultato che la medesima
si è mantenuta in questi ultimi tempi
in continuo contatto epistolare con
personalità della Massoneria italiana
e francese. Da un appello diretto alle
Logge del Grande Oriente d’Italia e a
quelle di Francia, si rileva che
nell’ottobre del 1925 fu costituita una
grande loggia mista d’Italia, potenza
esclusivamente simbolica, di cui è
gran maestro reggente Enrico Cesarò
e segretaria generale Maria Rygier.
Dalla corrispondenza francese
sequestrata è risultato che la Rygier
ha rapporti con certa Blanca
Mesnage dell’ordine massonico
misto internazionale «Il diritto
umano» che ha sede a Parigi in rue
Jules Breton 5, con certo E. Piron
dell’ordine stesso, con l’avvocato
Antonio Coen appartenente alla
loggia Giovanni Jaures e che dimora
a Parigi in via Buonaparte 35. Sono
state sequestrate diverse minute di
lettere dirette dalla Rygier alla
predetta Mesnage che si ritengono
importanti.
Da numerose ricevute di
raccomandate spedite dalla Rygier a
Parigi si è inoltre rilevato che la
medesima è in corrispondenza con
certi Falchi e Martini colà residenti,
ma di costoro nessuna lettera è stata
rinvenuta nella corrispondenza.
Sono state inoltre rinvenute e
sequestrate alcune lettere dirette alla
Rygier dal generale Capello,
dall’onorevole Ivanoe Bonomi, dal
fascista dissidente Misuri, nonché
alcuni appunti con nomi e indirizzi di
persone residenti in Italia e in
Francia.
Oltre alla corrispondenza sono
stati sequestrati moduli, circolari ed
altri stampati massonici in bianco,
nonché relazioni, articoli diretti a
giornali ed appunti vari relativi
all’attività massonica.

Il Prefetto
Ersilia

New York, 21 novembre 1926

Signor Ministro,
In relazione al dispaccio numero
42139 del 17 ottobre scorso, mi
onoro riferire all’Eccellenza Vostra,
che l’anarchica in oggetto è stata
rintracciata in San Francisco e, da
quanto mi viene riferito,
continuerebbe ad interessarsi del
movimento anarchico.
Con profondo ossequio,

Il Regio Console Generale


Virgilia

Nizza, 28 aprile 1928

L’anarchico di Nizza, il Laura, è


molto noto. È egli che si interessa di
ogni cosa del suo movimento. Ha
molte relazioni in Italia.
Dell’anarchico Gilioli non mi è
possibile, almeno per ora, darvi il
recapito. È assiduo frequentatore
della famiglia «Diana» del quale fa
anche il collettore, anzi fu, in
occasione di un suo viaggio da Parigi
a Marsiglia, inviato dalla famiglia
per raccogliere fondi, ed io ebbi
modo di vederlo e sapere appunto
quanto vi comunicai. Di costui
continuo a interessarmi e
comunicherò.
Per quanto riguarda invece la
famiglia «Diana» di Parigi, la cosa è
un po’ più vasta e complicata. Dico
vasta perché si tratta effettivamente
di una famiglia numerosa, e
complicata per la distanza che mi
separa da essa e quindi
impossibilitato a darvi di essa
precise notizie. Certo voi le potreste
avere meglio da qualcuno dei vostri
che si trovi sul posto. Ad ogni modo
eccoci a quanto io posso dirvi.
Gerente del giornale è ora S.
Largher. Indirizzo del giornale è:
Chavet 55, rue Pixerecourt, Parigi
XX. Nella famiglia ci sono molti
elementi tristi che a Milano erano
assidui frequentatori di Umanità
Nova e molti di costoro si sono
recati in Italia nel 1919, 20 e 21, resi
complici di atti terroristici e di
violenza. Nella famiglia ci sono poi
anche elementi che nella stessa Parigi
commettono atti contro la proprietà e
ciò a beneficio della propaganda.
Nella stessa condizione trovasi
anche la famiglia «Il Monito» di
Parigi. Si tratta dei medesimi
elementi, anzi in detta famiglia i ladri
sono più numerosi e decisi. Ma per
riuscire in una relazione esatta
corredata da nominativi e singole
attività, bisognerebbe essere sul
posto.
Eccovi un primo elenco intanto di
facenti parte la famiglia «Diana»,
elenco non troppo controllato per
ragioni di lontananza ma che ritengo
assai preciso: Nello R., Minoglie,
Gremmo, Galanzi, De Magistris,
Murra, Barbetti, Reffi, Cerocchi,
Pastore, Bassi, Cossi, Guerreschi,
Rovetta, Stefanini, Baracchini,
Segantini, Franco, Bertone (da non
confondersi con Luigi Bertoni a
Ginevra), Bugani, Sazillo, Tartaglia,
Franchini G., Morelli, Bitozzi,
Miloni, A. Sbrana, G. Geremia,
Gilioli R., Virgilia D’Andrea,
Bartolani.
Tutti costoro e moltissimi altri,
oltre ai luoghi di ritrovo frequentano
anche: Librerie Internazionale, 72,
rue des Prairies, Parigi XX; Cecconi,
8 rue Pouchet, Parigi.
Su questa pratica continuo la
raccolta di notizie.
N.B. Nella Librerie Internazionale
avvennero anche delle piccole
riunioni segrete di anarchici.
L’ambiente anarchico di Parigi è
interessantissimo poiché ad esso
aderiscono tutti i tipi veramente
pericolosi e che meritano tutte le
vostre attenzioni. Fate lavorare i
vostri rappresentanti della località e
spingeteli ad esplorare dentro le due
famiglie che c’è molto, moltissimo da
fare. Le due famiglie in parola
costituiscono una ditta bene
organizzata e terribile.
Con ossequi,

Garibaldi
Fascisti, massoni, spie
e tanta voglia di uccidere il
Duce

Virgilia D’Andrea e Armando Borghi


erano arrivati a Parigi nella
primavera del 1924, dopo essere
stati in Olanda e in Germania. Li
avevano sempre tenuti d’occhio: «Mi
permetto di ricordare a Vostra
Eccellenza che questo Regio ufficio
non ha mancato di esercitare una
opportuna vigilanza sull’azione
svolta in Olanda in senso
antimilitarista e antifascista dai
sovversivi italiani Armando Borghi e
Virgilia D’Andrea». Ricorderà
Borghi: «Andammo ad alloggiare nel
quartiere latino. Prezzi modici,
facilità di studio, comodità di
accesso a musei e biblioteche.
Abitammo a Rue Malebranche, a
quattro passi dal Pantheon.
Vicinissimo, il giardino del
Lussemburgo, gioioso di bambini. E
poi l’isoletta su cui si eleva la mole
arabescata di Notre Dame. E la
fantastica vivacità cosmopolita del
Boulevard Saint Michel, la Sala
delle Sociétés Savantes, teatro di
tante proteste contro l’umana
ingiustizia. Virgilia amava molto
Parigi. Si iscrisse alla Sorbonne, ma
la denutrizione berlinese l’aveva
consunta. Soffriva d’insonnia,
d’inappetenza, di frequenti crisi di
debolezza».[1]
Più o meno negli stessi giorni in
Italia, quindici mesi dopo la marcia
su Roma, il Partito nazionale fascista
dominava le elezioni conquistando
374 seggi su 535, un successo
ottenuto anche grazie al forte premio
di maggioranza garantito dalla legge
elettorale del 1923: «Si apre ora un
periodo nuovo che richiede ancora
fede, disciplina, volontà.
Restituiremo al parlamento prestigio
e dignità e daremo al nostro Paese
cinque anni di pace e di fecondo
lavoro», aveva dichiarato Mussolini
ignorando le denunce di brogli,
violenze e intimidazioni. Su Il
Mondo di Giovanni Amendola era
stata resa pubblica una circolare,
destinata a restare segreta, che il
segretario federale di Pavia aveva
inviato ai suoi: «Occorre soprattutto
sorvegliare gli elementi socialisti e
occorre dire chiaro e netto che quanti
saranno i voti dei socialisti tante
saranno le teste rotte in ogni Paese».
E in parlamento il deputato socialista
Giacomo Matteotti si era spinto a
dire che si trattava di elezioni
palesemente irregolari che andavano
invalidate: «Se la giunta delle
elezioni volesse aprire i plichi e
verificare i cumuli di schede che
sono state votate, potrebbe trovare
che molti voti di preferenza sono stati
scritti sulle schede tutti dalla stessa
mano, così come altri voti di lista
furono cancellati. Ma non voglio
dilungarmi a descrivere i molti altri
sistemi impiegati per impedire la
libera espressione della volontà
popolare. Il fatto è che solo una
piccola minoranza di cittadini ha
potuto esprimere liberamente il suo
voto, il più delle volte quasi
esclusivamente coloro che non
potevano essere sospettati di essere
socialisti». Parole che avrebbe
pagato con la vita. La storia è nota: il
pomeriggio del 10 giugno 1924, a
Roma, sul lungotevere, venne
caricato a forza su una Lancia
Lambda da cinque energumeni
appartenenti alla polizia politica. Il
suo corpo venne ritrovato due mesi
dopo in un bosco a una ventina di
chilometri dalla capitale da un
brigadiere, Ovidio Caratelli. Così il
giornalista de La Stampa Cesare
Sobrero raccontava quel momento:
«La testa, o piuttosto il teschio,
poiché non restano che ossa con
pochi brandelli di carne putrida, è
volta di tre quarti e inclinata verso
destra. Ma il resto del corpo non si
capisce come possa entrare in una
fossetta così corta, mentre dal lato
della testa emergono dal terriccio
delle ossa che paiono essere quelle
dei piedi. Tra il terriccio intorno ai
poveri resti fu trovato un fazzoletto
imbrattato di sangue e poi, atroce
particolare, un ferro di lima lungo
una ventina di centimetri, appare
conficcato nel torace della vittima
dal lato destro, presso la spalla».
Accusato di essere il vero
mandante, Mussolini reagì
contrattaccando: «Io assumo, io solo,
la responsabilità politica, morale,
storica di quanto è avvenuto. Se le
frasi più o meno storpiate bastano per
impiccare un uomo, fuori il palo e
fuori la corda! Se il fascismo non è
stato che olio di ricino e manganello,
e non invece una passione superba
della migliore gioventù italiana, a me
la colpa! Se il fascismo è stato
un’associazione a delinquere, io sono
il capo di questa associazione a
delinquere!» tuonò alla Camera il 3
gennaio 1925, mettendo a tacere i
tanti nemici interni che lo accusavano
di immobilismo e dando il via alla
trasformazione del fascismo in
dittatura. Arrivarono in rapida
successione le leggi che davano più
poteri al capo del governo; che
istituivano nei comuni la figura del
podestà; che sospendevano la libertà
di stampa e abolivano il diritto di
sciopero; che destituivano i deputati
che si erano opposti al fascismo
ritirandosi sull’Aventino; che
prevedevano la pena di morte per
chiunque avesse attentato al re, alla
regina o al capo del governo, e pene
dai cinque ai quindici anni per tutti
gli espatriati che avessero fatto
propaganda all’estero contro il
regime. L’odiatissima Francia, uscita
dal conflitto mondiale come prima
potenza militare d’Europa, era nel
mirino. Terra di quotidiane
cospirazioni da quando, la sera del
20 febbraio 1924, l’uomo di fiducia
del Duce, Nicola Bonservizi, era
stato ucciso in un lussuoso ristorante
parigino da Ernesto Bonomini, un
giovane anarchico di Pozzolengo, nel
Bresciano: «Parigi era l’orecchio di
Dionisio sul mondo. Abbastanza
lontana dall’Italia per offrire alla
menzogna i vantaggi della distanza e
dell’ignoranza, ed abbastanza vicina
per sentire i giochi di bussolotti di
ogni specie. Mussolini vi trovava a
bizzeffe uomini, i quali non
desideravano altro che di essere
persuasi che il fascismo era l’ordine
nuovo, senza destra, senza sinistra e
senza centro. Qui poteva pescare
nelle acque torbide della sinistra
massonica, poteva sfruttare le
scissioni sindacali. Ma Parigi offriva
anche a noi una posizione strategica
di prim’ordine nella lotta al
fascismo. Qui affluiva una crescente
emigrazione politica italiana. Con
tutte le rogne storiche di questi
miscugli da reclusione all’aperto e
malgrado lo spionaggio degli
emissari mussoliniani, c’era un
fermento vivo, attivo dell’Italia
nostra» ha scritto Borghi,[2] che
nella capitale francese era vissuto
una decina di anni prima, e appena
tornato si era subito attivato nel
difficile compito di ricompattare un
movimento anarchico che appariva
sempre più isolato, diviso e
schiacciato fra l’antifascismo
liberaldemocratico e l’antifascismo
socialcomunista.
In visita a una vecchia amica
ricoverata all’ospedale, Teresa
Taugourdeau, era venuto a sapere dei
nuovi intrighi della massoneria, che
dopo avere manifestato aperta
simpatia al fascismo, reagiva
rabbiosa alla decisione di Mussolini
di sciogliere le logge. In città era
arrivato da poco il Gran Maestro del
Grande Oriente d’Italia, Domizio
Torrigiani, ospitato dal socialista
Luigi Campolonghi, fondatore della
Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo.
Borghi nutriva per i massoni un
disprezzo assoluto. Li considerava
pericolosi e nefasti, non aveva mai
digerito il voltafaccia di buona parte
dei dirigenti del suo sindacato, l’USI,
diventati improvvisamente
interventisti alla vigilia della guerra
proprio perché massoni.
Particolarmente duro nei confronti
della massoneria si stava
dimostrando anche Camillo Berneri,
un lodigiano di trent’anni laureatosi
in filosofia con Salvemini
considerato tra i più fini pensatori
dell’anarchismo, in esilio in Francia
con la moglie Giovanna Caleffi e le
due figlie. Aveva scritto in uno dei
suoi articoli: «Il fatto che la
massoneria è stata oggetto di
persecuzioni e di violenze da parte
dello squadrismo fascista e del
governo di Mussolini, è sfruttato dai
massoni antifascisti, che tendono a
far dimenticare l’enorme
responsabilità di quell’associazione
nei riguardi dell’avvento al fascismo
al potere. Il Grande Oriente contribuì
con tre milioni e mezzo alla marcia
su Roma, dopo la quale la Grande
Loggia assicurò i massoni d’America
che l’Italia stava entrando in un’era
d’ordine e di pace. La massoneria è
l’internazionale della borghesia,
come l’ha definita Bakunin.
Qualunque partito di governo,
qualunque associazione che si
proponga di conquistare lo Stato è
naturale alleata della massoneria».
Eppure persino Malatesta in gioventù
era stato massone, anche se per poco:
«Ho raccontato recentemente su
Umanità Nova in quali condizioni io
entrai in massoneria quarantacinque
anni orsono e come ne uscii dopo due
anni di permanenza. Non è il caso di
uno che cade in sonno, cioè che si
stanca e si ritrae dalla partecipazione
attiva ad una associazione. Io uscii
dalla massoneria dichiarandomene
avversario e restai e resto
avversario. Ricordo che in seguito
alla mia propaganda antimassonica
certi buontemponi di una loggia di
Spezia mi misero sotto processo, era
il 1884, e mi condannarono a morte,
morte in effige suppongo, poiché non
mi è giunta notizia che quella
sentenza sia stata altrimenti eseguita.
Le pare che così stando le cose si
possa dire che io sia un massone
dormiente? A questa stregua Ella
potrebbe dire anche che io sono un
cattolico dormiente perché da
fanciullo mia madre mi mandava a
confessarmi e comunicarmi», aveva
risposto polemico a un articolo del
Resto del Carlino nel 1920. Ma quel
pomeriggio all’ospedale, a far
sobbalzare sulla sedia Armando
Borghi era stato lo scoprire che
anche Maria Rygier, sua compagna di
tante battaglie, aveva aderito alla
massoneria fin dal 1913: «L’avresti
incontrata se fossi venuto ieri.
Appartiene alla Gran Loggia Mista
d’Italia e vuole denunciare il Gran
Maestro della massoneria italiana di
rito scozzese Raoul Palermi per la
sua collaborazione con il fascismo.
Ha portato dall’Italia documenti
compromettenti che
coinvolgerebbero anche Mussolini,
documenti che tiene nascosti nel
doppiofondo di una valigia e che
qualcuno, sul treno, nel tratto
Chambery-Parigi, ha tentato di
rubarle riuscendo però ad
impossessarsi solo di un pacco di
lettere di poco conto», gli aveva
riferito la signora Taugourdeau.[3]
Una storia che la stessa Maria Rygier
aveva raccontato in una lettera datata
4 aprile 1926 al fratello massone
Costantino De Simone, un napoletano
residente a Roma che fu a lungo
amministratore della compagnia
comica Scarpetta prima di finire
nella redazione de Il Mondo: «Qui a
Parigi sto cercando la collaborazione
politica di un quotidiano. Ho portato
una quantità di documenti e di note
sul fascismo che mi serviranno per i
miei articoli. Vi sarei grata se mi
mandaste qualche notizia inedita
sulle ragioni della defenestrazione di
Farinacci. Dovete sapere che sono
stata vittima, su territorio francese, di
un furto commesso dai fascisti
italiani. Un pacchetto di lettere fu
rubato dalla mia valigia,
approfittando del fatto che mi ero
sentita male durante il viaggio ed ero
rimasta quasi tutto il tempo nel
corridoio a prendere aria.
Fortunatamente furono rubate solo
carte poco importanti, mentre i
documenti seri nascosti in fondo alla
valigia e avvolti nella carta non
attirarono l’attenzione dei ladri. Ho
denunziato il furto al Ministero
dell’Interno francese, che ha ordinato
le ricerche più energiche; e siamo
rimasti d’accordo che, se qualcuno
dei documenti rubati sarà reso di
pubblica ragione, sia sui giornali
d’Italia, sia sui fogli fascisti che si
stampano in Francia, o in qualunque
altro modo, il governo francese
solleverà un’inchiesta diplomatica
per questa violazione della sovranità
francese con interventi polizieschi
italiani sul suolo della Francia».
Virgilia D’Andrea nel frattempo,
oltre ad aver fondato la rivista
Veglia, con lo scopo di «lavorare per
una salda unione spirituale di tutti gli
anarchici» aveva ripreso instancabile
a tenere conferenze: «Nel pomeriggio
di ieri ha avuto luogo l’annunciata
commemorazione di Pietro Gori nella
Maison de Provence, rue Lulli n. 5,
con l’intervento della nota Virgilia
D’Andrea. Davanti ad un uditorio di
circa 150 persone ha illuminato la
figura del Gori, ha declamato alcune
sue poesie ed ha infine invitato tutti
gli anarchici a riunirsi intorno alla
figura del grande scomparso ed a
raccogliere tutte le energie per la
lotta che dovrà far trionfare la libertà
e la giustizia», segnalavano da
Marsiglia il 23 gennaio 1926. Lo
sconosciuto informatore aggiungeva
che al termine della riunione Virgilia
era stata invitata, assieme a una
quarantina di anarchici, a casa di
Sabatino Gambetti in rue de Vignes
53, quartiere della Capelette, «dove
è intervenuta nella discussione
asserendo che nell’attuale difficile
situazione, di fronte ad un nemico
potente quale è il fascismo, le forze
proletarie non possono rimanere
divise e irrigidirsi dietro formule
dogmatiche».
Difficile quantificare l’entità delle
infiltrazioni nel movimento anarchico
in particolare e nel fronte antifascista
in generale. Quindici anni dopo lo
smascheramento di Ennio Belelli, che
alle dirette dipendenze di Giolitti
aveva affiancato per un decennio
Malatesta a Londra, le spie si
rivelavano non sempre attendibili; a
volte si contraddicevano fra loro
nello spacciare con superficialità, o
per qualche tornaconto personale, i
sentito dire per accertate verità, altre
venivano imboccati ad arte dagli
stessi anarchici, ma la macchina del
controllo pareva avere raggiunto
livelli di efficienza mai visti. Quando
nel 1926 venne alla luce con gran
clamore il doppiogioco di un nipote
di Garibaldi, Ricciotti Garibaldi
Junior, che a Parigi godeva fama di
prestigioso antifascista impegnato a
organizzare una legione pronta a
rientrare in Italia per rovesciare il
regime, mentre in realtà era al soldo
di Mussolini, Camillo Berneri capì
che era arrivato il momento di
mettere in guardia i suoi compagni:
«I capisaldi dello spionaggio sono i
consolati a cui spesso tocca
rivolgersi per un ricongiungimento
familiare o per il rinnovo di un
passaporto. Essi sono affidati a
funzionari di polizia che svolgono
missioni assolutamente speciali che
per non venire smascherati spesso
non occupano nemmeno la direzione
di un posto consolare», spiegava in
un opuscoletto, fornendo poi le
contromisure da adottare: «Niente
aiuti, niente offerte di impiego, niente
soldi in prestito da persone
equivoche o non sufficientemente
conosciute, lo spionaggio specula
sulle miserie dei profughi e i
profughi non devono farsi
accalappiare a certe esche; attenzione
ai progettisti di imprese troppo
avventurose e difficili, se qualcuno
ha un bisogno irresistibile d’azione,
faccia da sé o con gli amici intimi;
attenzione alle macchine fotografiche
e ai tanti che all’improvviso
diventano appassionati di fotografia,
il regime fascista è un regime di
fotografi, fotografie in tutti i momenti
e in tutte le pose e queste foto vanno
a finire, come è facile comprendere,
a un ufficio centrale del ministero
degli Interni e di là sono distribuite,
in riproduzione, ai passaggi di
frontiera, ai consolati, ai centri di
polizia all’estero e all’interno.
Persone che dichiaravano, alla
questura di Napoli, di non avere
avvicinato, durante la loro
permanenza a Parigi, l’onorevole
Nitti, si videro sbatacchiare sotto gli
occhi un’istantanea che le aveva
sorprese mentre varcavano, in via
Duguay-Trouin, la soglia della sua
abitazione».[4]
L’ufficio centrale del ministero
degli Interni cui si riferiva Berneri
era l’evoluzione del centro di
raccolta unico per tutti i sovversivi
del Regno voluto da Crispi alla fine
dell’Ottocento. A metà degli anni
Venti l’archivio contava più di
trentamila fascicoli di anarchici,
socialisti, comunisti, repubblicani e
antifascisti suddivisi fra quelli
«capaci di compiere attentati», quelli
da «arrestare in determinate
circostanze», fino ai tantissimi
schedati come semplici «sospetti»
solo perché parenti o visti in
compagnia di. Le istruzioni per le
prefetture erano rigide, per ogni
fascicolo si pretendeva un
aggiornamento trimestrale che, se non
inviato, veniva puntualmente
sollecitato: «Il servizio della
Cartella Bibliografica è uno dei più
importanti servizi di Polizia
Giudiziaria preventiva e repressiva.
Esso deve essere affidato a
Funzionari, coadiuvati da impiegati
del gruppo C e da agenti
specializzati. È composta da quattro
parti distinte. La prima parte,
segnaletica, contiene tutti i dati
raccolti nel cartellino segnaletico.
Nella seconda parte, biografica, si
devono, in ordine cronologico, notare
quei particolari dati di fatto
riguardanti i pregiudizi: reati, misure
di sicurezza e di polizia e la vita
dell’iscritto che valgano a far
conoscere la capacità di delinquere
del soggetto e la sua pericolosità. La
terza parte, giuridico amministrativa,
contiene periodicamente registrati i
pregiudizi, le misure di sicurezza, le
dichiarazioni giudiziarie di abilità,
professionalità e tendenza a
delinquere. La quarta parte, sintesi,
riservata ai giudizi, è divisa in due
sezioni: la sezione A contiene i
giudizi sulla capacità a delinquere, la
parte B contiene il giudizio finale
sulla pericolosità e correggibilità ai
fini delle applicazioni delle misure
di Polizia disposte dalla legge di
Pubblica Sicurezza». Mussolini ne
aveva affidato la riorganizzazione al
commissario marchigiano Tommaso
Pennetta: «È un servizio
indispensabile reso al fascismo nella
rapida e sicura azione di prevenzione
e repressione della organizzazione
dei complotti», si era congratulato
visitandolo il 5 agosto del 1927.
Il 1926 era stato per lui un anno
terribile. Aveva subito tre attentati in
sette mesi, l’ultimo nel tardo
pomeriggio del 31 ottobre a Bologna,
dove si era recato per inaugurare il
congresso della Società Italiana per
il Progresso delle Scienze. Mentre su
un’automobile aperta stava
percorrendo il tragitto che dal
palazzo dell’Archiginnasio lo
portava alla stazione, all’angolo di
piazza Nettuno con via Indipendenza
si era fatto largo tra la folla un
ragazzo in camicia nera. Si chiamava
Anteo Zamboni e aveva appena
quindici anni. «L’attentatore ha
sparato un colpo con una Beretta
calibro 7.68 che per fortuna è andato
a vuoto. Subito afferrato e
immobilizzato, è stato linciato dalla
folla mentre Sua Eccellenza il Capo
del Governo ha proseguito per la
stazione dove ha tenuto un discorso
agli ufficiali riuniti sul piazzale ed è
quindi partito per Forlì», riportarono
le cronache, cercando poi di scoprire
le ragioni di quel gesto, forse
maturato all’interno dello squadrismo
bolognese. Il 7 aprile ci aveva invece
provato una nobildonna irlandese di
cinquant’anni, Violet Gibson,
fervente cattolica, che in piazza del
Campidoglio l’aveva atteso all’uscita
del congresso internazionale di
chirurgia per sparargli un colpo di
pistola che lo feriva al naso. Subito
dopo era parsa confusa, sembrava
matta o almeno questa fu la tesi della
sorella: «Violet negli ultimi diciotto
mesi risiedette in Italia dove un anno
fa tentò di uccidersi sparandosi un
colpo di rivoltella. State pur certi che
nell’attentato contro Mussolini non
esiste il più remoto significato
politico. Mia sorella non si occupò
giammai di politica, essa andò in
Italia originariamente soltanto in
occasione dell’anno santo. In passato
era stata ricoverata in una casa di
salute qui in Inghilterra, ma poco alla
volta si era rimessa ed era stata
rilasciata».[5] Mussolini aveva fatto
un balzo indietro tamponandosi la
ferita con un fazzoletto e il giorno
dopo, con un vistoso cerotto al naso,
non aveva rinunciato a partire per la
Libia pronunciando una delle sue
massime più famose: «Se avanzo
seguitemi, se indietreggio uccidetemi,
se muoio vendicatemi».
Tra questi due episodi, il terzo
tentativo, sicuramente quello con
maggiore valenza politica. L’11
settembre, mentre diretto a Palazzo
Chigi attraversava il piazzale di
Porta Pia a bordo di una nuova e
fiammante Fiat 519, Mussolini era
scampato per miracolo a una bomba
che era rimbalzata sulla portiera.
Così il suo autista ricostruì quei
concitati momenti: «Venivamo da
villa Torlonia, allorché giunti appena
sul piazzale di Porta Pia, ho notato un
giovane fermo presso l’edicola
afferrare qualche cosa che teneva
nascosto sotto la giacca e lanciarla
con forza contro la nostra
automobile. Presentendo il pericolo
ho accelerato subito la corsa e
rivolgendomi al commesso del
presidente, che sedeva al mio fianco,
ho comunicato la mia impressione:
questa è una bomba! Infatti dietro di
noi avvenne uno scoppio formidabile
ed avemmo la percezione del
terribile pericolo corso. Ci voltammo
verso l’interno della macchina e
vedemmo con gioia che il presidente
era illeso e appariva tranquillo.
Accelerai ancora l’andatura e mi
diressi a Palazzo Chigi senza
attendere l’auto di scorta».
L’attentatore era un ragazzo «vestito
con una giacca fantasia, i calzoni
grigi, una cravatta rossa lunga e
scarpe nere basse; ha i capelli
castani ricci, è alto 1,77». Gli
trovarono in tasca 60 lire e una
pistola di piccolo calibro. Dichiarò
di essere un anarchico individualista,
di provenire da Marsiglia e di
chiamarsi Ermete Giovannini. In
realtà il suo vero nome era Gino
Lucetti, ventisei anni, nato ad Avenza
di Carrara. Dalla Francia arrivava
per davvero: era emigrato
clandestinamente nel 1922
fermandosi prima a Nizza, poi a
Marsiglia, dove era entrato in
contatto con il Comitato d’aiuto
vittime politiche diretto da una
coppia di toscani, Dario Castellani e
Fosca Corsinovi. Quel pomeriggio,
mentre parlava a una folla di camicie
nere accorse in piazza Colonna,
Mussolini, piuttosto che raccontare
dello scampato pericolo, preferì
ricordare Armando Casalini, un
deputato fascista che giusto due anni
prima era stato assassinato nella
capitale da Giovanni Corvi, un
carpentiere comunista di Teglio, in
provincia di Sondrio, che con quel
gesto aveva voluto vendicare
Matteotti. Si sentiva forte, il Duce:
«Come abbiamo abolito il sistema
degli scioperi generali rotativi e
permanenti, intendiamo frenare la
serie degli attentati ricorrendo anche
all’applicazione della pena capitale,
così diventerà sempre meno comodo
mettere quasi in pericolo l’esistenza
del regime e la tranquillità del
popolo italiano». Testimoni oculari
assicuravano che Gino Lucetti era
stato accompagnato sul luogo del
delitto da una macchina con quattro
individui e uno dei tanti giornali
fascisti, L’Impero, ipotizzò
l’ennesimo complotto internazionale:
«Da chi è stato mandato l’assassino?
Chi ne ha favorito il passaggio
attraverso la frontiera? A chi
gioverebbe soprattutto la scomparsa
di Mussolini? Questo anarcoide,
questo rottame sociale, questo
straccio di uomo gettato in pasto alla
tragedia, non poteva agire di propria
iniziativa. In Francia vi è
un’organizzazione di rinnegati italiani
ed è ora che il governo italiano
chieda al governo francese
l’estradizione in massa di tutti i
fuoriusciti italiani che devono essere
considerati delinquenti comuni e
sottoposti al nostro codice penale».
Nove mesi dopo, l’11 giugno del
1927, Gino Lucetti venne condannato
dal tribunale speciale a trent’anni di
reclusione da scontare nel carcere di
Portolongone. Riconosciuti colpevoli
e condannati a diciotto e venti anni
anche Stefano Vatteroni, uno stagnino
suo compaesano accusato di essere
tra i finanziatori dell’operazione, e
Leandro Sorio, un cameriere
bresciano che l’aveva ospitato
nell’albergo dove lavorava, il
Trento&Trieste.
Avenza di Carrara era allora una
frazione abitata da circa diecimila
anime e da subito il cerchio si era
stretto intorno alla famiglia e agli
amici di Gino Lucetti. Qualche ora
dopo l’attentato, in piena notte,
l’intera famiglia era stata arrestata e
caricata su un autocarro per essere
portata a Massa. Una volta rilasciata
la sorella Ida, di due anni più grande,
sposata con un marinaio e madre di
due figli piccoli, era stata di nuovo
fermata il 24 maggio 1927 «perché
sorpresa, sulla spiaggia, mentre
riceveva denaro da Pierini Ludovico,
emissario di sovversivi di Roma.
Con ordinanza della Commissione
Provinciale presso la Regia
Prefettura di Massa in data 23 giugno
1927 fu assegnata al confino di
polizia per la durata di anni tre.
Attualmente si trova a Ustica ove è
stata destinata dal Ministero», si
legge nel cenno biografico del 30
ottobre 1927. Ludovico Pierini,
professione cameriere, le stava
consegnando 300 lire. Rispose
all’arresto con una risata,
rallegrandosi dell’azione della
Questura: «Siete stati intempestivi, se
aspettavate ancora un po’ facevate
una retata coi fiocchi». Messo sotto
torchio confessò che quel denaro era
il frutto di una sottoscrizione
coordinata da Attilio Paolinelli,
anarchico di Grottaferrata appena
spedito al confino perché sospettato
di stare organizzando l’espatrio in
Francia di Malatesta: «Giova
rammentare che il Pierini fu trovato
in possesso di un pezzo di carta su
cui era scritto a lapis il nome Bibbi
Gino e interrogato dichiarò di avere
appreso quel nome da Lucetti Ida».
Era un altro nome che faceva paura
quello di Gino Bibbi. Nato anche lui
ad Avenza nel 1899, si era iscritto a
Ingegneria a Pisa per poi trasferirsi
al Politecnico di Milano, dove aveva
fatto amicizia con Libero ed Henry
Molinari, figli di Ettore,
frequentando così la loro casa. Nel
maggio del 1924 era stato visto
sfrecciare in moto per le strade di
Carrara spargendo volantini
antifascisti, gesto che aveva pagato
con l’arresto: «Professa principi
comunisti anarchici ed è considerato
un idealista solitario alquanto
pericoloso», scrisse di lui in
quell’occasione la prefettura di
Massa. Il giorno dopo l’attentato di
Gino Lucetti era finito anche lui in
carcere con l’accusa di avere
procurato la bomba. Assolto dal
reato di concorso in mancato
omicidio, non riuscì però a evitare il
confino, e sbarcò a Ustica il 20 luglio
del 1927.

[1] Borghi, Vivere da anarchici cit.


[2] Ibid.
[3] Id., Mezzo secolo di anarchia (1898-
1945) cit.
[4] Camillo Berneri, Lo spionaggio
fascista all’estero, E.S.I.L., Marsiglia
1928.
[5] Richard O. Collin, La donna che
sparò a Mussolini, Rusconi, Milano
1998.
Maria B.

Massa, 10 maggio 1928

La Bibbi Maria è sorella del


confinato politico Bibbi Gino e
conosce sin dall’infanzia il noto
anarchico Lucetti Gino, autore
dell’attentato a Sua Eccellenza il
Capo del Governo, del quale si
considerava quasi parente perché uno
zio di lei, Bibbi Domenico,
ammonito politico, convive con una
certa Lucetti zia del Lucetti Gino.
La medesima, pure condividendo
le teorie del fratello Gino, al quale è
molto affezionata, non ebbe mai ad
occuparsi di politica e conduceva
vita molto ritirata. Appartiene a
onesta e facoltosa famiglia. Il padre
Carlo professa principi liberali
democratici.
In occasione dell’attentato a Sua
Eccellenza il Capo del Governo,
essa, insieme con altri, fu arrestata e
denunziata al Tribunale Speciale per
la difesa dello Stato, ma con
ordinanza della Commissione
Istruttoria del 27 giugno 1927, venne
prosciolta da ogni addebito per non
aver partecipato al delitto.
Con sentenza del Tribunale di
Massa, in data 10 marzo 1928 fu,
insieme ad altri, condannata per
favoreggiamento a sei mesi di
reclusione per aver prestato
assistenza e aiuto nel luglio 1926
all’anarchico Lucetti Gino, che
sapevano autore di lesioni, tenendolo
nascosto nella propria casa ed
eludendo così le investigazioni
dell’Autorità. Ha all’uopo presentato
ricorso in appello, che tuttora è
pendente a Genova.
Il 3 ottobre 1927 partì da Carrara
per l’isola di Ustica per raggiungervi
il fratello Gino, ivi confinato, e
tenervi compagnia e vi si trattenne
fino al marzo ultimo, quando fece
ritorno a Carrara per assistere al
procedimento penale, nel quale
riportò la condanna a sei mesi di
reclusione; e vi si tratterrà sino a che
non sarà discusso a Genova
l’appello.

Il Prefetto
Nella

Milano, 25 ottobre 1928

Nel maggio ultimo, in seguito ad


indagini svolte dal Questore
Commendator Rizzo, vengono tratti in
arresto rispettivamente il giorno 16,
il giorno 10, il giorno 11, il giorno
14, gli anarchici Bibbi Gino,
Molinari Libero, Molinari Henry, e
Giacomelli Nella, sospettati tutti di
avere rapporti con il noto anarchico e
fuoriuscito Berneri Camillo, che
avrebbe organizzato a Parigi
un’associazione criminosa per
commettere attentati terroristici nel
Regno e all’estero.
Il Bibbi, il Molinari Libero ed il
Berneri vengono inoltre sospettati di
correità nell’attentato commesso da
Lucetti, ciò in base principalmente a
rivelazioni del Bibbi che poi ritrattò.
Il Molinari Henry e la Giacomelli,
di cui viene messa in luce l’attività
anarchica svolta specialmente a
mezzo della stampa (rivista anarchica
Pagine Libertarie ove il Molinari
scriveva con lo pseudonimo di
«Rudal» e la Giacomelli con lo
pseudonimo di «Inkio», e quotidiano
Umanità Nova) sono proposti per il
confino.
Dalle indagini eseguite però, non
vengono a risultare elementi che
avvalorino i sospetti a loro carico di
appartenere alla suddetta
organizzazione ed anzi appare che da
vari anni essi si astengano da ogni
attività politica ed il Molinari Henry
particolarmente sembra abbia assunto
una linea di lealismo politico verso il
Regime. La Giacomelli pertanto il 13
agosto 1928 ed il Molinari il 14
agosto 1928 sono rimessi in libertà e
nei confronti del Molinari viene
anche ordinato di cessare ogni misura
di vigilanza.
Con ordinanza del 7 settembre
scorso del Tribunale Speciale il
Molinari Libero ed il Bibbi sono
scarcerati ed il Bibbi restituito al
confino ove trovavasi prima
dell’arresto.

Il Funzionario Capo
Clotilde

Napoli, 1° marzo 1929

Da circa tre anni non dà segni di


attività politica pur continuando a
dimostrarsi fedele ai principi
anarchici. È sempre tuttavia vigilata.
È sofferente di varici per cui è
costretta a rimanere spesso a letto.
Una perquisizione di recente
operata nel suo domicilio ha dato
esito negativo. Versa in misere
condizioni economiche.
Il presente cenno si comunica
anche alla Questura di Torino.

L’Alto Commissario
per la Provincia di Napoli
Virgilia

New York, 4 marzo 1929

In relazione al dispaccio n. 1111 in


data 2 marzo corrente, mi permetto di
far presente che l’arrivo della nota
propagandista anarchica Virgilia
D’Andrea a New York venne da me
segnalato all’Eccellenza Vostra col
rapporto n. 2917 del 19 novembre
1928.
La suddetta è venuta qui
principalmente allo scopo di riunirsi
ad Armando Borghi di cui è da molti
anni l’amante. I due vivono insieme e
svolgono attivissima propaganda.
Come ho riferito col rapporto n. 462
del 23 febbraio scorso diretto al
regio ministero dell’Interno ed
inviato per conoscenza
all’Eccellenza Vostra, essi sono
tornati in questi giorni a New York
reduci da un giro di conferenze nel
Connecticut, nella Pennsylvania e nel
Massachusetts. Mi onoro di
rassicurare nuovamente l’Eccellenza
Vostra che il Borghi e la sua
compagna sono attentamente vigilati
e le riferirò qualsiasi notizia degna di
rilievo.

Il Regio Console di New York


Fosca

Marsiglia, 14 novembre 1929

Dopo circa sette anni dal mio


trasferimento in Marsiglia ritengo
doveroso di tenere all’Eccellenza
Vostra un rapporto complessivo sul
movimento sovversivo italiano di
questa città e nei vari dipartimenti
compresi in questa giurisdizione
consolare. La popolazione italiana
residente nella giurisdizione è di
circa 250 mila persone, di cui circa
100 mila in Marsiglia e 40 mila nel
dipartimento delle Bocche del
Rodano, 60 mila nel dipartimento del
Var ed il rimanente nei dipartimenti
delle Basse Alpi.
Come appare dalle stesse cifre il
movimento più importante e più
preoccupante è il movimento
anarchico, sia per il numero dei suoi
aderenti e sia per la pericolosità che
ognuno di essi presenta per i suoi
precedenti penali e politici o per le
idee continuamente nutrite od
esplicitate in apologia di delitti
politici o in attentati terroristici. I
principali esponenti del movimento
libertario che hanno già formato
oggetto o lo formano continuamente
di segnalazioni essendo sottoposti
alla possibile vigilanza coi mezzi
disponibili, sono i nominati Bianconi
Giulio, Bagni Gino, Brini Armando,
Castellani Dario e la sua amante
Corsinovi Fosca, De Silva Adolfo,
Dupuy Giovanni, i fratelli Galluca,
Rutigliani Michele, Renda Salvatore,
che può avere una certa influenza sui
compagni di fede siciliani; Ciglione
Salvatore, Bendinelli Alfonso,
Gufoni Gustavo, Stretti Alessandro.
La gran parte di loro è costituita da
anarchici individualisti che non
seguono un indirizzo unico, come
invece riscontrasi nel movimento
comunista che svolge invece
un’attiva ed efficace propaganda a
mezzo dei comitati proletari
antifascisti, del soccorso rosso
internazionale, dei patronati
antifascisti sotto la direzione
dell’esecutivo della III
Internazionale. I principali esponenti
del partito comunista in Marsiglia
sono: Del Picchia Giovanni, Fabbri
Ugo, Frosini Amedeo, Meacci
Attilio, Rencini Giacomo, Sensi
Primo, Tredici Francesco in Tolone, i
fratelli Gufoni in Avignone,
Lazzaroni Aristodemo in Aubagne.
I movimenti che più facilmente
possono celarsi perché godono
evidentemente della simpatia di
diversi uomini politici francesi di
molteplici tendenze e quindi anche
dell’appoggio delle autorità francesi
e che debbono considerarsi come i
più nefasti nella loro continua
campagna antifascista, sono il partito
socialista e il partito repubblicano
che esplicano la loro attività con la
Concentrazione e con la Lidu.
Del partito socialista il principale
esponente in Marsiglia è l’ex
deputato fuoriuscito Amedeo Filippo
che esplica una grande attività sia in
Marsiglia che nelle altre località del
dipartimento delle Bocche del
Rodano e nel dipartimento del Var ed
è fedelmente coadiuvato dai
compagni Orlandini, Sorcinelli,
Talocchini in Marsiglia, Bojancé
[Boyancé, N.d.R.] in Tolone, Teggi in
Brignoles, nonché da Tinacci e Di
Nunzio benché questi ultimi siano
contro l’Amedeo per divergenze di
idee sull’unità di partito.
In Marsiglia della Lidu attualmente
è presidente Schiavetti, vice
presidente Volterra, segretario
Chiodini, membri del consiglio
Bedei, Magliano, Bartonai, Pesco; in
Tolone l’esponente è Chelozzi Ciro;
in Draguignan Vettori Mario; in Aix
Monteleone Nicola; in La Grand
Combe Puroddi Daniele.
Come appare da questa succinta
relazione i principali esponenti che
debbono essere più attentamente
sorvegliati ammontano ad
un’ottantina, pur non dovendosi
tralasciare, come è naturale, di
cercare di rintracciare i sovversivi
che continuamente vengono segnalati
da codesta Direzione Generale o
dalle Prefetture e di identificare e
segnalare quelli che possono essere
qui confidenzialmente indicati.
Non è da nascondersi però che gli
elementi a mio avviso più pericolosi
non per propaganda, che quelli sono
quasi tutti identificati o sorvegliati,
ma per eventuale esecuzione di atti
criminosi, sono quelli che ignorati
perché senza precedenti politici, e
perché di tranquilla condotta, di tale
propaganda possono maggiormente
subire la nefasta influenza e quindi
con la mente riscaldata, commettere
anche qualche atto delittuoso.
Specialmente da osservarsi e
vigilarsi è attualmente la propaganda
esercitata dall’ex deputato
fuoriuscito Lussu, che ha un grande
ascendente sui suoi conterranei.
Finora egli non è venuto in questa
giurisdizione e di eventuali suoi
discorsi e di riunioni di sardi non
mancherò di informare Vostra
Eccellenza.
Ho l’onore di assicurare
l’Eccellenza Vostra che ho disposto
per un discreto servizio di
informazioni onde sorvegliare
sempre più da vicino i diversi
movimenti politici e che nulla
lascerò d’intentato per la più
accurata prevenzione politica.
Prego l’Eccellenza Vostra di voler
gradire l’espressione del mio
maggior ossequio.

Il Regio Console Generale in


Marsiglia
Anarchici d’America e di
Francia
e una donna dall’espressione
antipatica

Nella Giacomelli, oltre a essere


finita per l’ennesima volta in carcere,
da dove era uscita grazie
all’interessamento della sua vecchia
amica, compaesana e compagna di
scuola Ada Negri, era rimasta
improvvisamente sola. Un attacco di
angina pectoris nella notte fra il 9 e il
10 novembre 1926 aveva stroncato,
all’età di cinquantanove anni, Ettore
Molinari: «Il 9 sul mattino egli aveva
ancora fatto la sua consueta lezione
al Politecnico, e si può dire di lui
combattente instancabile nel campo
della scienza, che cadde sulla
breccia. È spirato serenamente, senza
sofferenza, assistito amorevolmente
dai suoi figli. Fine invidiabile e
degna della sua esistenza di
scienziato filosofo e di formidabile
lavoratore. Fine invidiabile di una
vita consacrata fino all’ultimo
momento all’apostolato della
diffusione dell’istruzione e del
progresso della chimica applicata»,
l’aveva commemorato qualche giorno
dopo, presso la Società di Chimica
Industriale, il suo giovane collega
Roberto Lepetit. Sui giornali
anarchici e socialisti costretti alla
clandestinità e in gran parte stampati
in Francia, Max Nettlau, l’anarchico
austriaco all’epoca sessantenne,
volle ricordare di quando, dopo
averlo conosciuto nel luglio del 1889
al Congresso Internazionale
Socialista di Parigi, l’aveva ritrovato
a Londra, assiduo frequentatore del
gruppo di esuli che gravitava intorno
a Kropotkin e Malatesta: «Era
sempre in prima fila nelle
manifestazioni operaie e sovversive
all’aria libera in Hyde Park, terrore e
tormento della polizia inglese, col
famoso ispettore Melville alla testa,
molto preoccupato della presenza fra
gli anarchici di questo laureato in
chimica». Altri suoi vecchi compagni
ne celebrarono «il buon esempio di
armonia spirituale e politica tra
l’uomo di scienza e il militante
dell’ideale» accostandolo a
Guglielmo Froment, «lo scienziato
anarchico descritto da Zola nel suo
Parigi»; rievocarono l’impegno «già
dal 1890 nella minoranza anarchica
del Partito operaio insieme a Pietro
Gori», e l’attività e l’energia spese
per la fondazione e la vita di
Umanità Nova: «La sua uscita fu per
lui un trionfo ed egli vi collaborò
quotidianamente e abbondantemente,
almeno finché il giornale continuò ad
uscire a Milano. Era presente anche
all’ultima riunione tenuta a Roma
nell’ottobre del 1922, poco prima
della marcia su Roma e della
soppressione del giornale». A Nella
restarono le lettere di cordoglio:
«Gentilissima amica, grazie per la
sua buona lettera che mi parla in
modo così commovente e confortante
insieme del nostro caro scomparso.
In questi giorni la mia mente e il mio
cuore sono stati pieni del pensiero e
del rimpianto di lui. Sì, lei ha
ragione, soprattutto egli era un uomo
di passione, e doveva soffrire
enormemente. Ecco ciò che gli ha
spezzato il cuore», le aveva scritto
fra i tanti Luigi Fabbri, nel frattempo
espatriato clandestinamente in
Svizzera dopo aver perso il posto di
maestro elementare per essersi
rifiutato di prestare giuramento al
regime: «Sono qui molto solo, coi
miei pensieri, insoddisfatto di tutto e
assai pessimista. La lontananza dei
miei poi, che non so quando potrà
finire, mi fa stare come lei può ben
immaginare», le confessava su quei
fogli spediti da Bellinzona quando
mancavano pochi giorni a Natale.
Gigi Damiani invece, un romano che
per vent’anni era stato protagonista
dell’anarchismo in Brasile e che
Nella aveva conosciuto a Umanità
Nova, le scriveva da Marsiglia, dove
era riparato dopo l’attentato di
Lucetti e da dove si apprestava a
lanciare Non Molliamo!, il suo
ennesimo giornale: «Non disperi
della vita e non si chiuda nel suo
dolore. Ettore non lo vorrebbe.
Certamente intorno a noi e
specialmente intorno a voi non
fioriranno oggi e chissà mai quando
fioriranno le aiuole del giardino
della speranza. Ma anche la fatica è
un conforto, se non altro stordisce. E
poi chi ha seminato deve raccogliere.
Per i vivi e soprattutto per i morti».
Nella, che nel 1927 compiva
cinquantaquattro anni, scelse di
abbandonare quasi subito Milano per
trasferirsi stabilmente nella bella
residenza sul lago dei Molinari, a
Rivoltella di Desenzano: «Facile e
gradito riuscirebbe parlare di Ettore
Molinari se non sapessimo che egli
non è più. L’animo più pacato
guiderebbe più serenamente la
memoria nello scrivere della sua vita
di studio e di pensiero e
consentirebbe riferimenti migliori di
quanto non sia possibile ancora
nell’invincibile angoscia, nell’ancora
cocente rivolta del cuore e della
ragione all’atroce ingiustizia del
destino che con fulminea violenza
l’ha sottratto alla vita e a noi», si
mise subito a scrivere su un piccolo
quaderno con la copertina marrone,
cercando di districarsi in un
ventennale groviglio di ricordi, fra
cartoline ricevute con appena un
saluto da Vienna, Budapest,
Costantinopoli, e frasi d’amore che
facevano a pugni con la carta
intestata Società Italiana Prodotti
Esplodenti: «Nella carissima,
continuo a lavorare di giorno e parte
della sera in pubblico, poi fino a
mezzanotte in camera al mio tavolo,
pieno di libri ma vuoto di quanto
desidero io. Manca l’anima gemella
che ispira, ah, come si lavorava
meglio insieme a Milano!» A tenerle
compagnia in quella casa sul lago, tra
oche, galline e bachi da seta allevati
con un metodo innovativo ideato da
Federico Alker, un loro conoscente
di Desenzano, c’era spesso Iride, la
penultima figlia di Ettore, allora
venticinquenne. Nella usciva di casa
raramente: «Conduce vita ritirata
senza dar luogo a rilievi con la sua
condotta politica e mostrandosi
indifferente verso il regime. È
peraltro da ritenersi ancora tenace
nelle sue idee anarcoidi», riferivano
i carabinieri visitandola
periodicamente. Aveva ormai
troncato definitivamente anche i
rapporti con Oberdan Gigli, che alla
fine della loro storia d’amore era
rimasto per quindici anni amico e
compagno di lotte: «C’è un abisso tra
noi, Oberdan. Tu hai rinnegato il tuo
sogno giovanile, ed io lo sogno più
ardentemente che mai. La vita ha
condotto te verso le origini di essa, i
miei capelli bianchi mi conducono
invece verso l’avvenire il più
lontano, ove splende la verità amata
e non la verità di stato. Come
possiamo ancora comprenderci?
Meglio dimenticarci», gli aveva
scritto nel settembre 1918.
Fra i suoi pochi contatti epistolari,
oltre a quello con la madre e la
sorella, era costante quello con Leda
Rafanelli: «Nella mia cara, che gioia
ricevere le tue lettere, ancora, con
quella tua scrittura agile e sincera.
Devo cominciare a risponderti subito
mentre bevo il mio caffè e mangio un
panino integrale, con il gatto che mi
guarda e vorrebbe bere il mio caffè e
mangiarsi il mio panino integrale. È
bellissimo, dovresti vederlo. L’ho
chiamato Nabri Girat, che in
aramaico vuol dire coda di leopardo.
È questa per me l’ora migliore
fisicamente della giornata e
moralmente la più preoccupante. Ho
da provvedere a tutto, fino a stasera.
Ti ringrazio per la veste che mi doni,
tu non sai, è terribile!, mi sento così
grassa nonostante la mia dieta
vegetariana! Ti voglio spedire presto
La Genealogia della morale di
Nietzsche, l’abbiamo già tradotto,
composto e corretto, sono certa che ti
farà del bene», si legge in una delle
tante lettere spedite dalla solita casa
di viale Monza 77, dove Leda e
Giuseppe Monanni erano tornati a
stare dopo essere stati entrambi
lontani a causa della guerra, lei con il
figlio a Pistoia dalla famiglia. «Sono
atrocemente sola, non ho più amici e
tu sei l’unico che mi ricordi un felice
tempo passato»,[1] aveva scritto nel
febbraio del 1916 a Carlo Molaschi,
un milanese conosciuto qualche anno
prima con il quale condivideva non
soltanto la fede politica, ma anche
l’interesse e la passione per
l’Oriente. Monanni invece, riparato
in Svizzera per evitare il servizio
militare, nel maggio del 1918 era
stato arrestato a Zurigo insieme con
un nutrito gruppo di anarchici per una
storia di bombe trovate in un
deposito che si riteneva fossero
destinate all’Italia, e dopo venti mesi
di carcere, consegnato alla giustizia
italiana, aveva dovuto scontare altri
mesi di detenzione per diserzione
nelle carceri di Como e Firenze. «Si
mantiene ligio alle teorie anarchiche.
Quale editore della Casa Editrice
Sociale, avente sede pure in viale
Monza 77, donde a seguito di
perquisizione furono asportati tutti i
libri ed opuscoli di propaganda
sovversiva che vi si trovavano,
venne il 21 scorso febbraio tratto in
arresto, ma non essendo poi risultati
estremi di reato a suo carico per
trattenerlo, fu rilasciato in libertà»,
riferiva la prefettura di Milano in un
cenno del 9 marzo 1923.
Leda non aveva ancora
cinquant’anni e il destino pareva
essersi accanito anche con lei.
Soffriva da anni di una forma
malarica. A Molaschi aveva
raccontato nel 1919 che «la febbre,
prima leggera, poi grave da darmi il
delirio da distruggermi, mi prese, e
dopo un mese e mezzo di letto
eccomi qui, ancora a letto. Sono di
una estrema debolezza. La
denutrizione del mio organismo ha
accresciuto il male, malata ho
sofferto veramente la fame. Ho
dovuto nutrirmi, bevevo del latte,
qualche rosso d’uovo, e molta frutta
scelta, uva e arance specialmente.
Ma non ho più la forza, nemmeno di
pensare. Vorrei solo immobilità e
silenzio. Da qualche giorno ho messo
addosso degli amuleti e ne ho avuto
un sollievo maggiore che dal chinino
(l’ho detto anche alla Nella, pensa
alla sua espressione sdegnosa e
ironica leggendo questo!) Ma sono
rassegnata al mio destino. Perché le
febbri malariche macedoni sono un
mezzo per tenermi isolata, nel dolore,
nell’inazione, ora che avevo fatto un
progetto di lavoro, ora che avevo
trovato, lo speravo, la mia vita e la
mia gioia. Ma sia quello che deve
essere».[2] Inoltre le continue
perquisizioni con i relativi sequestri,
che rendevano impossibile
continuare a lavorare, andavano ad
aggiungersi a un’atavica ristrettezza
economica e al dramma della morte
improvvisa del marito Luigi Polli,
spirato tra le sue braccia una sera
d’inizio giugno 1922 a soli
cinquantadue anni: «Ti sono grata e ti
ringrazio per l’offerta d’aiuto, ma
vedi, Nella, comprendi bene che
nelle situazioni come la mia
nemmeno un milionario potrebbe
sistemarla. Non perché abbia bisogno
di molto, lo sai, io non ho bisogno di
niente, ci sono abituata, a casa mia
anche da bambina è spesso mancato
il cibo. Se mi lamento è perché sono
preoccupata soprattutto per il mio
Aini, che sta crescendo ed è pieno di
bisogni», si confidava con la sua
amica.
Di scrivere non aveva smesso: era
appena uscito L’Oasi, un’aperta e
dura denuncia del colonialismo
italiano in Libia, e qualche anno
prima Donne e femmine, una raccolta
di ritratti femminili fra i quali non
aveva fatto mancare quello di Nella
Giacomelli, che definiva
«l’Incompresa»: «Ella è la figlia
ignota di qualche corrente ed ha in sé
qualche cosa che ricorda le Sirene, le
Najadi, le Ondine. Il colore dei suoi
occhi vale tutta una espressione di
bellezza ed è un colore che varia dal
turchino chiaro del cielo al verde
scuro del mare irritato, fino a
divenire grigio, di pietra, quando il
volto le si indurisce in una fissità di
Sfinge. È allora che io vedo, di
quella donna non bella, un aspetto
imprevisto che forse io sola ho
osservato: è allora che io sento che
ella passerà tra i suoi simili
sconosciuta, poco amata, incompresa.
Raramente mi parlano bene di lei.
Nessuno la crede buona. La temono
un po’ tutti, perché ha la parola forte
di tono e tagliente di significato. Ama
mostrarsi e farsi credere dura e
cattiva. Certo non ha mai fatto una
carità sotto lo sguardo altrui. Ma io
so che, a modo suo, ella è buona.
Ella potrebbe e saprebbe essere
anche crudele, lo so; ma è capace
anche di delicata bontà. Forse si
sente, si crede diversa da tutte le
altre donne ma è certo che nessuna
donna volgare e comune la
comprenderà mai».[3] Ma il suo
libro più importante era senza dubbio
Incantamento, dato alle stampe nel
1921 con lo pseudonimo di Shara.
Più che un romanzo, un messaggio in
codice lanciato al suo vecchio
spasimante Benito Mussolini, visto
che uno dei personaggi, il giornalista
Lorenzo Ardevi, oltre a somigliargli
psicologicamente e fisicamente,
portava lo stesso nome che lui era
solito lasciare agli alberghi per
incontrare le sue amanti. Non è dato
sapere se alla fine il Duce, impegnato
in quegli anni a cancellare ogni
relazione ritenuta compromettente, in
particolare quella con Ida Dalser,
finita in manicomio nel 1926 dopo
avergli dato un figlio prima
riconosciuto, poi ripudiato, abbia
voluto spendere personalmente una
parola a tutela della sua perduta
amica, ma a leggere una nota della
prefettura di Milano datata 16
dicembre 1929, qualcosa pareva
essere cambiato: «Il Monanni
pubblica attualmente libri di cultura
moderna e di autori in maggior parte
fascisti. Nel gennaio u.s. inviò in
omaggio una collezione di libri a Sua
Eccellenza il Capo del Governo, che
a mezzo del suo segretario
particolare gli faceva pervenire i
suoi ringraziamenti. Da circa un anno
il Monanni ha pubblicato il romanzo
di Massimo Gorki La Madre, ma la
diffusione viene effettuata con scarso
esito in Italia, mentre qualche copia è
stata effettivamente inviata in
Svizzera, a seguito richiesta italiani
ivi residenti. Il Monanni Giuseppe e
la sua compagna di fede Rafanelli
Leda vivono ritirati, non risulta
s’interessino di politica e che
mantengano relazioni con
fuoriusciti».
Fuori dell’Italia, intanto, Virgilia
D’Andrea aveva lasciato la Francia
per approdare nel 1928 negli Stati
Uniti, dove due anni prima, passando
per il Canada, era arrivato il suo
compagno Armando Borghi. Era
l’America della prosperità e
dell’abbondanza: «La
sovrapproduzione americana è il
superamento del socialismo», si era
entusiasmato Arturo Labriola,
incapace di vedere, come quasi tutti
del resto, la grande crisi che covava
sottotraccia. Le piccole Italie
esistevano ancora, ma trent’anni
dopo Gaetano Bresci, le nuove
emigrazioni provenienti soprattutto
dal Meridione, non avevano più, o
quasi, connotazione politica. Ricorda
Borghi nelle sue memorie che
«speculatori di tutte le risme
aspettavano gli emigranti al varco
per venderli come negri al mercato,
succhiando loro sul lavoro e dopo il
lavoro fino all’ultima goccia di
sangue, sfruttando senza scrupoli il
loro stato di zingari incapaci persino
di scrivere un saluto ai loro lontani.
Carne umana senza prezzo e senza
nome tenuta insieme con il trucco del
patriottismo. Il Duce aveva scoperto
l’America, aveva capito che
oltreoceano c’era veramente l’Italia
che sognava e profuse milioni. Teatri,
cinema, stampa, musica, sagre,
pubblicità, radio, battesimi, cresime,
matrimoni, funerali, tutto era in
camicia nera. Le piccole Italie erano
diventate fucine di frenesia
mussoliniana».
Gli anarchici, scarsi di numero e in
gran parte della vecchia generazione,
gravitavano intorno ai giornali Il
Martello e L’Adunata dei Refrattari.
Il Martello era diretto da Carlo
Tresca, un abruzzese di Sulmona che,
approdato poco più che ventenne
negli Stati Uniti agli inizi del secolo,
era in breve tempo diventato attivista
sindacale di primissimo piano, e
punto di riferimento nelle lotte dei
minatori della Pennsylvania e del
Minnesota e dei lavoratori tessili del
New Jersey. Ernestina Cravello
l’aveva conosciuto nel 1913 durante
il grande sciopero dei setaioli di
Paterson, che prima di venire
represso con oltre duemila arresti e
l’uccisione di Valentino Modestino,
un immigrato freddato da un colpo di
pistola mentre dal balcone di casa
osservava il picchettaggio delle
fabbriche, aveva entusiasmato
parecchi intellettuali radicali di New
York, compreso un ancora giovane e
sconosciuto John Reed, il giornalista
di Portland che da lì a qualche anno
sarebbe partito per la Russia per
vivere da protagonista la rivoluzione.
Insieme con Tresca animavano Il
Martello Pietro Allegra, un
palermitano arrivato a Pittsburgh nel
1910 dopo avere sparato un colpo di
pistola contro il direttore della filiale
Gondrand che l’aveva licenziato;
Domenico Rosati, un umbro emigrato
in Pennsylvania nel 1906; e poi Luigi
Quintiliano, Rocco Tavani, Mario
Buzzi, Donato Carrillo. L’Adunata
dei Refrattari invece, che aveva
iniziato le pubblicazioni a New York
nel 1922, era retto in particolare da
Raffaele Schiavina, un ferrarese
sbarcato negli USA nel 1913 che
diceva di essere diventato anarchico
dopo aver letto le memorie di
Kropotkin; e da Osvaldo Maraviglia,
nato in provincia di Macerata,
arrivato ragazzo negli Stati Uniti e
subito impiegatosi in una delle tante
industrie dell’abbigliamento.
Entrambi si sentivano allievi di Luigi
Galleani, giunto in America nel 1901
e diventato, con la sua rivista
Cronaca Sovversiva, uno degli
esponenti di punta del fronte
anarchico contrario a ogni forma di
organizzazione del movimento, che fu
poi rimpatriato a forza nel 1919 su
una nave diretta a Genova. Del
gruppo de L’Adunata facevano
inoltre parte Ilario Margarita,
originario della frazione Castelrosso
di Chivasso e fra i protagonisti a
Torino del biennio rosso; Costantino
Zonchello, un sardo che la prefettura
del suo paese aveva definito «un
esaltato insofferente a ogni
limitazione legale e freno
disciplinare»; Nicola Di Domenico,
detto Nik, di Teora, Avellino: «Sto
facendo il possibile per cercare di
sorvegliare l’attività di detti gruppi
anarchici allo scopo di essere in
grado di segnalare prontamente
qualunque movimento sospetto e
confermo che nessuno degli anarchici
risulta partito o in procinto di partire
per l’Europa», segnalava al ministero
il consolato, perennemente
terrorizzato dall’ipotesi che
qualcuno, da qualche parte, stesse
organizzando un nuovo attentato
contro Mussolini.
Fra i due giornali non correva buon
sangue. Dalle colonne de L’Adunata
dei Refrattari Carlo Tresca veniva
accusato di essere «un agente
provocatore del governo fascista»,
accuse dalle quali sapeva difendersi
con ardore. Virgilia D’Andrea e
Armando Borghi, sistematisi a
Brooklyn, avevano scelto di
collaborare con L’Adunata, come
anche Camillo Berneri ed Errico
Malatesta. Virgilia, che l’11 febbraio
del 1928 aveva festeggiato i
quarant’anni, era ormai diventata una
delle propagandiste più abili e
preziose. Scriveva da Chicago il
consolato il 15 novembre 1929: «Ho
l’onore d’informare codesta Regia
ambasciata che la sera del 7
novembre al West Side Auditorium
ha avuto luogo un grande comizio
anarchico-comunista allo scopo di
raccogliere fondi per la lotta contro
il fascismo e contro il duce. Oratore
principale della serata fu la nota
Virgilia D’Andrea che si scagliò
contro le istituzioni italiane, contro il
regime e contro il duce ed asserì con
prolisse argomentazioni che le
tradizioni del pensiero, della cultura
e dell’arte italiana erano
completamente opposte alle direttive
imperanti oggi in Italia. Alla riunione
intervennero oltre 500 persone e
furono vendute pro fondo antifascista
le pubblicazioni che qui accludo, e
cioè Tormento di Virgilia D’Andrea,
con prefazione di Errico Malatesta e
Mussolini in camicia nera di
Armando Borghi. Il prossimo meeting
avrà luogo questa sera al Meldazis
Hall alle ore otto e parlerà Virgilia
D’Andrea sul tema “La nostra e
l’altrui violenza”. Mi riservo di farne
oggetto di un rapporto appena in
possesso dei necessari elementi.
Unisco diversi giornali, le due
pubblicazioni in parola ed il
manifesto per la manifestazione di
stasera».
Il clima tra gli anarchici residenti
in America non era dei migliori
anche per il fallimento
dell’estenuante campagna per la
liberazione di Nicola Sacco e
Bartolomeo Vanzetti, che accusati di
avere ucciso un contabile e una
guardia giurata durante una rapina in
un calzaturificio, erano finiti sulla
sedia elettrica dopo sette anni di
carcere il 23 agosto del 1927. A
nulla erano serviti gli appelli di
intellettuali dal calibro di Bertrand
Russell e George Bernard Shaw, le
veglie e le manifestazioni oceaniche
a Londra, Berlino, Parigi: «Oh! Miei
compagni, che sospinti e dispersi dal
vento come una caduta di foglie in
autunno, ritornate, quale stormo di
rondini, al primo canto di primavera
o al primo richiamo di morte. Levate
oggi più orgogliosi la fronte. Perché
questi due uomini, che davanti alla
conferma del supplizio, non hanno
tremore di labbra sopra lo strazio
infinito, sono due esseri di azzurro e
di acciaio che l’anarchia ha espresso
nell’attimo travolgente e oblioso in
cui, davanti allo sguardo del sole, si
è ravvolta nelle chiome della
bellezza sublime. In ginocchio, giù,
giù, col volto fino a terra davanti a
questi due anarchici meravigliosi,
espressione vivente del più alto
idealismo, voi filosofi senza
coscienza e senza fede; voi
mistificatori della verità, che
cianciate di spirito puro mentre siete
gli assertori di un’idea fatta dei più
bassi, dei più loschi, dei più turpi
interessi umani», aveva scritto
Virgilia D’Andrea sull’Adunata. Non
era servita neppure la disperata
supplica al Duce fatta dal padre di
Nicola Sacco, Michele, contadino
ultrasettantenne di Torremaggiore, in
provincia di Foggia: «Possa una
vostra parola, un vostro atto,
espressione dell’animo mio, che
proclama e reclama il figlio
innocente, salvare dalla morte quegli
che tutto il mondo ha già assolto», gli
aveva scritto il 10 agosto, ottenendo
formale e immediata risposta in un
telegramma: «Da tempo ed
assiduamente mi sono occupato della
posizione di Sacco e Vanzetti e ho
fatto tutto il possibile,
compatibilmente con le regole
internazionali, per salvarli
dall’esecuzione».
Armando Borghi, membro del
comitato per la loro liberazione, era
riuscito a visitarli in carcere:
«Visitai Vanzetti a Charlestown e
Sacco a Dedham. I due temperamenti
si rivelavano a colpo d’occhio.
Vanzetti, anziano, nordico, pacato,
voce dolce e suadente, era convinto
di vincere la giusta battaglia. Sacco,
occhi mobili, gesticolante, nervoso,
impaziente, non aveva fiducia nella
giustizia americana. Avevo la
missione di persuaderlo a concedere
ancora la sua firma per una nuova
dilazione legale. Gli avvocati
contavano di mettere in moto altri
espedienti legali, ma Sacco non era
favorevole: Vane chiacchiere – mi
rispose – ci tengono e ci vogliono
uccidere».[4]
In quei giorni, nella Francia da cui
Virgilia D’Andrea e Armando Borghi
se ne erano andati, continuava a
vivere Maria Rygier. Aveva
quarantacinque anni e non se la
passava molto bene. Isolata e
denigrata ormai da tempo dai suoi ex
compagni che la consideravano
«inaffidabile e posticcia, una vipera,
una farabutta tornata alla borghesia»,
stava facendo i conti con sempre più
seri problemi economici: «È
impiegata come segretaria presso il
cittadino francese Lefebre, che ha al
numero 85 della rue la Boétie un
ufficio per transactions immobilières.
Svolge saltuariamente propaganda
antifascista. La sera del 9 settembre
u.s. tenne al club francese
Rochechouart, sito al numero 13
della rue Rochechouart, una
conferenza dal titolo Le Fascisme ses
contradiction. Erano presenti una
trentina di massoni francesi»,
rilevava da Parigi una nota del 21
novembre 1930.
Continuava però a scrivere
imperterrita i suoi articoli contro il
fascismo, in particolare su L’Ère
nouvelle e Le Flambeau, e nel
maggio 1928 era finalmente riuscita a
pubblicare in un opuscolo quelle che
lei riteneva fossero le vere ragioni
della conversione di Mussolini da
neutralista a interventista: «Io so ora
che la diplomazia francese non ha
avuto bisogno di usare una abilità
particolare per reclutare Mussolini
come agente dell’interventismo. Le
era bastato consultare semplicemente
gli archivi della polizia per trovarvi,
tra i nomi degli informatori di infima
categoria, quello di Benito
Mussolini. È questa infatti l’origine
vergognosa, e sin qui insospettata,
della fede interventista del Duce,
origine di tutti i suoi voltafaccia
successivi che, dopo aver fatto
passare il già feroce rivoluzionario e
antipatriota dall’altro lato della
barricata, l’hanno infine innalzato
sino al potere dittatoriale. Nel 1904
Benito Mussolini, fuggiasco
dall’Italia per renitenza alla leva ed
espulso dalla Svizzera per avere
falsificato il passaporto, cercò asilo
nell’Alta Savoia, cioè proprio nella
regione che fu un tempo della
monarchia italiana e dove ora i
fascisti si abbandonano a una attiva
propaganda irredentista distribuendo
ai bambini delle scuole pubbliche
opuscoli in cui si insegna che i loro
nonni erano nati sudditi della dinastia
dei Savoia. In questa regione, che
secondo i partigiani del duce è una
provincia irredenta italiana allo
stesso titolo per cui lo era un tempo
Trieste sotto la dominazione
austriaca, Benito Mussolini, italiano
e socialista, divenne informatore
della polizia francese ai danni dei
suoi compagni di partito e, cosa
ancor più ripugnante, a spese dei suoi
compatrioti. La conoscenza di questo
segreto vergognoso permise al
governo francese dieci anni dopo di
esigere la conversione di Benito,
minacciandolo di denunciare la sua
ignominia e di spezzare
inesorabilmente la sua carriera
politica. È infatti evidente che la
Germania non avrebbe dato un soldo
a un militante cacciato dal partito
socialista con una accusa così
infamante».[5] La Rygier aveva
aggiunto alla sua denuncia anche una
esplicita minaccia di morte fattale
pervenire dalla Direzione Generale
di Pubblica Sicurezza attraverso un
suo amico, Gian Francesco
Guarrazzi, un fascista influente ricco
proprietario terriero a Livorno che
l’aveva assunta come redattrice anni
addietro in un suo giornale
interventista: «Vi è un ordine del
governo di non arrestare mai, in
nessun caso, questa signora a meno di
sorprenderla in flagrante delitto di
omicidio, cosa che non è proprio
probabile. Essa scrive contro il
regime degli articoli diabolici. Ne
abbiamo trovato tutta una collezione
a casa sua e anche altre carte
sufficienti a trascinarla in corte
d’Assise. Ma sappiamo che sarebbe
felice di fare del banco degli imputati
una tribuna per lanciare le peggiori
accuse contro Mussolini. E così il
ministero farà qualsiasi cosa per non
darle questa soddisfazione. Solo il
duce ha più di una corda al suo arco
e dato che voi siete amico della
signora Rygier fareste bene ad
avvertirla che è possibile che
Mussolini, esasperato, decida di
sopprimerla senza alcun processo
formale».[6] Ma nessuna
intimidazione sembrava in grado di
impensierirla: «Sono felice di essere
stata scelta dal destino, assecondato
con fermezza e perseveranza dalla
mia volontà, per compiere la
missione vendicatrice di bollare
Benito Mussolini, carnefice della
libertà italiana, con il marchio
d’infamia più ignominioso di tutti;
quello cui nulla, né la forza, né il
potere, né la fortuna più insolente,
potrebbe togliere obbrobrio e orrore,
quello che è espresso dalle parole:
traditore della Patria!»[7]
La reazione del Popolo d’Italia,
giornale al quale agli inizi degli anni
Venti Maria Rygier aveva
assiduamente collaborato, era stata
immediata e feroce: «Turiamoci il
naso e rimbocchiamoci ben bene i
pantaloni. Si tratta di parlare, fate i
debiti scongiuri, di Maria Rygier.
Ancora? Sì, purtroppo. E speriamo
che non si schiantino gli ingranaggi
della rotativa e non crolli il tetto
della tipografia, con simile micidiale
iettatrice non si sa mai ciò che può
accadere soltanto a nominarla.
Avevamo dunque perfettamente
ragione affermando che, non
essendosela lavata per trentacinque
anni e più, quell’immondezzaio
stomachevole di Maria Rygier
transfuga di tutti i partiti e di
professione falsa isterica e agente
provocatrice, doveva avere una
faccia più resistente del bronzo». Poi
avanti con una lunga serie d’insulti
fino all’attacco finale: «Siamo decisi
a non spendere più le nostre parole
per l’infame spia. Ci sembra giunto il
momento di ricacciarle nella oscena
gola ingiurie e menzogne. La
denunciamo pertanto alla Pubblica
Sicurezza. O questa agisce
inviandola al più presto possibile a
spazzare le latrine delle Mantellate, o
di lei si dovranno occupare i fascisti.
I quali ovunque la trovassero hanno il
sacrosanto diritto di farle fare quel
bagno e di darle quella strigliata che
la sua ripugnante sporcizia fisica e
morale impongono e infliggerle
quella giusta punizione che la sua
improntitudine esige. È veramente un
peccato che l’olio di ricino sia
passato di moda. Mai esso avrebbe
potuto essere più intelligentemente ed
efficacemente propinato».
Parigi, da dove Maria Rygier
combatteva la sua personale battaglia
contro il fascismo, continuava a
essere la meta prediletta del
fuoriuscitismo italiano. Nel 1929,
dopo essere fuggiti dal confino di
Lipari, erano arrivati tra gli altri
Carlo Rosselli, Emilio Lussu e
Francesco Nitti; e, un anno dopo,
scappando via Tunisi dalla stessa
isola, Gino Bibbi, che dopo essere
stato accusato di complicità con Gino
Lucetti nell’attentato a Mussolini
dell’11 settembre 1926, si era
ritrovato coinvolto assieme a Libero
Molinari, Nella Giacomelli e
Camillo Berneri, nelle indagini per
l’attentato del 12 aprile 1928 alla
Fiera di Milano, costato la vita a
diciotto persone: «Carissima, questa
dovrebbe essere la lettera che ti
parla un po’ diffusamente delle cose
mie. A proposito di questa mia
partenza che sarà parsa a tutti
stranissima, il mio telegramma
chiarisce che tempo fa ebbi notizia
da una persona che anche a Lipari mi
aveva avvertito della probabilità di
un mio nuovo arresto. Ed eccomi a
Paris dopo varie peripezie
marinaresche e terrestri. Ho
incontrato molti amici, anche uno che
fu ufficiale con me al fronte e che si
trova impiegato al consolato italiano.
Odora di avversario, ma il ricordo di
giorni passati insieme ci ha fatto
cordialmente godere del
ritrovamento. Puoi essere anarchico
all’ennesima potenza, ma per te non
farei che opera di bontà, mi ha detto.
Può aiutarci se vuoi raggiungermi un
giorno», scrive alla sorella Maria il
30 luglio 1930. Lettera subito
intercettata: «L’anarchico e confinato
politico Bibbi Gino, riparato a
Parigi, ha spedito il 30 decorso mese
alla sorella Maria una lettera nella
quale tra l’altro si accenna
all’incontro di un amico ex ufficiale
da lui conosciuto in guerra, che è
impiegato al consolato di Parigi, il
quale si sarebbe offerto per favorirlo
in qualche suo bisogno. L’impiegato è
da identificare, così come sono
ancora da identificare i responsabili
della fuga del Bibbi», informava la
prefettura di Massa il ministero
dell’Interno il 4 di agosto,
aggiungendo poi in una nota
successiva altri dettagli: «Secondo il
fiduciario, Maria Bibbi nel giorno
stabilito dovrebbe partecipare nella
sua casa ad una cena, alla quale
prenderebbero parte altre persone,
poi, ad ora tarda della notte,
travestita da uomo, con parrucca,
baffi e piccole basette nere,
indossando vestiti da sport con
berretto e sigaretta in bocca,
uscirebbe insieme ad una comitiva,
con la quale si recherebbe nel viale
XX Settembre, dove una macchina
l’attenderebbe nelle vicinanze della
frazione di Fossola, e con essa si
recherebbe a Sarzana all’albergo
della Villetta per incontrarsi ivi col
cittadino francese, amico del Bibbi
Gino, il quale l’accompagnerebbe in
Francia attraverso il valico di
Modane». È quanto basta per
diramare tempestivamente i suoi
connotati a tutti i passaggi di
frontiera: «Maria Bibbi è di statura
bassa, corporatura snella, viso
regolare, fronte spaziosa, zigomi
sporgenti, capelli castani scuri, occhi
castani, naso greco, mento ovale,
collo corto, bocca larga, mani giuste,
andatura svelta, espressione
fisionomica piuttosto antipatica».

[1] Mattia Granata, Lettere d’amore e


d’amicizia. La corrispondenza di Leda
Rafanelli, Carlo Molaschi e Maria
Rossi per una lettura dell’anarchismo
milanese (1913-1919), BFS, Pisa 2002.
[2] Ibid.
[3] Leda Rafanelli, Donne e femmine,
Casa Editrice Sociale, Milano 1922.
[4] Borghi, Vivere da anarchici cit.
[5] Maria Rygier, Mussolini indicateur
de la police française ou les Raisons
occultes de sa «conversion», Imprimerie
Coopérative Lucifer, Bruxelles 1928.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
Maria B.

Massa, 18 marzo 1931

Nella revisione della corrispondenza


proveniente dall’estero è stata
rinvenuta il numero 26 dell’8 marzo
1931 della rivista «La Femme de
France» indirizzata a Lina Galeotti,
piazza Alberica 6 Carrara.
Esaminata attentamente da questo
ufficio di revisione, è stato constatato
che nelle ultime due pagine,
contrassegnate coi numeri 31 e 32 e
nella terza pagina di copertina e
precisamente nella costola della
rivista, sono state scritte a mano e a
matita le seguenti cifre:
A pagina 31: 40; 49; 36; 6; 46; 89;
50/ 25.2.22.25.29/
40.3.76.11.13.24.65/
A pagina 32: 25.30.33=11.39.55
Nella terza pagina interna della
copertina: 15=2=23=70=54=48=6=
90/ 27/ 10-14/ 35=68=49=40
44=10=15=12.
La detta pubblicazione porta il
timbro di Parigi, e poiché la
destinataria Lina Galeotti, a Carrara,
ospita permanentemente nella propria
abitazione l’anarchica Bibbi Maria,
sorella del pericoloso anarchico
schedato residente a Parigi Bibbi
Gino, il quale, apponendo i nove
gruppi di cifre nella costola della
rivista, avrà voluto certamente
corrispondere con la sorella per
comunicare notizie segrete.
Pertanto vennero disposte
immediate e contemporanee
perquisizioni accuratissime, dirette
dai Funzionari di P. S. di Carrara e di
Avenza nella casa di abitazione della
destinataria Lina Galeotti e Bibbi
Maria, ed in Avenza in quella di
Menconi Nella fu Francesco, amica
della Bibbi Maria e del Bibbi Gino
allo scopo di rinvenire e sequestrare
il cifrario, di cui si presume
l’esistenza.
Ma le perquisizioni diedero al
riguardo risultato negativo.
Vennero però sequestrati una
cartolina illustrata a firma Elisa
Brumar diretta alla Bibbi Maria,
portante il timbro postale di
Trisobbio (Alessandria) con la data
11.11.1930 nella quale stanno scritti,
dopo la firma i seguenti numeri: 12+
8+ 36+ 21+ 3L. 45+ 13+ 18+6 = 9+
15+ 27+ 50.
Una cartolina con l’effige a colori
di Matteotti rinvenuta fra i libri del
socialista Galeotti Gino ed un
piccolo calendario recante diversi
indirizzi, riferiti certamente a
persone conosciute in luoghi di
confino, dove la Bibbi Maria
volontariamente seguì il fratello
Gino.
Questo ufficio disporrà al riguardo
le necessarie indagini ed intanto si
affretta a rassegnare a codesto
Onorevole Ministero il numero della
rivista «La Femme de France»
sequestrato affinché le cifre in esso
trascritte siano sottoposte ad una
indagine crittografica per cercare di
ottenere la decifrazione.

Il Prefetto
Ernestina

Vercelli, 16 settembre 1931

In relazione alla Ministeriale del


nove corrente, comunico che la
Cravello Ernesta fu Giacomo e di
Fiorina Elisabetta, nata a Valle
Superiore Mosso il 28 luglio 1880, è
sorella degli anarchici schedati
Cravello Antonio e Vittorio,
argomento rispettivamente dei cenni
di variazione modello B di questa
Prefettura del 14/08/1931 n. 3148 e
del 12/08/1931 n. 3150.
Anche nei riguardi della Cravello
Ernesta questo Ufficio ebbe a redarre
in data dell’11 agosto u.s. n. 3148
modello B, rimettendolo a codesto
Onorevole Ministero, dal seguente
tenore:
Risiede tuttora a Paterson, dove
emigrò con tutta la famiglia nel 1895.
Si ignora la condotta politica serbata
in questi ultimi tempi. Non è stato
possibile procurare la di lei
fotografia. La Cravello è stata
segnalata per la inserzione nella
Rubrica di Frontiera per le
disposizioni di vigilanza e di
perquisizione.
Con l’occasione reputo opportuno
comunicare che la Cravello ha scritto
ultimamente a persone di Valle
Superiore Mosso ed ha dato come
suo recapito il seguente indirizzo:
Cravello Ernesta, E.S. 114+H 8 SP
Paterson, N. J. Stati Uniti d’America.
Da ulteriori indagini eseguite è
risultato che la ripetuta donna
rimpatriò nel 1925 ripartendo due
anni dopo per l’America. In tale
occasione essa serbò regolare
condotta facendo ritenere di avere
abbandonato le idee sovversive di un
tempo.

Il Prefetto
Leda

Giornale di Bordo, 12 dicembre


1931

Alle ore 14.30 di oggi 12 dicembre


1931, X°, il Secondo Commissario di
Bordo signor Lo Bianco, ha
presentato a me sottoscritto Regio
Commissario viaggiante sul
piroscafo Roma, un libro di Leda
Rafanelli dal titolo «Seme nuovo», a
lui consegnato dal passeggero di
terza classe italo-americano Carlo
Migliori, proveniente da Detroit e
diretto a Castro dei Volsci, provincia
di Cosenza.
Da una sommaria lettura del libro
ho rilevato in esso delle idee
anarcoidi. Interrogato il passeggero,
che aveva spontaneamente
consegnato il libro, egli ha dichiarato
alla presenza del Primo Ufficiale e
del Primo Medico di bordo, che detto
libro gli era stato regalato proprio al
mattino da un tale Votta, gestore di un
Banco di Cambio in Mulberry Street
88, presso il quale si era recato ad
acquistare il biglietto d’imbarco, e
che impressionato per avere letto
nella parte terza di esso, come titolo
del capitolo primo, la parola
«anarchia», aveva creduto suo
dovere di italiano e di ex soldato,
consegnare il libro e denunziare il
donatore, del quale presentava e
consegnava anche un biglietto da
visita con le indicazioni dell’azienda.
Abbiamo creduto in ogni modo,
alla presenza del passeggero,
dell’Ufficiale di Bordo in
rappresentanza del Comandante della
nave e da questo delegato, di
eseguire una minuta ispezione al
bagaglio del predetto, la quale
ispezione è risultata negativa. Sia per
la spontaneità dell’atto del Migliori,
sia per quanto dalla sua voce
abbiamo ascoltato e riferito per
iscritto, ho la convinzione che il
passeggero sia sincero ed in perfetta
buona fede. Il libro «Seme nuovo»
della Società Editoriale Milanese e il
biglietto con le indicazioni del Banco
Votta con copia del presente referto,
sarà consegnato all’autorità di
Pubblica Sicurezza imbarcante a
Gibilterra.

Il Regio Commissario
Fosca

Tolosa, 13 marzo 1932

Carissima Ginetta e tutti,


Adesso è la volta mia di fare le
valigie ed andare a fare fame con una
bambina per il mondo. Il 20 di questo
mese debbo lasciare la Francia, il
perché? Indesiderabile, mi hanno
risposto. Adesso qui incominciavo
ad andare benino, il lavoro pur
marciando piano mi permetteva di
tirare avanti noi due e di mandare
qualcosa a Dario.
Ed ora dove andrò con la grande
crisi che vi è in tutto il mondo? E
Luce, povera bambina, dovrà
ricominciare con un’altra lingua gli
studi, e mettere un po’ a riposo quella
per mangiare perché mai più troverò
da guadagnare quello che guadagnavo
qui, e che mi permetteva di
mantenerla come quando vi era
Dario. Ed anche il viaggio è un
colpo, che da qui dobbiamo
attraversare tutta la Francia. E che
bella musica sarà trovarsi in una
nazione che parla un idioma
sconosciuto fra gente sconosciuta.
Maledetti cento volte i
responsabili. E dire che non posso
andare neppure da Dario a fare la
fame insieme. Questo è il colmo.
Coraggio e avanti. Ingoiamo ancora
una pillola, ma speriamo di farne
presto un’indigestione.
Non scrivermi più qui. Ti scriverò
io, quando mi sarò sistemata da
qualche parte del mondo cane.
Ma dove andare? Mi vuoto la
testa: Spagna, Belgio, Svizzera. E so
che in nessuna di queste nazioni non
vi è lavoro per gli uomini,
figuriamoci per una donna. E Olga mi
diceva che pregavate per noi? Mondo
cane. Fui ammalata il mese scorso e
non avevo un’anima viva che mi
portasse una tazza di latte. Luce,
poverina, doveva andare a chiamare
il dottore e fare quello che poteva,
ma fino adesso non era niente, anche
ammalata la settimana entrava. Il
bello viene adesso. E ditemi un
poco? Se invece di pregare non vi
viene la voglia di fare un gran fuoco
con tutti i santi e i santoni, vuol dire
che le mie sofferenze non vi
interessano!
Prendetevi un abbraccio da me e
da Luce. Saluti per tutti.

F.
Virgilia

Brooklyn, 28 marzo 1932

Mio carissimo Errico.


Tu certo puoi immaginare il gran
piacere che provo tutte le volte che
mi arriva una tua lettera. Essa mi
ricorda tante cose care, lontane, e mi
porta un sorriso di sollievo. Nel
presente poi mi parla di te a cui
voglio tanto bene, lo sai!
Ti scriverei più spesso, ma un po’
perché sono sempre in giro, un po’
per incertezza rimando da un giorno
all’altro. Ti ricordo però sempre e in
ogni occasione si parla teneramente
di te coi compagni. Spero, di gran
cuore, sarai ora perfettamente
rimesso. L’ultimo tuo biglietto, ho
girato subito la lettera ad Armando,
mi ha profondamente commossa; più
il tempo passa e più comprendo
quanto inestimabile tesoro è il tuo
animo e la tua mente.
Io continuo a lavorare, pur se la
salute si mantiene delicatissima. Ma
sono rimasta sola a sbrigare la
propaganda orale e gli Stati Uniti
sono immensi. Come accontentare
tutti? Alle volte sono tanto
fisicamente stanca, ma nuovi oratori
purtroppo non sorgono ancora,
mentre essi sarebbero così necessari.
Qui la situazione economica è
disastrosa e non si intravede nessuna
via d’uscita. Intanto in questa inerzia
forzata si creano manie di
revisionismo e si esce addirittura dal
binario. Nettlau persiste nelle sue
convinzioni, con tutto il rispetto che
ho per la sua cultura e per la sua vita
mi sembra però di avere compreso
che il suo credo dev’essere sempre
stato istinto di «democretismo». Ma
su ciò riceverai a parte più chiare
delucidazioni. Aspetto, ricordati, un
tuo ritratto recentissimo. Indirizza
tutto a De Cicco P. O. Box 467 Wit
Pains, N. Y. e per ora un
affettuosissimo e caro abbraccio a te
ed a Elena.
Virgilia
Elena

Roma, 16 agosto 1932

Caro Bertoni,
Ti mandai il telegramma
avvertendoti della morte di Errico.
Credevo che tu mi scrivessi, ma non
ho avuto nulla; o la censura non mi ha
fatto pervenire la lettera o non mi hai
scritto. Forse aspettavi che ti
scrivessi io. Ma io mi trovavo e mi
trovo in condizioni tali da non
riuscire a coordinare le idee e non
riesco a compilare una lettera. Ho
scritto a Frigerio. Egli ti avrà fatto
leggere quella mia. Se tu volessi
sapere qualcosa, volessi qualche
spiegazione o qualche dettaglio,
scrivimi, domandami ed io ti dirò
tutto, cercando di essere più precisa
e più chiara possibile.
I giorni passano ma il mio dolore
resta acuto come il primo giorno.
Non riesco a darmi pace, non riesco
a dominare la passione che mi strazia
e che mi fa tanto soffrire. Non riesco
ad abituare il pensiero all’idea di
averlo perduto, di non poterlo
rivedere mai più. È terribile. Al
cimitero sopra la sua tomba ci sono
le guardie: due poliziotti per turno si
danno il cambio per prendere le
generalità a tutti coloro che si
avvicinano. Il compagno Tiburzi, che
nulla sapeva, vi andò, si fermò un po’
in raccoglimento ma fu richiamato
alla realtà dal poliziotto che gli
chiese le generalità e non contento lo
portò in Questura dove lo rinchiusero
in camera di sicurezza e trattenuto
per quattordici ore [sic].
Lo abbiamo messo nel campo
comune, ma fra ottobre e aprile è
permesso toglierlo per metterlo da
un’altra parte, ed io vorrei poterlo
fare, Bertoni; vorrei poter conservare
ai compagni una tomba dove portare
un fiore, dove andare a versare una
lacrima. Io spero che tu e i compagni
sarete d’accordo con me. Quando mi
sarò rimessa un po’ fisicamente e se
riuscirò a superare e a vincere questo
strazio, cercherò se potrò trovare
lavoro, ma ti confesso che sarà
difficile poterlo trovare nelle
condizioni in cui mi trovo, colle
guardie dietro nessuno vorrà saperne
di me.
Se tu fossi qui come mi sentirei più
leggera. Mi daresti consigli di cui ho
tanto bisogno, specie sul lavoro di
Errico. Ma le mie lettere, come sai,
sono tutte censurate, perciò ho paura
che tu me ne parli perché potresti
chiamare l’attenzione di coloro che
non devono sapere. In Italia adesso
tutti gli abusi sono permessi e io ho
paura. Saluta tutti i compagni di
costà. Ti stringo forte la mano.

Tua Elena Melli Malatesta


Qualche epilogo e nessuna
speranza

Errico Malatesta, definito molti anni


prima da Pietro Gori «eroe della
bontà», concludeva il 22 luglio 1932,
a settantanove anni, una vita da
eterno girovago attraverso quasi tutti
i continenti contrassegnata da rivolte,
processi, condanne, prigioni e fughe:
«Francamente, quando si è tanto
sognato e tanto sperato, è doloroso
morire nelle condizioni in cui forse
morrò, alla vigilia forse di importanti
avvenimenti. Ma cosa vuoi farci?
Non mi resta più che aspettare la fine
tenendo innanzi agli occhi della
mente l’immagine di coloro che mi
hanno amato e che io ho tanto
riamato», aveva confidato in una
lettera al suo vecchio amico Luigi
Bertoni, un tipografo tra i
protagonisti dell’anarchismo in
Svizzera. Gli «importanti
avvenimenti» cui si riferiva erano i
fatti di Spagna, dove la fuga di re
Alfonso XIII lasciava spazio a
suggestioni rivoluzionarie, e mentre
Virgilia D’Andrea con una lettera da
Brooklyn datata 1° giugno 1932
provava a fargli coraggio – «con tutto
l’animo voglio sperare che quando
riceverai questa mia sarai
completamente rimesso, non pensare
a cose tanto tristi, esse mi fanno così
tanto male che tutto l’essere ne è
scosso. Ti guarirai caro
indimenticabile Errico, noi tutti
vogliamo rivederti e riabbracciarti»
–, a nessuno, neanche in quegli ultimi
giorni, fu concesso di visitarlo.
Casimiro Chiocchini, un anarchico
romano che partendo da una piccola
falegnameria era riuscito a mettere in
piedi una florida industria in via
Capo d’Africa, ritenuto dalla polizia
uno dei principali finanziatori di
Malatesta «e in così intimi rapporti
che Errico Malatesta al suo ritorno a
Roma da Londra prese alloggio in
casa sua», aveva provato a rivolgersi
a un funzionario fascista dal cuore
buono, il quale subito aveva scritto ai
suoi superiori: «A Roma, in via
Querceto 23, vi è l’industriale
Chiocchini Casimiro che dal nulla ha
creato una delle principali industrie
della città e sta assumendo importanti
lavori per il palazzo delle nazioni
unite a Ginevra. Tutta la sua attività
di anarchico sovversivo consisteva
nel portare una cravatta nera
svolazzante. Ora non si occupa che di
lavori, ha una famiglia di venti
persone, ha bisogno di lavorare
tranquillo e invece la polizia lo
tormenta un po’. Per un atto di
sentimento vorrebbe andare a visitare
Malatesta che è in fin di vita. Ma gli
è proibito. Si invocherebbe un
provvedimento generoso». Ma non ci
fu verso.
Ai tantissimi che da ogni angolo
del mondo scrivevano per avere
informazioni, Elena Melli raccontava
di un Errico «che non respirava più,
che soffocava con tutto l’ossigeno, ne
consumava una bombola di 1.500
litri in quattro ore e mezzo o cinque.
Si è spento così, piano piano, come
un lumino in cui fosse finito l’olio».
In una lettera spedita alla sorella
Amalia, di sei anni più giovane,
emigrata nel 1915 a Marsiglia con il
marito Isidoro Prati dal quale si era
separata per andare a convivere «con
il noto anarchico Squadrani Edel»,
aveva aggiunto che era stato
Edoardo, frate novizio nipote di
Malatesta, a occuparsi di ogni cosa:
«Era presente al momento fatale e si
è comportato in modo che meglio di
così non poteva comportarsi. È stato
lui che ha ordinato il funerale in
forma civile senza che nessuno gli
avesse detto nulla». Un funerale
quasi clandestino, lungo un itinerario
fissato dalla polizia: «Per tutto il
tragitto vi erano piazzati carabinieri e
guardie in borghese per impedire ai
compagni di trovarsi, per caso, a
passare di là. Così fu fino al Verano
dentro al quale vi era un altro
spiegamento di forze che ci
attendeva. Non fu permesso neppure
di fare un passo a piedi, ci
obbligarono di salire in carrozza
appena fuori dal cancello e via di
gran corsa». Quasi nessun spazio per
lui neppure sui giornali. L’Unità, non
dimentica dell’inappellabile
condanna che Malatesta aveva
riservato al leninismo e ancora di più
alla svolta stalinista, lo definì
«nemico acerrimo, ostinato della
rivoluzione proletaria della Russia
dei Soviet, avversario del
comunismo marxista di cui egli non
comprese mai la portata storica»,
salvo però aggiungere «che dinanzi
alla spoglia di questo vecchio e
sincero rivoluzionario, i comunisti,
senza fare nessuna concessione al
grande dissenso che li divide dagli
anarchici, levano la bandiera rossa in
segno di saluto».
Roma in quei giorni era tirata a
lucido per le celebrazioni del
decennale dell’era fascista.
Mussolini aveva accolto oltre
quarantamila giovani: «Voi siete
l’orgoglio del fascismo, la forza
della rivoluzione, la certezza del
futuro, l’armata della patria», si era
entusiasmato, galvanizzato dalla
bonifica dell’Agro Pontino e
dall’imminente inaugurazione di
Littoria; dai patti lateranensi che agli
occhi di Pio IX l’avevano fatto
diventare l’uomo della provvidenza;
dal lancio al salone internazionale
dell’automobile alla Fiera di Milano
della Balilla, «l’auto che va verso il
popolo, orgoglio della nazione
fascista»; dai trionfi sportivi alle
olimpiadi di Los Angeles che
assieme alle pedalate di Binda, alle
corse di Nuvolari, ai pugni di
Carnera e ai goal di Meazza,
cementavano l’orgoglio nazionale
fino al punto da far scrivere alla
Gazzetta dello sport che «con
l’avvento del fascismo, lo sport
italiano cui i passati governi avevano
negato ogni incoraggiamento e ogni
aiuto ha ricevuto quell’impulso di
vita nuova che la dinamica fascista,
abbattendo le vecchie ideologie, ha
creato e impresso a tutte le attività
nazionali con i nuovi valori». Eppure
nonostante tutto c’era ancora chi si
ostinava ad attentare alla vita del
Duce. Poco più di un mese prima, il 4
giugno, in piazza Venezia a Roma, era
stato fermato, con bombe e pistola,
Angelo Sbardellotto, un
venticinquenne di Mel, Belluno.
Fucilato all’alba del 17 giugno
«dopo aver rifiutato i conforti
religiosi e dichiarato che non
rivolgeva il pensiero ad alcuno
perché da molti anni aveva rotto i
rapporti con la famiglia», al processo
aveva fatto i nomi di tre mandanti:
Alberto Tarchiani, uno dei fondatori
di Giustizia e Libertà, in esilio in
Francia, Vittorio Cantarelli,
anarchico rifugiatosi in Belgio dopo
lunghi soggiorni in Francia e in
Svizzera, ed Emidio Recchioni, che
la polizia segnalava tra i fondatori e
sostenitori di Umanità Nova oltre
che amico intimo di Malatesta,
Amilcare Cipriani, Emma Goldman e
George Orwell. «L’atroce
antifascismo coltivato dallo straniero
non ha più argomenti, non ha idee,
non ha ideali, ha le tasche rigonfie di
esplosivi e necessità di spezzare
violentemente questa sublime
creazione mussoliniana, che è la
coscienza unitaria dell’Italia
fascista», aveva commentato uno dei
tanti giornali romani, Il Tevere.
Angelo Sbardellotto, anarchico, si
era messo in testa di uccidere
Mussolini per vendicare un altro
anarchico, Michele Schirru, un sardo
trentunenne di Padria, in provincia di
Sassari, arrivato dall’America agli
inizi del 1931 anche lui con bombe e
pistola per fare la stessa cosa. La
polizia segreta fascista era piombata
nel suo albergo: «Sì, volevo uccidere
Mussolini. Mi ero proposto di
compiere l’attentato col minor
numero possibile di vittime. Il mio
piano era di accendere la miccia con
una sigaretta e lanciare la bomba».
[1] Le indagini avevano poi rivelato
che prima di entrare in Italia si era
trattenuto a lungo in Francia
frequentando in particolare il suo
corregionale Emilio Lussu. Un
possibile complice era stato
individuato in Giuseppe Polidori, un
toscano emigrato a Londra che
pareva gli avesse consegnato i soldi
per il viaggio, resi disponibili,
secondo le supposizioni della polizia
inglese, da Emidio Recchioni. Ma
mentre nulla di concreto stava
emergendo, ci aveva pensato il
destino a chiudere i conti, stroncando
Polidori, non ancora quarantenne,
con un cancro all’addome.
Il plotone di esecuzione che il 29
maggio 1931 aveva ucciso Michele
Schirru era composto di soli sardi
orgogliosi di spedire all’altro mondo
«un violento per natura, un
debosciato come tutti i rifiuti della
società», aveva scritto L’Unione
Sarda, aggiungendo poi che «egli era
nato nella nostra isola, ma la
Sardegna e la sua famiglia non
devono arrossire per questo
delinquente dalla specie più bassa.
La Sardegna, fedelissima al regime,
non lo annovera più tra i suoi figli.
Era un senza patria e un senza
famiglia, un negatore di tutte le più
alte idealità, un sanguinario, un
amorale che la Giustizia elimina dal
consorzio degli uomini». Non era
bastato a salvargli la vita il fatto che
fosse cittadino americano per avere
sposato un’americana, Minnie Pirola,
dalla quale aveva avuto due figli. Si
erano molto prodigati in tal senso
Costantino Zonchello, che l’aveva
conosciuto nel giro de L’Adunata
diventandone grande amico, e
Virgilia D’Andrea: «Michele Schirru
veniva spesso a casa nostra a
Brooklyn per visitare me e Virgilia.
Era mite, quieto, pieno di idealismo.
Viveva del piccolo commercio di
banane», l’ha ricordato Armando
Borghi. A fucilazione avvenuta,
mentre le solite spie riferivano di un
Costantino Zocchello che se ne
andava in giro «ripetendo schiumante
di rabbia di sentirsi indegno di
chiamarsi anarchico fino a quando
non sacrificherà la propria vita pur di
raggiungere lo scopo», si era
scatenata la furia del Partito
comunista: «Ricordando Michele
Schirru, noi vogliamo di nuovo
riaffermare che la necessaria
vendetta contro il fascismo e il
capitalismo deve essere preparata»,
era stato il piccato commento
dell’ufficio politico,[2] al quale
aveva replicato L’Adunata dei
Refrattari: «Per le giberne di Stalin
l’attentato individuale non è mai che
opera di agenti provocatori. Perché
l’individuo a quanto pare non ha
diritto d’insorgere senza il crisma
della terza internazionale, senza il
nulla osta delle cellule comuniste».
Per la povera Minnie invece, la
tragedia aveva assunto proporzioni
inimmaginabili perché poco dopo
aver perduto il marito Michele
perdeva anche la figlia Lela, di otto
anni, investita da un camion a
Manhattan mentre era a spasso con la
nonna.
Alla morte di Malatesta, Elena
Melli era una giovane donna di poco
più di quarant’anni, senza lavoro e
con a carico una figlia impegnata
all’università nel dare gli ultimi
esami per conseguire la laurea in
chimica: «Da quando non c’è più
Errico la morte non mi fa paura. Il
dottore mi ha dato una cura per
rinforzarmi il cervello perché dopo
la disgrazia ho dei disturbi di
amnesia e a volte mi sembra che
l’intelligenza se ne vada
completamente e ho degli
smarrimenti che mi mettono un po’ di
pensiero», scriveva nel settembre del
1932 a Carlo Frigerio, anarchico e
tipografo tra i principali animatori, a
Ginevra, del Comitato per i figli dei
carcerati politici in Italia; era stato
redattore di Umanità Nova e nel
1921 era finito in carcere per un
mese perché sospettato di complicità
con i responsabili della strage del
Diana. A Luigi Bertoni invece, più o
meno negli stessi giorni, Elena
descriveva una sorveglianza che si
era fatta sempre più rigida:
«Abbiamo le guardie dietro che
hanno l’ordine preciso di non
perderci mai di vista. Come se non
bastasse ci hanno imposto di
avvertirli il giorno prima quando
vogliamo andare via, di tracciar loro
l’itinerario e di dire dove andiamo. E
se per qualche ragione si cambiasse
idea sul luogo scelto e sulla strada da
percorrere, non ci permettono di
andare. Ci hanno minacciato di
portarci in questura. Vorrei protestare
per mantenermi quella larva di
libertà, ma temo sia peggio». Si
recava al cimitero tutti i giorni, a
portare garofani rossi su di una
tomba sempre piantonata dalla
polizia: «Dalle ore 19 alle ore 23 di
ieri si sono recati a visitare la salma
del noto Malatesta le seguenti
persone: Fabbri Foscolo, noto
anarchico, abitante in via Vespasiano
12; Pace Furio, socialista, abitante
Piazzale degli Eroi 8; Monticelli
Temistocle, noto anarchico e moglie,
abitanti in via Bodoni 6; Giovannelli
Arnina, moglie dell’anarchico
Molinelli e figlia Zaira, abitante in
via Marmorata 45; Chiocchini
Casimiro, noto anarchico e figlio
Cesello; Di Mambro avv. Vincenzo,
noto anarchico da Cassino»,
rapportavano gli agenti a ogni
cambio turno. Un controllo che
spesso assumeva caratteri grotteschi.
In una lettera spedita a Giovanni
Salerno, un anarchico finito a Tunisi
a cercare fortuna, la Melli raccontava
«di un compagno d’America che mi
scrisse che qui a Roma al cimitero vi
è anche suo padre e mi pregava
quando vado da Errico di andare
anche da lui a portargli un fiore. Io ci
andai. Dovetti prendere la scala per
salire fino all’ultima fila dove si
trova il loculo del defunto per poterci
mettere i fiori. Ci crederesti? Quando
ebbi finito e venni via il poliziotto
che mi seguiva salì sulla scala e
prese le generalità del defunto.
Vedremo se riuscirà a farlo mandare
al confino». Il giorno in cui sulla
tomba del suo amato aveva trovato
una croce, si era sentita umiliata:
«Erano state date disposizioni perché
croce sulla sua fossa non fosse
messa. Ma gli ordini del
governatorato non transigono.
Indignata chiamai un operaio e la feci
togliere. Dopo dovetti andare in
ufficio a fare una dichiarazione
scritta e firmata che chi aveva fatto
togliere la croce ero stata io, la
moglie. Le autorità forse non
prevedevano la mia audacia,
credevano dati i tempi che io
lasciassi correre come fanno in
genere tutte le donne. Fino a ora
hanno tollerato che al posto della
croce ci sia solo un bastone piantato
dove è inchiodata la targhetta di latta
col nome e le date. Ma domani?»
aveva scritto il 27 novembre 1932 a
Randolfo Vella, un commerciante di
Grotte, in provincia di Agrigento,
espatriato clandestinamente in
Svizzera con la numerosa famiglia
dopo essere vissuto a lungo a
Milano.
Levare Malatesta dal campo
comune «religioso e cattolico» era
diventato il suo cruccio: «Ci sono dei
loculi a prezzi modesti dove tutti
mettono i loro cari e noi perché non
lo faremo? Ci resterebbe così un
posto dove andare a portare un fiore,
dove andare a versare una lacrima».
Cominciò a spargere la voce
scrivendo ai compagni d’Europa, del
Nord Africa e delle Americhe. Non
tutti si mostrarono d’accordo. Un
informatore confidava di avere
parlato con Natale Capecchi,
falegname di Roma con alle spalle
parecchie denunce e qualche anno di
confino a Ustica e Lampedusa, il
quale aveva riferito «che in tutti gli
anarchici da lui avvicinati esiste
assai malcontento contro coloro che
si sono presi l’incarico delle esequie
di Malatesta acconsentendo che la
salma fosse interrata invece che
cremata, cosa che se fosse avvenuta
avrebbe permesso agli anarchici di
violare il colombario ove giaceva
l’urna e trafugare le ceneri». Luigi
Bertoni scriveva da Ginevra il 28
dicembre 1932: «Cara Elena, quello
che devi sapere è che qui abbiamo
una mentalità tutta opposta a quella
italiana. Quando anni fa si parlò di
una sottoscrizione per la tomba di
Bakunin a Berna nessuno ne volle
sentir parlare, fu un russo che vi
provvide da solo. I compagni tutti
sono membri della società di
cremazione e non comprendono che
si abbia ulteriori spese per i morti.
Troverebbero strano che mi
rivolgessi a loro per ciò».
Aggiungeva inoltre che vi era
un’altra ragione a rendere complicata
la raccolta fondi «ed è la situazione
sempre più dura. I compagni italiani
non domiciliati da lunghi anni non
ottengono più il permesso di
lavorare, che è quanto dire, se non
sono espulsi sono costretti ad
andarsene da soli. Abbiamo una
situazione finanziaria disastrosa».
Analoga situazione pareva esserci in
Belgio: «Carissima Elena, non fu
possibile convincere nessun
compagno e credimi hanno ragione,
la miseria fra noi è grave, vi sono
compagni che fanno letteralmente la
fame», le rispondeva da Bruxelles
Pascal Rusconi, amico di Malatesta
fin dal periodo londinese.
Non erano migliori le condizioni
economiche degli anarchici
d’America, ai quali Elena aveva
chiesto di «passarsi la parola l’un
altro per dare ognuno il suo
contributo, anche piccolo». Le aveva
risposto Giovanni Camillò, un
calzolaio di Maropati, in provincia
di Reggio Calabria, «di media
statura, i capelli biondi, gli occhi
chiari, la faccia tonda», che aveva
conosciuto Malatesta ad Ancona a un
comizio antimilitarista prima di
imbarcarsi per Buenos Aires e
diventare poi «John» a Somerville,
nel New Jersey: «Si va avanti a pane
e cipolle, si risparmia sulle fette di
salame e sugli spaghetti. Sia
maledetto il capitale infame, giovani
forti e robusti ci ha ridotti nella più
abbrutita miseria. Te lo dico proprio
in verità, che nel vedere ogni giorno
tutte queste ingiustizie ed infamie a
danno dei lavoratori, non posso fare
a meno di divenire sempre più
nervoso».
In quell’America alle prese con i
postumi di una crisi che aveva
sbattuto fuori dal mondo del lavoro
decine di migliaia di persone,
accanendosi «massimamente con chi
seguita a tenere la schiena dritta»
raccontava Luigi Quintiliano, amico
di Carlo Tresca e segretario del
Comitato italiano vittime politiche,
era venuta improvvisamente a
mancare la propaganda di Virgilia
D’Andrea, ricoverata d’urgenza per
una emorragia intestinale
all’ospedale di Boston al termine di
un comizio durante il quale aveva
commemorato Luigi Galleani,
scomparso nel 1931 in seguito a una
crisi cardiaca ad Aulla, Massa
Carrara. Lì Galleani era stato
mandato in soggiorno obbligato,
dopo un paio d’anni di confino a
Lipari per le attività svolte durante il
biennio rosso e sei mesi di carcere a
Messina per aver insultato
Mussolini: «Viveva di una vita
spirituale piena, turgida d’una
immaginazione realistica e poetica a
un tempo. Ed io non potrei meglio
collocare questa mia conferenza se
non deponendola, modesto omaggio,
nel ricordo suo, gagliardo artefice
del nostro ideale, né meglio potrei
porle il suggello se non raccogliendo
dal suo testamento, lasciato in
retaggio ai compagni d’America e
lanciato ai compagni di tutto il
mondo, la sublime invocazione finale
che non era virtuosità letteraria e
poetica, ma l’epigrafe di un’esistenza
monumentale», aveva detto di lui
Virgilia quella sera, prima di sentirsi
male. Bizzarria del destino,
all’ospedale di Boston era stata
proprio la figlia di Galleani, Ilya, a
operarla, portandola poi a casa
propria, a Needham, nel
Massachusetts, per la convalescenza:
«La Virgilia ha subito due operazioni
e non è ancora fuori pericolo. Il
primo colpo alla sua salute lo ebbe
con la notizia della morte del nostro
amato, indimenticabile e buon Errico.
Però migliora, lentamente ma
migliora. Non appena sarà in forza
sufficiente farà ritorno a casa»,
scriveva Borghi a Elena Melli
nell’ottobre del 1932. Tornata a New
York, dopo molti alti e bassi nella
primavera del 1933 le cose
precipitarono. Il suo compagno
racconta di tormenti atroci: «Passava
notti terribili, vi erano momenti in cui
temevo perdesse la ragione». E poi
tutto il resto: «Un compagno ci indicò
uno specialista di gran fama e di
favoloso onorario. Questi, visitatala,
mi terrorizzò con un cenno furtivo del
capo. Rivedo la giornata piena di
sole in cui io e l’amica sua Catina, la
portammo all’ospedale della 105
strada. Nell’atto di firmare il foglio
d’ingresso, Virgilia lesse la terribile
parola: carcinoma. Non c’era più
posto per le bugie pietose e accettò il
suo destino con raro coraggio. Il
giorno seguente fu operata e per dieci
giorni resistette a dolori
inimmaginabili. Non la lasciai mai.
Restai in permanenza accanto a lei,
ero clandestino e mi terrorizzava
l’idea di un arresto in quelle
circostanze. Ma non sarei stato
capace di allontanarmi. L’11 maggio i
tipografi mi consegnarono la prima
copia di Torce nella notte, il libro a
cui aveva lavorato fino all’ultimo.
L’accarezzò e lo baciò. Morì nella
notte».[3]
«Hai saputo della morte di Virgilia
D’Andrea? Aveva soli 45 anni.
Sembra che il destino si sia accanito
su di noi. Ella era una buona oratrice,
entusiasmava i nostri e li spingeva
alla lotta. In America erano entusiasti
di lei, tutti l’apprezzavano, tutti
l’amavano, tutti l’ammiravano»,
scriveva Elena Melli a sua sorella
Amalia l’8 giugno 1933 facendo
rimbalzare la notizia che aveva avuto
il 20 di maggio dal sempre puntuale
John Camillò: «Mia cara compagna
Elena, col cuore straziato e il pianto
negli occhi, ti partecipo la triste
notizia che la compagna Virgilia
D’Andrea non è più. Ella è morta.
Noi non abbiamo bisogno di dire
della gravità della perdita che il
destino avverso infligge al nostro
movimento strappandoci in questa
ora torbida l’apostolato e la
devozione di questa donna che
sembrava avere raccolto nel corpo
esile e nello spirito indomito tutte le
sofferenze e tutte le angosce del
genere umano per fonderle in uno
squillo formidabile di rampogna e di
rivolta». Elena era finalmente
riuscita a mettere insieme i soldi
necessari per la tomba del suo
Errico, la gran parte dei quali erano
arrivati proprio dall’America,
raccolti in particolare da Luigi
Quintiliano, che a fine marzo 1933 le
aveva spedito telegraficamente 5.800
lire, più o meno la metà della cifra
necessaria: «Per opportuna
conoscenza comunico che la nota
Melli Elena ha eseguito presso la
direzione del cimitero del Verano il
versamento della somma di lire
9308,90 per l’acquisto di metri
quadrati due e mezzo di terreno, al
riquadro 30, per la costruzione di una
tomba per Errico Malatesta. Di tale
costruzione è stato incaricato il
marmista Di Carlo Americo, con
laboratorio al piazzale Verano n. 286,
per il prezzo convenuto di lire
11.700», informava il questore di
Roma il 30 giugno 1933. Due mesi
dopo Elena poteva descrivere
orgogliosa a tutti coloro che avevano
contribuito «una tomba
semplicissima, fatta da una pietra
rettangolare con nome e cognome a
grandi lettere di zinco, data di nascita
e di morte a lettere più piccole. La
sua fotografia in porcellana incassata
in una fioriera dove metterò dei
garofani rossi». A occuparsi delle
pratiche per l’esumazione era stato
l’avvocato Vincenzo Di Mambro, di
Cassino, anarchico schedato per
piccoli precedenti, come la
partecipazione nel 1921 ad agitazioni
contadine durante le quali aveva
lacerato il tricolore «proferendo frasi
offensive all’indirizzo del governo di
Mussolini e del re e minacciando i
militi a mano armata». In una
perquisizione della sua casa
nell’agosto del 1930, i carabinieri
avevano sequestrato «una statuetta di
ghisa a mezzo busto di dimensioni
19x12 con la scritta: Onorevole
Giacomo Matteotti, regnando nella
storia dei martiri, il più forte, il più
degno, il più atrocemente colpito; e
un ritratto di Errico Malatesta,
dimensioni 50x35». La prefettura di
Frosinone lo considerava «un
discepolo di Malatesta che ha sempre
manifestato sentimenti di devozione
nei confronti dello stesso, anche con
l’invio di donativi». In effetti c’era
stato un periodo in cui Vincenzo Di
Mambro aveva frequentato con una
certa assiduità la casa al numero 8 di
Piazzale degli Eroi, ma più che dal
vecchio anarchico era attratto dalla
figlia della Melli, Gemma, della
quale si era invaghito e dalla quale
era stato respinto. Nel settembre del
1932, neanche due mesi dopo la
morte di Malatesta, Randolfo Vella
gli aveva scritto da Ginevra per
consolarlo: «Carissimo Vincenzino,
credimi, io sarei stato felice di
vedervi uniti, poiché come voglio
bene a te da fratello, così voglio bene
a lei da sorella. Ma se ciò non potrà
essere tu comprendi bene che non hai
da fare altro che rassegnarti come di
fronte a tutte le impossibilità della
vita. E poi sarà veramente
impossibile? Non potrà darsi che
Gemmina apra gli occhi meglio da
vedere in te le migliori qualità che
Gianni non potrà sicuramente avere?
Io spero bene».
Risolta la questione della tomba,
per Elena Melli restava pressante il
problema economico: «Continuo a
cercare, ma non riesco a trovare
lavoro. Anche se qualcuno ha
bisogno e sarebbe disposto a
prendermi, quando sente il mio nome
e viene a sapere che sono ancora
seguita dalle guardie, comincia a fare
delle reticenze, a trovare degli
ostacoli e finisce per dire che non mi
può prendere. Tutti hanno paura di
passare dei guai e io non so davvero
come farò. Credimi, sono tanto
infelice» confessava alla sorella
Amalia. In molti facevano il
possibile per darle una mano. Nello
Garavini, che a Castel Bolognese
avevano animato a fine Ottocento
l’osteria del padre anarchico e si era
poi trasferito a Milano, dove fra il
1924 e il 1926 aveva conosciuto e
frequentato il giro di Ettore Molinari,
Nella Giacomelli, Leda Rafanelli,
Giuseppe Monanni e Carlo Molaschi,
le scriveva nel gennaio 1933 da Rio
de Janeiro, dov’era riuscito ad aprire
una libreria dopo aver fatto a lungo il
fattorino: «Cara signora Elena, chi
scrive è un amico del carissimo
scomparso. Uno fra i tanti che piange
inconsolabile la sua perdita e sa
quanto tesoro di bontà, di premure, di
tenerezza abbiate speso per lui.
Anche le parole di una sua ultima
lettera mi riconfermano l’immensa
vostra abnegazione di cui tutti noi,
suoi amici sparsi per il mondo, vi
siamo e vi saremo sempre debitori. E
adesso? Come state? Gemma
continua gli studi? Questo stava tanto
a cuore al nostro Errico ed è anche
per lui che vi preghiamo di accettare
ad intervalli qualche piccola somma
che servirà a Gemma per acquistare
qualche libro. Accetterete
fraternamente e vorrete perdonare la
meschinità dell’offerta pensando che
è fatta da poveri lavoratori?»
Sebastian Faure invece, un
pedagogista tra i fautori della
Federazione Anarchica Francese e
anima del giornale La Voix
Libertaire, si era preso l’impegno,
insieme con un gruppo di amici, di
inviarle 200 lire al mese. «Per me
questo è un gran sollievo, è la
pigione di casa compreso il gas e la
luce», se ne rallegrava Elena
scrivendo a Randolfo Vella, che nel
frattempo assieme alla
numerosissima famiglia aveva
abbandonato la Svizzera per tentare
miglior fortuna in Francia, a Cannes.
A volte qualcuno provava a
convincere Elena Melli ad
abbandonare l’Italia per andarsene a
Marsiglia dalla sorella, oppure in
America dove molti l’avrebbero
accolta a braccia aperte. Ma lei non
ne voleva sapere: «Ho fatto il dovere
della mia vita di restare la
depositaria fedele del suo pensiero,
di aspettare che le condizioni attuali
cambino per cercare la persona che
possa e sappia portare a compimento
l’opera. Vivo qui, in mezzo a tutti i
suoi libri, a tutte le sue memorie, a
tutte le sue cose e per nessuna
ragione al mondo mi allontanerò
volontariamente da questa casa.
Sopporterò qualunque sacrificio pur
di portare a compimento la mia
missione», ripeteva. In tanti la
tormentavano in cerca di vecchi
scritti e aneddoti per scrivere un
libro su Malatesta. Luigi Bertoni le
chiedeva lumi su come fare a
distinguere, fra gli articoli pubblicati
su Umanità Nova con le iniziali E.
M., quelli di Errico Malatesta da
quelli di Ettore Molinari; Randolfo
Vella voleva sapere: «Quanti anni
aveva quando fece la protesta al Re?
Furono veramente le conversazioni
tenute con l’avvocato Palladino che
gli fecero accettare le idee
internazionaliste? Quando accetto le
idee internazionaliste la Comune di
Parigi era già caduta? Perché andò la
prima volta in prigione mentre era
ancora repubblicano?»; Luigi Fabbri
l’implorava di cercare alcuni
«articoli che egli scrisse da Londra
nel luglio e agosto del 1896 sul
congresso internazionale pubblicati
da L’Italia del Popolo», rendendola
poi partecipe dei suoi ritrovamenti:
«Ho avuto la fortuna di trovare un
amico a Buenos Aires che aveva e mi
ha regalato quell’opuscolo del 1884,
Programma e organizzazione. Un
altro amico, un francese, mi ha poi
regalato altre piccole cose e fra
l’altro ha ricopiato per me da un
giornale francese sei lunghi articoli
di lui del 1890, 91 e 92. Ne sono
tanto felice e mi consolo della
tristezza dei tempi riandando al
passato, cercando documenti e
soprattutto questi scritti del nostro
amato, al rileggere i quali subito
ritorna la fede anche nei momenti di
maggior pessimismo». Era proprio di
Luigi Fabbri che Elena si fidava di
più: «Qui ci vorrebbe Fabbri per
riordinare il lavoro di Errico. Se si
comincia a mettere le mani in quelle
sue carte e a buttarvi sopra gli occhi,
io ho voluto provare per rendermene
conto, ci si sente venire il capogiro.
Il suo lavoro è un po’ da per tutto e
non si può riunirlo se non si ha la
capacità tecnica», aveva scritto a
Bertoni sul finire del 1932. Ma
Fabbri era in Uruguay, dove il
presidente Gabriel Terra aveva
appena imposto una dittatura
emendando la costituzione e
sciogliendo il congresso, con la
conseguente espulsione di molti
stranieri ritenuti non graditi fra i
quali figurava Ugo Fedeli, un
trentacinquenne di Milano cresciuto
politicamente fra le suggestioni
individualiste del periodico Il
Ribelle, dove aveva conosciuto
Giuseppe Monanni e Leda Rafanelli,
e il gruppo dei fondatori di Umanità
Nova, arrivato da qualche anno a
Montevideo insieme con la moglie
Clelia Premoli dopo aver vagato per
l’Europa, soprattutto in Francia.
Fabbri se l’era preso come
collaboratore a Studi Sociali, la
rivista che aveva fondato nel 1930,
rinsaldando una vecchia amicizia
nata a Parigi. «Il mio buon amico
Ugo, che forse lei ha conosciuto
quando era ancora quasi un bimbo,
ma che adesso è un uomo fatto, con
moglie e un bambino natogli da
quattro mesi. Non c’è stato verso di
ottenere che restasse, credo che egli
manchi dall’Italia dal 1921 e non
deve avere conti in pendenza. Né la
sua passata attività all’estero, da anni
non faceva niente, può nuocergli
poiché essa si riduceva
esclusivamente a lavori letterari e
dottrinari, nei quali non si occupava
di attualità e meno ancora di cose
italiane. Pure, lei capirà, stiamo lo
stesso preoccupati per lui, sia per lui
personalmente, sia per la sua
situazione famigliare. Perciò mi
farebbe piacere qualora le capitasse
fra le mani qualche giornale italiano
di Roma o di Milano che parlasse di
questo ritorno involontario, se me lo
mandasse. Vorrei seguire la sorte del
mio amico col pensiero, per ora, e
dico per ora, perché da un momento
all’altro ciascuno di noi potrebbe
subire la stessa sorte anche
materialmente», scriveva a Elena
Melli, incapace di nasconderle un
pessimismo amplificato dalla recente
scomparsa del suocero, dalla
convinzione che difficilmente
sarebbe riuscito a tornare in Italia in
tempo per rivedere ancora vivo suo
padre ormai ottantenne, e da
un’ulcera duodenale che da tempo lo
tormentava: «Continuo a stare benino
con la cura che faccio, sto assai
meglio che prima dell’ultima crisi e
delle altre, ma le confesso che ho
poca voglia di curarmene».

[1] Giuseppe Fiori, Vita e morte di


Michele Schirru. L’anarchico che pensò
di uccidere Mussolini, Laterza, Bari
1990.
[2] Ibid.
[3] Borghi, Mezzo secolo di anarchia
(1898-1945) cit.
Maria B.

Torino, 17 aprile 1934

Carissimo fratello,
eccomi nuovamente disoccupata,
da ieri sera. Per quanto da un
momento all’altro mi aspettassi,
dietro quanto ti scrissi, di essere
messa in libertà, non pensavo che
potesse succedere tempestivamente
così. Sabato sera mi pregarono di
andare in ufficio la domenica mattina,
andai e trovai tutto normalissimo, ieri
mattina invece mi aspettava la lieta
notizia. Sono mortificata perché so di
avere fatto più del mio dovere e non
mi aspettavo di essere così trattata e
io disprezzo ed odio questa gente che
dopo averti sfruttata, con una
indifferenza che rasenta il cinismo ti
mettono nella condizione di non poter
vivere.
Con tanto sole che brilla nell’aria
non riesco a riscaldarmi dal gelo che
questo fatto mi ha messo nel cuore e
così non posso neppure dirti la gioia
che provai quando lessi che in
campagna, fra il lavoro e le cure di
una buona e cara massaia, il silenzio
di un secondo Francé, le affettuosità
di un cane e le scontrosità di un gatto,
conduci la vita. Mi spiace tanto
dover sconvolgere i tuoi piani, ma
non posso attendere che tu abbia
raggiunto l’agiatezza per chiederti un
aiuto. Con gli stipendi che ho avuto è
chiaro che non sono arrivata a fare la
più piccola economia e così presto
sarò al verde.
Dicono che il rapporto della vita è
uno a tre, ma chi non sa che non è
vero? Prima della guerra il pane
costava sette soldi e ora costa due
lire al chilo. Hanno calato gli affitti,
vengo a pagare ottantotto lire anziché
cento, ma né luce né gas sono calati e
gli altri generi, anche se
strombazzano che sono calati,
rimangono se non aumentano. E io
ritengo di non poter andare avanti se
non disponendo di trecento lire
mensili.
Di ricercar lavoro ne ho poca
voglia (per quanto non mi
risparmierò) perché andiamo verso
la stagione morta e ogni occupazione
diventa difficilissima, aspetto
qualcos’altro di assai migliore e
speriamo non abbia da attendere
molto e non abbia da essere delusa.
Ricevetti la tua cartolina da
Madrid e ti ringrazio del saluto e
ricordo. Lo zio da molto non mi
scrive, veramente sono io in errore,
perché ancora non ho risposto alla
sua ultima. Ed Ada? Salutala e dille
che ho ricevuto il vaglietto e
rassicurala.
Oggi stesso ti spedisco il giornale
del nostro paese. Aspetto come ti ho
detto la Pina e il Carletto e questa
volta godrò la loro compagnia e
scorazzerò per Torino proprio come
se fossi una signora che vive di
rendita (ma no, perché ho le scarpe
che ridono!) Stai tranquillo perché la
salute non mi manca, per fortuna!
Dammi tua notizie.
Salutami Clara. A te il mio
abbraccio e i miei auguri.

Maria
Ersilia

San Francisco, 9 dicembre 1934

Mi onoro comunicare che in seguito a


indagini svolte si è potuto
identificare l’anarchica Ersilia
Cavedagni alias Ciancabilla, del fu
Francesco e fu Amadesi Enrica, nata
a Borgo Panigale, provincia di
Bologna, il 2 aprile 1864, coniugata
con Grandi Giulio e da questi
separata.
Essa vive in San Francisco, al
numero 258 di Eureka Street. Non
svolge alcuna particolare attività
anarchica, ma professa tuttora
principi sovversivi ed ha
ultimamente contribuito con due
dollari a una sottoscrizione promossa
dal «Corriere del Popolo» di San
Francisco, noto periodico
antifascista, per la venuta di Carlo
Tresca in California.

Il Regio Console Generale


Ernestina

New York, 2 agosto 1935

Signor Ministro,
In relazione al dispaccio n.
41436/96670 del 6 giugno scorso, mi
onoro di riferire all’Eccellenza
Vostra che la nominata Cravello
Ernestina risiede tuttora in Paterson,
nello stato del New Jersey, e dagli
ulteriori accertamenti effettuati è
risultato che continua a professare
idee anarchiche. Si tiene però in
disparte e non svolge attiva
propaganda.
Assicuro Vostra Eccellenza che
riferirò qualsiasi risultanza degna di
rilievo sul suo conto.
Gradisca, Signor Ministro, gli atti
del mio profondo ossequio.

Il Regio Console Reggente


Leda

Milano, 29 novembre 1935

La soprascritta Rafanelli Leda Bruna,


argomento da ultimo del cenno
biografico del 24 settembre decorso,
ha inoltrato domanda alla Questura
per ottenere il passaporto per la
Francia allo scopo di recarsi a Parigi
ed assistere la di lei cognata
Lampone Rina, nata a Firenze il 27
luglio 1895, che troverebbesi colà
ammalata.
Costei, con il marito Rafanelli
Brunone, nato a Pistoia il 24
settembre 1883, scultore in legno,
espatriò verso i primi del decorso
settembre per motivi di commercio
con passaporto rilasciato dalla
Questura il 3 maggio 1935.
Prego pertanto codesto Onorevole
Ministero comunicare se, come a me
sembra, possa darsi luogo alla
concessione del passaporto chiesto
dalla citata Rafanelli Leda Bruna.

Il Prefetto
Fosca

Ginevra, 28 febbraio 1936

Carissimo Ciccio,
ricevo in questo momento la tua
bella e buona lettera. Oh, se
l’atmosfera di armonia e di amore
che si sprigiona dalle tue due ultime
durasse, il che me lo auguro di tutto
cuore, quale bella vita potremmo
ancora passare malgrado
l’insicurezza e le sofferenze che sono
nulla, quando siamo contenti e
sappiamo che al nostro fianco vi è un
essere amico ed affettuoso.
La mia precedente che ho pure
inviato per avion ti avrà di già
appreso che malgrado le scaramucce
tu sei e resterai padrone assoluto del
mio cuore.
Come ti dicevo nella mia
precedente lunedì ti farò un vaglia di
50 franchi per il viaggio. La frase
disgraziata che tu mettevi nella
lettera indirizzata a Sancisi ha fatto
come era prevedibile il giro di
Ginevra, egli l’ha telefonata
immediatamente ad Oltremare
domandandogli di fare un’inchiesta
per vedere perché io non volevo che
tu tornassi a Ginevra e nello tempo
viene ad avvertirmi di mettermi in
guardia che Oltremare fa
un’inchiesta.
Gli ho risposto che non
appartenevo alla categoria di quelli
che temono le inchieste, ma che
quelli che le temono nuotano nel
torbido, avanti di ciarlare
dovrebbero domandarsi a chi può
essere diretta una frase non chiara.
Oltremare non sapeva che attendevo i
denari del primo del mese per
mandarteli, e sa molte cose, ed ha
potuto vedere da vicino sempre il
mio contegno e l’altra sera a una
conferenza della Danto sono andata
ad accompagnarlo assieme alla
signora, e si è sfogato con me di
molte cattiverie e maldicenze che
pure sul suo conto hanno fatto.
Fra l’altro mi disse che in tanti gli
hanno detto sulla faccia che era un
pederasta e che tu eri il suo maschio.
Vedi che bel mondo. Quando si parla
e si scrive bisogna essere prudenti
con i gazzettini tipo Sancisi e
compagni, si fa presto a far nascere
un pandemonio. Che mondo vile.
Basta. Ho fatto spedire i libri. A te
bacioni ed abbracci affettuosi.

F.
Maria B.

Gandia, 5 maggio 1936

Carissima signora Valentina,


le scrivo da Gandia ove sono da
due giorni soltanto. Gli ultimi giorni
di vita parigina furono ricchi di
emozioni e di sorprese. Da un amico
che tornava dalla Spagna e che aveva
visto mio fratello, dovevo
apprendere che mio fratello è
sposato, a qualche giorno di distanza
mia cognata mi scriveva di una ferita
a due dita della mano destra riportata
da mio fratello mentre lavorava
intorno agli ingranaggi di una
macchina e finalmente mio fratello, al
quale avevo chiesto un consiglio per
portare un regalo a Lolita, mi diceva
che questa sta per essere madre e che
se volevo farle piacere potevo
portarle un oggetto per il piccolo.
Queste due emozioni piacevoli,
allarmante quella della ferita, mi
hanno spinta ad anticipare la mia
partenza e non volendo partire senza
salutare i numerosi amici, ho finito
per partire quasi in condizioni
pietose. La gioia di rivedere mio
fratello che è molto contento col suo
nuovo stato, e la quiete e la bellezza
del luogo mi aiutano egregiamente a
rimettermi in forma. Ho trovato gli
sposi annidati in una casetta di
campagna in mezzo agli aranci, ai
fiori e non troppo lontana dal mare.
La quiete è solenne. La compagnia
discreta degli uccellini che
cinguettano sugli alberi, mi riposa
dal frastuono di Parigi che ho
lasciato molto volentieri, nonostante
il rammarico di non potere portare
con me gli amici cari e buoni. Mia
cognata è assai graziosa, vuole tanto
bene a mio fratello, è molto gentile e
premurosa, la sento sorella e non
dubito che ci intenderemo a
meraviglia. Mi piacerebbe molto che
la conoscessero gli amici e i parenti
d’Italia, ma come fare? Speriamo che
ciò, nonostante tutto, sia presto!
Mi scuserà, le scriverò più a lungo
presto. Sono ancora molto stordita e
un po’ stanca. Mi dia notizia di tutta
la famiglia che io penso tanto e
vorrei sapere bene. Mio fratello
saluta lei, il professore, il dottor
Mara, Silvano e il buon Bruno.
Abbraccio affettuosamente tutti.

Maria
L’Italia è imperiale,
in Spagna si muore per un
mondo nuovo

Maria Bibbi era finalmente riuscita a


riabbracciare dopo molti anni il
fratello Gino e per farlo era dovuta
arrivare fino in Spagna, a Gandia,
una cittadina a circa settanta
chilometri da Valencia dove lui
aveva avviato, insieme con
Baldassarre Londero, un ex fascista
conosciuto al confino di Lipari nel
1929, una piccola attività di
inscatolamento di prodotti agricoli.
«Noi stiamo bene. Gino è occupato in
una fabbrica per l’industrializzazione
dei prodotti alimentari. Non è molto
soddisfatto per ora del suo lavoro,
ma speriamo che possano migliorare
le sue condizioni. Lolita si occupa
con me della casetta, dei polli, dei
cani, dei piccioni e della capretta»,
scriveva Maria allo zio Domenico,
che ad Avenza di Carrara faceva il
possibile per curare al meglio quel
che restava degli interessi di
famiglia, una modesta attività di
commercio di legnami e qualche
locale affittato a gente che spesso non
riusciva a pagare, lamentandosi di
tanto in tanto delle eccessive
attenzioni riservategli dai
carabinieri, che ormai da un decennio
lo tenevano sotto controllo in quanto
convivente di Assunta Lucetti, zia
dell’attentatore di Mussolini: «Le
solite visite non mancano e dopo
pranzo ne abbiamo di quando in
quando di nuove o per sapere il
numero di casa o per sapere se
cambiò di posto il magazzino, tutte
cose da cascare dalle nuvole e
avranno benissimo il loro scopo, ma
ai più sembrano ridicole e noi
continueremo a dire pazienza e
andremo con la coscienza pulita
avanti».
Erano i giorni in cui, mentre in
Germania Hitler metteva a punto il
sistema per eliminare tutti coloro che
considerava «subumani», vale a dire
ebrei, slavi, omosessuali, portatori di
handicap, comunisti e testimoni di
Geova, l’Italia coronava il proprio
sogno imperiale. Il 9 maggio 1936,
neanche una settimana dopo il
trionfale ingresso di Pietro Badoglio
ad Addis Abeba, Mussolini si era
affacciato al balcone di piazza
Venezia per magnificare «il popolo
italiano che col suo sangue ha creato
l’Impero e lo feconderà con il suo
lavoro e lo difenderà contro chiunque
con le sue armi. In questa certezza
suprema levate in alto, legionari, le
insegne, il ferro e i cuori a salutare,
dopo quindici secoli, la
riapparizione dell’Impero sui colli
fatali di Roma. Ne sarete voi degni?»
aveva domandato, ricevendo in
risposta un fragoroso «Sì!» dalla
folla osannante, plasmata dalla
retorica di epiche battaglie dai nomi
esotici – Tambien, Sciré, Endertà –
combattute e vinte, «dopo giornate di
marcia faticosissima per sentieri
ripidissimi e attraverso vallate dove
l’erba raggiunge l’altezza di quattro o
cinque metri»,[1] contro quelli che
venivano considerati selvaggi armati
di lance e di spade.
Nonostante il deposto imperatore
Hailé Selassié avesse denunciato alla
Società delle Nazioni che «mai,
sinora, vi era stato l’esempio di un
governo che procedesse allo
sterminio di un popolo usando mezzi
barbari», l’opinione pubblica
ignorava che migliaia di etiopi
fossero stati uccisi da armi non
convenzionali come le bombe
all’iprite o al fosgene. Così le parole
pubblicate il 16 di maggio da
L’Adunata dei Refrattari parevano
davvero per pochi: «L’impero che fu
per un decennio ispirazione alle
ironie ed ai sarcasmi increduli dei
profeti di un antifascismo più allegro
che concreto è, se non fatto ancora,
proclamato. Ma si farà. Si farà
perché il fascismo non ha trovato
finora altri più seri ostacoli che
quelli della natura sulla sua via
imperiale. Da quindici anni noi
attendiamo di momento in momento
la fine della tregenda fascista,
illudendoci di provocarla con lo
scherno e col vituperio; ed ogni
svolta che doveva essere la rupe
tarpea, si è mutata invece in un nuovo
fortilizio della sua difesa e del suo
dominio. Su chi o su che cosa
convergeranno ora le proprie
speranze coloro che hanno sempre
bisogno di vedere altrove e non in sé
la forza e la volontà della propria
salvezza? Bisogna riprendersi da
capo. Bisogna ricostruire il fronte
della lotta, nelle sue linee
fondamentali. Ed alla monarchia
fascista che, sorretta da tutta la
borghesia e da tutti i privilegi,
proclama l’impero, opporre la
proclamazione, più che mai
impellente, della rivoluzione sociale
di tutti i diseredati e di tutti gli
oppressi».
Dalla quiete di Gandia Maria
Bibbi, che nel 1936 compiva
quarantuno anni, commentava
rabbiosa con lo zio Domenico che
«bisogna essere preparati ad andare
in carcere piuttosto che in Africa,
altrimenti è inutile sperare in giorni
migliori. Che in Africa c’è il
paradiso terrestre è una leggenda che,
date le notizie che nonostante la
censura avete, ed i morti, dovrebbe
essere sfatata. Ma poveri italiani!
Dormono ancora della grossa a
quanto pare!» Gli ultimi anni erano
stati per lei assai travagliati.
Giudicata dalla prefettura di Massa
«donna molto scaltra, di carattere
piuttosto impulsivo ed arrogante,
intelligente ed abile al punto che non
si farebbe sfuggire alcuna occasione
per eventuali azioni ostili al Regime
del quale essa è una irriducibile
nemica», era stata condannata
nell’agosto del 1931 a cinque anni di
confino da scontare a Ponza: «Caro
Gino, con quanto rammarico penso
anch’io alla stupidità dell’uomo che
dai pochi ambiziosi si è lasciato
lusingare sì da rinunziare alla sua
libertà e ai tanti altri godimenti
spirituali. Lo sai, non è il passato,
escluso i nostri cari, che rimpiango,
ma è il presente ed il futuro che io
vorrei diverso e sotto quale aspetto
tu facilmente puoi intenderlo.
Speriamo, come dici tu, che l’uomo
arrivi a veder giusto e a ravvedersi,
ma io non spero più che questa brava
gente si ricreda, ne ha presi tanti di
granchi eppure insiste e persiste nel
volermi dipingere per quella che non
sono e che per naturale inclinazione
non sarò mai. Ho l’impressione che
siano dei mastini, credi che questi
lasciano la preda? Ad ogni modo io
sto bene e sono un osso duro, così
avranno da rosicchiare un bel po’!»
aveva scritto al fratello, che a Parigi
veniva continuamente segnalato in
compagnia dei più noti esponenti del
fuoriuscitismo. Gli informatori erano
certi che stesse organizzando, in
combutta con Emilio Lussu, Carlo
Rosselli, Camillo Berneri e il
repubblicano Randolfo Pacciardi,
l’ennesimo tentativo di uccidere
Mussolini, questa volta con
un’incursione aerea su Villa
Torlonia, la residenza di via
Nomentana che il principe Giovanni
Torlonia Junior aveva concesso al
Duce fin dal 1925: «Se si mantiene
cauto è solo perché teme ritorsioni
contro la sorella che è ancora in
Italia, ma se questa riuscisse a
fuggire diventerebbe elemento
pericolosissimo».
I cinque anni di confino erano stati
subito ridotti a tre grazie a un ricorso
vinto, e nel novembre 1932, «per un
atto di clemenza di sua Eccellenza il
Capo del Governo in occasione delle
celebrazioni del decennale», Maria
Bibbi era stata prosciolta e
rimpatriata a Torino con foglio di via
obbligatorio. «Ha preso dimora in
via Moncalvo 1 presso l’istituto di
suore di Nostra Signora. Nei di lei
confronti è stata riattivata la
vigilanza»: se la prendeva in carico
la prefettura torinese, entrando presto
in contrasto con quella di Massa,
accusata di una doppia inutile
revisione «che lasciando tracce di
manomissione compromette la
riservatezza del servizio». Ai
funzionari addetti al controllo della
corrispondenza, ossessionati
dall’idea di una sua fuga all’estero,
pareva sovversiva persino la
speranza: «Oltre ai soliti auguri per
l’anno nuovo da detta lettera si rileva
che Maria Bibbi continua a
professare idee sovversive e spera
che l’anno nuovo porti con sé delle
novità che permettano alla gente
maggior respiro», segnalavano di una
lettera inviata al fratello il 26
dicembre 1933. A volte
sottolineavano interi periodi
apparentemente banali, ma secondo
loro da decriptare: «La cassetta
conteneva un vaso da mortaio ed un
quadretto di madonna accompagnata
da un biglietto della persona che
spedì offrendo il quadretto a lei, cara
Maria. Il vaso come siamo stati intesi
l’abbiamo tenuto noi e fa bella
mostra di sé sopra la colonnina
vicino al divano, il mortaio lo
porteremo una sera al Tosi». Certe
frasi sibilline poi seminavano il
panico: «Domenica aspetto lo zio
Domé e andremo col Capo della
Tribù della Seggiola a fare una gita a
Superga», avevano trovato scritto in
un’altra lettera indirizzata sempre al
fratello ai primi di luglio del 1934.
Immediata era partita la richiesta
d’indagini: «Lo zio Domè citato nella
lettera è stato identificato per Bibbi
Domenico Francesco fu Romualdo e
Fortini Assunta, nato a Carrara il
14.9.1886 e residente ad Avenza, il
quale, domenica 3 corrente con il
treno popolare è qui giunto per
visitare la nipote, ripartendo alle ore
18 dello stesso giorno per Avenza.
Data la riservatezza delle indagini
non è stato possibile identificare il
Capo della Tribù della Madonna
della Seggiola, il quale deve essere
residente ad Avenza e probabilmente
è venuto in questa città in compagnia
del Bibbi Francesco Domenico. La
Regia Prefettura di Massa è pregata
di disporre indagini per
l’identificazione del Capo della
Tribù della Madonna della
Seggiola». Dieci giorni dopo era
arrivata la soluzione del caso: «In
merito alla nota del 18 andante
riferita all’identificazione del Capo
della Tribù della Madonna della
Seggiola, questo ufficio, nel
comunicare che lo zio della Bibbi,
Bibbi Francesco Domenico fu
Romualdo, si recò a Torino il 2
giugno ultimo per visitarvi la nipote,
chiarisce che l’allusione alla gita col
Capo della Tribù deve interpretarsi
proprio per una gita fatta col Bibbi
Francesco Domenico che viene
chiamato Capo della Tribù
probabilmente perché cura gli
interessi patrimoniali dei nipoti Gino
e Maria Bibbi».
A Torino Maria Bibbi aveva
trovato un impiego alla Copiadux,
un’azienda specializzata nel
commercio di carta e nastri per
macchine da scrivere. Di gente ne
frequentava poca. Si vedeva di tanto
in tanto con Muzio Tosi, un operaio
di Massa Marittima emigrato da
tempo a Torino conosciuto al confino
di Ponza; più sovente si recava in
visita alla famiglia Foa, in via
Cibrario, legando in particolare con
Valentina, la moglie di Florio Foa, un
professore ebreo che le leggi razziali
del 1938 costringeranno al confino in
Abruzzo. Il lavoro le aveva permesso
di lasciare l’istituto di suore per un
assai modesto appartamento al
numero 41 di corso Regina:
«L’alloggetto mio è libero, ho
proprio una cucina tutta mia, e una
cameretta, un gabinetto indipendente
e un minuscolo ingresso. Sono a
piano rialzato, così niente gradini e
niente portinaia da disturbare, poiché
trattandosi di un piccolo palazzo i
padroni economizzano evitandola.
Ancora non posso dirti della
sistemazione interna, ma lo farò in
seguito quando mi sarò provvista del
necessario. Avere il letto non è tutto
ed io per supplire alle altre spese
dopo avere inutilmente battuto cassa
al paese, sarò obbligata a contrarre
un prestito. Mi costa molto, ma non
posso fare a meno», informava come
al solito il fratello, che nel frattempo
era stato costretto ad andarsene dalla
Francia riparando prima ad Algeri e
poi a Tunisi, dove aveva ritrovato
Gigi Damiani, con il quale nel 1931 a
Parigi aveva a lungo tramato per
organizzare la fuga dall’Italia di
Malatesta. Damiani, quasi
sessantenne e ritenuto dalla polizia
l’anarchico italiano più influente
dopo la morte dell’anziano leader,
era a Tunisi da un paio d’anni e si
guadagnava da vivere dipingendo
cuscini, ma non era nelle migliori
condizioni per aiutarlo. Aveva
appena perso la giovane moglie
Lidua Meloni ed era rimasto solo con
due figli piccoli, Valeria di nove anni
e Andrea di cinque: «È morta per uno
dei tanti foruncoli che qui abbondano
e che ha prodotto immediatamente la
setticemia. Che una causa così banale
abbia potuto troncare una vita così
giovane, rigogliosa e fiduciosa nel
domani è fatto che lascia un doloroso
stupore. Ed ora sono qua con i miei
due bimbi, attorno ai quali si affanna
la Ludovina, in un paese non molto
ospitale e tra gente assai diversa da
noi. E felice di restarvi perché
riprendere la via crucis in queste
condizioni mi farebbe dare il capo
sul muro. Ah! Porca vita!» si era
sfogato nel dicembre del 1932 con
Elena Melli, che subito gli aveva
risposto con i propri guai: «La vita
mia e di Gemma continua a svolgersi
sempre nelle stesse condizioni
oppressive. La speranza di un
migliore avvenire non ci abbandona,
ci dà il coraggio e la forza di
sopportare questa vita terribile che ci
fanno fare».
Più che mai vivo restava in lei il
dolore per la scomparsa del suo
Errico: «Mentre ti scrivo ho la sua
fotografia qui davanti e mi pare che
mi ascolti, che mi sorrida con il suo
sorriso aperto e affettuoso, e mi
faccia coraggio. Io la prendo, la
bacio e piango. Egli mi diceva: Elena
non piangere, ti do il permesso di
piangere tre giorni poi più, non
voglio che tu pianga! Invece sono
passati tre anni», confidava a
Randolfo Vella alla fine di agosto
1935. Sempre tormentata dal bisogno
di guadagnare qualcosa per vivere,
aveva frequentato un corso per
imparare a usare la macchina per fare
la maglia, ma tutto si era risolto con
qualche maglione e qualche pullover;
poi aveva sperato di mettersi in affari
con la sua coinquilina Emilia Tonelli,
che stranamente, in un’epoca in cui
bastava niente per finire tormentati in
quanto amici o conoscenti del
famigerato Malatesta, non ha lasciato
traccia negli archivi di polizia: «Mi
era capitata una bella occasione, ma
anche qui l’intervento del poliziotto
ha fatto andare tutto a monte.
L’Emilia, colei che ci aiutò ad
assistere il nostro caro, sta per aprire
un negozio di pasta all’uovo, legumi
e scatolame e mi avrebbe preso per
aiutarla. Ci mettemmo in giro per
trovare un locale adatto e lo
trovammo infatti in un luogo
favorevole che ci conveniva sotto
tutti i punti di vista. Ma quando
l’Emilia andò per firmare il contratto
il proprietario non voleva più
saperne di affittarglielo. Il poliziotto
che mi viene dietro è andato a dire al
proprietario che la signora che si
metteva insieme a quella che affittava
era la signora Malatesta eccetera
eccetera. Insomma, per farla breve,
ho dovuto andare io personalmente
dal proprietario e dirgli che m’ero
ritirata, ed egli dopo le mie
assicurazioni si è deciso ad affittare
il locale all’Emilia, la quale ha
dovuto cercare un’altra persona che
mi sostituisce», aveva scritto a Luigi
Fabbri, uscito nel frattempo indenne
dall’operazione all’addome, ma
ancora con problemi di salute: «Mia
carissima Elena, le cose continuano
ad andare come prima, cioè niente
affatto bene. Anche economicamente
è un disastro. A poco a poco quel po’
di lavoro che riuscivo a fare qua e là
va cessando; anzi è quasi cessato del
tutto. Anche i francobolli devono
essere diventati molto cari
dappertutto, perché la gente scrive
sempre meno. Qui in casa, ora,
l’unica che guadagna qualche soldo
con molto sgobbare è la figliola, ma
in misura assolutamente insufficiente.
Ma tutto questo, che sia detto tra noi,
che non arrivino notizie di questo
genere alle orecchie dei miei. Anche
quel mio libro di cui le parlai, che
era in via di traduzione in Spagna
dopo tradotto il primo volume, si è
arrestato. Il traduttore è al fresco e
temo per la sorte del mio
manoscritto. Come vede, se Roma
piange, Montevideo non ride!» Le
cose per lui peggiorarono in fretta:
«Carissima Bianca e Luce. Dunque è
proprio vero? Anche il carissimo
Gigi se n’è andato? Non vedremo più
nemmeno lui? Io non riesco a
persuadermene, non mi pare
possibile! Ero così sicura che
sarebbe venuto a ordinare il libro del
nostro caro Errico, a prendere
visione di tutte le sue carte, di tutte le
sue cose, che non mi azzardavo a
toccarle per paura che non fossero
bene al loro posto. Mi pareva che
solo lui e nessun altro potesse
mettersi all’opera, assumersi questo
compito così delicato, così vicino al
nostro cuore e lo aspettavo con tutta
la fede, con tanta sicurezza. Invece
tutto questo è crollato. Il vuoto che ha
lasciato intorno a me il mio Errico si
è ingrandito. Egli era il più caro, il
più affezionato amico del nostro caro
scomparso», scriveva Elena alla
moglie e alla figlia dopo aver
appreso la notizia della morte,
avvenuta a Montevideo lunedì 23
giugno 1935. Luigi Fabbri,
cinquantotto anni, aveva fatto in
tempo a finire il libro su Malatesta
che, suddiviso in due volumi, La Vita
e Il Pensiero, veniva pubblicato
nello stesso anno a Barcellona
dall’editore Guilda de amigos del
libro. Del compianto maestro,
descritto come «un uomo
modestamente vestito, dal volto
abbronzato e dalle mani callose»
sempre pronto per guadagnarsi da
vivere «ad aggiustare apparecchi
elettrici, cucine economiche o tubi
del gas», aveva voluto ricordare un
episodio forse banale, ma che più
d’ogni altro secondo lui ne
descriveva l’animo: «Mi è stato
riportato da un vecchio anarchico
francese, Guerineau, e si riferisce al
periodo in cui entrambi erano esuli a
Londra. Una volta, in un momento di
crisi, gli amici consigliarono a
Malatesta di provare a guadagnarsi
qualcosa rivendendo paste per le vie
e le piazze. Così egli fece, si procurò
una carrozzella a mano, si fornì di
dolci da un grossista e via. Ma il
primo giorno, mentre era in uno
square affollato di gente con le sue
paste in mostra, gli si avvicinò un
bimbo malvestito che gliene chiese in
dono una ed egli subito gliela dette.
Poco dopo si vide attorniato da
un’infinità di bimbi poveri del
vicinato, fra cui si era sparsa in un
baleno la notizia della generosità del
venditore di paste, ed egli ne
distribuì loro gratuitamente tante che
alla fine tutta la merce si trovò
esaurita. Qualche giorno dopo
Kropotkin, ignaro della cosa, chiese
a Malatesta come andava il suo
nuovo commercio. La clientela non
mi mancherebbe, rispose lui
sorridendo, però mi mancano i mezzi
per fornirmi la merce». Era invece
rimasta in sospeso l’opera contenente
tutti gli scritti di Malatesta pensata in
dieci volumi insieme con Luigi
Bertoni, che da Ginevra, il 3 di
luglio, scriveva sconsolato a Elena
Melli: «Aspettavo da lui
precisamente alcune indicazioni sul
terzo volume e ne ho ricevuto invece
un telegramma che ne annunciava la
morte. Ora mi rimetto al lavoro solo.
Si vedrà se conviene o no. Come
puoi immaginare sono tutto
scombussolato, senza Fabbri non so
come arriverò a cavarmela. Basta, è
proprio vero, ciascuno di noi nella
sua vita lascia indietro dei morti
finché viene la sua volta. E questo
caldo soffocante mi fa sentire il peso
del troppo lavoro. È nel luglio 1885
che divenni apprendista tipografo,
passata la terza tecnica. Sono 50 anni
che sgobbo».
John Camillò, dalla provincia
americana che gli aveva appena
portato via un figlio piccolo, vittima
della pessima assistenza sanitaria
riservata ai poveri, pareva l’unico
ottimista: «In questi ultimi tempi fu
veramente una disgrazia per il nostro
movimento. Prima con la scomparsa
di Galleani, poi di Errico, D’Andrea,
adesso Fabbri ultimo della catena ti
aggiungo anche Clemente Duval, un
vecchio compagno francese che fu
condannato con la ghigliottina e che
poi cambiarono con l’ergastolo. Ho
conosciuto questo buon vecchio per
mezzo del compagno Blotto, aveva
85 anni e se lo sentivi parlare ti
faceva rimanere stupito del suo
grande coraggio. Gettiamo un fiore
ed un saluto alle tombe dei nostri cari
e continuiamo il cammino e la
battaglia», scriveva a Elena Melli.
Lei però sembrava aver smarrito
persino la voglia di reagire: «Sento
che la mia resistenza fisica è ridotta
ai minimi termini. Se non
sopravviene qualche fattore nuovo
che dia alla mia vita un altro
svolgimento, son dolori, perché sento
proprio che non ne posso più», si
legge in una lettera spedita alla
sorella Amalia a metà settembre
1935. Ad aggiungere tormento ai
tormenti era arrivata anche la rottura
con la figlia Gemma, colpevole di
essere diventata «cattiva, crudele,
insofferente, aggressiva e dura di
cuore». A Leone Stone, un
conoscente portato dagli affari ad
Alessandria d’Egitto che di tanto in
tanto le inviava denari, aveva
raccontato la profonda delusione
provata nello scoprire che «Gemma
non solo non ha le nostre idee, ma
non le vuole neppure conoscere. Non
sono stata capace di indurla a leggere
nemmeno una riga degli scritti del
nostro caro scomparso e di nessun
altro autore. Finché il nostro caro è
stato in vita essa studiava e diceva
che non aveva tempo di leggere
scritti che rispecchiavano le nostre
idee. Poi venne la terribile disgrazia.
Gemma si fidanzò con un giovane, il
quale, per poter entrare in casa
nostra, si fece conoscere per
antireligioso, ma dopo alcune
settimane si rivelò religioso e fra lui
e il nipote di Errico, il quale si è
fatto prete adesso che ha 45 anni,
hanno montato questa ragazza contro
le nostre idee e specialmente contro
gli anarchici». Quando il 13 aprile
1936 Gemma, ormai ventisettenne e
laureata in chimica da due anni, si
era decisa a sposare quel ragazzo e
di farlo con rito cattolico alla chiesa
del Sacro Cuore, Elena Melli non ne
aveva voluto sapere di andare al
matrimonio: «Forse non mi credeva
tanto ferma, irremovibile nella mia
decisione di non accompagnarla.
Credeva che in me la madre vincesse
l’anarchia e la seguissi nella via in
cui si è messa, poverina. A
mezzogiorno, quando stava alla
stazione, mi ha fatto telefonare da suo
marito e mi ha fatto dire che avrebbe
avuto tanto piacere di rivedermi
prima di partire. Io ero in condizioni
pietose, gli occhi e la faccia rossi e
gonfi da tanto piangere, le gambe che
non mi reggevano e nella testa mi
pareva di averci un nido di api, ma ci
sono andata lo stesso. L’ho riveduta,
mi è sembrata scossa, è partita
piangendo», raccontò qualche giorno
dopo all’amica Viera Caimmi, di
Cesenatico, conosciuta nel 1922, ai
tempi in cui Malatesta l’aveva
ospitata a casa loro per evitarle le
violenze squadriste che in quei giorni
imperversavano in Romagna. Gli
sposi si erano trasferiti
definitivamente a Firenze, dove lui,
Gianni Biondi, aveva trovato un
impiego da perito tecnico: «Ora sono
sola, sola, sola», cominciò a
tormentarsi Elena Melli, in
particolare con la sorella Amalia,
che da Marsiglia non perdeva
occasione di rinnovarle l’invito a
raggiungerla, ricevendo però sempre
la stessa risposta: «Il passaporto l’ho
già chiesto una volta, non me l’hanno
voluto dare, temono che vada in
Spagna. Inutile illudersi, chiederlo
un’altra volta significherebbe
soltanto un aumento di sorveglianza».
Il passaporto per la Francia era
invece stato inaspettatamente
concesso a Maria Bibbi che nella
primavera del 1935 aveva potuto
lasciare Torino per precipitarsi a
Parigi, dove grazie al fratello Gino,
nel frattempo già in Spagna, aveva
trovato ospitalità presso la famiglia
Berneri. Lei contraccambiava
aiutando la moglie di Camillo,
Giovanna Caleffi, nella gestione di
una drogheria in rue Terre Neuve 20,
«punto di riferimento dei più noti e
pericolosi antifascisti». Il 19
novembre 1935 la Regia Ambasciata
di Parigi faceva sapere che «la Bibbi
è occupata quale domestica presso il
noto Rosselli Carlo» e qualche mese
dopo il consolato di Nizza la
segnalava a Cannes, all’Hôtel Suisse,
in compagnia della moglie di
Rosselli, Cave Marion, e di un suo
figlio dodicenne. Maria Bibbi
soggiornò in Francia più o meno un
anno: «Gentile e carissima signorina,
manchiamo di sue notizie e vogliamo
sperare che né ragioni di salute né
turbamenti dello spirito la trattengano
dallo scrivere. Seguiamo con grande
interesse sui giornali le vicende, le
peripezie, le incertezze di questo
periodo internazionale e sempre
facciamo assegnamento e fiducia
nella buona stella perché sia
scongiurato il pericolo di una
conflagrazione così densa di
incognite e così minacciosa di
rovina», le scriveva da Torino la
famiglia Foa, mentre dalla Spagna il
fratello Gino, invitandola a
raggiungerlo al più presto nella sua
casa in mezzo agli aranceti, le
raccontava il fermento politico che
nel febbraio del 1936 aveva portato
al governo il Fronte Popolare
composto da socialisti e comunisti. Il
movimento anarchico, guidato da
Buenaventura Durruti, Francisco
Ascaso, Juan García Oliver,
Gregorio Jover, godeva di grande
consenso nel Paese e pareva in grado
di condizionare pesantemente gli
avvenimenti. Papa Pio XI
nell’enciclica Divini
Redemptoris avrebbe presto invocato
l’aiuto di Dio per arginare «anche là,
nella nostra carissima Spagna, il
flagello comunista che si è scatenato
purtroppo con violenza furibonda».
Il 27 maggio 1936 una ministeriale
riferiva che «la Bibbi Maria è giunta
a Gandia da Parigi prendendo
alloggio in Calle Major 30 in
compagnia del fratello Bibbi Gino e
della di lui moglie». Un mese e
mezzo dopo la sollevazione
dell’esercito in Navarra e nelle
colonie spagnole in Marocco dava il
via alla guerra civile, che secondo le
stime provocò cinquantamila vittime
solo nella prima settimana. I
nazionalisti, guidati dai generali
Emilio Mola e Francisco Franco,
s’impossessarono in pochi giorni
dell’importante base navale di
Ferrol, tra l’altro città natale di
Franco; presero Siviglia, poi Burgos,
dove insediano un governo
provvisorio di difesa nazionale con a
capo il generale di divisione Miguel
Cabanellas Ferrer. Il governo
repubblicano guidato da José Giral
rispose al colpo di Stato distribuendo
armi alla popolazione riuscendo così
a respingere l’attacco a Santander,
Bilbao, Barcellona. Poteva contare
sul formale sostegno dell’Inghilterra
e su quello un po’ più sostanziale
della Francia, oltre al timido
sostegno di Stalin, preoccupato
soprattutto di regolare i conti interni
con la vecchia guardia leninista che
proprio in quei giorni finiva sotto
processo, con Zinov´ev e Kamenev
accusati di avere ordito un complotto
per ucciderlo. I nazionalisti invece
avevano subito incassato
l’incondizionato e concretissimo
appoggio di Germania e Italia.
Mussolini aveva messo a
disposizione i moderni aerei da
caccia Fiat G.50 e C.R.32, i Savoia
Marchetti, camion, munizioni e
cinquantamila legionari pronti a «far
splendere sempre più in alto il sole
di Roma». Il generale Francesco
Pricolo, uomo di punta
dell’aeronautica italiana, aveva le
idee chiarissime su quali fossero le
istruzioni da dare ai componenti
della squadriglie: «Bisogna
immediatamente gettare il terrore tra
le popolazioni avversarie,
distruggendo a volta a volta le città,
ogni fonte di vita, per sottoporle a un
incubo insostenibile che le costringe
alla resa. Si griderà alle barbarie,
alla violazione del diritto, ma non
bisogna farsi impressionare, la
guerra non è certo un’esibizione di
cortesia o di sentimenti umanitari,
quello che conta è riuscire ad
imporre la propria volontà».[2] Il
resto veniva affidato alla propaganda
che alla radio e sui giornali
raccontava di «città in condizioni
semplicemente pietose, senza
governo e completamente nelle mani
di un’accozzaglia di comunisti e
anarchici comandati da capi
improvvisati, insofferenti a ogni
disciplina e spesso in contrasto fra di
loro, che spargono il terrore
devastando, incendiando,
saccheggiando chiese e conventi».
Maria Bibbi, seppure ancora
lontana dal cuore del conflitto,
scriveva allo zio Domenico per
tranquillizzarlo: «Noi per ora stiamo
bene. Qui siamo in guerra e viviamo
giorni pieni di speranza anche se
angustiati da preoccupazioni che ci
toccano molto da vicino. Che io
sappia una sola chiesa è stata
bruciata in Spagna, ma i giornali
italiani spudoratamente gonfiano gli
errori altrui e nascondono i loro
delitti come sempre ed ora più che
mai». Lo informava inoltre di avere
incontrato per le strade di Valencia
alcuni carrarini giunti in Spagna per
arruolarsi nelle colonne di volontari
internazionali che si stavano
formando: «La Bibbi parla allo zio di
connazionali incontrati in Spagna e si
interessa della sorte di sovversivi
residenti nel Regno dimostrandosi
sempre quella che è, cioè una
corriva, convinta, astiosa
antifascista», commentava nel suo
rapporto il poliziotto che aveva
revisionato la corrispondenza.
Furono circa sessantamila i volontari
che arrivarono da ogni parte del
mondo per combattere nel fronte
antifascista. Tedeschi, francesi,
inglesi e italiani soprattutto, ma
anche canadesi, cubani e messicani:
«Comunisti, socialisti, anarchici,
repubblicani, uomini di diverso
colore e di ideologia differente che
ci diedero tutto, la loro gioventù o la
loro maturità, la loro scienza o la
loro esperienza, il loro sangue e la
loro vita, le loro speranze e le loro
ansie», li ha ricordati la comunista
Dolores Ibárruri.[3] I circa
quattromila italiani provenivano in
gran parte dalle regioni del Nord ed
erano in prevalenza operai. Un lungo
elenco, da Abate Antonino a Zurilli
Orlando, che segnalava alle
prefetture del Regno «l’interesse
davvero acuto che si è insinuato tra
le masse degli operai per l’esito
della rivoluzione spagnola
preconizzando il trionfo dei rossi e
sognando lontani miraggi anche in
Italia». La stragrande maggioranza di
loro si definiva comunista, molto
nutrita era anche la presenza di
Giustizia e Libertà. Gli anarchici
erano più o meno cinquecento, in
mezzo a loro un pugno di donne.
In una Barcellona diventata
all’improvviso la città in cui ogni
buon rivoluzionario aveva sempre
sognato di vivere perché banche,
fabbriche, servizi, tutto era stato
collettivizzato, persino i ristoranti,
era arrivata anche Fosca Corsinovi,
una quarantenne di Casellina e Torri,
oggi Scandicci, di media statura,
capelli e occhi castani, definita dalla
prefettura di Firenze «donna di
sufficiente cultura e intelligenza che
manifestò fin da giovane sentimenti
anarchici di cui mai fece mistero».
Con lei c’era il suo uomo, Francesco
Barbieri, detto Ciccio, un calabrese
nato a Briatico il 14 dicembre 1895,
considerato «individuo capace non
soltanto di compiere attentati ma
anche di costruire ordigni», cosa che
aveva imparato da soldato, durante la
prima guerra mondiale, e che aveva
dimostrato di saper fare in più
occasioni: prima in Argentina, dove
era andato cullando il sogno di aprire
un’azienda agricola in Patagonia, ma
si era ritrovato coinvolto, assieme a
un gruppo di anarchici calabresi, in
una serie di attentati, il più grave dei
quali, il 3 maggio 1928 contro il
consolato italiano di Buenos Aires,
aveva causato nove morti e oltre
trenta feriti lasciando però illeso
l’obiettivo, il console Italo Capanni;
poi in Brasile, dove la polizia aveva
fatto irruzione in un suo laboratorio
trovando candelotti, acido citrico,
gelignite, clorato di potassio, più una
buona dose di ordigni già pronti per
l’uso. Fosca e Ciccio avevano in
tasca l’indirizzo di un appartamento
di Plaza de Ángel, dove già si erano
sistemati il pittore e tipografo
pistoiese Virgilio Gozzoli, il
livornese Enzo Fantozzi, da tempo
sulla lista dei possibili attentatori a
Mussolini, la giovane bolognese
Tosca Tantini, Ernesto Bonomini, che
dodici anni prima aveva ucciso a
Parigi l’uomo di fiducia del Duce,
Nicola Bonservizi; e Camillo
Berneri, che aveva conosciuto
Barbieri a Parigi e si era messo in
testa di farlo diventare uno dei
consulenti militari della rivoluzione.
Erano tutti membri della colonna
intitolata a Francisco Ascaso, ucciso
il 20 luglio durante l’assalto a una
caserma, e aspettavano di partire per
il fronte.
Fosca Corsinovi era andata via
dall’Italia nel 1923 con la figlia
Luce, di tre anni, per seguire il suo
compagno e padre della bambina,
Dario Castellani, un fornaio di
Galluzzo che scappava a Marsiglia
per evitare una sicura condanna al
processo per i gravi disordini
avvenuti a Firenze nel marzo 1921,
dopo che il segretario del sindacato
ferrovieri, Spartaco Lavagnini, era
stato ucciso in rappresaglia a una
bomba lanciata su un corteo fascista.
A Marsiglia, città che i giornali
dell’epoca descrivevano come «un
groviglio di serpi intorno al suo
porto a causa dei comizi, della
confusione, del disordine edilizio,
della prostituzione a cielo aperto», si
erano subito impiegati nel Comitato
pro figli dei carcerati: «Inviano soldi
del soccorso rosso ai fuoriusciti e ai
detenuti», segnalavano gli
informatori. Le cose fra di loro però
avevano smesso presto di funzionare,
e mentre Dario Castellani prendeva
la strada del Belgio, Fosca si
trasferiva nella vicina Tolone.
L’incontro con Francesco Barbieri la
fece subito finire nella lista dei
sospettati per l’attentato del gennaio
1932 alla Casa degli Italiani di
Aubagne, vicino a Marsiglia, che
aveva provocato quattro feriti e per il
quale erano già stati arrestati Gastone
Canziani e Dante Fornasari, ritenuti
al centro di un’organizzazione
accusata fra l’altro di avere spedito
pacchi bomba alle redazioni de Il
Popolo d’Italia e del Corriere della
Sera. Stando a quanto riferiva il
commissario di Pubblica Sicurezza,
al centro di tutto c’era il quartiere
marsigliese delle Barrasse, «che si
presta benissimo per la fabbricazione
di bombe poiché in un raggio di
pochi metri vi è lo stabilimento per
le riparazioni ferroviarie Coder, che
è il ricettacolo dei peggiori
antifascisti poiché vi vengono
ammessi operai anche senza carta
d’identità o con carte false purché
raccomandati da qualche antifascista;
una fabbrica di prodotti chimici ove
lavorano naturalmente molti italiani;
e finanche una cava di pietre ove è
possibile procurarsi esplosivi e
detonatori. Ma purtroppo la polizia
locale e l’autorità giudiziaria, per i
ben noti motivi non agiscono qui
come si potrebbe agire nel Regno per
l’identificazione dei complici e
quelli che tentano delle indagini sono
invisi e ostacolati». Per Fosca e
Barbieri era arrivata l’espulsione e
per ricominciare avevano scelto
Ginevra, considerata dalla polizia
«tra i centri anarchici più importanti
d’Europa dopo quelli di Spagna e
Parigi»; trovarono una sistemazione e
un lavoro presso una mensa di
rifugiati politici in rue de Pavillons
diretta da André Oltremare,
professore dell’università ginevrina,
socialista, ex consigliere di Stato e
membro del comitato di soccorso ai
rifugiati politici. Alla fine di agosto
del 1934 la polizia segnalava che «in
città si moltiplicano i contatti tra gli
anarchici residenti, le discussioni
seguono alle discussioni, tutti
sembrano che siano molti interessati
a concludere una qualche cosa di
importante. Tra i più attivi sono stati
notati Castagna Carlo, alias Bertazzi
Paolo, Barbieri Francesco, Gino
Napoletano, i tre fratelli Vella, Serra
Tommaso, l’amante del Barbieri
Fosca Corsinovi e certo Vitri o Titri
Giuseppe, che non si è ancora
riuscito ad identificare. Naturalmente
i predetti non fanno che andare e
venire dal Bertoni e dal Frigerio dai
quali prendono l’imbucata per il da
farsi». Qualche mese dopo la nota di
«un informatore che da qualche
tempo è bene addentrato negli
ambienti anarchici ginevrini ed è
perciò in grado di riferire cose
esatte», informava di una riunione
«segretamente convocata a casa
dell’anarchico Luigi Bertoni nel
corso della quale si è trattato
dell’esistenza di documenti dai quali
risulta che il Barbieri Ciccio e la
Fosca hanno sottratto a suo tempo
fondi di pertinenza del comitato pro
vittime politiche, e la stessa Fosca, in
un momento di rabbia, ebbe a
dichiarare che l’amante Barbieri le
avrebbe fatto spendere 15 mila
franchi francesi. Il Barbieri ha inoltre
venduto a suo favore i prodotti del
giardino della mensa dei rifugiati,
oltre ad indumenti dategli in
consegna per i compagni più
bisognosi. È stato stabilito che in una
prossima adunata di anarchici
saranno contestati al Barbieri e alla
Fosca gli addebiti sopradetti». Vere o
no le accuse, le loro condizioni
economiche si erano fatte davvero
precarie e a complicare ulteriormente
le cose nel giugno 1935 era arrivato
per Barbieri un nuovo decreto di
espulsione. Qualche mese dopo dalla
Spagna, dov’era andato su consiglio
di Camillo Berneri, mortificato da un
fallimentare tentativo di guadagnare
commerciando frutta e verdura e da
tre settimane di carcere «perché
individuo sospetto e pericoloso»,
scriveva a Fosca chiedendo soldi e
prospettandole un suo ritorno
clandestino a Ginevra. Lei gli
rispondeva il 7 febbraio 1936: «Caro
Ciccio, ti ho già detto in altra mia che
appena ricevuto la tua ti feci
immediatamente un vaglia di 50
franchi, unica somma che mi resta
perché la Ville mi ha tolto la gratuità
della scuola per Luce con la scusa
che occorrono cinque anni di
residenza in Svizzera per avere il
diritto di concorrere a una borsa per
pagare questo semestre. (…) Per la
tua venuta a Ginevra, tu puoi venire
quando vuoi, tanto più che non vieni
a casa mia, ed io non posso disporre,
però quello che ti ripeto e che voglio
sia un accordo fra di noi, è che io
voglio essere rispettata e trattata da
pari e non insultata tutti i momenti e
alla mercé dei tuoi nervi. Come pure
la bambina che ha adesso un’età che
comincia ad avere una personalità,
che ragiona e si afferma, e come tale
va trattata, e non come una bambina
alla quale occorre la frusta. Se ti
senti di ricominciare una nuova vita
basata sulla pace e sull’armonia,
vieni, troverai sempre il tuo posto e
il nostro affetto, altrimenti credo che
non valga la pena ricominciare
l’esperienza e anche a Ginevra
sarebbe preferibile restare ognuno
per conto suo. Non interpretare male
questa mia mise au point, ma credo
che è necessario. È meglio intendersi
avanti che rifare una vita d’inferno
dopo».
A metà agosto, per le strade di
Barcellona, ogni incomprensione
sembrava lontana. Mentre i giornali
raccontavano che alle Olimpiadi di
Berlino, sotto il torvo sguardo di
Hitler, un nero americano chiamato
Jesse Owens stava umiliando gli
atleti di pura razza ariana che per
natura avrebbero dovuto essere
superiori, e da Granada arrivava la
notizia della fucilazione di García
Lorca perché poeta, omosessuale e
comunista, i nazionalisti prendevano
dopo diversi giorni di dura battaglia
la città di Badajoz riuscendo a
unificare il fronte nord con il fronte
sud e puntando così con decisione
sulla capitale: «Costringeremo
Madrid ad arrendersi con la fame e
lo scoraggiamento. La popolazione si
rivolgerà allora contro il governo. Se
il popolo lo vorrà avremo pietà per
quelli che sono stati ingannati, ma per
quelli che hanno incoraggiato questa
guerra infame e crudele non ci sarà
mai pietà», dichiarava schierando il
suo esercito a trenta chilometri dalla
capitale Francisco Franco, diventato
nel frattempo il Generalísimo de los
ejércitos de Tierra, Mar y Aire. Il 13
novembre, ad assedio appena iniziato
e con il governo repubblicano fuggito
a Valencia e affidato al socialista
Francisco Largo Caballero, Carlo
Rosselli, fresco reduce dal fronte di
Huesca assieme all’amico Camillo
Berneri, lanciava un appello dalla
radio di Barcellona: «Compagni,
fratelli italiani, ascoltate. Un
volontario italiano vi parla dalla
radio di Barcellona per portarvi il
saluto delle migliaia di antifascisti
italiani esuli che si battono nelle file
dell’armata rivoluzionaria. Una
colonna italiana combatte da tre mesi
sul fronte di Aragona, una seconda
colonna italiana, formatasi in questi
giorni, difende eroicamente Madrid.
In tutti i reparti si trovano volontari
italiani, uomini che avendo perduto
la libertà nella propria terra,
cominciano col riconquistarla in
Spagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari
italiani: dalla Francia, dal Belgio,
dalla Svizzera, dalle lontane
Americhe. Italiani che ascoltate la
radio di Barcellona, attenzione. I
volontari italiani combattenti in
Spagna, nell’interesse, per l’ideale di
un popolo intero che lotta per la sua
libertà, vi chiedono di impedire che
il fascismo prosegua nella sua opera
criminale a favore di Franco. Tutti i
giorni aeroplani forniti dal fascismo
italiano e guidati da aviatori
mercenari che disonorano il nostro
paese, lanciano bombe contro città
inermi straziando donne e bambini.
Tutti i giorni, proiettili italiani
costruiti con mani italiane, trasportati
da navi italiane, lanciati da cannoni
italiani cadono nelle trincee dei
lavoratori. Che l’Italia proletaria si
risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle
fabbriche, dai porti italiani non
debbono più partire le armi omicide.
Dove non sia possibile il
boicottaggio aperto, si ricorra al
boicottaggio segreto. Fratelli,
compagni italiani, un volontario
italiano vi parla dalla radio di
Barcellona...» Parole che suonavano
nuove per tanti, anche per Elio
Vittorini, allora scrittore trentenne
con in tasca la tessera del Partito
nazionale fascista, che le rammenterà
dieci anni dopo, finita la seconda
guerra mondiale, sulla rivista Il
Politecnico: «Avevamo molti dubbi
sul fascismo e non tutti li
nascondevano. Ma chi mai
raccoglieva i nostri dubbi? Mai si
riusciva a sapere qualcosa che non
fosse fascismo. Né altro vedevamo,
di tutto il resto del mondo, che
manifestazioni di omaggio al nostro
tacchino: persino dai laburisti che ci
dicevano fossero dei socialisti
d’Inghilterra. La guerra di Spagna ci
cambiò. Potevamo tendere l’udito
dentro alla cuffia di un apparecchio a
galena verso le prime voci libere non
fasciste che finalmente giungevano
fino a noi. Madrid, Barcellona.
Ricordate l’inverno del ’36-’37?
Ogni operaio che non fosse un
ubriacone, e ogni intellettuale che
avesse le scarpe rotte, passarono
curvi sulla radio a galena ogni loro
sera, le colline illuminate di quei due
nomi. Ora sapevamo che nell’offeso
mondo si poteva essere fuori dalla
servitù e in armi contro di essa, con
trombe contro di essa».

[1] Mario Giordano (a cura di), L’impero


coloniale fascista, Istituto Geografico
De Agostini, Novara 1936.
[2] Paolo Ferrari, L’aeronautica
italiana. Una storia del Novecento,
Franco Angeli, Milano 2004.
[3] Dolores Ibárruri, Memorie di una
rivoluzionaria, Editori Riuniti, Roma
1963.
Fosca

Tolone, 21 maggio 1937

Apprendo da fonte attendibile che in


questi giorni è giunto al gruppo
anarchico a La Seyne un telegramma
da Barcellona inviato dalla nota
anarchica Fosca Corsinovi nel quale
si dà notizia dell’avvenuta uccisione
per mano di comunisti di quattro
anarchici italiani.
Il mio informatore, che di tale
telegramma ha sentito soltanto
parlare da anarchici de La Seyne,
dice che gli uccisi sono: un tale
Bernieri [Berneri, N.d.R.], non
altrimenti indicato del quale non
esistono precedenti in questi atti; il
noto Francesco Barbieri, detto
Ciccio, nato a Briatico (Catanzaro) il
14 dicembre 1895 e Sabatino
Gambetti, fu Lorenzo, nato a Siena il
27 dicembre 1877.
Il telegramma avrebbe suscitato
grande indignazione tra gli anarchici
della Seyne che – dice l’informatore
– hanno fatto giuramento in una loro
riunione riservata, di vendicare i
compagni uccisi organizzando
un’azione contro i comunisti.

Il Regio Console
Elena

Roma, 30 novembre 1937

Carissimo Osvaldo,
credo che avrai saputo quello che
mi ha fatto la Questura di Roma. Ha
commesso la malvagità di mandarmi
al manicomio, ospedale Santa Maria
della Pietà di Roma.
Non era sazia di quello che mi
aveva fatto patire per nove anni, con
tutte le conseguenze che porta con sé
l’essere seguiti, doveva commettere
quest’ultima infamia e l’ha commessa
ora che sono sola.
Mia sorella si trova in Francia da
circa 23 anni, verrà a prendermi.
Quando sarò in Francia ti scriverò
tutto quello che mi hanno fatto. Ti ho
scritto per darti io personalmente mie
notizie. Puoi immaginare quello che
io provo qui dentro. E sono qui dal
25 settembre, più di due mesi, è
indescrivibile.
Saluta affettuosamente tutti i
compagni che penso sempre. A te e
alla tua moglie tante cose affettuose e
tanti baci ai bimbi. Sempre tua,
Elena.
Ersilia

Roma, 26 settembre 1938

Con riferimento a precedente


corrispondenza si trascrive il
seguente dispaccio n. 8439 in data 18
agosto u.s. del Regio Consolato
Generale d’Italia a San Francisco:
Il Regio Agente Consolare in
Stockton, California, mi ha
comunicato quanto segue:
«Mi pregio comunicarvi che la
signora Cavedagni Ersilia si è
personalmente presentata presso il
nostro Ufficio. La Cavedagni ci ha
comunicato che essa non desidera
fare ritorno in Patria e che
personalmente scriverà ai suoi
parenti in Italia ai quali spiegherà le
ragioni perché non desidera
rimpatriare».
d’ordine del Ministro
Nella

Brescia, 30 aprile 1939

Risiede tuttora a Rivoltella di


Desenzano del Garda, casa Molinari.
Pur mantenendo fede alle sue idee
anarchiche, non consta svolga
propaganda di sorta. È
convenientemente vigilata.
Si richiama, per ultimo, la
ministeriale 26 maggio 1930 Mass.
S.20 Casellario. Il presente cenno
viene comunicato anche alla Regia
Prefettura di Milano.

Il Prefetto
Maria B.

Valencia, 28 luglio 1939

La connazionale in oggetto, sorella


del noto anarchico Bibbi Gino, si è
rivolta a questo Regio consolato per
ottenere un regolare passaporto per
la Francia e per rientrare nel Regno.
La predetta è rimasta, durante il
periodo rosso, a Gandia ove tuttora
risiede. Il fratello Gino, oggetto di
precorsa corrispondenza, abbandonò
quella località pochi mesi prima del
tracollo marxista rifugiandosi con la
propria moglie a San Paolo, Brasile.
La Bibbi che non si sente sicura a
Gandia, ove prestò servizio come
infermiera coi rossi, si proporrebbe
adesso di raggiungere il fratello in
Brasile passando per Parigi ove
conta delle amicizie. Mantiene
corrispondenza con certa Jeanne
Caleffi, 20 rue Terre neuve, Parigi; e
col dottor Luis Clavera, ronda San
Pedro 50, Barcellona.
Ha dichiarato che espatriò il
15.9.1934 con regolare passaporto
del quale non ricorda il numero,
rilasciatole dalla Regia Questura di
Torino nell’agosto del 1934.

Il Regio console
Elena

Roma, 8 maggio 1940

Mia cara sorella,


ieri ho ricevuto la tua del 18 aprile
dove mi dici che stai in pena perché
è molto tempo che non ricevi mie
notizie e mi chiedi se ho ricevuto la
tua ultima lettera. Ti dirò la data
dell’ultima tua lettera ricevuta e se
dopo di quella data mi hai riscritto
un’altra volta, allora è andata perduta
perché io non l’ho ricevuta.
Dunque, l’ultima lettera che ho
ricevuto da te è quella del 28
febbraio, io la ricevetti il 10 marzo e
ti risposi il 12. L’hai ricevuta? Ti ho
riscritto una cartolina illustrata il 19
aprile. Hai ricevuto?
Sì, ho ricevuto da Osvaldo lettera
e denaro e gli ho risposto lo stesso
giorno che scrissi a te la cartolina,
cioè il 19 aprile. Scrivigli. Digli che
ricevetti e risposi subito. Salutalo
tanto affettuosamente.
Mia cara, tranquillizzati e
tranquillizza pure tutti i parenti sul
conto mio. Io non sono mai stata
ammalata della malattia di questo
ospedale; per quanto mi stilli il
cervello non riesco a capire per
quale ragione mi hanno portata qui:
errore, malinteso o malignità? Ti
assicuro che se avessi immaginato
che mi portavano qui avrei
commesso un reato e mi sarei fatta
portare in carcere, e coi tempi che
corrono mi sarebbe stato facile. Mi
so immaginare in carcere, mi so
immaginare al confino, ma non mi so
immaginare al manicomio. Proprio
non mi va giù. Mi è insopportabile il
sapermi qui!
Però, se sono ancora qui è tutta
colpa di quell’approfittatore venale e
imbroglione di De Dominicis: voleva
venire in Francia anche lui e se fosse
stato un po’ meno approfittatore,
sarei fra voi fin dall’estate del 1938.
Spero che non gli avrai mandato le
altre cinquemila lire che ti chiese nel
mese di luglio dell’anno scorso che
tu ti facesti dare dallo zio Leone.
Non ti dico altro perché ho il cuore
troppo pieno di amarezza. Il mio
cuore e il mio pensiero sono sempre
costì con voi. Vorrei potervi stringere
al mio cuore e baciarvi tutti
affettuosamente.
Rispondimi subito, tanti baci dalla
tua Né.
Ernestina

New York, 7 ottobre 1940

In relazione a percorsa
corrispondenza del 3 maggio scorso
e per opportuna notizia, si ha l’onore
di riferire che la nominata Cravello
Ernestina risiede tuttora in Paterson e
dagli ulteriori accertamenti effettuati
è risultato confermato che si tiene in
disparte e che la sua condotta morale
e politica non ha dato luogo a
speciali rimarchi in questi ultimi
anni.
Si assicura che questo Regio
Ufficio riferirà qualsiasi risultanza
degna di rilievo sul suo conto.

Il Regio Console Generale


Clotilde

Napoli, 6 dicembre 1940

Dopo aver dato segni di squilibrio


mentale è stata testé ricoverata nel
locale Ospedale Provinciale.
Il presente cenno comunicasi anche
alla Prefettura di Torino.

Il Prefetto
Una folle idea, una nuova
guerra
e Mussolini a testa in giù

Non è dato sapere quali furono i


«segni di squilibrio mentale» che
portarono Clotilde Peani al ricovero
presso l’ospedale psichiatrico
Leonardo Bianchi di Napoli. Si sa
che gli ultimi anni della sua esistenza
furono caratterizzati da un’estrema
povertà e da una profonda solitudine.
La gran parte degli amici e dei
compagni di lotta erano passati a
miglior vita. Il primo ad andarsene
era stato Giovanni Gavilli, spentosi a
cinquantatré anni nel 1918 a Moltedo
di Pegli, Genova, sorretto sino alla
fine nella sua cecità e nelle sue
battaglie da Attilia Pizzorno, una
torinese di vent’anni più giovane che
gli aveva dato un figlio nel 1909,
capace per difenderlo di prendere a
pugni un funzionario di polizia che
una sera a Sampierdarena aveva
interrotto una sua conferenza. Poi era
toccato a Roberto D’Angiò, morto a
Milano nel 1923, anche lui poco più
che cinquantenne, dopo aver tentato
di riunire nel giornale La Protesta
quello che era stato l’esiguo fronte
interventista anarchico. Francesco
Cacozza e Umberto Vanguardia
invece erano deceduti a pochi giorni
di distanza uno dall’altro fra il
Natale e il capodanno del 1931, il
primo denunciando fino all’ultimo il
fascismo «fucina di delitti», anche
attraverso lanci di volantini in
parlamento, il secondo pagando con
una scomparsa prematura anni di
carcere e di confino.
Clotilde Peani non poteva contare
neppure sull’aiuto dei due uomini che
aveva amato e che da tempo
l’avevano dimenticata. Di Dionisio
Malagoli la polizia aveva scritto nel
1928 che «da molti anni non si
occupa di contese politiche, serba
buona condotta ed ha abiurato la sua
antica fede anarchica. Si è
completamente appartato dai
correligionari e dedica il suo tempo
al commercio ed alla numerosa
famiglia. Per quanto precede e tenuto
anche presente la sua tarda età, non è
più da considerarsi sovversivo, per
cui ho disposto che la vigilanza
esercitata su di lui sia sospesa».
Giuseppe Di Domizio invece era
diventato fascista: «Da molti anni
serba regolare condotta politica e si
è allontanato dai vecchi compagni di
fede. Al sorgere del fascismo si
iscrisse al Partito dimostrandosi
ossequiente al regime e svolgendo
attiva opera organizzativa a favore
della Scuola Avanguardista e Balilla.
Ha preso parte a tutti i cortei
patriottici dei quali si rese spesso
anche promotore, onde non vi è
dubbio alcuno sulle sue mutate
convinzioni politiche».
A partire dal 1° novembre 1940
Napoli venne sottoposta a continui
bombardamenti perché ritenuta
strategica da Roosevelt e Churchill
per via del porto, dei cantieri navali
e delle officine belliche. Speravano
così facendo di fiaccare la
popolazione spingendola alla
ribellione, ma «la Napoli fascista»
continuava a offrire «un superbo
spettacolo di disciplina, di fede e di
serenità», e appariva dopo ogni
nuova incursione «più che mai in
piedi, stretta intorno al Duce nel fiero
ricordo dei suoi nuovi caduti che
invocano vendetta, nell’orgoglio
delle nuove prove coraggiosamente
superate e nella certezza della
vittoria delle armi italiane».
Mussolini però, al di là della
propaganda, a un certo punto dovette
ammettere il principio della sconfitta
ed esortare i napoletani, soprattutto
donne e bambini, allo sfollamento:
«Tutti coloro che possono sistemarsi
lontano dalla città hanno il dovere di
farlo e bisogna organizzare gli esodi
serali in modo che nella città, di
notte, restino soltanto i combattenti,
cioè coloro che hanno l’obbligo
civico e morale di resistere».
Particolarmente duro fu il raid aereo
che il 30 maggio 1943 semidistrusse
alcuni padiglioni dell’ospedale e in
particolare proprio i reparti
femminili, rendendo ancora più
complicata la quotidianità dei circa
duemila degenti, già costretti a patire
il razionamento di viveri e
medicinali e la continua riduzione del
personale, chiamato alle armi. Poi
arrivarono l’8 settembre, le parole
del maresciallo Badoglio che alla
radio annunciavano il cambio di
alleato, la conseguente rabbia
tedesca, lo stato d’assedio,
l’insurrezione della città, l’arrivo
degli angloamericani che il 5 ottobre
occuparono parte dell’ospedale.
Clotilde Peani, con problemi sempre
più gravi di deambulazione per via di
una varicosi cronica, potrebbe non
essere scampata a tutti questi
avvenimenti. Oppure potrebbe essere
stata trasferita, assieme a un altro
migliaio di pazienti, nei manicomi di
Aversa o Nocera. L’ultima notizia
che la riguarda è un cenno della
prefettura di Napoli del 24 agosto
1942: «Trovasi tuttora ricoverata nel
locale manicomio provinciale dove
viene vigilata». E qui finisce la sua
storia di figlia di operai fuggita via
da Torino e da un destino di moglie e
di sartina. Perlomeno, la sua storia
conosciuta.
Più chiare le ragioni che portarono
al ricovero Elena Melli, che oltre a
essersi messa nelle mani di un losco
avvocato che per farle ottenere il
passaporto le aveva spillato un sacco
di soldi, si era innamorata di
Vincenzino Di Mambro, l’uomo che
aveva fatto a lungo la corte a sua
figlia Gemma. Una passione almeno
inizialmente corrisposta: «Cara e
buona Elena, è l’una della notte, sono
stanco, anzi stanchissimo e senza
aver lavorato e per quanto sia sicuro
che non prenderò sonno, non voglio
andare a letto senza prima avere
scritto poche righe che destino a te»,
le confidava il 28 agosto 1936, e
ancora un mese dopo: «Carissima
Elena, verrò lunedì prossimo o in
qualche altro giorno della settimana
entrante. Verrò unicamente per te, per
trascorrere qualche ora insieme,
godere della tua dolce compagnia.
Sei contenta?» Elena avrebbe
desiderato rendere pubblica la
relazione, ma si era scontrata con la
ferma opposizione di lui, che il 16
ottobre 1936 le scriveva: «Non vi è
proprio nessuna necessità che tu
renda partecipe delle tue cose gli
altri, siano pure degli amici che stimi
i più seri. La tua intelligenza e la tua
dura dolorosa esperienza ti
dovrebbero consigliare di essere
prudente. Per esempio non ti è venuto
in mente che gli amici possono
sospettare che la cosa rimonti ad
epoca remota quando era vivo il
nostro caro? E perché dare tu stessa
origine ed esca a delle dicerie che ti
metterebbero in cattiva luce, che ti
priverebbero completamente di
quella pace di cui hai tanto bisogno?
Non vuoi ancora convincerti che agli
altri poco importa che tu sia felice o
infelice. La tua felicità devi
considerarla come un bene geloso,
avvolto nel mistero. Deve essere un
seguito impenetrabile della tua vita.
Non posso chiudere la presente senza
renderti nota una domanda che mi
torna continua alla mente e non mi
abbandona: che cosa direbbe
Gemmina se venisse a conoscenza di
tutto?» Gemma sapeva e si mostrava
alquanto perplessa: «Cara mamma,
mi auguro che colui che tu chiami tuo
compagno conosca i suoi doveri,
cioè quello di considerarti come sua
moglie e quindi di provvedere al tuo
sostentamento», le scriveva il 14
luglio 1937. Dopo le burrascose
incomprensioni dovute alle diverse
vedute sul matrimonio, la loro
relazione aveva ritrovato un precario
equilibrio: «I discorsi che mi hai
fatto per telefono non mi interessano
affatto. Tu prendi il tuo biglietto, il
tuo treno e verrai qui a stare un po’
fresca se non addirittura fredda come
ieri sera. E se qualcuno si prende il
ticchio o la velleità di venirti dietro
o altro, infischiatene! Tu sei mia
madre e basta». Ma di andare a La
Spezia, dove da Firenze la figlia si
era trasferita per le esigenze
lavorative del marito, Elena non ne
voleva sapere, nonostante Vincenzino
Di Mambro avesse cambiato
all’improvviso atteggiamento:
«Egregia signora, ho ricevuto tutte le
vostre lettere e cartoline alle quali
non ho risposto perché non mi
riguardano né possono riguardarmi le
vostre cose e i vostri propositi. Per
l’ultima volta vi ripeto che intendo
essere assolutamente lasciato in pace
e che perdete solamente del tempo a
pensare a me. Sappiate pure che io
non sono un minorenne o un idiota e
che tutte le mie decisioni ed azioni
non sono volute che da me, senza
l’intervento o il suggerimento di
pretesi vostri nemici. Dopo ciò non
devo che rendervi nota, ancora una
volta, tutta la mia nausea per quanto
avete fatto e andate facendo. Tengo
poi a dirvi che è perfettamente inutile
la vostra venuta a Cassino. Nel caso
vogliate tentare sarete ricevuta
indubbiamente come meritate. Non
mi limiterò questa volta alla scenata
dell’altra volta, ma vi denunzierò
senz’altro all’autorità giudiziaria
perché sia posto una buona volta fine
alla vostra indecente e volgare
commedia», le aveva scritto il 10
agosto 1937, rincarando la dose
quindici giorni dopo: «Egregia
signora, vi ripeto per l’ennesima
volta che è inutile che mi scriviate.
Tra voi e me non può sussistere
nessuno dei rapporti che voi
vagheggiate. Ed è strano che
un’anarchica, come voi dite di
essere, pretenda imporre sentimenti e
creare situazioni semplicemente
assurde. Il vostro comportamento mi
ha, perciò, immensamente nauseato e
non sento alcun bisogno di vedervi e
di essere informato delle vostre cose,
che non mi riguardano. Non intendo
in alcun modo essere infastidito e
farete molto bene ad astenervi a
venire a Cassino ove non potete che
dar luogo a spettacoli ridicoli e
disgustosi, come le altre volte».
Elena aveva cercato conforto in
Randolfo Vella, rientrato da poco
dalla Spagna e in procinto di
tornarci: «Carissimo Randolfo,
vorrei dirti tante cose, vorrei dirti
tutto quello che ci sta succedendo a
me e a Vincenzino, ma per dirtelo ci
vorrebbe molto più di una lettera.
Noi ci vogliamo tanto bene, ma per
cause che ignoro, per cose che non
riesco a comprendere non ci
possiamo vedere e la nostra
corrispondenza è intralciata, non ci
giungono le lettere. Io vado a Cassino
per vederlo e parlargli e non riesco a
vederlo. Ti dico, ci stanno
succedendo cose così assurde, così
fuori dal buon senso comune da
sembrare incredibili. Ma o la
situazione si risolve e queste
assurdità hanno termine o me ne
vengo all’estero anch’io e allora ci
vedremo e ti racconterò tutto. Intanto
comincio già a prepararmi. In questi
giorni sto vendendo tutti i libri e, ti
dico la verità, mi piange il cuore
perché non avrei mai e poi mai
immaginato di arrivare a questo.
Tutta la biblioteca del nostro Errico,
tutti i suoi libri sono costretta a
vendere, cioè mi ci hanno costretta
tutte queste cose assurde che non
comprendo di cui ti parlo più sopra.
Ma, ti ripeto, o queste cose avranno
termine e io potrò unirmi con
Vincenzino ed allora ti scriveremo
insieme o, se no, ti rivedrò presto
perché io in Italia non ci sto». Poi era
andata alla polizia: «La nota
anarchica Melli Elena fu Rodolfo
vedova Malatesta si è ieri presentata
alla Regia Questura per denunziare
dei fatti che in questi ultimi tempi le
sarebbero accaduti. Dall’esposizione
però che essa ha fatto a funzionari di
P. S. si è avuta la sensazione precisa
che la Melli fosse affetta da
allucinazione e da mania di
persecuzione. Si è provveduto
pertanto a farla accompagnare in
osservazione alla locale clinica
psichiatrica», riferiva la questura di
Roma il 23 settembre 1937. Un mese
dopo, ritenuta «pericolosa per sé e
gli altri», i sanitari decidevano il suo
internamento definitivo.
Guglielmo Ferrero, un giurista nato
a Portici che nella Torino di fine
Ottocento era entrato nel giro di
Cesare Lombroso diventandone
intimo al punto da sposare la figlia
Gina, soleva ripetere che «per gli
anarchici è preferibile il manicomio
alla ghigliottina, perché i martiri
sono venerati, dei matti invece si ride
e un uomo ridicolo non è mai
pericoloso». Dopo Passannante, al
quale una volta morto nel 1910 era
stato asportato il cervello per essere
studiato e conservato al Museo
Criminologico di Roma, era finito in
manicomio Carlo Cafiero, diventato
nel frattempo uno dei protagonisti
della Prima Internazionale insieme
con Marx, Engels e Bakunin:
«L’autorità, sotto qualunque forma
essa si presenti, sarà sempre la peste
del genere umano. La sua volontà non
potrà esprimersi che con la legge e le
leggi non si applicano senza birri.
Che l’autorità s’intitoli popolare, che
la legge si intitoli popolare, che i
birri s’intitolino guardie di sicurezza,
guardiani della pace o guardie della
libertà, la cosa resta assolutamente la
stessa. Noi non vogliamo più né
autorità, né legge, né birri. Noi non
vogliamo più sopportare alcun giogo,
sia esso dipinto di bianco, tricolore o
rosso», amava ripetere nei suoi
comizi.[1] Aveva dilapidato l’ingente
patrimonio ereditato da una ricca
famiglia di proprietari terrieri del
Sud per acquistare una villa in
Svizzera, a Locarno, che con Bakunin
nel ruolo del vecchio rivoluzionario
stanco e deluso ritiratosi a vita
privata sarebbe dovuta diventare il
centro attivo e permanente della
rivoluzione. Poi, insieme con
Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli,
Napoleone Papini e un’altra ventina
di idealisti organizzati in banda
armata, era salito sui monti del
Matese sperando di accendere fra
quelle popolazioni la miccia della
rivolta e proclamare la repubblica
sociale. Nel 1883 un gruppo di
contadini l’aveva trovato in una
grotta nei dintorni di Fiesole, mezzo
nudo e con i piedi immersi in una
pozza d’acqua: «Egli diceva con
moltissima calma e indifferenza non
d’altro ricordarsi che d’essere
arrivato la mattina a Firenze, non
sapere come era lì giunto, né dove
aveva lasciato le vesti e la valigia,
sentire benissimo che non aveva
preso cibo da molte ore e
domandatogli se altra volta fosse
andato oggetto a simili distrazioni,
diceva non rammentarsene e solo
narrava come trovandosi all’estero
era stato qualche volta malato di
ipocondria»,[2] si legge sulla sua
prima cartella clinica, compilata dal
medico che l’aveva condotto al
manicomio di San Bonifazio. Nei
referti successivi, redatti nei
manicomi di Imola e Nocera, si
racconta di un uomo che rifiutava di
lavarsi, fumava tantissimo, assumeva
solo cibi liquidi, passava ore
sdraiato nudo al sole o sul
pavimento, convinto di ricevere
benefici influssi, e teorizzava la
spiritualizzazione della materia: «Io
sono felice. Ho menato vita
errabonda, ho sciupato un grosso
capitale, mi sono ridotto ad una
modestissima pensione, ma sono
contentissimo perché mi si è aperta la
luce e ho conosciuto la ragione
ultima di tutte le cose esistenti»,[3]
aveva confidato prima di morire al
medico che quotidianamente lo
visitava. Nello stesso manicomio di
Nocera nel 1915 finiva i suoi giorni
Emilio Covelli, un avvocato di Trani
di nobile famiglia, coscritto e amico
di Cafiero con il quale aveva
condiviso gli studi al seminario di
Molfetta, che per anni aveva fatto
disperare le polizie di mezza Europa.
Lo dicevano affetto da demenza
paranoide con l’aggravante di una
notevole predisposizione ereditaria
per via di un fratello e due sorelle
malate di mente: «È intelligente e
studiosissimo, sempre anarchico e
d’idea socialista. Dal giorno in cui è
entrato è stato uno dei più
perturbanti, dei più ciarlieri. Grida
sempre voglio la libertà, voglio
andare all’estero», scrivevano i
medici. E sempre a Nocera, nel
1876, era stato rinchiuso il
napoletano Giuseppe Fanelli, classe
1827, organizzatore con Pisacane
della spedizione di Sapri e con
Garibaldi di quella dei Mille, vittima
di una «confusione permanente» dopo
la morte del suo intimo amico
Bakunin.
In un altro grande manicomio del
Regno, quello di Montelupo
Fiorentino, alla fine degli anni Trenta
continuava a essere rinchiuso Pietro
Acciarito, il fabbro di Artena che nel
1897 aveva tentato di pugnalare re
Umberto I. Il giornalista de La
Stampa Francesco Argenta si era
recato a fargli visita e così lo
descriveva in un articolo del 3
novembre 1937: «È qui da
trentacinque anni e da trentacinque
anni occupa la prima celletta che si
apre sul corridoio del secondo
reparto e sulla cui porta ferrata, al di
sopra dello spioncino, una targhetta
ingiallita dal tempo reca, sormontato
dal numero di matricola 1211, il suo
nome tristemente famoso. Ha
sessantasei anni ormai, è piccolo,
magro, agitato da un perenne moto
nervoso e scrive, scrive
perennemente dalle otto del mattino
fino a mezzanotte raccogliendo poi in
fascicoli numerati che nelle sue
intenzioni sono classificati per
materia. Allorché entro nella sua
cella mi accoglie sdegnoso e
infastidito. Ripete il suo abituale
sproloquio e si ritrae, ritto e vigile, a
ridosso della parete quando mi chino
sul tavolo per esaminare i suoi
scritti. Sta trattando dei dolori
elettrici ed è al 12.924° libro. Ha
riempito ormai nove quintali di carta,
mi si dice. Nell’uscire non so
trattenere un’espressione di saluto –
Buongiorno – dico. Il vecchio
anarchico mi guarda sorpreso. Da
quarant’anni nessuno più l’ha salutato
in tal modo. Ma al folle che si crede
un monarca, l’espressione non
sembra adeguata, protocollare. Con
un tono tra l’incollerito e lo
sdegnoso, egli mi risponde: Addio!»
In manicomio era tornato più volte
anche il soldato che nel 1911 aveva
detto di no alla guerra, Augusto
Masetti, dopo una breve parentesi
durante la quale aveva conosciuto
una donna, Concetta Pironi, con cui
aveva messo al mondo tre figli. Nel
1935 chiese di essere dispensato dal
partecipare alle adunate del regime e
fu considerato per questo sempre più
matto. Ma l’elenco potrebbe essere
ancora lunghissimo. Nel luglio del
1912 nell’ospedale psichiatrico di
Collegno, che contava allora circa
duemila pazienti suddivisi fra
malinconici, turbolenti, maniaci,
furiosi e criminali, era persino
scoppiata una violenta rivolta
capeggiata dall’anarchico Giovanni
Massoni, ritenuto malato di mente
dopo essere stato arrestato,
proveniente tanto per cambiare da
Paterson, perché trovato in possesso
di dinamite che sarebbe dovuta
servire per l’ennesimo tentativo di
regicidio: «Vogliamo minore clausura
e un po’ più d’aria, siamo trattati
peggio dei prigionieri, dormiamo su
letti di cemento, siamo legati come
cani da cortile!» avevano gridato per
tutta la notte decine di degenti saliti
sui tetti, armati di bastoni, spranghe,
coltelli e con un infermiere e due
guardie in ostaggio, prima di
arrendersi a un consigliere
provinciale, il socialista Barberis,
cedendo a promesse che non
sarebbero mai state mantenute.
Nel manicomio di Santa Maria
della Pietà Elena Melli rimase
quattro anni, tormentandosi sul
perché continuassero a tenerla lì
«dopo così tanto tempo e sana di
mente», piena di rimpianti per una
casa che non c’era più, «con due
macchine da scrivere, la macchina da
cucire, solo la macchina per fare la
maglia è stata spedita a Gemma che a
sua volta me l’avrebbe spedita in
Francia, ma tutto il resto, la mobilia
della camera e della cucina vendute
per pochi soldi e tutta la biblioteca
del nostro caro Errico, che dall’età
di undici anni si curava gelosamente,
venduta come carta da macero
insieme a tutti i suoi scritti mentre io
ero qui rinchiusa senza potere fare
nulla», si legge in una lettera spedita
ai primi di giugno del 1940 all’amico
Dino Benetti, un anarchico
mantovano finito nel sanatorio di
Pineta di Sortenna, dalle parti di
Sondrio, per curarsi la tubercolosi. Il
consolato italiano di Alessandria
d’Egitto era convinto che la malattia
mentale di Elena Melli fosse un
trucco escogitato «dal famigerato
Leone Stone, che a quanto risulta
persegue ancora la sua attività
comunista diretta specialmente contro
l’Italia fascista», per farla espatriare.
Perciò aveva informato il ministero
dell’Interno fin dal giugno 1939: «A
parte della trama per la liberazione
della Malatesta si trova la sorella
della medesima, Amalia Prati, che
attualmente risiede in Francia, a
Marsiglia, e che si trovava tempo fa
in Svizzera ove svolse attività
sovversiva per poi recarsi in Francia
durante il Ministero Blum ed esservi
arrestata alla caduta del medesimo
quale sospetta di complotto contro la
sicurezza dello Stato. Lo Stone si
servirebbe per inviarle denaro di un
certo Common, avvocato e capo
comunista, residente a Vichy e con
studio legale a Parigi, nonché di un
certo Sebastian Faure, comunista
residente a Nizza. Sembra inoltre che
una volta liberata lo Stone avrebbe in
animo di farla venire in Egitto».
Considerata guarita dalle manie di
persecuzione, era stata dimessa
all’inizio del 1941 e affidata alla
figlia Gemma: «Nota anarchica Melli
Elena è qui giunta ieri accompagnata
da un agente», prendeva nota la
questura di La Spezia il 18 aprile.
Gemma si era vista in qualche modo
costretta a farsi carico della madre
perché nel frattempo era venuta meno
la possibilità di mandarla a
Marsiglia dalla sorella Amalia,
espulsa dalla Francia proprio mentre
era in corso la pratica per il rilascio
del visto sul passaporto. Prima di
prenderla con sé aveva scritto
addirittura ad Arturo Bocchini,
senatore e capo della polizia:
«Prelevare io mia madre? A quali
responsabilità esporrei mio marito?
Egli lavora in uno stabilimento
militarizzato, io insegno matematica,
fisica e chimica nelle Regie Scuole
Tecniche Industriali, quindi tutti e
due abbiamo bisogno di non attirare
l’attenzione di chicchessia sul nostro
conto. Per il mese di settembre
attendiamo un bimbo e siccome per
particolari conformità fisiche sono
soggetta ad abortire, devo non avere
preoccupazioni di sorta. Ma io
ritirerei lo stesso mia madre se voi
mi diceste che è cosa ben fatta e di
nessun pericolo. Ma, ritirando io
l’ammalata, tutta la retta di anni di
ospedale cadrebbe sulle nostre spalle
e noi non potremmo pagare le lire 12
giornaliere che moltiplicate per tanti
giorni formano per noi una cifra
fortissima! Ci stiamo sistemando ora,
per avere il bimbo dovrò andare in
clinica e non vorrei che il mio affetto
di figlia mi spingesse a fare cose
arrischiate ora che dobbiamo pensare
a questa piccola vita che deve
nascere. Scusatemi, Eccellenza, se io
mi permetto di rivolgermi a voi che
avete sì alti incarichi e tante e tante
preoccupazioni, ma è perché spero
che da voi ci venga un consiglio che
sarà senza dubbio il migliore». Alla
fine tutto era stato accomodato,
compresa la retta da pagare. A Elena
Melli era stata posta una sola
condizione, che troncasse ogni
rapporto con i compagni di fede: «La
ringrazio vivamente per il cortese e
spedito riscontro alla mia lettera.
Come ho fatto presente alla Regia
Questura di La Spezia, accetto a
titolo di esperimento di prendere con
me mia madre che di nuovo mi
auguro mantenga la promessa di fare
vita ritirata e di troncare ogni
relazione. Se però mia madre
dovesse venir meno a tale promessa,
chiedo che non mi si ritenga
responsabile del suo operato. Dal
canto mio, se questo esperimento
dovesse fallire, non mancherò di
segnalarlo alle autorità locali perché
prendano i provvedimenti che
riterranno opportuni», aveva risposto
Gemma il 4 marzo 1941.
Erano giorni davvero cupi. La
Germania di Hitler, dopo aver invaso
la Polonia nel 1939, in due anni
aveva conquistato quasi l’intera
Europa e puntava all’Unione
Sovietica. L’operazione cominciò a
giugno. «Un grave pericolo ora
minaccia la nostra patria e la parola
d’ordine è una sola: terra bruciata
innanzi all’invasore», aveva detto
Stalin alla radio, ma in ottobre le
truppe germaniche erano ormai giunte
alle porte di Mosca: «Il nemico ha
occupato la maggior parte
dell’Ucraina, la Bielorussia, la
Moldavia, la Lituania, la Lettonia,
l’Estonia, una serie di altre regioni, è
penetrato nel bacino del Donez, sta
come una nera nube su Leningrado,
minaccia la nostra gloriosa capitale.
Le orde hitleriane saccheggiano il
nostro paese, distruggono le città e i
villaggi, uccidono e seviziano senza
risparmiare donne, vecchi, bambini.
Gli invasori tedeschi vogliono una
guerra di sterminio contro i popoli
dell’Unione Sovietica. Ebbene, se i
tedeschi vogliono una guerra di
sterminio, l’avranno!» rilanciò il 6
novembre davanti al soviet dei
deputati, forte della nuova alleanza:
«In questi giorni gli Stati Uniti
d’America hanno deciso di accordare
all’Unione Sovietica un prestito di un
miliardo di dollari, si può dire con
sicurezza che la coalizione degli Stati
Uniti d’America, della Gran Bretagna
e dell’Unione Sovietica è una realtà
che si sviluppa e si svilupperà, per il
bene della nostra comune causa
liberatrice!» La controffensiva
poteva cominciare. In poche
settimane le truppe germaniche
vennero ricacciate a duecento
chilometri da Mosca mentre gli Stati
Uniti, rispondendo all’attacco
giapponese di Pearl Harbor del 7
dicembre 1941, rompevano gli indugi
rendendo mondiale il conflitto. In
Russia, a combattere a fianco dei
tedeschi, ci andarono oltre
duecentomila soldati italiani, alpini e
fanti soprattutto: «I soldati italiani si
battono eroicamente a Gondar,
combattono nella Marmarica tenendo
in scacco un nemico superiore di
uomini e di mezzi, i marinai italiani
combattono nell’Atlantico e nel
Mediterraneo, gli aviatori
contendono al nemico il dominio
dell’aria. Ecco ora che i soldati, le
Camicie Nere e gli aviatori italiani
combattono in Russia contro i
Sovieti. Dal tropico del Cancro
all’Atlantico, dal Mediterraneo al
Dnieper l’Italia fascista è in piedi
con i suoi soldati e con le sue armi»,
scriveva l’Agenzia Stefani, la prima
e più importante agenzia di stampa
italiana che il Duce aveva affidato
all’amico sansepolcrista Manlio
Morgagni.
L’Italia era entrata in guerra il 10
giugno 1940, il giorno successivo
aveva subito il primo attacco aereo
su Torino, e come primo atto, nella
notte tra il 12 e il 13, a sostegno
dell’alleato che stava prendendo
Parigi, aveva bombardato il sud
dell’odiatissima Francia dalla quale
Mussolini pretendeva indietro Nizza,
la Corsica e la Savoia; poi, per
rinverdire l’impero e dare una
lezione agli altrettanto odiati inglesi
che andavano cacciati dal
Mediterraneo, l’esercito italiano si
era fatto strada in Africa penetrando
in Sudan, in Kenia e nella Somalia
britannica; infine il 28 ottobre 1940,
nel ventottesimo anniversario della
marcia su Roma, il generale
Sebastiano Visconti Prasca, partendo
dall’Albania ormai annessa, aveva
sferrato l’attacco alla Grecia. Tutto
pareva già scritto: «Siamo stati
traditi in tutte le epoche, siamo stati
vassalli delle democrazie e da anni e
da decenni andiamo protestando e
rivendicando i nostri diritti, andiamo
gridando che quel che ci è stato tolto
deve esserci restituito. Possiamo in
questo momento rimanere assenti dal
cammino della storia? Possiamo
rifiutarci di tramandare ai nostri figli,
ai nostri nipoti, un’epoca gloriosa? Il
nostro popolo non conosce la viltà,
non conosce la vergogna», aveva
detto Roberto Farinacci nel ricevere
a Cremona una delegazione del
ministero della Propaganda del
Reich, pochi giorni prima delle
dichiarazioni di guerra a Francia e
Inghilterra. In tutte le città «l’ora
della irrevocabile decisione» era
stata accolta con entusiasmo: una
miriade di persone si era radunata fra
lo sventolio di bandiere e le sfilate
dei balilla nelle vie e nelle piazze
per ascoltare dagli altoparlanti il
discorso del Duce previsto alle ore
18. La voglia di guerra si era fatta
strada nelle fabbriche, in particolare
alla Grandi Motori Fiat, impegnata
nella costruzione dei motori per la
Marina militare, e nelle università,
dove aveva preso piede
l’insegnamento di materie come
biologia delle razze o demografia
comparata delle razze.
Insieme con i mai abbastanza
celebrati successi militari, per
esempio «il formidabile colpo del
sommergibile Barbarigo comandato
da Enzo Grossi» che il 6 ottobre
1942 «a circa 330 miglia a sudovest
di Freetown, Africa occidentale»
aveva affondato una corazzata
statunitense, arrivavano però i freddi
bollettini ufficiali delle Forze Armate
che «con la commossa imperitura
gratitudine della Patria» rendevano
mensilmente conto dei caduti:
«Egitto: caduti 481; feriti 687;
dispersi 3364. Russia (12ª lista):
caduti 1054; feriti 4121; dispersi
1909. Balcani: caduti 231; feriti 364;
dispersi 24. Marina: caduti 58; feriti
200; dispersi 278. Aeronautica:
caduti 49; feriti 200; dispersi 278»
era il bilancio del settembre 1942.
L’Italia, cacciata dall’Etiopia e
dall’Africa Orientale con la battaglia
di Gondar nel novembre 1941, con il
ritorno di Hailé Selassié ad Addis
Abeba sotto la protezione inglese
aveva perso, almeno simbolicamente,
l’impero. Non era migliore la
situazione sull’altro fronte africano,
dove le truppe dell’Asse guidate da
Erwin Rommel mostravano segni di
cedimento a El Alamein: «Siamo
impegnati in duri combattimenti.
Nessuno può immaginare quali
responsabilità pesino sulle mie
spalle. Bisogna ancora una volta
ricominciare da capo, ma ora le
condizioni sono eccezionalmente
sfavorevoli. Ho parlato chiaro al
Comando Supremo Italiano.
L’aggressività e la superiorità in
mezzi del nemico ci pongono in
condizione di dover subire ogni
iniziativa, carburante e munizioni
scarseggiano paurosamente. Sono
decisamente pessimista, dispero di
poter fronteggiare oltre il nemico e di
poter bloccare oltre la sua avanzata
verso Tripoli», scriveva nel suo
diario il generale tedesco il 27
ottobre 1942. Altrettanto drammatica
la situazione in Russia dove infuriava
la spaventosa battaglia di Stalingrado
e gli alpini morivano lungo il Don
facendo venir meno «l’infrangibile
barriera». Relativamente tranquillo
pareva solo il fronte greco, dove
però la guerra lampo ipotizzata da
Mussolini aveva avuto bisogno della
Wehrmacht per avere ragione della
resistenza greca sostenuta dagli
inglesi.
In questo clima Fosca Corsinovi
rientrava da prigioniera, dopo
vent’anni, in Italia. Al termine della
guerra spagnola, conclusasi nel
marzo del 1939 con la vittoria di
Francisco Franco sulle ultime
resistenze di Madrid, Barcellona e
Valencia, era stata segnalata per
qualche mese a Marsiglia, sposata
secondo alcuni informatori «con uno
spagnolo naturalizzato francese»,
amante secondo altri di Osvaldo
Maraviglia, arrivato in Francia da
New York nel novembre 1939. Poi si
era trasferita a Saint-Tropez, era stata
arrestata e spedita al campo di
concentramento di Brens Tarm, da
dove si era decisa a fare domanda di
rimpatrio alle autorità italiane.
Mentre attraversava la frontiera
portava ancora negli occhi e nel
cuore quanto accaduto nella casa di
Plaza de Ángel a Barcellona il
pomeriggio del 5 maggio 1937,
quando il suo uomo e Camillo
Berneri erano stati arrestati: «Verso
le diciotto di mercoledì si
presentarono una dozzina di miliziani
della UGT [Unión General de
Trabajadores], con bracciali rossi e
poliziotti armati, oltre a un altro
vestito in borghese. Barbieri chiese il
motivo di quell’arresto, gli venne
risposto che li arrestavano in quanto
elementi controrivoluzionari. A tali
affermazioni Barbieri rispose che in
vent’anni di militanza anarchica
quella era la prima volta che gli
veniva fatto un simile oltraggio. A
ciò il poliziotto rispose che nella
misura in cui era anarchico egli era
controrivoluzionario. Irritato, Berneri
chiese allora il nome a quello che
l’aveva insultato. Fu allora che il
poliziotto, voltando il bavero della
giacca, mostrò il distintivo metallico
che portava il numero 1109», aveva
raccontato al giornale Guerra di
classe insieme con l’altra testimone
Tosca Tantini, che nel frattempo
aveva perso il fratello e il compagno,
Bruno Gualandi, sul fronte di Huesca.
A Barcellona in quei giorni si
stavano scontrando anarchici e
trotzkisti da una parte e comunisti
dall’altra. Si combatteva per il
controllo della centrale telefonica, le
strade erano piene di cadaveri,
ovunque divampavano incendi. La
posta in gioco era la normalizzazione
imposta da Stalin, alla fine decisosi a
inviare gli aiuti per mettere il
marchio sulla rivoluzione. Qualcosa
di profondo doveva essere cambiato
nel sentire comune del fronte
antifascista se un volontario fra i
tanti, il pordenonese Achille
Duringon, comunista al punto da
partire per la Russia con mezzi di
fortuna nel settembre 1934 per
toccare con mano il mondo perfetto –
dopo avere scontato tre anni di
carcere «per aver issato nella notte
tra il 30 aprile e il primo maggio
1931 un drappo rosso con la scritta
viva il primo maggio sul campanile
della chiesa» – raccontava in quei
giorni alla madre e al fratello che
«non è più la Spagna stessa che
dirige i suoi destini, ma Mosca, il
fascismo rosso, Stalin, il sanguinario
dittatore, perciò si incomincia a
demolire le conquiste rivoluzionarie
e si dichiara al mondo che la terra di
Spagna non fa la rivoluzione, ma si
lotta per la difesa della democrazia.
La Russia non vuole che i comunisti
libertari abbiano di dar una prova
nella storia che è possibile dirigere
la società senza dittatura. Quando
vidi queste manovre domandai la
prima volta agli ultimi di aprile di
andarmene dalla Brigata
Internazionale, non mi concessero, e
così una seconda volta, la terza
domandai congedo e marciai a
Barcellona, da lì cercai di entrare in
formazioni militari anarchiche, però
il governo di Valencia ha dato ordine
che i volontari internazionali non
possono entrare in formazioni
spagnole se non nelle brigate
internazionali, oppure lasciare la
Spagna e per questo dovetti
abbandonare la Spagna. Ora sono
ritornato a Drancy e faccio qualche
ora di lavoro per settimana intanto
che posso guadagnarmi un pezzo di
pane». La decisione del governo
socialista di Largo Caballero di
sciogliere le milizie si era scontrata
con il rifiuto di anarchici e trotzkisti
di cedere le armi: «Se mai
permettiamo che si formi un esercito
regolare controllato dai russi,
abbiamo probabilità di combattere
meglio la guerra, ma la rivoluzione
dobbiamo considerarla perduta», era
stato fra i più intransigenti Camillo
Berneri nel parlare alla radio di
Barcellona, senza dimenticarsi di
rendere omaggio ad Antonio
Gramsci, morto il 27 aprile alla
clinica Quisisana di Roma dopo anni
di carcere; una notizia che i giornali
italiani avevano liquidato in poche
righe preferendo dare più ampio
spazio al ministro Ciano che aveva
raggiunto in volo l’Albania su un
quadrimotore da lui stesso pilotato,
oppure a un «figlio della Lupa» nato
nella capitale con sulla fronte «una
voglia dalla tipica sagoma del Fascio
Littorio, di colore fragola scuro,
piuttosto in rilievo».
Poche ore dopo l’arresto, Berneri
e Barbieri erano stati trovati
cadavere, entrambi uccisi da colpi
d’arma da fuoco sparati da distanza
ravvicinata: «Come s’è saputo dopo
dai cartellini dell’Hospital Clínico,
furono condotti morti all’hospital
nella notte tra mercoledì e giovedì,
raccolti dalla Croce Rossa, il primo
sulle Ramblas e il secondo in Plaza
de la Generalitat», raccontava
Guerra di classe. Due settimane più
tardi il Grido del Popolo, un giornale
dei comunisti italiani pubblicato a
Parigi, scriveva che Berneri era
colpevole «di aver provocato il
sanguinoso sollevamento contro il
governo popolare della Catalogna» e
che perciò era stato giustiziato «dalla
rivoluzione democratica a cui nessun
antifascista può negare il diritto della
legittima difesa».

[1] Carlo Cafiero, Rivoluzione per la


Rivoluzione, a cura di Gianni Bosio, La
Nuova Sinistra-Samona e Savelli, Roma
1970.
[2] Gianni Bosio, I conti con i fatti:
saggi su Carlo Cafiero, Luigi Musini,
l’occupazione delle fabbriche, Odradek,
Roma 2002.
[3] Ibid.
Fosca

Firenze, 29 ottobre 1942

L’anno 1942/XXI addì 29 ottobre,


nell’Ufficio Politico della Regia
Questura di Firenze, innanzi a me
sottoscritto Funzionario di P. S. dott.
Alfio Finocchiaro, è presente
Corsinovi Fosca di Antonio e
Salvestrini Emma, nata a Castellina e
Torri il 24.1.1897, la quale
interrogata risponde;
Nel 1923 espatriai in Francia,
munita di regolare passaporto,
insieme alla mia figliola Luce, allora
di circa due anni, per raggiungere il
mio amante e padre di detta bambina,
Castellani Dario, fornaio e
comunista. Giunte in Francia ci siamo
sistemate col Castellani a Marsiglia
ove siamo rimasti per circa dieci
anni poiché nel 1930 o ’32 mi sono
separata da costui col quale non
andavo più d’accordo e del quale da
allora non ho avuto più notizie.
A Marsiglia lavoravo presso la
ditta Carozzo, casa editrice libraria
con sede a Parigi. Durante la mia
residenza colà e d’altronde né prima,
né poi, non mi sono occupata di
politica e tantomeno ho manifestato
idee comuniste o anarchiche. Il
Castellani invece si occupava
attivamente di politica e a tale scopo
conduceva giornalmente varie
persone in casa nostra. Può darsi che
io, senza rendermene conto, mi sia
prestata a compiere atti dai quali sia
rimasto confermato il sospetto che io
sia anarchica o comunista. Comunque
io sono stata sempre cattolica.
Non ho mai conosciuto né sentito
parlare di Montagnani Giulio e di
Veracini Elisa. Se risulta che ho
inviato denaro da Marsiglia al loro
nome, quali detenuti politici, l’avrò
fatto per incarico del Castellani.
Comunque, come ho detto, non ho
partecipato all’attività politica che
egli andava svolgendo e quindi non
so nulla di ciò che egli abbia potuto
fare.
Per lo stesso motivo respingo
l’accusa di avere preso parte alla
organizzazione e alla esecuzione di
attentati e quindi sostengo di non
sapere nulla dell’attentato commesso,
non so quando e da chi, ad Aubagne
contro La Casa degli Italiani.
La ditta Carozzo presso cui ero
occupata a Marsiglia nel 1932 mi
trasferì a Grenoble, ove aveva una
succursale e, dopo un anno circa, a
Ginevra, dove non ho potuto
continuare il mio lavoro dato che la
dogana assorbiva quasi tutti i miei
guadagni.
A Grenoble conobbi l’anarchico
Barbieri Francesco di Giovanni,
tipografo, di cui divenni l’amante per
circa un anno. Ci lasciammo
nell’aprile 1936 quando egli si recò
in Spagna ove poi si arruolò nelle
milizie rosse. So che costui è
deceduto, ma ignoro se ciò sia
avvenuto in combattimento. A
Ginevra ho conosciuto i fratelli Vella
e le loro famiglie, il Vella Rodolfo
era amico del Barbieri Francesco;
non so però se ne condivideva o
meno le idee politiche.
Lasciato il posto della ditta
Carozzo, mi sono occupata, sempre a
Ginevra, come cameriera presso il
professor Oltremare Andrea, docente
di lingua latina presso quella
Università, ex Ministro della
Pubblica Istruzione della
Confederazione Svizzera al tempo di
un governo socialista. L’Oltremare
finanziava una cucina popolare in via
des Pavillons numero 4 per gli
studenti fuoriusciti di qualsiasi
nazione.
Sono rimasta a Ginevra fino al
1939, epoca in cui la mia figliola
Luce terminò gli studi conseguendo il
diploma di maestra elementare.
Avendo costei trovato un posto di
istitutrice presso la famiglia Morau,
residente a S.Tropez-Var, ci recammo
nel 1939 in quella cittadina sita tra
Nizza e Tolone.
Non è vero che partito il Barbieri
per la Spagna io l’abbia seguito
insieme a mia figlia. Smentisco
altresì che io sia stata in Spagna
anche in un periodo anteriore e cioè
nel 1936, in quanto dal 1934 al 1939
ho risieduto permanentemente a
Ginevra.
Non è affatto vero che abbia
appartenuto alla Federazione
Anarchica Spagnola e che abbia
servito, assieme a mia figlia, come
infermiera volontaria nelle milizie
rosse. Mia figlia, per cinque anni
consecutivi, dal 1934 al 1939, ha
frequentato la scuola magistrale di
Ginevra, ivi sita in rue Voltaire.
Non ho mai conosciuto, né ho
sentito parlare dell’anarchico
Maraviglia.
Non è vero che abbia sposato uno
spagnolo naturalizzato francese.
A S.Tropez-Var io e mia figlia
siamo rimaste fino al 1940 e cioè
fino a quando siamo state arrestate e,
dopo alcuni mesi di prigione,
internate nel campo di
concentramento di Brens-Tarn. Mia
figlia si trova tuttora internata colà.
Ignoro le ragioni di tale
provvedimento nei nostri riguardi.
In seguito a mia domanda, la
Commissione Italiana di Armistizio
mi ha accordato il rimpatrio e quindi
il 14 corrente sono partita da
predetto campo di concentramento.
Letto, confermato e sottoscritto.

Fosca Corsinovi
Altri epiloghi e una sola
bandiera

Leda Rafanelli aveva attraversato il


fascismo conducendo una vita
riservata: «Non esce mai di casa,
mantiene regolare condotta morale e
politica» riportarono per anni i cenni
trimestrali di polizia, e nel 1934 la
prefettura si convinse a radiarla dal
registro dei sovversivi. La solitudine
del resto era sempre stata una sua
scelta: «Gli amici miei sono quattro,
il numero perfetto. Quattro come le
stagioni, come i poli del vento, come
le facce della piramide. Potranno
diventare cinque, come le dita della
mano, cinque come i sensi. Ma non di
più», aveva spiegato molti anni prima
al suo amico Carlo Molaschi.[1] In
quello stesso 1934 Giuseppe
Monanni la lasciava per sposare una
donna molto più giovane e Leda per
guadagnarsi da vivere, oltre a
continuare a scrivere – in particolare
racconti per il Corriere dei Piccoli –
si era messa a fare la chiromante: «È
una dote che sento di possedere fin
da bambina, la mano è una pagina
dove uno scrittore ignoto ha segnato
le vicende segrete dell’individuo che
porge il palmo, ma la chiromanzia
non è una scienza e dubito assai di
tutti i maestri delle scienze occulte;
io non ho gocce da mescolare col
caffè, polverine di capelli da fare
ingoiare col cibo o spilli da infilare
negli occhi di una fotografia, solo
l’istinto e un senso segreto e
inspiegabile mi guidano».[2] Si
faceva chiamare Djali, nome spesso
usato anche per firmare romanzi e
racconti: «Vuol dire di me stessa ed
io ho sempre appartenuto solo a me
stessa».[3] Alla sua amica Nella
Giacomelli aveva scritto che le
sarebbero bastate due o tre clienti al
giorno per avere di che vivere.
Chissà con quale animo affrontò le
concitate ore della liberazione di
Milano. Aveva sessantacinque anni e
certamente era ancora immenso il
dolore per la prematura scomparsa
dell’adorato figlio, avvenuta un anno
prima. Aveva lasciato viale Monza
per la più centrale via Vittoria
Colonna. Sandro Pertini, allora
comandante delle brigate Matteotti,
aveva fatto scattare l’insurrezione
parlando alla radio all’alba del 25
aprile: «Cittadini, lavoratori!
Sciopero generale contro
l’occupazione tedesca, contro la
guerra fascista per la salvezza delle
nostre terre, delle nostre case, delle
nostre officine. Come a Genova e a
Torino, ponete i tedeschi di fronte al
dilemma: arrendersi o perire?» Per
le strade il trambusto. Agli operai e
agli impiegati si chiedeva di
occupare i posti di lavoro per
difendere gli impianti dal nemico in
ritirata, nell’attesa dell’arrivo dei
partigiani dalle montagne. La Quinta
Armata guidata dal generale Mark
Clark, che il 10 aprile aveva iniziato
l’offensiva verso la valle del Po,
stava rapidamente salendo. Il 21 era
entrata a Bologna trovando però la
città già sotto il controllo dei
partigiani. La direttiva del CLN era
stata chiara: «Liberare i grandi centri
prima dell’arrivo delle truppe
alleate», aveva detto il comunista
Luigi Longo. Gli anarchici, che si
erano radunati clandestinamente a
Genova nel giugno 1942 alla
presenza di molti reduci dalla guerra
di Spagna, poi a Napoli nel 1944,
avevano anche loro una strategia: «Il
fascismo è il primo obiettivo da
demolire. Non importa se in questa
azione ci troveremo gomito a gomito
con l’arma in pugno anche con quegli
elementi le cui finalità sono in
contrasto con le nostre».
In quel 25 aprile a Milano si
combatteva in particolare nella zona
di Niguarda, i tram e gli autobus di
traverso, i tedeschi in fuga
disordinata che sparavano alla cieca,
i cecchini sui tetti, i partigiani della
terza brigata Garibaldi che
occupavano la caserma
impossessandosi di una serie di
blindati. La rivolta era scoppiata
anche nel carcere di San Vittore,
capeggiata da Germinale Concordia,
un anarchico finito dentro ai primi di
aprile. Gli anarchici milanesi erano
quasi tutti inquadrati in una
formazione intitolata a Malatesta e a
Pietro Bruzzi, un operaio fucilato per
rappresaglia dalle SS il 19 febbraio
1945 che Leda aveva conosciuto
venticinque anni prima lavorando a
La Protesta Umana. Ne erano punti
di riferimento Mario Mantovani,
Mario Perelli e Antonio Pietropaolo,
tutti e tre quasi cinquantenni, il primo
un tipografo tornato a Milano dal
confino di Ventotene dopo l’8
settembre 1943, gli altri due
accomunati dall’aver scontato undici
anni di carcere perché ritenuti in
qualche modo coinvolti nella strage
del Diana del 1921.
Nel tardo pomeriggio, mentre i
partigiani, entrati nelle tipografie del
Corriere della Sera, della Gazzetta
dello Sport e del Popolo d’Italia,
cominciavano a stampare le prime
copie insurrezionali dei giornali che
erano stati a lungo clandestini,
Mussolini fuggiva dalla città su di un
camion tedesco dopo avere tentato di
trattare la resa con il CLN attraverso
la mediazione dell’arcivescovo
Ildefonso Schuster. Assieme a lui,
oltre all’amante Claretta Petacci, gli
ultimi fedelissimi: i ministri di Salò
Alessandro Pavolini, Ferdinando
Mezzasoma, Augusto Liverani,
Ruggero Romano e Paolo Zerbino, il
rettore dell’università di Bologna
Alfredo Coppola, il nuovo direttore
dell’agenzia Stefani Ernesto
Daquanno e Nicola Bombacci, un
romagnolo che nel 1921 era stato tra
i fondatori del Partito comunista per
poi avvicinarsi al fascismo negli anni
Trenta. Avrebbero voluto raggiungere
la Svizzera, ma i partigiani del
comandante Valerio li catturarono
due giorni dopo a Dongo, sul lago di
Como: furono fucilati sul posto e
riportati a Milano il 28 aprile,
quando vennero appesi a testa in giù
a piazzale Loreto, un trattamento che
qualche mese prima, sulla stessa
piazza, era stato riservato a quindici
partigiani fucilati per rappresaglia
all’esplosione di un autocarro della
Wehrmacht. «Il CLN Alta Italia
dichiara che la fucilazione di
Mussolini e complici è la
conclusione necessaria di una fase
storica che lascia il nostro Paese
ancora coperto di macerie materiali e
morali. È la conclusione di una lotta
insurrezionale che segna per la Patria
la premessa della rinascita e della
ricostruzione. Il popolo italiano non
potrebbe iniziare una vita libera e
normale che il fascismo per vent’anni
gli ha negata se il CLN Alta Italia
non avesse tempestivamente
dimostrato la sua ferrea decisione di
saper fare suo un giudizio già
pronunciato dalla storia. Delle
esplosioni di odio popolare che è
trascesa in questa unica occasione a
eccessi comprensibili soltanto nel
clima voluto e creato da Mussolini, il
fascismo stesso è l’unico
responsabile», recitava l’indomani il
comunicato del Comitato di
Liberazione Nazionale Alta Italia
presieduto allora da Alfredo Pizzoni,
un bancario cremonese vicino a
Giustizia e Libertà. Tre giorni dopo
Radio Londra annunciava la presa di
Berlino e il suicidio di Hitler.
Finita la guerra e caduto il
fascismo tornarono in molti. Maria
Rygier rientrò da Parigi e si sistemò
a Roma nella casa ereditata dal
padre. Aveva sessant’anni e una
tessera da giornalista. Era ancora
massone e si definiva una monarchica
assai vicina al Partito liberale. Non
aveva esaurito le sue polemiche con
l’ex Gran Maestro di rito scozzese
Raoul Palermi – che ormai molto
anziano e prossimo a ritirarsi a vita
privata stava tentando, in una fase di
ricostruzione e riorganizzazione della
massoneria italiana, di venire
riconosciuto non più come
sostenitore del fascismo bensì come
suo occulto oppositore –, ma tutto il
livore era indirizzato contro l’intero
movimento degli esuli politici
italiani in Francia, in particolare la
Concentrazione antifascista di
Alceste De Ambris e Luigi
Campolonghi: «Ho affermato che tra
il fuoriuscitismo sovversivo e
Mussolini esistevano i legami che
uniscono i sovvenzionati al loro
finanziatore. Ho mostrato che gli
agenti occulti del regime
distribuivano alle associazioni
antifasciste, o sedicenti tali, sussidi
attinti ai fondi segreti del Ministero
dell’Interno. E se Mussolini
provvedeva coi denari dei
contribuenti alle necessità di una
azione apparentemente contro di lui,
è da presumere che vi trovava il suo
tornaconto», ribadiva ancora una
volta nel maggio 1946 in un opuscolo
intitolato Rivelazioni sul
fuoriuscitismo italiano in Francia,
pubblicato dalle Edizioni Roma. Vi
dipingeva un torbido mondo di
intrighi nel quale non si salvava
nessuno, neppure i fratelli Carlo e
Nello Rosselli, assassinati da un
gruppo dell’estrema destra francese a
Bagnoles-de-l’Orne il 9 giugno 1937:
«I giornali francesi ne fecero cenno
che sul cadavere di Nello Rosselli
era stato trovato un foglio rilasciato
dal Ministero delle Finanze che lo
autorizzava ad esportare dall’Italia
sessantamila lire. A quell’epoca la
somma che i turisti potevano
esportare dal Regno era minima, non
ricordo se fossero due o cinquemila
lire. Perché questa eccezione a
favore di un uomo che era sospetto al
regime, che era stato sottoposto al
confino di polizia e che andava a
raggiungere a Parigi un fratello
universalmente noto come uno dei più
attivi e più autorevoli capi del
fuoriuscitismo e come l’esponente
all’estero del movimento Giustizia e
Libertà? Si è detto dai testimoni al
processo Roatta, e ciò ridonda a
grande onore di Carlo Rosselli,
ch’egli ha speso l’intero suo
patrimonio per la causa antifascista.
Credete che Mussolini non lo
sapesse? E perché lasciava uscire il
denaro dall’Italia? Perché permise a
Nello Rosselli di portare al fratello
generoso ed eroico, ma sfruttato
moralmente e materialmente da una
congrega di sconsigliati, manovrati a
loro volta da canaglie, altre
sessantamila lire destinate a cadere
nello stesso baratro? Un bambino
risponderebbe: perché aveva
interesse a farlo!»
A Camillo Berneri Maria Rygier
dedicava parole di fuoco, forse per
ricambiare il disprezzo con cui lui
l’aveva ringraziata vent’anni prima
di avere liberato «dalla sua fetente
presenza» il campo anarchico:
«Camillo Berneri fu reiteratamente
accusato di essere un agente
provocatore. Riceveva fondi, così
almeno diceva lui, dai compagni
anarchici d’America; in realtà era
sovvenzionato da Ermanno
Manapace, una spia fascista. Né le
indagini effettuate dalle polizie di
diversi paesi e che misero in luce il
suo vero essere, né le condanne
pronunciate a suo carico dai
tribunali, né i decreti di espulsione
che lo cacciarono dalla Francia e dal
Belgio, né il giudizio unanime della
stampa straniera, che lo chiamò
ripetutamente spia, valsero a
modificare nei suoi confronti
l’atteggiamento della Concentrazione
antifascista. Dal liberale Cianca al
repubblicano Montasini, senza
dimenticare Pietro Nenni, il quale
fece l’apologia di Berneri sul
Populaire, fu tutto un coro di proteste
che si levava ad ogni rinnovarsi delle
accuse, per assicurare il povero
calunniato che la solidarietà e la
fiducia dei suoi compagni di esilio
non gli sarebbero mai venute meno.
Dopo lo scioglimento della
Concentrazione, Berneri fu accolto
nelle file dei volontari che il
movimento Giustizia e Libertà
reclutava per le formazioni partigiane
dipendenti dalla Federazione
anarchica di Barcellona. Ma i Rossi
di Spagna si mostrarono più accorti
dei sovversivi italiani, ed una notte,
Berneri fu freddato, a Barcellona,
con una pistolettata». Solo per i
partigiani Maria Rygier trovava
qualche parola buona, loro sì
avevano scritto «con il sangue una
pagina di puro eroismo italico che
valse a cancellare in parte le brutture
e le colpe di cui si era macchiato il
fuoriuscitismo rivoluzionario del
tempo di pace».
Maria Bibbi invece, tornata
cinquantenne da Gandia, dove dopo
la vittoria di Franco era vissuta per
cinque anni sotto il falso nome di
María Carmen Rodríguez, ad Avenza
di Carrara riabbracciava la famiglia
e ritrovava molti anarchici che si
erano distinti durante la Resistenza,
combattendo nelle formazioni
autonome che avevano scelto di non
essere organiche al CLN e che
proprio in quelle zone erano state
numerosissime. Di queste la più
grande era intitolata a Gino Lucetti,
che liberato dagli Alleati dopo
diciassette anni di carcere trascorsi
nei penitenziari di Portolongone,
Fossombrone e Santo Stefano, il 17
settembre 1943 era rimasto vittima di
un bombardamento alleato a Ischia.
Uomini e donne come Ugo
Mazzucchelli, Alberto Meschi,
Giuseppina Michelini, Romualdo Del
Papa, Onofrio Lodovici, Stefano
Vatteroni; impiegati, operai,
sindacalisti, cavatori di marmo che si
erano distinti nel procurare armi e
denari, nell’assaltare caserme, nel
liberare e difendere interi paesi.
Mancava all’appello il fratello Gino,
scappato in Brasile nei primi mesi
del 1938 assieme alla moglie e ai
due figli per sfuggire a due killer
spagnoli che l’avevano inseguito fino
a Parigi. Stando alle informazioni
raccolte da alcuni confidenti
dell’OVRA, Gino Bibbi aveva
ucciso il suo socio Baldassarre
Londero per non cedergli parte di
un’ingente somma di denaro rubata
all’allora ministro dell’Interno
spagnolo, il socialista Ángel Galarza,
che considerando imminente l’arrivo
dei franchisti a Madrid l’aveva a sua
volta sottratta alla Banca di Spagna.
Da San Paolo, dove aveva trovato un
impiego presso una compagnia di
metalli e minerali, Gino Bibbi
continuava a giustificarsi: «Londero
era un contrabbandiere ed un losco
affarista che rapinava denaro e
gioielli in combutta con il ministro
dell’Interno socialista Ángel Galarza.
Fu ucciso, credo, alla frontiera con la
Francia carico di ogni ben di dio. Poi
hanno accusato me, ma io non c’entro
nulla», scriveva all’amico Giobbe
Giopp, un’antifascista con cui nel
1937 aveva provato a organizzare un
attentato alle navi franchiste nel porto
di Ceuta. Gli stessi informatori
avevano inoltre riferito che intorno a
quel tesoro era maturata in Galarza la
decisione di eliminare Camillo
Berneri e Francesco Barbieri, che
del suo furto erano stati scomodi
testimoni. Gli stalinisti non
c’entravano, si trattava di un delitto
fra amici, Tosca Tantini e Fosca
Corsinovi avevano mentito.
Di Tosca si erano perse le tracce,
forse era morta a Parigi nel marzo
del 1940. Fosca Corsinovi invece,
liberata nel 1943 dagli americani alle
isole Tremiti, dov’era stata mandata
al confino, si era ricongiunta a
Firenze con l’ex marito Dario
Castellani. Anche lui, tornato in
Francia reduce dalla guerra di
Spagna e finito nel 1939 nel campo
di internamento di Argelès-sur-Mer,
aveva chiesto il rimpatrio alla
commissione d’armistizio italo-
francese. Ricondotto in Italia nel
gennaio 1943, aveva rimediato altri
cinque anni di confino da scontare a
Ventotene, per ritrovarsi, dopo la
destituzione di Mussolini del 25
luglio, deportato nel campo di
concentramento di Renicci
d’Anghiari, in provincia d’Arezzo,
una quarantina di baracche di cui non
c’è quasi traccia né memoria che
ospitarono nel biennio 1942-43 oltre
quattromila prigionieri, in gran parte
slavi provenienti dalla Slovenia e
dalla Croazia, e poi detenuti politici,
molti dei quali anarchici, sfollati da
Ponza, Ustica e Ventotene. Con loro
Dario Castellani si era dato alla
macchia nei giorni immediatamente
successivi all’armistizio, quando il
campo era stato abbandonato in fretta
e furia dalle guardie: «Renitenti si
aggirano sulle montagne della
provincia e in unione a evasi
stranieri dai campi di concentramento
hanno costituito bande armate che
commettono talvolta reati», aveva
segnalato il questore di Arezzo nel
marzo 1944.
Fosca Corsinovi, che nel 1945
compiva quarantotto anni, non aveva
certo dimenticato quanto accaduto la
notte fra il 5 e il 6 di maggio del
1937 a Barcellona. La sua versione
dei fatti era sostenuta con forza anche
da Gaetano Salvemini, accusato da
Palmiro Togliatti «di portare persino
nelle aule universitarie alcune tra le
più infami calunnie della libellistica
anticomunista». Ancora nel 1950, in
una Italia ormai non più monarchica
ma repubblicana, con De Gasperi a
capo di un governo formato dalla
Democrazia cristiana, dai
repubblicani e dai socialdemocratici,
il segretario del PCI argomentava su
Rinascita, usando il solito
pseudonimo di Rodrigo, che
«Camillo Berneri era anarchico e tra
gli anarchici di Barcellona,
nell’aprile del ’37, egli apparteneva
alla tendenza che in certo modo si
stava avvicinando ai socialisti
unificati ai catalanisti e ai
repubblicani, in quanto si era
opposto anche vivacemente e
suscitando contrasti alla condotta dei
famosi incontrolados, che col
pretesto di fare l’anarchia
sfasciavano il fronte e facevano
strada ai fascisti. Vi fu la nota rivolta
francese del maggio: una serie
confusa di sanguinose battaglie di
strada, da casa a casa, dai tetti,
eccetera. Il Berneri cadde in uno di
questi scontri, ecco tutto. Contro gli
insorti anarchici si batterono, prima
di tutto, le forze armate e di polizia
della repubblica, con fanteria, carri
armati, eccetera; e, come partiti, si
batterono contro gli insorti anarchici
tutti i comunisti (termine improprio,
però, perché in Catalogna non vi era
un vero partito comunista, ma un
partito socialista unificato di
composizione molto eterogenea)
quanto i repubblicani di tutte le
tendenze. In questa situazione
affermare, a proposito di uno dei
caduti di quelle giornate, che egli fu
soppresso dai comunisti, è una
enormità morale». Si sosteneva che
Mussolini, convintosi ormai da
tempo di avere nei comunisti il suo
principale nemico, si fosse attivato
per far ricadere su di loro la colpa di
quell’omicidio. Dagli archivi è
spuntato persino un giornale
fintamente anarchico, il Periodico
d’azione e propaganda libertaria,
messo in piedi a questo scopo per
volere del Duce.
A Togliatti replicava su Umanità
Nova uno dei protagonisti del nuovo
corso dell’anarchismo italiano,
Umberto Marzocchi, un fiorentino
che era stato un Ardito del Popolo
nello Spezzino e nel Savonese,
riparato in Francia durante il
fascismo e andato poi a combattere in
Spagna. Era toccato a lui, assieme a
Fosca e altri due anarchici, Emilio
Canzi e Vincenzo Mazzone,
riconoscere i cadaveri di Berneri e
Barbieri all’obitorio dell’ospedale
clinico di Barcellona: «Anche a
distanza d’anni, noi avremmo
preferito immaginare i suoi uccisori
soldati, come scrive un altro eroe di
quell’epoca, Libero Battistelli, non
carnefici. Abbiamo invece la
certezza morale che gli assassini
furono poliziotti e fanatici mandati da
carnefici a cui la personalità di
Camillo Berneri, anarchico, le sue
attività, il suo coraggio, davano
fastidio. Infatti il poliziotto numero
1109 trattò Berneri e Barbieri da
elementi controrivoluzionari perché
anarchici, e solo perché tali
senz’altro movente specifico. Dalle
colonne di Guerra di Classe, il
giornale degli anarchici italiani di
Spagna, da qualche settimana Berneri
conduceva una coraggiosa campagna
contro il compromesso governativo,
e pochi giorni prima del suo
assassinio aveva pubblicato una
lettera aperta al ministro della CNT
nel governo di Valencia Federica
Montseny. Sulla stessa metteva a
vivo gli errori commessi, i
compromessi contratti in nome di una
unità d’azione di cui gli anarchici
soli pagavano le spese, suggeriva
l’uscita dal governo e che i ministri
riprendessero il loro posto nelle fila
dei militanti combattenti al fronte e
facessero conoscere alle masse lo
spirito unitario degli anarchici,
alterato e contraffatto dalla
propaganda bolscevica». Un articolo
pubblicato sulla Pravda il 17
dicembre 1936, cinque mesi prima
dell’assassinio, valeva secondo
Marzocchi più di una qualsiasi
confessione: «In quanto alla
Catalogna è cominciata la pulizia
degli elementi trostkisti e
anarcosindacalisti, opera che sarà
condotta con la stessa energia con la
quale la si condusse nell’Unione
Sovietica».
A Carrara, in quei giorni di
settembre del 1945, Maria Bibbi
aveva rincontrato fra i tanti anche la
vedova di Camillo Berneri,
Giovanna Caleffi. Era una donna
quasi cinquantenne tornata da
prigioniera in Italia nel 1941 dopo
essere stata arrestata in Francia nel
1940 e deportata in Germania.
Incarcerata a Reggio Emilia, poi
mandata al confino di Lacedonia, in
provincia di Avellino, «per avere
svolto all’estero attività sovversiva
dimostrandosi elemento pericoloso
per gli ordinamenti politici dello
Stato», una volta liberata nel 1943
era andata a vivere con Cesare
Zaccaria, di Borzoli, Genova, suo
coetaneo e vecchio amico di
famiglia. Insieme, a Napoli, dove lui
faceva il consulente tecnico per
l’armatore Lauro, avevano tentato di
riorganizzare il movimento anarchico
del Sud e fatto uscire, dal luglio
1945, il periodico Volontà. Giovanna
Caleffi, per sua stessa ammissione,
non era mai stata anarchica, ma lo era
diventata dopo la morte del marito,
sostituendosi a lui «nella
corrispondenza con i compagni
d’America che potevano servirsi di
me per la distribuzione di denaro alle
iniziative anarchiche», trovando così
«un modo per non perderlo, per
sentirmi accettata dalla famiglia
anarchica». Di quel suo cambiamento
andava fiera. Ci teneva soprattutto a
ricordare che nell’aprile del 1939
l’evasione dal campo di lavoro di
Rieucros di Ernesto Bonomini, uomo
che era stato coinquilino di Barbieri
e Berneri a Barcellona e per puro
caso quella notte era scampato alla
morte, era stata pensata e organizzata
a casa sua. A Carrara Giovanna
Caleffi era arrivata assieme alla
figlia più piccola Giliana, fresca di
matrimonio e di laurea in medicina,
per partecipare alla prima conferenza
costitutiva della Federazione
Anarchica Italiana.
Umanità Nova, dopo alcuni numeri
clandestini, aveva appena ripreso le
pubblicazioni: «Salute a voi, o
compagni d’Italia e di tutti i paesi;
noi, dopo un lungo e forzato silenzio,
riprendiamo con immutata fede il
nostro posto di battaglia per la
liberazione di tutti gli oppressi», si
leggeva sul primo numero. Le
federazioni e i gruppi provenienti da
tutta Italia e radunati al teatro Verdi,
dove era arrivato anche Sandro
Pertini a portare i saluti del Partito
socialista di unità proletaria di cui
era segretario, si erano dati
innanzitutto il compito introspettivo
di dirsi «quanto ognuno aveva fatto e
come lo aveva fatto, come aveva
saputo resistere e come aveva
contribuito a vincere il fascismo»;[4]
poi, dopo quattro giorni di dibattito,
avevano tratto le conclusioni
necessarie «affinché la ripresa delle
lotte divenisse più attiva e soprattutto
più rispondente alle necessità del
momento».[5] La strada non poteva
che essere quella del comunismo
libertario «perché era chiaro a tutti
che non si voleva essere comunisti
senza libertà». Veniva rifiutata ogni
collaborazione con la Costituente
ripudiando «anche in questo caso
l’uso della scheda e della delega di
potere con cui il popolo forgia la
prima maglia della sua stessa
catena»; si sognava un’Italia fatta «di
libere fabbriche e di libere fattorie,
di nuove forme di lavoro cooperativo
nel quadro di liberi Comuni e di
libere regioni, con tutto il popolo
teso nel lavoro pacifico, nella grande
famiglia internazionale che, liberata
dall’oppressione statale e
capitalistica, scaccerà alfine dal
mondo il mostro della guerra»; per le
donne non si chiedeva il diritto di
voto, che si sarebbe concretizzato per
la prima volta il 2 giugno 1946, ma la
loro «effettiva immissione in totale
parità con gli uomini, non solo per le
ovvie ragioni di equità che
impongono di cancellare la
inferiorità sociale delle donne, ma
anche per la speranza che la loro
partecipazione valga ad attenuare gli
effetti della persistente stupidità
dimostrata dagli uomini nella
trentennale crisi ancora in corso».[6]
Scarsa per la verità la
partecipazione femminile al
congresso costitutivo della FAI. Oltre
a Giovanna Caleffi e figlia erano
presenti Titta Foti in rappresentanza
della Federazione Comunista
Libertaria di Cremona, Clelia
Premoli insieme con il marito Ugo
Fedeli per conto della Federazione
Anarchica Lombarda, e Wanda
Lizzari, che dopo essere stata iscritta
in giovane età al sindacato fascista
dei dattilografi, era sta arrestata nel
luglio 1938 assieme alla sorella
Fatma e mandata al confino di
Ventotene «perché responsabile di
aver redatto lettere di acido
contenuto antifascista e di profonda
avversione al Regime dirette a Radio
Milano e Radio Londra», avevano
scritto nel suo fascicolo.
Avrebbe voluto esserci a tutti i
costi Elena Melli, ma le sue
condizioni di salute non glielo
permisero. Un anno dopo essere
andata a vivere a casa della figlia a
La Spezia, costretta a interrompere
tutte le relazioni epistolari con i
compagni di fede, era stata ricoverata
all’ospedale di Pisa, questa volta non
più per disturbi mentali: «Caro
Stefano, io mi sento tanto male e tutti
i giorni che passano mi sento peggio.
Non so come si svolgerà il ciclo
della malattia, ad ogni modo sento il
bisogno di dirti che se dovessi
morire desidererei essere trasportata
a Roma e messa insieme con il mio
Errico. Non temere di incontrare
difficoltà perché la tomba è a nome
mio. Sono io che ho comprato il
terreno e fatto costruire la tomba. Si
trova al cimitero del Verano di
Roma, quadro numero 30, terza fila,
tomba numero 20. Scusa il disturbo e
accetta i miei sentiti ringraziamenti»,
aveva scritto a Stefano Vatteroni, che
subito si era prodigato fra gli
anarchici di Carrara per trovarle una
sistemazione in città in modo da
consentirle di vivere il più
serenamente possibile i suoi ultimi
giorni. Dopo la sua morte, avvenuta
il 26 febbraio 1946 all’età di
cinquantasette anni, sarebbe stato lo
stesso Vatteroni a darne l’annuncio su
Umanità Nova: «Dopo sei mesi di
dolori continui è morta nell’ospedale
civico di Carrara la compagna Elena
Melli. Fu ricoverata nell’ospedale a
spese della Federazione Anarchica di
Carrara, spese che si aggirano su
circa 80 mila lire. Metà di detta
spesa se l’è assunta il Gruppo Pietro
Gori ed il resto è stato pagato dalla
Federazione. Il complesso delle
spese funebri sono state sostenute
anch’esse dalla federazione, meno la
cassa di cipresso offerta e costruita
dalla Cooperativa Volontari del
Lavoro. La salma è stata tumulata
provvisoriamente in un loculo del
cimitero di Avenza in attesa di essere
trasferita a Roma. La Federazione
farà qualsiasi sacrificio pur di
adempiere l’ultimo desiderio della
compagna Elena. Io però mi sento in
dovere, visto le ingenti spese
sostenute dalla Federazione e cioè
dai compagni, di richiamare
l’attenzione di tutti i compagni se
volessero contribuire alle altre spese
che occorreranno per il trasferimento
a Roma e per la tumulazione nella
tomba di Errico al Verano».
Nel frattempo a Milano Leda
Rafanelli aveva ritrovato un
Giuseppe Monanni trasformato dal
nuovo corso della storia in direttore
editoriale alla Rizzoli. Era un uomo
di sessant’anni con alle spalle un
passato trascorso «in disagiate
condizioni economiche per mancanza
di lavoro», sospettato persino da
parecchi anarchici di essere
diventato dal 1936 una spia
dell’OVRA spedita in almeno un paio
di occasioni a Parigi per carpire
informazioni dai fuoriusciti. Era stato
anche arrestato nel luglio del 1939
per non meglio precisati
«accertamenti del servizio speciale»,
e la supplica inviata una volta
scarcerato al segretario particolare
del Duce Osvaldo Sebastiani sembra
quasi un’ammissione di colpa:
«Egregio signore, non sapendo come
scrivere al Duce, scrivo a voi certo
del vostro cortese interessamento. Io
dovrei fare un esposto per dire della
mia situazione. Voi forse siete al
corrente dei fatti. Sono rimasto
sempre in attesa di una logica e
giusta soluzione e poiché ora sono
allo stremo della mia resistenza e non
vedo quale strada possa prendere per
sistemare la mia famiglia, mi
permetto invitarvi di ricordarmi
all’onorevole Mussolini. Egli farà
opera giusta e buona venendo in
nostro soccorso. I fatti gli avranno
dimostrato che noi niente abbiamo
fatto contro di lui. Se è necessario
dare altri dettagli, vogliate
chiedermeli».
La vita però pareva finalmente
avere svoltato. Non ne godrà per
molto, un infarto lo stroncherà nel
1952, ma in quell’immediato
dopoguerra tutto sembrava possibile.
Leda Rafanelli gli consegnava la sua
corrispondenza ormai vecchia di
trent’anni con Mussolini: «Il dittatore
aveva cercato invano, avvalendosi
dei suoi servizi di polizia, di
riprendersi queste lettere
testimonianti il suo passato di
rivoluzionario e illuminanti un angolo
segreto della sua vita sentimentale.
Ma le lettere non furono mai trovate.
Erano al sicuro in Romagna,
conservate dal pittore Luigi
Melandri, fino alla caduta del
regime, quando Leda, rientratane in
possesso, poté ricostruire
serenamente l’ambiente, le
circostanze, il significato politico del
suo incontro con Mussolini», ha
rivelato lo storico Pier Carlo Masini.
Il libro, uscito nel 1946 con il titolo
Una donna e Mussolini, ebbe un
discreto successo. Leda si conquistò
una serie di articoli sui rotocalchi
dell’epoca e un servizio fotografico
realizzato da Federico Patellani, uno
dei fotoreporter più famosi del
momento, abilissimo nel ritrarla con
l’aria da strega nel suo studio di
chiromante. Costretta in qualche
modo a raccontarsi, fuori del
morboso ritornello se davvero con
Mussolini c’era stato solo un bacio o
qualcosa di più, aveva consegnato il
più intimo ritratto di se stessa in
pagine che sarebbero rimaste chiuse
in un cassetto ancora a lungo, per
uscire postume soltanto nel 2010 con
il titolo Memorie di una chiromante.
Più o meno in quei giorni la sua
amica Nella Giacomelli scriveva,
per il quindicinale anarchico edito a
Torino Era Nuova, un ritratto del suo
Ettore nel ventennale della
scomparsa, ricordandolo come «un
felice azzardo della natura», uno
scienziato che aveva fatto «dell’idea
anarchica il suo lusso fondendo in
una mirabile armonia di forze il suo
spiccato senso pratico con
l’illusione, ingenua per i più, sublime
per le menti elette, di alleggerire i
cuori puri dal peso difficile della
vita ingrata, e lo rese capace come
pochi altri del suo stampo di
collocare un altare di fede e di
speranza sulle più alte vette del
pensiero e fondere il proprio spirito
in sogni e vaticini superumani». Fu
uno dei suoi ultimi scritti insieme con
una lettera, forse mai spedita, al suo
vecchio amico Corrado Quaglino,
ancora molto attivo e tra i fondatori
della FAI, nella quale si dichiarava
«un po’ indispettita» per la risposta
negativa ricevuta a un suo progetto:
«Gentilissimo compagno, estendere
la nostra stampa oltre la nostra
ristretta cerchia di lettori, toccando
problemi di vita interessanti per i più
perché rispecchianti vicende e
fenomeni comuni alla generalità
umana, dovrebbe essere parte
importante allo scopo nostro di
propaganda. Fra noi sono sempre i
convinti che leggono i nostri giornali
ed è sempre la stessa musica che
risuona. Perché tanta paura di uscire
dalle abitudini rinnovando qualche
voce del vecchio linguaggio? La vita
ha casi che meritano di essere trattati
e posti in luce, perché per molti
rappresentano ragioni ed interessi
capitali pari, se non superiori, al
sogno dell’indipendenza politica e
economica. Illustrarli non vorrà dire
risolverli perché la panacea per le
passioni individuali non è in
possesso di nessuno, ma l’esporli ci
avvicinerà di più per una maggiore
comprensione alla realtà concreta del
mondo nei suoi motivi comici e
tragici che rispecchiano la natura
complessa e contraddittoria
dell’uomo», argomentava ormai
settantacinquenne.
Tre anni dopo, il 12 febbraio del
1949, la morte la sorprese nella casa
di Rivoltella di Desenzano. Scriveva
di lei il giornale Il Libertario: «Ci
giunge improvvisamente la notizia
della morte della compagna Nella
Giacomelli, quasi ottantenne, che da
molti anni viveva ritirata sul lago di
Garda. I giovani non possono
conoscerla ed i vecchi sono rimasti
in pochi a ricordarla. Era scrittrice e
giornalista di grande valore e fondò e
diresse dal 1905 i periodici Grido
della Folla e Protesta Umana.
Opuscoli di propaganda ormai
introvabili furono opera sua sotto lo
pseudonimo di Ireos. A fianco del
nostro grande compagno prof. Ettore
Molinari, una delle figure più
rappresentative del nostro movimento
e chimico di alto valore, ella
trascorse gran parte della sua
tormentata esistenza di militante ed
educatrice. Arrestata nel 1917 per
aver organizzato una dimostrazione
di donne contro la guerra, a Milano,
venne poi confinata durante due anni.
Fu l’iniziatrice e diede tutta se stessa
per la fondazione nel 1921 del
quotidiano anarchico Umanità Nova
di cui, con Errico Malatesta, assunse
la direzione. Subì di nuovo il carcere
durante il fascismo ma la sua
intransigente avversione al regime e
la sua coerenza politica mai
soffersero la benché minima
scalfittura. Nella Giacomelli lascia
una profonda traccia e un grande
esempio in molta parte della nostra
storia. Ne salutiamo la memoria, noi
che siamo stati un po’ i suoi figli e
ammiratori». Sullo stesso giornale,
nel numero del 9 marzo, veniva
pubblicata una lettera di Giuseppe
De Ceglie, un anarchico di Savona
orgoglioso di avere appreso da lei «i
primi elementi del nostro ideale». I
suoi ricordi lo riportavano ai tempi
«di quel bel gruppo di donne
intellettuali e battagliere che
agitavano all’epoca le nostre idee
ovunque e fra le quali primeggiavano
Nella Giacomelli, Leda Rafanelli e
la rinnegata Maria Rygier». Ci teneva
a far sapere di conservare ancora,
«salvato dalle innumerevoli
perquisizioni e sequestri, un pregiato
opuscolo della cara scomparsa
intitolato Una colonia comunista-
anarchica. Lo tengo a disposizione
dei compagni che si occupano delle
edizioni del nostro movimento
qualora avvertissero l’opportunità di
una ristampa in memoria della grande
compagna che ricordo con intensa
commozione».
Maria Rygier morì a Roma il 10
febbraio 1953 a sessantotto anni
«dopo aver percorso nel giro di
mezzo secolo e con la massima
disinvoltura tutto l’arcobaleno
politico dall’estrema sinistra alla
destra», si legge di lei sul Dizionario
biografico degli anarchici italiani.
Chissà che cosa avrà pensato dei
suoi continui mutamenti il soldato
Masetti, ricoverato per l’ultima volta
in manicomio nel 1945 dopo essere
finito nel 1943 sulla lista degli
antifascisti più pericolosi di Imola in
mano ai tedeschi e aver perduto nella
guerra partigiana il figlio Cesare. In
una videointervista rilasciata dal
balcone di casa a Sergio Zavoli nel
1964, due anni prima di morire
investito da un’automobile mentre se
ne andava in giro con la sua
bicicletta, ripeteva ancora una volta
di non ricordare nulla di quanto
accaduto quella mattina del 30
ottobre 1911 alla caserma Cialdini di
Bologna: «Ho trentasei ore che non
ricordo niente. Cosa che ho sempre
detto e che dovrò sempre dire perché
è andata così». No, non si era pentito
di aver sparato a un colonnello:
«Come faccio ad essere pentito di
una cosa una che non so di avere
commesso?» Aveva però tenuto a
mente l’inizio di una canzone
composta chissà da chi che quasi
tutte le sere Maria Rygier, Armando
Borghi e altri andavano a cantare
sotto la sua prigione: «Nella cella al
numero nove / lì fu posto il soldato
Masetti / ben serrato tra toppe e
paletti / ed angoscioso si mise a
pensar. / Fermi fermi el dice il
guardiano / ci ha in testa una larga
ferita /tu sarai messo in una cella
imbottita / se continui a straziarsi
così. / Ma dimmi dimmi che cosa
facesti / perché attenti a spaccarti il
cervello? / Io ho sparato al mio
colonnello / non so se vive o se
morrà».
Leda Rafanelli invece si spense a
Genova, dove si era trasferita da
tempo, il 13 settembre 1971 all’età di
novantuno anni: «Leda Rafanelli,
partendo per sempre, saluta tutti i
compagni. Viva l’anarchia», aveva
voluto scritto pochi giorni prima su
L’Internazionale. Negli ultimi anni si
era messa a insegnare arabo e a
dipingere calligrafie islamiche senza
interrompere la sua collaborazione
con Umanità Nova, cominciata
grazie alle insistenze di Mario
Mantovani, un vecchio amico che
assieme a Umberto Marzocchi ne
aveva assunto la direzione dal 1965
subentrando ad Armando Borghi,
costretto a lasciare dopo dodici anni
perché accusato di eccessivo
filocomunismo nel sostenere Fidel
Castro in seguito allo sbarco
statunitense nella Baia dei Porci. In
un articolo del 7 settembre 1968 che
pubblicizzava l’uscita di un disco di
canti anarchici prodotto dalle
Edizioni Del Gallo di Gianni Bosio,
Leda raccontava di quando, a soli
quattordici anni, lavorava in una
tipografia: «Il lavoro cominciava alle
sette d’estate e alle otto d’inverno.
Ricordo, in certe mattinate di vento e
di gelo, nel naturale sgomento di
dovermi alzare dal povero giaciglio,
che egoisticamente mi rallegravo
quando sentivo, insieme al battere
degli zoccoli sul selciato, le misere
operaie della filanda – ragazze di una
“classe inferiore” per le lavoratrici
della tipografia – che si recavano al
lavoro un’ora prima di noi e, per
riscaldarsi con le loro stesse parole,
cantavano». Si domandava se «la
gente moderna» si fosse in qualche
modo accorta «che il popolo non
canta più». Sentiva intorno «nel
continuo coro quotidiano di
assordanti musiche» soltanto dischi,
radio, televisione, juke-box, «voci
meccaniche di canterini senza che si
alzi, da voci libere, giovani,
desiderose di espandersi, il semplice
cantare che un tempo sgorgava
liberamente, specie dalle voci
giovanili». Canzoni come L’Inno dei
coatti, L’Inno della rivolta, Sante
Caserio, Addio Lugano bella, che
ricordava proibite, «intonate uscendo
dalle riunioni, da un comizio, da una
conferenza».
Quattro anni dopo la sua morte, nel
1975, veniva ristampato il libro Una
donna e Mussolini, ma diversi suoi
scritti sono tuttora inediti: conservati
in gran parte presso l’Archivio
Berneri-Chessa di Reggio
nell’Emilia, sono stati riordinati alla
fine degli anni Novanta dalla nipote
Vega Monanni, la primogenita dei
quattro figli, tre femmine e un
maschio, messi al mondo dal suo
Aini: «Mentre facevo questo lavoro,
stavo a rileggere brani di romanzi,
opuscoli, manoscritti inediti di ogni
genere, commedie e soprattutto prose
ritmiche, poesie, fiabe. Le fiabe,
ecco, sono state quelle che
maggiormente mi hanno commosso
per la loro freschezza, anche a
distanza di quasi un secolo», ha
raccontato in una lettera pubblicata
da Rivista Anarchica nel maggio
2001.
Il 4 gennaio 1972, quattro mesi
dopo Leda, chiudeva la sua esistenza
a Firenze Fosca Corsinovi,
sopravvissuta tre anni al suo
compagno Dario Castellani. Entrambi
erano stati molto attivi negli anni
Cinquanta nella riorganizzazione del
movimento anarchico fiorentino che
aveva fra i suoi punti di riferimento
Augusto Boccone ed Ezio Puzzoli.
La più longeva di tutte queste
anarchiche è stata Maria Bibbi,
vissuta nella sua Avenza fino all’11
aprile 1993. Aveva compiuto da una
settimana novantotto anni e non
risulta abbia mai partecipato
attivamente alla politica del
dopoguerra, a parte una presenza
come osservatrice al congresso
nazionale della FAI del 1953 a
Civitavecchia. C’era con lei in
quell’occasione l’inseparabile
fratello, tornato dal Sud America nel
1949. A partire dagli anni Sessanta si
era gradualmente allontanato dal
movimento anarchico finendo per
aderire all’Unione Democratica per
la Nuova Repubblica fondata da
Randolfo Pacciardi, sua vecchia
conoscenza degli anni francesi. La
nuova formazione politica, figlia di
una scissione del Partito
repubblicano, faceva del
presidenzialismo la sua bandiera e
aveva raccolto anche alcuni
esponenti del neofascismo. Gino
Bibbi finì per ritrovarsi coinvolto in
una inchiesta sul Movimento di
Azione Rivoluzionaria fondato da
Carlo Fumagalli, un ex partigiano
bianco che sarebbe poi diventato
agente della CIA nello Yemen. Si
trattava di una formazione armata
anticomunista, filoatlantica, accusata
di aver piazzato qua e là qualche
bomba per fare saltare i tralicci
dell’ENEL e sospettata di non essere
estranea alla morte di Giangiacomo
Feltrinelli, avvenuta il 14 marzo
1972 a Segrate, presso Milano. I
processi dimostrarono poi che il
MAR di Carlo Fumagalli godeva di
solidi contatti all’interno delle
istituzioni. Gino Bibbi venne però
assolto da ogni addebito e anche in
quell’occasione gli fu vicina la
sorella Maria. Morì, centenario, nel
1999.
Resta invece incerta la sorte
toccata in America a Ernestina
Cravello e a Ersilia Cavedagni. Le
ultime notizie che le riguardano si
fermano alla fine degli anni Trenta.
Di Ernestina Cravello si sa che mise
al mondo cinque figli e che, tra il
1932 e il 1934, perse entrambi i
fratelli: Vittorio morì a Los Angeles
a causa del diabete e Antonio a
Englewood, nel New Jersey, per un
ictus. Ersilia Cavedagni invece per
un gesto magnanimo del prefetto di
Bologna era stata radiata nel 1939
dal registro dei sovversivi. Una
decisione maturata «in sede di
revisione degli iscritti nella Rubrica
di Frontiera» – l’elenco delle
persone il cui ingresso nel Regno era
sospetto – dov’era risultato che «in
seguito a giuste informazioni fornite
dalla competente Autorità consolare»
non aveva svolto negli ultimi anni
«attività politica degna di rilievo».
Era ormai un’anziana signora di
settantacinque anni e mancava dalla
sua città da quasi quarant’anni. È
probabile che la ricordasse ancora
con gli occhi della ragazzina che al
principio di agosto del 1874 aveva
visto arrivare dalla strada per Imola
duecento uomini armati di roncole,
bastoni e vecchi fucili che
sradicando i pali del telegrafo e
divellendo i binari della ferrovia,
gridavano: «Viva la repubblica
sociale! Viva i poveretti! Morte ai
signori!»[7] Davanti a tutti,
sventolando una bandiera rossa e
nera, marciava un vecchio enorme,
vestito di nero e con una folta barba
grigia. Sul ciglio della strada, fra i
contadini usciti dalle case e dalle
stalle per osservare perplessi il
passaggio di quell’esercito
sgangherato, Ersilia ancora non
sapeva che si trattava di Bakunin alle
prese con il suo ultimo, disperato
tentativo rivoluzionario; qualche
giorno dopo, con la gran parte degli
insorti ormai incarcerata e Bakunin
dileguatosi su una carrozza senza
barba e vestito da prete, aveva
ascoltato per le vie della città e nei
mercati i commenti piccati dei
benpensanti: «Se non sarà oggi,
domani non può mancare; la
repubblica si farà, vincerà la
bandiera rossa, e il bestiame ve lo
verranno requisire nelle stalle, vi
daranno in cambio della carta col
berretto frigio».[8] Ed è stato forse in
quei momenti che la voglia di
cambiare il mondo ha cominciato a
germogliare in lei sino a farla
diventare una delle prime donne
d’Italia condannate al domicilio
coatto. Percorrendo l’ultimo tratto
della sua vita, certo non era più la
«bolognese dalla parola facile,
ardente ed affascinante» descritta dai
giornali ai primi anni del secolo, ma
di sicuro fino all’ultimo dei suoi
giorni conservò come un faro per
l’anima la poesia che l’indimenticato
amico Pietro Gori le aveva letto una
sera di fine Ottocento.

O voi, che in libriccini infronzolati


vaghi a le dame versi profondete,
questi non leggete;
son rozzi canti ai popoli sacrati.
Io non scrivo per l’arte o per la
gloria;
scrivo, ciò che mi bolle nel
cervello;
io scrivo, e mi ribello
al vecchio mondo ed a vecchia
storia.
Ne la mesta battaglia a viso aperto,
mi son, senza paura, un dì
scagliato,
sconosciuto soldato;
ho appreso, ho combattuto ed ho
sofferto.
Ma non mutai. Mutarono coi panni
d’uomo serio gli amici, e, preso il
volo,
m’hanno lasciato solo,
tra l’ideale e i miei ventitré anni.
Combatterò contro codesta frolla
gente che al pianto irride ed a la
fame,
contro codesta infame
baracca puntellata che barcolla.
Ma se, nel cozzo de la pugna fiera,
fra le ruìne perirò travolto,
mi troveran ravvolto
entro le pieghe de la mia bandiera.
[9]

[1] Granata, Lettere d’amore e


d’amicizia cit.
[2] Rafanelli, Memorie di una
chiromante cit.
[3] Ibid.
[4] Giorgio Sacchetti, Congressi e
convegni della Federazione Anarchica
Italiana: atti e documenti (1944-1995),
a cura di Ugo Fedeli, Centro Studi
Libertari Camillo di Sciullo, Chieti 2003.
[5] Ibid.
[6] Ibid.
[7] Riccardo Bacchelli, Il Diavolo a
Pontelungo, Mondadori, Milano 1994.
[8] Ibid.
[9] Pietro Gori, Combattendo, in Id.,
Battaglie: versi, Binazzi, La Spezia
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de la police française ou les
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Valera Paolo, Milano sconosciuta,
C. Bignami e C., Milano 1879.
Table of Contents
exlibris
Premessa
Il fenomeno anarchico
Ersilia
Là in America, da dove partì
Gaetano Bresci
Ernestina
Nella
Clotilde
Crudeli destini e liberi amori
sognando il sol dell'avvenire
Clotilde
Maria R.
Ernestina
Nella
Leda
Gli anarchici noi siamo di
Milano
Maria R.
Nella
Leda
Maria R.
Elena
Virgilia
La guerra, un Lenin per l'Italia e
una bomba in un teatro
Virgilia
Elena
Leda
Maria R.
Ersilia
Virgilia
Fascisti, massoni, spie e tanta
voglia di uccidere il Duce
Maria B.
Nella
Clotilde
Virgilia
Fosca
Anarchici d'America e di
Francia e una donna
dall'espressione antipatica
Maria B.
Ernestina
Leda
Fosca
Virgilia
Elena
Qualche epilogo e nessuna
speranza
Maria B.
Ersilia
Ernestina
Leda
Fosca
Maria B.
L'Italia è imperiale, in Spagna si
muore per un mondo nuovo
Fosca
Elena
Ersilia
Nella
Maria B.
Elena
Ernestina
Clotilde
Una folle idea, una nuova guerra
e Mussolini a testa in giù
Fosca
Altri epiloghi e una sola
bandiera
Bibliografia