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Aule 3.

0, fra Montessori e il Googleplex


Pierfranco Ravotto, AICA, Direttore di Bricks
pierfranco.ravotto@aicanet.it

C’è una slide, fra quelle che uso in occasioni di convegni o di formazione degli insegnanti
cui sono particolarmente affezionato. Vi sono rappresentate quattro aule. Le due a sinistra
in bianco e nero: quella in alto mostra gli alunni, con grembiulini e fiocco, disciplinatamente
disposti nei banchi, tutti allineati e rivolti alla cattedra; quella in basso ritrae bambini seduti
per terra, da soli o a piccoli gruppi, impegnati in attività diversificate. Le due a destra sono
a colori: in quella sopra si vedono gli studenti seduti nei banchi, rivolti verso l’insegnante
che mostra qualcosa alla LIM; in quella sotto i banchi sono disposti a isole e i bambini
hanno un tablet.

Bianco e nero e colore distinguono “aule di ieri” e “aule di oggi”, in queste spiccano le
tecnologie digitali. Ma io propongo di spostare l’attenzione su quello che oggi si usa
chiamare il “setting” d’aula, la disposizione degli studenti, due “setting" differenti che
corrispondono a due modelli pedagogici. Nelle due immagini soprastanti emerge un
modello pedagogico trasmissivo, dove centrale è quanto fa il docente e agli studenti viene
richiesto di eseguire tutti la stessa prestazione: si tratti di ascoltare l’insegnante o di
svolgere esercizi. Nelle due immagini in basso il modello cambia, parliamo di attivismo
pedagogico: centrali sono gli studenti che “fanno”, che svolgono attività diversificate
seguendo i propri interessi, con il docente in un ruolo - più impegnativo - di chi propone
attività e fornisce assistenza, diversificata perché differenti sono le richieste che nascono
dagli studenti.
Erano due modelli che coesistevano nel novecento così come coesistono oggi.
Coesistevano, ma quello trasmissivo prevaleva e continua a prevalere anche oggi, non
nella scuola dell’infanzia e forse nella primaria, ma sicuramente nella secondaria di primo
e secondo grado.
C’erano, fino ad un certo punto del novecento, comprensibili motivi per quella prevalenza.
Quel modello pedagogico era coerente con l’organizzazione del lavoro nell’azienda
fordista-taylorista. Sappiamo del lavoro operaio in catena di montaggio, del fatto che
l’operaio doveva eseguire, senza alcuna fantasia e possibilità di scelta, operazioni e
movimenti studiati in modo scientifico dall’ufficio “tempi e metodi” per ridurre i tempi e per
garantire la continuità del flusso produttivo. Ma la stessa logica presiedeva anche al lavoro
impiegatizio, quantomeno ai livelli più bassi. La gestione di un sistema complesso
richiedeva una progettazione dall’alto, la definizione di procedure rigorose e il loro assoluto
rispetto.
Dalla disposizione dell’aula alla centralità del docente, il modello didattico prevalente era
centrato sulla disciplina, sia in quanto regole di comportamento in classe - l’aspetto di
“sottomissione” nei confronti del docente è “saltato” nel 68 e non è più stato ripristinato -
sia in quanto accettazione del principio che è dall’alto (dal ministero o dal docente) che
viene l’indicazione di cosa e come studiare, di come spendere il tempo scolastico. E
questo valeva (vale) anche per le attività laboratoriali, quelle del learning by doing. E’ il
docente a definire le esercitazioni e le attività di laboratorio - vuoi in un laboratorio
meccanico, in un uno di misure elettriche o di chimica o di pasticceria.

Dal punto di vista dello sviluppo della persona era già stato dimostrato, che un modello
non trasmissivo funzionava meglio. L’esperienza e l’elaborazione di Dewey risalgono alla
fine dell’ottocento. Quelle della Montessori sono del primo novecento.
Appartiene all’esperienza montessoriana questa fotografia, anno scolastico 1933/34, parte
di una mostra allestita nel 2015 a Sonbreno, Bergamo, in cui sono stati messi in mostra
alcuni “Materiali montessoriani” di proprietà parrocchiale conservati presso la “Casa dei
Bambini Parrocchiale” inaugurata nel 1931 e gestita con il Metodo Montessori.

Eccola, l’aula 3.0!


Bambini e bambine hanno i grembiulini ma la struttura dell’aula è radicalmente diversa da
quella tradizionale con tutti i banchi allineati e rivolti verso la cattedra. Qui la cattedra non
c’è; le maestre girano per la classe e si siedono di volta in volta nei diversi gruppi. Gli
arredi sono diversi da quelli tradizionali: non c’è la cattedra ma non ci sono nemmeno i
banchi, sostituiti da tavolini e seggioline, facilmente spostabili a seconda delle esigenze.
Sui banchi i “materiali montessoriani”, gli artefatti cognitivi come li avrebbe chiamati
qualche decennio dopo Seymour Papert.
E’ un ambiente creato per una didattica basata sulle attività degli allievi; un ambiente
progettato in base al principio della libertà dell’allievo, con la finalità di dar spazio
all’enorme creatività tipica della fase infantile della nostra vita, puntando all’apprendere
non come risultato di sforzo e obbligo, ma come prodotto della curiosità e dell’autonomia.

Quel modello, pedagogicamente efficace, non si è generalizzato, è rimasto confinato in


piccole isole. Perché? In parte perché il modello didattico centrato sull’insegnante che
spiega è - dal punto di vista del docente - più ”facile”. In parte perché non esisteva
pressione sociale per adottarlo visto che nella fabbrica fordista/taylorista importanti erano
la disciplina, il saper rispettare regole e procedure lavorative predefinite, il pensiero
convergente.

Oggi il contesto è profondamente mutato.


L’automazione è il naturale sviluppo della fabbrica fordista. Se il lavoro complesso che
serve per poter costruire una automobile, ma anche per gestire gli approvvigionamenti di
materie prime, il magazzino, le vendite, … può essere scomposto in procedure semplici,
perfettamente definite, perché non sostituire le donne e gli uomini con dei robot, con delle
macchine che possono essere più veloci, più affidabili, sicuramente più disciplinati? La
spinta all’automazione si è intrecciata, nella seconda metà del novecento, con lo sviluppo
dell’elettronica e dell’informatica con effetti sempre più evidenti. Per limitarci a un solo
esempio, è di maggio questa notizia: “In uno stabilimento Foxconn, produttrice cinese di
iPhone, 60.000 operai sono stati sostituiti da robot. I dipendenti dello stabilimento erano
110.000, ora si sono ridotti a 50.000”.
Non è questo il contesto per ragionare su aspetti importanti e contraddittori di quanto sta
succedendo: la liberazione dal lavoro alienato e la perdita del lavoro.
Vediamolo solo dal punto di vista del ragionamento che stavo sviluppando: se tutto ciò che
è proceduralizzabile può esser fatto da una macchina, alle persone resta ciò che le
macchine non sanno fare: affrontare problemi nuovi, cogliere le novità, inventare soluzioni,
essere creativi. Anche i call center, se ci avete fatto caso, evolvono in questa direzione:
“se il problema è A premete 1, se è B premete 2, se … , se non è nessuno di questi allora
vi facciamo parlare con un essere umano”.
Il pensiero divergente non è più un problema - come poteva esserlo nella fabbrica fordista
- ma lo strumento per risolvere i problemi.
La pedagogia “attivista” si incontra oggi, dunque, con le richieste dello stesso mercato del
lavoro.
Pensate al Googleplex - la sede centrale di Google (foto sopra) - così diverso dall’impresa
fordista non solo per il tipo di produzione ma anche per gli ambienti di lavoro e per il 20
percent time: il 20% del tempo destinato all’orario di lavoro può essere impiegato dai
dipendenti per lavorare su un proprio progetto – per inventare qualcosa – da proporre poi
all’attenzione dei responsabili (molti dei servizi che finiscono nei Google Labs sono frutto
proprio di questo tempo da impiegare su una propria idea).
Un paio d’anni fa, preparando l’intervento ad un convegno, sono stato folgorato da
un’idea: stabilire un’associazione fra l’aula montessoriana e il Googleplex. Associazione
un po’ ardita ma a mio parere plausibile. Solo dopo ho scoperto che il collegamento è
diretto ed esplicito: Larry Page e Sergey Brin, che della scuola montessoriana sono stati
allievi, si sono volutamente ispirati alla loro esperienza nella progettazione dell’ambiente di
lavoro Google.
Come ha raccontato Brin a Steven Levy (”Rivoluzione Google”, Hoepli): “La scuola per me
è stata un ambiente divertente e giocoso, proprio come questo”. E gli mostrava l’ufficio con
tappeto in erba sintetica, attrezzi sportivi, tavoli da gioco e tute da astronauta. “Credo – ha
affermato in un’altra intervista Page – che buona parte del merito del nostro successo sia
dovuto all’educazione che abbiamo ricevuto. Il non dover forzatamente seguire delle
regole o degli schemi, il poter auto-gestirsi, il poter mettere in discussione cose che ci
venivano date per assodate ci ha permesso di agire un po’ differentemente dagli altri e
diventare quello che siamo”.
C’è un po’ della miglior pedagogia italiana nella Silicon Valley! Anche Jeff Bezos di
Amazon e Jimmy Wales di Wikipedia si sono formati in scuole montessoriane.

Ovviamente: non c’è solo Google. Ma la necessità di avere dipendenti capaci di


autonomia, di affrontare problemi nuovi inventando soluzioni originali, di lavorare in team e
di saper assumere responsabilità individuali è tipica anche di tante grandi e piccole
imprese italiane nella sfida della globalizzazione.
Guardate la soprastante infografica elaborata dal World Economic Forum. Quali
competenze servono per affrontare sfide complesse? Il pensiero critico, la creatività, le
capacità comunicative e di collaborazione. Cosa serve per muoversi in un ambiente in
continuo cambiamento? La curiosità, lo spirito di iniziativa, la perseveranza, l’adattabilità,
la leadership, la consapevolezza sociale e culturale.
L’ambiente didattico tradizionale fondato sulla centralità del docente e sulla didattica
trasmissiva è favorevole allo sviluppo di quelle competenze e di quelle qualità? O non lo è
piuttosto l’aula montessoriana?

Ma se cambiano le competenze e le qualità che le aziende richiedono a dipendenti che


non devono più fare i lavori ripetitivi, proceduralizzati, che vengono affidati alle macchine,
la scuola deve rispondere anche ad un’altra esigenza: mettere le persone in grado di
inventarsi un lavoro là dove non c’è. Perché se è vero che l’automazione distrugge posti di
lavoro è anche vero che l’innovazione apre nuove opportunità. Ma bisogna essere
attrezzati a coglierle. E per questo la curiosità, la creatività, lo spirito di iniziativa, la
capacità di comunicare e di collaborare, di risolvere problemi, sono ancora fondamentali.

Ci sono interessanti esperienze in atto; pensate anche agli ambienti di co-working e ai


Fab-lab: ampi spazi, con attrezzature quali le stampanti 3D in condivisione, in cui più
persone lavorano ciascuna ad un proprio progetto trovando però occasioni di confronto, di
contaminazione, di collaborazioni. Questi sono gli ambienti in cui tanti giovani si inventano
un lavoro, trasformando una passione nella propria occupazione. Anche in questo caso:
non vedete la somiglianza tra un fab-lab e una classe montessoriana?
Quale modello pedagogico può servire per preparare i giovani a trasformare i propri
interessi nel proprio lavoro se non l’attivismo pedagogico?

Questa è, a mio parere, la filosofia che sta dietro l’idea delle aule 3.0: non una semplice
questioni di arredi o di strumenti tecnologici, ma un’idea di formazione adeguata alle sfide
che i giovani – e tutti noi – devono affrontare.
Le aule tre-zero derivano da una combinazione di
• pedagogia: l’attivismo pedagogico,
• architettura: una diversa progettazione degli spazi e degli arredi,
• tecnologia: la presenza diffusa di dispositivi digitali e l’uso degli ambienti web 2.0.

Mi piace dire che l’aula 3.0 è un’aula montessoriana con dispositivi digitali e con i colori del
Googleplex.
Ma attenzione! Il colore è importante perché contribuisce a rendere piacevole l’ambiente.
Gli arredi e la strutturazione dell’aula sono importanti perché rendono semplice e veloce
passare da un momento di classe riunita a un momento di lavoro per piccoli gruppi ad un
altro di lavoro individuale o di relax. Grandi schermi e dispositivi digitali mobili (e una
buona connessione internet) permettono attività individuali e collaborative di ricerca, di
elaborazione, di produzione.

Quello che conta davvero è il modello pedagogico.