Sei sulla pagina 1di 705

.

Ìli, /
LE RIME
Pd^s

D I M.

FRANCESCO
PETRARCA
RISCONTRATE
CON OTTIMI ESEMPLARI STAMPATI,
E con fImma diligenza covette ,
Con Ja tavola di tutte le rime del
Canzoniere ridotte coi verfì rtiten'
fotto Je Jettere vocali.

IN VENEZIA
MDCCXXXIX.
Presso Giuseppe Bortoli. .

Cp« LianzS di' Superiori , e Privikgh


LO STAMPATORE
A chi vorrà leggere.

del pubblica
I gradimento , dimorato
per r edizione delle Opere di M. Le
te~
dovieo Ariofio , ** 1 u * li ». iitdì
ftì in
luce in tre Volumi in 12. m
ha. fatto ardito d'
in traprendere la

Ètmta dì qualche altro Posta Tofano egual-


mente, 0 pià, che C Ariofto eccellente e rt-
e-reati Efcono pertanto di prejen.e da
torchi r elegantone Rime di M.
Ziri
FRANCESCO PETRARCA ir, fui medejt-
quali
m 'modello e fotra dell' Ariofio
trafcelto ficcarne la più
comoda e ma-
,
la

| 10 io

èeezeveU Scorgerete in quefia mia edtzio-

ve%na deterrà che non eccede, emendo fla-


renderla con ? onc-
to mio intendimento di
del prezzo quanto più per me fi potej-
ia ,

fi universale.
Ver poffare a rendervi minu-
quanto i è operato e dell or-
to conto dì
,

rinvenirete in cucjta
dine da me tenuto ,

ritrova nella feconda


mìa tutto quello che fi
a 3 edt-
Vi
sdìzion! de' chiaritimi Sigg.Volpi di PadovM
trattone il catalogo di tutte le edizioni , im
v;ce del quale vi do un rimario de' vera
interi, il quale dal felicifilmo aureo fecoìA
decimofefio , in cui fiorivano per così fattit
modo le belle arti, non fu pai fino a' giorA
ni nojìri , c he io fappia , pubblicato .Il perA
che io di tutti il primo ko 1' onore di pro-i
vedere la gioventù fiudiofa , e che di poe\
tare prende diletto , di quejlo prejidio veraA
mente illufire: ficcarne quello che non purm .

torna loro a memoria le definente tutte J


ma mrftra altresì il leggiadro che ba fàlfM
di effe il majfimo nojìro Poeta .Alla pùibliA
c azione del Petrarca [ucc edera quella dsìl'X
Orlando innamorato 5 Poema de! Co: Matteo*
Bojardo , e rifatto tutto da M. FrancefcoA
Jìerni , irt due tomi in x 2, Voi porgete ma-\
710 alla mìa buona volontà di giovare al pub-A

blico ,
approfittandovi di quefie mit utili fa-A
fiche , e vìvete felici .

VITA
vn

VITA L
D E

SCRITTA DA MONS.
LODOVICO
ANTONIO GIGANTE
DA T 0SS0MBR0NE.
dilettevole eh' abbiamo >
L'Ozio
M effe r* Antoniomio, in qntt a
Giupana,ove il iol-
dolce tfola di
con va-
Uone feaza noja palliamo,
terra , e di
Affiora profpetto di
il debito che
già buon
«'invira a Pagare
nure,m invita
i ,.
ttere n ifc nt-
tcmp o vi \f ho
^rticaroenteStre volte vi
tUrS
i

nideUa
regr F^?cVsco
S Si ,
e fari del no-
Petkakc.; intor-

tornando di spagna
" ci
(T„
pentrailo . ove
0ve to ,
, .

u<. u>
ritenuti d amoreV0 l«s-
maromo fei meu >
za
vlii
VITA
TJLMornftgao ' Reverendi ffimo $*l 0 lct 0
;

ualt e
i ch'era vi?r 3 , r°i°' ™m'ozJ

^g.l Scrittori di que n


esZT& \ Jl a „ oa
feorfo
icor lo ,
of^
ed albi '
leggermente
avendo ^™re di*
'
,com<? <' in

Je f gK^^ me > e & «efto fiore

e per il debito de » Ì '*


r
X
° e per 1 ctà *

voJeaa dei luogo 2 hi&7,


Mk piaCE -

dominio di Ragufi S aaai 33 « di Luglio


;

Scrii*
del
^Criffe Giovanni
y»'*»' qua l riffe
di Firenze
U q
i
,
} dek delle cofe d
'
tempi del
Petrarca ,
c

«^ U 3
par te de;
brile fc Ceciata V "domandavano !

Banchi; fh=
s f or « qual fa«o-
,
cit», della 4 .

gibelliai >n quella nz0 , u no


etere tra ° <fp
ae fi trovò Pf fon a di
buon gia-
pcittadùu di quelite P^9f | rtM r,:, ac-
f
lettere c.
azio ne lenza , piorentma ,
Emaritatom una ci ttadina P .

che fu
pata Bietta-
E
,

raccolse
fi
fecondo alcuni ,
de
con la quale t

'J^WcJone
^ B ^

dofi in efi-
vicinQ
di ritornar-
la patria » ^^^r^cetto e nacque
E Petrarca
f
Nel detto luogo "
; che fu , co*
"S-f^fimofcrr
elio me
,

lunedi
il
ntldtL
ve, .Ili
^nm c tì nenaViadeirpr-
del 1304. } ?
poi per tua
mem f*lf
inem^riafuconfer-
Petrar _
>

to; laauale
B. dng'i Retini ^'{J^Jaidopo V
,
te^ P
ca forTe tra
oro nato Ste fc0 , .

'ioji che
acuito del figliuolo, zq
con la farnigl a
circa °£^ £«« A \ ritor-
di poi , eflendo P^^Rulò lìe
a fifa ,

u°i>'
elamoghe -oin« f Va l d
loro poffeflione
Arno di fopra , ed *
IV ^\ ^S'rò per lei anni
poco ac-
«iXfcrittori
« gu ic
Da quefto credo chche > :

pe _
l «
;

^«i tjra^to
abbiano ,

| y

,1 M.rt.tt-i- 0 ™ 1 !""*'
- * ,. vita
detto Garcio, il quale
Me buono, 04
viflfe ,
anni AnoJ .

narrando quanto
/prude, e s
h 7«. e
ST» «pubblicai
fuoconUgho. Donde
del
la
va Se*
chiaramente li ve'
deche fu per aouco lignaggio. di
Firenze.
Iliaca aPerracco fuo padre

teir
fecen^?'
ìu
mìdrc ndu ad
ove tenev "fa,
V01n ?
A a°
*
fi

°
K
e quel v i3 ggij
Za gran t,erico, di
Perdere il ffl
^
di tornare -Ila
coi
q
Per J ° finiftr0 °«orfo al ferì
v ro°rL F, i
'

m ° rà P-a<fre u,1 ann ° anwra'i '

Dof Itretto
poi ft?éirn!)
da neceffita , per foftentar Ì meglio!
t-orte del Papa eh'
allora fi riteneva in A v 1
,

Pr ° VenZa
?S ? eddi
ali età d, ri anni, e
• ^ per ven ut" il fi"] Uioia
vedendolo
gno , e molto atto alle lettere di buon' inge-
,

, lo mife in m.

gnone
J A
none li.migha ^SSf"^ ?&
dove Petrarca ; il
tk vicin
^
fi
* vi*
portò in

jiu -'i j
P
& Cg
^nt0 1 5. anni , vedén-

*»*ea,CaUéh TOsIl Petrarca per ubbi-


diIe
(>) Kdli fim.Ef.S,.
, V

DEL PETR ARC A . *f

fa, , che ma! «oleooeri fc^"'?™'^!"

5 disubbidire, effendo P« «"«"f^g e-


modefl o, e rei .g^l >•
cnmenti del padre ,
J
a «
tempo rubava
ro è che buoni parte
[egd , e di nafcofto lo
«iti
dava agh
D-Haqual coti avvedutoli
^j"^
il P fldre ?
g'1

com*elio riferilce (*) • - , ,


Cno al
Dimorò in Bologna dal 1 1*3- A^I
memoria (?) lo-
.

^1 ami tempo fa doTciflima

colpa de curatori,
finità o-iterne a male per
trattarono;, e iberato
rhe m'ie 5uel!a eredita
1

fi diede
liberamente
lai Z Sucllo Audio,
ancoraché
ftp lettere che più sii piacevano,
-
a.che fatto fo
Sciata imprefa delle lew i

di coftum.
do attefe ad oroarG
le quali avendo
già nome
^gjjf^
tra
dello Gilè fuo volgare
mente amato da Giacomo
Colonna
^_
3-"'7 ÌfK^»i*
,a E ?- 1' '

14 N*K»fr*- -
*« vita
m?-°
feSathfl! 7 %e i eCimo era fisa

an va Catello Zj2
//X°Jr?V«! .^ :

prozio T T cr
°/-
f-
s> aocp»ciié per nome

come "rive
) e ^° n0pUi dl 3Q '
f ;)
,

vo amata?
Card, «« 1
> che dal Vefco-

e^dffai^
medi
L
,ei 4 Ta)edmoke- cofeluogo,
011 " 3

"WatuoraiTe, da ai-

(.} Neile f,„.


^ E
tri
DEL PETRARCA. diro fé.iMoque
lift
-
tri fono nate dettelo non ne
lafc aro fcr ir-
lo medefimo che'l Petrarca n ha
lo j cioè che Laura fu di
fangue nobile , nata
però fuor d' Avignone in un
mogo eh elfo jw-
tsnno «Emonio
<»! borgo chiamai che anco
fi Gano, chs furono
quelle rime, quali cu' elle =

fepoltura di Madon-
trovate già «.anni nella
Avignone, come
na Laura in S. Francefcoin
nrefrofidirà;!equalidiieipartandodicono,
aD
poterno per.-
Nata in Mi' d' AUgncne. Donde
picciol luogo , noiijor.-
fare che fotte qualche
nei capitoli d= la
Snod' Avignone. E però
i

Petrarca fa dire a Ma-


Morte il medefimo
lei
donna La«ra,ch'a
E di ciò non è maravigliai
umil terreno
fcdoaaquel tempo, per
laprceche.nAv-
-none crefeeva , ridotte le
nata dove & Mi , votene
lini a luoghi vicini.
>

fa prima volta
che la vide, e di lei ?* "inae-
a' fci a AprUe
rò, tu in Avignone
del i
Chiara.come lafcio ferir
ce la chieia di Santa
to di fua mano dopo
Epiftola Latina, che colinoci*
hoi
£
vmz
libri di
L"? M»"
Virg.

*ùtutìbusiiWri h & me» Unum carata a r- c

Minibus He ftampata
la qua!' è ?o> ftata
ma,
cuni libri delle fue Rime ,
e tara anco nel hne
perquellocfcVdjò ne
E
S quefta frittura .
con S A*o fimo , di
Srzo Colloquio ragiona
maggior di lei 1 al cne
molti anni non era .

intojnpalln8.au-
Sere fi può ch'ella fofle
«cefo feut. va gran
g Ora come fi fia , di lei
a
sena; e perV età.e per la natura fua difoofta
fino a quel tem-
umile paflìoae. Ed ancoraché finge l-y
« a cuni peofafleroch' egli
più tofto
che «tta<
f ner aver foggetto da fcrivere ,
anto fuoco; nientedimeno
noi
SieflUflè
.

xW VITA
non nedovemo voler Caper più di quello eh
egira' ha in più luoghi fcritto , cioè eh* ?r
aentemente J'amafie Perchè oltre alle Ri
.

mecche fono tante, e così infiamm ite, ne £


nejluoi Gollo-iui(i) lunga feufa con Sant<
Agoitjno, con feflaodo j] fuo errore
i e con»
non lolo nel coorti , ma anco col pennello di
Pinta portava (eco la immagine di
lei > e ne
ieri ve al Velcovo Colonna
, e ad altri
Crandemsnte dunque l'amò e in vita di lei
chefurono annui. e dopo morte perfinch'
egU ville , che ìurono 16 come di poi
diremo
h tu detto amore fenza dubbio cafto
e buo- ,
no , moderatili gli appetiti
giovanili di lui
conia virtù delia donna amata.
Tal che di
quei fuoco ardente ufcì una
fiamma così chia-
ma , che tutti due loro fece illuftri invita, e
«opo morte , con grandi llimo onore
delie Mu-
le folcane, le quali
ha moftro, com'altamen-
te e tantamente per dir
, ( così ) portano caé-
nZa mefc ola vi ,afd vi «'cuna
cof, ;^rr r
coiachetorfefinoaqui
/ . *
afciro'alero poeta in
;

qualunque altra lingua non ha


fatto
Ma per tornare alla floria
delia fua vita,
.

d co che , tocco dal detto


fuoco e fentendofi *
ogm di più infiammare , già d' ,età
d'anni zS.
per moderare, com'eflb feri
ve (t), l'afonno
V
mrrS
par end d
_
V*
J. Avignone
, e
Ìn liberrà * delib erò
vi fi tareparte d» Eu-
ropa .accioccfié con la
nuove genti , e
riffa di
P?efi defle anco nella fua mente luogo
rSio!
Giovanni Cardinale Colonna,
edal Vefcovo-

(ij Nel ce:!, J:, eOi rj .


(3) Nulle- fami!. Ep.j, ce!. 4.
DEL PETRARCA
*v

fermatoli in Lione, ebbe i«re


e
a feguitar.o
che lo invitavano
,

col£jnor Orfc
Éfpranica , ivi fi fermò
dron dd lgo^ ^Wade
£
.rial
avanti per eJer a quei «_ w ,
piti-

Scure , rifpetto
^"imw»*** tenuta al
aiua
nobili Rormm MaM»t eia ,
1 .

moli m.uch s
mcoiu-
t1m-ì fi»
Roma onorato per la fa-
£ccokò e da tutta ,
«««e •

ma là f aria delta fra


Stato alcuni mcfi
m .^YfWiMfe rodare
fedire BW»co™w.«,^^«fo^^

dei
tutto fece con buona- grazia

ValcWa conriou* ««a


"filnza di
frutto «he lettere
ami , W
quel
lecon gran
uogo iamolo , eo
fe quali fece parte del. u?
pofe , o cominciò la maggior

(i ) W-?«< jf*«# : Ef *
ec,; '
,

refueed
**'« VITA.
in profa , ed in verfo , e tra l'altre
J Atnca con gran lode-del nome fuo,
^ece ancora di molte Rime fecondo
eh'
amore io ofpingev.i di che parlando in mi
:

la:, fc-pxl ola


i

djc*:FWw(,}W// ^«M<r»// ,
miferahh frd, ut quidam ditobsnt
, Jukimurl
vUettMkiHju, ctmphtem. Bine Ma tubo*
'<« i»v*mhvm hborum
Hem mo-bo *0m#t vU»mm
mnmm canti™ , ?v* e „.
y{uM «wpttfma
Era in que Juogb dalli
figari, edamici
de ia Corte allevo ce

mandar
mandarono

/ZL
a
P

tr3Sl1
vinato, ed alcuni di
f S#
1

polla, ^i'
3
^
dd no
ed andarono per vederlo ,
*' P^roI>it»vienie
4'
™^
com'e(Todice( » ) , uligine élu -
e

dedmo da Parigi dai Cancelliere


,

di quello ftl
dio ,e da Roma dal
Senatore ebbe lettere "hé
^viravano d'andare a coronari! Poeta 52
aue cictTed
Ile atta, ed accademie
^ CÌ3
!r ? 9fu e , 4 fé a perfima

Sfòttass affi
IT** JMM p /i affai cb,V Soli , ec.

d) Utile famil. E?.i ì6


U) Nelle fìjt; Uh, re. Ep,
7.
0) Nelle fam. Ep. ,j. £r
j3 .
torio » Jcn». «S ^,„ gitì
il

n riferir»
Ora
.

per tornare
<e*j P
JS
<•» v v
J ;
fa, „ corona •

do velie an-
;
.
,

dare
lette re
,
per
».
ft

la
V"&Sello»
gran Roma. E di

•^^"Kr&tÌÌ™3e
conitghacoU m» col Roma;
- .
Signore i

Cardinale Colonna, ^V^^^rBnatfi.vot-


k fopra oo
li 1 qua! e a
que 1 te
i\ pa «e «
m ? o*w ^ d
,
s
^
nor 4
e lo fp en *>
riputato }^.il.mo
,
wfi
^O^'^'oU
J
-
d» Italia ( » ) , ove
amorevo
fe a » ò 1
Marfigha , f(li |i ra Re , il

mente fu
^ fsiorno ! tre continui
fa

a' voler pigile »f ^T*f/usò » Petrarca ,


il.1
fi elcuso
Napoli ! della qual cofa

Re
| ,erfi deli;
teavearcntto, e
rnava tanto
perlaq
11 cnc ^
r e
volle che gli P V^f". "\
Afnc., ; dbjgtae oiì
f
^^ ^
gran par-
,

poi
f
v
dl

/,) NW i. **** , n Se f**H*


XT .

xvlli V f T A
Poi ,»noonicM prima quel buon Re
morifle

non
'
J.
l

foflTe,
£ e gJi'tljffeche,
avrì
» !, fe co^i vecchi!
a voléri er^tffcom!
J™a poi eh andare.
non vj po tea , vi mwdò

aque S Ig , oriCo b
virente
te(ti m , n io delh &Ì
.
Giunto t „ Roma il Petrarca , eìK-n
^Senatore I Signor» ©rib da/1' Angu
Han
mo
àZlnT™
do fDjagHtrato;
torto fimrei
1
>f «.nolente ,* ° a, '

o^

S2
^C"d0 DR/Wzione
rdh,ù
'

*
fi

*ft
che
per C0 r0n
che "^ SS della
r'

qUaI vifta tUtta R


(l

^ra del
>
, venne afjiT d»

^u
SréSL
pezza fi
li
? nde co " 8 ran concorfo, edaiJe-
tece io
.

Campidoglio di c
UOgh '' e nei 4rfi Lati
le SI ^ P1
en
q-e*
corona a S ìfcZo
molti ann, '
'lTf
]'
'
lqUa e lv >*> confata
'

Perocché -Uffi tltfe&: a


di tante
inezie
2ione, piena
:

E per
^«»
.

cn t
ed impertinenti ,
-

cre fciu-
^
_

l'ce«» e
Lettera ho
EoMWÌtanto..non W
quC ftafa cilità,e

veduto, padelle
ali ™» ^V d

M
nome d>
otto
Cno.edal-
anùchi autori .jw^JJg^co o a ignori ,

,ri,
pubblicate
o a privati ,
f?'^ er
con ifcoi ^ «g
°od^qu o fec0 0
fa coS
, che
aC _
cofe tal i,e
peggio i com P^rt. ,

inventore di
queua u
corto T de la ,

vedeffeche "«^/"fcriVe
ic ri il Petrarca me-
fefta con
quel o eh l n e j

Storcendola f^^fKprile, com*


.
de ll' Afcenfione,
dove che W
v, e 3 n
pef
è detto N> s' ar Ì , , f°r oato al Petrarca ,
^ .

M
ciò fu data
ch' e(To
la. P« v

non ebbe
d

lo 0
,
q
! benefici cura-
v< fi e
neè voi
r ftUe
«
S r
fi dira di
come , h > è farina di
'
t i, ft
più
fenza parlarne ,
u J* p etr
„ rC a ;
po',
e non J»J™
di qui
kb
Lèdo tempo,
come facilmente è^^f'l'
fc«t™te *» ud Que kcofe (te

'pratica delle J

^
per loHpmac»
L voluto diren^B-^^,
,

f ntuo fi .
ìa , e feiocca dico che
ahi. c Roma
E tornando «t farca in , le
onorato delia
.f*
corona n ^ tum quel
ne pafsò i" ^^VdVmente , e giunto a
ran ";,
Sonori era amato = }ola da quelli da
c

,
xx v r T A
a" opera della fua Afr.ca
, ed a^i altri R
Qui non voglio tacere a iU
le, ch'egh ferire
una colf a(f ino afij
(,) e flbr e Ii in n 5J , X
vefeovo Colonna fuocin'fTlm^ '
1

morte- e 1 aTvl '° del a


&rm 11^ . i .
<

Sa
fono
ui
flauti
cositi C° m°
1C ar rk0rd0 e
'
eTa ' e *«ti due
^
'

v/&Sà gSTjT Lcm!>^ *»o^


graadiW^j^l tempo , e fecegii

(0 K*iUf«». Ep „ &\ r\ ^ D1
$


DEL TETRARCA.
tornò ad
4
Di pai
ricetto di
il
Petrarca
Vale* ula, ° ffi^fc^
SaRt0
al foli» c0Q
q«c i tre C«Hoqu ef_
^e fi vede ,

mor»
fendo Giovanna, PaP*
PtflagU »a nI & eta in Avignone mando
il
,

Clemente VI- ^"V^cune faccende » e per


Petrarca a
Napoli per alcune» defunt0 . ^glie a
[Stare la
Eindi per
^g^a
la viadiR ma, ^n ^ .

?
c4
torno
Stefano Colonna

,

de' fuoi RuoJ con •


all' ozio f invitato
lo ^e^. U ffie "
rodaCarrara,Signo- ?
l
.

gnor G lacomo
co a
rtffe „tj
lettore dal S. y
te a quel
tempo d> Padova,
d ;
edm
a lui
che 1°?!= B
,
WpSrca
fi delibero
(a)
ed a
guifa lo (limolò ^^'A^Lombardia , ,
[

•Ld.starlo , e
Padova del.i^T^nve
che fu due effo WSignore, il
[
anni 4 vaoti
la m or« « .

fo del , 3<9
^
:

quale, come nota 1 '


Q ed on orato ;

I
» M t X°*°"L
e perchè
S
pi a
»£3 ™«o fi ritener, lo

ÌM
Canomco ai Padova .

fece creare
Inqueftotempofopravv^ne univ „-
a P
che portò £
{àle, che
r
corfe quak
t0
tutto f"S il
'
n'ondo, come de-
aa fu0 De-
m quell
ca merone;e f"° ^nt0 da lui amata
s

ne morì
Mad^Ua^jant ^ n„ ift
che ia ncor^ fèn-
e celebrataci

ttrft f»» Ep -

g)
xx ii t

ferita di (opra: Laur^pr aprii,


i
VITA
virmìlm itisi
fi«*&x. dicendo che ebbe !a «uova in
Italia]
ed a \ etona , ove a quel tempo
per cafo fi ri]
trova « • e iu fcpolta , come in detta Epriloid
feri ve alla Ch.ef. de' Frati Minori in Avi!
,
E MI
fX*" i
/".f*" 0 * ritrovò gli amii

prendofi a cafo quell'arca, né fapendofi di


co
qU 3,e tra c!udi> ofl[l trovarono
ta lf f-
carte ta di piomboL
-

con Bn Sonetto dentro


ùS
fcnttp in cartapecora, che
diceva cosi:.p„°
q«elLc*fttet .
chegiovanediquel tempo, che
lo volle ci
E fi, comporto da qS
erta fcppel Jire per la
fama grande eh' aveva
Vcduto ,Ja fagrefe
din jL*° ne E"? ovetti Fra
rod
to da1 1mfr k
Imola, che
enZaquefto '
/
Benvenu- M
fu ai tempi del Petra
rei \

te ricordo perchè lappi,


ri
, 11
cer7o\t V e mo-
,
e fu fepolta Madonna La Q ra acciocTh'
ahr, non $» immagini riseria in Li if
vagone, crm' hanno a 0 Ca "
f- ttoalcu„ì ' t

itene detto anno de! 3 (r)


il

guente
4 ed il r,
Petrarca in Lomb.rd
il
finn ir" •

morte f d predetto
Sig-G^como 1

gui de! 49 nerdif i.ceredrlhn ?' c e he^


r »

forte cortamente invitato E ° 3


dfarr
a retti feco
tom.-fli a Valchiufa i «
Ma già non Lh M . do na L,„ ;a
, anco
l
CO Nell'IP «IL pjUritk + f p! -
K
pofio avanti it Rf fal .
p "
f
J

DEL PETRARCA, xxiiì,


moki dm amici
,

il Cardinale Colonna , e
piacevolezza*
fuoi erano morti . Per lo che a
della villa d* Ayigno-
che foleva pre dere
cominciò ad eflergU
ne, e di quella valle
e dice egli; ji
*» grata, anzi nojofa »naufragio
«» em'ftmui -
Omiemd Me* *">t , cUm
WtdqueSne fvfp irio dici ntquit^rtntiftma
Lswr w" ramina tetuptfiat' : esami, qus
unamìbi nonmodo Sorgiam y [fd
Dru^uam T.-
(wftctratctTtort™ , K/ww ««« ««• M "
"'* fl

vàaittttr , abl&tum sfl . , ..


tu il
Sopravvenne 1' annoilo, nel quale
sraii Giubbiìeo a Roma ;
onde per devozione
il Petrarca andò Roma (i) , cosi caro al Si-
a
vecchiflimo^oroe
£no re Stefano Colonna, già
figliuolo ; e leco quel buon
Si
fé gli fbflVftato j
figliuoli a
jnorefi dolfedella morte
delli ,

vviffuto,e diflegh che ciò


quali tutti era fopr a
previfto.
avea molto innanzi
d' Arezzo (j) ,efu
Indi partito fece la via
onoratiffimo da tutti» e gli mo-
in ouella città
dicendogli che
i

1 ftraronolacafadove era nato,


i
per amor iuo volevano
che inquelio «alo tt
I confervaffe •
, „ ijJ
che ,

Ritornò in Avignone (4) » e , per inei


1

vede, chiamato dal Papa ;


dolendoti in mol-
fi

ftaoza, e della tua occu-


ti luoghi di quella

d' Invet-
^ferirti a Valchiufa i quattro libri
'tìve centra ( 5) ìt W
ed ic« , nel tempo che 1 £-
nocenzio VI fuceelTe a Clemente
VI. che^M

(0 NtUe fi""- Ep- II6 '


(l) titHt fatati. E pi fi. 1 14-

(5) N'ile feti Hb i». Ep. 3.

(4) Ntlh depo firn-I. Tp. 10. e. 13*


lnvetttvt Uh 4. f. 4.
t 5 ) Ntlf*
. . ,

Provenza > fi deliberò quel redo di vita che

gii avanzava , farla in Lombardia , ove eia


tutti li Signori era onorato > de fi derato , e
maffime dalli Vifconti
E
ne j fi ridufle a Milano , vivendo ancora il Si-
gnor Giovanni Vifconti, Arcivefcovodi Mi-
lano, e tanto potente Signore in Italia] dal
quale fu accarezzato , e adoperato > mandan-
dolo a Venezia al tempo del Serenifiimo An-
drea Dandolo , per comporre la pace tra quel-:
Ja Signoria, eGenovefi, che guerra crudele]
facevano inficine E dopo la morte dell' Ar-
.

ci vefeovo j che fu del 1 354- d' Ottobre , conti-


nuò la ftanza con li nepoti , e focceflòri fuoi
che furono Matteo , Barnabò , e Galeazzo
Scrive il Petrarca al Boccaccio (1) che ,

flette in Milano dieci anni , de' quali in San-


to Ambrogio ne fece dnque continui E fu di.

tanta grazia apprefl'o tutti i Signori di quei


luoghi, che per inimici che foffèro infierne»
da tutti eran ben vifto .

Scrive elio (1) che>dovendo da Pavia partir


per Venezia , e volendoti imbarcare per far il
viaggio per Pò , fu molto difconfigliato a non
metterli a tal rifehio » effondo a quel tempo
ogni eofa piena d* arme , e le rive del Pò ad
ogni palio fecondo la diverfkà de' Signori
guardate. Tuttavia confidato nell' innocen-
za > e buon'animo fuo volle andare; edice
che dà tutti fu accarezzato» e che gli diceva-
no eh* altri ch'eflb non fa ria (lato lafciato paf-
£are : di maniera che a Venezia giunfenon
f«lo
(1) N*lk ùn. Uè. t. Ep. $. col. 5.
(1) Ivi y lìb, 11, *//# 1. w %, Epifi*
.

DEL PETRARCA. xxy


fola falvo coi Tuoi 5 ma carico di prefenti ri-
cevuti .
Quanto dalli Signori Veneziaui foffe amato
fi ) , oltre l'altre cofe che fi leggono , gran le-
gno ne fa Io avergli per decreto pubblico»
com'anco nei libri dei Signori appare > coti-
ceffo unacafa comoda per fua abitazione ; e
negli fpettaco li fole n ni (i) che fi fecero in
piazza di S- Marco perla ricuperazione di
Candiadel 1 364. in prefenzadi tutto il popo-
lo, e di molti Signori , il Sereniamo Loren-
zo Celfoj allora Principe , volle che fedef-
fe a fua man delira Tal che da tutti 5 e per
.

tutto fu fempre onorato •

Piacque a Barnabò Vifconti {3) che tra gli


altri Signori alBattefi mo di iVIarco fuo pri-
mogenito il Petrarca foffe compare ; di che
fene vede una fua Epiftola in verfi e Ga- ;

leazzo Vifconti alle nozze che fece di Vio-


lante lua figliuola in Lionello D^ca di Cla-
renza , e figliuolo del Re d' Inghilterra ,
che furono magnificentidinw > volle che M.
Fraacefco fi tfovafle, ed a tavola con quei
Signori iedeffe per onorare la fpofa , chia-
matolo da Padova (4)» ove allora già vec-
chio s' era ridutto
Dimorò, c«m' è detto, tornato di Proven-
za circa dieci anni a Milano, e luoghi vicini s
come Pavia j ed altri ; andando alle volte a
Venezia , ed a Padova » fecondo i' occorren-
ze Di poi {elicendoli invecchiare , e deside-
rando ozio al corpo , ed alla mence > per pa-
Rime "Petrarca . h feere
(1) Nr/lt fin, Iti. 1. Ep. j.
(1} Ivi , /ti. 4. Ep. 3.
(3) Net 3. Hi. della Ep.
(4) NtIP ijìtrie del Cm'e . > , .
^ ,

V^eria, vedendo tuttavia continuare WJ


fa* fp«a«» d. pagi
ìw"
§U e in Lombardia, te^ca
avea (.), com'ède
I , Venezia
tó|
e daOTnno ali
Padova un Canonicato ,
fenzadifcoraodo, epi«
Jfcro luogo andava villa in
in Arquato
f-™eli (tarli alle folte a iuo gulto Lio-
,

-
*fìA\ Padova , ove s' aveva
,

£g^225K Per godere la (bimane,;


fiio naturale : e
buona,
f^Wdet deno
- ta fino a tanto eh, tra .
Signori^
Se
q la da Car-
ni t ì e il Signor Francefco

attcstai»
in aaov
volte al fuo Canonicato
1

«arca ad effer feco non per


af-
Snza UPcomeferiveva, ma folo perono.
,

JSSo bene; n.entedi-


SSuCoSe, e trattarlo
vecchio e mal [ano, non
;

effendo già ,

e ne fece Ccufa co!


Papa (0 : atteri-
6%5A
pa
-

» f *
« vi» alle lettere facre,ed a morire,

ÌSuKuoi fanti penfieri e con 1 ì


«frf fi C?*" 1.'1
0 vititavano m
£^Sè
petti,

S
fi , andava
u volre
e« & Signor medeumc
jerfo la fine, fentende
malattie-
idi il corpo dì» fiacco, e dalle
SS&odi^ affedht 0 ;cKe rantolo
8*
«»'
(l) fi***:
(a) It>» , il- -E?- s '
DEL PETRARCA, xxvii
di
ftranoglifapeva, quanto che fino ali* età
dal qua! tem-
64. anni era vitìuto famiiirao :

febbri, e
po la viltà indebolì , e fpefio tu da
dolori moleftato , e da certi accidenti
che io
di morbo
tenevano molte ore morto ; fpezie
volta tra
comiziale E fcrìve erto (>) che una
.

l'altre quel male in Ferrara


lo allah cala m
ore lo tenne come
d'un' amico fuo , e per 30.
e pubbli-
morto affatto, e per tale fu riputato ,
cato. quello termine condotto pregava
Ed a
GESÙ' CRISTO benedetto che gli delle il
ogni co-
purgatorio in quella vita ; e pigliava
fa in pace E fatto il fuo tettamelo da vero »
.

vede proli
ed umile Criftiano , com' anco , fi

eflendo aggra-
di ordini della Santa Chiefa ,
villa d Acqua-
vato di febbre , nella detta
ed amorevoli , al-
to . tra perfine a lui care ,
giorni avanti il
li+il. di Luglio 1374- due
fuo nataie, refe l'anima a
Dio , di etaap-
lepolmrà li
punto di 70. anni . Alla cui
Scudio di Padova ,
molle tutto il Clero , e lo
citta, com an-
ed il Signor medeGmo delia
libro vecchio delia
co fi vede notato in u-i
e. con onorevoli
fagreftia di detta- Chiefa ;
ouella Chielmola
funerali lo fe^pellirono a
così umilmen-
1 vicina della villa , ma non
1 mie roccnè t ran-
l te come aveva ordinato.
genero , co-
cico da BrotTano , fuo erede , e
una beli
me di fotto diremo, gli proccurà
:tro colonne, comeog-
arca di pietra fu qua
b t gwi
9- .fP- *•
(li Nelle fenil. W.j. Ef.7-
Iti». «3. IP- 9- e lìb. 15. E?. 14. W M,
*«'
r
fllt -
rk •*
Bembo
/
'

<ì»*>et.
*
+ Non fi acceda e*ì eoi <<

ttrti 71. d'I ni. Voi. delle Lette' f [(rive tf-

ftf WJ."/f
<«' XX.
. ,

SKViii I V T A _
.

e gli
gidì fi vede in mezzo quel cimitene» ,

fece intagliare quello Epitano*.


1

Frigida Ffandfci lapit bit tegit offa Vi


trarci
Sufcipe ,
Virgo pareti?, a ni ma m : fatsVìr
fitte ,
far'tt ;

Feffaque jitm ferri? , Crf/i reqaiefcat in aree .

coti quelle altre parole da bafso :

Vira inftgni Fra nei [co Petratta Laureato


Franeifcolus de Brcjfano Mediolanenfi* , getter
individua conve'fcthm , amore , propinquità'
te , &fuccejftone , memoria . Meritar * fitta
Dmini 1374- ^« 18. Julii

"Ed è anco quel luogo vili tato afsai per me-

moria di acciocché come in vita 5 e mori-


lui ,

te) cosi ancora dopo fcgli faccia onore: e


meritamente j poiché in elfo concorfero tan-
ta boutade, e virenti
Quefto fu i! corfo delia vita tua : il che per
avventura bacerebbe a molti , che della fem-
plice iftoria s* appagano Ma perchè , come .

di fopra dìlTÌ , non fi cerca l' iftoria folo


della
vita fua 1 ma di vedere anco come in un chia-
ro fpeccnio immàgine di molte, e fingo-
lari virtuti che in lui rilplendettero pe- ;

rò , per lignificarle come meglio potrò ,


quali di nuovo ripigliando da capo il tem-
po della vita fua , dico
Che nato corri' ho riferito, di buon pa-
,

dre, in buona famiglia , ebbe due fratelli


a' quali fu maggiore ( 1 ) uno morì fan. • V
ciul Io

fi) Nel!' fatti, le. lì, in fitte e ridiede


po fen t £p, 47-
DEL PETRARCA, xxix
cìulloi vivendo anco il padre l'altro fò- :

prawifsej e fi chiamò Gherardo ; col quale


s'allevò,e vifse amorevolmente (0 e fcrive-
vano verfi ìnfieme } com' efso ricorda {i) -

Da poi in proceffo di tempo U detto Ghe-


rardo fi fece Monaco nella Gertofa di Marsi-

glia, ove lungamente emorìalla fi-


viife ,

ne ; e leggonfi lettere del Petrarca molto pie


a lui fcritte : per amor del quale com pofe_l'
Opra de Otto Religìcforum Andatalo alle vol-
.

te a vifitare 5 e nella fua fine di lui fi ricordò ,


come vede nel Teftamento La madre, che
fi .

fi chiamava, com'ho detto, Eletta,morì


di jS-
anni , effendo il Petrarca giovane , e , coni*
efso dice, nel bivio tra le virtuti , ed il vi-
I zio, ficcom' ho trovato in un libro antico , in
3S. verfi Latini compofti dalai in memoria
|

L della madre , e del nome di lei » i quali fa-


F ranno fcritti nel fine di quella iftoria . II
padre morì da poi , effendo il Petrarca in ftu-
S

! dio a Bologna » com' è detto La roba ch'egli .

I Lfciòera atra a foftentar lui, ed il fratello ,


| per quanto fcrive(,3), fe da' commeffarj la-
I (ciati dal padre non era mai condotta .

Kbbe anco già fatto uomo una figliuola»


I clieacquiftò , com' alcuni hanno detto , a Mi-
I la no di madre non vile Era frefco, e gra-
.

i zioio 5 e favorito per tutto , e di natura


| amorevole ; e però gran fatto non fu che tra-
|
boccaffe in fimile rete Mi £atto 1' errore > lo
.

emendò co! far bene allevare la figliuola , la


I quale nominò Prancefca > e maritoìla dipoi
, in un giovane Milanele detto Francefco an-
b 3 cor'
! (1) Nelle fin. lib. 15. Ep. 5. e 6.
(i) ti tilt dipofen. Ep. io.
(3) Ivi , Ep, 29.

S
.

xxx VITA re, -e per le


*
I
cor' elfo, figliuolo di buon pad
Petrarca ; coi I
foe buone parti molto caro al
che tu iuo ge- I
quale fi fattenne afsai , e dopo
iuo erede , I
nero non l'abbandonò mai; e fu
di Fran-
come li vede Di quella figliuola , e
I
-

nipotino , che I
cefco vide il Petrarca ( i ) un
quale viise aS. I
pur fi nominò Franceico , il
trovavano a I
m fi , poi mori a Pavia , ove fi
e
quel tempo. fece feppellire con un fcpita- I
Lo
fio di 13. verfi Latini, che
fonoquelti :

vohnusl
Vi* mundi novus hofp'teram, vitaqu*
Attigeram tenero limin.t dura fede .

-Jecttturm
Jrancifcurgenitor , gf nitri* Fr.meifc*
Mas de fonte {acro mmtn idem
tenui .
parentum :
Infatti fsrrnofus , filarne» dette
Nuttc dolor . hoc uno fcrs mas lata
miniti . 4
|
Cete' a fum feli» , & ver* gaudia
&f
Natlus <S <eterrs> torneiti , taJn facile.
,

Sol Ut , quater fiextim peragraverat orbim J


Obvia mori , falitr , tbvia vita futi .
Me Venetttm terris dedit urli: , rtpuitqae
Papi* 3
queror; bine C*h nfliiuendut tram
Ztf*f

Mie quali cofe s'alcuni che la fua vita nani


r.o voluto fcrivere,ave£sero attelo.non avretrf
bono detto che fu figliuolo del Petrarca, !
infornatolo d'incontinenza leudo già
trnafi
vecchio perchè moki anni prima, come di|
;

remo, avea per fi#l conto relè armi a*] I

tempio «

Ma tornando alla fua prima età


, r
lutano
>
,
r
wv
i*

rer natura, e di compleffione ianguigna , e ai.


co-

ftì N*fc fi"- ia Ep. 4. .


l'b. j8. feittl, *
(1) Ad pofteritatem Ep- fg
'si. iz. deik f»*- E ?' *• S*
.

DEL PETRARCA, ixxi..


bruno, con occhio
colore tra bianco al , e'1
fino
SLv.fta lo fervi beniffimo
agi. occhiali Noa ^
r.corfe
Inni pafsati di poi :

deliro a falcare , e
end f forze molte <0, ma
«lido per natura ; e
ve 0 e nel corfo , e il Set-
per nimica , e maffiroe
aveva l'eftate
Se
ì'er
Mangiava
e nella Tua
, ed
frutti (*) erbe vo-e»-
gioventù bevve feopro,
il ymotempera-
,

Sa ed invecchiando usò

E
SSeote ferbnndo in coftuine

fa quale dice efso


Midió che
la fera di bèTre
che gli toglieva «g»>
fentifse nello ftomaco.
*e£ mangiar carne IS H> CR
anzi foleva dire che (?) & GbSO
carne, eoe
Big. coltro non avefse mangiato
n'avrebbe. Noa
vino,ch'efso guftato non
;?có
Sentieri
rare volte
fi

fi
trovava a conviti
levava da tavola eh
avelseia Wfg^
zi»ra la fame . , % f_
Digiunava tutta quarefima (a) » e le
la
il digm-
Tliilie , ed oani venerdì faceva
! nof( , ) in e in acqua ; e cosi continuo
1
fi

dSttò d'andar puli»(«),e


r.iol ;«tSfi
peu nKo ! ed «fava io
òcchio Suonava dt .

lii.ro(7] , e I' u=ò


uno alla vecchiezza, c ne ia
ìn-nzions nel ina telbmcnto
** L1
b 4-

I (ti Vrf/f/>*. A"*»"-


Ep.i./»W»'«P»
" Ej>. 9. «/ it.fW. «•
hf iiàeftn.lih.iz.

» w<//'
te) nw/* f«. «*. ir- s.
. .

xxxii VITA
Fu molto /limolato dalla carne (i), e per
Jo gran difpiaccre che nefentiva, alle volte
defiderava efter di pietra. Si tenne quanto po-
tè , e fece sì, che giusto prefsoa' quarant'an-
ni , vifse caftiffimo cumadhttt fath bsberet ta.
:

Itrir , (3 vinti™ } com' efso ( i ) feri ve .

Levavafi ordinariamente a mezza nottefs))


«diceva il Mattutino > e poi fi dava agli ftn-
dj ; eh' erano > come fcrive > le fue ore mi-
gliori . E per quefto ufava tenere tutta U
notte ÌI lume accefo
Cominciò di 15. anni ad efser canuto {4);
e due Volte 1' anno 9 cioè di primavera e d' 1

autunno , fi traeva fangue ( 5 ) ; Èra inclinato


all'ira ed allofdegno , le quali cole a
lui j e non ad altri noce vano: imperocché nif-
funo offendeva , e torto fi mitigava .

Fu verfo gli amici, ed altri molto benigrrb,


e non mancò accomodarli , quando potè , di«
danari , e favori , come diremo del Boccic-
elo , ed* altri; e teneva loro la cafi aperta ;
e mal volentieri , e rade volte mangiava fo-
lo (7). Amava ia folitudine più che la fre-
quenza j e per quefto fuggiva le corti, nelle
quali dice (£) che non iflettemaì per acco-
modarfi a* fignori , ma quei più torto aliti s 5
accomodavano
L'en-
ti) Nelle fen.Hb. ir, ed pofitr.
(») Ivi , Uh. 8. Ep. ji e nelle fam, Ep. 98, »
utili fot. lib. g. ella 2. * Uk, u, alla 3.

( j) Nelle fam. Ep. }%.


(4) Nelle (tn. Uh. 5. Ep. 3.
(5) Nelle firn. Ep. 89. eoi. 4.
(6) Nel colici;, 1, tel. jo.
(7) 23/ virjtfclis. tra li, %. ed a e. 3.

(8) Nelle fin. lil>. 17. Ep.%,


,

DFL PETRARCA, xxxiìi


appunto come
L'entrate fue non fi vede
elle
fofftro, maperòficonoicc che pjtè con
modeftia onorata-
vivere ne' termini della
perchè famiglia aliai
(0 teneva
mente ; ; ^
la frequenza de
e cavalcature , ancoraché
fervitori non gii piacefle(i^e tra quel-
molto
maggior parte (3) fcritton ;
di che
li e-ano la
tempo a' pari fuoi era gran Magno,
a quel
non avendoli la ftampa f , \ .
.
.

Trovo che fu Canonico Lomberienle UJ


che forfè fu il primo beneficio
eh aveUe,dato-
Colonna Fuezian-
gìidal fuo amato Vefcovo
dio Arcidiacono (5) » e Canonico di Parmat,
. Altre
cole
edi Padova Canonico fimilmente
ebbe, di che non fo il nome. M.BartoIommeo
pra-
Ja Benevento , uomo di molte Ietterete
tico , hi detto aver
letto (cotture per le (pà-
come- il Petrarca ebbe la
Badia gì
li vede
(1

Gave'io , detta altramente da Canalnovo »

nei confini di
neih diocefi d' Adria,- eh' e
Ferrara , e del Veneziano fui
Po ed è og- :

d'entrata circa Icudi 1100.


Ridi beneficio c'ha
Scrive elio (6) che Pipa Innocenzo, che
gli conferì due be-
io voleva per fecrctario,
Egli in molti
nefici, e più ne prometteva
fiato tuo, e
lao»bidice (7) contentaci dello
I di poter vivere
modefhmente. Chiara cola e
che mai non volle benefici
U1W
curante per quello
t b 5
ncu-
(1) Nelle famìl, Ep. 6i.
I (t) Nelle dopo fen. Ep. 49.
(ì) Utile feti. Vtb. 13* Ep. S.
(4) Nelle Eù. 60.
fo™.
l'
(0 Nf& Jen, Hi. »*• *•
dei delle fen.
(6) Ep. 4. i-

T
( 7)
Nelle fe» l'i- 9 £?< l 'i u Bp \-»i-tl*
Hp i- »
tp ii. e n- '
VITA efsendogh più; cTI
ricusò d' efser Vefcovo ,
cola ottenni
uni volta offerto di farlo . La qual
anzi, iaj
deva, come (0 dice , gli amici;
cendogli fcrivere Papa Urbano
che voleva
nipote rin-
ogni modo accrefcergli 1 entrata,
offerte , purchM
graziando , e non ricufando 1'
quali ncHnnoj
non foffero benefici curati ; oe
render conto
voleva", parendogli aflai il

Dio benedetto dell'anima ina


, non che m
quella d' altri - „• 1
Viveva, e flava fenanficernente»
in? e ma»
fie lle folitadini , e
diceva (i> pertappeti nni
biffargli la paglia monda,
cioè lelfuoje:; e
« com-
à\l Teftainento che fecejchiaramente
danari d
prende, com' eflb dice , che molti ,

roba non avanzava- . J


Vedcfiperlefue Epiftole, ch'a eh am iC
i

come
non mancava dVjutarli, e loccorrerh ;
Boccaccio %) i u%
tra eli altri fu M- Giovanni (

molto debitore
nuale , parendogli d> effergli
Petrarca risponde i
fece fate feco ; a che il
effer con lui creditore le
non d
non fapere d'
lafci quello penfiero
amore j e però che Mori»*j
.

Non voglio qua tacere una cola che


Bemoo^im
gnor Reverendiflimo M. Pietro
inteio dal Ua
difle una volta in Padova,aver
il qual riferi-
riffimo M. Bernardo fuo paure ;
con alcuni al-
rà ch'efiendo giovanetto andò
contadino
tri a fpafloin Arquato,ove trovo un
» col quale
parlando
di quel paefe vecchiflimo
villa era morto , e
del Petrarca, che in quella
nei a fua puerizia
fepolto,il vecchio diffe che
lo avea più volte vedutole
che di verno porca-
Va
tttdr* Gaìhm f - y
(i) KelleJopvfia. Ep.iv.
(i) tithr l»n. Uh • fp-s.
Nelle ftn. Uh. x- E?. 5. «/ fi**-
li)
DEL PETRARCA, xxxv
dentro, ma
?a una oellicciadi buone fodere
{coperta, com'anco oggidì ulano
mo
di fuora ;
o per 1
Soltramontani i il che forfè faceva
ufanza , o perche tolse men
greve- E diceva il
contadino che in molti
era fcritto variamente
Cofa che faci hlli ma-
.

fcnttur.e di ma-
mente credo, per aver veduto
in pezzi di car-
no del Petrarca fatte eziandio
ta ftracda movendoti a fcrivere repentina-
-,

fecondo che l'animo lo fofpingeva; e


mente ,
gli parade
fervendoft di qualunque materia fe
davanti . ufo quafi comune a
tutu 1 poeti
più per legno
Qu.-fto ho voluto qui dire
altroielsendo chia-
Leila modeftia fua,che per
riflimo che d' avarizia non
può eiser notato ,
pere'- è da tal vizio
fu lontaniuimo •

iiefsuno perle
I'
Ebbe molti amici, de' quali
tolfe.Fra , pnva :
Bai (, ) fc morte non glie lo
e Lelio. Quelli
i

ti grandemente amò
I
Socrate,
de' Signor, Co-
furono due giovani familiari
I Ennefi, coi quali
vifse fempre dometticamen-
partecipi del cuorTuo, co-
teh ed erano
| te
Lelio era Ko-
di fopra di Socrate ho detto

amici 34- anni-


I tn3no; evifsero
Tonimafo da Medina gli fu molto cawera-
ii' una età, ed
avevano ftudiato infiemea
| CR11 V
e femore s' amarono
(j) }
cariflìma-
}ed efso dille , Urta Mar, idem **imur.
tntc
giungendo che, quando ebbe la nuova dei-

morte di prete la lebbre ;


Tommafo , lo
~
lefa per torgli la vita.
is U)
Simodi, a chi molte Epiftole fenve , i

nome tìnto. DomandavauFrancelcodifcari-


b fi to

(,) Ne Ut,fin. Hf.^i. Ep.%.


(x) N*Hr f-n. li'». V ty> »•

(0 Ni He fs't-. E f ;S. 0Ntlltftn1ib*-Efri.


xxxvi
to Aroftolo >
VITA
Fiorentino} e fuo caro srm*
co Similmente Fiorentino fu Sennuccio
del Bene, del quale e nelle Rime, creila
Profe fa dolce memoria.
Francefchino era altresì Fiorentino 5 e fuo
parente (i); e V amò grandemente, e, do*
Jendofi della fua perdita, prega a Savena *
©v'era morte, male, e bene.
Ma per non empire il libro degli amici
fuoi , che furono molti; dirò folo di M. Gio-*
•vanni Boccaccio , il quale per la fua virtù
amò affai , come mcUranole molte Epittoltf
fcrittea lai
Andò il Boccaccio 3 trovarlo in Venezia
{z) del 5<54 e frette feco tre mefr per goderlo*
e tra loro col tempo palarono mnlte amore-
volezze (ì) , non mancando il Petrarca , con/
è detto , foccorrerlo nei fuoi bifogni dove to*
teva , invitandolo a vivere feco , per far i be-
ni loro, come gli animi, comuni Ed ali' in- .

contro il Boccaccio non mancò feco d'ogni


legno d' amore come tra gli altri furono (4/
tutte l'Opere di Santo Agoirino, di che il
Petrarca fi dilettava » le quali gli mandò 3
donare legate in un- volume , e fcritte di
ietterà antica . Onde M. Francefco fectf
gran fefta ; e fcrive non aver mai veduto
libro maggiore •
Gli mandò anco a donare la Commediai
ii Dante ferma bene , coi fottoferitti ver-
il Latini !

tu*.
tr) NelU famìl. Ep. ]0 7 .
(l) Ntlfr fin. Uh. .. . Ep. i,

lì) kk 1. Ep.%. in fini


(4) Neil* deps fin. Ep, 24.
DEL PETRARCA, xxxvii

llìuftri Pire D, Frantilo V tirateti Laurtato ,

ITalta jstn ter tu! bona , cut tempora ìauro


Rimirici cir.xes duce! , hoc fufc'ipe graium
Ba?i:Ì£ Qpvfj vulgo quo numquam :
di,cì .u> ullis
Ani! reir fintili ccrnpaflum tarmine [adii .

jitt tibi fu durarti verfut lidi e potXS f


Exfulil , ex p.,l?io tantum ferto 'ne feltro; ,

Frondibut ac nullìs redimiti crìmine iniqua


Fortuna. Hoc etenim expliutn potti'Jfe futwit
Quid melru volgare queat mojìrare modernunt
C auffa fuìt vati ; non qttod ptrffpt fremutiti
Invidia dixert tructi , quid neftiut dir»
Egtrit hoc aufto' novifii forfan ipfe j &
Traxerit ut juien rn Pbrebui per celfa ni vi/fi
Cy rieoty midi e fqi/e fnus , tncitcfque reitjfut
Naturgt , "»/<:.:•: via! , terrteque } marifque ,
i

Acnioi fonte! Parnajfi cuìtntn ,


. /intra &
Julia, Parifeoi dudum extremofque Britanno!.
t

Rine itti itregìum facro m: der ami ne virtut


TbioJogi ,
ValifijUt dedit , final atjue Sophì*
Agnotnen , faSlufqùe rf,
m,ignts gloria genti!
Altera FlorigenÌt,t»iTÌtÌt tatnea improba lauti
Muri properata tiìmis vettiit vincirc capilloi ,
ìnftiper & corani f nudar ire Camsnai
Forte pulat prime intuii» \fs claujlra Vlutonis
Mente quids referel i ar/:nem ì rnontemq;j}iperbuift
tvil f<lium facrii vefiirisr Umbrie t
Atqut J
Sublime! fent'ut cernei , 43 vertice Nifi*
Ple£}-a movere Dei Mufat , at ordine miri
CttnSia trabi ,direfqtie libeni } E'it alter abiliti
£)urtn làuda! fntrifòq^ colis per ferula Jìar.tei)
Quemgert'jtt grandi! vatutn Flo'entia mater
F.t teneratftr ovanijiomcn ccìebrìfqre per urbe!
tngentt! feri g-andtfuum ,
duce nomine nsù ,

Hitnc
tcxxv] ii VITA
Sane «W, ini c ars nimts Jptfqat un'uà mfirum, ]

Ingerito quamquam vale a; télifylU penare r ,


, ,|

fiec Lattar» [slum fama , [ed


fiderà puljet ,

Contieem, dofiumque fl#$f > psriterque poeta,»


SvftiptyjoHg* tuir, laudatole, pe'itge. N«>»fi ;

F eceri s hoc ,
magni® te itetfóbU , & Mum \
Laudi bus noftra eximiuM decus urùis^ orbif.

Nò degli amici privati cr/àmafseraii Pe-


trarca , furono rivinco iSignori, ePnncipt
ed in Italia, e fuori tale grazia gli dava la 6
i

tua virtute
PapaBsnedettoXI". Cernente VI. (ij In-
nocenzio VI- ed Urbano V. Io desideravano I
^verapprefso , e con onorate condizioni :e)|
, non mancò Papa
latto già vecchio Gregorio
XI. predarlo ìnftantemente a voler efset fe-
co 5 preparando
la fua venuta in Italia con h

Corte a Róma, come fece.


Lodovico» eCarlo Imperadori ne fecero
srandif1ìmaitiina,e lo chiamarono più voice a
lè in Germania, e prezzarono il iuo giudica)
come fi vede dalle lettere che a loro fen-
veva (1) . .

Giovanni II. Re di Francia (3), che viise


al tempo di Papa Innocenzio
VI. lo richiefe
anch'efso,aquel tempo appunto che Papa In-
nocenzio (4) per fecretario lo domandava , di
che fi duole , e ìcufa con un'amico fuo {5)
Da
<tl i.itb. T.p.7.. ertiti Uh. 13.
(1) Neil* [ta.
Tp 8. e 14. * ntìlìb. ii- Ep. i- e t.
nel ho. di igmr.
(%) Nelle [en Uè, 1 5. Ep.z. e
fui col. $. e CQnlra GaMum eoi. 7.
(3) Nelle dopo [en. Ep. 43.
(4) Nel Uh, de
ignur, cui. 6.

(ti Nel i.Jtlle {en. Ep.


DEL PETRARCA. iolse ac-
KXiX
Da Roberto Re di Napoli quanto
tocco- e molte
carezzato, di fopra a' abbiamo
teftimonio
delle fcritturc lue ne fanno
Similmente s'è molato il conto che ne re-
Signori Veneziani^ i Vjfcontijnè por
cero i
ltali.afc meo caro,
quello a gli altri Signori d»
di Fiorenza,lua
erragli altri aìJa Repubblica
onorata patria; la se per onoralo,
quaMa
e non privarli di sì raro
cittadino , ghreititul
tanti anni, elut
ibeni paterni già coafifcati
invitò onoratamente a «patria» ;e manda-
fuo amici i-
rongH per M-Giovanni Boccaccio
e li vede anca
fimo la grazia lino a Venezia ;
la rifpofta che M-
Francefco lor tece
Elle Marche» di Ferrara (z)
I Signori da
ed a loro non iolo
forono fuoì amoravoUBùh
libri di grandi opere ha
lenito .
lettere , ma
e dai
1

Fu ai Signori da Correggio cariflimo ,

giovani di loro come padre amatoci che laa-


fentteho
noteftimcnio le lettere chea loro
Petrarca
veduto di mano dei medefimo
.
I
Signori dalla Scala-, e da Gonzaga
tempre
I

videro volentieri , ed ebbero


caro.
I lo >

Similmente i Signori Malate(U,iI


primo de
a quei tempo
I quali, ch'era il Signor PanJolto
lo volle non iolo (3)
vifitare ia Milano, ma
|
I due volte ritrarre, e portacene la
anco farlo
immagine, e più volte l'invitò a viver
ie-
I fiu
ielle Can-
da lui ebbe una copia ael libro
co-e
I zoni, e Sonetti fuoi ; diche Ballettava.
con popo-
I Fu eziandio di grande autorità il

Tribuno .
liti Romano 3 e Cola Renzio _

Dei
Ep. A?" t* ai}a 6 -
f
;
(t) Nelle (efl -

(1) Nelle fé». Hb.\%. Ep.V


Nelle fen. Ut. 1. Ep. 6. « nel hb. 13. ait
( })
si v 1 A. « t 3. f 1
Dei Signori Colon n eli noli accade dir mal- J
to, ch'elfo (1 ) e in rima , e in
profa ne: fa buoi I

tefKm*nio;edice una Epiuola(i)- già vec-|


in
chic parlando dalia Cafa Colonna Q^* r"f':\ :

Uxi,& dUigaMfda/ittm iil>%am' imperocché tiri


non folodal Vefcovo, n d il Cardinale ami-ì
<

come fratelloj e dal Signore Stefano lo 1 P*j I


"
to
dre conr; figliuolo tenuto. E riferiice tra l'al-J
tre cole che ritrovando^ in Avignone anco-
,

ra giovane j e in cafa del Cardinale Colonna vj


occorie che psf alcuno biiof.no ilCardinafl
volle parlare a tutti i fuoi di cafa > e httilij
chiamare dava ad uno per uno il giuramewB
di dirgli il veronal «jual'flttó non a (lolle ar.ctw
il Signor' Agapito fuo fratello Vefcovo
di La*

na e cosi giurando tutti , quando il Petrarca


:

porfe la mano per metterla fut libro , che 'a


Cardinale teneva elio lo
, ritirò dicendo B>\ :

giurati
quefto bafts lapa'ola fnU, e non accadi
mtntò ; facendogli tal? onore in pretensa ddA
3a famiglia tutta * _
. M
Fu, com'è detto, caro ai Signori , eda: pri-
vati; e non già pereti' egli forfè adulatore, ef*
fendo nimico alle cofe mal fattej e rjfrrendgj
dolefenz i rifpctto ; di che fanno fede taM
fue compr<izioni,e ma (lime le Epiftole tenete
a Papi,e Presti ( j) . Per lo che alcuni mali-
gni , e viziofi m?.le lo comportavano, ed un
Cardinale tra gli altri per nuocergli fe pote-
va > e metterlo in difgrazi;: di Papa Innocen-
zio VI. dille ch'era eretÌco(4),perch5 ftudiafl
Virgilio, ( ) e che biàuffiavà la coree. La qual
ci-
l rj.EfS ì,
ti) Nr/Ufam.Èp.19, (1) Netirfr*
(ì) Nt'kfertjib. 17, IJ. Ep. Ubi Ì4»
f l<b. 1 1. Ep. 3.
f VjS ftì* fatui L Ep. Ì 7 .(s)N'llsftn.i, 1 Ep . . 4»
DEL PETRARCA. di quel
xti

calunnia a quel tempo per la rozzezza


fecole credette che gli avene da
valere .
Ma
fu più favio il Papa del
Cardinale , e della tua
accula poca fri ma fece. Furono
anco degli
radici )l
emuli ( che fempre l' invidia mette
quali coatra lui ,odi lu; male parla-
fenderò
rono ; ed a quelli in più parti dell
Opere lue
alle volte
Latine faviamente, nè fenza fdegno
rifponde. Chiara cola è che
generalmente aa
tutti e graiidi,e piccioli fu
amato, e itimato.t
maeflro di granitica {i)
fra gli altri un cieco,
in Pontremoli, avendo udito
delle lue compo-
fizioni , deliberò volerlo in ogni
modo vinta-
a Napoli ti
le, fe poteva ; ed intendendo che
la ciato
trovava al tempo del Re Roberto ,
figliuolo per
ogni altro affare , e prefoun iuo
donde, quando vi giun-
guida , andò a Napoli;
fe, il Petrarca era partito
per Roma ; la qua
|

cofa dal Re Roberto intefa ,


volle parlare al
i "cieco , e , vedendo che folo
arnote-di virtù lo
tingeva a queftoperegrinaggio, gli kce
al-

cuno prefente > e l' inviò a Roma


ove ne an-
-,

co trovò il Petrarca che già era partito; e


,

!
così tconfolato tornò a
cafa fua : dove non
'1 Petrarca era
lungo tempo da poi intefe che
'

1 in Parma ; per lo che


(ubico fi fece a condur- l

re- E fu cofa mirabile


vedere la teila che ta-
M. Francefco , e parlar
ceva d'aver trovato
feto, baciandoli il capo,
eie mani j a che
correndo le genti , il cieco
diceva Ve ntn :

e Dio
ttmceu quefi* uomo io vedo p<à di va* ,
:

I rteMihff* riha fato degno di


troviti* Del-
molto u
I la qual cofa i Signori di Parma , che
avevano piacere e ie-
Petrarca (limavano , ,
'

cortefie a quel buon' uomo, che


dopo tre
cero
gior-

(i) NelU fin, Hi. io". Ep.7*


xlìi V T T A
giorni che flette con M- Francefco, fe ne towj
nò tutto contento a Pontremoii . t

U inclinazione di M. Francefco ai le iet*J


quesl
tere fc-mpre fu grande (i) , e rari furono
giorni che noti leggerle, o fcrivefle, o peniaM
fe, o afeoltìffe qualche cofa bella} ma
non gH
a tutte le forti di ftudj fi diede ,
che , come dìj
fi m:fe v<wj
fop. a jinì, a quello delle leggi non
lentieri, ancoraché averte maeftn famobftqH
a quei tempo in quella facoltà , che furono
MJ
CinoJa Piftoja, e M. Gio. Andrea Calderine*!
Bolognefe , a! quale fu fempre amico , (2) e «|
fcrivevano : ad elfo ringrazia Dio che non ffij
fermò perqueftopiù di quel Io che fece in Bo-
logna ; non già perchè le leggi in sè gli fpia-3
cenerò ma per i? modo in che fi trattavano ;|
,

diche dice avere avuto lungo ragionamentql


con M. Oldrado da Lodi gran GiureconfultoJ
L' animo fuo era più volto alle morali, all?j
iftoria , edallarettorica, e foora tutto al lai
poefia ;
per la quale fi vede eh' era nato ; e*
diceva tra sè Tent/tntla via t fi otta me 1

( 3 )
:

quoque pojftf» tollce hutno ; ed a quefti ftudj fi'


volfe con ogni potere E per effer allora là

lingua Latina qiiafi fepolta , effo fu imprimo;


che la fcoprifle e in prola , ed in verio com-
:

poneva affai ; per lo quale rifperto fu nomi-|


nato con onor fuo per tutta Europa- E vera?
cofa è eh' al verfo , de' Latini parlando , fu
più atto che alla profa 1 nella quale non te-
1

ce gran fondamento di ftile pulito , per la va-


xh] e molto difforme lezione che faceva , leg-
gendo non folo Cicerone, e gl'iftorici, ma Se-
neca .

(1) De ignoranti/i col. 3.


(2) Nel!* famìl. Ep. 64.
(3) Nt/!e ftn. Uè. 16. E?.
6-
DEL PETRARCA
diche molto fi
xliii

fea(i), e Santo Agoftino col


;

familiare
Iettava: e fece un fuo (hle ,

facilmente per fcriveva E


duale ogni cola
.

quello allora tanto più


era maravigkolo , e lo
flou--
gravano pari agli antichi.cofa che fui
Kfcceftarefopradi sè i perchè il cornuti
lodi facilmente accie-
confermo nelle proprie
cagli uomini; nientedimeno li ravvide, e dil-
conofcere loftjle fuo debole
aliai
fe fi)
fece molto-, ed an-
|

Nel verfo Latino ancora


dò più innanzi
perchè non tanto fi tranci-
,

celo con altri. Ed


attefe più a Virgilio , e coti
1

tua Africa fperò far


gran «fe, e "tonare
k nono h-
fkufe in Parnafo , come fenile nelin Roma -
rodi quella e fu per
ciocoronato
;
lede co-
, quefta
parte ancora non ottante la ,

tempo il tuo
feeche'l mondo gli dava, col
non^'ingannò , e vide che non.
on giudizio
fogno che bagnava e dice mio
,

giunto al \

della vita tua aver m-


a

pittore dei più vecchj


foche, trovandoli il
Petrarca Verona,* m
Africa ad
lendo cantare i verfi della detta
piante , dolen-
cunoche fe ne dilettava, egli
,G non poterla
afecndere affetto cesi tu il .

l0 giudizio
maturo, ancoraché ione nato a
rapi affai per detto
conto (lenii ; e per que-
ifcrive (3) die molte cofe fue che non era-
mano d' altri , abbruci ò .
OD in
:

Nella poefia delle Rime folcane :a tacile,


lingua era nato e
Eccome quello che nella
,

edeva anco degli altri


compofiton viv enti al
bei 10 ia-
Itempcche davano fprone al iuo
r»no da farfi avanti,
okracbe vide 1 Proven-
imitò,e fuperò di gran lunga

jli , i quali

lì) Ri'l ddhfttn*


*ììv VITA
; Cominciò per ifcherzo, e
per amore-: ma
poi col tempo s'avvide che in quefto la fua h- 1
ma s'appoggiava più che in altro ; e pero con I
gran cura v'attefe, eben diffe nelle R i me
l
(t)che vedeva penfirr' » ^«o *'g'f "((hi e C'|
Rimaner dope lui fttilh .
appunto avvenne il con-
Di quelli uudj gli
trario di quello avea fatto nei Latini , i quali
ftimò da prima, e non poi: maquefu apprezzò
poi, avendogli da principio in non gran conto.'
Scrive (*) al Boccaccio già vecchio pentirfv
nel qua-
di non efferfi dato tutto al volgare,
Latini'
le era più fignore del campo; dove i
nell'altro avevano già buon tempo ogni cola
occupato . Ed ha lafcìàto fcritto Pietro Paolo
Vergerio aver intefo da Coluzio Salutato Fio-'
tentino, che fu fecretario di Papa Urbano, ed ]

amico del Petrarca jch'a lui aveva detto come I


le fue compofizioni tutte poteva
migliorare;
aflai>dalle Rime in poi,nelie quali s'era tanto;
alzato , che più non gii dava l'animod'arn
varie. E veramente io ho veduto alcuni km
gli di dette Ri me di Tua mano propria, neu
quali fi vede la grandi (Ti ma cura eh' tifava
la lima di quelle, ritoccandole, già vecchio, e
dopoché comp fte le aveva , per' venti e pi*
1

anni; e meritamente n'acquiftò gran lode


eziandio vivendo . Onde il Boccaccio , ch^ in
dutìfta parte ancora di comporre in
rima s'af-
faticò, e ne deaerava onore, vifto
che non I
appreffava a M Francefco,sbigottì,e venne
penfiero d'ardere quanto io ciò avea fcritto, e
confola
Io comunicò al Petrarca ; il quale lo
dicendo che,fe del terzo luogo non fi conten-
tava
(,) Paru J. Se» CLXX .

\t) Nette fi*. Uh. s.Ep.i.


.
§

DEL PETRARCA. xW
tavaj volentieri gli cedeva il fecondo ; incen-
dendo per moderila che'l primo foffediDante.
Nè tacerò qui che } dolendofi coi Boccaccio
ch'alcuni lotto (lìo nome davano fuora corri-
porzioni j dice ancora eh' altri coti le lue Ri-
me vivevano, e però alcuni andavano a pre-
garlo che grazia lor ne fhceflejle quali poi re-
citavano dove che foffe » e ne ritraevano ve-
§Ì;ed altri preferiti Tal che ad un certo mo-
do faceva delle fu e compofizioni eìemofina?
Nelioftudio dell'iftorie , e virtù morali fi
[diletto molto { ) , piacendogli più di ben vi-
1

[vere > che di fa pere


-
Ebbe tra g li altri buoni autori grande affe-
zione a Santo Afflino , l'Opre del quale leg-
geva volentieri
F Ad Averroe , e fuoi feguaci fu inimicif-
fimo , e come emnjji odiava E fcrive al Boc-•

caccio (i) averli un giorno cacciato di came-


ra mio (colare per le Iodi che dava ali' empie
feotenzie d' Averroe . E
di quella materia
I parlando (3) dice : Quoplum tontra Cbrijii fi'
\iw dici audio , ìtCrifto jnm firmior ; 6f
XiiCbnfliano Cb ifiìamjfimum harsticorutn ft'
\<ifi bUffbtmia
I Non fu anche amico de'medici di quel tem»
pò, per la medeiìma cagione di feguire gli
|^ta[)i,ed in più luoghi ne fece con la penna
() fede
Similmente a gli aftrologhi nel giudicare
km credette mai , e poca ili ma ne fece .
Studio le morali d' Anflotile ; il qual di-
ceva
I (1) Nelle fin. hb.i. Ep. 4. Kb. yEp^.r.
H (*) AZ e/A /«. Uh. 5. Ep. 1.
I (3) De igni'cn'.ta et 1 3.
1(4} Ub. M.fenii. Ep. X. coi. 13,
W T A
•-e^PL glMnfegJ»» ,™ non
lo
I
movj

^SSfcS cr opre degU

Autori antichi
dì fono
(.) ,

Amanite come turono


Viri De Ghria di
-

Cicerone (V
e
^J^M
tra l altre
.. 1
1'

VOgHa E imparare la linea


Fhb- eran lo n»ped|
de' niàéftn
C reca" m a careftia
Swu^Sav=rn e ^operd^,c t .aH

^^Uodilungavjta^nziicr^aj

Kffj£S2%)cbo da poco è quel fcn

Nelli dopo finti. i-0 «•


( 7)
fg)#Wfe/'*» I5-EM-
*'
( 5)
Keihfr». Uh. 8
DEL PETRARCA .s&pfvii
che fugge P afpctto del fuo Signore,'"^OTando
(Eeu'er apparecchiato a morire volentieri
j
onde la fua vecchiezza fpei'e tutta in facre le»
zio ni Dice bene ( i ) averli rifervato per
.

ifpaflo, ed ornamento ie Mufe .


1
Era per natura grave ; e d ingegno , coni*
elfo dice (s) j più ma ni nero , e benigno jC ne
acuto e però quando lette il Decameronc del
;

Boccaccio , vedendolo in molti luoghi llcen-


ziofo, iofcub, dicendo (3) penfare che da
ipvane fi a dato da lui fcritto Loda però il .

•principio ed il fine quale fece anco'Latino •


,

come fcriye , eli vede Sopra tutto fu buonif-


.

fimo Criftiano Cattolico , e pieno di pietà ; e


pegavatra P altre cofe Dio benedetto che lo
fiàcefle buono sì che Io amafle e da lui foffè ,

pinato ; dicendo A : quiflo fan nato


, e non al-
le Unire , le quali per s? fanno gli uomini
gonfi} :
«riputava più felice affai un minimo fempli-
keche in GESÙ' CRISTO credette , che Pia-
Bone , ed Arittotile , e Cicerone, con tutto
hi faper loro (4) E così attefe più a ben vive-
te, che a ben parlare .

L Quefti infomma furono gli itudj , penfieri


jecoltumi di M- Francefco Petrarca , i quali
k con dritto occhio faranno guardati , fi po-
lirà facilmente vedere di quanto giudicio, e
•onta , e religione fotte .

t Non fu quefti uno fcrittore d'amor lafcivo ,


lècofe cattive infegna , ficcónf altri in altri
«coli fecero ; ma tutto grave , e Platonico .
felza ipeffb la mente al Cielo, o piange gli
I1 affet-
I (1) Alla pofterith .

|
(1) Alla pojferirà , e nel 3, coli. Col. I 4,
! {3) De <gnor. col, 7,

| (4) Ep.adpcfier,
Sto piùnacque
degno ™^|^'«fl
quei fecoh,ed
è
a
d:
in tor-
j che
ve°r (?, e con poche ^ù;fde,d|
po Dio benedetto PWS* è del buono m-
,«.,„o
S

a- C
e della buona
Rcft' -rebbech'appretTo
vi C
fatto della vita, e
«stura tua.
quella Pl««»
coftumi di
«M.
mod«j
FraSo fiSSte vi diccflidel
ch'ufava in ridurre le lue
,
Rime
Seniia,
1S ore' bene ho potuto cor*
che affai

S^TSSS
Solo
il

folli che di f„a


propri.
parte in Padova m
veduto
, ferirti

SKSm Moofignor Pietro


e parte in Roma
Bembo , come di
in mano di M.
fnfra 5 ,

£ daPefcia
fewaffa i quali fogli
erano da
;
le componeva, e
«Ami originali dove
-

"stando fpeffe volte , efeJI


SS«B£
Carole [T, *<*W>
' atl " C
:'
con e la cagione,
or e'1 tempo che ciò taceva,
gran lume del
« chenì,tava. cofa che da
?uc « che come p. invecchiava,
udizioi
(M
Mafopra ciò fero*
Irti facevaMigliore. piacerà : per ora
Siffio a Parte" s' a Dio |
:
IX a che folo per compimento ag

S

fl

un Sonetto, chet
E aprima farà

molti d Giovanni Beccacelo ho trova


i M
a«tìeo; fatto in morte di M.Frai
fn un libro
dubbio il Boccaccio fa
cefeo il quale fenza
f e\r ùltimo
anno di fua vita; imperocché
morte del Petrarca ,
anno fedente alla
SfèflUtadue, morì, cioè del «375.

S 0-
DEL PETRARCA xlix

SONETTO
Di M.Giovanni Boccaccio in morte dirvi-
Francesco Petrarca,
ORNel fa falite , cara Signor mio ,
regno a! qua! (alìr ancora affetta
Ogni anima da Dìo a quello eletta }
- Nrl faa partir di queflo mondo ria .

Or fd colà dava fpeffo il de$o


Ti tira già per vedere Lauretta :

Or fi devo la mia he Ila F'tammttta


Siede con lei n- l colpetto dì Dio
Qr con Sennuccìo , e con Cina , e con Danti
Vini f\cu r » d' eterne ripofo y
'• Mirando cdfe da noi non inttfi .
Jìeh ,
t'aggrada Ti fui nel monda errante s
Tirami dietro >a te , dóve pajofo

Ytgga Colei che pria d &msr


y
tri nccefe .

Memorabilia quaedam de Laura j


marm pro-

pria Francifci Petrarca: fcripta in quo-
dam Codice Vìrgilii in PapienfiBi-
biìotheca reperto

LAura ,
preprìic viriutilttt iJluflfit , ér meìt
longum cekhrata carm'tnìbus % prìmnnt
ttulismeir apparuìt fri pritnum adalefcenti*
mei tempus , anno Domini 1317. die <S. men-
ti Aprili: in Ecclefìa Sanila Clara Awinia-
nibora ma tutina . Et in endtm civitate , /«-
iim /nanfa Aprili s , eodem Ma 5. tadem ba-
ra prima , anno auttm Domini 1 5 4$, aa hac
iute lux il/a fubtraSia ejl ; e km Fe-
epa forte
rma affata , bau fati mei nèfcìut ! -Ramar auttm
Éìme Petrarca , C '«-
1
per
VITA
lìuras Ladtvei mtt me Par.

infili*
ni* reperir ann» elide m , me»}* Maji , dtt
t g. mane ,
,,

<7W tafiijftmm ai puhherrttmm


Cor tu ,

in liti FrÀtrum Mmo'utn fi rt peplum e im


die morti t ad Vefperam . Àmmam
quidmejtis,
in tvium , undt
ut de Africana "it Seneca ,
trai , red-iffe rnihi perfuadeo .

Hat auitm acerbam rei mtmoriam ama-


iute e ditu fc*ibere vifim efi hoc pò.
ra quaiam
eculi e rneis redst ui>
tìjfirrum lece qui [afe fab ,

debere qvod' amplivi Htm


Stnttm ejf*

pÙceat in bac '-vita , C*f , efrafto majori


crii
M
queo, tempo t effe de Babylam fogfHidi ,
Ira borum infp'Bione , ac fu£/rc<Jfirn<e <£taùs
tfttmaticn* ccnmanear Quod , pravi* Dei
.

*rat<a } f:(iteerit preteriti :empeiii ettrasfu


ftrfstvai , />« Ì9*m t ©
[nexfa Status exitut
acriter *c virifitf cogitami . »

Ex Colloquio tertii dlei .

vera pauecram npme'tii annsrum quo iU


SZ tam precedi! 5 fptm t-ibitit van'jfìmam ,
mori,
fri"! te quarti furori! lui fomitem effi
lurum , tS brine natura trdmem ubi fingis i&t-
tno>i:l m . &£c
Itrmpudef, p*j>et , pxnitet&f
i ttttra mt •

tnt o. Scir *utem , quod èie mibi folatii efi


y.t,d ilta tnetum fsnefeit.

SO-
DEL PETRARCA. lì

SONETTO
Ritrovato nella fepol cura di MadonnaLau-
ra in Avignone <Jel 1533- f
QUì gì acci ex quelle enfi» , c fe'hi offa
, Di quelP alma gentil* , *,ftl» in tsrra .

A (prò e dur (uffa, or ben tfre bai fotterra


Il vt'o cuor , la fami , e beltà fcoffi •

Marte ha dtl verde Lauro fvelta , e mafia


Frefca radice , tf '/ premio di mia guerra
Di piatire lufiri , e pilt ; /' ancor non erra
Mio penfier trip" ; e H c biadi in peca /'offa .

Felice pianta in birgo d' Av'gmne


Nacque , e muri j e qui con Ila giace •

Ma penna ,e'i /Ut , /' incbiofìro ,el* rag* me .

0 delii ali membri , 0 viva face ,


Cb'aacor mi cuofi y e fi reggi! itigimccbtont
Ciafcunpregbi'l Signor t' acceili in pace ,

Carmina Petrarca in Funers Eie-


ila; Macris»

funSìiffima^antum^
SUfc'p e fciK'reum,genstrix
Aiqt e aure: adv<-rte pìat ,
(ìp'ism'a cai»
Dignn fere»! vinus , aliot non fp-.rnit bi-
noret ,

Ql' ^ P°M' cear <*


? oc ^ v ^ut ^ss
Ti'flint is
C 1 Rgna
non ha errore c-nren dire che
t Se qui ,

I vili.t .
d Beccatelli 1
ella data della lettera
,!

[*chL- invece dii5«o debba leggerli i 552.


I qunndo quello Sonetto il Ga ritrovato 25- an
11

! avanti, colie esli afferma acanexiii' Un- 7-


IT. a c. Ivi. e poi alle xix.
1ÌÌ
Segna ti
VITA
Mi Uh 8* Dei tam mmìne^ quam re,
Sic quoque perpetuut» dabh bis Ubi nomiti-

bonefiat
li vfa rum a le Branda eh itti , pìetofque fu.
prema
Majeftafque animi , primifque incanta fai
onnis
Ctrport tam tximio tiulUm inte'tnijfa per
horam
Ttmpur ad extrttnum vita notlfftma clava ,

Cura puditiiite , faci e miranda fub il/a .

Jam brevis inno firn preferir tiii vita pe-


raSa
Effitit ut pepati manear narrando futuro ,
^Eternane veneranda betti i 3 mibi f.enda-
que femper ,

21 ec quia configerì t quìeqUam libi trijìg ì


dohmttf ,
Sed quia me , fratremqut , parerti dukif-
fima > f*ffot
TytbagitA in bivio , & rerum fub turbi nt
Unquit
Tu tamen i tifi abi lem , felix o transfuga ,
murtdum
J*fcn fine me frigi e i , net (labi e foia feputì
ere
Egrtgiam enater fi qui tur fortuna telici a
Sptfqu* dirnut , Cf curila animi folatia rtO~

ftri .

Ipfe ego jarv fa»» vi de or m'bi prefìtti eodim


Jìtie modo panca quide peclus teftanlia m&- m
fivm
Siila veli-m , ftd plura aliai ;
fanclofqae
per amti
Ha e tua y fida pareri? y refc/tabit gloria
lingua ;

Bat
DEL PETRARCA. Vùi
Sa( hnpim exfequias trUuarm t'tbi
\ fopi~
caduti
Cor perir int trituri* ,
<pioi aibuC w'gtt > »f fi-
nta , fub qua
fimi adbsc ;
gettar ì* , cutn jam tomprtffr-
ril urna
Un ttiam cintrtt ; nifi me peemat imme-
. mar atas ;
V'tvcmus pariter., pariter memorabimur ambt .

Sin aliter fcrs dura parat ,


twrfque invida
mftram
ExjhnMura venit fragili <um (c'pire ftrnatn ,
Tu falcerà , tu [da , precor , f e/? fa'
perftes
Vive wr irmneriiM noctnnt nbliv''* Letbee
,

y tf:cuks
t libi nane tctidim ,
quot prabuit
annts
Vita , datmis : gemitìi! eetera dtgna tu-
lifti ^
Bum fietit ente oculot feretrum mìf«rabi!t
noilros ,

At licuit gelidi f Ucrìtr.as ittfundtre membri? »

Il Fine della Vita del Petrarca fcritta


da Marfignor Beccatelli - <

COM,
J$ M PEN DIODELLAVITÀ!
DEL PETRARCA,
Fatta dd Sigg.

GIORNALISTI D' ITALIA


Coli' occafione di riferire la Vita dello
«
fteflo P-„eta. fcritta dalChiarifs. Sig.

LODOVICO- ANTONIO MURATORI


Pcflù a carte 1S6. del TomeJflII,
del fare Giornale .


m ~\ r ir venticinque Autori hanno ferirti
di
t
a
J Vita di Fra n ce! co Pe
diftefiiiiente la
Non può negarli , che tra lo
tr<jrea .

ro no vi fieno moke coutradd zion


;

sì e're:r,ri, come n<.'fatti; e che quella


:

Li quale è .ì il ijui compilata, dal Sig. Mura


,

tori non (ìa una celie più efatteche abbia


mo , comecti? a m/>'ti non ninccia iì tralafcia
mento del e cit «zi ai >. e de* fo..ti , fu' qual
egli ha fondatadi qu^n loia. quando lafua nat
razione ..Nacque qpsfto fublime insegno » pe
dirne '.ua'checofa. ;n riftretto» il dì 20. d
Luglio (1) del 1304 m ^ rezzo nel Boryo dèi
to comunemente dell'Orto Suo.padre fuSe .

P trarcc. Notai) Fioro «ri no ; e fua madr


fu fborj dubbio E tetta de' Cani giani, fi-migli
altresì di Kreriz dicendbegti ftefloelpre
.

fame-itb in.que"verfi latini-', che e' lece i

mot-te d'ella meJVma >, EL.ECTA Delta


,
qfiam re . \ fuoi gen-kori che erari
,

delia fizionè de' Bianchi recarono efilia


della
ÌAalamsnte -altri porgutu- il di: 1, Ag<?jie
(1.)
DEL PETRARCA.. W
cella patria d i quclh de' Neri , che vi rimafe

1
" condotto da loro in Avignone ,
circa fu
fpcranza di ripa-
avendo aià elfi perduta la prima i
fare Aveva e°li imparato due anni Cala-
Barlaamo
Si clementi dal celebre
Bafiliano, e poi Ve covo
di
£, Monaco
padre Ji4 lo man-
GeruV Da Avignone il
. )
;

dove ip quattt
Sin Carpentraflb allo ftudio, "tronca, e la
t apprefe la granitica , la
Settica S
ni
e altri quattro « «J^J
allo Audio del.
Mompelieri (1318.) intorno
Giovanni d An-
fotto la difcipHna di
proba-
to da PiQoj. , cai quale é
e di Cino
infognata l arte
che gli foffe Umilmente
bile
E» rimare nella voigar lìngua
1

Kfaeccellentiffin». Pafrò
quindi Bob- »
qui;
ina7.7* ì ) » eper tre anni applicò anche
fuoi mete
El ò'ftudio kgale,
BartobmmeodaOi-
effendov
Kevanni Calderina, e
I lungo tempo ,
ma tuttoché vi fpendeffe sì egli non vi fe
, vfofle cotetto dal padre,
"
- progreflb , non già per
mancanza d a-
.rati
il fuo

* \
1, ma per non faperyi accomodare
alla elo-
Lio troppo inclinato alla p^ena

(15x5-) de
Neil' imo ventelimowmo
L '
\
'
etàun, cflendoglilucceflivamence
LiUnuori
mancati

ritornò i» Avignone ,
ditneftiCi aftan.Nel fuo
W
Ella necemtà de'fuoi l

E?, ) ritiro di Valchiufa,dove fi era compe-


o ui 'orticel'o con
una piccola cafa.s mna-
t

• ideila f.a Laura, la


quale era
voiendtfalt»r
W*|-
Imi^ia in Avignone,
nobile
S a^ykrl^: An ? o il Chnfau
,
e altri che iole della
isgnordi Cbrieres ,

.V
|
In OOMP. DELLA VITA;
cafadiSado. Intatto i! tempo, che queftj
che Sa fino ^11 6. d'Aprile del 1348.*
vifle-il i

anche dopo la morte di ella durò!


Slitti anni
amori; del noftro Poeta , e quindi prete moti,
vo di fcrivere la maggior parte delle Tue coft
volgari e parte ancora delle latine N5 iftettt
nondi meno Tempre fermo tra lefolitudini di
Vaichiula. Non iftaremoqui a riièrire tutti i

uioi viaggi &tti principaiminte co' Signori


Colonnelijde'quali fu intimo amico e dimetti,
co B.tfteràfolamenteaccefnre,cfie egli acco-
modatoli al fervigiodi Papa Giovanni XXII.
fubensl adoperato da lui in moki graviiìimi
a/rari non meno in Italia , che in Francia
; ma
non ricevendone Za ricompenfa dovuta alle
lue fatiche, e conforme a'fuoi defideri , ciò lo
fece nfotvere a far ritorno nella fua folitudi-
rte » dove compofe tra l'altre cofe gran
parte
del tuo Poema (i_34i.)del Africa per cui con
,
onore per tanti fecali difufato ottenne dal Se-
nato di Roma nel Campidoglio la corona di
alloro, li 8. Aprile dell' anno 13.j1.Le par-
ticolarità di quefta inftgne funzione, alla
qua-
Je fu invitato nello fteilo giorno e dal Senato.
Romano, e dall' Uni verfità di Parigi , furo-
no in gran parte deferitte dallo fteflbPoera in
alcune delle ine Fittole ; * efene ha una tal
qua! relazione in una Lettera, che v a alle
ftampe fotto il nome di Sennuccio del B ne
,
Fiorentino , Poeta contemporaneo al Petrar-
ca di qualche grido ma che noi crediamo fi-
:

eramente efTere invenzione di autore aliai


più recente (t) e forfè di Girolamo Marca-
,

celli , Canonico Padovano , che pretende di

* OffervaV o„ e .
* (,) Vedi
la Vita fcritu
«al Beccatelli a e xix.
DEL PETRARCA. Iva _

I averla primo pubblicata (i)nel in cui


la diede aiie ftampe s indrizzandola a Pietro
'CnlbO) gentiluomo nobitifiìmo Veneziano
Gli argomenti incontraftabili > che ci hanno
',

I icdocti a darne quefto giudizio , fono moltil-

fimi e tra quefti primieramente lottile, che


;

I nulla ha del Fiorentino, e nulla della purità


del iecolo del noe. in cui è vivuro Sennuc-
cio Secondariamente il vedere 5 che ella ri

£a fcritta dal detto Sennucci i al Magnifico


I

Cm dellaScala , Signor di Verona , il quale


I

! era già morrò fin nel i 319. dovechè la lettera


I rinverebbe efler data nel 1 341 in cui Martino
I ed A berto della Scala fignoreggiavano la cit-
I radi Verona In cerzo luogo vi fi ricordano
.

I per entr i le Stanne volgari dì FUono Vi iJ^rJa


I £%«f/>,cioò a dire di Gio.Filoteo Achillini»
I auti re del Gridario in octava rima , ftampato
in Bologna nel i th- nel qual tempo il detto

"I Filo'eo oer l' appunto fioriva OiTervi;imn in .

Iquarcoed ultim luogo, ebequivi verfoil fine


i

I delia lettera fi dice > che M-fler Cino da Pi-


Ifioia lì era tok a fare in verfi la detenzione
>

ii inetto trionfo del Petrarci;ma corine ciò po-

teva tar Melfer Cino, che ci ique anni primaj


3 dire nel
*
1 fece ^ ;6. era già >.,([., to di vita ?
,
1

r. Gli anni feguenti furono da lui con'umati


incootinui viaggi In Parma > dove fu Arci-
.

diàcono della Cattedrale ( avendo egli fegui-


tìto l'abitui e 1; oroterlìone teck lì attica ,
Jinza p r ò .nai bblig irli all'ordine detSacer-
dozie) fu m
Ito onorato da Signori di Correg- i

giole ni v (limo incappo! intima dai Re Rn-


1

M'to,e r> 'i J ili » & gioa Giovanna^ 'la qua-


le Gip icTano Regio fu dichiarato. Efìe-ido in
c 5 Ve-
| (•) P^d- e
P '.J
"t*p* T'brìffl" 5 I 549.
tviii. COMP' DELLA VITA
Verona., (1348.) dove Sigg. delia Scala io
i

amarono diftintamente , intefe la morte del-


la tuaLaura; e di là trasferitoli in Padovaj
vi: trattenne fino alia morte di JacopoIF.q|
fi

Carrara i (^«" ''',/'-)Sig»or di efia,che io ebbe più


:

di ogni altro in benevolenza ed. in pregio:I>$


gM?»V,.dice il Sig. Muratori , ti* irdajfe lai *
icma 'fcne del 1 349. alla Corte d' Avignone doti
:
:

fermò per f ià ««^.-fopra.di che noi av vertire


fi
;

mo il paffa.^gio i lettori , non efTer vero ch(


del. 1345. feguifle ia morte di Iacopo dà Garì
rnra-mentreelia per tefiimoiiio di Pietro Pàté
Jo Vergerio il vecchio, che fcrilìè ie Vite de
Principi da Carrara , non mai divulgate (m
avvenne il 19 di Luglio , fecondo altri li 19
Decembre tdcl 1350. e non effer veroaltre
sì 1 e he -per più anni fi fer mafie in Avignone
poiché Tanno medeumo,aixhe per teftimonii
«lei noftro Autóre, fi portò in R'om?. alla divo
zione de! Giubbileo quindi! rifpafsò a Val
,

chiufa,dóve dimorò fino al 1 35*. in citi; anno


jatt.fi.déJia fua fo! itudine, e richiamalo di qn
da'monti dall'amore che aveva ali; Italia ,j
fermò in Miiaro ai fervigio dè' Signori Vi
fcontijda'quali.quafi per io fpazio di dieci an
ni fu adoperato in graviflimi maneggi^ man
dato più voite A mbalcladore a divede Corti
e Sovrani. Il.rimanente- delia fua vita fu ti
continuo viaggio ; finché verfo il 1 37.0. ftanc
del mondo, e cagionevole di faiutes; per 1

vecchiézza,come per la poco buona coftituzii


ne del corpo , fi ritirò in Padova preffo Frai
cefeo 1

(1) Z. e fiam$ «Itimatrrnt* in OlUtid* Pit


ir» Vandtr Aa nel Tom. Vi. dei fuo Tefirede}
le A ntichità t Storie d% Italia ..

t, Vedi a. carte: ixxvi,


DEL PETRARCA. Kx
fco il vecchio da Carrara Signor di ella , dai
quìle ottenne mi Canonicato , e un luogo Ioli-
I tario,e anzi melancolico, che delizioic,
nella'

I Villadi Arquà, p»fta tra i monti Euganei, e


! dittante dieci miglia da Padova » diiponeu^
[
Bbfiquivi alla morte, eh' e' già ientiva vici-
ti, edallaqualefu fopraggiuntoinetaaan-
ni 70. li iS. di Luglio del i374 comechè
noi!
|
I manchino graviflfi mi fcrittoi contemporanei
,„ fcrittori

«..ofteflo, come il Gartaro , e "l'Autor


del-
giunta al Monaco Padovano , 1 quali la ri-
la
pongono ali i 19. del mete ftefio di Luglio .
Lefueefequie furono onorate dall' accompa-
gnamento dello ftefl'o Signor di Padova, e da'
quello del Vefcovo del Clero , e di tutti gli
,-

'ordini della Città, e dello Studio.


L'Ora-
jfion funerale gli fu recitata
da Frate Bona-
ventura Badoaroda Peraga .dell'ordine Ere-
mitano , fuo grande amico , che poioa
la-

Cardinale , e per la fua bontà di vita annove-


rato poi fra' Beati Lnfciò per rettamente» d
.

elTer fepolco in Arquà , e Francefcuolo


da
Brattano fuo genero, e fuo erede, la memoria
1367.-
'fcp'olcrale fe porvi . In vita , cioè nel
ji'es fitto dono alla Signoria di
Venezia , per
Mima grande che ne fàceva,e che quella al-
tresì faceva di lui,di una parte deTuoi
codici,-
Klti de' quali fono andati a male col tempo -
Riferiremo a quello paffo una còla , che per
effer affai fingolare , e non narrata ,
per qmn-
foabbiam potuto avvertire, da alcuno degli-
Scrittori particolari della vita di
quello Poe-
la, ftimiamo , che la notizia non poflà elìer-
je al pubblico affitto difeara L' anno : ?73'-
.

rrattenendofi egli nei Padovano^ Francete^


E Carrara determinò di
e
mandarlo infieme-
& con-
U CO MP. DELLA VITA
con Francefcoi! giovane Tuo figliuolo. Amba
fciadoreaila Repubblica Veneziana pef ott«
nenie la pace In una Cronica antica irunoi
icricta(i) della M
trca Tri»giana,!a quale aH
c

riva fino al T378. nel qual tof no la giudichici


ino anche fcrkta , fi leggono quefte parolòa
1 373- Marti a i 7 Settembre Franeefco' Novell*
.

da Carraia fio de ¥ rancia vecchi-) de o'dinà


del padre andò a Venief.a ccn Frantelo Petrar*
eòa e moki cavalieri e -tentUbuomeni Padsani j
fumo molto bonoradì; e ìntrodntti a la Afdie/iti*
la -ruobia «: 9 Sepr. Francejco Petrarcba feesfè,
.

oratitn in la qua! Francefco Nfftlo a boeba da


mando pedonarla a la Signoria de le ini urti
facli In Demine Ira a j. Ottttbrio rito- no a Pa]
.

dg,i con lì prifoni. A nche Gio.


Jacopo Caroldoj
(i) Segretario Veneziano, ne parla in quefti
rermini nella Tua Storia non mai ftàntpatas^B
H 17 (Sett. rm ) gionfe a Venejìa ti Sig. Frate
ce/co PI avello da Córara figliuolo del S 'g dì Pai -

aoa , col qu ii? venm /' eccellente Posta Afcjfl


Framefco Petrarcaiil gior»r, d,po udita la tA'ffa
'

fu introdotto ntliaSala del Maggior Ctnfclio.fe*


ce riverentia-alì' Eccelfc Duce , <éf Illuft'ift .'Si •

gno'ia^e dipoi Hai Petrarca hebbe ritritata V ora~-


tt*m in laude della pace ùrruttijjtma ,HS. Fratt*
Cefco Novello dimandò pèrdono Ber noWt del Sig,
fuo padre di tutte P ingiurie & ojftfe fatte ah
la Ducal Signoria fecondo la forma delia pace] &
alla partita ftia gli far no dati in dono Ducali tre*
cento.Nel recitar che fece il Petrarca la Tua
Orazione accadde ana cofà notabile, ed, è»
che
(1) N'Ha libreria del già Prot. e Cav. Seba-
fliano Fu/carini ,

(z) Ttfit a penna del fu Sig. Btrmrdt Xri-


v'<\anQ .
DEL PETRARCA, fii
Vene-
ck quantunque più volte iodi- ftato in
zia, e avefie veduta la maettà del Secato'
Veneziano , pure in dover parlarne alla prfrj
in tal
fenzafi fmarrì nel mezzodeii'orazione
guiia, che non potè dirne
parolai ondata
t>ecefl'.irio rimetterne ai
legueme giorno i
udienza , nella quale egli perorò
con tal for-
za di eloquenza, che
ottenne al Sig da Carra-
ra ed il perdono,e la pace.
La memoria di que-
fto particolare ci è tata
contentata da Andre»
de' rieduli , Cancelliere dei Comune di 1 ri-

vigi, neile lue Croniche Latine, (ij dove


-.ApuJq»»
air anno ..7 3- cosi ne ragiona
(cioè i Veneziani ) dum
Pat* , éT Ojatc, ***-
K , u , 6,'ven'jffti i" fa Mtitai defec-t mvf acn
ehm , nam viti Seitatu Feafttnm obfiupxtt ,
minut H uam Cima ad RomanvrttmMtuto*»
fyrrbo tb he malte'am O'em PM-
od thuf*W» /«/-
U atqtu Oràtoit *X'»iii oratio

ftfn\ vi cojuf pax ipfa formata unta*»** \*


4 ,

etminuu Mjfltum , q*od v fu &


auditu «Ai»-
:

'ancora fujtttHf ,
tium se extra omvs firafeties
manente
toamovit, ìnuinfrta !**** «tri****
'

perfidia. . - *

flwtore j|
Dopi aver terminato il ncrftro
del t-etrarca
raccolti delle azioni principali
mte coffe della fua vita operate , ci da
dur il
del Tuo volto .
«n ritratto e del &io animo . e
ferirti , e de ino
Parla de' Cuoi Ltudj , de'fuoi
Enici Nomina i Prmwpi , da 9«a£ta
.

ge erofamence onorai,
e «a
EattroSereailf.mi Dosi della ooftra Repub-
blica, dalla nude «li fu donata m vita un
abitazione, vicino alle Monadi.
Pai comoda
Tetiù a p^na in e.iftepeora ,
effunu tp
(,)
tr.tdefmo Bernardo-
puf» il J;jJ.
Bui COM
P.DELLA VITA DEL PET.
<ìe! Sepolcro . E
da notarti , che non mai fix
iivFirenze, patria de' fuoi maggiori .Defi-.
deràdi eifervi rimcffo , ma non gli IH fatta
ìa grazia , che in tempo di fua vecchiaia r
e quando per le fue indifpofizioni non era più
atto a porli in cammino Non lafciò non per-
.

tanto e di amarla e di-onoraria ne'fuoi fcrit-


,

ti j conùderandola femore mai com^ vera e'


Angolare fua patria Finalmente- fi regiftra-
.

no in fine di quella Vita gli Autori principa-


li, che l'i mno descritta - o che hanno illba
ilrato feri me di. eflo , e le fuecofe volgari M
Altre notizie fpettanti al noftro Poeta fr
„.
3) pofT>oo leggere nel Tomo Vi. a carte 493..
-

„ ne! XV. a c 17*. e nel XTX ac 252. del--


~, lo Hello Giornale de'Leueratid' Italia: ,» .

TESTA-
TE S T A. M E N" TO -

D I M.

FRANCESCO PETRARCA
Tratto* da' Comentaij d' Aldo il Gio-
vane fopra il' III. libro degli
Officj diGicerone cap.X.

de- eo mecum agitarti de quo ntm»


SJEpe de
. mmiS) paucifatis cogitai , novifft-
cogitano «e-
miifcilket , ac.de morte; qua
auefaperjlua- ejfe potejty «eque ftfiv- mmmm
m, cum&tisors omnibus certa Jn, (yborff
incerta ;. utile: ,
r.iortis &
honefium credo ,
entequam memors impediat quia tnorsipfa, ;

qu# per varios , &-ambiguos rerum enfiti fem-


vitebrevitatem
per nobis imftndeiu propter
pocul efìe non poteft ; nane. Dei gratta , dum
carpare fimul , atque animo fami
(um , de
meipfo , ac de rebus meht-:p.ndo
difconere ..

quamvis (ut verum. fatear ) tam parvs


res
pudeat me
Bntme*', ut de ipfis quodam modo
Mari feddivttum, atque inopum cunt de
:

rebus licei ìmparibut ) pares funt .


Vtkigt
(
banc meam volìtntcttem ordinar e\ ac fcri-
tur
ttù committere , propter & quamdam b ne-

fatem; &cb id maxime , ne: de bujufmoù


rebulis meif\ propter mtam
ixcunofìmem ,
pft mtum
obitum litigetur. In prima anir-
mam mtitm' peccatricem , fed Dirttfm
Mmcwdiam implorante/» & de ili»
UW TESTAMENTO
feranttm , recomtftendo bumiliier JESO
CHUISTO : eìque , fiexis ipfiu-s animai geni'
bus «f dfe crsatam, fuiqse fanSìjJìmi jan-
,

gUtJtif pretto ffdemtOm , protegat , afftj'tts j itp-


plico, nec pìnnittàt ad Quorum manta boftiuiH
pervenire Ad hoc etìam auxìlìum beatijfimdl 1
.

Virginis Aiatfìs fu£ , &i forffi Mtcbaelis Ar-


cbctngeli , rsvereister , acfidenterimvhro ,&>
S nnBorv.m reliquorum quos intercelfoz-es apud
CHB.ISTUM invocare Cumfolitlts, oc fperare .
Corpus autem hoc terrenum.cc mortali , «eè/-. ,

/;aw> grave m fascinar» anirr.orum , terree, unds-,


erigo eft fibi , »o/o reftttui Et hoc abfqite anni
.

pompa, fed cumftimma bumi/itate , ^


Bione,quanta efìs potsfi. De quoberedem mium^
Ì3r> amicai o>nnes rogo , cbfecro , dy> obte/lor I

1/51 i)£(Ì!irovifeera mifericorditf Dei mfiri ,


pfr cantatem , /» ^«a/« ai /»? umqua-n bit-
é?«
ncque faifi fpe honoris boi- negligant i
bu-erir.t .

* Cum fic outnino me deceat ^ ac (ic velim: itd


tit , fiforte ( quodflbjtì ) contrafece int '
, r?-
ìieanmrVco , &
mibi de gravi ut, iu[que of-
fenda in diem JuJicìi refpondere . Et b$c qui*
dem de domoj (cultura hoc addito , aa&d <rtd:

mymefieat^ nemomtbi lacntnas ,


fedpromf
Crsftopreces , £$1 qutpotejì ,
Cbùjii pauptri-
btts carttatem /irò /»;? ora»'? monitis porri-
,

* Noti ftiìaciò equità la pia intenzione


del Petrarca, efientioli k>rf<; ad eflai derosà-
to per pubblico fn-creto , a cui iì farà (ap-
porta la volontà de! religiofiflìmo tenitore-
non contraria . Vedi ìa Vita fcritta dal Sec-
caceli! , .3 enrte xxvii.
DEI PETRARCA. hv
git. hoc mibi prodeffe poterit : jietus autem
fa defunclìs inutili: , iy flentibus eft damno-
fas . Ve loco ameni non mcgmpe-. e curo . Con-
ttntcr poni ubtcumque Dea placuerit , ÌS" tis
qui bave curaiwfufcipere dignabuntur . Sita-
menexprejfius mia de hoc voluntas exquiratur,
velim Jì Vaduat , ubi nunefam , ma-
[epeliri
ttar , Auguftmi , quam Fratres
in ecclejìa S.
Tradicatores tenent quia he ut anima me<s
: &
iratus , )acet f Mìe is qui me plurimum
dilixitjnqucbas terra: pits precibxs attraxit i
pdclari$\m<£ memo) ice J-rccbutde Carrarìa ,
fune Vadug Vernimi: fi autem Arquads^ ubi
:

i turali: babitatio me* eft diem claufero {y , ,

\ mibi tantum conrefferit , qticd valde cu-


J)tui

laio, cattllam ibi exi^uam ad honorem Beet-


Wmm^ Vnginii Martin e>ftrue>e 3 tlhcqlit je~
\feltri eligo , ahoquiv ivferiut , in ali quo loco

bone/lo , ìuxta ecclefiam plebi: S:0 Venetiis .

htrùr, poni volo in iocoS. Francìfct de Vinca,


Ulte ante efitum ecclefig Sin Medio!ani , ari- .

ti ecclefiam E. Ambrojìi ,
]u\.ta primum in-
troiìum^ qui civitati muros cfpicit. Si Vapiis ,

ìitiecckfia S. Augt fii' i ubi Fratnbu: vifum .

ìfuerit. Si autem Rcm<e. inecclefia S. Maria

\
Udori: T>elS. Vetri, ubi eritooportunius,vel
,

ijsxfa ecclefietn hanc.vel illcm ficut Canonici!


mcebit Nomi' avi loca qutbus per Jtaliam
.

utnve>[ari foleo. Ac ,
JiParmg, iti ecclefia.

major t, ubi per multo: annos Archidìaconus


'fui i? utilis , iy fempe fere cbftns
- Sin ubì- .

itmeue terra/um alibi , in loco Frattura

I
t V. a cane Ixxv,
Txvi TESTAMENTO
Sfinorum, fi fi t Hi: fin miniti -, in quaeumj,
qit; alia ecclefia , qua: vicinior fuerit loc&
mortit- H,-ec de [spulerò ,
^/«r/* fattor qt/ani.
vi-um aeBum cieceat , ab indetto dìBa fint .-

Nate eccedo ad dtfipofitionem earum ci-sw


qua: Decantar bena bomir.is cum potila frfp? ;

fint impedimenta arami . Et primo cuidem*,


buie S. Ecctefiae Paiuana , unde percepì &r
commoda , £sh bonores , ordinavi animo iam-
f rider» pujillum terra: emere , <jko^ eidem te~
filamento dimìtterem , pj^tff adfummàm quin->
que mille (31 ducentarum l hrarttm bujits par^
ds moneta: , w.V , pojfem fi?d ad :

hane ufiquefummam babso }am verbo /ice»'


tiam a Magnìfico Vadua X> omino T>. Francia
feo de Carraria ,
quam mea , yet
vel in vita
poji obìtum ,
quotiesqucw'docamqtie pe-
, feti
rita fuerit, daturwn non dubito ; ucut ìl-
effe
htm , cuj'nr non acius modo , [ed verbo mul-
tavi babear.t in propojìto firmìtstem buiufimo*
.

di autem terrai» hc.Benus , intsrvenìentibar


a Hit expenfis , emere non vaiai . Si ergo ipftm
e mero ^ ( ut [pero ) faciam in hfirumente
tmptìonii poni , quod ipfam teneo animo fm
lìnquendì Ec eiefio:: ex nvtnc ita facio .

{hìamv'u e'iuj'dem terra fitum non pofifiim ai-


bue in [eriptis inferere Sin autem (quoniam
.

xonnumquam propter pecca-


pia: voluntatts
,

ta borninitrn deduci nequeant ed effeflum )


,

àiBam terram emere vel propttr imootentì-am I


Del propter negligsntiam omisero , lego ipfi
Ecclefia Paiuana: due Atos due ex tot auri' ai
smenimn cliquantulum terra , ubi melius fieri
pois-
DEL PETRARCA, invìi
peterìt De cuìus proventibus pe>t>etuum * an-
.

nìverfariutn emma me£ fiat Et ipfi Domino .

fuvplieo,fi tuncvivet [ficut cupio (s*Deum .

prfcor , ut 'multo* pofiea per anncs Iztus , isn

felix viv.it ) velfi (quod Deus avertat) tune


afe non viveret precor alium quemcumque
,-

penes quem rei buìus trit arbttrium , quèttnus


cb reverentiam B. Virginis ,« fa* mei , licet in-
digni fa>pufilli bominis, refpeBum , concedili
he fieri ; & decretum fuper hoc fuum favo-
interponiti
rtthiliter Lego autem ecclejtaapud
.

cnimfepsliar ducatos vigiliti aliìs autem ec- :

W$is quatuorOrdinum Meridie tmtium (h ibi


fuerint) ducatos quinque prò qmlìbet Pau- .

peribus Cbrifti lego centum ducatos , difiri-


buendos ut videbitur Presbitero ]itn> i Abocbs-
ha, cufiodi Ecclefi£ Puduan.f : fa*' hoc , jtbic
mriar: fi" alibi , ai arbttrium proelari ec-
Uefifi illius in qux recotditus fnero ira ta-

mn , ut de di3a quant itati nullus ultra fin-


l'tulos ducatos accipiat T,anjeo ad difpofi-
.

tiotiem aliarmi rerum Et prò tlìo ìgitur Ma-


.

gnifico Domino dimitto tabular» meam , five


B. Virginis Mirìx , operis "Lotti , pi-
icona/a
\ Scrii quje mìhì ab amico meo Mi-
fvregiì
,
Vannis de Ehremia mijfa eft
sfatti Cujus .

pukhfìtuiinem ignorantes non inteltigmt :


ìmagift'i autem Ortis ftupent Hans iconam .

mi Domite Magnifico meo lego . ut ipfa Vir-


U benedica fibi Jitpropitia apud filium fuunt

f fedelmente anche oggidì lì p-a~


1

I II clie
: tic?, in eniefta Cnru drale addi 9. Luglio 3 o in:
altro giórno da'maggiori ufficj non impedito •
ixvììi TESTAMENTO
JEfUM. CHIÙ JT UNI . A mie ir minorisi
ttts ,
fci.icet cartffimis mibi , libeattr ma~

gna dim. tterem , fi facuita* effet uberior : feffl


affecìum librabunt . Magiftro Donato de Tra*-
io ffetet i ,
grammatica pr&ceptorì , nttne Va*
Vttiìs bxbitanti , fi quid mibi debet ex mutuo ,
quod quantum fit ,
nefeto; fed utique parai»
ejì ; nmnto , & lego : oec volo , quod beredi
banc ob oauffam ad aliquid teneatur , De equis
meìs ^fiquos babuero in tempore tranfitus mei ,
qui placuerint Bunzanello de Vigumia ,
l.umbardo a Serico -f , concivtbus VaduA*
vis , volo quod tnter eos fortiaatur , quis
priftium tlìgat quìs fecundum
, Et preeter .
'

èoc 3
ditto Lumbardo , qui rerum fuarum cu*
ram {

T Lombardo Serico fu Padovano , e uomo


afsai c'qtto , edifcepolo del Petrarca » cime
a panicene]!' Epitaffio che di efsofr legge in
'

quella i:ofrra Cbieia parrcchiale di S. Lucia ,


in cui nell'occafione di rifabbricai la quarti
anni pa sati , fu trafportato dalla fmiftra alla
àe&ta parte dell' altare di S. Giuleppe ; e per--
che fi dura gran fatica a leggerlo , sì per l'an-
tichità] co. i.e per certo altro impedimento,
in grazia degli amarori di ùmili degne me-
morie ] qui lotto !i dà alquanto più corretto
dì nueUocbe pubblicarono i Raccoglitori del-
le Padovane Iscrizioni; avvertendo prima che
coftui fcrifse un libro de Bono Solitudini ^ftam-
patoin Padi-.va Panno 5 t in 4. eunSnp- 1 .

p'emento all' Opera del Petrarca de Viris 11-


lujì-ih-.it , (rampato infieme con efsa più i'olte 3
e in diverti luoghi
DEL PETRARCA, hit
rem depofuit , ut res meas ageret , oblìga-
ium me
tucr ducati*
confiteor in centum &
trigintaqua-
auri, fa fòliditxvt. qitot ex-
pend.it in utilitatibus meis : {9, multo am-
plia j : [ed , fatta ultimo inter noe omnium
ruttane, diB<e quantitatis [ibi debitorreman-
f quam fi ante accepent , ( fictit fperù
:

cito facete ) bette srit : alioqutn volo , quod


beres msus ante omnia fibi fati sfac tre te-
rteatv.r : de quo dtbito cbtrograpbum meum

btbet , quod refiituat beredi meo ipfe Lum-


bardus Item lego tpjt humbardo fcypbum
.

meum parvum ratundum argenteum au- &


rstum cum quo bibat aquam , quam li-
,

hnter bibit , multo liber.tiur quam vi-


,

tum : Presbjtero aatem foanni jìboche-


it , cuftodi Ecclejì/S nojìrat , Breviarium
meum magnum quod Venetiis emi prò pre-
ti»- librar uni centum : ea tamen lege il-
lud ei dimitto , ut pcjl ejus obitum rema-
mt in Sacrifiia T?aduan<s Ecclefa ad obfe-

quium

0 Regina hcts almte (iderum ,


i IntnUa parerti
putrpera -virgo ,
,

Salutìfque aoftrte d'gna propaga,


Parte , jam parte mitijjifna , quafo ,
:

animata Cbrifi:. redde , benigna ;


Et mifenre tamntis Qtfaam .

• Hoc Epigramma , ItHor implorar , , buie fa-


'ti ammode: animum Deamque ult'o ;
igrejctre
ma vati f Petrarca auditori Lombardo Patavi-
tt , qui diem
faam tlaufit extremutn MC C'C nt-
M'firno, Die XI. Utnf. Aug,
Ixx TESTAMENTO
auium * perpetuum Presbfterorum , ut tpjt
Vresbyter J nanna , «rent {fi eh p Ia-

) Cbnflum
cea! & B. Virginem prò me Djj .

jwnideCert Mo, feu Boceatio ( ufrffi


,

a ìf/.o 'um tanta viro tam modicu>» lega)

quìnquatinta fioretto)- auri de Flore-ria, pn


una t fi e biemali, ai fiudium , lucubrem
JhomttBambaH
Uefa* noBurnas . Uagftro
de Ferrarti lego Leutum meum
bwunt, al
eum fonet fon prò vanirne [acuii fugacis
huiem Dei <£tirni Vr<edi:U auun
£(d ad
3
.

amici mei de pa. vita te bujufmodi kgatorun


non me-aocufient , fai fortunam fiquid
ej :

fortuna . Et propter bunc tefpectuin difiui


,' rm
ad ultimimi quemprimumejje decuit
gtlìrum JToannem de Vundis ,pbyficum , afiro
&J
nomo-

* Jacopo Filippo Tomimlìni nel fuolibr


Petr **> b" Redhivtir, scarte 14;
ìllf itolato

così dice £ìh*nm quoque fwrvm aliava p*n


:

ikmd,M (cioè la Cattedrale di Padova ) «|


Brfvianumftttin
demhr,pfa\ in tujut Sacrario
twpur* too^num , ftfitnrvmufiù ixfe'vjr?
vi

hit, e dopo avere addottele parole del Ti


fomento fog&iu&ne immediatamente :
«*
fitibi (
doè'quel Breviario eh' oggid in |
:
1

vano li ce
dova da molti curiali forelberi in
Be-n f.ici» 1 Potav
ca) (</?-'" ed C*rcii S.
Canonici , umbora qui illud , dono imetr,
;
«hi cum 9***4 a
tum fata» Romam dtittUt
,
:

C^eraAp
fifa* ******* <f**f M**»**
fittiti ausoni
(tùjtlhm trmnfrt '» G'**
Montagna™ p4ffit«im *P»d ff« '*» =
»
}}t wrt*s+G*m
raro vUitV. C. Laurent ial %
tHtJarvifmvs 5
aliique viti fréjtpnUt
DEL PETRARCA, hit
xomcrum facile principe/» dicium ab Hrro-,

logia , propter tllud admirandtim Piantarti

opus ab eo confeBum qttod vulgus ijnarvun


,

Btrologittm ej]e arbhratur Cui (ego q'uinqua-


.

gixttt ducatosauri fro emendo


fibi unum par-
vai» anulum digito g'fiandum in mtmoriam
mei.Defacuita tibus autem domefiicisfic ordino,
tanbohmtfo de Senis qui iicitur Pancaldus
, ,
vigiKti ducatos ,quos non ludat.ZiUode Fio en~
M, doimcello meo, fupra falarium fuunt.fiquìd
fbidebetur, viginti ducatos Et, fihaberem -

flures, aut alios plures ,p,wcwefv? domìctl-


\bs, fupra falarium fuum , prò quolibet fio-
ttnos, feu ducato: x. famulis duos; prò quo-
libet coco duos Et fi iftì , ve! Ornici ebiif-
.
,

\tnt , vel domicela feu famuli obiiflent


,

,pufquam moriar , quod eìs kgabam , volo


,
p redeat ad beredem msum Omnium (ani .

honorum meorum mobiliai»


immobilium ,
, {9-
qua babeo & babiturus ubicamque funi
furti ,
9jtl erunt , univerfalem beredem
tnftituo Fran-
Wfum de Breffavo , flhim q. d. Avicoli de
modano , aver» Msdiolani , porta Ver culli-
ate. Etipfumrogo , non folum ut
beredem ,
M ut flium carifftmum
, ut p-cuniam quam-
bumque , ftve fit plurima five fit mhima
, ,
{(quia magna utique non erit) meis rebus ìn-
mnerit , dividat in duas panes , £?> unatn
ìpi babcat , alterar» numeret cui fcit mi.
mie , deca fiat , quod etiam me velie fcit,
pan ,
antequam ftniam banc fcrìptùram ad- ,

mdajunt; unum, quod modicum tllud ter-


fé quod babeo ultra monte: in cemitatu Vg<*
nujìni }

ma
f«tii TESTAMENTO
mfini
celti
, in villa, fc* eafiri
Cavaillonenfl , quia fine
dubio eani»
plus
HfM>» %
illuc vi etiam mittendo , qttodammodo
expenderetur., {«i»f») «»" ' fi
dmWi&«•i* « ufui pauperunt
7t Hó(pitalis
Cbrlffi . Et ,
jT/ortf
vel
«o»
flamo , ™lo,
HT« , 9
qM
piente aliquote* ,

f,*trsm » * R^
% ima* , & Petri i

&JideU
ir Jkebatur, i* fuit
m ibi wlde St, fi
velo
m fmm
objequiofui
,
,

jet ecru*
< 3
alter obitfet , ,

memoria™ drJt Moneta *m


»*CflF«
rum W «»

ìmmobihbui inVadua ,
illud ™
dÌQUm 1 uoihAhso trL
*J
territorio Vada»
[um
.

volo
w vel in pofierum babiturus
mòd fiiberedismeì w «««r ""M »f
« ,
: firf

L />, » < ? ?r *5l f <i/

to' f#mpb,tbeofi
vendutone, aut dono
aut quov
tiole, «ut perpetua e
nec etiam pigne-rari ujqui
ad con,
alio modo :

obitui computai
«km xx. annoi , a die mei
ordini
% quod prò militate ipfiut bertàis
5

QU ii»noranm rerum
labi poflet; quai «
libenter akenabit.M
Ifcne noveriti puto non
morta ci ,n
autem forte, quia omneslumui Fra
òmnìm ardo monendt, dtBui
ullus efi
avertat Veut) ai
cucui de Brojfano (quod
Lumbard
mt monatto- ; tane bersi meui efio
prtdiBus qui piane animar» mei
a serico ,

invùàfideliffimum expt
nivìt-. quem,*t
obttum B
ttw , non mmuifidekmfperopofi
ruTSteflamtntiy M
alterni ultima volur.
DEL PETRARCA, hxm
ih feu quocumque alio triodo melìtir vali'
,

marni propria Padute in doma


tura confcripfi
Ecckfia,
quam habito , Anno "Domìni
M.CCCLXX. Pridìe Novar Aprilis . Et
Ntcolaum notarium , filium q. ftr Bartbolo-
Wtgi ac Nicola um , filium fer Vetri, notar ios
,

kfrafcriptor ,
rogavi , prout in forum fubfcri-
ptionibui infrafcriptis eontìneiur Unum ad- .

da , quod ftatitn poji tranfitum meum berti


'

mtus fcribat fuper boc fratrt Gerardo P et rar-


efo, Monacbo Cartbufitnfi\ germano meo ,
qui efi in conventu de Maternio prope MajJ?-
:
Ikm, ut detfibi opinione m , utrum velit cen- ]

funi florencs attrì y an fingulis annts quìnque


,
^
veldecem, ficutfibi placsat Et, quod ipfc .

tkgtrit^ ìllud faciat

[
Ego Francifcus Vetrarcba fcripfi,: qui te-

(
hmentum aliud fecifiem > fi ejfem dives }
ut
\ i
mlgus infanum putat .

,
I Eumdem Petrarcham Bibiiothecam fuara
Reipublrcas Veneta; dono dediiTc ,
fcriptum eft in Tabularlo Ve-
neto hìs verbis

ll€z. (i) Die iv. Septemh.


Jj_
f~)Qnfiderato quantum ad laudem Vii ,
B. Afarci Evangeli/té , oc honorem, (9*
*
\mam Civitatis nofirg futurum efi illud quod
tjfertur per Vominum Francifcum Petrttr-
,^ éum ,
cujus fama bodit tanta efi in tota or*
^ Rime Petrarca , d be,

rtf
, (1) Vedi il Compendio della Vita del Pe*
trarca , a carte lix.
Ixxlv DONAZIONE .

he ,
quod in memoria bominum non eft ,
jorn?

din iste) Cbriftianosfuiff;, vel ejje pbilofopbM


moralsm, i^petam qttffcjfìt eidem comparò?
ri; acceptem chimo fm fecuitdum formata
infrajcri: ti Cediti* ,
tc>ipt<g manti fna : & ex

rune fit capttìm ctnd pi flit expendi dt Monti


prò d-.mo , {?> babiiaihr.e fua in vita e)us pei
modum cffiiìus ficut vtdebitur Dominio ,
Confi
liat iis ,
&Capitibui , vel majori parti : cui»

V recti* ato: es EcclffisS. Marci ifterant face-


re expenfas nect'jjai ias prò loco ubi debuerixt
repor.ì \ &
cor fervari libri fui Et eft capta pei ,

vi. Co'filiarios , tria Capita dex\. fci ultn


duas partes Majoris Cor.filiì. Tener autem
B<s Cedute talis eft:
Cupit Francifcus Beatum TAarcum Eva»
geliftam , fic'orijio infili fit plachimi , bere-
dem babere nefciò quo*, l'ibellorum quos nunc ha-
bet , vel eftforftan
babiturus \ bac kge quod li
bri non vendantur , neque quomodolwet diftra-
bantur; fed in loco aliquo ad hoc deputando
qui fit tutus (i ) ab incendili , atque imbribus
ad fuiipfius honorem , {s*fui msmoriam , net
non adingenioforum , nohilium Civitatis il
ìius quos continget in talìbu; delelìari , con
folationem qualemquakm , commodumper
petuo conferventur Neque appetii hoc , qm
libri vel valde multi , vel valde predo,

fm fed fub bac fpe quod poftea de tem


;

pere in tem^us fo* illa gloriofa Civitas alio


fuperaddet e publico , pn privatim nobi
lei atque amantes patria cives , vel fori
,
etiam.
(1) E il Tommaf, Vetr, Rrd, p. 71.
DEL PETRARCA, lxxr
I etktn (i ) alienìgen<s , fecutì e.xemplum , ìi-
I horum Quorum partem fupremìs fvis reUnqusnt
I itkntatibui Ecclifia jup* aditi*.; attut ita fa-
I cìltpoterit ad unam magna?» , is- fainrf« Bi~ m
I bliotbecttm, ac paremveteribus ^pervenni. Qu<x

[
quanta: g/orice futura JìtMi Dominio, ntmolite-
J
fàtui eft, puto, nec idiota, qui nefeiat. Quid Jt f
Vio,& Mo tanto "Patrono urbis noftree ctuxilian-
U, eontigerit , gaudebit ipfe t'rancìfvus , in &
Pomino glori abitur. f? quodam modo fuiffe prin-
cipium tanti boni Super quo , fi rei procediti ,
.

,
forte aliquid latini fcribet Verum , ut aliquid
.

plus quamverba ponere in tanto negetis vtdes-

tur, vuh hoc f cere qttod promifit , &C.


Vrof• interimfe» prò dielis librìs vellet unam
I I kb magnata fedboneftam dcmumjut ,-quid-
,

cuii de ipfo bumanitus contigerit , non pcjfit


ite ejus propsfitum impedir t Ipfe quoque li' .

Èkfztilftme moram trabet ìbidem , fi botto modo


E tofeid; hoc enim non efl ad plenum cerini prc-

per multai rerum di$cul:atis ; fperai tóme» .


J
! r d i f EIo-
I (i) Come appunto fece il Cardinal BefTi-
rione 5 donando generofamente jlla noftra
ferenifs. Repubblica rutti Tuoi prezioiì Co- i

jBici MSS. particolarmente Greci> raccolti da


I fui con grandini .no ̣udio> e difpendio , quan-
•.

* lanmì nuefts fieno flati collocati feparata-


-
msnte da quei donati dal Petrarca ^Vedi ciò
; che degli tini, e defili altri feri ve 1' erudirifli-.
- mo Signor'Appoiiolo Zeno > Storico e Poeta
:

; Ceiareo, a carte xlv. e feg ^. della Vita di


f M.
:Antonio Snbellico da lui fcritta e premetta ,

; Llle Storie Venete Latine di quel' Autore

Bell'Edizione Veneta in 4. fitta l'anno 171 8.


hxvi E L O G J

f E'ogium Jacob! Minoris deCarrariaj Pa


tavii Due. V. a Francisco Petrarc;
cop fcr ;r, t «ai j quod exftat in majori lacel
io feoi?li D- Auguftino in eadem urbe di
cari j ad lavarti

magni 4cmutafììa viro,fub marmo*? parvo


Ttsu paté' bic putrì* ,fpe[que falufque j aceni .

\Quifquit ad hoc faxam convertii lumina lettor ,


Publtca damna legenr , junge f recti iacrymis
lllum fiere riefui , [sta quemfuptr àlbero virtù
Sufltilit , burnjno fi qua fidtt mefite .
f
"Sìere gravem patria cafiam^ ra Sì smque ben fruì
Spem Ut et > & [ubiti i ingcmuijfe malis .
Qu rn pipalo , patri bufqus dticem Carrarìa nupt
Alma dtdit Palavo > Mori inimica tulit »
Julius emìcttini. coluit dnhedine tanta ,
C«>» /o'?^ b orrenda! befiièvr Uh futi ,

Optimi!! , («ifWf b't/ii i feMSer Jhtdivfus a ma ridi


Nef. iuf invidi* , confpicuufqut fide .
Erg» tttmor Jacohì fptciefum credula , bsjw ,

Nomi ni bus rari! infere , pofierìtai .

Anno Bernini M CCC.L. (jj


Z>>f XIX. Dctcmhris t

(0 Quefro mirmo decìde laquìfliooetoc


caca a carte Iviii. corregge ciò che fi dice
carte xxiii.
DEL PETRARCA, tewiì

legnino altane cufg tolte daW Fà'i{Ì2ve delle


K'tne del Petrarca falla in Liete da! Ri-
ti ilio dei j 574. %a iS.

T^TEl mille cinquecento trentatrè fu fro-


vaco in Avignone per la molta diligen-
za del molto dotto > evirtuofoM- Maurizio
5
Sceva in una fepoltura antica d una cappella
della Cbiefa de' Frati Minori unalcatpla di
piombo chiufa con un filo di rame , dentro la
quale era una membrana fcritrovi il già ri-
ferito „ Sonetto, ed una medaglia (1) con
una figura d' una donna piccioliflrmi da una
banda, e dall' altra nulla , ccn quefle lette-
re attorno: M. L. M. T. le quali furono dal
medeilmo M. Sceva interpreti' e A- : M
DONNA LAURA MORTA. IAtìE- Per
li quali indizi, e fcritrure è flato da molti
_con molta ragione creduto cheinquel luogo
forfè fepolto il corpo di quella Madonna Lau-
ra dal Petrarca amata Onde poi pafiando in
.

quel medefimo anno il Criftianifiìmo Re


Fra ncefco Primo per Avignone, per andare
aMarlìg'ia, ed intendendo, il fepoicro di
Madonna Laura edere fiato ritrovato , 1' an-
dò a vedere e, come magnanimo j e di tut-
,

te le virtù veriffimo padre , comandò ch'ei


foffe c di marmi rifatto 3 e di Epitaffi in va-
rie lingue ornato: ed, acciocché M.L. la
maggior gloria , efplendore che mai "fltefTe
é 3 rice-
vi) Gabriel Sirrìeoni a c. 14- della Illu-
«razione degli Epitaffj , e Medaglie anti-
che, ci dà una tal Medaglia con lettere de-
ferenti , cioè M.L. A. L. E cosi pure l'E-
:

pitaffio del Re a carte 5. 1


Ixxvìii E L O G J ,

ticevcre, rìcevefTej egli fletto un' Epitaffio


ornatifiìmo } edottirTimo compofe : ilqwal'e
co' fuoi pochi verfi le recò forfè non minor
fama che i molti , e rariflimi componimenti
I verfi
del Petrarca recato le abbiano cieli* .

Epitaffio di fua Maeflà furono quelli .

Epitaffio del Re Francefco Primo fopra


la Sepoltura di Madonna Laura

EN petit He» pvmjpit vter piatici t-eir


Ce 501 etmprent bs/iutoup par rensmmtf.
,

Piume , lab tur , U latigue , & le fjvcir


pwettt sainetti pur /' aytnunt de P ayrnee
Q geniiP-Ame efiant tari: eftitnte ,.

Qui te poutra (over 5»' en /« taifant ?


Cor la parole eft rojfttun reprime* T
Quand li fttbiet fummu le difetti , .

Leggon-fi ancora i due feguenti Epitaffi, pei


comandamento della medefi-ma M'aefta fiati
ia quel medeCmo tem pocompoAi

Julii GamilH Epigramma.

tlìtrt vita Ptete


LAura egò,/}tiit fiterar» Tufui
Laura ej>e } tuam i n vii* Tufcat atibat amt>f
Hic fine ban^re'-i'U fatai non cognata ,
q-amvit
Cognita taf minibus , (ulte V tt'iroba ,tuit
Jiulfut putpa- et r Ipargeb-it fin' 1 bar vrnmni :

Nvllus mitrati* f-rta d/>b*t cahthìt . i

Nane /</<^;
( F'atieijC i frd vi rf",& munere Rq"
Hét-tffVj efoiit eonfpitienda piis .

Del
DEL PETRARCA. Jxxi*

De! Signor Luigi Alamanni „

QVi gì aie il tronco di quel farro Laure


Che del Ttifco Miglior fa tale eggittc j
ovunque {calda il Set *? «jj/iè P edotf ',

Or dal Gallico Re , dei Citi tefasm


( Strido in pect ttr'rn vile , e neglette)

B di marmi e di (Iti riceve


, tno'e :

E ftmpre $ rami avrà fistiti , e freschi


Sili» r ventre immortai de' dm V rar.ee[dì

M. Gabriel Swneoni animato (eom'egM


dice nel fuo libro intitolato lìluflra\i»ne de°
(li Epitaffi, e Medaglie anvebe , a cartel 5. }
pi!' cfrmpio del Re Fraacefco L volle nel
palla r che fece per A vigoone rin novar la me-
rftovia di M. Laura , e 1' amor del Petrarca
j
IstcianSo al Sepolcro di lei il fogliente Sonet-
to) ed Epitaffio ì i quali ancora fi leggono
'fempaci Dèi lopraccitato luogo ,

Sonet-
km ELOGJ
Sonetto a M. Laura
cui corporeo velo
ALma leggiadra
l-ovo sì bella
,

il
il
Fiorati» Poeta ,

Ch' Enea foggiando ,


£/)W<? , e Damiti ,
,

Di te cantò pien d'amorale zelo; _

'f /wwf* »'» C"<«


Com'ei »' «r»)
, f

P(7/> ;
faccia fntfe >
«
e p>eta y 3
Or tfjé , »* pìanfe , fra timore ,

Eramofo non Cangiar natura, e pelo;


piacque,
Così io, vago di quel che a ini sì
gloria, ì
Della taa dico , ed immortai [sia
E de vofeo egrsor viva anco il mio nomi\
Con Pane iftffia che f* onera ecome,
E ebe meco , e con lui feir* Arno mc$A
'Laccio qui dì mi ire nuova memoria .

Di O. M. S. >j

ET MEMO RI A E AETERNA E
D. L A V R A£ C V M PV DICI. ,

T A I TVM FORMA F O fa-

to N AE INCOMPARABILI
I
S)

Q_ V A E T A V1XIT VTT ,

EIVS MEMORIA NVLLO


SAECULO EXTINGVI
POS SI T
R ESTITVIT VETE-
R. V M MONVMEN TO-
SI VM PEREGRINVS
INDA G AT OR
Gabriel Symeonus Fior, nii»
Idus Apriles

M, D. LVI1.
ChrP
DEL PETRARCA, hxxì
Chriflophori Landini Epitaphium Francifei
Petrarcha; Posrae Fiorentini
Quantum Pindarico vix debet Grecia pfaijre
,
Et quantum Latta vis tibi , Fiacre , iyra
;
Tantum E trr.fi a pio Co netflit Muf/i Pittarci) *
s
Quo celebri fama Lau'a pudica viret ,
Aliud ejufdem Landini.
Cantefli patrie Tyrrbtus poemata vtrjtt :

Cantajli Latte Punita bella pedi .

f
Si ne te rande finn VhabiafiPetrarcba formati
Sirie vate: Fefiuìa doitus inurbi vires .

Paullus Jovius in Elogiis Virorum


literis iiluftritim

FR/incìficU! ~Pitrarcha codem cine magìftrùqut


fitto Dantbe, Etr^fea lingua
fi: et>h;.ti:m eon-
pWarn piane, &
eerti r adornata»! nntneris
fa.
ginter exeepit , tanta ingenti file-tis d«n 0 *a
mllìtndo, <& fingulari fiuavitati v/triis msdis
f.e-
Uindo nttms'os , ut enatam dttdum , nix dttm &
[fti'ts ofilendtnttm eloquen.i/im^ngsnti cultura ad
éfolstta matwitatis fruii ita , fummumque idee
UrMie eleganti a fajìigit-m perduxerit : tamque
\UudetM fit confieeulus , ut in e» per/ti gena, atna-
Wrhque prsfertim, c/tfiìtate, candir, dukcdin: ,
nèil'um ptetiTum £f primss u'timus,, fanit a
fri fondode ter ritti, txtfìimetur $ed tanti viri
.

fiilium illudeni fortuna g'aviter fefel'.it quvnt


,
iti éttrrut fieli eitali t fipi'tttim bah 'tura , tatn-

f"> temperarla defipictret (j), ut tu Latina


Afri-
( i ) Quanto
s* inganni il Giovjo in erede-
fere ciò ingannato il Petrarca , fi
efièrfi in
|aò facilmente vedere nella Vita Icrittadai
Beo
Ixxxìi E L T O G
Àfrica , end- ei in Capìtoli!) mfgnts l.nrea prrt I
mima fuit , certiorcm , <£? nobiliortm gloria'» ad- 1
ùq;er,-tur S ed deheamits phrimum ingenuo fu-l
.

mi- I
dorè {empi* aft-Jinli, dum Uterat a multo avo
fere ùpelta s e G'ithidt fepulcris
excitaret , modi I

eum t/im, t uam tìnti e* lingua condìto'em <& pritt.i

tip*m ab incomparabili divini ingenti virtutt


itmHmur . Cenitjfit natura piane fenex -d A>-\
quatam Patavini ag'i vicum , ubi tumultui CeM
mine abft cornpofto nobili s confpicitur . (i)

Sonetto de) Varchi ai Sepolcro "del


Petrarca.
SAert fupe'bì , avvenutrofi > e cari
,
Marmi , che 'IpUs bel Tofco in voi chiudetta
Ele [acre offa , e*/ cene* finto èvttt

Cui non fu , deps lor , cPio fappia , Pari ;


Voi eh; «*' è tolto p'tvoji , e ibiari
Arabi odor , di ebe vai degni [et
Quanto altri mai , con man pieto'e , e ^et*\
Verfar vi intorno e cingervi d' altari ;

Deh non febivate almen ctf umile , e pio


A voi j quanto più fo , divot o inchini
ho cor che come pt'h , »* cno'a e cole
,

Cesi y fpargettdo al del gigli , * viole ,


Pregi Bainone eibei colli vicini
:

Sonar Povero è '1 don , .ricco è '1 defio


;

So-
Beccatelli , a carte xVuu e xliv. Lo ftefso
«baglio pur prefe Lilio Gregorio Gualcii
io

fine del IV- Dialogo della fua Storia


de'Poeui
e con lui moki nitri , che non leisero , come
fece il diligentiffimo Beccatelli , tutte l'Ope-
ie del noftro Poeta .

(i) Vedi l'Epitaffio a carte xxviii.


E L O G
J
Sonetto di M. A le n'andrò Picco
l i# m
[omini fatto
in Arqua iopra il
Sepolcro di
M. P. Petrarca.
C
V n
'
N
7° fr
tAJ e Mro alla famofa tomba
,.!*' a " T,'fr ''»> <hel hlP Moro *tr,
Coitivi ti, eh fu coi rami
m
aliato
U foriamqua nm&unf* o d\ arto ,
frimia. ,
itine e dijje a cui cjà d* altra tromba
,

7* f' l '** Vprtp?ia alto e prigitU


* *
,
Suo» dello lira tua [onoro, »m n
Wf n c titì
e
a$la 5 1 rimbimba
ff'P'Vp't o verno ri, non faccia {eorno
Al cjja pre pon{ gr/sti cJorì
;
fi/
La,„ a ch 'I chi
fuol far p!ir o , « [sreno.
H/r«* /, 2V»^
cgni Ur' antro amino.
E raccolte tn corona al
[affo intorno '
Liete t, canti» lodi,
'

e fpargan fiori .
Bonetto d> Incerto fopra le (t) ceneri dei
Petrarca , e di M. Laura.
\Ii trev* tn alcune
edizioni del Petrarca, chi
tu quelle del
Veìluteìk , e del Gtftutldi .

A URA che un Sei fu f a le donne in ttrra


L Or ,

innari cielo ilpi& fublìme onore


t
\
Xeni di
H uelU penna il cui valore
Ir. tè, m *i mft [erh fp( „ ta ^ g ÌU „a .
fr
, facendo al tempo iiluflrt guerra
Un dolce foco d, cehjle
amore
,

mende e infiamma ogni gelato Core


,
ff [se reliquie il picei ol marmo {erra
;
E le
|(0 Vedi il Petrarca nella I. P. delle Ri-
s> io.etto CLIV.
(0 Ne ia_à ftata forfè unita una porzione
Maalche affettato , e fuperftiziofo
ammira-
ne a a mena us .
tèrfi* "ELOGJ DEL ? ETH ARCA . ,
]

F U ceneri "< e °l ! " .

nei fieUmU figgi


Di hi che fece
F«-Da»te 'Bice Wtr{i ««'^f'.
Tu che C'mmri > 4 ih*ffi W* >

A U, i> imbina , t H*
Che /*cafte r,lifi* infante
Fraiicetco Rame»
+ Sonetto di M. Anton
in lode del Petrarca
1 .

dalGuhttn
Valle Ri™ dtlXMintti»
Ventila *j S *. «'«»*• 3*;
MUnit* raro, onde nell oro
Lp«M
Spiega Gigli i Cele/ti
il *» ««*Z3«w 1

Ouidegnb dubitare. Beco U luce


etèsm ,rJu " J
eie disi fttfi ì

(V io ne' bei de fi-- «r/i ,


/' IM*
Petrarca,
fcW*» ;

J w cedo»
lauri
h Mufi:
a voi
a vtt
P e'gtne
}/
i
«*>•
mtrn }
piegano i :

le rtme
0«, dùve gii fonar t> ndian
ognor [«rene
Vo&re, vengo* con Paure
Ad entrarvi gii onorati flirt*.
Sonetto.
Spofaione di qff fio
Sonetto , é dai
Per intendere il prefente
per che in Parma è
comune opinione, e fan
uo benefit
Se H Petrarca avefse una cafa d
fuo foeto il nome di S. Stefano.ov'egli abita
con ino
Se voi te e la cafa ancor fi moftra
;
di que' tempi
contrari dell'antichità
benefizio.Ora in qi
cina a quella Chiefa dei
l'Autore inj^
oni, ritrovando*
Principe*
prefso alS. Pierluigi,cb e n'era
L,.do la voi e
la cafa ,

nome
°™™f<^Jrf£
Poe
di quell' altiffimo
celebrando il
I SONETTI E CANZONI
DI M.

FRANCESCO
PETRARCA
IN VITA E IN MORTE
,

DI M. LAURA.
:i(

la

k
vi

li

m
vi
'2
SONETTI E CANZONI
D I M.

F. PETRARCA
IN VITA DI
MADONNA LAURA.
SONETTO I.

Ór eh1 ascoltate in rime


fparfe il fuono
Di quei iofpiri ond' io
nudriva il core
la fui mio primo gio-
ve ni ie errore >
j
Quand'era in parte al-
1 tr' uom da quel eh* i
fono;
Del vario fti piango } e ragiono
le > in eh' io
|
vane f?eranze, e '1 van dolore ;
Fra le
Ove i:a chi per prova intenda amore >
,
Spero trovar pietà » non che perdono.
Mi ben veggi' or, si come al popol tutto
Favola fui gran tempo : onde fovente
Di me medefmo meco mi- vergogno :
'

E del mio vaneggiar vergogna è '1 frutto s


E '1 pentirà, e'Icouofcer chiaramente,
Che quanto piace al mondo è breve fogno .

"4
Ai S O-
, ,

4 PRIMA
SONETTO li.

far una leggiadra fua vendetta»


PEr
E punir in un dì ben mille ottele »
ri prete
Celatamente Amor P arco , 1

Com'uomch'a nocer luogo,e tepo alpetti.I


Era la mia virtute al cor ribtoi
Per far ivi, ne gli occhi fue ditele: j

Quando '1 colpo mortai laggiù ddcete


Ore folea fpuntarfi ogrti faetta.
|»erò turbata nel primiero all'alto .
t

Non ebbe tanto Rè vigor, nè tpazio*


Che poteffe al bi fogno prender l arme;
al poggio faticelo > ed
alto
Ovvero _

Ritrarmi accortamente dallo ftrasio ;

Del qual oggi vorrebbe, e non può aitami

SONETTO IH.
al Sol fi fcoloraro

EjRa Per
Quand'
M giorno eh'
Fattore i rat* 1
la pietà del fuo
prefo , e non me ne guardai,
i' fui
, Donna , mi
occhi legare
Che i be' voffr*
Ttmpo non mi parea da far ripa™
Contra colpi d' Amor : però a andai
Secur, fenza fofpetto onde i miei
:
gua

Nel comune dolor s* incommciaro .

Trovommi Amor del tutto di Tarmato

Ed aperta la via per gli occhi al core;


Che di lagrime fon fatti ufeio» e varco
Però , al mio parer , non lì fu onore

Ferir me di faetta in quello flato


"E a voi armata non inoltrar pur l'arci

* S 0-
, ,

P* A R. T E. 5
SONETTO IV.

QUel eh' infiniti provvidenza , ed arte


Moftrò nel fuo mirabil magiftero :

Che criò quefto , e quel!' altro emifpero *


"E manfneto più Giove , che Marte ;
Venendo in terra a illuminar le carte
Ch'arean molt'anni già celato il vero,
Tolfe Giovanni dalla rete, e Fiero s
E nel regno del Ciel fecelor parte •

Disè, nascendo j a Roma non fè grazia»


A Giudea sì; tanto forr' ogni ftato
Umiltà te efaltar Tempre gli piacque:
Id or di picciol borgo un Sol a' ha dato
Tal, che natura» e'I luogo fi ringrazia \

Onde sì bella Donna al mondo nacque .

SONETTO V.

QUand' io movo i fofpiVi a. chiamar voi


,
E'I nel corfrii fcrifle Amore
nome che ;
LAU dando s' incomincia udir di fore
1
Il fuon de primi dolci accenti fuoi -
Fedro feto RE
al, che 'nconrro poi >
Raddoppia all' alta imprela il mio valore :
Ma, TAci, grida il h'n che farle onore
:

E' d'ai tr' omeri foma> che da' tuoi.


Cosi LAU dare eREverire infegna
,

La voeeftefla, pur eh* altri vi chiami $


Od' ogni reverenza , e d' onor degna :
Ssnon che forfè Ampolle fi difdegoa>
Ch'a parlar de' fuoi fempre verdi rami
Lingua mortai prefmituofa vegna.

A 3 SO-
« PRIMA
SONETTO VI.

traviato è '1 folle mio defio


SI'
A feguitar cortei, che'n fuga è voltai
E de' lacci d'Amor leggiera , e fciolu
Vola, dinanzi ai lento correr mio :
Che quanto richiamando più l'envio
Per la fecura ftrada , nien m' afcolta ; 1
Nà mi vale fpronarlo, o darli volta ;
Ch' Amor per fua natura il fa reftio.
E poi che 'i fren per forza a sè raccoglie-
I mi rimango in fignoria di luiV
Che mal mio grado a morte mi trafportaj
Sol per venir ai Laure onde fi coglie
Acerbo frutto, che le piaghe altrui, j

Gufando , affligge più, che non conforta.'

SONETTO VII-

LAHannogola, e'ifonnp, e l'oziofe piume)'


del'mondo ogni virtù sbandita)
quali fmnrrita
Ond' è dal corfo fuo
Noftra natura vinta dal coftume :
Ed è sì fpento ogni benigno lume
Del eie! , per cui s' infoema umana vita;
Che per cofa mirabile s' addita
'

- Chi vuol far d'Elicona nafeer fiume. ì

Qual vaghezza di Lauro ? qual di Mirto)


Povera , e nuda vai , Filofofia ,
Dice la turba al vii guadagno intefa. J

Pochi compagni avrai per l'altra via;


Tanto ti prego più, gentile fpirtb,
Non laflar la magnanima tua iraprefa.

SO-
..

PARTE.
SONETTO Vili.
1

A Pie de* colli ove la be!ia vefts


Prete delle terrene membra pria
La Donna che colui ch'a tene 'nvia
_

Spello dal fonno Iagrimando defta:


Libere in pace paflavam per quella
Vita mortai y eh' ogni animai defia »

Senza fofpetto di trovar fra via


Cofa ch'ai noftr' andar foffe moietta.
Ma del mifero fiato ove noi femo
Condotte dalla vita altra ferena »
Un fol conforto, e della morte , avemo :
Che vendetta è di lui ch'a ciò ne mena;
1
Lo qual in forza altrui , pretto all'è [iremo
Rimati legato con maggior catena

SONETTO IX.

/"\Uàndo '1 pianeta che difli rsgue l'ore 4

v4.Ad albergar col Tauro ritornai


fi

Cade virtù dall' infiammate eorna,


Che veftc il mondo di novel colore :

E non pur quel che s' apre a noi di fore>


Le rive e colli di fioretti adorna;
i

Ma dentro dove giammai non s'aggiorna


, »
Gravido fa di fe il terreftro umore:
Onde tal e fimìle fi colga
frutto ,
:

Così cortei , ch'è tra le donne un Sole i

In me movendo de' begli occhi i rai


CrÌ3 d'amor pe n fieri , atti, e parole:
Ma come ch'ella gli governi , o volga ,

Primavera per me pur non è mai

A 4 SO-
,

9 PRIMA
SONETTO X.
V
Gloriosa Colonna» in cui s* appoggia
Noflra fperanzà , e'1 gran nome Latino.
Ch* ancor non torfe dal vero cammrrro
L'ira di Giove per ventofa pioggia;
Qui non palazzi , non teatro > o loggia ,
Ma'n Iorvece un'abete» un faggio,™ pino
Tra 1* erba verde e'1 bel monte vicino»
,

Onde fi feende poetando e poggia t ,

Levan di terra al cìel n olir' intelletto,


1
E'1 rofignuol , che dolcemente ali ombra

Tutte le notti fi lamenta , e piagne ,

D' amorofi penfieri il cor ne'ngambra.


Ma tanto ben fol tronchi , e fai imperfètte
Tu } che da noi j Signor mio ti {compagne.
CANZONE I.

A.ss are il velo o per Sole, o per ombrai


Donna 5 non vi vjd' io ,

Poi , che 'n me conofcefte il gran d&fio


Ch'ogni altra vogli»détr'al cor mi fgóbr»,
Mei.tr* io portava i be-penfier celati, 5
C hanno la mente defiando morta »
Vidivt di pietate ornare il volto;
Ma poi j ch* A mor di me vi fece accorti)
Fur' j biondi capelli allor velati
E l' amorofo fg nardo in sè raccolto»
Quel che più defiava in voi , in' è tolto »
Si mi governa il velo»
Che per mìa morte ed al caldo, ed al gieloj
De' be' voftr' occhi il dolce lume adombrai

SO-
.
, ,, t

PARTE. 5

SONETTO XI.

vita dall' afpro tormento


SESilamia
può tanto fchcrmire e (Sagli affanni
, »
Ch' i* veggia per virtù dagli ultira* anni »
Donna > de' be' voftr' occhi il lume fpento;
E i cape' d' oro fin far fi d' argento
E lanar le ghirlande, e i verdi panai»
E'! vifo (colorir che ne* miei danni
A lamentar mi fa paurofo , è lento :
Pur mi darà tanta baldanza Amore
Ch' i'vidifeovrirò, de' miei mirtlri
Qiia'fono fiatigli anni» e i giorni , e l'ore
E ie'l tempo è contrario ai be' defiri;
Non fia ch'almen non giunga al mio dolore
Alcun foccorfo di tardi fofpiri

S O N E T TjO XI!.

/"VJanbo fra l'altre donne ai ora ad ora


V4 Amor vien nel belvifodi cofìei ;
Quanto ciafcima èmeii bella di lei,
Tanto crefee il deGo che m* innamora .
jP bmedico il loco, e'irempo, e l'ora*

Che sì alto miraron gli occhi miei ; _


E elico: Animi, afiài ringraziar dei»
Che folli 2 tanto onor degnata allora ..

Da lei ti vien l'amo rofo peti fero


Che mentre '1 fegui, al fornaio ben t'invia 3
Poco prezzando quel eh' ogni uoni della!
Da lei vien l'animofa leggiadria ,
Ch'ai del ti icorpe perdertro fentero;
Sì eh* i* y 0 già della fperanza altero .

A y CAN-
.

io PRIMA
CANZONE II.

OCchi miei laffi mentre ch'io vi giro


t

Nel bel vifo di quella che v'ha moni,


Pregovi , fiate accorti :

Che già vi sfida Amore; ond' io fofpiro .


Morte può chiuder fola a'miei penberi
L' amorofo camrain che li conduce,
Al dolce porto delia loz falute .

Ma puoflì a voi celar la voftra luce


Per menoobbietto: perchè meno interi
Siete formati e di minor virtute
,
.

Perà dolenti anzi che fan venute


,
_

L'ore del pianto che fon già vicine*


,

Prendete or' alla fine


Breve conforto a sì lungo martire

SONETTO XIII.

TO mi rivolgo indietro a cialcun patfo I


JL Col corpoìtanco ch'agrari pena porto
,
-J

E prendo a LI or del voftr'aere conforto,.


Che '1 fa gir oitra , dicendo Oimà latto.

Poi ripenfando al dolce 'ben ch'io lalfo ,


AI cammin lungo, ed al mio viver corto J
Fermo le piante sbigottito, e fmortoj
E ^li occhi in terra lagrimando abbailo.
Talor m' affale in mezzo a'trifti pianti 1
Un dubbio , come poiTon rjuefte membra
Dallo fpi rito ior viver lontane :

Ma rjfpondemi Amor: Non ti rimembra»


Che quetto è privilegio degli amanti ».
Sciolti da tutte qualitati umane?

SO-
. ,,

P A R TE.
S O N E T O x r V.
VifOvEsr "1 veccLiercI canuto, e bianco
Ivi. Del dolce loco ov'ha fu a età fornita ;
E dalla famiglinola sbigottita,
Che vede caro padre venir manco:
il

Indi traendo poi l' antico fianco


Per l 'e fi reme
giornate di fua vita »
Quanto più può, col buon voler s* aita
Rotto dagli anni « e dal cammino fianco •

E viene a Roma feguendo '1 defio


Per mirar fembianza di colui
la
Ch' ancorJafsù nel ciel vedere fpera :

Cosi, laflj, talor vo cercand' io


Donna , quant' è poflibile , in altrui
ha defiata voftra forma vera

SONETTO XV.
T)Tovommi amare lagrime dal vifo
A Con un vento angofciofj di fofpiri
Quando io voi adivien che gli occhi giri,
Per cui fola dal mondo i fon divifo ,

Ver- è, che '1 dolce manfueto rifo

Pur' acqueta gli ardenti miei deCrij


E mi fottragge al foco de' martiri
Mentr' io fon'a mirarvi intento, e fifo :
Mi glifpiriti miei s'agghi.iccian poi,
Chio veggio al dipartir, gli atti foavi
Torcer da me le mie fatali flelle .

La'gata al fin con l'anJorojfe chiavi


L'animiefce del cor, perfeguir voi;
E con molto penfiero iodi fi fvellc

A « SO.
, ,

,» PRIMA
SONETTO XVI. -

quella parte
^\Uand' io fon tutto volto in
bei yifo di Madonna
lue* ;
Vi Ove U
EVm'arde,e
rimafa
è
«rugge
nel penfier la luce
detro a parte a parte,
Che
parte
che temo del cor , che mi
fi
I> ,

E veggio previo il fin della mia luce lenza luce >


,

Vammene in gfflfa d" orbo


fa ove fi vada, e
pur fi parte.
Che non
ai colpi della
Morte
Cosi davanti
Fuggo; ma non si ratto, che 1 de.io
Meco non venga , come venir fole.
morte
che le parole
Tacito vo ;
delio,
Farian pianger la gente: ed
i

Che le lagrime ime fi fpargan Iole


SONETTO XVII.
mondo di sì altera
Oh* animati al j


S Vìfta
Altri
,

però
che'ncontr'alSolpurfid.feo^eS
cfce'l grati lume gii ottende*
,

Non efeon fuor fe non re rio la iera:


che lpera
Ed altri col defio folle i

fp enee
Gioir forfè nel foco, perche
scende.
Provan 1' altra virtù , quella che
Lafib,il mio loco è'»
quella ultima tchiera
la luce
Ch'i» non fon forte ad alpett.r
faretcherm
Di queda Donna, e non fo
Di luoghi tenebrai, o d ore »™e-j,
e n fermi
Però con gli occhi laenmofi ,
Mio dettino a vederla mi conduce arc«
:

fo benjch'ir-vo dietro a luci


che m
E

$0*
,

PARTE. 13

SONETTO XVtlI.

Vergognando talor, eh' ancor fi taccia *


Don. :a, per me voflra bellezza in rima,
Ricorro al tempo, eh' i* vi vidi prima ,
Talché nuli' altra Sa mai che mi piaccia •
Ma trovo pefo non dalle mie braccia ,
Nè ovra da polir con la ili lima :

Però l' ingegno , -che fua forza cfìirna ,


Neil* operazión tutto s' agghiaccia .
Più volte già per dir le labbra aperfi :
Poi rimatela voce in mezzo '1 petto .
Ma qua! fuon paria imi falir tant' alto ?
Piò volte incorni iiciai di fcriver verfi :
Mi la penna? e Limano, e 1* intelletto
Rim.ifer vinti nel piimier' affatto •

SONETTO XIX.
MTti_E fiate, o dolce mia guerrera,
Per aver co* begli occhi voleri pace ,
V aggio proffertoil cor: m*a voi non piace
Mirar sì baffi' con la m.*nte altera :
1

E le di lui ti>rs* altra donna fpera ;


Vive in fperanza debile, e fallace:
,Mio;perchè fdeano ciòch'a voi difpiace j
Eller non pud già mimi così, com'era.
Or s' io lo fcaccio , i'd e* non trova in voi
Neli'efilio infelice alcun foccorfo ;

1 NifaftarfoI, nè gire ov'altr'il chiama]


Boria fm.irrire il fuo naturai corfo ;
Che grave colpa fia d' ambeduo noi
E Cauto più di voi , quanto più v' ama .

CAM-
PRIMA
CANZONE UT.

A Qualunque animale alberga in 'terra;


Se non fe alquanti c'hanno in odio il Sole;
Tempo da travagliare è quanto è'I giorno:
Ma poi , ch'il ciel accende le Tue ftelle ,
Qual tornaa cafa 5 e qua! s'annida in felva $*
Per aver pofa almeno infra' all'alba •
Ed io da che comincia la beli' Alba
A fcuoter l'ombra intorno della terra
Svegliando gli animali inogniielva,
Non ho inai rriegua difofpir col Sole . idi
Poi , quand'-io veggio fiammesiar le ftellq
Vo lagri mando < e drfiando ii giorno.
Quando ia lera {caccia il chiaro giorno»
E le tenebre noftre altrui finn' alba ;
Miro penfofo le crudeli ftelle, r;
Che iti' hanno ratto di feniìb'I terra;
E maledico ildi eh' i vidi '1 Sole ;
Che mi fa in vifta un'uom nudrico in feiva.
Non credo che p.tlcefTe mai per feìva
Si afpra fera , odi notte, o di giorno ì «r

Come coftei,ch'i piango all'ombra ,e alSoLc:


E non mi ft^nca primo Tonno , od alba ;

Che bench' i » mòrti! corpo di terra ,


li

Lo mio fermo defir vien daiTc ftelle»


Prima ch' i torni a voi , lucenti ftelle, ij
O tomi giù nei' amorofa feh'a
Lattando il corpo che fi a trita terra ;
,

Vedefs' io in lei pietà eh' in un Col giorno


:

Può ri dorar molt'anni , e'nnmzi l'alba i

Puommi arricchir dal tramontar del Sole .

Con lei fofs' io da che fi parte il Sole,* JO


E non ci vedefs' altri che le ftelle,
Sol una notte ; e mai non fotte 1' alba ;
E non
5
,

Endn
PARTE.
trasformafle in verde felva
fi
i?

Per ufcirmi di braccia , come il giorno


jj
Che Apollo la feguia quaggiù per terra .

Ma io farò fotterra in fecca felva;


E'I giorno andrà pien di minare {Ielle
,
Prima eh' a sì dolce alba arrivi il Sole.

CANZONE IV.

NElChedolce tempo primi


nafeer vide,edìmcor
deila etade ,

quafi in erba,
La fera voglia che per mio ma crebbe l
;
Perchè cantando , il duol fi difacerba
,
Canterò, com 1 io vitti in iibertade , 5
Mentre Amor nel mio albergo a fdfgnos'
Poi feguiròjficccme a lui ne'ncrebbe (ebbe:
Troppo altamente,e che di ciò m'avvenne:
Di eh' io fon fatto a molta gente efempio :

.Benché- *1 mio duro feempio 10 ;

Sia feri tto altrove sì, che mille penne


Ne fon già (lanche ; e quafi in ogni valle
Rimbombi '1 fuon de' miei gravi fcjfpiri }
Ch'acquilhn fede alla penofa vira:
E fe qiii la memoria non m > aita , 1
Come fuol fare; ifeufinlà martiri,
i

Edunpenfierche folo anKofcia dalie


Tal, eh' ad ogni altro fa voltar lefpalle:
E mi face obbliar me fletto a forza :

Che tié di me quel detro>ed io h fcorza.20


T dico, che dal di che 'I primo sfolto
Mi diede Amor, molt'anni er a n pattati
Sicch'io cangiava il gtovenile afperto:
E dintorno al mio cor pender gelati
Fatto avean quafi adamantino fmalto, 15
Ch'allentar non lattava il duro affetto :

lagrima ancor non mi bagnava il petto ,


, .5

afi P K I M A
Né rompe* ilfom\o:e quel eh me no eri, m
Mi pareva un miracolo in altrui.
LaiTo, che fon? che fui? S° .

La vita il fin , e'1 di loda la fera ^


• ,

Che fentendo il crudel di eh' io ragiono ,

Inrin* allor percod di Tuo ferale


Nsn effermi paffato oltra la gonna ,
Prete in fua (corca una poffente donna i 3
Ver cui poco giammai mi valle > ovale
Indegno, o forzai o dimandar nenia no .
Ei duo mi trasformare in quel eh' L* Urna }
Facendomi d' uom vìvo un lauro verde ;
Che per fredda ftagioa foglia non perde 40
Q,r-1 mi fec'io, quando primier
m'accorfi
Della trasfigurata mia perfona:
E i capei vidi far di quella fronde
Di che fperato avsagià lov corona,*
"E i piedi ,i ch'io mi fte«i,e màffi,ecorfi,4|
Com'ogni membro all' anima rifponde)
(
Diventar due radici fovr^ l'onde
NuidiPeneo > ma d'un più altero fiume J
E 'n duo rami mutarfi ambe le braccia
•'

Nè meno ancor m'agghiaccia 5Q


L' efler coverto poi di bi rnche piume
Allor che fulminato 1 e morto- giacque
Il miofperar , chetroppo aito monta*.!
Che perch'io non f.ìnea dove, nè quando
Mei ritrovai; folo lagrim:mdo, 35
Là Ve tolto mi fu , dì , e notre andava
Ricercando dal lato, e déntro all'acquei
E giammai poi la mia lingua non tacque 1
Me.tc.re poteo , del fuo cader maligno:
Ond' io pie fi col fuon color d' un cigno, fio
Così lungo l'amate rive andai:
Che volendo parlar cantava fempre
Mercè cb^mando con estrania, voce :
.
, , . ,

P A R T E.. ir
Nè mai in sì dolci , «'ti sì foavi tempre
Rifonar feppi gli amorofiguai, » 65
Che'l cors* umiliaffe afpro e feroce-
Qual fu a fentir ; «he 'I ricordar mi cocc ?
Ma molto più dj quel eh' è per innanzi»
Della dolce , ed acerba mia nemica
E' bifogno ch'io dica ; 7C
Benché fia tal, eh' ogni parlare avanzi
Quella che col mirargli animi fura»
M'aperfeil petto, e'i cor prefe con manos
Dicendo a me, Di ciò non far parola:
Poi la rividi in altro abito (ola 75
Tal,ch*i non la conobbi , ( o fenfo umane! )
Anzi le difli '1 ver picn di paura:
Ed ella nel l'-u fata fua figura
Toiìo tornando , fece mi , oimè la Ab
D'un quafi vivo > e sbigottito faflo . S©
Ella parlava sì turbata in vifta
Che tremar mi fea dentro a quella petra
Udendo, I non fon forfè chi cu credi :
. E dicea.meeo : Se cortei mi fpetra ,
Nulla vita mi fia nojofa, o trifta 8$ :

A farmi lagrimar, lìgnormio, riedi


Come , non fo , pur io molli indi i piedi »
Non altrui incolpando , che meflelTo,
Mezzo tutto quel dì tra vivo , e morto .
Ma perchè '1 tempo è corto» 90
La penna al buon voler non pud gir predo :
Onde più cofe nella mente fcritte
Vo trapalando : e fol d'alcune parlo,
Che maraviglia fenno a chi l'afeotra.
Mortemi s'era intorno al core avvolta, 95
Né tacendo potea di fua man trarlo»
O dar fcccorfo alle virtuti afflitte :
Le vive voci m'erano interditte :

Ciò' io gridai con carta j e con inchioftro


Non
t! P R- I M A
No fó mia 5 nò:s'Ìo moro,ìl darlo é voilro.iGO
Ben mi credea dinanzi agii occhi fuoì
D'indegno far cosi di mercè degno:
E quefh fpeme m'avea fatto ardito.
Mi talor' umiltà fpegne difdegno,' t

Talor l' enfiamola e ciò fepp'io dapoi ioy


:

Lunga ftagion di tenebre veftito :

Ch'a quei preghi il mio lume era fpanto •


Ed io non ritrovando intorno intorno
Ombra di lei, nè pur de* fuoi piedi orma,
Coiti' uom che tra via dorma» 11O _

Gittaimi fianco fopra 1' erba un giorno .


Ivi accufando il fuggitivo raggio
Alle lagrime trifte allargai *l freno,
E lafciaile cader come a lor parve :

Nè giammai neve fott'al Sol difparve, 115


Com' io fentì me tutto venir meno ,

E firmi una fontana appiè d' un faggio .

Gran tempo umido tenni quel viaggio .

Chi udì mai d'uom vero nafcer fonte ?


E parlo cofe manifeiìe , e conte no.

L'alma, eh' è foi da Dio fatta gentile


( Che già d'altrui non può venir tal
grazia)
Simile al fi*o fattor fiato ritene :
Però di perdonar mai non èfazia
A chi col core , e col fembiante umile ny
Dopo quantunque oftèfe a mercè vene :

E le contra fuo ili le ella loft.-ne


D'efier molto piegata in lui Ti i pece hi a ;
,

E fai perchè 'I peccar più fi pavente :


Che non ben fi ripente »JO
Dell'ini mal , chi de! l'altro s'apparecchia .

Poi che Madonna da pietà commofla


Degnò mirarmi , e riconobbe , e vide
Gir di pari la pena col peccato ;
Benigna mi ridmTe al primo fiato HS
. .,

Ma nulla è al
PARTE.
modo in ch'uom faggio G
* ig
fide:
Ch'ancor poi ripregando , i nervi e I* offa

Mi volle in dura felce ; e cosi fcofla


Voce rimafi dell'antiche fome ,
Jdft ;

Chiamando Morte,e lei fola per nome. 140


Spirto dogliofo errante , mi rimembra ,
Per fpelunche deferie , e pellegrine,
Pianfimolt' anni il mio sfrenato ardire : ..*U*
Ed ancor poi trovai di quel mal fine ,
E ritornai nelle terrene membra , t4j
Credo, per più dolor' ivi fentire .
I feguì tanto avanti il mio delire»

Ch'un dì cacciando sì , corre' io folea ,


Mi morii ; e quella fera bella , e cruda
in una fonte ignuda 159
Si flava , quando'l Sol più forte ardea
Io, perchè d' altra villa non m'appago,
Stetti»#rrrrPaiflP!*fiffil'ella ebbe vergogna
E per farne vendetta , o per celarle ,
L'acqua nel vifo con le man mi fparfe j 55 .

Vero dirò forfè , e parrà menzogna


: :

Ch'i feri ci traimi della propria immago


;
Ed in un cervo folitario , e vago
Difelva in fe! va ratto mi trasformo;
Ed ancor de' mei can fuggo lo fiorino i«o .

Canzon' , non fu' mai quel nuvol d' oro


i

Che poi difeefe in preziofa pioggia ,


Sicché '1 foco di Giove in parte fpenfe :
Ma fui ben fiarha ch'un bel guardo accenfe;
E fui l'uccel che più per l'aere poggia, 165
Alzando lei che ne' miei detti onoro :

Nèper nova figura il primo alloro


Seppi lattar : che pur la fua dolce ombra
Ogni men bel piacer del cor mi fgombra

S O.
_ , .

24> PRIMA
SONETTO XX.

fa, CE l'onorata fronde che preferire


.'.'il. ONon m*
L'ira del ciel, quando 'I gran Giove tfiiiai
avelie difdetta la corona
Chefuole ornar chi poetando fcrive;
/"+tt»V era amico a quefte voftre Dive,
Le qua' vilmente il fecolo abbandona:
TGftì Ma quella ingiuria già lunge mr'fprona
Dall' invejitrice delle prime olive :
'"'Che rum bolle la polver d'Etiopia
1

So:»'! più ardente So! , com io sfavalo


LJfWpyt Perdendo tanto amata cofa propia .
Cercate dunque fonte più tranquillo;;
Che"! mio d'ogni licor foftens inopia »
Salvo di quel che lagrimando follo ,

* SONETTO XXL
AMOR piangeva
Dal qual miei
» ed
parti
io
non
con
fur
lui tal volta
mai lontani:
;

Mirando, per gli effetti e urani


acerbi ,

L'anima voftra de* iuoi nodi fciolta .


Or eh* al dritto cammin l* ha Dio rivolta;
Col cor levando al cielo ambe le mani
Ringrazio luì , c!.' giuJi preghi umani
i

Benignamente , fua mercede 5 afeoita .


E fe tornando all'amorofa vita,
Per farvi al bel defio volgerle fpalle ,
Trovale per la via foffati, o poggi ;

Fu per moftrar , quant* è


fpinofo calle ,
E quanto alpeftra , e dura la falita
Onde al vero valor conte n eh' ujm poggi
.

PARTE* ti

SONETTO XXU.

PVNave me
di lieta non fi vede a terra
dall'onde combattuta, evinta»
Quando la gente ài pietà dipinta
Su per la riva a ringraziar s' atterra ;
Nè lieto più del carter fi di (Terra
Chi 'ntorno al collo elbe Ja corda avvinta»
Dime, vedendo quella fpadafeinta
Che fece al Signor mio sì lunga guerra *
1
E tutti voi eh Amor laudate in rima»
Al buon teftor degli amorofl detti
Rendete onor » ch'era fmarrito in prima.
Che più gloria è nel regno degli eletti
D'un fpirito converfo, e più s* eftiraa »
Che di novantanove altri perfetti

SONETTO KXUI.
fuccelTor dì Carlo; chela chioma
ILCon la corona del fuo antico adorna;
Pi efe ha già V arme per fiaccar le corna
A Babilonia ,e chi da lei fi noma :

l'I Vicario di CRISTO con la fonia


Del Schiavi , e del manto al nido torna?
Sicché) s'altro accidente noi diftorna,
Vedrà Bologna, e poi la nobilRoma.
La manfueta vofìra, e gentil' agna
Abbatte i fieri lupi s e così vada
Chiunque amor legittimo feompagna •
Confolate lei dunque, eh' ancor bada i
E Roma , che del fuo fpofo fi lagna ;
E per GESÙ' cingete ornai lafpada.

CAN-
, ,

PRIMA.
CANZONE V.

O Aspettata
Anima
in ciel
che di noftra umanitarie
,
,

VefUta vai , non , come l'altre , carca ;


beata» e ella

Perchè ti iìanmen dure ornai le ftrade ,


A Dio diletta, obbediente ancella , s
Onde al Tuo regno di quaggiù ù varca ;
Ecco novellamente alla^ tua barca ,
Ch' al cieco mondo ha già volte le fpalle
Per gir a miglior porto s
D' un vento occidental dolce conforto la ;

per mezzo quella ofeura valle


Lo q.ial
Ove piangiamo il noftro e 1' altrui torto , f

La condurrà de' lacci antichi fciolta


Per drittiffimo calle
Al verace Oriente , ov' ella è volta . i S
Fo fé i devoti , e gli amorofi preghi

E le lagrime fante de' mortali


*
Son giunte innanzi alla pietà fupema
E forfè non fur mai tante» né tali)
Che per merito lor punto fi pieghi sa
Fuor di fuo corfo la giuftizia eterna :

Ma quel benigno Re che *i cieì governa»


A facro loco ove fu pofto in croce ,
!

Gli occhi per grazia gira:


Onde nel petto al novo Carlo fpira a|
La vendetta eh' a noi tardata noce
1
Sì, eh' molt anni Europa nefofpira:
Cosi {occorre alla fua amata fpofa >
Tal che fol della voce
,

Fa tremar Babilonia, e ftar pentola %9 .

Chiunque alberga tra Garonna , e'1 monte ,

E 'ntra '1 Rodano,e' Reno, e l'onde lalil


1

Le 'nfegne Criftianiflirae accompagna:


. ,

-, .
P A. R T; E. x,
Ed a cui mai
vero pregio calfe,
dj
Dal Pireneo all' ukimo orizzonte,
35
ConAragon latterà votalfpagna:
Inghilterra, con Pifole che bagna
L' Oceano intra '1 Carro , e le Colonne
«
Jnfin la dove Iona
Dottrina del fanti/lìmo Elicona,
40
Varie di lingue , e d' arme , e delle
gonnej
Ali alta impre& cantati fprona
Deh qua 1' amor si licito , o si degno »
Qua' figli mai, quai donne
Furon materia a si giufto difdegno ?
45
Una parte del mondo è che fi giace
Mai fempre in ghiaccio, ed in gelate neri
Tutta lontana dal carromin del Sole :
Li fiotto i giorni nubilofi e brevi
, ,

Nemica naturalmente di pace 50


Nafce una gente , a cui 'I morir non dole .
Quefta fe più devota che non fole
»
Col Tedefco furor la fpada eigne ;
Turchi , Arabi , e Caldei,
Con tutti quei che fperan itegli dei yj
Di qua dal mar che fa l'onde ìanguigne ,
Quanto fian da prezzar, conofcer dei:
Popolo ignudo, paventoso, e lento i
Che ferro mai non ftrignei
Ma tutti colpi fuoi commette al vento fio .

Dunque ora è'1 tempo da ritrarre il collo


Dal giogo antico e da fquarciar il velo
Ch'è flato avvolto intorno agli occhi nolìri;
Eche'I nobile ingegno che dal cielo
Per grazia tien' dell'immortale Apollo, 65
E l'eloquenzia fua vertù qui moftri
Or con la lingua, or con laudati incbioftri :
Perchè d'_ Orfeo Jeggsndo, e d'Annone,
Se non ti maravigli ;
.

HAffai meri PRIMA


fia eh' Italia co' fuoifigli ?a
Si dcfti al iuon del tuo chiaro fermone
Tanto, che per GESÙ' la lancia pigli:
Che ,s* al ver mira quella antica madre»
In nulla fua tenzone
Fur mai cagion si belle , o si leggiadre 7J .

TuY c'
hai j per irricchir d' un bel tela uro,
Volte l'antiche , eie moderne carte»
Velando alciel con la terrena fonia ,
Sai dall'imperio del figliaci di
Marte
Al grande A ugufto ; che di verde lauro 80
Ti c volte trionfando ornò la chioma ;
Nell'altrui ingiurie del fuo fangue Roma
Spefle fiate quanto fu coitefe :
Ed or perchè non fia
C irtefenòj ma conoscente > e pia 85
A vendicar le difpietate effefe
Col igliuol gloriofo di Maria?
'

Che dunque la nemica parte fpeu


Nell'umne difefe
Se CRISTO fta dalla contraria fchiera? fio

Pon'msnteal temerario ardir di Serfe;


Glie f ce per calcar inoltri liti
Dì novi ponti oltraggio alla marina :

E vedrai nella morte de' mariti


Tutte veftite abrun le donne Pene» 9$
E tinto in rollo il mar di Salaniina ;
E non pur quella miferaruina
Del popolo infelice d'Oriente
Vittoria tea' promette ;
Mi
Maratona > e le mortali ftrette ico
Che difefe il Leon con poca gente ;
Ed altre mille > e' hai fcoltate ,e lette
Perchè inchinar a Dio molto convene
Le ginocchia) e la mente»
Che gli anni tuoi riferva a tanto bene ria .
.

Tu vedrà' Italia *
e l'onorata riva,
Canzon: C h'agli occhi miei
cela* contende
Non nw, non poggio , o fiume;
Maft o Amor che del faa

altero lume
Più m> invaghire dove
, più m'incende™ o
Ne natura può ftar control coftume
.
0 movi , non fmarrir l'altre compagne :
Che non pur fiuto bende
Alberga A,mor j per cui fi
ride , e piagne .

CANZONE VI.

VW E
V ,-Won
SI Pa
T
vcfti
J
j
fang«l gll i
donna unquanco,
IVe d or capelli in bionda
, ofeuri , 0 perfi

treccia attorie
Sì bella, come quefla che mi fpog ia
U arbìtri®,, edalcammin
di libertade s
[

Secami tirasi, ch'io non


foftegno
Alcun giogo men grave.
E fé pur s'arma talor'a dolerli
L anima, a cui rien manco
Config ho^ve 1! martir
.
l'adduce ìn forfè: l0
Rappella lei dalia sfrenata
voglia
Subito villa; che del cor
mi rade
a imp refa ' edogni fde
iS'fI ;;;T
ra r gn°
veder lei foave
,

dì m Per
Z°; a foflnr
FA aggio
Ed /T
r giaffin,ai
anco
inerii ,
*
i 5
Fio che nu fani '1 cor
colei che '1 morfe
Rubella di mercè , che
pur leWgli*,
Vendetta fia; fo! che
conerà umiltade
Orgo g h ;;) ed ira il bel patto
ond'io vegno,**
Non chiuda , e non inchiave
s 'l ^
Nel bei nero, e nel
tno ch'io le luci aperfi
bianco,
,

Chemifcacciar di là dov'
Amor cor<e,
. ,

26 p S. I M A
Novella d'efta vita che m'addoglia, 25
Furon radice , e quella in cui 1 etade
Noftra li mira , la qual piombo , o legno
Vedendo è chi non pavé.
Lagrima adunque che dagli occhi vem
Per quelle che nel manco 30 '

Lato mi bagna chi primier s' accorte


Quadretta , dal voler mio non mi tvoglia:
Che *n giufta parte «iafentenziacadc :

Per lei fofpira l'alma, ed ella è degno


Che le fue piaghe lave- 35

Da me fon fatti i miei penfier diverti


:

Tal già, qua l'io mi fianco,


L'amata ipada in sé fletta contorte .
Uè quella prego , che però mi icioglia :
Che me fó dritte al ciel tutt'akre ftrade;4®
E non s* afpìra al gloriofo regno
Certo in più falda nave
Benigne delle , che compagne ferii
Al fortunato fianco,
Quando'! bel parto giù nel mondo icorle.45
Ch'è ftella in terra,e come in lauro foglia.,
Conferva verde il pregio d' oucftade >
Ove non fpira folgore, né indegno
Vento mai che l' aggraye
, .
_
ver fi 50
So io ben » eh* a voler chiuder in
Suo' laudi, fora fianco
Chi più degna la mano a feri ver porle
1
.

Oual cella è di memoria in cui s aceogna


,

Quanta vede vertù , quanta beltade ,


£hi gli occhi mira d'ogni valor legno SS ,

TDolcedelmio cor chiave?


Quanto '1 Sol gira , Amor più caro pegno >
Donna > di voi non ave .

CAM-
,. .

PARTE. 27

CANZONE VII.

GIoyane s
donna fott un verde lauro
Vidi ,piu bianca, e più- fredda che neve
Non percoli a dal So! molti , e raolt'anni :
1
E'ifuo parlar , e'Ibelvifo, e le chiome
Mi piacque si,ch'i l'ho dinanzi a gli occhi
5
Ed avròfepre ov'io fia, in poggio,o'nriva.
Ailor farannoi miei penfieri a riva
»
Che foglia verde non fi trovi in lauro :
Quand'avrò queto il cor',afciuEti gii occhi,
vedrem ghiacciar il foco,arder la neve io .

Non, ho tanti capelli in quelle chiome


Quanti vorrei quel giorno attender anni
Ma perchè vola il tempo , e fuggon gli anni
Sì , ch'alia morte in un punto s'arriva
O con le brune,o con le biancbe-chiome;i 5
5
Seguirò ombra di quei ànice lauro
1

Perlo più ardente Sole, e per laneve,


Fin che 1' ultimo di chiuda queft' occhi
Non fur giammai veduti si begli occhi
0 nella noftraetade, o ne'prim' anni ; io
Che mi ftnjggon cosi , ccme'l Sol neve :
Ondo procede lagrimofa riva;
Ch'Amor conduce appiè del duro lauro
C'ha i rami di diamante, e d'or le chiome .
l' temo di cangiar pria volto
, echiome, 25
Che con vera pietà mi moftri gli occhi
L 1 idolo mio fcol nito in vivo lauro :
Che,s'a3 contar non erro, oggi ha fett* attui
Che fofpirando vo dì riva i 1 riva
La notte,e'l giorno,al caldo,ed alla oeve.30
Dentro pur foco , e for candida neve
So! con quelli penfier , con altre chiome
Sempre piangendo andrò per ogni riva
B a Per
. j


Per
PRIMA
far forfè pietà venir negli occhi
Dirai che nafcerà dopo mill'anni ; 35
Se-tanto viver può ben culto lauro.
L*attro, eitopazj al Sol fopra la neve
Vincon le bionde chiome, prefio a gli occhi
Che menar» gli anni miei si torto a riva
SONETTO XXIV.

QUest' anima gentil che fi diparte _

Anzi tempo chiamata all' altra vita


Se laflufo è , quantMTer de', gradita i
Terrà del ciel la più beata parte.
S'ella riraan fra'l terzo lume , e Marte»
Fia la villa del Soie {"colorita »
Poich' a mirar fua bellezza infinita
L'anime degne intorno a lei fienfparte.
Se fi pofaffe fotto'l quarto nidoj
Ciafcuna delle tre farla men bella,
"Ed effa fela avria la fama, e'igrid».
Nel quinto giro non abitrebb' ella :

Ma fé vola più alto, affai mi fido,


Che con Giove fia vinta ogni altra ftella •
. ,

PARTE. a»

SONETTO XXV.
QUanto più m'avvicino al giorno diremo
1(
Che P umana miferia fuol far breve ,
Più veggio '1 tempo andar veloce e leve,,

E '1 mio di lui fperar fallace , e icemo •


(
I miei penfier, Non molto andremo
dico a'
D'amor parlando ornai:
che'i duro, e greve
Terreno incarco s come frefca neve
Si va ^ruggendo onde noi pace avremo :
:

Perchè co» lui cadrà quella fperanza


Che ne fé vaneggiar si lungamente;
E '1 rifo , e '1 pianto j e la paura , e l' ira «
ilvedrem chiaro poi, come fovente
Per le cofe dubbiofe altri s'avanza ;
E com3 fpeffb indarno fi fofpira

SONETTO XXVI,

f!y a'- fiammeggiava l'amorofa ftel!a


\J Per l'Oriente, ef' altra che Giunone
Suol fjrgelofa , nel Settentrione
Rotava i raggi fuoi lucente, e bella;
Levataera a filar la vecchi 3 re!la
Djfcinta, e (calza , e delta avea 'i carbone :
Egli amanti pungea quella ftagione
(Che per ufanza a lagrim.tr gli appella
;
IJuando mia fpeme già condotta al verde
piunfe nelcor , non per I' ufata via j
Che '1 iimno tenea chiufa, e'1 dolor molle
;
^.uto cangiata, oimè, da quel di pria-'
Epareadir., Perchè tuo valor perde?
Veder quelli occhi ancor non ti li tolle .

S 3 SO-
.

;u PRIMA
SONETTO XXVII.
j

APollo; ancor vive il bel defio


s'
Che t'infiammava alle Teftaliche onde ;

Efenon hai i' amate chiome bionde


Volgendo gli anni già pofte in obblioj
Dal pigro gielo, edaltempoafpro , e rio » I

Che dura quanto'l tuo vjfo s* afconde*


Difendi or 1* onorata > e facra fronde
Ove tu prima , e poi fu* invefeat' io :
E oer vertu dell' amorofa fpeme
Che ti {ottenne nella vita acerba ,

Di quefte imprefiion l'aere difgombra.


SI vedrem poi per maraviglia infieme
Seder la Donna noftra fopra l'erba»
E far delle fue braccia a sè ftefs' ombra »

SONETTO XXV III.


SOlo ,
epenfofo i-oià deferti campi
Vo milurando a pirli tardi , e lenti i
E gli occhi porto per fuggir intenti
Dove veftìgio umao la rena ftampi.
Altro fchermo non trovo che mi fcampi
Dal manifefto accorger delle genti
Perchè negli atti d' allegrezza fpenti
Di fuor fi legge com'io dentro avvampi :
Si, ch'io mi credo ornai, che monti, e piagge,
E fiumi , e ielve fappian dit che tempre
Sia la mia vita i eh' è celata altrui
Ma pur sì afpre vie , nè sì fetvagge
Cercar non ch'Amor n<Jn venga fempre
fo,
Ragionando con meco , ed io con ini -

S O-
,

PARTE, 3*

SONETTO XXIX.
Io credetti per morte efiere {"carco
S'
Del pender' amorofo che m' atterra ;
Con le mie mani avrei già porto in eerra
Quelle membra uojofe , e quello in carco :
Ma perca' io temo , che farebbe un varco
DÌ pianto in pianto,e d'una in altra guerra;
Di qua dal paflb ancor che mi fi Terra ,

Mezzo rimango iaflo e mezzo il varco


, .

Tempo ben fora ornai d'avere fpìnto


L' ultimo rtral la difpietata corda
Neil"' altrui fangue già bagnato , e tinto :

io ne prego Amore > e cubila forda


Che mi lafsò de'fuoi color dipinto ;
E di chiamarmi a sè non le ricorda *
CANZONE Vili.

è debile il filo a cui s'attene


SI
La gravofa mia vira t
Che, s'altri non l'aita,
Ella fin torto di fuo corfo a riva :

l'ero che dopo l'empia dipartita S


Che dal dolce mio bene
Feci, fol'imj Tpenp
E* fiato infi li* a qui cagion eh* io viva »
Dicendo > Perché priva
Sia dell'amata vifta, lo
Mantienti, anima trilla :
Che fai , s' a miglior tempo anco ritorni
Ed a più lièti giorni?
Ole '1 perduto ben mai fi racquifta ?
Qiieftà fperanza mi foftenne un tempo : ty
Or vien mancando ; e troppo in lei m'attepo.
B 4 II
ìl
3*
tempo
PRIMA
pafla, e l'ore fon sì pronte
Afornir il viaggio ,
Ch'affai fpazio non aggio
Pur' a penfar , com'io corro alia morte. 20
Appena fpanta in Oriente un raggio
Di Sol; eh' all'altro monte
Dell' avverfo orizzonte
Giunto'] vedrai per vie lunghe, e eMorrev
Le vite fon sì corte, a<
SI gravi i corpi , e frali
Degli uomini mortali,*
Che quand'iomi ritrovo dal bel vifo
Cotanto efTer divifo,
Col delio non pofTendo mover 1' ali 3©
Poco m'avanza dei conforto u-Gito:
Nè fo quant' io mi viva in que-fto flato -
Ogni loco m'attrifìa ov'io non veggio
Quc' begli ocelli foavi
Che portaron le chiavi 35
De^ni ei dolci péfier mentr'a Dio piacque:
E
perchè 5 1 duro e (ìlio più m' aggfavi ;
S' 10 dormo , 0 vado , o feggio ;
Altro giammai non chieggio;
E ciò ch'i vidi dopo lor, mi fpiacque . 40
Quante montagne, ed acque,
Quando mar , quanti mimi
M' afeondon que'duo lumi
Che quali un bel fereno a mezzo 'I die
Fer le tenebre mie j 45
Acciò che '1 rimembrar più mi confumi j
E quant' era mìa vita aliof giojofa ,

M' infegm la prefente afpra , e nojofa «

Laffb, fe ragionando fi rinfrefea


Quell'ardente delio
Che nacque il giorno eh' io
Laflai di me la miglior parte addietro ;
» ,

Es* Amor
PARTE.
fe ne va per lungo obblio ;
n
Chi mi conclude all'efca
Onde'J mio dolor crefca? S5
E perchè pria tacendo non m'impetro?
Certo criftalio , o vetro
Non rmftrò mai di fore
Nafcofto altro colore ;
Che l' alma fconfolata affai non moftri ? 60
Più chiari i penGer nofìri
1
Eia fera dolcezza eh è nel core;
Perii occhi, chedi Tempre piangervaghi
Cercai! dì) e notte pur chi gìien* appaghi .
jjovo piacer; che negli umani ingegni 6%
Spefle volte fi trova;
D' amar , tjual cofa nova
Pi 5 folta fchieradi fofpi ri accoglia!
Ed io fon* un di quei che '1 pianger giova :
E par ben , eh' io m'ingegni 70
Che di lagrime pregni
Eicn gli ocelli mie i, Accorri e*l cor" dì doglìat
E perchè a ciò m'invoglia
Ragionar de'begli occhi;
( Nè cofa è che mi tocchi » 75
O fentir mi fi fèccia cosi addentro )
Corro fpeflb , e rientro
Colà donde più largo il dtiol trabocchi j
Efien col cor punite ambe le luci >
Ch'alia ftrada d' Amor mi furo n duci to •

Le treccie d'or, che devriea far il Sole


D'invìdia molta ir pieno -,

E 1 bel guardo fereno ;


!

O'-'ei raggi d'Amor si caldi fono s


Che mi fanno anzi tempo venir meno ; fy
E V accorte parole
Rade rei mondo, o fole
Che jiìì fer già di sè cortele dono,
B 5 Mi
v

34. PRIMA
Mj fon tolte e perdono :

Più lieve ogni altra offela, 30


Che evfermi contefa
1'

Quella benigna angelica falute


Che '1 mio
cor* a vi r tute
Dettar folea con una voglia accefa :
Tal, ch'io non penfo udir cofa giammai 9$
Che mi conforte ad altro ch'H guai * mr
E per pianger ancor con più diletto;
Le man bianche forcili *
E le braccia gentili »
Egli atei fuoi foavemente alter.' , 103
E i dolci fitegrù alteramente umili

E 'J bel giovenil petto
Torre d'alto intelletto,
Mi ceian quefti luoghi alpeflri > e feri t 1
E non fo s' io, mi fperi iOj
Vederla anzi ch'io mora:.
Però eh' ad ora ad ora
S'erge fa fpeme , e poi non fa ftar ferma
;
Ma ricadendo afferma
Di mai non veder lei ch.e'1 ciel 'onora; 1 io
Ove alberga Omeftate,. eCortelìa ,
E do 1 io prego che *i mio albergatila
-

Canzon,. s' al dolce loca


La Donna, noftra vedi ;
Credo, ben , ebe tu credi n-j
Ch'ella ti porgerà la, bella mano ;
Qnd' io fon si l'ontano,.
Non h toccar « ma reverente a" piedi
Le di eh' io. farò là tofl'ocn'io poffa *
,.

€t fpirto. ign ndo^f uo di carnea d'offa. eio>

SO."
}. ,

PARTE. 3$

SONETTO XXX.

ORNè marenon
so , e'
>
furori mai fiumi,
ov' ogni rivo fi
né" flagrai
difgombra :

Nè di muro» o di poggioj o di raffio ombra ;


Nò riebbi a -,che'i cielcopra,e'I mondo bagni;
Nè altro impedimento, orari' io mi lagni;
Qualunque piiì 1* umana vifta ingombra
Qua ro d'un vel,chedue begli occhi adobrai
E par che dica , Or ti confuma j e piagni «
Equ-l lor* inchinar ch'ogni mia gioja
«

Spegne* o per umiliate, o pef orgoglio ;


Cagion faràche'nnanzi tempoi'mojai
Ed* ima bianca mano anco mi doglio ;
Ch* è (lata femore accorta a farmi noja ,
E coìitra gli occhi miei s'è fatta feoglis
SONETTO XXXS.
ÌO temo sì de' begli occhi I' affaito »
Ne'quali A more, e la mia morte alberga/
Ch 1 i'fuggo ior * come fanciul la l'erga ;
E gran temvio è ch'io prefi'l primier ulto ,
Da ora innanzi faticofo j od aito
Loco non ria dure 'i votar non s' erga J
Per non feonrrar chi i miei fenfi difperga y
Laffando , come fuoi » me freddofmalto -

Dunque s' a veder voi tardo mi volli >


Per non ravvicinarmi a chi mi ftruggej
Fallir forfè non fu di fenfà indegno.
Jià dico: Che'l tornare» quei ch'uom fugge?
E'icor che di paura tanta fciolfi t
Fur dellafède mianòn leggier pegno - 5

B 0 SO-
.

3$ PRIMA
SONETTO XXXII.

Amore, o Morte noti dà


qualche firopplo
SJ Alia tela novella eh' ora» ord ileo ;
E s'io mi fvolvo dal tenace vifeo »

Mentre che l'tin con l'altro vero accoppio}


1' farò un mio lavor sì doppio
forl'e
Tra loftil de' moderni , e'I fermon prifco>
Che ( pavé ntofa mente adirlo ardileo)
Tnfin' a Roma n'udirai lo icoppio
Ma però che mi manca a forair l'opra I
Alquanto delle fila benedette
Ch'avanzaro a quel mio diletto Padre ;
Perché tien' verfo ms le man sì {bette
Contra tua ufanza ? i' prego che tu P oprai
JEi vedrai riufeir colè leggiadre..

SONETTO XXXIII.

QUando dal' proprio fico fi rimove


L'arbor ch'amò già Febo i corpo umanoS
Sofpira . e fuda all' opera Vulcano ,
Per rinfrefear l'ai? re flette a Giove:
Il qual' or tona r or nevica, ed or piove
Senza onorar più Ce fa re T che Giano :
La terra piagne , e'I Sol ci ila lontano »
Che la (uà cara amica vede altrove.
Al'or riprende ardir Saturno» e Marte
Crudeli flelle, ed Orione «rmaco
Spezza a* trilli nocchi er governi , e farce I
Eolo a Netcunno 5 ed a Giunon turbato
Fa fentir , ed a noi , come Ci parte
SI bel viio dagli Angeli afpcttato »
,

PARTE. ??

SONETTO XXXIV.
MA poi che 'I dolce rito umile » e piano
Più non afcotide fue bellezze nove;
Le braccia alla fucina indarno move
L'antiqui (Timo fabbro Siciliano;
Ch' a Giove tolte fon 1' arme di mano
Temprate in Mongibello a tutte prove;
E fua forelta par , che fi rinnove
Nel bel guardo d* A pollo a mano a mano >
Del lito occidental 6 mi ve un fiato ,
Che fi fecuro il navigar fenz'attej
E. detta i &or tra 1' erba in eiafcun prato ;

Stelle noiofe fuggon d'ogni parte


Difpene dal bel vifo innamorato.
Per cui lagrime molte fon già {parte

SONETTO XXXV.
L figliuol di Latona avea già nove

Per quella ch'alcun tempo mofle in vano


I fuoi fofpiri , ed or gli altrui commove :

Poi, che cercando fianco non feppe , ove


S' albergale , da preffo > o di lontani ;
Motìrofli a noi qual'uom per doglia infano.
Che molto amata cofa nnn ritrove:
E così trillo ftandofi in difpnrte
Tornar non vide il vifo che laudato
Sarà, s'io vivo in più di mille carte:
E pietà lui rnedefmo avea cangiato
Si , eh' e begli occhi lagrimavau parte :
Però 1' aere ritenne il primo flato.

SO-
, .

3S PRIMA
SONETTO XXXVI.
QUel ch'in Tenaglia ebbene ma' si pronte
Afarla del civil fangue vermiglia j

Pianfe morto il marito di fua figlia


Raffigurato alle fattezze contea
E*l paftor eh* a Golia ruppe^ia fronte»
Pianfe la ribellante fua famigliai
E fopra '1 bum Saul cangiò le cglia
Ond' affai può dolerli il fiero monte
Ma voi , che imi pietà non difcolora
E eh* .ivece gii fchermi femore accorti
Co .tra F arco d' Amor , che 'ndarno eira;
Mi vedete (rraziare a mille morti:
Né lagrima però difeefe ancora
Da'bei voltr'occhi ; ma difdegno , ed ira*

SONETTO XXXVI I.

awerfirio; In cui veder fole te


ILGimiocechi
i vofiri ,ch*A more, e'I ciel'onoraj
Coti le non fu e bellezze v* innamora ,
Più che'n guifa mortai r foavi , e liete.
Per con figlia» di lui , Donna r m'avete
Scacciato del mio dolce albergo fora;
Mileroefilio! avvegnach'io non for*
D'abitar degna ove voifola {ìe r e.
Ma s'io vi era con fakfì chiovi filFo f
Non devea Tpecchij farri per mio danna 7
A voi ftefFa piacendo , sfora e fuperba i
Certo fe vi rimembra di Narciffò ;
Quefto,e quel corfo ad un termino Vanno i
Benché di ti bei fior £a indegna l'erba*

SO-
, . .

PARTE. 39

SONETTO XXXVIII.
(chi.,

L^Once le perìéie i fior vermiglie i bian-

che'! Verno devria far laguidije lecchi;


i>on per me acerbi > e velenofi (recchi ,

Ch*io provo per lo petto , e per li fianchi :

Però i di miei fìen lagrimofi e manchi:


Che graduol rade volte avviéche*nvecchi-
Ma più ne'ncolpo i micidiali ipecchi
Che*n vaneggiar voi freflk avete fianchi
Quefli pofer fiìenzio ai (ìgnormio> .

Che per me vi pregava , ond*ei Ci fcwque »


Vesgeado in voi finir voflro aedo:
Quefti fur fabbricati fopra 1" acque
D'abifToj e tinti nell* eterno obblio;
Onde '1 principio di mia morte nacque

SONETTO XXXIX.
fentìa cTentr* al cor già venir meno
IOGli fpirti che da voi ricevon. vita
> t

E perchè naturalmente s' aita


Conerà la morte ogni animai terreno ;
Largaci! deflo , ch'i'teng'or rrroltoa freno;
E mifìt per la via quali fmarrita;
Però che di > e notte indi m* invita }
T
Ed io> eontr» fua voglia altronde f meno •

E* mi contfufTe vergogrtofò T e tardo


A rivedere gli occhi leggiadri; ond'ioj
Per notr effer forgrave* affa» mi guardo,
Yivrommì un tempo ornai : ch'ai viver mio
Tanta vìrtute ha fol' un v offro fg nardo :

Xdqì morrò, s* ia noi* credo al defio

SO-
,

40 PRIMA
SONETTO XL.

SENèmainume
foco
fu
per foco non fi fpenfe»
giammai fccco per pioggia *
Ma fempre 1' un per 1* altro fimil poggia ;
E fpeflo Tun contrario l' alerò -accenfe ;
Amor, tu ch'i peniìer noftri difpenfe,
Al qual' un' alma in duo corpi s'appoggia a
Perchè fa' in lei condifufata foggia .

Menper molto voler le voglie intente ?


Forfè, ficcome '1 Nil d' alto caggendo
Col gran fuooo i vicin d' intorno afforda »
E'1 Sol' abbaglia chi ben fifo -il guarda ;
Così 'J defio > che feco non s' accorda ,
Nello sfrenato oboi etto vieti perdendo;
E per troppo fpronar la fuga è tarda.
SONETTO XLL
PErch' io t'abbia guardato di menzogna
A mio podere, ed onorato affili

Ingrata linguagià però non m' bai


;

RendiKooaor , ma fatto ira, t vergogna ;


Che quando più '1 tuo ajuto mi bifogna
Per dimandar mercede , alfor ti ftai
Sempre più fredda ; e fé parole fai»
Sono imperfette , e qua fi d'uon>che fogna >

Lagrime e voi tutte le notti


tri ile ,

M' accora lagnate ov'io vorrei SarfoloJ


-,

Poi fuggite dinanzi alla mia pace -

E voi sì pronti a darmi an^ofeia , e duolo j


Sofpiri , allor traete lenti, e rotti.
Sola ia vifia mia del cor noa tacer

CAM-
, .

PARTE. 4i

CANZONE IX.

NElla ftagioncae'Iciel rapido inchina


Verfo Occidente} e che'I dì noftro vola
A gente che di là forfè 1' afpetta ;
Veg^endoii in lolita» paefe fola
La (lanca vecchierella pellegrina S
Raddoppia i pafii ) e più e più s'affretta:
E poi cosi Metta
Al fin di fua giornata
Talora è confolata
D'alcun breve ripofo ; ov'ellaobblia IS
La .noja , e '1 mai della pattata via .
Ma latto , ogni dolor che '1 dì rn' adduce s
Csefce , qualor s' invia
Per parurfi da nei l'eterna luce „
Come 'I Sol volge le'nBammate rote, 15
Per dar luogo alia notte; ondedifcende
Dagli altiffimi monti maggior 1' ombra;
L'avaro zàppador 1* arme riprende ;
E con parale, e con alpeftri note
Ogni gravezza del fuo petto fgombra 10 ;

E poi ia menfa ingombra


Di povere vivande ,
Simili a quelle ghiande
Le qua' fuggendo tutto 'I mondo onora
Ma chi vuol , fi rallegri ad ora adora : sy
Cb' i' pur non ebbi ancor non dirò lieta }
Ma ripofata un'ora,
Nè per volger di ciel > nèdi pianeta.
Quando vede'I paftor calare i raggi
Del gran pianeta al nido ov'egii albergai 30
E'mbrunir le contrade d* Oriente]
-

Drizza" in piedi , e con 1' ufata verga


Lattando i' erba 3 e le fontane , e i faggi j
4% PRIMA
Move la fchiera fu a foavemcnte ?
Poi Joncau dalla gente 3S
O cafetta . o fpeiunca
Di verdi frondi ingiunca :

Ivi feaza penfter s'adagia» e dorme.


Ahi crudo Amor,iua tu allo piò 'informe m
A feguir d'una fera, che mi ftrugge , 40
La voce > e i paflì , e i* orme ;
E 1
lei non ftringi , che s appiattai fugge.
E i naviganti in qualche chiufa valle

Gettan le membra , poi che'l Sol s'afeonde,


Sul duro legno ,e fotto l' afpre gonne . 45
Maio; perché s'attuffi in mezzo l'onde ,

E latti ffpagna dietro alle fue fpalle,


E Granata , e Marrocco» e le Colonne;
E gli uomini » e le donne ,
E'1 mondo, e gli animali jo
Acquetino i lor mali ;
Fine non pongo al mlooftinato affanno :
E duoimi, ch'ogni giorno arroge a! danno :

Ch'i' fon già pur crefeendo in quella voglia


Bei predo al decim' anno; _ 55 _

Nè pofs' indovinar chi me ne feioglia .


E, perchè un poco nel parlar mi _sf>go ;
Veggio la fera i buoi tornare fciolti -

Dalie campagne) e da' folcati colli.


miei fofpiriame perchè non tolti
I 60
Quando che fia ? perchè nò 'I grave giogo ?
Perchè di, e notte gli occhi miei fon molli?
Mifero me, che volli
Quando prirnier si fifo
Gli tenni nel bel vifo» 65
Per immaginando in parte
ifcotpirlo
Onde mai nè per forza nè per arte ,

Morto farà; fin cV i* Ga date in preda


A chi tutto diparte ? .
PARTE. 4j
fo ben* anco, che di lei mi creda.
Canzon fe I' efl'er meco
;

Dal mattino alla fera


T'ha fatto di mia fchiera;
Tu non .vorrai moflrartiin ciafcuri loco :
E d* altrui loda curerai sì poco, 75
Ch'affai tì fis penfar di poggio in poggio ,
Come m' ha concio 'I foco
Di quefta viva petra ov'io m* appoggio .

SONETTO XLII.
appreffarfi agli occhi mìei
POco era adche da lungegliabbarbaglia:
-La luce
Che come vide lei cangiar Teflàgfia>
Cosi cangiato ogni mia forma avrei :
E s' io non pollo trasformarmi in lei
Più ch'i'mi fi a , non ch'a mercè mi vaglia ;

Di<3ual pietra più rigida s' intaglia,


"Penfofo nella villa oggi farei;
O di diamante , o d'un bel marmo bianco
Per la paura forfè , o d'un diafpro
Pregiato poi dal volgo_ avaro >e fcioceo :

E farei fuor del grave giogo , edafpro ;


Per cu* i' ho invidia di quel vecchio frinco

Che fa con le fue fpalie ombra a Marrocco.

CAN-
. . 5.

44 PRIMA
CANZNNE X.
NOhQuando amante ventura
al fuo Diana piacque
per tal
pili
tutta igni da
j

La vide in mezzo 1
delle gelid acqui V
Cfi a ms la paftorelia alpeftra, e cruda
Pofta a bagnar un leggiadretta velo,
5
Ch' a Làura il vago, e biondo capei chiuda
;
Tacche mi fece or quand'egli arde il cieloj
Tutto cremar d' un* amorofo gielo.

CANZONE XI.
CPfRTo gentil, che quelle membra reggi

rP r
qm ' P ere S rJna nd ° alberga
e tr ° aIle
Un fignor valorofo , accorto, e faggio ;
Poi che fé' giunto all'onorata verga,
Con la qual Romane fuoi erranti correggi);
fc la richiami al fuo antico viaggio;
Io parlo a te, però eh' altrove un raggio
Non veggio di vertù,ch'al mondo è fpenta;
Nè trovo chi di mal far fi vergogni
Che s' afperri non fo , ne che s' agogni 10
Italia 1 che fuoi guai non par che Tenta';
Vecchia , oziofa e lenta
Dormirà fempre, e non fiachi la fvegli?
Le man I" avefs' io avvolte entro e capelli
Non fpero che giammai dal pigro fonno 1
Mova la teda per chiamar eh' uom faccia ;
Sì gravemente è oppreflà e di tal fom a .

Ma non fenza dettino alle tue braccia ,


Che fcuoter forte, efollevarla ponno;
E" or comnv.-flb il n offro capo Roma . 20
Pon man* in quella vencrabii chioma
Sccaramente» e nelle treccie fparte
Si,
,.

c e
PARTE. 4y
t A "eg^^ofa efca del fango.
3
I ; che di enotee del fuo ftrazio piango;
Di mia iperaza ho in te la maggior parte:**
Che fe'ì popol di Marte
DevefTeal proprio onor'alzar mai gli occhi;
Panni pur eh' a' tuoi di la grazia tocchi .
L antiche mura eh* ancor teme ed ama
E trema '1 mondo quando fi rimembra 30 ,

*? e ]e ™P° andato, e'ndietro fi rivoive ;


£
E fafli 1dove fur chiufe te membra
Di che non faranno fenza fama
tai
Se 1 univerfo cria non fi difToIve;
E tutto quel eh' una mina invoive, 35
Per te fpera faldar ogni fuo vizio
O grandi Scipio ni , 0 fedel Bruto,
Quanto v' aggrada , fe gli è ancor venuto
Romor laggiù dei ben locato offizio!
Come ere', che Fabbrizio 49
Si faccia lieto,udendo la novella!
E' dice, Roma
mia farà ancor bella.
E ie cofa di qua nel eie! fi cura;
L'anime che lafsù fjn cittadine»
Ed hanno corpi abbandonati in terra
i
J 45
Dei lungo odio ciril ti pregan fine»
Per cui la gente ben non s' a Scura;
Onde 'icammin'a'ior tetti fi ferra
;
Che fur già si devoti, ed ora in
guerra
?_uafi Ipdunca di ladron fon fatti , ?o
al eh* a' buon foiamente ufeio fi chiude
» :
E tra gli altari , e tra le ftatue ignude
Ogn'imprefa crude! par che fi tratti,
Deh quanto divertì atti!
Né fenza fquille s* incomincia affa Ito , 55
Che per Dio ringraziar fur porte in alto ,
Le donne lagnmofe, e'I vulgo inerme
Della tenera etate j e i vecchi fianchi;
C'hatti
. ,

4S PRIMA
C'hanno sèiii odio , e lafoverchìavìeaj
E i neri fraticelli , e i bigi , e i bianchi 60
Con F altre fchiere travagliate , e 'inferme
Gridan%Ofignor noftro aita , aita. ,

E la pevera gente sbigottita


Ti fcopre le lue piaghe a mille a mille;
Ch'Annibale > noi; eh' altri farian pio ey , :

E fe be u guardi alia magion di Dio


Ch'arie oggi tutta aliai poche faville
;
j
Spegnendo) tìen tranquille
Le v.j«:;eche funollraii sì sfiammate:
Onde fieri 1' opre tue nel ciel laudata 70 .

Orlìj hip!) leoni, aquile, eferpi


Adu; ?ran marmorea Colonna
:

Fa<in 10)3 fovente , ed a sé datino :

Di e- 'ror piagne quella gentil donna_


Che t'ha cbian>ato>acciò che dì lei fterpi 7 y
Le mule piante , che fiorir non fanno .
Pattato è già più che '1 millenni' anno
Che 'ti lei mauc.r queir anime leggiadre
Che locata l'avean iadov' eli' era.
Ahi nova gente oltra mi fura altera, 70
Irreverente a tanta» ed arai madre
Tu munto , tu padre ;
Ogni foccorfodi tua rnans' attende:
Che'l maggior padre ad altr'opera intende.
Rade volte adivien, eh' all'alte imprefe Ss
Fortuna ingiuriosa non contraili ;

Ch'a gH animofi fatti mai s'accorda


paflb onde tu i ritratti j
Ora fgombrando 'I
Fatnmlfi perdonar molt' altre offefe :
Ch' almen qui da sè ftèfia fi difeorda : 90
'1 mondo fi ricorda,
Però che quanto
Ad uom mortai non fu aperta la via
eterno
Per ferii » come a te , di fama
:

i' non falfo difcerno


Che puoi drizzar , s'
,.

P A R T E. «7
In flato la più n obi 1 monarchia. 95
Spanta gloria ti fia
'ir j Gli altri ì' aitar giovane , e forte
;
Quelli in vecchiezza là fcampò da morte !
'1 monte Tarpeo,
Jopra Canzon , vedrai
Un cava lier , eh' E tali a tutta onora ; 100
.
Peiuofo più ti' altrui , che di sè freflb
Digli Un che non ti vide ancor da preflb
:
,
Se non come per fama uom s'innamora;
Dice, che Roma ogni ora
Con gli occhi dolor bagnati , era: Ili 105
Ti chier mercè da tutti fette i colli

.
-
CANZONE XII.

PE^CH'al vifo d'Amor portava infegoa»


MorTe una pellegrina il mio cor vano;
Ch]egni altra mi parca d* onor men degna :
E lei feguendo fu per P erbe verdi
Udì dir alta voce di lontano ; j
Ahi quanti paflì per la felva perdi!
Allor mi Ari n fi all'ombra d'un bel faggio
Tutto penfofo ì e rimirando intorno
Vidi aflaì perigliofo il mio viaggio :
E torna'indietro quafi a mezzo il giorno- iQ

CAN*
, .

4t PRIMA
CANZONE XIII.
rf^\UeL foco ch'io penfai clip foffe fpent»
v£,Dal freddo tempo,e dall' età me fretca;
Fiamma i enwrtir nell' anima rinfrefca
Non fur mai tutte fpente, a quel ch'i'vcggio ;
Ma ricoperte alquanto le faville : J
E temo nò '1 fecondo error fia peggio
,
.

Per lagrime cb' io fpargo a mille a mille»


Conveti che'l duol per gli occhi fi diftille
Dal cor, c'fia feco le faville, e I* efca ,
j

Nó pur qual fu, ma pare a me che crefca.io j

Qual foco non avrian già fpento e morto ,

L' onde che gli occhi trifti verfan fempre ? |

Amor( avvegna mi ila tardi accorto) ,1


Vuol che tra duo contrari mi di [tempre :

E tende 'acci in s) diverfe tempre, ij |

Che quand'ho più fperaza che'l cor n'efeaj


Allor più nel be' vifomi rinvefea,

SONETTO XLIIL
cieco defir che cor distrugge
SEContando
col.
l'ore non m* ingann'
'1

iofteffo;
^
Ora mentre eh' io parlo, i! tempo fugge
Ch'a me fu infu me: ed a mercè promeffo.
Qual' ombra è sìcrudel , che'l feme adugge
Ch'ai defiato frutto ca sì prefio^ j
E dentro dal mio ovil tnal fera rusge?
Tralafpiga, e la man oual muro è mefio?
Inailo , noi fo : ma sì cunoico io bene i
Che per far più dogìiofa la mia vita
Amor m' addufie in sì giojofa IVeue :
Ed or di quel eh' io ho letto , mi foyvene:
Che'nnaazi al dì dell' ultima partita
Uom beato chiamar non fi convene -

SO-
,

p A R T E. 4,
SONETTO XLIY.
M Onde
TE
, 7 ntur« al v e» ir fon tarde e
pigre •

] laflàr , e i' Spettar m' increfce :


b poi al partir fon più levi
che tigre .
Uffa, le nev, fien tepide,
enigre,

*<l.„ii ' '«"««..urt einr uio impari :


Lne « hanno congiurato a torto incontra
.
hoal "»n dolce, è dopo tanti
~k\
Akio
P
AItr 0 mai
En °
^ amari
™ di lor gr a2 , e non « dilegua.'
m'incontra
''.^
.

SONETTO XLV.
uan c; a che fu già
[ //.
»
fianca» piangendo
L/ r
R.pofate
£ fiate cmai di; vói fMb più avaroV;*
fu l'tm, f,« nor
mioca
A quel crude! che fa» fc gliaci
imbianca:
*
T
La à
aI
i

Ì ,
feda a', meli! T
ri chlu et eda

Cuoi
manca
ch » iodi pafTaro,
Moftrandov.und'Agaflo, e di
Gennaro
colTirili
Il
U 8a VJ
terzo bevete un fuco d*
"
Cm P° 156 ^nca;
erba
V ;
Che purghe ogni peniier che']
i

cor 'affli ge
Do ce a !j a fi ne e nel principio ,
acerba !
te nponete ovc-'i
piacer 'fi ferba ,
Ta ch non tema del nocchi
,
i
di Stiee •

Se la preghiera mia
non è fuperba.
» ,

3o
PRIMA
CANZONE XIV.
PErche" quel che mi traffe ad amar prima
Altrui colpa mi
toglia;
Dei mio fermo voler già nonmilvoglia.
Tra le chiome dell'or nafcofe il laccio
Al qual mi ftrinfe , Amore : ,J

I. da begli occhi molle il freddo ghiaccio


Che mi pafsò nel core
Con la vertù d'un fubìto fplendore»
Che d'ogni altra fua voglia
Sol rimembrando ancor l'anima Ipogna- io
Tolta ni* è poi di que' biondi capelli
Laflb , la dolce villa . A . ... .

I'l volger di duo lumi onetti > e


belli

Col fao fuggir m'attrifta:


Ma perchè ben morendo onor s acquuta; ij
Per morte , nè per doglia
Non vo che da tal nodo Amor mi icioglia •

SONETTO XLVI.

L 'Arbor. gentil che forte amai molt'annii


Mentre i bei rami non m'ébber'a fdegnoj
Fiorir faceva il mio debile ingegno

Alla fua ombra , ecrefeer negli afianni,


Poi che > fecuro me di tali inganni »
Fece di dolce sè fpietato legno;
I» rivolfi i penfier tutti ad un
legno»
Che parlan fempre de' lor trilli danni -
Che porà dir chi per Amor fofpira ;
S* altra fperanaa le mie rime
nove
Gli avefier data, epercoftei la perdei
Nè poeta ne colga mai i nè Giove ,

La privilegi ; ed al Sol venga in ira


fi fccchi ogni fua foglia
verde.
Tal) che
. ..

PARTE. JX
SONETTO xLvrr.
OEnedetto fia TOeno*'! me fe,e l'anno,
E i bel paefe , e'1 loco ov» io fui
giunco
Da duo begli occhi , che legato m'
hanno
E
£??? ctt0 ''Pnow dolce affanno
ebbiad eOèr con
»V ar ?o, eie faette ond'i* fui
Amor congiunto:
I
E le piaghe eh' infìn 1 al
punto:
cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch'io
Chiamando it nome di mia Dofia ho
fpartK
E i iofpiri, eie lagrime, e'1 delio.
te fian twte 'e carte
.
f
S'Ir
Wi è iol di lei j
^."V P enfier «io.
e>1
fkch'altra non v'ha parte

SONETTO XLVHI.
pAoHE del Cftt, dopo
i perduti giorni,

* uopo le notti
vaneggiando fpefe
Um quel fero defio eh' al cor s*
accefe
Mirando gh atti per mio mal sì
adorni:
Piacciati ornai, col tuo lume
ch'io torni
Ad altra vita , ed a più belle
imprefe;
Si, eh avendole reti indarno
refe,
li mio duro avverfario
fe ne feorni
C S nor
A°Mrhu
Cb r' £ "i
io l'undecim» anno«

fommefr > al difpietato giogo;


;

Che fopra i p,ù fo „


g Eti è pià fooee >
»

M
^ « a«
' er
1< mio non degno affanno :
Riduci i penfier vaghi a miglior
luogo :
tUramenta lor, com' oggi folti in Croce.

C i CAN-
f
. . . ,>

fi PRIMA
CANZONE XV.

Volgendo gli occhi al mio novo colore ,

Che fa di morte rimembrar la gente >


Pietà vi maffe ; onde benignamente
Salutando tenerle io vita il core
La frale vita eh' ancor meco alberga, 5
Fu de' begli occhi voftri aperto dono»
E della voce angelica foave
Da lor conofeo 1' effer* ov' io fono :
Che , come fuol pigro animai per verga
Così d.-flaro in me l'anima grave- 10
Del mio cor; Donna , l'una e J* altra chiave
Avete in mano e di ciò fon contento,
'

Predo di navigar a ciafeun vento :

Ch'ogni cofada voi m' è dolce onore

S O N E T O XLIX.

per turbati fegni ,


SEPervoichinar
poterle
gli occhi, o per piegar la tetta,
Gperefier più d'altra a) fuggir pretta >

Torcendo '1 vifo a' preghi onerti e degni » ,

Ufcir giammai, ovver per altri ingegni


Del petto ove dal primo Lauro iunefta-
Arnor piti rami ; ì'direìben, chequefla
Fofle giuRa cagione a' voflri fdegni :

Che gentil pianta in arido terreno


Par che u difeon venga j e però lieta
Naturalmente quindi fi diparte.
Ma poi voftro deflino a voi pur vieta
L' effer altrove ; provvedete almeno
Di non ftai fempre in odiofa parte .

so.
, .

PARTE."
SONETTO L.

LAsso ,che mal' accorto fui da prima


Nel giorno eh 'a ferir mi renne Amore !
Ch a paflo a parto è poi fatto fignore
Della mia vita, e porto in fu la cima .
Io non credea, per forza di fita lima
Che punto di fermezza, odi valore
Mancarle m
3 i nell'indurato core :
Ma così va chi fopra '1 ver s' eftiraa.
Da ora innanzi ogni difefa è tarda
Altra, che di provar, s' afiai , opoco
Quelli preghi mortali Amore fguarda.
Non prego già, oè puote aver più loco»
Che mi furata mente il mio cor' arda;
Ma che fua parte abbia cortei del foco -

CANZONE XVI.

T Aere gravato, e l' importuna nebbia


t-/ Compresa intorno da rabbiofì
venti,
*ofto coaven che fi converta in
pioggia *
E già ion quafi di criftallo i fiumi :
E nyece dell'erbetta, per le valli
y
Noti li ved' altro che pruine e ghiaccio •
,
Ed io nel cor via più freddo che ghiaccio
,
Ho di gravi pcnfier tal' una nebbia ,
Qualii leva talor di quelle valli
Serrate incoiar? a gli amurofi venti
, io
E circondate di (lagnanti fiumi
Oliando cade dal del più lenta pioggia
In P'ccioi tempo pafla ogni gran
pioggia ;
t i caldo fa fpanr le nevi , e '1 ghiaccio,
C 3 Di
,

« PRIMA
Di che vanno fuperbi in vifla i fiumi; * 5
Né mai nafcofe il eie' sì folta nebbia)
Clic foprag giunta dal furor decenti
Non foggiffe da i Dogai, e dalle valli.
Ma, kfl'o, a me non vai fiorir di valli;
Anzi piangoal iereno , edalla pioggia >«
Ed a' gelati , ed foavi venti :

Ch' illor fia un di Madonna fenz&'l ghiaccio


Dentro e di for feuza P ufata nebbia ;
,

Cb' i* vedrò feceoil mare, e ìaghùe fiumi.


Mentre eh* al mar discenderanno i fiumi ) z j
E le fere ameranno ombro fe valli
1
i

Fia dinanzi a begli occhi quella nebbia


Che fa nafter de 'miei continua pioggia;
3£ nel bel petto 1* indurato ghiaccio
trae del mìa sì dolorofi venti 30 .

Ben debb'io perdonare a tutt' i venti


Per amor d' un che'n mezzo di duo fiumi
Mi chiufe trVlbei verdeje*! dolce ghiaccio)
Tal ch*i" dipinfi poi per mille vaili.
-

L Sbra ov'io forche nècalorjnè pioggia,3s


fuon curava di fpezzata nebbia,
non foggio giammii nebbfa per venti»
Come quel di; né mai fiume per pioggia ;
Nè ghiaccio quando '1 Soi' apre le valli»

23!

>
so.
.. .

PARTE.
SONETTO LI-

DElDove
mar Tirreno
rotte dal
alla fin idra
riva»
vento pìangonl' onde»
Subito vidi quell* altera fronde
Di cui conven che'n tante carte feriva^:
Amor che dentro all'anima bolliva,
Per rimembranza delle treccie bionde
Mi fpiufe:onde in mi rio che l'erba afc8de»
Caddi , no» già come per fona viva
Solo y ov' io era tra bofehetti , e colli »
Vergogna ebbi di me; ch'ai cor gentile
B.iftaben tanto; ed altro fpron non volli
Pia cerni a! mei] d'aver cangiato Itile
Dagli occhi a' pièj fe del lor'efler molli
Gii altri afeiugafle ua più cortefe Aprile

SONETTO L1 1.

L'Aspetto facro della terra voflra


Mi fa del mal paflato tragger guai»
Gridando, Sta fu, mi fero ; che fai?
E la via di falir al ciel mi nioftra
Ma con quefto penfier'un' altro gioftra ;
E dice a me , Perchè fuggendo vai?
Se ti rimembra , il tempo paflTa ornai
Di tornar a veder la Donna noftra.
l'i che 'i fuo ragionar' intendo allora*
M'agghiaccio détro in guifa d'uo" cà'afcoita
Novella che di fubito l' accora :
Poi torna il primo , e quello dà la volta :
Qual vincerà, non fo ma infino ad ora
:

Combattut* Jiaatio » c non pur* una volta .

C 4 SO-
. , ,

36 PRIMA
SONETTO LUI.
BEnAmor
fapev'
co
che naturai confìglio»
,
io
te giammai non vaifeì
latra di
Tanti lacciuol' , tante impromefle falfe»
Tanto provato avea '1 tuo fero artiglio .
Ma novam ente ( oud' io mi maraviglio )
Dirol come perfona a cui ne caffè";
E che notai là fopra 1' acque falfe
'1

Tra lariva Tofeana , e V Elba, e'I Giglio


V fuggia le tue mani , e per cammino
Agitandomi venti, e*] cielo, e l'onde
M 1
andava fconofduto , e pellegrino ;
(Juand'ecco i tuoi tniniftri ( i'non fo donde ;)
Per darmi a diveder , eh' al ftio deftino
Mal chi contrafta , e mal chi fi nafconcJe.

CANZONE XVIL
LAsso_me, ch'i'non fo in qual parte pieghi
La fpeme ch'è tradita ornai più volte :
,

Che Te non è chi con pietàjn' àfeoite;


Perchè fparger al eie si fpefli preghi ?
1

Ma s'egli avvieiijch'ancor no mi fi nieghi j


Finir ami il mio fine
Quelle voci mefebine»
Non gravi aj mio Si gnor perch'io'! ripreghi
Di dir libero un di tra l'erbai e fiorii

Dre\ & ratfan es //ut tu tìattt etndtmori jo .

Ragion' è ben, ch'alcuna volta i' canti:


Però c' ho fofpirato si gran tempo ;
Che mai non incomincio affai per tempo
Per adeguar col rifo i dolor tanti
E s'io poterli far ch'agli occhi fanti 15.
Porgeffe alcun diletto
Qual-
?

P A R T E. 9 s?
Qualche dolce mio detto;
O me beato fopra gli altri amanti !

Ma più quand' io dirò fenza mentire;


,

Danna mi p'tg* fer cV h vaglio dire, zi ,

Va;hi pender*, che così pafl'o palio


Scorto m'avete a ragionar tant' alto ;

Vedete , che Madonna ha '1 cor di fmalto


3
Sì forte , eh io per me dentro nolpaffo:
Elia non degna dì mirar sì batto j 25
Che di nolìre parole
Curi; che 'i Ciel non vole;
A I qua! rur contrattando i' fon già latto :

Onde , come nel cor induro, e'nnafpro ; m 1

Cesi nel mìo parlar vagli» effer e (prò 30 ,

Che parlo ? o dove fono ? e chi m' inganna


Altri, eh' io (letto, e *l defiar foverchio
GU,s'i'cr,afcorroiIciel di cerchio 1 cerchio
Nelf in pianeta a pianger mi condanna .

Se mortai velo il mio 1 eder'appanna , 55


Chi colpa è delle ftelle >
O delle cofe belle ?
-Meco fi fta chi dì , e notte m'affanna
»
Poi che del tuo piacer mi fe gir grave
La dolce vifia } e V bel gaa'do foair .
40
tutte ìe cofe di che'i mondo è adorno >
U;cir buone di man del Maitre ecerno
f
Ma me che così addentro non difeerno ,
,

Abbaglia il bel che mi fi moftra intorno :


E^s'al vero fplead or giammai ritorno:
45
I
L'occhio non può ttar. fermo;
Cosi l'ha tatto infermo
Par la fu i propria colpa , e non quel giorno
RWi' volfiinrer l'angelica belcade
Ktl deh» ìtrnpù della prima eSade , 50

C $ CAH-
, ,

Si «PRIMA
CANZONE XVI ir.
^,>#f#»pSRCHE l la vita è breve»
X E T ingegno paventa all' alta imprefa j

Nè di lui, né di lei molto usi fido»


Ma fpero che fia in te fa
Là dov' io bramo > e i'à dov* elFer deve » 5
La doglia mia , iaqual tacendo i' grido;.
Gechi leggiadri , dov* Amor fa_nido>
A voi rivolgo il mio debile ftile
Pigro da sè ; ma *1 gran piacer io fprona i
E ehi di voi ragiona
Ttfcn dal faggetto un* abito' gentile;.
Che con 1' ale amorofe
Levando , il parte d v ogni penfier vile :
Con quelle alzato vengo a dire or cofe
C'ho portate nel cor gran tempo afeofe iÀ
Non perch^io non rn'avveggia
Quanto mia laude è ingiuriofa a voi :

Ma contrattar non politi ai gran defi.o;


Lo quale è in me dapoi
Ch'ioidi quel che penfier aon pareggia;
JJen che. l' agguagli altrui parlar' , o mio j
Principio del mìo dolce flato rio
Altri che voi, io ben , che non m'intende •
Quando a gli ardenti rai neve divegno;
voifea gentile fdeg no 2$

Forfè di' sllor mia- indegnkate offende.


O, te quella temenza
Non temprale 1' arfura che m' incende;
Beato venir men! ché'nlor prefenza

M'é più caro il morir, che Riviver
lenza, P
Dunque, eh' i non mi staccia 9
1

Sì frale oggetto a sì poflente foco ; j


Non è proprio valor che me ne fcana^j
>, , , .

PARTE.
Ma la paura un poco;
$9

Che'l fague vago per le vene agghiaccia; JJ


Rifalda *1 cor perchè più tempo avvampi
O poggi, o valli > o fiumi , o lèlve, o campì *
© teftimorì'della mia grave vita
Quante volte m' udilte chiamar Morte ?
Ahi dolorofa forte / 4»
Lo dar mi ftrugge, el fuggir non m'aita .
Ma fe maggior paura
;

Non m* affrenafse via corta , e fpedita


;

Trarrebbe a fin queft''afpra pena e dura ;


,

E la colpa è di tal, che non ha cura. 45


Dolor, perchè mi meni
Fuor di cammin Vdir quel chVnon voglio ?
Softien* eh* io vada ove '1 piacer mi fpigne*
Già di voi non mi doglio»
Occhi fopra'l mortai corfo ferenì , 5®
Né di Idi eh' a tal nodo mi diftrigne.
Vedete berf, quanti color di pigne
Amor fovente in mezzo del mio volto;
E potrete penfar , guai dentro fammi
Là 've dì , e notte itammi Sj
Addofìb col poder e* ha in voi raccolto >
Luce beate, e Hetej
Se non che'l veder voi (ìeflTe v' è tolto:
Ma quante volte a me vi rivolgete
Conoscete in altrui quel che voi fiete- €a
fa voi folFe si nota
La divina incredibile bellezza
Di eh! io ragiono, come a chi la- mira;
Mi furata allegrezza
Non avria T cor però forfè è remota Cy
:

Dai vigor naturai che v'apre, egira.


Fe lic e 1 ' a Im a c h e p er vo ì fofpi ra
Lumi del ciel; per li quali io ringrazio
La vita, che peraltro non m' è a grado-
C 6 Oimè*
fio
Oijriè, perchè sì rado
PRIMA yo
Mi date quel dond'io mai non fon fazìo ?
Perchè non piò l'avente
Mirate , qual' Amor di me fa ftrazio ?
E perchè mi fpogliate immantenente
Del ben ,ch'ad ora ad or l'anima ferite ? 75
Dico, eh' ad ora ad ora
( Voftra mercede ) i'fentoin mezzo l'alma
Una dolcezza in ufi tata , e nova ;
La qual'ogni altra falma
Di nojofi penfier difgombra allora So
Sì che di mille un io! vi G ritrova :
,

Q^iiel tanto a me, non più, del viver giova :


li fe quello mio ben durale alquanto
,
Nullo (lato agguagliarfe al mio potrebbe :
Ma forfè altrui farebbe 8j
I livido , e rnefuperbo- l'onor tanto:
Però , lafio * convienfi
Che l'eftrema del rifo aflTaglia il pianto;
E 'nterrampendo quelli fpirti acce tifi ,
A me ritorni , e di me £h:iTo penfi g& .

L'amorofo penfier© .

Ch'alberga dentro, in voi mi fi difeopre


Tal che mi trae del cor' ogni altra- gioja>'£
,

Onde parole-, ed opre


Efcon di me sì fatte al ior , eh' iTpero 95.
Farmi immortai y perchè la carne moia .

Fuggeal voftro apparire angofeia , e aoja'J


E nel voflro pai tir tornano infeme :

Ma perché la memoria innamorata


Chiude- lor poi l' entrata ; ict»
Di là no vanno dalle" parti eftreme:-
;

Onde alcun bel frutte


s'
Nafce ; da voi vien prima il feme
di ine :

Io per me fon quali un terreno afeiutto


Colto da voije'l pregio è vollro in tutte 105
Caa-
PARTE.
Ganzo n , tu non m'acqueti ,
er
anzi rn'ìn Sanimi
A dir di quel eh' a me fleflo m' invola ;
Però fia certa di non efier fola .

C A-N ZONE XIX,


GEntil mia Donna i' veggio 4

Nel mover de'voftri occhi tt dolce lume^


Che mi moftra la via eh' al ciel conduce i
E per lungo cortame
Dentro là dove fol con Amor feggio j 5
Quafi vifibilmente il cor traluce.
Queft.' è la villa eh' a ben far m' induce >
E che mi feorge al gloriofo fine :

Quella fola d;;l vulgo m'allontana:


Né giammai lingua umana 10
Contar poria o/uel che le due divine
Luci lentir mi fanno :
E quando '1 verno fp;irge le pruine >
E quando pei ringiovenifee l'annoj
Qual'sra ai tempo del mio primo affanno 13
Io penfo : Se lafTufo ,
CUide Motor' eterno delle ftelle
'1

Degnò moftrar del fuo lavoro in terra ?


Son l'altr' opre si belle ;
Aprafi la prigion' ov' io fon chiufo , a©
E che '1 cammino a tal vita mi ferra
Poi mi rivolgo alla mia ufata guerra
Ringraziando Natura , e'I dì ch'io nacqui ;
Che referyato m'hanno a tanto bene;
E lei eh' a tanta fpene 25
Alzò '1 mio cor ^che 'nutr allor' io giacqui
A me uojofo, e grave :
Da quel dì innanzi a me mede fino piacqui
Empiendo d' un penfier' alto , e foave
Quel core Òd'hano i begli occhi la chia ve. jo
. . ,


«*
mai
PRIMA
flato giojofo
Amor', o la volubile Fortuna
Dieder' à chi pià fur nel mondo amici j
Ch'i* noi cangia fu ad una
Rivolta d'occhi: ond' ogni mio ripofo jj
Vieti, cora* ogni arbor vìen da fue radici .
Vaghe faville, angeliche, beatrici
Della mia vita ; ove *i piacer s' accende
Che dolcemente mi confuma * e ftmgge ;
Come fparifce > e fugge 40
Ogni altro lame dove 1 voflro fplende
Così dello mio core,
Quando tanta dolcezza in lui difcende *
Ogni altra cola » ogni penfier va fore ;
E folcivi con voi rimanti Amore ,
45
Quanta dolcezza ùnquanco
Fu in cor d*avventuroG amanti.; accolta
Tutta in un loco,a quel chTfen-tOiè nulla J
Quando voi alcuna volta
Soavemente tra'l bei nero t e'1 bianco jo
Volgete il lume in cui Amor fi traflulla :

E credo , dai! e fafce e dalla culla


,

AI mio imperfetto, afla fortuna avverfa


Quello rimedio provvedere il cielo
Torto mi face il velo ,
E la man , che sì fpeffb s'attraverfa 55
Fra *1 mio fommo diletto,
E gli occhi ;
onde dì , e notte fi rìu verfk
Il gran deiio-, per isfògar il petto ,
Che forma tien dal variato afpetto . 6&
Percb' io veggio- (e mi fpiace )
Che naturai mia dote a me non vale*
Ne mi fa degno d* un sì caro- fg nardo ,
Sfbrzomì d' effer tale,
Quaì*alPatta fperanza fi con face, 65
Ed al foco gentil' ond'io- turt'ard'o
S'al
P à R. T E. 69
S' a!ben veloce , ed al contrario tardo r
Difpregiator di quanto 1 mondo brama r
Per follicito ftudio poffo farine :
Potrebbe forfè ai tarme 7Q>
Nel benigno giudlcio una tal £una.
Certo il fin de* miei pianti;
Che non altronde il cor dogliofo eh fa ma ;
Vlen da 'begli occhi al fin dolce tremanti ,
Ultima fpeme de* cortei! amanti . j§
Ganzon » 1* una forella è poco innanzi ;
E 1* altra fento in quel medefmo albergo
Appare ce hiarfi : ond' io più carta vergo »

CANZONE XX.

POi che per mio dettino


A dir mi sforza quell* aceefa voglia
Che m* ha sforzato a fofpirar mai fempre ;
Amor, eh* a ciò m'invoglia)
Sia la mia frotta, e*nfeguim* il cammino; 5
E col defio [ernie rime contempre :

Ma non in guifa , che lo cor fi {tempre


Di foverchia dolcezza ; coni* io temo (gne:
Per quel chVfentoov'occhio altrui ne già
Che *I dir m* infiamma > e pugne; 10
Ne per raio in gegno(otid*iopaveEo 3 e tremo ]
Siccome talor fole,
Trovo *1 gradi foco della mente {cernei
Anzi mi ftruggo al fiK-n delle parole
Pur jccm'io folli un'uà" di- ghiaccio alSole-i f
Nel cominciar credia
Trovar parlando al mio ardente d eure
Qualche breve ri polo, e gualche tregua .
Quella fp e rat) za ardire
Mi porfe a ragionar quel eh* ì* fenda : 20
Or m* abbandona al tempo , e fi dilegua .

Ma
, ,

U P 'R I M A
Ma f
purconven che l'alca imprefa feguar>
Continuando l'amorofe noce;
Sì polfe.ite è M voler che ini trafporca :

lì la ragione è morta » zj
Che tenea'l freno; e cootraftar noi potè •
Moftriaii alinea, eli' io dica,
Amor', in gu. fa, che fe rtiii percote
Gli orecchi della dolce mia nemica;
Non mia ma , di pie-M la faccia amica •
30
Dico: Se *a quella etate
Ch'ai vero onor fur gli animi sì accefi ,
L'mduflria d'allucini uomini s' avvolte
Per divertì paeli
Tog?,i > ed onde palTandi ; e l'onorare jj
Cofc- cercando , il più bel rior ne coffe ;

Poi che Dio , e Natura ed Amor volfe ,

Locar cornai cameni e ogni vktute


In quei be' 'uni ond' io gio'ofo vivo ;
Quefto e quei!' altro rivo 40
Non conven eh' i' trapali, e terra mire :

A lor femore ricorro.


Come fontana d'ogni mia fallite;
a
E quando a morte d"fiindo. corro
Sol di lor vjfta al mio flato foecoiro 45 •

Come a forza di Toni


Sranco nocclrer di mtre alza la terra
A' rfao lumi e1 ha feuiprc il noflro polo >
Cìjsì net la tempefta
Ch' i'iolìenso d'amor, r,II occhi lucenti jo
Sono il mio fe^no , e '!> mio conforto folo .
Lauo ni troppo è più quel ch'io ne'n volo-
, i

Or quinci. c>f qui idi, com' Amor m'informa;.


Che quel che vie;i da graziofo dono:
E quel n-co ch'i' fono, 55
Mi fa di loro una perpetua norma i
Poi ch'io ii vidi in prima >
.j

PARTE. 6j
Senza lor* a ben far non moffi un* orma :
Così gli ho di me polii in fu la cima}
" Che'I mio valor per sè falfos'eftima . tf0
I* non pori a giammai
Immaginar-, non che narrar eli effetti
Che nel mio cor gli occhi fwvì fanno.
Tutti gli altri diletti
Di quella vita ho per minori affai
; 6$
E tute' altre bellezze indietro vanno.
Pace tranquilla fenz'alcuno aff.nno,
Simile a quella che nel ciePeterna.
Move dal lor' innamorato rifo.
Così vedefs' io fifo , 7f5
Cora' Amor dolcemente gli governa
Sol' un giorno da prefTo ,
Senza volger giammai rota funerna ;

Né penfaffi d' altrui , nè di me (féHb ;


E*l batter gli occhi miei non fofì'e fpefTo^j
LaU'o ) che deli andò
Vo quel eh' effèr non puote in alcun modo ;
E vivo del deiir fuor di fperanza .

Solamente qu<l nodo


Ch'Amor ci rcóda alla mia lingua ,<juado So
L'umana vifta il troppo lume avanza,
Fofì'e difcioko ; i' prenderei baldanza
Di dir paiole in quel punto sì nove,
Che farian lagrimar chi le 'mendeflè.
Ma le ferite imprelfe Sj
Volgoli per forza il cor piagato altrove :

Ond' io divento fmorto ;


E '1 fangue fi nafeonde i' non fo dove;

Ne rimango qua!' era ; e fammi accorto ,


Chequefto èl col podi che Amor m'ha mor-
Canzone, i'fento già fiancar la penna ( to. 90
Del lungo s e dolce ragionar con lei ;
Ma non di parlar meco ipeufier miei
s o-
, ,

«« PRIMA
SONETTO LIV.

IOI fon già fianco dipenfar, ficcome


mie' pender* in voi fianchi non fono»
E come vita ancor non abbandono»
Per fuggir de? fofgi* sì gravi fome »
E come adir del viio , e ckile eh ionie
E de' begli occhi, end' in fornire ragiono,
Non è mancata ornai la lingua , e *I fuono
Dì» e notte chiamando il voti co nome»
'

E eh* e piè miei non fon fiaccati e , larTì


A feguir orni voftre in ogni n>arte »
!» .'

Perdendo inutilmente tanti pani ,*

Idoiidevicn l'incfiioftrò , onde le carte


Ch* va empiendo di voi: fc'n ciò fàflaflij
ifi

Colpa d'amor , noo già d fetto d* arte „


i

SONETTO LV.
Begli occhi ond*Ì' fili percoffo in guifa
I Ch' e rac-defmi porian falda* la piaga i
E non i-ià vertit d' erbe, o d* arte maga
»
Odi pietra dal mar noflro divìfà ;
M* hanno la via sìd* .litro amor preci fa ,
Ch' un dolce penfier l'anima appaga t
fol
E fe la lingua dì feguir Io é vaga ;
La feorta può , non etìa , effer derifa .
Quefh fon que' begli occhi che l' imprefe
Del mio Signor vittoriofe fanno
In ogni parte a e più fovra 1 mio fianco :
Quefti fon que* begli occhi che mi fra imo
Scmpm nel cor con le faville accefe;
Perch* io di lor parlando non mi fUiico »

SO-
. ,

PARTE. gf

SONETTO LVI.

AMor
Mi
con fue promefTe lufingatido
ricondufTe alla prigione antica J
Edìè te chiavi a quella mia nemica
Cb' ancor me di me fteffo tene in bando.
Non me n' avvidi , lafto, fe non quando
Fu' in lor forza ed or con gran fatica
:

( Chi crederà , pere è giurando il dica? )


'1 ti

In libertà ritorno fofpirando


E come vero prigiouero afflitto
Delle catene mie gran parte porto '
E'1 cor negli occ!u>e nella frote ho fcritto.
Quando iarni del mio colore accorto»
Dirai; S'i' guardo , e giudico ben dritto;
Quelli avea poco andare ad cfTer morto -

SONETTO LVII.

mirar Polideto a prova fifò


PER
Con gli altri ch'ebber fama di cuellVte,
3
M^it anni, nonvedrian la minor parte
Della beltà eie rn' ave il cor conquifo ,
Ma certo il mio Simon fu in paradifo,
Onde quella gentil Dorina fi parte:
Ivi la vide > e la ritraffe in carte*
Per far fede quaggiù del fuo bel vifo .
L'opra fu ben di quelle che nel cielo
Si potino immaginar > non qui fra noi »
Ove le membra fermo all'alma velo.
Cortefìa fé : nè la potea fer poi
€he fadifeefo a provar ealdo > egielo ;
E del mortai feutiron gli occhi fuoi.

S
PRIMA
SONETTO LVIII.

QUando ginnfe a Simon l' alto concetto I


Ch'jt mio nome gli pofe in man lo ililefl
S'averle dato all'opera gentile
Con la figura voce » ed intelletto ;
Di fofpir malti mi {"«ombrava il petto: -
Che ciò ch'altri han più caro, a me fan vile:
Però che 'n vifta ella fi moftra umile »
Promettendomi pace nell' afpetto
Ma poi ch'i' ven°o a ragionar con lei ;
Eeni^nìmente aiTti par che m' afcolre
Se risponder fa ve fife a' detti miei.
Pigmilion, quanto IoHar ti dei
Del " immagine tur, fe mille volte
H' avefti quel ch'i' fol' una vorrei

SONETTO LIX.
Al principio rifponde il fine , e'i mszza
S' Del quartodecim' anno ch'iofof->iro, 5
Più non mi può fcampar l'aura, nè'ì rezzo;
Sì crefcerfento '1 mio ardente deliro . -

Amor , con cui penfier mai non han mezzo >


Sotto '1 cui giogo giammai non refpiro ;
Tal mi governa , eh' ì' non fon già mezzo»
Per gli occhi, eh' al mio mal sì fpefìo giro
Cosi mancando vo di giorno in giorno ,
Si chiufamenre , eh' i' fol me n'accorgo,
E quella che guardando il cor mi ftrugge •

Appena in fi a' a qui l'-ani'iia feorgo ;


NC- fo qu into fia meco il fuo foggiorno:
Che la morte s' appretti , e *1 viver fugge

CAM-
PARTE. «»

CANZONE XXI-

CHI è fermato dì menar fua vita


Su per l' onde follaci , e per li fcogli ,
Scevro da morte con un picciol legna;
Non può molto lonta efTer dal fine :

Però farebbe da rìtrarfi in porto , 5


Mentre al governo ancor crede la vela-
L'aura foave a cui governo, e vela
Commi!! entrando all' amorofa vira j
E fperando venire a miglior porto ;
Poi mi cosidufle in più di mille fcogli : 10
E le camion del mio dogliofo fine
Non pur d'intorno avcrì,m.-< dentro al legno.
Chiufo gran tt.mpo in quefto cieco legno j
Errai fenza levar occhio alla vela,
Ch' anzi 'I mio di mi crafporrava al fine:' 5
Poi piacque a lui che mi produrle in vita*
Chiamarmi tanto indietro dalli fcogli»
Ch'almen da lunge m' apoarifle il porto .
Come lume di notte in alcun porto
Vidi} mai d' alto mar nave , ne legno, io
Senongliel tolfe 0 tempeftate , o fcogli ;
Così di fu dalla gonfiata vela
Vid' io le 'nkgne di quell' altra vita :
Ed allor fofpirai verfo '1 mio fine,
iou perch' io m fecuro ancor del fine :
Che volendo col giorno efler a porto
[E' gran viaggio in così poca vita:
Poi temo, che mi veggio in fragillegno ;
E più ch'i' non vorrei , piena la vela
Del vento che mi pinfe in quelli fcogli. 30
roefea vivo de' dubbio fi fcogli 5
1 Ed arri ve il mio efilio ad un bel fine ;
Ch' l' farei Vogo di voltar la vela
Et'
.


E l'ancore
PRIMA
gittar in qtnlche porro;
Se nonch" i'ardo , cerne acccfo legno j
Sim* è duro a laflar l'ufara vita
Signor della mia fine, e della vita»
Prima eh* i* fiacchi il legno tra li fcogll i
Drizza Ù buon porto l'affannata vela.

SONETTO LX.
ftanco fotto fafeio antico
fon
IODjllemie
sì *J

colpe, e dell' ufanza ria;


Ch' i' re ino forte di mancar tra via ,

Edi cader in man dei mio nemico-


Be'i venne a dilivrarmi un grande amico
Per fomm.i » ed ineffabil cortefia :

Poi volò fuor della veduta mia,


Sì> ch* a mirarlo indar.no m'affatico:
Ma la fua voce ancor quaggiù rimbomba:
O voi ebe travagliate , ecco il cammino}
Venite a me i fe *1 paiìb altri non ferra . .

Qua! grazia, quai' amore, oqual dettino


Mi darà penne in guifa di colomba;
Ch'i' mi ripofi, elevimi da terra?

SO-
.

PARTE. 7X

SONETTO LXI.
non fu' d'amar voi
IOMadonna, nèlarò,
laflato unquanco ,
mentre eh' io viva:
Ma d'. odiar memedeftno giunto a riva »
E continuo lagrimar fon fianco.
del
E voglio anzi un fepolcro beilo , e bianco;
Che '1 voftro nome a mio danno fi feriva
In alcun marmo , ove di fpìrto priva
Sia la mia carne , che può ftar feco
anco .
Però s'un cor pien d*amorofa fede
Può contentarvi fenza farne ftrazio :
Piacciavi ornai di quefto aver mercede :
Se in altro modo cerca d'efler f zi
3 0
Voftro fdegno,erra;e non fia qud che crede:
Di che Amor , e me fleffo affai ringrazio

SONETTO LXII.

bianche non fon prima ambe


SECh'a poco a poco
le tempie ,
par,che*l tempo mifchi;
Securo non farò, bencb'iora'arrifchi
Talor* , ov* Amor i' arco tira , ed em>>ie »
Non temo già , che più mi ftrazj , o feempie»
Nè mi ritenga , pere b' ancor m* invifehi
Nè m apra il cor, perchè di fuori* incifehi,;
1

Con fue faette velenofe, ed empie.


[Lagrime ornai da gli occhi ufeir non ponno
;
Ma di1 gir in fin là fanno il viaggio ;
Si, eh appena fia mai chi' 1 patto chiuda •
Ito mi può rifcaldar il fiero raggio ,
Non sì, eh' i'arda; e può turbarmi il Tonno»
Ma romper nò, I* immagine afpra, e cruda.
, .

ti
PRIMA
SONETTO LXIIL
OCchi ,
accomnagnate il core
piangete ; »

Che di voftro fallir morte forte ne .


Così fenip re facciamo ; e ne convene
Lamentar più 1* altrui, che'l noftro errore.
Già prima ebbe per voi l' entrata Amnre
Là onde ancor, come in fuo albero, vene.
Noi gli aprimmo la via per quella fpene
Che mode dentro da colui che more
Non fon coni' a voi par, le ragion pari
, :

Che pur voi fofte nella prima vifta


voftro , e del fuo mal cotanto avari .
Del
Or quefto è quel che più! ch'altro n' attrifta»
Ch* e perfetti giudicj fon si rari
E d* altrui colpa altrui biafmo s* acquifta •

SONETTO LXIV.

fempre ed amo forte ancora


IOEamai
fon per amar pjù di giorno
,

giorno io
?

Quel dolce loco ove piangendo torno


Spefle fiate, quando Amor m'accora: -

E fon fermo d'amare il tempo, e l'ora


Ch'ogni vii cura mi levar d' intorno ;
E più colei lo cui bel vifo adorno
Di ben far co' fuoi efempj m' innamora
Ma chi pensò veder mai tutti infeme
.Per affair mi ' cor* or quindi , or quinci»
3
Quelli dui ci nemici eh i' tant' amo ?
Amor, conquisto sforzo oggi mi vinci-
E fe non eh' al defio crefee la fpeme ;
I* cadrei morto ove più viver bramo
.

PARTE, 1%
SONETTO LXV.
TO avrò ièmpre in odio
X Onde Amor m' avventò hgiàfeneftra
i

mille drall ,
Perch a quant, di lor non '
fur mortali"
U, è bel morir mentre la vita
é deftra
Ma I fovraftar neHa pr^ion
terrena
&g«m m «è lafib, d'infiniti
E più mi duol , che fìen meco mali :
Poiché l'alma d a l CO r non fi immortali
-

fcapertra
Mjfcra! che devrebbe efTer
accorta
rjet)2ia ,°™i
èchi r%
Non HIV' . '1 tempo
ndjctro volga, ochi
l'affieni
Pm volte
ho con tai parole fcom
l'
;
Votene, rnfia; che non va per
tempo
Chi dopo laffa i fuo i dì più
fcreni.

SONETTO LXVf.
PI' torto
,
come av vie n che l'arco feocefei k

Fede eh deftmato fegno rocchi


al -

folemente ,1 colpo de' v-bftr'


occhi,
Donna, fentifte alle mìe parti
interne
Orato pattare: onde convien
, ch'eterne
Lagrime per la piaga il cor trabocchi .

fretto fon , che voi dicerte allori


tiferò amante .'a che vaghezza
il mena?
Ecco lo fìrale ond' Amor voi
eh' e' mora , .
Ora reggendo, come
'1 duo! m'affiena
;
«uei che mi fanno i miei nemici
ancora,
Non è per morte , ma per più
m ia pena .

Bìme Petrarca. D SO-


, . , ,

?4
PRIMA
SONETTO LXVII.

venir troppo
che mia fpeme è lunga a
POiE della vita il trapalar si corto,
accorto ,
Vorreirai a miglior tempo effer
di galoppo
Per fuggir dietro più che
, esopeo
E fuggo ancor così debile m'ha (torto ,
.

Dall' un de'lati, ove'l delio


v .io porto
Securo ornai ma pur nel
:

Séghi eh' io prefi all'


amorolo intono .
invia,
Ond'io confido voi che liete
avvampa
Vogete parti e voi eh' Amore
i :

ardore
Non v' induciate fe 1' eftremo
:

non lcampa-
Che perch' io viva ; di mille un
mia i
Era ben forte !a nemica
'1 core
lei vid' io ferita in mezzo
.
E
SONETTO LXVIII.
-

Uggendo prigione ov> Amor m' ebbe


F la
Molt'afii a fardi me quel eh a
lui parve,

Donne mie , lungo fora ricontarve ,


Quanto la nova libertà m' mcrebbe
.

iaprebbe
Diceami '1 cor che per sè non
,

Viver un giorno e poi tra via m


:
apparve

Ouel traditor' in sì mentite larve


avrebbe:
Che piw faggio di me ingannato
Onde più volte iotpirando indietro, _

Diffi,Oimè, il giogo , e le catene , e i ceppi,


Eran più dolci che andare iciolfo
1' .
_

Miferome! che tardo if mio mal leppi


t

con quanta fatica oggi mi ipetro


E
©eli' error ov' io fteflo m'era
1 involto!

S 0-
. .

PARTE. 7S
SONETTO LXIK.
ERano] i capei d'oro
all'aura fparfi,
Che n mille dolci nodi gli avvolgea :
E'1 vago lume okra mi fura ardea
Di quei begli 0Cc hÌ c fe' or ne fon
sì fcarfi :
E I vi lo d; pjetofì color fàrfi ,
Non fo fe vero, o falfo mi
pa rea :
cncl'efca amorofa al petto avea,
I
Qual maraviglia, fe di fubk'arfir
Non era l'andar fuo cofa mortale,
Ma d'angelica forma; e ie parole
Sónavan' altro , che pur voce umana .

Uno ipirco celeftc, un vivo Sole


Fu quel di' ' vidi e fe non foffe or tale
i : •

'
Piaga per allentar d'arco non lana .

SONETTO LXX.

LA bella
Subitamente
Donna che cotanto amavi,
s'è da noi partita :
E , per quel eh' io ne fperi , a! ciel falita
:
.
5>i turon gli atti filai dolci foavi
Tempo è da ricovrare ambe le chiavi
Del tuo cor eh' ella poffedeva
,
vita
E Jepuir lei per via dritta, efpedita. » ;

Pelo terrea non fia più che t'aggravi


Poi che le igombro della maggior
falma,
E altre puoi giufo agevolmente porre,
Salendo quali un pellegrino fcarco .

Ben vedi om.u , ficcome a morte corre


,
Ogni co ft creata ) e q uanto all'alma
Biiogna ir lieve al perigliofo varco.

D * SO,
. . ,

jt PRIMA
SONETTO LXXL
PUNCETE donne,e 5
con voi pianga Amore»
Piangete, amanti, per cialcun paele i
Poi che morto è colui che tutto
mteie
In farvi , mentre ville al mondo onore .

Io per me prego il mio acerbo dolore,


Non fian da lui le lagrime contele ; :

E mi 15 a di fofpir tanto tortele


Quanto bìfogna a disfogar il core
Piangati le rime ancor ,
piangano 1 vedi ;
Perchè '1 nollro a moro lo Mefler Cioo
Novellamente s'è da noi partito. .

PiangaPiftoja e icittadm perverti,


,

Che perdut' hanno sì dolce vicino »


ov' eli: è gito
£ rallegres* il Cielo , .

SONETTO LXXIL
volte Amor m' avea già detto, Scrivi
Più'
Scrivi quel che vederti , in letcred' oro

Siccome miei feguaci difcoloro,


i _

E *n un momento gli io morti , e vivi


Un tempo fu che 'n te fteflo'l tentivi,
Volgare efempio all' amoroio coro :

Poi 'di man mi ti tolfe altro lavoro;


Ma già ti raggiuns' io mentre fuggivi :

E s' e begli occhi ond'io mi ti morirai,


E là dov'era il mio dolce ridetto »
Quando ti ruppi al cor tanta durezza
. Mi rendon Parco eh' ogni cola Ipezza ;
-v«. Forfè non avrai fempre il vìfo alcnfro :

Ch' i' mi palco di lagrime ; e tu fai


'1

SO-
,,

P A R T E. 77
sonetto Lxxrrr.
QJakdo giugne per. gli occhi al cor profÈ
L imagi n donna.ogni altra indi fi parte?
£
le vertu che l'anima
comparte,
La cian le membra qua fi immobiì
pondo :
£ del primo miracolo il fecondo
NafcetaW: che la fcacciata parte
iJasèltelia fuggendo arriva in
parte
Che fa vendetta , e '1 fuo cullo giocondo,
quinci in duo volti un color morto
appare :
percheil vigor che vivi gli moflrava
.Ua neliun lato è più là
dove flava.
fc di quello in quel di mi ricordava
Ch' i* vidi duo amanti trasformare
»
Eiar, qual' io mi foglio in villa fare»

SONETTO LXXIV,
COsi* potefs* io ben chiuder invertì
I miei pe ufier , come nel cor li chiudo :
Ch animo al mondo non & mai si crudo
Ch i*n<rafeceffi per pietà dolerfi .

Ma voi occhi beati ; onci' io iofterù*


,

Q-ieJ colpo ove non valle elmo, nè feudo


;
Diror', e dentro mi vedete ignudo:
Benché *n lamenti il ditol non fi riverfi :
Poi che voftro vedere in me rifplende,
Come r.iggio_ di S >J traiuce in vetro .
Balli dunque il delio , fenza eh' io dica .
tallo, non a Maria, non nocque
a Pietro-
La fede, ch'a mefol tanto è nemica :

E lo , eh' altri che voi ne fiuti m' intende »

d 3 sa
. , ,

pR I M J
A
S 0 N ET T O LXXV.
dell' afpettar' ornai sì vinto,
IOEfòn
della lunga guerra de ioipm;
i deliri ,
Ch' i' a°gio in odio la fpeme , e
avvinco
Ed ogni laccio ondeM mìo cor è
-

Ma'l bel vifo leggiadro che


dipinto 1
eh io min
Porto nel petto» e veggio ove
empj martìri
Mi sforza onde ne' primi ridipinto
:

Pur foQ contra mia voglia


.

«rada
Allor' errai quando V antica
Di libertà mi fu precitate Dotta?.
aggrada.
4é Che imi fi fegiteciòch'a gli occhi
efciolta :
Allor corfe al fuo mal libera ,
che vada
Or' a porta d'altrui conven
che peccò foi' tuia volfa-.
L'anima,
SONETTO LXXVI.

A Era
Hi ,

Partendoti da
'1 mio
bella libertà,
me ,
come
quale
inoltrato
quando 'I primo tifale f
flato
tu m' hai

guarro mai
Fece-ta piaga ond' io non
si de lor guai,
Gii ocebi invaghirò allor
Che Mfren della ragione ivi nonmortale
vale ;
opera
Pere' hanno a fchifo ogni
:

prima gli avvezzai


Laffo , così da
non ragiona
Uè mi lece afcoltar cbi fol del fuo nome
Della mia morte: che
fuona
Vo empiendo l'aere , che si dolce
.

Amor' in altra parte non mi


i prona ;
man , come
Nè i Piè fanno altra via , aè le
polii in carte altra pertona
-
Lodar fi

S 0-
,

SONETTO LXXVH.
ORso voftro deftrier fi. può ben porre
, al
Un fré.che di fuo corfo indietro il volga;
Ma '1 cor chi leg!erà , che non fi fciolga j
Se brama onore, e '1 tuo contrario abborre ?
Non iofpirate: a lui itoti fi può taire
Suopregio, nerch' a voi !' ,mdar lì colga ;
Che, come fama nubblica divulgai
Egli è già là,che nuli' altro il precorre •

Balli che fi rkrove in mezzo '1 campo


Al deftinato dì, fotto quell'arme
Che glida il tépo,Amor,virtute,e'l irrigue;
Gridando , D'un gentil delire avvampo
Colfignormio, che non può leguitaroie >
E del non effer qui li llrugge e angue * 1

SONETTO LXXVIII.

io più volte abbiam provato,


POi che voi, ed
Come '1 noftrofperar torna fallace ;
Dietr'a quel forno ben, che mai non fpiacej
Levate
'1 core a più felice 'fiato .
Que la vita terrena è quali uri prato,
Che'l Carpente tra' fiori , e 1' erba giace;
K s' alcuna fua villa a gl occhi piacei

E' per lafl'ar più l'animo invefeato.


Voi dunque , fe cercate aver la niente
|
Anzi l'eftremo dì queta giammai}
Seguite i pochi , e non lavolgar gente»
Btn il può dire a me ; Frate , tu vai
Moftrando altrui la via ; dove fovente
I Fofti fmarrito » ed or fe' più che mai

D 4 SO.
. .

So P Vi I M A
SONETTO LXXIX.

QUella feneftra ove l' un Sol fi vede


Quando aki piace,e l'altro in fu la non»
E quella dove 1* aere freddo fuona
?
Ne* brevi giorni > 1 fiede quando Borea ;

E '1 faflo ove a gran dì penfofà Sède

Madonna , e fola feco fi ragiona ;


Con quanti luoghi fua bella perfona
Copti mai ombra > o difegno col piede j
d'
E '1 ove m' aggi unfe Amore }
fiero paffo
E la nova (ragion
, che d'anno in anno
Mi rinfrefca in quel dì i' antiche piaghe ;
E'1 volto , e le parole che mi Hanno
Altamente confitte in mezzo '1 core :
Fanno le luci mìe di pianger vaghe.

SONETTO LXXX.

LA ssa ben fo che dolorofe prede


, ,

Di noi fa quella ch'a null'nom perdona;


E che rapidamente n'abbandona
Il mondo e picciol tempo ne tien fede
i
.

Veggio a molto languir poca mercede;


È già J ultimo dì nel cor mi tuona:
l

Per tutto quefto Amor non mi fpngiona ; >

Che T ufato tributo a gli occhi chiede


So come i dì , come ì momenti e l' ore
,
,

Ne porcan gli anni ; e non


ricevo nganno ,
Ma forza afiài maggior che d'aTn maghe-
La voglia , e la ragion combatrut' hanno
Setre,efett'aiini ; e vincerà il migliore;
$' anime fon quaggiù del ben preiaghe

SO-
. ,

PARTE, %
SONETTO LXXXl.
CEsìre poi che '1 traditor d'Egitto
Li fece il doti dell'onorata te fra ,
Celando l'allegrezza rmnifefta
Ranfe per gli occhi fuor } fuxome è fcrittor
Ed Anni bài quando all'imperio afflitto-
,

Vide farfi fortuna sì molefta ,


Rife fra gente l'agrimofa e mefta , ,
Per isfogare il fuo acerbo defpitto :

E così avveri, che 1' animo ciafcuna


Sua paflion lotto '1 contrario manto
Ricopre con la vifta or chiara , or bruna.
Però, s r alcuna volta i'ridu, ocanto;
Faccio! perch' i* non ho (e non queft 1 mìa
Vja da celare il mio angofciofo pianto»

Sonetto lxxxil
Vinse Annihàl' , e non feppe ufarpoi
Ben la vittoriofa fua ventura :

r fignormio caro, aggiarecura r


£f ^rumilmente
Che non avvegna a voi.
L'orfa rabbiofa per gii orfàcchi fnoi,
|
Chetrovaron di Maggio afpra paftura r
Rode sè deutro,e identici 'unghie indura»
Per vendicar fuoi danni fopra noi
Mentre '1 uovo dolor dunque l'accora

Ni>n riponete l'onorata fpada


;
Anzi feguite là dove vi chiama
Vortra fortuna dritto per la (tratta
Che vi può dar dopo la morte ancora 1

Mille e mi 11 'an ni al mondo onore,, e fama


*
- ,

Ss PRIMA
SONETTO LXXXIII.

L Aspettata virtù che 'n voi fioriva


1
_

Quando Amor cominciòdarvi battaglia ;

Produce or frutto che quel fiore agguaglia »


E che mia fpeme Fa venire a riva.. _

Però mi dice '1 cor , eh* io in carte Feriva


Cofa onde *1 voftro nome in predio faglia t

Che 'n nulla parte si faldo s' ingiglia >

Per f.irdi marnu una perfona viva.


Credete voi che Cefare o Marcello
, , ,

O Paolo, od Affrica* foffin corali

Per incude giammai , né per murtello?


Pand-ol tornio, queft' o^re fon frali
Al lungo andar ; ma 'I noftro ftudio è quello
Che fa per fama gli uomini immortali.

CANZONE XXII.

MAi non no
Ch'altri
vo' più cantar, compio foleva :
m'intedeva-ód'ebbi feorno:
E puoflì in bel foggiorno eflèr molefto .
Il fempre fofpirar nulla rileva-
Già fu per alpi neva d* ogn' intorno
5
I
: f
Ed è già preflo al giorno;ond' io fon dello .

Un'arto dolce onefto è gentil cofa :

Ed in donna amorofa ancor m* aggrada


Che'n vada altera 3 e difdegnofa r
vi fra
Non fuperba» e'ritrpfa . , «
Amor regge fuo imperio fenza fpada .
Chi fmarrit' ha la ftrada * torni indietro
Chi non ha albergo , pofifi in fui verde i
Chi non ha i' auro , o '1 perde »
Spenga la fece fua eoo un bel vetro . fi
.. .

'
V diè
PARTE.
guardia a fan Pietro; or non più,
in
gr
nò ">
Incendami chi può; eh' i' m'intend'io .
Grave Coma è un mal fio a mantenerlo.
Qu.mto poOo , mi fpetro ; e foi mi fto
Fetonte odo ere 'n Pò cadde, e morìo : zo
,

E già di là dal rio pattato è '1 merlo:


Deh venite a vederlo : or' io non voglio -
None gioco uno fcogl io in mezzo l'onde
,
E 'atra le tronde il vifeo Affai mi doglio
.

Quand' un ioverchio orgoglio %j


Molte virtuti in bella donna afeonde .
Alcun' è che rifponde a chi noi chiama :
Altri , chi 'I prega , lì dilegua
, e fugga :
Altri al ghiaccio fi Itrugge :

Altri dì , e notte la fua m -rte brama


. 30
Proverbio , Ama chi t' am i , è fatto antico
.
Iben quei eh' io dico, or lana andare,
lo
Che con vien ch'altri impare alle fue fpefe-
Un umil donna grama un dolce amico
Mal fi conofee il fico . A me pur pare
35
Sentio,a non cominciar tropp' alte
imprefo
E per ogni paefe è buona Ganza .
L infinita fperanza occide altrui :
Ed anch' io fai alcuna volta in danza .
wael poco che ni' avanza 1
4O
Fia chi noi fenili , s * i '1 vo' dare a lui
I mi fido in colui che 'I mondo
regge,
E
eh e («guari fuoi nei bofeo alberga
;
Che con pietofa verga
|
Mi meni a pafeo omji tra le fue gregge
4? -

tori e eh ogni uom che


legge.no n s' intende;
fc la rete tal tende
, che non piglia :
E chi troppo srRi triglia , fi Gravezza ,
Non Ha zoppa l a legge, ov' altri attende.
Per bene dar 11 feende molte
miglia 5 <j .

Mi par. gran maraviglia, e poi fi fprezza,


D6 Una
,

U P R I M A
Una chiufa bellezza è più ioave.
Benedetta la chiave che s* avvolte
AI cor* e fciolfe l'alma, e fcolia ave
,
1

Di catena sì grave, 55
£ 'rifiniti fofpìr del mio le n tolte-
Là dove più mi do! Te altri fi dole
,
:

E dolendo, nddolcifceil mio dolore;


O.id' io ringrazio Amore ,

Che piò noi fcnto;ed è no meo che fuoIe.tìO'


In lile^zio parole accorte, e fagge i
E '\ fuoti che mi fot crasse o$ni altra curai
E la prigion' ofcuraov*à'l bel lume :

Le notturne viole pei le piagge ;


E le fero fèfcragge entr'alle mura; 6$;
E' la dolce paura , e '1 bel coffuoie ;
E di duo fonti un fiume in pace volto
Dov' io bramo , e rsccoito ove che ila :
Amor' , e gelofia ni* haruio 'icor tolto ;
E i fegni- del bel volto r 7°
Che mi conducon per più pianti via
Alla-fperanza mia degh .<&>.. ni .
, al Ira

©ripofiro- mio bere; e qu J ch«leguej


Or pace , orgat-rra , or tregue .

Mai non m'abbandonate in quelli pan ni.M


Dfe' Eaffati miei danni pia-ng-i > ^.f™° '
Perchè molto mi fidò in^uelch'iVao
.

petto ;
De! prefente mi godo , e meglio al
F vo contando «!i amai y e tacco ,egrid»J
So
E'n b?l ramo m'annido , ed in tal modo,
Ch' i* ne ringrazio , e lodo il gran duetto»
Che 1* indurato affetto al fine ha visto».
E nell' alma dipinto, V fare' udito ,

E maratone a dito; ed hatmeeltin'ov


Tanto innanzi fon r-mto, $5 :

Ch'il pur dirò: N>>n fc ftu tanto ardirò ..

Cium' ha.'L fianco ferito 3 aclii'l rifalda •„


.

PARTE, ss
Per cm nel cor via più che 'n carte ferivo?
Chi mi fi morto , e vivo-
;
Chi in u puto m'agghiacciai mi rifcalda.90

CANZONE XXIII.
NO7A angeio-cta forra
Sctie ddi cielo
l'ale accorta 1

in fu la frefea riva*
Là 'nd' io pacava fui per mio dettino:
Por che fenza compagna, e fenza feorra
Wi vide un laccio che di feta ordiva * y
; ,

Tefe fra l'erba ,ond' è verde 'J cammino s


Allor fai prefo e non mi fpiacque poi
;

Sì dolce lume uìcìa degli occhi fuoi

SONETTO LXXXIV.
VJOn veggio, ove fcampar mi" polla ornai y
1^1 Si lu-nga guerra
i begli occhi rai fanno :

Ch'io temojlaflb , nò'J foverchio affanno


Kftrusga '1 cor , che tr.iegua »on ba mai
Fuggir vorrei : ma gli' amor oli rai
Che dì , e rrocte nella mente ftdnno-,
Rifolendon si r ch'ai quintcdeeim , aiino-
M abbagliali più,che?A primo giorno affai
~
E l'immagini lor fon sì cofparte y
Che voi ver non mi poffo ov' io non veggi»
O quella, ofimil'indi accefa hice-
Solo d' un Lauro tal felva verdeggia :

Che 1 mio awerfariocon mirabii'arte


Vago rami > ovunque vuol, m'adduce
fra. i
,
, . .

U PRIMA
SONETTO LXXXV.

Avventuroso più d' altro terreno »


Ov' Amor vidi già ferm ir le piante ,

Ver me volgendo quelle lua fmte


Che fanno intorno a sè l' aere «ere no :
Prima porìa per tempo venir meno
Un'immagine falda di diammte.;
Che l'atro dolce non «nftàa
iprite
'1 cor si pieno
qual* Ho la memoria , e
:
Del
tante volte vedrò giammai
Nè ti

Ch'i'non m' ìm±hm a ricercar deli orme


giro
Che'l bel piè t'eceinqujl cortere
'

Mafe'n cor valorofo Amor non dorme ;


Prega Sennuccìo mio, quando 1 vedrai ,
Di qualche lagri metta > o d' un foipiro

SONETTO LXXXVL
Amor
L Asso
Che
, quante fiate
fra la notte» e'1 di fon pt.u di
Torno dov' arder vidi le faville
to' affale
mille»
;

Che'L foco del mio cor fanno immortale.


Ivim' acqueto e Jori condotto a tale .
:

Ch' a nona,a vefpro.all\lba,edalle huiliet


Le trovo nel penfier tanto tranqune,
Che di nuli' altro mi rimembra , ocale .
L'aura foave che dal chiaro rifa
Move col fuon delle parole accorte.
Per far dolce fereno ovunque fpira;
(Wi geiitit di paradifo»
un fpirto
Sempre in quell' aere par che mi contorte ;

Sì che*! cor Udo altrove noarelpira.

so-
. .;

PARTE. Sf

SONETTO LXXXVIL
Perseguendomi Amor' al luogo ufato
Riftretco in guita d'uo ch'afpetta guerra* .

Che fi provvede e i pani intorno terra ,


,

De' miei antichi peniìer mi flava armato :


Voltimi e vidi un' ombra , che da Iato
:

Stampava il Sole ; e riconobbi in terra


Quella che , Q
*I giudicio mio non erra?

£ra più degna d' immortale flato •


I'dicea fra mio cor j Perchè paventi?
Ma non fu prima dentro il penfier giunto
Che i raggi ov'io mi ftruggo,eran prefenti*
Come col balenar tona in un punto,
Cosi fu' io da' begli occhi lucenti ,

E d'uà dolce fallito infieme aggiunto,

SONETTO LXXXVIII.

LALàDonna
dove
che M mio
fol fra bei
cor nel vifo porta
penfier d'amore
i

Sede m'apparve ; ed io , per farle onore


i , ,

Modi con fronte reverente » e fmorta


Torto che del mio flato iuflì accorta,
A me fi volfe in sì covo colore,
Ch' avrebbe a Giove nel maggior furore
Tolto Parme di mano , e l'ira morta .

imi rilcoflì : ed ella oltra , parlando ,

PiCsò che la parola P non fofferfi ,


; ,

Ne'l dolce sfavillar degli occhifuoi.


Or mi ritrovo pien di sì diverti
Piaceri in quel l'aiuto ripenfando^
Cfaeduol non fento , riè fentl ma' poi

S G-
U PRIMA
SONETTO LXKXIX.

SENNWccio-,i'vo'che fappi,in qua! maniera


Trattato fono , e qua! vita,é la mia • ;

' Ardomi eom-' io folìa


, e ftruggo ancor ,
:

Laura mi volve; e fou pur quel ch'i' m'era -

Qui tutta umile, e qui la vidi akera.; _


.

Or' aipra, or piana, or difpieta»a-, or pia


Or veftirii oneriate , or leggiadria i
Or manfueta , or difdegnofa e fera , ,

Qui cintò dolcemente ; e qui s' affile :


v^lu lì rivolle ; e qui rattenne il paflo :

Qui co' begli occhi mi trafitte il core :

Qu una parolai e qui forrile:


dilfe
Qui cangi ò'I i-ifo I» quelli pender, laflo?
.

Notte; e dì tienimi il fignor noftro Annate *

SONETTO X.C,.

f~\3i dove mezzo fon > Sennuccio mio »


,

V«£ Così ci fofs-' io intero, e voj contento


( \
Ve mi fuggendo la rempefta, e '1 vento »
Ch.mno fubito fattoli tem-oo rio .

Qui fon fecuro : e vovvi dir perch* io


Non, come foglio, il- folgorar pavento;:
E perchè mitigato, non che fpento -
,

Né mica trovo il mio ardente defio


Tofto che giunto all' amoro fa reggia
Vidi , onde nacque Laura dolce , e pura 3
Gh ? acqueta l'aere,e mette tuoni in bando; i

Amor n jll' alma-, ov' ella ftgnoreggia ,


Raccefe il foco , e fpente la paura :
Chefurei dunque gli occhi fuoi guardante?
,,

PARTE. I»

CANZONE xGL
DEll' empia Babilonia , end' è fuggita
Ogni vergogna , ond 1 ogni bene è fori
;
Albergo di dolor , madre d' errori
Suri fuggi t' io
per allungar la vira.
Qui mi ito folo ; e come Amor m' invita
,
»
Or rimej e verfi, or colgo erbette » e fiori
5
Seco parlando , ed a' tempi migliori
Sempre penfando i e quefto fol m' aita.
Né del valgo mi cai , né di fortuna,
Né di me molto nèdicofa vile;
«

Né dentro lento , nè di fuor gran caldo :


Sol due perfone cheggio ; e vorrei 1' una
Col cor ver me pacificato , e umile ;
L'altro co! piè, ficcome mai fu , {aldo.

SONETTO XCII-
mezzodì duo amanti onefta altera
INVidi una Donna e quel Signor , coti lei
Che fra gli uomini regna
, e fra gli dei ;
E dall'un iato
Sole , io dall' akr* era .
il
Poi cheaccorfe chiufa dalla fpera
s'
Dell' amico più bello ; a gli occhi miei
Tutta lieta fi volle e ben vorrei :

Che mai non folle inverdi me più fera »


Subito in allegrezza fi convelle
La gelofia che'n fu la prima viltà
Per si alto avverfario al cor mi nacque :

A lui la faccia lagrimofa , e trilla


Un nuviletto intorno ricoverfe ;
Cotanto 1' elTer vinto li difpiacque »

S O-
_ , ,

50 PRIMA
SONETTO XCIII.

di quella ineffabile dolcezza


PTen occhi miei
Che del bel vifotraflen gli

Nel dì che volentier eh iufi |ti avrei


Per non mirar piamm minor.bellezza ; ;i

Lattai quel ch'i' più bramo ed bo sì avvezza :

La menr.- a contemplar fola cortei;


Ch' altro non vede; , e ciò che non è lei ,
Già per aurica ufa.-.z i
noia , edifprezza-
In UM valle chinfa d'ogn' intorno .
Ch' è Refrigerio de'fofpir miei Ufll
Ginnli fi-I con A rair peabfi» 5 ptsaria :

Ivi non donnei mi SfiftàMeTn e faffi


E l'imrmgin trovo di quel giorno,
Che'l penriermio figura ovunque fguardo.

SONETTO XCI V.
ond' è più chiuda quefta valle ,
faffb
SE'l
Di che '1 fi» proprio nome fi deriva »
Tenede vulto per natura fch iva
A Rami il vifi, edaBabel le fpalle ;
I miei benigno calle
fofpiri più
Avrian per gireove lor fpeneè viva :
Or vanno epurciafeuno arriva
(partì ;

Là dpv' io '1 ; che Col' un non falle


mando :

E fon di Jà sì dolcemente accolti,


Com 1 io m' accorgo; che nefìun mai torna ;

Con tal diletto, in quelle parti ben».


Degli occhi è'1 duo!;che tolto che s'aggiorna,
Per grandefio de' be' luoghi a lor tolti
Danno a me pianto , ed a' pi* la Hi a Sanno .

S O-
PAR TE.
SONETTO XCV.

RImansi addietro ilfeftodecim'anno


De' miei ed io trapàffo innanzi
fofpiri ;

Verfo l' eftremo ; e parmi che pur dianzi


Fofie'I principio di cotanto affanno .
IL' amar m' è dolce ed util' ii mio danno ,
f

E 'i viver grave ; e prego , ch'egli avanzi _


L'empia fortuna ; e temo , non chiuda anzi
Morte i begli occhi che parlar mi fanno *
Or qui fon laffo, evoglio effer altrove;
E vorrei più volere , e più non voglio;
E per più non poter , fo quant' io porlo :
E d'antichi defir lagrime nove
>
Provan,cortt' io fon pur quel ch'i'mi foglio:
Nè per mille rivolte ancor fon moffo.
1

C A N Z O N E XXIV.

UNa. donna più bella affai che *1 Sole ,

E'più lucente , e d* altrettanta etade »


Con famofa beltade
Acerbo ancor mi traffe alla fua fchiera :
Quefta in penfìerij iti opre, ed in parole J 5
Però eh' è delle cofe il mondo rade;
Quefta per mille ftrade
Sempre innanzi mi fu leggiadra altera :
Solo per lei tornai da quel eh' i' era,
I Poich'i'fofferfi gli occhi fuoi da preflo: i»
I Per fuo amor m' er' io meffo
I A faticofa imprefa affai per tempo,
I Tal, che s'i' arrivo al deuato porto,
( Spero rer lei grati tempo
Viver quand' altri mi terrà per morto. 15
Que-
, ^ ,,

oi PRIMA
Quefla mia donna mi menò molt'atinì
Pien di vaghezza giovenile ardendo»
Siccom' ora io comprendo ,
Sol per aver di me più certa prova,
Moftradomi pur S'ombra ,o*l;veI<r,o'pafiiiè
Talor di sè mi
'1 vifo nafcondendo :
?

Ed io , credendo
laflo ,

Vederne affai tutta F età mia nova


; -

Pattai contento; e '1 rimembrar mi giova.


Poi ch'alquato di lei veggio or più ilianzi,ij
1
I dico , che pur dianzi
Qual' io non t'arca vifta infin' allora >
Mi fi fcoverfe: onde mi nacque un ghiaccio
Nel core; ed ev vì*-ancora
lì farà Tempre fin ch' i'"fe'fia in braccio 30 .

Xja non mei tolfe la paura , o *1 gielo :


C he pur tanta baldanza'al mio cor diedi ;
Ch'i' le mi ftrinfi a' piedi
Per più dolcezza trar degli occhi fuoì :
Edella> che rimolToavea s;ià il velo 3?
Dinanzi a' miei, mi di (Te; Amico>or vedi »
Com' io fon bella; è chiedi
Quanto par fi convenga a gli anni tuoi •

Mado mia 5 dilli y già gran tempo in voi


Pofi'l mioarfior,ch'io feto or si'nfiamato:^
Ond' a me in quello Irato
Altrovolere , odifvoler m' è tolto.
Con voce allor di sì mirabil tempre
R-ilpofe! e con un volto.
Che temer, e fperar mi farà fempre : 45
Rado fu al mondo fra cosi gran- turba *
Chi udendo ragionar del mio valore
Non fi fentifle al core
Per breve tempo almen qualche favilla r
Ma l'avverfaria mia. che'l ben perturbalo
Torto la fpegne ond' ogni vercùimre r
:
-

E re-
. ..

E
PARTE,
regna altro fi gnore,

Che promette una vita pìw tranquilla .
Ilei a tua mente Amor, che
prima a prilla ,'

Mi dice cole veramente, ond' io


5S
•Veggio , che 5 1 gran defio
Pur d' onorato fin ti fera degno :
E come già Ce de' miei rari amici :
Donna vedrai per fegno
,
Che farà gli occhi tuoi via più felici
. 60
rt
8 11 ",'
.,
Q lieft>è impoffibil cofai
Uuand elia.Or raira.e leva gli occhi fi poco
In pia riporto loco
Donna eh' a pochi meftrò giammai
fi
Katto inchinai la fronte
vergognofa fi?
.Sentendo novo dentro maggior
foco;
£d ella il prefe in gioco,
Dicendo , io veggio ben , dove tu ft
ai
Siccome '] Sol co'fuoi poffenti r i
H a
iubito fparir ogni altra flella;
70
Cosi par or men bella
La vifta mia cui maggior luce preme
',

«a 10 pero da' miei non ti diparto:


Che quella , e me d'un feme,
Lei davanti, e me poi produfle un parto.
7S
JPP«Ii intanto di vergogna il nodo
1

U al a mia lingua era


diftretto intorno
Su nelprimiero feorno
AJlorquand l'ode' fuo accorger
m'accorti :
t Dcorn^nciai: S egli è ver
quel chYodo, 80
Beato iJ padre , e benedetto
il giorno
t ^ di voi 1 mondo adorno;
I*"tto tempo c h~ a vedervi iocorfi :
I

I le mai delia via dritta ni torfi.


Duo mene forte aliai più chVn6
5 moftro:8«
fa te dell' efler voilro
fofii degno udir più, del deSr'ardo:
Pcn-
i, , .

M p R I M A
Penfofa mi rifpofe, e cosi filo

Tenne '1 fuo dolce fguardo, \J


mandò con le parole il vito.«e
Cti' al cor
eterno padre
Siccome piacque al rioftro
immortale
Ciafcuua di noi due nacque
:

Miferi; a voi che vale?


diletto -
Me' v'era che da noi folle 1

laggiadre 95
Amate belle giovani c
, ,
1

Fummo alcun tempo;ed orfia giunte a tale,


Che coftei batte l'ale
Per tornar all'antico fuo ricetto
:

P per me fono un' ombra : ed or t no detto


Quanto per te sì breve intender puolii
xoi .

molli ,
Poi che i piè ffiùi tur _

Dicendo , Non temer eh' l' m allontani


colie;
Dì verde lauro una ghirlanda
La qual con le fue1 mani _
avvolte- «;
Intorno intorno alL mie tepie
oicura,
Canzon , chi tua ragion chiamale
ipero
Dì , Non ho cura : perchè tolto
Ch'altro meflaggio il vero jM
Farà in più chiara voce mamtelro .

altrui ; 1
Io venni fol per ifvegliare
Se chi bi' impofe qapfto, t ,

Non m' ingannò quand' 10 parti da


lui
,

SO
PARTE. 9s

jt a SONETTO XCVI.
QUklle pietofe rime in ch'io m'accodi
Di voftro ingegno, e del cortefe affetto i
Ebben tanto vigor nel mio cofpetto ;
Che ratto a quefta penna la man porli , *S»
Per fa r voi certo , che gli eftremi morii
/UtZsf
Di quella ch'io con tutto '1 mondo afpetto *M*„g^
Mai non Tenti ma pur fenz fofpetto
: i
'n.
Infin'all'ufcio del Tuo albergo corft
**f :

Poi tornai 'udìetro , pe<ch' io vidi fcritto


Di lopra'l Limitar, che'i tempo ancora
Non era giunto al mio viver prefcritto ; >> •.
Bench'io non vi ieggefii il dì > nè l'ora.
Dunque s'acqueti omai'l cor voftro afflitto; *v*»*^
li cerchi uom degno , quando sì l'onora.

CANZONE XXV.
ORTuo vedi, Amor, che giovinetta donna (ra;
regno fprezz;,,e del mio mal no cu-
E tra duo ta' nemici è sà fecura .
Tu le armato
ed ella in treccie, e'n gonna
,
Si fi ed mezzo i fiori, e l'erba: 5
e, e fcalza in
Ver ree fpieta t« , econtra te fuperba .

l'ioti prigion ma fe pietà ancor fcrba


:

L'arco tuo faldo > e qualcuna fletta i


Faditej edime) figliar, vendetta.-

SO-
. ,

|« P R r M A.

SONETTO XCVII. *
\j
DTcesett' anni ha già rivolto il cielo
Poi chc'n prima giamai no mi fpefii
arfi,e
Ma quando avven eh" ai mio fiato ripenu
Sento nei mezzo delle fiamme un gelo
Vero è'l proverbio j eh' A Uri cangia il pelo
Anziché'] vezzo: e per lentar i fenfi >
Gli umani affetti non fon meno intenfi :
Ciò ne fa l' ombra ria del grave velo .
Oimè latto! e mando fr i quel giorno_ t
Che mirando '1 fuggir de- li anni miei 1

Efca dei f c , e jg>sl In a «he pene ?


>

Vedrò mai '1 che punu.-int' io vorrei.


:

Qjaeli'aria dolce del bel vifo adorno


Piaccia queft' occhi > e quanto fi con vene?

SONET T O XCVIII.

QUel vago impallidir che '1 dolce rifo


'S un'.imorofa nebbia ricopeife.
Con tanta mjeftade al cor s' offerfe ,
Che li fi fece incontr' a mezzo '] vilo .
Conobbi allor, ficcarne in paratifo
Vede T un Palerò; in tal gjlifa s'aperte
Quel pietofo penfier ch'altri non feerie '.

Ma vidil' io y eh' altrove non m' a mio .

Ogni angelica villa ogni atto umile


,

Che giafnai in dona ov'amor £ifle>apparvcj


Fora unofdegno a lato a quel eh' i'dico.
Chinava a terra il bel guardo gentile ;
E tacendo dicea { com' a me parve )
Chi m'allontana il mio fedele amico?

SO.
p A R T E. 9T

^
SONETTO XCIX.

AM DianefT"^
affliggon sì
eIami ^ntcfchir»
>
c h> io porto alcuna
volta
Invidi a q uei che fon fui'
altra
Amor mi ftrugge '1 cor j Fortuna riva .

il priva
D ogni conforto: onde
[a «ente Lira
a adira e piagne; e cosi in
,
pena
molta
\
Sempre conven che comedo
Nèfpero .ideici di Eornino viva?
indietro [
Ma pur di nule in peggio quei eh* ava« 2a
E di mio corfo ho già 3 (| at0 il
p me2 ^
vi ?°" dld,an ™>
ma d'un vetro
nC ermÌ ogni pranza;
Irfn??L™
tutc 1 m,cl P"fier Ì
romper nel mezzo

CANZONE XXVI,
E tpenfier che mi ftmgse*
s>? m *.P«^cnte, e faldo,
Cosi vefhflè d'un
color conforme;
Forfè t i
? m
'arde, e fugge
Cl'a^m parte del caldo; ,
E dertemfi Amor Jà doy' or 5
Men dorme :
Solitarie 1' orme
Foran de' miei piè Jalìì
Per campagne, e per
colli:
Meo gli occhi ad ogni cr molli
r
: ra
É
b uon
che c tmi
hfffiin me dramma
non lalfa T ^cio Saffi ;

I Uie non iia foco , e fiamma •


Pero eh Amor mi sforza
,
E di faver mi fpogliaj
.

9S
Ma
PRIMA
non fempre alla fcorza
Ramo, nè'nfior, uè *« foglia

Moflra di fuor fua nacur.il virtude •

Miri ciò cbe'l cor chiude* io


1
Amor , e qqe' begli occhi '

Ove ù fiede ai)' ombra . -

Se '1 dolor che fi fgombra,


Avvé che'n pjanto,e'n la mentar trabocchi;
L? un' a me noce, e l' altro 15
Altrui ; ch'io non lo fcaltro
Dolci rime leggiadre-.
Che nel primiero affalto -
_ .

D'Amor'ufai,quand'io non ebbi altr'arme;


Chi verrà mai eoe fquadre 30
Quello mio cor di fmalto; • •

Ch'ai me n, com' io folca > po-fla sfogarms ?


Ch' averdentr'a lui parme
Uà che Madonna femore
Dipinge > e ài P ar ^ a : 35

Ji voler poi ritrarla 5


Per me no bafto;e par ch'io me ne (tempre:
Latto , cosi m
è feorfo
3

Lo mio dolce foccorfo.


Come fanciul ch'appena 40
Volge la lingua , e fnoda; - .

Che dir non fa 1 ma'l più tacer gli è noja;


Cosi'i defirmi mena
A dire: e vo'cbe m'oda
La mia dolce nemica anzi ch'io raoja . 4S
Se forfè ogni fua gioja
Nel fuo bel vifo è foJoy
E di tutt' altro è febiva ;
Odil tu verde riva ;
E pretta a' miei fofpir sì largo volo , 50

Che fempre fi ridica»


Come tu m'eri amica-
Ben
parte
Cai > che sì
bei piede ' 99
on t0( *óterra un qua nco,
£
Col tormcntofo
fianco
A partir teco i lor penfier
Cosi aveftu riporti "aicoiu
nafcorti *

De' bei veftigj fparfi


Ancor tra' fiori, e *9

\
jhe Ia
. ^ l'erba:
vita acerba

Sta come può s'appaga


E alma dubbiofa e vaga .
Oranque gh occhi volgo,
,
*
* s
Trovo un dolce fereno
,
Penando, Qui percoli il Va
g 0 lume
Qualunque erba , 0 fior
colgo ,
Credo che nel terreno
70
Aggia rad.ce ov'eila
G.t r a le piagge
ebbe i B
e >l
^
coiW
E tafor farfi Hn feggio fiume,'
Frefco, fiorito, e verde
:
U>sì nulla fen* perde;
E pm certezza averne fora
il dm.»
"
Spirto beato quale
Se, quando altrui
fai ta!e>
0 poverel a mia, come fc
rozza/
Credo che tei conofcni
:
Rimanti in quelli bofchi . 0

CANZONE XXVII.

U O^e le bel e membra


hef^a me
Zdfc
ramo,
vreimi ove piacque
par donna;

E a ( Con
. .

Erba, é fior, che la gonna


Leggiadra ricoverfe
ieno j
l0
o, , -
gii occhili cor m apene;
Date udienza infieme
Alle dolenti mie parole eltreme
S' egli è pur mìo dettino ,
'5
E '1 cielo in ciò s' adopra,
Ch' Amor quell'occhi lag ri man do
chiuda;

Qualche grazia il meichino


Corpo fra voi ricopra ; ; ,

E torni l'alma al proprio albergo ignuda-


La morte fia men cruda,

Se quefta fpeme porto


A quel dubbiofo paflb-
Che lo fpi rito laffo
Non mai in più ri potato porto ,
porla
Mè più tra squilla fofla
'n *J

la carne travagliata , e 1
olia .
Fuggir
Tempo verrà ancor forfè
Ch' all' "fato log giorno
Torni la fera bella , e maniueta ;
E là V
ella mi fcorfe
Nel benedetto giorno,
1

Volga la villa defiofa, e lieta.


Cercandomi: ed, o pietà!
Già terra infra le pietre
Vedendo, Amor 1' infpiri
In guifa , che fofpiri .

Sì dolcemente , che merce m impeti


E faccia forza al cielo,
Afciugandofi gli occhi col bel velo
!

Da' be' rami fcendea ,


<

Dolce
.

P A R. T E jrtV
Dolce nella memoria,
Una Poggia ai fior fovr a 'I fuo grembo
id ellaiedea
li
;

Umile in tanta gloria


,
Coverta già dei ]' amorofo
nembo : 4S*
Qua fior cadea fui Jembo „
Qua! tu le treccie bionde;
Ch oro iorbitO) e perle
Eran quel dì a vederle :
Qua fi p 0 far a in terr a e qual
Qual con un vago errore
, f« I» onde : <•
°
Gj ran do pare a d ir
, Qui regna Amore
Quante volte difs' io we '
Aliar pien di (pavento,
€oftei per fermo nacque
Così carco d' obblio
in Pa radifo i
5S «
li dìvin
portamento 3
IN volto, eie parole, e 1 dolce
rifo
Al aveano, e si divilb
Dall' Immagin ver .
ffo
Ch 1 O'cea ioipirando ,
Qui come venn' io , 0
quando >
Credendo effer in dèi , non là
dov' era
Ua indi m
qua mi piace
Queffa'erba sì, eh' altrove non
ho pace . 5?
fcm averli ornamenti quant 1 hai
, voglia,
.
Potrelti arditamente
pteit del bofco e gir infra
, la gente .

CANZONE XX VII L
TN quella parte dov' Amor mi (prona
1 Gonven C V ,o volga le dogliofe rime
,

,
Che fon feguaci della
mente afflitta .

Colui chedel mjo mal meco ragiona


.
s
E 3 Mi-
, ,.

J<w P R I M A
Mi dubbio; sì confufo ditta .
lafcia in
Ma pur quanto P iftoria trovo feruta
In mezzo '1 cor t che sì fpeflo_ rincorro
Con la ina propria man de' miei martìri
Dirò ; perchè i fofpiri io
Parlando han triegtiajed al dolor {occorro .
Dico, che» perch'io miri
Mille cofe diverfe attento) e fifa»
Sol' una donna veggio » e'I fuo bel vifo .
Poi che ladifpietata mia ventura >5
M' ha dilungato dal maggior mio bene
Nojofa, incurabile, e fuperba;
Amor col rimembrar foi mi mantene :
Onde» s'io veggio in gioveiul figura
Incominciarfi'l mondo a veftird' erba ; IO
Parmi veder in quella e^ade acerba
1 "
La bella giovinetta » eh ora è donna
Poi che formonta ribaldando il Sole;
Parmi, qual'effer fole ,

Fiammad'amor che'n cor'alto s'mdona, t-1

Ma quando il dì fi dole
Di lui , che paflo palio addietro torni \
Veggio lei giunta a' fuoi perfetti giorni
In ramo fronde, ovver viole in terra
Mirando alla ftagion che'l freddo perde>3°
E le ftelle migliori acquiftan forza ;
Negli occhi ho pur le violette , e'I verde
Di eh* era nel principio di mia guerra
Amor'armatosì, ch'ancor mi sforza;
E quella dolce leggiadretta feorza 3J
Che ricoprìa le pargolette membra
Dov' oggi alberga l' anima gentile
Ch' ogni altro piacer, vile
Sembrar mi fa sì forte mi rimembra
:

Del portamento umile *?


arti;
Ch* aìlor fioriva, e poi crebbe anzi agli
Cagionala,
parte
e ripofo de'ime'aftW*

J»e tra I trinco , e l?aBr«o colore


nwl
SX* H™« 1
u no™ WJe .„
?ti^xt f:r 1
,eda,ai,r'> ':Ke ' , '°" :

Wi-.-nte apprezza m3 diventa eterno


Sn Ì3 " è lo C
,

&*5 *

Sf2
/ ' notturna "ver„ó
*oh vidi mai do^o
Ite -

Cnrper l'aere fereno ftelle mssià


Efiammeggiar fr
erS,
rugiada J
* e *J gìetii
?
Ove la fianca mia
vita s' appoggia ;
Qua! io «lividi all' ombra
d^u», bel ;e b-
E ficcarne d» lor bellezze il
cielo
Li ìii q
r
eegtosfavillar
e1
?,''
cosJ >g™i ancora

ond'io fcmpr'ardo
£ , 6>
& So * levarli (guardo ;
1

Sento il lume apparir


.
5

che m'innamori-
nnarao «-
Se tramontare ai
tardo:
Parme] veder qu? Wp
fi volge altrove
LaOando tenebrofo onde fi
move . %o
! iTl rt de rofe con
°/°
J
biglie
7

Allori
AUor allor da verrine
.
man colte:
Veder penfaro ,1 vjfo di colei
Ch avanza tutte .l'altre
miraviglie 77
Con tre belle eccellenzie
ii, ui raccolte ]

Le btonde treccie fopra '


'I collo iciolte ,
E 4 Oir
r
, ,. .

xo4. PRIMA
Ov' ogni latte perderia fua prova ;
E le grande eh* adorna un dolce foco
Ma pur che l' ora un poco ,

Fior bianchi , e gialli per le piaggie mova :

Torna alla mente i! loco» '

E '1 primo dì eh' i' vidi a Laura fparfi


I capei d* oro ; ond' io sì Cubie' ari!

Aduna aduna annoverar le fteìle i 85


E 'n piceìol vetro chiuder tutte l' acque
Forfè credea ; quando in si poca carta
Novo penfier di ricantar mi nacque
In quante parti il fior dell' altre belle
Stando in sè ftefla > ha la fua luce fparta ; Q<3
Acciò che mai da lei non mi diparta :

Né faro io : efe purtalor fuggo \ _

Li cielo , e *n terra m* ha racchiufi i pam i


Perchè a gli occhi miei laffi
Sempre è preféte:6d'io tutto mi ftrnggo:*) J
E così meco fìaflì ,
Ch altra non veggio mai» nè veder bramo 1
1

Né 'I nnme d'altra ne' fofpir miei chiamo


.

Ben fai , Canzon , che quant' io parlo, è nulla


Al celato amorofo mio penfsro ;
100
Che dì e notte nella mente porto;
,

Solo per cui conforro


In così lunga guerra anco non pero :

Che ben m* avria già morto


La lontananza del mio cor piangendo ? 10S
Ma quinci dalla morte indugio prendo

CANZONE XXIX.
ITalia mìa ; benché '1 parlar fia indarno
Alle piaghe mortali
Che nel bel corpo tuo sì fpefTe veggio ;
Piacerai almen, eh' i miei fofpir Ben quali ,

Spe-
,

Spera '1
PARTE.
Te vero
Arno,, e I'
Iot
-
| I Pò , dove dogiiofo e grave or feggio .
K.ettor de! ciel , io cbegglo
,

Clie la pietà che ti condirne in


terra,
-Ti volga a tuo
diletto almo paefe
!
.

Vedi 3 Signor cortefe ,


I0
Di che lievi ca gion che crude!
guerra :

f cor che 'ndura, e ferra


i

Marte fuperbo, e fero,


Apri tu , Padre , e Wnerifci
, e fnoda :
* ivi b che '1 tuo vero
( QoaPio mi fia ) per la mia lingua s'
oda.
VOI cui Fon ulla ha pollo in mano
il freno
Oelis belle contrade i
Di che nulla pietà par che vi
Aringa*
Che fan qm tante pellegrine lpade
? 20
Perche 'I verde terreno
Del barbarico fangue fi dipinga?
vano error vi Infinga:
,
Poco vedete e parvi veder molto
,
:
Lne n cor venale amor cercate,
0 fede.n
Qua! più gente pofl'ede,
Colui è pift da' fttoi nemici
O diluvio raccolto
avvolto. \_
Di che deferti Urani
Per innondar i noli ri
doìei campi 30
Se dalle proprie mani
Quello nWn' orchi na che ne fcampi?'
P
P»Pfovvd e Naturacilàolfa»^
Quando dell' Alpi fchermo
Jole fra noi e la TedeSa rabbia
,
Ma defir cieco, e
.
35
l
Votra 'I &g ben fermo
» e poi tanto ingegnato.
/'
cw P»/ano
ha procura tofeabbia.
n
Ur dentro ad una gabbia
Ferefelvagge, e mancete
gregge 40
» 5 S'an-
, , j

ìo« P R T M A
S" annidati sì, che femore il miglior gemer
Ed è nu<uS del feme>
Per più dolor » del popol fenza legge-
Al qual , come fi legge
Mi rio aperfe sì 1 Banco» 45 '

Che memoria dell'' opra anco non langue;.


Quando affé tato, e (litico
Non più bevve del fiume acqua, che fangue-
Celare taccio ; che per ogni piaggia
Fece l'erbe fansuisne-
Dilorrene, ove'l nofìro fèrro mife .
Or pari non fo perchè (Ielle maligne'»
.

Che 'I Cielo in odia n'alia.

V.iftra mercè , cui tanto fi.comrm'fe ;


Vcftre voglie divife _

Guaftan è A mondo la piò bella Darre-
Qual colpa, qttat giudizio , o qual dettino».
Fafcidire il vicino
Povero ; e le fortune afflìtte e lparte -,

Perfeyuire , e 'n difn-arte <£>

Cercar gente, e gradire,


Che fparga'Jfangue.e veda l'alma a prezzo?
- Io parlo per ver di'ev
Non per odio d'altrui, nè' per diiprezzov
Uè v'accorgete ancor per tante prove 6j
Dal Bavarico inganno ;

Ch'alzando'! dito con Fa Morte fcherza


Peggio- è lo ftrazio,at mio parer^he'l dano*
Ma'! voftro fan gne piove
7°-
Più largamente, ci) 'a Itr'ira vi sferza .

Dalla mattina a terza


Di voi penfate ; e vederete , come
Tien caro altrui chi tien sè cosi vile .

Latin fangue ge riie -

Sgombra da te perette danno» fome : jf


Non far idolo ua nenie
, .

V ino lenza foggetto


PARTE. :
,o 7

Gì: '1 furor di


Ufsù genee ritrofa
Vincerne d'intelletto
Peccato è n .ftro e non naturai
cufa, . 80
Non è qucfto terrea eh' incoccai pria
'I
?
Non è qudto mio nido, 'I

Ove nudrito fui sì dolcemente?


N0.1 èqu.efta la patria in eh' io mi
fido ,
M idre benigna , e pia , g?
he cjjre i» un , e l'altro mio
K<
D, o.t que/b la mente
f;Ior vi mova ; e con pietà <rtnrd
parente ?

a te
Le lagrime del Dopo! dolorofo,
Che fol da voi rioofo
ea
Dopo Dio fpeta e ; pur che voi :
inoltriate
jegno alcun di oietate
;
Virtù con tra furore
Penderà l'arme enYl combatter corto :,-

Uie^i africo valore


Pj
NellTnlici cor non é ancor morto.
Signor, mirate, come'I tempo
vola,
h decerne la vita
Fugge , e la morte n' è fovra le fpalle
1 h te or qui
Denfate * lì * Partita
'
Xl n
:
100 :
Che ,
alma ignuda, e fófa
I

Con ven eh* arrivi a quel dubbiofo


calle .
Al pali ir quella valle
Piacciavi porre si Podio e Io
fdegno.
fi
,

Venti ctmtrarj alia vita ferena:


t0 ;
E quel chejn altrui pena
Tempo fi fpede.iti qualche atto più degno»
O di mino, o d' ingegno,
In quil-he bella lode,
In qualche o.. e (loftudio fi
converta : ira
Cosi qua^Ht fi gode*
Eia flradadel ciel fi trova aperta r
F- * Can- S
. .

ic8
Canzone 3 io
PRIMA
t'ammonifco,
Che ma ragion cortefetnente dica :

Perchè gente altera ir ti convene


fra ; 115
E le voglie fon piene
Già dell' ufanza pefiima , ed antica >
Del ver fempre nemica .

Proverai tua ventura


Fra magnanimi pochi,a chi'I ben piaceli©
Di lor, Chi m' afiictira?
Io vo gridando Pace 1 pace > pace

CANZONE XXX.

DI Mi
pender
guida
1
in penfier
Amor ;
, di monte in monte
ch'ogni fognato calle
Provo contrario alla tranquilla vita .

Se *n folitaria piaggia rivo, o fonte >


Se'n fra duo pogg* liede ombrofa valle ) $
.
Ivi s'acqueta l'alma sbigottita ;
E) com' Amor ia'nvita,
Or ride , or piagne, or teme, or s-' afìiciira £
E
'ì volto , che lei fegue , ov'ella il mena
j
Si turba , e rafferena , io
Ed in un'efler picciol tempo dura :
Onde alla villa , uomdi tal vita efperto
Diria, Quelli arde, e di fuo flato é incerco .
Per alti monti , e per fclve afpre trovo-
Qualche ripofo : ogni abitato loco 15
E' nemico mortai degli occhi miei
Aciafcun patto nafce un penfier novo
Della mia donna , che foveme in gioco 1

Gira *1 tormento eh' i' porto per lei :

Ed appena vorrei 20
Cangiar quefto mìo viver dolce amaro :
Ch' i' dico ; Forfè ancor ti ferva Amore
Ad un tempo migliore :
Fosv
_ . P A
R. E,T ì€9
*orfe a te fteflo vile , altrui fe
caro :
Ed in quello trapalo fofpirande,
25
Or potrebb'c flcr vero, or come, or
"ve porge ombra un pino alto od quando .

, un colle,
lalor in arrefto r e pur nel primo failo
Di'egoe con la mente il fuo bel vifo .
i
01 eh a me torno, trovo il
petto incile io
Della pi etate ed nllor dico ,
; AbilafTo,
Dove le giunto, ed onde fedi Vifo >
s Ma mentre tener ftfo
Polio al primo penfier la mente
E mirar lei , ed obbliar me fteflb vaga, f« ;

Sètta Amor sì da preflo ,


Che del fuo proprio error l'almi s 'annasa *
In tante parti , e si bella la veggio';
Chele 1 errorduraile, altro noncheggitf.
1U e C or cfii fia che mel creda?)
K-.f. 40
Neil acqua chiara, e Capra l' erba verde
Veduta viva , e neUroncon d' un faggio :
3
E 'n bianca nube si fatta , che Leda
Avria ben detto , che fui figlia perde
Come {iella che 'I Sol copre col rasgio ;
E quanto in più felvaggio 45 :

.Loco mi trovo, e'npiù deferto lido,


Tanto più bella il mio penfier l'adombra :
Poi, quando '1 vero fg ombra
Quel dolce error , pur lì medefmo affido
50
Me freddo , pietra morta in pietra viva ;
Jn gjiifad'uom che pen lì, e pianga ,e feri va.
a monta 3na ombra non tocchi,
£ r u
Ver io 1 maggiore , e 'I più fpedito
giogo
Tirar mi tuoi no defiderio intenfo:
55
Indi i miei danni a raifurar con gli
occhi
Comincio; e 'ricanto lagrlmmdo sfogo
Di doiorofa nebbia il cor condenfo
,
«Ilor eh j miro 3 e penfo
3
Quan-
no PRIMA
Quanta aria dal bel vifo mi diparte » 6a
Che femore m 1

è sì pretto eil lontano


,
;

Fofcia fra me pian piano; ,

Che fai tu lafio ? forfè in quel 'a parte


Or di tua lontananza fi fofpira :
Ed in quefto penfier l'almi refpira . 6y
Canzone 1 oltra quell'albe
Là» dove'I ciel è più feretio , e lieto ,
Mi rivedrai fovr* nn ruicel cor enre,
Ove Ì' aiU'a fi fente
D* un frefco , ed odorifero Laureti 1
; 70
Ivi è'I mio cor', e quella che 'l minvola :
Qui veder puoi l'immagine miaiulj.

SONETTO C.

cammin va è chi ufo di mercede ;


POiPerche'1
difperata via fon dilungato
Dagli occhi ov'era ( i' non fo per quii fato )
Riporto il guidardon d' ogni mia fede .

Palco 'i cor di fofpir , eh' altro non chiede ;


Edi lagrime vivo , a pianger nato :
Nèdi ciò ducimi ; perchè in tale flato 1

E^dolceil pianto più > ch'altri non crede r


Efoload una immagine m'atregno,
Che fé nonZeufi , oPraflìrèle , o Fidia,
Ma miglior tmftro ,edi più alto ingegno-.
QaalScitia m' afiìcura , o quii Numidia;
i' ancor non fazia del mio e (ìlio indegno »
Così nafeofb mi ritrova Invidia?

SO-
? A R T E.
SONETTO CL
TO canterei d'amor si novamente»
-I. Ch al duro fianco il dì mille fofpirj
Trarrei per fòrza , e mille alti deliri
Raccenderei net'a gelata menre :
E 1 bel Tifo vedrei cangiar fovenre,
E bagnar gli occbl > e più pietofi giri

vjdel r°
E
me ^,0
'i
Tuo error
' ^ ^S'*
quando non
altrui martiri
vai
,
, , li pente >
E le rofe vermiglie- infra la neve
Mover dall' ora; e di ("covrir l'avorio
Che fa di marmo chi da preffo guarda '1
;
I tutto quel perchè nel viver breve
Non rincrefeo a me Beffò , anzi mi glorio
I> elier lervato allaftagbn più tarda •

SONETTO CU.
t
Amor non è;che dunque è quel ch'i Tento?
S Ma èAmor; P erDio,checofa,e quale?
s egli
Se buona; ond èreUettò afpro mortale?
-Se ria ond' è sì dolce ogni tormento?
;

Sa mia voglia ardoiond'e pianto,e'l lameto? 1

S a mal mio grado ; il lamentar die


vale ?
Onta morte, o dilettofo male,
Cerne puoi tanto in me, s'io noi confento ?
Es jo confento; a gran torto mi doglio .
1

Fra si contrarj venti in frale barca


Mi trova in alto mar fenza governo ,
£i lieve di faver,. d' error sì carca>
rh'i'medèfmo non fo quel ch'io mi voglio ;
Etremo amezza fiate, ardendo il verno .

SO-
,

si* PRIMA
SONETTO CHI.
AMor m' ha pollo come fegno a
Sol neve, come cera
Colli' al
ftrale
ài foco,
•>

E come nebbia al e fon giàroco s


vento ;

Donna s mercé chiamandole voi non cale *

Bagli occhi vortri ufdo'.l colpo mortale


Contra cui non mi vai tempo , nè foco '
Da voi fola procede ( e parvi un gioco)
Il Sole, e'1 foco , c'i vento, ond'io lon. tale .

X pender fon fa ette , e '1 vi fu un Sole;

E '1 e'niìeme con quefl.' arme


defir foco ;

Mi punge Amof\in'abbaglia,e mi diSrugge;


E l'angelico canto , e le parole,
Cot dolce fpirto ond' io non polfo aitarmc i
Son 1' aura innanzi a cui mia vita fugge »

SONETTO CIV.
T),\ce non trovo e non ho da far guerra »
,

X E te ma, e foero,ed ardo,e fon'u ghiaccio;


E volofopra'l cielo, e giaccio interra;-
E nulla ilringo, e tutto'l mondo abbraccio •
Tal m'ha in prigion,che non m'apre, nè ferra?
Nò per fuo mi riten , nè fcioglie il laccio ;
E non m* ancide Amor' , e non mi sferra ;
Nè mi vuol vivo , nèmi trae ci' impaccio .
Veggio fenz' occhi; e non ho lingua, e grido ;
E bramo di perir, echeggio aita ;
Ed ho in odio me fiefTo , ed amo altrui .*

Pafcomi di dolor ; piangendo rido ;


Egualmente mi fpiace morte, evita.
In quello (lato fon , Donna , per vui

CAN-
,

PARTE. „3
CANZONE XXXI.

Q^ [
UAL P ; " diverfa, e nova
j Cofa
r
fi, mai in qualche
Quella v fe ben fi flima
Più m, raffcmbra; a tal
,
flranio clima;

_ fon giunto, Amore.


Laonde '1 di ven fore ,
Vola un' auge!, chefol fenza
conforte
iJi volontaria morte
Rioafce > e tutto a viver fi
rinnova :
Cosi fot fi ritrova
Lo mio voler' e così in fu
:
] a cima ,t
De luoi alti penfieri al Sol fi voi re ;
-fc. cosi fi ri fot ve,
E così torna ai fuo fiato di
prima ;
Arde , e more , e riprende i nervi •
fuoi
jfcvive poi con la Peni ce a prova
Una pietra è sì ardita
La per P Indico mar che da
; natura
Traggeasàilferro, e '1 fura
Dal legno m guifa , eh' i navigj
affòna'e
Quefto prov'io fra l'onde
20
-D'amaro piantoj ehequelbello fCO
gl i(ì
- Ha col luo duro orgoglio
Condotta ov' affondar con ven mia
vita :
Losi 1 alma ha sfornita
Furando'! cor , che fu già cofa
dura
E me tenne un , cW or fon divifo, e fparfoi«
!

:
Un lailo a trar più fcaiTo
Carne , che ferro o cruda mia
ventura
.

o carne eflendo , veggio trarmi


Yf
u na ViVa doIce calamita.
a riva
« m
rt
Nelreflremo Occidente
.«,

Una fera è, foave, e queta tanto


,
Che nulla put : ma pianto ,

E da-
,

n4
E doglia 5
PRIMA
e morte Cenema gli occhi porta :

Molto con vene accorta 35 ,

B!Ter qual vifta mai ver lei fi giri :

Pur che gli occhi non miri


L'altro puoifi veder fecuramente .
Ma io incauto dolente
Corro Tempre al mio maleje fo bé quato 40
N* ho fofferto , e n' aTpetto: ma l'ingordo
Voler, ch'è cieco e fordo, >

Sì mi trafporta , che '1 bel vifo Tanto >


!
Egli occhi vaghi fìen cagion eh' io pera ,
Di qu*fta fera , angelica? innocente- 45
Siine nel mezzo giorno
Una fontana, è* tien nome elei Sole;
Che per natura fole
Bollir le notti, e* n fui giorno effer fredda ;
E tanto fi raffredda , so
Quanto'! Sol mota, e quanto è più da preffot
Così avven'a me ft.flTo ;

Che fon fonte di lagrime, e foggiorno :

Quando*! bel lune adorno,


Cb'è'l mio Solali iontana;etriire,e fole 55
Son I; mie luci e notte ofeura è foro ;
;

Ardo allor ma fe l'oro»


:

E i rai veggio apparir del vivo Sole ;

Tutto dentro edifor fènto cangiarmi >


,

E ghiaccio firme ; così freddo terno 60 •

Un'altra fonte ha Epiro;


Di cui fi feri ve ch'effendo fredda ella »
,

Ogni fpenta facella


Acc 'nde ; e fpegne qual trovafle accefa .
L* anima mia , eh' offe fa 65
Ancor non era d' amorofo foco;
Appreffandofi un poco
A quella fredda ch'io fempre fofpiroi
Arfe tutta j e marcir»
Simil
? , ..

_. ., .
PARTE.
àtod giammai né Sol vide, niftella:
70
Ch un cor dj marmo a pietà motto
avrebbe
Poi chi afiammata i'ebbe»
Rifpenlela vertu gelata, e
belli :
Cos. .Pìu vo te h 'I cor , rarefi , e f«nto ;
l
1 lo c he i fe «o,- e f?e ab me a 'adiro
Fuor tutt'i
,
75
' 5 .
noftri lidi
Neii'ifole frniofe di Fortuna
Due fonti ha : chi dell* una
Bee ; mor ridendo; e chi dell'altra,
fcampa
aimil fortuna (lampa
g0
Mia vita , che morir porla rìdendo
Uel gran piacer ch'io prendo
.

m noi temprateti dolorofi


ftridi.
:

Amor, eh 1 ancor mi guidi


Pur all'ombra di fama occulta
; e bruna ; S<
Tacerem quella fonte ; eh 1 ogni or
piena
Ma con più larga vena
\ eggiam,quando col Tauro il Sol s' aduna :
Cosi gh occhi miei piangon
d'ogni tempo ;
Ma più nel tempo che Madonna vidi 00
K*hi ipiaile , Canzone ,
'
ueI ch ttI P« dir

.
.
i

In una cbmfa valle, or.d' 'H


, Sotf un sran faflo

efee Sorga,
Si Ry. né chi lo feorga,
V e,le no Amor,ch e mai noi
(„
Jafcia fi
h i immagine d'una che io flrugge : paffo ;
Che perse fugge tuct'altre perfone.

SO-
., ,. .

jiS t H I M A
S O N E T TO' CV.
piova
FIamma dal cicl fu le tue treccie
M.ilvagia;che dal fsume 5 e dalle ghiande
Per iMt m'impoverir fe ricca , e grande i
Poi che di mai' oprar tanto ti giova :

Nido di tradimenti , intuì fi cova


Quanto mal per io mondo oggi fi fpande :
Di vin ferva, diletti, e di vivande;
In cui lufluria fa l'ultima prova.
Per le camere tue fanciulle» e vecchi
Vanno trefcando e Bslzebub in mezzo
Co* mantici , e col foco , e coi? eli fpecchì 4
Già non foftu «udrita in piume a f rezzo ,
Sia nuda al vento, e fcalza fra li ftecchi :

Or vivi sì , ch'a Dio ne venga il lezzo

SONETTO CVI.

L'Avara Babilonia ha colmo 'I facco


D' ira di Dio, e dì vizj rei empj e _

Tanto , che feoppia ; ed ha fatti fuo; dei


N.in Giove, e Palla ma Venere e Bacco
,
,

Affettando ragion mi ftraj;go , e Racco :

Ma pur novo Soldan veggio per lei ;


Lo qaal farà , non già qtund' io vorrei
Soì'-una fede, e quella Baio Bt'dacco.
GP idoii fuoi faranno in terra fra» i

E le torri fuperbe al ciei nemiche;


E fuoi terrier di for come dentr' arli
, ,

Anime belle, e dì virtute amiche


Terrannó'l mondo; e poi vedrem lui iaru
Aureo tutto i e pien dell' opre antiche ,

S O-
,. ,.

PARTE. » I7

SONETTO CVII.
"pONTAKA di dolore, albergo a* ira,

^n
Già Roma ,
crrori » e tempio d'ereCa,
or Babilonia fai fa , e ria
;
CUI rant0 fi P'agne
"
« r , e fi fofpira j
l^c'na a' inganni , o prigìon dira
;
Ove ben more , e'1 mal fi nutre, e cria;
1

1 VI rno;
?
Se ^Ì. TÌ™« ceco Url grat5 miracol fia,
CRISTO al fine non s' adira
i

fondata in cada , ed urnil povertate


Con tra tuoi fondatori alzi le corna, '

Putta slacciata ; e dov'hai porto


fpene?
•Negli adulteri tuoi , Delle
mai nate
Ricchezze tante? or Conftantin non torna
Ma
tolga il mondo trìfto , che 'I fattene

SONETTO CVin.
QUanto più difiefe l'ali fpando
Ve Ho di voi , o dolce feBIéra amica :
Tanto Fortuna con più vifeo intrica
Il mio volai e e gir mi face errando .
,

U cor , che mal fuo grado attorno mando


k, con voi tempre in
quella valle aprica
Ove Imarnoftro più la terra implica :

; JL artr jerdalmpartimmilagrimando.
l da man manca ,e' tenne il cammin dritto
I tratto a forza ed e' d'Amore feorto :
,

.,H"J n Giemialcm*, ed io in Egitto .


Ma foflèreaza è nel dolor
conforto:
Lhe per, ungo ufo già fra nei
preferi tto ,
II Gcllr ° efler'infieme e raro
j ecorto m

S O-
. .

ui PRIMA
CANZONE CIX.

AMor, che nel penfier mio vìve,e regna


E'I tuo foggio maggior nel mio cor tene;
%

Talor' armato nella fronte vene:


Ivi fi loca s ed ivi P on fi>a inlegna .
Quella ch'amare , e (offerir ne'nfegaa,
E voi che i gran delio , 1' accefa fpene
Ragion, vergogna, e reverenza andrene ;
Di noftro ardir fra fteffa fi fdegna :
Onde Amor pavenrofo fugge al core
Laflado ogni fna imprefa;e pia^ne,e trema:
Ivi s'afconde, e'nonappar più fore
Che pofs' io far , temendo il mio (ignote*
Se non ftar feco infili* ali* ora eli re ma ?
Che bel fin fa chi ben* amando more
SONETTO CX.
/*>Ome talora al caldo tempo fole
V> Semplicetta farfalla al lume .avvezza
Volar negli occhi altrui per fua vaghezza ;
Ond' avvea eh' ella more i altri fi dole :
Cosi fempr' io corro al fatai mio Sole
Degli occhi onde mi vien tanta dolcezza ,
Che '1 fren della ragion'Amor non prezza ;
E chi difeerne è vinto da chi vole .
E veggio heti , quaat' elli a fchivo m'hanno ;
Efo, ch'i* ne morrò veracemente;
Che mia vertù non può coiitra 1* affanno '-

Ma sì m' abbaglia Amor foavemente,,


Ch* i'piango l'altrui noja 5 e nò'l mio danno;
E cieca al fuo morir l' alma confente

CAM-
,. .

PARTE.
CANZONE XXXII.
A Lu dolce ombra delle beile frondi
Agendo un difpietato lume
C^r ho quagliti
1

Wwn fi
m'arde»
»

dal terzo cielo


_
* ingombrava già di neve i poggi
;

aura amor <^ che rinnova il tempo


c >

Non
fi

v;j'!
n
-r ie
W, * erbe, eirami.'
l
; s
*

Nè morie
vento mai si verdi frondi;
J

Come a me moftrarquel primo tempo ;fi

Tal, che temendo deli'


ardente
No n v fi a mi0 refugio ombra di lume io
poggi
Ma della manta plà gradita in cielo
Uro 5" dlfele « J '°r dal
rt j cielo:
Onde pm volte vago de* bei rami
D:ì po fon gito per felve
, e per roggi

.
Né g.amma, ritrovai tronco , né frondi , ? :

lane onorate dal fuperuo


lume-
Che ncn cangiaffe* quartate
a tempo
Pero pm xermo ogni or di
tempo in tempo
Scende e chiamar mVHadViKo
•.Jbicortod un foave, e
chiaro lume
1 orna, femore devoto a primi r i
aro i
^quando a terra fon fparte le frondi,
E quando J Sol verdeggiar i Pp n?g i
fa
.
(Selve f C amp agne , fiumi , e
,

è
,
0f /
SS" lo cbeggw » «5 «ngia U tempo i
F*»*» perdono
Ond a Ui ft q a frondi ,
Se "volgendo poi mole'
anni il cielo
F^girdifpofi gì» inveteri
iclfo eh incominciai
di veder lume. 50
n aCq " e r; ™^ il d Ice
c h'i^fr'
Cri paflai con Wil ect o
i
lume,
affai gr; „ noesi
^.
Per poter 3 ppr e ff3 r gli
ama ti rami?
Ora
. >
.

ito PRIMA
Ora la vita breve > e 'I loco e'1 tempo >

Moicrammi altro fentier di gir al cielo JS >

E di far frutto non pur fiori , e frondi


;

Altro amor' altre frondi ed altro lume }


; ,

Altro falir al del per altri poggi


Cerco (che n'è ben tempo ) ed altri rami

SONETTO CXI.
QUand'ìo v'odo parlar si dolcemente} (Isk
^on'Amor proprio a'fuci feguaci iuftiU
L'aceefo mio defir tutto sfavilla)
Tal, che 'nfiammar devria l'anime fpeate.
Trovo la bella Donna allor prefentc ,
Ovunque mi fu imi dolce o tranquilla ,
»

Neil' abito eh' fuon non d' altra fquilia


al
Ma di fofpir mi
fa 'dettar fovente •
Le chiome all' aura fparfe , e lei converfa
Indietro veggio ; e così bella riede
Nel cor » come colei che tìen la chiave :

Jvla'l ioverchio piacer che s' attraverfa


Alla mia lingua , qual dentro ella fiede »
Di inoltrarla in palefc ardir non ave.

S O-
,. ,.

P A R. T E.
SONETTO CXII.

NE'Quando'!
così hello H Sol
ciel fofle più di
giammai
nebbia (carco;
levarfi ,

Nè dopo pioggia vidi 'I celefte arco


• Ter l'aere in color tanti variar fi
;
In quanti fiammeggiando trasformarli
'Nel dì eh' io preti l'amorofo incarco,
Quel vifo al quaP ( e fon nel mio dir parco
)
Nulla cofa mortai potè agguaglia rfi
}
1 Vidi Amor, eh' e begli occhi
volgea
Soave
si , eh' ogni altra villa ofeura
Da indi in qua m' incominciò apparere

Seno uccio , il vidi , e i* arco che tendea


Tal , che mia vita poi non fu fecura ,
Ed è si vaga ancor de! rivedere,

SONETTO CXI II.

POmmi ove '1 Sol' occide i fiori , e l'erba ;


Odove vince lui H ghiaccio , e la neve:
Pommi ov'é'l carro fuo temprato , e leve ;
Edov'èchicel rende, ochi cel ferba :

Pomm'in umiKortuna, od in fuperba;


'

Al dolce aere fereno , al folco e greve :

Pommi alla notte ; al dì lungo, ed al breve ;


Alla matura etate od all' acerba :

Pomm* , od in terra , od in abiflb


in cielo
;
Inalto poggio ; in valle imaepaluftre;
Libero fpirto , cda'fuoi membri affi fio :
Pommi con fama ofeura, o conilluftre:
Sarò qua! fui vivrò com' io fon viffo
Continuando il mio fofpir triluiìre.

Rime Petrarca . F SO'


.

i» PRIMA
SONETTO CXIV.

OD'Alma
ardente virtute ornata > e calda
gentil , cui tante carte vergo j
Ofol già d 1 oneftate intero albergo.
Torre in alto valor fondata , e falda;
O fiamma ; o rofe fparfe in dolce falda
Di viva neve, in ch'io mi fpecchio,e tergo:
. O
piacer' onde 1' ali àJ bel vjfo ergo ,
Che luce fovra quanti '1 Sol ne fcalda ; ,

Del voftro pome, fe mie rime intefe


Follia sì Junge , avrei pien Tile , e Battro $
La Tana, il Nilo, A tlante, Olimpie Calpe:
Poi che portar hoI poflò in tutte quattro
Parti del mondo ; udrallo il bel paefe
Ch'Apefiin parte,c'l Mar cÌrcoda s e l'Alpe.

SONETTO CX V.
QUando'1 voler che co duo fproni ardeti,
E con un duro fren mi mena) e regge >
,

TrapafFa ad or* ad or l'ufafa legge


Per far in parte i miei fpirti contenti ;
Trova chi le paure , e gii ardimenti
Del cor profondo nella fronte legge;
E vede Amor, che lue imprefe corregge)
Folgorar ne* turbati occhi pungenti:
• Onde , come colui che M colpo téme
Di Giove irato fi ritragge indietro ;
;

Che gran temenza gran defireaffrena :

Ma freddo foco , e pàventofa fpeme


Dell' a' ma , che traluce come un vetro,,
Talsr fua dolce vifta ratiere oa

S O»
, . . ,.

P A E. T E. Ss
SONETTO CXVI,
XT0 N T c nn,Pà,Vi l ro ,Arno > Àdig e)e Tebr a>
r n ajI ft r o,Alfeo ,G 3 rofi3,e'l
;)
. marche frSgc,
Rodanclbero, Renana, A Ibia,Era,
Ebro*
«onedra , abete , pin fa ggi 0j 0 ine br 0
g ,
Fona foco allentar che '1 cor trifio
l
ange :
VHaat un bel ricch'ad ogni or meco
piage»
a bofce che ' n rir"e orno,
'

n,-ff? r L e celebro.
Queit un (occorfo trovo
tra gli Miti
,
D
Amore , onde con ven eh' armato viva
_ Li vita che trapaflà a si gran falti
ca 1 be! Laur ìa fafn riva
* chi
E L-tf
piantò
»
;
peniìer leggiadri , ed alt*
mm !

dolce ombra
,

al fuo dell'acque feriva.

.
C A N Zr O N E XXXIir.
TV tempo in tempo mi fi fk meu dura
**T ,r angelica figura, e'1 dolce rifo:
L i aria del bel vifo,
E degli occhi leggiadri meno ofeura
-Lhe ianno meco ornai quefti fofpiri
, s
Mie naicean di dolore
E moftravan di fore
La mia angofeiofa, e difperata vita?
b avven che'l volto in quella parte giri
ler acquetar il core,* io
Parmi veder Amore
Mantener mia ragion, e darmi aitar
Ne però trovo ancor guerra finita
,
We tranquillo gni fiato del cor mio;
.

Che più m'arde 'I defìo, I?


Quanto più la fperanza m> aificura
Fa SO*
it4 PRIMA
SONETTO CXVIT.
CHe alma? c&e penfi?avrcm mai pace?
fai,
Avré mai tregua?od guerra eterna?
avre"
Che fiadi uoi,n5fo:ma inque! ch'io fcarna»
A'iuoi begli occhi il mal rtoftro non piace *
Che prò; fe con quegli occhi ella ne face
Di ftate un ghiaccio, un foco quando verna?
Ellanon; ma colui che gli governa.
Quello ch*è a noi ; s' eMa ìel vede , e tace?/
Talor tace la lingua» e'1 cor fi lagna
Ad alta voce , e 'n vifta afciutca , e lieta
Piagne dove mirando altri noi vede.
Per tutto-ciò la mente non s'acqueta»
Rtìpedo'l duol che'n lei s'accoglie, e ftagna:
Ch'a gran iperanza uom mifero non crede .

SONETTO CXVIH.
"^TOn d' atra , e tempeftofa onda marina
i\ Fuggìo in porto gianvii ftaco nocchiero;;
Coni' io dal folco» e torbido penfiero
Fuggo,ove'I gran defio mi fprona 5 e'nchinai
Nè mortai vifta mai luce divina
Vinfe ; come la mia quel raggio altero
Del bel dolce foave bianco e nero »
In che i fuoi Arali Amor dora , ed affina .
Cieco non già, mafaretrato il veggo;
Nudo ) fe non quanto vergogna il vela ;
Garzon con P ali , qoo-pinto , ma vivo ,
Indi mi moftra quel ch'a molti cela :

Ch'a pane a parte entrYbegli occhi leggo


JJuant' io parlo d'Amorcje quaut'io ferivo.

S O-
. ,

PARTE. i2 T

SONETTO CXIX.
QUesta umil fera,un cordi dgrejod'orlà;
f he'n vifeumanaje'n forma d'agel vene?
In rifo , e'n pianto j fra paura , e fpetie
Mi rota sì , eh' ogni mio flato inforfa .
Se 'a breve non m'accoglie, o non mi fmorfa ,
Ma pur , come fuol far » tra due mi tene ;
,
!
Per quel ch io fento al cor gir fra le vene
Dolce veneno, Amor, mia vita è corta.
Noti può più layertù fragile, e fianca
Tante varietali ornai foffrire : {'mbiaoca.
Che- n «n punto arde» agghiaccia, arrofla» 6
Fuggendo fpera i fuoi dolor finire ;
Come colei che d'ora in ora manca :
Che ben può nulla chi non può morire

SONETTO CXX.
TTe > caldi fofpiri , al freddo core :

J. Rompete il ghiaccio che pietà contende ;


E, feprego mortale al ciel s'intende j
Morte , o mercé fi a fine al mio dolore .
Ite , dolci penfier , parlaudo fore
,
Di quello ove'! bel guardo non s* eftende :

Se pur fua agrezza o mia ftella n'offende


,

Sarem
fuor di fperanza , e fuor d' errore -
Dir h può ben per voi , non forfè appieno
*
Che 'I noftro (Uto è inquieto , efofeo;
Siccome '1 fuo pacifico , efereno
Gite fecuri ornai ; eh' Amor veti vofeo :
E ria fortuna può ben venir meno;
S'aifegni del mioSol l'aere conofeo.

F 3 SO-
iì6 PRIMA
SONETTO CXXL
LE (telle, e'1 cielo, e gli elementi a prova
Tutte lor' arti , ed ogni eltrema cura '

Pofer nel vivo lume -in cui Natura


Si fpecchia,e'l Sol,ch'altrove par nÓ trova,
L'opra è sì altera , sì leggiadra, e nova , 1
Che mortai guardo in lei non s* aflìcura ; '•

Tanta negli occhi bei fòr di mifura


Par ch'Amor' e dolcezza * e grazia piova.
L'aere percolìo da' lor dolci rai
S' infiamma d' oneftate e tal diventa
; ,
Che*! dir noftro , c'1 penfier vince d' aliai.
Baffo defir non è ch'ivi fi Tenta »
Mad'onor, divirtute- Or quando mai
Fu per fomma beltà vii voglia ipenta?

SONETTO CXXII,

NOnA mai Giove


fur } e Cefare sì niofii

fulminar colui, quefto a ferire ,


Che pietà non avefle fpente l'ire,
E lor dell' ufat' arme ambeduo fcoifi
Piangea Madonna: e'I mio Signor, ch'io foffi».
Volfe , a vederla , e fuoi lamenti a udire
;
Per colmarmi di doglia, e di defire,
E ricercarmi le midolle , e gli oflì
Quel dolce pianto mi dipinfe Amore j
Anzi, fcoipìo , equ&'detti foavi
Mi fcrifle entr'un diamate in mezzo'l core;
Ove con falde , ed ingegnofe chiavi
Ancor torna fovente a trarne fore
Lagrime rare , e fofpir lunghi e gravi ..
, .

PARTE. li?

SONETTO C XX III.
I'Vidi in terra angelici coftumi
E celefti bellezze «il mondo fole»
'
Tal j che di rimembrar mi giova , e dole :

Chequant'io miro,par fogni, ombre,e turni:


i vidi fagritnar que'duo bei lumi
C'han fatto mille voite invidia al Sole :

E udì fofpirando dir parole _

Che farian gir i monti , e ftar i fiumi.


Amor, fenno, valor, pi etate , e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D'ogni nitro che nel mondo udir fi foglia :

Ed eia '1 cielo all'armonia si'ntento,


Che noti fi vedea in ramo mover foglia ;
Tanta dolcezza avea pien l'aerei e'1 vento.

SONI TTO CXXIV.


QUEifempre acerbo, ed onorato giorno
Masdòsìal cor rimangine fuaviva;
Che'n^egno,o Iti! no fìa mai che'l deferiva:

[ Ma fpeflo a lui con la memoria torno


L'atto "d'ogni gentil pietate adorno,
E '1 dolce smaro lamentar eh' i' udiva ,
Facean dubbiar fe mortai donna, odiva
,

che '1 ciel raflerenava intorno .


FoiTe
La teila or' fino ; e calde neve il volto;
Ebeno cigli ; e gli occhi eran due ftelle »
i

Ond' Amor I' arco' non tendeva in fallo ;


Perle 5 e rofe vermiglie ove l' accalco
,

Dolor formava ardenti voci, e belle?


Fiamma i fofpir ; le lagrime criftallo .

S O-
nS PRIMA
sonetto cxxv.
OVePer eh' i' pofi gli occhi laSì , o giri
qtietnr ] a vaghezza che gli fpinge
;
Trovo chi bella donna ivi dipinge,
Per far Tempre mai verdi i miei de fi ri
Con leggiadro dolor par ch'ella fpiri
Alta pietà , che gentil core ftringe :
Ojtra la yifta agli orecchi orna e 'nfingc
Sue voci vive, e fuoi fanti fofpiri .
Amor' , e '1 ver fur meco a dir che quelle
Ch' Ì 1 vidi , eran bellezze al mondo fole s
Mai non vedute più fotto le ite Ile
Nè si pietofe » e sì dolci parole
S' udiroii mai ; nè lagrime sì belle
Di sì begli occhi ufeir mai vide il Sole

SONETTO CXXVI.

INEra
qual parte del crei*, in quale idea
l'efempio onde Natura tolfe
Quel bel vifo leggiadro, in eh' elJa volfe-
TVloftrar quaggiù , qaanto lafsù potea ?
Qual Ninfa in fonti , in felve ma? qua Dea
1

C hiome d* oro sì fino all' aura fciolfe ?


Quartd' un cor tante in-sè vktuti sccolfe?
Benché la fomma è di mia morte re3 .
Per divina bellezza indarno mira
Chi gli occhi di cortei giammai non vide*
Come foave mente ella gli gira .

Non fa com' Amor fan a , e eomeancide >


Chi non fa comedolce ella fofpira
E cerne dolce parla > e dolce ride -

SO-
i

PARTE. 129

SONETTO CXXVII.

AMor' j ed pien di maraviglia »


io sì
Come chi mai cola iucredibil vide ;
Miriam coirei qua ad' ella parla > onde;
Chefol se ftcfla , e nuli' altra fi mi glia.
Dal bel fere» delle tranquille ciglia
mie due ftelle fide»
Sfavillali si le
Ch' altro lume non è ch'infiammi o guide.5

Chi d' amar altamente fi configlia »


Qu;ì! miracolo è quel quando fra 1' erba
>

. Quafi un fior fiede?ovver qua nd'el la preme.


Col fuo candido feno un verde cefpo ?
Qua! dolcezza è) nella ftagione acerba
Vederla ir fola coi penfier fuoi *nfieme >
Teiieodo un cerchio all'oro terfo,e crefpo?

'SONETTO CXXVIII.

O O
Passi fparfi o penfier vaghi > e pronti
O
;

tenace memoria ; o fero ardore;


poffente defire ; o debil core ;
O occhi miei > occhi non già , ma fonti »
O fronde j onor delle famofe fronti >
O fola infegna al gemino Valore;
O faticofa vira » o dolce errore %
Che mi fate ir cercando piagge , e monti ;
O bel vifo, ov* Amor' infieme pofe
Gli fproni,e'l fren'ond'e'mi punge, e voi ve
Com' a lui piace , e calcitrar non vale i
O anime gentili, ed araorofe;
S 'alcuna ha'l modo;e voi nude 6"bre,e polve;
Puh retiate a veder , q;ua;l' è'1 mio male »

F 5 SO-
P :
E- I M: A
SO N E T T O CXXIX.

T T che
^V
fi ° ri
?
efeIici
Madonna- panando premer
> e ben nate erbe,,
-*-fr fole;,
Piaegia , ch'afcolti fue dolci:
parole
±1 del bel piede alcun velli
gio ferbe •
Schietti arbofcelli , e verdi
frondi.acerbe '-
Amorolette e pallide vi I e ; ,

Ornbrofe feive, ove percote il


Sole,.
^he vi fa co luoi. raggi alte ,. e fuperbe;
O (oaye contrada; o urc fiume,
p
Che hagm'J luo bel vifo e g-li
occhi chiari s
liprendi, quahu dal' vìvo-
lume;
Quain co V
;
i ii vi d io gì i a tri onefìi \ e ca r i
.
.
'

IJ arder con la mia fiamma.


non impari

SONETTO CXXX;,
A^
wNelir
ÒS
^
;
^^r-'^.onde
1
Che v di
°/ ni p,eo{iero aP"to
ru fol mi feorgi ;
s ,

fondo del mi ocor gli occhi tuoi.porgr '

A te pa efea tott? altri converto


,
Sai quel che per feguirti
ho già: fofferto :
-b tu par via di poggio
inpoggio forgi
rR Iorn edi menon t'accorgi,,
i

c^r
Che fon si°a "v
fljjnco.e'l fentier m'è
Ben veggio di lontano il troppVto
, dolce lume
Ove,per a fpre vie mii proni
, e giri :
Ma non no , .come tu , o*à volar
,

piume ..
Aliai contenti- lafci i
mieidèfiri,
JLar che ben defiando
- i'mi confurne :
Nèle difpiacua, che per lei fbfpiri ,
. ,,

P ARTE- 131

SONETTO CXXXI-

che e la terra, e*l vento tace,


OR,E '1 ciél',
le fere, e gli augelli il fanno affrena ,
Notte carro (Iellato in giro mena,
'1

Enelfuo letto il mar fenz' ondi* giace ;


Veggio, penfo, ardo , piango ; e chi mi sface y
Sempre m'e innanzi ner mia dolce penai ?
Guerra è*l mio (lato, d'ira, e di dnol piena.
E iol di penta odo ho' qualche pace .
lei
Così fol una chiara fonte viva
d'
Move'l dolce , e l'amaro ond* io
mi pafeo
Una man fola mi rifalla , e punge •

E perchè '1 mio marcir non giunga a riva p


Mille volte il di moro , e mille nafeo j
Tanto dalla falutc mia fon lunge .

JONE T T O CX XXII.
COMEdolcicandidooneftamente
I
'1 è per erba frefea
move,'
paffi'
pi 1-

Vertù che'ntorno i
, apra , e rinnove ?
fior'
Delle tenere piante fue par ch'efea
Amor, che folo i or leggiadri invefea
Nè degna dì provar fua forza altrove ;
Da' begli occhi un piacer sì caldo piove
Ch'i'non curo altro ben,nè bramo altr'efca-
E con l'andar, e col foavefguardo
S'accordan le dolciffime parole,
E l' atto manfueto,- umile , etardo .
Di Cài quattro faville , e non già fole s
Nafce 'i gran foco di eh* io vivo , ed ardo :
Che fon fatto un' augel notturno al Sole »-
ij* PRIMA
SONETTO CXXXIII.
S'tofoffi flato férmo alla fpelunca -

La dov' Apollo diventò profeta;


Fiorenza avria- fcrs'eggi il fuo Poeta,
Non- pur Verona , e Mantoa , e Arnnca :

™a perchè 'I mio terren più non s'ingiunca


Dell' umor di qael fa fio ; altro piaoeta
Conven ch'i'fegua, e del mio campo mi era
Lappole , e (lecchi con la falce adunca .
L ^ol iva è lecca; ed è rivolta altrove

Q(
L' acqua che di Parnafo> fi deriva:
iercui in alcun tempo ella fioriva-
Coti^ fvenmra , ovver colpa mi priva
D. ogni buon frutto , fe Teterno Giove
Delia MI grazia f&pra- me- non piove. .

SONETTO C XXXIV.-
na*
Uàndo Amor 1 ! begli occhi a t'erra inchi-r-
,
E i vaghi fpirti-in un forpiro accoglie.
"Con le fue mani
e poi in voce gli fcioglie
;

Chiara, foavei angelica, divina;


Senro fàr del mio cor dolce rapina
,
Esì dentro cangiar pender! , e voglie,
Ch'i* dico, Or fien di me l'ultime fpoglie^
Se 'l ciel sì onefla morte mi deftina:
Ma '1 fuori che di dolcezza i fenfs lega -,
Col gran defir d'udendo elle r beata
L'anima al dipartir prefta raffrena.
Così mi vivo; e cosi a vvolge , efpiega
Lo ftame della vita che m'è data r
Quella- fola fra noi del ciel Sirena.*

sa
PARTE. jj}

SONETTO CXXXV.
AMok.
-
mi manda quel dolce penderò
Che
fecretario antico è fra noi due ;
E mi conforta; e dice che non fue ( ro »
1

Maijcom'or,pi'efto a quel ch'i'bramoje (pe-r


Io, cbetalor menzogna, e talor vero
Ho ritrovato le parole fuei
Non fo s* il creda; e vivomi intra due I
Nèsì, né nò nel cor m.i fona intero-
In quefta parta '1 tempo ; e nello fpeccnio
Mi veggio andar ver ìa ftagion contraria
A fua impromeifa, ed alla mia fperanza •
Or fia che può già fol' io non invecchio ;
:

Già per etate il mio defir non varia:


Ben temo il viver breve che avanza *

SONETTO CXXXVL
T}Ien d'un vago penfier , che mi defvls
X Da tatti gli altri 3 e fammi al modo ir folo ;
r

Ad or* ad or* a me (ìeffo m' involo


Pur cercando, che fuggir devria
lei :

E veggio!» paflar sì dolce , e ria ,


Che l'alma trema per levarfi a volo;
Tal d'armati fofpir conduce ftuolo
Quefta beila d' Amor nemica , è mia .
1
Ben , s io non efro , di pietate an raggio
Scorgo fra '1 imbilofo altero cigliò ;

Che 'a parte rafferena il cor dogìiofa:


Allor raccolgo l'alma; e poi eh' i' aegro'
Di fcovrirle il mio mal prefo configliò j
Tanto le ho a dilette incominciar non ofo.

SO-
t& PRIMA
S O N ETTO CXXXVII.
Più' volte già dal bel fembiante umano 1

HajMtèfo ardir con le- mie fide fcorte'


D ailalir eoa paróle o nelle accorte
La mia nemica- in atto umile, e piano:
Fanno poigli occhi Tuoi mio penfier vano
;
rC ° 8 " m " ^ortuna '" °S»i mia forte,.
Mw
M- ben,
t'
mio ìmle, e mia vita, e mia morte
Quei che fola il può far*!' ha porto in' mano-
v
UncP io non poce mai formar paróla
Ch'altro- che da me fteffò- fo(Te intefa;
Cosi m'ha fatto Amortremante , e
fioco;-
E. veggi* or ben ,. che caricare
accefa-
Lega la lingua altrui, gii fpirci invola.
Chi può dir com'egli arde 3 è 'n picciol foco.

S". O N E T' T O' CXXXVIII.

GIUNTO m'ha Amor fra belle,e crude brac-


Che m'ancidonoa torto;e s'io mi doglio,
Dóppia '1 iflartir*: ondepur, com'io foggio '

r
Il meglio è ch'io mi moraamando,e
taccia:
Che pona quella il R.en,qualor più agghiaccia,-
Arder coivgh occhia ropre ogni afpro feo-
Bd ha si egual'alle bellezze orgoglio, (glio;
"
Che dipjacer altrui par che le fpiaccia .

Nulla poflo levano per mio 'ngegno


Del bel diamante ond' e ha il cor
Lai ero è d'un marmo che fi'mova
Wsì duro ;

, e fpiri :
JNed ella a me' per tutto '1 f
uo difdcsno
1 orra giammai ; nè per fembiante ofeuro,
A-e mie fperanze e i miei dolci fofpiri
,

SO-
» ,

P A R T E. rr
* :

S O N E T TO CXXXIX.
OTnvidia, nemica di virtute ;

Ch'a'bei principii volentier contraffi'


Per qua! fender così tacita incrafti
In quel bel petto, e con qual'àrti il mute?
Da
radice n' hai fvelta mia fatate
Troppofelice amante mi moftrafti
A
quella .che miei preghi umili , e cafiì'
Gradì alcun tempo* or par ch'odj e re rute'.
però che con atti acerbi ), e rei
De! mio Ben piangaje del mio pianger ri daj
Poria cangiar foi un de' pender miei :
Non perchè milie volte il. dì m'ancida
Fiach'io non l'amij e ch'i'non fperi in lei:
Che s* ella mi.fpaventa ,> Amor m' affida...

s> o n: e. t t o c x l..
MIrando '1 Sol de' Begli occhi
fereno>
Ov'è chi fpeffo i miei dipinger bagnaj
Dal cor l'anima (tanca fi {compagna.
Per gir ne! paradifo fuo terreno::
Pòi trovando! di dolce s e d'amar'
-. pieno 5
, Quanto al mondo li tefie 3 opr» d'aragna
Vede v. ondè-fecoj e con Amor fi la glia,-
C ha sì caldi gli fpron , si duro il freno .
Per queffi eftremi duo contrarj » c mifti
Or con voglie gelate , or con accefe
Staffi così fra mifera 3 e felice::
Ma pochi lieti > e molti penfier tri ffi j
E'I più fi. pente dell' ardite imprefe :
Hai frutto, nafte di cotal radice;,.

s:a-
Ufi PRIMA
SONETTO C X L I.
FERAftelIa ( 1
cielo ha forza in noi j
Te
Quanc'alcun crede) fu>fotro ch'io nacqui;
E fera «mai dove nato giacqui ;
"E fera terra) ov'e pie Hioh*ì poi;
E fera donna » che con gli occhi fuoi ,
E con 1' arco a cui fol perfegoo pfaCqtu»
Fè la piaga ond' , Amor , reco noti tacqui ;
Che con quell'arme rifaìdarla puoi ,
Ma tu prendi a diletto i dolor miei:
Ella non già ; perché non fon più duri y
E *ì eolpoèdi faetta , e non di fpiedo.
Pur mi confola > che languir per Jei
Meglio è che gioir d' altra j e tu mei giuri
Per l'orato tuo ftraìe; ed io tei credo.

SONETTO CXLH.
QUaìjdo mi vene manzi il tempo, e'I loco
Ov'io perdei me (ìeff<> e'i caro nodo
;

Ond 'Amof di fm man m'avvi'nfe in modo ,


Che ì'amnr'mi fé dolce j e'1 pianger gioco ;
SaJfo , ed efca lon tatto , e '1 cor 1 un foco
,
Da quei foavi fpirti i quai fempr' odo
j
Accefo dentro sì, eh' ardendo godo,
Edi ciò vivo; ed' altro mi cai poco*
Quel Sol ehefolo a gli occhi miei ri f -fende
3
C<>i vaghi raggi ancor' indi mi fcalda
A vefpro tal , quai' era oggi per tempo :

E cosi di lontan m'alluma r* Vicende, -

Che la memoria ad oenor frefea e falda ,


,
PHrquehìQdo mi m.gftra>e l locete '1 tempo-

SO-
.

PARTE. m7
SONETTO CXLTII.

PEr mezz' bofchì ìtiofpitì e felvag-gì


i ,

Onde vano a gran rifchio uomini, ed arme»


,

1
Vo licur io che non può fpaventarme
;

Altri che'l Sol c' ha d* Amor vivo i raggi .


E vo cantando { o penfer miei non faggi.')
Lei che*l ciel oon poria lontana ferme;
1
Ch' i' l ho negli occhi , e veder feco parme
Dotine , e donzelle; e fono abeti ,e faggi-
Parrai d' udirla , udendo : rami e V ore >
,

E le frondi , e gli augei lagnarti ; e l' acque


Mormorando fuggir per l'erba verde.
Raro un iDenzìoj un lolitario orrore
D'omhrofa felva mai tanto mi piacque;
Se non che del mìo Sol troppo fi perde-

SONETTO CXLI V.
MIlle piagge in un giorno 5 e mille rivi
Moflrato m ha per la famofa Ardenna
1

Amor, eh' a'fuoi le piante, e i cori impenna»


Per farli al terzo ciel volando ir vivi.
Dolce m'èfol fenz' arine effer flato ivi
Dove armato rìer Marte, e non accenna; ^ -\

Quali fenza governo, e fenza antenna


Legno in mar,pien di péTier gravide fchivi
Pur giunto al fin della giornata ofettra ,
Rimembrado 6i"io vegno,e co quai piume»
Sento di troppo ardir nafeer paura .
Ma'! bel paefe y e '1 dilettolo fiume
Con ferena accoglienza raffecura
11 cor già volto ov' abita il fuo lume,

^•n .

so-
138 PRIMA
SONETTO CXLV.
A mi 0>rona
iecur aie lpaveta;arde,ed agghiaccia
V '
iti un tempo, ed a Arena 5

r j
tjradiice,e r
ldegna;a sè mi
;
chiamai fcaccia:
r mi tei1c in ^Peranz a ed or' in pena
Or?alto
» .
i

, or baul>il mia cor laflò mena ,.


Onde !

'I vago defir perde la


traccia ;
E fuo fommo piacer par che li fpiaccia
1
;
error si novo fa mìa mente è piena
UnY amico penfier le moftra il vado,
Non d'acqua che per gli occhi rifolva fi
Da gir tolto ove i pera efler con trenta: ,
Poti quafi maggior forza indi la ivo! va j
Conven ch'altra via-fegua.e mal fuo gradff
Alla ina lunga , e mia morte confenta ,

S O N E T T O CXLVL
VkU
-qaatado tal or meco s* adira
fai Ct- L a ™a
P„h- ^7 dolce nemica, eh' è si alterar
^ yn contorco m'édato, eli' i' non pera ,
ol ° er cui vercà
.

/m. ^ P -
l> alma refpira;
£^Ovunqtf elJa ideando
,

gli occhi gira,


dj
luc <r privar mia vita fpera
ìcC* t . ;
moi tro1 mieÌ D ien' d'umiltà sì vera,
C ir Ì5, a lorza
ogni fL, ° ^egno indietro tira
S£r C

X0 andrei non altramentefj " e


'

M .^™
-f- a
,.V er «eh che 'I volto di Medufa

ÉS ^ Hacea lmr mo diventar la gente .


{'Cosi du n q ue @ tu; cb > j, veggQ
;

•5^7. Ogni altr' aita; e '1 fuggir


vai niente
V t ^ Dinanzi all' a li che '2 Signor noftroufa
_;„.»..•<., ^ f .m-
r
, r

F A R T E. 129

SONETI O CXLVII.
ben può tu portartene la fcorza
PO'»
Dime con tue polenti, erapid' onde t

Malo fpirto, eh' iv'entrcj fi nafconde


Non cura uè di tua * nè d* altrui forza :

Lo qual fenz' alternar poggia con orza


Dritto per 1' aure al fuo defir feconde
Battendo ìè ali verfc* 1* aurea fronde ,
L' acquaci vento,e la veia,e i remi sforza.
Re degli altri, fuperbo , altero fiume;
.
Che'neotri'l SoUquado e'ne mena il giorno»
E *n Ponente abbandoni un più bel lume;
Tu te ne vai co! mio morta] fui còrno :

L' altro coverto d' amorofe piume


Torna volando al fuo dolce foggiorno

SONETTO CXLVIII.
AMor
D' oro
fra r erbe
una leggiadra rete
, e di perle tefe fott' un ramo
1
Dell' arbor fempre verde eh' i tant' amo ;
Benché n' abbia ombre più trifte,che liete :
V efea fu 'lfeme ch'egli fparge 5 e miete
Dolce,ed acerbo; eh' io pavento, e bramo :
Lenotte non fur mai dal dì eh' Adamo
Aperfe gliocchì , sì foavi e quete :

E ì chiaro lume che fparirfa '1 Sole,


1
Folgorava d intorno; e '1 iune avvolto-
Era alia man eh' avorio > e peveavanza
Così caddi alla rete e qui m' han colto
;

Gli atti vaghi, e i* angeliche parole,


E. '1 piacer', e 'idefire.„ e la fperanza-

s a-
PRIMA
SONETTO CXLIX.
AMor. , che ncede *1 cor d' ardente zelo
Di gelata paura il tien coftrecto
E ;
qua! fia più , fa dubbio all' intelletto
La lperanza, o'J timor, ] a fiamma ,o '1 gielo.,
i remo al più caldo, ardo al più
freddo ciclo »
Sempre pien di de (ire, e di fofpetto
Pur come donna in un veftire fchietto;
Celi un'uom vivo o fott'un picciol velo.
,

Di queue pene é mia propria la prima


r dì '
notte; e uanco è ] dolce male
*
f 9
mè n penfìercape,no!i chea verfi,o'n rima:
n on g' à 5 che '1 mio bei foco è tale,
JÌV* .

Gh<ogni u6 pareggiale del filo lume in cima


Chiyojarpenfa, indarno (piega l'ale.

SONETTO CL.
dolce fguardo di cortei m' suicide»
SE'I
E le fo .'ivi parolettc accorte ;
E s'Amar fopra rae Ja fa sì forte
Sol quando parla , ovver quando l'orride
;
L31T0 j che fia , fe forfè ella divide
O
per mia colpa , oper malvagia forte
Gli occhi fìioi da mercè ; fìcchè di morte
Là dov'or irTaffecura , allormi sfide?
Però s'i' tremo, e vo col cor gelato
Qua! or veggio cangiata fua figurai
Quello temer d'antiche prove è nato.
Femmina è colà mobil per natura ;
Ond'iofoben, eh' un' amorofo flato
In cor di donna picciol tempo dura.

SO-
.

PARTE.
SONETTO CU-
AMor, Natura, e la bell'Alma umile
Ov' ogni alta virtute alberga , e regna ,
.

Contra me fon giurati Amors' ingegna» .

CE' i' mora affatto e 'n ciò fegue fuo ftile :


,

Natura tic n cortei d'unsi gentile


Laccio , che nullo sforzo è che foftegna :

Ella é sì fchiva , ch'abitar non degna .

Più nella vita faiicofa, e vile.


Così lo fpirto d'or' in or vien meno
.
A. quelle belle care membra onefte,
Che fpeccbio era» di vera leggiadria.
E s' a Morte pietà non ftringe il freno,
Latto , ben veggio , in che flato fon quefte
Vane fperanze ond'io viver folla.

SONETTO CLII.
QUesta Fenice dell' aurata piuma
Al fuo bel collo candido gemile
F irma fenz' arte un si caro monile ,
C . ogni cor' addolcifce, e'J mio confuma
Forma un d^idema naturali ch'alluma
L'aere d'intorno 5 e'1 tacito focile
DAmor tregge indi un liquido fottile
F co , che m' arde alla più algente bruma
Purpurea verta d* un ceruleo lembo
Soarfo di rofe i belli omeri vela;
Novo abito e bellezza unica e fola
, , .

Farm nell'odorato, e ricco grembo


D Arabi monti lei ripone, e cela;
Che per lonoftro ciel sì altera vola.

SO-
W PRIMA.
SONETTO CLIIL
Virgilio, ed Omero aveffìn vitto
SEQuel Sole ilqual vegg'iocogii occhi mleij
Tutte lor forze in dar fama a coftei
Avrian pofto , e V un fui eoa 1' altro mifto :

Dì che farebbe Enea turbato e trifto ,

Achille > UIifle_, e gli altri femidei,"


E quel che rette anni cinquanta fei
Sì bene il mondo, e quel eh' ancife Egitto.
Quei fior' antico di vinati , e d' arme
Come fembiante ilei la ebbe con quello
Novo fior d'onettate, e di bellezze.'
Ennio di quel cantò ruvido carme;
Di quett'altr* io ed o pur non moletto (ze.
:

Gli (lai mio igegno,e'l mio lodar no fprez-

SONETTO CLIV.
GIunto Aleflandro alta famofa tomba
Del fero Achille, fofpirando difTe :

O fortunato , che sì chiara tromba


Trovafti , echidi te sì alto fcrifle !

Ma quella pura , e candida colomba


A cui non fo s' al mondo mai par ville;
Nel mio ftil frale aflai poco rimbomba :

Così fon le fue forti a ciafcun nfìè


Che d'Omero digniffima, ed' Orfeo,
O del Paftor eh' ancor Mantova onora j

Ch' andavT'en fr-mpre lei fola cantando ;


Stella difforme, e fato fol qui reo
Commife a tal , che 'I fuo bel nome adora :

Ma forfè frema fue lode parlando

S O-
. ,

PARTE. ni
SONETTO CLV.
A Lmo Sol quella fronde eli' io fola amo
,

* * Tu P rin» amaftijòr fola al bel foggiorno


Verdeggia, e lenza par, poi che l'adorno
Suo male, e noftro vide iti prima Adamo .
Stiamo a mirarla V ti pur prego , e chiamo
.
i
OSole ; e tu pur fuggi • e fai d' intorno
Ombrare i , poggi
e te ne porti 'I giorno ;
E
fuggendo mi toi quel eh' i' più bramo .
L ombra che cade da .queir umil colle >
Ovesfavilla il mio foave foco,
Ove '1 gran Lauro fu picciok verga ;
Credendo mentr' io parlo , a gli occhi eolie
La dolce viltà del beato loco
Ove'l mio cor coti la ftia donna alberga .

SONETTO CLVI.
Assa la nave mia colma d' obblio
P Per afpro mar' a mezza notte il verna
S l!a ' eCariddi; ed al governo
c" j ,f
Siede 1 Signor', anzi 'I nemico mio:
A cialcim remo un penfier pronto, e rio»
Che la tépeft a ,e'I fin par eh abbi a fcherno :

La vela rompe un vento umido eterno


Di fofpir, di fperacze, e di defio:
Pioggia di lagrimar , nebbia di fdegni

Lhe
gn > e
rì lon
r ^ lem le S ià banche fatte?
d error con ignoranza attorto:
Celanti i duo miei dolci ufati fegni
:

Mpifa fra Tonde è la ragion* , e P arte -

Tal, eh incomincia a difperar del porto

SO-
iU PRIMA
SONETTO CLVIT,
erba
UNa. candida cerva {"opra I'

Verde m'apparve con duo corna d'or»


t

Fra due riviere all' ombra d'un' Alloro


Levando *1 Sole alla ftagioii' acerba -
Era fua vifh sì dolce fu P erba
1
Ch' lafcias per feguirla ogni lavoro
i :

Come 1* 'li cercar teforo


avaro, che
Con affanno difacerba
diletto I*

Nejfun mi tacchi , ai bel collo d' intorno


Scritto avea di diamanti , e di topazj ;
Liécfa f/trml al mio Cefa r t parve .
Ed era *1 Sol già volto al mezzo giorno;
Gli occhi miei ftancbi di mirar, non fazj ;
Quand'io caddi ne IT acqua 3 ed ella fparve.

SONETTO CLVIII.

SIgcome eterna vita è veder Dio , s


Uè più fi brama, ne bramar più lice;
Così me, Donna, il voi veder, felice
Fa in quefto breve , e frale viver mio.
Nè voi ftefl'a, coni' or, bella yìd'io_
Giammai; Ce vero al cor 1* occhio ridice;
Dolce del mio penQer' ora beatrice;
Che vince ogni alta fpeme , ogni defio .
E fe non foiTe il fuo fuggir sì ratto
Più non dimanderei: che s' alcun vive
Sol d odore , e tal fama fede acquifta ;
Alcun d'acqua, odi focoilgufto, e'1 tatto
Acquetan , cofe d'ogni dolzor prive \-
V perchè non della voftr* alma vifta?

SO*
PARTE.
SONETTO CLIX.
STiamo, Amor', a veder la gloria noftra
Còfciopra 'natura altere , e nove:
Vedi ben , quinta in lei dolcezza piove :
Vedi lume che H cielo in terra rcfofrra :
\ eòi r qjiant' arre dora , e'mperla , e 'À'noftrsi
L abito eletto, e mai non fffio altrove
!

;
Che dolcemente i piedi, e gli occhi move
Ter quefta di hei colli ombrofa chioftra
V erbetta verde, e i fiordi color mille
!

Spàrfi forco quell'elee antiqua, enecra,


Pregan pur,che'l bel piè li prema,o tocchi;
E iciel di vaghi, e lucide faville
S* accende intorno \ e 'n viltà fi
rallegra
D'efler fatto feren da sì begli cechi.

SONETTO GLX,
"pAsco h mente d'un sì nobil dóo ,
A Ch'ambrofiaie nettar nò invidio a Giove:
Che fol mirando, obblio nell'alma piove
D'ogni altro dolce, e Lete al fondo bibo.
Ta.or , di' odo dir cofe , e'n cor defenbo,
Perchè da fofpiràff Tempre rkrcve
;
Ratfo per rmnd' Amor; nè fo ben dove;
Doppia dolcezza in un volto delibo:
Che quella voce inftV al ciel gradita
Suona in parole si leggiadre, e care,
Che penfar noi porla chi non 1' ha udita -
Allor ìnbeme in meo d' un palmo appare
Viabilmente, quanto in qu-fta vita
Arte, ingegno, e natura , e'i ciel può Gre .

Rt'mf Petrarca.. Q s q„
M6 PRIMA
SONETTO CLXI.
L'Aura gentil che raiTerenn i poggi
Dettando i fior per quefto ombrofo oofcoj

Al foave Tuo fpirto riconofcoj


Per cui con ven che'n pena, e'a fama poggi.
Per ritrovar ove '1 cor iaffo appoggi,
Fuggo Ha! mio natio dolce aere Tofco :
Per far lume al penfic-r torbido , e tofco,
Cerco '1 mio Sole; e fpero vederloeggi:
Nel qual provo dolcezze tante, e tali»
Ch'Amor per forza a lui mi riconduce,*
Poi sì m'abbaglia » ehe'l fuggir
1
è tardo m
Io chiedere* a fcarnpar nan arme, anzi ali:
Ma perir mi dà'lciel per quella luce;
Che da lunge mi ftruggo , e da prefs' ardo *
i

SONETTO CLXII.

DI Nè vo cangiando il vifo , e'I pelo :


dì in dì
però fmorfo i dolci inefeatiamii
Nè sbranco i verdi , ed iuvefeati rami
Dell' arbor chenè Sol cura, nè gielo
Sen2' acqua il mare, e fenza ftelle il ciela
Fia innanzi jch'io nonfempre cema,e brami
La fua beli' ombra; e eh' i* non odj, ed ami
L'alta piaga amorofa che mal celo-
Non fpero del mio affanno aver mai pofa
Iafin eh' i* mi difoflo , e fnervo , e fpolpo >
O lanemica mia pietà n' avelie.
può in prima ogn' inpoflibil cofa,
ì'.Cfer
Ch'altri che Morte,od ella fani'l colpo (fe.
CW A mot co1 Cucitegli occhi al cor mlprc{-

SO-
,

PARTE,
SONETTO CLXIII.
L*Aura Verena che fra verdi fronde
Mormorando a ferir nel volto vietume
;
Fammi rifowenirquand' Amor diemme
_,ff
P^me piaghe, sì dolci, e profonde;
h L bel viio veder ch'altri m' afeonde
;
Che fdegno, o gelofia celato tiemme;
E le chiome or'avvolte in perle, e'n geme )
Allora fciolte , e fovra or terfo bionde :
Le quali ella fpargea sì dolcemente ,
E raccogliea con si leggiadri modi
Che ripenfando ancor trema la mente.
Tortele il tempo po' in più faldi nodi;
E fi ri ii fé '1 cor d' un laccio si poflente »
Che Morte fola fia eh' indi lo fnodi ,

SONETTO C L X I V.
L'Aura celefle
1
che V quel
verde Lauro
^
Spira ov Amor feri nei fianco Apollo
t
Ed a me pofe un dolce giogo al collo
,
Tal , che mia libertà tardi reftauro;
Può quello in me che nel gran vecchio Mauro
Medufa , quando in felce tras formoli o :
Ne póflb dal bel nodo ornai dar crollo,
.
Là Ve'l Sol perde,non pur l'ambra, o l'auro:
Dico le chiome bionde , e '1 crefpo laccio
Che si foavemente lega , e ftringe
L' alma, che d* umiltate,e non d'altr'armo,
L' ombra fua fola fa'l mio core un ghiaccio
*
E di bianca paura il vjfo tinge :
Ma gli occhi hano virtù di farne u •marmo.

G % SO-
i4« P R I M A
S 0 N E T T O CL.XV,
L'Aura foave eh' al Sol fpiega , V vibra
L'auro eh' A mordi fu a min fila,e tede ;•
Là da begli occhi , e dalle chiome fteffe
Lega *1 cor laflo, e i levi fpirti cribra . \
Non ho midolla in olio, o fangue in fibra , I
Ch'i'non fenta tremar; pur ch'i'm'appreffe
Dov'è chi morte , e vita infìeme fpefle
Volte in frale bilancia appende , elibrai
Vedendo arder i lumi ond' io tri' accendo ;
E folgorar i nodi ond' io fon prefo,
Or fu l' omero deliro , ed or fui manco
J* noi poflo ridir; che noi comprendo;
Data' due lucie l'intelletto offefo,
E di tanta dolcezza oppreflb , e ftalico.

SONETTO CLXVI.

O Bella man che mi diltringi


'J core?
,

E'n poco fpazio la mia vira chiudi ; I


Man', ov' ogni arte, e tutti loro ftudi
Pofer Natura e'1 Ciel per farli onore ;
,
;

Di cinque perle orientai colóre,


E foi nelle mie piaghe acerbi, e crudi)
Diti fc filetti foavM a tempo ignudi
Coniente or voi , per arricchirmi ^more- ;

Candido, leggiadretto , e caro euanto, J


Che copn'a netto avorio, efrefche rnfe;
Chi vide al mondo inaisi d^lci fposlie?
Così avefs'io del bel velo altrettanto.
O incoftanza dell' umane cofe!
Par quefto è funtore vie ch'i 'ms ne fpoglie
PARTI.
SONETTO CLXVII.
NOnChepurcon graveunamio danno
quel 1* ignuda mano
bella
fi r i velie
;
Ma l'ai tra ,eduo braccia accorte ,e prette,
le
Son'a ftringer il cor timido, e piano.
Lacci Amor mille , e nefl'un tende in vano
Fra quelle vaghe nove forine onefte:
'
Ch'adornati sii* alt' abito celefte ,
Ch'aggiiiger noi può ftil,nè*ngegno umano;
Gli occhi fereni , eie ftellanti ciglia
;
La beila bocca angelica , di perle
.Piena, e di rofe, e di dolci parole,
Che fon no altrui tremar di maraviglia ;
Eia fronte, e le chiome eh 1 a vederle
Di Rate a mezzo dì vincono il Sole u

SONETTO CLXVIII.

TV/fLi ventura, ed Amor m' avean sì adomo


IVA D' un bell'aurato , e ferico trapunto;
Ch'ai lommo del mio bé quafi era aggiunto
Penfando meco a chi fu queft' intorno:
Ne mi riede alla mente mai quel giorno
Che .mi fe' ricco, e povero in un punto J
ChVnonfia d'ira, edidolor compunto>
Pien di vergogna, e d' amorofo feoruo
;
Clie la mia nobiì preda non più ftretta
Tenni al bifogno ; e non fui più colante
Contra lo sforzo Col d' un' angioletti ;
'© fuggendo, ale non giunfi alle piante,
|
Per far almen di quella man vendetta
Che degli occhi mi trae lagrime tante.

G 3 SO-
m P R I m a\
SONETTO CLXlXl
D'Un bel
Move
, chiaro , polito ,

Ja fiamma che m'incedeje ftrugge»


e vivo ghiaccio

E sì le vene »e*l corra* afciuga » e fugge» |i

Che *nvifibi!emente i*mì disfaccio .

Morte > già per ferire alzato 'I traccio»


Come irato cief tona» oJeon rugge »
Va perfeguendo mia vita che fugge ; >.

Ed io pieti di paura tremo e taccio. s


J
Ben poria ancor pietà con amor mifta
Per foftegno di me doppia colonna
Porfì fra l'alma fianca , e 'ì mortai colpo: 1
Ma io noi credo > nè'l conofco in vifta
Di quella dolce mia nemica } e donna :
Nè di ciò lei > ma mia ventura incolpo . j
SONETTO CLXX.
LAssoj ch'i'ardoj ed altri non mei efede t
Sì crede ogni uom, fe noti fola colei
Che fovr* ogni altra , e eh' i' fola vorrei r

Ella non par che '1 creda , e sì fel veder


Infinita bellezza » e poca fede »
Non vedete voi 'ìcor negli occhi miei ?
Se non foÉTe mìa fìella » i* pur, devreì
Al fonte di pietà trovar mercede.
QuclV arder mio » di che vi cai sì poco »
E i voftrì onori in mie rime àiffaCi
v
'Ne poriao. infiammar forsv ancor mille:
Ch'i* veggio nel pentì er dolce mio foco ,
,

Fredda una lingua e duo begli occhi chini!


,

Rimaner dopo noi pien* di faville.

SO-
.

P '
A R, T E.

SONETTO CLXXI.
ANima ; che diverfe cofe tante
Vedi,odiieieggì)C parli,efcrivi,e peni!,
Occhi miei vaghi; e tu fra gii altri fenli
Che fcorgi al cor P alte parole fante ;
Per
Eller giunti al cammin che sì imi tienfi
;
Per non trovarvi i duo hei lumi accenfì j
Nè P orme impreffe "dell 1 amate piante 'i

Or con sì chiara luce, ecoti tai fegnì


Errar nondeffi iti quel breve viaggio
.Che ne può far d'eterno albergo degni.
Sforzati al cielo, a mio ftanco coraggio,
Per la nebbia entro de' fuoi dolci fdegni
Seguendo i paifi onefti , e'i diva raggio

SONETTO CLXXI I.

DOlci irei dolci fdegni, dolci paci»


Dolce mal, dolce affanno, edolcepefo,
.

Dolce parlar', e dolcemente intefo,


Or di dolce ora % or ?ien di dolci faci.

Alma, non ti ìaanar mafoffri, e taci;


:

£ tempra i! dolce amaro chen'haoffefo,


Col dolce orrar che d'amar quella hai prefo
A cu' io dilli, Tu fola mi piaci.
Forfè ancor li i chi iofpirando dica
Tinto di dolce invidiai Affai foftenne
Per beSliffi.no amor quel? al fuo tempo :
Altri; O Fortuna gli occhi mici nemica.'
Percheron la vid' io ? perchè non venne
Ella più tardi) ovver' io più per tempo?

G 4 CAN-
iji PRIMA
CANZONE XXXIV.
S'Il dilli mai; ch'i' venga in odioa quelli
Del cui amor vivide fenza 'I qual morrei :

S'ilcUflì; ch'i miei dì fi a n pochi, e rei


E di vii figli ori a l'anima ancella :
$' il dilli; conerà me s' arme ogni ftc.Ua y
E dal mio lato fia
;

Paura, e geloiia
E la nemica mia
.^'4 feroce ver me Tempre, e più tei la.'
S il difìi ; Amor l'aurate fue qtiadrella io
Spenda inme tutte, e l'impiombate in lei :

S' il diffi ; cielo, e terra , uomini , e dei

Mi fian contrarj , ed eflà ognor più fella :


S' il diffi; chi con fua cieca facclla
Dritto a morte m' invia, if
Pur come fiiol fi ftia ; ,

Nè mai più dolce, opia


Ver me moltri in arto , od in favella .
li

S* il diffi mai; di quel ch'i' men vorrei


r
Piena trovi quefi' afpra, e breve -via: 20
S' indilli ; il fero ardor che- mi difvia
,
Creica t me,quanto il fìer ghiaccio in cofteu
S' il diffì; unqua non veggian gli occhi
miei
Sol chiaro, ofua forella,
,
Né donna, nè donzella» 15
Ma terribil procella,
Q^'1 JFaraone in perfegtiir gli Ebrei
.'
S il "aiflì ; coi fofpir , quant' io mai fei,
Sia t?ic-tà per me morta , e cortei! a :
S'ildiffi; il dirs' innafpri chi s* udia
jo
SÌ dolce allor che vinto mi rendei 1
S il diri; ; io (piaccia a quella ch'i'torrei
Sol cottila in fofea cella,
Dai
, .

"Dal dì che
PARTE.
mammella
la
153

Lafciai, fin che fi fvella _ 35


Da me l'alma adorar forfè
: :
'! fare!
Ma s'io noi chi sì dolce apria
dilli ;

Mio cor* a fpcme nell'età novella,


Regga ancor quefta fianca navicella
Cai governo di fu a pietà natia } '
4^
Ne diventi altra ; ma pur qual lolla
Quando più non potei)
Che me ftelfo perdei,
Nè piìi perder devrei
Mal fa chi tanta fè sì tofto obblìa. 4S
lo nói difli giammai , uè dir paria

Per oro , o per cittadi , o per cartella :


.Vinca '1 ver dunque , e fi rimanga in fella J
E vinta a terra caggia la bugia.
Tu
fai in me il tutto,Amor:s'ella ne fpia.jo

Dinne quel che dir dei;
beato direi
I'
Tre v Ite, e quattro, e fei
Chi. cìev; ndo languir, fi morì pria-
Per Rachel ho fervito , e non per Lia : 35
1

Mè con altra faprei


Viver, e fofterrei
Quando 'I Ciel ne rappelìa,
Girmen con ella in fui carro d* Elia*

CANZONE XXXV.

BEnCome
mi credea paflar
pattato avea
mio tempo ornai}
queft' armi addietro »
Sena' altro Audio , e fenza novi ingegni:
Or; poi che da Madonna i* non impetro
L'ufata aita; a che condotto m'Hai, 5
Tu' vedi , Amor; che tal'arte m'infegni •
1

Nonfo, s' i'me nefdegriij


G 5 Che
*g* PRIMA
th' In qucfta età mi fai divenir Jadro
Del bel lume leggiadro
Senza'! qual non vivrei in tanti affanni :k>
Cosi avefs'io i prim'anni
Prefo b
Iti! eh' or prender mi bifogna
J
Sloveni! fallire è men vergogna .
Gli occhi foavl ond*io foglio avervira»
DeHe divine lor^alte bellezze ly
Furmi in Cui cominciar tanto- cortefi ;
ChVri guifad"u6cui non proprie ricchezze».
Ma celato di for foceorfo aita ,
Viflìmi: chenèlor, né altri cfFefi .

Or; bench'a me ne pefi ; id


Divento ingiuriofo ed importuno r
j,

Che 1 povere! digiuno


Vieti* ai atto talbr eh* in miglior flato-
Avria in altrui biafmato
Se leman di pietà invidia m'ha cbiufe iy
;
Fame amorofa s e*l non poter mi fcufe„
Ch'io- ho- cercate- già vie piò di mille
,
Per provar fènza lor, fe morta! coh
Mi potefle tener in vita un giorno v
L' anima , poi eh* altro ve non ha pofa
30
Corre pui' all' angeliche faville }
Ed io che: fo n di cera- > al toco torno
,.
J
E pongo mente intorno
Ove fi fa men guardia a quetch'i' Bramo
E come augello in ramo, ;

35
Ove men teme, ivi pi & tolto è colto ;.
Così dal fuo bel volto
L'jnvoloor'uno, ed or* un»" altro fgiiardo
Ediciòinfieme mi nutrico, ed ardo ..

Di mia morte mi pafeo » e vivo in fiamme; 4c*


Stranio cibo , e mirabil falamandra ?
Ma miracol non è; da tal fi vole.
Felice agnello, alla cesoia mandra
PARTE, r

Mi gi'acqui un lem ;->o:or'a 'eftremo fa mmc


1
1
, 5?

A Fortuna ed Amor pur come fole. 45


i
Cosi rofe 5 e viole (ciò:
Ha primavera , e 'I verno ha neve* egbiao
Però s'i'rni procaccio
Quinci, e quindi alimenti al viver curto »
Se voi dir che fia furto ; o 3
Si ricca donna deve efier contenta
S'altri vive del fuo , ch' ella noi feuta .
Chi noi fa , di ch'io vivo, e viffi fempre
Dal dì che prima que' begli occhi vidi
Che mi fecer cangiar vita » e coftume ? 5$
Per cercar terra , e mar da tutti lidi ,
Chi può faver tutte l'umane tempre ?
L'tm vive , ecco, d* od r là fui gran fiume ;
Io qui di foco j e lume
Queto i frali , e famelici mìei fpirtl . 6q
Amor* (e vo' ben dirti)
Difconvienfi a fignor T
efler sì parco»
Tu hai li ftrali , e l'arco r
Fa di tua man, non pur bramando, ì* mora :
Ch' un bel morir tutta la vita onora 65 .

Cfriufafiamma è più ardente; e fe pur crefee »


la alcun modo più non può celarti:
Amor*, i"lfo ; che'I provo alle tue mani.
Vedetti ben quando sì tacito arfi :
,

Orde'miei gridi a me medefrao Terefce;?»


Che vo nojando e profilali, e lontani.
O mondo ) openfìcr vanii
O mia forte ventura a che m'adduce - r

O di che vaga luce


Al cor mi nacque la tenace fpeme 7jr
Onde l'annoda, e preme
Quella che con tua forza al fin mi menai
La colpa è voftra ; e.mio 'Irfanno, e la pena-
Così di ben'amar porto tormento;
G .6 E del
>5$ PRIMA
E del peccato altrui cheggio perdono , So
Anzi del mio che devea torce" gli occhi
:

Dal troppo lume e di Sirene al fuono


,

Chiuder gji oreccbi.-ed ancor co meri peto?


Che di dolce veleno il cor trabocchi .

Afpett' io pur che {cocchi


,. g j
L' ultimo colpo chi mi diede il primo :
E fia ; s' i' dritto- eftimo ;
Un. modo di pietate occider tofio
Non eflend'ei difpofto
A far altro di me che quel che foglia 00 :

Che ben mor chi morendo elee di doglia .

Canzon mia, fermo in campo


Starò .-.ch'egli èdifner morir fuggendo-
E me (téflb riprendo
Di tai lamenti ; sidolce è mia forte j
95
Pianto, fofpiri , e morte.
Servo d' Amor che quelle rime leggi,
Ben non ha'J mondo che'l mio mal pareggi»

SONETTO CLXXIIL
Rapido fiume ; che d'alpertra vena
Rodendo intorno, onde'! tuo nome predi
Notte , e di meco defiofo feendi
Ov'Amorme, te fol natura mena
Vattene innanzi tuo corfo non frena
: il
Né franchezza , uè fon no
e pria che rendi:

Suo dritto al mar ; fifo , ù fi moftri , attendi


L' erba più verde , e L* aria più ferena :
Ivi è quel nnftro vivo , e dolce Sole
Ch' adorna , e 'nfiora la tua riva manca :
Forfè ( 0 che fpero ) il mio tardar le dola.
1

Baciale '1 piede-, ola man bella, ebiancar


Di He ; lì baciar fie'n vece di parole :

Lo fpirto t pronto : ma la carne è fianca..


PARTE.- T57
SONETTO CLXXìV. .

Dolci colli ov' io iafciai me fteffò ,

1 Partendo onde partir giammai non pollo J

Mi vanno innanzi , ed errimi o sior'addofib


Quel caro pefo eh' Amor m' ha coromeil'o .
Meco di me mi maraviglio fpeflb;
Ch'i'pur vo femore, e non fon' ancor modo
Dal bel giogo più volte indarno feoffo :
Ma com'più. men'aIlungo,e più m'appreuo»
F, qual cervo ferito di faetta
Col ferro avvelenato dentr' al fianco
Fugge, e più duolil , quanto più s'affretta j
Tal' io con quello lira! dal iato manco
Che mi confuma , e parte mi diletta;
Di duol mi ftruggo , e di fuggir mi fianco

SONETTO CLXXV,

X/TOn dall' Ifpano! aero all' Indo Idafpe


J/N Ricercando del mar' ogni pendice 3
Nèdal lito vermiglio all' onde Cafpe >
Nè'n ciel, nè'n terra è più d' una Fenice'
Qaaldeftro corvo, oqual manca cornice
Canti'l mio fato ? o qual Parca t'innafpe ?
Che fol trovo pietà forda , com' afpe ,
Mifero onde fperava efler felice:
Ch' i' non vo' dir di lei ; ma chi la feorge j
Tutto'! cordi dolcezza,e d'amor l'empie
Tanto n' ha feco ,e tant' altrui, ne porse i
E per far mie dolcezze amare, ed empie
Os' infinge , o non cura ,o non s' accorge
De.1 fiorir qutefte innanzi tempo tempie *

S 0~
Vi
Il
i5»

Di
PRIMA
SONETTO

noflra cieca
Regnano
Dell' un vago
i fenft
CLXX'Vr.

Oglia mi fprona:Amor mi guidale (cor-


Piacer mi tira ufaoza mi trafporta :
:

Speranza mi lufinga» e riconfortai


E la rnart deftra al cor già fianco porge
mifero la prende; e non s'accorge
e disleale fcorta :
,
e la ragion' è marta
;
defio 1* altro- riforge.
:
ger

Virtute, onor, bellezza, atto gentile,


Dolci parole ai bei rami m'han giunto
Ove fàavemence il cor s'invefca
Mille trecento vcntifette appunto
Su l'ora prima it dì fefto d'Aprile
Nel labirinto intrai ; nè veggioond'efca- ,

SONETTO CLXXVir.
BEato in fogno , e di languir contento ,
D'abbracciar I'obre,e feguir l'aura efti va,
Nuoto per mar che non fra fondo , o riva :
Solco ondeje'n rena fondo,e ferivo in veto;
i^.*^egg5» sì, eh* egli ha già fpento
Col fuo fplendor la mia vertù vifiva;
Ed una cerva errante, fuggitiva
Caccio con un bue zoppo^'nfermoje lento*
tieco,e «anco ad ogni altro,ch'al miodannoj.
Il qua! dì, e notte-
palpitando cereo ;
Sol Amor, e Madonna, e Morte
chiamo.
Cosi venf anni { grave , e lungo affanno .'
>
Pur lagrime, e fofpiri , edolor merco:
la tale (fella prelì l'efca, ePhamo*

S O-
r

PARTE. 15?

SONETTO CLXXVIIL

GRazie eh* avochi 'I eie! largo decina :

Rara vertù , non già d' umana gente J

Sotto biondi capei canuta mente ;


E'n umil donna alta beltà divina:
Leggiadria fingulare, e pellegrina ;
E '1 cantar che nell* anima fi fente:
L*andar ceìefte- j e'Ivago fpirto ardente?
Ch'ogni dur rompc,ed ogni altezza inchinar
Eque1 begli occhi » che i cor fanno final ci >
Portenti a riferì tarar abiflo , e notti »
E torre Palme a' corpi , e darle altrui ;
Col dir pien d* intelletti dolci, ed aiti;
Coi fofpir foavemente rotti
Da quefii Magi trasformato fui «

CANZONE XXXVL

ANzi tre di creata era alma in parte


Da por fu a cura iracofe altere , e nove s
T
Edifpregiardì qurf ch a rrroltiè'n pregio :
QueiP ancor dubbia del fatai fùo corfo
Sofà penfàndo y pargoletta j e fciolta 5
latrò dì primavera in un bel bofeo-
Era un tenero fior nato iti quel bofea
II giorno- avanti ,* e la radice in parte
Ch'apprefFarnof poteva anima fciolta: .

Che v'era» di lacciuo* forme sì nove > 10


E piacer precipitava at corfoi
ta!
Che perder libertate iv r era in pregio •
Caro) dolce, alto» e faticato pregio,
Che ratto mi volgeri at verde bofeo*
Ufato di fviarme a mezzo 'I corfo - fS
Ed.
i6o
Ld
PRIMA
ho cerco poi'l mondo a parie a parte*
Se o pietre , o fuco d'erbe nore
verfi
,

Mi readefier' mi di la mente foolta


.
Ma , lafio, or veggio che Ja carne iciolta
fia di quel nodo ód'è'l fuo maggior pregio,
I rima che medicine antiche
, o nove (io
Ridia le piaghe eh' i' prefi 'ri quel bofeo
tolto di pine ond' i' ho ben tal
I :
sarte ,
Che zoppo nefco,e'nrraivi a sì-gran corfo,
Pien di Jacci , e di ùVcchi un duro c )rfo 25
Aggio a fornire ove leggèra .efciojtta
;

Pianta avrebbe uopo, e Tana d'ogni


parte.
Ma tu , Signor, c' hai di piecWi!
pregio ,
Porgimi Ja man delira in queflo bofeo
:

Vinca 'i tuo Sol le mie tenebre nove.


30
'Guarda mio flato , alle vaghezze nove
I

Che 'nrerrompendo di mia vita il corfo>


M harf tatto abltator d' ombrofo
b»fco :
Rendimi, s'efierpuò, libera , e (ciotta
L errante mia conforte;e fi a ttfcl pregio,3
?
5> ancor teco la trovo in miglior parte
.
Or' ecco in parte le queftien mie nove/
S alcun pregio in me vive.o'n tutto
è corib*
U I alma lciolta , o ritenuta al kifco »

s o.
PARTE, »f*

S O N ETTO CLXXIX.

fangue vita umile e queta >


INEdnobil
in alto intelletto un poro
»

core*
Frutto fenile >n fui giovenil fiore,
E'n afpetto penfofo anima lieta,
Raccolto ha 'n qusfta Donna il fuo pianeta ,
Anzi '1 Re delle fteile ; e '1 vero onore ,
Le degne lode , e '1 gran pregio, e'I valore
Ch' è da fiancar ogni divin poeta .
Amor s'è in lei con oneriate aggiunto;
Con beltà naturale abito adorno*
Ed un' atto che parla con filenzio;
,E non fo che negli occhi , che 'n un punto
Può far chiara la notte, ofcuro il giorno»
E'I mei' amaro, ed addolcir T aflenzio,

SONETTO CLXXX.
TUtto dì piango; e pol la notte, quando
'1

Prendon ripolb i miieri mortali,


Trovom' in pianto e raddoppiai i mali
;
:

Così fpendo'I mio tempo laerimando.


In trifto umor vo gli occhi confumando,
E'I cor' in doglia e fon fra gli ammali
;

L'ultimo sì, che gli amorofi Itrali


Mi tengon' ad sgner di pace in bando .

Laffo; che pur dall' uno all' altro Sole ,


Edall'un'ombra all'altra ho già'I più corfo
Di quefta morte che fi chiama vita

mi dole
Più l'altrui fallo che '1 mio mal
:

Che pietà viva, e'I mio fido toccarlo


Vedem' arder nel foco , e non m'aita.

S O-
l6s PRIMA"
SONETTO CLXXXX
fjrv defiai con sì giufìa
Querela,
Ui uu foco di pietà fcffi
fentire
Al duro cor di» a
mezza ftate gela :
empia. nube cbe'l raffredda
'

RomperTe a
,
aura del m »' ardente
%
vela,
O dire/'
fefc queIJ'altru'in
odio venire
ohi
Or fM^
non „d
1 h

per
p*
IO J ei
ftr Ugg0

, per me
, occ bi mi ceJa
;
Cerco: efie quel non vo>
, qae {i 0 aon poir
TaJ fu ta, a ftdla , e tal mia
cruda forte -
Ma canto fa divina fila beffare:
Che quand'i» Cadi queft, carne
feoffo
Sappia 1 mondo che dolce è
la mia mone

SONETTO CLXXXII.
•TTRa quantunque leggiadre donne, e beffe
rCol fuoiH
g C0H< CÌ}'* mo ^o »on baparej
?
]

bel r,fo fuu [ dell' altre


fare
Quel chef» Idi delle minori
felle
Am.r par eh' all' orecchie mi
favelle,
Dicendo: Q^nco queftain
te rraa PPare;
Fi., «ver bello ; e po'I vedrem turbare

Come Natura alciel la Luna, e'IS.Ie:


Ali aere , venti; alla terra
erbe, e fronde
Ali uomo e l'intelletto, ;
e l
Edal mar ntogiieffe i pefei , I»c parole;
e 0 nde'
a
£
Se *£i? ^
6s «fé
l^ ofcli re
Morte gl, occhi Cuoi chi«de,ed,
e fole ,
afeonde.

SO-
, ,

PARTE- 163;

SONETTO CLXXXIII.

L cantar novo, e 'I pianger degli augelli


I , In fui dì fanno rifentir le valli
E'I mormorar de' liquidi cnltalli
Giù per lucidi frefchi rivi, e iaeih .

volto oro capelli;


Quella e' ha neve il , 1

Nel cui amor non tur mai inganni, riè falli.


Dettami al fuori degli anwrofi balli.
Pettinando aìfuo vecchio 1 bianchi velli
-

1" Aurora
Così mi fveglio a falutar
E '1 Sol , ch'èfeco, e più L'aItro,ond 10 lui

Ne' prim' anni abbagliato , e fono ancora .


I» gii ho veduti alcun giorno ambedui
Levarli iniieme e 'n un punto, e'n un ora,
;

Quel far le ftelle, e quefto fparir ini.

SONETTO CLXXXIV.
e di qua! vena
O Nde tolfe Amor l'oro,
P(_r far due treccie bionde'e'n
^ quali Ipine
Colfelerofe; e'nqual piaggiale brine
Tenere, e frefche ; e die lor pollo, e lena ?
Onde le perle in eh' ei frange, edaffrena
Dolci parole, onefte , e pellegrine?
Onde tante bellezze, e sì divine
Di quella fronte più che '1 eie ferena f

Da quali Angeli motte, e di qua! 1 pera


Quel celelìe cantar che mi disface
Sì, che m'avanza ornai da disfar poco?
Di qua! Sol nacque l'alma luce altera
Di sue* begli occhi ond'i'h»guerra,e pace»
Che mi cuccono'l co t'ir» gmaccso e h foco? ;

SO-
l6 4 P R I M A
SONETTO CLXXX7.

Danap non ga, ma prò t si dólci '-"ino a


Nel miocor e ftvilìf ~ >i l-
ft

E
fon già ardendo nel
vigefim' .nn
p
Sento ,>cflì * ™ (Vap
<

rnora^ ófe
Veggio , begii o ;c hi
, e folgorar
^ °:

dSahte •

Che ne^gegno,né lingua al vero


aggtnge.
SONETTO CLXXXVL
P C
acco TPagnat
L'enne rt'? v e f0
n„>^ ^ Che ?>g"Miando te per via
' i
ff ,

;
I e

Perchè aenècoo voi,


cbm ' eli fole >
Liete finm per memoria "

di quel Sole
Doghole per fua dolce
«finìT
La quaUe coglie invidia
JSà-
«euu i ali almi; al corpo ir a , e d afprezL •
Quello ora jh lei taJor
*
proVà in nnf
Ma fpeffo nella fronte
,

il
Ci

corl%g°J°
l v «!emmo ofcurar 1'
'
l
E a ca bellezza
|

tutti rugiadoa gli p^à tSf *

s o-
, .

PARTE. i6j

SONETTO CXXXVH.
I^VJàndq'I Sol bagna in mar l'aurato carro,
V^E !'aer noflro,e la mia mente imbruna
J
Col cielo , e con le ftclle , e con la luna
Un'angofciofa edura notte in narro :
,

Poi , lafìfo , a tal clu non m'afcolca , narro


j
s
Tutte le mie fatiche ad una ad una;
E col mondo, ecn mia cieca fortuna >
Con Amor con Madonna , e meco garro
,

Ufo mio é'n bando; edel ripofo è nulla :

Ma fofpiri , e lamenti infin'all' ilba ,


E lagrime che l'aJmaa gli occhi inv] a .
,

Vien poi 1' Aurora e l? atira fofca inalba


, :

Me nò;ma'lSol che'] cor m'arde,e traftu!la 3


Quei può iolo addolcir la doglia mia ,

SONETTO CLXXXVI1I.
Q'Una. fede amorofa un cor non fioro i
O Un languir dolce, un ittita cortefe
,

;
S' onefte voglie in gentil ti co accefe;
S' un tatfs© error' in cieco Uberinto
;
Se nella fronte ogni penfier dipinte*
Od in voci iiiteirotte appena intefe,
Orda paura, or da vergogna ofrefe ;
S'un pallor di uicla , e d' amoretto
;
S'aver altrui più caro, che sè ftcfl'o;
Se Uprnn:,r, e 'ofpìrar mai femprp ;
Pafcèndòfidj duol , d'ira, e d' affanno ;
S'arder da lunge , ed agghiacciar da p-eif
;
Son le cagfon eh',-mando' i' mi diftemnre
,
Voilro Donna,'J peccato^ mio tìa'l danno.
:

S O-
i66 PRIMA
SONETTO CLXXXIX.
DOdici donne Qneftamente laffe »
Anzi dodici ftelle e 'n mezzo uri Sole
j

Vidi in una barchetta allegre) efole,


Qual non fo s* altra mai onde folcafle ;
Simil noti credo cheGiafon porta fle
Al vello ond* oggi ogni uom veftir fi vole;
Nè'l Paftor di che ancor Trojan dole ;
De' qua' duo tal romor* al mondo rafie .
Poi le vidi in un carro trionfale i
E Laura mia con fuoi fanti atti fchifi
Sederfi in parte > e cantar dolcemente :

Non cole umane > o vifion mortale


Felice Autumcdon ) felice Tifi ,
Che conducefte sì leggiadra gente.'
SONETTO CXC-
PAsser in alcun tetto
mai folkario
Non fu, quant'io; uè fera in alcun bofeo;
Ch* i* non veggio '1 bel vifo; e noti conoic»
Altro SoI;nè quell'occhi hafi'altro obbiecto.
L;igrimar fempre è '1 mio fommo diletto ;
II rider doglia; il ciboaflenzio, etofeo;
La notte affanno e '1 ciel feren in* è fofeo
; ;

E duro campo di battaglia il letto .

Il Sonno è veramente qual' uom dice *


,

Parente delia Morte


; e '1 corfottragge
quel dolce penfier che 'n vita il tene
A
Solo al mondo paefe almo felice ,
Verdi rive, fiorite ombrote piagge,
ed io piango *1 mio bene*
Voi poffedete ;

SO,
. ,

PARTE. x6 7

SONETTO CXCI.
AUraj che quelle chiome bionde, e crefpe
Circondi , e movi , e fe molla da loro
Soavemente, efpargi quel dolce oro,
E poi'l raccogli , e'u bei nodi *1 rincrefpe ;
Tu Ibi negli occhi ond'amorofe vefpe
Mi pungon sìjche'n fin qua il fento,e ploro»
E vacillando cerco il mio teforo,
Com'animal che fpefib adombre, e'ncefpe :

Ch' or mei par ritrovar ; ed or m' accorgo


ChVne fon lungeior mi follevojor caggioj
Ch' or quel di' i 'bramoor quel ch'è vero
,
-Aer felice, col bel vivo raggio (feorgo.
'Rimanti; e tu corrente, e chiaro gorgo }
Che non pofs* io cangiar teco viaggia ?

SONETTO CXC II-


AMor con la man delira il lato manco
M'aperfeje piatovv'étro in me zzo' 1 cors
Un Lauro verde si , che di colore
_ Ogni fmeraldo avria ben vinto , e Ranco .
Vcmer di penna con fofpir del fianco,
E'1 piover giù dagli occhi un dolce umore
L' adornar si ch*al elei n'andò l'odore »
,

Qual non Co già fe d* altre frondi unqua neo-


Fama onori, e virente, e leggiadria ,
,

Carta bellezza in abito celefte


Son le radici della nobil pianta.
Tal la mi trovo af petto, ovech'i'fiai
Felice incarco; e con preghiere onefle
L'adoro , e 'nchino , come cofa fanta

S O-
pM P R I M A
SONETTO CXCtir.

Antài; or piangoje noti meo di dolcezza


Del pianger prendo,cbe del canto prciì:
Ch'allacagion, non all' effetto intefi
Son' i mie| fenfi vaghi pur d'altezza :

Indi e manfuetudine , e durezza ,


Ed atti feri , ed umili , e cortefi
Porro egualmente; nè rrù gravan ped j
Nei' arme in ie punta di fdegni fpezza .
Tengs'i dunque ver ine l'ufato fiile
Amor, Madonna.il mondo, e mia fortuna:
Ch' i' non penfo eflèr mai fe non felice .
.

Arda, o mora , olanguifea ; un più gentile '

Stato del mio non è fotto la luna:


Sì dolce cdel mio amaro la radice.
:

SONETTO CXGIV.
Piansi; or canto; che'l celeftelume
I' Quel vivo Soleocchi miei non cela >
a gli
Nel qual' onedo Amor chiaro rivela
Sua dolce forza , eiuofanto coftume :
Onde e' fuol trar di lagrime tal fiume
Per accorciar del mio viver la tela ;
Che non pur ponte, o guado, o remi, o vela*
Ma fcampar non potìetnmi ale, nè piume*
Si profond'era, e di sì Jarg3 vena
TI pianger mio; e sì lungi ta riva»
Ch' i' v' aggiungeva col penfìer r appena •
Non lauro , o palma, ma tranquilla oliva
Pietà mi manda ; e '1 tempo rafl'erena ;
E'1 pianto afeiuga; e vuol' ancor eh* i'viva.

S O.
, ,

PARTE. t Sp

SONETTO CXCV.
T'Mr vivea di mia forte contento
J. Senza lagrime , e fenza
invidia alcuna :
Ohes altro amante ha più deftra fortuna
,
Mille piacer non vaglion' un tormento
.

Or-que begli occhi ond'io mai non mi pento


Delle mie pene, e men non ne voglio una;
Tal nebbia copre , si gravofa e bruna
,
Che i Sol della mia vita ha qua fi fpento, .
u Marma , pietofa, e fera madre,
Onde tal polTa , e si contrarie voglie
Di far cole, e disfar tanto leggiadre?
D unvrvo fonte ogni poder s' accoglie :
^ tu , come '1 eonfesti , o fommo Padre,
Che del tuo caro dono altri ne fpoglie ?

SONETTO CXCVX
Vincitore AleiTandro P iravinfe,
E fel minor* in parte, che Filippo -

Che li vai fe Pirgoteie


, e Lifippo
L intagliar folo, ed A pelle il dipinfe?
L ira Tidèo a tal rabbia fofpinfe
Che morend'ei fi rofe Menali ppo :
* L'Ira cieco del tutto, non pur lippo,
Fatto aveaSilia, all'ultimo l'eftiufe.
Sai VaJentinian , eh' a firmi pena
Ira conduce i e fai quei che ne more
,
Ajace in molti , e po' in sè fieflb forte .
Ira è breve furor' ; e chi noi frena
à E' furor lungo , che'l fuo pofTeflore
»M. Spedo a vergogna , e talor mena a morte .

U-imt Petrarca. H SO-


17o PRIMA
SONETTO CXCVII.

QUal ventura mi fu, quando dall' uno


De' duo i piò begli occhi che mai turo *
Mirando! di dolor turbato , e fcuro f

Molte vertù che fè'J mio infermo,e bruno.


Send' iownatoa folvcil digiunò
Di veder lei che fola al mondo curo ;
Fummi'l ciel',ed Amor men che mai duro;
Se tutte altre mie grazie infieme aduno
:

Che dal defti' occhio, anzi dal deliro Sole


Della mia Donna al mio deftr occhio venne
Il inai che mi diletta e non
,
aititele :

E pur; come intelletto avefle , e penne;


Pafsò: quali unaftella che 'n ciel vole J
E natura , e pietate il corfo tenne ,

SONETTO CXCVIII.

O Cameretta » che già fotti un porto


Alle gravi rempefte mie diurne;
Fonte feordi lagrime notturne,.
Che 'Ul celate per vergogna porto.
O lecticciuol , che requie eri , e contorto
In tanti affanni ; di che dogliofe urne
Ti bagna Amor con quelle manieburne
Solo ver me crudeli a sì gran torto !
fJè pur' il mio fecreto e'i mio npofo
,

Fuggo > ma più me ftelTo, e'1 mio penfero :

Che feguendol talof levomi avolo.


Il vulgo a me nemico, ed odiofo
( Ch'il pensò mai?)
per mio refugio chero J

Tal paura ho di ritrovarmi folo.

SO-
,

PARTE. 1Jt

SONETTO CXCIX.
Am
~
T A $$ ° > <> r mi trafporta ov'io non lo-
E oen tn accorgo che 'I derer fi varca *
,

«ade a chi nel mio cor fiede monarca,


Son importuno affai più eh' i» non
foglio :
Né mai aggio nocchier guardò da fcoglio
Nave di merci preziofe carca ;
guant' io fempre la debile mia
barca
Dalie percalle del fuo duro orgoglio.
^2,, lagninola pioggia, e fieri venti
1 fofpiri or hanno
r«t.! 1
fpinta :

e nel mio mar' orribil notte


, e verno*
Ov altrui noje, asèdogiie, e tormenti
Porta , e non altro , già dall'onde
vinta ,
infarinata di vele, e di governo.

SONETTO CC.

A MokVo fallo;e veggio mio falliremo; ii

Ma fo sì,com'uo ch'arde.e'l foco ha n fe-


Che'lduolpur crefce,e la ragion vie meno,
t-dégia qua<i vinta dal martire.
Solea frenare il mio caldo delire,
Per non turbar' il bel vifo fereno :
Non pollo piò; di m .n m'hai tolto il freno
E l'alma difperaudo ha prefo ardire.
;
*

Però poltra fuo Itile ella s'avventa;


Tu'I fai ; che si l'accendi , e si la fproni
Ch ogni afpra vi, per fua falute tenta :
E più 1 fanno i celefti , e rari doni
C'ha in sè Madofia:or fa'lm^cb'ella il fera:
E le mie colpe a sè fteffa perdoni.

H i CAM,
s7 s PRIMA
CANZONE XXXVII.

NOnNèha tanti animali il mar fra l'onde;


lafsù fopra 'I cerchio della Luna
Vide mai tante ftelle alcuna notte;
Nè tanti augelli albcrgan per bofcfii li ;

Nè tant'crbe ebbe mai campo,nè piaggia; ;


Quant' hai mio cor penfìer ciafcuna fera.
Di dì in di fpero ornai , V ultima fera
Che fcevri in me da! vivo terren 1' onde ,-
E mi lafci dormir in qualche piaggia ;

Che tanti affanni uom inai fotto la Luna io


Non quant* io fànnolfi i bofcbi
foflèrfe ,
:

Che fai vo ricercando giorno, e notte,


l'iion ebbi giammai tranquilla notte :
Ma fofpimndo andai mattino, e fera ,
Poich'Amor femi un cittadin de'bofchi.i 5
Ben fia in prima ch*i' poti, il mar fenz'ode ;
E la fua luce. avrà'ISòl dallaLunaj
E i fior d'Aprii morranno in ogni
piaggia
CoBftimando mi vo di piaggia in piaggia
li di pentolo ; poi piango Ja notte; io
Nè Irato ho mai , le non quanto la Luna
Ratto, come imbrunir veggio ] a fera,
Sofpìr del petto, e degli occhi efcon'onde »
Da bagnar l'erbe , e da crollare i bofcbi -

Le città fon nemiche , amici i bofcbi *5 .

A' mieipenfier, che per quell'alta piaggia


Sfogando vo col mormorar dell' onde
Per lo dolce illenzio della notte,
Tal , eh' io afpe:to tutto '1 di la fera ,
Che'l So! fi parta, e dia luogo alla Luna. 30

Deh or fofs'io col Vago della Luna


Addormentato in qualche verdi bofchij
E quefls ch'anzi Yefproame fa fera, 4
Con
,.

Con effa , e con Amor' in quella piaggia


Sola venifle a ftars'iviuna notte;
3«J
E'1 di fi ftelTe , e'1 Sol femore nell' onde .
Sovra dure onde al lume della Luna,
Canzon, nata di notte in mezzo i bofchi
Ricca piaggia vedrai dimanda fera.

SONETTO Cd.
REal natura , angelico intelletto,
Chiar*aima,prata rida .occhio cerviero,
Previdenza veloce j alto penfiero,
E veramente degno di quel petto:
Sendo di donne un bel numero eletto
Per_ adornar' il dì fefto , ed altero;
Subito fcorfe il buon giudicio intero
Fraranti, e sì bei volti il più perfetto :
L'altre maggior di tempo, o di fortuna
Trarfiin dìfparte comandò con mano;
E caramente accolfe a sè quell'ima:"
Gli occhi, e la fronte con fembian te
umano
Baciolle sì, che rallegrò ciafcuna
Me empiè d'invidia P atto dolce ,e ftr S no

SS»

H 3 C A N-
»74 PRIMA
CANZONE XXXVIII.

LAAl tempo
1
ver l'aurora
novo
» che
fuol
sì dolce l'aura
mover* i fiori (
Egli augelletti incominciar lor verfi;
Sì dolcemente i peoùer dentro all'alma
Mover mi fento a chi gli ha tutti irrforza; 5
Che ritornar convienimi alle mie note
Temprar potefs' io in sì foavi note
I miei fofpiri > eh* ad dolci (Ten Laura »
Facendo a lei ragion , eh' a me fa forza :
Ma pria ria *1 verno la (ragion de' fiori , 10
Ch'amortìoriica in quella nobil'alma j
Che non curò giammai rime, né verfi
Quante lagrime y lafibj e quanti verfr
Ho già fpartì al mio tempole'n quante note
Ho riprovato umiliar quel! alma 13
1
!

Ella fi , com'afpr' alpe all'aura


tra pur
Dolce qua! ben move frondi , e fiori ,
: la
Ma nulla può fe 'ncontr'ha maggior forza .
Uomini) e dei folea vincer per forza
Amor, come fi legge in profa, e'n verfi; 40
Ed io'l provai in fui primo aprir de' fiori :

Ora né S J mio Signor , aè le fue note ,


Nè'l pianger mio,nè i preghi pon fai" Laura
Trarre o di vita 1 o di martìr quell'alma .
All'ultimo bifogno , o mlfer'alma, 15
Accampa ogni tuo ingegno, ogni tu.i forza»
Mentre fra noi di vita alberga 1' aura .

Nuli* al mondo é^hè non portano i. verfi :


Egliafnidi incantar fanno in lornotej
Non che '1 gielo adornar di r.oyì fiori , 30
erbette, e fiori
Riciort' or per le piaggia :

EfTer non può che queli* angelic* alma


Non fenta *1 fuor» dell' amorofe ìiote
Se
. .

P A R T E- t
175
Se noftra ria fortuna è di più fòrza >
Lag rimando } e cantando i noftri verfi , 35
E col bue zoppo andrem cacciando 1* aura .
In rete accolgo 1* aura* e 'n ghiaccio i fiori :
E '11 verfi tento forda , e rigid' alma ;
Che ne forza d'amor prezza , nènote.

SONETTO CCII,
1
Ho pregato Amor e nel riprego ,
,

I* Che mi fcufi appo voi dolce mia pena ,


>

Amaro mio diletto, fé con piena


Fede dal dritto mio fentier mi piego
F noi poffo negar } Donna , e noi nego ;
Che la ragion , eh* ogni buon'alma affrena s
Non Cada!voler vinta; ond'eimimena
Talor' in parte ov' io per forza il fego
Voi con quel cor che di si chiaro ingegno >
Di sì alta virtute il cielo alluma,
Quanto mai piovve da benigna ftella ;
Devere dir pietofa , e fenza fdegno :
Che piiàquertialtro?il mi ovoko'l confuma;
Ei perchè ingordo , ed io perchè sì bella •

H 4 SO-
-
i?6 PRIMA
SONETTO Cd II.

L'Alto Signor dinanzi a cui non vale


Nafconder , nè fuggir , nè far difefa J
Di bel piacer rn'avea la mente accefa
Con un' ardente , ed amorofo ftrale :

E benché '1 primo colpo afpro> e mortale


Foffedasè; per avanzar fuaimprefa>
Una faetta di pi etate ha prefa :

E quinci , e quindi '1 cor punge , ed affale „


E' una piaga arde , e verfa foco , e fiamma ;
Lagrime 1' altra , che '1 dolor diflilla
P£r gli occhi miei del volt ro fetori»;
Nè per duo fonti fol'una favilla
Rallenta dell' incendio che m'infiamma/
Anzi per la pietà crefce'l defio.

SONETTO CC IV.
MIra quel colle o fenco mio cor vago
Ivi laiciammo ier
5 ;

leich'a'can tepcebbe
Qualche cura di noi > e le ne'ncrcbbe
Or vorria trar degli occhi no'ftri un lago .
Torna tu in là, ch'io d'effer fol m'appago :

Tenta 5 fe forfè ancor tempo farebbe


Da feemar noftro duoJ,che'n fin qui crebbe;
Odel mio mal partecipe 3 e prefago .
Or tu c* hai pofro te fteffo in obblio 3
E parli al cor pur com'è' fofle or ceco ;
Mifero, e picn di penfier vani , e (ciocchi /
Ch' al dipartir del tuo fommo defio
Tu ten' andarti ; e' fi rimafe feco
E
fi nafeofe dentro a'fuoi begli occhi
, ,.

PARTE. , 7-

SONETTO CCV.
"pRESccombrofo, fiorito, e verde colie;
J. Ov or penfahdo , ed or cantando fiede ,
b. fa qui de' celefti
fpirti fede
Quella eh» a tutto '1 mondo fama tolle
Il mio cor , che per lei lafciar mi volle ;
~ le 8 ran 'e uno e pii fe mai non riede j ,
Va or contando ove da quel bel piede ;
Ssgnata è l'erba, e da queft* occhi
molle .
b "° ''"f/nge, e dice a ciafeon puffo;
"eh fofse or qui quel mifer pur' un poco
S-j3 platl S er e di viv er laflb,.
* li
hìta r f
iel ride s e non
»
è pari il gioco ;
Tu paradifo ìjfeoaa core un faflo
, .

Uiacro, avventurofo, e dolce locoj

SONETTO CC VI,
I
**?*7 H?? aS ml preme '
e mi fP av e"t3 il peggio ;

! lon errato ln «mii frenefia 1


ijfi*.
kt> r
J»* T cJuro
Nàio fe guerra , o pace a Dio mi cheggio
;
P enuer te c° vaneggio ;

^MtatfCne 1 danno è grave e la vergogna è ria , ;


Perchè più languir ? di noi pur fia
ugnato
è già n e fora mo feggio
M 0 ^Pi
'
I V. 1

Bench i non fi a di quel grande onor degno

r ^
U
che ce ne '"ganna amore
IT"*
ip./fff. Che ipefloocchio ben fan fa veder torto
;

;
;/ Purd alzar l'alma a quel celefte reguo
Ùud E 'I raioconfilio
, e di fpronare il core :

S e.v^
' '
e rchè 1 ca&il, e ^"Soj e'J tempo è corto,
g .

H 3 SO-
» 7S PRIMA
SONETTO CCVIT.

DUe rofefrefce, e colte inparadifo


L'altr'ier nafcedoil di primo di Maggio»
Bel dono, e d'un'amante antiquo) e faggio »
Tra duo minori egualmente diyifo :

Con sì dolce parlar*, e con un rifo


Da far innamorar ho* uom felvaggìo ,
Di sfavillante, ed amatolo raggio
E l'uno, e l'altro fè cangiare il yifo .

Non vede un iìmil par d'amanti^ il Sole s


Picea ridendo , e fofpirando rnfiemei
E ritingendo ambedue ,
volgeafi attorno .

Così partia le rofe , e le parole :

Onde cor laflb ancor s'allegra , e teme


O felice eloquenza' o lieto giorno 1

SONETTO CCVIII.

l'aureo crinewf
L'Aura che'l verde Lauro,emove
Soavemente fofpirando
Fa con fue vifte leggìadrette , e nove
; . ^
L'anime da*lor corpi pellegrine.
Candida rofa nata in dure fpine •

Quando ria chi fua pari al mondo trove


Gloria di noftra etate ì O
vivo Giove »
Manda prego il mio in prima che'l fuo fine;
J
Sicch io non veggia gran pubblico danno ,
il

E'1 mondo rimaner fenza'l iuo Sole:


Nè gli occhi mieiiche ìtice altra non hannl^f
Nè l'alma, chepenfar d'altro non vole ;
Nè T orecchie , eh* udir altro non fanno ~mÀ
Senza l'onefte fue dolci parole.

s o-
,

PARTE. 179

SONETTO CC IX.
PArra' forfè ad alcun , che'n lodar quella
ChVadoro in terra,errante fia'l mio flile»
Facendo lei tovr* ogni altra gentile,
Santa faggia , leggiadra , 0 ne Ita ? e bella
,
:

A me par' il contrario; e temo eh' ella


Non abbia a fchifo il mio dir troppo umile »
Degna d' affai più alto e più fottile ; ,

Echi noi crede venga egli avedella»


1

Si dirà ben; Quello ove queftì afpìra,


E cofa da fiancar Atene Arpino, ,

Mantova» e Smirna, e l'una e l'altra Lira.


-Lingua mortale al fuo flato divino
Giunger non potè Amor la fpinge » e tira
:

Non perelezion, ma per dettino.

SONETTO CCX.
CHi vuol veder quantunque può Natura
E Ciel tra noi venga mirar cortei
'1
a
3

; j
Ch 1 è fola
un Sol, non pur'agli occhi miei 1
M'al mondo cicco , che vertù non cura :
Evenga torto ; perchè Morte fura
Pri'ma i migliori , e lafcia rtar i rei :
Qjweftà afpettata al regno degli dei
Cofa bella mortai parta , e noci dura-
Vedrà, s'arriva a tempo, ogni virtute»
Ogni bellezza , ogni real cortame
Giunti in un corpo con mirabil tempre •

Allor dirà, che mie rime fon mute,


L'ingegno ©ffefo dal foverchio lume:
Ma fe più tarda , avrà da pianger fempre

H « SO-
ìSo PRIMA
SONETTO CCXI.
Qlf al paura ho quando a mente
mi torna
Quel giorno ch'i'ìafdai grave,e penfofa
Madonna > e'1 mio cor fecoi e non è cofa
Che sì volcntier penfi e sì foveate , .

I* la riveggio ftarfì umilemente


1
Tra belle donne > a guifa d una rrfa
Tra minor fior, nè lieta riè dogliofa ; ,

Come chi teme ed altro mal non fente


- .

Depofta avea l'ufata leggiadria ,


Le perle ghirlande, e i panni allegri
j_c le
r
E'1 rifo, e'1 canto ,,e l parlar dolce umano .
Così in dubbio lafciai la vita mia-
Or trilli augurj , e logni e pender negri ,

Mi dano aflalto/e piaccia a Dio)che'ii vano.


SONETTO CCXII.
SOlea lontana in forno confolarme
Con quella dolce angelica fua vifb
Madonna :or mi fpavenra e mi contrirta »
;
Nè di duo! j né di tema poffo aitarme :

Che fpeffo nel fuo volto veder parme


Vera pietà con grave dolor mifta :
Ed udircofe onde cor fede acquila
'1

Che di gioja, e difpeme difarme . fi

Non ti fovven di quell' ultima fera ,


Die' ella, chV lafciai gli occhi tuoi molli »
E sforzata dal tempo me n' andai ?
l' non tei potei dir ailor , né volli :

Or tei dico per cofa efperta , e vera *


Non fpcrar divedermi in terra mai*

SO-
PARTE. itt

SONETTO CCXIII-

O Misera
E 1
t ed orrlbil vifione
dunque ver ch'innanzi tempo
Sia l'alma luce che fuol far. contenta
!

{penta.

Mia vita in pene, ed in fperanze h ne ?

Ma com' è che si gran remar non fone


Per altri meffi , o per lei (letta il fenta?
Or già Dio, e Natura noi confeota ;
E falfa fia mia trilla opinione.
A me pur giova di fpera re ancora
La dolce fritta del bel vifo adorno;
Che me mantene, e'1 fecol no (Irò onora
Se per fa tir ali' ecerno foggiorno_
Ufcitaé-par dei bell'albergo fora;
Prego, non tardi il mio ultimo giorno ,

S O N ET T O CCXIV.
-

di mio fiato or piango, or canto ;


INE dubbi
temo , e (pero i ed in fofpiri en rime? ,

Sfogo'! mio incarco: Amor tutte fue lime


Ufa Copra 'Imio cor afflitto tanto.
Or ria giammai die quel bel vifo fatito
Renda a guéft' occhi le lor luci prime ?
( Latto , iion fo che di me (letto eftiaje )
. :

O li condanni a femoicerno pianto?


E per prender il Ciel debito a lui »
Non curi che fi fia di loro in terra j

Di ch'egli è'i Sole, e non veggiouo altrui ?

in tal paura - e'n si perpetua guerra ^


Vivo eh' i' non fon più quel che già Fai
, ;

Qual chi per via dubbiofa teme 3 ed erra .

SO-
i»* prima
SONETTO CCX 7.
V
£\ Dolci
Or
fguard;
o paro] ètte accorte;
,
ria mai '] di ch*io vi
rivegsua,ed ods>
O chiome bionde, di che 'ì cor m'annoda
Amor , e cosi prefo il mena a morte:
V bei viio, a me dato in dura
force,
Di cl^io fem pre pur piange mai no
goda :
U doice inganno, ed aimrofa froda
"Janni un piacer che fol pena
m'appone ?'
li le talor de* begli occhi
foavi
Ove mia vita, e'I mio pen fiero
:

alberga ,
i-orie mi vieti qualche dolcezza
onefla ;
t0 C10 ch, °S ni miobendifperga,
r »'
?f
firn allentane, or fa cavalli, ornavi
fortuna , eh' al mio mal fempr'è si
pretta .

SONETTO CCXVI.
Py*, afcòlto; e non odo novella
[
d olce ed ama
tÌTì- ,
Sa mia nemica :
£Jé io che me ne penfi
, o che mi dica
-

ii cor tema, efperanza mi


1
puntella.
«ocque ad alcuna già l'effer sì bella:
Qtiefta più d' altra è bella
, e più pudica .
*ori e vuol Dio tal di virtme
amica
iorre alla terra , e'n Ciel farne
una ilei lai
Anzi un Sole.- e fe Guelfo è, la
mia vita,
i miei corti ripofi , e i lunghi affanni
i>on gmnn al fine. O dura dipartita,
lercne lontan m hai fatto da'
miei danni ?
£a mia favola breve è già compira,
£. tornito il mio tempo a mezzo gli anni,

SO-
. ,

PARTE. j> 3

SONETTO CCXVII.

LA fera defiar , odiar l'aurora


Soglion quelli tranquilli, e lieti amanti:
A me doppia ia fera c doglia, e pianti :
La mattina è per me più felice ora;
Che fpeflo in un momento a prò n 5 allora
L' un Sole , e 1' altro quafi duo Levanti
Di beltate, e di lume sì fembiaoti,
* Cff anco *1 ciel della terra s' innamora ;
Come già fece allor eh' i primi rami
Verdeggiar che nel cor radice m' hanno ;
Per cui fempre altrui più che me ftefs'ami,
Così di me due contrarie ore farmjo:
Echi m'acqueta > èben ragion ch'i' brami;
E tema j ed odj chi m'adduce aflanno -

S O N E T T O CCXVIII.
FAr potefs'io vendetta colei
Che guardando, parlando mi diltrugge»
e
di

Eper più doglia poi s'aleonde> e fugge


Celando gli occhi a me sì dolci , e rei ;
Così gli afflitti , e fianchi fpirti miei
A poco a poco confumxndo fugge;
E*n fui cor, quafi fero lecn , tugg'e
La notte allor quand'io pcGr de v rei.
L*alma; cui Morte del fuo a' bergo caccia ;
Da me fi parte; e di tal nodo fciolta
VafTene pur' a lei che la minaccia
Maraviglimi ben, s'alcu.ia volta
Mentre le parla,e piange,e poi Pàfctsraccìa;
Hou rompe *1 formo fuo j s'ella Tafcolta

SO-
*U PRIMA
SONETTO CCXI^,
JN quel bel vifo eh'
fófpiro „ e bramo-, i'
mi eran gìi occfli <teùo&i e'ntenfì:
<->
. Quand' Amar porfe , quali a dir Che penfi ?
Quel!' onorata man che fecondo amo.
lvij come pefce alJ ' a|no;
n°j
Onde °
a ben far per vivo efempio vietiti :
Al ver tuo volfe gli occupati fenfi :
O come novo augello al vifeo in ramo S
Mala viltà privata del fuo obbieìco,
Quail fognando, fi ficea far via;
Senza la qual'ilfuo ben'd imperfetto;
1,113 e aftra 8 [oria
A
yual ri ,

celefte non lo novo diletto,


*

B qual Urania dolcezza lì fenda.

SONETTO CCXX,
*\/ IvE faville ttfeian de' duo bei turai
V Ver mesi dolcemente folgorando
£ parte 4 ancor faggio fofpirando,
_ìj alta eloquenza sì foavi numi
;

P U r>Ì1 riraambrar mi confomi,


A
Qua! » ora a quel di torno ripenfando,
i

Come venieno i miei fpirti mancando


Al variar de' fuoi duri coftumi
Jj a rn 1 nutrita fempre in
'
,
-
doglie, e'a pene
tyuaat é I poter d'una preferita ufanzaM
Conerà '1 doppio piacersi inferma
fue;
Ch ai gufto fai del dilato bene
i remando or di Ps u ra , or di feeranza
A» abbandonarmi fu fpeflo intra due.

SO-
.

PARTE. il«

SONETTO CCXXI.

CErc^to ho fempre folitaria vita


(Le rive il farmele le eapagne 3 ei bofehi)
Per fugfjr queft' ingegni fordi e lofefii
<

Che la ftrada del Ciel' hanno fmarrita :


E fe mia voglia in ciò ftiffe compita >
Fuor del dolce aere de' paefi Tofchi
Ancor rn avria tra fuoi be' colli fofchi
Sorga; eh' a pianger , e cantar m' aita .

Ma mia fortuna a me fempre nemica


Mi
rjfofpigne al loco ov' io mi degno
Veder nel fango il bel teforo mio :
Alla man* ond* io ferivo è fatta amica
. A
quefta volta : e non è forfè indegno 3
Amor fe vide > e fai Madonna , ed io

SONETTO CCXXII.
ftelìa duo begli occhi vidi
INTutti
tale
pien' d' oneriate j e di dolcezza ,
Cfiepreflb a quei d'Amor leggiadri nidi
11 mio cor laffo ogni altra vifta (prezza.
Non il pareggi a lei qual più s' apprezza
In qualch' etade , in qualche ftrani lidi :
Non chi recò con fua vaga bellezza
In Grecia, affanni , in Troja ultimi ftridi :

Non la bella Romana che col ferro .

A pri s l tuo cafto , e difdegnofo petto :

Non Poliflena , IiTjfile » ed Argia,


Quefta eccellenza è gloria ( s' i' non erro )
Grande a Natura, a me fommo diletto ;
Mache? vieti tardo» e fubito va via.

SO-
1*3 P R. I M A
SONETTO. CCXXIII.
QV#J~*
,Dileniio,
attende a gloriofa fama
di valor, di eortefia;
Min tifo negli occhi a quella mia
Nemica che mia Donna il mondo chiama .
Come acquifta ooor , come Dio s' ama
Comègjunta oneftà con leggiadria,
Ivi s impara ; e qual' èdritta via
Di gir» al Ciel , che lei alpe età , e brama
i
ivi parlar che nullo (Hle agguaglia;
r.1 bel tacer, e quei fanti coftumi
h ' lt> Se$ao uman non può fpiegar in carte,
,
L,
^mimica bellezza ch'altrui abbaglia,
Non vis* impara: che quei dolci lumi
a acquiftan per ventura, e non
per arce,

SONETTO CCXXIV.
CAra dopo lei mi pare
la vita , e
Vera ooeftà che 'a bella donna Cu .
,
(
L. ordine volgi: e' non
fur, madre mia,
5enz onefhmai cofe belle, o care:
b qua! fi lafcia di fao ouor privare,
Nè donna è più , nè viva e fe qual pria,
:

Appare in vifta , e tal vita afpra, e ria


Via più che morte , e di più pene
amare :
iMe di Lucrezia mi maravigliai;
Se non, come a morir le bifognafle
Ferro, e non. le baftàfle il dolor
folo.
Vengati quanti fiiofofì fur mai
A dir di ciò i tutte he vie fien baffe ;
ii quelì una vedremo alzarli a volo

SO-
PARTE. i! 7

SONETTO CCXXV.

ARbor vittoriofa , e trionfale }


Onor d' impcradori t e di poeti;
Quanti in' hai fatto dì dogliofi , e iteti
In quella breve mia vita mortale.'
Vera Donna } ed a cui di nulla caie,
Se non d'onor , che fovr* ogni altra mieti ;
Nè d'Amor vifco temi 3 o lacci , o reti ;
Nè '«i ga ano altrui con tra 'I tuo fen no vale
Gentilezza di fangue* e l'altre care
Cole tra noi , perle , e rubini , ed oro >
-Quali vii forna , egualmente dispregi.
L'alta beltà eh* al mondo non ha pare>
Noja s fe non quanto il bel re foro
Di caftità par eh* ella adorni } e fregi,

CANZONE XXXIX.
Vo penfando, enei penfier m1 affale
ì

1 Una pietà si forte di me lteflò »


Che mi conduce fpeiìo
Ad altro lagrima* ch'i' non folevai
'
Che vedendo ogni giorno il fin più preffo 3 s
Mille ho chidìe a Dio quel!' ale
fiate
Con le quai del mortale
Career noftr' intelletto al Ciel fi leva ;

Ma infinga qui niente mi rileva


Prego, o fofpirojo Iagrim.nr ch'io faccia: io
E così per ragion convien che fi a :
Che chi poffendoflar, cadde tra via) _

Dee.no, che mal fuo grado a terra giaccia »


Quelle pi e tei e braccia
la
j"
In eh' io mi fido
prima, veggio aperte ancora 1 1
Ma temenza m' accora
;

Per gii ajtruiefempjie del mio


(laro tremo;
Cd altri mt fprona e fon forfè
ali'earetno
s

^ un penfier parla con la mente


, e dice
.

Che p ur agogni? onde foccorfo attendi > ì

a0
Mitera , non intendi ,
Con quanto tuo difnore il tempo pafla
?
Prendi partito accortamente,
prendi;
i. del cor tuo divelli
ogni radice
l>el piacer che felice
I?
Noi può mai fare, e refpirar noi
hfTa .
Se |« è gran tempo Midita, elaflTa
»e ai quel fallo dolce fuggitivo
Cfie'i mondo traditor può dar altrui: -
npcn ' più la fP er;"iza iti lui ,
A,
Ciiedj ogni pace, e 30
di fermezza é privo?
Mentre che'l corpo è vivo
Hai tu'l fren'in balìa de' penfier tuoi
Deh ftnngilo or che puoi
;
Che dubbiofo è 'I tardar come tu fai : ,
35
_.p (cominciar non ha per tempo ornai,
lai tu ben, quanta dolcezza porfe
A gli occhi tuoi Ja vifta di
colei
-La qual' anco vorrei
Ch'a nafeer foiTe per più noftra pace
Ben ti ricordi ( e ricordar ten'dei) 40
.

Yf corimmagine (ita quaud'ella corfe


11
;
Al là dove forfè
,

Non potea fiamma intra* per altrui


f3ce .
fcil^ 1 accefe e fe V ardor
:
fallace 45
iJuro molt' annimafpetrando
mi giorno
<-ne per noftra laìute
unqua non vene ;
<Jr ti folleva
a più beata fpene
Mirando »I , che ti li votve intorno
eie]
ammortai' ed adorno :
so
,

Che
,

.P A R T E. ^ 1S9
Che dove del mal fuo quaggiù silicea
Voftra vaghezza acqueta
Un ffiovetd'occhiojitii ragionar', un canto ;
Quanto fia quel piacer , fe quefto è tanto ?
Dall'altra parte un pender dolce ed agro jy
Con faricefa, e dilettevol falma
Sedendoti entro I* alma
Preme '1 cor di delio , di fpeme il pafee ;
Che fol per iama gloriofa, ed alma
No fece quad'io agghiaccio^ quad'io flagro
ìs'i'fon pallido, o magro;
E s io 1' occido , più forte rinalce.
Quefto d' allor ch'i' m'addormiva in fafee }
Venuto é di dì in dìcrefeendo meco,
E temo ch'un fepolcro ambedue chiuda. 65
Poi che fia l'alma delle membra ignuda
Non può quefto delio più venir fcco .
Ma fe'I Latino » e'1 Greco
Parlati di me dopo la morte > è tm vento:
Ond' io, perchè pavento 70
Adunar Tempre quel eh' un' ora fgombre
Vorre'il vero abbracciar, lavando l'ombre.
Ma quell'altro voler di ch'i' fon pieno,
Quanti prefs' a lui nafeon par eh' adugge :
E parte il tempo fugge, 7%
Che fcrivendo d'altrui , di me non calme :
E '1 lume de' begli occhi che mi ftrugge
Soavemente al fuo caldo ferenoj
Mi ritìen con un freno
Centra cui nullo ingegno, o forza valme- So
Che giova dunque perchè tutta fpalme_
La mia barchetta , poi che '«fra gli fcogli
E' ritenuta ancor da ta' duo nodi ?
Tu, che dagli altri che'n diverti modi
Legano '1 mondo , in tutto mi difciogli , Sj
Signor mio > che non togli
Ornai
ilo PRIMA
Ornai dal volto mio quefta vergogna?
Ch' a guifa d* uom che fogna
A ver la Morte innanzi gli occhi parme>
• E vorrei far difefa , e non ho l'arme. 90
^-Quel chYfo, veggio, e non m'inganna il vero
Mal conofciuto ; anzi mi sforza Amore,
Che la ftrada d' onore
Mai noi lafià feguir , chi troppo il crede :

E fentoad or ad or venirmi al core 95


Un leggiadro difdeguo afpro , e fevero;
Ch* ogni occulto penderò
Tira in mezzo la fronte > ov' altri '1 vede :
Che mortai cofa amar con tanta fede
Quanta a Dio fol per debito convienu 100 ,

Più fi difdice a chi più pregio brama.


E quello ad alta voce anco richiama
La ragione fviata dietro ai fenfi ;
Ma perchè 1* oda > e penfi
Tornare;!! mal coftume oltre la fpigne: 105
Ed agli occhi dipigne
Quella che fol per farmi morir nacque ,
^ Perch' a me troppo , ed a sè fteffa piacque .

Kc foj che fpazio mi fi deffe il Cielo


Quando novellamente io venni in terra 1 10
A ioffrir 1' afpra guerra
Che 'neon tra me medefmo feppi ordire:
Nè pollo il giorno che la vita ferra,
Antiveder per lo corporeo velo;
Ma variarfi il pelo 115
Veggio 1 e dentro canghrfi ogni defire.
Or ch'i' mi credo al tempo del partire
Effer- vicino , o non molto da lunge;
Come chi'I perder foce accorto, e faggio;
Vo ripesando ov' io lafla' il viaggio tw
Dalla man deftra 5 clf a buon porto aggiunge:
E dall' Mtì lato punge
Ver-
, .. ,

. PARTE.
Vergogna» e duo] che'ndietro ini
191
, rivolvej
Dall'altro Boom* affo ve I

Un^piacer per nfanz'a in me sì forte , 115


Ch'a patteggiar n'ardifcecfon la Morte.
Gsozobj qui fono; ed ho 'I cor via più freddo »
Della paura» che gelata neve,
Sentendomi perir fenz' alcun dubbio:
Che pur deliberando, ho volto al iubbio 130
Gran parte ornai della mia tela breve;
Nè mai pefo fu greve,
Quanto quel eh' i' foftegno in tale [lato ;
Che con la Morte a lato
Cerco del viver mio novo coniglio; ijy
E veggio'lmegliojed al peggior m'appiglio-
SONETTO GCXXVI.

ASpro core, e felvaggi», «-cryda voglia-


In dolce, umile, angelica figura,
Se l' imprefo rigor gran tempo dura,
Avran di me poco onorata fpoglia :

Che quando nafee, e mor fior' , erba, e foglia ;


Quado è'1 dì chiaro,e quado è notte ofeura »
Piango ad ognor Ben'ho , di mia ventura
.

Di Madonna 1 e d' Amore onde mi doglia •


Vivo fol di fperanza. rimembrando
,

Che poco umor già per continua prova


Confumar vidi marmi , e pietre falde
Non è sì duro cor , che lagrimando
Pregando » amando talor non fi fmova ;

Nè sì freddo voler , che non fi fcalde

SO-
eoi PRIMA PARTE.
SONETTO CCXXVH.
l ig i»»'
rk . QTcnor mio caro j ogni penfier mi
y tira

j^.y O
Devoto a veder voi , cui iempre veggio :

niu^-eiéf a ^ m
a fortuna ( or che mi può ftr peggio? )
'

Mi
tene a freno , e ir.i travolvc ; e gira .
,*
. - Poi quel dolce defio ch'Amor mi fpira.
Menami a mortegli Ynon me n'av veggio;
f*
0 5jftC
- E
mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
/ y D.ivunqu' io fon , dì, e notte fi iofpirà-
' Carità di fignore, amor di donna
^? bM , Soii le catene , ove con molti affanni
Legato fon ) pereti' io fteflo mi Itrhilì
Un Lauro verde) una gentil Colonna,
Quindici l'una , e l'altro diciottenni
Portato ho in feno>e giammai non mi feinfi-

IL FINE DELLA PRIMA PARTE.

SO-
.
,

SONETTI E CANZONI
D I M.

F. PETRARCA
IN MORTE DI
MADONNA LAURA.
SONETTO CCXXVIII.
IME' il bel vifo; oimèilfoa-
ve fg nardo ;
Oimèil leggiadro portamen-
to altero ;

Oimè '1 parlar


eh' ogni afpro
ingegno , e fero
Faceva umile, ed ogni uora
vii gagliardo ;

E oìmò il dolce ri fo ond' ufcìo 'I dardo


Di che morte > altro bene ornai non fpero :

Alma reai , digniflima d'impero


Se non folli fra noi fcefa sì tardo.
Per voi con ve n eh* io arda j e 'n voi refpìre :

Ch* i* pur fui voftro e fe di voi fon privo


:
;
Via men d'ogni fventura alrra midole.
Di fperanza m* empiette e di defire , ,

Quand'io partì dal fora mo piacer vivo;


Ma 'I Ycnto ne portava le parole

Pimi Petratta .
CAN-
i .. . .

1^4 SECONDA
CANZONE XL.

CHe debb'io
Tempo è ben
che mi
morire
far ?
di
configli 3
:
Amore ì

Ed ho tardato più eh' 5 non vorrei


Madonna è morta , ed ha feco '1 mio core 5

E volendol feguire , 5
Interromper conven quell'anni rei.
Perchè mai veder lei
Di qua non fpero; e J' aipettar m* è noja-
Pofcia eh* ogni mia gioja
Per Io fito dipartire itt pianto é volta ; io
Ogni dolcezza di mia rìta è tolta
Amor , tu *! fenti , ond' io teco mi doglio j

Quant' è'1 danno afpro > e grave ;


E Io che del mio mal ti pefa, edole;
Anzi del ngftro perch'aduno fcoglio ij
:

Avem rotto la nave :

Ed inun punto n' èfeurato il Sole.


QuaP ingegno a parole
Poria agguagliar' il mio dogliofo flato ?
Ahi orbo mondo ingrato , io
Gran cagion' hai di de ver pianger meco ;
Che quel ben ch'era in te, pefdut' hai feco.
Caduta è la tua gloriai e tu noi vedi i
K.è degno eri mentr* ella
Vi (Te quaggiù > d' aver fua conofeenza , 15
'
Nè d* efler tocco da' fuoi fanti piedi ;

Perchè cofa sì bella


Devea Cièl' adornar di fua prefenza
'1

Ma io ,1che";fenza
laflo
Lei uè vita mortai , nè me (tefs* amo ; 30
Piangendo la richiamo :

Quello m' avanza di cotanta fpene;


E quefto folo ancor qui mi man tene
Oiraè,
, ..

PARTE.
Olmè, terra è fatto il fuo bel vifo
Che folea far del Ciclo,
jj
E del bea di lafsù fede fra noi.
L'jnvifibil fua forma è in Paradifo
Diiciolta di quel velo
Che qui fece ombra al fior degli anni fuoi
»
Per rivetti rfe 11 poi 40
Un'altra volta , e mai più. non fpogliarfi
1 ;
Qttand alma > e bella farfi
Tanto più la vedrem , quanto più vale
Sempiterna bellezza , che mortale
Più che mai bella » più leggiadra donna 45
Tornami innanzi » come
Là dove più gradir fua vi (la fente
Qtseft' è del viver mio 1* una colonna:
L'altra c 'I fuo chiaro nome,
Che fona nei mio cor sì dolcemente. 50
Ma tornandomi a mente
Che pur morta è la mia fperanza viva
Allor eh' ella fioriva ;
Sa ben* Amor, qual' io divento e fpera
:

Vedal colei eh' è or si predo al vero. 55


Donne , voi che mirafle fua beltate »
£ V angelica vita ,
Con quel ce lede portamento in terra;
Di me vi doglia e vincavi piccate »
-,

Non di lei, eh' èfalita 60


A tanta pace, e me ha laciato in guerra i
Tal , che s' altri mi ferra
Lungo tempo il cammin da feguitarla ;
Quel eh* Amor meco parla >
Sol mi riten ch'io non recida il nodo ; Sy
Ma e* ragiona dentro in cotal modo :

Pori freno al gran dolor che ti trafporta;


..Che per foverchie voglie
5
Si perde 1 Cielo , ove '1 tuo core afpira;
I a Dov*
,
. ,

s^S SECONDA
Dov' è viva colei ch'altrui par morta ; 70
-
E dì fue belle fpoglie
Seco l'orride ; e fot di te fofpira ;
E Tua fama » che fpira
In molte parti ancor per la tua lingua
Prega che non eftingua;
Anzila voce al filo nome rifcbiari;
Se gli occhi fuoi ti fur dolci, nècari
Fuggi '1 fereno, e '1 verde;
"
Non t* appreflar ove lia rifo , o canto ,
Canzon mia , nò, ma pianto:
Non fa per te di lìar fra gente allegra
Vedova fcon folata in velia negra".

S O NETTO CCXXIX.

ROtta è P alta Colonna» e*l verde Lauro,


Che face a o' ombra al mio franco péfero :

Perdut' ho quel che ritrovar non fpero {ro.


DalSorea alì'AuftrojO dal marlndo al Maa-
Tolto m' hai , Morte il mio doppio tcfauro ,
,

Che mi fea viver lieto, e gire altero;


E riftorar noi può terra , nà impero j
Nè gemma orientai , nè forza d' auro
Ma fe confentimento è di dettino;
1
Che pofs io più , fe no aver 1' alma trilla ,
Umidi gli occhi Tempre, e'J vifo chino?
Q noftra-vita 3 eh' è si bella in villa;
Conf perde. agevolmente in un mattino
Quel che'n molt'afii a gran pena s'acquifta

CANZONE XLL
AMor, vuoi ch'i* torni
Come par che
fe al giogo antico
tu moftri ; un altra prova-
Mara vigliofa , e nova ,
Per
,

Per domar me , convienti vincer pria :


II mio amato te foro in terra trova , 5
Che m' è nafeofto , ond' io fon sì mendico ;
E'1 cor faggio pudico
Ove fuol' albergar la vita mia:
E s' è ver che tua potenza fia
egli
Nel grande, come fi ragiona) 10
ciel sì
E nell'abito: (perchè qui fra noi
Quel che tu vali , e puoi
Credo che 'I fentà ogni gentil perfona)
Ritoglia a Morte quel eh' eila n'ha tolto ;
E rip'oa le tueinfegne nel bel volto. 15
Riponi entro '1 bel vifo ii vivo lume
Gli' era mia feorta ì e la foave fiamma
Ch' ancor, laflb, m' infiamma
E (Tendo fpenta;or che fea dunque ardendo ?
E' non fi vide mai cervo, nè damma io
Con tal defio cercar fonte, nè fiume;
Qual' io ii dolce coftume
Ond' ho già molto amaro , e più n'attendo ;
Se ben me (ledo , e mia vaghezza intendo :
Che mi fa vaneggiar fol del penfero, 25
E gir in parte ove la ftrada manca ;
E con la .mente fianca
Cofa feguir che mai giugner non fpero .
Or' al tuo richiamar venir non degno:
Che figiioria non hai fuor del tuo regno. 30
Fammi fentir di quell'aura gentile
Di fuor , iiccóma dentro ancor fi fente ;

La qual' era polente


Cantando d' acquetar gli fdegni e V ire ;
Di ferenar tempeftofa mente ,
la 35
E fgombra 5d'ogni nebbia ofeura , e vile
Ed alzava I mio ftile
Sovra di sè, dov'ornon porla gire.'
Agguaglia la fperanza col delire;
I 3 E poi
. .. .

i98 S E C O N D A.
E poi che l'alma è in fua ragio più forteto
Redj a gli occhila gli orecchi il proprio ob-
Senza a j qual' , imperfetto (bietto;
E lor* oprar 1 , e 'l mio viver* è morte
Indarno or _fopra me tua forza adopre
;
Mentre'! mio primo amor terra ricopre. 4;
fa eh' io riveggia il bel guardo eh' un Sole
Fu fopra'l ghiaccio, ond'io folea gir carco
Fa eh" io ti trovi al varco;
Onde fenza tornar pafsò '1 mio core
Prendi i dorati Arali , e prendi l' arco
j 50
E facciami fi udir ùcqome fole,
Col fuon delie parole
Nelle quali io 'mparai , che cofa è amore
Movi la lingua ov' erano a tutt' ore
Difpofti gii ami ov* io fui prefo , e Tefca 55
Ch* i*bramo fempre: e i tuoi lacci nafeondi
Fra i capei crefpi 5 e biondi :
Che M mio voler altrove non s 1 invefea
Spargi con le tue man le chiome al vento :
Ivi mi legai e puorai far contento . fio
Dal laccio d'or non fia mai chi mi feiogìia
Negletto ad arte 5 e'rmanelJato , ed irto ;
Nè dell'ardente fpirto
Della fua vifta dolcemente acerba ;
Laqualdi^e notte,più che lauro,o mirto,*!
Tenea in me verde l'amorofa voglia \
, Quando fivefìe, e fpoglia,
DÌ fronde il bofeo , e la campagna d' erba *
Ma poi che Morte è fiata sì fuperba,
Che fpezzò'f nodo ond'io temea fcapare; 70
trovar puoi , quantunque gira il mondo»
Di che ordifchi 'l fecondo ;
Che giova 1 Amor * tuo' ingegni ritentare ?
Panata è la flagion perduto hai Tarme
:

Dì ch'io tremava ornai che puoi tu farme?7s


L*ar~
, . . .

PARTE.
L'arme tuefuron gli occhi onde 1'
i£9
accefe
1
Saette ufcivan ti invifibil foco >
E ragion temean poco»
Checontra'l del non vai difefa umana.*
Il penfar' , e'1 tacer' j il rifo , e'1 gioco ; So
L'abito onefto; e'1 ragionar cortefe;
Le parole che 'ntefe
A vrian fatto gentil d'alma villana;
L'angelica fembianza » umile , e piana*
Ch'or quinci jor quindi udia tanto lodarli ;8j
E '1 federe > e lo ftar j che fpefTo altrui
Pofer' in dubbio a cui
;
Pevefle il pregio di più laude darli
Con quell'arme vincevi ogni cor duro:
Or fé tudifartmto i' fon fecuro .
; 90
Gli animi ch'ai tuo regno il cielo inchina *
\ Leghi ora in «no , ed or' in altro modo;
Ma me fol' ad un nodo
Legar potei che 'I ciel di più non volfe »
;
3
Quell'uno è rotto; t n libertà non godo: 3?
Ma piango, e grido: Ahi nobil pellegrina »
Qual fentenza divina
Me legò innanzi, e te prima difciolfe?
Dio, che si tolta al mondo ti ritoife>
Né moftrò tanta) e si alta virtute 100
Solo per infiammar noflro delio .
Certo ornai non tem' io
Amor, della cua man nove ferute
Indarno tendi V arco : a voto fcocchi: (105
Sua virtù cadde al chiuder de' begli occhi
Morte m'ha fcioko> Amor» d'ogni tua legge 5
Quella che fu mia Donna , al Cielo è gita .
Lafciando srifta , e libera mia vita.

I 4 SO-
teo SECONDA
SONETTO CCXXX,
L'Ardente nodoov'io fui d*ora in ora
Contando anni ventuno interi prefoj
Morte difciolfe : nè giammai tal pefo
Provai uè credo eh' uom di dolor mora
:
.

Non volendomi Amor perder ancora >

Ebbe un'altro lacciuol fra V erba tefo,


E di nov'efca un'altro foco accefo
,
Tal , di' a gran pena i ndi fcampata fora :
E le non fofle efperiensa molta
De* P ri mi affi a n } i' farei prefo , ed a rfo
i
,
Tanto più quanto fon men verde legna
,
;
Morte m' ha liberato un' altra volta ;
E rotto '1 nodo,e'l foco ha fpento, e fparlSfc
Contra la qual non vai forza , nè 'ogegrso .

SONETTO CCXXXI.
y"\ A vita fugge non s' a rrefta un'ora
, e-
;

-*—f
E w morte vien dietro a gran giornate :
E le cofe prefenti e le pafi'ate ,
Mi danno guerra, eie future ancora :
E 1 rimembrar', el' afpettar m' accora
Or quinci, or quindi si, che 'n ve ri tate >
Se non ch'i' ho di me fteffb piotate,
I* farei già di quelli pender fora.
Tornami avanti , s' alcun dolce mai
Ebbe n cor tritìo ; e poi dall' altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti.
Veggio fortuna in porto , e fianco ornai
II mienocchier', e
rotte arboree farte s
ii i lumi bei che mirar foglio
, fpenti.

SO-
,

PARTE-
SONETTO ccxxxir.
/""^Hefai ? che pentì ?che pur dietro guardi
Vj Nel tempo che tornar non potè ornai»
Anima fconfolata ? che pur vai
Grugnendo legneal foco ove tu ardi?
Xe foavì parole, e i dolci fguardi
Ch' ad un' ad un deferitti , e dipint' hai »
Son levati da terra ; ed è ( ben fai )
Qui ricercargli intempeftivo , e tardi .
Deh non rinnovellar quel che n' ancide ;
Nonfeguir più penlìer vago_ fallace
Ma laido , e certo , eh' a buon fin ne guide -

Cerchiamo' Ciel , fe qui nulla ne piace;


l

Che mal per noi quella beltà fi vide*


, Se viva , e morta ne devea tor pace .

SONETTO CCXXXIII.

DANo temi pacej o duri mìei penfieri


baita bench'Amor Fortunale Morte
r

Mi fanno guerra intorno, e'n fu le porte -


Senza trovarmi dentro altri guerrieri ?
E tu, miocor', ancor fe pur qual' eri,
Disleal' a me fol ; che fere feorte
Vai ricettando , e fei fatto conforte
De' miei nemici sì pronti, e leggieri:
In te i fecreti fuoi metraggi Amore,
In te lpiega Fortuna ogni fua pompa,
£, Morte la memoria di quel colpo
Che l'avanzo di meconven che rompa:
In te i vaghi penGex s'arman d' errore
:
Perchè d' ogni mio malte falò incolpo.

I 5 SO-
*oa SECONDA
S O N E T T O CCXXXIV.
OCchi miei % o (curato è*ì noftro Sole;
Anzi èfalito al Cielo, ed ivi fplende :

Ivi *i vedremo ancor*: ivi n* attende :

E di noftro tardar forfè dole.


li
Orecchie mie, V angeliche parole
Suonano in parte. ov* è chi meglio intende.
Pié miei , voftra ragion là non li ftende
Ov* è colei .ch'efèrcitar vi fole-
Pu-nque perchè mi date quefla guerra?
Giàdi perder a voi cagion* non fui
Vederla , udirla* e ritrovarla in. terra t
Morte biafmate; anzi laudate lui
Che- lega,efcioglie,e'n u puto apre,eferraj
E dopo. '1 pianto fa far lieto altrui,

S Q N ET T O CCXXXV.
POiPerche- la viltà angelica ferena
fubita partenza in gran dolore
Lafciato ha Palma > e 'n tenebralo orrore ;
Cerco parlando d* allentar mia pena ..

G'mù'o duo! cert» g lamentar mi; mena:


SafTel chi n'<? cagion*, e fallo Amore :
Ch* altro rimedio non avea *i mia core:
Contra i faftidj onde la vita è piena -
(Jiieit* un , Morte,
1
mha tolto tatua mano »
E tu ,.cbe copri, e guardi, ed hai or reco ^
Felice terra , quel bel vifo, umano .
Me dove lafci fconfòlato > e cieco
Pofcia che '1 dolce > ed: amorofo-> e piano*
.Lume degli occhi miei non è pià meco è

SO-
> .

PARTE. ioj

SONETTO CCXXXVr.
Amor novo configlio non n'apporta / •

S' Per forzg converrà che *I viver cange :

Tanta paura e duo! l'alma trilla ange;


,

Che 'I defir vive , e la (Wranza è morta :

Onde fi sbigottifce » e fi fconforta


Mìa vita in tutto , e notte, e giorno piange
Stanca fenza governo in mar che frange ,
E'n dubbia via feuza fidata feona .

Immaginata guida la conduce}


Che la vera è fotterra ; anzi è nel Cielo j
Onde più che mai chiara al cor traluce ;
A gli occhi nò eh' un dolorofo velo
:

Contende lor la dettata luce y '

E me fa si per tempo cangiar pelo


SONETTO CCXXXVII.
NEiL'età Tua più bella , e più fiorita,'
Quand'aver fuol'Araor'in noi più forzai
Lafciandoir* terra la' terrena feorza
E Laura mia vita! da me partita:
E viva, e bella i e nuda alCiel falita;
ludi mi fignoreggia , indi mi sforza.
Deh perchè me del mio morta»! non feorza
L' ultimo dì , eh' è primo all'altra vita ?
Che come i miei penlier dietro a lei vanno;
Così leve, efpediw, e lieta l'alni
La fegua » ed io fìa fuor di tanto affanno .
Ciò che s' indugia j è proprio per miodanno*
Per far me flefTo a me più grave fai ma
O che bel morir' efis oggi è terz' anno i

I « SO-
.

104 SECONDA
SONETTO CCXXXVII3.

SEMover
lamentar augelli, o
lievemente
verdi fronde
all'aura eftiva
O roco mormorar di lucid' onde
j

,S? ode d* una fiorita e frefca riva :


-La v
Joiesgia d'amor penfofo, e feriva;
.

Lei che '1 Cid ne risoftrèiterra n'afeoede.


Veggio, ed odo, ed intendo: ch T ancor viv;
Ui sì lontano a'fofpir miei rifponde. -

Deh perchè innanzi tempo ti cor,fums ?


Mi dice eoo piccate * a che pur verfi
Vegh occhi tratti UB doloro fo fiume ?
-lsi me non pianger tu,
che raiei di ferfi!*.
Morendo, eterni; enell' eterno lums
,
Quando moftrai di chiudergli occhi,aperfi.

SONETTO GCXXXIX,
1 notl *"u * 1S parte ove * J cniat veieffi
ÌVf A
j
' c
^ e vedervorrei,poi ch'io rol vidi;
Né dove in tanta libertà mi fteììì;
N .ewgipffi '1 del di
sìaraorofi ftridi :

Né giammai vidi valle aver sì fpelìì


Luoghi da fofpirar riporti e lìdi ,
;
Né creda già, eh' Amor' in Cipro avelli
altra riva sì foavi nidi .

L' acque parlan d' A more , e J* ora, e ramr, i

E gli augelletti, e i pefci,e i fiori, e l'erba;


Tutti infieme pregando eh' i* Temprami
Ma tu ben nata, che dal Ciel mi chiami; •

Per la memoria di tua morte acerba ( mi.


Preghi ch'i'fprezzi'Imódoje fuoi dolciLv

SO-
?.

PARTE. 'io?

SONETTO CCXL.
jT"\Uantf. trace al mio dolce ricetto
V£^F uggendo a}trui,e>s'efler può,me ftefi&v
Vo con gii occhi bagnando l'erb.i.e'l petto;
Rompendo co' fofpir l'aere da preflo :

Quante fiate foi pien di fofpctto


Per luoghi ombrofi , e foichi mi fon mefìTo-
Cercando col peniìer l'alto diletto
Che Morte ha toko;ond'k>la chiamo fpelTc;
Or' in forma di Ninfa, o d'altra Diva ,
Che del più chiara fondo ci i Sorga .efca
E pongali a leder in fa la riva;
Or l'ho veduta fa per l'erba frcica
Calcari fior , coro' una danna, viva ,
Moftraudo in villa , che di me le 'ncref<!a -

SONETTO CCXLI,

A Con
A
felice, che ferente torni
Lisia
confolar le mie notti dolenti
gli occhi tuoijche Morte non ha vpéti*
Ma forra *t* 'mortai modo fotti adorni;
Quanto gradifeo eh' i mici trifti giorni '.
A rallegrar di tua vifìa confenti :
Così incomincio a ritrovar prefentr
Le tue bellezze a fuo' ufati foggiomi «
•li. 've cantando andai di te mole' anni,
Or 5 come vedi > vo di te piangendo;
Di te piangendo nò, ma de" miei danni
Sol un ripofo trovo in moiti affanni ;
Che quando torni , ti conofeo » e 'ntendo
'
All'andar } alla voce , al volto y a' paoni.
4o6 SECONDA
SONETTO CCXLII.
Discolorato hai "i Morte, il più bel volto
Che mai vìde;ei più begli occhi fpéti;
fi

Spirto piùaccefo di virtnti ardenti


Del più !eggiadro,e più bel nodo hai fciolto.
In un momento ogni mio ben m'hai tolto;
Pollo hai fìlenzioa' più foavi accenti
Che mai s'udirò ; e tnepien di lamenti:
Quant'io veggìo,m'è noja,e quat'io aicolto.
Ben torna a confolar tanto dolore
Madonna, ove, pietà la riconduce;
Né trovo in quefta vita altro foccorfo :
E fe coro* el Ea parla j e come luce t
Ridir poteffi; accenderei d'amore,
Non dirò d' uom', un cor di tigre, o d'orfe*

SONETTO CCXLIII,
T
SI* breve è tempo e pender
'1
, I sì veloce
Che mi rendon Madonna così morta >
Ch' al gran dolor la medicina è corta :

Pur msntr' io veggio lei nulla mi noce. ,

Amor che m' ha legato , e tienimi in croce;


,

Trema quando la vede in ili la porca


Dell'alma , ove m* ancide ancor si feorta >
Sì dolce invitta, e sì foave in voce.
Come donna in fijo albergo, attera vene»
Scacciando dell' ufi-uro , e grave- core
Con la fronte ferena i penfier triftì r -
L'alma, che tanta luce non foffene r
Sofpira ,e dice ; O
benedette l'ore
Del dì che quefta via con gli occhi apri (li I

SO-
PARTE- %oj

SONETTO CCXLIV.
pietofa maire ai caro figlio»
NE'Nèmaidonna accefa alfuo fpofo diletto
Diè con tanti fofpir, con tal fcfpetto
In dubbio flato sì fedel configli©;
Come a me quella che '1 mio grave efiglio
Mirando dal fuo eterno alto ricetto,
Speffo a me torna con l' tifato affetto »
E di doppia pietate ornata il ciglio ,
Or di madre, or d'amante: or teme» or'arde
D'onefto foco ; enei parlar rniirtofira
Quel cfie *n queiro viaggio fuega , o-fegua »
Contando ì cafi della vita noftra;
Pregando eh' a! levar 1* alma non tarde :

E fol quant'ella paria ho pace » o tregua »


,.

,' SONETTO CCXLV.


SECh'quell'aura fòave de'fofpìri
i'odo di colei che qui fu mia
Donna , or'è ìrt Cielo, ed ancor par qui fra p
E viva> e tenta > e vada , e<t ami e fpiri
, j
Ritrar poteffi ; o che caldi defili
Movrei parlando.' si geiofa > e pia
Torna ov* io fon > temendo non fra vìa
Mi uanchi,o > ndiecro,od'a man manca giri r
Ir dritto alto m* infegna ed io che "n tendo : .

Le fue carte lufìnghe» eìgiufti preghi


Col dolce mormorar, pietefo, e baffo y
Secondo lei conveu mi regga epieghi, •,

Per la dolcezza che del uio dir prendo;


Ck* aviia vertù di far pianger iinfafic*

S O-
. , . .

icS SECONDA
SONETTO CCXLVI.
SEnnuccio mio* benché dogliofo , e fole»
M' 1
abbi lafciato , i pur mi riconforto
Perchè del corno ov' cri prefo , e morto *
Alteramente fé levato a volo
Or vedi infieme 1' uno ; e l'altro poloj m
Le itelle vaghe , e lor viaggio torto ;
E
vedi , : i veder noftro quanto è corto-;
Onde col tuogioir tempro '1 mio duolo
Ma ben ti prego che 'n la terza fpera .
'
.

Guitton.fahiti i e metter Cina, *e Dante,


Francefchin noftro, e tutta quella fchiera .
Alia mia Donna puoi ben dire, in quante:
Lagrime i' vivo ; e fon fitto una fera ,
Membrando"! fuo bel vifo, e l' opre fan te -

SONETTO CCXLVII.
TT'Hopien di fofpir queft' aer tutto
D' afpri colli mirando il dolce piano- ,

Ove nacque colei eh' avendo in mano


f
Mio cor' , in fui fiorire , e'n fui far frutto
*
£ gita al Cielo, ed hammi a tal condutte
Col fubirp partir, che di lontano
Gli occhi miei ftancfci,Ici cercado in vano.
Pretto di sé non laffàa loco afeiutto .
Non è fterpo, nù fallo in quefti monti ; :

Non ramoio fronda verde in quelle piagge ;


Non fior' in quelle valli o foglia d' crba4.
,

Stilla d' acqua non vien di quelle fonti ;


Né fiere ha n quelli bufehi sì felvagge
;
Che non. tappi an/y-iant'è mia pena acerba

SO-
parti:. ì«o

SONETTO CCXLVIII.

L '
Alma mia fiamma oltra le belle bella ;
Ch'ebbequi '1 ciel sì amico,e sì cortele;
Anzi tempo* per me nel fuopaefe
E' ritornata , ed alla par fua flella
.

Gr comincio a fogliarmi ; e veggio eh ella


Per lo migliore al mio defir colitele ;
E
quelle voglie giovenili accefe
Temprò con una villa dolce, e fella-
Lei ne ringrazio, e '1 ftto alto ccnfìglio»
Che col bel vifo, e co' foavi fdegni
Fecemi ardendo penfar mia falute .
O leggiadre ani, e lor' effetti degni;
L' us con la lìngua oprar, l'akra col ciglìoj
.'

Io glona in lei , ed ella in me virtute

SONETTO CCXLIX.

Omf. va '1 mondo or mi diletta , e piace^


.'

»
Quel che più mi difpiacque: or veg£iy,e
Cbe peraver tormento, ( fento
falute ebbi
Ebreve guerra per eterna ;iacc .

O fperanza , o defir tempre fallace


.'

E degliamanti più , ben per un cento:


O qùant'era"! peggior farmi contento
Quella ch'or Cede inC:eio,e'rs terra giaceì
Ala '1 cieco Amt>r' , e la mia forda mente
Mi traviavan sì, ch'andar per viva
Forza mi convenia dove_ morte era
Benedetta colei eh' a miglior riva
Volfe'l mio corfo: e Tempia voglia ardente
Lufingacdo affrenò» pereti' io non pera -

so-
. ;. ,

aio SECONDA
SONETTO CCL.
QUand'ìo veggio dal elei feender l'Autor,
Con
I

la fronte d, rote , e
co' crin d 'oro
Amor m'affale : ond' io mi difcolom
:

«J'co folpirando, Ivi è Laura or .


a
0 felice Titon! tu fai ben l'ora
Da ncoyrare il tuo caro teforo :

Ma io che debbo far del


dolce Alloro?
e nveder conv e" eh' io mom
v aJ dipartir
i1 vottri A- .
;
non fon sì duri- 1

Chalinea di notte UJ
tornar colei
a
by
CÌì
Ì° h
bianche chiome
LerÌ!;°°
mie notti fa tnfìe, e i giorni
:

ofeuri
Quel a che n'ha portato i penfier
Nè di sè m' ha lafciato altro che'l miei ;
nome
SONETTO CCLI.
r>U occhi di cV io parlai si caldamente
V
VJ E le bracale le mani, e i piedini
vifofi
Che m' avean sì da me fi e flo di vjfo ,
*
E latto fingular dall'altra
gente;
Le ere pe chiorae d'or puro
lucente,
E 1 lampeggiarceli' angelico rifo;
Che (oJean £r m terra un
paraaifo ;
Poca polvere fon , che
nulla fente :
Edio par vìvo: onde mi doglio
, e fd e g„ 0 ,
Riroafo feoza '1 lume eh'
amai tanto
In gran fortuna, e'n
difarmato legno
Or fia qui fine al mio anwofo
canto -
Secca è h vena dell' uf
at o ingegno,
la cet « ra mia rivolta in pianto

SO»
. >

PARTE. S.11

SONETTO CCLII.
aveffi penfato, che sì care
S''Io
Foflin le voci de' fofpir mie' in rima'j
Fatte l'aurei dal fofpirar mìo prima
In numero più fpeffe , in ftil più rare .
Morta colei che mi facea parlare,
E che fi flava de'penfier mie' in cima :
Non poffo ; e non ho più sì dolce lima i
Rime afpre > e fofebe far foavi , e chiare
E certo ogni mio ftudio iti quel temp' era
Pur di sfogare ii dolorofo core
In qualche modo , non d'acquiftar fama i
Pianger cercai, non già del pianto onore.
Or vorrei ben piacer : nu queìla altera
Tacito fianco dopo sè mi chiama.

SONETTO CCL1IL

SOleasi nel e viva,


mio cor dar beila,
Com' alta in loco umile , e baffo
donna ;

Or fon per l'ultimo fuo paffo


fate' io
Non pur mortai,, ma morto ; ed ella è diva •

L'alma d'ogni fuo ben fpogiiata > e priva


Amor della fua luce ignudo, e caffo
Devrian della pietà romper un (affo ;

Ma non è chi lor duol riconti , o feriva :

Che pìangon dentro,ov'ogni orecchia è lorda,


Se non !a cui tanta doglia ingombra ,
mia ;

Ch* altro che , nulla m'avanza .


fofpirar
r Veramente fi^m noi polvere , ed ombra :
Veramente la voglia è cieca , e 'ngorda *-

B Veramente fallace è la fperanza .

SO-
. . ,

m SECONDA
SONETTO C-C L IV.'
COleano i miei penfier foavemeote 1

obietto, ragionar 'iofieme:


tv , -
li età s tóppreffa , e del tardar fi
pente :
ronc ar paria di noi , o fpera , o teme
Foiche l ukjmo gmroo, e l'ore eltreme:
tinZ dl ei que{ì
Noiìro flato dal Ciel vede
* vif a Piente
;

, ode , e fente :
Altra di lei non è rimafo
fpeme .
O i" lr àcol gentile / o felice 'alma
O beltà fenza efetnpio altera ,
!

e rara !
^he tolto è ritornata ond'
ella ufcìo
ivi fia del Tuo ben far corona,
e palma
Que la ch'ai mondo si famofa , e chiara
*e te iua gran virtute, e furor mio. '1

SONETTO GC L V.
T' Mi foglio accufarc ; ed or mi feufo ;
J. Anzi mi pregio e tengo affai più caro;
,

Veli onefta pngion del dolce amaro


,
Colpeci. 1 portai già mok' anni
chiufo.
Invide Parche, si repente il
fufo
i roncare
eh'attorcea foave , e chiaro
itame al mio laccio e quell'aurato e raro
,
,
strale onde morte piacque
okra noftr' ufo.'
Che non tu d' allegrezza a" fuoi dì mai,
iJi Jiberta, di vita
alma sì vaga, i
Che non cangiafle '1 fuo naturai modo
,
lo^hendo anzi per lei fempre trar
Che cantar per qualunque , e di tal guata
piaga
JWonr contenta , e viver in tal nodo

SO-
P A R T E- «f=
SONETTO CCLVI.
DUe grS nemiche
Bel lezza
ed Oneflà
,
inficine
,
erano aggiunte,
con pace tasta >
Che mai rrbellion l'anima fanta
Nonfer.tipoich'aftar feco fur giunte:
Ed or per morte fon fparfe , edifgiuntc:
L'una è nel Gel, che fe ne gloria, e vanta :
L altra (otterrà , cb'e begli occhi ammanta
Otid'ufcir già tanre amorofe punte-
L atto foave , e '1 parlar faggio umile ,
Che movea d'alto loco - e '1 dolce fguardo j
Che piagava '1 mio core , ancor i' accenna ;
Sono fpariti e s'al feguir fon tardo,
:

Forfè avverrà che'l bel nome gentile


Coniacr^rò con quefta fianca penna

SONETTO CCLVTI.

QUand'ìo mi volgo idietro a mirar gli afli


C'hanno fuggendo i miei penfieri fparfi;
E lpento 'i foco ov' agghiacciando f arfi ;
E finito '1 ripòlo pien d' affanni;
Rotta la iè degli
amorali inganni; ;

E fol due d'ogni mio ben farfi »


parti
L' una nel Cielo , e l'altra in terra trarli ;
E perduto 'I guadagno de' miei danni}
l'ini rifeuoto; e trovemi sì nudo,
Ch' i' porto invidia ad ogni eftrema forre ;
Tal cordoglio , e paura ho di me fteflo -
Omialtella, o Fortuna j o Fato, o Morte
O per me fempre dolce giorno , e crudo } >
». Come m'avete in baffo flato ineflV!

S O-
;

2(4 SECONDA
SONETTO CCLVIII.

OV è la fronte che con picelo! cenno { la?


Vólgea'l mio core iqueda parte,e'n quel-
Ov' è H be! ciglio, e l'una, e l'altra delia
Ch' al corfo dei mio viver lume (Jenna ?
Ov'è'i v^lor, lacisnofcenza , e '1 fermo,
L' accorta , onefta umìl , -dolce favella
, ?
Ove fon le bellezze accolte in ella ,
Che gran tempo di me lor voglia fenno ?
Ov' è i* ombra gentil del vifo umano;
Ch'ora, ejipofo dava all'alma franca,
E Jà've i miei pender feri tri eran tutti ?
Ov' è colei che mia vita ebbe in mano?
Quanto a! mi fero mondo , e quanto manca
A gli occhi miei !c he mai non fieno afeiutti-
SONETTO CCLIX.
QUanta invidia porto , avara terra;
ti
Ch'abbracci quella cui veder m'è tol to?
,

E mi contendi l'aria del bel volto


Dove pace trovai d'ogni mia guerra-'
Quanta ne porto al CieJ, che chiude, e ferra »
E si cupidamente ha in -sé raccolto
Lo fpirto dille belle membra fciolto
E per altrui sì rado fi differra '

Quanta invidia a quell'anime che 'n forte


Hann* orfua fanta , e dolce compagnia ;
La quai' io cercai fempre contai brama!
Quanta alla difpietata, e dura Morte;
Ch' avendo fpento in lei la vita mia,
Staffi ne'fuoi begli occhi, e me non chiama •'

SO-
. ,

PARTE. aij

SONETTO CCL X".

VA lie » che de' lamenti miei fe piena;


Fiume,che l'pefTo del mio piager crefci;
Ferefilveftre* vagbiaugelli , e pefci j
Che l' una e 1* altra verde riva affrena ,*
Aria de' miei fofpir calda, e ferena ;
Dolce fentier , che si amaro riefci ;
Colle) che mi piacerti , ormi rincresci)
Ov'ancor_per ufaiiza Amor mi mena;
Ben riconoico in voi 1' ufate forme ,
Non , laifo , in me; che da si lieta vita
Son fatto albergo d'infinita doglia.
Quinci vedea'lmio bene; e per queir' orme
Torno a veder ond' al Giel nuda è gita *
Lafciando in terra la fua bella fpoglia .

SONETTO CCLXt.

LEvommi 1
il mio penfier in parte ov' era

Quella ch'io cerche no ritrovo in terra:


Ivi fra lor che *I terzo cerchio ferrai
La rividi più'bella > e meno altera •
Per manjni prefe, ediffe In qtieftafpera
;

Sarai a"ncor meco , fe 1 defir non erra : /IT»**"


!

l'fon colei ebeti die' tanta guerra > '


E compie' mia giornata innanzi fera:
Mio ben non cape in intelletto umano :
Te folo afpetto e quel che tanto amafti
;

E è rimafo , il mio bel velo


lag gi ufo ,

Deh perchè tacque» ed allargò la mano?


Ch'ai fuon de' detti sì pietofi, ecafti
Poco mancò eh' io non rimai! ìn Cielo

SO-
. ,

*7<s SECONDA
SONETTO CCLXII.
AMoel, che meco al buon tempo ti ffavi
Fra quelle rivea'penfier noftri amiche;
E per faldar le ragion noftre antiche i
Meco , e col fiume ragionando andavi :
Fior,frodi,erbe,ombre/) ant:ri,oiide)aure foavi;
Valli chiufe > alci colli, e piagge apriche >
Porto dell' amorofe mie fatiche ?
Delle fortune mie tante, e sì gravi:
0 vaghi abitator de' verdi bofehi ;
ONinfe ; e voi che'I fi efeo erbofo fondo
Dei liquido crithallo aderga 5 e pafee :

1 miei dì fur sì chiari; or fon sì fofchi ;


-Come Morte , che '1 fa Cosi nel mondo
y Sua ventura ha ciafeun dal di che nafce

SONETTO CCLXII I.

MEntre che l cor dagli amorofi vermi


5

Fucoa{um.ito,e'n fiamma amorofa arfe;


Di vaga fera le veftigia fparfe
Cercai per. poggi folitarj , ed crini;
Ed ebbi ardir cantando di dolermi
r»»^i D' Amor , di lei che si dura m' apThrfe :
*
»M» I* ingegno , e le rime erano fcarfe
In quella etate a' penfier novi , e'nfermi.
Quel foco è morto,e'l copre u picciol marmo:
Che fe col tempo foffe ito avanzando »•

Come già in altri , infino alla vecchiezza ;

Dì rime armato , ond' oggi mi dilarmoi


Con ftil canuto avrei fatto parlando
Romper le pietre j e pianger dì dolcezza

SO-
, .

PARTE. ut
SONETTO CCLXIV.

A Mima
Poh
Che
bella j da quel nodo fciolta
più bel mai non feppe ordir Naturai
mente ai li mia vita ofeura
dal Ciel
T)g sì a pianger volta-
lieti peiifieri
La tal fa oppinion dal cor s'è tolta,
Che mi fece alcun tempo acerba » e dura
Tm dolce vifta ornai tutta fecura
: v .JV
Volgi a me gli occhÌ,e miei fofpiri afcoltaw^
i

Mira gran iaffo donde Sorga tiafce


*i

£ vedràvi un che fol tra l'erbe, e l'acquei


Di tua memoria, e di dolor fi pafee.
Ove giace 'I tuo albergo , e dove nacque
II noftro amor , vo' eh* abbandoni , e lafce ,

Per non veder ns'tuoi quel ch*a ce fpiacque

SONETTO CCLXV.
QUel Sol che mi mortrav.i il cufrin deliro
,
Di gire al Ciel con gloriofi paffi \
Tornando al fommo Sole in pochi faflì ,
1
Chiufe 'I mio lameje fuo career terreftro:
!

Ond* io fon fatto un' animai filveftro ,


Che co* piè vaghi, foìitarj, e lafii
Porto') cor grave , e gli occhi umidi, e bafli
Al mondo, eh 'è per me un deferto alpeftro»
Così vo ricercando ogni contrada
O?' io la vidi; e fol tu, che m'affligi,
Amor, vien* meco, e moftrìmi ond'io vada.
Lei non trov'io; ma fuoi fanti veftigi
Tutti rivolti alla fuperna ftrada
Veggio lunge da' laghi Averni , e Stigi

Rimt P tirare a . K SO-


,. . .

aiS SECONDA
SONETTO CCLXVI,
penCava
IONon per
affai deliro effer fu l'ale,
lor forza , ma di chi le (piega
_ »
Per gir cantando a quel bel nodoieguale
Onde Morte m' affblve , Amor mi lega i

Trovai mi all' opra via più lento., e frale


D un picciol ramo , cui gran fàfeio piega
1
;

JE diflì ; A cader va chi troppo fa^e ;


^frNè fi fa ben per uotn quel che '1 ciel nega •

m.iinon poria volar penna d'ingegno, .:

Non che Iti grave , o lingua >>pve Natura


1

Volò telfendo il mio dolce ritegno-i iQ


Seguilla Amor con si rnirabilcura
In adornarlo» eh' i' non era degno
Pur della villa ; ma fu mia ventura

SONETTO CCLXVII.
QUeixa per cui cÓ Sorga ho cagiat' Arnoi
Con franca povertà ferve ricchezze^
,

Volfe in amaro Cae fante dolcezze


Ond'io già vidi, orme ne ftruggoje icarno.
Da poi più volte ho riprovato indarno
Al fecol che verrà, l'alte bellezze
Pinger cantando,acciò che l'amebe p rezze;
Nè col mio flile fuo bel vifo incarno
Le lode mai non d'altra, e proprie fue;
Che'n lei fur , come fteiJe in cielo fparte ; ,
1
Pur' ardifeo ombreggiar or una , or due :

Ma poi eh' i'giongo alla divina parte,


Ch'un chiaro » e breve Sole al mondo fue ;
Ivi manca 1* ardir , P ingegno , e 1* arte
. , .,

PARTE. 2

SONETTO CCLXVIII.
Alto, e uovo miracol eh* a' dì noftri
L' Apparve al mondo,e ftar feco non volfe;
Che iot ne tnoftrò *1 Giel , poi fel ritolfe
Per adornarne i fuoi fteilanti chiofrri ;
5
Vuol eh i' dipinga a clii noi vide , e'1 moliti »
Amor , che'tt prima la mia lingua feioife
Poi mille volte indarno all'opra volfe
Ingegno, tempo, penne, carte, e 'nchioftri.
Non fon' al fommo ancor giunte le rime :
In me'I conofeo ; e provai ben chiunque
E' in fin' a qui che d'amor parli o feriva ,

Chi fa penfare il ver, tacito eflime


Ch 1 ogni ftil vince ; e poi fofpire : Adunque
Beati gli occhi che la rider viva-

SONETTO CCLXIX.
*V'Eri ro torna i e '1 bel tempo rimeria
£-i E i fiori , e l'erbe , fua dolce famiglia ;
E garrir- Progne ; e pianger Filomena;
E. primavera candida , e vermiglia .
Ridono i prati , e '1 ciel fi rafierena ;
Giove s'allegra di mirar fua figlia:
L'aria, e l'acqua, e la terra è d' imor piena*
Ogni animai d'amar fi riconfi?,lia
Ma per ms,lailo , tornano i più gravi
Sofpiriche del cor profondo tragga 1

Quella eh' al ciel fe ne porco chiavi : l .-

E cantar' augelletri , e fiorir pugge,


E 'n belle donne oneite atti foavi
Sono un deferto , e fere afpre , e ielvagge *

£ i SO.
;

ito SECONDA
SONETTO CCLXX.
QUel rofigniuol che si foave piagne
„ Forfè fuoi figli , o fna cara conforte »
Di dolcezza empie il cielo , e le campagne
Con tante note si pietofe , e fcorte :
E tutta notte par chem'aceompagne ,
E mi raramente la mia dura- forte *
Ch* altri che me non ho di cui miYagne;
Che'n Dee non credev' io regnale Morte .

ÌO che lieve è ingannar chi s' afiècura I


Que'duo bei lumi affai più cheMSoi chiari
Chi pensò mai veder far terra ofeura ?
Or conofeo lo che- mia fera ventura
Vuol che vivendo, elagrimando impari
,> Come nulla quaggiù diletta» e dura.

SONETTO CCLXXI.

NE'Nèperperfereno
^
ciePir vaghe ftelle;
tranquillo mar legni fpalmati
Nèper campagne cavalieri armati)
Nèperbeibofchi allegre fere, efnelles
Nè d'afpettato ben frefche novelle;
Nè dir d'amore in flili alti, ed ornati;
Ne tra chiare fontane, e verdi prati
Dolce cantare onefte donne, e belle;
Nè altro farà mai ch'ai cor m' aggiunga ;
Si feco il feppe quella feppeliire
Che-Cola à gli occhi miei fu lume,e fpeglio.
Nojair^è '! viver si gravofa » e lunga »
Cerchiamo il fine per lo gran delire
Di riveder cui non veder ru'l meglio.

SO-
. , , .

PARTE. «i
SONETTO CCLXXII-

Passato è 'I tempo ornai , lattò , che tanto

Con refrigerio in mezzo '1 foco vi (Ti ;


Pattato è quella di ch'io pianfi , e ferini ;
Ma lafciato m* ha ben la pena , e'I pianto
Pattato è '1 vifo sì leggiadro , e fanto :
Ma pattando» i dolci occhi ai cor m'ha fitti »

Al cor già mio; chefeguendo partirli


1
'Lei eh avvolto l' avea nel fuo bel manto ;

Ella'l fene portò fotterra, e 'n Cielo i


Ov'or trionfa ornata dell'Alloro
Che meritò la (uà invitta oneriate •
Così difcioko dal mortai mio velo,
Ch' a forza mi tien qui , fofs* io con loro
Fuor de' fofpir fra 1' anime beate é

SONETTO CCLXXIU.

MEnte mia , che prefaga de' ruoi danni

Al tempo lieto già penfofa , etrifta'


Sì intentamente nelF amata vifta
Requie cercavi de' futuri affanni :
A gli atti, alle parole, al vifo > ai panni
Alta nova pietà con dolor mi ita.
Potei ben dir ; fe del tutto eri a v vifta :
1
Ouefiò è ultimo dì de' miei dolci anni
l

Quai dolcezza fu quella, o mifer' alma » .

Come ardevamo in quel punto ch i* v .'di


'
Gli occhi i quali non devea riveder mai
'
Quando a lor , come a duo amici più fidi
Partendo, in guardia lapift nobilfalma.,
'1 cor lafciai
1 miei cari pentì eri , e

K 3 SO-
.

*2i SECONDA
SONITT O CCLXXIV*.
#
T" Utta la mia fiorita
ì

e verde ecade ,
Pa«ava ; e 'ntepidir ferula già'l foco
Ch arfe J mio cor'; ed era giunto al loco.
Ove fcende la vita , ch'ai fin cade
da
in cominciava a prender ficurtade
:

,
m
' a Cara nem 'ca
.
a poco a poco
I>e imi fofpetti; e rivolgeva in gioco-
Mie pene acerbe fua dolce oneftade:
Fi-dio era'] tempo dov' Amor fi fcontr&
ConCaftitate; edagli amanti édato
Sederfi in Géme, e dir- che lor*i neon
tra ,.

Morte ebbe invidia al mio felice ftaio;


Anzi alla fpeme ; efeglifi all' incontra
A mezza via , come nemico armato ,

SONETTO CCLXXV.
* I "EMPo era ornai da trovar pae&, o tregua
* Di tanta guerra ; ed erane in via forfè*
Se non ch'elicti palli indietro torfe
-j^hiledifagguagliaiize nofire adegua:
S-*2 » come nebbia al vento fi dilegua *
C -osi fiu vita fubito trafcorfe
Quella che già co' begli occhi mi fcorfe
;
£-a or con ve n che col pender la fegua .
Poco aveva a 'indugiar , che gli a» ni ,e'ì pelo.
Cangiavano i coftumi onde fofpetto
:

Non fora il ragionar del mio mal feco


Con che onefti fofpiri l'avrei detto
Le mie lunghe fatiche eh' or dal Cielo
,

Vede, fon certo ; e duolfene ancor meco

SO*
. ,.

PARTE. «3
SONETTO CCLXXVI.

TRanqjji llo porto avea moftrato A more


Alla mia lunga » e torbida tempefta

Fra gli anni dell' età matura onefta >


Che i viz'] fpoglia » e vertù velie, e ouore
Già traluceva a' begli occhi '1 mio core»
El'altafedenon più 3or moietta
Ahi Morte ria ,come a fchiantar fe preda
,
1 '
Il frutto di molt anni in si poche ore
'

Pur vivendo veniali ove deporto


orecchie avrei parlando
In' quelle cafte
De' miei dolci penfier l'antica fornai
Ed ella avrebbe a me forfè rifpofto
Qualche fanta parola fofpirarsdo 3
Cangiati i volti > e l'ima > e l' altra coma »

SONETTO CCLXXV1I.

ALCome cader d'una pianta, che


quella che ferro , o vento fterpe
fi fvelfej
*
Spargendo a terra le fue fpogtie eccelfe »
Moftraiido al Sol la fua fqualìida fterpe i
5
Vidi un altra , eh' Amor' obbietto fcelfe »
SubbJetco in me Calliope, ed Euterpe;
Cbe'l cor m'avvtfe,e proprio albergo^ felie»
Qual per tronco , o per muro edera ierpe-
Quel vivo Lauro eve folean far nido
Gli alti penfieri , e i miei foipin ardenti
Che de' bei rami mai non moffen fronda ;
Al Ciel traslato , in quel fuo albergo fido
Lafciò radici , onde con gravi accenti
.

E' ancor chi chiami , e non è chi rifponda. *

& 4 SO-
, . ,

«4 SECONDA
SONETTO CCLXXVHI.
V} miei più leggier chp neffim
7 cervo,
J-i- uggir, com* ombra; e non vider
più bene
Ch un batter d'occhio, e poche ore ferene,
Cb amare, edolei nella mente fervo .
Milero mondo iaftabile , e protervo
,
,
Del tutto è cieco chi 'a te pon
fa fpene ;
Che -n te mi fu'l cor tolto i ed or fel tene
L al eh è già terra ,e. no
giunge olio a nervo*
Ma la forma miglior, che vive ancora»
E vivrà tempre fu nell'alto
Cielo;
Di iue bellezze ognor più
m'innamora;
^ lormpenfar cariando'! pelo,
Qua ella è oggi e'nqual parte
dimora *j
Qual'a vedere il fa leggiadro
velo,

SONETTO CChXKlX.
QEifTo P aura mia antica e i dolci
»J Veggio apparir onde '1 bel lume colli-
;

nacque
Che tefie gli occhi miei^metr'al ciel
piace;
Bramofi e lieti ; or li tien trirti
, e molli
O caduche fperanze , o penlier folli'
Vedove I» erbe e torbide fon
, L' acque :

'
il?',' io
r>«lqual
^ eddo J nido ch ' el] a giacque ,
. vìvo, e morto giacer volli-
Sperando al fi n da le foavi
1
piante
E da begli occhi faoi.che'J cor m'hanno
rfo,
Ripofo alcun delle fatiche
tante.
rvr° 3 fignor cnjdele, e fearfe-

w 9«»nto;i mio foco ebbi (lavante;


vo piangendo il fuo cenere fparfo

SO,
,..

A R T E<p «J
SONETTO CCLXXX.
Questo '1 nido in che la mia Fenice

E' Mife aurate, e le purpuree penne ;


l'

Che forco fae ali il mio cor tenne ;


le

T£ parole, e fofpin
anco ne e.Ket
radice :
O del dolce mìo imi prima
venne
Ov'è'l bel vifo onde quel lume
Che vivo, e lieto ardendo mi mantenne
t

Soia eri in terra, orfe nel


Ciel felice;
iolo,
E me lafciato hai qui miiero , e
che pien di duol femore al loco torno
Tal ,

Che per te confecrato onoro e coio » ,

Vergendo a' colli ofcura notte intorno


Onde prenderti al Ciel l' ultimo volo ;
E dove gli occhi tuoi iolean far giorno

SONETTO CCLXXXI.
le mie luci afcìutte
Ti fi Ai non vedranno
3
UÌV1 Con le parti dell' animo tranquille
Quelle note ov' Amor par che sfaville i
,'v*. £ pi et à. di fua man V abbia conftrutte ;
s Spirto già invitro alle terrene l«Ke*
**- Ch'or fu dal Ciel tanta dolcezza Ihlle >
^« Ch'alio ftil'onde Morte dipartile,
•.»!*.- Le difviate rime hai
ricondutte.
Di mie tenere frondi altro lavoro
I Credea moftrarte ; e qua! fero pianeta
! A.3^Nè'nvidiòinlieme? ormo nobii retore,
e vieta
;e Chi 'nnanzi tempo mi t' afconde ,
'

#-•/ Che col cor veggio, e con la hugua onoro f


'n te , dolce fofpir ,
l'alma s'acqueta

' K 5 CAK-
. ,

a *6 S E C O N D A
CANZONE XL1L.
CTandomi un giorno folo alfa fineftra;
»-^Onde cole vedea tante, e si nove,
e loldl mir ar quafigià fianco:
„ I?
Una Fera ni appara da man delira
^on fronte umana , da far arder Giove
, *
facciata da duo veltri, un nero, un bianco
Che I uno e l' altro fianco
7*t »
n genciì mordean si forte
Che n poco tempo J a menaro
al palTo
Ore emula in un fatto
JQ
Vinfe molta bellezza acerba
morte :

• h mi
fe lofpirar fua dura
forte
indi per alto mar vidi una
Nave.
Con Je farte-di feta , e d' or la vela
luttad avorio, ed'ebeno contefta;,
E 1 mar tranquillo
tM
, e i> aura era foave .

bnaeli qua! efe nulla nube il vela:


fina carca di ricca merce
onefià-
Poi repente tempefta

Che
O
ta tBrbà sì 1* asre
°£f»la Nave
iI , e 8,
percolTe ad unoicoglio.
che grave cordoglio!
]W
,
^
Brere ora oppreffe, e poco fp 3Z i 0
afeondS
L alte ricchezze a nuli' altre feconde.
i« un bolchetto novo i rami fanti a^fl
Fiorian d' un Lauro giovenetto,
e fchiettot j
^h uri degli arbor pa rea di paradifo
t-di iua ombra ufci'an sì
dolci canti
. V
Di varj augefli e tanto altro diletto, *
,

Che dal monefom'avean. tutto divifo:


k. mirandol jo fifo, >•£
Càogioft'jlcjel intorno;, e tinto, invìflk'
i
*oigorand&'I percofièj e daradice "
Quefi®,
f A K. TE. 217
Quella pianta felice •

Subito fvelfe onde mia vita è trifta :


:

Che fimil' ombra mai non fi racquifta .


Chiara Fontana in quel medefmo bofco _
Surgead'iin fafio ed acque frefche , e dolci
;

Spargea foa ve mente mormora nda:


Al bel faggio riporto , ombrofo , éfofco 40
Né paftori appreflavan, nè bifolci.
Ma Ninfe, e Mufe , a quel tenor cantando . ,

Ivi m'aflìfi; e quando


Più dolcezza prendea di tal concento 1
Editalvirtai aprir vidi uno fpeco > 45
E portarfene feco
La Fonte, e'1 loco; ond ' ancor doglia ferito*
E lol della memoria mi fgomento-
Sin ilrania Fenice ambedue l'ale
s

Di porpora veflita , e '1 capo d'oro; 5»


"Vedendo per la felva altera , e fola ;
,

Veder forma celefte-, ed immortale


fin eh allo fvelto Alloro
3

Prima penfai ,
Giunfe , ed al Fonte che la terra invola .
Ógni cofa al fin vola : . SS
Che mirando le frondi a terra fparie
E'1 troncon rotto , e quel vivo umor lecco :r
Volte in se ftefla il becco
Quali fdegnando ; e 'n un punto dnparfe :

Onde '1 cor di pietàte ? e d'amor m'arfe. 60


per entro fiori , e P erba j
A'1 fin vid* io i

Penfofa ir si leggiadra , e bella Donna ;


Che mai noi penfó ch'i' non arda- e creme
Umile insè , ma'nconrr' Amorfuperba :
Ed avea in dodo si candida gonna , 65^
:•
Siterta, ch' oro , e neve pareainfeme
Ma le parti fupreme
Erano avvolte d' ima nebbia oicura :
Punta poi nei tallon d* an piccioP angue,,
K 6 Come-
,

Come
SECONDA
fior colto Lingue,
7„
Lieta fidipattìos noti che dcura .
* Ahi, nuli' altro che pianto, al mondo
dura .

v^nzon , tu puoi ben dire;

Qtiefte fei vifiotsi a! fignor mio


Han fatto un dolce di morir delio . -c
'
jS
CANZONE XL 1 1 1.

AMor / quando
Mia fpeae.e'I
fio ria

guidardon d'ogni mia fede,


lolta m équei la ond' attendea mercede
Ahi dìfpretata morte, ahi crude] vita:
L'uria m'ha porto, in dòglia >
5
E mie (paranze acerbamente ha fpente :

L' altra mi tea quaggiù contra mia voglia':


E lei che fen'é gita
Seguir non portò ch'ella noi conferite:
;

Ma pur'ognor prefente 10
'

Net mezzo del" mio cor Madonna Cede,


E qual* è lamia vita , ella fel vede.
CANZONE X L I V.
TAcer non porto , e temo non a'dopre
Contrario c-fretto la mia lingua al core :
Che vorria far onore
Alla fua Donna , che dal Ciel n'afcolta.
Come pofs' io; fe non m'infegni, Amore; 5
Con parole mortali agguagliar 1* opre
Divine > e quei che copre
Alta umlltate in sè fletta raccolta?
Nella bella prigione, ond' or* è fciolta
,
Poco era ftata ancor l'alma gentile 19
Ai tempo che di lei prima m' accorfi :
Onde fruito corfi
(Ch'
, ,

PARTE,
Ch'era dei Panno , e di mia etate
2*9
A prile )
(
A coglier fiori io «pei prati d' intorno)
Speràdoa di occhi fuoi piacer sì adorno". 15
Muri eran d'alabaftro, e tetto d'oro,
D'avorio ufcto, c fincffre di zaffiro;
O.ide'l primo lofpiro -

Mi giunfeal cor', e giagiierà 1* eftremo :

Indi i mefiì d' Amor' armati ufciro 20


Di faette , e di foco ond' io di loro :

Coronati d'alloro ,

Par com' or fofle , ripensando tremo


.

"
D'un bel diamante quadrone mai non lctfàio
Vi fi vedèa nel mezzo un faggio altero t$ i

Ove fola fedea la bella Donna.


Dinanzi una colonna
Criftaliiqa., ediv' eatro ogni
pernierò
Scritto ; e fuor tralucea sì chiaramente , -

Chi mi fea lieto , e fofpirar fovente 3C .

Alle pungenti , ardenti , e lucia arme ;


Alla vittoriofa infogna verde;
Contr'cu'in campo perde .

Giove , ed Apollo, e Polifemo , e Marte :

GvV'l pianto ognorfrefco,e fi nnyerde,35 -

Giunto mi vidi e non pofiendo ai tarme ,


:

Prcfo Jafciai menarme .

Ond' or non fo d' ufcir la via , nel arte.


Ma ficcom' iiom talor che piange , e parte
Vede cola che gli occhi, e'1 cor' alletta, 40»
Così colei per eh' io fon' io prigione)
Standoti ad un balcone 5
Che fu fola a' foci dì cofa perfetta
Cominciai a mirar con tal deuo »
Che me Reflb, e'I mio mal pofi in obblic 45
l' era in terra , e *1 cor* in paradifo
Dolcemente obbliando ogni altra cura :

E mia viva figura


, . . .

ijo S E 0 C
A N D
Farfetfa un m:irmo,e'mpièr di
maravi?n .

Quand una Donna aflài pronta, e ficurl


,0
tempo antica , e giovane del vifo
,
Vedendomi sì tifo
A II
5
atto della fronte, e delie ciglia,.

jHJSfi mi dille meco ti configlia , :


io " «'altro poder che tu non
~V r
|.lo far heti
credi; «
i etrifii i„ un mom5 nto
1J !U leggiera che '1 vento;
reggo , e voi vo quanto al
^i ien pur gli mondo vedi
occhi,com'aquiI a ,in quel Sole;.
Marte da orecchi a quelle mie
parole . 6o
"di che coirei nacque, eran
Jefteile
Lne producon fra voi felici effetti
5
in luoghi alti , ed eietti
£ u "a ver l'altra con amor converfe:
Venere , e 1 Padre con benigni
afpetci 6?
i-enean le parti fignorili
, e belle ;
E le luci empie, e
felle
§»fi intatto del del' erìn difperfe
..
li òol mai si bel
giorno nomaperfe:
L aere , e la terra s'allegrava
; e l'acque
r 3V 7o
?™,Pac i e per li fiumi
Bri rZ'
era tanti amici
?
lumi
Una nube l -ncana mi dìfpiacqtie ;
quai temo che 'n pianto fi ritolte -

Gw Pi
n
rateakr
^lcnte i! ciel "°" v "!ve . 75
Ui a dirver , non fu degno
,1
Cofa nova a vederla, <"«ia,;
d'averla
Già fantiffi'ma, e dolce
, ancor' acerba ;
Parca ehmfa in 0 r fin candida
perla Se :
ta-or carpone, orcon tremante
parlò
£ ^°
e y acqua , terra , o fallo .

Perde iacea , chiara foave;


e P erba ,
Eon le palme e coi piè frefea , e
-,
fuperfe ;
E fio»
.

P A K T F.. «#
^fiorir co begli occhi.le campagne i
1 8?
Ed acquetar i venti , e le temperie
Con voci ancor non prette
Di lingua che dal latte u feompagne ;

Chi?ro moftrando al mondo tordo , e cieco


fotTe già feco 90
Q ul nto lume del ci^l
.

Pòì"cbs crelcendo in tempo , ed in virtuta:


Giunfe alla terza fua fiorita etate-;
Leggiadria, & è bel tate
Tanta non vide il Sol >. credo , giammai
>

;
onestate; 9?
Gli occhi pien' di letizia ,e d
E '1 parlar di dolcezza , e di falute
Tutte lingue fon mute
A dir di lei quel che tu Ibi neiai.
Schiaro ha'l volto di celefti rai ,
w
voftra vifta in lui 116 può ter
marie; io©'
Che
E da quel fuo bel carcere terreno
Di tal foco hai '1 cor pieno ; _

Ch'altro più dolcemente mai non-arie .

Ma parmi che. fui fubita partita 105-


Tolto ti fia cagion d'amara vita..
Detto quefto , alla fua volubil rota
fila il noftroltame.
Si volle, in ch'ella
Trilla* e certa indovina de'
miei danni s:

Che dopo non malt'anoi


Quella perch'io ho di morir tal fame,
no
Canzon mia , fpenfe Morte acerba, e rea v
nonpoeca.
Che. più bel corpo occider

S4&
, * , . v
, .

SECONDA
SONÉTTO CCLXXXIL

V
^R.' hai fatto I?e[tremo di tua pofl'a
O crudel Morteior'hai'l regno d'Amore
Impoverirò or di bellezza il fiere
;
,

,
i. 1 lume hai
fpento, e chi ufo in poca fo(T
a ,
Or hai i poghata riblrra vita,
efeoffa
P ogni ornamento, edel fovran fuo
Ma la onore :
fama , e'1 valor,
che mai non more
Non e :n tua lorza abbiti igrmde Via : »
:
l

Chel altroha'lCieio, e di fua


chiamate ,
Quafid.'unp.u Lei So!, s JJlegr
e gloria
E ha l inondo de'buou' Tempre ìirajme mori*
Vinca 1 cor vo:rro in [U3 £a „
t3 vittoria
Ange! novo , lafsà di me pietate
Come vinfe qui '1 m l 0 voitra bel tate

SONETTO TXLXXXIII.
>A "^,erodore,e'l
T
J-w Del dolce Lauro , e fua viltà fiorita
refrigerile l'ombra
,
^urne eripofodimiaftanca
vita,
io! to ha colei che tutto '1
mondo fgombra
Come a noi 'l So! fe fua foròr l'
,
adombra
^osi i aita mia luce a me fparita
^cnegg.oa Morte incontr' a Morte alta
«*si Icjifi penheri A mor m'
;
ingombra
iJormrto hai , bella Donna
, un
Or ic fveghata fra gli f i rt ibreve fonno ; *

p eletti ;
Ov c nel fuo fàrtor l'alma
s'interna
le mie rime alcnaa cofa
ponno-
:

Lpniecrata fra i nobili intelletti


13 dci tuo nome
qui memoria ecerna.

SO-
. . .

PARTE- *3.

SONETTO GCLXXXIV.

L'Ultimo , de' miei giorni allegri ;


laflo,

Che pochi ho vifto in quefto viver breve;


Giunt' era ; e fatto '1 cor tepida neve »
Forfè prefago de dì tritìi , e negri
3
-
.

Qua? ha già i nervi , e i poi fi, e i peniier egri,


Cui domenica febbre afiahr deve ;
Tal mi feccia , non fapend 10 cjie leve
VenifTe '1 fin de' miei ben non integri . _

e telici
CU occhi belli ora in Cie.I chiarì ,
lume onde falute , e vita piove,, ,
Del
i miei qui
Ufciando mi feri , emendici
nove ;
Dicean lor con faville onefte , e
Rimanetevi in pace , 0 cari amici
:

nò ma nvcdrerme altrove
Qui mai più ,

SONETTO CCLXXXV.
momento,
O O
Giorno, o
O
ora, o ultimo
delle congiurate a 'impoveritine
rido fguardo, or che volei
tudirme,
^

Partend'io, per non efler mai contento


f
niente
Or conofco i miei danni: or mi
:

Ch' i'crede va( ahi credenze vane,e norme)


Perder parte , non tutto , al dipartirme ;
Quante iperanze fe ne porta il vento
Cielo,
Che già ^1 contrario era ordinatojn
Spegner Palmo mio lume, ona' io vivea j
E fcritto era in tua dolce arrota viltà .

JVIa'nnanzi agli occhi m' era porto


un velo .>
Che mi fea non veder quel eh 1 vedea ;
'

Per far mia vita fubito pia trilta

sa-
';

*34 SECONDA
S ON E T. T 0 CCLXXXV7.

dl me uei cf] e tu
ri,» ™ a * '
puoi
• <J :

w n raì vedrai d apo?


C'I^tT"
C harai «puaci*ì{ piè
muffo a 'J
'

mover
Intelletto veloce piS tarda
che
Pigro m
antiveder i dotar tuoi,
Come non vedefiu negli
occhi W

J voftro per
1
«*,Ynol che'nveccfei

CANZONE XL V.
S 0An*J aUa ^
f nraua
Uàr
°
>
di
e cercar terre, e
«A
mari
vita
Non
hi^l mio voler •

ma mia
, fteUa ieeu™do
J :
° £ vide a ™ri
Di Le Iri '
Tr » ?
3,20 l man °; e l'arme rendo
A i
empia, e f
violenta mia Fortuna
Che privo m'ha di sì dofce
Sol fperSTzV
iefanZa
nrenwna m' ava„ za •
'

SQ
20

• Si?? alma vien men
wnae 1
I\«"^ f r /i
frale , edisiunV
°

Come a corrier tra via


fe '1
Conven per forZa rallentarcibo
i I córfo
* Sa
Scemando la virtù che'] '

Così mancando
fea o ir
alla ma


ì via
Quel:
.

? A R T E.
Quel caro nutrimento m che di
morto
'

mio cor metto *


Die chi'l mondo fa nudo, e'1
moiette
U dolce acerbo, eì bel piacer 10
Mi fi fa d* ora in ora onde *1 cammino:

Si breve non fornir


fpero , e paventa
Nebbia , o polvere' al vento .
pellegrino
Fuggo per più non effer
.

dettino .
E così vada ; s' è pur mio
M a quella mortai vita a
r
me non piacque 4ff
con cui fpefio ne parlo)
( Saffel Amor,
Se non per lei ; eoe fu'l foo
lume , t i mio .
Ciei rinacque
Poi che*» terra morendo, al

or.d* io vitti ; a legatario,


Quello fpirto
mio fommo defio 30
feci» fotte , e'1
perch 10
Ma da dolermi ho ben fempre,
mio i ato ;
Fui mal' accorto a provveder
- Ch A raor
J mottrommì lotto quel bel cigli»
Per darmi altro configlio :

35>
Che tal morì già trillo, e fconitìlato
beato.
Cui poco innanzi era '1 morir
»1 mio core ,
Negli occhi ov* abitar iolea
ebbe
Fin che mìa dura forteinvidran
,
^
in bando,
Che di sì ricco albergo il pofe
^ mo [^°
Di fua ma propria aveadefentto avverrebbe
lettre di pietà quel ch'
Con
lungo ir dettando
Tutto del mio sì
quando
Bello e dolce morire era allor
,
miieme ,
Moreud' io , noti moria mia vita
Auziviva di me l'ottima parte .4* .

Or mie fperanze fpsrte * Mrnn


preme „
_ .

Ha Morte e poca terra il mio ben


;

non creme .
mai noi penlo eh'
E vivo , e 1

intelletto
Se flato lotte il mio poco
vaghezza 50
Meco 3 bifogno ; e non altra
volto ;
L' aveffedefviando altrove
fronte a Madonna avrei
ben letto,
Nella
* * C O N D

" ^ueita fio;ol a


p
Potea
, e grave carne
6
innanzi lei andarne
J

OrI>f' dr Sr ar f" a fedia in


- Cielo :

CANZÓNE XL Vi,

Ma di meoar
E i giorni ofcuri
tutta
e
mia
u vita
rf„„L£
n bSn
pial ,to J

H
-
.
J miei era vi "«Si iole notti, io
r-i "j/y ' lo non vanno in rime-

a
c
L
C0, lct0
,
"0 "
.
mio amorofo ftile.'

veg§l3iar mi iacea tutte le notti

-
PARTE. »J7
Or m* è '1 pianger amaro più che morte »
Non fperando mai 'I guardo onefto- e lieto t
Alto {oggetto alle mie bafle r i me t

Chiaro fe?noAmoTJofe alle mie rime j»$


Dctroa'begli occhi :ed or l'ha pollo in piato
Con dolor rimembrando il tempo lieto :

Ond' io vo col peniier cangiando «ile >


E ri pregando te, pallida Morte*
Che mi ìottragghi a si penofe notti 30 . _

Fuggito è '1 fonno alle mie crude notti >


JL'ifuonoufatoalle mie roche rime:
Che non fanno trattar altroché morte:
Così è '1 mio cantar converto in pianto*
Non ha '1 regno d* Amor si vario ftile ; 3S
Ch' è tanto or trillo , quanto mai fu lieto .
Neflun vide giammai più di me lieto :
_

Neft'un vive più tritìo e giorni , e notti ;

E doppiando dolor, doppia lo Itile,


'1

Che trae del cor si lagrimofe rime • 40


Villi di t'peme or vivo pur di pianto
:

Nè contra Morte fpero altro che Morte.


Morte m'ha morto ; e foia può far Morta
Ch'intorni a riveder quel vifo lieto
Che piacer mi ficea i fofpiri,e'l pianto , 4S
L* aura dolce , e la pioggia alle mie notti ;
Quando i pen fieri eletti t effe a in rime»
Amor* alzando il mio debile ftile.
Or' avefs'io uti sìpietofo ftife,
Ch*; Laura mìa potè (Te torre a Morte ; j»
Com* Euridice Orfeo fua fenza rime ;
Ch'i' viverci- ancor piti che mai lieto .
S'effer non può; qualcuna d* efte notti
Chiuda ornai quelle due fonti di pianto •
» Amor* , i' ho molti e molt' anni pianto 53
Mio grave danno in dolo tv fo ftile J
Nè da te fpero mai mcn fere notti :
E però
, ,.

*,8
E
SECONDA
però mi fon moffo a pregar Morte,
Che mi tolla di qui, per farmi lieto;
Ov è colei ch'i' canto,e piango in rime, fi»
Sesi alto poti gir mie ftaliche rime
.

,
Ch aggiungati lei ch'è fuor d'ira s e di piato
E fa'! Ciel' ordi fue bellezze lieto
;
Ben rkonofcerà'i mutato itile;
Che già forfè le piacque anzi che Morte 5e
Chiaro a lei giorno, a me fé/Tea ere notti
O voi cheiofpirace a miglior notti;
Ch 5 afcoltated* Amore , odite in rime:
Pregate non mi fia più /orda Morte',
Porto delie mifèrie, e fin del pian to
70 :

Muti :»na volta qu$l fuo, antico itile ,

_ Ch oguuam' attristarne può tarsi lieto.


Parami può lieto in una, o'n poche notti:
E'n afpro itile, e*n angofeiofe rime
Prego che'l pianto mio fiuifea Morte .
75

SONETTO CCLXXXVII. .

ITe rime dolenti al duro fallo


, ,

Che'1 mio caro teforo


in terra afeonde :
Ivi chiamate chidiICiel rifponde;
Benché mortai fi.) in L>co ofeuro, e baflo.
'1.

DitelechVfongiàdi viver laflo


Del navigar per quefte orribil'onde;
Ma ricogliendo le fue fparte fronde
Dietro le vo pur così pa iTo palio»
Sol di lei ragionando viva, e morta,
A.nzi pur viva, ed or fatta immortale;
Acciò che 'i m.>ndo la conofea, edame.
Piacciale a! mio pattar' effer accorta
»
Ch'è predo omai:ftami all'incontro^ quale
Etla è nei Cielo , a sè mi tiri , e chiame

SO-
• .

F A R, T S. 53»

SONETTO CCLXXXVI1I.

Onesto amor può meritar mercede


1

Q
OE ancor può quantM
fe pietà e la fuol
>

Mercede avrò che più chiara che 'ISole *


:

A Madonna , ed al mondo è la mia fede .


Già di me paventofa , or fa noi crede i >

Che nuello fteflo ch'or per mefi vole »


Sempre fi volle; e s' ella udìa parole ,

O vedea '1 volto or l' animo ,e'l cor vede:


,

Oncf i'fpero che'ntin' al Ciel fi doglia


De' miei tanti fofpiri e così moftra :

Tormtndo a me sì piena di pietate :

E fpero eh' al por giù di quella fpoglia


Venga per me con quella gente noftra
Vera amica di CRISTO , e d' ondiate

SONETTO CCLXXXIX.
fra mille donne una. già tale \
VIdi »

Ch' amorofa paura il cor m' aflalfe


Mirandola in immagini non falle
A gli fpirti celefti in villa eguale.
Niente in lei terreno era , o mortale-.
Siccome a cui del Ciel non d'altro calfe .

L'alma eh* arfe per lei sìfpelTo, ed alfe,


Vaga d' ir feco aperfe ambedue 1* ale 5

Ma tropp'eraaltaal miopefo terrene; _

E poco poi m'ufcì'n tutto di viila*.

DÌ che pefande acor m'aggh<accio,e torpo


0 belle, ed alte, e lucide Eneftre,
Onde colei che moka gente attrifta , (
x Trovò la via d'entrare in sì bel corpo-

so-
.

140 S E C O N D A
SONETTO CCXG.
CORNAMI a mente, anzi v'è dentro.quelU

Qual io la vidi in fu l'età fiorita


Tutta accefa de' raggi di fua
AeMa .
ai nei mio primo occorfo onefta e , bella
Veggiota in sè raccolta
, e sì romita;
Cfi i grido E
bea defìà; ancor'ó in vidi
; l'è
u don le ch -ggio fua dolce
favella .
lalor rifpoide, e talora
fa motto:
7 jcom uom ch'erbe poi più dritto efrirm;
Dico alla mente mia fe'ngannata; Tu :

ti* 5?r «
m lì
ìs trecento
quarantotto
Il di
fello d» Aprile , in I»
0 r 3 prima
Del corpo ufclo quell'anima beata.

SONETTO CCXCI
QUesto noftro caduco
, efragil bene,'
Cn è vento,ed obra,ed ha nome Bel tate:
Non fa giammai , fé non in quella etate
,
rutto in un corpo e ciò fu per mie
; pene .
Che Natura non vo! , nè convene, fi

Per far ricco un, por gli altri in povertà


te:
Or versò in una ogni fua largiate:
Perdonimi qua! 1 è bella, o fi tene.
Non tu fimi! bellezza antica, o nova.
Nè farà , credo ma fu sì coverta ,
:

_ Cn h appena fe "'accorfe il mondo errante .


Tolto difparve j onde '1 cangiar mi
giova
La poca villa a me dal Cielo offerta
,
Sol per piacer alle fue luci
fante

SO.
. ,

PARTE» Hi
SONETTO CCXCII.

O O
Tempo » del
Inganni
,

i
volubil , che fuggendo
ciechi » e miferi mortali ;
di veloci più che vento, e Arali,
Or'abefperto vofìre frodi intendo:
Ma leu fo voi , e me Ite ilo riprendo :

Che Natura a volar v* aperfe 1' air,


A me diede occhi : ed io pur ne'miei mali
Li tenni i onde vergogna , e dolor prendo *
E irebbe ora , ed è paflata ornai *
"

Da rivoltarli in più ficura parte ,


E potier fine a gì' infiniti guai
Nè dal tuo giogo , Amor» l'alma fi parte»
Ma dal fuomal; con che ftudio, tu'i fai*
Non a cafo è virtute , anzi è beli' arte •


SONETTO CCXCIH.

QUel che d'odore, e di color vincea


L'odorifero, e ludcto Oriente
Fr jttijfìori, erbe» e frondi; onde'l Ponente
D' ogni rara eccellenza il pregio avea ,
Dolce mio Lauro» ov' abitar folea
Ogni bellezza, ogni virtute ardente»
Vedeva alla fua ombra oneftamente
Il mio Signor federfi , e la mia Dea .
Ancor* io il nido di pen fieri eletti
Poli in quell'alma pianta;e'n foco,e*a£Ìelà
Tremando » ardendo affai felice fui '.

Pieno era '1 mondo de' fuo' onor perfetti


Allor che Dio per adornarne il Cielo»
» La fi ritolfe; e cofa era da lui.

Rh»« P.(tr*r(4 , L SO-


. , ,

341 SECONDA
SONETTO CCXCIV.
Lasciato haijMorte, fenza Sole il mondo
Ofcuro,e freddo; Amor cieco,ed inerme;
Leggiadria ignuda ; le bellezze inferme ;
Me fconfolato, ed a me grave pondo;
Corteiia in bando» ed oneriate in fondo:
Dogliom* io fol > riè fol' ho dadolcrme :

Che {velt'hai di virtute il chiaro germe >


Spento i! primo valor qual fi a il fecondo ?
:

Pianger l' aer', e la terra , 'e'1 mar devrebbc :

L'amiti legnaggio ; che Cent' ella é quali


Senza fior prato, o lenza gemma anello *
Non la conobbe il mondo mentre 1* ebbe : I
Conobbil' io , eh* a pianger qui rimali ;
E *i Ciel j che del mio pianto or fi fa bello.
SONETTO CCXCV-
CONOBBTjquanto il ciel gli occhi m'aperfe,
Quanto ltudio,ed Amor m'alzaron l'ali >
Cofe nove , e leggiadre , ma mortali ;

Che'n un foggetto ogni ftelia cofperfe


L'altre tante sì Arane, esì diverfè
Forme altere, celefif » ed immortali»
Perchè non furo all' intelletto eguali
La mia debile 1
vifla non fofferfe •

Ondequant io di lei parlai, nè fcrilTì;


Ch'or per iodi anzi a Dio preghi mi rende ;
Fu breve ftilia d'infiniti abiffi :

Che flile oltra l'ingegno non fi Mende ;


E per aver uom gli occhi nel Sol ili fi

Tanto fi vede men, quanto piùlplende-

SO-
. .,

"PARTE. Mi
SONETTO CCXCVr.

DOlce mio, caro , e preziofo pegno ;


Che Natura mi toltele'! Ciel mi guarda;
Deh come è tua pietà ver me sì tarda»
O ufato dimia vita foftegno ?
Già Tuo' tu faril mio tonno alme» degno

Della ma vifta, ed or foften' ch'i' arda


Senz' alcun refrigerio: e chi '1 ritarda?
Pur lafsù non alberga ira» ne fdegno:
Onde qunggiufo un ben piecofo core
Talor fi pafce degli altrui commenti,
Sì , eh' egli è vinto nel Tuo regno Amore
Tu che dentro mi vedi > e'I mio mal lenti >
E fola puoi finir tanto dolore ;

Con la tua ombra acqueta i miei lamenti

SONETTO CGXCVI'I.

DEhA quii pietà, qual' Angel fu sì prefto


portar fopra'l Cieloil mio cordoglio?
Ch' ancor fento tornar, pur come foglio »

Moderna in quel fu atto dolce onefto


i

Ad acquetar il cor -mi fero , e mclto,


Piena si d'umiltà, vota a" orgoglio >
E 'n fornirla tal, eh' a Morte i* mi ritoglie
E vivo, e1 ! viver 1
più nonni' è moìefto-
Be;;ta fe , che può beare altrui
Con la tua vifta, ovver con ìe parcle
Intellette da noi foli ambedui.
Fedel mio caro, affai di te mi dole
Ma pur per noftro ben dura ti fui »
Dice; ecos'aìtre d' arredar il Sole.

Li SO-
.. .

&<4 SECONDA
SONETTO CCXCVIII*

DElLagrime, cibo onde'ISignor mio lepre abbondai


e doglia) il cor laflb nudrifco;
E fpefso tremo , e fpeflo impallidisco

Peniandoalla (uà piaga alpra j e profonda-.


Ma chi né prima, Gmil , riè feconda

Ebbe ai fuo tépo;al letto in ch'io languifcw


Vien tal , eh' appena a rimirar 1* ardifeo ;
E pietofa s'affide in fui la fponda .
Con
quella man che tanto de Gai >
M'afciuga gli occh3,t col fuo dir m'apporta
Dolcezza eh' uom mortai non {enti mai
Che vai, dice) afaver, chi fi {conforta ?
Non pianger più;non m'hai tu pianto affai?
Ch' or folli vivo > coro* io non fon morta

SONETTO CCXCIX.

Ripensando a quel ch'oggi il Cieì'onora >


Soave fguardo ; al chinar l' aurea ceda;
AI volto ; a quella angelica modella
Voce che m' addolciva ed or m' accora
, ;

Gr.in maraviglia ho coro* io viva ancora:


Né vivrei già, fe chi tra bella , e onefìa,
Qual fu più 3 lafciò indubbio non si pretta -,

Forte al mio fcampo là verfo 1' aurora.


O che dolci accoglienze, ecafte, epiel
E
come intentamente afcolta 5 e nota
La lunga iftoria delle pene miei
:
Poi che 1 dichiaro par che la percota ,
.
Tornafi al Ciel ; che fa tutte le vìe ;
Umida gli occhi , e i' una e l'altra gota

SO-
,. ,,
..

PARTE. *4s

SONETTO CCC.
Amore;
FUNo forfe un tempo dolce cofa
perch'io fappia il qaadojor'è sì amara,
s
Che nulla più Ben fa'l ver chi l impara >
.

Com'ho fatt' io con mio grave dolore .

Quellache fu del fecol noftro onore ,


Or* è del Ciel,che tutto orna, e riferii ara ;
Fè mia requie a'fuoi giorni e breve,e rara :
.Or m'ha d'ogni ripoio tratto fore.
Ogni mio ben crudel Morte m'ha tolto :
Nè grau profpericà \Ì mio ftato avveri»
Può confoisr dì quel bel fpirto fciolto ,
Pianli , e cantai non fo più mutar verfo ;
:

Ma dì , e notte il duol nell'alma accolto ,


Per la lingua, e per gli occhi sfogo,e verta

SONETTO CCCI.

SPinse amor' e dolor' ove ir non debbe


, ,

Lamia lingua avviata a lamentarli ,

A dir di lei per eh' io cantai , ed arii


Quel che fé ioffever, torto farebbe.
Ch'affai '1 mio flato rio quetar devrebbe
Quella beata, e'1 cor racconfo^arfi
Vedendo tanto lei domefticarii
Con colui che vivendo i u cor iempr'ebbe
E ben m'acqueto, eineiìeOo confoloj
Nè vorrei rivederla in quefto ^inferno ;
Anzi voglio morire, e viver folo
Che più bella che mai , con l'occhio intenso
Con gli Angeli In veggio alzata a volo
A' pie del fuo , e mio Signore eterno ,

L 3 SO-
44& S E C O N D A
SONETTO CCCII.
/^L Li Angeli eletti , e l'anime beate
Cittadine del Cielo, il primo giorna
Che Maddonna pafsò, le fur* incorno
iet| e di maraviglia, e di
^ pietate.
Ghe luce è: quella , equa! nova heltate ?
Dicean tra lor , perch' abito sì adorno
Dal mondo errante a quefl' alto Soggiorno
Non faii mai in tutta. quella etate.
Illa contenta aver cangiato; albergo
Si paragona pur coi piti
perfetti ;
r Parte ad or* ad or fi volge a terso ,
Mirando s' io la feguo; e par ch' afpetti :

Vai' io voglie ,e penfier tutti al Ciei'ergot


l ejrch io odo pregar pur
1 , ch'i' mi affretti,,

S-ONET T 0 CCCriI.

TV**? * 1
' cte liet a «i principiò nortro
1 cometua vita alma richiede!.
A ir?
Alma la alta,,e gloriofa fede ,
E d' al tro ornata, che di perle , o d* olirò
O deJle donne altero , e raro moftro ,.
;

e voltodiJui che. tutto vede»


?/j?
Vedi
,\
Itnt o amore, e quella pura fede
Per eh io tante verfai lag rime ,e'ncbioflra;:
che ver te il mio core in terra ;

i al in quarora è in Cielo
; e mal non volti
Altro da tecbe.'l So! degli occhi
tuoi ..
Dunque per ammendar la. lunga guerra
Per cut dal mondo a te fola mi volfi ; '
Prega eh i venga cofto a ftar eoa voi .
,.

P A R. T E . ur
SONETTO CCCIV.

D A* più begli e dal più chiaro vifo


ocelli ,

- Che mai fplendeffeje da'più bei capelli,

Che fàcean F oro , e'I Sol parer men belli i


Dal più dolce parlar , e dolce nlo i
5

DaHe man, dalle braccia che conquita


Senza moverff avrian quai pili «belli
Fur d> Amor mai 5 da'' pi'ì bel piedi inelli
Dalla perfona fatta in paradilor
vita i miei {piriti ; or n ha
diletto
Prendean
Il Re celefte, l luoi alati corrieri :

Ed io fon qui rsroafó ignudo> e


cieco»
Sol' un conforto alle mie pene afpetto; _
GV ella , che vede tutti ì miei pedi eri ».

M'impetre grazia eh' i' polla eHer leco .

SONETTO CCCV„.

Mi par d' or* in ora udire Hmeffo


E' Che Madofia miimnde a sè chiamando;
Cosi dentro , e di fuor mi vo. cangiando ;
E fono in non molt*'anm sì dimeno»
Ch' appena rkonqfco ornai me
ftello :

Tutto t viver ufato ho me*lo


5 bando : m
Sarei contento di fapere il quando ;
preno
Ma pur devrebbe il tempo elier da
O felice quel dì che del terreno
lparta.
Carcere ufeodo, lafci rotta, e
Quefta mia grave, e frale , e
mortai gonna ,

E da sì folte tenebre mi parta


Volando tanto fu nel bel lereno ,
Donna.
Ch'i^veggia il mio Signere,e lamia

L 4V SO--
443 SECONDA
SONETTO CCCVt
L'Aura mì% facra al mìo fianco ripofo-
t
Spira sì fpeffb
ch'i' prendo ardimento
;

Di dirle il mal ch'i' ho fentito e fento. ,

Che vivend' ella, non farei flato ofo» ;


lo ricomincio da quel guardo amorofo
Che fu principio a sì lungo tormento
I 01 feguo , come mifero , e contento
D] dì in dì -d'ora in ora Amor
, m'ha rofo»
Cace ' pi'atà dipinta
e?/-
Fi io mi ra porrne;' pa rte fofpt
ta ,
E di lagrime onefte 11 vifc adorna;
Onde anima mia dal dolor vinta
I
,
Mentre piangendo alior fece s' adira *
Sciolta dal fonno asèfteffa ritorna.

SONETTO CCCVH.
^TVGni giorno mi par più; di miti' anni
X-f Ch iegua lamiafiaa, e cara duce,
i

C.he mi condufle al mondo , or mi conduce


Per miglior vi a a vita fenza affanni:
E non mi poffbn ritener gl'inganni
Del mondo ch'il conolco e "tanta
;
luce :

Dentr'al mio core infin al Cie! traluce,


Ch i ncomincio
a contar il tempo,e i danni
rv.è nunaccie temer debbo di Morte,
Che'J Re fofferfe con più grave
pena »
Fertarmeafeguitar coftaate , e forte *

Ed or novellamente in ogni vena


Intrudi lei che m'era data in forte:
te non turbò la tua fronte ferena
.

SO-
,.

p A K T E'. U9
SONETTO CCCVIII.
dolce amaro Tifo
NOnMapuò Mortedolce
far
può
'! dolce vifo
il
Morte far
;

fcorte ?
Che bifogna a morir ben' altre
Quella mi fcorge ond ogni
ben imparo.
non iu avaro,
E quei chedelfuo iangue
porte
Che col pie ruppe le tartaree ,
_

Cof fuo morir par che mi «contorte,


Dauciue vien,Morte; il e
tao venir m caro.
tempo ornai :
E" non tardar ; eh' egli è ben punto-
E fc non foffe , e'fu '1 tempo in quel
Che Madonna pafsò di quelta vita.
£>» allor' innanzi un dì non vifli mai :

1 fon giunto i
Seco fu in via , e feco al fin
E mia giornata ho co* iuoi pie fornita
CANZONE X LV II.
,Uando il foave mio fido conforto
J. Perdarripofo alla mia vita stanca,
manca
Pon del letto in fu la fponda
fi

Con quel fuo dolce ragionare accorto ;


fmorto 5"
Tuttodì pietà , e1 di paura
alma <
Dico ; Onde vien tu ora , o felice
Un ramufcel di palma.
Ed un di lauro trae del fuo bel leno ;
E dice , D.J fere no parti- io
.

Ciel' Empireo e di quelle fante


Mi mofli ; e ven^o fot per confolattt • .

ringrazio
fa atto, ed in parole la
Umiiemente; epwdornendo; Qr dotice
tntt onue
Sai tu'i mio Usto? ed ella -Le ,

i*
Del pianto di efee mai tu uoti le f azio ,
- Con inaura de'- fofpir , per tanto ipazm
L s"
1
- ,,.. . j,

*59' S E C O N D A'
Paflano al Cielo e turban
Sj forte
,, la mia pace*
^'
ti difpiace-
Che. di. quefta miferia fia
partita
£ giunta a miglior vita ; 20l

guanto in lembiant^e nel tuo dir meftnth'.


KMpondo ; Io non-piangoalt^o che
me fieffo;
Chelon.nmafoin tenebre, e 'rf martire
,
Certo fempre del tuo al Ciel Talire
,
^omeoi colaxb'uom vede.xla.preno,
Come -Dio , e Natura avrebben meno
*" " n co * giovenil tanta vinute
j
Se. I eterna fa Iure-
Non fcfle- defljnata. al
fuo ben fare ? 30 -

t) dei! anime- rare,.


Ch' altamente, vive/li qui fra
noi,,
fc chs f ubico al
Ciel volafti.joi.
Ma io che debbo altroché
pianger fempre-
tTO
F£} SA
0i ? ctie enza te fo
r
tù. or fols io fpento
- *
; j
al latte, ed-alla culla J
" nulla

Per non provar dell' amorofe


tempre .
eSS
f
'
A che PV piangi , e ti diftempre?
Uiiant era meglio, alzar da
terra l'ali:
fc le coie mortali-,..
E 40
quelle dolci tue fallaci ciance
Xijbrar con giuda lance
E Jeguir me , s' è ver che tanto m' ami ;
Cogliendo ornai qualcun di quelli
rami!
I volga ..dimandar ;.
rifpond'io allora is -

Che vogiion importar quelle due froudi


?
fcd ella Tu. medéfmo ti, rifpondi , :

fu ». la cui penna, tanto. T una, onora


Palma è vittoria; ed io giovane ancora
Vinli mondo, e.meftefla:
J
il lauro fegna 5^
l nonio ond' io fon degna
W
; " •

Mercè di l Signor che mi diè forza


Or.
y , , .

8? a e; t E". tsv
(SSrtìii s'altri ti
sforza,
A lui ti volgi , a lui chiedi loccorio ,

Si .
al fine del tuo corto .
che fìarofeco 51
nodo
SonquefH i capei biondi-, e l' aureo
occhi
Dico io,ch'acor mi ftrfgeys quei begli
Che tur mio Sol?Non errar con U (ciocchi »
modo.
Nè parlar,- dice, o creder a Ior 60
Spirito ignudo fono, c'n
Ciel mi godo :

molt anni
Quel che tu cerchi , è terra già
Ma per trarci d'affanni,
M* è dato 3 parer tale; ed ancor quella
Sarò pici che mai bella
A te più cara si felvaggia, e pia» «5
Salvando inlìeme tua faiute, ernia.
V piango ; ed ella il volto
Con ieiue man m'afciuga 1 e poi loipira
Dolcemente, e s'adira
parole che i fatti romper ponno 7»
Con :

dopo quello fi parte ella , e


'1 tonno .
E
C ANZON E' XLVIIL-
1

/niUELL^antiquo mio dolce empio Signore


V4. Fatto citar dinanzi alia Reina
Che la parte divina: ,.

Tien di noftra natura , e *n


cima lede
Ivi com'oro, che ne! foroathna,
,
J
-

Mi rapprdento carco di dolore,


Di paura v e d'orrore ; ...... ,

ragion chiede.
Ouafi uora che teme morte,e
E'ncomincio: Madonna .il
,
manco piede

Giovinetto pos'io nei coftui regno :

Ond' altro ch'ira e Ideano^


mai; e tanti, e si diverti
Non ebbi
Tormenti ivi fofferfi y .

Ch'ai fine vinta fu quel* ìnhnita


STi SECONDA
Mia pazienza 3 e *n odio ebbi la vita 15 .-
'

Cosj'1 mio tempo iofia qui trapalato


E'ia fiamraa,e-'n pene; e Quante utili oneftg
Vie fprezzai j. quante fette >
Per feguir q netto kifioghier, crudele >'

E quatf ingegno -àa si parole prette , ro>


Che ftringer polla '1 mio infelice ftato i
E le mie d* etto ingrato
Tante, e sì gravi, e si giuSe querele?
O poco rasi) molto aloè- con fele .'

In quanto amaro ha la mia vita- avvezza 2?


Con fua falla dolcezza*;
La quel m' attraile- all' amorofa fchierai'
Che ) s' i' non m 1
inganno , era
Difpofto a foi-levarmi alto da terra :

E' mi tolfedi pace , erpofe in guerra . 30


Quitti m'ha fatto men' amare Dio
Ch? irraoii devea 1 e men curar me ììeflo :

Per una I3onna ho meffo


Egualmente in non cale ogni penfiero>:
Di ciò m' è- flato configliep folletto 35-.

Sempre aguzzando il giovenil defio


All'empia cote-, ond' io
Sperai ripofo- al Ino giogo afpra , e fero-.
Mifero , a che quel chiaro ingegno altero I
E 1* altre doti a ine date- dal Ciclo ? 40
Che: vo cangiando 'i pelo ,
Nè cangiar poflb 1' ottinata voglia £
Così in tutto mi fpoglia
Di libertà quefto crude! eh' i' accufo j
Ch'amaro viver m'ha volto in dolce ufo. 4$
Cercar ni' ha fatto deferti paefi-;
Fiere , e ladri rapaci ifpidi dumi
;

Dure' genti , c coltami ,


Edognierror eh' e pellegrini intrica ;
Montij.vallijpaludij.e mar i, e 6 unii ;: sa
Mi ile-
PARTE. n?
Mille lacciuoli in ogni parte teli;
E 1 verno in Urani meli
Con perical prefente e con fatica. ,

Nècoftui, Rè quell'altra mia nemica


Ch' i' fuggiaj mi lafciavan fol' un punto: 5?
Onde s' i' non fon giunto
Anzi tempi da morte acerba», e darà j
Pietà celefte ha cara.
Di mia folate , non quefto tiranno;
Che del mio cuoi fi pafce,edelmiodafio.6®
Poi che fuofuij non ebbi ora tranquilla )
Nè fpero aver ; e le mie notti LI fanno
Sbandirò , e più- non- parano^ ^
_

Per erbe, o perticanti a sè ritrarrò .

Per inganni , e per forza è fattodonnO 63? i

Sovra miei fpjrti ,\ e non fonò, poiTquilla 31


Ov'io" fia in qualche villa ,
Ch'i.' non ladini ei fa -che-M vero parlo
:
r

Che legno vecchio mai non rofe tarlo >


Come quefli'l mia cere, in che s'annida, 7.0

E di- morte lo sfida •


( .

Quinci nafcon le lagrime , e 1 martiri.,.

Le parole- , e i foipirl .

Di eh io mi vo (lineando y e ione altrui :

Giudica tu che me conofei , e lui


-, ?5 .

XI mio avvarfario con agre rampogne


Comincia: O Donna, intendi l'altra parte J
Che'l vero onde fi parte
Qae£l' ingrato , dirà fenza duetto.
Qucfti in fui prima età fu dato ali' arte
Se
Da vender paillette > anzi menzogne :

Nè par che fi vergogne


Tolto da quella noja al mio diletto
Lamentarli di me ; che puro , e netto
Coatra'1 defioche fpeffo il fao mal vole. .S;

hv.i tenni.;. o«d'o.r ficVolSj,