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L'almanacco del delitto

I racconti polizieschi del «Cerchio Verde» A cura di Gisella Padovani e Rita Verdirame

L'almanacco del delitto I racconti polizieschi del «Cerchio Verde» A cura di Gisella Padovani e Rita

1990 Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo 1990 Prima edizione «La diagonale» 1996 Prima edizione «La memoria»

In copertina: Gli amanti alla stazione di Antonio Donghi (particolare). Collezione privata.

«Il giallo italiano - scriveva Savinio - è assurdo per ipotesi. Prima di tutto è una imitazione e porta addosso tutte le pene di questa condizione infelicissima. Oltre a ciò, manca al "giallo'' italiano, et pour cause, il romanticismo criminalesco del giallo anglosassone. Le nostre città tutt'altro che tentacolari e rinettate dal sole non "fanno quadro" al giallo né può "fargli ambiente" la nostra brava borghesia. Dove sono i mostri della criminalità, dove i re

del delitto?». Ma la diagnosi di Savinio del lungo sonno del giallo italiano non soddisfa del tutto. Pensava Savinio al giallo della hard boiled school (che ha bisogno di città tentacolari), degli intrecci da «camera chiusa» (che ha castelli brumosi e gentiluomini come ingredienti); ignorava per esempio quanti segreti Simenon carpiva dalla provincia più profonda e quieta, e i delitti trovati da Glauser nei villaggi infrattati tra le montagne svizzere. In realtà, in Italia, non «assurdo per ipotesi», mancavano al giallo altre cose che non gli ingredienti naturali,

ambienti e quadri: mancava prima di tutto una completa libertà di parola, una spregiudicata assenza di ipocrisie in scrittori e lettori, il diritto al pessimismo e al nichilismo; libertà, senza cui il giallo, pur lettura divagante, non vive. Tra il ?35 e il ?37 fiorì in Italia la rivista mondadoriana «Il Cerchio Verde». La grafica e il taglio erano modernissimi, richiamandosi ai coevi pulp magazines americani; vi collaboravano cartoonists d'avanguardia; vi operavano veri professionisti (Zavattini, Alberto Tedeschi, l'artefice del Giallo Mondadori, tra gli altri); vi

scrivevano autori che avrebbero meritato un futuro diverso nel mondo del poliziesco, Varaldo, Spagnol, Antonelli. Voleva essere la fucina del giallo italiano, ma visse poco, non rispondendo i lettori nel mentre che il Fascismo gli metteva le brache. Così, l'antologia che qui presentiamo di novelle dal «Cerchio Verde», mostra come nasceva il giallo italiano insieme alle ragioni per cui non nacque.

Breve storia di un rotocalco poliziesco

di Gisella Padovani

«'Il Cerchio Verde'. Compratelo. Leggetelo. Non offre racconti di cronaca nera ma casi polizieschi e sensazionali, bizzarri, avvincenti, curiosi, ingegnosi: presenta racconti

dei migliori scrittori di questo genere, italiani e stranieri, e i più importanti film 'gialli' dell'annata». Con questo slogan il 16 maggio del 1935 Mondadori lancia un settimanale di narrativa e cronaca poliziesca, un periodico dall'impronta nuova e dalle finalità programmaticamente divulgative, che resterà in vita fino al giugno del '37, diretto prima da Mario Buzzichini, poi da Gino Marchiori, da Giorgio Monicelli e infine da Cesare Zavattini. Il formato è tabloid, il costo cinquanta centesimi, la veste grafica e l'impaginazione sono quelle del

rotocalco tradizionale, con numerose fotografie di gusto espressionistico e melodrammatico, strips umoristiche, fotogrammi tratti da film polizieschi di successo, schizzi e bozzetti iperrealisti dei primi maestri del cartoon italiano. Alle corpose illustrazioni di pregnanza naturalistica mutuate dal linguaggio cinematografico, siglate dal milanese Beppe Ingegnoli, architetto, decoratore, scenografo e ritrattista, si alternano i disegni di Caesar Kurt, noto anche con gli pseudonimi di «Cesar» o «Corrado Avai» o «Away», fotografo, realizzatore dei primi fortunati

comics di fantascienza e creatore nel '38 del personaggio di Romano il legionario, eroe del fumetto

fascista che però rivela nei tratti l'ascendenza del censurato Gordon.

E ancora, tra i disegnatori si

registrano i nomi di Boccasile, Bianchi, Casolaro, Pancotti, Edgardo Dell'Acqua, specializzato nel commento visivo di racconti esotici d'atmosfera salgariana e di storie belliche e coloniali conformi alla retorica nazionalistica e all'etnocentrismo del regime. La

copertina del periodico esibisce foto

di stars hollywoodiane e scene

violente o macabre di immediata

presa emotiva. Dominano due colori in tutte le loro sfumature: il grigio-verde, che prevale inizialmente, ed il giallo. Nasce così la prima e unica rivista poliziesca italiana (bisognerà attendere mezzo secolo perché il tentativo sia ripetuto con «Febbre gialla» di Massimo Moscati); perduta nella memoria collettiva, dispersa negli archivi e nelle biblioteche, ignorata nelle ricostruzioni storico-letterarie, essa conserva ancora oggi il fascino dell'impresa pionieristica, la seduzione dell'incunabolo, l'impronta di un gusto e di un

tempo passati. Dalle pagine ingiallite del «Cerchio» emerge l'altra faccia degli anni Trenta. Perché, accanto ai fogli letterari che presupponevano un destinatario d'élite e si schieravano a favore delle poetiche ufficiali (dall'impegno realistico alle rarefazioni della prosa d'arte e dell'elzeviro), accanto alle aristocratiche palestre della cultura- laboratorio che eludeva il controllo politico, si situava con piglio moderno e anticonformista questa iniziativa editoriale attenta a incrociare le aspettative di un'audience ampia ed eterogenea,

esibendo fin dalle cassette redazionali la propria aspirazione ad una diffusione popolare. L'impianto retorico (punteggiatura esclamativa e sospensiva, aggettivazione iperbolica, forme verbali imperative) e l'assetto grafico (abuso del neretto, marcate inquadrature, cesure, stacchi) enfatizzano le ridondanti parole d'ordine editoriali che richiamano gli stilemi reclamistici delle già note però rivela nei tratti l'ascendenza del censurato Gordon. E ancora, tra i disegnatori si registrano i nomi di Boccasile, Bianchi, Casolaro,

Pancotti, Edgardo Dell'Acqua, specializzato nel commento visivo di racconti esotici d'atmosfera salgariana e di storie belliche e coloniali conformi alla retorica nazionalistica e all'etnocentrismo del regime. La copertina del periodico esibisce foto di stars hollywoodiane e scene violente o macabre di immediata presa emotiva. Dominano due colori in tutte le loro sfumature: il grigio- verde, che prevale inizialmente, ed il giallo. Nasce così la prima e unica rivista poliziesca italiana (bisognerà attendere mezzo secolo perché il

tentativo sia ripetuto con «Febbre gialla» di Massimo Moscati); perduta nella memoria collettiva, dispersa negli archivi e nelle biblioteche, ignorata nelle ricostruzioni storico-letterarie, essa conserva ancora oggi il fascino dell'impresa pionieristica, la seduzione dell'incunabolo, l'impronta di un gusto e di un tempo passati. Dalle pagine ingiallite del «Cerchio» emerge l'altra faccia degli anni Trenta. Perché, accanto ai fogli letterari che presupponevano un destinatario d'élite e si schieravano a favore delle poetiche

ufficiali (dall'impegno realistico alle rarefazioni della prosa d'arte e dell'elzeviro), accanto alle aristocratiche palestre della cultura- laboratorio che eludeva il controllo politico, si situava con piglio moderno e anticonformista questa iniziativa editoriale attenta a incrociare le aspettative di un 'audience ampia ed eterogenea, esibendo fin dalle cassette redazionali la propria aspirazione ad una diffusione popolare. L'impianto retorico (punteggiatura esclamativa e sospensiva, aggettivazione iperbolica, forme verbali

imperative) e l'assetto grafico (abuso del neretto, marcate inquadrature, cesure, stacchi) enfatizzano le ridondanti parole d'ordine editoriali che richiamano gli stilemi reclamistici delle già note collane mondadoriane, a loro volta forgiati sull'esempio dei romans policiers lanciati da Aux Editions de France nel '32: «Non vi farà dormire» e «Ogni pagina un'emozione». Quando esce «Il Cerchio Verde», negli Stati Uniti circolano già una ventina di periodici di narrativa poliziesca emuli del più celebre dei pulp magazines, «Black Mask», che

rivelando al grosso pubblico scrittori come Hammett e Chandler ha dato il via all'hard boiled novel, in cui su uno sfondo di violenza e di azione campeggiano i problemi della società americana del tempo, dalla criminalità organizzata, alle funeste connectìons fra proibizionismo e corruzione politica, alla pirateria finanziaria. In Italia la situazione del mercato è molto diversa. Mondadori ha adottato da qualche anno e con largo successo una strategia promozionale del prodotto giallo, mettendo in catalogo i classici stranieri, ma anche e

tempestivamente offrendo al pubblico un giallista italiano, Alessandro Varaldo, scrittore già affermato in altre aree della narrativa di consumo, caposcuola della crime story nazionale, di cui proprio l'editore milanese aveva tenuto a battesimo il primo mystery, Il sette bello, ventunesimo dei «Libri Gialli». Il disegno di fondazione di un genere poliziesco indigeno, ambientato preferibilmente in Italia e ben differenziato dagli stereotipi angloamericani è esposto in un palchetto che appare sulla rivista il 21 novembre '35:

La letteratura gialla è nata fuori d'Italia, ma noi vorremmo creare il «giallo» italiano. Cerchiamo scrittori «gialli». Mandateci novelle gialle. Ma elaborate, avvincenti, emozionanti: belle novelle. Affermate anche in questo campo il prodotto nazionale.

Il

proposito

di

autarchia

culturale,

conforme

alle

disposizioni del

Ministero

della

Cultura Popolare

che

obbligava

i

direttori di collana ad accostare a

firme straniere

nomi

italiani

in

misura

via

via

crescente,

si

evidenzia nei numeri successivi:

sulla copertina del n. 28 viene annunciata una novella di «Gastone Tanzi, uno degli assi del giallo italiano!»; su quella del n. 30 (5 dicembre '35) si precisa: «Su cinque novelle, quattro italiane: ora leggetele!». E ancora, il 31 dicembre '35 (n. 34): «Leggete che cosa Gastone Tanzi, l'italianissimo asso del giallo, ha saputo inventare per voi»; e il 9 gennaio '36 (n. 35) «Alessandro Varaldo, il creatore del 'giallo' italiano» viene pubblicizzato in termini entusiastici, che sfioreranno il trionfalismo nel numero successivo: «Su sette

novelle, sei italiane! Anche nella letteratura gialla, la fantasia e l'ingegno italiano siano motivo d'orgoglio!». Tra i giallisti stranieri, nomi di sicuro richiamo: Agatha Christie, Edgar Wallace, S. S. Van Dine, Dorothy Sayers, G. K. Chesterton, Ellery Queen, Dashiell Hammett, E. Phillips Oppenheim, «Sapper» (alias Herman C. McNeile), e un insolito Jack London, che ne I due ladri (n. 23) conferma il suo talento di giallista. Manca del tutto Simenon. Ai lettori che meravigliati ne chiedevano ragione, l'esclusione

veniva frettolosamente giustificata in una nota del 17 ottobre '35:

Perché «Il Cerchio Verde» non pubblica novelle di Georges Simenon? Semplicissimo: perché Georges Simenon non ne scrive, e quelle poche che ha composte sono già state riunite dalla Casa Mondadori e pubblicate nella sua collezione de «I Gialli Economici», col titolo: L'impareggiabile signor Leborgne.

È probabile però che questa

assenza abbia motivazioni più

a

sottili. La rivista

si

prestava

strumento di indagine di mercato per sondare le preferenze del pubblico (infatti Il mistero del treno azzurro della Christie e I gangsters di Chicago di Wallace vennero inclusi tra i «Libri Gialli» solo dopo che ne fu valutato l'alto indice di gradimento con la comparsa a puntate sul settimanale); ma soprattutto «Il Cerchio» presentava i maestri del poliziesco come esca per estendere le fasce di utenza. Se non c'è dubbio che l'ideatore di Maigret rientrasse nella rosa dei classici, tuttavia era difficile frammentarne nel ritmo della scansione appendicistica l'opera,

una comédie humaine volta all'analisi minuta dei moti dell'animo, alla ricostruzione di ambienti borghesi e del tutto aliena dal sensazionalismo di cui i lettori erano avidi. Non a caso l'immaginifico e fantasmagorico Wallace era uno degli autori prediletti dal pubblico e cari a Mondadori e ai suoi consulenti, che suggerivano di sfruttarne la lezione. Esemplare, a questo proposito, il consiglio dato a Varaldo da Lorenzo Montano, eminenza grigia della corte mondadoriana, di insaporire Il segreto della statua con «una gran battaglia con la polizia, uso

Wallace». Lo stesso Montano raccomanda all'editore, in una lettera del '29, (citata da Orsi e Volpatti), l'accuratezza delle traduzioni:

Non credo dirle nulla di nuovo se affermo che la qualità delle traduzioni influirà sensibilmente sulla riuscita. Se il romanzo poliziesco si è finora diffuso così poco tra noi, ciò è infatti dovuto per buona parte, come ella sa, alle pessime traduzioni.

L'invito è accolto dalla direzione del periodico, che affida le versioni

dall'inglese a sperimentati traduttori: Eugenia Consolo, Martha Tornaghi, Stanis La Bruna, Alfredo Pitta ed Alberto Tedeschi. Quest'ultimo, manager, talent scout, curatore della rubrica fissa «Busta Gialla» maliziosamente celato dietro l'epiteto «Il Piantone», iniziava così, poco più che ventenne, la scalata che lo avrebbe condotto ai vertici dell'editoria gialla mondadoriana. Quanto agli scrittori di casa nostra spiccano sul «Cerchio» Alessandro Varaldo, Edoardo Anton (Antonelli), Tito Spagnol, Guido Cantini, Alessandro De

Stefani, Gastone Tanzi, Guglielmo

Giannini, esploratori anche di altri territori del romanzesco e operatori in campo cinematografico e teatrale. E d'altra parte proprio negli anni Trenta, e soprattutto nel giallo, si

profila la fisionomia della nascente

mass-cult dove confluiscono interagendo i «mercati paralleli (e solo in apparenza concorrenziali) del cinema, del fumetto, della cronaca giornalistica e sportiva […] come sistema integrato e

policentrico, al cui interno i prodotti

di un settore rinviano

inevitabilmente a quelli del settore

contiguo o adiacente» (Canova). Cosi, i due maggiori registi dell'epoca, Blasetti e Camerini, muovendosi su una linea di realismo epico e storico il primo, e sui toni leggeri della commedia il secondo, concretizzano il piano stilato da Luigi Freddi di una cinematografia neutra, tranquillizzante, désengagée (programma a cui si attengono Giallo di Camerini, Il caso Haller di Blasetti, Il serpente a sonagli di Matarazzo) proprio traendo spunto, ispirazione, motivi, personaggi, e talora anche tecniche costruttive da testi polizieschi non cinematografici

preesistenti. Se accanto ai film «tratti da» si prendono poi in considerazione anche i titoli comprendenti nel cast romanzieri e commediografi, si potrà allora misurare tutta la consistenza del fenomeno, che raggiunge l'acme più vistosa nel quadriennio '34-'37 con un'alta percentuale di film girati col supporto di pre-testi o avvalendosi della perizia di narratori come Giannini, De Stefani, Cantini, Anton. Il successo di questa categoria di prodotti è garantito dalla serialità tipologica e strutturale, che ne costituisce il tratto dominante e

qualificante, riscontrabile in misura ancora maggiore che sullo schermo nello spettacolo teatrale. Il trionfo

del dramma giallo, documentato dal pullulare di titoli, rappresentazioni

e autori nuovi, è avvalorato dalla istituzione di compagnie specificamente preposte alla messinscena di commedie

poliziesche: quella di Romano Calò, attiva (dall'agosto '34) fino ai primi anni della guerra con un repertorio

di lavori in gran parte anglosassoni

ma anche italiani; di Giulio Donadio e Marcello Giorda, creata sempre nel '34; di Giannini ('37- '39). E su testi gialli non esitavano a

provare la loro versatilità interpretativa famosi attori di prosa, come Memo Benassi e Gino Cervi. All'idillio tra il drammaturgo giallo e la platea di aficionados Marco Ramperti, nel '36, addebita la decadenza della scena nazionale:

Eccolo, signori miei, il punto cruciale della cancrena teatrale […]. Questo pubblico stracco, guasto, sordo, cieco, impazzito, dannato […]. Questo pubblico, oltre che all'etica e all'estetica elementari, oltre che alla decenza ed al gusto, insulta alla parola del Duce […]. Il Duce chiede: teatro di poesia. Il

pubblico risponde: dramma giallo.

Il legame organico tra pagina, scena e schermo, ovvero tra patto narrativo, fruizione teatrale e sublimazione nell'immaginario cinematografico, destinato a rinsaldarsi a dispetto delle critiche, si coglie nella varietà polimorfa del «Cerchio» e non solo negli autori middle brow, ma anche in figure di più modesta rappresentatività:

Giuseppe Faraci, giornalista che nel '65 darà testimonianza delle sue esperienze professionali in Etiopia:

guerra e pace-, il lombardo Mario Mortara, ventottenne al tempo in

cui collabora al periodico e dà alle stampe il romanzo E vietato amare (1935), primo di un fortunato ciclo di storie d'amore; il siciliano Stanis La Bruna, specialista di letteratura per l'infanzia e autore del giallo Quattro finestre illuminate (1942); Luigi Motta, alla cui competenza esotica i redattori ricorrono per inchieste e servizi speciali. E sarà forse la familiarità col team della rivista a stimolare l'episodica incursione di Motta nel dominio del giallo con L'anello nero del '38, dove la «trama del delitto» lascia trasparire scenari tropicali. In un favoloso Oriente

salgariano, nei misteri della giungla nera, in un Egitto leggendario ed arcano si aggirano anche gli investigatori di Gastone Tanzi, ininterrottamente presente sulle pagine del «Cerchio». Più marginale l'apporto di Giuseppe Achille, Cesare Batti, Fulvio Pastori, Franco Redaelli, Attilio Rovinelli, tutti esponenti tra i più fecondi di quella letteratura d'intrattenimento che spaziava dal rosa all'avventuroso, dal breviario al resoconto di viaggio. Nel settimanale prevalgono i racconti, di cui viene indicato il tempo di lettura oscillante in media

fra i tre e i venticinque minuti, con la motivazione esplicitamente dichiarata di voler in tal modo agevolare i «lettori che viaggiano», cioè favorire una fruizione facile, rapida e piacevole. È interessante notare che la medesima intenzione programmatica sta a monte dei moderni pockets. Funzionale alla captatio benevolentiae del lettore è lo spazio attribuito all'immagine, remoto precorrimento dell'odierna multimedialità: alla scrittura narrativa si accompagnano romanzi ridotti a fumetti (Gli uomini di Guttaperga di Wallace), oltre a

numerosi «romanzi-film», ovvero storie illustrate da fotogrammi e tratte da pellicole di successo per lo più americane, ma talvolta anche italiane (per esempio, Giuseppe Achille condensa nella novella Il serpente a sonagli il soggetto del film omonimo ricavato dalla commedia di Anton). Nei primi numeri alle varie rubriche di giochi e cruciverba si affianca «Busta Gialla», angolo riservato alla corrispondenza, che si conserverà fino all'estinzione della rivista. È, d'altronde, il periodo in cui la stampa e la letteratura poliziesca di larga popolarità

il

giallo

dei

pulp magazines. Come questi, «Il

contribuiscono

branca

dell'enigmistica

a

catalogare

in

una

sul

modello

Cerchio»

chiama

in

causa

direttamente

il

pubblico

con

rubriche

varie:

«Problemi

polizieschi»

ed

«Enigmi

polizieschi», che sottopongono alla

perspicacia

del

lettore

quesiti

da

risolvere;

«Le

cronache

del

mistero»

siglate

con

il

nome

dell'eroe

di

Gaboriau,

Monsieur

Lecoq, che rievocano oscure vicende

criminali

del

passato;

«Curiosità

criminali»

curate

da

vari

collaboratori;

e

«Nel

Regno

dell'Irreale», sezione destinata a chi

sia

stato protagonista o testimone

di

«situazioni bizzarre, assurde,

inesplicabili». La partecipazione è compensata con venticinque lire. Sin dall'anno primo i responsabili avvertono la necessità di sveltire e diversificare l'aspetto della rivista inserendo articoli di cronaca criminale, giudiziaria o di costume, tutti e sempre etichettati come «casi veri». Qualche esempio:

Le mille e una storia dei contrabbandieri americani, in cui Luigi A. Garrone ricostruisce le peripezie di un agente segreto d'oltreoceano; Il testamento di

donata Wild di Gastone Tanzi; e sempre di Garrone, La formidabile memoria di un detective. Inoltre, i servizi di Giovanni Vecci: Giallo Abissino, che illustra «pene, delitti e torture in Etiopia» con gusto del raccapricciante e con un taglio politico allineato alle coeve posizioni del regime — è insistente la polemica contro il Negus e contro la Società delle Nazioni — e all'ideologia colonialista; e K.K.K. {I diavoli bianchi), in cui l'articolista descrive gli orrori della persecuzione razziale in America. Il 25 giugno '36, infine, prende il via una nuova serie di inchieste e

curiosità giudiziarie col titolo generico e onnicomprensivo di «Notiziario e varietà». Il carattere in progress del «Cerchio Verde» è provato dai frequenti cambiamenti grafici e tipografici: di immediata evidenza è la trasformazione della copertina, che a partire dall'11 luglio '35 si uniforma alla prassi iconografica delle collane mondadoriane nella base cromatica (giallo citrino) e nel disegno, visualizzando i protagonisti e le vicende salienti di un racconto, stagliati entro un cerchio marcato da una sottile filettatura rossa (dal n. 36 del 3

settembre). Blu e bianchi sono invece i contorni circolari posti a delimitare le insinuanti immagini accampate sullo sfondo di un bel rosso brillante, con cui la rivista muta ancora il proprio abito dal n. 88 (14 gennaio 1937). Il calco grafico e cromatico è condotto questa volta sui fascicoli speciali mensili, inaugurati il 27 agosto dell'anno precedente (n. 68) che offrivano in sedici pagine alla degustazione degli appassionati del genere un intero romanzo giallo; per la loro copertina era stato scelto, a partire dal n. 73 (1° ottobre '36), proprio quel vivace sfondo

coloristico di sicuro richiamo e forte impatto. Frattanto la conduzione del periodico è stata affidata a Gino Marchiori, già redattore responsabile, che rimane in carica dal 5 dicembre '35 al 16 gennaio '36, anno in cui la direzione passa a Giorgio Monicelli (dal n. 36, del 3 settembre). Il profilo della rivista resta tuttavia inalterato; anzi, alla soluzione di casi polizieschi particolarmente complessi il pubblico è sollecitato ulteriormente con le novelle-enigma, pubblicate dal maggio '36. «Il Cerchio Verde» partecipava

in

tal

modo

del

programma

operativo

già

messo

in

atto

dai

«Gialli

Economici»,

che

in

appendice

ai

testi

narrativi

dispensavano

rubriche

di

passatempi,

cruciverba,

 

varietà,

enigmi.

Ancora,

come

la

collana

degli

economici

anche

la

rivista

tentava

il

sottogenere

del

giallo

scientifico

che

allo

schema

tradizionale

dell'inchiesta

sostituiva,

sulla

falsariga

della

Pietra

lunare

di

Collins,

la

presentazione

di

materiale

documentario

potesse

sciogliere

su

cui

il

lettore

e

trama

improvvisarsi

i

nodi

detective

della

attraverso la mappa degli indizi. Al crime novel, alla spy story si intrecciano sempre più spesso la fantasia macabra, la vicenda nera, l'elemento gotico e soprannaturale. La componente magico-misterica che dai folk-tales, affinandosi nelle opere del maledettismo scapigliato ottocentesco (di Tarchetti, Camerana e financo del Capuana di Spiritismo?) era straripata nell'appendicistica, da qui si riversa nella contigua zona gialla, trovando la resa più efficace nelle metamorfosi teratologiche dell'Uomo dai piedi di fauno ('34) e della Valle del pianto grigio ('35) di

Vasco Mariotti. L'armamento dell'horror, licantropi, vampiri, scimmioni alla moda di Poe, e gli espedienti granguignoleschi (mani tagliate, teste mozze, scheletri) costellano le pagine del «Cerchio» {La casa del cane ululante di Giuseppe Faraci, n. 20; Un teschio nella notte di Alfredo Pitta, n. 41; La mano tagliata di G. G. Marus, n. 42, riecheggiante il romanzo di Nerval), che in tal modo recupera la «linea d'ombra» rifiutata e rimossa dai «Libri Gialli» e rifluita nell'editoria economica:

nei «Gialli Economici» e soprattutto nei volumi di Nerbini e

di Sonzogno. Un esempio per tutti: gli arnesi della fucina gotica sono maneggiati con scaltrezza e compiacimento, nei racconti commissionatigli dalla rivista, da quel Varaldo che nei romanzi si preoccupava invece di smorzare le tinte fosche. L'attrazione per l'occulto, l'esoterico ed il cabalistico ispira non soltanto novelle ma anche pezzi giornalistici, come quello di Francesco Stocchetti, La morte a distanza, che è un excursus sulle pratiche alchemiche dell'Europa del Seicento; nonché rubriche, come «Il Cerchio Nero», che inizia il 3

settembre '36. Nello stesso numero appaiono per la prima volta in ultima pagina vignette umoristiche di piccante erotismo firmate da Rino Albertarelli, cartoonist di successo, iniziatore del filone della western story all'italiana, creatore di characters divenuti classici come Kit Carson. Le strisce a fumetti, d'argomento eterogeneo, occupano uno spazio d'intrattenimento di tutto rispetto all'interno del «Cerchio», fin dal numero d'esordio, dove era riprodotto un intero dramma giallo di Walt Disney, Chi ha ucciso il pettirosso?-

, in altri fascicoli, la medesima rubrica «Sherlock Holmes ride» presenta sapide storie a fumetti scaturite dall'estro di umoristi della statura di Giovanni Mosca e Carlo Manzoni. E manifesto lo sforzo di tener desto l'interesse dei lettori; ma è altrettanto evidente che la proposta di un giallo nazionale si infrange contro le coercizioni del fascismo (obbligo di attribuire nazionalità straniera all'assassino e di suggellare la conclusione con il trionfo del bene e la punizione del colpevole), che impone un prodotto artificioso e rigidamente controllato

dall'alto. Si innesca così il processo di dissoluzione del tessuto connettivo del poliziesco italiano, che viene accelerato dalla crisi di creatività degli autori devitalizzati dal condizionamento politico ed è sancito dall'allontanamento del pubblico. Nonostante la latitanza del lettore, lo staff redazionale non cede ancora le armi e, nel tentativo di garantire al periodico un margine di sopravvivenza, ne modifica i contenuti. Dalla seconda metà del '36 si diradano i collaboratori italiani, stanchi di doversi attenere

al delirante decalogo di regole imposte dal regime; specularmente si verifica l'invadenza della

produzione straniera e di rubriche di informazione criminale e di varia enigmistica. Accanto alle cronache

si leggono le «fotocronache», le

novelle-processo affidate a Gastone Tanzi, imbastite sulla scorta di

memorabili atti processuali del passato, e la ricostruzione da parte

di Guido Martina delle «Evasioni

celebri» (dall'aprile '37); mentre il richiamo dell'attualità e della curiosità è coltivato nella rubrica di Francis Villa «Dove sono andati a finire?» (che nasce nel dicembre del

'36, con il n. 84), nelle «Inchieste del Cerchio Verde» (la prima, su L'Università del borseggio, è firmata da Ernesto Bevilacqua l'11 febbraio '37), in «Radiomondo giallo» e nelle reinvenzioni romanzate di episodi criminosi del livornese Alfredo Jeri, specializzato in biografie e libri per la gioventù. I pochi nomi nuovi acquisiti dal settimanale sono reclamizzati in un contesto ottico-verbale di forte attrattiva, se pure un po' rétro, come quello che si incontra nel n. 71 (17 settembre '36), dove con caratteri rossi su fondo giallo squillante si annuncia

romanzesca e

romantica del giallo «vissuto» raccontata da una delle più fini conoscitrici del cuore femminile — Luciana Peverelli.

una

serie

La presenza di scrittrici non è una novità per «Il Cerchio», che già nel numero d'apertura accoglie una novella di Eugenia Consolo e poi le romantiche creazioni di Elisa Trapani e le brevi prose di Anna Maria Tedeschi, giornalista milanese che proprio in questi anni acquista una buona notorietà con Le nebbie del cuore (1934) ma che

può contare su un certo pubblico ancora nei decenni successivi assumendo la direzione di «Grazia» e «Marie Claire» e pubblicando i romanzi E la porta si chiuse (1945), Strada senza confine (1947), Ognuno ha un paradiso (1955). Tuttavia si tratta sempre di firme un po' appartate; la partecipazione della Peverelli costituisce invece un «caso» nella storia del periodico, dato il sempre maggiore e alla fine esclusivo risalto che il suo nome va assumendo. La formula stessa adottata per il battage pubblicitario sulla corifea della letteratura rosa chiarisce

l'utilità e lo scopo del suo contributo: l'allitterazione del binomio iniziale («romanzesca e romantica»), l'accento posto sul «vissuto» e sul «cuore femminile» dicono come, nella velleitaria ricerca di nuovi campi di utenza, si tenti di allettare col richiamo di storie vere di sentimenti autentici, non immiseriti dalla quotidianità anzi esaltati dall'avventura fantastica ed eccezionale. Il terzo anno di vita della rivista si svolge interamente sotto il segno dell'involuzione e della lotta per la sopravvivenza: dal 31 dicembre '36 all'estinzione si registrano soltanto

ventotto racconti di scrittori italiani. Significativo del mutamento di linea del settimanale, i cui responsabili, diventato ormai improponibile il disegno di sostenere il giallo nazionale, abbandonano anche il programma di affiancamento grafico alle collane mondadoriane, è il n. 100 (8 aprile '37). Da questa data la copertina muta radicalmente le sue peculiarità grafiche (colore di fondo e soluzioni formali) e tipografiche:

all'accostamento giallo-rosso subentrano i toni del blu e del rosso, mentre alle immagini e alle foto racchiuse nel consueto cerchio

si sostituiscono disegni a tutta pagina firmati da Albertarelli nello stile del rotocalco «Domenica del Corriere». Talvolta il protagonista di un racconto campeggia in primo piano; talaltra vengono schizzati gli snodi principali di un intreccio in un'agevole sintesi visiva; in qualche caso (come appunto nel n. 100) le illustrazioni non hanno alcun rapporto con i testi delle novelle ma si ispirano a fatti di attualità nera; oppure rinviano alla cronaca politica (nel n. 102 si polemizza, con scene di crudo espressionismo, contro la «Spagna rossa» dei

miliziani). E ancora nel n. 100 diventa palpabile la débàcle dell'idea portante del «Cerchio»: gli stessi autori che in precedenza avevano prodotto racconti gialli curano adesso articoli e servizi; e a fronte di tre novelle di stranieri (W. Hayers, Carlotta Dockstader, Noelle Langley) e di una sola di scrittore italiano (Peverelli) si incontrano ben otto rubriche, più giochi e cruciverba. Neppure il cambio della guardia verificatosi nella direzione, che dal 15 aprile '37 passa a Cesare Zavattini proveniente dalla Rizzoli e capo editoriale dell'API (Anonima

Periodici Italiani), riesce a sollevare le sorti del settimanale, e con esse la fortuna dell'agonizzante giallo italiano.

G. P.

Nota

Il volume presenta una scelta antologica del «Cerchio Verde» circoscritta agli autori italiani e, tra questi, alle firme maggiormente rappresentative. Di tali scrittori abbiamo selezionato i racconti più gradevoli e ancor oggi appetibili. Per la trascrizione dei testi, si è

seguito un criterio conservativo, emendando esclusivamente refusi evidenti e modernizzando l'ortografia laddove riuscirebbe fastidiosa al lettore d'oggi (per es.:

«su le» è stato modificato in «sulle»). Si sono invece mantenuti gli arcaismi lessicali (per es. «ischerzo») e grafici («lagrime»), i barbarismi italianizzati («gabardino», «sciampagna»…), i regionalismi («dell'allea»), i tecnicismi desueti («la coltella»), per non alterare la patina linguistica dell'epoca. Sono stati fedelmente riprodotti

anche alcuni tratti morfologici popolari («le unghia») e le costruzioni sintattiche ipercorrette (come l'accordo del participio passato con il complemento oggetto posposto: «avrebbe accettata una commedia»). Ci siamo inoltre astenute dall'uniformare le numerose oscillazioni grafiche nell'uso delle scempie e delle doppie («dinanzi- dinnanzi») e nella formazione del plurale dei sostantivi («tracce- traccie»), che, insieme con alcune discrepanze («Térèse-Teresa»), e con l'incertezza nell'impiego delle maiuscole (dettato da un tic

reverenziale tipico dell'italiano popolare: «Commissario- commissario», «Dottore-dottore»), sono riscontrabili anche all'interno della stessa novella. Indizio, questo, di urgenza nella stesura delle prose da parte degli autori, oltre che di trascuratezza nella composizione tipografica e nella revisione redazionale del periodico. L'una e l'altra, manchevolezze peculiari d'un rotocalco popolare. Esigui, infine, i nostri interventi sulla punteggiatura, che abbiamo razionalizzata solo nei casi di inequivocabili errori, nocivi alla

comprensione del testo. La nostra gratitudine va a Cesare Zavattini, per i consigli e i ricordi di cui è stato prodigo e per il giovanile entusiasmo che ci ha trasmesso nel corso della ricerca. Ci rammarica che egli non abbia potuto vederne i frutti.

G. P. — R. V.

Forniamo qui di seguito una bibliografia essenziale, utile per il lettore che voglia approfondire il contesto culturale e letterario in cui si è sviluppata la narrativa

poliziesca italiana degli anni Trenta:

G. Bezzola, Preistoria e storia

del giallo all'italiana, in AA.VV., Pubblico 77, a c. di V. Spinazzola, Milano, Il Saggiatore, 1977. L. Rambelli, Storia del «giallo» italiano, Milano, Garzanti, 1979.

E. Guagnini, L'«importazione»

di un genere: il «giallo» italiano tra gli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, in AA.VV., «Trivialliteratur?». Letteratura di massa e dì consumo, Trieste, Lint,

1979.

AA.VV., Il giallo degli anni Trenta, Trieste, Lint, 1988

(contiene, tra gli altri, contributi di G. Canova e G. Orsi-L. Volpatti).

B. Bini, Il poliziesco, in AA.VV.,

Letteratura italiana. Storia e geografia. L'età contemporanea, III, a c. di A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1989.

L. Rambelli, Il presunto giallo

italiano: dalla preistoria alla

storia, in «Problemi», n. 86, sett.- dic. 1989. AA.VV., Le figure del delitto. Il libro poliziesco in Italia dalle origini a oggi, a c. di R. Cremante, Bologna, Grafis, 1989.

E. Bacchereti, L'immaginario di

massa nella letteratura del

Novecento (poliziesco, rosa, fantascienza), in AA.VV., Storia letteraria d'Italia. Il Novecento, n, a c. di G. Luti, Padova, Piccin, 1993.

L'almanacco del delitto

I racconti polizieschi del «Cerchio Verde»

Edoardo Anton - La scheggia di legno

Giovanni era vecchio: si vedeva bene. Figura alta e grossa, non più troppo eretta, capelli bianchi schiacciati malamente da un cappello di feltro sformato, passo elefantino, pesante, strascicato.

Eppure, egli non si rassegnava, cercava di camminare il più spedito possibile e mascherava la sua lombaggine premendo una mano sul fianco e gettando a ogni passo il corpo per traverso come un cavallo all'ambio. Questo secondo lui era molto «marziale». — Nel mio mestiere, non si può mai diventare vecchi -soleva dire; — sono o non sono «il giovane di studio»? E con questa ingenua facezia gli pareva d'aver raggiunto il vertice della saggezza. Tutti, nello studio dell'avvocato

Oliva, gli volevano bene, tanto più che compiva le sue mansioni con assoluta diligenza. E perciò in quindici anni, molti sostituti e molte dattilografe erano passati nell'ufficio, ma Giovanni, «il giovane di studio», era sempre là, facendo per ischerzo molto spesso la «faccia feroce». Quella mattina, come al solito, egli alle otto e un quarto attraversava il Corso e pochi minuti dopo saliva il primo piano dove era l'elegante Studio Legale Oliva. Ma qui lo aspettava una sorpresa: l'uscio era chiuso. Era la prima volta, da che lo conosceva,

che l'avvocato non si faceva trovare prima di tutti al lavoro. Oliva era un professionista molto quotato, di intelligenza vivacissima e soprattutto di grande attività. Alle otto del mattino egli usciva da casa sua, andava in ufficio, apriva mezzo uscio e attendeva lavorando i suoi impiegati. Giovanni slegò il giornale che aveva in tasca, sedette su di un gradino delle scale, trasse la pipa e filosoficamente aspettò. Dopo mezz'ora giunse Luisa, la dattilografa, giovane, graziosa come tutte le dattilografe, ma silenziosa,

grave e vestita semplicemente. Ad eccezione che per ragioni di lavoro, ella non parlava mai. Nessun cliente in attesa si poteva vantare di averla trascinata in una conversazione. Il sostituto non la poteva soffrire perché non si era mai prestata a rendergli piacevoli le ore di ozio. Poco dopo il suo ingresso nell'ufficio (erano ormai sei anni) l'avvocato l'aveva soprannominata la Sfinge. E tale era rimasta per tutti. Si diceva che avesse avuto un grosso dispiacere sentimentale; che non fosse poi la santarellina che

voleva sembrare; che avesse per amico un poco di buono. Ma in realtà nessuno sapeva nulla di lei se non che compiva esattamente il suo dovere e, quando occorreva, lavorava in studio anche in ore straordinarie. Poco dopo Luisa, giunse profumato, impomatato e disinvolto il sostituto Gastone Lucci, il giovanissimo avvocato, laureato di fresco. Commenti, scherzi, insinuazioni, impazienze dell'attesa; senza la partecipazione di Luisa che, al solito, taceva standosene appoggiata al davanzale della

finestra sul cortile. Alle nove e mezzo «il giovane di studio» fu mandato al caffè di

fronte per telefonare all'abitazione dell'avvocato. — Vedrà, signorina, che sta male, — ripeteva di continuo il bel Gastone. — E noi — aggiunse — ce ne andremo a spasso insieme.

— Ne è sicuro?

— Ma certo, con questi

cambiamenti di temperatura ci si prende l'influenza come niente! — No, dico: è sicuro che andremo a spasso insieme?

— Oh Dio… Dicevo così per…

— Già.

Giovanni giunse di corsa, con il trotto all'ambio delle grandi occasioni e recò una straordinaria notizia:

— Non c'è… ho parlato con la governante… ho paura che sia successa una disgrazia… Stanotte… Stanotte non è tornato a casa! — Uh, tanto chiasso per una cosa così semplice, — disse il sostituto con la sua aria più mondana. — Anch'io non sono tornato a casa stanotte eppure eccomi qui, vivo e sano! — Ma dice che adesso, adesso verrà qui la Polizia. — La Polizia?

— Disturbare la Polizia per un'innocente scappatella! Ma che brutto carattere ha la governante! Alla larga da simili donne per casa! Non è vero, Luisa? Signorina Luisa? — andava chiacchierando con disinvoltura l'avvocato. Venti minuti dopo, giunsero un Commissario, due agenti e la portinaia. — Loro chi sono? Nessuno ha la chiave? Ci sono altre porte? — chiese il Commissario. — Un fabbro! — ordinò poi ad un agente. Il bel Gastone suggerì:

— L'uscio è massiccio, la serratura è formidabile, si farebbe

più presto a rompere un vetro alla

porta-finestra del balcone. Si entra direttamente nello studio. Almeno, se non è accaduto nulla, avremo fatto danno minore.

— Bravo giovanotto!

— Avvocato, signor Commissario.

— Bene, bene: bravo avvocato. E facile giungere al balcone?

— Semplicissimo. Vede, è questo

d'angolo; la balaustra tocca quasi il davanzale della finestra della scala.

— Allora andiamo. La signorina

attenda qui. Apriremo noi l'uscio dall'interno. Ma il passo era così facile e la

curiosità così forte che anche la dattilografa prese la stessa via. Un vetro fu rotto, un agente vi passò una mano e la portafinestra fu aperta. I tre impiegati allibirono. Accanto alla porta chiusa che dava nell'ingresso, giaceva bocconi il cadavere dell'avvocato. Nella schiena, poco sotto la scapola sinistra, una macchia rossa s'era diffusa sulla giacca grigia. In cima ad una mano rattrappita una rivoltella e una carta gualcita. — Nessuno tocchi oggetti, maniglie, carte — disse grave il Commissario. — Un agente telefoni alla Centrale. No, non da questo

apparecchio; vada giù passando per

la stessa via. Il Commissario delicatamente

raccolse il foglio di carta gualcito, lo lesse e lo porse alla signorina ch'era rimasta immobile con gli occhi sbarrati sul cadavere. Gli altri si curvarono sulla spalla

di lei per leggere. Erano poche righe

dattilografate; solo la firma era, naturalmente, a mano. «Mi uccido di mia spontanea volontà perché cattive speculazioni mi hanno rovinato. Chiedo perdono alla memoria di mia moglie e ai miei figli adorati». — È la sua firma, no? — chiese il

Commissario.

Sì,

certamente

rispose

Luisa.

— Lasciava

cassaforte?

spesso

aperta

la

— Mai.

— Pure il battente è spalancato. — Avrà bruciato delle carte —

l'avvocato

perduta la sua

suggerì

Lucci

timidamente

aveva

che.

disinvoltura.

— Forse.

dalla porta- un signore

finestra

trentina,

tenendo in mano cappello, guanti e bastone.

elegantissimo,

Improvvisamente

entrò

sulla

È permesso?

 

Lei chi è?

Io

sono

il

Dottor

Gioli,

Ispettore

Generale

delle

Assicurazioni Mediterranee.

— Ma che vuole lei qui?

— A chi ho il piacere di parlare?

— Commissario Valori.

— Molto lieto. — Ma, insomma, le sembra il

momento

di

far

visita

e

presentazioni?

E

poi,

perché

è

entrato dal balcone?

sorrise

amabilmente come se una vezzosa

Il

Dottor

Gioli

signorina

gli

avesse

offerto

un

vassoio

di

paste

a

un

thè

di

sembrava

neppure

della situazione e del suo tragico muto testimone.

beneficenza.

accorgersi dell'anormalità

Egli

non

non sa, signor

Commissario, che l'avvocato Oliva

era assicurato sulla vita presso il

nostro

considerevole.

Istituto per una cifra

— Lei

forse

— E lei è qui per questo?

— Veramente io…

— Lei dunque già sapeva?

— Veramente…

— Come faceva a sapere?

— Ma se non mi lascia parlare!

— Dica, dica, avanti!

— Veramente

io

non

sapevo

nulla…

— Ma allora!

— Abbia pazienza! Forse lei non

sa che al secondo piano di questo palazzo è la sede delle Assicurazioni Mediterranee. Io venivo questa mattina come il solito al mio ufficio, allorché, per le scale, la portinaia mi ha informato dell'accaduto e mi ha indicata la via presa da loro per entrare. E così che io ho creduto di poter venire a chiederle il permesso di assistere all'inchiesta dato il forte interesse che il nostro Istituto ha nella cosa.

— Di quanto si tratta?

— Un milione — disse più

sottovoce il Dottore

verso

confidenzialmente.

il

chinandosi

Commissario

Accidenti.

La

interessante.

pure…

Rimanga,

cosa

è

rimanga

Suicidio?

 

Pare.

Per

noi

è

di capitale

importanza. Lei sa che da poco, per

legge, non

si

paga

il

premio ai

suicidi

neppure

se

il

gesto è

compiuto molto tempo dopo l'inizio

volta c'era

fu

un

sei

dell'assicurazione. Una

limite

di

mesi,

poi

protratto e adesso è stato tolto.

— Infatti. E da quanto tempo era

assicurato l'avvocato?

— Tre giorni.

— Accidenti! — esclamò il

Commissario sussultando. — La cosa non è chiara.

— Speriamo che lo divenga. — Rimanga, rimanga pure,

Dottore. Soltanto la prego di non toccare nulla. Del resto, ecco il medico e gli specialisti.

I fotografi cominciarono a far

brillare i lampi del magnesio; mentre il Dottor Gioli indifferente a quanto avveniva curiosava qua e là per la stanza. Il medico legale constatò il decesso per colpo di rivoltella

(quella stessa rinvenuta accanto al cadavere) sparato nella schiena sotto la scapola sinistra a non più di due centimetri di distanza. Il proiettile, perforato il cuore, era uscito dal quarto spazio intercostale. — Vede, Commissario, — disse il medico — la morte risale a circa dodici ore. Dalle ferite è chiaro, ma poi la stoffa bruciacchiata lo conferma, l'esplosione deve essersi prodotta vicinissima. Lei dice suicidio? Strana forma di suicidio. A rigore, è possibile, impugnando la rivoltella per isbieco volta verso la parte interna del pugno, di piegare il

braccio dietro la schiena e, premendo il grilletto con il pollice, far partire il colpo. In ogni modo, come le dicevo, è uno strano suicidio. Arrivederla, Commissario, sono atteso al Deposito. Stenderò il mio rapporto. E il Dottore se ne andò per dove era venuto. A un cenno del Commissario, gli specialisti di polizia scientifica cominciarono a usare gli spruzzapolvere, le lenti di ingrandimento e gli obbiettivi per rintracciare le impronte digitali mentre tutti i silenziosi spettatori della scena rimanevano immobili

con gli occhi fissi sul cadavere agghiacciati d'orrore. Il Commissario pregò i presenti

di andarsene per il balcone, non

volendo toccare maniglie e serrature prima di avere il risultato delle investigazioni scientifiche. E anch'egli, dopo aver sfilato da una

tasca della vittima il portafogli e le chiavi, uscì. Ordinò a un agente di piantonare lo studio, stabilì per le

tre del pomeriggio l'interrogatorio e

si congedò da tutti. Prima di andarsene disse al Dottor Gioli:

— Se le interessa ancora, alle quindici l'inchiesta prosegue nel mio ufficio. Può tornare. Ma vedo

male la posizione del suo Istituto. Credo che dovrà pagare.

— Speriamo di no. Commissario,

non le sembra strano, dopo tre giorni che si è assicurato per una cifra simile, che proprio gli sia capitata la fortuna di farsi ammazzare?

— Fortuna? almeno, per i figli?

— Beh, vedremo!

— Vedremo. Buon appetito, Commissario. Nel pomeriggio il Dottor Gioli incontrò sul pianerottolo del suo ufficio il Commissario. — Aspettavo proprio lei — gli disse questi, — venga dentro.

Nella sala d'aspetto attendevano

i tre impiegati del fu avvocato Oliva,

i quali avevano già subito un primo interrogatorio. Prima di farli passare il Commissario fece vedere al Dottor Gioli alcune fotografie. — A parte le impronte digitali del morto stesso, — gli disse — furono trovate sulla rotella d'apertura della cassaforte queste femminili e… sono quella della dattilografa, come lei può controllare. Gliele abbiamo prese poco fa con il solito trucco del bicchier d'acqua, senza che neppure se ne accorgesse. Inoltre, è stata

trovata una lettera minatoria nel portafogli della vittima ed è stata scritta con la sua stessa macchina da scrivere. Anche questo lei può controllare. Ecco la lettera ed ecco alcuni incartamenti dello studio. Gli stessi piccoli difetti: le d un poco troppo alte e le a con la parte superiore piena. Il Dottor Gioli lesse: — «Dacci i soldi se no…». — È tutto? — chiese. — No, l'arma è arma di donna. Finora non si è potuto individuare il negoziante che l'ha venduta. Del resto, sarà difficile, perché è un'arma vecchia che deve essere

stata acquistata qualche anno fa. Non le dico di più. Adesso interroghiamo la signorina -. E suonò per l'usciere. Luisa, tranquillamente, si mise subito a sedere, appoggiò la borsetta sulla scrivania e attese. — Dunque, ieri sera, signorina, lei è andata via dall'ufficio alle sette e mezzo ed è tornata alle otto e mezzo: perché? — L'avvocato mi aveva pregata di tornare per aiutarlo a finire un certo lavoro. Una pratica urgente. — Questi straordinari accadevano spesso? — Oh, sì. Almeno un paio di

volte la settimana.

— A che ora è andata via?

— Non erano ancora le dieci.

— Insomma, due ore in tutto?

— Sì, circa.

— Bene. Questo concorda con la testimonianza della portinaia.

Cosicché lei è stata l'ultima persona che ha visto l'avvocato?

— Non so se sono stata l'ultima,

io l'ho visto per l'ultima volta ieri

sera verso le dieci. — Andando via che cosa ha fatto? — Ho chiuso la macchina, sono andata al lavabo a mettermi il cappello, ho salutato l'avvocato e

me ne sono andata chiudendo l'uscio esterno.

— Allora lei ha una chiave!

— No: l'uscio si chiude sbattendolo.

— E poi?

— E poi sono andata a casa.

— Bene, anche questo concorda. Ma come mi sa spiegare — riprese il Commissario dopo una breve pausa — che si sono trovate le sue impronte digitali sulla rotella della cassaforte? — Io aprivo spesso la cassaforte in presenza dell'avvocato. Alle volte mi dava la chiave e mi diceva:

«Signorina, per favore, mi dia quel

pacchetto giallo, o quella busta bianca». — E ieri è accaduto un fatto

simile?

— Sì, mi pare. Sì, sì. Ieri sera mi ha fatto prendere una busta quadrata.

— Che cosa conteneva?

— Non so. Credo di aver sentito

delle carte.

— Non ha visto quello che c'era

quando l'ha aperta? — Non so neppure se l'abbia aperta. Subito dopo mi ha mandato di là. Ma forse la potrei riconoscere. Era di un formato un poco fuori dal comune e di color rosso.

Ella rispondeva molto tranquillamente all'interrogatorio. Gestiva normalmente e fissava in viso il Commissario con serenità, come se non avesse capito che i sospetti convergevano su di lei. Il Commissario taceva, era evidente che cercava il modo di sorprenderla. Ella intanto prese lo specchietto e si diede con un pettinino una ravvivata ai capelli; poi richiuse la borsetta, se la tenne in grembo e aspettò che l'altro parlasse. Gioli che sembrava non occuparsi di nulla, si lustrava negligentemente le lunghissime

unghie di una mano sull'altra inguantata. Finalmente il Commissario si decise ad attaccare:

— Allora pare che lei non sappia che l'avvocato aveva ritirato

quindicimila lire al mattino dal suo conto corrente in banca e che le aveva chiuse precisamente in una busta rossa quadrata…

— Infatti, vengo a conoscenza di

questa circostanza soltanto adesso.

— Ma lei doveva pure essere al

corrente dei movimenti di cassa dell'avvocato.

— Per cose d'ufficio, sì; ma per

quanto riguardava quelle private,

non mi metteva a parte di nulla. Era un uomo piuttosto taciturno. — E… scusi, signorina, una domanda delicata: non ha mai tentanto di imbastire con lei un'impresa galante? Lei è giovane, graziosa; egli era vedovo da tanti anni, non aveva tempo per concedersi svaghi…

— No, mai. Del resto, neppure

era cosa facile tentare: non ho un

carattere molto… socievole!

— Già, già mi è stato detto. In

ogni modo non le nascondo, signorina, che la sua posizione non è, diremo così, brillante. Le sue impronte sulla cassaforte; la lettera

minatoria scritta con la macchina d'ufficio; lei è l'ultima ad averlo visto… Improvvisamente il Commissario si alzò in piedi e incombendo con tutta l'alta persona sulla ragazza gridò:

— Andiamo, via, confessa! Tu l'hai ucciso! Sei stata tu! È inutile negarlo! Ella si ritrasse un poco indietro quasi per sottrarsi alla veemenza dell'accusa. Intimidita, lasciò cadere la borsetta. Ma poi subito si rimise e tranquillamente rispose:

— Signor Commissario, lei mi fa paura! Sarà questo un ottimo

metodo d'inchiesta, ma le garantisco che fa gelare il sangue all'innocente! — Va bene, signorina, può andare; ma si tenga in casa a disposizione della giustizia. Il Dottor Gioli che aveva raccolta la borsetta, la consegnò alla signorina e l'accompagnò

gentilmente alla porta. Poi, rivolta al Commissario chiese:

— Ebbene?

— È certamente lei la colpevole.

Ha una calma straordinaria, ma non importa. Mi faccio firmare il mandato e domani l'arresto. Dopo ci penso io a scuoterla!

— Da che cosa deduce questa opinione?

— Ma come! Oltre agli elementi

delle impronte, della lettera minatoria, delle quindicimila lire, dell'assoluta possibilità e, direi,

facilità a compiere il delitto, c'è un fatto importantissimo che lei non conosce: la rivoltella non presentava alcuna impronta digitale.

— E allora?

— Ma è un ragionamento infantile! Aveva i guanti la vittima? No. Dunque il colpo è stato sparato da un altro. Se no avremmo trovato le impronte dello stesso avvocato

sul calcio di madreperla!

— Già.

— È questa una circostanza che

esclude assolutamente il suicidio. E poi mi sa dire perché si sarebbe sparato in quel modo strano nella schiena? — Oh, per questo sarebbe chiaro: inscenare un delitto perché

ai figli fosse pagata l'assicurazione.

— Ma bravo dottore! E avrebbe

scritta una dichiarazione di suicidio?

— A proposito, come la spiega? La firma è autenticata?

— Sì, ma è semplice: una sera,

quando la signorina gli fa firmare le

lettere che ella ha scritto sotto dettatura, ne toglie una e la sostituisce con un foglio bianco che mette sotto le altre. Poi spiega le lettere sovrapposte a scala, in modo che abbia soltanto lo spazio bianco per la firma. Egli firma i fogli, così, senza alzarli uno per uno. È un metodo rapido che si usa in tutti gli uffici quando ci si fida e specialmente quando si tratti di circolari o, comunque, di lettere senza importanza che non sia necessario rileggere. Ella ha così una firma in bianco. E la usa come abbiamo visto. Nessuno sente lo sparo: nello stabile tutti gli uffici

sono deserti a quell'ora.

— Ingegnosa congettura. I miei complimenti!

— Oh, per carità, — (e il Commissario s'inalberò felice sulla sua poltrona) — poi, caro Dottore, come se non bastasse quanto le ho detto per eliminare l'ipotesi del suicidio, mi sa spiegare dove sono andate a finire quelle quindicimila lire se si esclude il furto? — Qualche pagamento.

— Mi sono informato, nessuno.

Ieri sera (ce lo ha confermato la colpevole) la busta c'era ancora. Ieri sera, poi, era il primo del mese e l'avvocato ritirava regolarmente alla

stessa data di ogni mese la stessa somma per le spese di casa e d'ufficio.

— Non era rovinato, allora!

— Oh, Dio, aveva perduto molto,

quasi tutto in cattive speculazioni all'estero; ma aveva sempre una professione bene avviata. — Già. Forse aveva fatto l'assicurazione per ricostruire un patrimonio per i figli. — Naturalmente. Vede come tutto è chiaro? — Non tutto. Per esempio, la lettera minatoria è un poco strana. Ecco qui: «Dacci i soldi se no…». Non le pare breve, elementare?

Senza specificare la somma, né il

modo di consegnarla, né il termine?

— Può essere stata compilata

volutamente per deviare i sospetti; quanto alle precisazioni, potevano essere state fatte in lettere precedenti alle quali l'avvocato non ha dato importanza distruggendole.

Ma resta il fatto che è stata scritta in ufficio. Ora per il suo ragionamento nessuno dei tre impiegati avrebbe potuto scriverla! — E perché la dichiarazione di suicidio era così spiegazzata?

— Ma questo è un particolare

insignificante! Ce lo dirà la stessa imputata.

— Lei crede che esistano particolari insignificanti, Commissario? Beh, a domani, allora! — A domani alle undici. Ci sarà la rimozione del cadavere. Un'ora dopo il Dottor Gioli che si era procurato l'indirizzo in Questura, fermava la sua macchina dinanzi alla casa di Luisa. Egli salì i quattro piani del fabbricato popolare e suonò al piccolo uscio nero. La dattilografa stessa gli venne ad aprire e non parve affatto stupirsi della visita di Gioli. Lo fece passare in una camera da pranzo-

salotto e lo lasciò solo per andare a togliersi il camiciotto di satin nero da lavoro. Il Dottore si guardava intorno con aria indifferente. Tutto nella stanza rivelava quella povertà dignitosa che si tiene con enormi sforzi in un cerchio di silenzioso pudore. Mobili chiari, comuni, alcune mensole con il bravo merletto sopra, perché «Le tre Grazie» e «Amore e Psiche» stessero più comodamente anche d'inverno… Ad ogni passo pesante sul pavimento di mattonelle rosse il tintinnare discreto dei mille tubetti di vetro

del lampadario; in un angolo, su di un tavolino, una macchina da scrivere. Accanto, alcune pratiche notarili. La signorina Luisa doveva procurarsi del lavoro da compiere a casa alla sera per arrotondare il suo bilancio. Su di una colonnina di legno il ritratto ingiallito di una vecchia signora, la madre forse. Sotto, un orsacchiotto di stoffa pelosa, tenendo il muso girato verso la schiena, ammiccava con un occhio solo. Due oleografie alle pareti e sulla porta di legno, che doveva comunicare con la camera da letto, il disegno elementare di una barchetta fatto con una matita

bleu. Su di una mensola una scatola di lacca rossa. Gioli ne alzò furtivamente il coperchio e diede una rapida occhiata al suo contenuto: molte ricevute legate con un elastico e due polizze del Monte di Pietà. Richiuse. Subito dopo rientrò la signorina

con la sua consueta tranquillità e il suo vestito dimesso.

— Prego, si accomodi Dottor…

Dottor… — Gioli.

— Ah, si, ricordo. A che cosa

debbo il piacere della sua visita?

— Ecco, signorina, senza tanti

preamboli glielo dico subito: lei

avrà capito come sia stretta da una

rete di circostanze pericolosissime. La sua posizione, insomma, è quasi disperata. — Non vedo perché. Io sono assolutamente innocente.

— Ne sono sicuro, signorina. Ma

creda che il caso le ha giocato una serie di brutti tiri.

— E allora? Che cosa debbo fare

oltre che protestare la mia innocenza? — Si scelga d'urgenza un avvocato, si faccia consigliare e

agisca di conseguenza. Io non posso dirle di più.

— Ma, scusi, perché lei…

— Mi prendo tanto a cuore la

sua sorte? Non lo so neppure io. Forse, simpatia… forse questa

convinzione che lei non è colpevole nonostante che i fatti l'accusino… Non so…

— Io la ringrazio. Sono sola al

mondo. Mio padre è morto dieci anni fa, mia madre è vecchia e paralitica; devo mantenermela in un paesino di campagna qui intorno alla città. L'aria le giova. Insomma, è come se fossi sola. Mi è grato sapere che qualcuno si interessa a me, ma io non ho alcuna colpa sulla coscienza e sarebbe strano che mi preoccupassi. Vedrà che si

convinceranno che si è suicidato. — Non credo. Ci sono troppe prove a suo carico.

— Sfumeranno.

— Le assicuro, signorina, che la sua posizione è grave. Forse

domani, vede, domani stesso può capitare qualche cosa…

Mi vogliono arrestare?

Non ho detto questo, ma certo

che…

Mi vogliono arrestare! Ma io

non posso, capisce, non posso non lavorare anche per poco tempo! La dattilografa, per la prima volta da che Gioli era entrato, manifestò la sua angoscia.

— Vede, lì, quelle carte? Lavoro anche la sera sino a tardi. Ho bisogno di guadagnare per… per mandare denaro a mia madre! Gioli sentì ch'ella stava per piangere, allora in grande fretta si alzò, si congedò con poche parole, e si precipitò per le scale. Tre ore dopo, quando rientrò nell'autorimessa, la sua macchina era incredibilmente impolverata. Non erano ancora le nove del mattino, allorché il Dottor Gioli si faceva annunziare al Commissario Valori. — Signor Commissario, le idee migliori mi vengono quando sto per

addormentarmi. Ebbene, ieri sera…

— Sentiamo un po' che cosa ha mai pensato!

— Una cosa sensazionale,

davvero. La signorina Luisa è

innocente.

— Ma guarda un po'! E

l'avvocato Oliva si è suicidato e… l'assicurazione non deve pagare il milione! Non è così? C'è altro? — Mi permetta di spiegarle.

Voglio evitare un terribile errore giudiziario.

— Credo poco agli errori

giudiziari.

— Questo è il caso. Dunque, mi

ascolti. Mi dia intanto la lettera

minatoria; ecco. Guardi, signor Commissario, guardi contro luce come le lettere sono state battute così forte che hanno tanti piccoli buchi nella carta. Confronti con le altre pratiche dell'ufficio e vedrà la differenza. Queste poche parole non sono state battute dalla dattilografa, ma da un inesperto di macchine da scrivere. Non c'è neppure la maiuscola. — Interessante; ma… è tutto qui? — No. Ha pensato lei come mai sulla rivoltella non ci fossero impronte e sulla cassaforte sì? Se la signorina ha sparato con i guanti,

vuole che fosse tanto ingenua da toglierseli poi per aprire la cassaforte? E poi, perché? — Questa è una induzione acuta, ma che non prova nulla. Alle volte il delinquente è all'improvviso preso dal panico e commette gli errori che gli sono fatali. Se nessun assassino sbagliasse, noi avremmo ben poche probabilità di arrestarne il 99%, come invece accade. E poi, allora, suicidio? E come? Senza lasciare impronte sull'arma se il suicida era senza guanti? — Ecco, ho una mia teoria che sono certo è la verità. Insomma, non mi andava giù che tre giorni

dopo un'assicurazione tanto forte l'avvocato fosse assassinato. Troppa fortuna per quei suoi due figlioli, dal momento che, probabilmente, una somma simile egli non l'avrebbe mai più risparmiata per loro. Poi ci troviamo di fronte ad un ipocondriaco, a un uomo che dalla vita non trae nessun interesse, nessun piacere, un solitario, non più giovane, senza amore da tanti anni… Ma è un uomo di straordinaria accortezza: l'esercizio della sua professione di penalista lo ha più volte dimostrato. Egli pensa di uccidersi lasciando i figli in buona situazione economica. Si

assicura per un milione; ma sa che l'Istituto non pagherà se risulterà suicidio. Allora architetta un piano diabolico e mirabile di astuzia e di perfidia nello stesso tempo. Come uccidersi non facendo credere ad un suicidio? L'accidente? No. Un'automobile non ammazza sempre, dal fiume si può essere salvati. E poi si corre sempre il rischio che risulti la volontarietà. Occorre una via più sicura; occorre, in poche parole, creare la figura di un assassino, allora potrà essere sicuro del fatto suo, e con gli elementi che ha tutti i giorni sottomano costruisce l'edificio di un

delitto. — Innanzi tutto si scrive una lettera minatoria vaga, applicabile in seguito a qualsiasi via le indagini prendessero, e la mette nel suo portafogli. Poi sceglie il giorno nel quale ritira le quindicimila lire, per creare il movente e dice alla signorina di tornare alla sera. Nulla d'anormale: accade spesso. Per costruire la seconda prova, fa aprire alla signorina la cassaforte e si fa consegnare proprio la busta contenente il denaro; si troveranno poi le impronte digitali. Prima delle 10, in modo che la portinaia la veda uscire, manda via la signorina.

Allora egli brucia il denaro e butta le ceneri nel gabinetto. Le quindicimila lire sono sparite. Scrive a macchina la sua dichiarazione di suicidio perché la cosa appaia molto sospetta e si possa dare contro l'imputata la spiegazione che lei infatti ha dato. Infine, si prepara a spararsi nella schiena perché immediatamente sorga il dubbio del delitto e la Polizia non abbia la possibilità di non scoprire le tracce false che egli le ha lasciate. — Ma qui sorge la più importante difficoltà, quella nella quale egli ha dimostrato una vera

genialità. Come non lasciare le impronte digitali sull'arma? Siamo in estate, egli non usa guanti neppure d'inverno; altrimenti si sarebbe potuto vestire con il cappotto, il cappello, i guanti, come se fosse stato sorpreso mentre usciva. Come fare? Egli allora ha una grande idea: la dichiarazione! Si servirà della stessa dichiarazione per tenere la rivoltella senza che la sua mano la tocchi. Dopo il colpo, l'arma e la carta cadranno accanto a lui; e questa si troverà, infatti, tutta spiegazzata, ma nessuno potrà capire perché. La ferita a bruciapelo nella schiena indicherà nel

colpevole una persona a lui famigliare che egli sapeva benissimo che si trovava nella stanza (infatti, uno sconosciuto non avrebbe potuto arrivargli alle spalle senza ch'egli si rivoltasse e ricevesse la palla nel petto): le due lettere, le impronte, l'orario della signorina e le quindicimila lire scomparse faranno il resto. Che ne dice? Gioli aveva parlato tutto in un fiato come se si levasse un gran peso dal cuore. Il Commissario rimase a lungo silenzioso, poi disse:

— È perfetto, nulla indica che

tutto questo non sia l'assoluta

verità. Anzi, incomincio a credere che lo sia, ma ci vorrebbe qualche cosa che facesse pendere definitivamente la bilancia da questa parte.

— Come, non basta quanto le ho detto?

— Sì, è vero, lei mi ha data una

logicissima interpretazione dei fatti; ma io vorrei un fatto che mi dicesse la stessa cosa senza che ci fosse bisogno di interpretarlo. Ha capito? Vorrei una prova, diremo così, bruta, grezza. — Ebbene, c'è anche quella. Vogliamo andare sul posto, allo

studio dell'avvocato? Le farò vedere. Dieci minuti dopo erano sul pianerottolo dinanzi all'ufficio. Il piantone li salutò e il Commissario si accinse ad aprire la porta con le chiavi che aveva tolte dalla tasca di Oliva; ma Gioli lo fermò con un gesto. — No, — disse — occorre non

toccare nulla. Non è stato aperto dal momento della scoperta, vero?

— No, no.

— Allora prendiamo per l'ultima

volta la via del balcone. La stanza era perfettamente come ventiquattro ore prima. Soltanto il cadavere era coperto da

un panno. — Allora, signor Commissario, — prese a dire Gioli dopo essersi guardato intorno — se io le indicassi un elemento che le dimostrasse come dopo il colpo di rivoltella nessuno può essere uscito da quell'unica porta, lei sarebbe convinto? — Certamente, poiché noi stessi abbiamo forzato la finestra, che era intatta e chiusa. — Sarebbe la certezza che nessuno ha potuto uccidere, no? — Infatti, poiché nessuno sarebbe potuto uscire da alcuna parte.

— Ebbene, osservi questo — riprese il Dottor Gioli e si avvicinò allo stipite della porta. Il Commissario lo seguì e vide che la pallottola prima di configgersi nella porta aveva scheggiato lo stipite. La lunga scheggia di legno era alzata, sbarrando la porta sopra la maniglia. — Lei può notare, Commissario, che la porta ad unico battente si apre verso l'interno e che la scheggia è unita allo stipite per un sottile filo di legno. Ora, basterebbe aprire, per spazzarla del tutto e farla cadere.

— Perfetto! Mi faccia provare. Il Commissario non aveva aperto di oltre un centimetro la porta, che la scheggia, infatti, saltò via. Ecco l'unica cosa che quel diavolo d'uomo, sia pace all'anima sua, non poteva prevedere: una scheggia di legno! — Io la ringrazio con grande sincerità, caro Dottore, di avermi evitato un così triste errore. Lei ha compiuto un'impresa veramente bella. È vero che ci guadagna un milione — riprese dopo una pausa — ma questo non c'entra. Non io, Commissario, l'Istituto.

Circa un anno dopo, il Dottor Gioli ritornando da un lungo viaggio in automobile, s'accorse a

pochi chilometri dalla città che al radiatore mancava l'acqua. Si spinse lentamente sino al paese più vicino e si arrestò alla prima casa. Conosceva quella casa: era destino che ci ritornasse. La giovane donna che gli venne incontro con un fazzolettone scuro su la testa, lo fissò interdetta.

— Lei!

— Buongiorno, signora.

— Cosa vuole, qui?

— Mamma chi è — strillò dall'interno una voce infantile. E

subito saltò fuori un bel bimbo di otto o nove anni.

— Cosa vuole qui? — ella ripetè con durezza. — Nulla: un po' d'acqua.

— Vado io, vado io! — E il

piccolo scomparve nella casa.

— Perché mi guarda così male,

signora? Dopo tutto sono un amico.

— Per me è un uomo che ha

guadagnato un milione. Ho capito

dopo il perché di tutto quell'interessamento! Meno male

che non ho mai creduto alla bontà degli uomini!

— Anche lei! — disse piano Gioli

con profonda malinconia. — Non

era mica mio! Che cosa sarebbe stato del bimbo se lei fosse stata condannata? — Mi pare che si sia dimostrata la mia innocenza! — Già, ma chi l'ha dimostrata? — scattò il Dottore con una violenza contenuta. — Io! Io, che sapevo che lei aveva ucciso, che aveva preso le 15.000 lire, che aveva avuto un bimbo con lui! Io che sapevo la verità. Luisa divenne pallidissima e si appoggiò allo sportello dell'automobile. — Come ha potuto… — mormorò.

— Intanto, tutte le gravissime prove a suo carico… Ma una delle solite cose da nulla mi ha confermato che lei era colpevole. Nel secondo interrogatorio che lei subì, io ero presente, lei era tranquillissima. Soltanto, a un tratto, sotto la furia del Commissario le cadde la borsetta; io la raccolsi, ricorda? non, non può ricordare. Io, la sua borsetta, così per caso, l'avevo osservata prima:

cuoio giallo, liscio, nuovo. Ebbene, lei così tranquilla in apparenza l'aveva quasi forata con le unghie! E questo durante l'interrogatorio, poiché prima i segni non c'erano.

Voleva dire che la sua impassibilità

era una finzione. E perché fingere

con tanta abilità quando si è

innocenti? Non che questa fosse una prova, ma mi diede la certezza

che lei aveva ucciso.

— Venni a casa sua e vi scopersi due cose: la prima che lei era veramente una brava ragazza,

lavoratrice, ordinata e che dunque

ci doveva essere un movente

formidabile, passionale, perché lei giungesse ad uccidere. La seconda mia scoperta fu l'orsacchiotto nell'angolo e la barchetta disegnata sulla porta: in quella casa era vissuto un bambino. Lei era sola:

perché non poteva essere suo figlio? Nella scatola di lacca rossa trovai delle ricevute di vaglia: ogni mese lei spediva 400 lire qui a sua madre. Perché non tenerla presso di sé? Uniti, si sa, si spende meno. L'aria di questo paese è la stessa di quella della città. Allora? Allora lei non voleva che si sapesse che aveva un bambino. Ogni tanto lo andava a prendere e lo teneva con sé qualche giorno. In ogni modo ho l'indirizzo delle ricevute dei vaglia: vengo qui e controllo in quello stesso pomeriggio, ma come tutto ciò poteva essere connesso con l'assassinio di Oliva? Una ipotesi: e

se fosse il padre? Il bimbo non gli è dissimile; si può anzi dire che gli somiglia… Poi a un tratto è la rivelazione; la letterina minatoria! Cosi semplice, così puerile, senza maiuscole, con tutti quei fregi sopra e sotto… un gioco, il gioco di un bimbo! Il piccolo nelle sue permanenze in città a furia di interessarsi alla macchina da scrivere ha imparato un poco ad usarla. Una sera che lei sa l'avvocato solo, a lavorare ci conduce anche il piccolo. Forse la sua grazia, la sua innocenza potranno commuoverlo. — Voi due avete una lunga lite.

Lei chiede denaro e lui rifiuta. Intanto il bimbo non sa che fare, la discussione non lo interessa. Curiosa qua e là finisce alla macchina da scrivere. Sente sempre che si parla di denaro e che la mamma lo chiede a quel signore per tutti e due. Allora, in mezzo a molti disegnini, scrive «dacci i soldi se no…». Ingenua e commovente minaccia! Quando Oliva se ne va seccato sbattendo la porta, è lei stessa che per cercare di intenerirgli il cuore gli mette sullo scrittoio la letterina del figlio. Domattina egli sarà il primo ad entrare in ufficio e la vedrà: chi sa! Ma egli è un avido,

un avaro. Sei o sette anni prima lei era diventata la sua amante. Lui è vedovo: le aveva promesso di sposarla, ma quando nasce il bimbo egli non ne vuol più sapere. Ha già due figli e non vuole unire queste due famiglie. A poco a poco non dà più denaro, sinché le offre di entrare da lui come dattilografa, stipendio magro; la fame, o quasi. Ma lei è coraggiosa e lavora e lotta. Passano sei anni così, e intanto, giorno per giorno, è un grande terribile odio quello che nasce in lei per quell'uomo. Gli altri due ragazzi vivono agiati e il suo no. Gli altri un giorno avranno tutto e il suo nulla.

Lentamente un'idea si insinua nel suo spirito e batte, batte, con la continuità esasperante della goccia sulla pietra e scava un solco inguaribile nel suo cervello. Solo il pensiero del bambino la trattiene. Lei accarezza inutilmente la piccola rivoltella che si è comprata. Forse egli intuisce qualche cosa e si compiace della sua impotenza. Non sarà che un impulso irresistibile di passionalità quello che la potrà squilibrare dal suo amore materno. Egli stesso si diverte a dirle che si è assicurato in favore dei suoi due figli per un milione. Il suo bimbo, invece è malato. L'ho infatti saputo

venendo qui. Lei non regge più. Ci sono le 15.000 lire che lui stesso le ha fatto riporre poco fa. Prima di andarsene, vestita con il cappello, i guanti e la borsetta, dinnanzi a lui lei apre la cassaforte e, per la prima volta da che lo conosce, usa la violenza. Afferra la busta decisa a prenderne un po' di denaro. Ma egli non cede, gliela strappa di mano e si avvia alla cassaforte per rimetterla a posto. Lei non ci vede più, gli si avvicina, trae la rivoltella e spara. Luisa era lentamente scivolata contro il parafango e sembrava non udire. Il piccino era venuto con un secchio d'acqua e piano piano se ne

era andato: nulla di divertente per il suo grande egoismo di bimbo! — Lo stesso colpo dell'arma le ricorda suo figlio. Se la scoprono le sarà tolto. Le viene un'idea. Un'idea puerile da povera donna travolta e impaurita: improvvisamente ricorda di un foglio bianco firmato che l'avvocato magari uscendo di furia per andare in Tribunale le aveva lasciato durante la giornata perché lei spedisse una lettera urgente. Sbadatamente era stato buttato o qualche cosa di simile, insomma, era certamente accaduto. Lei lo prende, lo spiega alla meglio nel rullo della macchina e scrive quelle

tre righe che avrebbero dovuto simulare il suicidio. Trucco ingenuo, insufficiente, ridicolo, che pure offre il fianco insieme con tutto il resto ad una interpretazione assolutamente diversa dalla verità. Io mi ci attacco: costruisco una ipotesi di logica ferrea. Lei ha dalla sua la recentissima forte assicurazione e il suo contegno che deriva da una sensazione di giustizia appagata che le dà finalmente, dopo anni, una specie di serenità. — Ma — balbettò Luisa — mi è stata raccontata dal Commissario la storia della scheggia. Come può

essere se sono uscita da quella portai. — Già. Occorreva un fatto, una prova «bruta» come diceva. Allora… — Allora? — Io ricordavo lo stipite scheggiato per averlo visto il giorno prima, ma la scheggia era bassa tanto che la porta si apriva benissimo senza neppure toccarla. E, poiché non c'era altro mezzo, un istante prima di indicarla al Commissario che era dietro di me facendomi schermo con la persona… la sollevai con l'unghia. La donna era quasi scivolata in ginocchio e gli bagnava di lagrime la

mano appoggiata al parafango. — Su, su. E tutta una storia di unghie: le sue l'hanno tradita e le mie l'hanno salvata! Mi baci il piccolo… Dieci minuti dopo l'automobile rombava verso la città.

Edoardo Anton - Indagine a matita

Il giovane pittore Ermanno Curti si alzò furibondo, quel mattino: ma come! Non bastava essersi rifugiato in una casetta solitaria della Carinzia nel mezzo di una fittissima

abetaia, avendo dinnanzi a sé soltanto un casello ferroviario, a cinque chilometri dalla stazione più vicina! Tutto ciò non bastava per rimanersene tranquillo! Egli aveva scelto per il suo riposo estivo questo ridente angolo d'Austria, perché non conoscendo una parola di tedesco non rischiava di essere disturbato. — Voglio condurre per quindici giorni una vita animale — si era detto. E per mezzo di un amico di Spittai aveva preso in affitto la minuscola casetta di legno a un piano, che, separata dal casello n. 5 dai binari, ne sembrava la

portineria. Curti aveva già trascorso otto giorni deliziosi. Il casello era solitario; pochi treni durante il giorno ed uno a mezzanotte passavano velocissimi. Il silenzio era perfetto; i dintorni pittoreschi. Al mattino presto egli se ne andava per i boschi, leggero e felice come uno scolaro in vacanza, a saccheggiare i favi di miele selvatico, a curiosare nei cespugli in cerca di mirtilli, a meravigliarsi della dimestichezza degli uccelli con l'uomo, dato il divieto permanente di caccia che vige in Carinzia. Alle volte si spingeva lungo la

ferrovia sino alla Drava, sulla quale, accanto al vecchio ponte di pietra, stavano costruendone uno nuovo in cemento armato; osservava il faticoso lavoro degli operai per compiacersi maggiormente del suo ozio. Per non avere la tentazione di lavorare, non portava con sé la cassetta dei colori; si contentava di rapidi schizzi su di un notes tascabile. Al ritorno da queste sue passeggiate trovava la casetta in ordine e la colazione pronta per opera di Finy, la serva di Any e di Peter, i coniugi titolari del casello. Erano questi i tre abitanti nel

numero 5; e Curti, che si esprimeva con loro a gesti, aveva imparato a conoscerli seguendone la placida vita dalla finestra. Any, bruna, sorridente, grassoccia, pacata come sanno essere soltanto le donne che superano gli ottanta chili, dimostrava una trentina di anni. Finy, rossastra, magrissima, con il volto macchiato d'efelidi e gli occhi grandi, senza ciglia, aveva invece un carattere chiuso, nervoso, taciturno. Ella poteva avere sia venticinque come quaranta anni. Peter era il tipo del contadino locale: gran testa rotonda, rasata tutta intorno in

modo da salvare un solo ciuffetto centrale di capelli duri color stoppa. Le loro fisionomie si alternavano infinite volte sul notes di Curti, che, dalla finestra, li coglieva per studio nei vari atteggiamenti delle loro giornaliere faccende. Any ancora scarmigliata che spalanca la finestra al sole del mattino; Any che tira l'acqua dal pozzo; Any che porta da mangiare al pittore. Peter con il berretto e la bandiera per i segnali; Peter pronto per la ronda notturna con la lanterna che gli accende

stranamente il volto; Peter con la sua spettacolosa pipa che rannuvola il tramonto. Ma il volto di Finy era quello che più spesso figurava nelle pagine del notes. Mentre, curva, sbuccia le patate; mentre fissa le rotaie con quel suo caratteristico sguardo lontano; mentre porta da mangiare al porco… Sempre il suo viso ha un'espressione chiusa, dolorosa e lontana, distaccata dall'ambiente, dal tempo, dal sesso, quasi che esprimesse non la vita di una donna, ma l'ombra di una casa. Una donna? Non porta anelli

alle dita: deve essere zitella. Forse è questo il suo dramma, chi sa! Deve amare molto i fiori, però: alcuni schizzi che l'hanno fermata mentre innaffia la cassetta dei garofani sul davanzale della sua finestra, sono gli unici a rivelare una dolcezza femminile che agli altri manca. Sino all'ottavo giorno della sua vacanza, questa era stata la vita di Curti. Ma durante la notte seguente, poco dopo il passaggio del treno, erano nati degli inconvenienti: era passato un secondo treno, e grida, voci e viavai affrettati si erano seguiti fino al mattino. Il pittore troppo pigro per

andare a informarsi (e poi, chi avrebbe capito il suo italiano?) si era cacciato con la testa sotto il lenzuolo, tentando inutilmente di addormentarsi. Alle sei, perciò, si era alzato

furibondo e aveva aperta la finestra. Gli agenti e ufficiali in uniforme parlavano forte dinanzi al casello. Quando egli aprì la finestra, alcuni

di loro si volsero a guardare e lo

indicarono agli altri, poi domandarono qualche cosa alle due

donne che stavano in piedi accanto

a Peter. Questi era seduto sulla

soglia con il capo tra le mani:

piangeva.

Altri gesti del gruppo all'indirizzo del pittore, infine un ufficiale gli gridò qualche cosa. Egli non capì e non si mosse; allora l'ufficiale gli fece un cenno di addio con la mano. Curti aveva già imparato che in Austria per salutare qualcuno gli si fa cenno di avvicinarsi e per farlo avvicinare gli si fa un cenno di addio. Paese che vai… In ogni modo, egli scese con aria diffidente: che volevano da lui, dopo non averlo lasciato dormire? La conversazione non fu brillante. Un ufficiale, evidentemente, gli

chiese qualche cosa ed egli alzò più volte le spalle; fu tutto. Allora un

agente corse lungo la strada ferrata

e un altro gli toccò con l'indice la

tasca del portafogli. Il giovane esibì

il passaporto che fu esaminato con

cura. Poi lo riprese e fece per andarsene; qualcuno lo trattenne per un braccio. Poco dopo giunse con l'agente che si era allontanato un altro ufficiale che lo interpellò in italiano quasi perfetto. Chi era il turista straniero? Che faceva da quelle parti? Come aveva passata la notte? Male, male! Egli l'aveva passata

male, e non capiva perché gli si chiedessero… Ma come? Il turista non sapeva

che durante la notte c'era stato un

attentato? Non sapeva che il 57 S., il treno speciale che era passato alle 11,15 proveniente dal vicino lago di Millstadt con settecentoventinove bambini di ritorno dalla colonia estiva, per un vero miracolo non era precipitato nella Drava? Lo scambio

provvisorio, che serviva a condurre i vagoni di materiale su di un tronco

di binario presso il ponte in

costruzione, era stato deviato in modo che il treno, superato il

binario morto, avrebbe dovuto precipitare nel fiume. Per un incredibile caso fortunato il guardiano dei lavori aveva osservato lo scambio pochi minuti prima del passaggio del treno e l'aveva potuto fermare con la sua lanterna. Il casellante alle dieci e mezza aveva compiuto la ronda e tutto era in ordine. Chi fra le dieci e mezza e le undici aveva preparato un così infame delitto? Dove era a quell'ora il turista straniero? A letto? Non era troppo chiara la sua

posizione. Per il momento il casellante che aveva la responsabilità della linea sarebbe stato arrestato; poi si sarebbe visto… Il turista straniero intanto era pregato di non allontanarsi dalla sua abitazione. L'ufficiale finì il suo discorso facendo a Ermanno cenno di avvicinarsi; allora egli capì che se ne doveva andare. Sino alle undici egli resistette al sonno per rimanere alla finestra in atteggiamento di sfida e far notare il fatto che era illegalmente quasi un prigioniero, poi il sonno lo vinse e

sino alle tre del pomeriggio sognò che protestava presso il Console a Graz, e che questi lo liberava su di un treno speciale con tre locomotive, dinanzi agli occhi degli ufficiali sull'attenti. Fu destato da Finy che gli portava in silenzio la colazione. Fuori la scena era mutata di poco: Peter non c'era più, gli agenti piantonavano la linea, un ufficiale fumava una sigaretta seduto sull'orlo del pozzo. Any piangeva pianamente sulla soglia, con il berretto del marito sulla testa e la bandiera verde in mano per la segnalazione al treno che stava per

passare. Ermanno trasse la matita e il notes; non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di cogliere il contrasto tra il dolore di quel volto di donna e la comicità di quel berretto da uomo. Poi si occupò dell'ufficiale sul pozzo; poi cercò Finy, ma non la trovò; l'udì cantare una nenia dolce e malinconica nella sua camera. Più tardi giunse l'ufficiale che parlava italiano e che, a una domanda di Curti, rispose che nulla era stato scoperto. È uno strano attentato — pensava il pittore. — Un treno

carico di bambini… o è un gesto terroristico o un gesto folle. Ma chi poteva avere un interesse politico tale in un paese così tranquillo, da ricorrere a simili mezzi? Al tramonto le posizioni erano immutate: due treni erano passati indifferenti e velocissimi. I finestrini erano sfilati dinanzi alla finestra di Curti come i quadretti di una negativa cinematografica. Una pellicola pazzesca nella quale il viso di una grassa signora bionda si arricchiva improvvisamente del lungo sigaro di un signore affacciato al finestrino

accanto, poi tutto si trasformava in una testa di bimbo, questa nel chepì di un gendarme, e poi nel muso di un cane lupo con la lingua penzoloni, e poi ancora, ancora infiniti volti diversi incalzantisi, sovrapponentisi in una ridda frenetica da incubo, incendiata dal tramonto… poi tutto era finito: il treno trascinava lontano la sua coda di fragore. Il notes si arricchiva di impressioni. Adesso era Finy che inconsapevolmente posava mentre innaffiava la cassetta dei suoi garofani.

Quando ebbe finito lo schizzo, Ermanno si accorse di aver disegnato male la parte inferiore e cancellò con la gomma la cassetta dei fiori e il davanzale. D'un tratto s'arrestò stupito: che cosa era successo? Perché egli era stupito suo malgrado del disegno così mutilato? Perbacco, ma questo è un altro viso! Eppure Finy curva sui fiori, in quel momento era proprio così. Ma, avendo cancellato tutto sotto quel volto, egli ne vide l'espressione intensa illuminata. E capì che invece di una cassetta di fiori avrebbe potuto disegnarci sotto il

rogo di Giovanna d'Arco o una deposizione di Cristo. Ella era tutta trasfigurata; non aveva più nulla della solita Fany scialba, assente, impietrita. Era come una donna che dissolvesse la sua dolorosa solitudine nella preghiera e aspettasse la nascita del miracolo. Si dice che i pittori saccheggino l'anima di chi ritraggono. Certo si è che Ermanno ebbe la chiara sensazione di aver carpito un segreto, penetrato un mistero. Era mai possibile innaffiare dei fiori con un simile volto? Perché quegli occhi febbrili, quelle due pieghe agli angoli della

bocca, quell'atteggiamento rituale nel mettere accanto alla cassetta un panno celeste? Egli si mise a sfogliare febbrilmente il notes; ecco Finy in venti, trenta atteggiamenti comuni, scialba, insignificante come una fotografia scolorita dal sole; ed eccola, invece, animata da una strana fiamma interna quando si occupa dei suoi fiori. Sì, mai come questa volta, ma è in ognuna di quelle espressioni il principio della trasfigurazione ch'egli ha colto. Amore ai fiori? Forse. Ma si possono amare i fiori con quell'espressione come di lotta, tra

la tenerezza, l'odio e il rapimento, che le si fondono sul viso? No, c'è qualche cosa di più. Ermanno, quasi prigioniero, almanacca per passare il tempo e lancia la sua fantasia frustata dalla curiosità. Perché? Perché? Nulla gli viene in aiuto: non possiede alcuna informazione, non ha mai capito una parola di quella gente. Ha soltanto la sua matita, i suoi occhi esercitati ai particolari e la sua anima di artista. Forse, chi sa, la spiegazione può scaturire dalla conoscenza più intima delle cose e della casa.

È

esce,

attraversa i binari, saluta meglio che può, sfoggiando il classico

saluto locale ai due agenti che passeggiano, perché ha paura che lo ricaccino dentro:

sera,

ormai.

Egli

— Cristcot!

— Cristcot!

Hanno visto che entra nel casello: lo lasciano fare. Le due donne preparano il pranzo in cucina. Egli piano piano per non far rumore, s'arrampica sulla scaletta di legno. Due porte: ecco, quella a sinistra.

La cameretta è bianca, nuda: un letto, un cassettone, due sedie, un catino di ferro smaltato. Tutto è senza colore, con un'espressione ostile, geometrica, monacale… Monacale… Monacale? Ma se non c'è un Cristo né un'immagine sacra! Ed è strano in un paese come la Carinzia. Accanto alla finestra un piccolo innaffiatoio di latta rossa. Sul davanzale… Ma, oh, che è questo! Il panno azzurro ch'egli da lontano ha creduto appoggiato accanto ai fiori, è… una vesticciuola di lana da bimbo! E fascia accuratamente una parte della

cassetta, legata in alto con i suoi laccioli come se… Ermanno sente divampare in sé un'idea folle.

— Oh, Dio! Non può essere.

Come faccio a mettermi in mente

certe cose? — egli mormora come perduto.

E intanto, con gesto quasi

automatico, slaccia la vesticciuola, delicatamente… ma perché delicatamente, Dio santo? Lasciarsi suggestionare da un vestitino di lana che avvolge una cassetta di fiori, solo perché ha l'aria di difendere dal freddo… un vero bambino! E invece non custodisce

nulla! Non deve custodire nulla che non sia l'idea originale di una zitella isterica e maniaca. Ma, intanto, con la matita ha cominciato a sondare la terra grassa. A un tratto qualche cosa oppone resistenza: egli fa leva. Una zolla si rovescia: ai suoi occhi appare il piccolo teschio di un bimbo. Egli rimase immobile alcuni minuti con la matita in aria, sospesa come la bacchetta di un direttore che stia per dar via a un'orchestra. Invece, prima ch'egli si volga l'assale alle spalle un grido. Un attimo dopo Finy si precipitò

sulla cassetta, se la prese in braccio e tentò di fuggire. Ma le forze le mancarono, e, sempre tenendosi stretto il suo fardello, cadde in ginocchio dinanzi al pittore piangendo silenziosamente. Egli era sempre immobile e la guardava come se si aspettasse un gesto che risolvesse l'incubo. Ella cominciò a parlare da prima lentamente, poi con ritmo più veloce, incalzante, quasi che si fossero spezzati degli invisibili argini spirituali. Era tutta la sua vita che fluiva in un racconto di cui l'altro non capiva una parola, ma coglieva il senso essenziale.

Adesso aveva deposta la cassetta dinanzi a sé; sul viso levato, man mano che parlava, si diffondeva una espressione luminosa. Un timido sorriso apparve sulle sue labbra, le gote si accesero lievemente, qualche cosa di femminile rabbrividì nella persona. Per la prima volta Ermanno riuscì a vedere in lei una donna: una donna che poteva anche essere piaciuta a qualcuno. Soltanto un ricordo d'amore poteva trasformarla così. Poi, improvvisamente, la fisionomia si sbiadì, si umiliò come sotto un insulto, ed egli ebbe dinanzi una povera ragazza spaurita

che si tirava furtivamente i lembi dello scialletto sul ventre. Ella parlava, parlava sempre, in un'eccitazione febbrile che pareva dovesse stroncarla da un momento all'altro. Lentamente il volto s'illuminò di soavità; ella si chinò maternamente sulla cassetta come su di una culla e se la riprese dolcemente in braccio. Le sue mani esprimevano una tenerezza infinita: il busto ondulava come per una ninnananna. Una pausa. All'improvviso, un urlo di dolore. Un urlo inconfondibile che lacerò qualche cosa nel cuore

dell'uomo e che lo travolse. Per un istante gli parve di vedere un bimbo morto tra le braccia tese della madre che impietrita s'era levata in piedi. Poi la voce s'incupì, divenne sorda, bassa; gli occhi della donna s'infossarono; nel fondo dello sguardo balenò una scintilla di demenza; le braccia strinsero tenacemente, ostinatamente la cassetta sul petto. I garofani accesi sorreggevano il volto di cera. Ormai le parole suonavano lente, fredde, taglienti. Nelle pupille passavano lampi folli di odio; il

corpo rabbrividiva tutto. Il pittore sentì che con il suo bimbo morto in braccio ella avrebbe potuto uccidere tranquillamente tutti i bimbi della terra e arretrò dinanzi all'immagine paurosa. A un tratto ella tacque e levò la mano a minacciare. Una risata stridula accese nella stanza una fiamma di delitto e di follia. Poi ella fuggì tenendosi al petto la piccola bara fiorita. Ermanno, pallidissimo, si lasciò cadere su di una sedia. Poco dopo, fuori nella notte, si levarono grida e s'udirono passi di corsa e imprecazioni.

La mattina appresso, a mezzogiorno, Ermanno ricevette la visita dell'ufficiale. Il signor turista aveva dormito bene? No? All'ufficiale dispiaceva molto. Del resto una buona notizia: la sera prima era stato arrestato il colpevole, anzi, la colpevole: la serva del casello, Finy, mentre tentava di fuggire. Aveva confessato. Ella era pazza da tempo senza che alcuno se ne fosse mai accorto. C'entrava un figlio clandestino che le era morto; da allora aveva concepito un odio demente per tutti gli altri bambini…

ma era una storia lunga e per nulla interessante… L'ufficiale preferiva augurare al signor turista buon appetito e andarsene egli stesso a colazione.

Luigi Antonelli - Come recitai in un dramma giallo

La stagione teatrale parigina era chiusa ormai da un mese, quando un giovane autore del quale non ricordavo neppure il nome e che

spesso incontravo nel camerino di un'attrice nelle sere di prima e mi propinava le sue opinioni quasi sempre velenose, venne a trovarmi a casa con il copione di una commedia sotto al braccio. Egli era senza dubbio un tipo strano: benché non avesse trent'anni vestiva e gestiva come un vecchio. Il volto dai lineamenti mollicci e la fronte altissima, convessa, limitata con incertezza da radi capelli biondi, davano la sensazione di una vita indipendente dal calendario. Pensavo a lui come a un ragazzo troppo vecchio e saggio o a un decrepito centenario

rimbecillito. Era un tipo strano. Tuttavia fui meravigliato che fosse venuto a casa mia, dati i nostri rapporti più che superficiali. — Caro amico — cominciò egli pacatamente — non crediate che sia qui per farmi raccomandare questa mia commedia presso qualche capocomico, ammesso che ne abbiate la possibilità. È già collocata e si darà nel prossimo ottobre. Sono venuto da voi soltanto perché so che vi interessate di problemi polizieschi, e questa è una commedia poliziesca: voglio vedere se indovinate chi è l'assassino. — Ma… — arrischiai io

timidamente.

— vostro giudizio e promettermi di

venire alle prove. Capite, è il mio primo lavoro serio e ci terrei…

il

Ebbene,

dovrete

darmi

— Chi lo rappresenterà?

— Térèse Bonmiret.

— Ah! — ricordai l'attrice nel cui

camerino l'avevo conosciuto. — E l'uomo?

— Richard Champotier.

— Ottimo attore. È l'amico della signorina Teresa, no?

— Sì, o almeno così si dice.

Promisi di leggere e andare alle prove e il nostro colloquio ebbe fine.

Ma delle mie due promesse non mantenni che la prima, perché, letto il lavoro, lo trovai di così scarso interesse che non ebbi il coraggio di parlarne a lungo con l'autore. Rimandai il copione, verso la fine di settembre, con un biglietto di scusa e un generoso giudizio. Giudicavo l'esito del lavoro molto dubbio, trovavo l'intreccio troppo chiaro: al secondo atto il protagonista uccideva in scena sua moglie con un colpo di rivoltella, cosicché tutto il pubblico era edotto del fatto che, nella finzione, Richard Champotier era l'assassino di Térèse Bonmiret. Il terzo atto perdeva così ogni

imprevisto. Fu verso la metà di ottobre che vidi i manifesti annunziami «un dramma», tre atti di Louis Térénis; ricordai il nome del mio uomo. Alla sera della rappresentazione, teatro gremito. È incredibile il numero di persone che si interessa a questo genere di spettacoli. A occhio e croce valutai un incasso di dodicimila franchi, non c'era male per il giovane autore. La fine del primo atto, che era il migliore, fu accolta dal pubblico assai freddamente ed io previdi la caduta della commedia con zittii al secondo e fischi al terzo.

Ma le cose dovevano andare assai diversamente. Si era ormai giunti quasi alla fine dell'atto centrale, alla scena drammatica dell'uccisione. Dopo le poche parole che si usano comunemente prima di sparare contro la propria moglie, Richard Champotier alzò una lucida pistola e sparò contro Térèse Bonmiret, la quale, com'è costume delle assassinate, cadde di peso e giacque immota. Il selvaggio marito, allora, la contemplò con orrore, scoppiò in una risata demente e fuggì ululando fra le quinte. E su questi fatti truculenti calò il sipario.

Il timido applauso che, vinti i dissensi, portò gli interpreti a ringraziare, scoprì, con il riaprirsi della tela, una scena ben strana. Champotier ringraziando sorrideva per farsi perdonare le sue nefandezze, e non si accorgeva che a pochi metri la prima attrice era ancora immobile sul tappeto. Subito dopo il palcoscenico fu invaso dai macchinisti e dai pompieri in un disordine indescrivibile. Il corpo della donna fu sollevato. E non si vide più nulla perché il sipario ricadde violentemente. Il pubblico rimase perplesso: si

era veramente prodotto un incidente o la cosa faceva parte dello spettacolo, come la degenerazione del teatro ha reso di moda in questi ultimi anni? Nessuno osava preoccuparsi seriamente per non fare poi, dopo dieci minuti, la figura dello sciocco. E allora, come avviene nei momenti d'incertezza e di nervosismo, il pubblico rise discretamente. Ma io avevo letto la commedia e sapevo bene che tutto questo non c'entrava affatto. Perciò mi precipitai fuori della sala e salii in palcoscenico. Il camerino dell'attrice era

chiuso: attori truccati a metà, con barba bianca e capelli neri, servi di scena armati d'accetta, pompieri, giovani attrici a buon conto seminude, e l'autore della commedia, si pigiavano dinnanzi alla porta in grande confusione. Subito dopo ne uscì un signore anziano seguito dal signor Hanka, il direttore del Teatro, con il volto disfatto. — Signori… è morta! — balbettò questi. E si accasciò su di una seggiola. Poi mi vide, mi si avvicinò d'un balzo e mi sussurrò in un orecchio:

— Sono rovinato. Dovrò

restituire il prezzo del biglietto. E con le spese che ho avuto… — Coraggio, — risposi senza sapere bene quello che dicessi — forse molti come me non hanno pagato… In quel momento la folla si aprì con un mormorio:

— Il Commissario! Il Commissario di turno! E apparve il mio amico Poitier, il più spiritoso ed acuto Commissario della Sezione investigativa parigina, il più terribile giocatore di scacchi che frequentasse assiduamente la mia casa. Subito gli afferrai una falda della giacchetta ed entrai con

lui nel camerino della povera Teresa. Ella, vegliata da un agente, giaceva sul piccolo divano dinanzi alla toletta. Le sue gambe pendevano oltre uno dei braccioli laterali e alla luce delle forti lampadine elettriche mettevano in mostra le fine calze di seta, come nell'esposizione di una vetrina. La vestaglia, aperta sul petto, scopriva un piccolo foro nerastro sopra la mammella sinistra. Il medico, il signore anziano di prima, rientrato alle nostre spalle disse:

— La palla ha reciso l'aorta ed è

rimasta a fior di pelle sotto la scapola destra. Morte istantanea. — Dov'è l'arma? — chiese Poitier. — Eccola, signor Commissario — rispose l'agente togliendo sulla

toletta una piccola rivoltella uso Smith Wesson.

— Ho già fatto piantonare le

uscite del palcoscenico, -disse Poitier, secco. — Devo procedere ad un interrogatorio. Direttore, la

prego di voler fare evacuare la sala.

— Ma, signore, — gemette il

pover'uomo — dovrò far restituire il denaro. — Non vorrà, credo, far

continuare lo spettacolo!

— Ma… dato che la signorina…

La povera signorina naturalmente non entrava più nel terzo atto…

— Non dica sciocchezze. Qui c'è

qualcuno che deve andare in galera. Del resto i suoi attori si rifiuterebbero. A proposito, dov'è Champotier?

— Nel suo camerino. Ha avuto

una crisi di nervi. — Lo credo. Andiamo su! — Sono rovinato! Sono rovinato! — andava dicendo il disgraziato direttore ed impresario. — E non si potrebbe sostituire?… — No, no, mi dispiace, —

insisteva Poitier — mi metto nei suoi panni: ma ho bisogno di avere

a disposizione per l'interrogatorio tutti coloro che erano in palcoscenico.

alla

frusta dalla disperazione, il direttore ebbe una grande idea,

degna di lui. Mi trasse da parte misteriosamente:

del

Commissario, gli proponga, per carità… Ho un'idea. Dieci minuti dopo, accadeva ciò che soltanto in una città come Parigi e con un commissario di spirito come Poitier poteva

A

questo

punto,

messo

Lei

che

è

amico

accadere. L'impresario, a sipario calato, uscì sul palcoscenico ed arringò la folla che gremiva il teatro:

— Signori e signore, — egli disse con voce commossa, di molto effetto — come già forse loro hanno capito è avvenuto un tragico incidente. Nella rivoltella che il primo attore doveva usare contro la prima attrice, al posto della sola capsula detonante, era chi sa come una vera cartuccia. Teresa Bonmiret è morta -. (Un mormorio d'emozione qua e là). — È qui dietro — continuò l'oratore — il famoso Commissario Poitier: Luigi Poitier,

colui che l'anno scorso ha scoperto i colpevoli nel famoso delitto di Villa Cecilia. Egli sta per procedere all'interrogatorio di tutti coloro che possono avere a che fare con questo omicidio: e perciò io dovrei far sgombrare la sala, restituendo ben inteso il prezzo del biglietto. Ma,

signori, ascoltatemi, ho quasi finito;

ottenuto come

io

particolarissimo favore che questo interrogatorio avvenga a sipario alzato ed alla loro presenza! E mi sono impegnato dal canto mio ad ottenere dalla loro cortesia il più assoluto silenzio. Ci posso contare? — Sì! Sì! — fu gridato da ogni

ho

parte. — Allora, signori, chi intende valersi del suo diritto può andarsene ritirando il suo denaro alla cassa, esibendo il biglietto. Chi invece vuole approfittare di questa rappresentazione che è la più autenticamente poliziesca di quante mai se ne siano fatte, può rimanere. E il direttore si ritirò. Nella sala nessuno si mosse. Il grande Hanka aveva trionfato. Subito si alzò il sipario. Era rimasta la scena al secondo atto completamente montata. Nelle quinte era in piedi tutta la gente del palcoscenico. In mezzo,

davanti alla buca del suggeritore, era seduto Poitier che mi aveva pregato di assisterlo.

— Vorrei, innanzi tutto, Richard

Champotier — disse il mio amico. — Eccolo — risposi trascinando per mano un povero uomo curvo, col volto impiastricciato dal trucco

disfatto e dal cerone. A stento vi si poteva riconoscere quello che mezz'ora prima era l'avvenente primo attore della compagnia.

— Prego, sedete.

Egli cadde di schianto in una poltrona. — Raccontatemi come si svolse la tragedia per quello che ne sapete

— cominciò il commissario.

— Io non ne so nulla. Ho tirato,

ma non mi sono accorto di nulla.

— Pure se la rivoltella spara una

vera cartuccia dà un rinculo che non

dà se caricata a salve. — Non ci ho badato. Mi sono accorto che Teresa non si alzava

quando già ringraziavo il pubblico.

— Ma non è caduta troppo bene?

Voglio dire con eccessiva verità, in

confronto a quando cadeva alle prove?

— Non ho badato. Tanto più che

alle prove in questo punto accennava soltanto a cadere, senza eseguire completamente.

— E l'autore? Dov'è l'autore? Neanche voi avete notato nulla di strano? — No, no — rispose Louis Térénis, mostrando la sua grossa testa da una quinta mentre il pubblico si agitava con un inquieto

rumor di chiavi e d'altri oggetti di ferro. Pensai che a quel disgraziato nessuno mai più avrebbe accettata una commedia.

— Dove avete presa la rivoltella?

— continuò Poitier ancora rivolto a Champotier.

— Io gliel'ho data.

— Venite avanti. Chi siete voi?

— Il direttore di scena, signor Commissario.

agli

oggetti necessari all'azione?

— Si, incaricando il trovarobe di procurarseli.

Bene.

Voi

provvedete

— L'arma, allora?

— Il

trovarobe

l'ha

presa

dal

magazzino del

teatro

e

me

l'ha

consegnata.

— Quando?

— Ieri, per la prova generale.

— Scarica?

Sì.

— E ieri alla prova ha sparato a

salve?

Sì.

— La caricate voi stesso?

Sì.

questa sera lo avete

fatto?

— Certamente: tra il primo e il secondo atto.

esservi

sbagliato?

— È impossibile, sono soltanto capsule. Ecco la scatola.

— Bene. E in che momento avete consegnato la rivoltella a Champotier?

— Prima che entrasse in scena

per il finale.

— Da quando l'avete caricata, al

momento di consegnarla, l'avete

— Anche

Non

potreste

tenuta con voi?

— No. È stata sul tavolino, lì in

quinta, dove sono tutti gli oggetti che occorrono.

— Bene. Potete andare.

Poitier rimase per un poco in un silenzio che il pubblico rispettò religiosamente, come non avrebbe

mai fatto per la troppo lunga pausa di un attore. — Evidentemente durante il secondo atto — disse infine il commissario — qualcuno ha sostituito la capsula con la pallottola. Ma chi?

— Non potrebbe darsi che… —

arrischiò Térénis, facendo

riapparire il suo testone. — Silenzio, voi! — lo redarguì Poitier. — Non crederete, perché avete scritta una commedia poliziesca, di sapere qualche cosa di delitti? Il pubblico commentò ridendo e l'autore si ritirò in fretta. — Chi? — proseguì con una intonazione nella voce che dimostrava che sapeva benissimo di parlare dinanzi a un pubblico. — Chi, se non un pazzo o un… — Signor Champotier! Voi avete avuta una crisi di nervi. Perché? — Ma come! Crede che sia una cosa da nulla uccidere anche senza

volerlo… Ah! E proprio io! Proprio io! — Egli finì la frase quasi piangendo.

— Perché, proprio voi? Forse,

scusate, eravate… molto amici voi e

la signorina Teresa?

— Sì, infatti.

— Da molto tempo?

— Da sei mesi.

— Bene. E chi era il commissario incaricato delle indagini?

Tutti si guardarono l'un l'altro.

— Sì, — riprese Poitier — nel

terzo atto ci sarà pure stata un'indagine per scoprire l'assassino. — No, — intervenne il suggeritore — il pubblico già sapeva

tutto ed era inutile. — Come? Un dramma poliziesco senza commissario? — si stupì Poitier rivolto all'autore. — Una innovazione tecnica, signore — rispose questi con un sorriso. Ma la folla, qui, contravvenendo alla sua promessa, fischiò. A questo punto, non so neppure io perché, dissi una cosa che doveva poi affrettare verso l'epilogo l'inchiesta. — Io ho letto il lavoro, Poitier, ed ho notato anch'io questa manchevolezza. Mi è parso che non ci si fosse preoccupati dell'ultimo

atto. — Già — intervenne il suggeritore — anche alle prove l'autore non teneva mai a che si provasse il terzo. — Térénis, — disse Poitier — che avete da rispondere a queste osservazioni? — Mi pare — ribatté l'autore comparendo in scena con tutta la persona — che qui si decampi dall'inchiesta giudiziaria e si entri in tema di critica teatrale. Mi si vuol fare una colpa dell'aver scritto una brutta commedia? — Mi sembra che vi affrettiate troppo ad ammettere che il vostro

lavoro è brutto, — incalzò il commissario, stranamente interessato. — Siete l'autore più

modesto ch'io conosca. Se sapevate di questo difetto, perché non correggerlo?

— Tanto più che io, per esempio,

glievo avevo fatto osservare — aggiunsi.

— Anch'io — disse il direttore del teatro. — Anch'io — incalzò Champotier.

— E lui? — chiese Poitier.

— Lui… già — disse il primo attore rivolto al signor Hanka — lui rispose in un modo strano. È vero?

— Sì, sì, strano, — continuò l'impresario. — Disse… Disse che tanto il pubblico non avrebbe scoperto facilmente il colpevole! — È straordinario! — gridai io eccitatissimo. — A me consegnò il

copione dicendomi: voglio vedere se riuscite a scoprire il colpevole. Come mai, se il delitto avviene in scena, poteva farmi un quesito simile?

— Ebbene? — domandò Poitier a

Térénis. — Ma rispondete!

— Io… io… — egli cominciava a

balbettare. Da quel momento non ebbi più dubbi. «Ma perché?» mi

domandavo. «Perché avrà fatto

questo?». La risposta, o meglio una delle risposte la diede subito Champotier, balzando in piedi e precipitandosi contro l'autore.

— Assassino! Assassino!

Fu trattenuto.

— Ti sei voluto vendicare! — egli

continuò. — Commissario, da mesi faceva la corte a Teresa! Quel mostro delinquente! Una volta si nascose persino sotto il suo letto! Poi improvvisamente si calmò. Parve non pensarci più. Più tardi portò la commedia. Non l'avremmo mai rappresentata perché era brutta. Ma diede del denaro ad

Hanka per la messa in scena. — Poco, molto poco — interloquì l'impresario. — Aveva meditato tutto! — riprese Champotier. — È lui che ha messa la cartuccia perché fossi io ad ucciderla! Assassino! Ecco perché diceva che non si sarebbe capito chi era il colpevole. Era lui! E credeva di non essere scoperto! — E liberandosi da chi lo teneva fece ancora per slanciarglisi addosso. — Ma non vedete, — gli disse dolcemente Poitier afferrandolo a volo — non vedete che è un pazzo? Tutti fecero largo intorno

all'assassino che, immobile in mezzo alla scena, con la bava in bocca, badava a ripetere:

— Io sono l'autore… Io sono l'autore… Le sue parole cadevano su di noi come lo stillicidio monotono dell'acqua piovana da una grondaia. L'impresario, afferrato dal demone del palcoscenico, gridò ai macchinisti: — Giù il sipario!

Guido Cantini - Le mani di Bette Mason

Bette Mason, bassa, striminzita, coi capelli non sapevi se più biondi o più grigi, col viso incappucciato in un'increspatura di rughe minute, aveva una sola cosa bella, l'unica che le si fosse serbata bella negli

anni: le mani. Eran due piccoli gioielli bianchi lisci con dieci perle alla cima, ma temperate e appuntite come minuscole lancie. Gli uomini dovevano avergliele molto lodate, ed ella certo amava le sue mani anche per gli sguardi che vi si erano attaccati, che vi avevano lasciato come un caldo di desiderio. In qualunque studio tu andassi, eri certo di trovare Bette Mason, oppure di vederla comparire dopo un po' col suo tailleur grigio, la sua borsetta di pelle bianca, le scarpe grigie, i guanti chiari, il feltrino sempre della stessa foggia e dello stesso colore: bianco, a campanula.

Vergné la chiamava «Elegia in grigio» ed ella se ne teneva. Ordorfer, «Cielo d'autunno» e a questo teneva assai di meno. Portava in una cartella certi acquarellini preraffaelliti: delle Annunciazioni e delle Deposizioni che parevan dipinti con lo zucchero, su sfondi di cieli pallidi e di cipressetti d'un verde cinereo. Nell'accento serbava tutta la cantilena dell'idioma nativo e nelle abitudini il gusto delle cose linde e aggraziate, di una soavità un poco perversa. Viveva di tè. Gli amici non si rammentavano d'averle visto

prendere altro. Tè con certi biscotti che ella stessa faceva e che ricordavano i dolci conventuali. Trotterellava da uno studio all'altro, sì che la inciampavi ogni momento come se avesse il dono dell'ubiquità. E sempre con dei discorsi nuovi, con aneddoti nuovi, con nuove malignità. Ma dette con grazia, come se fossero state cose gentili: pareva posare dei fiori ma in ogni fiore c'era la punta d'uno spillo. Una sera venne da Julow per festeggiare il compleanno di Dorotea: c'era tutta via Margutta. Vergné, Ordorfer, Vialin, Arrighi,

Sanfilippo, Floriana Bennett, Van Roder, Casimir, insomma tutta la compagnia. Dorotea era splendida,

Julow le aveva regalato il brillante

di sua madre che era stata dama di

compagnia della Zarina, quel famoso brillante che era come segno tangibile dell'antica potenza

dei Julow e da cui egli non s'era mai voluto staccare prima di conoscere Dorotea, naturalmente. Ma ora! Che cosa non le avrebbe dato? Dorotea portava il brillante, grosso come una nocciola, semplicemente legato in platino; ma il platino non

si vedeva: si vedeva quella enorme

stella appesa non si sapeva come a

un'impercettibile catenina, posarsi dolcemente sul solco delicato del seno. — Venere che sorge tra i monti — aveva detto Sanfilippo. Dorotea aveva arrossito. Quasi nuda dalla cintola in su, con appena due piccoli scudi d'acciaio brunito sul petto e una gonna laminata che l'avvolgeva in modo da farla sembrare una statua non finita di scolpire, aveva arrossito. Stranezze del pudore femminile. E per nascondere il rossore s'era chinata a raccogliere il lunghissimo strascico. — Ecco, se tu avessi quel brillante — aveva detto Sanfilippo a

Casimir — ti potresti comprare un paio di scarpe nuove. Casimir aveva arrossito: ma in modo diverso da Dorotea. Casimir era nuovo tra noi, piovuto dalle Ardenne. Poverissimo, viveva alle spalle di questo o di quello, senza vergognarsene, come se gli fosse dovuto. C'era nei suoi occhi una febbre che mi sgomentava. Ordorfer lo aveva definito così:

— Uno che muore milionario, se non finisce in galera. — Può darsi l'una cosa e l'altra — aveva commentato Bette. E quando Sanfilippo gli aveva

detto che, se avesse posseduto il brillante di Dorotea, si sarebbe potuto comprare un paio di scarpe nuove, Casimir s'era lasciato sfuggire guardando le mani di miss Mason:

— Mi contenterei degli anelli di Bette. Si sapeva infatti che Bette non si toglieva mai i suoi bellissimi anelli:

sia perché le sue dita da qualche tempo erano un po' ingrassate, sia perché, diceva, le piaceva andare a letto con tutti i suoi anelli, come le regine delle fiabe. La festa era stata magnifica. I leggendarii fiumi di sciampagna

erano corsi davvero, perché a un certo momento Vialin era andato a finire sotto la tavola del buffet rovesciandola e facendo ruzzolare tutto quel che c'era sopra e parecchie bottiglie si erano rotte. Fortunatamente nulla era stato pagato ancora. Floriana Bennett aveva danzato una danza di sua invenzione battezzata, chi sa perché, «Danza delle Danzidi», e, al solito, s'era bisticciata con Bette che aveva pianto, poveretta, perché Floriana le aveva detto che era grigia come la vipera. Ma Floriana era ubriaca e: — Statemi lontani quando sono

ubriaca — aveva gridato — perché sono anche capace di uccidere. Poi tutta la comitiva aveva accompagnato a casa Bette Mason, perché aveva paura, diceva lei. E per farle coraggio Casimir se l'era tenuta a braccetto per tutta la strada, dicendole sottovoce delle cose che l'avevano fatta ridere nel modo aspro delle donne accaldate. — Guarda Casimir, — aveva detto Sanfilippo — tenta di sedurre Bette. Gli fanno gola gli anelli e il resto, Bette è ricca. Se riuscisse a sposarsela sarebbe a posto. — Ma Bette è furba, non ci casca tanto facilmente — aveva osservato

Ordorfer — tutt'al più gli può fare un «regalino». — Lui non è di quelli che si contentano dei regalini. Poi c'eravamo dati la buonanotte e Bette era salita in casa sua, seguita dai lunghi sguardi di Casimir. — Cos'è, t'ha promesso di buttarti la chiave, oppure te l'ha già data? Casimir aveva riso. Rideva poco. E quando rideva aveva l'abitudine di tirarsi su il ciuffo. Era magro, scavato, ma acceso nella bocca e negli occhi. Eppoi dipingeva bene:

le sue figure avevano la sua febbre.

Per questo si sopportava.

— Hanno ammazzato…

— Compare Turiddu? —

interruppi io credendo che facesse la burletta. — Potevi lasciarmi dormire, no? Ma la voce di Vergné era rotta dall'emozione, ed io che — alle quattro del pomeriggio — ero ancora fra il sonno non me ne ero accorto. — Non scherzare, ché non è il momento. Hanno ammazzato Bette Mason.

— Eh? Come? Quando?

— Corri subito -. E Vergné lasciò il telefono.

Corsi. Era la verità. Bette giaceva ripiegata sul suo divano basso pieno di cuscini rosa. Sul suo corpo nessuna ferita. Ma le mani erano immerse in un grande bacile di

cristallo, pieno di sangue. O meglio,

si

poteva credere che anche le mani

vi

fossero immerse come vi eran le

braccia, fin quasi al gomito.

— Che le hanno fatto?

— Le hanno tagliato le mani.

— Le mani?

— Sì, e le mani non si trovano. Sparite, rubate, con gli anelli. Dei signori intanto si agitavano nella stanza frugando, cercando. Avevano lasciato entrare tutti quelli

che si dicevano amici della morta e ci andavano osservando a uno a uno. Indubbiamente si trattava di un delitto commesso a scopo di furto. L'assassino aveva voluto impadronirsi degli anelli di Bette, ma il commissario l'aveva definito un delitto «estetico». Santo Dio, a chi poteva esser mai venuta in mente una cosa simile? — L'assassino — diceva il Commissario — si deve ricercare nella cerchia delle persone che essa frequentava: artisti o gente di tale specie. Un delitto con questa messa in scena non lo commette un assassino qualunque -. E fin qui

aveva ragione. Ma non poteva darsi invece che un assassino qualunque

avesse appunto fatto quella «messa

in scena» per sviare i sospetti?

Rabbrividii. Vergné, Ordorfer, Arrighi, Vialin, Sanfilippo, Van Roder, Casimir: c'eravamo tutti e ciascuno guardava gli altri con un

senso di timore e d'angoscia. Certo,

a ognuno eran tornati a mente i

discorsi della sera prima e la corte

strana e inusitata che Casimir aveva fatta a Bette. Ma Casimir appariva talmente costernato che nessuno ebbe il coraggio di esprimere il proprio sospetto neanche col compagno.

Poco dopo apparve Dorotea con Julow, la pelliccia sulla camicia da notte, pallida. Come vide l'amica sul letto di morte, svenne. Intanto, mentre cercava di farla tornare in sé, Julow, domandava:

— Ma come è morta? — Dissanguata — fece il commissario. — Dissanguata? Ma avrà gridato. Nessuno che abbia udito? Il commissario mostrò allora una tazzina di porcellana, leggera come una piuma, dove in un resto di tè si vedeva una pasticchetta non del tutto strutta. — La signorina — riprese il

commissario — doveva aver l'abitudine di prendere ogni sera un narcotico. La signorina è dunque trapassata senza sentir nulla, senza accorgersi di nulla. È trapassata lasciando fluire il suo sangue in questo catino di cristallo, dove era solita tenere delle rose. Se ne vede ancora qualcuna. Infatti nel sangue navigavano, vermiglie, due rose. — Ma le mani? — gridò a un tratto Dorotea, che intanto era rinvenuta e ascoltava col volto impietrito dallo stupore. — Appunto. Le mani non ci sono più. Sparite. E si dice che le sue

mani fossero bellissime e piene d'anelli. Povera Bette! Il suo poco sangue — tanto quanto bastava per riempirne un catino — andandosene l'aveva lasciata di cera e tutti i suoi lineamenti s'erano addolciti, sfumati: pareva una delle immagini preraffaellite che ricoprivano le pareti intorno, nelle loro cornici d'argento. — Elegia in grigio, elegia in bianco, ora — mormorò Vergné. — Intanto, — aggiunse il commissario — tutti loro sono pregati di restare a disposizione della giustizia.

Uscimmo allibiti, annientati. La giustizia! Tanto valeva dire che

ognuno di noi era sospettato d'aver commesso il delitto. Ciascuno andò a casa sua odiando dentro di sé i compagni, che avrebbe voluto non aver mai conosciuti. Al momento di separarci, Vergné disse:

— Ti dispiace se vengo a casa

tua? Non potrei star solo. Entrammo nel mio studio. E poco dopo affacciandoci alla

finestra, si vide che eravamo sorvegliati.

— Chi può essere stato? — si

torturava intanto Vergné. -Chi può essere stato?

Ma chi di noi due pronunciò prima quel nome? Forse nessuno:

ce lo leggemmo negli occhi. Casimir. Tutto di lui ora ci sembrava sospetto. Il suo stesso abbattimento. Ma pur nell'abbattimento quel guardare qua e là, quel frugare nella stanza, come se avesse voluto vedere se erano state lasciate tracce, quello sbiancarsi improvviso dinanzi al cadavere e quel sussultare alle domande del commissario. Forse ella, eccitata dal vino e dalla festa, aveva ceduto alle lusinghe del giovine. Lasciandoci, forse egli era tornato indietro, e lei,

come aveva detto scherzando Sanfilippo, gli aveva gettato le chiavi. Allora la cosa orribile era avvenuta. Forse era stato lui a darle il narcotico, poi, non potendo toglierle gli anelli, le aveva reciso le mani. Ma ad un tratto ci si vergognò di quei sospetti che non erano basati su nessun vero indizio e allora riandammo insieme a tutta la nostra vita, dal giorno che s'era conosciuta Bette Mason. Vergné ed io l'avevamo conosciuta lo stesso giorno, nello studio di John Blacktown, il celebre pittore inglese che da molti anni era tornato in

Inghilterra. Ed ora viveva nel suo dominio di Blacktown. Allora Bette Mason era bella, era una cosina fragile bionda e rosa, tutta chiacchiera. Lì per lì ci era sembrata una bambina. — Ha quarantacinque anni — mormorò Sanfilippo che le era stato dietro parecchio tempo, ma inutilmente. — Ma se pare una bambina. — Già, pare -. E rise. La sua rottura con John, datava press'a poco da quel tempo. Un giorno ella s'era staccata da lui:

all'improvviso. John parve diventare matto. Inutile. Ella non

volle più saperne. — Ma perché?

le

domandavamo. Lei rideva, senza rispondere. Lo disse a me una volta il perché. In un momento di grande confidenza, in un momento che anch'io avevo bisogno di molto conforto. Ella mi carezzava con le sue mani bianche e leggere, come una sorella. — Ho voluto staccarmi io, prima che lo facesse lui. Tra qualche anno sarò brutta, d'una vecchiezza ripugnante: mia madre, alla quale somiglio in tutto — e mi mostrò una miniatura che sembrava sua, — in

pochi mesi, distrutta. Un inverno senza autunno, terribile, inaspettato. Mio padre allora la lasciò. Ella ne sofferse fino a morirne. Io non ho voluto questa umiliazione. Me ne sono andata prima. E ho fatto bene. Lui m'ha dimenticata, io m'illudo d'aver dimenticato lui. Non ci vedremo mai più. A uno a uno, tutti i volti di coloro che avevamo conosciuto con lei ci passano dinanzi: no, nessuno poteva aver commesso quella cosa orribile. A un tratto Vergné gridò:

— Floriana! Floriana Bennett.

— Floriana?

— Non sai come si odiavano? Floriana diceva che Bette le aveva rubato il premio McMillan. Rubato, perché, secondo lei, quel premio le spettava e Bette lo aveva ottenuto a

forza d'intrighi. Io le ho sentito dire:

«Vorrei tagliarle le mani». Floriana infatti era l'unica che non fosse accorsa. Impossibile che ignorasse l'accaduto.

— Corriamo da lei.

Ma la sua porta era chiusa. Floriana la mattina era partita. Nessuno seppe dirci per dove. Denunciarla? Non s'aveva altro da fare. Ma si poteva denunciare una

persona su un sospetto così vago? Sarebbe stato onesto? La sua fuga era peraltro un indizio, era quasi una confessione. Pure nessuno di noi due si sentì questo coraggio, se prima non si fosse acquistata la convinzione. Col pretesto di cercare un quadro che le avevamo dato e che ora ci occorreva in ogni modo, forzammo la porta di Floriana. Del resto la cameriera ci conosceva abbastanza, e non oppose resistenza. Nell'atmosfera di Floriana si respirava una vita stravagante e perversa. Ma bastava questo perché ella, sia pure in uno

stato di grande eccitazione, avesse potuto uccidere? E poi chi l'aveva introdotta nella casa? Quando? — Possibile che l'assassino o assassina che sia, non abbia lasciato nessuna traccia? Pregammo il commissario di lasciarci entrare nello studio di Bette con lui. La grande stanza riposava ora nella penombra delle immense tende di tela greggia abbassate sui finestroni che davano sui pini e i cipressi del Pincio. «Lei» era stata portata via. Al posto del bacile era restato un cerchio rosso. Sul tavolo, vicino al divano, c'erano resti di sigarette, su una sedia

l'abito che Bette indossava alla festa di Dorotea, vicine le calze, le scarpette d'argento, i guanti lunghi. Vergné aperse un grande armadio veneziano tutto sparso di rose gialle e rosse che stava nel fondo della stanza e gridò: — Ah! Accorremmo. Dentro, sulla base dell'armadio, il segno visibilissimo inconfondibile di due scarpe maschili. — Ieri giusto pioveva — fece Vergné. Allora ci mettemmo a cercare sui tappeti e si videro distintamente non delle orme, ma resti di fango, come se qualcuno avesse

accuratamente spazzolato per farlo sparire. Questi segni andavano dalla porta all'armadio, poi, infinitamente più leggeri, dall'armadio al divano. Presso il divano era restata una sedia, come se qualcuno vi si fosse seduto per parlare con la persona che si trovava a letto. Allora mi venne fatto d'osservare il bocchino delle sigarette, ma in quella Vergné gridò:

— Non ricordi che Bette non fumava? — È vero. — Dunque qualcuno è stato qui da lei iersera: ed ha fumato conversando con lei.

Ma il bocchino delle sigarette non diceva proprio nulla: Camel. Molti di noi fumavano sigarette Camel. Floriana fumava sigarette Camel. Ma Casimir non fumava. Di nuovo le immagini di Floriana e di Casimir riapparvero dinanzi a noi, di nuovo ci tormentò il mistero di quella fuga improvvisa. Ma, e le orme? Le orme così chiare delle due scarpe sul ripiano dell'armadio? Come collegare il fatto di quelle orme con quello delle cinque sigarette fumate una dietro l'altra? Era certo: Bette aveva nottetempo ricevuto qualcuno. Questa persona era restata alcune

ore a parlare con lei, fumando. Poi… Poi se n'era andata? E allora l'uomo che si trovava nell'armadio era uscito e aveva compiuto il suo strano delitto? Oppure le due persone erano una soltanto? Ma allora perché nascondersi nell'armadio? Un amante che ella tenesse chiuso lì dentro nel timore che qualcuno degli amici riaccompagnandola a casa fosse voluto entrare? Forse, ma perché allora cancellare le orme con la spazzola? La spazzola era là, appesa a un chiodo dell'armadio. Facendola scorrere con la mano sprigionava della polvere secca: il fango della

sera prima. Cento volte misurammo la

stanza per lungo e per largo. Cento, mille congetture passarono per la nostra mente. Bette non era ricca. In ogni caso non aveva l'abitudine

di tenere i suoi soldi in casa.

Dunque, gli anelli. Vergné ed io ci separammo preparati a tutto: a veder correre il nostro nome sui giornali, a vederci immischiati in quel delitto perverso, contro natura, così lontano da tutto quello a cui l'umanità ci ha abituati.

Fu allora che mi venne in mente

Eravamo stati troppo amici perché io non provassi il bisogno di fargli sentire una voce affettuosa, sia che egli avesse già saputo, sia che io per il primo dovessi dargli la terribile notizia. Sapevo che John non aveva mai cessato di amare Bette, che interamente non se l'era mai potuta strappare dal cuore. Ma il servitore mi rispose che il padrone viaggiava in Svezia. Se non che avevo appena lasciato il telefono che sentii bussare alla porta dello studio. Andai ad aprire e per poco non mi sentii male: Blacktown in persona stava sulla porta e mi tendeva la

mano.

Blacktown, voi!

 

Come state, mio caro amico?

Ma… ma… non sapete?

Che

cosa?

Sono arrivato

stamane e, come vedete, son venuto subito a trovar voi.

— Oh, che strana combinazione!

Figuratevi che

Londra proprio in questo momento.

vi ho telefonato a

— A me? Perché?

— Ma… per Bette Mason.

— Che

ha?

Che ha fatto? Sta

male?

— È… morta. Stanotte. Uccisa.

Egli fu lì lì per cadere e dovette appoggiarsi ad un mobile.

Rapidamente, come me lo permetteva l'emozione, gli raccontai ogni cosa. Egli m'ascoltava con la testa china. Di quando in quando la sua alta persona era scossa come da un tremito rapido e violento. Quand'ebbi finito, si lasciò cadere su una poltrona col viso tra le mani. — Voglio vederla! — gridò a un tratto. — Voglio vedere la sua casa. Voglio scoprire io chi è stato. Afferrò il cappello e si slanciò verso la porta. Uscimmo insieme. Nella casa di Bette Mason trovammo ancora il commissario. Sulla porta Blacktown si

soffermò un poco.

— Dove… Dov'è stato?

— Qui, sul letto.

— E… il bacile?

— Era qui, dove ora si vede

questo cerchio rosso.

— E… lei com'era?

— Col corpo riverso sul divano, le braccia tuffate nel suo sangue. Allora egli sedette sulla sedia che stava vicino al divano, e restò qualche momento assorto, con gli occhi fissi ai cuscini rosa che

avevano qua e là degli spruzzi rossi.

— Nessun indizio? — fece dopo un poco.

— Sì.

Le sue pupille s'accesero e le sue palpebre batterono d'attenzione.

— Vedete queste tracce di fango,

sul tappeto? Seguitele. Conducono a

quell'armadio là. Guardate ora

quelle orme sul ripiano. — Ah! Ma allora l'assassino è

scoperto! Si saprà bene chi la frequentava! Chi sa? Qualche sfruttatore forse.

— John!

— Invecchiando, chi sa?

— No, John, vi assicuro che dopo

di voi non ha conosciuto altri

uomini. E so anche perché lei vi ha abbandonato.

— Lo sapete? Lo sapete davvero?

— Sì, ed è stata, a suo modo, una

prova d'amore. Le sue mani ora avevano un tremito convulso. Nervosamente si tolse di tasca una sigaretta e

l'accese. Non so perché i miei occhi corsero alla marca: Sigarette Turmak. — Ne volete una? — fece lui, richiamato improvvisamente in sé dal lampeggiare del mio sguardo.

— No, grazie. Turmak! Laggiù si

sono ritrovati dei resti di sigarette Camel.

— Fumava ora?

— No, non fumava. Avrà fumato

l'assassino. L'assassino deve aver

fumato, perché ella era d'una precisione e d'una pulizia meticolosa e prima d'uscire la sera metteva a posto e ripuliva i portacenere. Anzi il fumo le dava tanta noia che anche nelle sere più fredde d'inverno, prima d'uscire spalancava le finestre. Dunque, hanno fumato prima o dopo, ma in

ogni modo quand'ella era già rientrata. Guardate l'armadio: ci si sta comodamente in due. Chi sa che non ci fossero due persone qui dentro? Venite, John, salite su con me…

— No, mi fa impressione.

— Salite, ve ne prego! — Egli salì

di

mala voglia.

E allora, senza parere, io lo

spinsi dalla parte dove si trovavano

le due tracce motose: in modo che i

suoi piedi vi si posassero. — Già, — feci — è vero, fa impressione. Egli s'era fatto pallido: il tremito

a scatti regolari lo aveva ripreso.

Allora io gli misi il braccio sotto il suo e pian piano m'avvicinai al divano. Quindi mormorai dolcemente, con una voce che egli solo doveva udire, una voce che fosse come la voce profonda della sua coscienza:

— Dopo quanto tempo l'avete

uccisa? Egli diede in una risata sonora:

— Che dite? — E con uno strattone si liberò. — Sì, John Blacktown, voi avete ucciso Bette Mason, stamani, quando è rientrata dalla festa di Dorotea Bronté. Voi eravate nascosto nell'armadio stanotte. — No, no, no! Non sono stato io! Egli fece per slanciarsi fuori, ma il commissario fu pronto a trattenerlo. Allora gli s'abbandonò fra le braccia in una crisi di nervi che lo sbatteva come un vento impetuoso sbatte una vecchia lamiera.

Alla fine parve calmarsi. Sedette sul divano. Disse:

— Non l'avevo mai potuta dimenticare. Quand'essa mi lasciò fui sul punto di diventare pazzo. Forse lo fui. Mia sorella mi fece chiudere in un manicomio. Ne uscii qualche anno fa. Sembravo guarito. Ma il pensiero di lei mi tormentava. Non avevo altro desiderio al mondo:

rivederla, starle fra le braccia come un tempo. Ho cercato l'oblio a Parigi, a Londra, a Berlino: tutte le donne erano lei, nessuna era lei. Non pensavo che essa potesse essere cambiata come io ero cambiato, per me era l'amore unico

e immutabile. Mia sorella è morta

un mese fa. Non ho avuto più nessuno che mi sorvegliasse. Son partito. Ma quando l'ho rivista, quando ho rivisto lei ho creduto d'impazzire un'altra volta. Tanto aveva potuto mutarmela la vita? Tanto? Soltanto le sue mani ho ritrovato: le sue mani su un'altra

persona, ma erano le mani delle sue carezze e quelle le volevo io, quelle

le ho volute io!

— E allora vi siete nascosto in casa, valendovi di una vecchia chiave che vi era rimasta… Non è vero? — Sì.

— Il pensiero, il desiderio di quelle mani vi ossessionava:

volevate le sue mani, e quand'ella si è addormentata voi siete uscito pian piano dall'armadio, e vi siete messo a contemplare e a sognare. Siete rimasto a fumare fino a giorno. Albeggiava. Ma il tempo non doveva distruggere quelle due cose ancora fresche, pure e belle e dolci: e allora avete preso una coltella in cucina… — Sì! Sì! — Pensavate di aver distrutto ogni traccia. D'altra parte nessuno vi aveva visto venire, nessuno uscire. I portieri è come se non ci fossero in questi palazzi d'artisti.

Potevate ripartirvene tranquillamente. Ma un desiderio malsano vi spingeva a rivedere questo luogo. E siete venuto a trovare me. Ebbene, vedendovi, io ho avuto immediatamente il sospetto che foste stato voi. E l'ho avuto come un'ispirazione. E quando a bella posta avete tirato fuori le sigarette -marca Turmak — mi sono ricordato con lucidità improvvisa che voi «prima» fumavate solo Camel e che dicevate anzi di non poter fumare sigarette di nessun'altra marca. Allora ho avuto la sicurezza che voi, voi soltanto, eravate l'assassino di Bette

e che le sue mani dovevano essere nella vostra valigia. Egli ascoltava con occhi trasognati.

— Vada, commissario, vada e le troverà.

Allora egli s'alzò, povero vecchio, lungo, spaurito, tremante, implorando:

— No! Non me le portate via!

Ma Bette Mason fu invece sepolta con le sue piccole mani staccate. E Dorotea — che era una decadente — volle che fossero posate su un piatto d'argento.

Eugenia Consolo - «Il fantasma dell'americana»

Quella sera Giacomino Burti, direttore della «Rivista di novelle supergialle», rimase solo in ufficio per leggere alcuni nuovi lavori. La stanza, ampia e quasi vuota,

era immersa nell'ombra; un'unica lampada, velata di verde, sullo scrittoio. Improvvisamente, Giacomo Burti avvertì nell'aria un respiro estraneo. Alzò gli occhi. Com'era entrato l'uomo che gli stava dinanzi? La porta non aveva chiave, è vero: ma bisognava pure che egli avesse girato la maniglia e fatto alcuni passi nella camera. «Leggerissimo, l'amico» pensò Burti; e scostò il paralume verde per mettere più in luce lo strano visitatore. Vide un omettino smilzo,

scialbo, coi capelli biondastri, chiari quasi quanto la sua pelle uniformemente giallognola. Giovane, poteva darsi che fosse; ma di una giovinezza patita, stremenzita; una giovinezza, per così dire, vecchia. Particolarissimi erano i suoi occhi grigi che sporgevano grandi, gonfi, e arrossati come per lunga veglia od amarissimo pianto. Tutt'insieme, lo sconosciuto era una misera creatura, tra buffa e lagrimevole, insaccata in un logoro pastrano nero troppo lungo e largo, cascante dalle sue spalle troppo esili sull'eccessiva magrezza del suo

corpo.

— Scusi, Signor Direttore…

Sentirlo parlare, fu per Burti un'altra sorpresa. Anche la voce dell'omino era stonata, sproporzionata: un vocione non

suo, assai più grande di lui; che — in lui — metteva disagio, con fastidioso contrasto.

— Se volete consegnarmi un

manoscritto, vi avverto che è inutile

— disse Giacomo Burti, per levarselo dai piedi.

— No, Signore. Io… non so scrivere.

— Analfabeta?

— Quasi… — e rise.

Rise anche Burti.

— Sia lodato Iddio! Finalmente

capita qui qualcuno che non scrive!

All'infuori di voi, mio caro, tutti scrivono; e tutti scrivono novelle; e tutti le scaraventano… contro di me… a pacchi… a vagoni… a valanghe — esagerò Burti, parlando quasi a se stesso. — E lei le legge tutte?

— Ci mancherebbe altro! Io non pubblico che grandi firme e…

qualche speciale raccomandato.

— Capisco… capisco… Ma non

m'importa. — E dunque, che volete?

— Ecco, Signor Direttore: sono

venuto da lei, a quest'ora, per trovarla solo e raccontarle la mia storia, che…

Giacomo Burti mise la mano in tasca per prevenire la richiesta di denaro che, indubbiamente, era sospesa sulle labbra del poveretto.

— No no… non si tratta di pane

— avvertì questo, quasi offeso. Poi in tono più basso e misterioso:

— Da qualche tempo, Signore, io

sono posseduto dagli spiriti! Giacomo Burti si agitò sulla poltrona. — E lo venite a raccontare proprio a me?

— E a chi vuole che lo racconti?

È un mese che ci penso, ma non ho trovato altro modo per liberarmi di questo segreto. Qualunque altra persona mi prenderebbe per un pazzo… Ma lei! Lei che sa… che ha sempre sott'occhio le avventure più straordinarie; gli intrecci più complicati; i fenomeni più impressionanti; i misteri più oscuri… lei potrà certamente comprendere ed aiutarmi a portare il peso enorme di tanta responsabilità; diventerà, una parola, il mio confidente. Giacomo Burti non sapeva se cacciarlo fuori o divertirsi. «Che razza di sbornia!…» pensò.

— Mi sono spiegato? — insistè il vocione da basso profondo.

— Oh! benissimo…

— Da un mese, ogni notte, una folla di spiriti si dà convegno entro il mio corpo; ed ogni notte ciascuno

di essi mi dona un nuovo potere.

«No: è pazzo…» concluse Burti fra sé.

— Lei capisce il caos che succede in questo mio povero Io: la

soggezione che provo nel sentirmi il centro di tali sovrumane riunioni:

lo sforzo immenso che devo fare per

eseguire ordini di così capitale importanza… «Pazzo… pazzo…» martellava

intanto il cervello di Giacomo Burti, che stava studiando oramai il modo più spiccio per liberarsi da quella larva d'uomo che poteva diventare pericoloso. — Si tratta di grandi anime, Signor Direttore: di spiriti magni… di ogni sorta di personaggi illustri; di valorosi guerrieri; di scienziati insigni; di artisti immortali! — Non avete provato a prendere dei sonniferi? — azzardò il direttore, con dolcezza. — Dormire? Lei vorrebbe che io dormissi, Signor Burti? — qui la voce del pazzo tremò d'indignazione. — Imporre silenzio

a… Dante Alighieri, a Giuseppe Verdi, a Giulio Cesare, ad Alessandro Manzoni… e così via? Ma, allora, lei è disposto a credere che, con qualche velenosa pastiglia si possa annullare il gioco della stirpe. — Ho sbagliato… ho sbagliato… — si affrettò a dire Giacomo Burti, poiché la voce del pazzo andava facendosi man mano più minacciosa. — Meno male: lei capisce ora l'onere incommensurabile a cui son fatto segno, e non si rifiuterà di ascoltare religiosamente, ogni giorno, i resoconti delle mie notti.

Mal comune mezzo gaudio… Signor Direttore: se ne ricordi. — Me ne ricorderò, non dubitate — rispose Burti che stava pensando al manicomio… — Ciò stabilito, passo a mostrarle il volto più strano della mia vicenda; e cioè che ogni potenza mi è data in ragione inversa dell'opera che i sommi spiriti esplicarono durante la loro vita mortale. — Per… esempio? — Per esempio, Dante Alighieri scrisse la Divina Commedia, ed io… non so più scrivere; Giuseppe Verdi compose melodie paradisiache, ed

io… da un mese a questa parte, ho la voce… delle caverne e delle tenebre! Galileo Galilei… (non ho bisogno di ricordarle il famoso episodio del pendolo) mi impose, giusto stanotte, di fermare gli orologi col solo mio sguardo. E l'omino alzò gli occhi verso la pendola appesa al muro. Giacomo Burti fece altrettanto. Cielo! Era vero! — Vede! È terribile. Dove io passo, non c'è più un orologio che cammina. Il tempo per me non ha più valore e minaccia di perderlo anche per i miei concittadini… Giacomo Burti avrebbe voluto

ridere… sentì che la sua bocca si torceva in una smorfia, di cui non voleva indagare la natura.

Inconsciamente pensava: Dovrò prenderlo con la prudenza, o con la violenza?

— Mi ascolti, Signor Direttore, — comandò la voce stentorea.

— Ma… sicuro…

— Alessandro Volta, che, per primo, strappò la luce dall'etere, mi ha insegnato a… spegnere la luce elettrica con un soffio… Prego… — E soffiò. La lampadina si spense. Una pausa. Nell'improvvisa oscurità, Giacomo Burti non tentò più di

illudersi sul vero stato del suo anonimo. Già, suo malgrado, colpito dall'arrestarsi della pendola, non cercò nemmeno di spiegare le due fenomenali coincidenze: non considerò la sua ridicola posizione di uomo sano e normale sopraffatto da quella miseria di demente fantoccio, ch'egli avrebbe potuto mandar a gambe all'aria con un dito. Non pensò più che a fuggire: il buio lo favoriva. Passare di fianco al pazzo, rasente il muro; aprire e richiudere la porta; scendere a chiamare aiuto… Facilissimo, in fondo. Ma… rimase immobile. Una piccola luce; una

fiammellina breve e guizzante come un fuoco fatuo brillava fra le dita dello sconosciuto, che la portò all'altezza del volto illuminando così soltanto quella sua piccola maschera di vecchio avorio divorata da due occhi spaventosi che — nell'ossessione del momento — Giacomo Burti vedeva avanzare verso di lui come i fari di un'automobile in corsa. Tutto il resto spariva nelle tenebre. La poltrona scricchiolò, chissà perché. — Non si muova… — tuonò il pazzo, con voce più rauca ed aggressiva: — Non si muova… o

sparo! La sua mano destra impugnava una rivoltella. Giacomo Burti era ormai sprofondato nel terrore! — A… amico mio… — supplicò senza saperlo. Gli occhi del pazzo si arroventarono; rotearono; sembrò

alla sua vittima che schizzassero fuori dalle orbite, che si dilatassero

a

dismisura; che riempissero tutta

la

stanza. La voce, la terribile voce

rimbombò cavernosa:

— Giù la maschera, Signor Direttore! Ti riconosco: tu sei

l'assassino di mio padre! Giacomo Burti sudava gelo. Nessuna salvezza possibile: egli era preda inerme di un burattino impazzito. — Assassino! Vigliacco! Mio padre ti fece del bene e tu lo hai ucciso dopo avergli sedotta la figlia; la mia povera sorella innocente…! Ti ammazzerò come un cane! Luce… Luce… A questo punto, dalla porta semiaperta, un cagnolino tutto bianco, che spiccava nell'ombra come una macchia di gesso sopra una lavagna, si precipitò sullo scrittoio; urtò la lampadina che

subito si riaccese. Giacomo Burti, pallidissimo,

ritto in piedi con gli occhi sbarrati, i capelli scomposti, la fronte madida

di

sudore e le braccia protese in atto

di

difesa o di invocazione, sembrava

l'immagine della paura. «Luce», tutto bianco, andò ad accucciarsi subito ai piedi dell'omino tutto nero… ridiventato per incanto… perfettamente tranquillo. «Dio mio! Forse la crisi è passata…» pensò Burti, che, immobilizzato, non riusciva ancora a muoversi per mettersi in salvo… — Impressionante, non è vero, Signor Direttore? — chiese,

sorridendo, il forsennato di poco prima.

— Eh! — fece Burti… ma rifiatò.

— Le ho recitato, con qualche

variante, la scena iniziale di una…

mia novella.

— Una novella? Anche voi? Ma come avete osato…

— La vita è un giuoco: bisogna

arrischiare tutto… per tutto…

— Poteva costarvi caro.

— Ma poteva anche riuscire…

— Infatti: meglio di così… —

confessò Burti, assai bonario.

— Come vi chiamate?

— Renzo Bollini.

— Il titolo del vostro lavoro?

Il fantasma dell'americana. La… pubblicherà… Signor Direttore?

— Accidenti! Più americana di

così! Portatemi pure il manoscritto… — Ma… se ce l'ha lei — qui — da

cinque lunghissimi mesi, la mia novella…

— Io? Oh! guarda. Devo averla

cestinata… come le altre… Nulla di male, Signor Direttore. Eccone un'altra copia…

Il portiere della casa comparve sull'uscio. — Ah! va bene: ho ridato la luce

al momento giusto, non è vero?

— Che significa? — chiese Burti.

— Questo, non è l'operaio elettricista? — e il portiere indicò Renzo Bollini. — Mi disse di dover riparare un guasto alla lampadina; e che, dopo un po' ch'era qui, io

togliessi la luce soltanto per cinque minuti… Giacomo Burti sorrise: — Ben pensato, signor Bollini: e… calcolato al secondo!

— Il caso, qualche volta, è un

ottimo collaboratore… e ben inteso che… l'accendisigari era mio…

— Già, e per l'orologio?

— Oh! quello, mi sono subito

accorto che era fermo. Giacomo Burti, quando racconta questa storia, sostiene che è la pura verità.

Eugenia Consolo - Il delitto dell'ascensore

Circa alle ore 14 di quel giorno, il portinaio della casa n. 23 stava leggendo placidamente un giornale, con le lenti sul naso e la pipa in bocca. Si chiamava Luigi (detto

Luigetto) Berton: era uno dei soliti portinai suburbani, tra bonaccioni e volgari; garbati con chi vogliono; ossequiosi con chi è generoso di mance. Media età, media statura, faccia larga e lingua lunga, punta del naso leggermente arrossata, come si conviene anche al più modesto seguace di Bacco. La portineria era rimasta aperta. Passò un giovane, e chiese della famiglia Martelli. — Terzo piano a sinistra. Quasi subito si udì un urlo, e lo sconosciuto tornò indietro in preda al più folle terrore. -…Portinaio… aiuto… presto…

là… là… una donna… un cadavere… Luigi Berton si precipitò fuori brontolando: — Ma lu l'è matti Ma lu… lu el straved…!! Il giovane non era pazzo, né visionario. Il corpo di una donna stava disteso traverso la cabina dell'ascensore, con la testa sotto il sedile. Pochi minuti più tardi, chiamati telefonicamente, un commissario e quattro agenti si trovavano sul posto. — Chiudete il portone, — comandò l'uomo della legge - nessuno si muova. E passò alla visita del cadavere.

La donna era morta per strangolamento: la faccia tumefatta e paonazza, gli occhi fuori dell'orbita, la lingua penzoloni stavano ad attestarlo. — Delitto — mormorò il commissario, che era parco di

parole; e rivolgendosi al portinaio:

— Qui abita un medico, non è vero?

— Sì, signore; il dottor Gallucci.

— Andate a chiamarlo.

— Corro… — disse, zelantissimo,

Luigetto; e salì le scale a quattro a quattro, tutto compreso dell'importante sua funzione di principale informatore dell'autorità

giudiziaria. Il commissario nel frattempo interrogò il povero giovane che aveva scoperto il misfatto e, avute le sue generalità, lo rimandò a casa col consiglio di mettersi a letto per farsi passare il tremito convulso che lo agitava da capo a piedi. Esaminando la morta, il funzionario vide che si trattava di una elegante signora dell'apparente età di 35 anni. Doveva esser stata molto graziosa. Nulla di particolare si notava nel suo abbigliamento. Un lungo guanto chiaro le calzava la mano sinistra: la destra era nuda, a pugno chiuso (certo in atto di

disperata difesa), ciò che aveva permesso ad una breve catenella di rimanere infilata al polso, reggendo una borsetta aperta e vuota. Nessun gioiello: i lobi delle orecchie portavano segni di strappo violento. — Furto… — brontolò il commissario. Il dottor Gallucci giunse correndo, seguito dal portinaio che si affannava a raccontargli i dettagli dell'accaduto. — Ma domando io, signor dottore, se dovevano venir a strozzarla proprio qui, quella povera signora! Una casa tanto seria, inquilini così tranquilli…

Ma il medico stava già parlando col commissario.

— A quando crede che risalga il delitto?

A non più di un'ora fa.

 

E

la

conosceva,

lei,

questa

donna?

— No — rispose Gallucci.

— Ne è sicuro?

— Sicurissimo, che diamine…

— Eppure, il portinaio sta

dicendo che gli domandò di venire

nel suo studio. Non è vero, Berton?

— Sì, signore — confermò

l'interrogato.

— Può darsi — disse il medico —

che si trattasse di una visita nuova,

che non ebbe il tempo di chiedere i miei consigli. Quello che posso affermarle con certezza, è che io non l'ho assolutamente mai vista prima di questo momento. — Capisco… capisco, per ora non ho più bisogno di lei. Se vuol ritirarsi… — Grazie… — e, dopo aver fatto osservare di nuovo al commissario i solchi profondi che le feroci mani dell'assassino avevano lasciato sul collo della vittima, il dottore, un po' commosso, malgrado l'abitudine della professione, risalì nel suo studio. — Luigi Berton, — ammonì

allora, gravemente, il commissario — rispondetemi, senza dimenticare che quello che mi direte qui, dovrete poi ripeterlo, sotto giuramento, in istruttoria ed in tribunale. — Sì, signor commissario.

— Avete nessun sospetto sugli inquilini?

— Nessuno… Non saprei… Una

cosa di questo genere!

— Chi è stata l'ultima persona

che ha fatto uso dell'ascensore, prima dell'uccisa? — Io, signor commissario, quando portai su la posta di mezzogiorno.

— Nessun altro è passato dopo di voi? — Non mi sembra; ma può

essermi sfuggito qualcuno mentre stavo preparandomi la colazione. — E la conoscevate voi, la signora?

— No, signor commissario; non

ricordo d'averla mai veduta… Però… sa com'è, si lascia passare la gente, qualche volta, senza guardarla in faccia. Ne viene tanta, specie per il signor dottore… E poi di solito è mia moglie che bada alla portineria. — Dov'è vostra moglie? — Malata; all'ospedale. Eh! purtroppo! Una cosa lunga…

— Non m'interessa, — interruppe il commissario. — Ditemi: di quanti piani è composto lo stabile? — Tre piani, signore; e sei appartamenti. Come vede, la casa

non è grande, né di prima categoria, ma è bella, e pulitissima.

— Al primo piano, chi ci sta?

— A destra il signor Francesco Bertolli… uno stravagante!

— Vive solo?

— Sì, signore: con la donna di

servizio. Mangia alla trattoria della Colomba.

— È giovane?

— Non saprei: dimostra

quarant'anni… forse meno… Se non facesse la vita che fa…

— Che vita fa?

— Oh! non so nulla… Dico perché… rincasa molto tardi… e… domando io… chi non dorme la notte, di giorno non lavora.

— Ha mezzi?

— Mezzi? Uhm! quando la sorte

lo favorisce…

— Giuoca?

— Così pare. Ma domando io, le

cose bisogna toccarle con mano prima di dirle. Io non sono di quei portinai pettegoli e maligni che sparlano senza motivo… Anzi… Il commissario nascose un

sorriso.

— E poi? Avanti.

sta la signora

Stabilini. Signora… per modo di dire!

— A sinistra

ci

— Sola?

— Con una serva, che lei chiama «la mia cameriera»…

giovane, la signora

Stabilini? — Se si tornasse indietro di 20 anni, forse… Ma si tien su mica

male, ecco… E il suo mestiere lo conosce…

È

— Quale mestiere?

Quello

che

— porta: Manicure.

è

scritto

sulla

— Ah!… Clienti per casa?

— No; lavora a domicilio. Per

fortuna! Ne abbiamo abbastanza del

viavai per il dottor Gallucci, che lei conosce: secondo piano a sinistra. A destra la famiglia Martelli… Oh! una tribù! S'immagini che, in una casa di quattro stanze, ci stanno pigiati: padre, madre, un fratello di lei, una sorella di lui, un pensionante, tre ragazzine, e poi ancora…

— Basta, basta; sbrigatevi… — intimò il commissario.

— Al terzo piano a destra, i

signori Pellegrinetti; due sposini.

— E a sinistra?

— Nessuno. La casa è sfitta da tre mesi. — Ho visto… ho visto… ho visto… — borbottò il commissario, seguendo un suo intimo pensiero. — Nessun sospetto… Tuttavia… tuttavia quel Francesco Bertolli… Vado ad interrogarlo. Disse qualche parola agli agenti, e salì al primo piano.

Una vecchia domestica accompagnò il commissario nello studio di Francesco Bertolli. L'arredamento modesto, ma di sobria eleganza, denotava l'origine distinta e la passata agiatezza del

proprietario. Sopra lo scrittoio, incorniciata con cura, sorrideva, perfettamente riconoscibile, la fotografia… della morta! Il commissario ebbe un sussulto di sorpresa: quasi di gioia. «Ci siamo» pensò. «Ma la prova?…». Cercò… frugò ansiosamente intorno con gli occhi… e non potè astenersi dal prendere, nel cassetto semiaperto, una lettera che sembrava messa lì apposta per aiutarlo. Lesse in tutta fretta:

Caro Francesco, È troppo! Tu rovini la tua esistenza e la mia. Non ne posso più! La somma che hai perduta stanotte supera ogni mia possibilità. E necessario che io sacrifichi il mio amore al tuo incurabile vizio! Perdonami come io ti perdono. Addio. Cecilia

Aveva appena riposto il foglio rivelatore, che il signor Bertolli comparve, vestito del solo pigiama, pallido, curvo, con gli occhi imbambolati, i capelli in disordine, evidentemente appena sveglio dal

sonno poco riposante dei nottambuli. — Il signor commissario… — disse in tono assai contrariato. — Per l'appunto, signor Bertolli. Mi spiace di averla disturbata mentre dormiva. — No; io non… — Sì: dormiva; com'è sua abitudine a quest'ora… — disse il commissario con disprezzo. — La cosa che debbo annunciarle, però, è… abbastanza grave… e servirà a risvegliarla. Un'ora fa è stata uccisa la signora Cecilia. Francesco Bertolli sbarrò gli occhi, sbiancandosi in viso fino

all'inverosimile.

— Cecilia!… — balbettò — ma

io…

— Non vorrà dire che non la

conosceva… — disse il commissario

indicando la fotografia. — Cecilia… Ci sono tante Cecilie… al mondo!

— Certo: ma, disgraziatamente,

la morta è proprio quella Cecilia lì:

la vostra amante!

— Amante? — protestò Bertolli, tremando. — Una semplice conoscenza, un'amica… di mia sorella…

— Orsù: non perdiamo tempo in

chiacchiere. Non è il caso che

facciate pompa di delicatezze cavalleresche. Ho letto quella lettera. Con uno sforzo sovrumano, Francesco gridò: — E con qual diritto?

— Non ho il dovere di dirlo a voi,

che avete strangolata quella povera donna per derubarla.

— Ah! no… no!… Giuro!… giuro!

E un'infamia!… L'amavo tanto! — urlò Bertolli atterrito. — Non l'amavate più… dal momento in cui essa si rifiutò di

pagare il vostro ultimo debito di giuoco.

— Giuro… giuro…

— Comodissimo l'ascensore,

vero? La macchina scende: il primo che passa può essere l'assassino.

— L'ascensore… l'ascensore… —

mormorò Bertolli, come fuori di senno.

— Fatelo vestire, e portatelo via

— ordinò il commissario ad uno degli agenti. E ad un altro: — Operiamo intanto una prima perquisizione. La quale perquisizione essendo risultata infruttuosa, l'appartamento venne chiuso e piantonato; ed il commissario salì al secondo piano dal dottor Gallucci. — Un solo minuto… — disse

quest'ultimo che stava appunto

scrivendo il richiesto certificato di decesso.

— Grazie, dottore. Ho bisogno

anche di qualche sua informazione riguardo a quel signor Bertolli, che abbiamo ora… Il commissario s'interruppe.

Girando intorno, l'occhio clinico del poliziotto aveva scorto, in fondo al cestino della cartaccia, qualche cosa, che si chinò a raccogliere… Il medico, già in piedi, gli porgeva il documento.

— Scusi, dottor Gallucci: potrei

sapere come mai questo guanto da donna si trovava lì, nel cestino?

— Nel cestino? — replicò il

dottore assai stupito. — Io non l'ho visto…

— Ed io l'ho visto subito, invece. Vuol spiegarmi?… — Non so: forse l'avrà perduto una delle mie clienti, e la domestica…

— Vorrei proprio che così fosse,

— disse sinceramente il commissario — ma, con molto rincrescimento, debbo farle osservare che questo guanto è identico a quello calzato… dalla morta! — Possibile? Io non so nulla… Andiamo a confrontarlo, se crede…

— rispose il dottore, cercando di mantenersi calmo. Scesero insieme. Il guanto era quello!

— Lei mi disse che non aveva

mai visto la signora… dottor Gallucci…

— Mai, signor commissario; lo confermo. — E… come spiega?

— Non spiego; confido che lei

capisca la mia innocenza. Chissà quale atroce combinazione è intervenuta… Sono desolato, dottore: ma il mio ufficio mi vieta di rendere responsabile il Caso di quanto

succede. Spero anch'io che

ella

possa

cavarsela.

Ma,

per

il

momento, debbo arresto.

dichiararla

in

Nel gabinetto del giudice istruttore Il giudice — Luigi Berton — due guardie.

GIUDICE: — Avanti, avanti Berton… BERTON (inchinandosi): — Signor giudice… GIUDICE: — Vi ho fatto chiamare per chiedervi qualche altro chiarimento. Nulla di nuovo nella

casa? BERTON: — Nulla, signore. Chiacchiere… chiacchiere che non finiscono più… S'immagini: due inquilini arrestati!! Speriamo per poco, neh! GIUDICE (improvvisamente severo): — Perché, Luigi Berton, non avete subito informato la giustizia d'aver accompagnato la povera Cecilia Franci a visitare l'appartamento sfitto del m piano? BERTON (arrossendo): — Ecco… signor giudice… Ho fatto male… sì:

lo confesso… ma… ma non credevo che la cosa avesse importanza… GIUDICE: — A voi non spettava

giudicare. BERTON: — Le giuro che… se avessi saputo… Ma… lei capisce… Non volevo cacciarmi in un pasticcio di quel genere. Pensavo che… il mio silenzio non cambiasse nulla. GIUDICE: — Non bisognava pensare, Berton: o… pensare soltanto alla verità. Ed ora, ditemi:

sapete se la signora Franci avrebbe preso l'appartamento per sé, o per qualche altra persona? BERTON (premuroso): — Per un'altra… per un'altra. Mi disse, appunto, che un'amica di Brescia l'aveva incaricata…

GIUDICE: — Ah! Benissimo! E ricordate che la povera signora abbia preso qualche fotografia dei locali, per meglio informare la sua amica? BERTON (incerto)-. — Forse… mi sembra, ma… No, no: non ne prese affatto. GIUDICE (fa vedere a Luigi una piccola Kodak)-. — Eppure questa macchina fotografica, direbbe di sì. BERTON: — Ma… domando io… come… GIUDICE: — È stata trovata nella stanza d'angolo, in fondo alla casa. BERTON: — Oh! guarda! È certo che… la macchina c'era… Ma perché

proprio la signora?… Ho fatto visitare l'appartamento a tante persone… Qualcun altro può averla dimenticata… GIUDICE: — Non è probabile, poiché, sviluppate le pellicole, ne è uscito precisamente… il ritratto di Cecilia Franci… Vedete? Preso nel giardino della sua villa. (Gli mostra la fotografia dell'uccisa). BERTON: — Vedo… vedo… Ma domando io… signor giudice… Io non so… Io non c'entro… GIUDICE (alzando la voce e battendo il pugno sul tavolo)-. — Voi! Voi! siete l'assassino! BERTON (sta per cadere; due

guardie accorrono a sostenerlo; ha appena la forza di mormorare)-. — Io?… Io?… Ma se i colpevoli sono stati subito… GIUDICE: — Il dottor Gallucci, non è vero? Ricordatevi del guanto che avete fatto cadere nel suo studio, quando il commissario Pradella vi mandò a chiamarlo per la constatazione del decesso. BERTON (incosciente, seguita a balbettare)-. — Io?… Io?… Io?… GIUDICE: — Voi: che abbagliato dal luccichio dei gioielli, o del denaro forse intravvisto nella borsetta di Cecilia Franci, l'avete assalita e barbaramente

strangolata… Per liberarvi del cadavere, l'avete trascinato nella cabina dell'ascensore. L'ora era comoda: dall'una alle due. Ora di colazione o di siesta. Rinviato l'ascensore e richiuso l'appartamento, siete sceso per le scale, come nulla fosse, ad attendere in portineria che un disgraziato qualunque avesse l'atroce sorpresa di scoprire il delitto. Ma una cosa non avete preveduta, Luigi Berton. Quando Cecilia Franci, sollevando il capo per prendere al punto giusto un'istantanea di quella stanza, vi scorse di fronte a lei con la faccia

mostruosa di una belva che sta per slanciarsi sulla preda, ebbe un inconsulto movimento del braccio… e la macchina scattò! Eravate preso! (Pone dinnanzi agli occhi esterrefatti di Luigetto Berton la fotografia che ha fissata la sua immagine feroce nel momento del delitto).

Eugenia Consolo - È l'ora…

Il cartellone annuncia il dramma giallo: «Sparo nella notte!». Teatro gremito. Il pubblico è a posto. Dietro le quinte s'ode un colpo d'arma da fuoco! Subito dopo, sempre a sipario

calato, gran confusione in palcoscenico; passi affrettati; voci concitate; strilli di donne; ordini e contrordini… Esce alla ribalta il primo attore, Giovanni Grisenti. È in costume da apache, truccato per la rappresentazione. — Signore e Signori: lo sparo che avete udito non ha niente a che fare col dramma che dovevamo recitarvi. Purtroppo, è successa una disgrazia… La nostra prima donna, signorina Olga Marlotti, è stata mortalmente ferita nel suo camerino. Il medico del teatro non essendo ancora al suo posto, prego qualsiasi altro medico si trovasse

nella sala di salire sul palcoscenico. Nessuno si muove:

evidentemente si crede ad una riuscitissima finzione dell'abile artista. Giovanni Grisenti insiste: — Ciò che ho detto, signori, è la pura verità… Supplico di far presto… La signorina Marlotti è moribonda… Altre grida vengono dalle quinte:

la confusione cresce… Il pubblico comincia a persuadersi della sciagura: tutti sono in piedi, pronti ad andarsene. Altri attori vengono alla ribalta come si trovano, senza più ordine né soggezione.

Il suggeritore è in mezzo a loro e grida: — Un medico… un medico!… Scorge tra gli spettatori un dottore che conosce… -Guardi, signor Grisenti, — dice — quel signore di terza fila che sta mettendosi il cappello è il mio medico. Dottor Poggiali… presto… Il dottor Poggiali non può più esimersi dal fare il suo dovere: — Eccomi… — risponde — stavo per raggiungervi… -e si dirige verso la porticina che conduce al palcoscenico. Giovanni Grisenti si rivolge ancora al pubblico: — Tutti gli spettatori sono pregati di passare

alla biglietteria per il rimborso. È necessario che la sala si vuoti al più presto. E si vuota infatti tra un brusio terribile di commenti, di esclamazioni pietose, di curiosità scatenate e insoddisfatte. All'arrivo del medico, Olga Marlotti è già spirata senza pronunciar parola. Il corpo della bella creatura giace sul divano, dove i compagni l'hanno pietosamente composta. Al dottor Poggiali non resta che constatare il decesso. Giunge il commissario di polizia. Preso atto della situazione: —

Fermi tutti… — ordina. -Nessuno è uscito di qui, dopo il delitto?

gli

spettatori… — balbetta il capocomico che sta perdendo la testa. — La signorina Marlotti è stata

uccisa in palcoscenico: l'assassino si trova dunque fra di voi — replica il commissario. — Inutile tentare di sviare l'opera della giustizia, signor… signor… Chi siete? Come vi chiamate?

— Sono Luigi Fabietti: il

capocomico. — Sta bene. Cercate di essere chiaro nelle risposte… Di quante

— Se

ne

sono

andati

persone è composta la vostra compagnia?

— Quattordici, fra attori ed

attrici: due macchinisti, un suggeritore, un trovarobe.

Il commissario fa prendere le generalità di tutti.

— Nessuno manca dal

palcoscenico, questa sera?

— Nessuno, signor commissario.

— Scusi, signor Fabietti, —

interrompe il caratterista. -Mario

Negrini non aveva parte e non si è visto…

— Già: è ammalato.

— Siate preciso, signor

capocomico — dice il commissario.

— La signorina Marlotti era sola al momento del delitto?

Forse sì: tutti gli

attori si trovavano nei rispettivi camerini a vestirsi.

— Non aveva la morta un'amica, una cameriera…?

— Chi

lo

sa?

— Sì: Geltrude Biasutti.

Geltrude si avanza singhiozzando. — Dove eravate quando fu

uccisa la vostra padrona?

camerino del signor

Grisenti… — Che cosa facevate nel camerino del signor Grisenti?

— Non ci era riuscito di aprire il

Nel

cofanetto dei gioielli e la signorina mi mandò dal signor Giovanni…

mormora

quest'ultimo — ma non c'è stato il tempo.

Infatti,

Il

commissario

guarda

fissamente

l'attore;

guarda

Geltrude…

— Dov'è il cofanetto?

 

— Eccolo…

 

— Apritelo.

Viene

forzata

la

serratura…

Vuoto!…

Pochi

sassi

ne

mantenevano

il

Grisenti

sgrana

Grisenti sgrana

peso.

tanto

Giovanni

d'occhi;

sembra arrossire…

— Possibile!… — esclama.

— Tutto a verbale… — ordina il

commissario; poi rivolgendosi a

Fabietti: — La finestra del camerino della morta dove guarda?

— Sopra una straduccia senza sbocco: un vicolo cieco…

— Quel tale attore che non è presente… — Mario Negrini?

— Dove è alloggiato?

— Nel mio stesso albergo, —

informa Giovanni Grisenti. — All'Hotel Europa. — Come lo era la signorina Marlotti, naturalmente… -osserva il commissario che ha compreso le relazioni tra i due.

Ogni tanto agenti di pubblica

sicurezza portano qualche notizia al loro superiore. Uno di essi fa un cenno negativo.

— La rivoltella non si trova —

dice il commissario quasi a se

stesso, — né qui, né sulla stradina di sotto, dove l'assassino potrebbe averla gettata per liberarsene.

— Può darsi che un passante

l'abbia raccolta… — azzarda

timidamente il capocomico.

— Non è probabile che questo

sudicio vicoletto sia frequentato a quest'ora. Il trovarobe Furlani chiede di parlare.

— Che volete? Aspettate il vostro turno. — Gli è, signor commissario, che riguardo la rivoltella vorrei… vorrei dire quello che so… Ecco: Antonio Parenti ed io, abitiamo dalla stessa

affittacamere, in due stanze attigue. — Antonio Parenti sarebbe il suggeritore? — Precisamente. L'altro ieri entrai da lui mentre si vestiva… e vidi in un cassetto… uno di quei gingilli… Lo presi in mano… «Lascia stare» mi disse Antonio, «una palla

di

questa deve andare in corpo a chi

so

io…». — E a chi, secondo voi, voleva

alludere? — Credo alla povera signorina… Egli… la odiava… — E perché? — Perché lui suggerisce male, e la prima donna aveva chiesto ed

ottenuto che il signor Fabietti lo licenziasse.

— È esatto? — chiede il

commissario al capocomico.

— Sì, signore, — risponde

l'interrogato — ma non è possibile che… Antonio Parenti vien trattenuto mentre sta per slanciarsi contro il trovarobe. — Vi consiglio di mantenervi

calmo — gli dice il commissario. —

È vero, o no, che tenete nel cassetto una rivoltella?

— È vero, signore; ma… si stratta

di un ricordo… di un caro ricordo…

— Del vostro caro nonno… —

aggiunge ironicamente l'uomo della legge.

— No: era di mio padre; mi

creda… Lo giuro sul mio ragazzo… Furlani vuol rovinarmi per rancore… per gelosia…

— Gelosia? di chi?

— Si è fisso in capo che io… e la

sua amica… Il trovarobe si agita: vorrebbe ribattere, ma si rassegna al silenzio,

intimorito da un energico «Zitto, voi» del commissario, che seguita ad interrogare Antonio Parenti.

— Al momento del delitto, dove

eravate? — Al mio posto nella buca — risponde sbadatamente il suggeritore. — È falso: tutti vi hanno visto

precipitarvi alla ribalta a fianco di Giovanni Grisenti; ma dalle quinte, non dalla buca…

— Può essere… Non so più quel

che mi faccia — e piange come un bambino.

— Mi spiace, ma io so benissimo

quel che ho da fare, invece. Sono

costretto ad arrestarvi. Tra gli attori si leva un mormorio di pietà e di simpatia.

Geltrude Biasutti prende il coraggio a due mani e si mette apertamente in difesa del suggeritore.

— Signor commissario…

— Che volete?

— Io non avrei detto nulla… ma,

poiché si accusa questo disgraziato… — Fate attenzione, ragazza; nessuno vi ha interrogata. — Mi perdoni signore… ma forse… io… La signora Giovanoli… — Che vuoi dire, pettegola… — scappa di bocca alla seconda attrice.

Una occhiataccia del commissario le toglie la parola.

— Ieri sera, — seguita Geltrude

— uscendo dal camerino della mia padrona, la signora l'ha minacciata,

gridandole in faccia: «Guai a te! Me la pagherai…».

— Bugiarda… Ah, bugiarda!… —

mormora fremendo la seconda donna.

— E perché questa minaccia?

— Perché… signor commissario,

la signora Giovanoli non ha mai perdonato alla mia povera padrona

di essere più bella, più giovane, più brava di lei; e soprattutto…

— Avanti… E soprattutto?…

— Di averle portato via l'amore del… del suo amico. — Chi è il suo amico? — Tutti sanno che… il signor Grisenti l'ha piantata per la mia padrona…

Il commissario interroga l'attore che cerca di negare…

— È una menzogna, signore;

Geltrude sa benissimo che non è vero… Geltrude viene ammonita severamente.

— Badate a quello che dite,

Geltrude Biasutti: dovrete ripetere ogni cosa in istruttoria e in tribunale sotto giuramento.

— Sì, sì; è tutto vero, signor commissario; ha tentato anche di avvelenarla, la mia signorina… con un certo caffè… per sostituirla in una commedia… Violetta Giovanoli che, già un po' matura, costringe l'incipiente pinguedine dentro un busto strettissimo, diventa scarlatta in viso come se stesse per scoppiare, e geme: — Signor commissario… non è vero… Non permetta… — Io permetto tutto quanto può esser utile ad illuminare la giustizia: sono qui per prendere atto di qualsiasi testimonianza. Resta dunque che voi avevate motivi di

gelosia contro la prima donna Marlotti.

Signor commissario, le

assicuro che non è così — tenta di dire Grisenti. — Le terribili accuse pronunciate da Geltrude sono inammissibili… La signora Giovanoli ed io…

— Voi, tacete… — interrompe il commissario.

non sono

io

— un'assassina… — prorompe la seconda donna. — I miei compagni

sanno tutti quello che valgo… e che sono felice con…

Ma

— Con chi?

— Con nessuno… signor

commissario. Voglio dire che mi… che mi contento del mio stato… ecco…

— Ma non si contenta del signor

Negrini, che è una vittima nelle sue

mani… — borbotta Geltrude implacabile. A questo punto si ha notizia delle perquisizioni fatte.

— Il signor Negrini non è più all'albergo. È uscito prima delle ore venti.

— E prima dunque che gli attori

giungessero in teatro, avendo agio così di nascondersi per compiere il delitto… -esclama il commissario con visibile compiacimento. — La

rivoltella? — Nella camera del signor Parenti la rivoltella non si trova. Il povero suggeritore allibisce: — Come, non si trova? Sono certo di averla lasciata nel cassetto… Lo giuro. Qualcuno l'ha presa… sono innocente… — Perquisitelo — ordina il commissario. — Nulla. — La scomparsa del corpo del delitto non ci impedisce, per fortuna, di ricostruire il fatto. Ci troviamo di fronte a due ipotesi ugualmente attendibili. Da una parte, abbiamo il suggeritore

Parenti, che potrebbe aver portato con sé la rivoltella, nascondendola chi sa dove a vendetta compiuta. Egli si sarebbe poi cacciato in mezzo ai comici, mettendosi bene in evidenza a gridare al soccorso, per costituirsi un alibi… — Ma io… ho chiamato il dottore… — Non vi permetto di interrompermi! — grida severo il commissario, e continua: — Al tempo stesso, però, seguiamo le tracce del signor Negrini, che avrebbe accusato una malattia inesistente per rimanere in albergo; far sparire i gioielli dal cofanetto,

appostandosi poi in tempo sul palcoscenico, per liberare la Giovanoli dalla presunta rivale… al cui ruolo di prima donna ella sembra aspirasse da un pezzo. — Orrore… orrore! — grida la signora Giovanoli fuori di sé. — Come si può inventare un'infamia simile? — Le infamie le commettono gli assassini come voi… — Oh, mamma mia! Io assassina! — Istigatrice e complice del delinquente, il che è anche peggio! Violetta Giovanoli, vi dichiaro in arresto.

Un grido altissimo riempie la scena; la seconda attrice sviene. I compagni la soccorrono. — Cielo! Un'altra disgrazia! Presto… Acqua… Dottore… Dov'è il dottore? Esce dall'ombra il medico Poggiali che si trovava in fondo al palcoscenico in attesa che il commissario lo licenziasse. Ma, mentre egli si avvicina alla svenuta, viene paralizzato da un altro colpo d'arma da fuoco, che terrorizza gli astanti; e, subito dopo, s'ode il tonfo secco di un oggetto pesante caduto dall'alto nel camerino della morta. Nell'indescrivibile panico, tutti

urlano, corrono, si urtano tentando

di

fuggire… — Nessuno si muova — impone

al

solito il commissario, mentre un

subalterno gli fa osservare come, per arrivare a quell'altezza, lo sparatore debba essersi arrampicato su una inferriata del piano terra, di cui prima nessuno si era accorto. — Nulla di più tragico — esclama il commissario: — Per un filo il proiettile non è andato a straziare il corpo di quella disgraziata! Viene chiesto al trovarobe di esaminare l'arma. — È la rivoltella di Antonio Parenti questa; non c'è dubbio…

Il suggeritore accorre e, pur dovendo ammettere la verità: — Non sono dunque stato io… — esclama un po' sollevato. Il commissario lo guarda con maggiore indulgenza… e pensa intanto, sbalordito e preoccupato, all'inattesa complicazione che gli si presenta.

Dalla scaletta che conduce al palcoscenico, vengono, intanto, rumori diversi di passi pesanti; di voci numerose; di colpi che sembrano percosse. Si distinguono le parole: «Un ragazzo… Assassino due volte! L'ho