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ANNALISA MONETA

DA COSTANTINO PALEOLOGO A KAROLOS PAPULIAS

Sintesi di storia greca moderna

a cura di CATERINA CARPINATO

MATERIALE DIDATTICO PER IL CORSO DI LINGUA E LETTERATURA NEOGRECA a.a. 2006-2007

DIDATTICO PER IL CORSO DI LINGUA E LETTERATURA NEOGRECA a.a. 2006-2007 Pubblicazioni dell’I.S.U. Università Cattolica

Pubblicazioni dell’I.S.U. Università Cattolica

ANNALISA MONETA

DA COSTANTINO PALEOLOGO AKAROLOSPAPULIAS

Sintesi di storia greca moderna

MATERIALE DIDATTICO PER IL CORSO DI LINGUA E LETTERATURA NEOGRECA

a.a. 2006-2007

a cura di

CATERINA CARPINATO

Milano 2007

© 2007

I.S.U. Università Cattolica – Largo Gemelli, 1 – Milano http://www.unicatt.it/librario ISBN 978-88-8311-482-3

INDICE

Prefazione

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Introduzione

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Capitolo primo Genesi e formazione della coscienza nazionale greca La caduta di Costantinopoli

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Dopo la presa della Polis: Venetocrazia e Impero Ottomano

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Illuminismo e questione della lingua

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Capitolo secondo Dalla rivoluzione ad Atene capitale Le condizioni che prepararono la rivoluzione

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La rivoluzione

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Capitolo terzo Dalla monarchia assoluta alla Costituzione del 1843 Organizzazione dello Stato

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Politica interna e politica estera della monarchia

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Il colpo di stato del 1843. La Costituzione

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Dagli inizi della monarchia costituzionale alla guerra di Crimea

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Capitolo quarto Lo sviluppo della Grecia moderna fino alla vittoria della borghesia Cambiamenti economici e sociali Modificazioni economiche e nuovi orientamenti culturali Il movimento liberale. La caduta di Ottone Lo sviluppo economico con Trikupis. La vittoria della borghesia

culturali Il movimento liberale. La caduta di Ottone Lo sviluppo economico con Trikupis. La vittoria della
culturali Il movimento liberale. La caduta di Ottone Lo sviluppo economico con Trikupis. La vittoria della
culturali Il movimento liberale. La caduta di Ottone Lo sviluppo economico con Trikupis. La vittoria della

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Il problema delle terre irredente e la questione d’oriente 87

La rivolta del 1909

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Capitolo quinto Dal primo governo Venizelos alla prima repubblica La creazione dello Stato borghese

95

Le guerre balcaniche

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La prima guerra mondiale. La grande catastrofe

106

Conseguenze sociali e politiche

114

L’instaurazione della Prima Repubblica

116

Capitolo sesto Dalla prima repubblica ad oggi La breve vita della Prima Repubblica

117

La seconda guerra mondiale

121

La guerra civile

127

La vita politica greca dal 1949 al regime dei colonnelli

130

4

La caduta della dittatura militare

134

La Grecia democratica

136

Cartografia storico-politica

143

Cenni Bibliografici

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PREFAZIONE

Il presente lavoro nasce in gran parte da due considerazioni

di base:

– gli studenti universitari di Lingua e Letteratura neogreca

non hanno ricevuto nel loro corso di studi scolastico nulla,

o quasi, della storia greca successiva a Giustiniano;

– manca un profilo, ordinato e, possibilmente, chiaro, che contenga i dati (e le date) fondamentali entro cui operano gli autori neogreci presi in considerazione nel loro corso di studi. Si tratta, quindi, di un contributo, sul quale pesa – non so se in bene o in male – la mia esperienza più che trenta- cinquennale di insegnante di lettere in un liceo scientifico. Non si cerchino, quindi, in questo volume elementi di approfondimento critico o scientifico. Ho consultato varie

opere di storia della letteratura, di storia della lingua greca e di storia neogreca tout-court. Pur attingendo utili spunti un po’ da tutte, ho creduto opportuno concentrare la mia attenzione sui testi prettamente storici. Nella nostra lingua gli strumenti a disposizione per lo studio della storia greca moderna sono pochi (oppure hanno un taglio settoriale), mentre esiste un numero maggiore, anche se non abbondante, di testi in italiano

di storia dei Balcani nei quali la Grecia è spesso trattata solo

marginalmente.

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In bibliografia ho riportato anche un testo scolastico greco per la terza liceo. La ragione della sua consultazione sta nella curiosità di sapere come temi e periodi importanti della storia contemporanea siano presentati ai giovani greci, a tutti i giovani greci di terza liceo. Il testo scolastico viene scelto da una commissione ministeriale, cui partecipano anche i rappresentanti della Chiesa ortodossa, ed è unico in tutto lo Stato greco. In pratica tutti, proprio tutti, gli alunni di terza liceo, da Salonicco a Kalamata o a Iraklio, studiano su un unico testo, non scelto, non voluto dal loro insegnante, ma dalla commissione centrale. In compenso è gratuito. La suddivisione e l’intitolazione dei capitoli segue quasi sempre l’impostazione data da Nikos Svoronos. Alla fine di ogni paragrafo vengono inseriti brevi finestre o box di approfondimento relativi ad argomenti o personaggi trattati nel corso dello stesso paragrafo. Il primo capitolo è più esteso rispetto agli altri perché contiene informazioni (come quella sul concetto di “ellenismo” e di “grecità”, intesa come insieme dei greci), utili al neofita per comprendere meglio il seguito dell’evoluzione storica e culturale della Grecia. Di contro la trattazione del periodo dal 1923 in poi, nonostante l’importanza di alcune questioni come la guerra civile, Cipro o la dittatura dei colonnelli è stata volutamente tracciata solo nelle linee generali di riferimento. Gli ultimi decenni di storia greca avrebbero meritato un’attenzione ben più precisa e approfondita di quella che si poteva prestare in una trattazione generale. Ma questo non è lo scopo del lavoro presente.

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INTRODUZIONE

L’attuale Repubblica Greca (Ελληνική Δημοκρατία) è una realtà storico-geografica recente: il Regno di Grecia è stato creato in seguito alla rivoluzione greca contro i turchi

scoppiata nel 1821 ed i confini politici-geografici della Grecia

di oggi sono stati delimitati solo dopo la seconda guerra

mondiale, quando è cessato il protettorato italiano nelle isole del Dodecanneso, nell’Egeo orientale. Una nazione giovane dunque, la Grecia moderna, con un territorio non particolarmente esteso (131.940 Km 2 ), contorto e frastagliato,

sminuzzato in più di duemila isole (oltre duecento quelle

abitate). La cartina geografica svela immediatamente quanto

sia complesso, e in parte inaccessibile e disabitato, il territorio

greco: una fitta rete di montagne copre circa il 70% dell’insieme. Per avvicinarsi ai greci moderni e alla loro storia politica e culturale è necessario tenere sempre a mente la configurazione geografica della Grecia nei suoi confini politici attuali: ad est le isole greche di fronte alla Turchia, così prossime alle coste da mettere in crisi la definizione politica di “acque territoriali”, accendono la spia rossa d’allarme sui rapporti intercorsi tra i due popoli anche in epoca molto recente. A nord-est la Grecia confina con la Turchia stessa e con la Bulgaria: questi limiti geografici riportano alla memoria la dominazione secolare dell’Impero Ottomano e la stretta connessione dei greci con il mondo slavo. La Repubblica ex Jugoslava di Macedonia e

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l’Albania segnano il confine settentrionale: fino alla caduta del muro di Berlino era qui definita una vera barriera tra un mondo ed un altro, tra una realtà politica ed un’altra, tra l’Occidente della Nato e l’Oriente dell’U.R.S.S. e dei suoi alleati. Negli ultimi quindici anni questa linea di confine è

stata continuamente violata: attraverso di essa si sono riversati

in Grecia, e poi in altre parti dell’Europa, molti extracomuni-

tari dell’est in cerca di una sorte migliore nel mondo occidentale. Ad ovest la Grecia confina con il mar Ionio, nelle cui acque si trovano le isole dell’Eptaneso che rimasero fuori dal giogo ottomano e che furono per secoli dominate dal Leone di Venezia: una porta spalancata verso la penisola italiana.

Per capire la Grecia di oggi bisogna poi considerare alcuni

aspetti che hanno caratterizzato l’evoluzione storico-culturale

di questa nazione: 1) questione della lingua; 2) diaspora; 3)

identità nazionale e ruolo svolto dalla Chiesa ortodossa (il 98% della popolazione è stato battezzato con il rito ortodosso); 4) rapporto con il patrimonio storico, archeologico, letterario dell’età antica e bizantina.

1) La Grecia è dunque una nazione giovane politicamente indipendente nei suoi attuali confini geografici solo da poco più di mezzo secolo, con un patrimonio culturale straordinario e – nello stesso tempo – straordinariamente gravoso; con una lingua che ha una continuità storica di più di tremila anni. Una nazione che ha identificato integrità e unità nella lingua,

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la quale ha assunto una valenza politica. La questione della lingua in Grecia, che ha provocato anche spargimento di sangue per le strade di Atene all’inizio del Novecento (a causa delle traduzioni dei Vangeli e di una tragedia di Eschilo in greco volgare), non è ancora definitivamente conclusa, sebbene ormai la dimotikì, la lingua del δήμος, sia la lingua ufficiale nazionale. La dimotikì è la lingua dello stato greco dopo il ripristino del sistema politico democratico in seguito alla caduta del regime dittatoriale nel 1974.

2) Nelle terre della penisola balcanica, dell’Egeo, delle coste

dell’Asia Minore e delle sette isole dello Ionio, ma anche nelle grandi e piccole città dell’Europa occidentale ed orientale (Venezia, Napoli, Parigi, Vienna, Livorno, Trieste, Bucarest,

) dove i greci si stabilirono dal XV sec. in poi

per esercitare essenzialmente i loro commerci o per studiare, in tutte queste terre fuori dai confini territoriali della Grecia, per secoli, si è continuato a parlare greco e a produrre letteratura in lingua greca volgare. Nonostante il fatto che i greci fossero dominati da potenze che professavano un’altra religione e si esprimevano in un’altra lingua essi hanno tuttavia sviluppato una cultura che, pur mantenendo particolarità regionali, appare comunque piuttosto omogenea, unificata da un comune credo religioso e da una lingua comune, che sebbene variegata, ha tuttavia una sua intima unità morfologica, sintattica e lessicale. Questi greci non si sentivano più ʹΈλληνες, ma Ρωμαίοι, greci, cristiani ortodossi. La diaspora greca non deve essere confusa con la μετανάσταση, l’emigrazione,

Mosca, Odessa,

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fenomeno

più

recente

e

in

parte

di

diversa

natura

socio-

economica.

3) La Chiesa greca ortodossa è un’istituzione fondamentale nella vita quotidiana, pubblica e privata, non solo dei cittadini della Repubblica di Grecia, ma per la Repubblica stessa. La

chiesa con i suoi riti, i suoi funzionari, i suoi dogmi, ha avuto

un ruolo di collante e di sostegno per secoli: la vita civile dei

greci tuttora è scandita sempre da una celebrazione religiosa.

In seguito allo scisma del 1054 tra la Chiesa cristiana ortodossa

d’Oriente e la Chiesa Cattolica d’Occidente – nonostante

qualche tentativo fallito di riavvicinamento – non vi è stato un vero dialogo: questo fatto ha compromesso la nostra capacità

di interpretare il mondo dell’Europa orientale, non solo di

capire la realtà delle popolazioni di lingua greca, ma anche di

quelle di lingua russa, serba, bulgara. Il mondo slavo, i Balcani e i greci hanno molte affinità determinate dalla comune eredità storica di Bisanzio e dell’Impero Ottomano e dal comune credo religioso. Senza tenere in conto il peso ed il ruolo della Ortodossia nella vita dei greci non è possibile tracciare un profilo storico di riferimento: basti soltanto pensare che la data della festa nazionale greca (il 25 marzo) ricorda il giorno d’inizio della rivoluzione contro i turchi e che la coincidenza con la festa religiosa dell’Έυαγγελισμός (l’Annunciazione) non è casuale. Il giorno assume una doppia valenza: celebra l’avvio

di una rivolta che porterà ad una nuova vita, come l’annuncio

dell’arcangelo Gabriele a Maria porterà nove mesi dopo alla nascita del Cristo liberatore. Non si sottolinea mai abbastanza

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quanto rilevante sia il ruolo svolto dalla religione e dalla chiesa ortodossa: è indispensabile farsi carico di questo elemento portante per adire alla conoscenza della cultura greca moderna. Senza comprendere l’ortodossia non solo non si possono spiegare, ad esempio, i rapporti che storicamente hanno legato la Russia e i greci, ma anche non si può interpretare gran parte della produzione letteraria greca (ad esempio non si capisce a fondo nemmeno la poesia novecentesca di Ritsos o di Elitis).

4) La formazione dell’identità nazionale e il recupero del passato, dell’antichità classica e bizantina, la consapevole percezione di essere gli eredi dello straordinario patrimonio storico, artistico, filosofico, letterario, musicale, scientifico della Grecia antica e della grandezza politica e culturale dell’Impero bizantino, sono conquiste relativamente recenti.

Sebbene si rintraccino nel corso dei secoli le tracce consistenti

di un ininterrotto legame di continuità storica, linguistica e

culturale. Si era infatti in gran parte perduto il senso del continuum storico-culturale. Il mondo greco antico e Bisanzio fanno parte della consapevolezza culturale dei greci solo da poco più di due secoli. Per un lungo lasso di tempo i greci, la

maggior parte dei greci, non hanno avuto la fierezza di sentirsi

in linea di successione diretta con il proprio passato perché

non avevano gli strumenti per comprendere la propria dimensione storica-culturale. Chi mette (o chi ha messo) in discussione tale continuità è visto come un nemico da ostracizzare. La continuità è indiscutibile, quello che è in parte mancata è la percezione di tale fenomeno.

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Conoscere le varie fasi della storia moderna di questa regione del Mediterraneo orientale consente di capire meglio alcune questioni relative all’Europa dell’Est, al Vicino e Medio Oriente e permette altresì di interpetare alcune vicende fondamentali della storia europea (si pensi soltanto alla battaglia di Lepanto del 1571, o alla crisi balcanica degli anni ’12 e ’13 del Novecento che determinò lo scoppio della Prima Guerra Mondiale). Per aver un quadro complessivo della storia della Grecia moderna bisognerebbe inoltre considerare che questa area del bacino mediterraneo ha avuto un ruolo di primaria importanza anche in età antica e medievale (bizantina): la storia della Grecia e della sua lingua è un unicum, un percorso unico, complesso ed articolato nell’arco di tremila anni.

Il lavoro di Annalisa Moneta è nato inizialmente in classe, a Venezia, durante l’anno accademico 2003-04 quando abbiamo affrontato il percorso storico greco dall’età tardo-bizantina fino ai nostri giorni, grazie anche alla collaborazione di Lydia Tryfona, docente al ginnasio della prestigiosa scuola ateniese Moraitis. Insieme abbiamo sintetizzato per grandi linee il profilo storico greco durante i secoli delle dominazioni straniere (turca e veneziana); il processo verso la rivoluzione del 1821 e i principali momenti storici che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli della storia greca. L’esperienza di quel ciclo di lezioni ha evidenziato ancora di più l’assenza di uno strumento didattico agile ed essenziale in grado di fornire agli studenti dei corsi di lingua, letteratura e cultura della Facoltà di lingue e letterature

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straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (triennio) un quadro di riferimento relativo ai fatti, ai nomi ed alle date più importanti della storia greca moderna. Questa rassegna, il cui nucleo di partenza è la tesi di laurea triennale sostenuta dall’autrice nell’a.a. 2004-2005, intende fornire un profilo cronologico dei principali avvenimenti e protagonisti della storia greca moderna, attraverso un discorso espositivo tradizionale e senza pretesa di ulteriori approfondimenti critici ed analitici. Tale sussidio è destinato essenzialmente agli studenti dei corsi di laurea triennale, ma può giovare anche come primo manuale di base per chi desideri conoscere più da vicino la Grecia di oggi. Il volume è rivolto agli studenti del Corso di Lingua e Letteratura neogreca attivato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nell’a.a. 2006-2007, tenuto da Caterina Carpinato, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, per promuovere l’insegnamento della cultura neogreca nell’ambito delle attività svolte dal Centro Ellenico di Cultura del capoluogo lombardo. Si ringraziano il Consiglio di Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia per aver concesso il nulla osta, la Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica per aver accolto l’offerta didattica proposta dal Centro Ellenico di Cultura di Milano, il Ministero della Cultura e dell’Istruzione di Cipro, per il contributo alla stampa, e gli studenti, che con interesse ed entusiasmo, hanno seguito le lezioni.

Caterina Carpinato

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CAPITOLO PRIMO

GENESI E FORMAZIONE DELLA COSCIENZA NAZIONALE GRECA

La caduta di Costantinopoli (cartografia p. 135)

L’Impero Bizantino era entrato in una crisi profonda ben prima del 1453, anno nel quale la città di Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi. I potenti proprietari terrieri e l’aristocrazia militare avevano raggiunto già nei secoli precedenti una notevole indipendenza. Nei secoli XIV e XV si giunse a un tale grado di decentramento amministrativo e di indebolimento del potere centrale da ricordare alcuni aspetti del nostro feudalesimo, con il suo strascico di scontri interni ed esterni e di disordini politici e sociali. In questo contesto la conquista franca del 1204 (IV Crociata, detta l’Incompiuta) appare come “una evoluzione organica dell’Impero” (Box 1). In questi stessi secoli si svilupparono movimenti politici e rivolte che determinarono in seguito la nascita dei moderni Stati balcanici. In questo stesso periodo la componente di lingua greca dell’Impero di Bisanzio comincia a prendere coscienza della propria identità. Nell’età degli imperatori Paleologhi (1261-1453) (Box 2), grazie ai loro interventi che provocarono cambiamenti sociali e politici, la trasformazione dell’impero si accentuò. Piccoli Stati

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e Signorie franche e greche, create dopo la presa di

Costantinopoli del 1204, si scontravano tra loro tentando di imporre il loro predominio. Anche i governatori delle province bizantine sfuggivano al controllo centrale per diventare quasi indipendenti. Nelle grandi città la classe media, i ricchi commercianti e artigiani, gli alti funzionari – che si opponevano dall’XI secolo all’aristocrazia militare – mostravano tendenze separatiste. Il governo centrale, malgrado il suo assolutismo, fu costretto ad accordare diversi privilegi alle grandi città (Adrianopoli, Salonicco, Serres, Ioannina, Monemvassia). Dal XIII secolo Costantinopoli cessò di essere l’unico fulcro dirigente della grecità; nelle province delle regioni corrispondenti all’antica Grecia, dove le tradizioni greche erano più vive e il ricordo dell’antichità più diretto, si formarono vari centri, gruppi politici e intellettuali. Lo spezzettamento dell’Impero e il decentramento amministrativo favorirono il liberarsi degli elementi popolari, che avevano conservato le tradizioni greche e che erano stati oppressi dalle direttive orientali o romane o sovranazionali

(bizantine). Gli intellettuali di Bisanzio tornarono a rivolgere

la loro attenzione alla forma e, soprattutto, allo spirito

dell’antica letteratura. Ciò provocò il cosiddetto rinascimento dei Paleologhi, che precedette quello occidentale e, per certi aspetti, vi contribuì. Tale fenomeno costituisce una delle prime manifestazioni

di una presa di coscienza nazionale, confermata, per altro,

anche da altri elementi: la conquista commerciale del

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Mediterraneo vedeva i mercanti greci contrapporsi agli occidentali (Veneziani e Genovesi, soprattutto), la fondazione degli Stati balcanici (Bulgaro, Serbo, Rumeno), i movimenti nazionali in Asia Minore (per es. la rivoluzione degli Armeni del 1158), l’esistenza di piccoli Stati franchi. Svoronos ritiene che in questa età sorga il primo germe di una presa di coscienza nazionale, che, pure, contrastava con l’assenza di separazione fra i Greci e gli altri gruppi (la

ripartizione geografica delle diverse nazionalità balcaniche era continuamente modificata e mancava totalmente di omogeneità). In questo stesso periodo la componente di lingua greca dell’Impero bizantino inizia a prendere coscienza della propria identità e diversità culturale. Ciò è dimostrato da vari fattori.

– Pur rimanendo in uso la lingua classica, parallelamente ad essa, cominciò ad essere usata in letteratura la lingua popolare, la quale aveva assunto, già a partire dall’XI sec., elementi propri del greco moderno.

– Il termine ʹΈλλην, perso il suo significato originario per assumere quello di pagano, riprendeva il suo primo senso accostandosi al termine Ρωμαίος (letteralmente “romano”, in realtà “suddito dell’Impero romano d’oriente”, per traslato “valoroso”).

– Gli stati greci, fondati dopo la conquista franca, sono νέα ελληνικά “di nome, di organizzazione e di concezione”. A conferma di ciò basta pensare ai nomi che si diedero gli stati greci indipendenti formatisi dopo la quarta crociata:

l’Impero di Nicea viene chiamato Ελληνικό βασίλειο,

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Bisanzio viene detto Ελληνικό Κράτος e l’imperatore dei Romei (Αυτοκράτωρ τών Ρωμαίων) inizia a definirsi Βασίλευς των Ελλήνων.

BOX 1 – ELLENISMO E ELLADISMO

Prevelakis opera una interessante distinzione tra ellenismo e elladismo. Egli scrive che il secondo termine deriva dal fatto che nella seconda metà del XIX sec. la Grecia indipendente si è riappropriata dell’antico nome di Ελλάς, per cui elladismo viene ad evocare l’insieme delle realtà politiche, istituzionali, sociali, economiche e culturali associate a questo Stato. Secondo l’autore ellenismo, invece, fa riferimento a una entità etno-culturale, caratterizzata da una continuità storica di più di tremila anni, una dispersione geografica considerevole e una grande eredità culturale, di cui fanno parte la civiltà greca antica, ma anche quella bizantina e il folklore greco. L’elladismo è così “una sintesi tra elementi dell’ellenismo e certe idee occidentali”, mentre “l’ellenismo comprende espressioni culturali, sociali e politiche che possono collocarsi ai limiti, e perfino al di là dell’ambito dell’elladismo.” L’elladismo si riferice quindi a quanto concerne la realtà (politica, economica, sociale, culturale, etc.) dell’attuale Stato Greco, mentre ellenismo si riferisce a tutta quanta la realtà greca o, meglio, ellenica, anche al di fuori dei confini territoriali, in particolare a quella della diaspora e a Cipro.

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BOX 2 – COSTANTINO PALEOLOGO

L’ultimo imperatore fu Costantino XI Dragases Paleologo, nato nel 1405, figlio secondogenito di Manuele II e di Elena Dragaš. Succedette

al fratello maggiore Giovanni VIII nel 1448, dopo aver svolto incarichi

importanti in varie parti dell’Impero, soprattutto in Morea, dove cercò

di rafforzare ed espandere i territori bizantini, sottraendoli a turchi e

occidentali. Continuò il tentativo del fratello di realizzare l’unificazione

tra la chiesa ortodossa e quella cattolica, condizione essenziale per ottenere aiuto dagli occidentali contro un attacco dei turchi. Tale attacco era evidentemente imminente, dato che Maometto II stava costruendo una fortezza sulla parte occidentale del Bosforo, dalla quale poteva controllare agevolmente ogni passaggio per lo stretto. La costruzione fu terminata nell’agosto 1452: Costantino fece rafforzare le mura della Polis e bloccò le navi occidentali, nel tentativo di indurre i

veneziani ancora presenti a chiedere aiuto alla madrepatria. I soli aiuti che riuscì ad ottenere furono un piccolo contingente armato, che accompagnava Isidoro di Kiev, patriarca latino inviato dal papa per far rispettare gli impegni sulla riunificazione delle due chiese, e una nave genovese sotto il comando di Giovanni Giustiniani Longo. Nonostante una difesa strenua ed eroica la Città fu presa il 29 maggio 1453. Costantino cadde ucciso. Varie sono le versioni sulle modalità della sua morte, comunque eroica. Fu fatto santo e martire della Chiesa ortodossa: una statua con le sue sembianze si erge davati alla cattedrale

di Atene.

Dopo la presa della Polis: Venetocrazia e Impero Ottomano (cartografia pp. 136 e 137)

Alla fine del XV sec. il territorio dell’attuale Grecia si trovava per la maggior parte sotto la dominazione turca, ma

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anche in buona misura sotto l’egida dei veneziani (Box 1), soprattutto isole (dell’Egeo e dello Ionio) e porti, che servivano ai loro traffici mercantili. Corfù non fu mai sotto i turchi, le altre isole Ionie, esclusa Leucade, lo furono solo per brevi periodi. Leucade, o Santa Maura, conobbe il dominio turco per circa 200 anni, poi tornò veneziana con la cosiddetta “seconda Venetocrazia” nel 1684. Di grande rilevanza, anche per l’aspetto culturale è Creta, che rimase alla Serenissima fino al 1669. Anche se, come afferma Clogg, molti greci ortodossi preferivano la dominazione ottomana a quella veneziana, dato che gli ottomani musulmani offendevano meno la suscettibilità religiosa dei loro sudditi ortodossi di quanto non facessero i veneziani cattolici, alla fin fine il governo della Serenissima si dimostrò relativamente benigno e tollerante avendo saputo adeguare la sua amministrazione alle peculiarità locali. Val la pena di ricordare che soprattutto a Creta (Box 2) e, in seguito alla sua caduta in mano turca, nelle isole Ionie, si diffuse una fiorente letteratura in demotico, ispirata in buona parte da modelli italiani (ma non solo). Nel corso del XVI secolo la presenza greca a Venezia era una realtà consistente sia dal punto di vista numerico che economico e sociale. Nel 1514 fu concessa l’autorizzazione ai greci di Venezia di costruirsi la propria Chiesa, che divenne centro di aggregazione e di attività culturale ancor oggi fiorente. A questo va aggiunta la fondazione, nel 1665, del Φλαγγίνειον Φροντιστήριον (Scuola di Flanghinis, dal nome del suo fondatore, Thomàs Flanghinis), che iniziò a preparare i

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giovani greci a intraprendere gli studi presso l’Università di Padova. Proprio qui si laurearono molti greci sia ortodossi che musulmani. Ma due fatti sono forse ancora più importanti, per i riflessi che ebbero nel medio e lungo periodo: il primo riguarda la grande produzione editoriale veneziana di testi religiosi in greco ecclesiastico (praticamente tutti i messali in uso nell’Impero Ottomano venivano stampati a Venezia) e soprattutto di testi di carattere profano in demotico che diedero vita a un fiorente commercio, che non si svolse solo in terra greca, ma anche nella stessa Venezia. In particolare i testi letterari cretesi in demotico, primo fra tutti Erotòkritos di Vitsentzos Kornaros, dimostrano che nell’isola si erano raggiunti un linguaggio poetico e una tecnica compositiva di altissimo livello, che avrebbero potuto costituire un’utile base e un valido modello per la futura letteratura neogreca. Purtroppo la caduta dell’isola sotto il dominio turco nel 1669 provocò la diaspora degli intellettuali cretesi verso le isole Ionie e l’Europa occidentale e segnò la fine di quella raffinatissima stagione letteraria. Il dominio veneziano sulle isole ionie, che rimase fino alla fine del XVIII sec., consentì ai greci di mantenere vivi i rapporti con l’Occidente e di avere, tramite lo Ionio veneziano, un canale di influenza su un mondo ortodosso altrimenti in gran parte isolato dal resto d’Europa. Diversa è la situazione nella parte turca. Dopo la conquista di Costantinopoli l’Impero Ottomano si era espanso velocemente nei Balcani, nei principati danubiani di Moldavia e Valacchia, in Bessarabia e

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in Ungheria, ma tale rapida espansione aveva creato non pochi problemi sia perché si trattava di popolazioni parlanti lingue diverse e di religione in maggioranza cristiana, sia perché l’Impero era di tipo teocratico e militarmente ben organizzato, ma fragile nella capacità amministrativa. La teocrazia Ottomana applicava i principi islamici di tolleranza verso i popoli della Bibbia (cristiani, ebrei e zoroastriani) ed esercitava la propria autorità sui non musulmani attraverso il sistema dei millet, i quali venivano individuati non su base etnica, ma su base religiosa. Pertanto il millet principale era quello musulmano, cui seguiva quello ortodosso, poi si aggiunsero quello armeno-gregoriano, l’ebreo, il cattolico e, dal XIX sec., quello protestante. Il millet ortodosso era considerato l’erede delle tradizioni dell’Impero Bizantino, da cui il suo nome di Rum (da Ρωμιός = Romiòs). Il Rum – i – millet comprendeva tutte le popolazioni ortodosse dell’Impero, indipendentemente dalla loro lingua e aveva alla sua testa il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, il quale, a questo titolo, occupava il terzo posto nella gerarchia dell’Impero stesso, dopo il Sultano e il capo religioso dei musulmani (lo Sceik – ul – islam). Il Patriarca di Costantinopoli, nella sua qualità di Etnarca (Εθνάρχης) non aveva soltanto una giurisdizione religiosa sul suo popolo (anzi, sui suoi popoli, come diremmo noi, visto che tutte le popolazioni ortodosse, anche slave o arabe, erano a lui sottoposte), ma seguiva pure l’amministrazione della giustizia civile e l’istruzione pubblica e riscuoteva le tasse ecclesiastiche. La sua autorità veniva delegata ai metropoliti e vescovi della

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Chiesa ortodossa. Per questo in molte parti dell’impero gli ortodossi avevano più rapporti con le autorità ecclesiastiche che con l’autorità civile ottomana. In cambio il Patriarca doveva dare garanzie sulla fedeltà della popolazione ortodossa all’Impero. Nonostante i cristiani godessero di una certa autonomia a livello locale, erano sottoposti ad alcune restrizioni e ad alcuni obblighi, il più pesante dei quali era il pedomazoma (παιδομάζωμα) o devsirme, cioè la leva dei giannizzeri: le famiglie cristiane, a intervalli di tempo irregolari, dovevano consegnare agli ufficiali incaricati i loro figli più sani e più forti, perché essi diventassero musulmani e sudditi fedeli. La resistenza era, in genere, strenua (si ricorreva a tutto, ivi compresa la corruzione degli ufficiali), ma ci sono prove che qualche famiglia povera offrì il proprio figlio alla leva, che costituiva per loro l’unico strumento di avanzamento sociale e di accesso alle alte cariche dello Stato. La leva forzata divenne sempre più sporadica dal XVII secolo e scomparve nel XVIII. In alcune zone l’autorità turca non riuscì mai ad affermarsi, come nei villaggi del Pindo detti Agrafa (ʹΆγραφα), non iscritti nei registri delle tasse. Altre zone godevano di notevole autonomia, come i Dhervenochoria (Δερβενοχώρια) della piana di Megara, gli Elefterochoria (Ελευθεροχώρια) della Calcidica, gli Zagarochoria (Ζαγαροχώρια) dell’Epiro e altre località sparse nelle isole e in Asia Minore, nonché il Peloponneso nel suo complesso, che aveva addirittura i propri rappresentanti (Vekil) a Costantinopoli.

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La relativa autonomia goduta dai cristiani ortodossi non

impedì a molti di essi di aderire all’Islam, specialmente in Asia Minore, tanto che nel XV secolo si contavano qui solo 17 sedi metropolitane, un arcivescovo e tre diocesi, mentre nel 1204 c’erano 48 sedi metropolitane e 421 diocesi. Sempre nell’Asia Minore molti cristiani, pur restando tali, adottarono la lingua turca (furono chiamati karamanlides (καραμανλήδες), dalla regione anatolica dove erano in maggior numero). Utilizzavano l’alfabeto greco per scrivere turco; furono anche stampati libri turchi in caratteri greci proprio per queste popolazioni. Molti si convertirono per poter fare carriera (cristiani o ebrei rimanevano cittadini di seconda categoria) e giungere anche a cariche molto elevate. Ci furono conversioni

di massa e anche apostasie generalizzate, come a Creta, dove,

però, si continuò ad usare la lingua greca. Vi furono anche quelli che aderivano ufficialmente all’Islam e prendevano un nome musulmano, ma privatamente restavano cristiani e in famiglia usavano il nome di battesimo: costoro a Cipro furono detti linovamvaki (Λινοβάμβακοι). Ci fu, poi, chi non volle mai sottomettersi. Già qualche decennio dopo la caduta della Polis una vera e propria forma di resistenza fu quella esercitata dai

kleftes (κλέφτες). Si trattava di veri e propri banditi (il loro corrispettivo in mare erano i pirati) che occupavano le montagne, sia per non pagare le tasse, sia per sfuggire, per qualunque motivo, alle autorità. È vero che rubavano ai ricchi greci, ma le loro azioni si dirigevano soprattutto contro gli esattori fiscali e contro i simboli del potere ottomano. A loro

fu dedicato tutto un corpus di ballate, che cantavano il loro

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coraggio, la loro resistenza alla fame e alla tortura e la loro forza

e prestanza fisica. Per bloccarli, o per tenerli almeno sotto controllo, le autorità ottomane arruolavano gli armatolì (αρματολοί), che dovevano soprattutto controllare i passi

montani, proteggere i messi imperiali, i mercanti e i viaggiatori. Ancora una volta occorre distinguere la situazione e la produzione cretese. La dominazione turca si diffuse su tutta l’isola solo dal 1669 e da quel momento anche a Creta i canti popolari costituirono un mezzo per esprimere la protesta e la propria identità culturale, ma la musica cretese ha, ancor oggi, impasti, colori e ritmi che la distinguono nettamente dal resto della Grecia. Anche a Candia la popolazione rurale si rifugiava in zone montane per fuggire i turchi, soprattutto sugli altopiani dei Lassithi, di Sfakià e nella zona di Anogia. Non a caso sono gli stessi luoghi della strenua resistenza antitedesca della seconda guerra mondiale. Ma già nel corso del XVIII secolo i canti dei clefti, mantenuti vivi dalla tradizione popolare, avevano riacceso la coscienza nazionale, diffondendo

le loro idee di libertà dalle montagne dell’interno fin sulle isole.

Essi costituirono la base ispirativa del Θούριος (Thurios = Inno) di Rigas (trattato nel paragrafo successivo). Quando la Grecia insorse i canti furono fatti conoscere all’Europa intera da Charles Fauriel, professore di filologia romanza alla Sorbona, che nel 1824 pubblicò a Parigi il primo volume dei suoi “Canti popolari della Grecia moderna”. Fauriel e il pensiero romantico tedesco costituirono le fondamenta dell’opera di Niccolò Tommaseo “Canti popolari toscani corsi illirici greci”, pubblicata a Venezia nel 1841-42. Da essi emerge

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la visione di un popolo creatore esso stesso di poesia, contrapposta alla vecchia concezione, paternalistica e demagogica, di un popolo subalterno da educare e far progredire con interventi “dall’alto”. La Rumeli (Ρουμέλη) o Grecia continentale era divisa in 14 (o 18) regioni militari, dette armatolìkia (αρματολίκια), comandate ognuna da un kapetanios (καπετάνιος). Nel Peloponneso l’ordine pubblico veniva tenuto dai kapi (κάποι) al soldo dei magnati locali. Un po’ alla volta la distinzione tra kleftes e armatolì andò scemando, perché c’erano kleftes che si facevano armatolì, anche se solo temporaneamente, per poter avere una paga regolare dal magnate locale, così come c’erano armatolì che si facevano kleftes se non erano soddisfatti della paga turca. Furono proprio loro, kleftes e armatolì, a costituire il braccio militare dell’insurrezione greca del 1821. Ma torniamo alla conquista turca e alla successiva penetrazione ottomana nei Balcani sotto il regno di Solimano il Magnifico, che si arrestò soltanto alle porte di Vienna, cinta d’assedio nel 1529. Ciò non impedì che l’Ungheria cadesse in mano turca nel 1541. Nel Mediterraneo Solimano aveva già dato prova della forza della flotta turca nel 1522 con la conquista di Rodi, da cui i Cavalieri di S. Giovanni fuggirono per rifugiarsi a Malta. Tali conquiste ebbero anche come conseguenza la fine del primato genovese e veneziano nei commerci del Levante e del Mar Nero. Certo la fine della supremazia veneziana non fu così immediata, se nel 1571 la Serenissima potè giungere alla battaglia di Lepanto, nella quale, coalizzata con la Spagna e lo Stato della Chiesa, riportò una

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brillante vittoria contro la flotta turca, ma è anche vero che tale affermazione non arrestò l’espansione ottomana nei Balcani e nell’Egeo e non impedì la conquista turca di Cipro (Box 4). Tuttavia – per quanto attiene le storia greca – Lepanto costituì un importante stimolo per accendere focolai

di resistenza anti-turca in vari punti dell’Ellade. Questo ci

rende testimonianza del fatto che c’erano greci che confidavano ancora in una resistenza armata a dispetto di quanti, ed erano la maggioranza, speravano in un intervento divino e nella “stirpe bionda” che li avrebbe liberati.

Anche se la Serenissima rimase a Creta fino al 1669 e riuscì

ad avere un breve ritorno di supremazia nel Peloponnesso con

il Morosini nel 1684, ormai nei commerci del Levante e sul Mar Nero i veneziani venivano pian piano sostituiti, in un primo tempo, da ebrei e armeni (pochi i greci). Solo nel XVIII secolo i Greci riuscirono a diventare la forza commerciale più potente dell’Impero Ottomano. Non fu casuale, così come non fu casuale che nei primi decenni del secolo successivo la Grecia insorgesse e raggiungesse la sua indipendenza. Pertanto, se all’inizio della dominazione turca, i Greci si erano concentrati “sulla mera sopravvivenza”, in seguito affiancarono ebrei e armeni nei commerci, per poi superarli di gran lunga. Uno storico greco moderno, Konstantinos Tsukalàs, attribuisce questa preminenza di non turchi nei commerci alla “ideologia stratocratica ottomana” che “disprezzava le attività mercantili”. A parte questo furono alcuni fatti concreti a portare al predominio dell’elemento greco nell’Egeo e nel Mar Nero.

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– Con la pace di Passarowitz del 1718 cessò definitivamente la presenza veneziana nell’Egeo (ricordiamo che Creta era stata persa nel 1669) e ciò aprì le porte di questo mare ai greci.

– Il trattato di Kutciuk Kaynarcik del 1774, a conclusione della guerra russo-turca, riconobbe alla Russia il protettorato sugli ortodossi dell’Impero Ottomano.

– L’accordo commerciale russo-turco del 1783 consentì alle navi dei greci, cioè di ortodossi della Sublime Porta, di navigare nel Mar Nero sotto bandiera russa. Vale la pena di ricordare che, se nel 1718 i Peloponnesiaci avevano accolto i Turchi come liberatori dal dominio veneziano (Box 3), nel 1769, in piena guerra russo-turca, i fratelli Orlov, inviati da Caterina II, trascinarono gli stessi abitanti dell’ex Morea a una rivolta contro gli Ottomani. La rivolta fu un disastro e i greci non furono molto soddisfatti del trattato conclusivo della guerra; solo in seguito se ne videro le conseguenze positive e, in ogni caso, non diminuì la fiducia ellenica nel xanthòn ghenos (ξανθόν γένος), il quale, secondo una leggenda popolare molto amata, avrebbe liberato la Grecia. I Greci identificavano tale stirpe bionda con i russi, poiché erano ortodossi, biondi e provenivano da nord, come il mito voleva.

– L’altro fatto basilare per capire l’importanza dei greci nell’economia (e non solo) dell’Impero Ottomano è l’ascesa dei fanarioti, così chiamati perché provenienti dal quartiere del Fenèr (o Fanàr) sul Corno d’oro, dove si trovava la sede del Patriarcato ecumenico (chiesa di S. Giorgio), naturale

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punto di aggregazione dei greci a partire dal XVII secolo. I fanarioti erano in genere discendenti dell’aristocrazia bizantina, di gruppi nascenti di banchieri e commercianti che controllavano la maggior parte delle transazioni economiche. La loro elevata cultura e la loro abilità diplomatica li portarono a svolgere un ruolo non solo finanziario, ma anche politico e amministrativo. Raggiunsero posizioni molto rilevanti sia nella capitale che nelle province, soprattutto in Romania, dove assunsero in alcuni casi funzioni governative, perfino con carattere ereditario. Così, nella seconda metà del XVIII secolo, troviamo dei greci in posizioni ragguardevoli sia nel campo politico- amministrativo che nelle attività commerciali e marittime, tanto da costituire un emergente ceto borghese, e riscontriamo una produzione letteraria, in gran parte proveniente dalle isole ionie e dall’estero (cioè dai greci della diaspora (Box 5), rifugiatisi in Francia, Impero Austro-ungarico, Gran Bretagna), che indica una sempre più chiara presa di coscienza della propria identità e del diritto alla propria libertà. In effetti siamo in pieno Illuminismo e ormai nel clima incandescente della Rivoluzione Francese.

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BOX 1 – LA QUARTA CROCIATA, LA VENETOCRAZIA, LO SCONTRO CON GENOVA

L’origine della supremazia veneziana nel Mediterraneo orientale fu senza dubbio la quarta Crociata, l’incompiuta, detta anche la Crociata

dei veneziani. Essa fu bandita da papa Innocenzo III e fu comandata da

Bonifacio del Monferrato. Venezia doveva fornire, oltre a un

contingente militare, le navi, gli equipaggi e tutto quanto dovesse servire

di supporto all’impresa. L’impegno anche finanziario richiesto alla

Serenissima era terribilmente gravoso, tanto più che alcuni comandanti crociati non mantennero l’impegno di servirsi dell’organizzazione veneziana, altri rinunciarono a partecipare all’impresa. Di fronte al pericolo di un fallimento economico Venezia scelse di dirottare le azioni della Crociata a suo favore, prima verso la Dalmazia (conquista di Zara nel 1202), poi verso Costantinopoli, tralasciando completamente la Terrasanta. Conquistata la Polis, fu proclamato l’Impero Latino d’Oriente sotto la guida di Baldovino di Fiandra. Dall’impresa i

veneziani ricavarono enormi vantaggi: il territorio dell’Impero bizantino

fu diviso in tanti piccoli feudi, alla Serenissima furono assegnate gran

parte delle isole dell’Egeo e dello Ionio. I veneziani ottennero l’esenzione

dai dazi per le loro merci in tutti i territori del nuovo Impero.

Questo, però, ebbe vita breve: nel 1261 i Paleologhi, principi di Nicea, ristabilirono l’Impero bizantino con l’aiuto di Genova, che

mirava a scalzare i veneziani dal Mediterraneo orientale. La concorrenza

di Pisa a occidente fu annientata dai genovesi nella battaglia della

Meloria del 1284. Infruttuosa, invece, fu la guerra di Chioggia contro

una Venezia apparentemente più debole, poiché i liguri erano appoggiati

da una coalizione formata dal regno di Ungheria, dal ducato d’ Austria,

dalla signoria di Padova e dal reno di Napoli. Dopo un inizio difficile,Venezia alla fine ebbe la meglio e la pace di Torino del 1381

sancì la definitiva supremazia veneta nel Mediterraneo orientale.

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BOX 2 – VENETOCRAZIA A CRETA

Dopo il sacco di Bisanzio del 1204 Creta era stata assegnata a Bonifacio del Monferrato, re di Salonicco, che la vendette a Venezia.

L’isola e il suo capoluogo furono ribattezzati “Candia” dai nuovi signori. Chandax (Χανδάξ) era il nome dato a una città costruita dagli arabi vicino a Iraklio nell’825. La venetocrazia a Creta si può dividere in tre fasi:

– 1204-1350. Dopo un primo periodo di scontri con Genova, che si conclusero con l’accordo del 1218, Venezia dovette affrontare una serie di sollevazioni locali, dovute all’atteggiamento troppo intransigente dei dominatori. Fu dopo la ribellione dei nobili cretesi (αρχοντορωμαίοι, 1299) che gli atteggiamenti di entrambe le parti si ammorbidirono. Il popolo, però, non accettò mai questo stato di cose e continuò a riconoscere l’autorità del solo Imperatore, anche dopo la caduta di Costantinopoli.

– 1350-1453. Si assistè a un progressivo avvicinamento tra nobili cretesi e veneziani, anche se permanevano contrasti e ribellioni, come quella di Aghios Titos nel 1363/64. Con la caduta di Costantinopoli gli atteggiamenti cambiarono e la collaborazione si fece più intensa, più stretta.

– 1453-1669. È la fase della piena collaborazione (sempre dei nobili cretesi coi veneziani; il popolo continua nel suo rifiuto). Dal 1463 al 1540 si susseguirono tre guerre veneto-turche, nel 1571 avvenne il primo sbarco di Turchi a Creta, dal 1645 al 1669 si svolse la quarta guerra veneto-turca, conclusasi con la conquista ottomana dell’isola.

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BOX 3 – LA SECONDA VENETOCRAZIA NEL PELOPONNESO

Dopo la perdita di Modone e Corone nel 1500, l’ultimo baluardo del dominio veneziano da mar era rimasta Creta. Abbiamo visto, però, che essa fu perduta nel 1669 dopo ventiquattro anni di resistenza. La Serenissima aveva iniziato il suo declino, ma nel 1684 entrò a far parte di una nuova lega antiturca con lo Stato della Chiesa, l’Impero Austroungarico e la Polonia. Le truppe della lega, guidate da Francesco Morosini (detto il Peloponnesiaco), sbarcarono in Morea e la conquistarono, giungendo fino ad Atene. Morosini morì nel 1694 combattendo a Nafplio. Nel 1699 la pace di Carlowitz sancì la conquista veneziana, che, tuttavia fu di breve durata. Nel 1714 i turchi iniziarono la riconquista della Morea, che completarono in breve tempo.

BOX 4 – CENNI SU CIPRO DAL 1197 AL 1947

Cipro era stata ceduta da Riccardo Cuor di Leone a Guido di Lusignano nel 1193. I Lusignano rimasero signori dell’isola per quasi trecento anni. Inizialmente subirono l’influenza dei genovesi, che vi aprirono alcune colonie (Limassol e Famagosta nel 1218, Cerines nel 1373 e 1382), poi, nel secolo XV, ai liguri subentrarono i veneziani. Nel 1489, a seguito del matrimonio di Caterina Cornaro con Giacomo II di Lusignano, l’isola fu incorporata nella Repubblica di Venezia e da quel momento ne divenne il principale caposaldo del Mediterraneo orientale. La conquista turca del 1570-71 fu accolta con sollievo dalla popolazione cipriota, che in tal modo veniva liberata dalla servitù della gleba, ancora applicata dai veneziani. In seguito l’eccessivo fiscalismo ottomano nei confronti della comunità greco-ortodossa provocò una serie di rivolte (1764, 1804, 1821) da parte di questa etnia, che rappresentava più dell’80% della popolazione dell’isola. Dal momento in cui la Grecia raggiunse l’indipendenza, la maggioranza greca dell’isola tentò di unirsi alla madrepatria (enosi, ένωση) senza mai riuscirvi. Nella seconda metà del

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XIX secolo cominciò la penetrazione inglese nel mediterraneo orientale

(Canale di Suez e Questione d’oriente) che portò nel 1878 alla convenzione anglo-turca di Costantinopoli, con la quale Cipro, pur rimanendo sotto la sovranità turca, diveniva di fatto un possedimento britannico. Nel 1914 l’isola fu annessa alla Gran Bretagna e nel 1925 ricevette lo status di colonia britannica. La situazione non cambiò nel

periodo tra le due guerre mondiali data l’importanza strategica dell’isola e il conseguente interesse inglese per essa. Nel frattempo si andavano inasprendo i rapporti tra comunità greco-ortodossa, desiderosa dell’enosi, e comunità turca, infiammata dai successi di Mustafà Kemal. Alla fine del secondo conflitto mondiale, col trattato di Parigi del 1947, Cipro rimase alla Gran Bretagna, decisa a non rinunciarvi in quanto di fondamentale importanza per le forze anglo-americane a causa

della guerra fredda e della incandescente situazione mediorientale.

BOX 5 – LA DIASPORA (O LE DIASPORE) DEI GRECI

La caduta della Polis ebbe come conseguenza una diaspora di greci, che si trovarono senza un punto di riferimento politico e, soprattutto per la parte turca, senza la possibilità di esprimere la propria identità religiosa e culturale. I dotti, gli intellettuali fuggirono, perciò, in Occidente, per lo più in Italia, e lì svilupparono, nel XV e XVI secolo, una preziosa azione come insegnanti di greco antico e come correttori, commentatori ed editori di testi classici. Essi trasferirono in Italia quel pre-umanesimo che si era già manifestato negli ultimi anni dell’Impero bizantino, fornendo così un valido contributo per lo sviluppo del rinascimento. In questo contesto agirono molte importanti personalità come Bessarione, che raccolse attorno a sé molti allievi e una ricchissima biblioteca che donò, alla sua morte, alla Marciana di Venezia. Altri rappresentanti illustri furono Ianòs Laskaris, allievo di Bessarione e fondatore del Ginnasio greco di Roma (1513), e Nikolaos Sofianòs, la cui importanza per lo studio della storia della lingua neogreca è fondamentale.

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Altre fughe di intellettuali avvennero mano a mano che il dominio turco si espandeva. La caduta di Creta e, precedentemente, quella di Cipro provocarono il trasferimento di molti dotti nelle isole dell’Eptaneso o in Occidente, ancora con una certa preferenza per l’Italia. Fra il XVII e il XVIII secolo venne a cambiare la tipologia dei greci

della diaspora: accanto agli intellettuali si tovavano sempre più numerosi i greci che si recavano in occidente non per insegnare, ma per imparare. Erano attirati dalle università italiane, soprattutto da Padova (ricordiamo a Venezia la già citata Scuola di Flanghinis, sorta proprio

per preparare i giovani greci ad entrare nell’ateneo patavino).

Verso la fine del ’600, tuttavia, anche in territori ottomani di lingua

greca cominciarono ad essere fondate scuole in diverse città, l’istruzione

e l’educazione dei giovani riprendevano vigore e sostanza,

particolarmente, come è naturale, a Costantinopoli attorno al patriarcato e all’ambiente dei fanarioti. L’esigenza di estendere e approfondire la formazione culturale venne trasferita nei principati danubiani, nelle corti dei governatori greci, aprendo la strada a una emigrazione intellettuale verso l’Europa centrale. Proprio dai principati danubiani comincerà, prima lentamente, poi con sempre maggior forza, il cammino per l’unificazione dei vari lembi dell’ellenismo, sparsi ormai in tutta Europa, che porterà alla rivoluzione del 1821.

Illuminismo e questione della lingua

I primi greci che si accostarono all’Illuminismo, anche se in modi e con fini diversi, furono Kosmàs l’Etolico (Κοσμάς ο Αιτωλός), Evghenios Vulgaris (Ευγένοις Βούλγαρις) e Iosipos Missiodakas (Ιώσηπος Μοισιόδακας). Pur nella loro diversità essi dimostrarono un interesse comune nel tentativo di far uscire il popolo greco dalla sua ignoranza, tentativo che implicava la

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necessità di affrontare il problema della lingua: il popolo non era in grado di leggere le opere letterarie, scientifiche o filosofiche perché non conosceva la lingua dei dotti. Questa era rimasta ancorata alla tradizione bizantina e alla Chiesa ortodossa, alla quale va riconosciuto il grande merito di averla salvata, protetta, dalle invasioni e dominazioni che si erano succedute nei secoli, ma il popolo non la usava più, si esprimeva attraverso parlate locali, derivate sì dall’antica koinè, ma influenzate dalle lingue dei diversi occupanti. La mancanza di un adeguato sistema scolastico, anche ammesso che fosse concesso di aprire scuole greche, aveva provocato il resto: la lingua dotta era diversa rispetto a quella popolare. Da qui la difficoltà di far avvicinare il popolo alle lettere, alle scienze, per non parlare dei nuovi concetti di libertà, di diritto, di nazione. Il grande merito degli illuministi fu quello di capire l’urgenza di colmare la profonda e secolare frattura fra la popolazione e l’élite intellettuale e religiosa. In realtà la diglossia, che spaccava in due il mondo greco, resterà un problema politico costante e scottante almeno fino agli anni Settanta del XX secolo. Il principale rappresentante dell’illuminismo greco, colui che cercò di diffondere con coerenza e coraggio le idee del secolo dei Lumi, fu Antonios Kiriazìs, più noto con lo pseudonimo di Rigas Velestinlìs Feréos (Ρήγας Βελεστινλής Φεραίος). Nato a Velestino (l’antica Fere) di Tessaglia (da cui lo pseudonimo) nel 1757, dopo gli studi nella sua terra, si trasferì a Costantinopoli e poi a Bucarest, dove completò la sua formazione, impadronendosi anche di alcune lingue straniere. Entrò a far parte della buona società dei fanarioti (fu precettore dei figli di Alèxandros

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Ipsilantis) e dei boiari dei Principati danubiani, dove ebbe modo

di

fare carriera e di ricoprire incarichi importanti. Nel 1790 era

al

servizio del barone von Langenfeld a Vienna, dove cominciò a

pubblicare le sue opere, che stupiscono per la loro varietà di generi e argomenti: da un’opera di fisica, a racconti ispirati da Restif de la Bretonne, alla traduzione dell’Esprit des Lois di Montesquieu. In realtà anche Rigas voleva dare al popolo greco un’idea generale delle nuove idee e tendenze del resto d’Europa. Tornò in Valacchia, e poi di nuovo a Vienna nel 1796 per altre pubblicazioni ancora lontane dallo spirito rivoluzionario che lo caratterizzerà in seguito. Tradusse l’Olimpiade di Metastasio, la Pastorella delle Alpi di Marmontel e una parte del Viaggio del giovane Anacarsi dell’Abate Barthélemy. Nello stesso anno diede alle stampe alcune carte geografiche, tra cui una Carta dell’Ellade, in 12 fogli, che comprendeva le isole e – sono parole di Rigas – parte delle sue numerose colonie in Europa e nell’Asia Minore. Sono qui delineati i confini ideali

dell’Ellade, all’incirca quelli che più tardi ispirarono la politica della Megali Idea, cioè la riconquista dei territori nei quali da secoli era vitale la lingua e la cultura dei greci. Il quarto foglio presenta il titolo circondato da incisioni con scene mitologiche

e figure simboliche, tra cui Eracle che brandisce la clava,

simbolo della Grecia, e combatte contro un’amazzone armata della scure bipenne, simbolo dell’Oriente. È già un messaggio politico e rivoluzionario. L’anno successivo Rigas pubblicò clandestinamente il Manifesto Rivoluzionario, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e l’Atto Costituzionale, opere con le quali voleva diffondere le idee dell’Illuminismo e applicare una

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costituzione rivoluzionaria (quella del 1793) ai territori dell’Impero, una volta liberati. Queste idee arrivarono al popolo attraverso il suo famoso Inno guerresco, il Thurios (Θούριος), con cui incitava i Greci a combattere per l’indipendenza. Rigas tentò di far giungere in Grecia tutta la tiratura delle opere teoriche, ma il suo piano fu scoperto a Trieste e i libri vennero consegnati alla polizia austriaca. L’autore fu arrestato con i suoi complici e trasferito a Vienna. Il Tessalo fu anche scomunicato dal Patriarca di Costantinopoli e le sue opere condannate al rogo. In tal modo le sue idee poterono circolare solo attraverso il Thurios (Θούριος), che veniva imparato a memoria, musicato e cantato. Al momento dell’arresto l’Austria, in pace con la Turchia, non poteva tollerare idee rivoluzionarie di nessun tipo, pertanto, nel 1798, consegnò Rigas e i suoi amici al Kadì di Belgrado, il quale, senza processo, li fece strozzare e gettare nel Danubio il 24 giugno dello stesso anno. Fortunatamente si sono salvate due copie manoscritte e due traduzioni (una in tedesco per la Magistratura di Vienna e una in russo), tramite le quali conosciamo le opere di Rigas. Meno affascinante, ma più influente dal punto di vista culturale fu il medico Adamantios Koraìs (1748-1833) che trascorse a Parigi gli ultimi quarant’anni della sua vita. In accordo con le idee dell’epoca Koraìs considerava il Medioevo e l’Impero Bizantino come un periodo di decadenza, l’Impero Ottomano come corrotto e oppressivo. Secondo Koraìs, la nazione greca, allontanatasi dalla cultura classica, si era addormentata: il compito di risvegliarla spettava proprio al

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recupero delle vere tradizioni di democrazia e di libertà che venivano dagli antichi e che tanto erano ammirate nell’Europa del Settecento. Per attuare il suo progetto di rinnovo della condizione greca Koraìs si impegnò nella realizzazione della Biblioteca Ellenica (Ελληνική Βιβλιοθήκη, 1805), un’opera in più volumi tramite la quale cercò di far conoscere ai greci gli antichi scrittori classici, profondendo grande cura nelle spiegazioni filologiche e nelle introduzioni, attraverso le quali chiarì le proprie teorie linguistiche ed educative. Ma il nome di Koraìs è legato soprattutto alla proposta di adottare una lingua popolare purificata da elementi stranieri e dialettali, che in seguito venne definita katharevusa (καθαρεύουσα). La lingua proposta dallo studioso non coincide con il greco classico, ma è, invece, una lingua artefatta, costruita a tavolino. Fu, comunque, una proposta coraggiosa, che intendeva superare la diglossia e avvicinare il popolo alla letteratura attraverso una specie di via di mezzo tra arcaismo e modernità popolare. Dal punto di vista politico Koraìs appoggiò la lotta per l’indipendenza attraverso la sua opera scritta e aiutò con i suoi interventi personali la lotta per l’indipendenza, anche se era convinto che il popolo greco non fosse ancora maturo e culturalmente preparato per costruire uno Stato moderno e vitale. Il progetto linguistico di Koraìs non fu totalmente realizzato, nonostante l’aiuto del neonato Stato greco che impose la katharevusa come lingua ufficiale nell’amministrazione e la introdusse, pur con modalità diverse, nell’istruzione scolastica. Dato il suo carattere erudito e letterario la katharevusa non riuscì a

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soppiantare le parlate locali, mentre, soprattutto nella seconda

metà del XIX secolo, prese via via consistenza l’ipotesi di sostenere la lingua demotica come lingua ufficiale. Il glottologo Ghiannis Psicharis (1854-1929) con l’opera Il mio viaggio (1888) ne è il principale rappresentante. Nel 1941 Manolis Triandafillidis (1883-1959) diede al demotico la sua definitiva sistemazione. La

sua Grammatica del Neogreco è ancor oggi testo basilare. La diatriba tra katharevusiani e demoticisti ha assunto anche accesi caratteri politici, essendo i primi accostati ai conservatori,

i secondi prima ai liberali, poi ai comunisti/socialisti, e quindi ha caratterizzato la vita intellettuale e politica del XX secolo. Solo dopo la caduta del regime dei colonnelli nel 1974 si può parlare

di abbandono definitivo della katharevusa. Esso avviene,

comunque, per gradi: nel 1976 il demotico viene imposto in tutti gli ambiti dell’amministrazione, nel 1982 un decreto governativo ha abolito gli spiriti e introdotto il sistema monotonico; nel 1985, infine, la katharevusa lascia anche i tribunali e i documenti legali.

monotonico; nel 1985, infine, la katharevusa lascia anche i tribunali e i documenti legali. Adamantios Koraìs

Adamantios Koraìs

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CAPITOLO SECONDO

DALLA RIVOLUZIONE AD ATENE CAPITALE

Le condizioni che prepararono la rivoluzione

Durante i secoli della dominazione ottomana la popolazione di lingua greca riuscì non solo a difendere la propria identità, ma anche a raccogliere di nuovo insieme i suoi elementi costitutivi, dispersi nel tempo in un territorio anche extra-elladico, ad assimilare il contributo culturale dell’occidente e a incorporare gli elementi etnicamente estranei (slavi, valacchi e albanesi) che, col passare dei secoli, erano penetrati nelle regioni propriamente greche. Inoltre vi erano componenti di lingua greca in tutti i Balcani. A questo proposito si è già fatto riferimento all’importanza dei commercianti greci e dei fanarioti. L’elemento greco fu il punto di contatto tra i popoli balcanici, la cultura e le idee europee e contribuì alla formazione della loro coscienza nazionale. Così parallelamente si sviluppò una coscienza “transbalcanica”, διαβαλκανική, che non si scontrò, però, con il nascente nazionalismo di ciascuno dei popoli di tale territorio, tanto che i singoli movimenti indipendentisti videro greci, serbi, bulgari, albanesi e rumeni tra loro solidali almeno fino al XIX secolo. Rigas Fereos, che

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mirava alla realizzazione di una confederazione balcanica, è l’interprete più noto di un utopico progetto politico che aveva come scopo una nuova organizzazione dei territori dell’Europa orientale sottomessi al Sultano. La Russia, soprattutto con Caterina II, tentava di approfittare del desiderio di libertà dei greci per aprirsi un varco nel Mediterraneo durante le guerre russo-turche (fratelli Orlov, Box 1). Un altro fattore importante nella preparazione del terreno per la rivoluzione fu lo stato di frantumazione e di anarchia esistente all’interno dell’Impero Ottomano. Un esempio per tutti è quello della potenza raggiunta dal Pascià di Ioannina (Alì Pascià di Tepelen) (Box 2). La sua vicenda, oltre a dimostrare la debolezza imperiale, servì alla promozione sociale e economica dei greci, che andarono a occupare posti amministrativi importanti, cosicchè l’esperienza con Alì Pascià a Ioannina divenne scuola politica e strategica per l’elemento ellenico. Altra importante esperienza, che risultò utile ai fini della lotta per l’indipendenza, fu la seconda guerra russo-turca, cui partecipò per la prima volta la classe borghese (nella prima guerra solo l’elemento aristocratico fu coinvolto). Questo fatto indica un orientamento di questa classe verso le idee liberali, che la porteranno ad accogliere entusiasticamente la rivoluzione francese, così come accadde presso tutti i movimenti nazionali d’Europa. Molti greci, che vivevano in Francia (come Koraìs), presero parte, in un modo o in un altro, alla rivoluzione, alcuni anche ponendosi direttamente al suo servizio. Si trattava non solo di intellettuali, ma anche di commercianti. La comunità greca acquistò tale importanza che fra gli anni 1792 e 1795 la bandiera

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greca era al secondo o terzo posto nel porto di Marsiglia. Fu allora che si potè parlare per la prima volta di greci indipendenti, che navigavano, sotto la protezione francese, con la bandiera gerosolimitana. Gruppi di combattenti greci si unirono, poi, alle truppe napoleoniche e si costituirono addirittura due formazioni militari, i Cacciatori d’Oriente e il Reggimento albanese, in cui combatterono molti eroi della rivoluzione greca. Con il trattato di Campoformio i territori che erano appartenuti alla Serenissima furono ceduti in parte all’Austria, in parte alla Repubblica Cisalpina, mentre l’Eptaneso e i territori veneziani dell’Albania passarono alla Francia. Questo nuovo assetto portò Napoleone a formulare una politica verso l’Oriente che vedeva favorevolmente una Grecia indipendente. Nel frattempo si costituirono veri comitati rivoluzionari, come l’Agenzia di Ancona (Πρακτορείο της Αγκώνας), si coinvolsero anche le popolazioni agricole della Tessaglia, infiammate dalle idee di Rigas; kleftes e armatolì affinarono con le truppe napoleoniche le loro tecniche militari, nacquero partiti repubblicani che agivano nell’ambito delle autonomie locali a Kozani, a Kea e a Samo. L’Eptaneso, che aveva conosciuto un periodo di semiautonomia con Napoleone, mal sopportò la perdita di essa prima a favore dei russi e poi degli inglesi e diede vita a varie insurrezioni, che si susseguirono fino all’unione con la Grecia nel 1864 (Box 3). Il movimento assunse così caratteristiche diverse da quelle volute all’inizio dai ceti più elevati e dall’alto clero, ma

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mantenne l’appoggio degli elementi più progrediti della borghesia e degli intellettuali progressisti. Sull’esempio delle società segrete occidentali si costituirono Το Ελληνόγλωσσον Ξενοχείον (L’albergo di lingua greca o dei parlanti greco, Parigi 1809), la Φιλομούσος Εταιρεία (Società Amica delle Muse, Atene 1812) e la più importante Φιλική Εταιρεία (Società amichevole, Odessa 1814) (Box 5). Quest’ultima fu attiva in tutta Europa e comprendeva appartenenti a tutti i gruppi sociali, accomunati dallo scopo finale di liberazione del Paese, anche se ciascuno manteneva il proprio orientamento politico e le proprie idee riguardo alla strategia da seguire. Alla vigilia della rivoluzione la direzione dell’Eteria passò ai conservatori, nella persona di Alèxandros Ipsilantis, tuttavia il gruppo rivoluzionario, profittando delle circostanze favorevoli date dalle rivolte di vari Pascià, riuscì a dissipare le esitazioni e a proclamare la Rivoluzione. Siamo nel 1821.

BOX 1 – LE GUERRE RUSSO-TURCHE

Fino alla prima guerra russo-turca le coste del Mar Nero erano quasi completamente sotto il dominio della Sublime Porta. Prima di allora la Russia non aveva potuto far sue le regioni prospicienti il Mar Nero sia per problemi di politica interna sia per le lunghe e difficili guerre contro la Svezia (1700-1721 e 1741- 1743). Fu Caterina II, che regnò da 1762 al 1796, a muoversi per la prima volta contro la Turchia nel 1768. Questa prima guerra si concluse nel 1774 col trattato di Kutciuk Kaynarcik, che assegnava alla Russia una parte della costa settentrionale del Mar Nero e dava l’indipendenza alla Crimea. Essa fu poi annessa alla Russia nel 1783.

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Le possibilità commerciali fornite dall’acquisto e dallo sviluppo di importanti porti sul Mar Nero spinsero la zarina, appoggiata anche dalla classe borghese, a intraprendere la seconda guerra russo-turca (1787- 1797), conclusasi con la pace di Jasi, che consentì alla Russia di estendersi fino alla foce del Dnestr. I conflitti continuarono anche con lo zar Alessandro I, che iniziò una nuova guerra nel 1806, conclusasi nel 1812 con l’annessione della Bessarabia, che portava il dominio russo fino ai confini con la Romania.

BOX 2 – APASCIÀ DI TEPELÈN

B OX 2 – A LÌ P ASCIÀ DI T EPELÈN Nacque nel 1741 nel villaggio

Nacque nel 1741 nel villaggio albanese di Tepelèn. Intelligente, pieno di risorse, ribelle e vendicativo, fu alternativamente alleato e nemico della Porta, ma anche di altre potenze con cui entrò in rapporto. Combattè con i turchi nel 1787 contro l’Austria, per cui l’anno successivo fu nominato Pascià di Trikala. Pose la sua sede e il suo quartier generale a Ioannina, che allora poteva contare 35.000 abitanti. Nel 1797 fu alleato di Napoleone, ma l’anno seguente tolse Preveza ai francesi. Nel 1803 represse con spietata violenza la resistenza degli abitanti della regione di Suli. Questa sanguinosa repressione fece sì che la Filikì Eterìa guardasse con sospetto, se non con ostilità, i tentativi di avvicinamento di Alì alla causa greca. Ormai la sua dipendenza dal sultano era puramente nominale. Nel 1809 ricevette la visita

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di Byron, nel 1817 divenne alleato degli inglesi, dai quali ricevette Parga. A questo punto il sultano decise di eliminare quello che era divenuto un aperto nemico. Nel 1820 la Porta allestì un vero e proprio esercito di montagna per battere Alì. Sconfitto e catturato a Ioannina, vi fu giustiziato nel 1822, a 81 anni di età. Le sue gesta sono cantate in un’opera in versi (circa 10.000), la Alipasciada, di Hatzi Sekret, autore del quale non si hanno notizie e che forse era greco-albanese. La lingua usata è greco volgare con parecchi arcaismi e molti termini turchi. L’impostazione del prologo, con la presentazione del contenuto dell’opera e dell’autore, che si lamenta dei suoi mali e poi parla dei visir, per concludere con la lode di Alì Pascià, è di tipo islamico.

BOX 3 – L’EPTANESO DOPO IL 1797

Il 21 marzo 1800 era stata proclamata la Repubblica settinsulare, autonoma, con obbligo di pagare i tributi al sultano, pur sotto la protezione russa. Segretario di Stato era Ioannis Kapodistrias (Box 4). Rimase autonoma fino alla pace di Tilsit del 1807, quando passò sotto il diretto dominio dell’Impero francese. A partire dal 1815, col trattato di Parigi, fu sottoposta al protettorato britannico, prendendo il nome di “Stati uniti delle Isole Ionie”. L’Eptaneso ebbe particolare importanza anche per il nostro risorgimento, in quanto, grazie ai rapporti che si erano mantenuti fra intellettuali di queste isole e italiani, alcuni nostri patrioti vi trovarono aiuto e rifugio. Un esempio importante è quello del grande poeta Dionisios Solomòs, che aiutò i fratelli Bandiera e N. Tommaseo, in esilio a Corfù dopo l’esperienza sfortunata della Repubblica di Venezia. Solomòs (Zante 1798-1857) scrisse sia in italiano che in neogreco, con un linguaggio letterario di alto livello, che, però, non fu apprezzato dai sostenitori della lingua pura. La sua opera, corposa, ma frammentaria, comprende l’Inno alla libertà, le cui prime due strofe costituiscono l’attuale inno nazionale ellenico.

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BOX 4 – IOANNIS KAPODISTRIAS

B OX 4 – I OANNIS K APODISTRIAS Nacque a Corfù nel 1776. Studiò medicina a

Nacque a Corfù nel 1776. Studiò medicina a Padova. Per la sua conoscenza del russo e per la sua abilità diplomatica occupò cariche importanti per conto dello zar: fu segretario di stato della repubblica settinsulare nel periodo del protettorato russo (1800-1807), fu membro della delegazione russa al congresso di Vienna, divenne ministro degli esteri di Alessandro I con il particolare incarico di seguire i rapporti col vicino oriente. Nel 1817 e nel 1820 i membri della Filikì Eterìa gli offrirono il comando dell’organizzazione, ma Kapodistrias rifiutò, ritenendo che la Grecia avrebbe goduto di una forma di autonomia a seguito di una nuova guerra russo-turca. Allo scoppio della rivoluzione si dimise dai suoi incarichi presso lo zar, si stabilì a Ginevra da dove aiutò la causa greca. La sua abilità diplomatica e la sua posizione neutrale, rispetto alle varie fazioni che si contendevano la guida del futuro stato ellenico indipendente, gli valsero la fiducia delle grandi potenze che lo riconobbero come candidato ideale per la prima presidenza della Grecia. Ricoprì, infatti, questo ruolo dal 1828 al 1831, anno in cui fu assassinato a Nafplio dal fratello e dal figlio di Petros Bey Mavromichalis, del Mani, uno dei più importanti maggiorenti peloponnesiaci con cui Kapodistrias aveva avuto fortissimi contrasti.

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BOX 5 – LA COMUNITÀ GRECA DI ODESSA

Con la pace di Iasi del 1792 tutto il territorio ottomano compreso tra il Bug e il Dnestr fu incorporato nell’Impero zarista, allora retto da Caterina II. Dal 1795 la città, che aveva il nome ottomano di Chadzibej, fu ribatezzata Odessa, dall’antica colonia greca di Odessos. La zarina fece potenziare la fortezza e il porto. Anche a seguito del trattato di Kutciuk Kaynarcik, che era stato firmato dalla stessa Caterina II, il commercio marittimo cominciò a prosperare. Odessa era diventata lo sbocco commerciale dell’Ucraina sul mar Nero e furono proprio i greci a trarne i maggiori benefici a seguito del trattato russo – turco del 1783. Si formò una classe imprenditoriale, commerciale e intellettuale forte e coesa, che cominciò a considerare utile e possibile un’indipendenza greca, a spese degli ottomani e a vantaggio della Russia zarista. Questa classe, cui partecipavano i fanarioti, portò alla fondazione della Φιλική Εταιρεία, da parte di A. Tsakalof, E. Xanthos e N. Skoufas.

La rivoluzione (cartografia p. 139)

L’insurrezione si sviluppò in due punti e in due momenti. Il 25 marzo Alèxandros Ipsilantis proclamò la rivoluzione in Moldavia e Valacchia, ma senza successo. Qualche mese più tardi Dikeos Papaflessas e altri membri dell’Eteria proclamarono la rivoluzione nel Peloponneso, nella Grecia continentale e nelle isole dell’Egeo. Fra il 1821 e il 1824 gli insorti avanzarono rapidamente. Le truppe irregolari dei kleftes e della flotta delle isole si impossessarono di parecchie fortezze e respinsero le spedizioni dei turchi. La più importante, quella di Mahmud Dramali, venne annientata dal genio militare di Theòdoros Kolokotronis (1822).

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Intanto si sviluppò una lotta interna al movimento concernente i principi politici e sociali del nuovo Stato, che si stava creando. All’inizio furono i notabili a prendere in mano la direzione della Rivoluzione e si istituirono vari governi locali, tutti sotto il loro controllo. La prima Assemblea Nazionale, a Epidauro, votò una Costituzione democratica (gennaio 1822) che diede forma al primo Governo generale della Grecia, senza sopprimere i governi locali. L’Assemblea proclamò anche l’indipendenza della Grecia. La Costituzione di Epidauro, però, lasciava tutto il potere ai notabili, lasciando fuori i capi militari, che rivendicavano una partecipazione più larga al governo della nuova realtà politica. L’opposizione tra i due gruppi sfociò in una aperta guerra civile nel 1823-24. Si giunse a una seconda Assemblea Nazionale ad Astros (1823), che migliorò la prima costituzione, ma non riuscì a far superare i contrasti tra militari, rappresentanti delle esigenze popolari, e notabili delle isole e peloponnesiaci. La guerra civile riprese. In questa fase gli abitanti delle isole, appoggiati dagli elementi liberali, e gli intellettuali, ai quali si collegava la gran parte del popolo, ebbero la meglio sui notabili del Peloponneso e presero in mano gli affari della Grecia, avendo come capi Gheorghios Kunduriotis e il fanariota Alèxandros Mavrokordatos. La nuova direzione, però, non fu in grado di far fronte ai grandi pericoli che la rivoluzione dovette affrontare nel 1825. In quest’anno, infatti, entrarono in azione il vice re d’Egitto, Mohamed Alì, e suo figlio, Ibrahim Pascià, i quali, con le loro flotte e armate regolari, riportarono per due anni successi tali da mettere in serio pericolo la rivoluzione greca. Le imprese più famose furono certamente la presa di Missolungi nel 1826, la cui

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eroica vicenda infiammò l’animo dei filelleni di tutta Europa, e quella dell’Acropoli di Atene. A Missolungi nel 1824 era morto di dissenteria Lord George Byron, forse il più celebre dei filelleni (Box 1). Già famoso e lodato in tutta Europa, nel 1823 fu nominato membro del Comitato per l’indipendenza della Grecia, cui si dedicò anima e corpo, tanto da abbandonare la donna amata e la stesura del Don Giovanni (rimasto incompiuto). Recatosi in Grecia, spese tutte le sue energie, conoscenze militari e risorse finanziarie alla causa di questo paese. Il suo esempio trascinò tanti giovani europei ad abbracciare la causa dell’indipendenza greca. Il governo greco risultava incapace di agire efficacemente e poggiava ogni speranza sull’aiuto britannico. Solo i capi militari, Theodoros Kolokotronis (Box 2) nel Peloponneso, Ghiorghios Karaiskakis nel continente, Andreas Miaulis e Ghiorghios Sachturis per mare, dove si distinsero anche due eroine della rivoluzione, Laskarina Bubulina e Mandò Mavroghenus (Box 3 e 4), ebbero la forza di rianimare la resistenza e riuscirono a spingere le grandi potenze (Russia, Gran Bretagna e Francia) a intervenire nella questione greca. Fino a quel momento esse erano rimaste contrarie alla rivoluzione in quanto fedeli al principio legittimista della monarchia assoluta insieme con Spagna e Austria. Tuttavia, se su questo le potenze si trovavano d’accordo, diverso era l’atteggiamento nei confronti della spinta espansionistica russa nei Balcani e nel Mar Nero. D’altro canto i successi dei greci fino al 1825 e la loro resistenza successiva, nonché la grande pressione esercitata dal movimento filellenico, espressione del liberalismo europeo, obbligarono le tre maggiori

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potenze a cercare un compromesso. Nel luglio 1827 la Triplice Alleanza intraprese una mediazione tra greci e Sublime Porta sulla base dell’autonomia della Grecia sotto la sovranità del Sultano. La Triplice esigeva dai due belligeranti un armistizio immediato. Il rifiuto della Porta di sottomettersi alla volontà delle potenze europee ebbe come risultato la battaglia di Navarino (ottobre 1827) e l’annientamento della flotta turco-egiziana. In realtà questo evento bellico fu il preludio di una nuova guerra russo-turca, che le altre potenze non riuscirono a scongiurare. La Turchia fu vinta e costretta a riconoscere l’autonomia greca (trattato di Adrianopoli del 1829). In questo modo la liberazione della Grecia sembrava merito della Russia, cosa che la Gran Bretagna voleva evitare a tutti i costi. Così il ministro Aberdeen propose un nuovo Protocollo di Londra (febbraio 1830), con cui si dichiarò l’indipendenza della Grecia sotto una monarchia ereditaria. In questo modo l’Inghilterra separò la causa greca dal trattato di Adrianopoli e rafforzò il suo prestigio in Grecia. Nel frattempo, esattamente dal 1827, si era svolta la terza Assemblea Nazionale, che aveva eletto governatore Ioannis Kapodistrias, che era stato ministro dello zar. Costui, appoggiato dai filo-russi e da capi militari, tra cui Theòdoros Kolokotronis, approfittando anche della stanchezza della popolazione, stremata dalla guerra e dalle carestie, impose il suo potere. In politica estera tendeva a subordinare la Grecia alla Russia, quanto alla politica interna, Kapodistrias non riuscì a risolvere il problema principale, che era quello della distribuzione delle terre dei turchi ai contadini greci. Si mostrò esitante di fronte alle pressioni dei notabili, cui, alla fine, passò la gran parte di queste terre, mentre la

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quasi totalità della popolazione restava, come sotto i turchi, senza terra e alle dipendenze dei notabili, ricchi proprietari terrieri e incaricati di riscuotere le imposte. Il governo di Kapodistrias, tuttavia, ebbe il merito di prendersi cura dell’istruzione pubblica, di vincere la pirateria, di organizzare l’amministrazione e di disciplinare lo spirito indipendente dei notabili, che volevano rimpiazzare i funzionari turchi e mantenere i loro privilegi. Per questo trovò una resistenza durissima della borghesia e in particolare di quella delle isole, legata all’Inghilterra, e degli intellettuali. Si succedettero varie cospirazioni, appoggiate da Francia e Gran Bretagna, finchè Kapodistrias fu assassinato a Nafplio da due membri della famiglia peloponnesiaca dei Mavromichali (1831). Seguì un periodo di anarchia pressoché totale, che permise alle potenze della Triplice di imporre una monarchia assoluta con un re di loro scelta. Con la Convenzione di Londra del 1832, la Grecia venne riconosciuta – anche dalla Porta – monarchia indipendente sotto la protezione di Gran Bretagna, Russia e Francia. Il re prescelto fu il quindicenne Ottone I di Wittelsbach, principe di Baviera, il quale giunse a Nafplio, capitale provvisoria della Grecia, nel gennaio 1833 accompagnato da un Consiglio di Reggenza, presieduto dal conte Joseph Ludwig von Armansperg. L’anno successivo la capitale venne trasferita ad Atene. In quel momento la Grecia era un piccolo Paese, devastato da una guerra decennale, la cui popolazione era quasi totalmente contadina con una struttura semi-feudale. All’interno del nuovo Regno non si trovava nessuna città importante, i suoi centri religiosi e culturali erano al di fuori dei suoi confini. Si calcola che

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in quel momento i greci nel mondo fossero circa tre milioni: solo 700.000 vivevano entro i confini dello Stato greco. La stessa Atene, quando divenne capitale, era poco più che un misero villaggio di neanche 5000 abitanti, che ben difficilmente poteva essere confrontato con Costantinopoli, sede del Patriarcato, centro dei fanarioti e della ricca borghesia, sede di scuole e di tipografie greche, con una prestigiosa Università, la Grande Scuola della Nazione. Costantinopoli contava all’epoca più di 200.000 greci.

BOX 1 – IL MOVIMENTO FILELLENICO

Dal punto di vista culturale i filelleni si ispiravano all’opera di I. Winckelmann, agli scritti di F. Hölderlin (Iperione) e di A. Kotzebue (Le rovine di Atene), nonché di F.G. Klopstock, C.F. Wieland, F. Herder e F. Schiller. Tuttavia, dietro al recupero degli ideali della classicità, c’era l’attività politica delle ricche colonie greche che finanziavano borse di studio per giovani greci e pubblicazioni rispondenti ai loro scopi. Non mancarono diari, storie e reportages di viaggiatori innamorati dell’Ellade, fra cui lo stesso Byron. L’opera di Rigas e della Filikì Eteria fecero il resto. Fu così che, allo scoppio della Rivoluzione, molti intellettuali tedeschi e fuoriusciti italiani e altri giovani europei partirono entusiasti per dare il loro aiuto agli insorti. In questa prima fase il movimento filellenico fu interamente democratico e non vide alcuna partecipazione delle grandi potenze. Questi giovani con la testa piena di Omero, Socrate e Pericle andarono a far parte di formazioni organizzate come le truppe regolari. Un esempio fu il reggimento Baleste, dal nome del comandante, ex ufficiale napoleonico, le cui truppe erano abituate alla disciplina e obbedivano ai loro comandanti. Ben diverso era il comportamento dei greci, abituati alla guerriglia dei kleftes, affidata all’improvvisazione e al coraggio dei

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capitani, ma esposta a subitanee fughe o addirittura a cambiamenti di fronte delle truppe, quando le cose si mettevano male. I filelleni si trovarono inoltre di fronte a una popolazione assai differente da quella immaginata, più vicina alla mentalità e ai costumi dei turchi, che ai modi occidentali. Oltre a ciò c’era estrema miseria dappertutto. Per questo la maggior parte di loro non morì sul campo di battaglia, ma di fame o malattia. La differenza di strategia militare tra occidentali e greci, poi, causò sconfitte e carneficine (la peggiore forse fu quella di Pera) che portarono allo scioglimento dei reparti filellenici. Si concluse così la prima fase del movimento. La seconda ondata vide la partecipazione attiva della Gran Bretagna, che temeva l’ingerenza russa. Il governo britannico favorì l’emissione di due grossi prestiti, promossi da un comitato appoggiato dal filosofo Bentham e da lord Byron. Questa fase vide anche la fattiva partecipazione del conte Carlo Gamba e di Santorre di Santarosa, entrambi poi morti in terra greca. I partecipanti alla nuova spedizione erano esponenti di classi più agiate e colte, erano meglio equipaggiati e militarmente preparati, aiutati dal denaro dei prestiti britannici. Per controbilanciare l’influenza inglese ci fu anche un intervento russo, che portò al trattato russo-inglese del 1826 per compiere una comune azione diplomatica a Costantinopoli. A questo punto si mosse anche la Francia, preoccupata di restare in una posizione di isolamento. Anche in Francia si cominciarono a raccogliere fondi e uomini e si diede vita a un Comitato Cosmopolita con lo scopo di sostenere tutti i movimenti che nascevano per combattere contro ogni forma di oppressione. Si giunse a un patto tripartito (1827) tra Francia, Gran Bretagna e Russia con lo scopo di far nascere uno Stato greco indipendente. L’alleanza diede inizio alla terza fase dell’intervento dei filelleni, che portò alla vittoria finale, determinata dalla battaglia di Navarino, in cui la flotta turca fu annientata.

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BOX 2 – THEÒDOROS KOLOKOTRONIS (1770-1843)

B OX 2 – T HEÒDOROS K OLOKOTRONIS (1770-1843) Fu kleftis , quindi bandito alla macchia,

Fu kleftis, quindi bandito alla macchia, armatolòs, pertanto al

servizio degli ottomani, più tardi anche kapos, cioè miliziano al servizio

di potenti peloponnesiaci. Si arricchì grazie all’abigeato e a un favorevole

matrimonio. Nel 1805 fu a Zante per sfuggire alla campagna ottomana

contro i kleftes. Durante l’occupazione britannica dell’isola fu al servizio

del duca di York, con il quale acquisì una tale capacità militare da essere

promosso maggiore. Per le sue successive azioni militari durante la rivoluzione gli fu molto utile l’addestramento del suo comandante Richard Church, che partecipò alla guerra d’indipendenza come filelleno. Church divenne comandante in capo delle forze greche nel 1827. Kolokotronis, intanto, si era messo in luce come il più grande

stratega militare della guerra d’indipendenza. Dal punto di vista politico

fu uno dei capi del partito “militare” o “democratico”, che si opponeva a

quello “civile” o “aristocratico” dei maggiorenti peloponnesiaci e dei

fanarioti. Per questo fu anche imprigionato per breve tempo. Fu a favore

di Kapodistrias e contro la reggenza di Ottone, tanto da essere

condannato a morte. La sentenza non ebbe seguito, anzi Kolokotronis

fu nominato generale. In tarda età dettò le sue memorie a Gheorghios

Tertsètis, scrittore e amico di Tommaseo, nato a Zante nel 1800 e morto ad Atene nel 1874.

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BOX 3 – LASKARINA BUBULINA (COSTANTINOPOLI 1776 – SPETSES 1825)

T A N T I N O P O L I 1776 – S PETSES 1825)

Dopo la morte del padre nelle prigioni turche, la madre si risposò

con Dimitrios Orlof, di Spetses, dove si trasferì. Qui Laskarina si maritò due volte con due comandanti che persero entrambi la vita combattendo contro pirati algerini. Si ritrovò vedova con sette figli, ma con una cospicua eredità, ottenuta dal secondo marito, Dimitrios Bubulis. Dovette difendere tale eredità dal tentativo dei turchi di imposses- sarsene con la scusa che la somma derivava dall’aiuto fornito da Bubulis

ai russi durante la terza guerra russo-turca. Andata a Costantinopoli, vi

riuscì anche con l’aiuto della madre del Sultano, una francese. Entrò a far parte della Filikì Eteria e nel 1821, allo scoppio della rivoluzione, tornò a Spetses, dove costruì una grande fregata, l’Agamemnonas, per

partecipare alle azioni belliche. La sua casa fu trasformata in un arsenale

e la fregata trasportava armi e munizioni per gli insorti. Partecipò a

numerose azioni belliche (blocco navale di Nafplio, espugnazione di Tripoli, di Monemvassià e di Nafplio) dimostrando coraggio e umanità sia per i vincitori che per i vinti (a Tripoli mise in salvo le donne del turco Hursit). Nel 1825 fu assassinata a Spetses durante una lite di famiglia tra un suo figlio e un suo fratellastro.

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BOX 4 – MANDO MAVROGHENUS (TRIESTE 1796 – PAROS 1840)

– M ANDO M AVROGHENUS (T RIESTE 1796 – P AROS 1840) La famiglia di Mandò

La famiglia di Mandò faceva tutta parte della Filikì Eteria e allo scoppio della rivoluzione si trasferì da Trieste a Mikonos, sua isola d’origine. Qui Mandò fu molto attiva nell’incitare gli isolani a insorgere contro i turchi: a sue spese armò due navi per combattere i pirati. Riuscì anche ad allestire un corpo militare, indossandone la divisa e combattendo molte battaglie. Si conquistò la simpatia delle donne francesi che divennero favorevoli alla causa greca. Alla fine della rivoluzione le fu riconosciuto il grado di “tenente generale” e, trasferitasi a Nafplio, le fu assegnata una casa, vicina a quella di Dimitrios Ipsilantis, che si innamorò di lei, suscitando le ire di Kolettis. Quest’ultimo riuscì a farla espellere dal paese. Mandò morì in estrema povertà a Paros, ospite di parenti e amici.

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CAPITOLO TERZO

DALLA MONARCHIA ASSOLUTA ALLA COSTITUZIONE DEL 1843

Organizzazione dello Stato

Il Consiglio di Reggenza presieduto da Armansperg organizzò lo Stato greco secondo un sistema fortemente centralizzato, di tipo germanico, escludendo dal potere ogni elemento indigeno. Il Regno fu diviso in dieci nomarchie (prefetture), a loro volta suddivise in eparchie (sottoprefetture) e queste in demi (comuni). Tutto era amministrato da funzionari nominati dal re. Furono abolite tutte le libertà o forme di autonomia municipali. Il sistema giudiziario fu durissimo e improntato al diritto romano secondo l’interpretazione allora corrente in Germania. Senza consultare il Patriarcato, quindi senza la sua approvazione, la Chiesa di Grecia fu dichiarata amministrativamente indipendente da esso. La Reggenza si occupò anche di istruzione pubblica, creando scuole secondarie nelle città e istituendo nel 1837 l’Università di Atene. Si rivelò fallimentare nell’affrontare il problema dell’organizzazione dell’esercito e delle finanze. I bavaresi si comportarono esattamente come una potenza occupante un Paese straniero: licenziarono tutte le truppe greche, tranne circa 1000-1200 effettivi, e le sostituirono con

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volontari bavaresi arruolati dietro elevati compensi. Le cose andarono ancor peggio dal lato finanziario: le imposte rimasero pesantissime, anche più onerose di quelle turche, senza che per questo fosse messo ordine nel bilancio dello Stato.

Politica interna e politica estera della monarchia

L’organizzazione del nuovo regno non soddisfaceva certamente le masse popolari, ma andava anche contro gli interessi delle classi più elevate, che si vedevano escluse dal potere. D’altro canto queste erano socialmente poco differenziate e non avevano idee politiche ben chiare. Si distinguevano tre partiti, che si identificavano con gli interessi delle potenze straniere, le quali volevano influire sui destini del nuovo Stato: il partito inglese, quello francese e quello russo. Sembra quasi che i greci fossero assenti dalla politica del loro Paese: è vero che davano vita a continue proteste, “ma senza una forma politica precisa contro la dinastia e la Reggenza”. I disagi maggiori, comunque, restavano appannaggio delle classi più povere, in particolare dei contadini. La questione sostanziale restava quella della distribuzione delle terre, dato che la maggior parte delle famiglie contadine non possedeva nulla e viveva in totale miseria. Artigiani e commercianti erano oppressi dalle tasse e non vedevano nessun intervento a favore dello sviluppo delle loro attività. Si delineavano tre diverse posizioni politiche:

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Il “partito” russo proponeva la separazione della Chiesa greca dal Patriarcato di Costantinopoli, religione ortodossa per il re e i suoi successori, politica filo-ortodossa (che significava anche filo-russa).

I partiti costituzionali (francese e inglese) chiedevano libertà politiche e l’emanazione di una costituzione.

Per tutti, comunque, la parola d’ordine generale era il rifiuto dei bavaresi. La Monarchia, che si sentiva ovviamente minacciata, cercò

di

porre rimedio allo scontento con misure inadeguate poiché

mantenevano il potere nelle mani dei soliti bavaresi. Anche le dimissioni di Armansperg (sostituito con Ignaz von Rudhart) non ottennero risultati, anzi aumentarono le proteste. Furono

la crisi orientale e quella finanziaria del 1839 a far precipitare

gli eventi. La crisi orientale ebbe la sua origine nella politica derivante dalla Megali Idea (Μεγάλη Ιδέα = Grande Idea), cioè il sogno di poter radunare sotto un unico Stato le popolazioni greche che un tempo costituivano parte dell’Impero Bizantino (Box 1). Su questa linea erano d’accordo, pur con varie sfumature, tutti i partiti e la maggioranza della popolazione greca dentro e fuori dei confini dello Stato. La Megali Idea servì per decenni ai politici per distogliere l’attenzione della popolazione dai problemi più pressanti e gravi. Essa fu formulata dal grande statista Ioannis Kolettis (Box 2), di cui si tratterà più avanti. Le tre grandi potenze avevano atteggiamenti diversi su questo tema.

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– La Russia, accarezzando l’idea di uno Impero greco sotto un principe ortodosso, era favorevole all’insurrezione delle terre ancora sotto il dominio Ottomano.

– La Francia era tornata alle idee rivoluzionarie e favoriva qualsiasi insurrezione contro la Turchia.

– La Gran Bretagna era più prudente: cercava di conciliare il suo desiderio di conservare l’integrità dell’Impero Ottomano in funzione antirussa con il suo appoggio alla Grecia, la quale, altrimenti, si sarebbe ancor più vincolata alla Russia. Gli inglesi, quindi, suggerivano di rafforzare e riorganizzare lo Stato e di preparare convenientemente l’esercito, prima di avventurarsi nell’impresa. Bisogna anche tener presente che l’Inghilterra era la potenza che maggiormente sosteneva la Grecia dal punto di vista finanziario. In questa situazione avvenne la confisca dei beni degli abitanti di Samo, in seguito a una loro rivolta repressa dalla flotta turca. Ciò provocò l’emigrazione degli stessi nei territori del nuovo Regno di Grecia, che pose il problema alle tre potenze, chiedendo l’unione dell’isola alla Grecia. La Gran Bretagna rifiutò. Nello stesso tempo vennero fatti alcuni tentativi per annettere la Tessaglia, l’Epiro e Creta al Regno di Grecia. I disordini scoppiati non ebbero il risultato sperato. L’Inghilterra ottenne dalla Porta la destituzione del Patriarca filo russo Gregorio IV (1840), il protocollo di Londra del 1841 restituì Creta al Sultano, togliendola al vice re d’Egitto (esito della guerra turco-egiziana del 1830-1841). La rivolta cretese dello stesso anno fu repressa.

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BOX 1 – LA MEGALI IDEA TRA UTOPIA E REALTÀ

I suoi fondamenti furono enunciati da Ioannis Kolettis in un suo discorso all’Assemblea Costituente del 1844: “Il Regno di Grecia non è

la Grecia. Il regno costituisce della Grecia soltanto una parte, la più

piccola e la più povera. Un greco non è solo chi vive dentro i confini del regno, ma anche chi vive a Giannina, a Salonicco, a Serres, a Adrianopoli, a Costantinopoli, a Smirne, a Trebisonda, a Creta, a Samo e in ogni altra terra collegata con la storia e con la razza greca…”. Tutti condivisero questa visione, le differenze riguardarono solo i modi per realizzarla. Si formarono due tendenze: quella più decisa, più combattiva attribuiva la colpa della debolezza e delle difficoltà della Grecia proprio

alla piccolezza e povertà dello Stato e al fatto che le regioni più ricche e produttive si trovavano al di fuori dei confini del regno. Per i sostenitori

di questa tesi finché il popolo greco non fosse stato unito, non si sarebbe

verificato un progresso reale; per questo la lotta per l’unità doveva essere

al primo posto nella politica del governo. I più moderati, vicini agli

inglesi, affermavano che era sbagliato sottovalutare la forza dell’Impero Ottomano: lo Stato avrebbe dovuto prima consolidare le proprie risorse economiche e militari, altrimenti ogni avventura avrebbe portato a un disastro. Inoltre, fin tanto che il regno non fosse stato in grado di fornire un efficace appoggio militare alle popolazioni che insorgevano, le avrebbe esposte inutilmente alle rappresaglie turche. Un argomento dei moderati, poi, era la presenza della potente flotta inglese nel Mediterraneo, la quale avrebbe sempre potuto intervenire per mantenere l’integrità dell’Impero Ottomano contro l’espansionismo russo. D’altro canto molti greci irredenti non avevano consapevolezza di essere greci, per cui nel XIX secolo furono prodotti grandi sforzi per riellenizzarli attraverso maestri, formati o all’Università di Atene o in

associazioni culturali, dette silloghi (σύλλογοι). L’uso, però, della katharevusa o, addirittura di un greco arcaizzante, non facilitò il loro compito e non impedì che alcune comunità di lingua greca delle regioni anatoliche passassero dal greco al turco. Nello stesso tempo molti greci

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ottomani presero coscienza di essere gli eredi della Grecia classica. La situazione delle popolazioni non redente era di divisione in due correnti:

una aderiva completamente alla Grande Idea ed era formata soprattutto da insegnanti, medici e avvocati, l’altra era più moderata e proponeva “una graduale e pacifica ellenizzazione dell’Impero Ottomano dal suo interno”. Questa era costituita soprattutto da banchieri, armatori, commercianti, alti burocrati e diplomatici. I greci, infatti, potevano assumere posizioni di grande importanza ed erano in numero rilevante entro i confini della Sublime Porta. Smirne, ad esempio, aveva più abitanti greci del Pireo, il porto di Atene, capitale del regno greco. Altra condizione che favorì lo sviluppo dei greci in terra ottomana fu il grande aumento demografico tra il 1830 e i 1860: sempre tenendo l’esempio di Smirne, notiamo che qui la popolazione turca scese da 80.000 a 41.000 unità, mentre quella greca passò da 20.000 a 75.000. Tutti questi fattori, uniti ai continui sommovimenti dell’elemento greco nelle terre irredente, caratterizzarono tutta la politica del regno fino al 1922, l’anno della Grande Catastrofe.

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BOX 2 – IOANNIS KOLETTIS

B OX 2 – I OANNIS K OLETTIS Di origine valacca, nacque nel 1774 a Siràko,

Di origine valacca, nacque nel 1774 a Siràko, fra i monti del Pindo. Studiò medicina a Pisa e divenne medico personale del figlio di Alì Pascià a Ioannina. Fece parte della Filikì Eterìa e assunse vari incarichi durante la reggenza bavarese. Fu poi inviato come ambasciatore a Parigi, dove suscitava un certo imbarazzo la sua abitudine di indossare la fustanella. Tornò in patria nel 1843 a seguito dei moti che portarono alla promulgazione della costituzione del 1844, per la cui stesura Kolettis ebbe grande influenza. Provenendo dall’Epiro sosteneva i diritti dei greci “eteroctoni”, vale a dire quelli che vivevano fuori dalle frontiere del nuovo stato, diritti che erano contestati dagli “autoctoni”, abitanti delle regioni che si erano rese indipendenti per prime. Proprio la difesa degli eteroctoni costituì il punto di partenza per la formulazione della politica della Megali idea. Morì nel 1847.

Il colpo di stato del 1843. La Costituzione

La “xenocrazia”, come i greci chiamavano la monarchia di Ottone, aveva generato e continuava a generare malcontento e varie cospirazioni. Le tre potenze favorivano tali disordini,

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ognuna per i propri interessi: l’Ambasciata inglese in particolare divenne un vero centro di agitazione. A capo della rivolta posero, dunque, un capo militare di loro fiducia, vale a dire il nobile cretese Dimitrios Kallerghis. Ad aggravare la situazione della monarchia fu la terribile crisi finanziaria, dovuta anche alle spese militari tra il 1839 e il 1841, che indusse il governo greco a dichiarare ufficialmente fallimento nel 1843. La conseguenza fu la Convenzione finanziaria di Londra, con la quale si vincolavano tutte le risorse messe a disposizione dalle potenze al ripianamento dei debiti. Lo stesso giorno, 3 settembre 1843, scoppiò una violenta rivolta ad Atene. Ottone dovette cedere e fu convocata una Assemblea costituente, che lavorò dal novembre del 1843 al marzo 1844. La Costituzione non portò in realtà grandi mutamenti, dal momento che era fortemente conservatrice e lasciava al re praticamente tutto il suo potere: era comunque un segno di cambiamento. I punti salienti della Costituzione del 1843 possono essere così riassunti: il potere legislativo era esercitato collettivamente dal re, da una Camera, eletta dal popolo secondo un sistema censitario, e da un Senato nominato a vita dal re, il potere esecutivo apparteneva al re ed era esercitato dai ministri responsabili, nominati o revocati dallo stesso re, anche la giustizia emanava dal sovrano. Erano presenti, tuttavia, anche elementi democratici: i cittadini erano dichiarati uguali davanti alla legge, erano garantite le libertà individuali, di stampa e di associazione, la schiavitù non veniva riconosciuta in Grecia.

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Dagli inizi della monarchia costituzionale alla guerra di Crimea

Le prime elezioni che seguirono la promulgazione della

costituzione videro la divisione dei partiti che l’avevano voluta

e le bande armate di Kolettis usare ogni mezzo per fargli ottenere la maggioranza alla Camera. Questo politico,

costituzionalista quand’era all’opposizione, divenne centralista

e sostenitore del re, quando salì al potere. Non diede vita ad

alcuna seria politica di organizzazione e sviluppo del paese. Viene ritenuto da parte della storiografia greca “un avventuriero” che introdusse più d’ogni altro la corruzione nell’esercizio del potere. Secondo Kolettis il solo mezzo per raggiungere una condizione di progresso era costituito dalla realizzazione della Megali Idea. Di fatto la costituzione era abolita. Kolettis morì nel 1847, i ministri che si succedettero ebbero breve durata ed erano essenzialmente emanazione della Corte. Di conseguenza le rivolte per la difesa e il ripristino delle libertà costituzionali ripresero forza. Il 1848 vide tutta l’Europa attraversata da grandi sommovimenti di carattere costituzionalista e indipendentista che coinvolsero anche i Balcani. Qui la questione si faceva più complessa perché tali movimenti non erano sempre collegati soltanto con le idee liberali, ma anche con quelle conservatrici e nazionaliste: la Grecia ne era un esempio. Ancora una volta furono gli interessi stranieri a giocare un ruolo determinante.

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Dopo il ’48 Ottone, temendo che lo spirito rivoluzionario dilagasse anche in Grecia (Box 1), si avvicinò sempre più alla Russia e al partito filo-russo. La Gran Bretagna si vide

minacciata e reagì con vari pretesti, al rifiuto della Grecia di sottostare alle richieste, ordinò il blocco del Pireo (giugno – luglio 1850). Ciò provocò l’intervento della Francia e soprattutto dello zar, che seppe subito approfittarne: rinunciò

a una parte del credito nei confronti della Grecia, regolò la

questione dell’indipendenza della Chiesa greca dal Patriarcato

e quella relativa alla successione di Ottone. In tal modo lo zar

conquistò non solo la stima della Grecia, ma di tutto il mondo ortodosso, nel contempo Ottone recuperava credito presso i suoi sudditi. A questo punto scoppiò la guerra di Crimea e subito le regioni irredente del nord (Epiro, Macedonia e Tessaglia) insorsero, ma il governo greco, non ancora pronto per un intervento, non si mosse. La rivolta fu soffocata, i rapporti greco-turchi troncati, Francia e Gran Bretagna occuparono il Pireo, fra maggio e giugno 1854, per sorvegliare la Grecia che fu dichiarata neutrale e costretta a riprendere i rapporti diplomatici con la Turchia. Le due potenze continuarono la loro occupazione oltre la fine della guerra e rifiutarono la partecipazione della Grecia al Congresso di Parigi. Finita l’occupazione militare, imposero una commissione di controllo fino al 1859.

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BOX 1 – TOMMASEO NELLE ISOLE IONIE. MARKOS RENIERIS

1 – T OMMASEO NELLE I SOLE I ONIE . M ARKOS R ENIERIS N. Tommaseo

N. Tommaseo

Le idee rivoluzionarie e costituzionaliste avrebbero potuto, in effetti, diffondersi in Grecia poichè le isole dello Ionio, in particolare Corfù nella quale viveva il grande poeta Dionisios Solomòs, offrirono rifugio a vari patrioti italiani, tra cui i fratelli Bandiera. Il più famoso, però, di questi fuggitivi fu Niccolò Tommaseo, che giunse a Corfù nel 1848, dopo la caduta della Repubblica veneta, e vi rimase fino al 1854. Qui sposò Diamante Pavello, che gli diede due figli, qui iniziò la malattia che lo porterà alla cecità. Tuttavia l’interesse di Tommaseo per la Grecia era cominciato molto prima:

già nel 1836 aveva tentato di trasferirsi a Corfù come docente, nel 1840 aveva iniziato a studiare il neogreco, del 1840-41 è la sua opera sui canti popolari toscani, corsi, illirici e greci. I rapporti con la Grecia sono testimoniati anche dal carteggio scambiato con Emilio Tipaldo, Andreas Mustoxydis, Gheorgios Tertsetis e con Markos Renieris (1815-1897), greco nato a Trieste e laureato a Padova. Proprio Renieris, che era anche un appassionato di letteratura italiana (è sua una traduzione dei “Promessi Sposi”, in collaborazione con Efthatios Simos e Panaghiotis Chalikiopulos), fornì a Tommaseo parte del materiale per la sua opera, aiutandolo anche nella traduzione dei canti popolari greci. Renieris non è particolarmente noto in Grecia anche se ha ricoperto, dopo una brillante carriera come giudice e docente universitario, la carica di presidente della Banca Nazionale di Grecia e l’incarico di ambasciatore in Turchia. Alla sua morte donò allo stato la sua ricchissima biblioteca privata.

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BOX 2 – LA GUERRA DI CRIMEA

Si svolse tra il 1853 e il 1856 fra la Russia da un lato e l’Impero Ottomano, la Gran Bretagna, la Francia e, in un secondo tempo, il Piemonte dall’altro. La causa fondamentale del conflitto fu il contrasto fra le mire dello zar per un’espansione politica e territoriale verso sud e la necessità della Gran Bretagna di salvaguardare il suo predominio nel Mediterraneo e nell’Asia britannica. La Francia di Napoleone III desiderava recuperare una posizione di potenza europea, compromessa dagli esiti del Congresso di Vienna, totalmente favorevole all’Austria. Ad accendere il conflitto fu la pretesa dello zar Nicola I di imporre all’Impero Ottomano il protettorato russo su dodici milioni di ortodossi sudditi dei turchi. Al rifiuto del sultano, appoggiato da Gran Bretagna e Francia, i russi invasero la Moldavia, la Valacchia e l’Armenia turca e annientarono la flotta ottomana a Sinope. Falliti vari tentativi di soluzione diplomatica, Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Russia. L’Austria rimase in una posizione di neutralità, essendo preoccupata per una eventuale espansione russa nei Balcani, ma anche per un eccessivo predominio anglo-francese nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Gli anglo-turco-francesi posero sotto assedio la città di Sebastopoli. L’operazione risultò lunga e difficile, tanto che, nel 1855, si dovettero impiegare nuove forze, fra cui 15.000 piemontesi comandati dal generale La Marmora. Sebastopoli capitolò dopo una strenua resistenza, stremata da un’epidemia di colera che costò alle due parti in conflitto oltre 250.000 morti. Il Congresso di Parigi del 1856 sancì l’indipendenza e l’integrità dell’Impero Ottomano, che, però, si impegnava a riconoscere ai sudditi cristiani gli stessi diritti dei musulmani. Lo stretto dei Dardanelli fu chiuso alle navi da guerra, fu proclamata la libertà di navigazione sul Danubio, i principati di Moldavia e Valacchia furono riconosciuti autonomi, pur sotto l’alta sovranità turca e il protettorato delle potenze europee.

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CAPITOLO QUARTO

LO SVILUPPO DELLA GRECIA MODERNA FINO ALLA VITTORIA DELLA BORGHESIA

Cambiamenti economici e sociali

Dopo la guerra di Crimea l’infiltrazione di Inghilterra e Francia nel vicino Oriente, nei Balcani e in Egitto creò uno straordinario movimento economico, del quale i greci, presenti in questi territori con le loro attività, seppero ampiamente profittare. Lo sviluppo economico dei greci fu possibile grazie alla marina mercantile sul Danubio e sul Mediterraneo. I progressi economici via mare furono dovuti, strano ma vero, ai tentativi inglesi e francesi di organizzare la Turchia attraverso due trattati: il Tanzimat (= riforma, riorganizzazione) del 1839 e, soprattutto, l’Hatti-Ioumayoun (editto che perfezionò la riforma) del 1856, con cui i sudditi cristiani dell’Impero (ραγιάδες), ma anche quelli di altre fedi religiose, furono posti, almeno teoricamente, sullo stesso piano dei musulmani in tutti i campi della vita civile. Le riforme riguardarono il sistema giudiziario, i commerci, la tassazione, i diritti civili, il reclutamento, la scuola. Ancora furono i greci a beneficiare delle grandi imprese britanniche in Turchia, le quali costruivano ferrovie e linee telegrafiche, e a partecipare ai loro

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affari. Così, dal 1860 si fece sentire in Medio Oriente l’influenza dei greci, sia come banchieri, sia come soci di imprese britanniche. Nacquero in questo modo le grandi famiglie imprenditoriali greche, le quali influirono, nel bene e nel male, sulle scelte politiche sia della Grecia che della Turchia. È in questo periodo, compreso tra il 1856 e il 1875, che si osservano i primi veri progressi, lenti ma costanti, dell’economia anche all’interno del regno greco. Si avvertono prima di tutto nella marina mercantile e nei commerci in generale, ma pure nell’iniziativa privata dei ricchi proprietari fondiari, che raddoppiarono la produzione agricola. Contemporaneamente aumentò l’esportazione di prodotti agricoli come olio d’oliva, vino e, soprattutto, l’uva di Corinto. Sempre negli stessi anni si verificò un notevole aumento della popolazione Grazie all’arrivo di un numero considerevole di greci provenienti dai Balcani e dalla Turchia. La popolazione greca entro i confini del regno, che nel 1840 era di 850.246 unità, passò nel 1861 a 1.096.810 abitanti.

Modificazioni economiche e nuovi orientamenti culturali

Un altro fenomeno che si evidenzia nella stessa epoca è l’unificazione economica e culturale di tutte le popolazioni di lingua greca residenti nell’area. La creazione del Regno di Grecia pareva aver diviso le popolazioni di lingua greca in due diverse realtà geografiche: quella entro i confini del nuovo stato e quella periferica, costituita dai greci dell’Impero Ottomano e della diaspora. Al momento dell’indipendenza, i

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greci al di fuori dei confini del regno erano più numerosi e più ricchi di quelli all’interno e, di conseguenza, avevano nell’economia del vicino oriente e in Russia un’importanza che il nuovo stato ellenico non poteva loro assicurare. Costantinopoli manteneva per i greci il suo ruolo di capitale economica e culturale, sebbene Atene fosse ormai la capitale politica del Regno di Grecia. Ma, all’inizio della seconda metà del XIX secolo, la situazione cominciò a cambiare (Box 1). Si stabilì in primo luogo un più sereno rapporto col Patriarcato, dopo la risoluzione del problema dell’indipendenza della Chiesa di Atene e della religione del re e dei suoi successori (Box 2). In seguito alla guerra di Crimea, inoltre, le relazioni economiche tra i greci del regno e quelli che vivevano al di fuori dei confini politici della Grecia si fecero più serrate e collaborative, tanto che i greci dell’Impero Ottomano cominciarono a introdurre i loro capitali in Grecia e, di fatto, a dirigerne l’economia. Poco importa se questo avvenne non tanto per motivi nazionalistici o sentimentali quanto invece perché essi cominciavano a sentire la loro posizione all’interno dei confini turchi sempre più precaria per motivi politici. Contemporaneamente all’unificazione economica si verificò quella culturale: la creazione di un regno ellenico aveva posto fine al decentramento e alla dispersione intellettuale determinati dalla dominazione turca. Atene con la sua Università divenne il centro culturale di tutte le popolazioni di lingua greca e la sua sfera di influenza giunse fino in Cappadocia. D’altro canto la maggior parte della classe colta

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greca era costituita da fanarioti, di modo che si aveva l’impressione che Costantinopoli fosse stata trasportata ad Atene. Sempre negli stessi anni, precisamente nel 1864, le isole ioniche furono annesse alla Grecia e vi portarono, oltre alla loro vitalità culturale, anche strutture sociali precise che si erano formate in condizioni simili a quelle degli stati occidentali. In questa situazione di unità maturarono le condizioni per lo sviluppo del movimento liberale e riformatore che porterà ai cambiamenti politici e istituzionali degli anni successivi.

BOX 1 – GLI ORIENTAMENTI CULTURALI DOPO KORAÌS

La creazione dello stato nazionale e, soprattutto, la politica della Megali Idea provocarono un allontanamento dalla katharevusa (Koraìs venne considerato “straniero, occidentale”, “franco”) e un recupero della classicità attraverso una lingua arcaizzante, purificata, nazionale e ortodossa, anti-occidentale. Ciò non impedì che gli intellettuali fanarioti e della scuola di Atene imitassero le tendenze occidentali, neoclassiche prima, romantiche poi. Il problema nazionale, però, comportava anche quello della continuità della tradizione popolare, che pareva abbandonata dal regno ellenico. Essa, tuttavia, assieme alla lingua demotica, rimaneva viva nelle isole ionie, dove fu attivo Dionisios Solomòs (1798-1857), poeta nazionale greco e autore dei versi dell’attuale inno nazionale. Solomòs nella sua pur frammentaria opera, rappresentò una nuova presa di coscienza delle popolazioni greche e le invitò a “imparare a considerare nazionale tutto ciò che è vero”. Tutta una serie di pensatori e soprattutto di poeti, che usavano il demotico, si sforzarono di trasportare l’insegnamento della tradizione – e di Solomòs – dalla poesia pura alla concretezza della vita sociale e della storia. L’unione delle isole ionie alla Grecia contribuì alla diffusione di

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queste idee. All’interno della stessa Scuola di Atene si sviluppò una corrente realista che usava una lingua purificata, ma non arcaizzante. Le opere degli appartenenti a questa corrente erano tutte ispirate alla lotta per l’indipendenza e, assieme agli storici e ai cronisti di tale lotta, fecero nascere nei greci una coscienza storica che si svilupperà meglio in seguito. Tale coscienza fu resa ancor più acuta dalla reazione contro le teorie di J. Fallmerayer che contestava la continuità dell’ellenismo e negava ai greci ogni relazione con la classicità. La reazione più importante e cospicua fu rappresentata da Konstantinos Paparrigòpulos (1815-1891), professore di storia all’università di Atene dal 1851, il quale pubblicò tra il 1860 e il 1872 un’opera complessa, in sette volumi, dal titolo “Storia della nazione greca dai tempi più antichi fino ai tempi moderni”, nella quale l’autore cercò di rintracciare l’unità dell’ellenismo attraverso i secoli. Fu un’opera unilaterale, ma rappresentò anche una reazione contro il culto esclusivo dell’antichità, mostrando gli aspetti positivi dell’ellenismo lungo ogni periodo della storia relativa alla penisola greca e ai suoi territori insulari e limitrofi. L’opera di Paparrigòpulos fece sviluppare anche lo studio della vita contemporanea del popolo, dei suoi costumi e della sua letteratura. Ciò condusse all’opera di Nikolaos Politis “Studio sulla vita dei greci moderni” (1871), che fondò in Grecia la “laografia” o scienza del folklore. Politis scrisse: “All’idea del ritorno al passato si oppone oramai la scoperta del passato nel presente”.

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BOX 2 – CHIESA E STATO IN GRECIA

Vale la pena di sottolineare il profondo legame esistente fra Chiesa ortodossa e Stato in Grecia. Alla Chiesa è riconosciuta, infatti, la fondamentale importanza nella conservazione e difesa dell’identità greca. L’ortodossia è vissuta come un’espressione della cultura greca, è un elemento fondamentale dell’identità profonda della nazione e costituisce il legame con il passato, antico, bizantino o moderno. I greci, indipendentemente dalla loro fede, conservano sempre vivo il loro legame con l’ortodossia. Ancor oggi le più alte cariche dello stato fanno il loro giuramento nelle mani dell’Arcivescovo di Atene.

Il movimento liberale. La caduta di Ottone

Il movimento liberale, legato all’ascesa della borghesia, si fece sentire con sempre maggiore forza dentro e fuori del regno. All’interno dell’Impero Ottomano la borghesia ottenne una serie di riforme che le diedero una maggiore autonomia amministrativa anche rispetto all’autorità religiosa, partecipando a decisioni di solito riservate al solo Sinodo. In Grecia, finita l’occupazione anglo-francese, l’opposizione alla dinastia regnante si fece sempre più forte, mentre i ministeri di corte abbandonavano nei fatti la Costituzione. Intanto si presentava sulla scena politica una nuova generazione, capeggiata dai giovani universitari, i quali, come rimedio alla corruzione generale, proponevano il parlamentarismo occidentale. Questa nuova generazione entrò in Parlamento dopo le elezioni del 1859 con Epaminondas Delighiorghis, provocando spaccature all’interno dei conservatori, i quali

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persero la maggioranza alla Camera. Il re volle mantenere lo stesso governo, ma una serie di complotti (un attentato alla

regina e fatti sanguinosi fra il 1860 e il 1862) indussero Ottone

a cercare una conciliazione, mentre l’opposizione si unì

attorno a Kostantinos Kanaris, eroe dell’indipendenza (Box 1). Seguirono scontri, rivolte, tentativi di vera e propria

rivoluzione. Il governo si rifugiò dietro alla Megali Idea, ma gli avversari la sfruttarono anche meglio, legando la questione nazionale al liberalismo italiano e a Garibaldi. Approfittando della situazione l’Inghilterra si mise a capo del movimento antiottoniano, date le simpatie decisamente filozariste del re. Seguirono rivolte di guarnigioni militari in Acarnania, a Patrasso, a Corinto e soprattutto ad Atene. Ottone, destituito, lasciò la Grecia nell’ottobre 1862 e, un anno dopo, al suo posto fu nominato Giorgio Glücksburg di Danimarca, che prese il nome di Giorgio I, re dei Greci. L’Assemblea Costituente che ne seguì fu formata in gran parte

da elementi dell’alta finanza e dei proprietari terrieri, ma vide

anche la presenza di radicali, appoggiati dai deputati dell’Eptaneso. Ne uscì una costituzione con un carattere manifestamente democratico (ottobre 1864): le prerogative della corona erano limitate, il potere legislativo andava a una

sola Camera eletta a suffragio universale (escluse, ovviamente,

le donne), il potere esecutivo spettava al re che lo esercitava

attraverso i suoi ministri responsabili, la libertà di stampa era garantita. A queste aperture democratiche si aggiunse nel 1875, per merito di Charilaos Trikupis (Box 2), la legge che obbligava il re a nominare ministri solo coloro che potevano

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contare su una maggioranza “dichiarata” (δεδηλωμένη = dediloméni) della Camera. L’insediamento della nuova monarchia e la situazione nei Balcani e in Italia, che favoriva lo Zar e la Francia, indussero la Gran Bretagna a cedere l’Eptaneso alla Grecia, in modo da consolidare la propria influenza in questa parte d’Europa. Era il 29 marzo 1864.

BOX 1 – KONSTANTINOS KANARIS (1790-1877)

B OX 1 – K ONSTANTINOS K ANARIS (1790-1877) Si distinse per le sue qualità di

Si distinse per le sue qualità di ammiraglio durante la guerra d’indipendenza, particolarmente a Tenedo, dove nel 1822 distrusse la flotta ammiraglia turca. Abile politico, fu per varie volte ministro della marina e premier nel 1848-49. Come già riportato, fu protagonista nel 1862 della rivolta che portò alla destituzione di Ottone e alla sua sostituzione con Giorgio I. Durante il regno di quest’ultimo fu due volte primo ministro, nel 1864-65 e nel 1877, anno in cui morì.

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BOX 2 – CHARILAOS TRIKUPIS

B OX 2 – C HARILAOS T RIKUPIS Nacque a Nafplio nel 1832. Il padre Spyridon

Nacque a Nafplio nel 1832. Il padre Spyridon fu storico della guerra d’indipendenza e ambasciatore a Londra, dove soggiornò con il figlio per 14 anni. Charilaos partecipò nel 1864 ai lavori dell’assemblea costituente come rappresentante della comunità greca di Londra. Venne eletto deputato nella circoscrizione di Missolungi e fu ministro degli esteri durante il terzo governo Kumunduros. Con questo incarico condusse le trattative che portarono al patto di alleanza con la Serbia, primo importantissimo accordo della Grecia con uno stato balcanico. Nel luglio 1874 con un articolo – pubblicato anonimo – sul giornale Kierì, Trikupis iniziò il suo attacco al re Giorgio I per la sua abitudine di dare l’incarico di formare un nuovo governo a rappresentanti della minoranza, con la conseguenza che i vari governi avevano vita breve. A seguito di questo articolo Trikupis fu anche arrestato, ma alla fine il re dovette accettare la richiesta di nominare capi di governo soltanto parlamentari che potessero contare su una maggioranza dichiarata (= δεδηλωμένη). Dal 1882 Trikupis potè contare su una chiara maggioranza, anche se non stabile, come dimostrano i vari governi di Theòdoros Dilighianns che, alternandosi con quelli di Trikupis, ne smantellavano programmaticamente le iniziative. Nonostante ciò realizzò ingenti opere pubbliche (il prosciugamento del lago di Kopaìda, il canale di Corinto, la rete ferroviaria), riuscendo a reperire capitali all’estero e tra i greci della diaspora. Tuttavia tutte le sue iniziative, comprese quelle di ammodernamento dell’apparato statale e militare, provocarono un aumento abnorme del debito verso l’estero. La conseguente politica di austerità gli costò la perdita delle elezioni del 1895. Partito in volontario esilio, morì a Cannes nello stesso anno.

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BOX 3 – LE CASE REALI E I RE DI GRECIA

Casa di Wittelsbach (Baviera) Ad essa apparteneva il primo re di Grecia, Ottone, secondogenito del re di Baviera, Ludwig I. Nato nel 1816 a Salisburgo, salì al trono nel 1833, inizialmente coadiuvato da un consiglio di Reggenza guidato da Joseph von Armansperg. Pur tra difficoltà e rivolte il suo regno durò fino al 1862, anno in cui fu dichiarato deposto. Sposò Amalia di Oldenburg (1818-1875), dalla quale non ebbe figli e che fu oggetto di un attentato, non riuscito, nel 1861.

Casa di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg (Danimarca) Il primo re di questo casato fu Giorgio I, che regnò dal 1863 al 1913. Figlio secondogenito di re Cristiano IX di Danimarca, era nato nel 1845 a Copenhagen. Sua sorella Alessandra sposò Edoardo VII d’Inghilterra. Giorgio salì al trono di Grecia non ancora diciottenne, dopo aver prestato servizio nella marina militare danese. Nel 1867 si sposò con Olga Kostantinova, cugina dello zar di Russia. La politica dei matrimoni

era sempre stata una delle caratteristiche dei Glücksburg, cosicché essi avevano legami con quasi tutte le corone d’Europa. Giorgio I e Olga ebbero otto figli: Costantino (1868-1923), che successe al padre sul trono di Grecia, Giorgio (1869-1957, alto commissario a Creta fra il

1898 e il 1906, anno in cui dovette lasciare l’isola e l’incarico a seguito

della rivolta organizzata da Venizelos), Alessandra, Nicola, Maria, Andrea (1882-1944, sposò Alice di Battenberg, da cui ebbe quattro figlie femmine e un maschio, Filippo di Edimburgo, nato nel 1921 e sposo di Elisabetta II d’Inghilterra) e Cristoforo. A Giorgio I successe, dunque, Costantino I (sposo di Sofia di Prussia), il cui regno fu assai tormentato: rimase sul trono, infatti, dal

1913 al 1917. Il suo regno fu interrotto a causa dei dissidi con Venizelos,

che portarono alla Separazione Nazionale: nel periodo fra il 1917 e il

1920 fu sostituito dal figlio secondogenito Alessandro. Tornato sul

trono, vi rimase fino al 1922, quando dovette dare le dimissioni a causa

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della Grande Catastrofe contro i turchi. In quell’anno salì al trono Giorgio II, figlio primogenito di Costantino I, e regnò fino al 1923, anno in cui fu instaurata la prima repubblica greca. Giorgio II riprese il suo regno nel 1935 e lo mantenne fino al 1947, anche se fra il 1941 e il 1947 fu costretto all’esilio a causa delle vicende belliche. Gli successe il fratello Paolo, che rimase sul trono fino al 1964, anno della sua morte. Il figlio secondogenito Costantino II prese il suo posto e regnò fino al 1973, ma nel periodo dei colonnelli (1967-1973) visse a Roma, dove si era rifugiato a seguito del fallito tentativo di “controgolpe” a danno dei colonnelli stessi. A conferma del permanere della politica dei matrimoni di casa Glücksburg è da ricordare che la sorella di Costantino II, Sofia, è l’attuale regina di Spagna, essendo moglie di Juan Carlos di Borbone. Lo stesso Costantino II è sposo di Anna Maria di Danimarca, dalla quale ha avuto cinque figli. La monarchia fu definitivamente abolita in Grecia con il referendum del dicembre 1974.

Lo sviluppo economico con Trikupis. La vittoria della borghesia

Il periodo successivo alla promulgazione della Costituzione, e in particolare nel ventennio fra il 1875 e il 1895, fu caratterizzato da un grande sforzo per modernizzare le strutture economiche e amministrative. Domina l’eccezionale personalità di Charilaos Trikupis, che, a parte qualche breve interruzione, fu al potere per vent’anni. L’aspetto più impressionante della sua attività fu un programma ambiziosissimo di lavori pubblici: il chilometraggio delle strade tra il 1863 e il 1909 fu decuplicato, si gettarono le basi per la costruzione di una rete ferroviaria, si costruì una serie di porti

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per navi di grosso tonnellaggio, si realizzò il Canale di Corinto (1893) (Box 1) e si svolsero ad Atene le prime Olimpiadi moderne (1896) (Box 2). Queste ultime, in particolare, servirono a diffondere in campo internazionale l’immagine di una Grecia efficiente e moderna, pur restando fedele alle tradizioni del più antico passato. Furono completamente riorganizzate sia l’amministrazione civile che l’esercito e la marina. Subito si sentirono i risultati benefici di questa modernizzazione nel campo mercantile, bancario e industriale. La Grecia, tuttavia, restava ben lontana dall’essere un paese industrializzato: il progresso si avvertì essenzialmente nei settori finanziario e commerciale. Il proletariato urbano era ancora allo stato embrionale (alla fine del secolo i lavoratori dell’industria raggiungevano le 20.000 unità) e, nonostante la nascita di un movimento sindacale intorno al 1880 e la proclamazione di vari scioperi, restava troppo debole, mentre i sindacati erano troppo piccoli e dispersi nel paese per potersi far valere a livello centrale. La classe che si emancipò maggiormente fu la piccola borghesia: la popolazione urbana passò dall’8% nel 1853 al 28% nel 1879. Si stava formando una nuova classe di cittadini, la media borghesia, che porterà alle modificazioni della struttura sociale di fine secolo. Fu proprio il ceto medio che servì come base naturale per lo sviluppo delle forze liberali, di cui Trikupis fu forse il massimo rappresentante. Il movimento liberale ebbe anche l’appoggio della nascente borghesia industriale e del mondo finanziario, mentre il conservatorismo restava ancora appannaggio della vecchia classe dirigente dei proprietari fondiari. Questi ultimi

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– soprattutto nelle province annesse dal 1884 (Tessaglia ed

Epiro), dove essi si sostituirono ai signori feudali turchi e si trovarono a possedere ben il 75% delle terre coltivate – si opponevano ad ogni cambiamento e temevano fortemente una riforma agraria che ridistribuisse le terre. D’altro canto i contadini senza terra erano culturalmente arretrati e incapaci

di organizzarsi. Soltanto alla fine del secolo l’esigenza di una

riforma agraria fu veramente sentita ed affrontata come un problema politico nazionale. Di fronte all’opposizione dei

latifondisti Trikupis esitò, commettendo un grave errore. Ma

lo scacco più netto per lui fu proprio la sua politica finanziaria.

I grandi lavori pubblici, ovviamente, implicarono un notevole aumento delle spese dello stato, che non furono coperte con una adeguata riforma fiscale. Le imposte erano per la maggior

parte indirette e non avevano nulla di egualitario, ad esclusione

di una tassa elettorale, retaggio del sistema feudale turco. Non

esistevano imposte fondiarie né sui redditi. Trikupis fu costretto a ricorrere ancora ai prestiti stranieri e a quelli di

privati. La parte più cospicua dei creditori privati era costituita

di solito da greci residenti all’estero. Si arrivò al punto che i rimborsi del debito estero

assorbivano più del 40% delle entrate del governo. I privati, dal canto loro, esigevano il pagamento puntuale dei loro crediti.

Fu così che proprio quella borghesia, che aveva avuto e avrebbe

ancora potuto avere i maggiori vantaggi dal governo Trikupis,

fu la concausa del suo affossamento. Nel 1893 Trikupis fu

costretto a dichiarare il paese in fallimento. Due anni dopo perdette il potere. Di fronte alla sconfitta della loro guida le

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classi sociali che lo avevano sostenuto, ripiegarono, almeno momentaneamente, sul conservatorismo. I problemi sociali, però, non furono risolti e lo sviluppo economico ottenuto coi governi Trikupis si arrestò. Di fronte al malcontento generale ritornarono in auge le posizioni filonazionalistiche della Megali Idea.

BOX 1 – IL CANALE DI CORINTO

Costituì uno dei più gravosi impegni finanziari di Trikupis che con quest’opera mirava a dare impulso all’attività del Pireo e ai traffici tra lo Ionio e l’Egeo (e viceversa) poiché le imbarcazioni che seguivano questa rotta potevano evitare il periplo del Peloponneso, risparmiando cirsa 400 km. di percorso. I finanziamenti giunsero grazie all’abilità di Markos Renieris (v. Box), allora presidente della Banca Nazionale di Grecia, che riuscì a ottenere prestiti cospicui da importanti banche estere. La realizzazione del canale durò dal 1881 al 1893, la sua lunghezza è di 6345 metri, ma la sua larghezza non consente oggi il transito delle grandi navi transoceaniche, per cui il canale viene usato da imbarcazioni da diporto o di piccola e media stazza o per uso turistico- culturale.

BOX 2 – LE OLIMPIADI MODERNE

Esse furono realizzate soprattutto grazie agli sforzi diplomatici e alle risorse finanziarie, profuse nei molti viaggi compiuti per contattare e convincere i vari paesi europei, del barone Pierre de Coubertin. Egli riuscì a coinvolgere un numero sufficiente di nazioni e di organizzazioni sportive negli anni fra il 1892 e il 1896. Il suo sogno era quello di poterle realizzare ad Olimpia, che a quell’epoca era un piccolo villaggio, inadatto all’organizzazione di una manifestazione già allora molto complessa. Le Olimpiadi si tennero perciò ad Atene, dove si poterono costruire le

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strutture idonee (uno stadio sull’esatto modello di Olimpia) grazie ai mezzi messi a disposizione dal banchiere Averof. Parteciparono 13 nazioni per un totale di 300 atleti. Si contarono circa 5000 spettatori, un’affluenza enorme per quell’epoca. La gara che provocò le emozioni maggiori fu la maratona, che si svolse sul percorso originale e vide vincitore un greco, Spyridon Luis, pastore dell’Attica che gareggiò indossando la divisa della fanteria greca. Fu un vero trionfo nazionale.

Il problema delle terre irredente e la questione d’oriente

Dalla fine della guerra di Crimea i Balcani divennero teatro di grandi scontri e di conseguenti grandi cambiamenti: Serbia e Montenegro ottennero una larga autonomia, i Principati danubiani si unirono in un unico stato, mentre i Bulgari ponevano con forza la questione della propria indipendenza. Il

problema non era solo politico, ma anche religioso: i Principati chiedevano una Chiesa indipendente da Costantinopoli, ma il Patriarcato, che lì possedeva terre immense, non voleva cedere. In Bulgaria esisteva già una Chiesa nazionale, riconosciuta dal Patriarcato, ma il disaccordo riguardava i confini meridionali

di tale Chiesa nazionale, che andavano ad interessare

l’intricatissima questione della Macedonia, rivendicata anche

dai Greci e, in seguito, pure dai Serbi. Il giovane Trikupis,

allora ministro degli esteri, aveva capito che, per venire a capo

del problema dei confini settentrionali e di Creta, avrebbe

dovuto cercare accordi con tutti i soggetti interessati e per questo aveva intavolato trattative con l’Egitto, con i rumeni e con i montenegrini, mentre con la Serbia aveva siglato il

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trattato di Vœslau (1867), in cui si affermava che l’oriente cristiano apparteneva solo a se stesso. Nello stesso periodo scoppiò una rivolta a Creta, che diede l’occasione al re di interrompere ogni iniziativa diplomatica e di sciogliere il governo, per sostituirlo con uno più gradito alle potenze protettrici. Seguì una Conferenza di Parigi (1869) cui la Grecia non fu neanche ammessa. L’area balcanica, però, non poteva rimanere tranquilla, per cui tutti i problemi di indipendenza politica e religiosa tornarono a esplodere, originando la guerra russo-turca del 1877. All’inizio la Grecia non ne approfittò e rifiutò le aperture della Serbia, su pressione inglese. L’opinione pubblica e le società patriottiche non condividevano l’atteggiamento inattivo voluto dal re e prepararono una rivolta in Epiro e in Tessaglia. A questo punto il governo fu costretto ad intervenire e inviò l’esercito in Tessaglia (febbraio 1878), ma era troppo tardi. La Russia aveva già firmato in gennaio un armistizio con la Turchia e questa poteva inviare tutte le sue truppe contro i greci, i quali dovettero ritirarsi. Russia e Turchia firmarono il preliminare di Santo Stefano con cui si ingrandivano Serbia e Montenegro, che divennero Stati indipendenti, così come la Romania. Si creava anche un Principato bulgaro autonomo. Le potenze occidentali si opposero e la Russia fu costretta ad accettare la convocazione del Congresso di Berlino (giugno – luglio 1878). La Grecia, solo grazie agli interventi delle potenze protettrici, riuscì a ottenere la Tessaglia. L’isola di Cipro passò agli inglesi. Serbia e Montenegro videro ridimensionati i loro ingrandimenti

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territoriali, il nuovo principato bulgaro occupava il territorio a nord della catena dei Balcani, mentre la parte meridionale fino a Adrianopoli e Serres, col nome di Rumelia orientale, tornava sotto il dominio turco, anche se con un governatore cristiano. Seguirono un accordo e una convenzione di Costantinopoli (1881) tra Turchia e Grecia, in cui a quest’ultima veniva riconosciuto, oltre alla Tessaglia, anche il distretto di Arta. La grande novità di questo momento storico fu l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico, molto forte e determinato a influire sempre di più in oriente: la Germania di Bismarck. Il Drang nach Osten (spinta a oriente) della Prussia preoccupò subito la Gran Bretagna, che cominciò a interessarsi di più del problema slavo e greco. Il punto cruciale restava la Macedonia, dove erano presenti popolazioni diverse che stavano per scontrarsi tra loro. La crisi scoppiò nel 1885 con l’annessione della Rumelia da parte della Bulgaria. Gli interessi opposti delle potenze occidentali bloccarono il conflitto “ufficiale”, che, però, continuò sotto la forma di una propaganda promossa dalle opposte Chiese, il Patriarcato da una parte, l’Esarcato con le scuole di ogni etnìa, che si stavano formando, dall’altra. Agivano febbrilmente, poi, le associazioni patriottiche. Nel 1895 a Sofia un “Comitato superiore”, organo della politica nazionale bulgara, lavorava per l’annessione di tutta la Rumelia. Furono organizzate bande armate (komitadjis) bulgare e greche che si scontrarono ferocemente provocando sanguinose rappresaglie da parte dei turchi. Nel 1904 un corpo di polizia internazionale si installò nella Rumelia orientale per l’intervento delle potenze,

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specialmente Russia e Austria, ma la lotta tra bande continuò. Il problema cretese, tutt’altro che risolto, era tenuto in vita, per non dire in ebollizione, dalle società segrete patriottiche. Nel 1897 il governo Delighiannis inviò delle truppe nell’isola e contemporaneamente si sollevarono Epiro e Macedonia. La Turchia, le cui truppe erano organizzate da ufficiali tedeschi, dichiarò guerra e in breve disperse le truppe greche comandate dal principe Costantino. Ancora una volta le potenze protessero la Grecia che, nonostante la sconfitta, mantenne la Tessaglia e ottenne che Creta, pur restando di dominio turco, avesse un governo nazionale sotto l’Alto Commissariato del Principe Giorgio di Creta (1898).

La rivolta del 1909

I continui fallimenti in politica estera e le difficoltà interne palesarono la necessità di un cambiamento profondo. La corte reale era considerata la principale responsabile delle disgrazie della nazione. A ciò si aggiunse nel 1905 la rivolta di Creta, organizzata da Elefterios Venizelos, ministro della Giustizia e degli Affari esteri del governo autonomo, contro il principe Giorgio, che fu allontanato e sostituito da Alèxandros Zaΐmis. Il movimento dei Giovani turchi (Box 1) riportò nuove vittorie e Ferdinando di Bulgaria si proclamò Zar dei Bulgari nel 1908, provocando l’agitazione dei greci di Macedonia e di Tracia. A Creta, intanto, si proclamò l’annessione dell’isola alla Grecia: l’intervento delle potenze scongiurò una nuova guerra, ma l’inazione del re accrebbe il malcontento e l’ostilità nei confronti della corona. Nel

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maggio 1909 si formò una lega militare che esigeva la riorganizzazione dell’esercito e della marina e l’allontanamento dei principi da ogni comando militare, nonché la riforma e il risanamento della vita politica. Di fronte al rifiuto del re e dei politici, la lega attuò un colpo di stato in agosto obbligando il ministro Kiriakulis Mavromichalis e il re a cedere alle sue richieste. Contemporaneamente venne chiamato in Grecia Venizelos (Box 2). Ciò significò l’entrata di questo grande statista sulla scena politica principale della Grecia e rappresentò l’inizio di un nuovo periodo storico.

BOX 1 – I “GIOVANI TURCHIE LA GUERRA CONTRO L’ITALIA

(1911-1912)

Il movimento dei “Giovani turchi” sorse nel 1868 con lo scopo di modernizzare e liberalizzare lo stato ottomano. Esso concorse ai movimenti che portarono alla proclamazione della costituzione del 1876, di stampo liberale, rimasta in vigore soltanto per due anni. Nel 1894 i suoi aderenti, organizzati in un Comitato “Unione e progresso” e preoccupati che l’avvicinamento tra Russia e Gran Bretagna portasse a un nuovo smembramento dell’impero, attuarono nel 1908 una rivolta militare, che portò al ripristino della vecchia costituzione e alla caduta del sultano, cui subentrò Maometto V (1909). Da quel momento essi determinarono la politica turca e impressero alla politica estera un’impronta nazionalista, che si evidenziò con la guerra contro l’Italia (Libia e Dodecaneso, 1911-12) e con la prima guerra balcanica (1912). La linea di condotta del movimento, ormai divenuto partito, fu molto aspra e repressiva nei confronti delle minoranze balcaniche, armene e arabe. Con questa logica di nazionalismo esasperato la Turchia partecipò alla prima guerra mondiale. La sua disfatta provocò la dissoluzione del partito e l’entrata in scena di Mustafà Kemàl.

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BOX 2 – ELEFTERIOS VENIZELOS

B OX 2 – E LEFTERIOS V ENIZELOS Nacque a Creta nel 1864 e compì gli

Nacque a Creta nel 1864 e compì gli studi di giurisprudenza. Si sentì subito attratto dalla vita politica della sua isola, che era ancora sotto il dominio ottomano, dedicando la sua attività a favore dell’enosi, unione, col Regno di Grecia. Ottenuta l’autonomia dell’isola per effetto della guerra greco-turca del 1897, Venizelos contribuì alla stesura della costituzione e fece parte dell’assemblea governativa. Entrò ben presto in contrasto con il principe Giorgio, alto commissario dell’isola, tanto da organizzare una rivolta contro di lui nel 1905. Il principe fu sostituito e nel 1908 Creta ottenne l’unione con la Grecia. Il colpo di stato militare di Gudì significò anche l’entrata sulla scena politica greca (non più solo cretese) di Venizelos, protagonista della vita politica greca dell’inizio del ’900. Sul versante interno la sua azione fu rivolta alla modernizzazione dello stato greco, affinché divenisse un vero stato di diritto sul modello occidentale. In questo campo si mosse abilmente e con estrema prudenza in quanto il paese stava sì radicalmente cambiando sia economicamente che socialmente e culturalmente, ma nel contempo rimanevano forti alcune vecchie famiglie di potentati che avevano determinato la politica precedente e tendevano a bloccare ogni iniziativa di cambiamento. In politica estera tese ad ampliare i confini della Grecia secondo le linee della Megali Idea, ma cercò sempre di non scontrarsi direttamente

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con gli interessi degli alleati maggiori, soprattutto della Gran Bretagna, del cui appoggio, anche finanziario, la Grecia non poteva fare a meno. Non per nulla Alberto Savinio (Atene 1891-Roma 1952) lo definisce l’astuto cretese nell’omonimo ironico racconto in Narrate, uomini, la vostra storia, scritto nel 1942.

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CAPITOLO QUINTO

DAL PRIMO GOVERNO VENIZELOS ALLA PRIMA REPUBBLICA

La creazione dello Stato borghese

La chiamata ad Atene di un uomo politico come Venizelos era la conseguenza di tutta una serie di situazioni economiche e sociali che creavano uno stato di costante malcontento. La rivolta militare del 1909 non aveva un contenuto ideologico e politico chiaro e preciso. Gli ufficiali che la sostennero volevano semplicemente vedere soddisfatte le loro aspirazioni, irrevocabilmente condannate dall’incompetenza e dall’egoi- smo dell’oligarchia dominante. Tuttavia l’ultimatum del colonnello Nikolaos Zorbas ebbe delle conseguenze che oltrepassarono di molto le sue intenzioni. La stragrande maggioranza delle classi medie sostenne la rivolta con la speranza di vedere velocemente cambiare il sistema di tassazione e di sviluppo. I militari scoprirono di essere l’unica forza organizzata del Paese. Quando posero le loro richieste il re non intervenne, lasciando l’oligarchia dei clan priva di autorità. Questo gruppo di potentati delle grandi famiglie aveva determinato la politica greca senza incontrare una reale opposizione. Il malcontento era generalizzato, ma non riusciva ad organizzarsi, anche perché il sistema feudale ancora vigente

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impediva che si formassero chiare divergenze e contrapposi- zioni di interesse fra le varie classi sociali. Anche i movimenti liberali borghesi si vedevano ben presto inquadrati da rappresentanti delle vecchie caste e perdevano la loro identità e omogeneità ideologica. Nel 1909, però, la realtà era radicalmente cambiata: le classi medie si erano rafforzate grazie soprattutto alla marina mercantile, che passò, fra il 1875 e il 1915, da 8241 a 893.650 tonnellate, la rivoluzione dei Giovani turchi, che aveva rovesciato il Sultano, aveva anche ravvivato le speranze dei radicali, il sistema di tassazione per le classi medie e per i contadini era divenuto insopportabile. Il 14 settembre 1909 una enorme protesta, cui parteciparono circa 50.000 persone (Atene allora contava 200.000 abitanti), infiammò la capitale. I manifestanti chiedevano con forza la riforma delle imposte, il miglioramento dell’amministrazione in modo che diventasse un vero servizio pubblico, l’abolizione del sistema secondo cui erano assunti negli uffici pubblici gli aderenti al partito di governo, il miglioramento delle condizioni dei lavoratori e la proibizione dell’usura, che doveva essere considerata come un vero e proprio crimine. Tutto ciò andava, come detto, ben oltre le intenzioni dei militari, i quali si trovarono di fronte a rivolte contadine che ponevano ancora il problema della distribuzione delle terre. Questa l’intricata e grave situazione che Elefterios Venizelos dovette affrontare e risolvere quando, nel 1910, vinse le elezioni con una schiacciante maggioranza. Egli aveva intenzione di organizzare uno stato moderno secondo il modello occidentale, ma doveva

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contemporaneamente dar prova di estrema moderazione, pena

il fallimento del suo governo. Cominciò con la convocazione di una Assemblea per la revisione della Costituzione del 1864. La nuova carta venne

approvata nel 1911: essa garantiva meglio le libertà individuali

e sottraeva i funzionari pubblici al condizionamento dei partiti

politici. Questa costituzione, unita ai decreti applicativi e alle numerose leggi che seguirono, pose le basi per un reale Stato di diritto, fino ad allora sconosciuto ai greci. Furono riorganizzati tutti i servizi dello stato, l’esercito fu affidato a una missione francese, la marina a una inglese. Si riformarono la giustizia e l’educazione pubblica, si vararono efficaci misure per l’economia nazionale e per l’agricoltura, creando scuole e diversi organismi tecnici per l’agricoltura stessa. Oltre a ciò la borghesia, ora al potere, tentò per la prima volta un riforma sociale: si introdusse un’imposta sul reddito globale, si promulgò una serie di leggi a favore dei coltivatori, si soppresse lo statuto agrario medievale di Corfù, si crearono delle cooperative agricole, agevolate da prestiti della Banca Nazionale (1914), si modificò l’art. 17 della vecchia costituzione sull’inviolabilità della proprietà privata, in modo che, per fini sociali e contro adeguato indennizzo, l’esproprio dei latifondi fosse possibile. In pratica si voleva risolvere il problema dei senza terra, ma l’applicazione di questa norma fu rimandata. Nel contempo cominciò a farsi sentire sulla scena politica anche il movimento operaio, già ben organizzato a Salonicco in una Federazione socialista. Nel 1910 furono creati dei Centri operai ad Atene e al Pireo; nello stesso anno fu

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votata la legge 281 che proibiva la partecipazione dei padroni alle organizzazioni operaie, gettando così le basi del sindacalismo greco. Negli stessi anni cominciava a porsi anche in Grecia la “questione femminile”, sostenuta dall’azione e dal pensiero di Kalliroi Parren (Box 1). Questa velocissima evoluzione dovette essere rallentata, quasi sospesa, a causa delle guerre che seguirono.

BOX 1 – KALLIROI PARREN

B OX 1 – K ALLIROI P ARREN Fu la principale sostenitrice della “questione femminile” tra

Fu la principale sostenitrice della “questione femminile” tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in una Grecia ancora incerta fra l’occidentalizzare la propria cultura e l’affermare la fondamentale grecità dei propri usi e costumi. In quegli anni il Paese era pervaso dall’irredentismo della Megali Idea, ma era anche travolto dall’annessione della Rumelia orientale da parte della Bulgaria (1885), con il conseguente trasferimento di migliaia di persone, vessate dagli atti di terrorismo e dai tentativi di bulgarizzazione nei confronti della popolazione greca di Macedonia e Tracia. In questo contesto storico e sociale le donne, viste come depositarie e perpetuatrici delle tradizioni

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elleniche, potevano giocare un ruolo fondamentale sia per il mantenimento della grecità delle popolazioni poste ai margini del regno,

sia per la presa di coscienza del significato di tale grecità. Le donne, nella loro qualità di madri e di insegnanti, potevano dare vita e sostanza a un processo di costruzione dell’identità nazionale in quelle zone di confine. Le discussioni tra intellettuali definivano “messianico” tale ruolo femminile. Kalliroi Siganù Parren (1859-1940), nata a Platania, in provincia di Rethymon a Creta, divenne la prima donna giornalista e editrice di successo con “Il giornale delle donne”, che uscì per ben trent’anni, dal 1887 al 1917. In quegli anni cominciavano a organizzarsi varie associazioni femminili che si occupavano di problemi concreti presenti nella società greca come, ad esempio, quello di inviare giovani insegnanti alle scuole greche dei territori non ancora annessi al Regno di Grecia, in terre molto difficili e con rischio reale per la propria incolumità. Ma donne pronte e capaci di affrontare un simile incarico e tali pericoli non potevano essere relegate al ruolo tradizionale di madri e maestre, avevano diritto a riconoscimenti sociali e economici ben diversi. Occorreva soprattutto che le donne potessero accedere ai centri

di

cultura e istruzione esattamente come gli uomini. Con il suo giornale,

la

Parren, che era stata insegnante a Odessa e a Adrianopoli, mobilitò le

donne per dare aiuto e supporto a istituzioni filantropiche fondate da lei o dalle sue collaboratrici. Nel 1911 fondò il “Liceo delle donne greche” per la difesa e promozione delle danze popolari e tradizionali. L’istituzione è ancora in vita. Nelle conferenze internazionali (Parigi 1880, Chicago 1893, e altre) la Parren rappresentò la Grecia. In seguito decise di dare alle sue idee per i diritti delle donne una forma narrativa. Desiderava una armonizzazione tra la donna “messianica”, che la società greca vagheggiava, e la “donna nuova” che tentava di affermarsi in quella stessa società. Per questo scrisse, tra il 1900 e il 1917, due trilogie di romanzi e un dramma. Queste opere, altri brevi racconti e opere di storia furono pubblicate a puntate sul “Giornale delle donne”.

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BOX 2 – ETNIE IN GRECIA

I Kutzovlachi Greci, abitanti delle montagne balcaniche, praticavano una pastorizia seminomade. A una parte di loro è stata data la nazionalità greca con entusiasmo. Alcuni kutzovlachi erano emigrati all’estero, dove si erano arricchiti, e allo scoppio della rivoluzione e nei primi anni del regno si erano distinti per finanziamenti alla causa greca e alle prime opere pubbliche importanti. Le annessioni di Tessaglia, Epiro e Macedonia fecero aumentare di molto la loro presenza e influenza in Grecia. Ora i kutzovlachi sono in una situazione delicata poiché da un lato il passaggio da una vita seminomade a una stanziale rischia di far perdere la loro specificità culturale, dall’altro sia la Romania sia la Grecia, almeno finora, non si scostano da una politica di omogeneizzazione culturale delle minoranze.

Gli Arvaniti Si tratta di popolazioni greche che parlano un dialetto simile all’albanese, ma che oggi si esprimono anche in greco. Molti vivevano nelle isole di Spetses e di Idra, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella guerra d’indipendenza grazie alla loro flotta semi-commerciale e semi-pirata. Pure in Attica si trovavano albanofoni, che furono considerati anch’essi appartenenti all’ethnos greco grazie alla loro partecipazione alla guerra d’indipendenza. Intorno al 1830, infatti, si era ancora lontani dall’apparizione del nazionalismo albanese e l’elemento di identificazione nazionale era la religione: questi albanofoni erano ortodossi. Diversa era la situazione di una grande tribù albanese musulmana, quella dei Chams che rimasero nella Grecia occidentale fino alla seconda guerra mondiale. Molti di loro collaborarono con gli occupanti tedeschi e commisero molte atrocità. Alla fine della guerra si rifugiarono in Albania per sfuggire alle sanzioni per i loro atti. Essi, pertanto, non sono più presenti in Grecia.

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Gli Slavofoni Contrariamente agli arvaniti e ai kutzovlachi, che rappresentano la sopravvivenza di due gruppi strutturati prima della nascita dello Stato greco, gli slavofoni rappresentano una categoria residuale e piena di

ambiguità. In quello spazio di passaggio delle identità greca, serba, bulgara, albanese, macedone che furono la Macedonia e la Tracia fra la fine del

XIX e l’inizio del XX secolo, si potevano distinguere, all’interno delle

popolazioni ortodosse, un gruppo ellenofono e uno slavofono. Il confine tra i due gruppi era molto fluido e i movimenti nazionali balcanici lottarono per appropriarsi della maggioranza di queste popolazioni.

Avvennero varie suddivisioni dei territori balcanici e diversi scambi di popolazioni. L’unico obbligatorio fu quello greco-turco del 1923, ma negli

anni venti si verificarono altri scambi volontari. Un gran numero di

abitanti della Macedonia e della Tracia, considerandosi bulgari,

emigrarono in Bulgaria, mentre altri slavofoni rimasero accettando, di

fatto, la cittadinanza greca. Questi si trovarono in grande difficoltà nella

seconda guerra mondiale, quando la Bulgaria era alleata della Germania. Alcuni collaborarono col nemico, pur non commettendo atrocità. Durante la guerra civile in generale sostennero i comunisti e dovettero seguirli in esilio oltre la cortina di ferro. Alla fine degli anni ’40 non restavano in Grecia che circa 40.000 slavofoni concentrati nella regione di Florina, ai confini con la Repubblica Macedone.

I musulmani della Tracia occidentale Costoro non furono toccati dallo scambio di popolazioni tra Turchia e Grecia a seguito della Grande Catastrofe e del trattato di Losanna del ’23, come contropartita dei greci che poterono rimanere a Istanbul. Non costituiscono un gruppo omogeneo: la maggioranza è turcofona e si accosta all’identità nazionale turca, gli altri sono o Pomachi, bulgarofoni, o Rom. I turcofoni sono dediti alla coltivazione

del tabacco e all’agricoltura in genere. Essendo entrati in Grecia prima

della nascita della Turchia moderna, laica e kemalista, hanno mantenuto

le tradizioni precedenti.

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I Pomachi vivono ai due lati del confine con la Bulgaria, praticano l’agricoltura e l’allevamento. Essendo stati islamizzati tardi, le loro pratiche religiose risultano un miscuglio di riti islamici, cristiani e pagani. I Rom, detti anche tzigani o gyfti (γύφτοι) della Tracia sono musulmani, mentre quelli greci, la maggioranza, sono cristiani ortodossi, integrati col resto della popolazione. La comunità musulmana di Tracia attira da tempo le attenzioni della Turchia che la vorrebbe sottoporre alla propria influenza. Ciò provoca vari problemi. Uno è quello dei testi scolastici, che, come scritto in prefazione, vengono scelti da una commissione ministeriale e sono uguali per tutti: Ankara vorrebbe che gli alunni musulmani si servissero di testi scelti dal ministero turco dell’educazione. Altro problema è quello dei muftì, capi religiosi della minoranza islamica. Sono nominati dalle autorità greche su proposta dei rappresentanti della comunità musulmana.

Le guerre balcaniche

Dopo la vittoria dei Giovani turchi la situazione delle popolazioni cristiane nella Turchia europea divenne ancora più difficile: persecuzioni, chiusura di scuole e misure oppressive contro i cristiani di Macedonia e di Tracia si moltiplicarono. Contro questo pericolo comune le diverse popolazioni di queste regioni tentarono di arrivare ad un accordo. Anzitutto le lotte fra i komitadjis furono sospese. La guerra tra Italia e Turchia del 1911-1912 per il possesso della Libia (Box 1) diede ai popoli balcanici l’occasione per trovare un’intesa e attaccare il comune nemico. Dopo il Congresso di Berlino le tre grandi potenze, preoccupate del Drang nach Osten tedesco, avevano cambiato il loro atteggiamento nei confronti del problema balcanico e

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della Turchia, sempre più legata alla Germania. La Gran Bretagna non aveva più alcun interesse a mantenere l’integrità dell’Impero Ottomano (nemmeno la Francia, men che meno la Russia), mentre le riforme portate da Venizelos rendevano lo stato greco più credibile e solido, un elemento su cui far conto nello scacchiere balcanico. La politica nazionale greca, quindi, non si trovava più in disaccordo con quella inglese e Venizelos poteva intavolare trattative con la Serbia e la Bulgaria per attaccare la Turchia. Il patto con i bulgari prevedeva che la questione dei confini di Macedonia e di Tracia sarebbe stata definita alla fine del conflitto. Il 17 ottobre 1912 Serbia e Bulgaria dichiararono guerra alla Turchia, che aveva rifiutato di applicare una serie di riforme chieste da questi due paesi. Il 18 ottobre la Grecia accoglieva alla Camera i deputati cretesi e dichiarava a sua volta guerra agli ottomani. La vittoria degli alleati, soprattutto delle truppe greche, fu totale. Il trattato di Londra del 30 maggio 1913 mise fine alla prima guerra balcanica e portò i confini turchi al fiume Evros, tutti i territori a ovest di tale fiume furono assegnati agli alleati, fu riconosciuta la sovranità della Grecia su Creta. Subito, però, scoppiò il problema della Macedonia. La Bulgaria, consigliata dagli Imperi centrali, attaccò prima la Serbia, poi la Grecia, che rispose con successo. Contemporaneamente Romania e Turchia entrarono in guerra contro la Bulgaria, che, vinta, fu costretta ad accettare il Trattato di Bucarest (10 agosto 1913). La Serbia ottenne il nord della Macedonia fino a Radowitza e Stroumitza, con Monastir e la maggior parte della valle del

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Vardar, la Grecia ebbe Salonicco, la Calcidica, il porto di Kavala, il sud dell’Epiro con Ioannina e le isole dell’Egeo, escluso il Dodecaneso, che rimaneva all’Italia e rimarrà possedimento italiano fino alla II guerra mondiale, Imbros e

Tenedo, che restavano turche e lo sono tuttora. Alla Bulgaria

fu

riconosciuto un corridoio per lo sbocco nell’Egeo tra Lagos

e

Dedeagatch e alla Turchia la Tracia Orientale con

Adrianopoli. Con lo stesso trattato fu riconosciuta una Albania indipendente (Box 2).

BOX 1 – LA GUERRA DI LIBIA. L’OCCUPAZIONE DEL DODECANESO

(1911-1912)

Le origini del conflitto risalgono al netto cambiamento della politica estera italiana provocato dalla caduta di Crispi nel 1896. Fino ad allora l’orientamento era stato filo-tedesco (Triplice alleanza con Germania e Austria, 1882), ora si sposta a favore della Francia, tanto che si giunge a un trattato commerciale nel 1898 e a un accordo per la spartizione delle sfere di influenza nell’Africa settentrionale nel 1902. In base a tale accordo l’Italia otteneva il riconoscimento dei suoi diritti di priorità sulla Libia, mentre alla Francia era concessa mano libera sul Marocco. Giolitti otteneva dalla Gran Bretagna il diritto di intervenire in Tripolitania e Cirenaica in cambio del riconoscimento dei diritti britannici in Egitto. Germania e Austria non poterono protestare in quanto quest’ultima aveva proceduto nel 1908 all’annessione della Bosnia-Erzegovina con l’accordo della Germania, ma senza informare l’Italia. Questo comportamento degli Imperi centrali determinò un clima di riscossa nazionale che fece riemergere vecchie rivendicazioni sul Trentino e la Venezia Giulia e riaccese mire espansionistiche e colonialiste, ormai sopite dopo la sconfitta di Adua nel 1896. L’occasione per agire fu data dalle manovre della Francia per annettersi il Marocco. A quel punto l’Italia fece valere l’accordo del

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1902 e attaccò la Libia con un contingente di 35.000 uomini. Decisa fu

la reazione dei turchi e degli arabi, che adottarono una strategia di guerriglia. L’Italia aumentò il contingente militare in terra libica (100.000 uomini) e contemporaneamente occupò Rodi e il Dodecaneso. Nel 1912 con la pace di Losanna i turchi rinunciarono alla sovranità sulla Libia (il sultano mantenne l’autorità religiosa sui musulmani), ma i

guerriglieri arabi continuarono la loro resistenza. Ciò fornì agli italiani il pretesto per far riconoscere l’occupazione delle isole dell’Egeo come garanzia per il disimpegno della Turchia dai territori libici. La sovranità italiana fu confermata anche dai trattati successivi alla prima guerra mondiale. Rodi e il Dodecaneso furono dichiarate colonia italiana nel

1930 con Mussolini. Divennero greche nel 1947 a seguito del trattato di

Parigi.

BOX 2 – LA NASCITA DELL’ALBANIA

Lo stato albanese nacque in conseguenza della guerra balcanica del 1912. Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria avevano sconfitto in pochi mesi l’Impero Ottomano. Gli albanesi, abbandonati dai turchi e circondati dai nazionalismi balcanici, proclamarono l’indipendenza. Lo stato albanese fu creato nel 1913. Le frontiere furono il risultato di una contrattazione tra la Serbia e la Grecia da una parte, che volevano limitare il più possibile il territorio del nuovo stato, e l’Italia e l’Austria dall’altra parte, che volevano impedire alla Serbia lo sbocco al mare: una grande Serbia oltre il canale d’Otranto metteva in pericolo le coste e i traffici italiani e metteva anche in pericolo la supremazia austriaca nei balcani, ottenuta con l’annessione della Bosnia – Erzegovina. Il governo provvisorio albanese richiedeva un territorio ancora più ampio. Il risultato fu che tra lo spazio etnico albanese e il suo spazio statale c’era una notevole differenza: gran parte degli albanesi (Kosovo e Metohija) si trovarono fuori dalle frontiere dell’Albania, mentre alcune popolazioni greche vi furono incluse.

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La prima guerra mondiale. La grande catastrofe del 1922

Le guerre balcaniche furono il preludio della Grande guerra. L’Europa era divisa in due campi nemici: quello dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) e quello degli Imperi centrali. Ogni campo cercava di attirare a sé i piccoli stati

balcanici e di renderli propri satelliti. La Turchia, istigata dalla Germania, cominciò una persecuzione sistematica dei greci della Tracia e dell’Asia Minore (Box 1), che suscitò le vive proteste della Grecia. Le isole del Dodecaneso chiedevano con forza l’unione alla Grecia, mentre l’Italia desiderava estendere

il proprio potere anche in Albania e in Epiro. L’Epiro del

Nord, abitato da una popolazione mista di greci e di albanesi

in proporzioni pressoché uguali era stato assegnato all’Albania

(Protocollo di Firenze del 1913). La Serbia era alleata

dell’Intesa, mentre la Bulgaria si orientava verso gli Imperi centrali che le promettevano la Tracia, la Macedonia e la supremazia nei Balcani. La Grecia, intanto, si trovava in una situazione estremamente complessa: il re Costantino aveva sposato Sofia

di Prussia, sorella di Guglielmo II, quindi era legato per motivi

di politica familiare alla Germania, mentre Venizelos e il movimento liberale si schieravano a fianco dell’Intesa. Era, inoltre, sempre in vigore l’alleanza coi serbi del 1913, con cui la Grecia si impegnava a intervenire in aiuto della Serbia in caso di aggressione (altrettanto si impegnava a fare la Serbia nei confronti della Grecia). Quando scoppiò la guerra a seguito dell’attentato di Serajevo (Box 2), questa divisione interna alla

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Grecia pesò molto: il re e i suoi sostenitori volevano la neutralità, mentre Venizelos cercava di trattare con l’Intesa per ottenere vantaggi e garanzie in caso di entrata in guerra al suo

fianco. Il braccio di ferro tra il re e il primo ministro Venizelos portò a un primo allontanamento di quest’ultimo nel marzo 1915, seguito da un ritorno nell’agosto dello stesso anno, ma giunse al culmine nell’ottobre, quando lo statista cretese fu costretto dal re a dare le dimissioni, poiché aveva accettato lo sbarco a Salonicco delle truppe dell’Intesa che portavano soccorso alla Serbia. In segno di protesta i venizelisti non parteciparono alle successive elezioni e lasciarono così libero campo ai partiti favorevoli agli Imperi centrali, i quali, con l’alleanza della Bulgaria, occuparono la Macedonia. Il quarto corpo d’armata greco fu trasferito in Germania. La Francia allora occupò il Pireo, mentre le forze dell’Intesa avevano fatto di Salonicco una loro base militare e avevano preso possesso di varie piazzeforti. Era ormai impossibile mantenere la neutralità. Venizelos, appoggiato da una Lega militare, proclamò un governo provvisorio a Salonicco e la Grecia fu divisa in due (Εθνικός Διχασμός = separazione nazionale). Venizelos entrò ad Atene con l’aiuto degli alleati, il re se ne andò senza abdicare e

lo sostituì il secondogenito Alessandro (1917). Per il resto del

conflitto la Grecia fu a fianco dell’Intesa. Alla fine della guerra la questione dei confini di Macedonia

e di Tracia fu risolta abbastanza facilmente: col trattato di

Neuilly (27 novembre 1919) la Bulgaria cedeva alla Grecia la costa del mar Egeo fino all’Evros. Più difficile fu la trattativa

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per l’Epiro settentrionale, le isole dell’Egeo e l’Asia Minore, perché gli interessi greci si scontravano con quelli italiani e con la rivalità franco-britannica. Alla fine il trattato di Sèvres (10 agosto 1920) dava alla Grecia Imbros e Tenedo, la Tracia orientale, le altre isole dell’Egeo, tranne il Dodecaneso, che restava italiano, e l’amministrazione della regione di Smirne, che sarebbe dovuta diventare totalmente greca dopo cinque anni, previo plebiscito favorevole. Nel trattato non si nominava l’Epiro settentrionale e Cipro rimaneva britannica. Intanto era, però, accaduto che Mustafà Kemal (Box 3) aveva vinto, nel 1919, la sua rivoluzione e voleva salvaguardare l’indipendenza della nuova Turchia. La Grande Assemblea di Ankara e il primo governo nazionale ripudiarono il trattato di Sèvres. Per imporlo ai kemalisti occorreva un vero atto di forza e Venizelos non aveva che l’appoggio della Gran Bretagna. Lo sbarco di truppe greche in Ionia e la loro uscita dalla zona di Smirne in direzione di Ankara suscitarono le reazioni negative della Francia e soprattutto dell’Italia, che denunciò il trattato firmato con la Grecia nel 1919 e siglò un accordo con l’Albania nel quale riconosceva la sua indipendenza e integrità territoriale. La Francia aveva già firmato un armistizio con Ankara, col quale si poneva termine alle ostilità in Cilicia. I sovietici appoggiavano anche materialmente Kemal, che poteva presentare la propria resistenza come una guerra di indipendenza contro un’invasione greca. Nel novembre 1920 si svolsero in Grecia nuove elezioni, nelle quali il partito antivenizelista proponeva ad una

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popolazione stanca di guerre e di violenza la ricostruzione del paese e riforme sociali. Venizelos fu battuto ed andò in esilio. Ritornarono i “realisti” e un plebiscito richiamò re Costantino sul trono. A seguito di questo fatto tutte le forze dell’Intesa abbandonarono la Grecia, la quale, nonostante il programma pacifista, continuava l’avanzata verso Ankara. Ma ormai l’esito della guerra era scontato e la battaglia di Sakarya segnò l’inizio della ritirata greca. Il 9 settembre 1922 le truppe turche entrarono in Smirne, che fu incendiata. Il 18 settembre tutte le truppe greche abbandonarono l’Asia Minore. Fu quella che i greci chiamarono la Grande Catastrofe, che ebbe conseguenze enormi per la storia greca del Novecento. Nella confusione generale, anche per evitare una ribellione popolare dalle conseguenze imprevedibili, i reparti militari che avevano trovato rifugio a Chio e a Lesbo si sollevarono contro il regime del re Costantino. Guidavano la rivolta i colonnelli Nikòlaos Plastìras e Stilianòs Gonatàs e il capitano di fregata Dimitrios Fokàs.Venne emanato un bando in cui i militari chiedevano le dimissioni del re, lo scioglimento del parlamento, la formazione di un governo che avesse la fiducia dell’Intesa, il rafforzamento del fronte in Tracia. Dopo l’ultimatum la flotta, seguendo navi da trasporto zeppe di soldati, approdò a Lavrio. Il 27 settembre 1922 il re fu costretto a dimettersi a favore del suo successore Giorgio e ad andare in esilio. Morì nel dicembre dello stesso anno a Palermo. Il nuovo governo, guidato da Sotirios Krokidàs procedette all’istituzione di una corte marziale che giudicasse i responsabili della catastrofe micrasiatica. La corte condannò a

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morte i politici Dimitrios Gunaris, Gheorghios Baltatzìs, Nikolaos Theotoki e il generale Gheorghios Chatzianèstis. La condanna fu eseguita il giorno stesso (18 novembre 1922), suscitando profonda emozione e reazioni contrarie all’interno e all’estero. Lo stesso Venizelos tentò, con un telegramma, di impedire l’esecuzione. Nel frattempo il generale Plastìras venne incaricato di trattare con i turchi per il rientro dei soldati di stanza in Tracia, mentre Venizelos ricevette il difficile compito di condurre il negoziato per la pace con la Turchia. Il 24 luglio 1924 fu stipulato il trattato di Losanna, con il quale la Grecia abbandonava definitivamente l’Anatolia, mentre il confine fra Tracia e Turchia rimaneva sull’Evros, il Dodecaneso restava italiano e l’Epiro settentrionale albanese. Ma la clausola più pesante del trattato fu lo scambio coatto delle popolazioni: un milione e mezzo di greci dell’Asia Minore, in gran parte agricoltori nullatenenti, si riversarono nello stato elladico, mentre circa quattrocentomila turchi di Grecia, soprattutto della Macedonia, furono costretti ad andare in Turchia. Solo i greci di Istanbul e i musulmani della Tracia poterono restare nelle loro case. La Grande Catastrofe ebbe importanti ripercussioni anche nella produzione letteraria della prima metà del Novecento, dando origine ad opere di impronta antimilitarista, come Ζωή εν τάφω (Vita nella tomba, 1931) di Stratìs Mirivilis, o di cupo pessimismo e fatalismo, come Δεσμώτες (Prigionieri, 1932) di Anghelos Terzakis. L’opera poetica che forse meglio di ogni altra fa capire gli stati d’animo e i drammi vissuti dalle

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popolazioni

della

Mikrasìa

è

Μυθιστόρημα

(Mithistòrima,

1935) di Ghiorghios Seferis (1900-1971, Nobel nel 1963).

BOX 1 – GRECI E ARMENI IN ASIA MINORE TRA IL 1908 E IL 1920

Dal 1908 i Giovani turchi tentarono di diminuire l’influenza delle popolazioni cristiane nello stato turco e in particolare dei greci e degli armeni. La politica seguita fu quella della turchizzazione (imposizione della lingua e dei costumi turchi) di queste popolazioni, pena l’espulsione dal territorio turco, specialmente dopo le guerre balcaniche. Il nazionalismo turco trovò un valido appoggio nella politica germanica in Medio oriente. I tedeschi, infatti, consideravano i greci, che concentravano nelle loro mani il commercio e l’industria della sottosviluppata Turchia, il più serio ostacolo alla loro penetrazione economica nella regione. Durante la prima guerra mondiale, con la scusa della sicurezza militare delle città turche, un gran numero di greci della Tracia Orientale, dell’Anatolia occidentale e del Ponto vennero scacciati e costretti ad andare nelle regioni interne dell’Asia Minore. Qui, lontani dal Patriarcato e senza scuole greche, furono costretti alla turchizzazione. Un altro sistema di annientamento fu quello dei cosiddetti battaglioni di lavoro (τάγματα εργασίας) nei quali erano costretti a prestare servizio uomini sopra i 45 anni che non erano arruolati nell’esercito. Questi battaglioni operavano nelle parti più impervie dell’Anatolia e dovevano lavorare nelle latomìe, nelle miniere, nell’apertura di strade, sempre in condizioni pessime. La maggioranza morì di fame, di polmonite e altre malattie. Nel Ponto i greci avevano raggiunto il 40% della popolazione e con gli armeni tenevano in mano la vita economica della regione. Dal 1915, reagendo all’oppressione turca, molti si diedero alle montagne come partigiani; altrettanto fecero gli armeni. Questo fatto provocò la recrudescenza dell’oppressione da parte dei turchi: nel 1915 la maggior parte degli armeni di Turchia fu trucidata. Alla fine della prima guerra mondiale la situazione non migliorò,

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e per questo trovarono una giustificazione legale. Nel 1919 i greci del Ponto con gli armeni rimasti e col temporaneo appoggio del governo greco tentarono di organizzare un autonomo stato greco-armeno nella regione del Ponto e dell’Armenia turca. Il progetto fu subito vanificato, ma i Turchi lo sfruttarono e per mezzo di Tribunali straordinari condannarono a morte molti greci pontici che avevano partecipato al movimento. Fra il 1915 e il 1922 più di 200.000 greci del Ponto caddero o furono messi a morte. Si salvarono quelli che erano riusciti a fuggire in Grecia o nella Russia meridionale.

BOX 2 – L’ATTENTATO DI SERAJEVO

Il trattato di Bucarest, che pose fine alla seconda guerra balcanica del 1913, risultò largamente sfavorevole agli Imperi centrali per la quasi totale estromissione dall’Europa dell’Impero Ottomano, loro principale alleato, e per il forte ridimensionamento della Bulgaria. Di contro la Serbia aveva quasi raddoppiato il suo territorio e manteneva i suoi disegni, appoggiati dalla Russia, di unificazione dei popoli slavi e di acquisto di uno sbocco al mare. In quel periodo tutte le popolazioni slave, comprese quelle di Boemia e di Moravia erano in fermento. Dal 1867 l’impero si era dato una struttura “dualistica”: gli slavi nord-occidentali erano sotto l’egida austriaca, quelli sud-occidentali erano sottoposti ai magiari. Il continuo ampliamento e rafforzamento dei movimenti indipendentisti slavi, soprattutto del sud, che avevano come loro punto di riferimento la Serbia, portò una parte della classe dirigente e dei circoli di corte a formulare un’ipotesi “trialistica”, staccando gli slavi del sud dal controllo ungherese per creare un terzo polo nazionale. Il più autorevole sostenitore di quest’ipotesi era l’arciduca ereditario Francesco Ferdinando, avversato da altra parte della classe dirigente austriaca, che voleva un intervento contro la Serbia. In un simile crogiuolo di opposte tensioni scoppiò la scintilla che diede origine alla guerra.

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Il 28 giugno 1914 lo studente bosniaco Gavrilo Princip, appartenente a un gruppo irredentista con sede in Serbia, uccise con due colpi di pistola l’arciduca e la moglie, mentre attraversavano in auto scoperta le vie di Serajevo. Si trattava dell’iniziativa di un singolo, ma tanto bastò per dare ai fautori dell’invasione della Serbia il pretesto per lanciare un durissimo ultimatum contro di essa. Le inaccettabili richieste furono respinte e la guerra ebbe inizio.

BOX 3 – MUSTAFÀ KEMAL (SALONICCO 1881 – ISTANBUL 1938)

M USTAFÀ K EMAL (S ALONICCO 1881 – I STANBUL 1938) Fra tutti i paesi che

Fra tutti i paesi che uscirono sconfitti dalla I guerra mondiale, la sorte peggiore toccò alla Turchia. L’impero era stato fortemente impoverito dal punto di vista territoriale, ridimensionato anche nel suo nucleo storico, l’Anatolia, dall’occupazione greca di Smirne. Era, inoltre, in corso un tentativo di spartizione in zone d’influenza da parte di Francia e Gran Bretagna, che occupavano militarmente alcune regioni costiere e controllavano il governo centrale, debole e corrotto. La reazione a questo sfacelo venne dalle forze armate, guidate dal generale Mustafà Kemàl. Egli aveva fatto parte del movimento dei “Giovani turchi” e aveva combattuto contro gli inglesi durante la guerra. Riuscì ad assumere la guida della riscossa nazionale potendo contare sull’appoggio

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degli intellettuali e di buona parte della borghesia. Mentre le potenze vincitrici si illudevano di poter continuare a trattare con il sultano, ormai a capo di un governo-fantoccio, un’assemblea nazionale, riunita ad Ankara nella primavera del 1920, affidava a Kemàl il compito di liberare la Turchia dagli stranieri. Il generale riuscì nell’impresa in circa due anni, anche perché Francia e Gran Bretagna rinunciarono ai loro propositi di penetrazione economica e l’Italia badava soltanto a tenersi Rodi e il Dodecaneso. La Grecia fu lasciata sola contro i nazionalisti turchi, che la sconfissero ripetutamente, riconquistando infine la zona di Smirne (1922). Quando l’azione di Kemàl fu conclusa la Turchia era tornata in possesso di tutta l’Anatolia e della Tracia orientale, rcuperando così il controllo degli stretti. Contemporaneamente Kemàl procedeva all’ammodernamento e risanamento del Paese. Nel novembre 1922 fu abolito il sultanato e un anno dopo fu proclamata la repubblica. Mustafà Kemàl, insignito del titolo di Atatürk, ossia “padre dei turchi”, fu nominato presidente con poteri semidittatoriali. Procedette velocemente verso una occidentalizzazione e laicizzazione dello stato che lo portarono a scontrarsi con i musulmani tradizionalisti. Ciò non gli impedì di continuare nel suo progetto, anche se i problemi legati ai rapporti con la tradizione e l’islam si rifecero acuti alla morte di Atatürk, nel 1938.

Conseguenze sociali e politiche

Come conseguenza dei conflitti che scossero la Grecia nei primi decenni del XX secolo vi furono un allargamento del territorio e un aumento della popolazione: 2.187.208 abitanti nel 1889, 6.204.674 nel 1928. L’aumento di abitanti, pur di fronte a un gran numero di caduti sui vari fronti, fu determinato, quindi, in gran misura dalle migrazioni volontarie dai paesi balcanici e dallo scambio coatto di popolazioni dall’Asia Minore a seguito

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della Grande Catastrofe: solo per questa causa si calcola una crescita di un milione e mezzo di abitanti. Le regioni annesse con le stesse guerre ammontavano a quasi 500.000 ettari di terre coltivabili, ma erano in mano a grandi proprietari. L’aumento di popolazione dovuto ai rifugiati e la grande quantità di contadini nullatenenti imponevano una urgente riforma agraria. Le prime misure serie in tal senso erano state prese dal governo provvisorio di Salonicco nel 1917. Tali misure furono completate e perfezionate nel 1919 e nel 1923. Grazie a queste leggi furono distribuiti circa 1.200.000 ettari di terre, di cui 673.000 coltivati o coltivabili, a 130.000 famiglie contadine. Fu abolito ogni residuo di legislazione feudale. Fu anche istituito un Ministero per l’agricoltura, si svilupparono le cooperative e le scuole per l’agricoltura. Si venne, quindi, a creare una nuova classe sociale di piccoli e medi proprietari terrieri che avranno un ruolo importante per la politica del paese. Le guerre portarono grandi cambiamenti anche negli altri settori economici e sociali. Il deficit della bilancia commerciale, che era stato riassorbito tra il 1909 e il 1912, riprese a salire, mentre la marina mercantile subì gravi perdite (il 64% del suo tonnellaggio tra il 1915 e il 1918). Il deficit di bilancio e le spese di guerra fecero crollare il valore della dracma. Contemporaneamente l’arrivo dei rifugiati e l’impossibilità di emigrare fecero abbassare i salari degli operai, già colpiti dal minore potere d’acquisto dovuto alla svalutazione. Cominciò, quindi, a porsi con forza anche la questione operaia, che portò alla formazione di nuovi soggetti politici. In realtà le misure economiche e sociali adottate prima da Venizelos e poi dal

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Comitato rivoluzionario del ’22 furono importanti, ma non risolutive. Il disagio e il malcontento, soprattutto dopo la Catastrofe, ebbero come conseguenza la formazione di nuovi partiti riformisti e repubblicani, capeggiati da personaggi politici che si erano staccati dal movimento venizelista, sempre meno riformatore. I più importanti furono: l’Unione Democratica (Δημοκρατική ʹΈνοση), a tendenze socialiste, capeggiata da Alèxandros Papanastasiu e, dal 1924, il Partito Comunista ellenico (KKE = Κομμουνιστικό Κόμμα ʹΕλλάδας), conseguenza del movimento operaio, sempre più politicizzato, e della creazione della Confederazione generale dei lavoratori (Γενική Συνομοσπονδία ʹΕργατών) del 1920.

L’instaurazione della Prima Repubblica

Mentre nel corso del 1923 il Comitato rivoluzionario, diretto da Stilianos Gonatàs e da Alèxandros Plastiras, cercava di riconciliare venizelisti e monarchici per giungere ad un nuovo regime costituzionale, il generale Ioannis Metaxàs, fedele al re tentò un colpo di stato, subito represso, che ebbe come conseguenza il rafforzamento del partito repubblicano. Le elezioni del 1923 diedero la vittoria a Venizelos, il quale, però, tentò di rimandare la questione istituzionale. Di fronte alla ferma opposizione repubblicana, dovette cedere e Papanastasiu formò il nuovo governo. La Camera proclamò la Repubblica il 25 marzo 1924 e l’ammiraglio Pavlos Kunduriotis assunse la presidenza di questa prima repubblica. In aprile un plebiscito assegnò al nuovo regime i due terzi dei consensi.

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CAPITOLO SESTO

DALLA PRIMA REPUBBLICA AD OGGI

La breve vita della Prima Repubblica

La repubblica era nata in circostanze molto sfavorevoli e nei primi tempi fu caratterizzata da una continua instabilità politica: in un anno si succedettero ben tre governi. Ciò permise al generale Theòdoros Pàngalos di compiere un colpo

di stato nel giugno del 1925 e di imporre la sua dittatura, cui

mise fine un altro colpo di stato del generale Gheorghios

Kondylis, nell’agosto del 1926. L’instabilità continuò fino al 1928, quando tornò al potere Venizelos, che lo mantenne fino

al 1932, pur tra mille difficoltà. In politica estera Venizelos

dovette affrontare i problemi relativi ai rapporti con la Turchia

kemalista e con i vari stati balcanici per le situazioni presenti in Macedonia e in Tracia. Furono stipulati vari accordi: il Protocollo di Ginevra con la Jugoslavia nel 1929, una Convenzione con la Turchia nel 1930, seguiti da un Patto balcanico del 1934 fra Jugoslavia, Turchia, Romania e Grecia.

La Bulgaria firmerà più tardi un trattato di non aggressione con

l’Intesa balcanica (1938). In politica interna fu approvata nel 1927 una nuova Costituzione che, però, rispecchiava i tentennamenti dei vari partiti e risultò più conservatrice di quella del 1911. La produzione nazionale agricola e commerciale aumentò, come pure quella industriale, ma in

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quest’ultimo caso fu per merito dell’introduzione di capitali esteri, che ebbero come conseguenza l’aumento del debito e il deprezzamento della moneta nazionale. Crebbe la disoccupazione, il reddito operaio finì sotto il minimo vitale, mentre le ricchezze si concentravano nelle mani di una minoranza. Si susseguirono scioperi e disordini, mentre si moltiplicava l’attività dell’estrema sinistra. Proprio a questo punto si fece preoccupante la questione cipriota. Nel 1878 Cipro era stata sottoposta all’amministrazione inglese e col Trattato di Losanna del 1925 la Turchia riconobbe la totale sovranità britannica sull’isola. Nel 1929 la popolazione greco-cipriota chiese di essere unita alla Grecia. La risposta inglese fu un controllo più rigoroso dell’istruzione nazionale e l’aumento delle tasse. I disordini che seguirono furono repressi con estrema durezza, tanto che l’amministrazione nazionale fu abolita e gli inglesi presero a governare direttamente l’isola. Venizelos mantenne la neutralità sia su Cipro, sia sul Dodecaneso, per “correttezza politica” nei confronti dell’Inghilterra. Il suo atteggiamento suscitò una netta disapprovazione e una opposizione che lo costrinsero a dare le dimissioni nel maggio del 1932. Seguì un periodo di contrasti e colpi di stato. Nel 1933 lo stesso Venizelos fu oggetto di un attentato, fortunatamente fallito. Nel 1935 si giunse alla presa del potere da parte del generale Gheorghios Kondylis, che aveva represso una rivolta venizelista. Il generale restaurò la monarchia: re Giorgio II tornò in Grecia col consenso di Venizelos e dei repubblicani nel novembre

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dello stesso anno. L’anno successivo Venizelos morì a Parigi, mentre ancora pendeva sulla sua testa una condanna a morte

in contumacia. Per legittimare il rientro del re fu organizzato un simulacro

di plebiscito, al termine del quale fu annunciato che il 98% della popolazione aveva scelto la monarchia. In realtà si trattò di un vero e proprio imbroglio in quanto il numero dei voti aveva sorpassato di molto quello degli iscritti alle liste elettorali. Poco dopo il generale Ioannis Metaxàs, chiamato al governo dal re, divenne primo ministro e abolì la costituzione, imponendo la dittatura: era il 4 agosto 1936. La dittatura non portò a nessun miglioramento sociale, introdusse la corruzione nei servizi dello stato e favorì l’asservimento economico del paese. Ogni opposizione fu repressa, si giunse a considerare pericolose, quindi a proibire, l’Antigone di Sofocle e l’Orazione funebre di Tucidide considerate troppo democratiche. Fin dall’inizio Metaxàs considerò il regime come qualcosa

di permanente che avrebbe influito profondamente sulla vita e

sullo sviluppo generale del paese. Tuttavia un regime durevole aveva bisogno di una visione del mondo, di fondamenti ideologici precisi che lo legittimassero storicamente e sostenessero il suo carattere antipopolare e ultraconservatore. Metaxàs e i suoi consiglieri, nel tentativo di comporre il credo ideologico del regime, ricercarono i loro modelli nella storia greca e in particolare nell’antica Sparta, nell’antica Macedonia e in Bisanzio. In questi tre periodi i teorici del 4 agosto vollero trovare la materia prima per costruire l’ideologia di regime, che chiamarono Terza Civiltà Ellenica. Sparta

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offriva loro l’ideale della libertà disciplinata (πειθαρχούμενη ελευθερία), la Macedonia classica l’autorità del comando e Bisanzio la religione. Dalla composizione ideologica del regime mancava ogni riferimento alla democrazia ateniese. La formulazione della teoria della Terza Civiltà Ellenica fu seguita da una vera marea di giri di parole di contenuto sciovinista che non riuscivano a nascondere la vera ideologia del potere, quella fascista. Il regime, infatti, aveva tutte le caratteristiche del fascismo: oppressione dei lavoratori, abolizione delle libertà democratiche, propaganda martellante di regime, esaltazione della saggezza dell’antichità, valorizzazione esagerata e interessata del patriottismo, saluto romano, etc. Tuttavia la prova principale del fondamento fascista del regime del 4 agosto è costituita dal tentativo di Metaxàs di inquadrare in maniera obbligatoria tutta la gioventù greca, dagli 8 ai 20 anni, entro una organizzazione paramilitare, l’Organizzazione Nazionale della Gioventù (Εθνική Οργάνωση Νεολαίας = E.O.N.). L’E.O.N. fu fondata il 5 settembre 1936, ma la compatta resistenza del popolo greco fu tale che dovette passare un anno prima che si giungesse al giuramento della prima sezione dell’organizzazione. La dittatura, per attirare i giovani, usò ogni mezzo, come elargizioni materiali, istigazione a istinti abbietti e sfruttamento di qualsiasi vanagloria giovanile.

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La seconda guerra mondiale in Grecia

La guerra d’Abissinia del 1935 e l’occupazione dell’Albania del 1939 avevano reso chiari gli intenti espansionistici (Box 1) dell’Italia mussoliniana nel Mediterraneo e nei Balcani. La Gran Bretagna, preoccupata a causa delle mire italiane e anche dell’influenza economica tedesca in Grecia, giunse ad un

accordo con l’Italia per lo status quo nel Mediterraneo e offrì il proprio appoggio a Romania e Grecia in caso di aggressione. Dopo lo scoppio della guerra (settembre del 1939), che vide

la Germania da una parte e Inghilterra e Francia dall’altra,

queste due ultime potenze siglarono una alleanza tripartita con

la Turchia (ottobre 1939). Per controbilanciare l’influenza

economica tedesca, la Gran Bretagna firmò con la Grecia un accordo di commercio, mentre gli Stati Maggiori greco e

franco-britannico regolavano la questione dell’invio dei sussidi

di

guerra (1940). In questo contesto il rifiuto di Metaxàs, il 28 ottobre 1940,

di

cedere all’ultimatum di Mussolini (il famoso ΟΧΙ), inteso a

ottenere il libero passaggio delle sue truppe in suolo greco, non

fu una sorpresa. L’attacco di Mussolini contro la Grecia si inseriva in primo luogo nel quadro del proseguimento dell’espansione dell’influenza italiana nell’Adriatico, in secondo luogo nel desiderio del duce di poter condurre una guerra “parallela” e non coincidente con quella di Hitler. Il precedente attacco all’Albania, con successiva annessione, pur essendo stato, nonostante tutto, vincente, aveva dimostrato la totale

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disorganizzazione delle forze armate italiane, nonché la loro mancanza di equipaggiamenti e armamenti idonei. Aveva soprattutto evidenziato una incredibile superficialità organizzativa da parte dei maggiori responsabili del governo, a partire da Mussolini e da Ciano. Stesse caratteristiche ebbe la campagna di Grecia con i soldati italiani mandati in autunno avanzato con l’equipaggiamento estivo fra monti impervi, che sarebbero stati ben presto ammantati di neve. L’impegno dell’esercito ellenico, sostenuto dalla popolazione

e ben motivato a resistere, e le montagne dell’Epiro

consentirono ai Greci non solo di opporsi, ma anche di riportare

significative vittorie contro gli italiani. La situazione, però, doveva cambiare radicalmente dopo la morte di Metaxàs e soprattutto quando intervenne sul fronte balcanico (aprile 1941) direttamente la Germania, già penetrata in Romania e stanca delle sconfitte italiane non solo in Grecia, ma anche in Libia ed Egitto e nei mari di Calabria e Creta. Dopo la sconfitta della Francia e l’occupazione di gran parte dell’Europa da parte di Hitler, la Grecia si schierò a fianco dell’Inghilterra, rimasta sola di fronte al nazifascismo, avendo su questo punto il favore di tutta la popolazione greca.

Il successore di Metaxàs, Alèxandros Korizis, si uccise al

momento dell’entrata dei tedeschi in Grecia. Il re nominò primo ministro il banchiere Emmanuìl Tsuderòs e con tutto il governo fuggì a Creta, prima che i tedeschi entrassero ad Atene. L’attacco tedesco all’isola costrinse, poi, il re e i ministri a rifugiarsi in Egitto.

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A Creta una resistenza feroce ed eroica procurò enormi perdite all’esercito nemico, che si trovò costretto a impegnare in quest’azione molte truppe scelte, le quali avrebbero potuto giocare un ruolo significativo nel Mediterraneo orientale. L’isola cadde, come tutta la Grecia, che fu divisa in tre zone controllate dai tedeschi, dagli italiani e dai bulgari. L’occupazione fu durissima, in più la fame annientava la popolazione, le esecuzioni, le carcerazioni e i confini completavano la catastrofe. Tuttavia fin da subito si cercò di organizzare la resistenza,

soprattutto attraverso gruppi di sindacati, personalità politiche

e con il partito comunista, quello socialista e quello della

Democrazia popolare. Queste forze fondarono poi l’E.A.M. (Εθνικό Απελευθερωτικό Μέτωπο = Fronte di liberazione nazionale) nel 1941 e contemporaneamente crearono una formazione militare di resistenza, l’E.L.A.S. (Εθνικός Λαικός Απελευθερωτικός Στρατός = Esercito di liberazione nazionale). Accanto a queste organizzazioni a netta maggioranza comunista, nell’inverno tra il 1941 e il 1942, nacquero altre formazioni non comuniste, tra le quali l’E.D.E.S. (Εθνικός Δημοκρατικός Ελληνικός Σύνδεσμος = Lega nazionale ellenica democratica) fu la più importante. Altra organizzazione

significativa fu l’E.K.K.A. (Εθνική και Kοινονική Απελευθέρωσις

= Liberazione nazionale e sociale), che entrò nella lotta armata solo nel 1943. In realtà queste due ultime formazioni furono create per la preoccupazione della Gran Bretagna, del re e dei partiti dell’anteguerra di fronte alla crescente importanza e autorevolezza dei gruppi comunisti. L’E.L.A.S. collaborò con

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gli alleati in imprese militari di importanza strategica, come la distruzione del viadotto sul fiume Gorgopòtamos nel novembre del 1942, attuò sabotaggi contro le vie di comunicazione nemiche e liberò zone di campagna da bande di Valacchi

reclutate dagli italiani. La guerra di resistenza, che si svolgeva

in tutta la Grecia continentale e nella maggior parte delle isole,

tenne impegnate tre divisioni tedesche e quattro italiane. L’E.A.M., dal canto suo, svolse un ottimo lavoro politico attraverso scioperi e manifestazioni nelle città e occupandosi dell’organizzazione amministrativa e giudiziaria delle zone

liberate. Qui instaurò una forma di governo, basato su elezioni

e fondato su un Codice di autonomia e giustizia popolare,

emanato il 1° dicembre 1943; furono attuate anche varie riforme sociali. Il nuovo organismo politico trovò la sua forma matura nella creazione, il 10 marzo 1944, del Comitato provvisorio di liberazione nazionale (Προσωρινή Επιτροπή της Εθνικής Απελευθέρωσης = P.E.E.A.), presieduto dal professore dell’Università di Atene Alèxandros Svolos. Il comitato rappresentò il vero governo greco in terra greca. Riuscì perfino a organizzare, nella primavera del 1944, elezioni politiche segrete, cui per la prima volta parteciparono anche le donne. Ufficialmente le donne votarono per la prima volta in Grecia solo nel 1956, con Konstantinos Karamanlìs. La contrapposizione politica fra le diverse formazioni era sfociata anche in scontri aperti fra E.L.A.S. e E.D.E.S. nell’inverno 1943-1944. Questo fu il preludio della guerra civile che scoppiò alla fine del conflitto mondiale. Molti erano stati i tentativi, da parte del governo in esilio e della Gran Bretagna,

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di trovare una via di conciliazione tra i gruppi di resistenza. Il

tentativo più importante fu quello di Gheorghios Papandreu, che portò all’accordo del Libano del maggio 1944, non accettato dal Comitato centrale dell’E.A.M. Gli alleati, intanto, si accordavano tra loro su diversi punti. Roosevelt e Churchill decisero di inviare ad Atene, dopo la liberazione, un corpo di spedizione britannico per “salvare il paese dall’anarchia”. Nel frattempo si svolgevano trattative

segrete tra Churchill e Stalin a proposito della Romania e della Grecia, cui poi furono aggiunte Bulgaria, Ungheria e Jugoslavia. L’accordo fu concluso a Mosca nell’ottobre 1944: la Romania era assegnata al controllo russo, la Grecia alla Gran Bretagna. Il tutto fu compiuto all’insaputa sia di Papandreu, sia dell’E.A.M., il quale contava di conquistare il potere dopo

la liberazione dai nazifascisti. Per favorire la cacciata delle

truppe tedesche l’E.A.M. aveva aderito all’accordo di Caserta (settembre 1944), col quale accettava che l’E.L.A.S. non occupasse Atene e che armate britanniche fossero sbarcate in Grecia. Proprio nell’ottobre 1944 la celere avanzata

dell’esercito sovietico nei Balcani obbligò i tedeschi a evacuare

la Grecia. Il 12 ottobre furono liberati Atene e il Pireo, il 14

una brigata britannica, guidata da Ronald Scobie, che assunse il comando di tutte le forze alleate, giunse in Grecia. Alcuni giorni dopo arrivò anche il governo. Mentre i tedeschi non avevano ancora totalmente lasciato la Grecia e Creta era ancora occupata, il generale Scobie impose il disarmo dell’esercito di resistenza entro il 10 dicembre.

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A questo punto i ministri dell’E.A.M. diedero le dimissioni mentre l’E.L.A.S., rifiutando di sciogliersi, si oppose agli inglesi e alle truppe monarchiche che nel frattempo erano giunte in Grecia (3 Dicembre 1944). Gli scontri ad Atene, noti come “i fatti di dicembre” (ta dekembrianà = τα Δεκεμβριανά), durarono più di un mese. Giunse nella capitale lo stesso Churchill per cercare di calmare le acque, ma inutilmente. La sua venuta non fu, comunque, del tutto vana, poiché il premier britannico poté rendersi conto personalmente dei sentimenti antimonarchici di tutta la popolazione, comunista e non comunista. Accettò, quindi, l’unica soluzione possibile in quel momento, vale a dire la nomina a reggente dell’Arcivescovo Damaskinòs (30 dicembre) e la sostituzione di Papandreu col generale Nikolaos Plastiras, veterano della Repubblica (3 gennaio 1945). Si poté giungere così all’accordo di Varkiza (febbraio 1945). Con questo importante trattato l’E.L.A.S. accettava il disarmo, in cambio Plastiras prometteva un’amnistia per i soli reati politici (questa limitazione creò non poca confusione in seguito) e si impegnava a epurare con maggiore decisione i collaborazionisti dell’esercito e della polizia e a indire un referendum istituzionale, che doveva essere seguito da elezioni politiche.

BOX 1 – ESPANSIONISMO MUSSOLINIANO

Le mire espansionistiche di Mussolini nei confronti della Grecia si erano palesate già fra l’agosto e il settembre del 1923 con il tentativo di annessione di Corfù. Il pretesto per tale azione di forza fu l’uccisione in Albania del gen. Enrico Tellini e dei suoi collaboratori italiani, mentre

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viaggiava sulla strada tra Ioannina e Santi Quaranta, il 17 agosto 1923. Tellini era a capo della commissione che, su incarico della Conferenza

degli ambasciatori (organismo interalleato che presiedeva alla esecuzione

dei trattati di pace), doveva sovrintendere alla definizione dei confini tra

Albania e Grecia. Subito Mussolini inviò ad Atene un ultimatum con richieste in parte troppo onerose per la Grecia e un termine di ventiquattro ore per la risposta. Atene rispose in tempo, rifiutando, però, alcune condizioni. Il 31 agosto una squadra navale italiana giunse nelle acque di Corfù. Il suo comandante, ammiraglio Emilio Solari, intimò al prefetto dell’isola di consegnargli Corfù. Al rifiuto del

prefetto, Solari, contravvenendo agli ordini ricevuti, fece aprire un fuoco

di intimidazione contro la fortezza vecchia, dove, però, in quel

momento erano ospitati dei profughi dell’Asia Minore, molti dei quali rimasero vittime del gesto ordinato da Solari. Il 1° settembre il delegato greco presentò ricorso alla Società delle Nazioni, pur non accennando al bombardamento. Il ricorso fu accolto e la Conferenza degli ambasciatori ebbe l’incarico di risolvere la questione dell’uccisione del gen. Tellini, che era all’origine di tutta la faccenda, attraverso un’inchiesta che si sarebbe dovuta concludere il 27 settembre, mentre la Corte dell’Aja avrebbe stabilito l’indennità che la Grecia avrebbe dovuto pagare all’Italia per lo stesso attentato. Su pressione internazionale Mussolini accettò di lasciare Corfù entro la stessa data, dopo il pagamento, da parte di Atene, di una cospicua indennità. I rapporti tra Italia e Grecia si erano, comunque, definitivamente guastati ben prima dell’occupazione dell’Albania.

La guerra civile

L’accordo di Varkiza non portò né pace né chiarezza nella vita politica greca: il fatto più chiaro fu la reazione indignata della destra che preparava il proprio ritorno al potere. Avvennero scontri fra bande armate di sinistra e di destra (nel

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Peloponneso, ad esempio, era attiva l’organizzazione militare di estrema destra detta X (Chi), ma si tentò ugualmente di preparare le elezioni. L’Arcivescovo Damaskinòs, su pressione britannica, volle che queste si svolgessero prima del referendum: furono fissate per il 31 marzo 1946. Avrebbero dovuto svolgersi sotto la supervisione delle forze alleate, ma l’URSS rifiutò, ritenendola un’ingerenza negli affari interni di un paese straniero. Il K.K.E. non si presentò alle elezioni, lasciando così campo libero alla destra e ai moderati, che ottennero una netta maggioranza (206 seggi su 354). Il 1° settembre 1946 si svolse il referendum istituzionale, che vide vittoriosa la monarchia con il 68% dei voti. Molte furono le accuse di broglio, che trovarono in seguito conferme anche da parte degli alleati, i quali non erano stati chiamati a controllare anche il referendum. Il re Giorgio II tornò in patria, ma poco dopo morì e gli succedette il fratello Paolo (Aprile 1947). Le repressioni e le persecuzioni contro la sinistra continuarono, anzi il governo di Konstantinos Tsaldaris le rese ancor più crude: si trattava di un vero regime del terrore. La conseguenza fu che i vecchi partigiani dell’E.A.M. si concentrarono sulle montagne e crearono, il 28 ottobre 1946, l’Esercito Democratico della Grecia (Δημοκρατικός Στρατός της Ελλάδας) e poco dopo, 23 dicembre 1947, il Governo provvisorio della Grecia democratica (Προσωρινή Δημοκρατική Κυβέρνηση της Ελλάδας). La guerra civile divenne più aspra che mai. Il governo provvisorio non fu riconosciuto da nessun paese, nemmeno dalla Russia, che, d’altra parte era legata all’accordo con Churchill del 1944 e doveva affrontare il

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problema della Jugoslavia di Tito. In effetti Stalin era preoccupato per il progetto dello statista jugoslavo mirante a creare una federazione balcanica sotto l’egida jugoslava. Da varie fonti si può arguire che nel 1948 Stalin avesse intimato a Jugoslavia e Bulgaria di far terminare al più presto la guerra civile greca, poiché Gran Bretagna e Stati Uniti non avrebbero mai permesso alla Grecia di diventare un paese socialista, dato che questo avrebbe troncato le loro linee di comunicazione nel Mediterraneo. Contemporaneamente la Gran Bretagna informava gli Stati Uniti di non poter più sostenere le spese per la sicurezza della Grecia e della Turchia. Il presidente Henry Truman dichiarò di sentirsi in obbligo di aiutare la Grecia a difendere il suo “regime democratico” (12 marzo 1947). Nel 1948, in piena guerra fredda tra mondo occidentale e Unione sovietica, Tito decise di rompere i suoi rapporti con il Cominform