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Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica

29) ... “Belisario si impadronì del tesoro del palazzo (di Ravenna) per portarlo all'imperatore.
Nessuno dei Goti, tuttavia, venne da lui spoliato, ne venne permesso a chiunque di farlo, ma
ciascuno rimase in possesso delle sue sostanze, secondo i patti. Tutti i barbari che erano al comando
dei presidi delle fortezze, saputo che Ravenna e Vitige erano in mano ai Romani, inviarono dei
messi a Belisario offrendo la resa di se stessi, e
dei luoghi che custodivano. Egli, d'altro canto,
stipulati i liberamente i patti con tutti loro,
occupò Treviso e ogni altra fortezza della
Venezia; infatti Cesena, che sola rimaneva in
tutta l'Emilia, l'aveva già occupata insieme a
Ravenna.
Tutti i Goti che erano a capo di quei luoghi,
allorché fu stipulato il patto, si recarono presso
Belisario e vi si trattennero. Anche Hildebad,
nobile guerriero che comandava il presidio di
Verona, spedì dei messi a Belisario con le stesse
intenzioni, dato che Belisario aveva trovati i suoi
figli in Ravenna e li tratteneva lì; lui, tuttavia,
non si recò a Ravenna, ne si consegno al
Belisario, poiché accadde quello che andrò a
narrare.
30) ... I Goti che risiedevano al di la del Po,
avendo saputo che l'imperatore aveva richiamato
Belisario, dapprima non credettero affatto alla
notizia, mai potendo immaginare che il generale
avrebbe anteposto la sua fedeltà all'imperatore,
alla prospettiva di regnare sull'Italia. Ma poi, saputo dei grandi preparativi che si approntavano per
la partenza, di comune accordo tutti gli ottimati che colà rimanevano, si recarono a Pavia (Ticinum)
presso Uraia, figlio della sorella di Vitige, e dopo essersi rattristati con lui, gli parlarono così: “Non
è un mistero che noi tutti ravvisiamo in te la principale cagione delle sciagure sotto cui il nostro
popolo ora langue. Poiché da molto tempo avremmo cacciato dal trono quel tuo zio materno,
codardo e disgraziato come condottiero, così come facemmo con Teodato figlio della sorella di
Teodorico, se non fossimo stati trattenuti dal rispetto verso il tuo valorosissimo animo, avremmo
lasciato che Vitige si gloriasse del nome reale, e affidato alla tua persona, con il potere assoluto, il
comando della guerra. Ma ciò che allora ci parve una nostra benignità, dobbiamo oggi
confessarlo, fu manifesta pazzia ed è all'origine della rovina dei Goti. Essendo che moltissimi ed i
più valenti generali, come tu stesso, ben sai ottimo Uraia, caddero vittime in guerra, e dei superstiti
il meglio se lo porterà via Belisario insieme a Vitige e a tutte le ricchezze. E non crediamo di
sbagliare asserendo che anche noi stessi, ridotti ormai a ben pochi di numero e così miseri,
andremo ad incontrare ad una simile sorte. Dunque avviluppati da tali prospettive, gioverà assai
più morire valorosamente, che non di vedere i figli e le donne trascinate via dai nemici nelle
estreme parti del mondo. Ma se tu stesso ti offrirai come condottiero delle nostre imprese, vivremo
certissimi di comportarci da prodi”.
Tanto dissero i Goti, e Uraia così rispose: “Sono con voi che nella nostra presente malaugurata
condizione, è preferibile la sorte della guerra ad una ignominiosa servitù: non di meno questo mio
innalzamento al trono, lo giudico affatto inopportuno per l'interesse di tutti noi. In primo luogo
avendo io avuto i natali da una sorella di Vitige, principe tanto disgraziato nelle imprese, attirerei
su di me il disprezzo dei nemici, essendo opinione volgare che la sorte avversa passi dagli uni negli
altri affini. Inoltre il fatto di occupare il regno del mio avo mi tornerebbe forse a colpa, e quindi mi
alienerebbe, a diritto, gli animi di molti tra di voi. Per tutto questo è mia opinione che in tale
frangente sia piuttosto Hildebad ad ascendere al trono, uomo di sommo valore e di squisito
ingegno; egli poi, con ogni probabilità, avrà dalla sua parte come alleato, per via della parentela,
Teudi, suo zio materno e re dei Visigoti, ed in allora potremo con maggiori speranze portare le armi
nostre contro i romani”.
Ai Goti parve giusto ed opportuno quanto proposto da Uraia. Quindi si apprestarono a richiamare
Hildebad da Verona, e, quando questi si presentò, lo rivestirono della porpora, lo acclamarono re dei
Goti e lo pregarono di prendere in carico le loro presenti circostanze. Così Hildebad, divenuto re,
chiamò a raccolta tutti i Goti e parlò loro così: “Non posso ignorare, miei commilitoni, che tutti voi
qui raccolti siate ampiamente addestrati dal lungo esercizio della guerra; per questo motivo,
tuttavia, non impugneremo le armi precipitosamente: infatti l'esperienza, recando con se la
riflessione, non deve indurre alla temerarietà. Dunque conviene che ora voi tutti richiamando alla
memoria le vicende passate, deliberiate sul presente; poiché l'aver dimenticato gli avvenimenti
recenti, allorquando appunto ve ne era minore bisogno, esaltò alla spavalderia gli animi di molti, e
li condusse a commettere errori di enorme portata. Vitige, lo sapete, si mise in balia dei nemici
senza incontrare opposizione o disapprovazione da parte vostra, che, avendo a quei dì gli animi
fiaccati dalla mala sorte, opinaste vie più vantaggioso darvi per vinti, rimanendo nelle vostre
fortezze, assoggettati a Belisario, anziché cimentarvi personalmente nella guerra. Ma adesso che
sapete della sua partenza alla volta di Bisanzio, vi date a preparare una rivincita. Eppure ognuno
di voi deve riflettere sul fatto che non sempre le imprese degli uomini riescono secondo le loro
intenzioni, anzi spesso vediamo le cose piegare in modo affatto contrario a quanto di attendevamo,
poiché la fortuna e il pentimento intervengono a correggerle quando meno ce lo aspettiamo; ed è
alquanto verosimile che questo oggi stia per accadere a Belisario. Così innanzi tutto sarebbe da
preferirsi tornare trattare con lui per richiamarlo al rispetto dei primi accordi; in seguito saremo
noi gli arbitri di quanto ci converrà operare, per il nostro bene”.
Questo disse Hildebad, ed il suo parere venne accolto dai Goti, che subito inviarono dei messi a
Ravenna. Questi, giunti in presenza di Belisario, gli ricordarono i patti stipulati in precedenza e gli
rimproverarono la mancata promessa, chiamandolo schiavo volontario e biasimandolo in quanto
non si vergognava di preferire la servitù al regno; e nel frattempo tornarono ad esortarlo ad accettare
la dignità reale. Affermarono, inoltre, che Hildebad spontaneamente sarebbe corso a deporre la
porpora ai suoi piedi e ad acclamare Belisario re dei Goti e degli italiani.
Tanto riferirono i legati, pensando che egli senza esitazione avrebbe accettato la proposta. Ma
quello, invece, contro ogni attesa, rispose con decisione che mai, finché fosse vissuto l'imperatore
Giustiniano, avrebbe usurpato il titolo di re. Udito questo si ritirarono e riferirono tutto ad Hildebad

Procopio di Cesarea, Guerra Gotica libro III

1) Così mentre ancora le cose (in Italia) erano in sospeso, Belisario giunse a Bisanzio con Vitige, gli
ottimati Goti e i figli di Hildebad, portando con se tutto il tesoro, e, al suo seguito, soltanto Ildiger,
Valeriano, Martino ed Erodiano. Giustiniano imperatore si compiacque alla vista di Vitige con la
moglie, ed ammiro la turba dei barbari per la bellezza e la statura delle persone. Il tesoro di
Teodorico, degno di essere ammirato, lo ricevette nella regia, e, orgoglioso per le imprese compiute,
lo espose in privato alla vista dei senatori; non ne diede, però, spettacolo al popolo e neppure
decretò il trionfo a Belisario, come quando questi era rientrato vincitore su Gelimero dei Vandali.
Belisario, però, era al centro di tutti i discorsi come colui che aveva riportato due vittorie, come
nessun altro prima, portato due re prigionieri a Bisanzio, dando ai romani, quali spoglie opime, la
progenie e i tesori di Gizerico e di Teodorico (e nessuno fu più illustre di costoro tra i barbari),
restituendo allo stato ricchezze tolte ai nemici, e recuperando in poco tempo, all'impero, circa una
metà dei possedimenti di terra e di mare...

... Quando Hildebad (o Ildibaldo,) 1 seppe che Belisario, lasciata Ravenna, si era messo sulla via del
ritorno, raccolse intorno a se tutti i barbari, e quanti dei romani lo desiderassero. Prese ad occuparsi
del suo dominio e di recuperare, per i Goti, il regno d'Italia. All'inizio i suoi seguaci non erano più
di mille, e non avevano che la sola città di Ticino. Poco dopo, però, si unirono a lui tutti quelli che si
trovavano nella Liguria e nel Veneto.
Vi era a Bisanzio un tale Alessandro, preposto alla pubblica ragioneria, dignità questa che i romani
con una parola greca, chiamano “Logotheta”. Costui accusava continuamente i soldati di danni
causati al pubblico erario; processandoli per tali colpe egli, da che era un oscuro funzionario, presto
acquisì fama, e da povero divenne assai ricco. Oltre ciò procaccio all'imperatore molto denaro; ma
fece anche sì, più di ogni altro, che molti soldati si ridussero in disgrazia e non più in grado di
affrontare le battaglie. La gente di Bisanzio gli diede il soprannome di “Forbicella”, per la sua
abilità nel rimpicciolire le monete d'oro, tagliandole tutto intorno, pur mantenendogli la forma
circolare che prima avevano; infatti “Forbicella” è chiamato quell'utensile che serve a fare questo.
Questo Alessandro, dunque, fu mandato in Italia dall'imperatore dopo il rientro di Belisario.
Recatosi a Ravenna, prese a domandar ragioni senza averne motivo alcuno, poiché chiamò a
rendicontare italiani che non avevano mai toccato denaro dell'imperatore, ne mai avevano recato
danno al pubblico erario, accusandoli di illeciti commessi contro Teodorico e gli altri re Goti, e
costringendoli a ripagare quanto, secondo lui, avevano sottratto o guadagnato in maniera
fraudolenta.
E le ferite e i pericoli incontrati dai soldati, contrariamente a quanto si aspettassero, li ripagava con
il suo sordido e sottile far di conto. In questo modo gli italiani iniziarono a detestare Giustiniano, e
non vi era più alcun soldato che volesse mettersi in guerra, ma, al contrario, per ripicca lasciavano
prosperare i nemici.

[Ma non fu solo con i poveri di Costantinopoli, che si comportò così crudelmente: lo stesso fece con altri, e giova qui esporlo.
Teodorico, sottomessa l’Italia, per lasciare in Roma qualche ombra di repubblica volle che fossero mantenuti i soldati detti pretoriani,
e lasciò loro la razione giornaliera. Questo loro corpo era assai numeroso, poiché vi erano compresi anche i silenziarii, i domestici,
gli scolarii, i quali, se non altro, almeno avevano il distintivo militare, e i viveri, che veramente appena bastavano loro, ma che
Teodorico permise che passassero ai loro figli e nipoti. Ai poveri stanziati presso il tempio di san Pietro, poi, egli fece distribuire,
dall'erario pubblico, tremila medinni all’anno. Queste cose durarono fino all’arrivo in Italia di Alessandro Forficula. Ma costui subito
abolì tutto; e l'imperatore dei romani Giustiniano, informato del fatto, gli diede la sua approvazione, e lo coprì di onori; si sappia poi
come, nel corso di questo suo viaggio, trattò gli Elleni. Gli indigeni abitanti presso le Termopili già da molto tempo vi tenevano un
presidio, e temendosi le incursioni dei barbari nel Peloponneso, essi facevano la guardia a vicenda presso il muro, dal quale sono
chiuse le gole di quei monti. Giunto lì Alessandro, quasi curasse assai gli interessi dei Peloponnesii, sostenne non essere affidabile un
presidio di villani in quel luogo, e decretò che vi si tenesse una guarnigione di duemila uomini, i quali però avrebbero dovuto essere
pagati, non già dall’erario pubblico, ma piuttosto dalle singole città della Ellade, incamerando nel tempo stesso tutti i fondi che
servivano al mantenimento dei teatri civici sotto il pretesto di provvedere a quel presidio. Così né nella Ellade, né in Atene stessa
venne più considerato quanto i pubblici spettacoli, o gli edifici, o altri arredi urbani richiedevano. E tutte queste operazioni del
Forficula Giustiniano le approvò e ne fu lieto. Di ciò basti: passiamo ora ai poveri di Alessandria ... Procopio di Cesarea - Storia
Segreta, cap XXVII]

... Per questo i generali se ne stavano senza far nulla, ad eccezione di Vitalio, nel Veneto, il quale
disponeva di un buon nerbo di truppe, ed anche un gran numero di barbari Eruli, e che da solo
affrontò Hildebad, temendo che egli sarebbe diventato infine troppo potente, come poi regolarmente
accadde, e non si fosse più in grado di arrestarlo.
Impegnatosi, dunque, in una aspra battaglia presso Treviso, Vitalio, completamente disfatto, prese la
fuga con i pochi scampati, lasciando la maggior parte dei suoi sul campo; nella battaglia perirono
molti Eruli, ed anche il loro re Visando. Teodemundo, figlio del figlio di Mundo [nipote], Maurizio,
ancora giovane rischiò la morte, ma riusci a scampare con Vitalio.
Tali gesta resero noto all'imperatore, e a tutti gli uomini, il nome di Hildebad. In seguito, però
1 Nelle fonti viene detto anche Ildibad o Hildebad o Heldebadus; regnò sugli Ostrogoti e in Italia, probabilmente alcuni mesi tra la
fine del 540 e la prima metà del 541. Era in realtà un visigoto nipote del re di Spagna, Teudi. Fu scelto per sostituire Vitige che era
stato coinvolto da Belisario in complicati intrighi di corte ed aveva dovuto lasciare Ravenna. Regnò circa un anno prima di essere
ucciso da un gepido durante un banchetto di corte. Gli succedette per un breve periodo Erarico e quindi il nipote Totila.
Hildebad venne in urto con Uraia (Nipote di Vitige), per la seguente ragione 2.
Uraia aveva per moglie una donna che, tra i barbari, teneva il primato per bellezza e ricchezza;
costei una volta si recò nel bagno coperta di splendidi ornamenti e con molta servitù al seguito.
Incontrata colà la moglie di Hildebad, vestita semplicemente, non le fece riverenza, come alla
consorte del re, ma la offese guardandola con disprezzo. Effettivamente Hildebad era allora povero
in quanto non gli era toccato nulla del tesoro reale. Addolorata per l'offesa ricevuta la moglie di
Hildebad si recò piangendo presso il marito, e gli chiese vendetta per l'atto indegno commesso dalla
moglie di Uraia.
Per questo Hildebad, dapprima accusò ingiustamente Uraia, presso gli altri barbari, di voler passare
al nemico, e poco dopo brutalmente lo uccise; il che gli attirò l'odio dei Goti, ai quali non piacque il
modo in cui Uraia era stato eliminato; e già molti di loro biasimavano l'atto commesso come una
scelleratezza. Nessuno, però volle vendicare quell'uccisione.
Tra loro vi era un certo Vila, di nazionalità gepida, giunto al grado di lancia spezzata del re. Questo
uomo era fidanzato con una donna di cui era molto innamorato; avendolo spedito in un attacco
insieme ad altri, contro il nemico, Hildebad, sia che ignorasse la cosa, sia per un altra ragione, diede
la futura sposa ad un altro barbaro. Tornato dal campo e udita la cosa, Vila, collerico quale era, non
poté tollerare quell'azione indegna e subito decise di uccidere Hildebad, convinto che la cosa
sarebbe risultata gradita ai Goti. Un giorno che era presso di lui di guardia, mentre aveva con se a
tavola gli ottimati Goti, compì il gesto meditato, poiché è usanza che quando il re pranza, oltre a
molti altri, abbia attorno anche le sue guardie. Così nel momento in cui egli, disteso sul pulvinare e
chinando il capo, stendeva la mano alle vivande, d'improvviso con la spada lo colpì al collo,
cosicché mentre ancora teneva la portata tra le dita, la sua testa piombò sulla tavola con sorpresa e
spavento di tutti.
Tale fu il prezzo che pagò Hildebad per l'uccisione di Uraia.
E con il chiudersi dell'inverno si compiva il sesto anno (540 - 541) di questa guerra, della quale
Procopio scrisse la storia.

2) Vi era tra i Goti un certo Erarico, di stirpe rugo, il quale godeva di grande prestigio tra i barbari.
Questi Rughi sono una nazione gotica, ed un tempo erano indipendenti. Quindi Teodorico li trasse
nel suo regno insieme con molte altre popolazioni, ed essi scelsero di stare con la gente gotica,
unendosi a loro in ogni azione contro i nemici; mai, tuttavia, si unirono con donne straniere, e
mantennero incontaminato, con la successione dei figli, il nome della propria stirpe.
Dato che l'uccisione di Hildebad aveva prodotto scompiglio nell'ordine del comando, Erarico venne
presto nominato re (probabilmente nel luglio 541; regnò fino al novembre dello stesso anno); questa
decisione non piacque, tuttavia, ai Goti, e in molti di loro produsse scoramento, quasi fossero ormai
perdute del tutto le speranze riposte in Hildebad, il quale avrebbe potuto recuperare il regno e il
dominio dell'Italia.
Erarico, invero, non fece nulla di notevole, poiché dopo cinque mesi morì nel modo seguente.
Vi era un certo Totila, nipote di Hildebad, che godeva di grande considerazione tra i Goti per il
molto senno e l'energia. Costui si trovava allora al comando dei Goti di Treviso. Quando udì che
Hildebad era stato ucciso nel modo che abbiamo detto, spedì dei messi a Ravenna presso
Costanziano, pregando di assicurargli l'incolumità, con giuramento, ed offrendogli di consegnare se
stesso e i Goti che comandava, con Treviso. Contento di ciò Costanziano, concesse quanto Totila gli
chiedeva, e tra loro stabilirono il giorno nel quale i Goti, che presidiavano Treviso, avrebbero
accolto in città i familiari di Costanziano, ed avrebbero consegnato quella e se stessi.
Nel frattempo ai Goti non piaceva il regno di Erarico, ritenendolo incapace di muovere guerra
contro i romani, e già apertamente gli rinfacciavano di essere la causa di quella inattività, e si
pentivano di aver tolto di mezzo Hildebad.

2 Uraia, condottiero goto, con un esercito di 10.000 uomini, assediò Milano, che si arrese per fame nel 539 a causa del ritardo dei
soccorsi imperiali. In quell'occasione, la città fu rasa al suolo e tutti i suoi 300.000 abitanti di sesso maschile uccisi. Poi, giunto nei
pressi di Tortona, fu fermato dai romani. Quando gli fu offerta la corona alla morte di Vitige (di cui era stato dichiarato successore),
rifiutò per non mettere a repentaglio la propria vita. Il regno passò così a Ildebardo ma, pare ingiustamente, Uraia fu poi condannato a
morte per le sue idee considerate troppo moderate dal nuovo re.
Quindi di comune accordi inviarono dei messi a Totila, a Treviso, invitandolo a prendere il regno,
poiché rimpiangevano molto il re Hildebad, e rivolgevano a lui, suo parente, la speranza di una
vittoria confidando di averlo dalla loro parte.
Questi dopo aver apertamente confidato loro l'impegno preso con i romani, aggiunse, tuttavia, che
se i Goti avessero ucciso Erarico prima del giorno convenuto (per la resa), si sarebbe posto dalla
loro parte ed avrebbe accettato la richiesta. Udito questo i barbari iniziarono a progettare la fine di
Erarico.
Tanto avveniva nel campo dei Goti. Intanto l'esercito romano, sentendosi al sicuro per l'inazione dei
nemici, non si dava alcun pensiero per intraprendere azioni contro i barbari. Erarico, dunque,
radunati tutti i Goti propose loro di mandare dei messi a Giustiniano imperatore, per pregarlo di fare
la pace con essi, a quelle condizioni che, in precedente, aveva voluto accordare a Vitige: secondo
cui i Goti, tenendo i paesi al di la del Po, si sarebbero ritirati dal resto dell'Italia. Avuta
l'approvazione da parte dei Goti, scelse alcuni tra i suoi più intimi, tra i quali un tale Caballario, e li
spedì; questi a parole avrebbero dovuto trattare con l'imperatore, secondo quanto esposto, di fatto,
però, gli ordinò in segreto di non trattare null'altro se non la richiesta di ricevere molto denaro,
dall'imperatore, nonché la nomina a patrizio, al che avrebbe ceduto tutta l'Italia e deposto le insegne
regali. Giunti a Bisanzio i messi eseguirono queste istruzioni.
Nel frattempo, però, i Goti uccisero Erarico, e, morto lui secondo quanto convenuto Totila assunse il
regno ... (novembre 541) 3

4) ... Totila, venuto a conoscenza degli avvenimenti di Verona (gennaio - febraio 542), richiamò da
li molti Goti, e riunito tutto l'esercito di circa cinquemila uomini, marciò contro i nemici. I generali
dell'esercito romano, saputo questo, tennero un consiglio sulla loro situazione ... Passato quindi il
Po giunsero a Faenza (primavera 542), città dell'Emilia a centoventi stadi da Ravenna. ... Ma i
generali, proclamando pareri diversi, non fecero nulla di quello che dovevano, standosene li e
perdendo tempo.
Intanto l'esercito dei Goti si avvicinava, e quando stette per passare il fiume Totila, raccolti tutti gli
uomini, li animò con queste parole: “In tutte le altre battaglie, miei connazionali, gli eserciti sono
incitati a combattere sapendo che la condizione di entrambe le parti sarà simile; noi ora, invece,
andiamo a combattere i nostri nemici, non in condizioni di parità, ma in grave inferiorità. Infatti se
avverrà che essi saranno vinti in breve potranno riprendere le ostilità, dal momento che hanno tutte
le fortezze d'Italia, vi hanno lasciato un gran numero di soldati e vi è motivo di credere che presto
un altro esercito sarà inviato in soccorso da Bisanzio. Se invece un tale rovescio accadrà a noi, ne
verrà la rovina totale, del nome e delle speranze dei Goti, poiché da duecentomila siamo oggi
ridotti in cinquemila. E nel dirvi questo non credo che sia fuori di luogo ricordarvi, che quando
decideste di prendere le armi con Hildebad contro l'imperatore, non eravate tutti insieme più di
mille, e tutto il vostro territorio consisteva nella città di Ticino. Avuto, però, il meglio nella
3 È probabile che sin dalla sua ascesa al potere Baduila abbia compreso gli errori commessi da Vitige ed evitò di impegnarsi in
estenuanti assedi, in cui i romani potevano avere la meglio. Anche per questo motivo, quando conquistava delle città, ne abbatteva le
mura, per evitare che i romani, nel caso fossero riusciti a riconquistarle, si rinserrassero dentro di esse costringendolo ad un altro
assedio. Inoltre, resosi conto che con una flotta avrebbe avuto maggiori possibilità di vittoria, allestì una potente flotta in grado di
intercettare le navi nemiche e saccheggiare i territori dell'Impero. Il re si rese poi conto che la guerra non poteva essere vinta senza
l'appoggio delle genti italiche, che erano in massima parte favorevoli all'impero; non potendo però avere il sostegno dei latifondisti e
dei patrizi locali, cercò, e in parte ottenne, l'appoggio delle popolazioni rurali, impegnandosi in una riforma agraria di stampo
egualitaristico, in base alla quale i grandi latifondisti venivano espropriati dei loro terreni e i servi venivano affrancati per entrare in
massa nell'esercito. Per lo stesso scopo cercò di essere il meno brutale possibile con le popolazioni civili sottomesse. Nel frattempo,
su pressioni di Giustiniano, i comandanti imperiali decidono di sferrare l'offensiva finale al regno goto; il loro piano prevede di
espugnare Verona (all'inizio del 542) e poi affrontare in battaglia Totila per vincerlo; in un primo momento i romani hanno successo,
conquistando Verona, ma i Goti contrattaccano e riescono a sconfiggere il nemico che viene costretto ad evacuare la città e a ritirarsi
a Faenza (primavera 542). Totila, dopo questo successo, va ad affrontare i romani presso quella città dove ottiene, nonostante
l'inferiorità numerica, un'altra vittoria; rinvigorito dal successo, il re tenta l'assedio di Firenze ma alla notizia dell'arrivo di un forte
esercito imperiale, prende la decisione di abbandonare l'assalto della città e di dirigersi nella valle del Mugello dove si scontra con
l'esercito imperiale. La scarsa coordinazione tra i comandanti imperiali, unita alla falsa notizia diffusasi tra i romani che il loro
generale Giovanni fosse morto, favorisce una nuova vittoria di Totila, che, in estate (542) si impadronisce di Cesena, Rocca Pertusa,
Urbino e San Leo, mentre i comandanti imperiali, sconfitti nella battaglia del Mugello, si rinserrano nelle loro fortezze timorosi di
affrontarlo. Il re scende quindi lungo la Flaminia (pur lasciando in mano imperiale alcune roccaforti come Spoleto e Perugia) ed,
evitando Roma, pone sotto assedio Napoli (nell'inverno del 542 ?).
battaglia, il vostro numero è cresciuto, come è cresciuto anche il vostro territorio; cosicché se
anche ora vorrete mostrarvi prodi, io spero, col procedere della guerra, che vinceremo
completamente il nemico. Perché quanto più si vince, tanto si cresce in numero e potenza. Dunque,
con impegno e con slancio ognuno di voi vada contro i nemici, sapendo che se questa battaglia non
sarà vinta da noi, ci sarà impossibile tornare a combattere. Conviene che con fiducia veniate alle
mani con essi, fidando anche sulla disonestà di costoro, poiché tanto hanno spinto gli abusi contro
i loro soggetti, che oggi non vi è nessuna minaccia di punizione che tenga contro gli italiani, se mai
ardissero tradire i Goti; per dirla in breve, questi, che da essi erano stati accolti come amici, hanno
recato loro ogni sorta di male. E quale nemico potrà essere più facilmente debellato di quello che
non gode del favore di Dio ? E lo stesso spavento che noi incutiamo loro, deve per voi
rappresentare una speranza nella battaglia; perché questi uomini contro i quali marciamo non sono
altri, se non quelli che dopo essere penetrati in mezzo a Verona, l'abbandonarono gratuitamente, e,
sebbene nessuno li inseguisse, si volsero ignobilmente in fuga.”

5) Non molto dopo Totila spedì un armata contro Giustino a Firenze (estate 542), con a capo i più
bellicosi tra i Goti, Bleda, Rudorico e Uliari; giunti a Firenze costoro posero il campo presso le
mura e iniziarono l'assedio 4. Giustino, sprovvisto di scorte di vettovaglie, spedi un messo a
Ravenna, presso i generali dell'esercito romano, per chiedere soccorso; costui nottetempo, di
nascosto dai nemici, si recò a Ravenna e riferì lo stato delle cose; subito una forte armata si mosse
alla volta di Firenze, con a capo Bessa, Cipriano e Giovanni, nipote di Vitaliano. Informati di
questo, tramite degli esploratori, i Goti levarono l'assedio e si arroccarono in un luogo detto il
Mugello, distante un giorno di cammino da Firenze. Come l'esercito romano raggiunse Giustino,
vennero lasciati pochi uomini a presidio della città, e tutti gli altri si mossero contro i nemici.
Mentre erano in cammino decisero di scegliere uno dei condottieri più distinti dell'esercito e
mandarlo avanti con i suoi, perché investisse il nemico di sorpresa, ingaggiando battaglia, mentre il
resto dell'esercito avanzava più lentamente. Affidando la scelta alla sorte la decisione cadde su
Giovanni, anche se gli altri generali la contestarono. Quindi Giovanni si risolvette a portarsi avanti
con i suoi marciando contro i nemici. I barbari accortisi dell'arrivo dell'esercito, impressionati si
risolsero ad abbandonare quella postazione, e, in tutta fretta, si recarono su un alto colle poco
distante.
Giunti che furono quelli di Giovanni iniziarono anch'essi a scalarlo e diedero inizio all'azione. I
barbari resistettero energicamente e vi fu incalzare da ambo le parti con molti morti. Mentre, però,
Giovanni faceva pressione contro la schiera nemica che aveva di fronte, una delle sue lance
spezzate cadde colpito dalla freccia di un nemico, e i romani, respinti, iniziarono ad indietreggiare.
Già il resto delle truppe era giunto sul posto e si era schierato per la battaglia, e se avessero accolto
con loro quelli di Giovanni che arretravano, insieme con essi avrebbero certamente vinto la

4 Totila non ha mai raso al suolo Firenze, tuttavia nell'antica storiografia fiorentina appare erroneamente confuso con Attila, e la
confusione è anche di codici (ad es. il Gaddiano 90 sup. 125 della Laurenziana); nel passo di If XII 134 quel Totile invece di
quell'Attila: cfr. Petrocchi, ad locum. G. Villani, che qui si cita come testimone di tradizioni anteriori che anche D. dové conoscere, lo
definisce " il più crudele... chiamato per soprannome Flagellum Dei " (II 3) e narra come, non potendo prendere Firenze per forza,
convinse con " false lusinghe e vane promessioni " (cap. 1) i Fiorentini ad aprirgli le porte " e però furono poi sempre in proverbio
chiamati ciechi " (ibid.). Questo racconto del Villani, trasportato all'epoca di Attila e indifferentemente infarcito di fatti e personaggi
riferibili all'uno e all'altro re, si può ritenere eco della deformazione popolare di un assalto barbarico alla città. Se ci si vuol riferire
proprio alla guerra gotica, che però il Villani tratta in II 6 senza per altro nominare Totila, è necessario rifarci all'episodio del
Mugello, che però non comportò la presa di Firenze: la città infatti restò in mano bizantina fino al 547, mentre nel 552 è nell'elenco
delle fortezze della Tuscia in mano agli Ostrogoti che Narsete progettava di espugnare; in questo lasso di tempo dev'essere avvenuto
il passaggio di dominio che però non può aver avuto riflessi drammatici se le fonti relative a Totila tacciono al proposito. Il passo del
Villani comunque è citato da alcuni commentatori come origine della vecchia fama che chiama orbi i Fiorentini (If XV 67). Esso
tuttavia sembra più pertinente come luogo parallelo da invocare a commento di VE II VI 5, dove D., come esempio del gradus
constructionis che definisce sapidus et venustus etiam et excelsus, propone la frase Eiecta maxima parte florum de sinu tuo, Florentia,
nequicquam Trinacriam Totila secundus adivit. La perifrasi Totila secundus designa Carlo di Valois (v.) alle cui arti subdole di falso
‛paciaro' Dante sembra aver pensato come a un tratto di doppiezza analogo a quello che si attribuisce al re barbaro per divenire
padrone di Firenze. Rimane inspiegato come mai Dante, pur mostrando in tal modo di rifarsi alla medesima tradizione seguita dal
Villani, in If XIII 149 attribuisca la presa e la distruzione di Firenze non a Totila ma ad Attila. È da supporre che, poiché Totila
appariva con i caratteri e la cronologia di Attila, un Dante più maturo abbia inteso ridargli il nome che pensava gli spettasse, in tal
modo però compiendo un restauro parziale in una direzione opposta a quella dovuta (e che avrebbe comportato invece l'espunzione
dai fatti di Totila di tutto ciò che spettava al re unno)
battaglia, prendendo quasi tutti i nemici. Ma per caso avvenne che nel campo romano si sparse la
voce che Giovanni fosse stato ucciso da uno dei suoi lancieri; giunta quella notizia alle orecchie dei
generali, nessuno di loro volle più rimanere e tutti si ritirarono vergognosamente; così tutti, alla
rinfusa e ciascuno come poté, si diedero alla fuga, e in questa molti perirono, mentre gli altri
continuarono quella ritirata per giorni senza che nessuno li inseguisse.
Quindi, riparati nelle fortezze, seguitarono ad annunziare la falsa notizia della morte di Giovanni;
dopodiché quell'esercito non si riorganizzò e nessuno pensò ad andare nuovamente contro i nemici,
ma piuttosto rimanevano rinserrati dentro le mura e si preparavano all'assedio, temendo che i
barbari li avessero seguiti. Totila, al contrario, mostrò grande riguardo nei confronti dei prigionieri,
e riuscì così ad accattivarseli, tanto che molti di loro, in seguito, combatterono dalla sua parte contro
i romani. E l'inverno terminò e si compì il settimo anno (541 - 542) di questa guerra di cui Procopio
scrisse la storia 5.

6) Quindi Totila prese le fortezze di Cesena e Petra; in seguito si recò nella Tuscia per tentare la
presa di quei paesi, ma siccome nessuno volle consegnarsi passò il Tevere e, senza toccare i confini
di Roma, giunse nella Campania e nel Sannio, dove occupò senza difficoltà la fortezza di
Benevento e rase al suolo le sue mura, affinché le truppe che fossero giunte da Bisanzio, entrando
nel forte non potessero usarlo contro i Goti. Quindi, siccome i napoletani, malgrado le sue offerte,
non lo vollero lasciar entrare in città, dove era di presidio Conone con un migliaio di romani ed
isauri, decise di porre l'assedio. Accampatosi con il grosso dell'esercito non lontano dalla città,
rimase li e, spedita una parte delle truppe, s'impadronì del castello di Cuma e di altre fortezze,
raccogliendone una gran somma di denaro (primavera del 543).
Avendo poi trovato li le mogli dei senatori, non fece loro alcun male, ma con benignità le lasciò
libere, guadagnando, con ciò, fama di prudenza e umanità presso tutti i romani. E poiché nessun
nemico gli si faceva contro, sempre mandando avanti piccoli drappelli di truppe, compì in breve
rilevanti imprese. Sottomise l'Abruzzo e la Lucania e s'impadronì della Puglia e della Calabria;
riscosse i pubblici tributi, incassò le rendite in luogo dei proprietari terrieri, e dispose di ogni cosa
come signore d'Italia 6.
... Demetrio (inviato da Giustiniano per prendere le redini della guerra), approdato in Sicilia seppe
che Conone e i napoletani erano sotto stretto assedio, e in penuria di vettovaglie, e volle portar loro
soccorso; ma gliene mancavano i mezzi, poiché non aveva che poche truppe e di scarso valore;
quindi ricorse a questo espediente: raccolse quante più navi poté dalla Sicilia e, caricatele di
frumento e di ogni vettovaglia, si mise in mare facendo in modo che ai nemici apparisse che nelle
navi erano molte truppe. Ed infatti i nemici credettero questo, e pensarono che egli venisse con un
grande esercito, udendo che una grande flotta era partita dalla Sicilia.
Se infatti fin dall'inizio Demetrio fosse voluto andare diritto a Napoli avrebbe preso di sorpresa i
nemici e liberata la città senza trovare resistenza. Ma egli, per prudenza, non volle approdare a

5 “Secondo anno dopo il consolato di Basilio, indizione quinta (542): 1) I soldati (romani) entrano di nascosto a Verona, ma mentre,
spinti dall'avarizia, discutevano del bottino, vengono (infine) respinti dai Goti fuoriusciti dai loro nascondigli per la vergogna della
città. 2) I Goti, ucciso il loro re Erario, elevarono al regno Totila; questi, per la rovina dell'Italia, presto transita per Padova, e toglie
all'esercito romano Faenza, città dell'Emilia, mette in fuga i generali, occupa Cesena, Urbino, Moltefeltro e Petrapertusa, e dovunque
transita, per l'Italia, opera devastazioni. 3) Nuovamente, nella Tuscia Annonaria, sconfigge l'esercito romano grazie ai suoi generali
Ruderit, Villarid e Bleda; e in quella battaglia il patrizio Bessa, ferito, riesce a fuggire; altri, in fuga per ogni dove, riescono a
salvarsi”. Marcellini Comitis V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
6 Il meridione d'Italia e la Sicilia, a partire dallo stanziamento dei Goti con Teodorico, non si ebbero insediamenti di rilievo, se si
eccettua il Samnium. Tale assenza fu dovuta all’intervento iniziale di Cassiodoro padre, il quale, nominato governatore della Sicilia
da Odoacre, al sopraggiungere di Teodorico con gli Ostrogoti, già nel 490 - prima ancora che si risolvesse il conflitto a Ravenna con
Odoacre - passò dalla parte dei Goti, consegnando loro la Sicilia e praticamente tutto il Meridione fino a Roma compresa. Con questo
gesto evitò lo svolgersi di combattimenti nel sud e ottenne che le regioni meridionali, a partire dalla Sicilia, rimanessero esenti da
insediamenti gotici. Solo il Samnium, che del resto si estendeva anche al centro d’Italia fino al fiume Pescara, ebbe la presenza dei
Goti; Sicilia, Bruttium, Lucania, Puglia e Campania rimasero invece nelle condizioni precedenti: Teodorico si accontentò di inviare
nelle città meridionali solo piccoli presidi con funzioni di controllo del territorio, e qua e là, come in Sicilia, piccoli reparti militari
con funzioni di difesa. B. Goth. 3,16: “... già un tempo i Romani pregarono Teodorico di non porre colà (in Sicilia) gran presidio di
Goti, perché nulla fosse di ostacolo alla libertà e ad ogni altro bene loro”. V. Vito A. Sirago, Operazioni militari in Calabria durante
la Guerra Gotica, in: Cassiodoro: dalla corte di Ravenna al Vivarium di Squillace: atti del Convegno internazionale di studi,
Squillace 25-27 ottobre 1990, pp. 115-129
Napoli, e, navigando verso il porto di Roma, cercò piuttosto di raccogliere altri soldati. Questi però,
che già erano stati vinti dai barbari, non vollero saperne di seguirlo contro Totila e i Goti; così egli
fu costretto a tornare verso Napoli con i soli che aveva portato da Bisanzio.
Vi era (a Napoli) un certo Demetrio, cefaleno di nascita, provetto marinaio, molto esperto e
conoscitore dell'arte e dei pericoli della navigazione, che si era fatto una buona reputazione
navigando con Belisario in Africa e in Italia, cosicché l'imperatore l'aveva nominato procuratore di
Napoli. Quando i barbari misero l'assedio alla città, costui, con molta petulanza, non cessava di
inveire contro Totila, e in quel momento di pericolo si distingueva per la sua lingua sfrenata.
Cresciuta che fu la carestia, e aggravatasi assai la situazione degli assediati, egli con l'assenso di
Conone, salì di nascosto su una barchetta e ardì recarsi da solo presso Demetrio. Giunto in salvo,
contro ogni aspettativa, venne a colloquio con Demetrio e lo incitò a compiere quell'impresa.
Totila, informato di ogni cosa, apprestò molte ottime navi da corsa, e non appena i nemici
approdarono sulla riva non lontano da Napoli, li sorprese giungendo all'improvviso e li mise in
fuga. Ne trucidò molti, ma moltissimi li prese vivi; scamparono solo quelli che prontamente
riuscirono a saltare dalle navi da carico alle imbarcazioni, tra i quali anche il capitano Demetrio.
Cosicché le navi furono tutte prese dai barbari con il loro intero carico e gli equipaggi. Su una di
queste trovarono anche Demetrio procuratore di Napoli; non lo uccisero, tuttavia, ma ebbe mozzata
la lingua e ambedue le mani, quindi lo lasciarono andare, così mutilato, ove volesse. Tale fu il
prezzo che Demetrio pagò a Totila per la sua lingua sfrenata (inverno 542).

7) In seguito approdò in Sicilia anche Massimino, ma giunto a Siracusa rimase fermo per timore
della guerra. Informati di questo i comandanti dell'esercito romano inviarono molti messi per
pregarlo di correre al soccorso, specialmente Conone, da Napoli, assediata da tempo dai barbari,
dove ogni vettovaglia era venuta ormai meno.
E questi, che aveva lasciato trascorrere tempo prezioso per paura, finalmente, intimorito anche dalle
minacce dell'imperatore e dal vituperio generale, senza muoversi egli da dove si trovava, inviò tutto
l'esercito, con Erodiano, Demetrio e Faza a Napoli, quando ormai l'inverno era al culmine (gennaio
543). Giunta la flotta in prossimità della città si levò un vento impetuoso che sollevò una immane
tempesta. Faza si credette perduto perché le onde non permettevano ai marinai di manovrare i remi,
ne di fare alcunché; per il fragore dei marosi non potevano udirsi l'un l'altro; ed era una confusione
generale dove il vento, ormai, la faceva da padrone, e, loro malgrado, li spinse verso la riva, proprio
dove erano accampati i nemici. E così i barbari, saliti a bordo delle navi senza problema, li
trucidarono e affondarono le navi senza trovare resistenza. Molti, tuttavia li presero vivi, tra cui il
capitano Demetrio; Erodiano e Faza, con pochi altri, riuscirono a scampare in quanto le loro navi
erano ancora lontane dalla costa. Tanto accadde alla flotta romana.
Totila, legata una cavezza al collo di Demetrio, lo condusse alle mura di Napoli, ordinandogli di
esortare gli assediati a non lasciarsi andare a vane speranze, ma si liberassero da quella sciagura
consegnando la città il Goti; infatti era impossibile che l'imperatore potesse mandare loro altri
soccorsi, ma con quella flotta ara andata persa ogni speranza. E tutto questo Demetrio lo ripeté.
Gli assediati, sopraffatti dalla fame e dai disagi, vista la situazione e udite le parole di Demetrio,
deposta ogni speranza si abbandonarono al pianto e alla desolazione; la città era tutta piena di
tumulti e gemiti.
Quindi Totila, convocata la popolazione ai merli delle mura, parlò loro così: “Sappiate, napoletani,
che abbiamo posto questo assedio, non già per qualcosa di cui vogliamo accusarvi o
rimproverarvi, ma bensì per potervi liberare dagli odiosi padroni e rendere a voi il dovuto per
quanto avete operato in nostro favore in questa guerra, attirandovi, per causa nostra, gravi
sofferenze da parte del nemico. Infatti voi soli, fra tutti gli italiani, mostraste il massimo della
benevolenza verso la gente gotica, e assai di malavoglia vi sottoponeste al nemico. Cosicché ora,
costretti ad assediarvi insieme con quelli, avremo riguardo come dovuto alla vostra fedeltà, e non
facciamo questo assedio per danno ai napoletani; non perché voi siate poi indignati contro i Goti;
perché quelli che si sforzano di fare del bene agli amici non devono poi essere incolpati, se sono
costretti ad agire con mezzi meno gradevoli a favore loro; ne deve darvi pensiero il timore dei
nemici, stimando, dopo quanto già avvenne, che essi stiano per vincere; poiché per quanto strano
ed inopinato sia il caso nella vita, può essere poi rovesciato con il tempo. Per i buoni sentimenti
che ci animano verso di voi Conone e tutti i soldati saranno lasciati andare incolumi dove
vorranno, se, una volta arresa la città, sene allontaneranno al più presto portandosi i loro averi.
Non abbiamo difficoltà ad impegnarci con il giuramento, come anche per la salvezza di tutti i
napoletani”.
Le parole di Totila piacquero ai napoletani, così come ai soldati di Conone, perché la fame ormai li
stringeva. Nondimeno, volendo rimanere fedeli all'imperatore, e aspettandosi ancora un soccorso,
pattuirono di consegnare la città entro trenta giorni. Tolila, per atterrire ogni loro speranza
nell'imperatore, concesse tre mesi di tempo, per compiere la loro promessa, ad aggiunse che prima
di quel tempo non avrebbe sferrato alcun attacco alle mura, ne avrebbe teso altre insidie verso di
loro. Tanto fu convenuto.
Ma gli assediati, senza attendere il giorno stabilito, stretti nella mancanza di viveri, poco dopo
accolsero Totila nella città con i barbari. E l'inverno veniva al termine, e si compiva l'ottavo anno
(542 - 543) di questa guerra di cui Procopio scrisse la storia 7.

8) Presa Napoli Totila dispiegò tale umanità verso i vinti, quale non ci si aspetterebbe da un nemico
e da un barbaro; avendo trovati i napoletani tanto mal ridotti dalla fame, che il corpo ne aveva
perduto ogni vigore, e temendo che con il saziarsi all'improvviso di cibo ne potessero rimanere
soffocati, ricorse a questo espediente: nel porto, come alle porte della città, pose delle guardie con
l'ordine di non lasciare uscire alcuno. Egli stesso, poi, distribuiva cibo a tutti, in quantità minore di
quanto ne desiderassero, aggiungendone ogni giorno, costantemente, in piccole quantità. E così,
avendoli rimessi in forze, lasciò aprire le porte e consentì a ciascuno di andare deve volesse.
Allo stesso modo concesse a Conone e alle sue truppe dei mezzi di trasporto, e la facoltà di riparare
ovunque avessero voluto, dato che erano impazienti di tornare dai loro; tuttavia non potevano uscire
dal porto per causa del vento contrario, e rimanevano dunque lì, trepidanti, per il timore che la
vittoria avesse indotto il re a non prestare fede alla promessa fatta e li avrebbe presi prigionieri.
Totila, tuttavia, risaputa la circostanza, ordinò che fossero condotti alla sua presenza, li
tranquillizzò, confermò loro la parola data e li esortò a vivere di buon animo e al sicuro con le altre
genti, a procurarsi, tramite loro, le vettovaglie di cui necessitavano, e a riceverne, come da amici,
tutto quello che a loro mancava. Trascorso, poi, altro tempo, e proseguendo il vento a soffiare
contrario, provvide a dotare loro di buoni cavalli e somari, di un viatico, e ne consentì la partenza
alla volta di Roma, dando loro una buona scorta di soldati scelti tra il fiore dei Goti.
Egli stesso, poi, sene partì non appena ultimata la demolizione di quelle mura; e questo lo fece
affinché i romani, qualora fossero tornati per sorte in possesso della città, non potessero opporre
resistenza ai Goti, combattendoli da un luogo munito, ed essendo lui ben disposto, semmai, a
combattere contro di loro in campo aperto, piuttosto che essere bersaglio di trame e voltafaccia;
gettata a terra, dunque, la maggior parte di quelle mura, il resto lo lasciò integro.
In quel tempo un tale Romano, nativo della Calabria, venne dinanzi a lui (Totila) accusando una
delle sue lance spezzate di aver violentato la sua figlia vergine; egli prese a cuore l'impegno di
punire costui per il delitto commesso e non negato, e lo fece imprigionare. Impensieriti per questo, i
più illustri tra i barbari si raccolsero e si recarono al cospetto di Totila, pregandolo di perdonare
quella mancanza commessa; ed egli dopo aver ascoltato benignamente e senza turbarsi le loro
parole, così rispose: “Vi parlo, miei commilitoni, non già per abbandonarmi ad un impeto di
crudeltà, o perché io mi diletti per le sventure dei miei connazionali, ma per il mio timore che
qualche triste evento possa sopraggiungere per i Goti. So bene che la massa degli uomini suole
trarre un significato del tutto opposto dai fatti e le cose, poiché hanno l'abitudine di chiamare
umanità l'inosservanza delle leggi, che poi produce la rovina e il turbamento di ogni cosa, e
definiscono ruvido o intrattabile colui che vuole accuratamente osservare tutte le leggi; e questo

7 Terzo anno dopo il consolato di Basilio, indizione sesta (543): 1) Totila devasta la Campania, occupa le città fortificate e manda
l'esercito ad assediare Tivoli. 2) Tutto il territorio italiano è devastato per la grande mortalità; anche l'oriente e l'illitico ne sono
stremati. (Marcellini Comitis V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
perché, facendosi scudo di tutto ciò, possano poi liberamente peccare, abbandonandosi
all'intemperanza e dando prova della loro perversità. Io vi esorto, dunque, a non rischiare la vostra
propria salvezza per il peccato di un solo uomo, ne di attirare gli effetti di tale empietà su di voi che
non faceste alcun male. Perché, come credo, peccare e anche l'impedire la punizione dei peccatori,
sono la stessa cosa. Voglio quindi che voi giudichiate il presente caso tenendo alla mente che potete
scegliere tra due eventualità: o che quest'uomo non paghi il prezzo del male commesso, o che sia
salva e vittoriosa nella guerra la nazione dei Goti. Ed infatti, pensate quanta moltitudine di soldati
avevamo noi all'inizio di questa guerra, splendidi per fama e per pratica nelle armi; immense
ricchezze, cavalli e armi più che abbondanti, tutte le fortezze per quante se ne trovano in Italia;
tutte cose che non sembrano del tutto inutili quando si entra in guerra. Dopodiché sotto il governo
di Teodato, uomo più dedito all'arricchirsi che ad agire in maniera equa, con una vita fatta di
prevaricazioni allontanammo da noi la bontà divina, e mutata che fu la nostra sorte, da quali e
quanti uomini fummo vinti ben lo sapete. E ora Dio, espiati sufficientemente i nostri peccati, torna
nuovamente a soppesare la nostra condizione di vita con i nostri desideri, e di conseguenza fa
procedere le nostre cose meglio di quanto si sperava. A noi dunque, che avemmo la fortuna di
vincere i nemici al di sopra delle nostre forze, conviene mantenere il vantaggio di questa vittoria
con il giusto operare, anziché facendo il contrario, quasi fossimo invidiosi del nostro stesso bene.
Perché non è, non è possibile che chi commette torti e violenze si faccia poi onore negli annali, ma
la sorte della guerra viene amministrata anche per la condotta che si tiene.”
Tanto ditte Totila e gli ottimati Goti, approvando le sue parole, desistettero dal supplicare per la
lancia spezzata, e lasciarono che egli facesse di lui ciò che voleva. Ed egli non molto dopo fece
uccidere quell'uomo, e i suoi beni, quanti ne aveva, li diete alla fanciulla violata.

9) Mentre Totila attendeva a quanto sopra narrato, i generali e i soldati dell'esercito romani facevano
bottino degli averi e dei beni delle popolazioni, e si abbandonavano ad ogni violenza e atti di
libidine; a tanto giunsero gli stessi generali, che tenevano prostitute nei loro presidi e vi
gozzovigliavano insieme. La soldatesca, poi, diventava ogni giorno più indisciplinata, commetteva
ogni eccesso. Tutti gli italiani, così, erano travagliati da entrambi gli eserciti: da un alto i Goti li
privavano delle loro terre, dall'altro lato gli imperiali li spogliavano di ogni suppellettile, e, ancor
peggio, erano fatti oggetto di ogni violenza e prevaricazione senza alcun motivo, e quando vene
fosse stato, si vedevano condannati a morte. I generali, dunque, non garantiti dalle loro truppe
contro gli attacchi nemici, ben lontani dal vergognarsi dello stato della repubblica, con tale operato
essi stessi destavano nell'animo della popolazione il rimpianto per il governo dei barbari...
Totila rivolse quindi una lettera al senato romano, della quale questo era il tenore: “Coloro che fan
torto ai vicini, pur senza saperlo, sia per qualsiasi dimenticanza occorsa, conviene che vengano
perdonati da chi ne fu leso, poiché la causa stessa del loro peccato li purga della gran parte della
loro colpa. Ma che qualcuno commetta una ingiuria meditata, non avrà mai modo di giustificare i
suoi atti, perché la giustizia vuole che egli porti la sua colpa, non del solo fatto, ma perfino del
pensiero. Stando così le cose, considerate voi in quale modo potrete scusare il vostro operato verso
i Goti. Forse che ignorate i benefici avuti da Teodorico ed Amalasunta, oppure il tempo e l'oblio li
hanno cancellati dalle vostre menti ? Oppure non è ne l'una ne l'altra cosa, perché quei loro favori
non furono cose lievi, ne occorsero in un tempo antico, ma furono cose di estrema importanza,
verso voi stessi, e in tempi recenti, cari romani. E pensare che voi per fama o per esperienza avete
anche provato quanto valgono i greci, nel trattare i loro sudditi, e gli avete così ceduto gli interessi
dei Goti e degli italiani; e pensare che voi, bensì, vi mostraste ospitali, come credo, nei loro
confronti. Ma quali ospiti ed amici trovaste in quelli dovete ben saperlo, se ancora avete in mente o
computi di Alessandro. Ne starò a parlare dei soldati e dei loro generali, la cui benignità e
magnanimità avete goduto, e tutte le cose che li hanno condotti al punto in cui si trova ora la loro
sorte. E nessuno di voi pensi che la giovanile vanità mi spinga a vituperarli così, ne che io come
generale dei barbari, parli con arroganza. Poiché io non ritengo che sia merito del nostro valore
aver vinto contro costoro, ma ritengo che questo sia il prezzo che essi pagano per i torti fatti a voi.
E come potrebbe non apparire stranamente assurdo che mentre Dio per il vostro bene li punisce,
voi vi sottomettete alle loro insolenze e non volete liberarvi delle calamità che ne conseguono ?
Dunque ora vogliate trovare voi stessi un motivo qualsiasi per scusarvi con i Goti, ed a noi di
perdonarvi. E lo troverete certamente se, senza aspettare il termine della guerra, mentre che non vi
rimane che poca e vana speranza, vi apprendiate a miglior partito e facciate ammenda per tutto
quello che disonestamente operaste contro di noi”. Tanto recitava il messaggio. Totila lo consegnò
ad alcuni prigionieri perché lo recapitassero, una volta giunti a Roma, al senato. Ma quando il
messaggio giunse, Giovanni impedì che fosse fatto conoscere ai senatori. Totila quindi replicò con
altre lettere nelle quali si impegnava con giuramento, a far si che nessun romano avrebbe riportato
danni dai suoi soldati. In che modo queste lettere giunsero a Roma non è dato sapere; tuttavia nella
notte venivano fatte affiggere nelle vie più frequentate della città, ed in questo modo tutti ne
conoscevano il contenuto.
Quindi i generali romani iniziarono a sospettare dei sacerdoti ariani e li fecero espellere dalla città;
venutolo a sapere, il re inviò le truppe nella Calabria, con l'ordine di tentare la presa del castello di
Otranto; ma queste lo trovarono presidiato da uomini leali che rifiutarono ogni proposta di resa, e le
costrinsero a stringerla d'assedio (primavera 544); così egli, con il grosso dell'esercito, riprese la
via per Roma.
... Terminò allora l'inverno e con esso il nono anno (543 - 544) di questa guerra che Procopio a
narrato 8.

10) Di qua Belisario (da Salona), salpato con tutta la flotta navale e l'armata, prese terra a Pola, e vi
dimorò per organizzare l'esercito. Quindi Totila, non appena ne fu a conoscenza, volle studiare, con
uno stratagemma, le truppe che erano state condotte; ed ecco come fece. Il presidio di Genova era
comandato da Bono, figlio di un fratello di Giovanni; scrisse dunque una falsa lettera, al supremo
comandante imperiale, utilizzando il suo nome, nella quale si diceva in estrema difficoltà e
richiedeva a lui un sollecito soccorso; la consegno quindi a cinque messi scaltrissimi, ordinando
loro di presentarsi come inviati da Bono, e di osservare, una volta giunti, le truppe nemiche con la
massima attenzione. Non appena questi giunsero, Belisario li fece condurre da lui e li trattò,
secondo l'usanza, con ogni riguardo; letto, poi, il foglio, rispose loro di assicurare Bono sul fatto che
a breve sarebbe giunto da lui con tutto l'esercito.
I messi dunque, fatta la loro ricognizione, secondo quanto gli era stato ordinato, tornarono al campo
dei Goti e riferirono che quell'apprestamento di truppe romane appariva essere ben poca cosa, e non
meritevole di alcun conto.

“Frattanto Belisario domandò d’essere rimesso nell’antecedente suo grado, e mandato capitano supremo dell’esercito in Oriente
contro Cosroe e i Persiani. Ma Antonina si oppose, dichiarando di non voler più vedere quelle provincie, in faccia delle quali essa
sofferto aveva gravissime privazioni. Per cui Belisario, creato grande scudiero dell’Imperadore, venne spedito per la seconda volta
in Italia, a condizione, si dice voluta dall’Imperatore, che per la guerra che si doveva sostenere, non avesse chiesto denaro, ma
avesse fatto fronte egli medesimo tutte le spese occorrenti. Sospettarono molti che Belisario fosse venuto a questi patti
coll’Imperatore, e così si fosse accordato con con Antonina, col pensiero, poi, che toltosi di Costantinopoli, e padrone delle armi,
compiuta qualche grande impresa, avrebbe potuto, secondo che era degno di sua virtù, arrischiare un giusto colpo contro la moglie,
e contro quelli, che tanto lo aveano oppresso. Ma dimentico di ogni cosa sofferta, e del giuramento che lo legava a Fozio, e agli altri
suoi famigliari, in tutto dipendeva dall’arbitrio di Antonina, della quale continuava ad essere ciecamente ed ardentissimamente
innamorato, quantunque essa non contasse meno di sessant’anni.
Giunto in Italia (estate 544), per sfavore del divino Nume, incominciò a soffrire di giorno in giorno un gran rovescio di cose. Nella
prima guerra contra Teodato e Vitige, per lo più gli erano riuscite bene le misure che secondo le circostanze avea prese, benché
apparissero per nessun conto opportune al caso. Ma nella seconda, fu opinione di parecchi, che avesse preso realmente ottime
misure, come già esperto di quanto una guerra in Italia comportava; ma gli andarono per lo più malamente le cose, sorse e si
confermò un altro sentimento, cioè, che le misure prese fossero cattive. Veramente bisogna dire che le faccende dei mortali, non
dalla ragione umana, ma siano rette da Dio, comunque gli uomini siano stati soliti a parlar di fortuna, conoscitori al certo degli
eventi, ma ignari delle cause, onde quelli procedono: dal che poi nasce che ove non trovano ragione dei fatti, tosto li spieghino per
opere di quella. Lascio però che ognuno su di ciò pensi a suo modo. Dirò intanto che dopo la seconda sua spedizione in Italia
Belisario ne partì in maniera vergognosa, mentre per cinque interi anni non gli bastò l’animo, come già accennai, di prender terra
coll’armata, né di ripararsi in alcun luogo forte. Egli non fece altro, continuamente, che andar correndo colle navi su e giù rasente
le spiagge marittime. E quantunque imprudentemente Totila desiderasse di venire alle armi con lui e con tutto l’esercito dei Romani,
non poté mai a ciò ridurlo: tanto era il timore, che preso aveva Belisario ! Questi dunque non riparò in nessun modo alle disgrazie

8 Quarto anno dopo il consolato di Basilio, indizione settima (544): 1) Totila assedia Fermo e Ascoli, prende Napoli, distruggendola,
e Tivoli. 2) Roma, poi, viene assediata a lungo, essendo sotto il comando di Giovanni, generale della milizia. (Marcellini Comitis
V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
dell'Italia; anzi, si lasciò scappare dalle mani e Roma e le altre città, che pur si tenevano ancora sottomesse dell’Impero. Non
ricevendo poi egli in quella guerra alcun denaro dall’erario imperiale, si diede ad una avarizia profonda; e rivolse ogni suo studio a
cercare la maniera di spendere il meno che gli fosse possibile. Per questo quasi tutti gli Italiani, i Ravennati, e i Siciliani, e quanti
altri la fortuna gli diede in potere, li spogliò crudelmente, multandoli, non so con che diritto, perfino dei pensieri della vita
antecedente. Così volendo fare con Erodiano, gli richiese del denaro, accompagnando la richiesta con minacce acerbissime, delle
quali quegli, piccato, revocò il giuramento che aveva dato ai Romani; e le sue coorti, e sé stesso, e Spoleto, affidò a Totila e ai Goti”
(Procopio, Storia Segreta, 8).

11) In quegli stessi giorni Totila prese la città di Tivoli, dove era un presidio di isauri, nel modo
seguente e per tradimento. Insieme agli isauri erano a guardia delle porte alcuni degli abitanti.
Costoro, venuti a male parole con gli isauri, loro compagni di guardia, senza che essi ne ebbero dato
alcun motivo, di notte introdussero i nemici che erano accampati a poca distanza. Gli isauri, vista
presa la città, d'accordo tra loro si diedero alla fuga. Degli abitanti, tuttavia, nessuno fu risparmiato
dai Goti, ma tutti, compreso il vescovo, vennero trucidati; ed in tal modo che, quantunque io ne sia
informato, non voglio riferirlo per non lasciare nel tempo memoria di fatti cosi inumani. Fra gli altri
vi morì anche Catello, uomo stimato fra gli Italiani (seconda metà del 544).
Avendo i barbari occupato Tivoli, i romani non erano più in grado di far giungere rifornimenti dalla
Tuscia lungo il Tevere, poiché la città, che si trova sul fiume a centoventi stadi sopra Roma, era
utilizzata come baluardo contro coloro che volevano recarvisi per nave.
... E con l'inverno terminò l'anno decimo (544 - 545) di questa guerra che Procopio ha narrata 9.

13) “Quindi Totila si mosse verso Roma (estate 544), e, una volta giunto, vi pose l'assedio. In tutta
l'Italia, però, egli non recò alcuna molestia ai contadini, ma li invitò a lavorare liberamente la terra
come di consueto, pagando a lui i tributi, che già prima dovevano pagare all'erario o ai loro padroni.
Quando un drappello di Goti si avvicinò alle mura di Roma, Artasire e Barbatione, contro il volere
di Bessa, uscirono fuori portando con se molti altri, per attaccarli; presto ne uccisero molti e altri ne
misero in fuga; nel rincorrerli, però, avanzarono troppo e caddero in un agguato tesa dai nemici.
Così perdettero molti dei loro ed a stento essi stessi, con altri pochi, riuscirono a scampare; così in
seguito non ardirono più fare sortite contro i nemici, quand'anche questi li incalzassero.
Ne seguì che i romani furono duramente colpiti dalla fame, non potendo far giungere il raccolto dai
campi, ed essendo bloccato tutto ciò che proveniva dal mare; infatti, presa Napoli, i Goti avevano
posto la una flotta di molte barche, nelle isole dette Eolie e nelle altre che si trovano nella zona, e
stavano costantemente di guardia, controllando il passaggio delle navi; cosicché tutte le navi che
veleggiavano dalla Sicilia verso Roma cadevano in mano loro con tutto l'equipaggio.
Poi Totila spedì delle truppe nell'Emilia con l'ordine di prendere la città di Piacenza, con la forza o
con le trattative; questa, infatti, è la principale città dell'Emilia, fornita di forti mura che guardano il
Po, ed era la sola di quella regione ad essere rimasta soggetta ai romani. Giunte le truppe presso
Piacenza, iniziarono a trattare con il presidio perché consegnasse la città a Totila e ai Goti; ma non
riuscendovi con la trattativa si accamparono e posero l'assedio, sapendo che la città era a corto di
vettovaglie.
Nel frattempo i comandanti dell'esercito imperiale a Roma iniziarono a sospettare di tradimento
Cethego, patrizio e capo del senato romani, cosicché questi fu costretto a ritirarsi a Centocelle.
In tutto questo Belisario, impotente sul destino di Roma e di tutto l’impero, né potendo in nessun
modo rifornire di truppe gli assediati, trovandosi a Ravenna ed essendone sprovvisto egli stesso,
risolvette di partirsene di là e trasferire il campo nelle vicinanze di Roma, per meglio provvedere, da
vicino, alle necessità di costoro, sotto assedio. Egli già si era pentito di essersi recato, fin dal suo
arrivo, a Ravenna, consigliatoda Vitalio, ed era persuaso del fatto di avere operato contro gli
interessi dell’imperatore; difatti appariva evidente come, standosene lì rinchiuso, aveva
abbandonato nelle mani dei nemici le sorti della guerra. In quanto a me sembra che il generale non
aveva agito per il meglio, e inevitabilmente aveva concorso a causare enormi sciagure ai Romani:
ma anche nel caso in cui la sua scelta avesse avuto una saggia motivazione, dovremo ammettere che
9 Quinto anno dopo il consolato di Basilio, Indizione ottava (545): 1) Totila prende Fermo e Ascoli in seguito alle trattative; dopo
aver allontanato i soldati romani con le loro cose, esercita la sua crudeltà sui romani e tutti li depreda e uccide. 3) Belisario in oriente,
citato in giudizio, incorrendo in gravi pericoli e soggiacendo alle invidie, viene nuovamente inviato in Italia. Giuntovi manda Bessa a
Roma, e rispedisce Giovanni all'imperatore (Marcellini Comitis V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
il Nume gli fu allora ben contrario, per poi favorire Totila ed i Goti; e da questo ne deriverebbe,
quindi, che i suoi migliori propositi gli si ritorsero contro nel peggiore dei modi.
... Se le l'andamento degli eventi, in quel frangente, vada spiegato nell'uno o nell'altro modo non é
in mio potere chiarirlo. Belisario, affidata Ravenna alla custodia di Giustino e di pochi soldati,
costeggiando la Dalmazia e le vicine coste, si spinse fino ad Epidanno per rimanervi in attesa di
rinforzi da Bisanzio, e, nel frattempo, informò, tramite una missiva, l'imperatore circa la sorte di
quella guerra. Conosciuta la situazione Giustiniano gli mandò prontamente, dopo Giovanni, nipote
di Vitaliano, anche Isacco, armeno e fratello d’Arazio, e Narsete con un esercito di barbari e di
romani, i quali giunti alla loro meta passarono sotto gli ordini di lui. Inviò similmente l’eunuco
Narsete ai capi degli Eruli per convincerne, quanti più potesse, a prender la sua parte in quella
guerra italica ...” 10

[“Al tempo dei Goti, allorché seppe che il re Totila si avvicinava a Narni, quell'uomo dalla vita venerabile, Cassio, si recò di corsa
nella stessa città di cui era vescovo. Totila, poi, poiché il suo volto presentava sempre un colorito rosso, non credeva fosse un
colorito naturale, ma piuttosto dovuto all'assiduo e abbondante mangiare. Nel campo di Narni giunse dunque il re (Totila), ma uno
spirito maligno pervase il suo Spathario, di fronte a tutto l'esercito,
e iniziò a vessarlo crudelmente. Quando tutto questo apparve
dinanzi allo sguardo del re, egli venne condotto del venerando uomo
Cassio; questi fece il segno della croce ed elevò una preghiera a
Dio, per quell'uomo, affinché non perseverasse. E questo avvenne,
cosicché il re barbaro, da quel giorno, ebbe profondo rispetto per
lui, anche se non ne nutriva una buona impressione per via del suo
aspetto, ma lo considerò un uomo di grande virtù, e sembrava che il
suo animo si fosse piuttosto mitigato. Gregorio Magno, Dialoghi,
libro III, 6] 11

[“Di fulgenzio vescovo della città di Otricoli ... Infatti un certo


anziano chierico, che ancora è in vita e che fu testimone di quei
fatti, raccontava: 'Il vescovo Fulgenzio, che reggeva la chiesa di
Otricoli, incontrò il crudelissimo re Totila che gli era ostile;
allorché seppe che si avvicinava alla città con l'esercito, fu cura del vescovo mandargli dei donativi per mano dei chierici, per
tentare di placare, con in quel modo il suo furore. Ma quando egli li ricevette, con disprezzo ed irato, ordinò ai suoi uomini di
imprigionare il vescovo e trattenerlo affinché lui potesse interrogarlo. Al che quei Goti feroci lo trascinarono con loro e gli
ordinarono di rimanere in un luogo, dove tracciarono in terra un cerchio oltre il quale non doveva per nessun motivo porre il piede.
Così l'uomo di Dio rimase lì soffrendo per il grande calore del sole, circondato dai Goti e chiuso in quel cerchio. Ma subito il cielo
si oscurò, iniziò a tuonare e cadde talmente tanta pioggia, che quelli che lo avevano in custodia non potevano sopportarla; quindi vi
fu una grande inondazione, ma all'interno di quel cerchio tracciato a terra entro il quale stava l'uomo di Dio Fulgenzio, non cadeva

10 Vista la situazione disperata, nella primavera - estate del 544 Belisario venne nuovamente inviato in Italia. Il generale organizzò
la spedizione a sue spese e, con un esercito di 4.000 uomini tra Traci e Illirici, sbarcò ad Otranto riuscendo a liberarla dall'assedio;
tuttavia la scelta sbagliata della sede da cui condurre le operazioni militari, Ravenna, influenzò negativamente il proseguimento della
guerra: l'antica capitale dell'Impero d'Occidente era infatti poco adatta in quanto lontana da Roma e dal mezzogiorno d'Italia, che
bisognava liberare dai Goti. A influenzare negativamente la guerra contribuirono anche gli scarsi rifornimenti di uomini e mezzi,
dovuti, come sembra, alla gelosia di Giustiniano; per la carenza di denaro Belisario fu costretto a depredare gli Italici, causando tra le
altre cose la resa di Spoleto, che venne consegnata ai Goti da Erodiano a cui Belisario aveva chiesto dei soldi giungendo persino a
ricattarlo con ogni sorta di minacce. (Procopio, Storia Segreta, 8) Sempre per lo stesso motivo, Belisario fu costretto a viaggiare da
una postazione all'altra facendo il periplo per mare, non potendo affrontare una battaglia via terra contro i Goti per la sua inferiorità
numerica.(Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 10 – 11) Verso la fine del 545 Belisario lasciò Ravenna e si diresse
nuovamente a Durazzo, da dove inviò all'Imperatore ulteriori richieste di rinforzi, (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 13) e
venne raggiunto dai generali Giovanni e Isacco nell'inverno del 546; Belisario decise quindi di spingersi via mare verso Roma mentre
Giovanni sarebbe sbarcato in Calabria e lo avrebbe raggiunto via terra. Giunto a Porto, Belisario, tuttavia, vi rimane attesa di
Giovanni ma quest'ultimo, dopo aver soggiogato Puglia, Calabria, Lucania e Bruzio, decise di non spingersi oltre per la presenza dei
Goti a Capua. Secondo la Storia segreta di Procopio il rifiuto di Giovanni di raggiungere Belisario a Roma sarebbe dovuto ai suoi
timori di venire assassinato da Antonina, moglie di Belisario ed amica dell'imperatrice Teodora, a sua volta ostile allo stesso
Giovanni. (Procopio, Storia Segreta, 9)
11 Cassio fu consacrato vescovo di Narni il 9 ottobre del 536, l'incontro con Totila potrebbe essere avvenuto poco dopo quella data,
oppure tra il 542 e il 545, quando il re goto manovrava nell'Italia centro meridionale. A questo proposito Procopio fornisce due
notizie in sé contraddittorie: afferma per un verso che Belisario conquistò la città nella fase iniziale della guerra, fra il 535 e il 540
(De Bello Gothico 1,16-17) e, in seguito, che Narsete la costrinse alla capitolazione nel 552 (De Bello Gothico 4,33): l'incongruenza
si spiega ipotizzando che, nel frattempo, Narni fosse venuta in possesso di Totila. La lapide della tomba di Cassio dice che egli morì
il 30 giugno del 557 o 558; l'iscrizione, che secondo Gregorio, Cassio stesso compose per se e la moglie, recitava: “Cassius immerito
praesul de munere Christi / Hic sua restituo terrae mihi credita membra / Quem fato anticipans consors dulcissima vitae / Ante
meum in pace requiescit Fausta sepulchrum / Tu, rogo, quisquis ades, prece nos memorare benigna / Cuncta recepturum te noscens
congrua facis / SD. Ann. XXI. M. IX. D. X. Req. In pace / Prid. K. Iul. P.C. Basilii V.C. Ann. XVII Le ultime due righe dell'iscrizione
sono state aggiunte dopo la morte del vescovo.
neanche una goccia d'acqua. Quando la cosa venne riferita al crudelissimo re, in quella mente malvagia montò una grande
ammirazione per lui, e il suo insaziabile furore ne fu placato ...” Gregorio Magno, Dialoghi, libro III, 12]

15) ... Nel frattempo Belisario spedì al porto di Roma Valentino e una delle sue lance spezzate, di
nome Foca, distinto guerriero, con delle truppe, perché, insieme con il presidio già presente,
comandato da Innocenzio, si ponessero a guardia del castello di Porto, e, quando ne avessero
l'opportunità, facessero sortite contro l'accampamento nemico.
Così Valentino e Foca, inviati di nascosto dei messi a Roma, informarono Bessa che presto
avrebbero rapidamente attaccato il campo nemico, e che anch'egli, scelti i soldati più valorosi,
avrebbe dovuto correre in soccorso, appena iniziata la sortita, per operare così, insieme, contro i
barbari. Ma questo piano non piacque affatto a Bessa, sebbene egli avesse con se tremila soldati.
Così Valentino e Foca, piombati all'improvviso sul campo nemico con cinquecento soldati, ne
uccisero dapprima pochi, ma subito gli assediati si posero in armi. Ma poiché nessuno fece sortite
dalla città, quasi subito e quasi incolumi dovettero ritirarsi nel porto. Nuovamente spedirono dei
messi a Bessa, rimproverandolo per la sua esitazione; ed annunziarono che a breve avrebbero
tentato un altra incursione contro i nemici, cui avrebbe dovuto unirsi anche lui, al tempo opportuno,
con ogni sua forza. Ma quello, come prima, non volle cimentarsi in una sortita contro il nemico.
Valentino e Foca, però, decisi ad attaccare con maggiori truppe, già stavano facendo i preparativi,
quando un soldato dell'esercito di Innocenzio, disertando, passo da Totila e gli annunzio che il
giorno seguente ci sarebbe stata, dal porto, una sortita contro di lui. Questi dunque pose dei bravi
soldati in agguato, e il giorno seguente Valentino e Foca, con i loro, partiti all'attacco, perdettero
molti dei loro ed essi stessi rimasero uccisi. Solo pochi, a stento, ripararono dentro il porto.
Allora Vigilio, vescovo di Roma, che si trovava in Sicilia, spedì moltissime navi cariche di
frumento, stimando che in qualche modo i marinai sarebbero riusciti a giungere a destinazione.
Mentre le navi veleggiavano verso il porto di Roma, i nemici, accortisi del loro arrivo, giunsero per
primi al porto e si nascosero dietro le mura per impadronirsene senza difficoltà non appena fossero
giunte all'approdo. Coscienti di questo, quanti erano di presidio al porto, salirono tutti sui merli
agitando le vesti per far segno alle navi di non avvicinarsi, ma volgersi altrove dovunque fosse. I
marinai, tuttavia, non intesero il significato di quei gesti e pensarono, semmai, che i romani si
rallegrassero per il loro arrivo, e li invitassero ad entrare nel porto; ed avendo il vento favorevole
senza difficoltà entrarono.
Sulle navi si trovavano molti romani, tra cui un vescovo di nome Valentino. I barbari, usciti dai
nascondigli, s'impadronirono così delle navi, senza che nessuno opponesse resistenza; preso il
vescovo vivo, poi, lo condussero presso Totila; gli altri, invece, li trucidarono tutti, portandosi via le
navi con il carico (primavera estate 546).
Totila rivolse al vescovo quante domande ritenne, ma poi, accusandolo di menzogna, gli tagliò
entrambe le mani. Così andarono le cose; l'inverno venne al termine e si compì l'undicesimo anno
(545 - 546) di questa guerra di cui Procopio scrisse la storia 12.
“Di Cerbonio vescovo di Populonia: Un altro grande uomo dei nostri tempi, dalla vita venerabile, Cerbonio vescovo di Populonia,
diede prova della sua santità. Infatti poiché era solito offrire ospitalità, un giorno transitarono di lì dei militi chiedendo asilo, per
nascondersi dai Goti che li inseguivano, affinché le loro vite fossero risparmiate dalla ferocia di quelli. Al che il re dei Goti Totila,
quando la vicenda gli fu riferita, reso folle dalla rabbia e dalla sua crudeltà, ordinò che Cerbonio fosse condotto fino la luogo detto
'Meruli', che si trova all'ottavo miglio dall'urbe (Roma), dove aveva accampato l'esercito, e che fosse divorato da un orso come in
uno spettacolo per la popolazione. Allorché la notizia del supplizio si diffuse vi accorse una gran quantità di popolazione. Così il
vescovo venne condotto nel mezzo, e venne portato un enorme orso, che lo avrebbe crudelmente sbranato, per placare l'animo del re.
Una volta liberato l'orso giunse in mezzo alla cavea, e si gettò contro il vescovo ma subito perse la sua ferocia, e, chinato il capo e
chinatosi umilmente, inizio a lambirgli i piedi, come se, palesemente, a tutti fosse dato di intendere che, di fronte a quell'uomo di
Dio, gli uomini avessero mostrato il loro cuore feroce, e la bestia la sua umanità. Allora il popolo, che era venuto per assistere ad
uno spettacolo di morte, prese ad acclamarlo clamorosamente per l'ammirazione e la venerazione. Gregorio Magno, Dialoghi, libro
13
III, 11.

12 Sesto anno dopo il consolato di Basilio, indizione nona (546): 1) Vigilio, cinquantottesimo papa dall'apostolo Pietro, viene
convocato dall'imperatore, condotto via da Roma e giunge in Sicilia. 2) Totila occupa la Lucania e il Brizio, saccheggia Napoli e
assedia Roma. (Marcellini Comitis V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
13 Una plausibile collocazione cronologica per la vicenda possono essere gli anni 545 - 546 allorché, durante l’assedio di Roma,
l’esercito goto poteva essersi accampato sul litorale laziale.
16) ... In quel tempo i romani assediati a Piacenza, privi ormai di ogni vettovagliamento, spinti dalla
fame erano ridotti a fare pasti nefandi, fino a mangiarsi tra loro, e quindi capitolarono e
consegnarono Piacenza ai Goti.
Mentre così erano le cose anche a Roma, assediata da Totila, mancavano ormai le provviste
(inverno 546). Fra il clero romano vi era un diacono di nome Pelagio, il quale aveva trascorso
molto tempo a Bisanzio ed era amico dell'imperatore; provvisto di molto denaro, poco prima era
giunto a Roma, e nel corso dell'assedio si era prodigato e ne aveva spesa la maggior parte per i
bisognosi; così il buon nome di cui già godeva tra gli italiani si accrebbe.
I romani, ridotti allo stremo, persuasero così Pelagio a recarsi presso Totila per trattare una tregua di
pochi giorni, a patto che, se durante questa tregua non fosse giunto alcun soccorso da Bisanzio,
avrebbero consegnato se stessi e la città ai Goti. Con questa missiva Pelagio si recò presso Totila;
questi lo accolse con rispetto e benignità, e parlò per primo in questi termini: “Presso quasi tutti i
barbari è usanza rispettare gli ambasciatori, e io da sempre mi sono adoperato per fare onore a
coloro che come te, si distinguono per la loro virtù. Io poi ritengo che fare onore o spregio ad un
ambasciatore, non consiste nell'atteggiamento benevolo del volto, o nell'alterigia del parlare, ma
piuttosto nel rivolgergli parole sincere o mendaci; poiché costui è sommamente rispettato quando
lo si rimanda dopo avergli detto schiettamente il vero, ma all'ambasciatore si fa invece il massimo
spregio, se sene torni dopo aver udito parole menzognere o avviluppate. Dunque tu, o Pelagio,
qualunque cosa mi chiederai, potrai ottenere tutto, ad eccezione di tre sole cose, circa le quali
conviene non parlare nemmeno, affinché non sia, poi, colpa tua se non avrai ottenuto nulla di
quello per cui venisti, e non abbia tu ad incolpare noi dell'insuccesso; poiché il non approdare a
nulla può anche essere l'effetto del non aver fatto le domande appropriate alla condizione in cui ci
si trova. Intendo dire, con questo che tu non abbia a fare richieste per alcun siciliano, per le mura
di Roma, ne per i servi che si unirono a noi; poiché è impossibile che i Goti concedano la grazia ad
alcun siciliano, ne che queste mura rimangano in piedi, ne che i servi venuti a militare presso di
noi tornino a servire i loro padroni; e tene esporrò presto le ragioni perché tu non sospetti che io
parli senza considerazione. Quell'isola fu già un tempo felice per i proventi di denaro e per
l'abbondanza di ogni frutto che essa produce, tanto da essere non solo sufficiente per i suoi
abitanti, ma anche per voi stessi romani, che da essa traevate annualmente una abbondante
provvigione. Tanto è che un tempo i romani chiesero a Teodorico di non porre li un gran presidio di
Goti, perché nulla fosse di ostacolo alla loro libertà e alle loro attività. Così stavano le cose
quando l'esercito nemico vi approdò, non in grado di affrontarci apertamente, ne per il numero di
uomini, ne sotto ogni altro aspetto. I siciliani, allora, giunta la flotta , non informarono i Goti, non
si rinchiusero nelle fortezze, non fecero nulla per respingere il nemico, ma spalancarono loro le
porte delle città e l'accolsero a braccia aperte; come, oserei dire, i più infidi degli schiavi che da
tempo attendessero l'occasione per sfuggire dalle mani dei padroni e trovarne di nuovi a loro
sconosciuti. Così, muovendo da li come da una fortezza, i nemici senza fatica occuparono il resto
dell'Italia, e con questa anche Roma, portandovi dalla Sicilia una tale quantità di frumento da
bastare per un anno a tutti i romani assediati. Queste dunque sono le azioni dei siciliani che i Goti
non possono perdonare loro in nessun modo, giacché la gravità del peccato annulla negli offesi la
misericordia. Dentro queste mura, poi, i nemici si tengono rinserrati, e mai vollero scendere in
campo aperto per confrontarsi con noi; e con cavilli e raggiri ogni giorno tenendo i Goti lontano,
in maniera irragionevole si fecero padroni di quanto ci apparteneva. Conviene dunque che noi
provvediamo per non dover più patire, poiché chi già una volta si lasciò ingannare per ignoranza,
se vi ricadrà senza aver provveduto come l'esperienza gli avrebbe insegnato, non potrà invocare la
fortuna avversa, ma dovrà incolpare la propria imprudenza. Si può anche aggiungere che la
distruzione delle mura di Roma gioverà soprattutto a voi, perché in tal modo nessuna delle due
parti, in futuro, vi si rinserrerà e sarà privata del vettovagliamento dall'altra; ma si cimenteranno
in combattimento, e voi sarete premio del vincitore senza pericolo vostro. Quanto poi ai servi che
passarono a noi, diremo soltanto che se ora volessimo darvi in mano coloro che si unirono a noi
per combattere contro i nemici, e da noi ebbero la promessa di non essere mai rilasciati agli antichi
padroni, la nostra parola non avrebbe più valore neanche presso di voi; poiché non è possibile, non
lo è, che chi non rispetta la parola data al più misero degli uomini, si mostri poi fedele, nei suoi
impegni, verso chiunque altro; ma con chiunque esso prenderà a trattare, avrà la perfidia come
una delle caratteristiche della sua natura”.
Questo disse Totila, e Pelagio così gli rispose: “Dopo aver detto, o nobile, che hai grande rispetto
per me, sopra di tutto, e per il titolo di ambasciatore, mi hai poi trattato in maniera non
riguardosa; poiché io ritengo che, offende l'amico e il legato, non chi lo schiaffeggi o lo insulti, ma
bensì chi decida di rimandare senza alcun risultato quegli che venne da lui; infatti gli uomini non
accettano il titolo di ambasciatori per ottenere onorificenze da chi li riceve, ma per tornare a
coloro che li inviano con qualche buona conclusione, poiché è meglio che, seppure scherniti,
concludano qualcosa di ciò per chi vennero, anziché, accolti con blande parole, tornino defraudati
delle speranze. Dunque non so se mi convenga pregarti per le cose di cui tu stesso mi hai parlato. A
che pro tediare colui che rifiuta l'accordo prima di udirne gli argomenti ? ...”

17) Detto ciò Pelagio venne via. I romani vedendolo tornare senza aver concluso nulla ne furono
angustiati, e la fame cresceva e li tormentava ogni giorno sempre di più. I soldati, però, per i quali
non scarseggiava il vettovagliamento, non ne subivano. Pertanto i romani si riunirono e vennero di
fronte a Bessa e Conone, capitani dell'esercito imperiale, e con lacrime e gemiti così parlarono:
“Ci rimiriamo da tempo in tali miserie, o generali, che sebbene siamo ora dinanzi a voi stessi
ingiuriosi non potremmo per ciò meritare titolo di colpevoli; gli stremi bisogni costituiscono infatti
la miglior delle scuse. Giunti a non poter più sopperire a noi stessi ci facciamo al vostro cospetto
per esprimervi con parole e pianti le nostre calamità; ascoltateci dunque benignamente, né vi turbi
l'audacia del nostro parlare, ma tuttavia valutate, dalle nostre parole, la gravezza dei mali che
sopportiamo; l'inevitabile disperazione della salute fa dimenticare l'attitudine alla moderazione
delle azioni e delle parole. Considerate, se vi piace, o generali, che noi non fossimo più Romani, di
non aver più con voi quella schiatta, e comuni istituzioni civili; né che, per libera scelta,
accogliemmo fin dall'inizio, in città, le truppe di Cesare; ma considerate che noi fossimo da
principio vostri nemici, e quindi, impugnate le armi contro di voi, e battuti sul campo, fummo
ridotti per diritto di guerra alla servitù. Somministrate dunque ai vostri prigionieri il dovuto, e, se
non quanto si suole averne di consueto per la vita, ed a sufficienza per essa, almeno quanto basta a
prolungarne comunque la durata; cosicché, sopravvissuti, vi potremo almeno rispettare, come
vuole la consuetudine dei servi con i loro padroni. Ma in ultima ipotesi, anche se l'idea sola vi
inorridisce, ridonateci la libertà, dandovi la pena di dare ai vostri prigionieri la degna sepoltura.
Se poi neppure questo a noi è più concesso sperare, vi domandiamo, in grazia, almeno la morte;
consentite che poniamo una onesta fine alla vita, non negandoci neanche un dolce trapasso:
liberate il corpo di noi miseri dalle nostre immense sciagure”.
Bessa, udite le loro parole, rispose che non gli era possibili fornire loro vettovaglie, ucciderli
sarebbe stato empio, e lasciarli andar via non privo di pericoli. Assicurò, però, che Belisario sarebbe
presto giunto da Bisanzio con l'esercito, e in tal modo li congedò.
La fame intanto cresceva e li portava agli estremi e a ricorrere ad alimenti inconsueti e contro
natura. Inoltre Bessa e Conone, comandanti del presidio, che avevano riposto privatamente una gran
quantità di frumento dentro le mura di Roma, e i soldati stessi togliendolo dal proprio vitto, lo
rivendevano ai romani più ricchi per molto denaro; infatti un moggio 14 ne costava sette aurei.
Coloro che non erano agiati, tanto da potersi permettere un alimento così costoso, per un quarto di
quel prezzo compravano un moggio di crusca e mangiandola, pareva loro un cibo gradito e delicato,
tanto era il bisogno. Un bue, che gli scudieri di Bessa presero in una sortita, fu venduto per circa
cinquanta aurei. Un romano, poi, che avesse un cavallo morto era considerato fortunato, potendo
saziarsi con le carni della carogna.
Tutta l'altra popolazione non mangiava che ortiche, che crescevano in gran quantità presso le mura
14 Il termine moggio deriva etimologicamente dal latino módius, che era usato per la misura del grano, ma più spesso come unità di
misura della capacità (corrispondeva a circa 8⅔ litri), specie degli aridi. Dall'epoca romana generalmente la sua misura era cresciuta,
insieme con quella del suo principale sottomultiplo (lo staio, dal latino sextarius). A Milano corrispondeva ad esempio a 225,1 litri, a
Como a 153,9, a Venezia a 333,27. A Ginevra, il moggio era anticamente chiamato boiseau ed equivaleva a circa 9,9 litri.
o fra i ruderi della città; e perché quella pianta pungente non irritasse le labbra e la bocca, la
mangiavano dopo averla cotta. Finché dunque i romani ebbero monete d'oro da spendere, vivevano
comprando frumento e crusca; poi, venute quelle a mancare, portarono al mercato tutta la loro
mobilia e ne prendevano in cambio il cibo giornaliero. Infine quando i soldati imperiali non ebbero
più frumento da vendere ai romani, eccetto il poco che rimaneva a Bessa e Conone, ne i romani
ebbero di che pagarlo, tutti si rivolsero alle ortiche. Non essendo, però , quel cibo sufficiente e non
riuscendo a sfamarsi, si ridussero quasi tutti emaciati e il loro colore poco a poco mutò in livido,
rendendoli simili a spettri. Molti, mentre camminavano masticando ortiche, cadevano morti a terra
improvvisamente; altri già mangiavano tra gli escrementi l'uno dell'altro. Molti, tormentati dalla
fame, si suicidavano, non trovando più ne cani, ne topi, ne cadaveri di animali di cui cibarsi.
Vi fu un tale, romano e padre di cinque figli, i quali gli si fecero intorno prendendolo per le vesti e
chiedendogli da mangiare; costui, senza lamenti e senza mostrarsi turbato, ma celando in se il suo
tormento, invitò quindi i figli a seguirlo, come per recarsi a prendere del cibo; giunto però ad un
ponte sul Tevere, si legò la veste sul volto, e copertosi così gli occhi, si lanciò dal ponte nel fiume,
alla vista dei figli e di tutti i romani che lì si trovavano.
In seguito i comandanti imperiali, sempre in cambio di altro denaro, consentirono di andarsene dalla
città a tutti i romani che lo chiedevano; ne rimasero pochi, dato che quasi tutti fuggirono dove
potevano. Molti di essi, stremati nelle forze per la fame, morivano sulle navi o per la strada. Altri,
colti ancora in vita, vennero uccisi dai nemici. A tanto, la sorte, ridusse il senato e il popolo romano.

18) Per il Tevere studiò (Totila) questa misura; individuato un luogo, a circa novanta stadi dalla
città, dove il fiume ha un corso ristretto, vi pose delle lunghe travi che andavano da una riva
all'altra, come fosse un ponte, e, costruite su entrambe le sponde due torri di legno, vi pose un
presidio di uomini valorosi, affinché i navigli, o altre imbarcazioni che fossero risalite dal porto,
non potessero avere accesso alla città.
Nel frattempo Belisario era approdato al porto di Roma, e vi rimase nell'attesa dell'arrivo di
Giovanni con le sue truppe. Questi, intanto, era già passato per la Calabria, senza che i Goti sene
accorgessero, in quanto, come abbiamo detto, si trovavano presso Brindisi. Sorpresi due nemici che
andavano in esplorazione, uno lo uccise subito, mentre l'altro, gettatosi ai suoi piedi, lo pregò di
prenderlo vivo, “poiché” disse “altrimenti io non potrò essere utile a te e all'esercito romano”. A
Giovanni, che lo interrogava sul modo in cui si sarebbe reso utile se lasciato vivere, quello rispose
che li avrebbe condotti a piombare sui Goti quando meno se lo aspettavano. Giovanni acconsentì
alla proposta, ma non prima che egli avesse mostrato dove fossero i pascoli dei cavalli; ed avendo
acconsentito a tutto ciò, il barbaro, egli andò con lui, e, dapprima rinvennero i cavalli del nemico
che pascolavano, vi montarono sopra tutti coloro che si trovavano a piedi, ed erano molti e valorosi,
quindi al galoppo corsero verso il campo nemico. I barbari, sorpresi impreparati e senza armi,
stupiti dall'improvviso attacco, senza dare alcuna prova di coraggio, vennero in gran parte uccisi, e
solo pochi, scampati, si recarono presso Totila.
Giovanni, nel frattempo, con esortazioni e promesse cercava di convincere tutti i calabri a
sottomettersi all'imperatore, promettendo loro grandi favori da parte sua e dell'esercito romano.
Quindi, partito da Brindisi, occupò la città chiamata Canosa, che si trova nel centro delle Puglie e
dista da Brindisi cinque giorni di cammino, per chi vada verso ovest e verso Roma ...
... A Canosa un certo Tulliano, figlio di Venanzio, cittadino romano che possedeva grande autorità
tra i Bruzi e i Lucani, si fece ricevere da Giovanni per fare le proprie rimostranze contro i soldati
dell’imperatore, a causa di ciò che gli Italici avevano dovuto patire per colpa loro, ma anche per
promettere che, se d’allora innanzi li avessero trattati con equità, egli avrebbe garantito la
sottomissione dei Bruzi e dei Lucani, i quali sarebbero diventati di nuovo sudditi e tributari
dell’imperatore, come già in precedenza. Non era stato infatti per loro libera scelta che si erano
assoggettati a uomini barbari e ariani, ma perché costretti con la violenza dai nemici, e per di più
trattati con ingiustizia dai soldati imperiali.
Giovanni gli assicurò che per l’avvenire gli Italici avrebbero ricevuto soltanto benefici da parte dei
Romani, e Tulliano si schierò a suo favore. Di conseguenza i nostri soldati non nutrirono più alcun
sospetto nei riguardi degli Italici, e la maggior parte delle popolazioni che abitavano lungo il Golfo
divennero loro amiche e sottomesse all’imperatore.

19) Belisario, temendo che la fame spingesse gli assediati a qualche gesto estremo, escogitava il
sistema per introdurre vettovagliamenti in Roma; poiché non aveva truppe sufficienti per tener
fronte ai nemici in campo aperto, ideò questo espediente (inverno 546). Messe insieme e congiunte
saldamente due barche molto larghe, su di esse innalzò una torre di legno molto più alta di quelle
che i nemici avevano poste ai lati del ponte di travi, poiché era già riuscito ad avere la misura esatta
di quelle, mandandovi alcuni dei suoi, che si erano fatti passare per disertori presso i barbari. Quindi
prese duecento navi da corsa, le munì di una parete di legname tutto intorno e le mise sul Tevere,
dopo aver praticato delle aperture lungo i recinti di legno, da dove poter tirate contro i nemici.
Quindi su queste navi caricò molto frumento e molte altre vettovaglie, e vi fece montare molti
soldati dei più valorosi. Altri soldati, a piedi e a cavallo, li collocò nei luoghi più forti ai due lati
della foce del Tevere, con l'ordine di tenersi la fermi, e, se mai i nemici avessero tentato di andare
verso il porto, glielo avessero impedito con ogni loro forza.
Quindi fece recare al porto Isaace, e sa lui affidò la città, la sua moglie, e i suoi beni che la aveva, e
gli ordinò di non allontanarsi in nessun caso, neppure se gli avessero riferito che Belisario fosse
stato ucciso dai nemici; ma fosse piuttosto rimasto alla guardia, affinché, nel caso di sorte avversa,
essi avessero pronto un luogo dove rifugiarsi e porsi in salvo. Infatti in nessun luogo di quel paese
essi disponevano di una piazzaforte, ma ogni luogo gli era nemico.
Salito egli stesso su una delle navi, si pose al comando della flotta, ed ordinò che venissero trainate
le barche su cui aveva fatto innalzare la torre. In cima a questa collocò uno scifo ripieno di pece,
zolfo, resina ed ogni altra sostanza infiammabile o adatta ad alimentare il fuoco. Dall'altra parte del
fiume, per chi da Porto va verso Roma, si tenevano pronte al soccorse le truppe di fanteria.
Il giorno precedente aveva mandato un messaggio a Bessa, ordinandogli, l'indomani, di sortire con
molte truppe per tenere occupato il campo nemico, ordine che già molte volte aveva dato; ma bessa
ne prima, ne in quell'occasione, volle eseguire gli ordini, perché a lui solo, ormai, rimaneva
abbastanza frumento. Infatti, quando i generali, in precedenza, avevano spedito dalla Sicilia a Roma
grano a sufficienza per i soldati e per tutto il popolo, egli, lasciatone pochissimo per la popolazione,
lo aveva preso e nascosto in gran parte con la scusa di serbarlo per i soldati; invece lo aveva
venduto ad un prezzo altissimo ai senatori, e per questo non voleva che l'assedio fosse tolto.
Dunque Belisario, con la flotta romana, procedeva faticosamente navigando contro corrente; I Goti
in nessun luogo lo contrastarono, ma rimanevano negli accampamenti. Giunti in prossimità del
ponte, incapparono in un presidio nemico che era stato collocato su entrambe le rive del fiume, a
guardia della catena di ferro che poco prima Totila aveva fatto collocare da una sponda all'altra del
Tevere, affinché ai nemici fosse impedito avvicinarsi al ponte. Presero, dunque, a tirare contro di
loro, alcuni ne uccisero, altri li posero in fuga; quindi, tolta la catena, giunsero al ponte, dove si
addivenne alle mani.
I barbari dalle torri resistevano valorosamente, ed altri, usciti dagli steccati accorrevano al ponte;
quindi Belisario, fatte accostare le barche su cui aveva montato la torre, all'altra torre che sorgeva
sull'acqua del fiume presso la via Portuense, ordinò che si desse fuoco allo scifo, e che venisse
scagliato sopra la torre nemica; questo venne fatto, e lo scifo, caduto sulla torre, subito la incendiò,
e con essa tutti i Goti, circa duecento. Con essi morì bruciato anche il loro capo Osda, uno dei più
forti in battaglia fra tutti i Goti.
Preso coraggio i romani continuarono a tirare contro i barbari che giungevano dagli steccati, e
quelli, impauriti da quanto accadeva, volsero la schiena e si misero in fuga ognuno per se. Nel
frattempo già i romani avevano toccato il ponte e si apprestavano a disfarlo, per procedere oltre e
giungere a Roma senza altro impedimento. Ma la sorte non volle che questo avvenisse, ed un genio
avverso, con un evento contrario, mandò a monte i piani dei romani, nel modo seguente.
Mentre i fatti erano al punto che abbiamo narrato, giunse a Porto una notizia malaugurata, secondo
la quale Belisario aveva vinto, tolta la catena, uccisi i barbari che erano a guardia, e tutto il resto
come narrato. Come udì questo Isaace non riuscì a trattenersi dal desiderio di avere una parte in
quella vittoria, e, trascurati gli ordini di Belisario, passò sull'altra riva del fiume, dove si trova Ostia;
presi con se cento di quei soldati che Belisario vi aveva collocato, andò addosso allo steccato
nemico, presidiato da Ruderico, valoroso guerriero, e con un assalto repentino colpì, insieme ad altri
barbari, Ruderico stesso che gli veniva contro. I Goti, quindi, abbandonato il campo si ritirarono,
forse supponendo che dietro Isaace vi fossero molti altri nemici, oppure per beffarli con la ritirata e
poterli poi sopraffare, come infatti avvenne.
I soldati di Isaace, entrati nello steccato, saccheggiarono le suppellettili e ogni altra ricchezza che vi
trovarono. I Goti, però, tornati subito indietro, trucidarono molti dei nemici, e presero vivo Isaace
con pochi altri. I cavalieri, recatisi di corsa presso Belisario, diedero la notizia della cattura di
Isaace, e Belisario, stupito da quanto accadeva, non riuscendo a comprendere il perché della
cattura, immaginò che Porto, con la sua moglie e ogni cosa, fosse stata presa, e che non rimanesse
più alcun baluardo dove riparare; così rimase interdetto, cosa che mai prima gli era accaduta. Allora
immediatamente ritirò l'esercito per dare addosso ai nemici e recuperare la piazza; e le truppe
romane si mossero da li senza aver concluso nulla.
Giunto al porto, Belisario si avvide del danno causato da Isaace e dell'errore in cui era caduto, e
prostrato per la fortuna avversa sene ammalò; una febbre persistente lo travagliò e lo mise perfino in
pericolo di vita (inverno 546).
Due giorni dopo Ruderico morì e Totila, addolorato per la sciagura, fece uccidere Isaace.

20) Nel frattempo Bessa, con la vendita del frumento, accumulava ricchezze aumentando i prezzi a
chi ne aveva bisogno; e tutto preso da questo commercio non si prendeva nessuna cura della
custodia della città, ne della difesa di alcuno; tutti i soldati potevano starsene ad oziare; sulle mura
in pochi stavano di guardia, e quei pochi la trascuravano, in quanto quelli a cui toccava il turno
potevano starsene a dormire a loro piacimento, non essendovi nessuno che sorvegliasse; ne vi erano
ronde che percorressero le mura, come è consuetudine, ed osservassero cosa stesse accadendo.
Oltre a questo neanche gli abitanti potevano collaborare alla guardia, essendone rimasti ben pochi, e
questi anche mal ridotti per la fame.
Così accadde che quattro isauri che stavano di guardia alla porta Asinaria, colto il momento in cui a
quelli che dovevano sostituirli toccava riposare, e ad essi era affidata la custodia di quella parte
delle mura, sospesero ai merli delle funi che giungevano al suolo, e, aggrappatisi a quelle con
entrambe le mani, uscirono dalla cinta. Recatisi, poi, presso Totila, gli offrirono di accogliere lui con
l'esercito goto in città, affermando di essere in grado di farlo facilmente. Il re promise loro grandi
ricchezze, e li rimandò con due del suo seguito perché esaminassero il punto da cui, dicevano, i Goti
sarebbero potuti entrare nella città.
Giunti alle mura, costoro afferrarono le funi e salirono sui merli senza che nessuno sene accorgesse
o desse l'allarme. Quindi gli isauri mostrarono loro ogni cosa, la facilità con cui sarebbero potuti
salire senza impedimento, e come potessero anche tornarsene via incolumi; quindi li congedarono
affinché riferissero tutto a Totila. Udita la notizia Totila ne fu contento, ma non volle fidarsi del tutti
di quegli isauri. Pochi giorni dopo costoro tornarono incitandolo a compiere l'impresa, ed egli
mandò altri messi perché anche loro valutassero la cosa e gliene riferissero. Ed anche questi, una
volta tornati, riferirono il tutto come già i primi.
Frattanto parecchi soldati romani mandati in esplorazione, non molto lontano dalla città, si
imbatterono in dieci Goti che si aggiravano, e, catturati, li portarono a Bessa. Questi interrogò i
barbari circa le intenzioni di Totila, e quelli gli rivelarono il fatto che confidava in alcuni isauri per
avere la città, dal momento che la cosa era giunta alle orecchie di molti barbari. Ciò nonostante
Bessa e Conone, udita la cosa, non sene diedero peso e non presero provvedimenti. Gli isauri, nel
frattempo, recatisi da Totila per la terza volta, tornarono ad incitarlo, ed egli mando con loro uno dei
suoi parenti insieme ad altri; ed anche questi, tornati, riferirono ogni cosa e lo spronarono a
compiere l'impresa.
Così Totila, quando scese la notte, messo silenziosamente in armi l'intero esercito, lo condusse alla
porta Asinaria, ed ordinò a quattro Goti, distinti per coraggio e forza, di salire per le funi fino ai
merli insieme con gli isauri, cogliendo quel momento della notte, quando agli isauri toccava la
guardia di quella parte delle mura, mentre gli altri avevano il turno di riposo. Costoro entrati nelle
mura scesero alla porta Asinaria, senza che nessuno glielo impedisse, e con le scuri ruppero il legno
che, innestato nel muro da entrambi i lati, tiene chiusi i battenti delle porte, come pure tutti i
serramenti nei quali i guardiani, introducendo le chiavi, chiudevano o aprivano le porte, a seconda
del bisogno. Così, spalancata la porta, facilmente fecero entrare in città Totila con tutto il suo
esercito (17 dicembre 546).
Totila, però, raccolti tutti gli uomini, non permise che si sparpagliassero, temendo qualche trappola
tesa dai nemici. Vi fu, invece, un gran trambusto nella città, la maggior parte dei soldati, con i loro
comandanti, ciascuno come poté, fuggirono via per le altre porte. Altri insieme con i romani si
rifugiarono nelle chiese. Tra i patrizi, Decio 15 e Basilio 16, con altri che erano provvisti di cavalli,
riuscirono a fuggire insieme con Bessa, Massimo 17, Olibrio 18, Oreste 19 e pochi altri, e ripararono
nel tempio dell'apostolo Pietro. Della popolazione, in tutta la città, non rimanevano che cinquecento
persone, che a stento poterono rifugiarsi nelle chiese. Tutti gli altri erano fuggiti in altre contrade o
erano morti d'inedia, come già prima riferii.
Molti, dunque, vennero ad annunziare a Totila la fuga di Bessa e dei nemici, ed egli, esprimendo il
suo gradimento, non permise che fossero inseguiti, “Perché”, disse, “quale cosa può risultare più
gradita ad un uomo, che la fuga dei suoi nemici ?”
Fattosi il giorno e cessato l'allarme per eventuali agguati, Totila si recò a pregare nel tempio di
Pietro l'apostolo, mentre i Goti trucidavano quanti potevano; in questo modo perirono ventisei
soldati e sessanta del popolo. Giunto Totila nel tempio, gli si fece davanti Pelagio, portando in mano
il libro sacro dei cristiani, e con fervore lo pregò: “Risparmia, o signore, la tua gente”; e lui,
ridendo: “Ora tu, Pelagio, vieni a pregarmi !” “Perché”, rispose, “Dio mi ha reso tuo servo, ma tu,
signore, risparmia i tuoi servi”.
Totila accolse quella preghiera, e vietò ai Goti di uccidere ancora chicchessia dei romani, e ordinò
che le cose più preziose fossero serbate per lui, mentre di tutto il resto avessero liberamente fatto
bottino. E molte ricchezze vennero trovate nelle case dei patrizi, in particolar modo dove era la
dimora di Bessa, come se quell'infame prezzo del frumento, di cui parlammo, lo avesse raccolto per
Totila.
E così tutti i romani, e gli stessi senatori, in vesti da schiavi, furono ridotti a vivere mendicando il
pane, ed ogni altro bene, dai nemici; e girando per le case, bussavano alle porte e pregavano per
15 Si tratta forse di Flavio Decio Paolino (ca. 534), console d'occidente nel 534, per nomina di del re degli Ostrogoti Atalarico.
Membro dell'antica famiglia dei Decii; figlio di Basilio Venanzio (console nel 508) e fratello di Flavio Decio (console nel 529), era
ancora molto giovane quando iniziò il suo consolato nel 534; la sua elezione venne confermata dall'imperatore Giustiniano I, suo
collega. Paolino fu l'ultimo console nominato a Roma; dopo la sua elezione scoppiò la guerra tra l'Impero d'Oriente e gli Ostrogoti.
Atalarico non nominò alcun console per il 535.
16 Anicio Fausto Albino Basilio (ca. 541-547), ultimo console della storia romana, nel 541 (se si esclude il consolato di Giustino II
nel 566). Non sono note le sue origini, ma il suo nome suggerisce che appartenesse alla famiglia romana dei Decii; forse è un nipote
del console del 480, Basilio, e forse figlio del console del 493, Albino. Il 1º gennaio 541 assume il consolato a Costantinopoli senza
collega, con i titoli di Vir Inlustris, Comes Domesticorum, Patricius e Consul Ordinarius. Era a Roma quando Totila entrò in città, il
17 dicembre 546, e fuggì a Costantinopoli.
17 Flavio Anicio Massimo (+ 552) ottenne il consolato in Occidente “sine collega” nell'anno 523; in tale occasione ottenne il
permesso, da Teodorico, di celebrare l'evento con delle venationes nell'anfiteatro Flavio, ma il re si sarebbe poi lamentato dello
spreco di denaro. Tra il 525 e il 535 fu elevato al rango di patricius; Teodato gli diede in moglie nel 535 una principessa ostrogota, lo
nominò primicerius domesticus e gli assegnò le proprietà di Marciano, che in seguito Giustiniano I gli fece dividere con Liberio.
Durante la guerra, nel 537, fu allontanato da Roma con altri senatori per volere di Belisario, il quale temeva un intesa tra loro e i Goti
assedianti, ma vi rientrò alla fine dell'assedio (538). Il 17 dicembre 546, quando Baduila riuscì a prendere l'Urbe, Massimo e altri
senatori si nascosero nella basilica di San Pietro in Vaticano. Catturato e inviato in Campania, si trovava ancora lì quando, nel 552,
Narsete liberò Roma; i senatori si incamminarono per rientrare in città, ma i Goti che li custodivano, inferociti dalla morte di Baduila,
li uccisero tutti.
18 Flavio Anicio Olibrio iunior, appartenente alla nobile famiglia degli Anicii, era stato console nel 526, “sine collega”; ebbe poi il
rango di patricius. Si trovava a Roma quando Baduila la conquistò il 17 dicembre 546; assieme ad altri patrizi (tra cui Rufio
Gennadio Probo Oreste e Flavio Anicio Massimo), si rifugiò nella Basilica di San Pietro in Vaticano, ma venne catturato ed esiliato in
Italia meridionale.
19 Flavio Rufio Gennadio Probo Oreste, era probabilmente figlio di Rufio Magno Fausto Avieno, console del 502; fu console
d'Occidente nel 530, sotto il re degli Ostrogoti Atalarico. Quando, nel corso della Guerra gotica, Baduila occupò Roma, entrandovi il
17 dicembre 546, Oreste si rifugiò assieme ad altri patricii nella Basilica di San Pietro in Vaticano. In seguito, con altri senatori, fu
esiliato in Italia meridionale, dove, nell'estate del 547, venne liberato dal generale Giovanni, e inviato assieme agli altri senatori in
Sicilia.
avere del cibo senza averne vergogna. La stessa sorte toccò a Rusticiana, moglie di Boezio e figlia
di Simmaco; i Goti, invero, avrebbero preferito ucciderla, accusandola di aver elargito denaro ai
generali dell'esercito romano, e di aver distrutto le immagini di Teodorico per vendicare l'uccisione
di Simmaco, suo padre, e del consorte Boezio. Totila, invece, ordinò che non le fosse fatto alcun
male, ma la proteggette contro ogni ingiuria, come anche tutte le altre (matrone), quantunque molti
Goti agoniassero di giacere con esse. Così nessuna di loro, ne maritata, ne ragazza, ne vedova, subì
alcuna violenza nella persona, e Totila, per questo, si guadagnò la fama di persona prudente e
moderata 20.

21) Il giorno seguente Totila, convocati tutti i Goti, parlò loro così: “Non vi ho raccolti qui,
commilitoni, per darvi nuovi ordini, ma per dirvi cose che già più volte vi dissi, da voi bene accolte,
e che recarono grandissimi vantaggi. Non per questo ora vogliate dare meno peso alle mie
ammonizioni. Infatti non si addice all'uomo il sentirsi sazio delle parole che mirano al bene, anche
se ripetute fino alla noia, perché non è mai da sottovalutare il beneficio che sene trae. Ripeto
dunque che noi solo poco tempo fa, mentre avevamo un esercito di duecentomila uomini
valorosissimi, abbondanti ricchezze e un gran numero di cavalli e di armi, e vantavamo una grande
schiera di uomini provetti e assennati (il che si considera un grande vantaggio in guerra), fummo
poi vinti da settemila greci e brutalmente spogliati del regno e di ogni altra cosa. Ora invece, che
siamo ridotti a pochi, nudi, miserabili e incapaci di tutto, siamo riusciti a vincere più di ventimila
nemici. I fatti, in breve, sono questi, e così andarono le cose, come voi ben sapete: poiché i Goti, in
precedenza, sacrificarono l'equità ad ogni altra cosa, giunsero a commettere scelleratezze, come
tra loro e così verso i sudditi romani; per questo avvenne che Dio venne indotto a combattere con i
nemici e contro di noi. Così avvenne che, quantunque di gran lunga superiori per numero e valore
e per ogni altra prestanza bellica, fummo vinti da forze scarse e disorganizzate. Sta ora a voi,
dunque, conservare i beni acquisiti, se vorrete rispettare la giustizia; se infatti vene allontanerete,
anche Dio presto vi tornerà nemico. Infatti egli non usa allearsi con gli uomini a seconda della
stirpe o dell'essere di una nazione, ma a seconda del fatto che da essi venga rispettata la ragione e
la giustizia. Ne a lui costa fatica far passare il bene degli uni agli altri; poiché l'uomo non ha che
la sola facoltà di astenersi dal fare del male, ma Dio a in facoltà e in suo potere tutte le cose.
Ripeto, dunque, come sia utile che vi atteniate alla giustizia, così tra voi come verso i sudditi; il che
è come dire che vi assicurerete perenne prosperità”.
Dopo aver così parlato ai Goti, Totila convocò il senato romano, volse a loro molti rimproveri e li
redarguì con scherno, perché dopo tutto il bene loro fatto da Teodorico e Atalarico, dopo essere stati
sempre confermati in tutte le magistrature, preposti la governo e ricoperti di ricchezze, si
mostrarono tanto ingrati verso i Goti loro benefattori, e, con loro stesso danno, fecero defezione
chiamando i greci nella loro patria, divenendo, così, traditori di se stessi; chiese loro, anche, quale
torto avessero mai sofferto da parte dei Goti, e se alcunché di buono fosse venuto loro
dall'imperatore Giustiniano, enumerando in seguito tutti i fatti; come fossero state tolte loro quasi
tutte le magistrature, e come, vessati dai Logotheti, con la forza fossero stati costretti a rendere
conto della loro amministrazione sotto i Goti, e di come, sia fra le calamità della guerra che in
tempo di pace, fossero costretti a versare tributi ai greci. E altre cose ancora aggiunse nel suo
discorso, quali si addicono al signore che riprende avventatamente i suoi servi.
Mostrando poi loro Erodiano e gli isauri che avevano aperto la città a tradimento disse: “voi, che
foste allevati dai Goti, non avete voluto, fino ad oggi, concederci alcun luogo, seppure deserto;
costoro invece ci accolsero qui in Roma e a Spoleto. Rimaniate dunque voi in qualità di schiavi, e
costoro, che si fecero amici e affini dei Goti, abbiano in avvenire le vostre cariche”.

20 “Totila, per colpa degli isauri, poté entrare a Roma nel giorno sedicesimo dalle calende di gennaio (17 dicembre 547), distrusse
le mura, incendiò molti edifici e saccheggiò le ricchezze dei romani come bottino. Poi gli stessi romani li condusse prigionieri in
Campania. E così dopo quaranta giorni di devastazioni Roma rimase desolata, e non vi si trovava più ne un uomo ne una bestia”.
Cont. Marcell. Anno 547; “In quell'anno Baduila re dei Goti, presa Roma la spopolò, abbatté in parte le mura e incendiò la città”.
Marius Aventic. Anno 547; “Alcuni membri dell'assemblea del senato, fuggiti dall'urbe, erano giunti afflitti a Costantinopoli, e
narrarono le loro sventure e le calamità di Roma all'imperatore. Questi immediatamente nominò Narsete, eunuco e suo cubiculario,
esarca per l'Italia; e questi si diresse prontamente verso Roma, afflitta, per darle soccorso”. Landolfo Sagace, Historia Miscella,
XVIII, 19
Tutto questo i patrizi lo ascoltarono in silenzio; Pelagio, tuttavia, non smise di pregare Totila per
quegli uomini decaduti e sventurati, finché li congedò promettendo clemenza.
In seguito inviò Pelagio, ed un causidico di Roma di nome Teodoro, come ambasciatori presso
l'imperatore Giustiniano (inizio del 547); dopo averli fatti giurare che avrebbero parlato in suo
favore ed avrebbero fatto in modo di rientrare in Italia al più presto, diede loro mandato di fare
qualunque passo perché l'imperatore concludesse la pace con lui, affinché non fosse costretto a
radere al suolo tutta Roma e trucidare i senatori per poi portare la guerra nell'Illirico. Consegnò loro
anche una lettera per l'imperatore, il quale del resto era già informato degli avvenimenti in Italia.
Giunti presso di lui gli ambasciatori riferirono quanto appreso da Totila e gli consegnarono la sua
missiva. Questa diceva: “Quanto già avvenuto a Roma, supponendo che tu sia stato informato di
ogni cosa, lo passerò sotto silenzio; presto saprai, invece, per quale motivo ho inviato a te questi
ambasciatori. Noi chiediamo che gli stessi beni della pace che tu procacci per te stesso, li conceda
a noi; dei quali, del resto, possiamo portare esempi bellissimi, come Anastasio e Teodorico, che
regnarono in pace non molto tempo fa, e riempirono di pace e benessere tutto il loro tempo. Se
questa sarà anche la tua scelta, ben volentieri ti chiamerò padre mio, e sempre chi avrai tuoi alleati
contro chiunque”.
Come ebbe letto questo, e udite le comunicazioni degli ambasciatori, li congedò senza rispondere
altro ad essi, ne scrivere nulla a Totila, se non il fatto che Belisario era stato nominato comandante
generale per la guerra, e quindi a lui era rimesso il fatto di accordarsi con Totila come ritenesse 21.

22) Mentre gli ambasciatori si recavano a Bisanzio, e poi di nuovo in Italia, nella Lucania avveniva
quanto segue. Tulliano, raccolti i contadini di quella regione, si era posto a guardia dell'angusto
passo che vi conduce, affinché i nemici non invadessero quella terra. Insieme a questi vi erano, a
guardia, anche trecento Anti, che Giovanni, dietro richiesta di Tulliano, vi aveva lasciati, perché
questi barbari sono abilissimi a combattere in località disagiate (prima metà del 547).
Saputo questo Totila non reputò conveniente inviare Goti per tale impresa, e, raccolta una
moltitudine di contadini, li inviò, sotto il comando di alcuni Goti, con l'ordine di varcare il valico
con la forza. Venuti così alle mani, vi fu un grande attaccarsi e respingersi da entrambe le parti; ma
gli Anti, favoriti dal loro valore e dall'asprezza del luogo, insieme ai contadini di Tulliano, misero in
fuga i nemici, facendone strage.
Alla notizia Totila decise di radere al suolo Roma, e, lasciata lì gran parte dell'esercito, marciare con
il resto contro Giovanni e i lucani. Così egli disfece la cinta muraria in più punti, per circa un terzo
di tutto il circuito, e già stava per mettere a fuoco i più belli ed esimi edifici, e trasformare Roma in
pascolo per greggi, quando Belisario, appreso questo, spedì dei messi con una lettera presso di lui:
“Gli uomini saggi e che apprezzano le leggi del vivere civile, sono soliti rendere adorne di belle
opere d’arte le città che non ne possiedono; è costume invece degli uomini stolti di derubarle dei
loro ornamenti, tramandando così ai posteri, senza vergogna, il ricordo della loro pravità. Ora, di
tutte le città su cui splende la luce del sole, Roma è la più grande e la più mirabile. Infatti essa è il
risultato non dalla potenza di un solo uomo, ma di tutta una lunga serie di imperatori; l’unione
dell’opera degli uomini più illustri, facendo uso di ricchezze infinite per tanti e tanti anni, l’hanno
resa splendida dei capolavori degli artisti, raccolti in tutto il mondo. E quegli uomini, edificando
questa città a poco a poco, la lasciarono, così come tu la vedi, ai posteri, a monumento della virtù
del mondo. Per la qual cosa, chi facesse oltraggio a tanta grandezza, si renderebbe reo di grave
delitto verso tutti gli uomini dei tempi futuri. Infatti egli priverebbe gli avi del monumento del loro
valore, e ai nipoti toglierebbe la possibilità di godere della vista delle opere eccelse degli antenati.
Poiché le cose stanno così, tu devi confessare che necessariamente una di queste due cose deve
accadere: o tu in questa guerra sei vinto dall’imperatore, oppure, se ciò può essere possibile, sei tu
a batterlo. Ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua
propria, o chiarissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del

21 Secondo l'anonimo continuatore della Cronaca di Marcellino Comes, i Goti nell'anno 547 inviarono una delegazione
all'imperatore, guidata dal vescovo di Assisi Avenzio (Aventius); di questo fatto Procopio non fa parola. Potrebbe dunque trattarsi
della delegazione, con Pelagio e Teodoro, mandata da Totila dopo la presa di Roma. Assisi era già in mano ai Goti e il vescovo di
quella città potrebbe averne fatto parte
più splendido possedimento della terra. Se invece la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di
Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione
sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio. Fatta
l’opera, scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà: infatti la bella o brutta
fama dei principi dipende necessariamente dalle loro gesta”.
Totila, letta quella lettera e fatta attenta riflessione sugli ammonimenti, non fece più altro male a
Roma ...
La gran parte dell'esercito la collocò non lontano dalla città, alla distanza di circa centoventi stadi a
occidente, facendoli accampare ad Algido 22 con ordine di tenere il posto, affinché Belisario non
avesse alcuna possibilità di lasciare il porto.
Quindi egli, con il resto dell'esercito, mosse contro Giovanni e la Lucania; portò con se i senatori
romani, e gli altri cittadini, con le mogli e i figli, li mandò in Campania, non permettendo che
alcuno rimanesse in Roma, e lasciando la città del tutto deserta.
Giovanni, udito che Totila era in marcia contro di lui, non si trattenne nelle Puglie e si ritirò ad
Otranto. I patrizi che erano stati trasferiti in Campania, dietro suggerimento di Totila, mandarono
allora in Lucania alcuni loro servi per invitare gli agricoltori di quella regione (che erano loro
dipendenti), a desistere dalla difesa del passo e a tornare a coltivare le proprie campagne come
avevano sempre fatto, riferendo loro che avrebbero potuto tenere per sé i prodotti della terra che
sarebbero spettati ai proprietari. Quelli, perciò, si licenziarono dall’esercito imperiale e tornarono
lieti ai propri campi, cosicché Tulliano fu costretto a ritirarsi di là e i trecento Anti decisero di
ricongiungersi con le truppe di Giovanni. In questo modo tutta la regione a sud del Golfo Ionico,
eccetto Otranto, divenne di nuovo soggetta ai Goti e a Totila, e i barbari, rianimati da questo
successo, si diedero a fare scorrerie per ogni dove, divisi in piccoli gruppi.
... Totila, raccolti tutti coloro che aveva con se, pose l'accampamento presso il monte Gargano, che
si eleva in mezzo alla Puglia, nel campo dell'africano Annibale, e li si fermò 23.

23) Frattanto uno di coloro che dopo la presa di Roma erano fuggiti con Conone, di nome
Martiniano, nativo di Bisanzio, si presentò a Belisario pregandolo di lasciarlo andare presso Totila,
come fosse un disertore, e promettendogli di fare qualche azione che sarebbe tornata utile ai romani;
avutane licenza da Belisario partì. Totila nel vederlo se ne compiacque molto, poiché aveva saputo,
e visto più di una volta, come quel giovane si distinguesse nelle lotte dei gladiatori. E poiché i due
figli e la moglie di lui si trovavano tra i prigionieri, gli permise di riprenderli, ma trattenne un figlio
come ostaggio; quindi lo inviò con alcuni altri a Spoleto. I Goti, allorché ebbero preso Spoleto,
dopo la resa di Erodiano, avevano accuratamente murati gli ingressi del luogo che, situato davanti
alla città, era destinato alle cacce urbane, detto anfiteatro, e vi avevano posto un presidio di Goti e
disertori romani, perché custodissero la località. Martiniano dunque (v. inizio capitolo), essendo
riuscito a venire in contatto con costoro, li persuase ad operare contro i barbari e poi tornarsene al
campo dei romani; quindi spediti alcuni presso il comandante del presidio di Perugia, gli ingiunse di
mandare al più presto delle truppe a Spoleto, manifestando a lui le sue intenzioni.
Al comando del presidio di Perugia si trovava allora l'Unno Oldogandone, dopo che Cipriano era
stato ucciso a tradimento da una delle sue guardie, come già narrai; egli con le sua truppe marciò
dunque su Spoleto.
Martiniano, appena seppe che quelle truppe si apprestavano, con i quindici soldati che era riuscito a
trarre dalla sua parte, prontamente trucidò il comandante del presidio, aprì le porte e accolse i

22 Monte Algido (Mons Algidus), antica denominazione della zona montagnosa dei colli Albani posta fra Velletri e il Tuscolo e che
attualmente prende il nome di Monte Artemisio.
23 Traduzione a cura di Stefano Gasparri, e Fiorella Simoni con la collaborazione di Luigi Andrea Berto, in: Antologia delle fonti
altomedievali; http://fermi.univr.it/RM/didattica/fonti/anto_ame/cap_III/III_2_it.htm. Altri autori, come Domenico Comparetti, La
Guerra Gotica di Procopio di Cesarea, testo greco emendato sui manoscritti con traduzione italiana a cura di Domenico Comparetti, 3
voll., Roma, Forzani e C., 1895-1898; ristampa anastatica: Torino, Bottega d'Erasmo, 1968-1970, vol III, pag. 348, propongono
questa diversa traduzione: “Giovanni, nell'udire che Totila era in marcia contro di lui, non volle trattenersi oltre nelle Puglie, ma,
rapidamente, andò a rinchiudersi in Otranto. I patrizi che erano stato esiliati nella Campania, per volere di Totila inviarono alcuni
loro familiari in Lucania, dando ordine ai loro contadini di desistere dall'impresa e tornare a coltivare le terre secondo la
consuetudine, perché queste, dissero loro, sarebbero tornate ai proprietari”
romani nel castello. Fatta strage dei nemici, alcuni di essi, presi vivi tornarono da Belisario (prima
metà del 547).
Poco dopo Belisario volle recarsi a Roma per constatare come fosse ridotta; scelti mille uomini si
mosse. Un romano, recatosi di corsa presso i Goti ad Algido, annunziò loro la venuta di Belisario; i
barbari, allora, messi in agguato in alcuni luoghi presso Roma, come videro giungere Belisario con i
suoi, usciti allo scoperto gli vennero contro. Impegnati un una aspra battaglia i romani, con il loro
valore, misero in fuga i nemici, dopo averne trucidati molti, e prontamente si ritirarono nel porto. E
tanto avvenne in quell'occasione.

[14. La simulazione del re Totila “Al tempo dei Goti (547 ?), il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di
profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai
monaci che senz'altro poteva venire. Insincero però com'era, volle far prova se l'uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli
aveva con sé come scudiero un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di
andare dall'uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre conti tra i più fedeli e devoti: Vul,
Ruderico e Blidino, i quali, in presenza del servo di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re
Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che, sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di
porpora, fosse giudicato veramente il re.
Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l'uomo di Dio era
seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: 'Deponi, figliolo,
deponi quel che porti addosso: non è roba tua !'. Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò
immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l'avevano seguito in questa gloriosa impresa.
Poco dopo si rialzarono in piedi, ma di avvicinarsi al santo nessuno più ebbe il coraggio. Ritornarono al loro re e ancora sbigottiti
gli raccontarono come a prima vista, con impressionante rapidità, erano stati immediatamente scoperti”. 15. La profezia per Totila.
“Totila allora si avviò in persona verso l'uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l'ardire di avvicinarsi: si
prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: 'Alzati !', ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora,
questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo
rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. 'Tu hai fatto molto male - gli
disse - e molto- ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in
Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai'. Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che
pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà”. Gregorio Magno, Dialoghi, libro II, 14 – 15]

[“A proposito di Sabino vescovo di Canosa. Tra i vari uomini religiosi della provincia di Puglia che sono rinomati, e sui quali
circolano abbondanti notizie, è buona cosa riferire di Sabino, vescovo della città di Canosa, allorché egli, per la vecchiaia, ebbe
perso il lume degli occhi e non poteva più vedere nulla. Poiché il re dei Goti Totila aveva udito parlare delle sue virtù profetiche, ma
non vi credeva, cercò il modo di averne una conferma diretta. Così quando venne a trovarsi in quella terra, pregò quell'uomo di Dio
di fargli compagnia durante il pranzo. Allorché furono alla mensa il re lo invitò a sedere, ed egli sedette alla destra di Sabino;
quando poi il giovane servo, di nome Pietro, si accingette a versare del vino, il re lo fermò tendendo una mano in silenzio, afferrò il
calice, ed egli stesso, al posto del servo, versò il vino; così facendo voleva provare se, per ispirazione divina, avesse riconosciuto
colui che lo serviva. Quindi l'uomo di Dio, prendendo il calice, sebbene non avesse visto chi glielo porgeva, disse: 'Lunga vita a
questa mano'; e quelle parole, allietato, il re arrossì, poiché sebbene ne fosse sorpreso, riconobbe in lui un uomo di Dio.” Gregorio
Magno, Dialoghi, libro III, 5]

24) Allora a Belisario venne in mente un piano ardimentoso, che a chi l'avesse osservato o udito
sarebbe parsa una pazzia, ma che poi riuscì un grande e straordinario episodio di valore. Lasciati
pochi soldati a guardia di Porto, con il resto dell'esercito marciò verso Roma. Deciso ad
impossessarsene con ogni sua forza, dal momento che non era in grado di riedificare in poco tempo
le mura che Totila aveva atterrato, operò in tal modo: raccolse tutte le pietre che si trovavano nei
pressi e le mise assieme alla rinfusa senza porvi nulla che le legasse, dato che non aveva ne calce ne
altro, ma solo facendo in modo di ottenere l'aspetto di una costruzione, vi piantò nella parte esterna
una gran quantità di pali. In precedenza aveva scavato una profonda fossa tutt'intorno alle mura,
come narrai nei libri precedenti, così con il lavoro di tutto l'esercito, che operò senza sosta, in
venticinque giorni tutto il muro che era stato distrutto venne riparato (primavera 547).
Tutti i romani che abitavano nei paesi prossimi, allora, si raccolsero nuovamente lì, sia per i
desiderio di abitare a Roma, sia perché, avendo penuria di vettovaglie, ne avrebbero trovate in
abbondanza per opera di Belisario, il quale, caricate d'ogni provvigione un gran numero di navi, le
aveva condotte a Roma per il fiume.
Alla notizia Totila marciò subito con l'esercito contro Belisario a Roma, quando quello non aveva
ancora potuto provvedere ad adattare i battenti alle porte, poiché Totila li aveva distrutti e Belisario,
per mancanza di artefici, non era riuscito a rifarli in tempo. Giunto nei pressi l'esercito dei barbari si
accampò presso il Tevere, ed il giorno seguente al levar del sole, con grande furia e tumulto si
lanciarono contro le mura. Belisario, scelti i più valorosi tra i suoi soldati, li pose nel luogo delle
porte; agli altri ordinò di respingere in ogni modo gli assalitori dall'alto delle mura; e fu accanita
battaglia.
I barbari dapprima speravano di prendere la città al primo assalto, ma non riuscendovi, per l'assidua
difesa opposta dai romani, incalzavano furiosamente spinti dall'ira ad una temerarietà superiore alle
loro forze. I romani, invece, resistettero oltre quello che ci si potesse aspettare, esaltati, come
accade, dalla battaglia. Vi fu una grande strage di Barbari, bersagliati, come erano, dall'alto, ed
entrambi gli eserciti furono presto stanchi per la grande fatica e l'aspra lotta. Il combattimento,
iniziato al mattino, cessò nella notte. Al sopraggiungere delle tenebre e barbari si ritirarono
nell'accampamento per curare i feriti. Dei romani, invece, parte rimasero in guardia sulle mura,
mentre i più coraggiosi stettero a sorvegliare
le porte, gettandovi innanzi molti triboli,
affinché i nemici fossero rallentati
nell'avanzare.
I triboli sono fatti così: unendo insieme le
estremità inferiori di quattro pali, pressapoco
della stessa misura, si dispongono in modo
che le punte vengano a formare dei triangoli
da ogni parte; si gettano quindi a terra alla
rinfusa, e li tre dei pali si appuntano al suolo,
mentre l'altro, che rimane da solo levato con
la punta all'insu, costituisce un costante
ostacolo agli uomini e ai cavalli.
Per quante volte, poi, il tribolo venga
rivoltato, uno dei pali che prima veniva a
trovarsi con la punta in alto si adagia al suolo, ed un altro che si volge in su al suo posto costituisce
ostacolo a chiunque voglia avvicinarsi; tali sono i triboli. E così passarono, gli uni e gli altri la notte.
Il giorno dopo Totila volle di nuovo, con tutto l'esercito, tentare l'assalto alle mura, ma i romani si
difesero nel modo che abbiamo detto. Riusciti poi superiori nella battaglia, presero l'ardire di fare
una sortita contro i nemici, e poiché i barbari si ritiravano, alcuni dei romani, inseguendoli, giunsero
piuttosto lontano dalle mura. I nemici, a quel punto, stavano per accerchiarli, perché non potessero
tornare in città, ma Belisario, accortosi del pericolo, mandò molti di quelli che aveva con se e riuscì
a metterli in salvo.
Nuovamente respinti, i barbari si ritirarono nel campo, avendo perduto molti dei loro e riportando
molti feriti; e li rimasero intenti a curare le ferite e riparare le armi in gran parte danneggiate, e
riassettare ogni cosa. Per molti giorni, in seguito, marciarono all'assalto delle mura, e i romani,
fattisi contro, li impegnarono in battaglia. Per caso, poi, avvenne che il portabandiera di Totila,
ferito a morte, cadde da cavallo, e la bandiera rimase a terra. Tutti i romani che combattevano in
prima fila, allora, si gettarono d'impeto per impadronirsi della bandiera e del cadavere, ma i più
coraggiosi tra i barbari, giungendo per tempo, portarono via la bandiera e, tagliata la mano sinistra
del cadavere, portarono via anche quella. Infatti in quella il morto aveva un bracciale di un certo
valore, e non volevano subire l'onta che i nemici potessero vantarsi di quella preda. L'esercito dei
barbari, allora, batté disordinatamente in ritirata, e i romani spogliarono allora il resto del cadavere,
dandosi poi all'inseguimento dei nemici, trucidandone molti, dopo di che, incolumi, tornarono in
città.
Allora tutti i maggiorenti Goti, venuti inanzi a Totila, presero a vituperarlo e ad accusarlo di
sconsideratezza, perché dopo aver preso Roma, non l'aveva rasa al suolo, affinché i nemici non
avessero potuto mai più riprenderla, ne occuparla, cosicché ciò che avevano ottenuto con molto
tempo e fatica, lo aveva ora perso con leggerezza. Così è fatta la mente umana, che sempre giudica
gli atti secondo la l'andamento contingente, e segue il corso della fortuna, cambiando parere a
seconda del mutare di questa. Così i Goti ammirarono come un dio Totila finché fu fortunato nelle
imprese, esaltandolo come irresistibile e invincibile, allorché lasciava abbattere solo in parte le
mura delle città espugnate. Quando poi una volta, come abbiamo narrato, ebbe un insuccesso, non
resistettero dal vituperarlo, dimenticandosi di quanto poco prima ebbero detto di lui e non esitando
ad affermare il contrario.
... Quindi Totila e i barbari, tolto l'assedio, si recarono nella città di Tivoli, dopo aver distrutto quasi
tutti i ponti sul Tevere, affinché i romani non potessero facilmente giungervi. Il ponte che si chiama
Milvio, tuttavia, non poterono abbatterlo, in quanto si trovava troppo vicino alla città. Quindi si
diedero a riedificare, in tutta fretta, il castello di Tivoli, che già prima avevano distrutto, e deposte li
tutte le loro ricchezze, rimasero fermi li (estate 547).
Belisario poté allora, tranquillamente, adattare i battenti in ogni luogo delle mura di Roma e
rivestirli di ferro; quindi spedì nuovamente all'imperatore le chiavi. E l'inverno venne a termine, e
con esso il dodicesimo anno (546 - 547) di questa guerra di cui Procopio scrisse la storia 24.

25) Le truppe inviate per in precedenza da Totila ad assediare Perugia, posti gli accampamenti
intorno alle mura, vi tenevano rinchiuso il presidio romano. Quindi avuto sentore che il nemico
iniziava a patire per mancanza di vettovaglia, mandarono un messo per pregare il re che egli stesso
vi conducesse tutto l’esercito, affinché fosse più agevole e rapida la conquista della città e la
sconfitta degli imperiali che l'avevano in custodia. Se non che Totila, non tollerando la negligenza
dei suoi soldati nell’eseguire gli ordini passò agli ammonimenti, per cui li radunò e gli parlò in
questo modo: “Vedendovi, commilitoni, sdegnati oltre modo e intolleranti per un caso di avversa
fortuna, vi ho raccolti qui per sgombrare dalle vostre menti ogni opinione negativa, e riportarvi a
migliori consigli, onde vi guardiate dal farvi prendere da ingratitudine nei miei confronti, e, ancor
peggio, colpevoli verso il Nume. Le umane cose, in fede mia, per loro natura vanno soggette a
cambiamenti, e chiunque di noi mortali si manifesti offeso nell’animo dalle sciagure, si rivela
improvvido, e non potrà, tuttavia, esimersi dal chinare la fronte ai capricci del fato. Vengo dunque
a rammentarvi le passate imprese, non tanto per confutare i vostri rimproveri, a causa delle ultime
che ci furono avverse, quanto per dimostrarvi che quei rimproveri convengono meglio ad altri che
non alla mia persona. Allorché Vitige diede inizio a questa guerra, sebbene avesse demolito le
mura delle fortezze marittime di Fano e Pesaro, e risparmiato quelle di Roma e di tutte le altre città
italiche, da un tale provvedimento non ne venne alcun male di sorta per i Goti; anzi tali risoluzioni
portarono un grande utile, come ben sapete, al vostro re. Io dunque, elevato da voi al regno, ho
voluto piuttosto seguire la strategia di maggior profitto, anziché affidarmi a strategie già
sperimentate ma infelici e arrecar danno alla nostra causa. Fra uomo e uomo non vi è una grande
differenza di natura; ma colui che, reso saggio dall'esperienza ne approfitta, riesce di gran lunga
migliore degli altri, che non ebbero tale esperienza. Cosicché non appena cadde in nostro potere
Benevento, e ne distruggemmo le mura, occupammo altre città, le quali ordinammo che
soggiacessero alla stessa sorte, cosicché le truppe nemiche, impedite ad indugiare la guerra,
dovessero venire in campo e combattere apertamente con noi. Allora, una volta ricacciate, io
comandai la distruzione dei luoghi vinti, e voi ritenendo giusto l'ordine, prontamente lo eseguivate,
tanto che si sarebbe detto, con ragione, opera vostra. E, in verità, chi anima con lodi gli
insegnamenti altrui, se ne fa ugualmente autore. Ma dal momento in cui, per inesplicabile
temerarietà, Belisario ebbe la vittoria, vi vedo, carissimi Goti, del tutto cambiati e come presi da
ammirazione per lui, come di un uomo forte; non vi è dubbio che il procedere fornito di cieco
ardire, più che di prudenza, procaccia la fama e il valore, ancor più che un cauto ed accorto
operare. Cosicché chi disprezza le consuetudini e i limiti assegnati dall'esperienza, acquista
rinomanza di grande animo, perfino quando non ne abbia che le sole apparenze; al contrario un
uomo prudente, indugiatone nei pericoli, quando le sue azioni vanno per il peggio, ne riporterà

24 Settimo anno dopo il consolato di Basilio, indizione decima (547): 1) I Goti inviano una delegazione all'imperatore tramite il
vescovo di Assisi, di nome Avenzio. 2) Giovanni, generale delle milizie, si reca in Italia. 3) Belisario lascia Ravenna e giunge a
Dyrracio, quindi invia Giovanni in Calabria ed egli stesso si reca a Roma passando per la sicilia. 4) Papa Vigilio entra a
Costantinopoli otto giorni prima delle calende di febbraio. 5) Totila, per il tradimento degli isauri, entra a Roma sedici giorni prima
delle calende di gennaio, ne abbatte le mura, da alle fiamme molte case e fa bottino di ogni bene dei romani; gli stessi romani li
conduce prigionieri in Campania. Dopo quella devastazione, per oltre quaranta giorni, Roma rimane talmente desolata, che non visi
incontra ne un uomo ne una bestia. Quindi vi giunge Belisario e restaura parte delle mura, e, all'arrivo di Totila, resiste all'attacco.
(Marcellini Comitis V.C. Chronicon - (Mommsen, Chronica Minora II, 1894)
l'odio e tutta la colpa per l'avversa fortuna; e anche quando la sua opera vada a buon fine, parrà
ai più che egli abbia fatto ben poco. Oltre ciò quanti di voi mi portano ira sono ben lungi dal
conoscere la vera ragione che li addolora e offende. Pensate forse che a Belisario debbano essere
rivolte lodi in virtù dei vantaggi ottenuti sopra voi; voi che, infrante le catene della schiavitù,
prigionieri di guerra e fuggiaschi, impugnaste le armi sotto il mio comando, lo avete più di una
volta vinto sul campo ? Ora se tali imprese le avete compiute sotto gli auspici del mio valore,
dovreste piuttosto lodare quello, tacere, e riflettere come sia volere della natura che nessuna delle
cose umane debba lungamente rimanere stabile. Se dunque dalla fortuna contraria vi fu tolta
quella vittoria, conviene tuttavia, giocoforza, onorarla anziché mostrarvene contrariati affinché
non dimentichi, offesa, l’antica sua benignità. Dio sa bene come purgarci dalla colpa di una
smodata indiscrezione, se dopo le tante e grandissime vittorie, sbigottiamo in questa guisa per un
così lieve sinistro, e ci lasciamo trasportare dall’impazienza. Converrete con me, in più, che noi
operando in tal modo disdegniamo e rinneghiamo la nostra umanità, dato che solo del Nume è la
natura di essere del tutto scevro da errore. È mio avviso pertanto che, messe da parte le passate
traversie, muoviate ad assalire coraggiosamente i nemici chiusi dentro Perugia, e tolti questi di
mezzo la fortuna ci riporterà in ottimo stato; poiché quanto è già avvenuto non potrà certo
cancellarsi solo per il passare del tempo, e i nuovi avvenimenti cancelleranno dalla mente di chi
già vi soggiacque, il ricordo delle sciagure passate. Ben più facilmente, poi, avrete Perugia, una
volta tolto dai vivi (per sua buona sorte e per nostro consiglio), Cipriano, preposto dagli imperiali
a quella guarnigione; infatti è quasi impossibile che i militi, privi del capo, si difendano
valorosamente, specialmente quando vi sia penuria di vettovaglia. Né dovremo poi temere insidie
da dietro, essendo già, a bella posta, distrutti per mio ordine i ponti sul fiume, onde garantirsi da
improvvise scorribande. Le reciproche diffidenze tra Belisario e Giovanni, poi, favoriranno ancor
più la nostra causa, come testimoniano i fatti, chiarificatori incontrovertibili degli umani sdegni.
Infatti li potete vedere sin qui impotenti ad unire le loro forze, poiché il sospetto, che si è
intromesso tra loro, rende l’ uno mal fidato dell’altro, e giunto ad impadronirsi degli animi, ormai
vi alberga l’odio e l’invidia; e con tale animo giammai perverremo a compiere nobili gesti”. Totila
dopo 1’ aringa si diresse colle truppe alla volta di Perugia e arrivatovi comandò si costruissero i
campi presso dalle mure, e cinte di trincee diede inizio all’assedio.

26) Mentre questo avveniva Giovanni, che assediava il castello di Acheronzia senza esito, concepì
un piano ardito che fu la salvezza per il senato romano, e a lui procurò fama e gloria. Avendo udito
che Totila con l'esercito assediava Roma, scelse i più validi della sua cavalleria, e senza comunicare
ad alcuno le sue intenzioni, marciò sulla Campania, senza mai fermarsi, ne di giorno ne di notte,
perché, sapendo che Totila aveva lasciati lì i senatori, contava di piombarvi all'improvviso e portarli
via, dato che quei paesi erano quasi del tutto sprovvisti di mura.
In quel momento, però, Totila, temendo che i nemici potessero tentare di riprendersi quei
prigionieri, aveva mandato della cavalleria in Campania. Costoro, giunti nella città di Minturna, si
fermarono in gran parte lì per prendersi cura dei cavalli stanchi del viaggio, e mandare avanti degli
esploratori e Capua e nei dintorni, tra quelli che si trovavano più freschi nelle forze, così come i
cavalli. La distanza non è più di trecento stadi.
Per caso quello stesso giorno giunsero a Capua anche Giovanni con la sia truppa, e
contemporaneamente questi barbari, che erano circa quattrocento, senza che ne gli uni ne gli altri lo
sapessero; non appena si videro vennero alle mani e fu subito battaglia. I romani ne uscirono
vincitori e trucidarono la gran parte dei nemici; solo pochi tra i barbari riuscirono scampare, e,
fuggendo di corsa, rientrarono a Minturna. Appena gli altri li videro, insanguinati e alcuni con i
dardi conficcati nel corpo, incapaci di parlare e di riferire nulla dell'accaduto, fuggitivi e terrorizzati,
immediatamente saltarono sui cavalli e fuggirono via con loro. Giunti da Totila gli annunziarono
che vi era un numero indicibile di nemici, per mascherare l'onta della sconfitta.
Nella Campania vi erano anche una settantina di soldati romani, che già prima avevano disertato
presso i Goti, e che si riunirono con Giovanni. Questi, tuttavia, trovò solo pochi dei senatori romani,
mentre vi erano quasi tutte le loro mogli; difatti quando Roma fu occupata molti degli uomini, a
seguito dei soldati che fuggivano, avevano raggiunto il porto; ma le donne vennero tutte prese.
Tra loro il patrizio Clementino, che si era rifugiato in un tempio, non volle seguire l'esercito
romano, temendo l'ira dell'imperatore, per avere consegnato a Totila e ai Goti un castello presso
Napoli. Anche Oreste 25, già console romano, essendo sprovvisto di cavalli dovette rimanervi suo
malgrado (Dicembre 547).
Quindi Giovanni mandò subito i senatori, con i settanta soldati che si erano uniti a lui, in Sicilia.
Alla notizia Totila, addolorato, si diede da fare per far pagare a Giovanni quanto era accaduto.
Lasciato dunque un presidio, con il grosso dell'esercito marciò contro di lui. Giovanni con i suoi,
che erano mille, si trovava allora in Lucania, accampato dopo aver spedito esploratori nella regione,
lungo tutte le strade, affinché i nemici non potessero raggiungerli. Totila però, calcolando tutto
questo, lasciate le strade consuete, marciò per i monti della regione, assai dirupati e alti; cosa questa
che nessuno avrebbe immaginato, poiché quei monti sono considerati impraticabili. Così quelli che
erano stati mandati da Giovanni in esplorazione, avendo udito che il nemico era nelle vicinanze,
quantunque non ne sapessero nulla di preciso, nel timore di quanto poi avvenne, sene tornarono al
campo, dove nella notte giunsero anche i barbari.
Totila, seguendo piuttosto la sua grande collera, che una saggia riflessione, si mosse in maniera
avventata; aveva infatti con se un esercito che era dieci volte quello dei nemici, e, mentre è evidente
che ad un simile esercito convenga venire in battaglia in campo aperto e in piena luce, e impegnare i
nemici piuttosto al mattino, perché non potessero occultarsi nelle tenebre, egli non seguì questa
logica, che gli avrebbe consentito di prendere i nemici tutti in un sol colpo. Invece, cedendo alla
collera, assaltò il campo in piena notte; lì, invero, non vi fu alcuno che pensò di resistere,
addormentati come erano quasi tutti; ma non per questi i Goti ne uccisero molti, perché i più,
fuggendo, riuscirono a nascondersi nelle tenebre, e, usciti dal campo, si misero in salvo correndo
per i monti che si elevano nei dintorni. Fra costoro vi erano Giovanni stesso e Arufo, capo degli
Eruli. Dei romani ne morirono non più di un centinaio. Con Giovanni, poi, si trovava un tale
Gilacio, armeno di nascita, che comandava un drappello di armeni ...

27) ... Vero (inviato da Giustiniano con altri generali su richiesta di Belisario) giunse per primo ad
Otranto dove si trovava il campo di Giovanni, e, lasciate lì le navi, non volle rimanervi; ma
cavalcando insieme ai suoi proseguì oltre. Poiché costui non era un uomo serio, ma molto dedito
all'ubriachezza, questo lo rendeva temerario in maniera sconsiderata. Giunti presso la città di
Brindisi, vi si accamparono. Avuta la notizia Totila disse: “Una delle due; o Vero dispone di grandi
forze, o e un gran pazzo. Muoviamoci, dunque, subito contro di lui; così sperimenteremo la sua
forza, oppure egli riconoscerà la propria stoltezza”.
Detto ciò Totila marciò con un grande esercito, e gli Eruli, vedendo avvicinarsi i nemici, fuggirono
via in una selva che era nei pressi; come i Goti ebbero circondato i nemici ne trucidarono più di
duecento; stavano per cogliere lo stesso Vero, con i restanti, nascosti tra i rovi, quando un caso
fortuito li salvò. Improvvisamente alla riva approdarono le navi che recavano Varaze con i suoi
armeni; non appena Totila le vide, immaginando che le truppe nemiche fossero più numerose di
quanto fossero in realtà, subito si allontanò, e Vero con i suoi poterono raggiungere le navi. Varaze
non si proponeva di navigare oltre, ma, con loro, si recò a Taranto, dove, non molto dopo, giunse
Giovanni, nipote di Vitaliano, con le sue truppe. E a questo punto erano le cose (dicembre 548) ...

28) ... Dunque le truppe romane, giunte lì (Thurii in Lucania), si scontrarono con le truppe nemiche
che Totila aveva spedito per tentare la presa del castello. Venuti alle mani senza difficoltà, per
quanto fossero inferiori di numero, li misero in fuga e ne trucidarono più di duecento ... I romani,
posto lì il campo, vi rimasero; trovandosi però senza capi, e vittoriosi, presero ad agire con
sconsideratezza, senza tenersi uniti, ne tenendo la guardia ai passi angusti, ma, trascurando il tutto,

25 Flavio Rufio Gennadio Probo Oreste console d'occidente nel 530 (con Flavio Lampadio console d'oriente) sotto il re degli
Ostrogoti Atalarico; figlio di Rufio Magno Fausto Avieno, console del 502. Quando, nel corso della Guerra gotica, Totila occupò
Roma, il 17 dicembre 546, Oreste si rifugiò assieme ad altri patrizi, e la diacono Pelagio, nella Basilica di San Pietro in Vaticano. In
seguito lui ed altri senatori furono inviati da Totila nell'Italia meridionale, dove, nell'estate del 547, vennero liberati dal generale
bizantino Giovanni e inviati in Sicilia
la notte dormivano accampati distanti gli uni dagli altri, e il giorno giravano alla ricerca di
vettovaglie, senza mandare avanti degli esploratori e senza prendere misure di sicurezza. Totila,
dunque, saputa ogni cosa, scelti seimila cavalieri da tutto l'esercito, marciò contro di loro e
piombatogli addosso mentre non stavano uniti ma si aggiravano come abbiamo detto, li sorprese e li
scompigliò tutti. Faza, che si trovava lì accampato, con eroismo diede modo ad alcuni di fuggire,
ma egli stesso con i suoi vi rimase ucciso. E questa fu una grande iattura per i romani, dato che
riponevano grandi speranze in questi guerrieri eccellenti. Tutti quelli che poterono fuggire si misero
in salvo come poterono; per primo Barbatione, lancia spezzata di Belisario, insieme ad altri due,
fuggendo di gran corsa giunse a Crotone, e riferito l'accaduto aggiunse di credere che presto i
barbari sarebbero stati lì. Saputo questo Belisario si preoccupò e salpò subito con le navi. ...

... Rannodiamo ora il filo della narrazione. Totila dopo le ricordate imprese, avvertito che gli
imperiali di presidio nel castello Rossano, bisognosi di rifornimenti sarebbero venuti ad una resa
concordata, se gli si fosse interdetto qualsiasi rifornimento esterno di annona, pose il suo campo
nelle vicinanze, cominciando così assediarli strettamente. Con la fine dell'inverno si compì l’ anno
tredicesimo (547 - 548) di questa guerra che Procopio ha narrato. 26
[Di Ercolano vescovo della città di Perugia: “... Ercolano, uomo santissimo, mio esempio, fu vescovo della città di Perugia; la grazia
lo condusse dal ritiro nel monastero agli ordini sacerdotali. Così al tempo del perfido re Totila, la sua città per sette anni fu
assediata dall'esercito dei Goti, e da quella in molti fuggirono per non dover sopportare il pericolo della fame. Allorché non era
ancora terminato il settimo anno di assedio, l'esercito dei Goti entrò in città; allora il generale che comandava l'esercito inviò la
notizia a Totila, per sapere cosa dovesse fare della popolazione e del vescovo. Al che egli rispose: 'per prima cosa togli la pelle al
vescovo, dal capo fino al calcagno, e quindi tagliagli la testa; poi tutta la popolazione che vi troverai passala a fili di spada'. Così il
generale trascinò il venerabile vescovo Ercolano in cima alle mura e gli troncò il capo, e, quando era già morto, lo incise dal capo
fino al calcagno e dal suo corpo strappo una striscia di pelle. Quindi fece gettare il corpo oltre le mura. Alcuni presenti, mossi da
umana pietà, raccolsero il capo troncato e lo ricongiunsero al corpo, che rinvennero presso le mura; quindi gli diedero sepoltura. In
seguito, dopo quaranta giorni, il re Totila ordinò che i cittadini di quella città, che da allora erano dispersi, potessero rientrare in
città senza altre tribolazioni, e coloro che prima erano fuggiti dalla fame, svanito il pericolo per la loro vita rientrarono. Ma,
ricordandosi dell'esempio di vita del loro vescovo, andarono a ricercare il luogo dove era sepolto, affinché potesse essere inumato
con ogni onore nella chiesa del beato Pietro apostolo. Allorché giunsero al sepolcro, rimossa la terra, ne rinvennero il corpo così
come era stato sepolto, nonostante fossero trascorsi quaranta giorni, per nulla corrotto; quasi come se fosse stato sepolto nello
stesso giorno. Ma quello che suscitò lo stupore più grande, fu di vedere che il suo capo era unito al corpo, come se non fosse mai
stato troncato, e che non vi era nessuna traccia del taglio. Sia davanti che dietro, allorché lo voltarono, non appariva alcun segno o
incisione; talmente sano e incorrotto, venne ritrovato il suo corpo, che sembrava che nessuna arma tagliente l'avesse mai toccato ...”
27
Gregorio Magno, Dialoghi, libro III, 14.]

30) L'imperatore Giustiniano spedì con navi ben duemila fanti in Sicilia, ed ingiunse a Valeriano di
raggiungere Belisario senza indugio. E questi, effettuato il passaggio, approdò ad Otranto, dove
trovò Belisario con la moglie. In quel tempo la moglie di Belisario, Antonia, si recò a Bisanzio per
pregare l'imperatrice affinché si dispiegasse un maggiore apparato per questa guerra; ma
l'imperatrice Teodora, caduta malata, era già morta, dopo aver trascorso nel principato ventuno anni
e tre mesi (28 giugno 548).
Intanto gli assediati nel castello di Rossano, spinti dalla penuria, vennero a trattative con i nemici,

26 Belisario invia numerose lettere a Giustiniano chiedendo rinforzi, ed infine l'Imperatore decide di accontentarlo inviando truppe
in Calabria sotto il comando del generale Valeriano (dicembre 547). Belisario parte quindi per raggiungere i rinforzi giunti a Taranto,
dopo aver selezionato 900 tra i suoi uomini migliori, 700 cavalieri e 200 fanti; (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 27) la
difesa di Roma venne affidata al generale Conone con il resto dell'esercito. Il cattivo tempo costrinse però Belisario a sbarcare a
Crotone per poi ripiegare a Messina. (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 28). Nel giugno 548 giungono i rinforzi guidati da
Valeriano; Belisario quindi, sapendo quanto Antonina e Teodora fossero amiche, fa ripartire sua moglie per Costantinopoli per
ottenere dall'Imperatrice ulteriori aiuti: tuttavia al suo arrivo Antonina scopre che Teodora è morta (28 giugno 548). Con i rinforzi
Belisario tentò di liberare Rossano dall'assedio dei Goti ma il suo sbarco venne impedito dal nemico. Il generale decide quindi di
tornare a Roma, affidando l'esercito a Giovanni e a Valeriano; una volta in città viene però richiamato a Costantinopoli
dall'Imperatore, persuaso a farlo da Antonina (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 30; secondo la Storia Segreta invece fu
Belisario stesso a chiedere di ritornare a Costantinopoli). Questo fu il giudizio di Procopio sulla seconda campagna in Italia di
Belisario: “Belisario fece un ben vergognoso ritorno dalla sua seconda missione in Italia. In cinque anni non riuscì mai, come ho
detto nei precedenti libri, a sbarcare su un tratto di costa che non fosse controllato da un suo caposaldo: per tutto questo tempo
continuò a bordeggiare le coste”. (Procopio, Storia Segreta, 9)
27 L’assedio di Perugia fu avviato dall’esercito goto nel 545 (Auctarium Marcellini comitis 8,4); fu quindi interrotto e in seguito
ripreso nel 547, protraendosi per alcuni anni (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 25 -.35); la città si arrese alla fine del 548,
dopo accanita resistenza degli abitanti.
promettendo che, verso la metà dell'estate, se nessun soccorso fosse giunto, avrebbero consegnato il
castello a condizione di rimanere tutti incolumi. In quel forte si trovavano molti, e distinti italiani,
fra i quali Deoferone, fratello di Tulliano; dell'esercito romano vi erano trecento illiri che Giovanni
aveva posto sotto il comando di Chalazare, Massageta, valoroso guerriero, e del trace Gudila.
Nello stesso momento tutti i soldati che Belisario aveva posto la presidio di Roma, uccisero il loro
comandante, Conone, accusandolo di danneggiarli facendo mercimonio del frumento e di altre
vettovaglie; quindi spedirono alcuni sacerdoti in ambasciate mandando a dite che, se l'imperatore
non avesse concesso loro l'amnistia per il fatto, e entro un tempo determinato non avesse pagato
loro gli stipendi dovuti dall'erario, senza indugio sarebbero passati a Totila e ai Goti. E l'imperatore
concesse loro quanto chiedevano 28.
... Gli assediati nel castello di Rossano, essendo rimasti ormai senza vettovaglie, e non avendo più
speranza di soccorso, mandarono la lancia spezzata Gudila e l'italiano Deoferonte presso Totila per
implorare salvezza, pregandolo di perdonarli per quanto avevano fatto. Totila promise che non
avrebbe inflitto punizioni, se non a Chalazare, per aver violato i patti convenuti, mentre a tutti gli
altri avrebbe concesso la grazia per i trascorsi. Così occupò il castello e, dopo aver tagliato
entrambe le mani e le vergogne a Chalazare, lo uccise. Quanto ai soldati dispose che, quanti lo
avessero voluto, sarebbero potuti rimanere, mantenendo i loro averi, a patto che fossero entrati
nell'esercito dei Goti al pari con loro; come era solito fare alla presa di ogni fortezza. Quanti
volessero invece andarsene, ordinò che fossero liberi di farlo, per recarsi ovunque volessero, ma
spogliati di ogni bene, e che nessuno fosse arruolato contro voglia. Quindi ottanta uomini
dell'esercito romano, privati dei loro beni, si recarono a Crotone; gli altri con i loro averi rimasero
lì. Agli italiani, poi, tolse tutti gli averi, ma li lasciò del tutto incolumi nella persona (autunno 548).

33) Nel tempo di questa guerra i barbari si erano fatti, apertamente, padroni di tutto l'impero
d'occidente, e la guerra stessa, benché dapprima i romani fossero riusciti splendidamente vittoriosi,
come narrai nei libri precedenti, si risolse in questo: che essi, senza alcun frutto, vi perdettero molto
denaro e molti uomini, e, per giunta, tutta l'Italia; inoltre videro quasi tutto l'Illirico e la Tracia messi
a sacco e devastati dai barbari che si trovavano al confine. Già all'inizio della guerra i Goti avevano
ceduta ai Germani tutta la Gallia (Provenza) che era loro soggetta, pensando di non poter resistere
contemporaneamente su due fronti. Ne i romani poterono impedirlo, anzi Giustiniano imperatore
dovette confermare la cessione, perché questi barbari, scesi in guerra non gli creassero altri
problemi. Infatti i Franchi non erano certi di poter tenere con sicurezza la Gallia se l'imperatore non
vi avesse posto il suo suggello.
Dopo questo avvenne che i re germanici s'impadronirono di Marsiglia, colonia focese, e di tutti i
paesi del litorale, come pure di quel mare. Ed ora sene stanno ad Arles assistendo allo spettacolo
delle corse nel circo, e battono monete d'oro dalle miniere delle Gallie, ma non più con l'effige
dell'imperatore, come era costume, bensì con la loro.
Eppure il re di Persia è solito battere, a suo piacimento, la moneta d'argento; quella d'oro però, ne
lui, ne chiunque altro dei re barbari, anche se disponga di oro nei suoi territori, può coniare con la
propria effige; infatti una moneta simile non potrebbe aver corso nei commerci, neppure tra gli
stessi barbari. A tanto, dunque, erano giunti i Franchi.
Quanto ai Goti, e a Totila, erano riusciti superiori nella guerra, ma i Franchi facilmente si presero la
gran parte della Venezia, non essendo i romani in grado di respingerli, e non potendo, i Goti, fare la
guerra contro gli uni e gli altri insieme.

35) Belisario, nel frattempo, riprendeva, senza onore, la via per Bisanzio, dopo che, in cinque anni,
non aveva mai potuto porre piede sul suolo d'Italia, ne percorrerne le strade, poiché per tutto il
tempo aveva, quasi stesse fuggendo, di continuo navigato da una all'altra delle fortezze costiere; in
questo modo, ancora più liberamente i nemici poterono sottomettere Roma e pressoché tutto il resto.
28 La notizia dell'ammutinamento della guarnigione di Roma può avere indotto Giustiniano a togliere il comando in Italia a
Belisario. Non sappiamo dove si trovava il generalissimo quando, nell'autunno inoltrato del 548, fu raggiunto dall'ordine di rientrare
a Costantinopoli. Ebbe tuttavia il tempo di munire Roma con 3000 uomini scelti, al comando di Diogene, ufficiale della sua guardia
personale.
Così lasciò sotto assedio anche Perugia, la prima città della Tuscia, che fu presa e saccheggiata
quando egli era sulla via (autunno 548).
... Vigilio, pontefice di Roma, insieme ai numerosi, e assai nobili italiani, che allora vi si trovavano
(in Bisanzio), non cessava di sollecitare l'imperatore, affinché si occupasse dell'Italia con tutte le sue
forze. Ma più di ogni altro lo incitava Gothigo, che tempo prima aveva ottenuto il seggio consolare,
e che, per la stessa ragione, si era recato a Bisanzio 29.
E l'imperatore prometteva provvedimenti per l'Italia; ma intanto, il più del tempo lo spendeva
occupandosi del dogma dei cristiani, tutto dedito e impegnato a conciliare le loro controversie.
... Mentre avveniva quanto ho narrato, una delle lance spezzate di Belisario, di nome Ilauf, barbaro
e uomo coraggioso ed energico, che era stato lasciato in Italia, senza motivo passò con Totila e i
Goti; e Totila, subito, con molte navi lo mandò in Dalmazia. Giunto in un porto detto Muicuro, che
giace presso Salona, dapprima si uni a quelli del posto, come romano fedele a Belisario, ma subito
dopo sguainata la spada e dato cenno ai suoi, ne fece strage. Dopo aver fatto bottino di tutte le
ricchezze sene partì da quel posto e si gettò su un altro paese di quella costa, chiamato Laurete dai
Romani; messovi piede fece strage di tutti coloro che gli si fecero contro.
Quando Claudiano fu informato di tali fatti, che allora teneva il comando di Salona, spedì truppe
sulle navi dette Dromoni; queste appena giunte a Laurete si scontrarono coi nemici. Tuttavia ne
uscirono sconfitte, e ognuno fuggì via dove poté, lasciando i Dromoni nel porto, dove si trovavano
anche altre navi cariche di frumento e altre vettovaglie. Impadronitisi di queste, Ilauf e i Goti, uccisi
quanti vi erano, fecero bottino di tutto e tornarono presso Totila (primavera estate 549). E l'inverno
era al termine e con esso si compiva il quattordicesimo anno di questa guerra di cui Procopio scrisse
la storia (548 - 549).

[“Dalla seconda sua spedizione in Italia Belisario tornò senza onori, poiché per cinque anni, come io dissi nei libri antecedenti, non
riuscì mai a scendere a terra e non fece altro che andare per nave, per tutto il tempo, passando da un forte marittimo all'altro; e,
benché Totila desiderasse fortemente incontrarlo in campo aperto, questo non avvenne mai perché la paura era forte, in lui e in tutto
l'esercito romano. Così finì che non riuscì a recuperare nulla di quanto era stato perduto, ma alla fine perdette anche Roma, e
pressoché tutto il testo. In quel tempo, inoltre, egli si fece quantomai avaro, e dedito all'illecito guadagno, in quanto dall'imperatore
non riceveva praticamente nulla; così prese a spogliare gli italiani, sia quelli di Ravenna, che di Sicilia e di ogni altro luogo che la
sorte mise in suo potere, senza alcun riguardo, ed esigendo anche i conti del passato. Così se la prese con Erodiano, pretendendo da
lui denaro, e lo perseguitò in ogni modo; e alla fine questi, disperato, disertò dall'esercito romano e passò con Totila, con la sua
gente e la città di Spoleto”. Procopio Storia Segreta, capp. IV e V]

36) Quindi Totila condusse tutto l'esercito contro Roma, e, accampatosi, diede inizio all'assedio.
Belisario fece una scelta di tremila uomini da mettere a custodia della città, dando loro Diogene
come capo, sua lancia spezzata, uomo assennato e capace nella guerra. L'assedio durò a lungo,
poiché il valore degli assediati li rendeva pari all'esercito goto; Diogene faceva diligentemente la
guardia alle mura, affinché nessuno si accostasse per insidiarle, e, seminato il frumento in ogni
luogo nell'interno di quelle, fece in modo che a nessuno mancassero le vettovaglie. Più volte i
barbari vennero respinti dopo aver tentato l'assalto alle mura; quindi si impadronirono del porto e
continuarono l'assedio senza sosta.
L'imperatore Giustiniano, dopo il rientro di Belisario a Bisanzio, decise di inviare un altro generale,
con l'esercito, contro i Goti e Totila ... Ma dopo aver, all'inizio, incaricato Liberio, patrizio romano,
e ordinato lui di tenersi pronto, distratto forse da qualche altro progetto, lo trattenne dal partire.
L'assedio di Roma proseguiva da tempo, quando alcuni Isauri che stavano di guardia alla porta detta
di Paolo apostolo, infastiditi perché da molti anni non avevano ricevuto nulla dall'imperatore, e
vedendo come gli altri Isauri che la prima volta avevano consegnato Roma a Totila a tradimento, si
pavoneggiavano con le ricchezze ricevute, in segreto si recarono a colloquio da Totila e gli
promisero di consegnargli la città. Venne stabilito il giorno in cui attuare il piano, giunto il quale,

29 Flavio Rufio Petronio Nicomaco Cetego, politico romano al tempo degli Ostrogoti e poi sotto l'Impero Romano d'Oriente. Figlio
di Petronio Probino, console nel 489 e patricius dal 511 al 512. Divenne console senza collega nel 504. Nel 512 ottenne il patriziato,
che tenne fino al 558 circa; in seguito divenne Magister Officiorum e fu portavoce del senato (Caput Senatus) presso l'imperatore
d'oriente. Durante l'assedio di Roma da parte di Totila, nel 545, venne accusato di tradimento: decise allora di ritirarsi a
Costantinopoli. Nel 552/553 venne inviato come ambasciatore da Giustiniano I presso papa Vigilio. Durante il pontificato di Pelagio
I (556-561) tornò in Italia, andando a vivere in Sicilia.
Totila organizzò il seguente piano. Nella prima ora della notte calò nel Tevere due piccole
imbarcazioni con a bordo uomini capaci di suonare la tromba. A costoro ordinò che avanzassero,
remando, lungo il Tevere, è, quando fossero giunti in prossimità delle mura, dessero fiato. Egli, poi,
di nascosto dai nemici, tenne l'esercito appostato in prossimità della porta di Paolo apostolo;
provvedendo, inoltre, a fare in modo che l'esercito romano non potesse fuggire verso Centocelle
(dato che a loro non rimaneva alcun altro castello nella zona); dispose, quindi, degli uomini
gagliardi negli agguati situati lungo la via che portava di là, e gli ordinò di uccidere qualsiasi
fuggiasco.
Così quelli che erano sul battello, come giunsero presso la città, diedero fiato alle trombe come
convenuto; i romani, spaventati e messi in gran confusione, abbandonarono tutti la guardia dei
luoghi dove si trovavano, e corsero in aiuto, pensando che il muro da quella parte fosse attaccato.
Solo gli Isauri traditori rimasero alla loro guardia, e poterono tranquillamente aprire le porte e
lasciar entrare i nemici.
Vi fu dunque una grande strage di quanti capitarono; molti fuggirono da altre porte, ma quelli che
presero la via per Centocelle, presi in agguato, furono uccisi. Pochi furono, dunque, quelli che
riuscirono a fuggire, e fra questi anche Diogene, ferito, si mise in salvo (16 gennaio 550).
Nell'esercito romano vi era un certo Paolo, nativo della Cilicia, che in precedenza era stato
maggiordomo di Belisario, quindi comandante di truppe di cavalleria, seguì la spedizione e fu posto
con Diogene a capo del presidio di Roma. Questo Paolo, una volta che fu presa la città, con
quattrocento cavalieri corse verso il monumento di Adriano e occupò il ponte che conduce al tempio
di Pietro apostolo. La mattina presto, all'alba, l'esercito dei Goti si scontrò con costoro, e i romani,
tenendo efficacemente testa ai nemici, ebbero il vantaggio, e dei barbari, che numerosi si
ritrovarono pigiati in uno spazio angusto, fecero strage. Totila, visto questo, ordinò di cessare il
combattimento, e fece rimanere i Goti di fronte ai nemici, pensando di prenderli per fame. Quel
giorno, dunque, Paolo e i suoi rimasero a digiuno, e così passarono anche la notte. Il giorno
seguente già pensavano di uccidere qualche cavallo per cibarsene, ma non sentendosela di ricorrere
ad un cibo inusitato, giunsero così fino alla tarda sera, quantunque la fame li tormentasse. Allora,
dopo essersi consigliati a lungo, ed esortati l'un l'altro all'ardimento, deliberarono che fosse meglio
finire la vita decorosamente. Decisero, quindi di piombare rapidamente sui nemici, ucciderne quanti
ognuno potesse, e andare tutti, valorosamente, incontro alla morte. Quindi si abbracciarono l'un
l'altro, e, baciatisi, si diedero l'ultimo Vale dei destinati a morte immediata.
Totila, accortosi di questo, temette che quegli uomini disperati, cercando la morte, potessero fare
strage dei Goti. Mandati dunque dei messi propose loro due soluzioni: lasciare colà i cavalli e le
armi e tornarsene a Bisanzio incolumi, dopo aver giurato di non fare mai più guerra ai Goti; oppure
mantenere i loro averi e unirsi ai Goti per combattere con loro. I romani, udita di buon grado la
proposta, e all'inizio tutti scelsero il ritorno a Bisanzio; ma poi, vergognandosi di far ritorno così, a
piedi e disarmati, e temendo di incappare in qualche agguato e venire uccisi, ed inoltre scontenti
perché da molto tempo l'erario romano doveva loro lo stipendio, tutti si unirono all'esercito goto, ad
eccezione di Paolo e di uno degli Isauri, chiamato Minde, i quali, presentatisi a Totila, lo pregarono
di rimandarli a Bisanzio, poiché, dissero, avevano mogli e figli in patria, senza dei quali non
avrebbero potuto vivere. Totila, riconoscendo che dicevano il vero, li lasciò andare, dotandoli di
provvigioni per il viaggio, e dando loro una scorta.
Anche altri trecento soldati romani che si erano rifugiati nei templi della città si arresero a Totila
sulla sua parola. Del resto egli non volle, ne distruggere Roma, ne abbandonarla; ma stabilì che Goti
e romani, quelli del senato come tutti gli altri, vivessero lì insieme, e questo per la ragione che ora
dirò.

37) Poco prima Totila aveva spedito dei messi presso il re dei Franchi per chiedergli in sposa la sua
figlia, ma questi aveva respinto la proposta, dicendo che non era il re d'Italia, ne mai lo sarebbe
stato; lui che, avendo preso Roma, non era riuscito a tenerla, e dopo averla in parte distrutta, l'aveva
lasciata ai nemici. Per questo motivo, ora Totila si dava da fare per far giungere vettovaglie in città;
ordinò di ricostruire al più presto quanto era stato distrutto e incendiato quando aveva preso la città
la prima volta; richiamò anche i romani, quelli del senato come tutti gli altri, che si trovavano
ancora in Campania. Dopo aver assistito agli spettacoli del circo, mise in allarme tutto l'esercito con
l'intenzione di muovere contro la Sicilia. Tenne pronte quattrocento navi minori, come per una
battaglia navale, ed anche una flotta di grandi navi, assai numerosa, le quali erano state inviate colà
dall'oriente, ed egli le aveva via via catturate con la ciurma e il carico.
Mandò quindi Stefano, romano, in ambasciata presso l'imperatore, chiedendo di far cessare la
guerra e di stringere un alleanza coi Goti, i quali, in cambio, promettevano di combattere con lui,
quando fosse andato in guerra contro altre nazioni. Ma l'imperatore Giustiniano non ricevette
l'ambasciatore, ne fece caso a quanto chiedeva. Saputo questo Totila decise di riprendere la guerra, e
ritenne conveniente tentare la presa di Centocelle, prima di muovere contro la Sicilia.
Al comando di quel forte stava Diogene, lancia spezzata di Belisario, con poche forze. L'esercito
goto, una volta giunto presso le mura, pose l'assedio. Totila mandò messi a Diogene per sfidare lui e
i suoi soldati, se avessero voluto misurarsi con lui in battaglia, senza frapporre indugi. Li esortò poi
a deporre le speranze di un aiuto dall'imperatore, perché ormai Giustiniano si trovava
nell'impossibilità di portare avanti la guerra coi Goti, e prova ne era quello che in tutto quel tempo
era successo a Roma. Se poi a loro la proposta non andava gli lasciava la scelta di passare alla pari
nell'esercito dei Goti o andarsene da li senza nulla patire. Ma i romani e Diogene rifiutarono di
scendere in battaglia e non vollero unirsi all'esercito goto, perché non accettavano di vivere separati
dalle loro famiglie. Non avrebbero poi potuto consegnare la città che custodivano, non avendone
alcun motivo valido, e non potendo, in seguito, addurre alcuna scusante presso l'imperatore.
Quindi lo pregarono di rimandare di qualche tempo il confronto, perché nel frattempo potessero far
conoscere la loro situazione all'imperatore, e, se nessun soccorso fosse giunto loro, essi avrebbero
consegnato la città ai Goti, e quindi effettuato il rimpatrio, non prima di averlo annunziato. Totila
acconsenti e venne deliberato il giorno; tra ambo le parti vi fu lo scambio di trenta ostaggi a
suggello, e i Goti, tolto l'assedio, partirono per la Sicilia (primavera autunno 550).
Giunti a Reggio, non vollero passare lo stretto senza prima aver tentato la presa di quel castello. Al
comando del presidio si trovavano Thorimuth ed Imerio, già positivi di Belisario; questi, avendo
con loro molti uomini valorosi, respinsero l'assedio, e negli scontri ebbero la meglio. Ma poi,
superati in numero dai nemici, si ritirarono e rimasero chiusi nella cinta. Totila quindi lasciò lì una
parte dell'esercito di guardia, nell'attesa di poter soggiogare quei romani con il venir meno dei viveri
(maggio 550). Inviate quindi truppe a Taranto, senza difficoltà s'impadronì di quel castello; quindi i
Goti che aveva dislocato nel piceno, per tradimento, vennero in possesso di Rimini. 30

... Nel frattempo Vero con i fortissimi guerrieri che aveva raccolto con se, venne alle armi coi Goti
che erano nel Piceno, affrontandoli poco lontano da Ravenna, ma vi perdette un gran numero di
soldati e vi rimase ucciso anche lui, dopo essersi comportato da prode.

39) quindi i Goti attaccarono nuovamente il castello di Reggio, ma gli assediati si difesero
valorosamente e Thorimuh operò prodezze gloriose. Totila però, sapendo che gli assediati erano a
corto di vettovaglie, lasciò lì una parte dell'esercito perché i nemici non potessero far entrare nulla e
si arrendessero, quindi, per mancanza di cibo.
Egli con il resto dell'esercito passò lo stretto e giunse in Sicilia ad assaltare le mura di Messina.
Domnentiolo, figlio di una sorella di Buzo, che aveva il comando dei romani sul posto, fattosi
incontro e venuto alle mani dinanzi alle mura, non ebbe la peggio, ma preferì ritirarsi in città e visi
tenne occupandosi di custodirla. I Goti, però, poiché nessuno li contrastava misero a sacco tutta la

30 Giustiniano si risolve a lanciare in quello stesso anno (549) una nuova campagna in Italia; è però indeciso se affidare il comando
della spedizione a Liberio o a Germano, suo nipote. Nel frattempo la guerra si fa sempre più difficile per Bisanzio e sempre più
vittoriosa per i Goti: questi infatti nel maggio del 550, dopo aver rinunciato all'espugnazione di Reggio, invadono e saccheggiano la
Sicilia. Giustiniano invia in un primo momento Liberio per cacciare dall'isola i Goti, ma poi ci ripensa e affidò il comando della
spedizione in Sicilia ad Artabane. Nel frattempo nomina Germano generalissimo (stratēgos autokratōr), affidandogli uomini e mezzi
sufficienti per ottenere una vittoria definitiva su Totila; Germano, per legittimare di fronte ai Goti la restaurazione imperiale in italia,
aveva sposato la vedova di Vitige Matasunta, ma muore prima ancora di giungere in Italia. Il comando dell'esercito viene
momentaneamente affidato a Giovanni, e Totila decide di abbandonare per il momento la Sicilia per andare ad affrontarlo, lasciando
sull'isola solo quattro presidi goti che verranno abbandonati verso la fine del 550. (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico,, III, 39)
Sicilia. I romani assediati a Reggio, dei quali avevano il comando Thorimuth e Imerio, rimasti del
tutto sprovvisti di cibo, capitolarono e si arresero con il castello ai nemici (maggio 550).
... Intanto Totila, essendo giunto il giorno convenuto tra lui e Diogene per Centocelle, gli inviò dei
messi invitandolo a consegnargli la città secondo i patti, ma Diogene rispose che ormai non era più
tenuto a farlo, poiché correva voce che l'imperatore avesse Germano come comandante di questa
guerra, e che questi già si apprestava con il suo esercito; quanto agli ostaggi, egli era disposto a
riprendere i suoi e a consegnare quelli dati dai Goti. E così rimandò indietro i messi e continuò a
custodire al città nell'attesa dell'arrivo di Germano. Tanto avvenne lì; e l'inverno venne a termine e
si compiva il quindicesimo anno di questa guerra di cui Procopio ha scritto la storia (549 – 550).

40) ... Liberio, non essendo in grado di dare battaglia contro gli assedianti (a Siracusa che si trovava
già assediata dal Goti), ne di portare vettovaglie in città, per l'inferiorità numerica del suo esercito,
salpò subito di là e, di nascosto dai nemici, si recò a Palermo.
Totila e i Goti, dopo aver depredato quasi tutta la Sicilia, portandosene via una gran quantità di
cavalli ed altri animali, caricarono le navi di tutto il frumento e le altre messi dell'isola, e tutte le
ingenti ricchezze razziate, e lasciarono la Sicilia per tornarsene in Italia; questo avvenne nel modo
seguente.
Totila aveva di recente nominato suo questore un romano di nome Spino, nativo di Spoleto. Costui
risiedeva nella città di Catania che era sprovvista di mura; per caso avvenne che lì egli cadde in
mano ai nemici. Totila, desideroso di riscattarlo, volle rilasciare ai romani una donna prigioniera di
nobile lignaggio. I romani, però, non trovarono giusto ricevere una donna in cambio di un uomo che
ricopriva la carica elevata di questore. Quindi quel tale, temendo per la propria vita, promise ai
romani di poter indurre Totila a lasciare la Sicilia e tornare con tutto l'esercito in Italia. E quelli,
dopo averlo fatto giurare, lo restituirono ai Goti accettando la donna in sua vece. L'uomo, giunto al
cospetto di Totila, gli suggerì come non fosse conveniente per lui restarsene in Sicilia dopo averla
tutta depredata, solo per espugnare pochi castelli, poiché, asseriva, aveva udito presso i nemici di
come Germano, nipote dell'imperatore, fosse morto, e Giovanni, suo genero, e Giustiniano, suo
figlio, con tutto l'esercito che Germano aveva raccolto erano già in Dalmazia, e da lì, ben presto,
sarebbero partiti per recarsi in Liguria per sorprendere i Goti, farne schiavi i figli e le mogli, e
saccheggiarne tutti gli averi. Quindi aggiunse: “Sarebbe meglio che noi ci apprestassimo a far
fronte contro di loro svernando al sicuro insieme ai nostri; infatti se riusciremo a vincerli sarà poi
molto facile, all'inizio della primavera, recuperare la Sicilia, non dovendo pensare a nessun
nemico”.
Totila persuaso dalle argomentazioni, lasciò dei presidi in quattro dei luoghi più forti e, portando
con se tutto il bottino, con il resto dell'esercito tornò in Italia. Questo avvenne colà.
...

Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, libro IV

21) ... Quindi Giovanni, nipote di Vitaliano da parte della madre, svernò in Salona, e nell'attesa di
lui i generali dell'esercito romano in Italia rimasero fermi. Con l'inverno ebbe fine l'anno sedicesimo
di questa guerra (550 - 551), la cui storia fu scritta da Procopio.
Nell'anno seguente Giovanni, che aveva deciso di abbandonare Salona e di condurre l'esercito
contro Totila i Goti, ebbe l'ordine di sospendere la partenza fino all'arrivo dell'eunuco Narsete,
scelto da Giustiniano per proseguire quella guerra; non fu mai concesso ad alcuno di conoscere
chiaramente il motivo della nuova determinazione del sovrano, essendo impercettibili i pensieri di
un monarca quando egli non voglia comunicarli. Mi limiterò dunque a riferire le diffuse congetture.
Giustiniano Augusto, resosi conto che tutti gli altri generali loro malgrado sommessi a Giovanni,
ben difficilmente ne avrebbero condiviso il comando, temeva che l'esacerbarsi degli animi, lo
spirito di parte e l'invidia li portasse a disobbedire, ad operare in maniera lenta e svogliata, o
addirittura la somma delle cose. Ricordo inoltre di avere udito nella mia permanenza in Roma, da
un senatore, che regnando Atalarico, figlio della figlia di Teodorico, un giorno sul far della sera
dalla campagna veniva condotto in città, passando per il foro della Pace (chiamato cosi per via
tempio della Dea ivi esistente, ed anticamente percosso da un fulmine), un armento di buoi. Avanti
il foro si trova un'antica fontana sulla quale è posto un bue di bronzo, lavoro, se pur non erro,
dell'ateniese Fidia o di Lisippo; lì nei pressi, infatti si possono ammirare molte statue opera di questi
scultori, come dichiarano le iscrizioni che vi furono poste, e vi si trova anche la celebre vacca di
Mirone, dato che gli antichi romani si prodigarono per donare alla città i più sublimi capolavori
dell'arte greca. Ora, aggiunse il senatore, un toro castrato dell'armento, corse verso il foro, e salito di
furia sopra la vasca, montò l'animale di bronzo. In quel momento poi casualmente passava di là un
tale originario della Tuscia, villano nell'aspetto, e datosi a congetturare intorno a quel fatto (essendo
che i Tusci anche oggi si dilettano nelle divinazioni) proferì alla fine che un eunuco avrebbe
abbattuto un giorno il sovrano di Roma. Allora quel Tosco con le sue predizioni aveva provocato
l'ilarità di tutti, poiché gli uomini hanno la tendenza a volgere in burla le predizioni prima che
queste si avverino; non già in forza di argomentazioni, ne perché quei fatti poi non si verifichino, ne
perché le predizioni appaiano incredibili. Ora, però, tutti ammirano quell'augure e si inchinano
dinanzi alle sue parole ...
Narsete dunque ricevuto dall'imperatore un potentissimo esercito, e copioso danaro, si pose in
cammino; giunto quindi nel mezzo della Tracia fece base in Filippopoli, rinvenendo i passi occupati
da bande di Unni, i quali scorrazzando sul suolo romano devastavano e razziavano senza alcun
impedimento; udito quindi che altri di essi procedevano verso Tessalonica ed altri verso Bisanzio,
levato prontamente il campo proseguì verso l'Italia.

22) Mentre in Salona Giovanni attendeva Narsete, il quale impedito dalle scorrerie degli Unni
procedeva lentamente, Totila nell'attesa di lui richiamò in Roma alcuni dei cittadini e dei senatori
lasciandone il resto nella Campania, ed ordinò che con ogni possibile diligenza fosse governata la
città, mostrando quasi pentimento per i danni arrecati, come pure del fatto di averne bruciata una
parte non piccola, specialmente al di la dal fiume Tevere. Questi disgraziati abitanti poi, quantunque
ridotti alla condizione di servi, spogliati di tutti i loro beni ed interdetti dal possedere alcunché del
proprio o del pubblico, misero in questo grandissimo impegno, non avendo io mai visto genti più
affezionate dei Romani alla città loro, nel mantenere e conservare le memorie patrie. Né, per quanto
lungamente avessero vissuto sotto i barbari, desistettero mai dal custodire al meglio come seppero
quei sontuosi edifici ed ornamenti, ai quali d'altronde l'industria degli artefici aveva procurato si
grande solidità che né i moltissimi anni trascorsi, né l'interruzione delle necessarie cure valsero a
consumarli, essendo ancora lì a testimoniare ai posteri l'origine di quell'impero.
Fra essi sorprende la nave di Enea, fondatore della città, spettacolo di vero inaccessibile alla nostra
immaginazione. La si vede nel mezzo di Roma in un cantiere navale alla ripa del Tevere, e qui,
avendola di persona osservata, ne descriverò la forma 31.
Essa, quantunque assai grande, solcava le onde spinta da un sol ordine di remi; lunga centoventi
piedi, larga venticinque 32, alta tanto da poterla governare con i remi, e sebbene composta di
legname non vi appaiono assolutamente segni di commessure, né ferramenta a connetterne le varie
parti, mirandovisi, da per tutto, una semplicità inarrivabile dalla mente di chi ne oda i racconti, né
sene trova altra, per quanto mi sappia, da poterla confrontare. La carena, tutta formata dal tronco di
un solo albero, va dall'estremità della poppa sino alla prora con dolce curvatura, stupendamente
31 Il porto militare di Roma (Navalia) è noto unicamente grazie alle scarse notizie pervenuteci dalle fonti scritte mentre non è stato
ancora localizzato con precisione sul terreno. Tito Livio ricorda che i Navalia si trovavano di fronte ai campi di Cincinnato (Liv., III,
26) ovvero nel Campo Marzio. Secondo la tradizione nei Navalia vennero portate le navi di Anzio (337 a.C.) mentre i loro rostri
servirono per abbellire la tribuna del Foro Romano (Liv., VIII, 14, 12). Nel 191 a.C. Attilio Regolo fu incaricato del rimessaggio di
queste navi e nel 172 a.C. si restaurarono le vecchie quinqueremi (Liv., XXXVI, 2; XLII, 27). Nel Navale, secondo Procopio
(Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, IV, 22, 8), era conservata la grande nave di Enea. La localizzazione dei Navalia è oggetto di
disputa tra i topografi. Lo Hülsen (1896) parla di "Navalia superiora" nel Campo Marzio, e di "Navalia inferiora" nel Foro Boario. Il
Cressedi (1949-51) si rifà a questa ipotesi e colloca i Navalia superiora in corrispondenza di un molo, scoperto nel 1890 nella zona
dell’ex teatro Apollo a valle di Ponte Elio (Marchetti 1891). Le Gall (1953) ritiene, invece, che non esistessero due Navalia ma uno
solo la cui localizzazione, sulla base del calcolo dell’area occupata delle imbarcazioni (340 m. di lunghezza per 50 quinqueremi),
andrebbe ricercata presso lungotevere dei Vallati, tra Ponte Garibaldi e Ponte Sisto. Il Coarelli (1968: 37) li posiziona
immediatamente a monte dell’estremità dell’isola Tiberina, nel Campo Marzio meridionale, su un’area lunga non meno di 500 m.
32 c.a 19 metri x 7
immergendosi nell'acqua, per quindi man mano uscirne verso le estremità. Tutte le coste poi, o
vogliamo dire i più grossi legni a compimento della stessa (chiamati dai poeti greci ∆ρψοχηοι e
dagli altri Νοµεισ) tanto sono lunghi che raggiungono, ognuno, ambo i fianchi della nave, e da
quivi discendendo abbasso con elegantissima curva formando la circonferenza di quell'alveo; né
saprei dire se di natura in questo modo cresca il legname, facendolo cosi opportunamente vegetare,
o pure dobbiamo all'arte ed agli strumenti questa loro appropriata flessione. Ciascuna tavola poi
dall'una estremità del naviglio fino all'altra accenna la lunghezza del tronco dal quale venne segata,
e solo dei chiodi ferrei l'assicurano fortemente alle coste per completarne i fianchi: per riassumere
tutta la sua costruzione è un tale spettacolo che invano cercheremmo di descrivere. Ed è dono di
Dio, per la natura delle cose da lui donate agli uomini, di esprimere chiaramente con la favella la
maggior parte delle opere assai lontane dalla comune immaginazione, e sempre che queste si
rendono superiore i nostri consueti pensieri, si avvantaggiano del potere della parola. Tra quei legni,
aggiungo, non ve ne sono di putrefatti o tarlali, ma tutta la nave, in maniera sorprendente,
conservasi ancora egualmente perfetta come apparve non appena uscita delle mani del suo artefice
chiunque egli si fosse; ma quanto se ne è detto basti.

Totila dunque, riempitene trecento lunghe, navi mandò molti soldati in Grecia con l'ordine di
manomettere quanto si presentasse innanzi a loro; ma questa armata di mare, sino alla Feacide (oggi
detta Corcira) non fu apportatrice di sventure, poiché nel tragitto, partendo dallo stretto di Cariddi,
non si trova un isola abitata; io stesso, trasferitomi spesso in quelle parti, rimasi incerto su dove
cercare la dimora di Calipso. Qui si presentavano al mio sguardo tre sole isole, non più di trecento
stadi lontane dalla Feacide, tra loro vicine, piccolissime, e del tutto spoglie di gente, di bestiame e
d'ogni altra cosa. Hanno nome Otonie, e ne mancherà, forse, chi vi pone l'abitazione della Ninfa
aggiungendo che Ulisse, non molto discosto dalla terra dei Feaci, con la zattera , come dice Omero,
o con la nave, o in altro qual modo si voglia, vi approdasse; ma noi riferiamo quel tanto ne fu dato
di rilevare per congettura.
... I Goti, con tale armata di mare, giunti a Corcira (Corfù) la posero a sacco insieme con tutte le
vicine isole chiamate Sibote 33; passati quindi sul continente, con un rapido assalto, misero a sacco i
luoghi che circondano Dodona 34, in più danneggiando Nicopoli ed Anchiso; questa trae il nome, a
detta di quei paesani, dall'esservi approdato Anchise, padre d'Enea, col figlio dopo la caduta d'Ilio,
vissuto lì qualche tempo ed anche morto.
Preso quindi a corseggiare la costa marittima, ed imbattutosi nelle navi greche, non poche di
numero, le catturarono tutte coi carichi, essendovene tra esse di quelle spedite dalla Grecia a fornire
di rifornimenti le truppe di Narsete (estate 551); tanto avvenne in quel luogo. 35
33 Sibota (od. Sỳvota; gr. τὰ Σύβοτα) Gruppo di 3 isole presso la costa dell’Epiro, a sud di Corfù, note per la battaglia navale del
433 a.C. fra Corinzi e Corciresi, una delle cause occasionali della guerra del Peloponneso.
34 In greco antico Δωδώνη, oggi Dodoni, città dell'Epiro, nella Grecia nord-occidentale.
35 Nell'aprile 551 Narsete ottenne di nuovo il comando delle operazioni in Italia: (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, IV, 21)
radunato un esercito imponente, senza farsi molti scrupoli di arruolare con generosi donativi barbari Unni, Gepidi, Eruli, Longobardi
e Persiani fra le sue schiere, lo concentrò dapprima a Salona, dove si radunarono all'incirca 30.000 uomini. (Procopio di Cesarea, De
Bello Gothico, IV, 22) Baduila reagì ai preparativi di Narsete ripopolando Roma con una parte dei cittadini e dei senatori tenuti in
cattività in Campania e affidando agli stessi il compito di provvedere alla difesa della città; (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico,
IV, 22) successivamente ordinò alla flotta gota (di 300 navi) di saccheggiare la Grecia e Corfù, intercettando in questo modo alcuni
dei rifornimenti destinati all'esercito di Narsete. (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, IV, 22) Infine decise di conquistare la
strategicamente importante città di Ancona: in questo però fallì perché la flotta gota che assediava la città insieme all'esercito
terrestre, a causa della relativa inesperienza dei Goti nella guerra in mare rispetto agli imperiali, subì una completa disfatta nella
battaglia navale presso Sena Gallica; non più supportati dalla propria flotta, i Goti furono costretti levare l'assedio. (Procopio di
Cesarea, De Bello Gothico, IV, 23) Baduila, contrario ad ogni resa, ordinò allora l'invasione della Sardegna e della Corsica, che ebbe
buon esito in quanto la flotta imperiale inviata dall'Africa venne sconfitta dai Goti presso Cagliari. (Procopio, De Bello Gothico, IV,
24) Questi sono gli ultimi successi per i Goti, che iniziano a mostrare segni di declino: infatti in quello stesso anno il generale romano
Artabane riuscì ad allontanarli definitivamente dalla Sicilia, (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, IV, 24) mentre l'assedio goto di
Crotone fallì per l'arrivo di truppe imperiali provenienti dalle Termopili. (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, IV, 25 - 26) Baduila
inviò degli ambasciatori alla corte di Giustiniano, facendogli notare che una consistente parte dell'Italia era in mano ai Franchi,
mentre il resto era desolato a causa della lunghissima guerra; propone quindi all'Imperatore la pace in cambio della cessione della
Sicilia e della Dalmazia all'Impero e di un tributo annuale. Giustiniano, tuttavia, rifiutò le proposte di, e inviò un ambasciatore,
Leonzio, presso i Franchi al fine di persuaderli ad allearsi con l'Impero contro i Goti, ma senza esito positivo. (Procopio di Cesarea,
De Bello Gothico, IV, 26)
23) Totila da tempo aveva inviato l'esercito nel Piceno per occuparvi Ancona, affidandone il
comando ai valorosissimi comandanti Scipuar, Gibia e Gundulf (o Indulf come altri lo chiamavano),
che era stato da prima lanciere di Belisario. Li aveva similmente rafforzati spedendo presso di loro
quarantasette navi, perché potessero, con l'assedio da mare e da terra, averne il castello più
rapidamente e con facilità. Già da qualche tempo, poi, stavano sotto quelle mura, quando la
guarnigione cominciò a patire di vettovaglia, perché Vilaliano, allora di stanza a Ravenna, era a
conoscenza delle necessità dei suoi, e bramoso di provvedervi, ma, d'altronde, persuaso di non
avere mezzi sufficienti allo scopo, scrisse a Salona, a Giovanni, nipote di Vitaliano, con queste
parole: “Ben sai tu stesso che di qua dal golfo Ionio perdemmo tutto, salvo Ancona, se pur questa
ancora oggi rimane, essendo le sorti dei romani, quivi strettamente rinchiusi, giunte a tali estremi
che temo intempestivo ogni soccorso, e, per lo snervante indugio, vano ogni nostro buon impegno.
Cosi termino poiché le ristrettezze in cui si trovano gli assediati mi impongono di non scrivere più a
lungo; a costoro risulterebbe funesto il differire d'un attimo l'assistenza, essendo il pericolo
maggiore di qual si voglia descrizione”. Giovanni ricevuto il foglio, di proprio arbitrio e contro gli
ordini imperiali dapprima ricevuti, si pose tosto in navigazione, stimando ben più meritevole di
considerazione, l'imminente rovina cui andavano incontro, per opera del fato, quei bisognosi, che
non gli ordini imperiali. Fatta quindi la cernita de suoi militi, i più valorosi li collocò sopra trentotto
lunghe navi, velocissime, ed assai adatte ai combattimenti di mare; copertone di poi con fodere il
carico, e postosi alla vela salpò da Salona e approdò ad Enona, dove poco dopo giunse Valeriano
con altre dodici navi.
Riunite qui le forze, e conferito insieme, stabilirono il da farsi. Quindi dispiegate le vele
approdarono ad una città sulla riva opposta chiamata dai Romani Senigallia, non molto distante da
Ancona. I comandanti dei Goti, saputolo, rapidamente riempirono anch'essi (di arcieri)
quarantasette lunghe navi, lì pronte, con il fiore di loro militi, e, dato incarico alle genti comandate
da Scipuar il proseguimento dell'assedio, partirono ad incontrare il nemico; avvistatesi le due
armale di mare, fermata la navigazione e raccolti i vascelli, si passò da ambe le parti ad arringare le
truppe. Valeriano e Giovanni, essendo i primi ad esortarle, dissero: “Nessuno di voi, o commilitoni
dimentichi lo scopo della imminente battaglia: non più che la salvezza di Ancona e dei Romani lì
entro. Sia chiaro, inoltre e a dir tutto con brevità, che dipende da essa l'intero esito della presente
guerra, poiché delle due fazioni, quella che ne uscirà vittoriosa non potrà fallire più la l'esito; e
tale pensiero forte imprimete negli animi vostri. È pretta verità che la validità degli apprestamenti
condizioni l'esito della battaglia, e che per mancanza di rifornimenti sia facile cedere al nemico,
non potendo coesistere la fame e il valore guerresco; né consente la natura che un uomo indebolito
da inedia si renda glorioso tra le armi. Ora così sta la situazione: noi da Otrando a Ravenna
manchiamo, ad oggi, di altri luoghi fortificati dove mettere in serbo l'annona a sostentamento
nostro e dei cavalli, poiché i Goti padroneggiane ormai del tutto i lidi, che invano vi cercheremmo
una città amica da qui ottenere qualche conforto di vettovaglia. Ogni nostra speranza riposa in
Ancona, quando, traversato il mare, ci fosse concesso di prendervi terra e riparare in mura fidate.
Dunque grideremo vittoria nell'odierno conflitto, riporteremo la città, come giustizia vuole, sotto
l'imperio di Augusto, e avremo non vana fiducia di condurre a buon fine l'intera guerra. Vinti, al
contrario, non voglia il Nume che (per tacere di più cose gravi) i Romani andranno da oggi a
perdere il possesso dell'Italia. Inoltre mostrandovi ora codardi non avreste più scampo, essendo
che il continente, occupato dai nemici, non potrebbe darvi salvezza, né il mare, riboccante delle
loro forze, si presterebbe alla vostra navigazione. Ogni nostra speranza adunque pende dal
successo di questo combattimento, e nei suoi buoni esiti. Fate quindi prova di coraggio e valore, in
esso, pensando che una sconfitta sarebbe l'ultima per voi, ed una vittoria vi colmerebbe
d'incomparabile felicita e gloria”.
Giovanni e Valeriano cosi parlarono; quindi i generali dei Goti loro volta diressero alle truppe la
seguente arringa: “Dato che questi malvagi, espulsi da tutta l'Italia ed acquartierati in luoghi di
terra e di mare che non conosciamo, ora ardiscono a venire in battaglia contro di noi, è nostro
dovere, e con ogni potere, rintuzzare tanto sconsiderato ardimento, acciocché la loro baldanza non
debba crescere ancora per la nostra dabbenaggine. Poiché una sconsiderata arroganza non
repressa nel suo nascere, prende presto il carattere di strabocchevole audacia, e termina solo
quando abbia sprofondato in calamità gravissime coloro che sene avvalgono. Laonde sia nostra
prima cura lo stare accorti che essi, tuttavia, non sono più che grecuzzi, di natura effeminata, e
ripieni d'orgoglio sebbene vinti; ne gli vorrete permettere una ancor lunga perseveranza in tale
condotta. Poiché la infingardaggine ove non ci si curi di lei, apre il varco a più gravi arbitrii, e,
instancabile, porta ad una insolita presunzione favorita dal tempo. Non crediate poi di vederli
resistere per lungo tempo a fronte di prodi guerrieri, poiché l'ardire ben, poco raffermato da virtù,
va borioso prima d' incontrare il cimento, e si fa bello mostrando qualche sembianza di fortezza,
ma alla prova del combattimento lo volgerete in fuga. E che tale sia ne avete la prova
rammentandovi come, dopo chiarissime azioni, lasciaste sconfitti i vostri nemici. Ritenete in fine
che essi oggi vi chiamano in battaglia, non già per essere divenuti più animosi e potenti, e quindi la
tracotanza loro, da che ardiscono imbarcarsi in un impresa tale, ne riporterà anche adesso l'eguale
pena”.
I condottieri Goti, esortato l'esercito, e fattisi contro al nemico, tosto lo assalirono. Ostinatissima fu
la battaglia navale, non tanto diversa da quelle terrestri; poiché le due fazioni, tenute le navi a
fronteggiarsi prora contro prora, si bersagliavano colle faretre a vicenda, e per gli spiragli delle navi
i più valorosi combattevano tra loro con le aste e le spade, come si usa in campo. Così ebbe inizio la
sfida, ma poi i barbari, per nulla esperti di naumachia, combatterono disordinatissimi, alcuni
appartandosi tanto da venire poi assaliti alla spicciolata, e gli altri raccogliendo le loro navi in spazi
così angusti, che risultavano di reciproco impedimento; avresti visto gli alberi di quei vascelli,
stretti insieme ed intessuti a foggia di stuoie. Con molta fatica e lentezza, inoltre potevano scagliare
saette contro il nemico, o, giunti da presso molestarlo con l'asta e la spada; con alte grida, in
cambio, procedevano urtando e ributtandosi colle armi; ora serravano il loro fronte, ora (né poco era
il danno), sparpagliandosi di soverchio.
Ognuno schiamazzando esortava i vicini, certamente meno a far prova di coraggio che ad esser
cauti nel governare i vascelli, serbando tra essi la necessaria distanza; in fine la generate imperizia
loro li condusse a subire una grave sconfitta.
I Romani, al contrario, esperti nel trattare le armi e assai pratichi di battaglie navali, volte le prore
verso il nemico, ne stretti tra loro, ne distanti più di quanto lo richiedesse il caso, ora
opportunamente raccoglievano le navi, ora ne distanziavano una parte per combattere qualche legno
nemico isolato dagli altri ed affondarlo. Vedendo poi il grande trambusto in cui versavano gli
avversari li molestavano con assiduo lancio di frecce, e fattisi poi addosso, nel disordine, li
uccidevano nel combattimento corpo a corpo. I Goti caduti d'animo, colpa la mala sorte e gli errori
commessi, privi di consiglio navigavano in balia delle onde, né si affiancavano ai vascelli nemici
per combattere a corpo a corpo, ma, deposte le armi giacevano sgomenti in tanto pericolo, affidando
la loro sorte all'inesorabile fato. Da ultimo, nella confusione e nel trambusto non curanti affatto
della gloria d'una ritirata onorevole e d'ogni altra virtù, si volsero in una obbrobriosa fuga, vennero
accerchiati dagli avversari e costretti ad una vile resa; ben poche delle loro navi, undici di numero,
scamparono furtivamente.
Gli imperiali, poi, ne uccisero molti col ferro, ed anche in maggior numero trovarono la morte
affondando insieme ai vascelli; l'uno dei generali fu preso vivo, ma Indulf ebbe la salvezza
riparando sopra le navi fuggite, che i piloti non appena messo piede a terra incendiarono, per recarsi
quindi tutti a piedi presso quelli che assediavano di Ancona, dove, risaputa la sconfitta si convenne
di abbandonare rapidamente quegli accampamenti, e di raggiungere con veloce marcia, le mura di
Osimo. I Romani giunti prontamente ad Ancona, ne occuparono le trincee abbandonate, e
rinfrescato di vettovaglia il forte, ne ripartirono di velocemente; Valeriano tornò a Ravenna e
Giovanni a Salona. Questo combattimento rintuzzò fuori misura l'ardire ed il coraggio dei Goti
(aprile 551).

24) In tutto questo le vicende nella Sicilia procedevano dei seguente modo: Giustiniano, richiamato
Liberio in Bisanzio, conferì il comando delle truppe stanziate nell'isola ad Artabano, il quale
assediate tutte le guarnigioni nei luoghi fortificati e vinti quelli che facevano scorrerie, li costrinse
per l'estrema penuria di annona a deporre le armi. Tanto bastò perché il nemico, sfiduciato e ancor
più sconvolto per la strage toccata nella battaglia navale, mancasse la determinazione per continuare
la guerra e si convincesse che, dopo le gravi perdite e le ignominiose sconfitte riportate, essi non
avrebbero potuto resistere un attimo di tempo al sopraggiungere di nuovi aiuti per i Romani, e
neanche rimanere nell'Italia (primavera estate 551).
Era inoltre vana ogni speranza di una composizione con Giustiniano, essendo che avendo ricevuto
spesso degli ambasciatori inviati da Totila, i quali alla sua presenza riferirono come il più dell'Italia
fosse in potere dei Franchi, e poco meno che tutto il resto, colpa la guerra, del tutto desolato, e i
Goti pronti a cedergli la Sicilia e la Dalmazia (unico suolo non travagliato dalle recenti sciagure),
con l'obbligo di farsi tributari con un pagamento annuale a compensazione di quanto egli riterrebbe;
con la promessa, in fine, di diventare suoi alleati in guerra ed in tutto soggetti per sempre,
Giustiniano, fermo nel diniego, li aveva sempre accomiatati, avendo ormai in odio il nome dei Goti,
e proponendosi di cancellarli del tutto dall'impero romano. Questo è ciò che avvenne in Sicilia.
Teodiberto, re dei Franchi 36, era morto di malattia poco prima, dopo essersi reso tributari,
arbitrariamente, alcuni paesi della Liguria, le Alpi Cozie e gran parte della Venezia. Così i Franchi,
prendendo a pretesto la guerra in cui si trovavano impegnate le altre due parti, senza correre alcun
pericolo si erano arricchiti di ciò per cui gli altri guerreggiavano tra loro. Nella Venezia solo poche
città rimanevano ai Goti, e i luoghi marittimi ai romani; tutto il resto se lo erano annesso i Franchi.
Così mentre i romani e i Goti combattevano tra loro questa guerra, e non potevano farsi nuovi
nemici (come io narrai), i Goti e i Franchi vennero a delle trattative, e fu convenuto che finché i
Goti fossero stati in guerra con i romani, gli uni e gli altri sarebbero rimasti in possesso di quanto
avevano acquistato, e non vi sarebbe stata inimicizia tra loro. Se poi Totila avesse vinto la guerra,
allora i Goti e i Franchi avrebbero rinegoziato tra loro l'assetto di quelle terre, secondo la reciproca
convenienza. Tanto fu convenuto.
A Teodiberto successe, nel regno, il figlio Teodibaldo 37, e l'imperatore Giustiniano mandò presso di
lui come legato Leonzio, senatore e genero di Anastasio, per invitarlo ad allearsi con lui contro
Totila, e di uscire da quei territori dell'Italia, che il padre senza diritto aveva occupato.
Leonzio pervenuto alla corte dei Franchi così parlo: “Anche ad altri sarà capitato un fatto nella
maniera in cui non se lo aspettavano; con tutto ciò sono d'avviso che manchi l'esempio per cui ad
altri accaduto quanto ebbero i a soffrire Romani da voi. Ed a provarlo ricorderò che Giustiniano
prima di muovere guerra ai Goti chiese ai Franchi una promessa d'aiuto, dando loro a titolo di
amicizia e alleanza, sovrabbondante danaro. Ma essi, oltre a non mantenere nulla delle promesse
pattuite, arrecarono tante ingiurie quante non sene potrebbero neanche alla leggera immaginare.
Tuo padre Teodiberto, ad esempio, non si trattenne dall'occupare violentemente e contro ogni
diritto le provincie da Giustiniano ricondotte, senza il vostro aiuto, con molta fatica e gravissimi
pericoli, alla sua obbedienza. Ma lasciate da parte simili querele ed accuse ora a te mi presento
per chiedere e proporre cose che a voi stessi risulteranno vantaggiosissime; affinché provvediate al
meglio alla felicità vostra, né vi opponiate a quella dei Romani; poiché a coloro che dispongono di
una grande potenza, l'appropriazione ingiusta, anche di piccole cose, spesso è bastata a privarli di
beni da lungo tempo goduti. Ti chiedo, pertanto, che tu parteggi per noi in questa guerra contro
Totila e purghi cosi da ogni reato il tuo genitore; alla vera e legittima prole infatti si addice il fare
ammenda delle colpe di lui, ed il rendere fermo e costante ogni suo buon precetto; il primo
desiderio dei saggi è, infatti, quello di lasciare una discendenza degna delle onorate azioni da cui
essi stessi riportarono somma lode, e se essi operarono alcunché di meno corretto, questo venga
emendato non da altri la dai loro figli. Sarebbe poi tornato più utile a voi, anche se non richiesto,
di allearvi con i Romani per debellare i Goti vostri nemici di antica data, sleali verso i Franchi, ed
avvezzi a farvi la guerra costantemente, senza tregua ne ragione. Questi ora per il timore che

36 Théodobert o Theudebert (504 circa - 548 circa), della dinastia dei merovingi, regnò su gran parte dell'Austrasia, sull'Aquitania,
su parte della Burgundia e sulla Turingia dal 534 circa alla sua morte.
37 (535 – 555), re della dinastia dei merovingi, regnò su gran parte dell'Austrasia, sull'Aquitania, su parte della Burgundia e sulla
Turingia dal 548 circa alla sua morte.
hanno di noi, non disdegnano di blandirvi, ma quando non avranno più a che fare con noi,
mostreranno prontamente il loro animo verso le vostre genti. Gli uomini malvagi non cambiano la
loro natura di proposito, né favoriti dalla fortuna, né oppressi da malasorte; li vedi dissimulare
nelle sciagure con arte bellissima, ed in ispecie con gli altri, se costretti dalla necessità, a
dissimulare il loro animo malvagio. Dopo avervi fatto riflettere su queste addotte, cose non
dubiterete un istante dell'utile vostro facendovi amico l'imperatore, e volgendo ogni vostra forza
contro i vostri nemici”.
In questo modo parlò Leonzio, e Teudibaldo gli rispose: “Non vi sarebbe giustizia né equità in noi
se accettassimo l'invito ad allearci con Giustiniano per guerreggiare i Goti. Costoro sono già nostri
amici, e dunque mancando loro di fede non potremmo garantirla neppure a voi; essendo che l'uomo
giunto a macchiarsi di tanta malvagità sempre proseguirà lontano dalla rettitudine. Quanto poi ai
paesi da te ricordati basti dire che mio padre, Teudiberto, non ebbe giammai in animo di fare
oltraggio a chiunque sia dei suoi vicini, e di usurpare l'altrui; chiaro argomento ne sia il fatto di
non avermi lasciato grandi ricchezze. Né tanto meno egli a mano armata vi privò di quei domini,
che apertamente gli furono ceduti dal re goto, che già li possedeva; e in questo l'imperatore
avrebbe dovuto, semmai, essere grato ai Franchi, non potendo egli meno di noi rallegrarsi mirando
il nostro rapitore spogliato dei suoi beni male acquisiti, nella persuasione che egli, a diritto, paghi
il prezzo delle violenze commesse; a meno che egli non rechi invidia agli esecutori di tali violenze,
poiché assumersi i diritti dei nemici, diviene spesso ragione di inimicizia tra gli uomini. Possiamo
del resto sottomettere entrambi le nostre contese ad un arbitrato, affinché i Romani, se favoriti
dalla sentenza, possano immediatamente recuperare ciò che venne tolto loro ingiustamente. Ma per
questo anche noi invieremo presto i nostri legati a Bisanzio”. Leonzio venne così accomiatato, e
quindi una ambasceria di quattro individui, con a capo un certo Leudardo, franco di origine, al suo
arrivo si presentò all'imperatore eseguendo con ottimo successo il suo mandato.
Totila, nel frattempo, voglioso di occupare le isole vicine all'Africa radunò in fretta un'armata di
mare, e imbarcata la soldatesca necessaria allo scopo, le ordinò di spiegare le vele. Questa innanzi
tutto, posto piede in Corsica, ne compì la conquista senza trovare opposizione; quindi vi aggiunse la
Sardegna, rendendole cosi ambedue tributarie dei Goti. A queste notizie Giovanni, comandante
delle milizie per l'Africa, spedì un'altra flotta con l'esercito, la quale, accostatasi a Cagliari e messo
il campo, si apprestò ad un assedio, stimando le forze insufficienti ad assaltare le mura guardate da
un copioso presidio. I Goti di guardia alla città, risapute le loro intenzioni, prontamente li
assalirono, e, avendoli messi in fuga con un improvviso attacco, ne uccisero molti; i superstiti,
allora, tornati alle navi rivolsero prontamente la prora a Cartagine per svernare, e proseguire con la
primavera, con un maggiore apparato, la guerra per le predette isole (autunno 551). Nella prima di
esse, già chiamata Sardo e detta ora Sardegna, vi cresce un'erba che apporta all'istante delle
convulsioni mortali a chiunque ne mangia, e le sue vittime si dipartono di questa vita con tutte le
apparenze di un'incessante riso; ha il nome in comune con l'isola, ed è detta sardonica. Nella
Corsica poi, un tempo Cirno, vedrai la specie umana abbondare di nani, e mandrie di cavalli ben
poco superiori alle pecore in grandezza; e per queste basti quanto ho narrato 38.

25) ... Gli abitanti di Crotone e i soldati di quel presidio comandarti da Palladio, strettamente
assediati dai Goti, e colpiti per la mancanza di vettovaglie, più volte di nascosto dai nemici,
spedirono messi in Sicilia, per dichiarare ai comandanti dell'esercito romano, e in special modo ad
Artabane, che se non avessero ricevuto soccorsi, essi, loro malgrado, non avrebbero tardato ad
arrendersi ai nemici; ma nessuno giunse in loro soccorso. E terminò così l'inverno e si compì il
diciassettesimo anno (551 - 552) di questa guerra di cui Procopio scrisse la storia.

26) L'imperatore udita la situazione di Crotone diede subito l'ordine ai suoi comandanti in Grecia,
presso le Termopili, di navigare senza indugio alla volta dell'Italia, e soccorrere con ogni mezzo la
città assediata; questi pronti al comando, si misero in mare, ed a vele spiegate, grazie anche al vento

38 Durante la seconda metà del 551, si ha solo notizia che gli Ostrogoti strinsero d'assedio Crotone, la base dei Bruttii usata da
Belisario per la campagna invernale del 547-548.
propizio, approdarono improvvisamente nel porto di Crotone assediata. 1 barbari a tale sorpresa,
sopraffatti dal timore, sciolsero a furia l'assedio; alcuni sopra le navi ripararono a Taranto, altri
fuggirono a piedi sul monte Scilleo. Aumentata in questo modo la sopraffazione dei Goti, Ragnari,
chiarissimo personaggio dei loro, cui obbediva il presidio di Taranto, e Morra comandante di quello
di Acherontia, venuti a Colloquio, e in ottemperanza alla volontà delle truppe, con Pacurio figlio di
Peranio, comandante in Otranto della guarnigione romana, promisero la resa di sé stessi, delle genti
loro e dei luoghi da loro difesi, qualora Giustiniano consentisse di mandarli salvi; al che Pacurio
presto partì per Bisanzio per combinare in questo modo l'accordo.
Narsete si mosse da Salona (primavera del 552) conducendo un potentissimo esercito, contro
Totila ed i Goti, una volta ricevuto da Giustiniano danaro in a sufficienza per assoldare molte
truppe, organizzare ogni cosa, e saldare alle truppe stanziate in Italia gli stipendi arretrati, protratti
assai tempo; l'erario, infatti, non aveva pagato, come di consueto, il soldo dovuto. Inoltre aveva
ricevuto l'autorità di agire su tutti coloro che avevano disertato, per passare con Totila, allettati dalla
sua paga, perché tornassero sotto le insegne dei romani. Non si può negare, infatti, che per in
passato Giustiniano avesse trascurato di gran lunga questa guerra, ma tornò a provvedervi
ottimamente allorquando Narsete, vedendosi da lui fortemente sollecitato ad impegnarvisi, ebbe il
coraggio, degno al vero di un grande capitano, di rispondergli che ne avrebbe compiuto i voti
quando avesse ricevuto i mezzi per uscirne con onore. Ottenuto, così, tanto danaro, uomini ed armi,
aveva radunato con somma diligenza e premura un esercito idoneo all'opera, annoverando in esso
molti guerrieri romani giunti da Bisanzio e dalla Tracia, ed anche moniti forniti dall'Illirico; vi
erano, inoltre, Giovanni alla testa delle sue truppe e di quelle del suocero Germano. Auduino re dei
Langobardi grazie all'oro in ricevuto gran copia dall'imperatore e dei passati accordi, gli aveva
spedito duemila e cinquecento valorosissimi guerrieri, fiore delle sue truppe, e con essi altri, forse
più di tre mila combattenti. Venivano poi accompagnati da tremila Eruli a cavallo aventi come duce
Filemut, una gran turba di Unni, e le genti di Dagisteo ohe riscattò con questo servizio la sua
liberazione. Non pochi disertori persiani, poi, seguivano Cabade figlio di Zami e nipote del monarca
con lo stesso nome nome, del quale feci menzione nei libri antecedenti, dicendo come egli, per
opera di Canarange, fosse sfuggito allo zio Chosroe, e fosse riparato in suolo romano. Vi militava
inoltre il gepida Aspado valentissimo giovane con quattrocento dei suoi, gente assai destra a trattare
le armi, ed Anito con una turba inflnita di Eruli, celebrati per il coraggio nei pericoli della guerra; il
loro comandante, erulo anch'egli, non meno glorioso in campo, dalla sua fanciullezza si era
affezionato al modo di vita dei romani, e aveva impalmato la figlia di Maurizio figlio di Mundo. A
Giovanni soprannominato Faga, ed altrove da noi ricordato ,obbediva una coorte di invitti Romani.
Al di sopra di tutti Narsete, splendido esempio di liberalità e zelo nel soccorrere alle indigenze
altrui, e fatto più che potente dall'imperatore, governava di suo pieno arbitrio la totalità dell'esercito.
Comandanti e soldati aveano già, in passato, sperimentato il suo grande animo, quindi non appena
eletto al comando supremo dell'esercito contro Totila e Goti, ognuno si mostrò prontissimo a
seguirne i vessilli, chi per riconoscenza per antichi favori, chi sperando di ricavarne vantaggi. Gli
Eruli e gli altri barbari singolarmente gli erano affezionati per il trattamento che riservava loro.
Giunto a breve distanza dalla terra dei Veneti spedì un messo ai comandanti dei Franchi, posti a
guardia, chiedendo il passo, in quanto truppe amiche. La risposta fu negativa, e non ne fu spiegato
il motivo, vuoi per gli interessi propri, vuoi per l'amicizia che li legava ai Goti; produssero, invece,
un pretesto di ben poco conto, cioè il fatto che egli aveva con se dei Longobardi, che erano loro
giurati nemici. II generale, saputa la cosa, rimase da principio alquanto imbarazzato, quindi prese ad
interrogare gli Italiani che erano sul posto, perché manifestassero il loro parere sul partito da
prendere; alcuni di essi gli fecero notare che sebbene i Franchi avessero consentito alla richiesta, in
nessun modo l'esercito sarebbe giunto a Ravenna per quella via senza incontrare gravi ostacoli in
prossimità di Verona, poiché Totila, scelto il buono e il meglio dall'intero esercito, lo aveva spedito
sotto il comando di Teia, famosissimo Goto, a sorvegliare quelle mura, perché impedisse in ogni
modo l'avanzata dell'esercito romano; e così era infatti. Il generale Goto, poi, non appena giunto lì,
aveva chiuso al nemico ogni via, e resi inaccessibili con grandi opere tutti gli avvicinamenti al Po,
accatastandovi alberi, con fosse e sconnettendone il suolo, o convertendolo in profonde marrane e
limacciose voragini; quindi si apprestava, con le sue truppe, a combattere chiunque dei Romani
avesse osato inoltrarsi per quei luoghi. Ma Totila era anche determinato a prendere quei
provvedimenti dalla persuasione che mai il nemico avrebbe rasentato il litorale del golfo Ionico
dove le bocche di molti fiumi navigabili sarebbero state sufficienti ad arrestarlo, né avrebbe avuto
tante navi quante ne servivano a valicare il golfo; e se poi pochi per volta avessero tentata la
traversata, egli con l'esercito li avrebbe facilmente trattenuti man mano che approdavano; con tali
intenzioni Totila impartì quegli ordini e Teia li eseguì. Mentre Narsete non sapeva come uscire dalla
situazione creatasi, Giovanni, nipote di Vitaliano, molto pratico dei luoghi, propose a Narsete di
muovere coll'intero esercito lungo la via marittima la cui popolazione era ancora soggetta
all'imperatore, come diceva, e di ordinare che lo accompagnassero alcune navi e moltissime barche,
acciocché pervenuti alle bocche del fiume potessero costruire con queste un ponte e avessero così
un facile mezzo per valicarne prontamente le acque. Così Giovanni; e Narsete acconsentì e prese la
lungo la costa, con tutte le sue truppe, la via per Ravenna.

28) Narsete giunto a Ravenna con l'esercito si riunì con Valeriano e Giustino comandanti della
milizia, e con tutte le romane truppe ivi raccolte (6 giugno 552). Nel nono giorno del suo ingresso,
Usdrila di origine gotica, famosissimo nell'arte della guerra e comandante del presidio riminese,
scrisse in questi termini a Valeriano: “Da che state riempiendo ogni luogo di clamori, abbagliando
l'intera Italia con i fantasmi di una gigantesca potenza, e vi inorgoglite assai più del dovuto
cercando di spaventare i Goti, perché indugiate là dentro ? Comportandovi così mostrate di aver
già perso quel vostro coraggio, e vi mostrate imbelli guastatori, con una rossa armata di barbari,
di una regione che non vi appartiene affatto. Impugnate piuttosto le armi, e presentatevi sotto
queste mura, non prolungate ancora la nostra attesa, bramiamo ormai da tempo per incontrarvi”.
Così scrisse; e Narsete, molto divertito da tanta tracotanza da parte dei Goti, subito si mosse con
tutto l'esercito, affidando Ravenna ad un presidio sotto gli ordini di Giustino. In vicinanza ad Rimini
si trovò costretto ad un malagevole passo, in quanto poco innanzi il nemico aveva tagliato entrambe
le testate del ponte, in maniera tale da rendere difficile il passaggio anche ad una sola persona
inerme, e non disturbato comunque nella sua impresa; questo lo rendeva un ostacolo ancor più
insuperabile ad una schiera armata di tutto punto e incalzata, di fronte, dall'esercito nemico. Per cui
il condottiero imperiale, avanzando con una debole scorta vi rimase sopra del tempo senza trovare
la soluzione per trarsi da quell'impaccio.
Nel frattempo giungeva Usdrila con uno squadrone di cavalieri, bramoso di provare il valore dei
suoi. Uno dei Romani, allora, teso l'arco, scagliò una saetta, la quale penetrando profondamente nel
corpo di un barbaro, lo uccise all'istante. Quindi i Goti si ritirarono in fretta di lì e ripiegarono su
Rimini, e riuniti subito alle armi altri dei più valorosi soldati, aperta una delle porte, di gran carriera
tornarono ad avventarsi contro Narsete sperando di sconfiggerlo con un repentino assalto,
sapendolo ancora sul margine opposto del fiume in cerca di un guado per l'esercito. Ma il propizio
fato volle che all'arrivo dei Goti alcuni Eruli, paratisi loro davanti, uccidessero lo stesso Usdrila;
una volta riconosciuto da un Romano gli staccarono dal busto il capo, e tornati all'esercito lo
mostrarono a Narsete con giubilo universale; l'accaduto testimoniava come il nume fosse avverso al
nemico, il quale nel portare delle insidie al condottiero imperiale aveva perduto il proprio capo
senza operare agguati o alcun colpo premeditato.
Narsete tuttavia, nonostante la morte di Usdrila capo del presidio di Rimini, fece proseguire innanzi
l'esercito, poiché non era nelle sue intenzioni attaccare Rimini, ne altre località tenute dei nemici,
per non perdere tempo in operazioni secondarie e rimandare l'obbiettivo più importante.
La guarnigione priva del capo si rinchiuse nella città incurante del fatto che il nemico stesse
gettando un ponte provvisorio sul fiume, e potesse quindi condurre le truppe sull'altra sponda. Qui,
lasciata la via Flaminia, volsero a sinistra, poiché Pietra Pertusa, nome del luogo ricordato nei
precedenti libri, località munitissima per natura e da tempo occupata dai barbari, ostacolava del
tutto agli imperiali la prosecuzione del cammino; per cui il condottiero romano abbandonata la via
più breve procedette per quella più sicura.
29) Così procedeva l'esercito romano. Totila, saputo della disfatta dei suoi nell'agro veneto, volle
inizialmente rimanere a Roma per attendervi Teia con le truppe, ed appena queste giunsero, e quasi
duemila cavalieri erano ancora indietro, mosse con tutto l'esercito voglioso d'incontrare quanto
prima i nemici. Lungo la strada gli venne riferito che, ucciso Usdriia, questi si erano di posta
allontanati da Rimini; quindi attraversata tutta la Tuscia, giunse ai piedi dell'Appennino, dove pose
il campo nelle vicinanze ad una borgata, che i paesani chiamano Le Tagine (Tadinum), ed ivi si
fermò. Non più tardi anche Narsete dispose il suo esercito ai piedi di quel monte, non più di cento
stadi di distanza dai Goti, in una pianura a poca distanza disseminata di poggi.
Fino ad oggi quella località, con il suo nome, testimonia di un fatto della storia, conservando la
memoria della strage dei Galli perpetrata da Camillo, condottiero dei romani, poiché si chiama
“Busta Gallorum”; e i latini con il termine “busta” indicano i residui del rogo. E infatti vi si vedono
numerosi sepolcri formati da tumuli di terra.
Di la Narsete manda a Totila un messaggio esortandolo a deporre le armi, e piegare una volta per
tutte l'animo suo a propositi di pace, riflettendo sul fatto che, disponendo di poche truppe raccolte
frettolosamente, invano avrebbe sperato di resistere a lungo alle forze di tutto l'impero romano.
Ordinò pure ai suoi legati che avessero scorto in lui una forte brama di guerra, lo avessero invitato
piuttosto a stabilire il giorno della battaglia. Giunti così alla presenza del re eseguirono esattamente
gli ordini, e sentendosi rispondere che i Romani avrebbero dovuto in ogni modo cimentarsi in una
battaglia e sfidare così la sorte, pronti soggiunsero: "E bene, o valentissimo re, decidi tu quando" ed
egli: "Non più tardi di otto giorni saremo a combattervi". I messi fatto ritorno esplosero a Narsete in
quali termini stessero le cose, ma questi temendo insidie, si preparò il giorno seguente a combattere,
e non fu una intuizione sbagliata, poiché contemporaneamente il re, prevedendo quella mossa da
parte del generale, aveva schierato l'esercito. Gli uni e gli altri allora si miravano di fronte, a non più
di due tiri di balista.
Una collina che li si elevava, in entrambi gli schieramenti suscitò subito un vivissimo interesse, dal
momento che appariva vantaggioso potere offendere dall'alto in basso il nemico. Di più, in quel
suolo cosparso di tombe, come ho detto, i Goti, per investire da dietro il nemico, dovevano
necessariamente avvalersi di uno stretto sentiero ai piedi dell'altura; al lo contrario disponendo di
quel luogo elevato, avrebbero potuto tirare da ogni parte con gli archi, ed anche, nel fervore della
battaglia avrebbero potuto circondare il nemico; i Romani poi, avendo chiaro ciò a cui miravano,
volevano anche loro appropriarsene per primi. Narsete dunque nella notte vi spedì cinquanta fanti
scelti con l'ordine di stabilirvisi e difenderla valorosamente; questi, giunti senza incontrare alcun
nemico, vi rimasero senza dare segni. Lungo il sentiero da me ricordato vi scorre un torrente, che si
trova proprio di fronte al luogo dove si erano accampati i Goti; in quel punto rimasero, quei
cinquanta, stretti a schierati tanto quanto lo consentiva l'angusti del luogo. Non appena si fece
chiaro e l'aurora mostrò la situazione creatasi, il Totila si adoperò al meglio per scacciarveli,
ordinando, allo scopo, ad un manipolo di cavalieri che li mettesse in fuga. Costoro con grande
strepito ed alte grida avanzano, con la speranza che il primo assalto li avrebbe indotti a ritirarsi; ma
i Romani, strette ancor più le file e riparati dagli scudi, rimasero pronti ad accogliere la turma che,
galoppando alla rinfusa, gli si faceva contro. In più quei cinquanta, percuotendo gli scudi e vibrando
le lance fecero valorosissima resistenza, e, spaventati i cavalli con il fracasso e i cavalieri colle
punte delle aste rivolte contro di loro. Gli animali imbizzarriti per la malagevolezza del suolo e per
il fragore, non trovando un passaggio recalcitravano e indietreggiavano, e quelli in arcione non
sapevano più cosa fare, impotenti a vincerne la pertinacia, e di fronte ad uomini tanto ardimentosi e
fermi. Disperati della riuscita tornarono indietro per tentare un secondo assalto; ma dopo diversi
tentativi, tutti con lo stesso esito, smisero di assalire. Totila quindi inviò un altro squadrone con lo
stesso intento, ma venne respinto come il primo, e cosi altri; infine dopo vari tentativi rinunciò
all'impresa.
I cinquanta Romani furono poi proclamati valorosissimi, e più di tutti Paolo ed Ausila, i quali usciti
dalle file diedero le maggiori prove di coraggio e audacia: infatti messe a terra le lance e puntati gli
archi ai nemici presero a saettare i nemici mirando sempre nel segno e facendo strage di uomini e
cavalli, finché ebbero dardi nelle faretre; quando poi furono esaurite brandirono le spade, e fattosi
riparo con gli scudi scudi sostennero, sebbene fossero soli, l'impeto dei nemici; e se qualche
cavaliere spronava contro di loro per ferirli con l'asta, subito ne troncavano la punta colle spade.
Così mentre respingono in questo modo i continui attacchi dei barbari, accadde che la spada di
Paolo per i tanti legni che aveva troncato, si ruppe, rendendosi così del tutto inutile. Ma egli gettata
subito in terra, con entrambe le mani afferrava le aste nemiche, strappandole di forza agli assalitori;
in questo modo ne disarmò almeno quattro. Al suo valore si deve ascrivere il fatto che i Goti,
perduta ogni speranza, desistettero dall'impresa: Narsete poi lo annoverò, per premio di tanto
coraggio, tra gli scudieri a guardia della sua persona.

30) A questo punto erano gli eventi quando, infine, entrambi gli eserciti si prepararono allo
scontro ... Totila, vedendo i suoi intimoriti dinanzi all'esercito romano, radunati tutti, parlò ad essi
così: “Vi ho qui raccolti commilitoni per rivolgervi l'ultima esortazione, perché, come credo, dopo
questa battaglia non vi sarà nessun altro incitamento, ma tutta la guerra sarà decisa e conclusa in
un solo giorno. In verità tanto noi quanto l'imperatore Giustiniano siamo fiaccati ed esausti nelle
forze per le fatiche, le battaglie, gli stenti tra cui per lungo tempo abbiamo vissuto; anche la
durezza della guerra ormai ci ripugna; così se oggi superiamo questa prova i nemici non potranno
mai più rifarsi; se poi oggi a noi toccasse una sconfitta, per i Goti sarebbe persa ogni speranza di
riscossa in un altra battaglia; ma da entrambe le parti i danni subiti sarebbero tali e sufficienti a
scoraggiare chiunque. Infatti gli uomini scoraggiati da grandi iatture non desiderano mai ripetere
la prova, ma anzi, se mai la necessità celi spingesse, il loro animo gli si ribella, prostrato dal
ricordo dei mali passati. Dopo quanto vi ho detto, valenti uomini, fate ogni sforzo per mostrarvi
prodi nel combattimento, quali in realtà voi siete, e non sperperate un che del vostro alto valore;
esponetevi forti ad ogni prova, non risparmiate la vostra persona; non fate economia delle armi e
dei cavalli, poiché, dopo oggi, non potranno mai più servirvi. Invero la sorte, avendo mandato a
male ogni altra occasione, sembra aver serbato tutta la nostra speranza per questo giorno. Siate
dunque animosi e pronti all'ardire, poiché coloro la cui speranza, come noi oggi, si regge sulla
punta di un capello, conviene che non esitino neanche un istante; poiché passato il momento
propizio lo zelo, poi, risulta inutile per grande che sia; la natura non accetta la virtù data in
ritardo; sfuggita pertanto l'opportunità è risaputo come tutto l'operato poi riesca intempestivo. Vi
chiedo dunque di cogliere opportunamente i momenti propizi del combattimento, per avvalervi del
vantaggio che ne potrà venire. E tenete presente che in questo caso nulla è più disastroso della
fuga. Infatti gli uomini abbandonano le file e si mettono in fuga non per altro, se non per avere
salva la vita; ma se la fuga conduce a morte certa, allora rimane molto più sicuro colui che rimane
a combattere che colui che fugge. Ne merita considerazione la massa di nemici, raccolta com'è da
tante nazioni, le più diverse. Un esercito raccolto da più parti a caro prezzo, non ha fermezza,
fedeltà e forza, ma andrà diviso secondo le stirpi e le idee diverse. Non crediate che gli Unni, i
Longobardi, Gli Eruli da loro comprati per non so quanto denaro, combatteranno per essi fino alla
morte; essi non antepongono la loro vita al denaro, ma certamente dopo aver fatto finta di
combattere, presto mancherà loro il coraggio, perché in ogni caso hanno già ricevuto il soldo, sia
perché terranno conto degli ordini segreti dei loro capi. Così, non solo la guerra, ma anche le cose
che si stimano più piacevoli, quando sono fatte per forza, o per denaro o per altra necessità non
riescono, ma falliscono proprio perché obbligate. Avendo questo nell'animo, marciamo uniti contro
i nemici.”

31 Questo disse, dunque, Totila Gli eserciti dopo le arringhe si posero in ordinanza di fronte con un
profondissimo e lungo schieramento. Narsete e Giovanni circondati, nel silenzio generale, da una
folta mano di lanceri e sbandieratori, da una gran quantità di Unni sceltissimi e dal fiore delle truppe
romane, comandavano il lato sinistro presso il colle, mentre sul destro erano Valeriano, Giovanni
Faga e Dagisteo coi loro soldati; vi erano parimente, in entrambi i lati, ottomila fanti arcieri. Nel
centro, poi, Narsete aveva collocato i Longobardi, gli Eruli e le altre barbariche truppe, in modo che
se si fossero dimostrati timorosi o anche traditori, e avessero combattuto meno valorosamente, non
avrebbero avuto la possibilità di fuggire agevolmente. All'estremità dell'ala sinistra Narsete diede la
forma ad angolo, e vi collocò millecinquecento cavalieri, un terzo dei quali, ove qualcuno dei
romani avesse arretrato o tentata la fuga, dovevano rapidamente procedere in soccorso; quindi
ordinò agli altri mille che, non appena i fanti nemici avessero iniziato l'attacco, li avessero presi da
dietro, girando loro intorno, per prenderli tra due tiri. Il re goto schierò sue truppe in maniera simile,
e percorrendo di corsa tutto lo schieramento, animava ed incoraggiava i soldati con la propria
persona e con le parole. Altrettanto faceva Narsete, che, per rincuorare al meglio i suoi alla battaglia
andava mostrando, innalzati sopra le aste, braccialetti, collane ed altri simili incentivi. Per qualche
tempo le due fazioni indugiarono prima di venire alle armi, ed in attesa dell'urto nemico rimanevano
fermi.
Uno scudiero goto, chiamato Cocas, rinomato per prodezza, e che in precedenza aveva disertato
dall'esercito romano per unirsi a Totila, separatosi a cavallo dalla fila si avvicinò all'esercito
imperiale chiedendo se vi fosse alcuno pronto a misurarsi con lui corpo a corpo; un lanciere di
Narsete, di nome Anzala, originario dell'Armenia ed anch'egli in sella, rispose alla sfida. Per primo
Coeas, spronatogli contro, lo assalì mirando a trapassargli il ventre. Anzala curvatosi prontamente
sul cavallo evitò il colpo e rese vano l'attacco, quindi, quindi prontamente gli fu addosso,
spingendogli l'asta nel fianco sinistro, sbalzandolo giù da cavallo, e lasciandolo morto al suolo. A
tale avvenimento dall'esercito romano salirono grida al cielo, ma, nondimeno, né gli uni né gli altri
osano cominciare la battaglia. Totila quindi procedette da solo in mezzo ai due eserciti non tanto per
procedere prontamente allo scontro, ma per prendere tempo al nemico. Infatti avendo udito che era
prossimo l'arrivo dei due mila Goti da lui lasciati indietro e premurosamente attesi, si adoperava in
tal modo per tenere a bada il nemico sino al loro arrivo; volle di più mostrare al nemico quale uomo
fosse; e a tale scopo indossava un armatura tutta laminata in oro, aveva bende pendenti dal suo
cimiero e dalla sua asta, cosi sfolgoranti di porpora brillantissima che poteva esibire solo un
monarca. Bardato in tale maniera armeggiava leggiadramente, cavalcando un nobilissimo destriero
tra i due schieramenti, come in parata, ora facendo scartare il cavallo da un lato, ora gettando la sua
lancia in alto per poi riafferrarla nel mezzo, mentre ricadeva, ora passandola con destrezza da mano
a mano, mostrandosi orgoglioso della sua perizia in tali giostre; si gettava supino, si piegava di
fianco, su un lato e sull'altro per ostentare come colui che fin da bambino avesse appreso l'arte
dell'arena; consumata così tutta la mattina, fermo nel proposito di ritardare la battaglia, mandò
chiedendo al generale romano un incontro. Narsete rifiutò l'invito burlandosi di lui e e gli mando a
dire, che quando era stato il tempo di trattare si era mostrato smanioso di combattere; mentre ora,
nel mezzo bel del campo, mostrava tanta voglia di conversare.

32) Nel frattempo i duemila guerrieri raggiunsero il campo dei Goti, e non appena Totila ne ebbe la
notizia si ritirò, avvicinandosi l'ora del pasto, nel suo padiglione; ugualmente le truppe, sciolta
l'ordinanza, si fecero indietro. Il re di ritorno alla sua tenda passò in rassegna i duemila appena
giunti, e ordinò che tutto l'esercito si rifocillasse. Quindi lo fece nuovamente armare con
grandissima diligenza, prontamente mosse con esso contro il nemico, sperando sorprenderlo e
sopraffarlo con la sorpresa, ma i romani si tenevano pronti alla difesa. Infatti Narsete, presagendo
quanto in realtà avvenne, per non essere colto alla sprovvista, comandò che nessuno pranzasse, né si
desse alla siesta, né tanto meno posasse l'armatura o sbrigliasse il cavallo; ed affinché non
rimanessero digiuni impose loro di ristorarsi del tutto armati e in piedi, conservando l'ordinanza, e
sempre attenti, con l'animo e con gli occhi, alla venuta de' Goti.
Gli eserciti, tuttavia, non rimasero schierati con erano all'inizio; i romani, per ordine di Narsete,
spostarono le ali, che erano formate ciascuna da quattromila arcieri a piedi, ponendole a forma di
semicerchio.
I fanti goti senza eccezione procederono serrati strettissimamente dietro i cavalieri per essere pronti
ad aiutarli, indietreggiando, e insieme riprendere l'offensiva; dovevano inoltre avvalersi tutti, nel
combattimento, delle sole lance, e non già delle frecce o dardi. Ma così facendo è certo che Totila,
per imprudenza, cadde in errore per aver mandato a combattere truppe di condizione nettamente
inferiore, nelle armi e nel resto, mentre gli imperiali per le loro strategie, sapevano al tempo e al
luogo trarre profitto in ogni situazione, ora ricorrendo al lancio di frecce, ara alle aste, ora alle
spade, o a ciò che estimavano di di volta in volta più utile. Li si poteva vedere quando in sella,
quando appiedati, a seconda della necessità del momento. In tal modo a volte circondavano il
nemico, oppure assaliti lo respingevano rendendone vani i colpi con lo scudo. Ma i cavalieri Goti al
contrario, lasciati indietro i fanti, e posta ogni speranza nelle sole lance, nonché invasati da cieco
furore, non appena iniziò la zuffa ebbero il giusto premio per la loro audacia. Infatti, investito il
centro degli imperiali, si avvidero troppo tardi degli otto mila fanti giunti da dietro, e ne furono
prontamente accerchiati, e bersagliati tutto intorno da una nube di saette. In questo assalto i Goti,
patirono una grave perdita di uomini e di cavalli, ancor prima che venissero a regolare battaglia, ed
ebbero appena il modo di ricondursi ai pedoni. Ora io non saprei chi ammirare maggiormente, se le
genti romane, o vero sia i loro alleati barbari; dal momento che tutti fecero bella mostra di sé per
gagliardia dell'animo ed il valore. Già il sole stava tramontando quando entrambe le fazioni,
all'unisono, si mossero da quel luogo, fuggendo i Goti, e inseguendoli i Romani per incalzarli da
dietro; essendo che i primi ad assalire, vedendosi spacciati, inadatti ad una prolungata resistenza, e
sopraffatti dall'impeto del nemico, si diedero alla ritirata, e a briglia sciolta diedero le spalle tutti,
sgomentati dell'immenso numero e dell'ottima padronanza degli avversari. Ne si diedero a tentare
una riscossa, quasi paventassero di aver che fare con fantasmi, o di essere combattuti dall'alto dei
cieli. In breve, giunti al riparo presso i loro fanti, la loro malasorte si accrebbe ancor più; poiché non
vi giunsero a seguito di un ordinato ripiego per riprender fiato, e quindi insieme ad essi riprendere la
battaglia, come sarebbe usuale, ne affrontando gli inseguitori, ne facendo repentini voltafaccia, ne
impiegando qualsiasi altro piano di combattimento; vi giunsero invece in maniera così disordinata,
che alcuni fanti rimasero addirittura uccisi dalla cavalleria giunta loro addosso. La fanteria gotica,
del resto, ne aprì le fila per accoglierli, ne rimase schierata per difesa, ma si diede tutta alla fuga
precipitosa, insieme ad essi; ed in questo modo si colpivano tra loro come in una battaglia alla
cieca.
Le truppe romane, in cambio, colta l'opportunità del trambusto causato, facevano spietatamente
mordere il suolo a chiunque giungeva loro a tiro, mentre i barbari non osando più volgere, non tanto
le armi, ma gli occhi stessi verso gli inseguitori, si offrivano alla discrezione del nemico, tanto
prostrati erano dalla paura e spinti dal terrore. In quella zuffa perirono seimila Goti, e molti si
diedero prigionieri, ma invano, poiché sebbene ottennero per il momento salva la vita, furono senza
eccezione giustiziati. Ma non solo vennero trucidati i Goti, ma anche moltissimi soldati che un
tempo avevano militato nell'esercito romano, come riferii nei precedenti libri, ed erano poi passati
al nemico. I pochi che si sottrassero alla morte e alla prigionia riuscirono a nascondersi e fuggire al
meglio, secondo la celerità del cavallo o dei piedi, unitamente alla sorte che fu loro propizia.
Il combattimento era già giunto al suo termine, come narravo, e le tenebre già coprivano la terra,
mentre alcuni Romani si ostinavano tuttavia a inseguire alcuni fuggitivi, ignorando che tra loro vi
fosse Totila, il quale cercava in quella oscurità la propria salvezza, accompagnato da soli cinque
guerrieri compresovi Scipuar. Tra gli inseguitori vi era il gepida Asbado; questi giunto alle spalle di
Totila, gli si fece sopra con la lancia per colpirlo, quando un giovano Goto del seguito, che seguiva
il suo padrone fuggiasco, allarmato gli gridò: “Che fai, o cane, metti a repentaglio la vita del
signore tuo ?” Asbado per tutta risposta con un potentissimo colpo di lancia trapassò colui che
aveva preso di mira, ma contemporaneamente egli stesso rimase ferito ad un piede da Scipuar, e fu
costretto ad interrompere la fuga; né rimase incolume il feritore, colpito tanto forte da mano nemica
che non ebbe la forza di procedere oltre. Allora i quattro compagni di Asbado, cessarono di correre
dietro ai fuggitivi e tornarono ad aiutare il compagno, lo presero con loro e diedero la volta. Intanto
i Goti con Totila e col nemico a breve distanza, non allentavano per nulla il passo quantunque
carichi del suo corpo mortalmente ferito, e quasi agli estremi della vita; la necessità dava vigoria
alle gambe loro. Percorsi ottantaquattro stadi pervennero a Capre, questo il nome del luogo, dove si
arrestarono e medicarono il monarca; ma alla sua morte, poco dopo giunta, quivi stesso lo
seppellirono, proseguendo poi la fuga (fine giugno 552).
Totila regnò sopra i Goti undici anni, e così come ho narrato ebbe fine il suo regno e la vita; fine per
verità non meritata, per quanto egli aveva operato in precedenza; infatti mentre le sue prime imprese
furono coronate da successo, alle sue gesta non fu proporzionata una tal miserevole fine. Diremo
quindi che la fortuna, che si premura di favorire o distruggere le cose umane, anche allora diede
mostra della stranezza della sua natura e dell'irrazionalità delle sue decisioni. Ella infatti senza alcun
motivo, di proposito fin da principio si mostrò larga di prosperità con Totila, per condannarlo in
seguito, in forza del suo potere, ad una fine così miserevole, e senza un'apparente ragione per una
tale condanna; cose invero, a parer mio, a cui le menti umane non hanno potuto fin qui, né potranno
giammai arrivare. Eppure se ne parla, se ne discorre e si va sentenziando, così come a ciascuno
aggrada, per confortare la propria ignoranza con parvenze di improbabili ragioni. Ma torniamo ai
fatti.
I Romani seppero della morte di Totila solo quando ne ebbero la conferma da una donna Gota,
insieme a tutte le circostanze e gli fu indicato il sepolcro; ma i primi saperlo si rifiutarono di
prestarvi fede e si recarono così sul luogo; rimossa la terra trassero fuori il cadavere per venirne,
come si dice, alla ricognizione, e dopo un accuratissimo esame lo riposero nella fossa, e riferirono
prontamente il tatto a Narsete. Altri narrando in maniera diversa la battaglia e la morte del re, io non
intendo fare digressioni dal racconto col riportare tutto quello che si vociferò allora su quei fatti. Si
dice, dunque, che l'esercito dei Goti non si diede alla fuga in maniera sconsiderata e alla cieca, ma
che in una scaramuccia con i romani un dardo avrebbe colpito Totila, senza che chi lo scagliò vi
avesse mirato; poiché Totila si poneva in un punto qualsiasi dello schieramento, armato e disposto
come un qualsiasi soldato, per non dare nell'occhio ed esporsi agli assalti mirati dei nemici; ma per
volere del caso quel dardo giunse fino a lui. Egli, allora, colpito a morte e dolorante, uscì dalle fila
con pochi altri e lentamente si ritirò indietro. Quindi sarebbe giunto a cavallo fino a Capre
resistendo al dolore, dove, stremato, si fermò per curare la ferita. Ma poco dopo giunse per lui
l'ultima ora. L'esercito goto, che già non era in grado di tenere fronte ai nemici, visto il loro re
messo fuori combattimento, rimase sbigottito dal fatto che egli fosse rimasto ferito senza che i
nemici neanche lo avessero preso di mira. E così, atterriti e scoraggiati, per lo spavento si diedero a
quella vergognosa fuga. Ma su tali cose ognuno può dare il suo giudizio (luglio 552). 39
[Essendosi diffusa ovunque la fama delle molte vittorie in battaglia dei Longobardi, Narsete, Cartulario imperiale che allora
governava l'Italia, dovendo approntare la guerra contro Totila re dei Goti, dal momento che già da tempo egli era alleato con i
Longobardi, mandò ambasciatori ad Alboino (sic !) per chiedergli appoggio in quella guerra. Quindi Alboino gli inviò una eletta
squadra di guerrieri, perché aiutassero i romani contro i Goti. Questi, passando lungo il golfo del mare Adriatico verso l'Italia,
accompagnati dai romani, si scontrarono con i Goti. Questi ultimi subirono così una grande disfatta insieme al loro re Totila, che
aveva regnato per oltre dieci anni; Questo venne ucciso e i suoi vestiti strappati e la corona ornata di pietre preziose vennero inviati
alla regia nell'urbe (Costantinopoli ?), e gettati ai piedi dell'imperatore, di fronte al senato. Così (i Longobardi) vincitori e carichi di
bottino, tornarono alla loro terra. E in tutto il tempo in cui i Longobardi occuparono la Pannonia, furono alleati della repubblica
romana contro i suoi nemici. Paolo Diac. Hist. Lang. II, 1] [Nel decimo anno del suo regno, per giudizio di Dio onnipotente (Totila)
perse così il regno e la vita. Gregor. Dial, II, 15]

39 Nel 1884 Thomas Hodgkin, in: La battaglia degli Appennini fra Totila e Narsete (a.D. 552), (Trad. di C. Santi Catoni), in "Atti e
mem. della R. Dep. di st. patria per le prov. di Romagna", 3. ser., vol. 2 (1883/1884), pp. 35-70, ha stabilito l'esatta ubicazione del
luogo della battaglia di “Busta Gallorum” identificando il villaggio di Tagine (Tagina), nell'odierna Gualdo Tadino, il sito di “Busta
Gallorum” presso la località di Scheggia, e Caprae, dove Totila morì, nell'odierna frazione di Caprara, ad ottantasei stadi dal campo
di battaglia, dove alcuni ruderi esistenti sono chiamati, nella tradizione popolare, Sepolcro di Totila. Dopo la battaglia, Narsete
congeda i guerrieri mercenari longobardi al suo seguito, perché si abbandonavano al saccheggio delle città (al punto di "violare le
donne nei templi"), affrettandosi quindi a rispedirli alle loro sedi (anche se Paolo Diacono, egli stesso appartenente a tale stirpe, nella
sua Historia Langobardorum, non fa menzione dell'episodio pur essendo un religioso). (Procopio di Cesarea, De Bello Gothico,
IV,33) Affida quindi i Longobardi al generale Valeriano e al nipote di lui Damiano, ordinando loro di vigilare affinché, durante il loro
ritorno in Pannonia, non commettessero atti iniqui. Valeriano, fatti ritornare i Longobardi nelle proprie terre, tenta di espugnare
Verona invano a causa dell'opposizione delle truppe franche a presidio delle Venezie; gli Ostrogoti eleggevano a Pavia un nuovo re,
Teia, e gli imperiali si reimpadronivano di Narni, Perugia e Spoleto, giungendo infine ad assediare Roma: grazie a una sortita di
Dagisteo, i romani riescono infine a costringere alla resa i Goti che ancora occupavano la città. (Procopio di Cesarea, De Bello
Gothico, IV,33) Qui si inserisce il celebre commento di Procopio, che mise in evidenza come la vittoria imperiale si rivelasse invece
un'ulteriore disgrazia per gli abitanti di Roma: i barbari arruolati nelle file di Narsete si abbandonarono al saccheggio e al massacro, e
lo stesso fecero i fuggitivi Ostrogoti mentre si apprestavano a lasciare dalla città; inoltre il nuovo re goto Teia, alla notizia della
caduta della città in mano imperiale, per rappresaglia fece giustiziare diversi figli di patrizi in sua mano. (Procopio di Cesarea, De
Bello Gothico, IV,34). La battaglia si svolse a fine giugno o nel luglio del 552; i cronisti parlano del decimo anno di regno, dal
momento, forse, che l'undicesimo sarebbe caduto nell'ottobre di quell'anno. Secondo Teofane Confessore la notizia giunse a
Costantinopoli nell'agosto; la data del luglio 552 è anche confermata dagli annali di Aniello Ravennate: “Narsete cartolario entrò
così a Ravenna con un grande esercito nello stesso mese (i.e. Luglio), nella quinta feria; fece guerra al re Totila e lo uccise; la gran
parte del suo esercito venne sterminata dalle spade, ed anche i superstiti venne uccisi”. Aniello cap 62
[Il liber Pontificalis accenna alla fine della guerra con la vittoria di Narsete senza specificare il nome del sovrano goto regnante:
“Nello stesso tempo Giustiniano imperatore inviò l'eunuco Narsete, suo cubiculario, in Italia; costui data battaglia con i Goti,
ottenne da Dio la vittoria, uccise il re e una grande moltitudine di Goti vennero sterminati”. Lib Pont. LX, Vigilius]

[Victor Tonnennensis “L'eunuco Narsete, nominato patrizio, sconfisse mirabilmente Totila re dei Goti in battaglia in Italia, e lo
uccise; e tutti i suoi vennero sterminati; anno 554 (sic !)]

[Mario Aventicense “In quell'anno Baduila re dei Goti venne ucciso dall'esercito della repubblica (comandato) da Narsete eunuco e
cartulario; e Teia prese il suo regno; anno 553 (sic !)]

33) ... Narsete ordinò a Valeriano di fare buona guardia con tutti i suoi uomini sul Po, affinché i Goti
non avessero libertà di riunirsi, ed egli con il restante dell'esercito si mosse verso Roma. Giunto in
Toscana prese Narni per capitolazione, mentre a Spoleto, che era sprovvista di mura, lasciò un
presidio con l'ordine di riedificare al più presto tutte le parti della cinta che i Goti avevano distrutto.
Mandò, inoltre, un manipolo perché obbligassero alla resa quelli del presidio di Perugia, che era
comandato da due disertori romani, Meligidio e Ulifo, il quale, essendo lancia spezzata di Cipriano,
che allora comandava quel presidio, si era lasciato indurre ad ucciderlo a tradimento dalle promesse
di Totila. Meligidio avrebbe accettato la proposta di Narsete, ed avrebbe consegnato la città ai
romani; ma Ulifo con la sua gente, avendo inteso quel proposito, si ribellò, ma, sia lui che i suoi
partigiani, vennero li per li trucidati; quindi Meligidio subito consegnò Perugia ai romani ...
I Goti che presidiavano Roma, appena seppero che Narsete con l'esercito marciava verso di loro, si
apprestarono alla resistenza. Quando Totila prese Roma per la prima volta, aveva incendiato molti
edifici della città; da ultimo, riflettendo sul fatto che i Goti, ridotti in pochi, non sarebbero stati in
grado di sorvegliare tutta la cinta muraria, circondò con una bassa muraglia una piccola parte della
città presso il sepolcro di Adriano, e, avendola congiunta con le mura esistenti, formò una sorta di
castello. I Goti vi deposero quanto avevano di prezioso e lo custodivano attentamente, tralasciando
il resto delle mura. In quell'occasione, tuttavia, lasciati pochi uomini a custodire quel luogo, tutti gli
altri accorsero sui merli e con molto impegno cercarono di respingere l'assalto. I romani tuttavia
non erano in grado di circondare l'intera cinta di mura, ne i Goti potevano sorvegliarla per intero.
Quindi, sparpagliati, gli uni andavano all'assalto qua e la, gli altri resistevano dove era necessario.
Narsete, portando con se un gran numero di arcieri, dava l'assalto ad una parte delle mura; un altra
parte era investita da Giovanni, nipote di Vitaliano, con i suoi; Filimuth con gli Eruli, ne assaltava
una terza parte, ed altri ancora erano ad una certa distanza; in questo modo tutti, nell'assaltare le
mura si trovavano distanziati tra loro. I barbari si opponevano a tutti costoro, mentre i tratti di mura
che non erano sotto assalto rimanevano del tutto deserti; infatti i Goti, come dissi, si raccoglievano
laddove i nemici davano l'assalto.
Intanto Dagistheo, per ordine di Narsete, con un gran numero di soldati e recando i vessilli di
Narsete e Giovanni, con molte scale assalì improvvisamente un tratto di mura del tutto sguarnito;
appoggiate le scale, senza trovare ostacoli, entrò facilmente, con i suoi, dentro la cinta ed aprì così
le porte. Saputo questo i Goti, perso tutto il coraggio, si diedero tutti alla fuga ognuno dove potè;
alcuni si gettarono nel castello, altri presero la via del porto ... Quindi Narsete con tutti l'esercito
corse ad assalire quel castello; ma i barbari, terrorizzati e dietro la promessa di avere salva la vita,
subito si arresero e consegnarono il forte nell'anno ventiseiesimo del regno di Giustiniano (552). e
così per la quinta volta, sotto questo principe, fu presa Roma, di cui subito Narsete spedì
all'imperatore le chiavi.

34) In questo tempo gli uomini ebbero la prova evidente di come gli stessi eventi, che dapprima
appaiono portatori prosperità, volgano poi al peggio, quando essi stessi vengano fatti segno della
vendetta celeste; ma al tempo stesso quando le cose sembrano andare nella direzione da loro
desiderata, sono essi stessi ad andare in rovina insieme alla raggiunta felicità. Non altrimenti la
vittoria riportata si rivelò funestissima per il senato ed il popolo romano, e passo a darne la
spiegazione. I Goti fuggitivi, perduta ogni speranza di tornare al potere in Italia, uccidevano alla
rinfusa tutti i nemici in cui si imbattevano, così come i barbari che militavano sotto i vessilli
imperiali, i quali, entrando da amici nelle città, non riservavano loro miglior trattamento. Di più,
alcuni dei molti uomini appartenenti al senato romano, che da Totila tempo prima erano stati
confinati nella Campania, all'annunzio che l'esercito imperiale aveva occupato Roma, liberatisi da
quell'esilio vi si recavano di buon grado; ma, saputa la cosa, i barbari che ancora dimoravano nei
luoghi fortificati della regione iniziarono a battere tutto il territorio alla ricerca di quelli che ancora
vi dimoravano, e, dal primo all'ultimo, non escluso neanche quel Massimo da me ricordato nei libri
antecedenti, ne fecero strage. Inoltre, quando Totila si era mosso per dare battaglia contro Narsete,
aveva radunato i figli dei patrizi, e, scelti tra loro circa trecento dei più belli e forti nella persona, li
aveva tenuti come ostaggi, mentendo con i loro genitori, e dicendo di volerli presso di sé come suoi
paggi; per tanto costoro si erano poi ritrovati di la dal fiume Po, e, trovati lì da Teia, furono tutti per
suo ordine messi a morte.
Di quel tempo il Goto Ragnari prefetto della guarnigione tarantina, il quale aveva ottenuto con il
consenso imperiale un salvacondotto da Pacurio, come altrove ho narrato, si era dichiarato pronto a
cedere sé stesso e la città nelle mani degli imperiali, e a conferma della sua parola, a consegnare in
ostaggio sei Goti; tuttavia quando seppe che Teia era stato eletto re, e che costui aveva chiamato in
aiuto i Franchi ed era dispostissimo a proseguire la guerra contro l'impero, opponendogli numerose
truppe, cambiò consiglio, e non volle più sapere di attendere alla promessa, macchinando invece,
nell'animo suo, un inganno; quindi bramosissimo di ricuperare gli ostaggi concessi escogitò la
seguente frode. Mandò un messo in suo nome, pregando Pacurio di fornirgli una scorta di truppe
romane per trasferirsi con maggiore sicurezza ad Otranto e da qui, traversato il golfo Ionico,
prendere la via di Bisanzio. L'altro, per nulla in sospetto, gli spedì cinquanta militi, i quali non
appena arrivati, vennero introdotti e rinchiusi nel castello, e quindi ricevette dal fellone l'annunzio
che, se avesse voluto riavere indietro sua gente, avrebbe dovuto rendere gli ostaggi gotici; subito
dunque, affidata Otranto a un debole presidio, marciò col resto delle truppe per farne vendetta.
Ragnari allora, uccisi senza indugio i cinquanta prigionieri, mosse da Taranto per attaccare; fatta
quindi battaglia, e perdutavi la parte maggiore dei suoi militi fuggì col resto per chiudersi
nuovamente nelle mura, ma avendo trovate le porte sbarrate, riparò ad Acheronte dove rimase.
Dopo breve tempo gli imperiali, assediato Porto, vi entrarono dopo trattative; nello stesso modo si
arresero nella Tuscia il castello detto Mepa e la fortezza di Petra Pertusa.
Teia, poi, giudicandosi meno forte di quanto credeva per misurarsi da solo con l'esercito romano
mandò una ambasceria con la promessa di molto danaro, al re dei Franchi Teudeberto invitandolo
ad allearsi con lui nella guerra. Ma costoro molto più propensi a preservare, come io penso, i propri
vantaggi, ed a guerreggiare sciolti da ogni legame, disdegnavano di mettere a repentaglio la loro
vita a favore dei Romani o dei Goti, potendo essi stessi conquistare l'Italia. Totila, come ho narrato,
aveva posto in serbo qualche parte del tesoro entro le mura di Ticino, tuttavia il più di esso era
conservato in Cuma, fortissimo castello della Campania, il cui presidio obbediva a suo fratello 40 e
ad Erodiano. Narsete dunque, fermo nel proposito di prendere quel forte, inviò truppe ad assediarlo,
trattenendosi egli in Roma, per ordinarvi il governo. Inviò allo stesso tempo altri militi per
espugnare Centumcelle. Teia pertanto, nel timore che avvenissero sciagure alla guarnigione cumana
ed al tesoro, e non sperando più negli aiuti dei Franchi, sene partì con le sue genti, quasi avesse in
animo di incontrarsi al più presto col nemico. Ma Narsete, scoperto l'inganno, gli spedì contro nella
Tuscia, Giovanni nipote di Vitaliano e Filemut con le loro truppe, al fine di impedirgli, essendo
quivi stanziati, di procedere verso la Campania, e perché affrettassero la caduta di quelle fortezze, o
con l'espugnazione, o col mettere gli assediati nella necessità d'implorare la resa. Se non che il re,
incurante delle comode strade alla sua destra, procedette con molte e lunghissime giravolte, e quindi
per la costa del seno Ionico, ed ebbe modo di compiere i propri apprestamenti senza darne il
minimo sospetto ai nemici. Narsete allora, avutane la consapevolezza, richiamò Giovanni e Filemut,
cui aveva affidato il passo nella Tuscia, e con essi anche le truppe di Valeriano, che da poco
avevano espugnato Petra Pertusa. In questo modo, riunite la sue forze, mosse alla volta della
Campania con tutto l'esercito, dispostissimo a sperimentarvi la sorte delle armi.”

The Prosopography of the Later Roman Empire, III, s.v. Ildibadus, pp. 614-615; s.v. Totila, pp.

40 Secondo The prosopography of the later Roman Empire, Volume 3,Parte 2, pag 1328, il riferimento ad un fratello di Totila che
comandava la guarnigione gotica di Cuma, sarebbe da intendersi come un errore.
1328-1332.

Plinio Pratesi, Sul vero luogo della battaglia detta di Gubbio o di Tagina, Torino 1897