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Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza Sede di Treviso Dispensa integrativa per il Corso di
Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza Sede di Treviso Dispensa integrativa per il Corso di

Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza Sede di Treviso

Dispensa integrativa per il Corso di Economia Politica

(S. Solari)

Geometria analitica

Tassi di crescita, capitalizzazione e sconto

Funzioni statistiche

Anno accademico 2007-2008

Geometria analitica

Questa dispensa è stata pensata come ausilio agli studenti di Giurisprudenza che si trovano in difficoltà con gli strumenti della geometria analitica e della statistica comunemente utilizzati nei corsi di base di economia politica.

L'espressione matematica di problemi economici

La rappresentazione matematica dei fenomeni economici (formalizzazione) richiede l'individuazione delle variabili attraverso le quali si vogliono rappresentare i fenomeni. Il concetto di variabile indica un fenomeno che può assumere manifestazioni di diversa intensità nel tempo (o nello spazio). Possiamo individuare due tipi fondamentali di variabili, quelle qualitative e quelle quantitative. Nel primo caso il fenomeno viene descritto da proprietà tendenzialmente non ordinabili (per es. una mela può essere gialla, rossa o verde). Nel caso delle variabili quantitative, la manifestazione del fenomeno consente una misura ordinabile delle sue proprietà e quindi associabile al campo dei numeri reali (oppure naturali o razionali). In questa sede ci occupiamo solo di variabili quantitative.

La rappresentazione matematica di qualsiasi evento (inclusi quelli economici)

implica l'identificazione delle variabili che lo rappresentano in modo significativo. Ad esempio, se studiamo il problema dell'aumento dei prezzi, dobbiamo elaborare una misura statistica dell'evento (l'indice dei prezzi al consumo dell'ISTAT). In secondo luogo, dobbiamo identificare quali altri elementi entrino in gioco, per esempio, i costi di produzione oppure il reddito disponibile dei consumatori. Infine, la teoria economica esprime delle ipotesi sulle relazioni che legano le variabili che definiscono il fenomeno. Quindi, esprimere matematicamente (formalizzare) un fenomeno economico significa individuare delle relazioni funzionali in grado di descrivere l'andamento delle variabili fondamentali. Nell'esempio precedente, significa individuare il legame tra la variazione dei costi di produzione di una serie di beni e la variazione dell'indice dei prezzi al consumo.

In un legame funzionale individuiamo delle variabili indipendenti e delle variabili dipendenti. Tale definizione dipende dal fatto che vogliamo studiare come si modificano i valori della variabile dipendente al variare di quella indipendente. Tale relazione può essere espressa in due modi:

la variabile Y (dipendente) assume valori diversi al variare della X (indipendente) in modo descritto dalla funzione “f“.

Y=Y(X) la variabile Y (dipendente) dipende funzionalmente dalla X (sempre indipendente). Quest'ultima notazione è più utilizzata quando non si conosce il tipo di funzione che lega le due variabili.

Ci possono essere più variabili indipendenti quando un fenomeno, descritto

dalla variabile Y, viene a dipendere da più di una variabile: Y=Y(X, Z, W, …).

Y=f(X)

Potremmo per esempio sostenere che l'aumento dei prezzi al consumo dipende sia dal costo del lavoro, sia dal costo delle materie prime, sia da un eccesso di domanda dei consumatori.

I parametri sono quelle grandezze che rimangono costanti al variare del fenomeno. Vengono espressi da numeri reali (1, 5, 3,6…).

Una funzione del tipo Y=2X

Ci dice che la grandezza della variabile Y è sempre il doppio della X. Se il costo

di produzione di una merce (X) è pari a 4, allora il prezzo al consumo Y sarà pari

a 8, se X è 10, allora Y sarà eguale a 20 (e così via).

Y=0,5X+2

Ci dice che la grandezza della variabile Y è sempre la metà della X aumentata

in modo costante di due unità. Se X è pari a 4, allora Y sarà pari a 2+2=4, se X è

10, allora Y sarà eguale a 5+2=7 (e così via).

Per fornire una rappresentazione grafica in due dimensioni dei fenomeni si utilizza il piano cartesiano. Per convenzione, si rappresenta la variabile indipendente in ascissa (asse orizzontale) e quella dipendente in ordinata (asse verticale).

Una funzione del tipo

Y

2

Fig.1 Le rette nel piano cartesiano Y=2X Y=0,5X+2 0 X
Fig.1 Le rette nel piano cartesiano
Y=2X
Y=0,5X+2
0
X

In corrispondenza dell'incrocio degli assi (origine) entrambe le variabili assumono valore pari a zero. Man mano che ci si allontana dall'origine le variabili assumono valori sempre più elevati. La rappresentazione di una funzione non è altro che il tracciare le grandezze che assume la Y man mano che X assume valori sempre più elevati, partendo dall'origine e spostandosi verso destra.

Il modo più semplice di rappresentare una funzione come quelle indicate è di

procedere per punti. Si attribuiscono i valori 0,1,2,3,4… alla X e si calcola il corrispondente valore della Y.

Per Y=0,5X+2:

X =

0

1

2

3

4

5…

Y =

2

2,5

3

3,5

4

4,5

Lo studio di relazioni lineari

Le relazioni lineari sono quelle che riguardano variabili non elevate a potenza.

retta denota una

proporzionalità tra due fenomeni. La proporzionalità può essere diretta o inversa.

Nel primo caso diminuisce.

Le caratteristiche fondamentali della relazione funzionale espressa dall'equazione di una retta che ci permettono di individuare la sua posizione sono la pendenza e l'intercetta. Queste due proprietà sono definite dai parametri dell'equazione. Rappresentando i parametri di una retta con le lettere B e C, definiamo l'equazione tipo di una retta in questo modo:

Y

Nel

piano

cartesiano

rappresentano

X

il

delle

rette.

La

al crescere di

valore di

Y aumenta.

Nel secondo

caso

Y=b*X+c

(*è la moltiplicazione)

Il coefficiente b rappresenta la pendenza della retta in quanto determina la proporzione tra le due variabili. Il termine noto c indica la posizione in verticale in quanto rappresenta l'intercetta della retta sull'asse delle ordinate (Y).

La pendenza della retta viene calcolata come rapporto tra l'incremento della variabile Y (in verticale) e l'incremento della variabile X (in orizzontale). Quindi, per uno spostamento della variabile indipendente X di DE, ottengo un incremento EF della variabile Y. Il rapporto EF/DE mi indica la pendenza della retta, nel grafico 0,5 ovvero 50%.

Fig.2 Pendenza della retta

Y Y=0,5X+2 F c=2 D E FE/DE=0,5 0 X
Y
Y=0,5X+2
F
c=2
D E
FE/DE=0,5
0
X

Prendendo un incremento unitario di X, l'incremento di Y rappresenta la

pendenza o coefficiente angolare della retta.

Il termine c rappresenta il valore di Y quando X=0 (intercetta). Quindi è il valore assunto da Y quando la retta interseca l'asse delle ordinate. Un altro punto utile per tracciare la retta è l'intercetta con l'asse delle ascisse (X). Si trova ponendo Y=0 e trovando quindi che X=-c/b. Nel caso dell'equazione sopra utilizzata, X=-4.

La retta è inclinata negativamente se b<0 (minore di 0). Più è elevato il valore assoluto (a prescindere dal segno) di b, più verticale è la posizione della retta. Una retta con un b molto elevato tenderà ad essere verticale. Quando il coefficiente b è pari a 0, la retta è orizzontale e parallela all'asse delle X. L’equazione di una retta orizzontale è Y=C dove il termine X sparisce in quanto il suo coefficiente è pari a 0.

Fig.3 Le pendenze delle rette b=4 b=-2 Y b=1 b=2 b=-1 b=0,5 b=-0,5 b=0,25 0
Fig.3 Le pendenze delle rette
b=4
b=-2
Y
b=1
b=2
b=-1
b=0,5
b=-0,5
b=0,25
0
X

Considerato che il verso privilegiato quando analizziamo delle curve sul piano cartesiano è da sinistra verso destra, la retta inclinata negativamente (b<0) descrive valori decrescenti di Y - proporzionalità inversa. La retta inclinata positivamente (b>0) descrive valori crescenti di Y in funzione di X - proporzionalità diretta.

Curve non lineari e pendenze

Una buona parte delle relazioni economiche non si esprime attraverso rette ma bensì attraverso funzioni non lineari. Molte grandezze tendono infatti in un primo tempo ad aumentare per poi arrestarsi e quindi calare.

Fig.4 Le principali funzioni

Parabola concava Y=-aX 2 +/-bX+c
Parabola concava
Y=-aX 2 +/-bX+c
Iperbole Y/X=c
Iperbole
Y/X=c
funzioni Parabola concava Y=-aX 2 +/-bX+c Iperbole Y/X=c Parabola convessa Y=aX 2 +/-bX+c esponenziale Y=e X
Parabola convessa Y=aX 2 +/-bX+c
Parabola convessa
Y=aX 2 +/-bX+c
concava Y=-aX 2 +/-bX+c Iperbole Y/X=c Parabola convessa Y=aX 2 +/-bX+c esponenziale Y=e X 1 logaritmo
esponenziale Y=e X 1 logaritmo Y=lnX 1
esponenziale
Y=e X
1
logaritmo
Y=lnX
1

Le principali forme funzionali sono riportate nella fig.4. In questa sede tuttavia

non ci interessa approfondire l'analisi funzionale, ma presentare solo alcuni principi fondamentali. In genere siamo interessati all'andamento locale di una funzione e quindi allo studio della sua pendenza, dei suoi massimi o minimi.

La caratteristica delle funzioni non lineari è che, contrariamente alla retta, la

pendenza cambia di punto in punto. La prima parabola riportata nella figura 4, per esempio, si caratterizza per pendenze molto elevate in prossimità dello 0 (di X)(salita). Poi, man mano che ci si allontana dall'origine, la pendenza diminuisce sino a divenire pari a zero (piano). Quindi incomincia a divenire negativa (discesa).

Al fine di calcolare la pendenza di una curva, si rappresenta la retta tangente alla curva nel punto in cui si vuole studiarne l'andamento. Per calcolare la pendenza nel punto P, si calcola il rapporto tra incremento verticale ed orizzontale della retta tangente (il suo valore b).

Fig.5 Pendenze puntuali di una curva m 1 n 1 TG 1 Y TG 2
Fig.5 Pendenze puntuali di una curva
m 1
n 1
TG 1
Y
TG 2
P 1
P 2
P 3
TG 3
m
3
n 3

X

Di conseguenza, nella figura 5, il punto P 1 ha una pendenza positiva e pari

circa ad 1 in quanto il rapporto m 1 /n 1 è prossimo all'unità (m 1 =n 1 ). Spostandosi verso destra, la pendenza della curva tangente diminuisce e in P 2 diviene pari a

0. Ciò significa che per ogni incremento di X che consideriamo sulla tangente l'incremento di Y è pari a 0 e rende nullo il rapporto m 2 /n 2 . Spostandosi ancora verso sinistra, TG 3 diviene negativa (b<0) in quanto l'incremento m 3 ora è negativo (contrario al verso dell'asse delle ordinate). In questo caso la pendenza è approssimativamente pari a -1.

La pendenza di una funzione in un punto è pari alla derivata della funzione in

quel punto. Matematicamente si calcola rendendo infinitesimo (molto piccolo) l'incremento delle variabili X e Y. Quindi la derivata nel punto P 1 della funzione Y(x) è pari al limite, per x che tende a 0 dell'incremento ! Y/ ! X (calcolato come incremento della curva). Se prendiamo incrementi di X molto piccoli questo valore tenderà ad approssimare la tangente alla curva in P 1 . Se invece, come nella figura 6, l'incremento ! x è elevato, allora tangente e rapporto ! y/ ! x non coincidono.

Fig.6 Derivata nel punto P 1

Y

TG 1 m 1 n 1 P 2 ! y P 1 ! x
TG 1
m 1
n 1
P 2
! y
P 1
! x
Derivata nel punto P 1 Y TG 1 m 1 n 1 P 2 ! y
Derivata nel punto P 1 Y TG 1 m 1 n 1 P 2 ! y

X

Di conseguenza, il rapporto ! y/ ! x è eguale al rapporto m 1 /n 1 solo quando prendiamo incrementi di X (cioè ! x) infinitesimi.

La derivata di una funzione

Il ragionamento condotto sino ad ora ha introdotto il concetto di derivata di una funzione in un punto. Possiamo definire la derivata di una funzione come la “rapidità“ con la quale tende ad aumentare la variabile dipendente (ordinata) rispetto alla variabile indipendente. La “funzione derivata“ di una funzione è l'insieme dei valori assunti dalle pendenze calcolate in ogni suo punto. In genere la funzione derivata di Y(x) si scrive Y'(x) oppure ! y/ ! x, dove ! indica l’incremento infinitesimo della variabile x o y.

Per ottenere analiticamente questa funzione si adottano le regole riportate nella tabella 1.

Tab.1 Quadro riassuntivo delle regole di derivazione

Funzione originale Y=Y(X)

Derivata Y'= Y'(X)

Y=c

(costante)

Y'= 0

Y=aX

(con a parametro, a=1,2,3…)

Y'= a

Y=aX n

Y'=n*aX n-1 (n esponente e n-1 è la diminuzione di grado della variabile)

Y=X -n =

1/X n

Y'= -n*1/X n+1

Y=X 1/2 = " X

Y'= 1/2*1/ " X

Y=a X

(con a>0)

Y'= a X *log e a

Y'= log a X

Y'=1/X*log a e (se a=e, allora=1/X)

(*) indica moltiplicazione

In pratica, per gli scopi del corso di Economia politica, è sufficiente ricordare che:

1) La pendenza di una retta è costante. Quindi la derivata di una retta è una costante.

2) La pendenza di una retta orizzontale è sempre eguale a zero.

3) I punti in cui la derivata di una funzione è pari a zero (tangente orizzontale) sono dei punti di minimo o di massimo. Esiste tuttavia la possibilità che vi sia un punto di flesso. Per verificare analiticamente di quale punto si tratti, si calcola il segno la derivata seconda: Y''(x). Si tratta della pendenza della curva che indica il variare della pendenza delle funzione originaria. Se in prossimità del punto P o , la derivata è costantemente crescente (Y''(P o )>0), si tratta di un minimo, se è costantemente calante (Y''(P o )<0)si tratta di un massimo. Se prima decresce e poi aumenta allora si tratta di un flesso.

Figura 7 Massimi e minimi

flesso tg P o
flesso
tg
P o
Minimo P o tg
Minimo
P
o
tg
Massimo tg P o
Massimo
tg
P
o

Valore medio e marginale

La principale applicazione dei concetti sino a qui esposti consiste nel riuscire a comprendere e applicare la differenza tra il valore medio e marginale di una funzione.

Il valore marginale di una funzione è calcolato come pendenza della funzione in un punto e indica la tendenza dell'incremento della variabile dipendente relativamente a quella indipendente [ ! y/ ! x calcolato in P 0 (x 1 ,y 1 )].

Il valore medio di una funzione si calcola come media dei valori assunti dalla

funzione sino al punto in questione. Il valore medio di una funzione è a sua volta

una funzione che può essere scritta come: funzione media: Y(x)/x Fig.8 Media di una funzione
una funzione che può essere scritta come:
funzione media:
Y(x)/x
Fig.8 Media di una funzione
P 0 (x 1 ,y 1 )
y 1
MEDIA:
Y 1 /X 1
TG: ! Y/ !X

x 1

Si ottiene la media di una funzione in un punto calcolando la pendenza della curva che congiunge l'origine con il punto in questione (fig.8), quindi calcolando il rapporto y 1 /x 1 delle coordinate del punto P 0 (x 1 ,y 1 ).

Una proprietà interessante della media è che quella riferita ad una retta non passante per l’origine, al contrario della derivata (pendenza), non è costante.

y

Fig.10 media di una retta P 3 (x 3 ,y 3 ) P 1 (x
Fig.10 media di una retta
P 3 (x 3 ,y 3 )
P 1 (x 1 ,y 1 )
MEDIA:
Y 1 /X 1
TG: ! Y/ ! X
P 2 (x 2 ,y 2 )
0
A
x

Se consideriamo la retta verde della figura 10, notiamo come la sua pendenza sia costante, cioè il rapporto ! y/ ! x ha un valore costante in tutta la funzione. Il valore medio invece cambia man mano che ci allontaniamo dall’origine. Quindi, il valore y 1 /x 1 calcolato nel punto P 1 (x 1 ,y 1 ) è superiore al valore y 2 /x 2 calcolato nel punto P 2 (x 2 ,y 2 ) ed inferiore al valore y 3 /x 3 calcolato nel punto P 3 (x 3 ,y 3 ).

La media della retta verde varia quindi da valori negativi dall’origine 0 al punto A dove interseca l’asse delle ascisse. Nel punto A ha valore zero, poi incomincia ad assumere valori positivi e crescenti in modo continuo sino ad un massimo, per x tendente all’infinito, in cui la media è pari al valore della pendenza.

Fig.11 Costi medi e marginali Costi totali C P 4 P 3 Costi variabili P
Fig.11 Costi medi e marginali
Costi totali
C
P 4
P 3
Costi variabili
P 2
P 1
cf
Costi fissi
0

C’

CM

0

x P 1 P 2 P 3 Costo medio P 4 Costo marginale
x
P 1
P 2
P 3
Costo medio
P 4
Costo marginale

x

Le proprietà della media e della derivata si utilizzano per rappresentare i costi medi unitari ed i costi marginali di una produzione al variare della quantità prodotta. Nella parte superiore della fig.11 è rappresentata la funzione di costo totale di una produzione come somma dei suoi costi fissi (non variano al variare della produzione) e costi variabili (che aumentano man mano che aumenta la quantità prodotta). I costi fissi sono rappresentati da una retta orizzontale in quanto il valore del costo è costante ed indipendente dalla quantità di beni x prodotti. Qualsiasi sia il valore di x (quantità prodotta) il valore del costo fisso è costante e pari a CF. I costi variabili (per es. lavoro, materie prime), sono rappresentati da una retta inclinata positivamente in quanto aumentano proporzionalmente alla quantità prodotta. Tali costi, al contrario di quelli fissi, sono pari a zero quando non si svolge alcuna produzione. I costi totali sono la somma dei due tipi di costi e quindi vengono rappresentati da una retta della stessa inclinazione di quella dei costi variabili ma traslata verso l’alto di un valore pari ai costi fissi.

La pendenza dei costi totali è costante e pari a quella dei costi variabili. Quindi i costi fissi non incidono sulla pendenza della curva dei costi totali. Ciò significa che l’incremento di costo al variare della produzione è pari all’incremento di costo variabile e viene definito costo marginale. La rappresentazione del costo marginale C’ nel grafico sottostante (fig.11) è quindi una retta orizzontale con altezza (intercetta con l’asse dei costi medi e marginali) pari al valore della pendenza dei costi totali (variabili). In questo caso i costi marginali sono quindi costanti.

Il costo medio di produzione, cioè il costo medio dell’ennesima unità di bene

prodotta, invece varia. Nella parte superiore della fig.11 si nota che la retta che congiunge ogni punto della retta dei costi totali all’origine per valori bassi di x è molto pendente, poi, man mano che x assume valori più elevati essa diviene meno inclinata. Ciò significa che il valore medio declina all’aumentare della produzione (x). Al limite, per produzioni molto elevate il valore medio tenderà ad avvicinarsi a quello marginale, ma senza diminuire al di sotto di esso. La ragione è che i costi fissi incidono in modo più pesante su ogni unità prodotta se produciamo poche unità. Se la produzione è molto elevata i costi fissi si “spalmeranno” su più beni e quindi la loro incidenza unitaria sarà meno rilevante. Quindi la rappresentazione grafica del costo medio è una curva che in un primo tempo tende a diminuire rapidamente, poi diviene sempre più piatta avvicinandosi sempre più alla retta orizzontale che rappresenta il costo marginale senza intersecarla mai.

I costi variabili possono non avere un andamento lineare e quindi i costi

marginali saranno a loro volta descritti da curve non lineari. In questo caso le curve dei costi marginali e dei costi medi possono intersecarsi.

Tassi di Crescita, Capitalizzazione e Sconto

Tasso di crescita

Il modo fondamentale di rappresentare il cambiamento di una variabile è di calcolare il suo tasso d’incremento relativamente alla variabile indipendente. Quest’ultima è in genere il tempo. Quando diciamo che l’inflazione nell’anno 2004

è stata del 2,8% identifichiamo due variabili: il livello dei prezzi (variabile

dipendente) ed il tempo (indipendente). Se il 1.1.2004 il livello dei prezzi era pari a 100 e al 31.12.2004 esso era pari a 102,8, l’inflazione è pari al 2,8%. È stata

calcolata seguendo le convenzioni internazionali come variazione dei prezzi (2,8) sul livello iniziale dei prezzi (100), nell’intervallo di tempo unitario pari ad un anno. Quindi, la formula per calcolare l’inflazione # non è altro che il tasso d’incremento del livello dei prezzi che si esprime con il seguente rapporto:

"

= P 1 # P 0

P 0

in cui il tempo non trova espressione in quanto assunto pari all’unità.

Allo stesso modo si esprime il tasso d’interesse, che non è altro che la variazione percentuale di una somma di denaro nell’unità di tempo. Se ottenete un prestito di 100.000 euro dalla banca per un anno al tasso d’interesse dell’8% significa che tra un anno dovrete restituire 108.000 euro, cioè il capitale originario aumentato dell’8%, che in questo caso sono 8.000 euro.

A volte questa operazione si effettua nell’altro senso e viene chiamata

operazione di sconto. Se ad esempio possedete un titolo di credito che vi dà diritto a ricevere una somma di 10.000 euro tra un anno ed avete bisogno di incassare del denaro immediatamente – situazione frequente per le imprese – allora potete proporre alla banca di scontarvi tale effetto anticipandovi la liquidità. La banca vi domanderà un compenso per tale operazione (a parte le commissioni fisse) in percentuale sul valore del titolo: in pratica vi sconta l’effetto applicando un tasso d’interesse. Se questo interesse è del 10%, la banca vi anticipa 9.090,9 euro. Questo perché se aumentiamo 9.090,9 del 10% otteniamo

10.000.

La stessa cosa capita se acquistate un Buono del Tesoro ad un anno. Acquistate 100.000euro di valore tra un anno pagandole immediatamente

96.000euro. Quale sarà il tasso d’interesse pagatovi dal governo italiano? Non è del 4%, ma bessì leggermente più elevato in quanto calcolato a partire da 96.000

e non da 100.000. Lo otteniamo rapportando 100.000/96.000, che significa

1,041667. L’interesse è quindi del 4,1667%. Va fatta quindi attenzione a qual è

la

base (P 0 ) alla quale applicare il calcolo.

Le

cose si complicano se il riferimento temporale non è più un anno ma periodi

di

tempo più brevi o più lunghi. In questo caso è necessario considerare delle

formule generali che tengano conto di tutti i fattori variabili e tenere presente le convenzioni in materia.

Capitalizzazione

Il primo problema è calcolare la variazione di valore di una variabile dato un saggio d’incremento. Ciò significa, sapendo il valore di partenza S 0 , calcolare la misura della variabile S dopo la sua crescita al tasso r. In termini monetari, si pensi al problema di calcolare quanto ammonterà il vostro deposito a risparmio postale dopo un certo periodo di tempo (in cui non prelevate né versate alcuna somma) in ragione del tasso d’interesse concessovi. Nel caso di un periodo di un anno il calcolo è semplice e l’abbiamo già affrontato. Formalmente possiamo esprimere il problema in questi termini:

S 1= S 0 +r* S 0 cioè S 1= S 0* (1+r)

La soma finale S 1 (1 è l’indice temporale) è pari a quella iniziale più la somma iniziale moltiplicata per il tasso d’incremento (che può essere positivo o negativo). Il tasso r si esprime in percentuale e si ricorda che 5%=5/100=0,05:

Se S 0 =100 e r=5%, allora S 1= 105.

Se il periodo comprende più anni (n), ed il tasso varia di anno in anno, allora la formula si allunga e la cifra iniziale depositata viene moltiplicata per tutti i saggi d’interesse.

S n= S 0* (1+r 0 )*(1+r 1 )*(1+r 2 )*(1+r 3 )*… *(1+r n )

In pratica, il secondo anno il nuovo tasso d’interesse è r 1 e viene applicato al capitale iniziale aumentato dell’interesse maturato nel primo periodo [ S 0* (1+r 0 ) ] *(1+r 1 ). Il terzo anno si applica il nuovo tasso d’interesse al capitale iniziale già rivalutato dallo stesso calcolo dei due anni precedenti [ S 0* (1+r 0 )*(1+r 1 ) ] *(1+r 2 ). E così via… Lo stesso procedimento si applica se invece di un credito possedete un debito e gli interessi sono passivi.

Se il tasso d’incremento è costante, allora la formula si semplifica.

S n= S 0* (1+r) n

Anatocismo

La legge prevede che gli interessi si applichino annualmente e sanziona l’anatocismo che è la pratica di calcolare la maturazione di interessi passivi su termini più frequenti dell’anno ai debiti (più frequente del calcolo della maturazione degli interessi attivi). 1 Infatti se calcoliamo la maturazione degli interessi quattro volte in un anno il meccanismo di accumulazione degli interessi passivi farà emergere alla fine dell’anno un debito più elevato. Per esempio,

1 Art. 1283 Codice Civile: Anatocismo. In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi (disp. di att.al c.c. 162). La sentenza della Cassazione 21095/04 a Sezioni Unite conferma la nullità della clausola relativa anatocismo (capitalizzazione degli interessi).

avete un debito di 100 con la banca che vi applica un interesse passivo del 10%. Il vostro debito alla fine dell’anno, in condizioni normali sarà di 110. Se invece si definisce una situazione di anatocismo, il vostro debito sarà di 110,38 in quanto ogni trimestre vi è stato ricalcolato il capitale a debito includendo gli interessi scaduti. Notate che é del 3,8% superiore al primo.

Valore attuale

Calcolare il valore attuale di una grandezza monetaria futura comporta il calcolo inverso a quello affrontato sino ad ora. Nel caso in cui il tasso d’interesse sia costante,

Vp = Vf (1+ r) n

Il valore presente Vp è pari al valore futuro Vf scontato di r per n anni. Se r cambia di anno in anno allora sarà necessario differenziare il denominatore.

Vp =

Vf

(1 + r 1 )(1 + r 2 )

(1

+ r n )

Più complicata ancora si fa la situazione se vogliamo tenere conto del flusso di reddito di un’attività produttiva. Possediamo infatti un patrimonio che ci garantisce un reddito R ogni anno e vogliamo sapere qual è il valore attuale di questi redditi futuri se il costo opportunità del denaro (il tasso d’interesse r) è costante.

VA =

R

R

R

(1+ r) + (1+ r) 2 + (1+ r) 3 +

R

(1+ r) 4

+

R

(1+ r) n

VA è il valore attuale del flusso R per gli anni da 1 a n, scontato al presente attraverso il tasso costante r. Questa formula vale nel caso di tassi d’incremento costanti. In caso r vari, è necessario tenere conto in ogni periodo di tutti i tassi sino ad allora applicati. Se R varia di anno in anno basta tenerne conto nella formula inserendo un R variabile.

A =

R 1

R

2

(1 + r 1 ) + (1 + r 1 )(1 + r 2 )

+

R

3

(1 + r 1 )(1 + r 2 )(1 + r 3 ) +

R

n

(1 + r 1 )(1 + r 2 )

(1

+ r n )

Se n è molto grande ed r e R sono ipotizzati costanti, il risultato è che

A=R/r.

Questo è un algoritmo molto utilizzato per calcolare il valore capitale di un bene che produce un certo reddito R. Per esempio, il valore di un immobile che ci garantisce un affitto di 10.000euro all’anno (al netto delle spese), considerando che il tasso d’interesse su un’attività finanziaria di pari rischio è il 5%, può essere stimato in 200.000euro. Se invece r fosse 8% VA sarebbe 125.000euro. Il valore

diminuisce perché con un più elevato tasso d’interesse redditi più lontani nel tempo assumono un minor valore al presente.

Numeri indice

Le statistiche di fenomeni in continua evoluzione sono spesso offerte sotto forma di numeri indice. Questi esprimono l’andamento dei fenomeni in modo da poter derivare facilmente i tassi di crescita a partire da qualsiasi periodo.

In genere, l’intensità del fenomeno è fatta pari a 100 nell’anno base, per poi esprimere il cambiamento del fenomeno in proporzione. Quindi si indicano le variazioni d’intensità della variabile in proporzione al valore della base. Per esempio, se il livello dei prezzi – un numero molto elevato – è fatto pari a 100 nel 1995 e nel 1996 in proporzione è pari a 104,5, allora l’aumento dei prezzi è stato del 4,5%. Non abbiamo quindi bisogno di conoscere il livello assoluto dei prezzi in quanto i numeri indici esprimono l’andamento in proporzione. Si tratta, in effetti di una proporzione:

x

0 /b 0 =x 1 /b 1

dove X è il valore assoluto della variabile, al tempo 0 e 1, e b è la base pari a 100 nel periodo 0 e pari all’indice 104,5 nel periodo 1.

I numeri indici si trovano utilizzati spesso nelle statistiche dell’ISTAT. Per esempio, la tabella sottostante riporta l’andamento dei prezzi al consumo per la provincia di Treviso.

'ISTITUTO

DI STATISTICA - SERVIZIO DELLE STATISTICHE DEI PREZZI

2 - PREZZI AL CONSUMO 2.1 - PREZZI AL CONSUMO PER L'INTERA COLLETTIVITA'

Tav.2.1.3 - Numeri indici dei prezzi al consumo per l'intera collettività per capitoli - Base: dic.1998=100

-Treviso

Capitoli

2000

2001

2002

2003

nov-04

Alimentari e bevande analcoliche Bevande alcoliche e tabacchi Abbigliamento e calzature Abitazione, acqua, elettricità e combustibili Mobili, articoli di arredamento, servizi domestici Servizi sanitari e spese per la salute Trasporti Comunicazioni Ricreazione, spettacoli,cultura Istruzione Alberghi e pubblici esercizi Beni e servizi vari

103,5

108,0

111,3

113,7

114,6

102,1

105,3

107,0

113,9

123,8

104,1

107,4

111,1

114,0

117,2

108,5

111,5

110,8

114,6

123,5

104,0

106,6

109,0

110,4

113,9

103,9

105,7

110,1

110,8

111,6

106,4

107,6

109,7

112,2

116,4

94,6

92,4

91,1

89,4

81,4

100,8

102,6

106,1

107,3

109,5

103,9

105,2

106,8

108,0

112,0

109,1

112,4

118,2

122,9

123,9

107,2

115,4

118,8

122,6

125,8

Indice generale (con tabacchi)

105,0

108,1

111,1

113,5

116,4

Indice generale (senza tabacchi)

105,0

108,1

111,0

113,4

115,9

(1) Gli indici non sono stati calcolati per mancata rilevazione dei prezzi

Fatti pari a 100 i livelli dei prezzi nel 1998 delle categorie di beni indicate, la tabella riporta (con l’esclusione del 1999 per assenza di rilevazioni) l’andamento negli anni successivi. Si nota che il costo delle comunicazioni è diminuito a 81,4, mentre sono aumentate tutte le altre categorie. I beni e servizi vari sono rincarati più delle altre voci essendo aumentati a 125,8 alla fine di novembre 2004.

Passare da un numero indice ad un tasso di crescita si rivela molto semplice, ma va fatta attenzione all’intervallo temporale. Il tasso d’incremento è semplicemente

x

1 /x 0 =1+r

Infatti, se vogliamo calcolare la variazione tra il 2003 e il 2002 dell’indice generale, rapportiamo

113,5/111,1=1,0216 e cioé

1+2,16%

La stessa cosa avviene se voglio calcolare l’aumento dei costi per l’abitazione, acqua, elettricità ecc. tra il 1998 e il 2003:

114,6/100=1,146 e cioé 1+14,6%

questo 14,6% tuttavia non può essere raffrontato con 2,16% in quanto quest’ultimo è definito su base annua, il primo su 5 anni. Lo stesso problema ci si pone se calcoliamo la variazione tra novembre 2004 e il 2003 (7,77%), che essendo su 11 mesi non può essere confrontata con quella annuale del 2003 (3,43%). La variazione annuale del 2004 sarà probabilmente diversa dal 7,77% in quanto manca ancora – al momento in cui viene scritto questo testo - la rilevazione di dicembre. Per ottenere gli indici annuali vi sono due possibilità. Si può considerare il tasso d’incremento di ciascuno dei 5 periodi, oppure si può calcolare un tasso di crescita media annuale. Quest’ultimo ha il vantaggio di dimensionare al lasso temporale standard il tasso di variazione rendendolo confrontabile e più facilmente comprensibile. Per calcolare il tasso medio basta trovare il tasso che applicato n volte ci dà il risultato complessivo. Nel nostro caso, l’indice di fine periodo (2003) è 114,6 e la base è 100. Quindi dobbiamo trovare quel tasso r d’incremento che applicato 5 volte da 100 ci porta a 114,5.

114,5 = 100(1+r) 5

1+r=(1,145) 1/5 e quindi r=2,75

2,75 è un valore confrontabile con altri tassi annuali come il 2,16% calcolato in precedenza. Il tasso d’incremento medio può anche essere calcolato come la pendenza della retta d’interpolazione dei numeri indici (ma questo va al di là delle nostre esigenze).

I numeri indici possono presentare dei cambiamenti di base, come messo in evidenza dalla tabella degli indici ufficiali di rivalutazione monetaria dell’ISTAT.

FOI(nt) 2.1 - INDICI NAZIONALI DEI PREZZI AL CONSUMO PER LE FAMIGLIE DI OPERAI E IMPIEGATI INDICE GENERALE, AL NETTO DEI CONSUMI DI TABACCHI

ANNO

GEN

FEB

MAR

APR

MAG

GIU

LUG

AGO

SET

OTT

NOV

DIC

MEDIA

 

BASE: ANNO1992=100

 

1993

102,3*

102,7*

102,9*

103,3*

103,7*

104,2*

104,6*

104,7*

104,8*

105,5*

106,0*

106,0*

104,2*

1994

106,6*

107,0*

107,2*

107,5*

107,9*

108,1*

108,4*

108,6*

108,9*

109,5*

109,9*

110,3*

108,3*

1995

110,7*

111,6*

112,5*

113,1*

113,8*

114,4*

114,5*

114,9*

115,2*

115,8*

116,5*

116,7*

114,1*

 

BASE: ANNO1995=100

 

1996

102,4*

102,7*

103,0*

103,6*

104,0*

104,2*

104,0*

104,1*

104,4*

104,5*

104,8*

104,9*

103,9*

1997

105,1*

105,2*

105,3*

105,4*

105,7*

105,7*

105,7*

105,7*

105,9*

106,2*

106,5*

106,5*

105,7*

1998

106,8*

107,1*

107,1*

107,3*

107,5*

107,6*

107,6*

107,7*

107,8*

108,0*

108,1*

108,1*

107,6*

1999

108,2*

108,4*

108,6*

109,0*

109,2*

109,2*

109,4*

109,4*

109,7*

109,9*

110,3*

110,4*

109,3*

2000

110,5*

111,0*

111,3*

111,4*

111,7*

112,1*

112,3*

112,3*

112,5*

112,8*

113,3*

113,4*

112,1*

2001

113,9*

114,3*

114,4*

114,8*

115,1*

115,3*

115,3*

115,3*

115,4*

115,7*

115,9*

116,0*

115,1*

2002

116,5*

116,9*

117,2*

117,5*

117,7*

117,9*

118,0*

118,2*

118,4*

118,7*

119,0*

119,1*

117,9*

2003

119,6*

119,8*

120,2*

120,4*

120,5*

120,6*

120,9*

121,1*

121,4*

121,5*

121,8*

121,8*

120,8*

2004

122,0*

122,4*

122,5*

122,8*

123,0*

123,3*

123,4*

123,6*

123,6*

123,6*

123,9*

Questi numeri rappresentano la statistica ufficiale della svalutazione dei valori monetari. L’equivalente in Lire di 100 euro del 1995 si è svalutato del 23,9% al novembre 2004. Da questa tabella non potete però sapere direttamente di

quanto si sono svalutati 100 euro del 1993. Per calcolarlo dovete tenere conto del cambiamento di base avvenuto nel 1995. La media del 1995 è pari a 114,1 ed è stata fatta pari a 100 per gli indici successivi. Quindi vi sono due proporzioni da calcolare, la prima sino al 1995, la seconda successiva. Supponendo che si voglia calcolare la svalutazione da aprile 1993 all’ultimo mese disponibile, ho bisogno di due r che poi trasformerò in un valore unico.

1+r 1 =114,1/103,3 = 1,1045 (aprile 1993-media 1995)

1+r 2 =123,9/100 = 1,239 (media 1995-novembre 2004)

a questo punto, moltiplichiamo i due tassi d’incremento per ottenere quello totale.

1+r tot =(1+r 1 )*(1+r 2 ) quindi

1+r tot = 1,369

La svalutazione complessiva dall’aprile 1993 al novembre 2004 è stata pari a 36,9%. In questo periodo, si è perso più di un terzo di potere d’acquisto.

Funzioni statistiche

I principali indici statistici

La statistica si occupa dell’elaborazione delle tecniche di misurazione dei fenomeni per esprimere le loro proprietà con indicatori sintetici e raffrontabili. Consideriamo in questa sede solo variabili quantitative ed ordinabili. Una volta individuata la misurazione corretta di un fenomeno e condotte le misurazioni, ci si trova di fronte al problema di esprimere sinteticamente dei valori che rappresentino il fenomeno studiato.

Si ipotizzi di avere ottenuto le seguenti misurazioni:

7, 1, 2, 6, 5, 3, 10, 2, 6, 1, 10, 2, 3, 8, 6, 10, 8, 10

abbiamo 18 osservazioni con di entità diversa. La prima cosa che si può fare, per aiutare l’analisi di queste osservazioni, è ordinare i numeri per avere un quadro più chiaro.

1, 1, 2, 2, 2, 3, 3, 5, 6, 6, 6, 7, 8, 8, 10, 10, 10, 10

La prima e più semplice misura di statistica descrittiva è il CAMPO DI VARIAZIONE. Definisce su quale campo sono disperse le osservazioni e si indica con la misura del valore minimo e massimo raggiunti dalla serie. Nel nostro caso il campo di variazione è compreso tra 1 e 10: (1-10). questa misura permette una confrontabilità con altri fenomeni che possono essere definiti su campi più piccoli (2-6), più grandi (0-25), oppure essere definiti in ordini di grandezza totalmente differenti (10.000-20.000) oppure (0,002-0,010).

In secondo luogo, si nota che alcuni valori sono ripetuti più volte. Si definisce caso il possibile valore della misurazione e frequenza il numero di volte esso è ripetuto. Il caso 6 ha frequenza 3. Il caso 10 ha frequenza 4. Il caso 4 ha frequenza 0. Per cogliere meglio questo aspetto si possono ordinare le osservazioni come nella tabella 2 che rende evidente la distribuzione delle frequenze.

Tab.2 ordinamento e frequenze dei casi

1 2

3

5

6

7

8

10

1 2

3

 

6

 

8

10

2

   

6

   

10

           

10

A questo punto, vi sono altre misure statistiche in grado di descrivere la tab.2 in modo sintetico.

La MEDIA aritmetica semplice indica il valore centrale della serie sommando i casi x i e rapportandoli al numero dei casi stessi.

media =

n

"

i = 1

x

i

n

Nell’esempio considerato, vi sono 8 casi (n) la cui somma è 42, quindi la media semplice è 42/8=5.25. La media ci dice che grandezza dovrebbe avere il caso se tutte le misurazioni fossero eguali.

La MEDIA PONDERATA indica il valore centrale quando si consideri i diversi pesi (frequenze) dei casi. Quindi si terrà conto del fatto che il 10 compare 4 volte

e che quindi aumenta il peso di tale valore nella serie. Il simbolo x i indica ancora i casi e k i indica la frequenza del caso i-esimo.

media " ponderata =

n

#

i = 1

x i * k i

n

#

i = 1

k

i

In questo caso il numeratore è pari a 1*2+2*3+3*2+5+6*3+7+8*2+10*4 e quindi a 100. Il denominatore è pari alla somma delle frequenze:

2+3+2+1+3+1+2+4=18. La media ponderata è quindi pari a 5.56. La media ponderata ci fornisce un’idea del ‘baricentro’ della serie. È più elevata della media semplice perché i casi dei numeri maggiori della media (6, 7, 8, 10) sono più frequenti di quelli inferiori. Si noti che la media ponderata nel nostro caso è pari alla media semplice applicata alle singole rilevazioni senza la classificazione in casi (i diciotto numeri originali).

La MEDIA GEOMETRICA, che viene utilizzata meno di frequente, indica il valore centrale della serie moltiplicando i casi ed estraendo la radice del loro prodotto.

media " geometrica = x 1 x 2 x 3

n x n
n
x
n

La media geometrica ci dice il valore del caso che moltiplicato per se stesso n volte è pari al prodotto dei casi. Nel nostro esempio, considerando solo i casi, la media geometrica è la radice a base 8 del risultato della moltiplicazione:

1*2*3*5*6*7*8*10=100.800. La radice ottava di questo numero è 4,22. Nel nostro esempio la media geometrica è inferiore a quella aritmetica semplice.

Il campo di variazione ed il valore medio sono degli importanti indicatori sintetici delle caratteristiche della serie ma non forniscono tutte le informazioni

utili a caratterizzala. Altri indicatori possono informarci sulla dispersione dei valori

o sui casi più frequenti.

La MODA è il caso di massima frequenza. Nel nostro esempio la situazione è molto particolare in quanto la moda è il 10, cioè un caso all’estremità del campo di variazione.

La MEDIANA è il valore centrale della serie. Si ottiene dividendo in due il campione. Nel nostro caso, avendo un numero pari di numeri, la mediana è compresa tra due valori, 6 e 6. Quindi la mediana è 6.

La VARIANZA è definita come somma degli scarti dei singoli casi dalla media. Ci fornisce una misura della dispersione dei valori rispetto alla media. In alcune serie i valori sono tutti concentrati attorno alla media e i casi estremi raccolgono

frequenze minori. Nel nostro esempio, invece, alcuni valori estremi (il 10) assumono frequenze elevate e quindi la varianza è relativamente elevata. La formula assume configurazioni diverse a seconda che si consideri la media semplice (prima formula) o ponderata (seconda formula).

var ianza =

var ianza =

n

#

i= 1

(

x

i

" µ) 2

n n

#

i= 1

(

x

i

" µ) 2 k i

n

#

i= 1

k

i

Se consideriamo la serie 1,2,3,5,6,7,8,10, si tratta di calcolare il quadrato dello scarto di ogni caso dalla media. Considerando la media aritmetica semplice, calcoliamo gli scarti, (5,25-1) 2 +(5,25-2) 2 +(5,25-3) 2 +(5,25-5) 2 +(6-5,25) 2 +(7- 5,25) 2 +(8-5,25) 2 +(10-5.25) 2 = 67,5. Poi la dividiamo per il numero dei casi

(n=8):

67,5/8=8,4. La varianza semplice del nostro esempio è quindi 8,4.

Il difetto di questa misura è che è comparabile solo con serie simili. Esistono altri indici che risolvono questo problema, ma per un approfondimento di questi argomenti si rinvia ad un libro di statistica.

La regressione

La regressione è l’operazione che permette di estrapolare l’equazione di una funzione a partire da una serie di misure della relazione intercorrente tra due variabili. Questa equazione può essere utilizzata per estrapolare la relazione oltre il campo di variazione considerato.

Supponiamo di misurare il valore di due variabili: tasso di disoccupazione e tasso d’inflazione. Le misurazioni in diversi periodi di tempo offrono i seguenti risultati:

Relazione tra inflazione e disoccupazione

Inflazione %

2,0

3,5

2,8

4,7

5,1

6,8

2,4

2,8

Disoccupazione %

9,0

8,2

8,6

7,0

6,4

4,8

6,9

7,6

L’obiettivo è calcolare il coefficiente angolare ed il termine noto della retta che meglio rappresenta il fenomeno espresso in questa serie. La retta di regressione è quella che minimizza la distanza dei punti dalla retta stessa (vi sono diversi modi di calcolarla).

Nel nostro caso il coefficiente angolare è 0,708 mentre l’intercetta è 9,978. Ovviamente vi sono dei punti (corrispondenti alle coppie della serie) che si trovano molto vicini alla retta e punti che si trovano più distanti. La misura R 2 indica la dispersione dei punti rispetto alla retta. R 2 varia tra 0 e 1. Più si avvicina

a 1 minore è la lontananza dei punti dalla retta, migliore è la qualità della

regressione. Nel nostro caso, R 2 =0,737 è un valore non eccellente (ma ottimo

per i fenomeni economici

).

valore non eccellente (ma ottimo per i fenomeni economici ). Per esempio, la serie successiva presenta

Per esempio, la serie successiva presenta un R 2 molto inferiore e ciò indica una maggiore difficoltà della linea di regressione a rappresentare il fenomeno (figura gialla).

1,5

2,8

2,9

4,7

7,6

8,4

3,5

2,8

9

10,8

8,6

7,6

10,3

2,2

6,9

12,3

gialla). 1,5 2,8 2,9 4,7 7,6 8,4 3,5 2,8 9 10,8 8,6 7,6 10,3 2,2 6,9

La retta di regressione può essere utilizzata per effettuare delle previsioni sul comportamento di una variabile al variare dell’altra. Per esempio, prendendo la prima serie, possiamo calcolare a che tasso d’inflazione (y) corrisponda una disoccupazione (x) del 6%. Sostituendo il valore 6% alla x dell’equazione

y = -0,7086x + 9,9785

otteniamo

y = -0,7086*6 + 9,9785

y=5,7269

Ciò significa che, data la relazione che sembra apparire dalle misure di inflazione e disoccupazione nel tempo, una riduzione (aumento) della disoccupazione al 6% è probabile che ci porti a valori di inflazione prossimi al

5,7%.

Stefano Solari 25 marzo 2006