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Memoria del tempo

49

ENRICO VII,
DANTE E PISA
a cura di
Giuseppe Petralia e Marco Santagata

ENRICO VII, DANTE E PISA

In copertina: Koblenz, Landeshauptarchiv, ms. Best. 1 C Nr. 1, Bilderchronik di Baldovino di Treviri, c. 18r (Rex venit Pysis et mansit diu). Arrivo di Enrico VII a Pisa e
consegna delle chiavi.

L001149

Buonconvento (Siena), 24 agosto 1313: la morte inaspettata di Enrico VII


di Lussemburgo infrange per sempre i sogni ghibellini di chi, come Dante,
aveva intravisto nellimperatore la speranza pi concreta di una risoluzione politica, lincarnazione di quel secondo astro teorizzato dal Poeta
nella Monarchia. In quello stesso anno il trattato politico dantesco veniva
ultimato a Pisa, la citt scelta da Enrico VII come sede della sua corte imperiale in Italia. a Pisa che Dante apprender la tragica fine dellimperatore, ammantata dal sospetto di un vero e proprio delitto politico; qui
che assister alle solenni esequie e alla sepoltura dellalto Arrigo allombra della Torre, nel Duomo pisano. Il volume raccoglie gli Atti del
Convegno internazionale dedicato a Enrico VII, Dante e Pisa, svoltosi in
occasione del settimo centenario della morte dellimperatore e della stesura della Monarchia. I ventitr saggi, a firma di storici del Medioevo e studiosi di Dante, offrono un quadro completo delle connessioni tra
limperatore, il poeta e la citt toscana, con molte novit, dossier e documenti inediti.

ISBN 978-88-8063-831-5

LONGO
EDITORE

45,00

LONGO EDITORE RAVENNA

49.
Enrico VII, Dante e Pisa.
A 700 anni dalla morte dellimperatore
e dalla Monarchia (1313-2013)
a cura di
Giuseppe Petralia e Marco Santagata

Memoria del tempo

Collana di testi e studi medievali e rinascimentali


diretta da Johannes Bartuschat e Stefano Prandi

Questo volume stato pubblicato con fondi PRIN 2012


Ministero dellIstruzione, dellUniversit e della Ricerca.
Progetto Per una Enciclopedia Dantesca digitale
Coordinatore scientifico nazionale Marco Santagata, Universit di Pisa
Liniziativa e il volume sono stati realizzati con il contributo di:
COMUNE DI PISA
OPERA DELLA PRIMAZIALE PISANA
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI SAN MINIATO
DIPARTIMENTO DI CIVILT E FORME DEL SAPERE
DIPARTIMENTO DI FILOLOGIA, LETTERATURA E LINGUISTICA
UNIVERSIT DI PISA

Participation in CLOCKSS and PORTICO Ensures Perpetual Access to Longo Editore content

ISBN 978-88-8063-831-5
Copyright 2016 A. Longo Editore snc
Via P. Costa, 33 48121 Ravenna
Tel. 0544.217026 Fax 0544.217554
e-mail: longo@longo-editore.it
www.longo-editore.it
All rights reserved
Printed in Italy

Enrico VII, Dante e Pisa


a 700 anni dalla morte dellimperatore
e dalla Monarchia (1313-2013)
a cura di

GIUSEPPE PETRALIA E MARCO SANTAGATA

LONGO EDITORE RAVENNA

ENRICO VII, DANTE E PISA.


A 700 ANNI DALLA MORTE DELLIMPERATORE
E DALLA MONARCHIA (1313-2013)
Atti del Convegno internazionale
(Pisa-San Miniato, 24-26 ottobre 2013)
a cura di
GIUSEPPE PETRALIA e MARCO SANTAGATA
Comitato scientifico e di redazione
FABRIZIO FRANCESCHINI (dir.),
GABRIELLA ALBANESE, MARIA LUISA CECCARELLI LEMUT,
GABRIELLA GARZELLA, PAOLO PONTARI

MIRKO TAVONI
LIDEA IMPERIALE NEL DE VULGARI ELOQUENTIA

1. Lidea imperiale in tre luoghi del De vulgari eloquentia


Lidea imperiale compare in tre luoghi del primo libro del De vulgari eloquentia1.
Il primo luogo nel xii capitolo, dove Dante, messosi alla caccia della lingua
pi decorosa dItalia, la lingua illustre, dopo aver estirpato dalla selva italica, cio
dal terreno di caccia, cespugli intricati e rovi (I xi 1), ovvero dopo aver liberato i
volgari italiani dalle scorie pi grossolane, passa a confrontare i volgari che sono rimasti nel setaccio, con lintenzione di individuare quello fra essi che merita e conferisce pi onore. E la scelta cade indubitabilmente, in primo luogo, sul siciliano:
Et primo de siciliano examinemus ingenium: nam videtur sicilianum vulgare sibi
famam pre aliis asciscere eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur, et eo
quod perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse, puta in cantionibus
illis Ancor che l aigua per lo foco lassi et Amor, che lungiamente m hai menato (VE I
xii 2).

Il merito di questo primato del siciliano dellimperatore Federico II e di suo


figlio Manfredi:
Siquidem illustres heroes, Fredericus Cesar et benegenitus eius Manfredus, nobilitatem
ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit humana secuti sunt, brutalia dedignantes. Propter quod corde nobiles atque gratiarum dotati inherere tantorum
principum maiestati conati sunt, ita ut eorum tempore quicquid excellentes animi Latinorum enitebantur primitus in tantorum coronatorum aula prodibat; et quia regale solium erat Sicilia, factum est ut quicquid nostri predecessores vulgariter protulerunt,
sicilianum vocetur: quod quidem retinemus et nos, nec posteri nostri permutare valebunt (VE I xii 4).
1 Rimando complessivamente al mio commento al De vulgari eloquentia in DANTE ALIGHIERI,
Opere, ed. diretta da M. Santagata, I, Milano, Mondadori, 2011; in particolare, per il commento a VE
I xii, pp. 1264-1273; a I xvi, pp. 1326-1327; a I xviii, pp. 1346-1355; inoltre Introduzione, pp. 10681069, 1113-1116.

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Il secondo luogo del De vulgari eloquentia su cui voglio richiamare lattenzione il xvi capitolo del I libro. Il quale, veramente, non esprime alcuna idea imperiale, anzi parla di tuttaltro, ma lanalisi della fonte sottostante svela che questo
passaggio dellargomentazione linguistica di Dante fondato sullo stesso principio aristotelico, desunto dalla Metafisica, che i teorici della ierocrazia bonifaciana,
negli anni fra il 1300 e il 1303, avevano adibito a sostenere la subordinazione dellautorit imperiale allautorit pontificia: e sar su questo stesso principio che
Dante nel III libro della Monarchia far leva, rovesciandone il senso, per confutare filosoficamente tale subordinazione.
Si tratta del principio della reductio ad unum in eodem genere, che qui nel De
vulgari eloquentia emerge a uso puramente linguistico. Avendo esaurito, nei capitoli xi-xv, lindagine empirica sui volgari di tutte le regioni italiane senza aver trovato la pantera di cui andava in caccia nel frattempo, infatti, la caccia alla lingua
pi decorosa dItalia si metaforicamente trasformata nella caccia alla pantera
odorosa che sparge il suo profumo dovunque e non si mostra in nessun luogo
Dante intraprende una nuova ricerca, con procedimento pi fondato sulla ragione,
in modo da catturarla [la pantera], con studio ingegnoso, stretta nella nostra rete
(I xvi 1). Questo secondo procedimento non sar pi a posteriori ma a priori, non
pi induttivo ma deduttivo. Il principio necessario, ai sensi della Metafisica di Aristotele, il seguente:
Resumentes igitur venabula nostra, dicimus quod in omni genere rerum unum esse
oportet quo generis illius omnia comparentur et ponderentur, et a quo omnium aliorum
mensuram accipiamus: sicut in numero cuncta mensurantur uno, et plura vel pauciora
dicuntur secundum quod distant ab uno vel ei propinquant, et sicut in coloribus omnes
albo mensurantur nam visibiles magis et minus dicuntur secundum quod accedunt vel
recedunt ab albo (VE I xvi 2).

Questo principio necessario ci garantisce, a priori, che anche nel genere dei
volgari ne deve esistere uno che funga da segno rispetto al quale le nostre azioni
linguistiche, in quanto uomini italiani, si misurano ( 3); questo segno sar il
pi semplice e il pi nobile dei volgari italiani, una entit astratta al pari degli altri
pi nobili e pi semplici segni di italianit, e per i costumi e per le abitudini e
per il modo di parlare ( 3), che non sono propri di nessuna citt dItalia, e sono
invece comuni a tutte: e fra questi si pu ora discernere quel volgare di cui sopra
andavamo in caccia, che spande il suo profumo in ogni citt e non dimora in nessuna ( 4).
Questo volgare semplicissimo deve esistere, dunque esiste. Non cessa di meravigliarci ladamantina certezza a priori che consente a Dante di concludere:
Itaque, adepti quod querebamus, dicimus illustre, cardinale, aulicum et curiale vulgare
in Latio quod omnis latie civitatis est et nullius esse videtur, et quo municipalia vulgaria omnia Latinorum mensurantur et ponderantur et comparantur (VE I xvi 6).

Sulla pertinenza indiretta allidea imperiale di questo passaggio-chiave dellargomentazione linguistica ritorneremo fra poco.

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

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Il terzo luogo, saliente, in cui si manifesta lidea imperiale il cap. xviii, nel
quale culmina lillustrazione dei quattro epiteti che, abbiamo appena visto, definiscono il volgare pi semplice e pi nobile dItalia, metro di tutti gli altri: illustre,
cardinale, aulico e curiale. Se illustre esprime una visione emanatista, la luce del
volgare sommo che pervade i volgari inferiori, risplendendo, potremmo dire, in
una parte pi e meno altrove (Pd. I 3); e se cardinale esprime la funzione regolatrice, educatrice, di guida, che il volgare sommo esercita sui volgari inferiori,
aulico e curiale sono epiteti direttamente politici, a significare che il volgare illustre la cui unica documentazione esistente consiste nei testi della lirica alta italiana, dai siciliani della corte federiciana ai bolognesi seguaci del Guinizelli agli
stilnovisti fiorentini e pistoiesi non affatto per sua natura e vocazione la lingua
speciale della poesia illustre, ma , per sua natura e vocazione, la lingua di tutti gli
italiani nella sua pi alta funzione civile e politica, la lingua del futuro governo dellItalia.
Dunque la lingua della sua aula, cio del suo palazzo reale (Uguccione A 3:
AULA -le, idest domus regia. Inde [] aulicus -a -um [] idest palatinus, quasi
aule custos, qui assidue est in aula cum principe):2
Quia vero aulicum nominamus illud causa est quod, si aulam nos Ytali haberemus, palatinum foret. Nam si aula totius regni comunis est domus et omnium regni partium
gubernatrix augusta, quicquid tale est ut omnibus sit comune nec proprium ulli, conveniens est ut in ea conversetur et habitet, nec aliquod aliud habitaculum tanto dignum
est habitante: hoc nempe videtur esse id de quo loquimur vulgare. Et hinc est quod in
regiis omnibus conversantes semper illustri vulgari locuntur; hinc etiam est quod nostrum illustre velut acola peregrinatur et in humilibus hospitatur asilis, cum aula vacemus (VE I xviii 2-3).

Ed la lingua della curia dItalia, cio linsieme organico di persone tenute insieme dal sistema di funzioni che circonda il principe: vuoi consesso feudale di
baroni e prelati, o corte, la famiglia di ufficiali e consiglieri a seguito del principe, o tribunale giudiziario (nel senso di organo, non di sede fisica) di cui
parla Marigo, vuoi la cancelleria, il pur pre-moderno apparato amministrativo del
regno (Uguccione C 46 23: Item a cura hec curia, quia ibi frequens est cura et sollicitudo de rebus administrandis, et inde [] hic et hec curialis et hoc -le [] et
hec curialitas -tis)3. Non c motivo di specificare e limitare, quando si tratter
invece della curia nella sua articolata totalit, la cui distinzione da aula garantita in termini di luogo fisico, vs insieme di persone-funzioni, in cui si localizza il
centro politico del regno: Unde cum istud in excellentissima Ytalorum curia sit
libratum, dici curiale meretur (VE I xviii 4).
Questa tematizzazione dellaula e della curia come correlati intrinseci del volgare illustre apre a una fortissima proiezione politica sul futuro4: il futuro nel quale
2 UGUCCIONE DA PISA, Derivationes, edizione critica princeps a cura di E. Cecchini, G. Arbizzoni
et alii, Firenze, SISMEL, 2004. p. 8.
3 Ivi, p. 186.
4 Sarebbe interessante che gli storici ci dicessero se e in che misura una tale idea di futuro impe-

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lItalia avr fisicamente riunita riunita in un palazzo reale, e riunita nella persona di un principe quella curia che oggi dispersa nelle sue membra, le persone dei poeti illustri, i doctores eloquentes, che in attesa dellavvento del principe
incarnano sparsamente il divino lume della ragione ( 5):
Sed dicere quod in excellentissima Ytalorum curia sit libratum, videtur nugatio, cum
curia careamus. Ad quod facile respondetur. Nam licet curia, secundum quod unita accipitur, ut curia regis Alamannie, in Ytalia non sit, membra tamen eius non desunt; et
sicut membra illius uno Principe uniuntur, sic membra huius gratioso lumine rationis
unita sunt. Quare falsum esset dicere curia carere Ytalos, quanquam Principe careamus, quoniam curiam habemus, licet corporaliter sit dispersa (VE I xviii 5).

2. Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia: idea culturale o politica?


Lidea imperiale, quale si trova espressa nei tre luoghi ora richiamati, in che misura unidea culturale e in che misura unidea propriamente politica?
Che sia unidea culturale stato sostenuto, decenni fa, da uno storico medievale
che pure non aveva affatto di Dante unidea puramente letteraria, Raoul Manselli.
Nella sua voce Federico II, pubblicata nel 1970 nel II volume della Enciclopedia
dantesca, si legge (pp. 827-828):
Per grande che sia lammirazione per Federico II e lelogio che ne viene fatto [in VE I
xii], il poeta sembra trattenersi, in questopera, da ogni considerazione politica [] Il
momento elogiativo, col suo giudizio attento allopera di cultura di Federico II e di
Manfredi [] si riferisce, soprattutto, a un tempo in cui non si era ancora venuta manifestando in Dante la consapevolezza dei problemi storici dellepoca, con la ricerca
delle ragioni per cui il mondo fatto reo (Pg. XVI 104).

Due anni prima, del resto, era uscita ledizione critica del De vulgari eloquentia a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, preceduta da unampia introduzione, nucleo
del commento al testo che uscir undici anni dopo e che costituir il punto di riferimento per linterpretazione del trattato dantesco per decenni5. Introduzione e
commento che esplorano ogni snodo dellargomentazione dantesca attraverso una
ricerca approfondita, esaustiva e raffinata tutta rigorosamente interna alla sfera linguistico-letteraria, pressoch priva di agganci tanto alla problematica politica ideale
sviluppata in parallelo dal Convivio quanto alle implicazioni politiche concrete
inevitabilmente inerenti alle circostanze biografiche nelle quali i due trattati vennero elaborati e composti.

riale, in data 1304-1305, fosse utopica o storicizzabile, in termini di attesa diffusa alcuni anni prima
che Enrico VII apparisse allorizzonte.
5 DANTE ALIGHIERI, De vulgari eloquentia. I. Introduzione e testo, a cura di P.V. Mengaldo, Padova, Antenore, 1968 (lIntroduzione alle pp. VII-CII); led. tradotta e commentata, a cura dello stesso
Mengaldo, apparir in DANTE ALIGHIERI, Opere minori, II, Milano-Napoli, Ricciardi, 1979, pp. 3-25
(Introduzione), 26-237 (testo, traduzione e commento).

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

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Poich sosterr invece, oggi in riferimento specifico allidea imperiale, che


largomentazione linguistico-letteraria di Dante non si pu capire se si prescinde
dalle motivazioni e implicazioni politiche che la innervano implicazioni politiche nei due sensi di implicazioni teoriche, nel quadro del sistema razionale del suo
pensiero in movimento, e di implicazioni contingenti, legate alle sue vicissitudini
personali e ai diversi ambienti con i quali si trov a interagire ritengo opportuno
premettere unavvertenza, che pure dovrebbe essere ovvia e dunque superflua. Sostenere, perch a questa conclusione inducono i dati di fatto obiettivamente analizzati, che il pensiero linguistico e letterario di Dante innervato da motivazioni
e implicazioni politiche non comporta nessuna diminuzione della sua straordinaria originalit e autonomia in quanto pensiero linguistico e letterario. piuttosto
vero il contrario. Nel De vulgari eloquentia Dante stato capace, grazie alla eccezionale latitudine e capacit di condensazione del suo pensiero, di fondere in
una sola elaborazione intellettuale, coerente e totalmente innovativa, ci che gli veniva dalla sua esperienza di poeta e ci che gli veniva dalla sua esperienza di uomo
politico militante ed esiliato, oltre che dalla sua nuova e saliente identit di filosofo laico aristotelico. La sintesi razionale di queste tre componenti, appartenenti
a sfere mentali molto lontane luna dallaltra, incute pi ammirazione di quanta ne
susciterebbe lo sviluppo pur magistrale di una sola di esse.
3. De vulgari eloquentia I xii: Federico II, la Magna Curia e la scuola poetica
siciliana
Guardiamo dunque pi da vicino il primo emergere dellidea imperiale nel xii
capitolo del primo libro. Che questo apprezzamento per lopera culturale di Federico II e di Manfredi possa prescindere da una determinatissima convinzione e intenzione politica, oltre a essere palesemente contraddetto dalla veemenza del
dettato, del tutto implausibile. Questo capitolo costituisce, in tutta lopera di
Dante, il momento di massima, incondizionata esaltazione di Federico II e di Manfredi. Il merito di aver catalizzato la prima realizzazione del volgare poetico italiano visto e presentato da Dante come il riflesso letterario della loro eroica
azione politica.
Notare questo dato di fatto, naturalmente, non comporta in alcun modo sminuire lautonomo valore letterario assegnato da Dante alla scuola poetica siciliana,
e con ci loriginale disegno di storiografia letteraria di cui Dante pone qui il primo
caposaldo: originale disegno storiografico che continua a rappresentare ancora per
noi la linea portante della lirica del Duecento. Ma Dante ha concepito questo ruolo
del siciliano, e dunque questo disegno di storiografia letteraria, sullonda dellentusiasmo per lidea imperiale che nella Magna Curia vedeva storicamente incarnata. Se si rimuove questa motivazione, anche lidea storiografico-letteraria di
Dante ne viene falsata.
Per il mondo guelfo fiorentino dal quale Dante proveniva e dal quale era stato
espulso Federico II era Satana, lAnticristo. Un semplice apprezzamento culturale, politicamente neutro, per un personaggio tanto esecrabile, era dunque pre-

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cluso a un uomo che come Dante proveniva da quel mondo. Non gli era invece preclusa una radicale conversione: che infatti latteggiamento di Dante in questa
fase, inequivocabilmente espresso dal testo. noto che laggettivo benegenitus (
4) con cui Dante qualifica Manfredi reagisce alla libellistica guelfa che ne sfruttava la nascita illegittima. Ma non certo questa lunica spia lessicale dellessere
questo un testo tutto schierato a sostegno dellidea imperiale. Ancor pi rilievo
hanno le parole heros-heroicus: illustres heroes, Fredericus Cesar et benegenitus
eius Manfredus ( 4), contrapposti ai degeneri ytalorum principum successivi
qui non heroico more sed plebeio secuntur superbiam ( 3). Sono parole da interpretare alla luce della concezione aristotelica (Ethica, VII, 1, 1145a) della virtus heroica o divina quale virt sovrumana che fa luomo simile alle sostanze
separate, contrapponendosi alla bestialitas: il che chiarisce lantitesi humana-brutalia: nobilitatem ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit humana secuti sunt, brutalia dedignantes ( 4). E sono parole dantesche esclusive
di questo preciso momento.
Peraltro, gi fin da questa sua prima apparizione, lidea imperiale presentata
da Dante come idea non di parte, non ghibellina, ma universale gi nello spirito
di Pd. VI 100-108 (L uno al pubblico segno i gigli gialli / oppone, e l altro appropria quello a parte, / s ch forte a veder chi pi si falli, ecc.) . Lo testimonia linvettiva contro i degeneri ytalorum principum successivi ( 5):
Racha, racha! Quid nunc personat tuba novissimi Frederici, quid tintinabulum secundi
Karoli, quid cornua Iohannis et Azonis marchionum potentum, quid aliorum magnatum
tibie, nisi Venite carnifices, venite altriplices, venite avaritie sectatores? (VE I xii 5)

Invettiva rigorosamente bipartisan: a livello di re, Carlo II dAngi, capo del


partito guelfo in Italia, e il suo antagonista Federico III dAragona, accomunati
dalla colpa storica (dattualit: Caltabellotta 1302) di essersi infine spartiti, al termine di un cinquantennio di contese dopo la morte di Federico II, il Regno di Sicilia. A livello di marchesi, il ghibellino Giovanni I di Monferrato e il guelfo Azzo
VIII dEste. Le loro colpe storiche non sono certo pari: Azzo VIII incombe sulla
vita di Dante ed ai suoi occhi laborrito campione del guelfismo nero pi intransigente, accusato di delitti nefandi; Giovanni I di Monferrato lontano da Dante
ed colpevole solo, ai suoi occhi, di degenerazione plebea di una dinastia fra le
pi prestigiose per liberalit e legami con la cultura trobadorica6. Nonostante que6 Azzo VIII satireggiato in VE II vi 4, legato al succitato re Carlo II dAngi dalla turpe compravendita della propria moglie (Pg. XX 79-81), assassino del proprio padre (If. XII 111-112), mandante delluccisione di Iacopo del Cassero (Pg. V 77-8), e soprattutto il punto di riferimento della
fazione guelfa bolognese dei Geremei, la pars Marchixana, filoestense, che nel 1306 chiuder ogni
spazio a Bologna per gli esuli fiorentini bianchi (U. CARPI, La nobilt di Dante, Firenze, Polistampa,
2004, pp. 411-412, 480, 497-502). Giovanni I degli Aleramici di Monferrato esempio di perdita di
nobilt rispetto allavo Guglielmo VII intrinseco di Manfredi, irrriducibile antagonista settentrionale
di Carlo dAngi (Pg. VII 133-6) e soprattutto rispetto al buono Marchese di Monferrato (Cv IV
xi 14), Bonifacio I, crociato (come Cacciaguida), la cui liberalit fu celebrata da Raimbaut de Vaqueiras (U. CARPI, La nobilt, cit., pp. 599-601).

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

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sto, Dante ha cura di accoppiarli, con leffetto di parificarli, al preciso fine di significare la superiorit dellautorit imperiale rispetto a entrambe le fazioni.
Ma, nonostante questa proiezione universalista, il riferimento a Federico II di
fatto ancorato, nella biografia di Dante, al ghibellinismo personale dei suoi incontri
degli anni 1302-1303, come rileva Carpi:
In termini stretti di svevismo, per esempio, avranno pur contato qualcosa ambienti in
cui la memoria, anzi la discendenza Hohenstaufen e il suo valore politico erano cos fisicamente e drammaticamente presenti. A Verona Bartolomeo e Cangrande sposi alle sorelle Costanza e Giovanna dai nomi dantescamente fatali, figlie del nipote di Federico II
Corrado dAntiochia [] ma anche il cugino loro ghibellinissimo Federico della Scala
[] sposo a una terza figlia di Corrado, nomata Imperatrice: perci, dominae in riva allAdige, le nipoti di Federico II Costanza e Giovanna e Imperatrice; in Casentino Bianca
Giovanna Contessa [la probabile destinataria della canzone di questi stessi anni Doglia
mi reca] pur essa a sua volta nipote di Federico II, ma per parte di madre []. Schiatte
nobili e suggestione simbolica dei nomi, persistenza di sangue svevo per via proprio
come accadr allEnea della Monarchia di uxores, echi imperiali in unepoca in cui il
casato degli Hohenstaufen, a mezzo secolo dalla loro repentina disfatta, cominciava ad
entrare nel mito7.

In particolare, per quanto riguarda Verona, Varanini rileva che fin dagli anni Ottanta-Novanta, e nei primissimi anni del Trecento nei quali cade il primo soggiorno
di Dante, la signoria scaligera, senza allentare il suo radicamento nel ceto mercantile e notarile, persegue una decisa politica di nobilitazione: sono gli anni dei matrimoni con gli Este o con gli Svevi cio di Costanza della Scala (1289) con
Obizzo I dEste (poi nel 1299 con Guido Bonacolsi, a sancire lalleanza strategica
con Mantova), e di Bartolomeo della Scala (1291) con Costanza di Antiochia nipote dellimperatore Federico II e sono gli anni delle magne curie cavalleresche in cui sono fatti cavalieri i figli e i nipoti, giovani e giovanissimi, di Alberto ed
alcuni fra i suoi collaboratori, con assunzione pi consapevole, da parte dei della
Scala, di valori socio-culturali e di uno stile di vita nuovo e diverso, rilevabile nellassegnazione al monastero di San Zeno, luogo simbolo che gronda da ogni sasso
tradizione imperiale e feudale[] in qualit di domicelli o di socii dellabbate di
parecchi fuorusciti e ghibellini eccellenti8.
A me pare in effetti che, tra le esperienze vissute da Dante nei primi due-tre anni
del suo esilio, lentourage di corte esistente attorno a Bartolomeo della Scala potesse
apparirgli la realt pi ampia e strutturata, e appunto internazionale, capace di evocare per analogia, si parva licet, la Magna Curia federiciana (VE I xii) e la sua futura rinascita prefigurata dalla curia dispersa dei poeti illustri (VE I xviii).
Di questo ancoraggio ghibellino, potremmo dire per contatto diretto, da cui
emerge in Dante il mito di Federico II, il passo appena citato dal nostro cap. xii svela
7

Ivi, pp. 82-83.

8 G.M. VARANINI, Gli Scaligeri, il ceto dirigente veronese e llite internazionale, in Gli Scaligeri

1277-1387. Saggi e schede raccolti in occasione della mostra storico-documentaria, a cura di G.M.
Varanini, Verona, A. Mondadori, 1988, p. 119.

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Mirko Tavoni

una precisa spia testuale, e cio lo stringente parallelismo con lEpistola II, scritta
da Dante in morte di Alessandro dei conti Guidi di Romena, che era stato, anni
prima, il primo capitano dei fuorusciti bianchi e ghibellini.
Dante presenta il conte Alessandro come principe giusto e vendicatore dei principi indegni, in un passo molto simile, per opposizione, a quello sugli indegni signori dItalia dopo la morte di Federico II e Manfredi. Confrontiamo i due passi:
Racha, racha! Quid nunc personat tuba novissimi Frederici, quid tintinabulum secundi
Karoli, quid cornua Iohannis et Azonis marchionum potentum, quid aliorum magnatum
tibie, nisi Venite carnifices, venite altriplices, venite avaritie sectatores? (VE I xii 5).
Hec equidem [cio la magnificentia di Alessandro], cunctis aliis virtutibus comitata in
illo, suum nomen pre titulis Ytalorum ereum illustrabat. Et quid aliud heroica sua signa
dicebant, nisi scuticam vitiorum fugatricem ostendimus? Argenteas etenim scuticas
in purpureo deferebat extrinsecus, et intrinsecus mentem in amore virtutum vitia repellentem (Ep II 1-2).

Le due indignate interrogazioni retoriche sembrano calcate luna sullaltra: Quid


nunc personat [] nisi []?, quid aliud dicebant nisi []?; i soggetti della prima
interrogazione sono le trombe, la campana, i corni di battaglia di re, marchesi e magnati degeneri, il soggetto dellaltra sono le insegne del conte Alessandro, sferze argentee in campo vermiglio, che araldicamente esibiscono lanimo di fustigatore dei
vizi precisamente della nobilt degenere; le battute tra virgolette rette dal verbo di dire
(Quid [] personat [] nisi []?, quid aliud dicebant nisi []?), fungono
in entrambi i casi da blasone verbale degli uni (i signori indegni) e dellaltro (il conte
Alessandro): il blasone dei vizi, il blasone della fustigazione dei vizi. Inoltre heroica
sua signa richiama illustres heroes, parola rarissima in Dante, addirittura esclusiva, in tutta lopera latina e volgare di Dante, di questi due soli passi9. Lo stretto parallelismo formale fra di essi esprime un identico stile e un identico animo e
suggerisce, direi, che si tratti dello stesso momento biografico e psicologico: cio un
momento di poco posteriore alla disastrosa battaglia della Lastra, 20 luglio 1304,
quando era ancora bruciante la sconfitta e bruciata la speranza di rientrare in Firenze.
4. De vulgari eloquentia I xvi: la reductio ad unum
Largomento aristotelico della reductio ad unum, che consente a Dante, nel
cap. xvi, di catturare per via razionale la pantera odorosa che non si era lasciata irretire dai lacci della ricerca empirica, Dante lo spender, identico, nella Monarchia
(III xii), come hanno evidenziato Ruedi Imbach e Irne Rosier-Catach10, per ne9 Cfr. M. TAVONI, De vulgari eloquentia: luoghi critici, storia della tradizione, idee linguistiche, in Storia della lingua italiana e filologia, Atti del VII Convegno internazionale dellASLI (Associazione per la Storia della Lingua Italiana) (Pisa-Firenze, 18-20 dicembre 2008), Firenze, Cesati,
2010, 6, pp. 64-66.
10 R. IMBACH, I. ROSIER-CATACH, De lun au multiple, du multiple lun. Une clef dinterpreta-

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

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gare che lautorit dellimperatore debba essere ricondotta ad unum sotto quella del
papa, come pretendevano i teorici bonifaciani del primato papale:
(1) Ratione vero sic arguunt. Summunt etenim sibi principium de decimo Prime phylosophie dicentes: omnia que sunt unius generis reducuntur ad unum, quod est mensura
omnium que sub illo genere sunt; sed omnes homines sunt unius generis: ergo debent
reduci ad unum, tanquam ad mensuram omnium eorum. (2) Et cum summus Antistes
et Imperator sint homines, si conclusio illa est vera, oportet quod reducantur ad unum
hominem. Et cum Papa non sit reducendus ad alium, relinquitur quod Imperator cum
omnibus aliis sit reducendus ad ipsum, tanquam ad mensuram et regulam: propter quod
sequitur etiam idem quod volunt.

Ma essi incorrono in un vizio logico, in un paralogismo: falluntur secundum


accidens, perch le due autorit non appartengono allo stesso genere, essendo
altera sub ambitu paternitatis, altera sub ambitu dominationis; il che permette a
Dante di concludere:
(12) Et sic patet quod Papa et Imperator, in quantum homines, habent reduci ad unum;
in quantum vero Papa et Imperator, ad aliud: et per hoc patet ad rationem.

Bene, questa ripresa dellargomento nella Monarchia permette di individuare


a quali testi Dante stia rispondendo, e si tratta di testi prodotti nellentourage di Bonifacio VIII negli anni dello scontro con Filippo il Bello: il De ecclesiastica potestate di Egidio Romano, dedicato a Bonifacio VIII, composto fra laccendersi del
conflitto col re di Francia (fine 1301) e il sinodo di Roma (novembre 1302), la
bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, del 1302, che presenta una evidente dipendenza dal De ecclesiastica potestate di Egidio Romano; e pi precisamente,
come rileva Diego Quaglioni nel suo recente commento alla Monarchia, la Glossa
di Jean Lemoine alla decretale bonifaciana Antiquorum habet (cio la bolla dindizione del giubileo del 1300) contenuta nella sua Glossa aurea apparsa a Parigi
nel 130111. Tutti testi militanti di stretta attualit filosofico-politica nei primissimi
tion pour le De vulgari eloquentia, Mlanges de lcole franaise de Rome. Moyen ge, 117, 2005,
pp. 509-529; DANTE ALIGHIERI, De lloquence en vulgaire, Introduction, annotation et glossaire par
I. Rosier-Catach, Paris, Fayard, 2010, pp. 50-55, 312-315; I. ROSIER-CATACH, Man as a Speaking and
Political Animal. A political reading of Dantes De vulgari eloquentia, in Dantes Plurilingualism:
Authority, Knowledge, Subjectivity (Berlin, 2-4 april 2009), ed. by S. Fortuna, M. Gragnolati, J. Trabant, Oxford, Legenda, 2010, pp. 34-51.
11 D. QUAGLIONI, commento alla Monarchia in DANTE ALIGHIERI, Opere, ed. diretta da M. Santagata, II, Milano, Mondadori, 2014, nota a Mn III xii 1, pp. 1357-1358, con riferimenti a VE I xvi nel
comune uso della stessa citazione di Aristotele, da Metaphysica 1052b 18-9: Pare che Dante si riferisca al De perfectione evangelica di Bonaventura da Bagnoregio, che allega il testo aristotelico, col
commento di Averro, per sostenere il primato del papa come reductio ad summum in genere hominum, cuiusmodi est Christi vicarius, pontifex summus []. Dante per deve aver mirato pi direttamente alla Glossa di Jean Lemoine alla decretale bonifaciana Antiquorum habet, la bolla dindizione
del giubileo del 1300; il glossatore infatti pone lauctoritas in concedendo come prima giustificazione
dellindulgenza, riassumendo nel principio della reductio ad unum le ragioni che fanno del papa lunico
capo del corpus mysticum della Chiesa, caput unum habens plenitudinem potestatis.

212

Mirko Tavoni

anni dellesilio di Dante, che molto verosimilmente Dante avr letto con avidit in
quegli stessi anni. Sembra dunque molto verosimile che da questi testi Dante sia
stato attirato sul passo del decimo libro della Metafisica di Aristotele che illustra il
principio della reductio ad unum, e che il primo uso che egli abbia fatto di quel
principio sia stato, con folgorante spostamento, di usarlo come strumento per catturare la pantera del volgare illustre. Anche questa una conferma dellinteresse
politico, in questo caso teorico-politico, che strettamente intrecciato allelaborazione del pensiero linguistico, e si tratta di un interesse orientato allidea imperiale.
5. De vulgari eloquentia I xviii: il volgare aulico e curiale; i doctores eloquentes membri della curia dItalia fisicamente dispersa
Nella chiusa del I libro del De vulgari eloquentia Dante riesce nellimpresa intellettuale veramente spericolata di qualificare i doctores eloquentes, cio i
poeti lirici italiani, in altre parole lui e il suo amico Cino e pochissimi altri (di cui
lui ovviamente il portavoce), niente meno che come i membri, per ora uniti solo
dal gratioso lumine rationis, della curia dItalia, in attesa che tale curia possa, al
pari di quella di Germania, unirsi nella persona unica di un principe, e materializzarsi in una vera aula palatina.
Il dilemma che ha agitato a lungo gli esegeti del De vulgari eloquentia, se nel
volgare illustre Dante vedesse la lingua dei poeti o la lingua degli italiani, del tutto
fuorviante12. Loperazione geniale del testo precisamente quella di sostenere che
la lingua dei poeti lavanguardia, lanticipazione, di quella che un giorno sar la
lingua aulica degli italiani tutti. Dante, cio, prima individua un corpus di testi
poetici dai siciliani della corte federiciana ai guinizelliani bolognesi agli stilnovisti toscani che con qualche forzatura pu considerarsi documentazione di una
lingua italiana unitaria ante litteram; poi, su questo fragilissimo fondamento empirico, trasforma i poeti che smunicipalizzandosi hanno attinto questo volgare
semplicissimo e nobilissimo addirittura nei paladini (assolutamente inconsapevoli) della rigenerazione dellItalia sotto le insegne di un imperatore che rinverdisca lopera eroica degli ultimi imperatori svevi.
Che cosa significa questa costruzione vertiginosa, questo grattacielo di idee ardite che si autosostengono?
Qui mi limito a poche considerazioni provvisoriamente conclusive.
1. Non c alcun dubbio che la proiezione imperiale futura non sarebbe stata
concepibile senza lesempio storico assolutizzato degli eroici imperatori svevi e
della loro Magna Curia fatta in gran parte di poeti. Dante pu vedersi, col suo
12 Tale dilemma era stato enfatizzato, divaricando le due interpretazioni per evidenziare una crepa
che avrebbe incrinato il pensiero di Dante, da G. VINAY, Ricerche sul De vulgari eloquentia. 1. Lingua artificiale, naturale e letteraria, Giornale storico della letteratura italiana, CXXXVI, 1959, pp.
236-258; cfr. M. TAVONI, Il concetto dantesco di unit linguistica e le prime intuizioni di una nazione italiana, in Pre-sentimenti dellUnit dItalia nella tradizione culturale dal Due allOttocento,
Atti del Convegno (Roma, 24-27 ottobre 2011), Roma, Salerno, 2012, 6, pp. 41-42.

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

213

amico Cino, nella curia di un futuro principe perch ha visto Guido delle Colonne
e Rinaldo dAquino nella curia di Federico II e Manfredi.
2. Ci significa una piena, incondizionata spendibilit per Dante, in questi anni
1304-1305, di questi nomi ingombrantissimi. Il solo altro testo in cui Federico II
compare in veste positiva il Convivio, infatti coevo al De vulgari eloquentia:
dove lo sbrigativo tal imper della canzone Le dolci rime, composta a Firenze
una decina danni prima, d luogo nel commento, nel quarto libro, a una rispettosissima giustificazione del (parziale) dissenso manifestato verso lidea di nobilt
attribuita allimperatore.
Una tale condizione non torner mai pi nellopera futura di Dante. Non, naturalmente, nellInferno guelfo secondo la definizione carpiana , dove Dante
vorr adeguarsi alla damnatio fiorentina, riducendo peraltro al minimo i riferimenti a Federico II, per ledere il meno possibile la convinzione imperiale gi definitivamente acquisita dentro di s: dalla condanna come eretico in un solo verso
(X 119 qua dentro l secondo Federico) allevocazione nel XV canto della
Curia tarlata dallinvidia che ha perso Pier delle Vigne13. Ma nemmeno nel Purgatorio posto sotto legida di Enrico VII, dove Dante si spinger a redimere teologicamente Manfredi ma elegiacamente, e sotto il segno del pentimento , ma
non si spinger, n qui n mai, a riabilitare politicamente Federico II (nel Paradiso
evocato solo come il terzo vento di Soave di Pd. III 120). E Federico II nella Monarchia non c. Immagino che non fosse un precedente evocabile in associazione
allimperatore pacificatore voluto dal papa.
3. Ma ci significa che lidea imperiale, quale compare per la prima volta con
tutta la sua forza nel De vulgari eloquentia, e quale compare pi dottrinariamente
elaborata (anche se con meno pathos) nel IV del Convivio, non pu assolutamente
a mio giudizio essere collocata dopo, e nemmeno durante, la svolta verso lInferno guelfo, dopo o durante labbandono della prospettiva politica guelfo-bianca,
bens a questa prospettiva appartiene in pieno.
4. E poich tutto il De vulgari eloquentia, e almeno i libri II e III del Convivio,
possono essere stati composti solo a partire dalla met del 1304, ne consegue che
il distacco di Dante dalla compagnia malvagia e scempia (Pd. XVII 62) dei
Bianchi fuorusciti, se con ci si vuol intendere un abbandono della prospettiva politica guelfo-bianca, non pu assolutamente coincidere, come si continua troppo
spesso a ripetere, con la cosiddetta battaglia della Lastra del 20 luglio 1304, del
quale episodio politico-militare dunque bisogner dare tuttaltra interpretazione
rispetto a quella corrente.
5. Su questo non posso soffermarmi, per limiti di tempo e perch esulerebbe dal
tema odierno. Posso solo dire, ovviamente senza poterlo argomentare, che ritengo
possibile storicizzare lidea imperiale di Dante nel De vulgari eloquentia e nel
Convivio, allinterno della storia intellettuale e della biografia di Dante, in modo
coerente con tutto quanto sappiamo sul Dante di questi anni.

13

U. CARPI, La nobilt di Dante, cit., p. 212.

214

Mirko Tavoni

Postilla ideologico-cronologica
Quanto stampato fin qui corrisponde alla relazione tenuta al convegno Enrico
VII, Dante e Pisa il 25 ottobre 2013. Al momento di andare in stampa, a un anno
di distanza, bene render conto sinteticamente degli sviluppi successivi, espandendo un minimo le poche considerazioni provvisoriamente conclusive (qui,
numerate, alla pagina precedente) con cui chiudevo la mia relazione.
Il lavoro dinsieme nel quale ho tentato di storicizzare le tematiche salienti del
De vulgari eloquentia e del Convivio, e fra queste lidea imperiale, allinterno delle
probabili circostanze biografiche, geografiche e politiche in cui i due trattati vennero composti, larticolo Convivio e De vulgari eloquentia: Dante esule,
filosofo laico, teorico del volgare, Nuova rivista di letteratura italiana, XVII/1,
2014, pp. 11-54.
Nel frattempo uscito il libro postumo di Umberto CARPI, LInferno dei guelfi
e i principi del Purgatorio, Milano, Franco Angeli, 2013, che in pi punti tocca lo
sviluppo dellidea imperiale nella storia di Dante, particolarmente misurandosi con
la contraddizione rappresentata dalla richiesta di perdono rivolta ai governanti di
Firenze, documentata dalla perduta lettera Popule mee, quid feci tibi? di cui parla
Leonardo Bruni e dal secondo congedo della canzone Tre donne intorno al cor mi
son venute. Ed uscito larticolo di Enrico FENZI, Dante ghibellino. Note per una
discussione, Per leggere, 24, primavera 2013, pp. 171-198, il quale propone
unipotesi di cronologia che riesca a precisare i momenti diversi ma certamente
molto vicini della richiesta di perdono ai neri fiorentini che nella canzone Tre
donne, e il forte spirito ghibellino che anima lelogio di Federico II e Manfredi nel
De vulgari eloquentia.
Sia Carpi sia Fenzi concordano, giustamente, nel ritenere che lelogio di Federico II e Manfredi nel De vulgari eloquentia sia un atto di pieno e decisivo valore politico. Secondo Carpi ben chiaro che la lode a Federico e a Manfredi nel
De vulgari politicamente sostanziale, esprime una precisa, articolata idea geografica e linguistica dellItalia e della sua collocazione in Europa14. Carpi tuttavia intende mantenere uno stacco fra lidea imperiale cos espressa nel De vulgari
eloquentia, di cui sottolinea la base linguistico-culturale (potremmo anche chiamarla intuizione linguistico-culturale, sub specie Imperii, della nazione italiana)15,
e lidea pienamente giuridico-politica della Monarchia (anche se, a mio parere,
largomentazione sviluppata qui ai 4 e 5 mostra che ladesione allidea giuridico-politica di Impero era gi tutta in nuce nel De vulgari):
solo in questo quadro si intende lassoluto rilievo conferito da Dante nel De vulgari a
Federico e a Manfredi: che non affatto, come taluno vuole, il punto pi alto dellaccensione imperialistica di Dante [] bens il punto cruciale di comprensione che larea
linguistica del s costituisce un territorio geograficamente determinato, che a quel territorio manca non unindipendente unit politica statuale (concetto estraneo, anzi di14 ID., LInferno dei guelfi, cit., p. 154.
15 Cfr. M. TAVONI, Il concetto dantesco

di unit linguistica, cit., pp. 23-48.

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

215

scaro a Dante, e basti pensare allavversione per la Francia), bens un centro sovraordinato, legittimato ad assicurare equilibrio politico fra le sue diverse giurisdizioni particolari16.

Carpi, soprattutto, sottolinea giustamente come questo coincida con lampliamento dellorizzonte mentale dantesco dalla dimensione fiorentina alla dimensione italiana (ivi):
Una visione politica che si amplia dalle scaramucce bianco-ghibelline intorno a Firenze; che ha cominciato a conoscere la realt declinante dei feudali dAppennino e di
Maremma e insieme lemergente mondo presignorile dei tiranni di Romandiola e di
Lombardia; che ha percepito in pieno (dopo le polemiche anti-ierocratiche dellultimo
periodo fiorentino) la perdita di baricentro per il vuoto duna Roma senza aula e senza
soglio, insomma per leclisse italiana dei due soli. Una maturazione di coscienza politica sulla via del primato imperiale (ma niente a che vedere, sintende, con unadesione
alla ghibellina pars Imperii) e un decisivo spostamento del punto di vista dallintorno
delle mura di Firenze verso Firenze che era stata sostanzialmente lottica della Universitas partis alborum nei primi due anni di esilio allalto dellAppennino fra Lunigiana dei Malaspina e Casentino dei Guidi ad abbracciare lintera Italia del s.

Fenzi altrettanto deciso a sostenere che lelogio svevo del cap. I xii ha un
chiarissimo significato politico17:
impossibile sottovalutare questo omaggio a Federico II e Manfredi che, per essere ben
radicato e pienamente coerente con tutto il discorso che Dante andato svolgendo sino
a quel punto, non cessa tuttavia di sorprendere per il suo tono vibrante, per la sua portata politica clamorosamente ghibellina e per la sua complessa sostanza ideologica, che
rinvia alle teorizzazioni sulla nobilt svolte dieci anni prima nella canzone Le dolci
rime e riprese ora e sviluppate in direzione apertamente aristocratica e imperiale nel
libro IV del Convivio.

Nonostante lammirazione per le ricerche di Carpi, Fenzi opta implicitamente,


fin dal titolo del suo articolo, per definire la posizione di Dante nel De vulgari
ghibellina (definizione che Carpi rifiutava)18, piuttosto che imperiale. Forse lo
fa per adesione alla ricostruzione, per la quale ha parole di apprezzamento, di John
A. Scott19:
Tutti questi elementi [intende i soggiorni a Forl presso Scarpetta Ordelaffi e a Verona
presso Bartolomeo della Scala] rendono pi che probabile una conversione da parte di
16

U. CARPI LInferno dei guelfi, cit., p. 155.


E. FENZI, Dante ghibellino, cit., p. 172.
18 U. CARPI, La nobilt di Dante, cit., p. 488: interpretare Dante come un convertito al ghibellinismo il mito, simpatico fin che si vuole ma mero mito, del ghibellin fuggiasco sarebbe il peggiore degli errori.
19 J.A. SCOTT, Genesi e sviluppo del pensiero politico dantesco, in Le culture di Dante. Studi in
onore di Robert Hollander, a cura di M. Picone, Th. J Cachey Jr., M. Mesirca, Firenze, Cesati, 2004,
p. 259.
17

216

Mirko Tavoni

Dante o quanto meno unaffinit politica con il ghibellinismo dellItalia settentrionale,


conversione avvenuta negli anni 1303-04. Bisogna, per, subito aggiungere che questa fase ghibellina fu di breve durata, perch assai presto essa venne trasformata dal
concetto della missione provvidenziale di Roma, scoperta intorno al 1306-07 e documentata dai capitoli 4-5 del quarto trattato del Convivio.

Personalmente concordo in pieno con Scott nel ritenere che i modelli politici
di Forl e soprattutto di Verona, sullo sfondo dei regimi feudali appenninici, tutti
modelli e regimi concretamente ghibellini, siano stati importanti per la concezione
del Convivio, e anzi penso che Dante abbia progettato il Convivio e ne abbia scritto
il primo libro avendo come primi destinatari i nobili, uomini e donne, della corte
scaligera20. Ma ritengo anche che questa sua evoluzione intellettuale, che una
evoluzione intellettuale profonda, sia fin dallinizio imperiale, cio abbia la sua
ragion dessere non in un contingente cambio di schieramento, ma nella convinzione ben presto maturata che lendemica e autodistruttiva conflittualit comunale
poteva trovare soluzione solo in una qualche forma (al momento ancora del tutto
vaga) di restaurazione imperiale.
Certo questa convinzione Dante la matur grazie a esperienze di regimi padani
che non avrebbe mai fatto se non fosse stato esiliato, e grazie ai rapporti personali
sviluppati allinterno di quegli ambienti; e le idee imperiali del Convivio e del De
vulgari le pot sviluppare in una citt ghibellina come Verona e in una citt bianca
e alleata delle citt ghibelline di Romagna come Bologna, e mai avrebbe potuto svilupparle, per mancanza dellindispensabile ossigeno, in citt guelfe nere come Firenze, o Ferrara, o Lucca. Ma definire Dante ghibellino, anche in questa fase, mi
sembra riduttivo, come conferma tutto il pensiero autenticamente imperiale (vedi
sopra) sviluppato nel primo libro del De vulgari eloquentia, proiettato non solo
allindietro verso gli eroi svevi (cap. xii), ma anche in avanti (cap. xviii), con lo
sguardo utopico (ma dopo qualche anno lutopia si materializzer in Enrico VII)
alla restaurazione dellaula e della curia anticipata dai doctores eloquentes.
Ma veniamo alla diatriba cronologica. La diatriba cronologica, che ovviamente
sussiste in quanto non abbiamo documenti darchivio che illuminino questi anni
della vita di Dante, si intreccia in modo pi o meno implicito con il problema della
coerenza intellettuale ed etica di Dante.
Le ricerche di Carpi, infatti, hanno smontato lidea preconcetta di un Dante
monolitico che attraversa da bandito, dunque in una situazione personale di estrema
debolezza e vulnerabilit, i pi vari regimi politici dellItalia centro-settentrionale
restando miracolosamente insensibile e refrattario agli inevitabili condizionamenti
politici posti da questi regimi dai quali, di volta in volta, si trovava a dipendere per
questioni di vita o di morte. Questa idea preconcetta cos vistosamente insensata
che possiamo chiederci come sia stato possibile che lo sfondo biografico di composizione delle varie opere sia rimasto per tanto tempo sostanzialmente assente
dal lavoro di interpretazione delle opere stesse.
Ma Carpi per primo a mettere in guardia anche dal rischio opposto, cio dal
20

Come ho argomentato in Convivio e De vulgari eloquentia, cit., 6.1, pp. 42-45.

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

217

rischio di interpretare le opere di Dante, concepite e scritte in ambienti e sotto protezioni politiche contrastanti, alla luce delle sole contingenze. A metterci in guardia da questo rischio non solo un tab di lesa maest circa lindipendenza e
coerenza intellettuale del sommo poeta (tab che agisce per lo pi subliminalmente, ma che Fenzi nel suo articolo arriva a nominare)21, ma limponente architettura, originalit e profondit, in tutti i sensi, della sua opera, e anche la
continua autoricostruzione del proprio passato, da parte di Dante, in termini di dinamica e sempre aggiornata coerenza.
Quindi Carpi evoca continuamente, in entrambi i suoi libri, la distinzione tra
una coerente e ininterrotta maturazione di lunga durata del pensiero di Dante, che
muove verso la sempre pi piena affermazione politica e poetica dellidea imperiale, e contingenti pause o reticenze o deviazioni in corrispondenza delle fasi e circostanze contraddittorie della sua biografia. Due sole citazioni fra le tante possibili:
bisogner distinguere fra i tempi brevi legati alle contingenze e ai loro inevitabili scarti
[] e tempo lungo della maturazione ideologico-politica che dai due trattati incompiuti
porter attraverso la svolta della vicenda di Arrigo VII alla Monarchia. il tempo
lungo della scrittura della Commedia22.
Impensabile per me accogliere, invece, lidea di un percorso ideologico zigzagante: una
cosa era la necessit (in un contesto politico cos mosso e cangiante giorno per giorno,
citt per citt e castello per castello, dentro Firenze in primo luogo []), una cosa dico
era la necessit di muoversi sfruttando tutte le opportunit politiche per rientrare in
Firenze o comunque per dare una stabilit e un qualche centro alla propria sradicante condizione di esiliato; tuttaltra cosa la coerenza e continuit di un percorso ideologico, di
una riflessione di lungo respiro sulla polverizzazione senza guida della politica fiorentina, toscano-romagnola, italiana, europea, che lui Dante aveva sotto gli occhi23.

Ma il percorso di lungo periodo e gli scarti di breve periodo, incrociandosi,


danno luogo ad attriti che non sembra tanto facile eliminare o ridurre. Fenzi focalizza la contraddizione precisamente fra la richiesta di perdono ai neri fiorentini
che nella canzone Tre donne, e il forte spirito ghibellino che anima lelogio di Federico II e Manfredi nel De vulgari eloquentia (p. 171), ma la contraddizione
anche pi ampia di cos: lidea imperiale non si localizza solo nellelogio degli
imperatori svevi ma, come abbiamo visto, pervade tutto il De vulgari, e ovviamente teorizzata nel IV del Convivio, per cui sarebbe veramente imbarazzante
e non per lesa maest, ma direi piuttosto per lesa razionalit dover ammettere
che la richiesta di perdono ai neri di Firenze, espressa non solo poeticamente nel
congedo di Tre donne, ma praticamente nellepistola Popule mee, quid feci tibi?
indirizzata al governo di Firenze, si collocasse cronologicamente entro il periodo
21 E. FENZI, Dante ghibellino, cit., p. 178: Se cerchiamo di intendere e rispettare un percorso politico, ideologico e morale di tanta forza come quello dantesco (e non certo per ragioni di lesa maest, anche se riconosco che, nel caso, potrebbero avere qualche spazio), e dunque escludiamo lipotesi
di una doppiezza davvero inquietante, resta, credo, una sola via di uscita.
22 U. CARPI, La nobilt di Dante, cit., p. 509.
23 ID., LInferno dei guelfi, cit., p. 151.

218

Mirko Tavoni

di composizione dei due trattati, culminante appunto in Cv IV iv-v; per non dire
del carpiano Inferno guelfo, segnato dalla richiesta di perdono e di nuovo fiorentinocentrico, se lo si concepisce scritto in continuit, e non in discontinuit, con
i due trattati interrotti.
Eppure tutta la ricostruzione di Carpi peraltro piena di scoperte e di intuizioni illuminanti interna a questa periodizzazione, che unisce in una sola campata gli anni 1304-1308, e si trova dunque a mescolare allInferno guelfo e
fiorentinocentrico due opere, il Convivio e il De vulgari eloquentia, che sono luna
(il Convivio) irriducibilmente a-fiorentina, laltra (il De vulgari eloquentia) antifiorentina, entrambe concepite e proiettate in un orizzonte politico padano, e assolutamente imperiali. E questa troppo inclusiva campata cronologica sarebbe tutta
posteriore alla rottura di Dante con la compagnia malvagia e scempia (Pd. XVII
62) dei fuorusciti bianchi fiorentini, rottura identificata con la battaglia della Lastra (20 luglio 1304) e con la conseguente richiesta di perdono ai Neri, e con ci
automaticamente con il tradimento dei Bianchi da parte di Dante. Per cui, diventate per lui terra bruciata le citt bianche o ghibelline, i due trattati imperiali
Dante avrebbe dovuto scriverli da qualche parte sotto protezione guelfa nera24.
Carpi era consapevole delle difficolt di questo quadro, come traspare da
espressioni quali segmento di straordinaria complessit ideologica e poetica,
percorso accidentato (qui n. 24); e prima impressione di un percorso ondeggiante e contraddittorio, impensabile [ma intanto evocata] lidea di un percorso
ideologico zigzagante, fase complicata di intricatissima geografia e psicologia
politica25.
Fenzi ha quindi ragione a sentire lesigenza di trovare un ordine cronologico
lungo il quale i fatti si dispongano in modo meno accidentato, ondeggiante, contraddittorio, zigzagante o intricato che dir si voglia.
La soluzione che egli propone si allontana in realt molto da quella di Carpi.
Basti dire che egli semplicemente ribalta lidea dellInferno guelfo, sostenendo
che lintera cantica imperiale dal primo allultimo canto, per concludere:
24 ID., La nobilt di Dante, cit., p. 685: e per lui Dante, in questo periodo fra 1305 e primi mesi
del 1309, dove dico fisicamente e politicamente e con chi sta? Sappiamo che sta nella guelfa Treviso e nella guelfa Lucca, soprattutto nella Lunigiana del guelfo Moroello Malaspina che ha appena
disfatto Pistoia bianca e come ci narra Boccaccio nellAppennino del guelfo Guido Salvatico dei
Guidi di Dovadola e dellUguccione non gi guelfo, per divenuto suocero di Corso Donati e come
tale nelle sue trame fiorentine profondamente implicato; ID., LInferno dei guelfi, cit., p. 25: Il quadro politico e il quadro esistenziale ci portano per Tre donne e per quella richiesta di perdono verso il
1305, cio nel segmento biografico che dalla fine del primo periodo dellesilio segnata dalle giornate della Lastra e forse gi dal suo periodo di preparazione ho detto giungere fino al 1308; insomma, ripeto, Tre donne sta concettualmente [] agli inizi della fase cruciale in cui via via, spesso
sovrapponendosi e intersecandosi, si collocano gli abbozzi di Convivio e De vulgari, le ultime tre
canzoni, la scrittura dellInferno: proprio quel segmento di straordinaria complessit ideologica e poetica ma di circostanziata congiuntura biografica, che appunto perci (per la difficile definizione politica della sua coloritura eminentemente guelfa e per lidentit nera dei suoi referenti []) stato letto
frastagliatamente e non sistematicamente, ovvero forzato e uniformato alla misura della Monarchia.
Dalla met del 1304 al 1308-1309, invece, un percorso: accidentato, ma con una sua logica cogente.
25 ID., LInferno dei guelfi, cit., pp. 149, 151, 155.

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

219

Con ci resta vero che si possa parlare in generale di un Inferno guelfo, ma essenzialmente perch la guelfa Firenze pianta di Lucifero (Par. IX 127-128), citt infernale
per eccellenza, come Dante ripetutamente denuncia per tutta la cantica []. S che infine [] non sar solo una battuta il dire che s, lInferno davvero guelfo perch Dante
in esso rappresenta un mondo privo dellImpero, e mette in scena la tragedia della sua
assenza26.

Quanto alla cronologia, Fenzi trova insoddisfacente la proposta carpiana di datazione della canzone Tre donne, assunta a emblema della richiesta di perdono ai
neri fiorentini, a fine 1304-inizio 1305, perch coincidente col passo del De vulgari in lode degli imperatori svevi:
Non chi non veda, a questo punto, la contraddizione che nasce dal considerare come
contemporanei due testi assunti come espressioni di due stagioni di segno opposto:
quella bianco-ghibellina dei primi anni desilio, cio il triennio 1302-1304, e quella
successiva, 1304-1308, se non dichiaratamente filo-nera, almeno caratterizzata da un
atteggiamento di tipo compromissorio con chi aveva il potere in Firenze27.

impossibile dar torto a Fenzi: la contraddizione palmare. Ma egli trova ancor


meno soddisfacente la proposta di Santagata, che sposta in avanti la canzone
almeno agli ultimi mesi del 1306, durante il soggiorno in Lunigiana. I versi finali si presentano come una sorta di sollecito [rispetto allepistola Popule mee, momento del pentimento dal quale sono decorse, come dice il congedo della canzone, pi lune], una
perorazione indirizzata a chi poteva sostenere la causa di Dante28.

Lipotesi di Santagata, infatti, gli appare strumentalmente intesa a sanare limbarazzante coincidenza temporale di due testi in tutto e per tutto opposti, fatti rappresentativi di due fasi distinte della vicenda dantesca. Delle quali la seconda
finirebbe per essere affatto regressiva, un vero e proprio momento di stallo nel
percorso di Dante29. Anzi peggio, perch Santagata arriva a scrivere:
Durante la composizione di Convivio e De vulgari eloquentia [], egli aveva mutato
notevolmente le sue idee intorno allimpero che comincia a considerare necessario affinch gli uomini possano conseguire la felicit terrena e aveva espresso giudizi lusinghieri proprio su quelli che la Chiesa considerava i suoi peggiori nemici [cio gli
imperatori svevi]. Ma di questatteggiamento filoimperiale lInferno scritto dopo il
1306 non serba tracce. Non che Dante abbia cambiato idea e sia regredito alle posizioni
ideologiche anteriori allesilio, ma, in un certo senso, si censurato. Diciamo che, per
ottenere lamnistia personale, ha cercato di fornire unimmagine di s politicamente
corretta e, nello stesso tempo, ha ritenuto inopportuno manifestare le nuove convinzioni sul rapporto tra impero e papato che era andato maturando30.
26

E. FENZI, Dante ghibellino, cit., p. 191.


Ivi, p. 176.
28 M. SANTAGATA, Dante. Il romanzo della sua vita, Milano, Mondadori, 2012, p. 196.
29 E. FENZI, Dante ghibellino, cit., p. 177.
30 M. SANTAGATA, Dante, cit., p. 218.
27

220

Mirko Tavoni

Affermazione che a Fenzi suona vicinissima, mi pare, al delitto di lesa maest da lui sopra evocato: una deriva di atteggiamenti compromissori e opportunistici di un Dante che per tutto il corso dellInferno avrebbe tradito se stesso
(p. 177); lipotesi di una doppiezza davvero inquietante (p. 178).
Dunque, per evitare la coincidenza del pentimento con lesaltazione degli imperatori svevi (insostenibile), e per evitare che il pentimento cada troppo a ridosso
dellInferno, col rischio di contagiarlo, Fenzi imbocca la direzione opposta: azzarda lipotesi di retrodatare il pentimento a prima della Lastra, a un momento anteriore o al massimo coincidente con il tentativo diplomatico del cardinale Niccol
da Prato (maggio-giugno 1304), e quindi retrodatare Tre donne a prima del De vulgari eloquentia:
Se [...] ci riesce dunque di far stare Tre donne entro, che so?, il settembre o anche prima
(con quel pi lune potremmo addirittura pensare che Dante abbia interesse a enfatizzare
un periodo non pi lungo di due mesi), saremmo riusciti a fare un poco di spazio, per
quanto sempre assai compresso, attorno a quel passo del De vulgari eloquentia (p. 179).

Veramente, la formulazione linguistica di questo ragionamento scopre la sua


strumentalit in modo fin troppo ingenuo. Credo che si renda un servizio migliore
alla coerenza di Dante astenendosi dal cercare di far stare qualcosa in un tempo
stiracchiato per riuscire a far un poco di spazio a qualcosaltro.
Il fatto che sia Carpi sia Fenzi sono prigionieri del dogma secondo il quale il
distacco di Dante dalla compagnia malvagia e scempia (Pd. XVII 62) dei fuorusciti bianchi coincide con la cosiddetta battaglia della Lastra del 20 luglio 1304,
e fa tuttuno con labbandono della prospettiva politica guelfo-bianca, con la richiesta di perdono ai neri di Firenze, e col conseguente, inevitabile cambio di protezioni detto anche tradimento.
Non cos. Un primo momento di distacco di Dante dai compagni desilio si
colloca nel 1303, seconda guerra mugellana, probabilmente in coincidenza con la
rotta di Castel Puliciano del 12 marzo ( probabilmente a questo episodio, non
certo alla Lastra, che si riferisce il famoso brano dellOttimo). Landata a Verona
nel maggio 1303 conseguente a questa prima rottura, che non comport affatto
il rientro di Dante nellorbita guelfa nera; anzi fu probabilmente nella ghibellina
Verona, in mezzo allentourage scaligero in piena fase di nobilitazione, che Dante
concep e inizi a scrivere il Convivio. Il ruolo attivo di Dante nella Universitas alborum a sostegno del tentativo di pacificazione del cardinale Niccol da Prato, nel
maggio-giugno 1304, dimostra come il distacco dellanno precedente non fosse
insanabile, ma anche quanto fosse composita di voci difficilmente armonizzabili,
fra cui quella di Dante, la compagnia dei fuorusciti.
La cosiddetta battaglia della Lastra totalmente incompatibile con le caratteristiche dellepisodio militare, con sospetto di tradimento a carico di Dante, di cui
parla lOttimo. Tutto fa credere, al contrario, che si sia trattato di una prosecuzione
della politica con altri mezzi, tuttaltro che una mossa improvvida e dissennata
come se la rappresentano i dantisti: piuttosto un episodio preparato dallabile e autorevole regia dello stesso cardinale Niccol da Prato, che riusc a costruire a tempo

Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

221

di record unalleanza impressionante tra fuorusciti fiorentini, aretini, bolognesi,


romagnoli, pistoiesi e pisani, con superiorit di forze schiacciante rispetto ai fiorentini intrinseci, sguarniti di tutti i loro capi ai quali il cardinale aveva ingiunto di
presentarsi al cospetto del papa a Viterbo. Cos interpretano lepisodio Giovanni
Villani e Robert Davidsohn. Era praticamente impossibile, in quelle condizioni,
non prendere Firenze, quasi senza colpo ferire; ma i Bianchi fiorentini, capitanati
da Baschiera della Tosa, ci riuscirono, aprendo fra laltro un baratro tra s e gli alleati bolognesi, i quali uscirono dallimpresa verosimilmente furiosi per la demenziale e a loro ostile condotta militare dei fiorentini.
Dante si conferm definitivamente nel giudizio del tutto realistico che i
suoi compagni desilio erano una compagnia malvagia e soprattutto scempia,
giunta al culmine del processo della sua bestialit; cap che le speranze di rientrare a Firenze con le armi erano perdute, ma non per questo chiese perdono a Firenze, neanche allora; anzi con ogni probabilit ripar nella guelfa bianca
Bologna, circondato da un ambiente col quale era in perfetta sintonia politica, filosofica e letteraria, dove compose il sguito del Convivio e il De vulgari eloquentia finch gli fu concesso di farlo, cio fino ai primi mesi del 1306, quando la
ripresa del potere da parte dei geremei filoestensi rese Bologna terra bruciata per
lui e per tutti i fuorusciti fiorentini. Nellaprile cadde anche Pistoia, lultimo baluardo del guelfismo bianco. In ottobre troviamo Dante in Lunigiana, al servizio
di Franceschino di Mulazzo Malaspina, di sicura fede ghibellina: quindi ancora in
estrema continuit con la parte politica alla quale Dante era stato fino allultimo fedele. Fu solo a quel punto, verosimilmente, fra 1306 e 1307, quando venne a godere sotto lombrello dei Malaspina, e grazie alla solidariet dinastica trasversale
alla distinzione tra rami ghibellini e rami guelfi della protezione di Moroello,
che Dante scrisse ai priori di Firenze lepistola Popule mee, quid feci tibi? Dante
chiese perdono ai Neri fiorentini, per comprensibilissima disperazione esistenziale
e politica, quando il guelfismo bianco non esisteva pi.
Se questa ricostruzione, che ho argomentato altrove31, appare realistica, tutto
lesilio di Dante dal 1302 al 1306-1307 cessa di apparire accidentato, ondeggiante,
contraddittorio, zigzagante o intricato che dir si voglia, e appare di una linearit
ideologica tanto pi mirabile considerato attraverso quante e quali peregrinazioni
egli la persegu con coerente maturazione, sapendo trasformare le tappe dellesilio in stimoli per la sua creativit intellettuale, individuando in due di quelle tappe,
diciamo Verona e Bologna, due pubblici di riferimento, di cui scopr le inespresse
domande di teoria, che soddisfece creando i prototipi di due nuovi generi di trattato, tanto fatti su misura per quei due pubblici quanto coerenti con le proprie convinzioni, anzi con le proprie conquiste intellettuali, al centro delle quali sta
dinamicamente lidea imperiale. Dopo la forzata svolta biografica del 1306-1307
si apre, in discontinuit con la fase precedente, che ha nel Convivio e nel De vulgari i suoi monumenti, il tempo e luniverso mentale del poema sacro.

31 M. TAVONI, La cosiddetta battaglia della Lastra e la biografia politica di Dante, Nuova rivista di letteratura italiana, XVII/2, 2014, pp. 51-87.

SOMMARIO

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

p.

ATTI DEL CONVEGNO

RELAZIONI INTRODUTTIVE

11

GIUSEPPE PETRALIA
LItalia di Enrico VII e di Dante: una ricognizione
(e unagenda) storiografica

13

MARCO SANTAGATA
Enrico VII, Dante e Pisa

37

KNUT GRICH
Il leone dellimperatore Enrico VII.
Domande sul contesto del dono di un animale

45

GIAN MARIA VARANINI


Le delegazioni delle citt e dei borghi dellItalia settentrionale
di fronte allalto Arrigo (novembre 1310-primo semestre 1311)

57

MAURO RONZANI
La Chiesa pisana al tempo di Enrico VII:
gli arcivescovi domenicani Giovanni dei Conti di Poli e Oddone della Sala

75

MARIA LUISA CECCARELLI LEMUT


Ghibellini e guelfi bianchi alla corte pisana dellimperatore

93

ALMA POLONI
Ad sue voluntatis arbitrium. Enrico VII e i comuni italiani

111

MONICA BALDASSARRI
De monetis nostris cudendis et fabricandis in Ytalia.
Aspetti della politica monetaria di Enrico VII

131

MICHELE LUZZATI - ALESSANDRA VERONESE


Enrico VII e gli ebrei di Pisa e dItalia

149

GABRIELLA ALBANESE
De gestis Henrici VII Cesaris:
Mussato, Dante e il mito dellincoronazione poetica

161

RELAZIONI

518

Sommario

MIRKO TAVONI
Lidea imperiale nel De vulgari eloquentia

203

ANNA FONTES BARATTO


Linguaggio biblico e missione imperiale nellEpistola V di Dante

223

ALBERTO CASADEI
Tre canzoni in morte di Enrico VII: questioni storiche e attributive
(e tracce dellInferno nel 1313)

243

FABRIZIO FRANCESCHINI
Lalto Arrigo e lalto Henrico
nella tradizione del poema e negli antichi commenti

261

LUCIA BATTAGLIA RICCI


Lalto Arrigo e lImpero nei commenti figurati danteschi

289

GABRIELLA GARZELLA
Pisa imperiale: chiese, piazze, palazzi nellitinerario di Enrico VII

301

GIANFRANCO FIORAVANTI
Nobilt e Impero tra Convivio e Monarchia

315

DIEGO QUAGLIONI
La Monarchia, lideologia imperiale e la cancelleria di Enrico VII

323

CHRISTIAN ZENDRI
La legislazione pisana di Enrico VII: problemi filologici e interpretativi

337

GIULIANO MILANI
Giustizia, politica e societ nei comuni italiani al tempo di Enrico VII

359

PAOLO PONTARI
La verit storica sulla morte di Enrico VII e nuove fonti sanminiatesi:
Giovanni di Lemmo Armaleoni e Lorenzo Bonincontri

373

Testimonianze storiche sulla morte di Enrico VII


tra Medioevo e Umanesimo
(a cura di PAOLO PONTARI)

399

FRANCESCO MALLEGNI
A proposito dei resti mortali dellimperatore Enrico VII:
analisi biologiche e memorie storiche

429

TAVOLE

441

INDICI, a cura di VERONICA DAD


Indice dei nomi
Indice dei manoscritti e dei documenti darchivio
Indice delle tavole

481
482
509
512