Sei sulla pagina 1di 100

ATTENZIONE

La scadenza del tuo abbonamento


indicata sull'etichetta dell'indirizzo

sommario a pagina 3
Anno XV - N. 3/4 Maggio/Agosto 2006 - 5 euro
Reg. Trib. Cremona n. 355 12.4.2000
Sped. A.P. D.L. 353/2003
(con. in L. 27/02/2004 n46) art. 1 c.1 DCB-CR

L'Autunno
che verr

Per una
Palestina
libera, unita
e democratica

di Fosco Giannini

di Marwan Barghouti*

Quella del 2006 pu essere considerata


unestate ad alta tensione, tormentata e
densa di avvenimenti, tanto sul piano internazionale quanto interno. Da una parte il nuovo governo di centro-sinistra e le
singole forze politiche che lo compongono si sono trovati di fronte ad un primo,
importante, passaggio di politica estera: il
voto sul rifinanziamento delle missioni militari allestero; contemporaneamente
siamo stati costretti ad assistere con impotenza alla brutale aggressione israeliana
contro il Libano, costata centinaia di
morti civili e terminata con una tregua tremendamente fragile e continuamente violata da una delle parti in causa, Israele,
nonostante lottimismo che sembra pervadere il dibattito interno al centro-sinistra in Italia. Mentre le bombe israeliane
cadevano inesorabili sulle citt libanesi, la
malattia di Fidel Castro ed il temporaneo
passaggio di consegne al fratello Raul hanno riaperto una piccola parentesi di guerra
fredda, con il riemergere di presunti misteri sulle condizioni di salute del leader
maximo ma, soprattutto, con il tentativo
degli Stati Uniti di imporre a Cuba il proprio disegno destabilizzante. Una sorta di
prova generale di quanto potrebbe accadere in futuro, perch la guerra preventiva di Bush e i disegni di egemonia planetaria di Washington e relativi alleati non
sono rivolti solamente al Medio Oriente
ed allAsia. La nostra rivista, tutti noi, ci associamo alle tante voci che in queste settimane hanno formulato sinceri auguri di
pronta guarigione per il compagno Fidel,
simbolo di un intero popolo impegnato

- Con alto sentimento di responsabilit nazionale e storica, in vista dei pericoli che
circondano il nostro popolo, per rafforzare il fronte interno palestinese e per
mantenere e proteggere lunit nazionale
e lunit del nostro popolo in patria e nella
diaspora.
- Per fronteggiare il piano israeliano di imporre una soluzione unilaterale, che farebbe saltare il sogno del nostro popolo e
il diritto a costruire il suo Stato Palestinese
indipendente e con piena sovranit. Tale
piano, che il governo israeliano intende
attuare nella prossima fase, si fonda sulla
costruzione del muro dellapartheid, sullebraizzazione di Gerusalemme, sullallargamento delle colonie israeliane, sullappropriazione della valle del Giordano,
sullannessione di gran parte della
Cisgiordania e sulla negazione al nostro
popolo del diritto al ritorno.
- Per conservare ci che il nostro popolo
ha conquistato durante la sua lunga lotta,
nel rispetto dei nostri martiri, delle sofferenze dei nostri prigionieri e dei nostri feriti. La nostra una lotta di liberazione nazionale il cui carattere fondamentale
quello patriottico democratico. Ci impone una strategia politica di lotta adatta
a questo carattere.
- Per contribuire alla riuscita del dialogo
nazionale palestinese, che si basa sulla dichiarazione del Cairo e su una pressante
necessit di una solida unit, presentiamo questo documento (Documento della
Concordia Nazionale) al nostro magni fico e resistente popolo, al presidente
Mahmuod Abbas, alla direzione dell Or-

segue a pag. 2

segue a pag. 10

Editoriale

Maggio - Agosto 2006

segue F. Giannini da pag.1

con dignit a costruire la propria


strada in condizioni non certamente semplici. A tutti coloro che,
allinterno della sinistra radicale,
hanno approfittato delloccasione
per liquidare lesperienza cubana
sar sufficiente ricordare che se
oggi in tutta lAmerica Latina spira
un vento nuovo lo si deve anche alla
tenuta e allesempio, pur con tutti i
limiti e le contraddizioni del caso,
dellesperienza rivoluzionaria ed
alternativa cubana, nonostante il
blocco ed i continui tentativi di destabilizzazione.
Sul fronte interno, lestate si caratterizzata per il dilagare di una
sorta di sindrome da immigrato,
con gli sbarchi continui di migranti,
alcuni dei quali purtroppo con esiti
drammatici, che, grazie allatteggiamento prevalente dei grandi
mezzi di comunicazione di massa e
di settori consistenti dello stesso governo, hanno finito per creare un
clima di allarme e di paura generalizzato, del tutto funzionale allaffermarsi di un razzismo sempre
meno strisciante e sempre pi brutale che, legato alla guerra ed agli
spettri del terrorismo e dellislamofobia continuamente agitati, destinato ad aprire scenari inquietanti
sul piano sociale e culturale, oltre
che politico.
Dopo limportante e politicamente
pregnante passaggio sul Documento di Programmazione Economica
e Finanziaria, non sottoscritto dal
PRC e da parti consistenti del movimento sindacale, la discussione
sulla politica economica in vista dellormai prossima legge finanziaria
rientrata nel vivo, con Prodi e Bersani, forse arruolatosi nellesercito
della Compagnia delle Opere insieme a Montezemolo per chiedere
meno stato e pi privato nella gestione delle parti pi appetibili
dello stato sociale (una sorta di Bicameralina in due tempi, data anche la presenza di Berlusconi),
pronti a sostenere la linea dura - lacrime, sangue e parametri liberisti
del Patto di Stabilit europeo - del
ministro dellEconomia Padoa
Schioppa. Su questo terreno di im-

portanza fondamentale il dibattito


politico destinato ad entrare nel
vivo e, con esso, i relativi scenari, futuribili ma non troppo, di nuove o
pi larghe maggioranze, di trasformismi ed acrobazie, di possibili revisioni in senso maggioritario e bipolare dellattuale legge elettorale.
Si profila cio il rischio che al posto
della necessaria politica economica
di alternativa il centro-sinistra offra ai lavoratori una stabilit del
quadro politico ed istituzionale di
tipo moderato e liberista.
Sul fronte lavoro, poi, limportante sentenza degli ispettori sui lavoratori precari nel settore della telefonia, non solamente rafforza la
lotta dei comitati di precari, ma,
nonostante le titubanze e gli imbarazzi del neo-ministro del Lavoro, il
diessino Damiano, riapre di fatto il
dibattito sul futuro, speriamo quanto pi breve possibile, della legge 30.

Ai nostri abbonati,
ai nostri lettori
Questo che vi proponiamo
un numero doppio. Innanzi tutto ci scusiamo con
voi per il ritardo e per la
scelta di unire in questo numero quelli di maggio-giugno e luglio-agosto. Non ci
era mai capitato e confidiamo davvero nella vostra
co mpre n sion e . C h e co sa
accaduto? E' che non siamo
riusciti, con le nostre forze,
a far fronte a tutti gli innum e re v o l i , g ra v i e d in e d i t i
compiti politici che ci sono
improvvisamente apparsi
davanti. Le elezioni politiche nazionali, con compagne e compagni de l ' e r n e -

GUERRA

IN

MEDIO ORIENTE

E M I S S I O N E I TA L I A N A
IN

A F G H A N I S TA N

Laggressione israeliana contro il


Libano, pianificata come ormai evidente molto tempo prima del rapimento dei due soldati israeliani da
parte del movimento Hezbollah, si
inserisce in un pi complessivo disegno di destabilizzazione dellintera regione perseguito principalmente dallamministrazione USA,
forte del sostegno della sola potenza
nucleare ed aggressiva dellarea,
Israele: la guerra di aggressione
contro lIraq; le reiterate minacce
contro Siria ed Iran a partire dai pretesti pi disparati; la negazione del
diritto iraniano di dotarsi del nucleare per usi civili, come previsto
dallo stesso Trattato di Non-Proliferazione; la pianificata aggressione
contro la Striscia di Gaza, larresto
di parlamentari e ministri democraticamente eletti dal popolo palestinese e la conseguente delegittimazione della gi di per se debole
Autorit Nazionale Palestinese; lintero, ed a questo punto fondamentale, nodo libanese. Nellaprile 2005

s t o - compreso il direttore candidati; le successive elezioni amministrative; il referendum sulla Costituzione; i primi pressanti impe gn i ist it uz io na li d ei n o stri compagni eletti alla Camera ed al Senato. E poi la
l u n g a , i mp o rt a n t e e p o s i tiva battaglia degli otto
senatori sulla questione
dell'Afghanistan, che ha visto in prima fila i compagni
de l ' e r n e s t o: tutto ci ha richiesto uno spostamento di
energie per noi significativo e non siamo riusciti ad
assolvere tutti i compiti dettatici dalla fase. La lezione
chiara: le nostre responsabilit so no aumentate e
dovremo rispondere con un
maggio r dispiegamento di
forze e maggiore organizz a z io n e . D i n u o v o , sc u s a teci: in qualche modo ci faremo perdonare. Grazie.

Maggio - Agosto 2006

le forze siriane avevano abbandonato il Libano dopo il mai realmente


chiarito attentato contro lex primo
ministro Rafik Hariri ed il successivo,
e solo parzialmente riuscito, tentativo di destabilizzazione del paese sostenuto da Stati Uniti ed Unione
Europea, Francia in testa. Solo la
pronta risposta del movimento sciita
Hezbollah ha impedito laffermarsi
di un a sorta di rivoluzione colorata
nel paese dei cedri, passaggio fondamentale per il dispiegarsi del disegno di Nuovo medio Oriente
preconizzato a Washington, e le successive elezioni del maggio 2005
hanno consentito la formazione di
un esecutivo di unit nazionale comprendente Hezbollah.
Ottenere con le cattive ci che non
si riusciti ad ottenere in altra maniera parte integrante del funzionamento della democrazia a stelle
e strisce, soprattutto se si pu contare su un potente e fidato alleato
nella zona delle operazioni, disposto
a sobbarcarsi lonere del conflitto.
Il copione che abbiamo visto in Libano, gli scenari di morte e distruzione, luso di armi proibite, le stragi
di civili deliberate, le minacce di distruzione totale scagliate dal governo israeliano contro un paese sovrano e componente dellONU, larroganza della supremazia militare ricordano altre guerre pi o meno recenti, dal Vietnam alla Jugoslavia,
dalla Somalia allAfghanistan ed
allIraq. Laggressione israeliana, di
conseguenza, si inserisce a pieno titolo nelle strategie della guerra preventiva e permanente di Bush, calpestando ancora una volta, e drammaticamente, il diritto internazionale e le relative istituzioni.
Lobiettivo di Washington e Tel Aviv
era chiaro: distruggere Hezbollah
per avvertire Damasco e Teheran
(e, con esse, anche Mosca e Pechino) ed ottenere una ricomposizione del quadro politico libanese
pi funzionale agli interessi occidentali, sfruttando anche le titubanze e le divisioni interne allUnione Europea, che ha vissuto una
riedizione, pur se in sedicesimi ed
a geometria variabile, della lacera-

Editoriale

zione della primavera 2003, alla vigilia dellaggressione di Stati Uniti


e Gran Bretagna contro lIraq. Nel
suo complesso, comunque, lUE ha
sempre tenuto un atteggiamento
interessato, caratteristico di un
polo imperialista potenzialmente
emergente. Se si esclude in una
prima fase la Francia, pronta a smarcarsi per difendere le proprie posizioni di potenza nellarea, nessun
paese UE ha preso le distanze con
il necessario vigore dallatteggiamento di Washington, che ha operato per allontanare qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco immediato e
consentire cos ad Israele di dispiegare la propria azione militare, finalizzata a colpire indiscriminatamente lintero territorio libanese
nel tentativo di sollevare lintero popolo contro Hezbollah, che avrebbe dovuto essere individuato come
responsabile primo delle tante sofferenze patite. In Italia, poi, il governo, pur muovendosi con enorme
cautela nella direzione del cessate il
fuoco ed avendo parzialmente sulle
spalle le responsabilit del fallimento, forse inevitabile, della
Conferenza di Roma, si collocato
su una posizione pi avanzata tanto
rispetto alla propria maggioranza
politica, quanto alla grande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa, apertamente schierati con Israele. Una vera e propria
vergogna, con gli aggressori che divengono gli aggrediti ed un legittimo movimento di resistenza paragonato ad una forza terroristica al
servizio di non si sa bene quali interessi occulti. Da una parte il
Corriere della Sera, ormai ridotto a velina dellamministrazione USA, e,
dallaltra, la veglia bipartisan dei
vari Fassino, Colombo, Veltroni.,
Rutelli ed altri nelle sinagoghe per
sostenere il diritto di Israele allesistenza. Nessuna parola per i morti
civili libanesi e per la distruzione di
un paese sovrano, nessuna parola
per il diritto inalienabile del popolo
palestinese ad avere un proprio
stato, dopo quasi sessantanni di
lotta e di martirio. Israele ha il diritto di esistere, ma non a scapito di

SOMMARIO
Movimento comunista e Sinistra Europea 13
F. Sorini

Limpasse americano e lEuropa potenza

25

S. Cannav

La guerra dei 33 giorni e la risoluzione


1701 dellONU

29

G. Achcar

Partiti comunisti/Incontro di Atene

34

Afghanistan: intervista a Giuliana Sgrena

37

a cura della redazione

La sinistra e Israele

40

S. Cararo

Ridurre le spese militari possibile

43

T. Rondinella

Lavoro

46

Giorgio Cremaschi - Pierpaolo Leonardi

La Stanza dellArte

50

R. Gramiccia

Economia /Politica

53

S. Lucarelli - V. Giacch - S. Di Stefano

Diritti

60

F. Vassallo Paleologo - S. Lo Giudice V. Luxuria - D. Farina

Internazionale
68
M. Graziosi (India) - Ruy Nayal (Nepal) Segun Odegbami (Nigeria) - Vicent Boix (Bolivia)
- Intervista a G. Chiesa a cura di A. Belmonte
I Forum della Rete dei Comunisti

83

Cultura
85
Industria culturale: per un approccio critico
G. Livio - A. Petrini
Sibilla Aleramo: femminista, pacifista, comunista
V. Magnani
Recensioni

91

Lassalto al cielo. La rivoluzione culturale


cinese quarantanni dopo
di Tommaso Di Franceso a cura di S. Azzar
Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini
a cura di F. Giannini

Editoriale

Registrazione Tribunale di Cremona


n. 355 del 12/04/2000
Bimestrale
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A. P.
D.L. 353/2003 (con. in L. 27/02/2004 n46)
art. 1, comma 1, DCB Cremona
Direttore responsabile Giovanni Lucini
Direttore Fosco Giannini
Redazione
Ancona via Monte Vettore 36
Tel./fax 071 42221
e-mail: redazione@lernesto.it
Diffusione e abbonamenti
Tel. - fax 0374 58043
e-mail: abbonamenti@lernesto.it
e-mail: info@lernesto.it
Editore
Cooperativa Filorosso - Via del Sale 19
Cremona
Direttore editoriale
Mauro Cimaschi
Hanno collaborato:
Gilbert Achcar, Stefano Azzar, Alessandro
Belmonte, Vincent Boix, Salvatore Cannav,
S e rgio Cararo,Giulietto Chiesa, Giorg i o
C remaschi, Salvatore Di Stefano, Daniele
Farina, Vladimiro Giacch, Roberto Gramiccia,
MarcelloGraziosi, Pierpaolo Leonardi, Sergio lo
Giudice, Gigi Livio, Stefano Lucarelli, Vladimir
Luxuria, Valeria Magnani, Ruy Nayal, Segun
Odegbami, Armando Petrini, To m m a s o
Rondinella, Giuliana Sgrena, Fausto Sorini,
Fulvio Vassallo Paleologo
Per la realizzazione di questo numero non stato richiesto alcun
compenso. Si ringraziano pertanto tutti gli autori e collaboratori.

Stampa:
Tip. Fantigrafica Srl Cremona
Chiuso in Tipografia:
11 Settembre 2006
Abbonamenti:
annuale ordinario
25 euro
annuale ordinario posta prioritaria
45 euro
annuale estero posta prioritaria
60 euro
annuale sostenitore (posta prior.)
80 euro
Effettuare il versamento sul conto corrente
Postale n. 14176226
Intestato a lernesto
Via del Sale 19 26100 Cremona

www.lernesto.it

altri paesi e popoli, legittimi proprietari delle terre di Palestina. Un


pessimo segnale davvero per la maggioranza di governo.
I giorni sono trascorsi e, nonostante
un inferno di fuoco scagliato contro
le citt ed i paesi del Libano, la macchina militare israeliana sembrata
incepparsi, nonostante le roboanti
dichiarazioni del governo di Te l
Aviv: Hezbollah continuava a colpire la Galilea, e loffensiva di terra,
costata forse pi perdite del previsto, si trovava di fronte una resistenza inaspettata. In questo contesto gli Stati Uniti hanno modificato
il proprio atteggiamento e, ricucendo con la Francia, hanno operato per ottenere attraverso la via diplomatica quanto Israele non stava
riuscendo ad ottenere sul campo,
producendo una prima bozza di risoluzione che avrebbe posto di fatto
sotto tutela il governo di Beirut ed
isolato Hezbollah con la minaccia
delle armi. Ipotesi, questa, seccamente respinta non solamente dal
movimento sciita, forte dei risultati
conseguiti sul campo e del crescente prestigio di cui gode dentro
e fuori dal Libano, ma dallo stesso
governo di Beirut e dalla grande
maggioranza dei paesi arabi. USA e
Francia sono stati di conseguenza
costretti a modificare ulteriormente
la risoluzione, approvata in data 11
agosto dal Consiglio di Sicurezza
dellONU (n. 1701): da una parte,
nessun nuovo contingente ma il rafforzamento della missione UNIFIL,
e, dallaltra, il tentativo mascherato
di sostenere il governo libanese nei
suoi eventuali sforzi per affrancarsi
dalla presenza di Hezbollah e rendere sicuri i confini non con Israele
ma con la Siria. Sono questi, oltre
alla mancata condanna dei crimini
di guerra israeliani, i limiti pi evidenti della risoluzione ONU, che
non scongiura il rischio di un nuovo
precipitare del conflitto.
Hezbollah ha accolto, pur con diverse riserve, la risoluzione ed ha rispettato la tregua, dando una dimostrazione palpabile della propria
volont di far pesare certamente i risultati acquisiti ma allinterno di un

Maggio - Agosto 2006

paese sovrano ed unito. E, da questo punto di vista, davvero difficile


immaginare nellimmediato futuro
un Libano ripulito da Hezbollah
ed asservito ai disegni di egemonia
degli Stati Uniti e degli alleati europei nella regione., se non attraverso
un nuovo e devastante conflitto armato. Dallaltra parte, la non vittoria israeliana (elemento facilmente
traducibile in una secca sconfitta)
segna un importante passaggio sul
piano delle dinamiche internazionali. La resistenza di Hezbollah e di
tutti coloro che hanno combattuto
al suo fianco, compresi i comunisti
libanesi, ha fermato il pi potente
esercito della regione, come la resistenza irachena ha costretto lesercito pi potente del pianeta ad una
lunga e dispendiosa guerra di occupazione. Israele ha solamente distrutto un paese ed ucciso centinaia
di civili innocenti, esattamente come gli Stati Uniti in Vietnam. La
mancata vittoria potrebbe avere pesanti conseguenze sugli equilibri
politici interni israeliani, tanto fragili quanto pericolosi. Nonostante
la battaglia coraggiosa di un manipolo di deputati pacifisti, che da soli
si sono opposti alla guerra, da una
crisi del governo Olmert - Peres potrebbe determinarsi uno spostamento a destra dellasse politico,
elemento che potrebbe complicare
ulteriormente una situazione gi al
limite. Non a caso Israele a violare
di continuo la tregua ed a minacciare una fase 2 del conflitto, una
ripresa delle operazioni militari. Da
questo punto di vista, il governo italiano farebbe bene ad annullare nel
pi breve tempo possibile laccordo
di cooperazione militare e strategica sottoscritto dal precedente esecutivo con Tel Aviv, segnale che consentirebbe allItalia di recuperare il
proprio potenziale diplomatico con
i paesi arabi, a partire dallIran.
LItalia destinata ad avere un ruolo
importante nella nuova UNIFIL, sostituendo con ogni probabilit il comando francese a partire dal febbraio 2007. Una missione, questa,
da valutare con attenzione a partire
dalle prossime settimane e dai pros-

Maggio - Agosto 2006

simi mesi, data la grande fluidit


della situazione, ma che parte con
laccordo di entrambi i contendenti
e sotto legida dell ONU. Rischi e
degenerazioni, per, sono dietro
langolo e, di conseguenza, occorre
grande prudenza nella formulazione di eventuali valutazioni, evitando toni trionfalistici assolutamente fuori luogo, soprattutto se
provenienti dalle forze della sinistra
di alternativa e da settori del movimento pacifista. Meglio sarebbe individuare le tante insidie che si nascondono nella missione, operando
per evitare ogni possibile degenerazione, come avvenuto per lISAF
in Afghanistan. Bene hanno fatto,
da questo punto di vista, Prodi ed
Annan, mentre Fassino era penosamente impegnato ad interpretare
in maniera unilaterale (pro Israele)
la risoluzione ONU, a chiedere da
una parte il coinvolgimento di tutti
i membri permanenti del Consiglio
di Sicurezza dellONU e, dallaltra,
a ribadire e rimarcare la centralit
della questione palestinese, senza la
cui soluzione nessuna pace stabile,
giusta e duratura sar possibile nellarea, ventilando anche lipotesi di
un eventuale dispiegamento dei caschi blu a Gaza ed in Cisgiordania.
Cos come la Palestina rimane al
centro dellultimo appello sottoscritto da Zanotelli sulla missione
UNIFIL.
Leffettiva multilateralit della missione UNIFIL rinnovata si misurer
innanzi tutto a partire dalla composizione del contingente militare
e della relativa struttura politica. Il
coinvolgimento diretto di Russia,
assai attiva nella regione (interlocuzione con il governo palestinese
di Hamas ed un lavoro continuo per
una mediazione sul nucleare iraniano), e Cina, oltre a paesi islamici
che non siano clienti diretti degli
Stati Uniti, darebbe un segnale in
direzione positiva; al contrario, la
presenza di sole truppe di paesi UE
e NATO, con la rappresentanza islamica affidata alla Turchia ed a
qualche altro paese arabo allineato
(Kuwait, Emirati Arabi Uniti e simili) disegnerebbe uno scenario ar-

Editoriale

retrato ed un multilateralismo solamente di facciata, con il rischio concreto che si configuri uno scenario
di tipo afghano (NATO ed USA
pronti a sostituire lONU e ad utilizzare, con il consenso UE, la missione a sostegno dei propri progetti
bellici e di egemonia globale).
Lesito di un tale impegno - ha
scritto Padre Zanotelli nel suo appello - dipende tuttavia in modo determinante dalle condizioni in cui
verr attuato e condotto. Dopo
aver denunciato i silenzi del governo sulla mancata condanna di
Israele e denunciato lAccordo di
collaborazione militare tra Roma e
Tel Aviv ancora in vigore, sottolinea
che necessaria una garanzia assoluta che il comando di questa
Forza di Interposizione rimanga
strettamente sotto il comando
dellONU, e non possa essere trasferita in nessun momento alla
N ATO. Possiamo escludere a
priori, oggi, che la nuova missione
UNIFIL evolva in questa direzione?
No, non lo si pu escludere, cos
come non lo si pu dare per scontato. Ci che dovrebbe emergere
con la necessaria evidenza e chiarezza il fatto che le forze della sinistra di alternativa potranno continuare a sostenere la missione UNIFIL se essa assumer caratteristiche
radicalmente diverse non solamente rispetto allIraq, ma anche a
Kosovo ed Afghanistan. E su questo terreno che occorre vigilare con
attenzione, continuando la discussione che si aperta allinterno
della sinistra radicale e delle forze
del movimento ma riprendendo anche le mobilitazioni contro presenti
e futuri scenari di guerra. Contrariamente al 2003, in 33 giorni di bombardamenti non si registrata alcuna seria iniziativa per fermare
laggressione israeliana contro il
Libano, contrariamente a quanto
accaduto, invece, in occasione della
contemporanea discussione sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.
Senza voler riprendere quanto elaborato e scritto in diverse settimane
di duro confronto politico, sar suf-

ficiente ricordare che la missione


ISAF si estesa al sud ed allest del
paese, intrecciandosi con Endurig
Freedom e determinando una ripresa su vasta scala del conflitto militare, tanto che la NATO ha chiesto ai paesi europei linvio di uomini, navi e cacciabombardieri. Su
questo terreno per noi decisivo il
governo italiano non ha marcato alcun serio segnale di discontinuit rispetto allimpostazione del precedente esecutivo n, elemento forse
pi grave, parso disposto a confrontarsi seriamente con la propria
maggioranza, favorito in questo dallassenza totale di iniziativa da parte
dei partiti della sinistra radicale e di
alternativa. Nessuna trattativa degna di tal nome stata intavolata per
individuare una soluzione ragionevole, che potesse comprendere, oltre al rifiuto di inviare ulteriori uomini ed i cacciabombardieri Amx
(non male davvero per una missione di pace, per qualcuno in linea
con larticolo 11 della Costituzione), il non invio del contingente
italiano nel sud del paese e lindividuazione di un percorso per iniziare a discutere una possibile strategia di uscita. Di fronte ad un simile atteggiamento solo 8 senatori
(poi aumentati quando il governo
ha posto la fiducia sul decreto) ed
un manipolo di deputati hanno dichiarato il proprio voto contrario
alla missione, subendo un linciaggio mediatico ed una vera e propria
campagna di intimidazione dentro
e fuori i rispettivi partiti politici, non
escluso il PRC. Noi vogliamo ribadire ancora una volta e fino in fondo
il grande valore politico e culturale
di questa scelta, che ha contribuito
a riunire settori importanti e consistenti del movimento per la pace
nella grande iniziativa di Roma del
15 luglio, tenuta in un contesto davvero molto difficile. A dimostrazione che se tutta la sinistra radicale
unita avesse sostenuto la necessit
di unevidente discontinuit, senza
lasciarsi condizionare dai ricatti legati allo spettro di Berlusconi o ad
improvvisi cambi di maggioranza, i
risultati avrebbero potuto essere

Editoriale

ben diversi. La situazione si aggravata, con una ripresa del confltto e


degli attentati, che hanno coinvolto
anche il nostro contingente(4 i feriti
in questi primi giorni di settembre,
di cui uno grave), e la conferma
della presenza di truppe speciali italiane senza un preciso inquadramento, elemento che ha creato forti
imbarazzi nel governo e dimostrato
ulteriormente la fondatezza delle
ragioni di chi si opposto al rifinanziamento dla missione. Tanto
che oggi sinistra DS, Verdi, PdCI e
PRC sostengono giustamente lipotesi di finanziare la nuova UNIFIL
con i fondi recuperati attraverso il ritiro del contingente militare
dallIraq e da un rapido disimpegno
dal teatro afghano, anche per dare
un segnale nuovo ai paesi arabi
(Cesare Salvi). La buona riuscita delliniziativa di Roma di met luglio segna la strada da cui ripartire, con lo
stesso coraggio e la stessa coerenza,
senza la logica (o la sindrome) del
governo amico.
NIENTE SCONTI
FINANZIARIA

SULLA

Con la fine di agosto entra nel vivo,


i lavoratori, i pensionati, i precari, i
senza lavoro italiani lo sanno
bene, la discussione sulla legge di bilancio, la Finanziaria, appuntamento destinato a costituire un
banco di prova fondamentale per il
nuovo governo, soprattutto dopo la
falsa partenza con il Documento di
Programmazione Economica e
Finanziaria, ispirato al pi cieco rigore monetaristico ed ai valori del
liberismo temperato. Sembrava davvero di essere ritornati al furore monetarista della seconda met degli
anni 90 del secolo scorso, senza
per lobiettivo di Maastricht, elemento che ha determinato la mancata sottoscrizione da parte del ministro del PRC, Ferrero, e la non
condivisione dellimpianto complessivo da parte del PRC.
A seguito di una campagna allarmistica sullo stato dei conti pubblici
che, pur partendo da elementi reali,

stata senza alcun dubbio enfatizzata, e della ripresa degli ormai consueti luoghi comuni a sostegno
della necessit di abbattere il debito
in tempi rapidi (vincoli europei, esigenze del mercato, affidabilit, futuro dei nostri figli, tutti impietosamente smontati dallattuale dibattito economico. Per tutti, Emiliano
Brancaccio su Il Manifesto del 25
agosto), la maggioranza del centrosinistra ha ribadito la volont di rientrare ad ogni costo e nel periodo
pi breve possibile allinterno dei
parametri di Maastricht. Anche se
questo dovesse significare tagli consistenti alla spesa sanitaria, ai trasferimenti agli Enti Locali, gi pesantemente colpiti dal governo
Berlusconi, riforme strutturali a
partire dal nodo pensioni e congelamento del contratto per il pubblico impiego. La metafora prodiana dellallievo e del maestro si
fino ad ora tradotta (e non poteva
essere altrimenti) in una proposta
in continuit con quelle politiche di
liberismo temperato della seconda
met degli anni 90 che hanno provocato un drastico peggioramento
nelle condizioni di vita e di lavoro
delle masse italiane, aperto la strada
alla vittoria di Berlusconi nel 2001 e
favorito, anche grazie allatteggiamento rinunciatario dei sindacati
confederali, una perdita reale del
potere dacquisto di salari e pensioni a tutto vantaggio di una rapida
lievitazione di rendite e profitti. I
principi ispiratori del DPEF e, probabilmente, della finanziaria sono
gli stessi di allora: meno stato e pubblico e pi mercato e privato; centralit dellimpresa e delle esigenze
della competizione giocata pi sui
costi che sui settori di eccellenza e
sulla qualit; contenimento dei salari a partire da un tasso di inflazione programmata in aumento ma
ancora del tutto irreale; penetrazione di soggetti privati (incluse cooperative e terzo settore) nella gestione in appalto di pezzi consistenti
di stato sociale; grandi opere; poco
coraggio sul piano della riforma fiscale e dellapplicazione della progressivit tributaria. Come se, dopo

Maggio - Agosto 2006

quasi un ventennio di privatizzazioni, inclusi i settori strategici delleconomia, di continua precarizzazione del lavoro, di pressione fiscale
scaricata sul lavoro dipendente e sui
ceti pi deboli, di salari bassi la locomotiva Italia viaggiasse a pieno
regime e non fossimo, come invece
purtroppo siamo, tra gli ultimi paesi
a capitalismo avanzato sulla capacit di fare impresa e sul terreno,
oggi decisivo, della ricerca e della
qualit dei prodotti.
Evidentemente, parti consistenti
del ceto imprenditoriale italiano
hanno preferito investire i lauti profitti in borsa piuttosto che utilizzarli
nellinnovazione tecnologica e nel
potenziamento quali e quantitativo
del sistema produttivo. Troppo presto abbiamo rimosso quanto accaduto nel corso dellestate 2005 e le
pesanti conseguenze, non ancora
del tutto dispiegatesi, che le scalate
incrociate bipartisan hanno avuto
sul sistema capitalistico italiano, dal
punto di vista economico come finanziario. Non per caso al centro
della discussione attuale non vi lemergenza salariale, ma la proposta
di riduzione del cuneo fiscale per le
imprese, con una proposta iniziale
di ripartizione (un terzo ai lavoratori ed il restante allimpresa) che
non tiene in considerazione le nefaste conseguenze della concertazione a senso unico imposta a partire dalla prima met degli anni 90.
Meglio sarebbe, al limite, invertire
le proporzioni, per dare un segnale
forte a chi ha subito e continua a
subire i costi maggiori delle politiche neoliberali.
Se, in queste settimane, Prodi continua a sostenere solennemente di
dover dare lesempio come allievo
nel rispettare quei parametri che lui
stesso aveva contribuito a fissare
come maestro quando si trovava
alla guida della Commissione Europea (quanta immodestia in questa
metafora!), tra gli economisti italiani si aperto un dibattito teorico
molto interessante, impensabile
fino a qualche anno addietro, sulla
necessit di stabilizzare piuttosto
che di abbattere rapidamente il de-

Maggio - Agosto 2006

bito; dibattito che ha aperto uno


squarcio significativo nel pensiero
unico finora dominante, i cui presupposti ideologici e le cui ricette
sono stati imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali e fatti propri acriticamente, pur se con differenze a volte non trascurabili, dai
governi di centro-destra come di
centro-sinistra nellultimo ventennio. Da questo dibattito emerge e
trova conferma un elemento forse
banale sul piano teorico, ma di portata affatto trascurabile sul terreno
politico: la terapia durto per abbattere il debito per rispettare i
parametri europei non costituisce
un percorso obbligato, ineluttabile
e necessario (nel senso filosofico,
che cos e non pu essere altrimenti) ma una scelta politica ed
ideologica ben precisa, con chiaro
ed evidente carattere fondamentalista. Un furore ideologico degno di
miglior causa, insomma, che farebbe persino sorridere se le conseguenze non ricadessero con tanta
violenza sulle condizioni di vita e di
lavoro della grande maggioranza
della popolazione italiana, gi provata da cinque anni di governo
Berlusconi (come dai precedenti
governi dellUlivo). Nessuna teoria
economica, come abbondantemente chiarito dagli economisti che
hanno sottoscritto un importante
appello Non abbattere il debito
pubblico, ma stabilizzarlo e rilanciare il paese, impone lobbligo del
rientro nei vincoli di Maastricht (aumento massimo del deficit annuo
3% PIL e rapporto debito PIL al
60%), tanto che diversi paesi, pur
non rispettando tali parametri, non
hanno subito n sanzioni n catastrofi sul piano della tenuta economica e finanziaria. Poco importa,
evidentemente, al maestro Prodi
ed agli altri intransigenti sostenitori
della linea dura che proprio leccessiva rigidit dei parametri macroeconomici sia una delle ragioni
alla base della situazione di stallo in
cui versa lUnione Europea, a cui
aggiungere il fallimento della Costituzione dopo la sonora bocciatura
in Francia ed Olanda. Perch, al-

Editoriale

lora, non trarre insegnamenti preziosi dalle attuali difficolt e chiedere una rinegoziazione complessiva dei parametri, ammorbidendone le maglie e favorendo laffermarsi, in Europa come in Italia, di
politiche realmente certamente attente agli equilibri di bilancio ma
contemporaneamente in grado di
garantire reale redistribuzione del
redditoe giustizia sociale tanto a livello europeo come italiano?
Stabilizzare il debito, per poi risanarlo con la necessaria gradualit,
garantirebbe da una parte il controllo della spesa pubblica e dallaltra, politiche di sviluppo ed una
reale giustizia sociale a partire dalla
necessit di rivalutare salari e pensioni e dalla non necessit di operare drastici tagli sulla spesa sociale.
Parole al vento. Ha ragione Valentino Parlato quando afferma che
non basta non piangere, parafrasando alcune recenti dichiarazioni
del Presidente del Consiglio (Il Ma nifesto, 1 settembre 2006).
A chiarire bene la linea che il governo intende seguire ci hanno pensato nellordine il Presidente del
Consiglio ed il ministro dello
Sviluppo Economico, il diessino
Bersani. Il primo ha ribadito in un
primo momento che la manovra
economica per il 2007 sar di rigore
e dellentit di 35 miliardi di euro,
come previsto nel DPEF, nonostante le maggiori entrate registrate nella prima met del 2006; il
secondo si soffermato al Meeting
di Comunione e Liberazione sulla
necessit di riforme strutturali
(fuor di metafora, pensioni), con
Montezemolo, tra i grandi sponsor
del nuovo governo, a chiedere ulteriori privatizzazioni, lappalto dei
settori pi redditizi dello stato sociale (anche a questo servono i tagli
agli Enti Locali), un ruolo residuale
del pubblico rispetto al privato ed
al mercato, ulteriore flessibilit e
precarizzazione del lavoro, nessuna
vendetta per evasori ed elusori fiscali. La solita litania, alla quale
Bersani ha fatto sponda. Non ne ha
avuto abbastanza, il centro-sinistra,
dellesperienza di liberismo tempe-

rato dei governi dellUlivo, a partire


dal pacchetto Treu e dalla maldestra privatizzazione di Te l e c o m ,
dalla quale il sistema Italia non ha
guadagnato esattamente nulla,
salvo favorire pochi e grandi speculatori e creare le alleanze bipartisan
per le scalate dellestate 2005?
Siamo proprio sicuri di voler ripercorrere una strada sapendo gi dove
conduce? Nella giornata di marted
29 agosto stata chiarita lentit
della manovra di bilancio: 30 miliardi di euro invece dei previsti 35,
con un alleggerimento dovuto alle
maggiori entrate registrate nel semestre 2006 (stimate in circa 20 miliardi di euro), con la conferma sostanziale della linea contenuta nel

Ha ragione Valentino Parlato


quando afferma che non basta
non piangere, parafrasando
alcune recenti dichiarazioni
del Presidente del Consiglio
DPEF inclusa, stando almeno a
quanto dichiarato dal ministro
Bersani, lipotesi di un innalzamento su base volontaria dellet
pensionabile. Vale a dire: chi, pur
avendone i requisiti, decide di andare in pensione guadagner di
meno; chi, al contrario, rimarr al
proprio posto di lavoro, avr incentivi, con grande gioia per i tanti giovani che sono in cerca di lavoro.
Nonostante questo, il commissario
UE Almunia si incaricato di avvisare il governo a non alleggerire
troppo la manovra, senza che questa indebita ingerenza abbia sollevato reazioni di rilievo allinterno
della maggioranza. In questo quadro, un probante ed ulteriore segno
della mancanza di una chiara determinazione alla trasformazione
sociale o quanto meno ad una politica di ridistribuzione del reddito,
dato dallassodante silenzio relativo

Editoriale

alla questione meridionale: a fronte


dellegoistica e iper- c a p i t a l i s t i c a
proposta proveniente dalla Lega e
da settori significativi della Confindustria, diretta a mettere al centro la questione settentrionale, il
centro-sinistra sembra dimenticare
le drammatiche condizioni sociali
del sud dellItalia, la mancanza sempre pi grave di lavoro e infrastrutture, il disastro ambientale e idrogeologico (londa di fango che ha
travolto la provincia di Vibo Valentia, dopo piogge non certo bibliche,
solo uno dei segni di tale disastro),
il dominio sempre pi profondo e
serpeggiante delle mafie. Per il sud
occorrerebbe finalmente un progetto di lungo termine, uno sposta-

La sentenza Atesia, che tanto


sta facendo discutere anche
allinterno della CGIL, consente
di riaprire la vertenza sulla
cancellazione della legge 30
mento ingente di risorse innanzi
tutto tolte alle politiche di guerra,
di cui non si vede traccia.
Se queste sono le premesse lautunno si annuncia, da questo punto di
vista, denso di nubi. Cosa faranno,
ad esempio, i sindacati confederali
se la linea del governo non dovesse
subire modifiche sostanziali rispetto ad un DPEF da essi stessi valutato assai criticamente nel metodo come nel merito? Se le posizioni restano queste ha dichiarato
il Segretario Generale della CGIL
Epifani, che non costituisce certamente la parte pi avanzata del conflitto sociale, a La Repubblica (1 settembre 2006) non vedo margini
di intesa. Sottolineando inoltre
che stiamo assistendo ad annunci
che richiamano politiche del passato. Cosa faranno, inoltre, le singole forze politiche appartenenti
alla sinistra di alternativa che, con
la sola eccezione del PRC, hanno

sottoscritto il DPEF? Cosa far lo


stesso PRC e quale discussione si
aprir al proprio interno? Una cosa,
al di l di tutto, pare emergere con
nettezza: la necessit di riannodare
nel pi breve tempo possibile i fili del
conflitto sociale e di classe e le diverse iniziative di lotta e movimento
che sono in campo. Non sono numerose, ma da qui dobbiamo ripartire. Solo in questo modo sar possibile, nel prossimo futuro, tentare di
condizionare le scelte del governo di
centro-sinistra su temi decisivi come
lavoro, salario, vecchi e nuovi diritti.
Sapendo che la presenza di un governo di centro-sinistra, al di l di
tutto, non semplifica il lavoro, soprattutto se paragonata alla presenza
del governo Berlusconi.
La campagna nazionale per una
nuova scala mobile, con relativa raccolta di firme, stenta ad affermarsi
come priorit politica, e questo non
costituisce un elemento politico incoraggiante: al di l dei termini
della proposta di legge, la campagna dovrebbe servire a far emergere
la centralit della tenuta di salari e
pensioni nel nostro paese. Su un altro terreno, non meno decisivo,
come quello della precariet in tutti
i suoi diversi aspetti e dimensioni
(lavoro, vita, cultura), siamo chiamati a riprendere con forza iniziative e mobilitazioni, avendo chiari
obiettivi e limiti oggettivi. Emblematico, da questo punto di vista,
quanto accaduto in occasione dellinchiesta condotta dagli Ispettori
del ministero del Lavoro presso
Atesia, il pi grande call center italiano. Al termine dellindagine, gli
ispettori hanno chiarito che i precari occupati in Atesia devono essere considerati a pieno titolo lavoratori dipendenti, e di conseguenza
con diritto a regolare contratto,
piuttosto che autonomi, smascherando indirettamente la logica contenuta tanto nel Pacchetto Treu come nella successiva e ben pi dirompente Legge 30,. Logica che tendeva a mascherare assunzioni dipendenti con collaborazioni continuative autonome. Un piccolo,
grande terremoto, che potrebbe

Maggio - Agosto 2006

estendersi non solamente alle lavoratrici e lavoratori del settore


(250.000 circa), ma allintero comparto dei servizi alle imprese e non
solo. Tripi, titolare del call center
Atesia e del gruppo Cos, ha minacciato licenziamenti di massa e delocalizzazioni, mentre il ministro del
Lavoro si sentito in dovere, come
per scusarsi, di chiarire che linchiesta era stata commissionata dal
suo predecessore, il leghista Maroni
(cosa pensare a tal proposito?) e,
per tranquillizzare una scatenata
Confindustria, che avrebbe fatto valere non il parere degli ispettori ma
la propria circolare nel frattempo
emanata. Perno della circolare, condivisa anche da Treu, padre putativo
dei Co.co.co. nei governi dellUlivo,
la distinzione tra lavoratori subordinati e parasubordinati (inbound
outbound), aspetto che, ben lungi
dal superare la legge 30, come invece contenuto nel Programma
dellUnione, ne cancella per
dirla con le parole del sottosegretario allEconomia Paolo Cento (Il
Manifesto, 25 agosto 2006) - parti irrilevanti, contratti come il job on call
o lo staff leasing che le aziende non
utilizzano. La sentenza Atesia, che
tanto sta facendo discutere anche
allinterno della CGIL, consente di
riaprire la vertenza sulla cancellazione della legge 30, una delle misure pi vergognose approvate dal
precedente governo Berlusconi, sostenendo tutte le iniziative (interessante, ad esempio, lapertura di
Colprecons, Collettivo lavoratori
precari con consumatori, da parte
del Codacons) in vista della grande
manifestazione Stop Precariet
Ora prevista per fine ottobre. A tal
proposito, il nostro partito potrebbe lanciare, insieme alle forze
della sinistra radicale, ai sindacati
ed al movimento, una campagna
specifica in grado di coinvolgere
tutti gli eletti nei diversi livelli istituzionali e volta a contrastare il dilagare della precariet negli enti
pubblici, che ha raggiunto la percentuale insostenibile del 10% del
settore, superando lindustria. Se,
da una parte, questa situazione po-

Maggio - Agosto 2006

trebbe essere stata favorita dagli obblighi derivanti dal patto di Stabilit
Interno, dallaltra essa il frutto di
scelte politiche ben precise operate
da parte dei diversi e numerosi soggetti pubblici interessati, in linea
con il disegno moderato e liberista
sopra descritto.
Possibile che debba essere Papa
Ratzinger a ricordare che troppo
lavoro fa male allo spirito (e non
solo, aggiungiamo noi, soprattutto
se senza diritti e scarso salario)?
Di fronte a queste premesse, lautunno richieder un netto salto di
qualit nellazione del PRC e degli
altri soggetti politici appartenenti
alla sinistra di alternativa, oltre al
movimento nella sua complessit ed
articolazione.
IL

RUOLO DEI COMUNISTI

In questo quadro, segnato dalla necessit del cambiamento e dalla difficolt del centro-sinistra di portarlo
avanti, grande il ruolo che pu
svolgere il PRC. Il contesto, anzi, offre a Rifondazione Comunista un
occasione importante per crescere,
radicarsi e divenire partito comunista con legami di massa. Loccasione
di crescita data dal fatto che il partito pu - da una parte essere decisivo nellimpedire il ritorno delle
destre al governo e nel Paese e, nel
contempo, nel provocare una
svolta a sinistra dellasse politico governativo. I primi cento giorni del
governo Prodi hanno per visto il
PRC svolgere soprattutto la prima
parte, quella relativa alla difesa dellesecutivo e mancare invece il secondo obiettivo, quello di far imboccare una strada volta alla discontinuit vera rispetto alle politiche
berlusconiane, liberiste e subordinate alle strategie USA e NATO.
E del tutto evidente che il non aver
voluto lanciare il progetto di unazione istituzionale e sociale unitaria
con le altre forze della sinistra avanzata (Verdi , PdCI, movimento per la
pace, movimenti di lotta) sulla questione dellAfghanistan, ha evocato
un rischio: che il rapporto dialettico

Editoriale

tra difesa del governo e suo spostamento su posizioni avanzate possa


rompersi a favore del primo corno,
mettendo in ombra il secondo.
Ma gli esami sono vicini: la missione
in Libano, per la quale occorrer
avere le antenne dritte e svolgere
una grande vigilanza per i rischi e
le ambiguit che essa comporta; la
Finanziaria, per la quale occorrer
che il PRC dispieghi tutte le sue
forze istituzionali e sociali al fine di
invertirne la rotta liberista; lAfghanistan e l appuntamento di dicembre, quando di nuovo si voter la
proroga e conseguentemente il rifinanziamento e che dovr vedere il
PRC in campo per il ritiro delle
truppe italiane, in sintonia con
quanto dichiarato in agosto anche
dal capogruppo al Senato, Giovanni
Russo Spena . E poi, la legge 30, la
Bossi-Fini, la legge Moratti sulla
scuola: non si vede ancora un solo
segno diretto alla loro cancellazione. E sulle spalle del PRC, innanzitutto, lonere del cambiamento; un onere pesante che pu
essere assolto solo da un partito fortemente radicato, organizzato,
unito, combattivo, capace di sollecitare ed essere alla testa di quelle
lotte sociali necessarie per mutare il
governo Prodi in un governo di trasformazione sociale. Un partito, insomma, che non sacrifichi il progetto strategico anticapitalista e socialista alla tattica di fase e che non
ripeta a livello governativo ci che
spesso gli capita a livello degli Eni
Locali e che dunque ritenga prioritaria la trasformazione, piuttosto
che la tenuta del quadro politico
istituzionale: un partito comunista.
Un partito comunista, come il PRC,
che in questo autunno dar avvio al
processo di costituzione della
Sezione italiana della sinistra europea. La discussione dovr attraversare tutto il Partito, dispiegarsi in
tutte le sue sedi e un ruolo determinante dovranno averlo gli iscritti,
che non dovranno essere emarginati e mortificati di fronte ad una
scelta cos importante e densa di significati strategici.
Per quanto ci riguarda avanziamo

per ora due sole questioni, due


dubbi: il primo legato alla fase, il secondo alle prospettive. Primo, lesperienza del governo Prodi richiede al PRC una particolare capacit e predisposizione alla lotta:
potr la Sezione italiana della sinistra europea sostenere un tale
ruolo, oppure vi il pericolo che
con essa si indebolisca lintrinseca
pulsione anticapitalista necessaria a
svolgerlo? Secondo: nella fase di
crisi del movimento comunista
mondiale un processo di rifondazione comunista pu avere esito
positivo solo sulla base di una piena
libert dazione politica e sociale e
sulla base di una piena autonomia
organizzativa, culturale, economica. Domanda: la quota di sovranit che la Sezione italiana della sinistra europea richieder a tutti i
soggetti aderenti di cedere al fine di
costituirsi, andr per forza di cose
ad inficiare anche lautonomia del
PRC. Avremo, con lautonomia che
ci rester, la forza di raggiungere
quel difficile obiettivo politico e
teorico- di rifondazione comunista che non siamo riusciti a conseguire in quindici anni di vita autonoma di Partito? Saranno interessati i soggetti esterni che assieme
al PRC andranno a costituire la
nuova organizzazione federata
(rosso-verdi, Folena, ARS, cossuttiani, pezzi della sinistra DS, che a
quanto pare potrebbero dirigere
circa la met del nuovo soggetto federato) ad impegnarsi in una ricerca politica e teorica e in una
prassi di lotta volte a mettere in
campo una forza di massa allaltezza
dei tempi e dello scontro di classe?
Una forza che punti strategicamente ad un processo di trasformazione sociale e ad una transizione al
socialismo? Una forza che non tradisca tale obiettivo strategico attraverso una tattica ed una pratica politica adattative e, nellessenza,
subordinate? La trasformazione sociale, il socialismo, sono stati e sono
gli obiettivi di fondo, il senso ultimo, del Partito della Rifondazione
Comunista: rimarranno tali?
Saranno rilanciati?

Palestina

Maggio - Agosto 2006

segue Marwan Barghouti da pag.1

ganizzazione per la Liberazione


della Palestina (OLP), al presidente
del governo Ismail Hanieh, al consiglio dei ministri, al presidente del
Consiglio Nazionale Palestinese
(CNP) e ai suoi membri, al presidente del Consiglio Legislativo
Palestinese (CLP) e ai suoi membri,
a tutte le organizzazioni e alle forze
palestinesi, a tutte le strutture, alle
organizzazioni pubbliche e private,
a tutti coloro che orientano lopinione pubblica palestinese in patria
e nella diaspora.
Con lauspicio di considerare questo documento integralmente e di
ricevere lappoggio, il sostegno e
lapprovazione di tutti, come contributo fondamentale, perch sia
adottato quale documento della
Concordia Nazionale Palestinese:

Il popolo palestinese in patria


e nella diaspora si sta adoperando
per liberare la sua terra
e realizzare il suo diritto alla libert,
al ritorno, all'indipendenza,
all'autodeterminazione, alla creazione
del suo stato indipendente
con capitale Gerusalemme

Il popolo palestinese in patria e


nella diaspora si sta adoperando per
liberare la sua terra e realizzare il
suo diritto alla libert, al ritorno, allindipendenza, allautodeterminazione, alla creazione del suo stato indipendente
con
capitale
Gerusalemme e con tutti i territori
occupati nel 1967. Garantire il diritto al ritorno dei profughi, la liberazione di tutti i prigionieri e i detenuti in base al diritto storico che
il nostro popolo ha sulla terra dei

10

suoi padri e dei suoi antenati, gi garantito dalla Carta delle Nazioni
Unite, dal diritto e dalla legalit internazionali.
Sollecitare la realizzazione di ci
che stato concordato al Cairo nel
marzo 2005, a partire dallo sviluppo
e lattivazione dellOLP su principi
democratici, con lentrata in questa
organizzazione dei movimenti islamici Hamas e Jihad, in quanto essa
costituisce lunico legittimo rappresentante del popolo palestinese
ovunque esso si trovi. Si devono per
questo prendere in considerazione
i cambiamenti avvenuti in Palestina,
in modo da riaffermare una vera
rappresentanza dellOLP come
unico e legittimo rappresentante
del nostro popolo, ed in modo da
rafforzare la sua capacit di guida
responsabile in patria e nella diaspora, di mobilitazione per la difesa
dei diritti nazionali, politici e umanitari dellintero popolo palestinese nelle varie istanze internazionali e regionali. Linteresse nazionale necessita della formazione di
un nuovo CNP prima della fine del
2006, che garantisca la rappresentanza proporzionale di tutte le
forze, le organizzazioni, i partiti patriottici e islamici, i raggruppamenti
del nostro popolo in qualsiasi luogo
e in qualsiasi settore, e le singole capacit individuali. Tale rappresentanza si basa sulla presenza e sullefficacia combattiva, politica, sociale e di massa, mantenendo lOLP
come un riferimento politico superiore composto da un ampio fronte
di soggetti politici di orientamento
patriottico alleati tra loro, soggetto
globale e luogo nazionale unificante dei palestinesi, in patria e
nella diaspora.
Il popolo palestinese afferma il suo
diritto alla resistenza, al proseguimento di questa sua scelta con tutti
i mezzi, concentrando la propria attivit nei territori occupati nel 1967
ed affiancando a questa il lavoro politico ed il negoziato, pur continuando la resistenza popolare e di
massa contro loccupazione in tutte
le sue diverse forme. Particolare at-

tenzione bisogna porre allallargamento della partecipazione dei vari


strati sociali a questa resistenza popolare.
Elaborare un piano palestinese per
una prospettiva politica globale.
Unificare lazione politica basandosi su un programma di accordo
nazionale palestinese, sulla legalit
araba e sulle risoluzioni internazionali, che diano giustizia al nostro popolo, rappresentato dallOLP,
dallAutorit Nazionale Palestinese
(ANP), dal Presidente e dal
Governo, dalle organizzazioni patriottiche e islamiche, dallorganizzazione della societ civile, dalle
personalit e dagli enti pubblici.
Tale programma deve richiamare e
rafforzare il sostegno arabo, islamico ed internazionale sui piani politico, economico ed umanitario, a
favore del nostro popolo e della
stessa ANP sulla base del diritto allautodeterminazione, alla libert,
al ritorno e allindipendenza e con
lobiettivo di fronteggiare il piano
israeliano che intende imporre una
soluzione unilaterale ai Palestinesi,
respingendo cos lingiusto assedio
al nostro popolo.
Proteggere e rafforzare lANP, che
il nostro popolo ha costruito con la
sua lotta e i suoi sacrifici e che costata sangue e sofferenze ai propri
figli, come nucleo del futuro Stato.
Il supremo interesse nazionale impone a tutti il rispetto della
Costituzione provvisoria di questa
Autorit, delle leggi vigenti, delle
responsabilit e delle prerogative
del Presidente eletto tramite elezioni libere, democratiche e trasparenti, e di quelle del Governo che
ha ottenuto la fiducia del Consiglio
Legislativo. Si ritiene importante e
necessaria una creativa collaborazione tra la Presidenza e il Governo,
per un lavoro comune attraverso incontri periodici che risolvano ogni
divergenza attraverso un fraterno
dialogo in grado di tenere conto del
supremo interesse nazionale e rispettare la Costituzione provvisoria.
Altrettanto necessario procedere
ad una riforma globale di tutte le

Maggio - Agosto 2006

strutture dellANP, con particolare


riferimento allapparato giudiziario, rispettando la magistratura a
tutti i livelli ed attuandone le sue decisioni, in modo tale da rafforzare
ed applicare il diritto.
Formare un governo di unit nazionale in modo da garantire la partecipazione di tutti i gruppi parlamentari, in particolare dei due movimenti Fatah ed Hamas e di tutte
le forze politiche che desiderino
aderire a questo documento e ad un
programma comune volto a far risorgere la questione palestinese a livello interno, arabo, regionale e internazionale.
Questo significherebbe affrontare
le sfide in atto con un Governo patriottico forte dellappoggio politico e popolare di tutte le forze palestinesi, nonch del sostegno
arabo ed internazionale. Un governo in grado di attuare un programma di riforma lottando contro
la povert e la disoccupazione ed in
grado di porre la maggiore attenzione possibile verso gli strati popolari, verso i disoccupati e coloro
che hanno sopportato gli sforzi
della resistenza e dellIntifada e che
sono vittime della criminale aggressione israeliana, con particolare riferimento alle famiglie dei martiri,
dei detenuti, dei feriti, dei proprietari delle case e dei beni distrutti dalloccupante.
La gestione delle trattative una
prerogativa dellOLP e del Presidente dellANP, anche se questi devono basarsi sul mantenimento dei
nostri obiettivi nazionali ed a condizione che ogni accordo sul nostro
destino abbia lapprovazione del
nuovo Consiglio Nazionale Palestinese oppure, ove possibile, sia sottoposto a referendum popolare.
Liberare i prigionieri e i detenuti
un dovere nazionale sacro che
spetta, utilizzando tutti i mezzi possibili, alle forze politiche, alle organizzazioni patriottiche e islamiche,
allOLP, allANP, al Presidente, al
Governo, al Consiglio Legislativo ed

Palestina

a tutte le formazioni della resistenza.


E necessario adoperarsi e raddoppiare gli sforzi a sostegno ed in appoggio ai profughi, a favore di un
Congresso Popolare rappresentativo dei loro diritti che possa nascere da strutture che hanno la funzione di riaffermare il diritto al ritorno e ad un risarcimento, invitando la comunit internazionale
ad attuare la risoluzione n. 194
dellONU.
Lavorare per la formazione di un
fronte unito (sotto il nome di
Fronte di Resistenza Palestinese) in
grado di guidare la resistenza contro loccupante, concertando il lavoro e lazione, ed in grado di costituire un referente politico unico.
Mantenere il metodo democratico
attraverso elezioni periodiche a suffragio universale, libere, trasparenti
e democratiche per eleggere il
Presidente, il Consiglio Legislativo,
i Consigli locali e comunali, nel rispetto delle leggi e del principio dellalternanza pacifica delle forze al
potere.
Proteggere lesperienza democratica palestinese rispettandone le
scelte e le sue conseguenze, la sovranit della legge, le libert private
e pubbliche, la libert di stampa e
luguaglianza fra i cittadini nei diritti e nei doveri, senza discriminazione. Proteggere inoltre le conquiste delle donne, rafforzandole e
sviluppandole.
Rifiuto e condanna dellingiusto assedio al nostro popolo perpetrato
dagli Stati Uniti e da Israele, invitando i popoli arabi ed i loro governi a sostenere la causa palestinese, lOLP e lANP e richiamando
i governi arabi ad applicare le risoluzioni politiche, finanziarie, economiche e dinformazione adottate
dai vertici arabi in appoggio e sostegno al popolo palestinese, alla
sua fermezza, alla sua resistenza e
alla sua causa nazionale, a partire
dalla riaffermazione del principio
che lANP legata allunanimit
araba e al lavoro arabo congiunto.

Invito al popolo palestinese a consolidare lunit, lappoggio e il sostegno allOLP, allANP, al


Presidente e al Governo ed a rafforzare la fermezza e la resistenza
contro loccupazione e lassedio, rifiutando lingerenza altrui negli affari interni palestinesi.
Ripudiare tutti i fenomeni di divisione e di scontro e tutto ci che potrebbe portare alla guerra civile.
Condannare luso delle armi per risolvere i conflitti interni e proibirne
luso tra i figli dello stesso popolo,
riaffermare la sacralit del sangue
palestinese e limpegno al dialogo
come unico mezzo per risolvere le
divergenze. Garantire la libert di
espressione con tutti i mezzi, com-

Lavorare per la formazione


di un fronte unito in grado
di guidare la resistenza
contro l'occupante, concertando
il lavoro e l'azione, ed in grado
di costituire un referente
politico unico

presa lopposizione allANP e alle


sue delibere, negli ambiti della
legge, del diritto alla protesta civile
ed allorganizzazione di manifestazioni e comizi, a condizione che
siano pacifici e senza armi e che non
aggrediscano i cittadini e non danneggino beni privati o comuni.
Linteresse nazionale impone la necessit di individuare i metodi migliori e pi opportuni per proseguire la partecipazione del nostro
popolo e delle sue forze politiche
della striscia di Gaza (nella sua

11

Maggio - Agosto 2006

Palestina

nuova situazione) alla battaglia di libert, di indipendenza ed a favore


del diritto al ritorno e per la liberazione. Questo elemento imprime
una vera forza, fermezza e resistenza
per il nostro popolo, in Cisgiordania come a Gerusalemme.
Riteniamo che linteresse nazionale
imponga altres la rivalutazione dei
metodi di lotta per resistere alloccupazione.
E necessario riformare e sviluppare
le istituzioni di sicurezza palestinesi
in tutti i suoi rami, sulla base di principi moderni e con lobiettivo di
renderli pi efficienti nello svolgimento della funzione di difesa della
patria e dei cittadini. Affrontare
laggressione e loccupazione.
Garantire la sicurezza pubblica e
lapplicazione delle leggi per mettere fine allo stato di disordine e alla
mancanza di sicurezza. Sequestrare
le armi fuori legge. Mettere fine alle
manifestazioni armate, che danneggiano gravemente la resistenza,
deformandone limmagine e minacciando lunit della societ palestinese. Tutto questo implica la necessit di concertare ed organizzare
i rapporti tra le forze politiche e le
formazioni della resistenza, regolando il legittimo possesso delle
armi.
Si invita il Consiglio Legislativo a
continuare ad emanare leggi volte
ad organizzare loperato degli ap-

12

parati di sicurezza in tutti i suoi rami. Emanare una legge che vieti lesercizio del lavoro politico e di partito ai componenti di questi apparati e che li obblighi a far riferimento al potere politico eletto secondo la legge.

Fronte Popolare per la liberazione


della Palestina
Abed Alrahim Mluh componente
del Comitato Esecutivo, vice Segretario Generale
Fronte Democratico
Mustafah Badarne.

Ci si adoperi per allargare il ruolo e


la presenza politica dei comitati di
solidariet internazionali e dei
gruppi amanti della pace e sostenitori della fermezza e della giusta
lotta del nostro popolo, contro loccupazione, la colonizzazione, contro il Muro dellapartheid ed a sostegno dellapplicazione della sentenza della Corte internazionale di
Giustizia dellAja che ha richiesto lo
smantellamento dello stesso e che
ha dichiarato lillegalit della colonizzazione.
11 maggio 2006

Movimento di liberazione nazionale palestinese (Fatah)


On. Marwan Barg h o u t i segretario
di Fatah in Cisgiordania.
Movimento di resistenza islamica
(Hamas) Suprema Direzione
Sceicco Abed al Khaleq Alnatsha
Movimento Jihad islamico
Sceicco Bassam Al Saadi

N.B. il Movimento islamico Jihad islamico si astenuto sul punto riguardante le trattative.
(Traduzione a cura
di Bassam Saleh ed Enza Biancongino)

* Marwan Barghouti, componente del


Consiglio Legislativo Palestinese, eroe e sim bolo della Seconda Intifada e per questo con dannato all'ergastolo nel luglio 2004 dopo es s e re stato arrestato nell'aprile 2002 in
Cisgiordania, tuttora detenuto nelle carceri
israeliane con un durissimo regime carcerario.
Il Documento della Concordia Nazionale
Palestinese, che ha suscitato un vasto ed arti colato dibattito e costituisce un importante ten tativo volto a scongiurare l'inasprimento del
conflitto tra il Presidente Abu Mazen ed il go verno Hanieh - conflitto che finirebbe inevita bilmente per coinvolgere anche le due maggiori
forze politiche palestinesi, Al Fatah ed Hamas
-, avrebbe dovuto essere sottoposto con ogni pro babilit a referendum popolare entro la fine di
luglio. La brutale aggressione israeliana con tro la Striscia di Gaza, che ha gi causato de cine di vittime civili e la distruzione di uffici
ed infrastrutture, ed il conseguente arresto di
ministri e deputati palestinesi democratica mente eletti hanno di fatto reso impossibile lo
svolgimento del referendum

Maggio - Agosto 2006

Movimento Comunista / Dibattito

Essere radicali,
diceva Marx,
significa andare
alla radice del problema

Movimento
comunista
e Sinistra Euro p e a
D OPO

LA CRISI DELL '89, VI CHI HA LAVORATO PER UNA

RIORGANIZZAZIONE UNITARIA DEL MOVIMENTO COMUNISTA E


RIVOLUZIONARIO SU SCALA MONDIALE ; E CHI INVECE
UN ALTRO ORIZZONTE STRATEGICO

DENTRO

HA OPERATO SU UNA LINEA

CHE PORTA ALLA DIVISIONE E ALL ' APPRODO RIFORMISTA UNA

di Fausto Sorini

PARTE DELLE FORZE COMUNISTE E DI SINISTRA

C un punto di partenza della riflessione che vorrei subito esplicitare


e su cui credo possano convergere filoni di pensiero tra loro assai diversi,
persino opposti. E cio che un movimento comunista - che prospetti
una alternativa storica al capitalismo
- o esiste anche in una dimensione
internazionale, o non esiste.
Fin dalle sue origini, fin dal Manifesto di Marx ed Engels (1848), il
movimento comunista - al di l delle
sue crisi, divisioni, mutazioni ha
sempre percepito se stesso come
una entit che poteva esistere solo
nella dimensione e proiezione di un
movimento internazionale.
E evidente che fino a quando esisteranno Stati e nazioni, il punto di
partenza sempre nazionale
(Gramsci) e che centrale rimane anche oggi, nellorganizzazione della
lotta, il radicamento nazionale di
ogni partito o movimento. Ma, tanto
pi oggi nellepoca della mondializzazione, nessun movimento comunista e rivoluzionario, nessun
processo di riorganizzazione e/o rifondazione dei partiti nazionali in
cui esso si radica pensabile senza
una sua proiezione internazionale.
Ci vale non solo per i comunisti,

ma anche per il movimento di ispirazione socialdemocratica e riformista, che non a caso vede oggi una
sua proiezione nellInternazionale
socialista e nel dibattito che lattraversa, tra chi prospetta un suo rilancio e chi invece una sua trasformazione/ampliamento in Internazionale Democratica. Il tema, come
noto, investe direttamente in
Italia tutta la discussione attorno al
Partito Democratico.

elettori ad essi ancora affezionati,


nellattesa di riconvertire quelle
forze in una nuova formazione politica, in una nuova sinistra di alternativa. Una nuova sinistra che a
quel punto (ed il processo gi in
corso) dovrebbe necessariamente
ricercare e ricostruire nuovi riferimenti ed aggregazioni internazionali, sostitutive di quel movimento
comunista del 900 considerato ormai defunto e senza futuro.

Se noi dunque giungessimo alla


conclusione (a cui molti a sinistra,
soprattutto dopo il crollo dellUrss,
sono pervenuti) che il movimento
comunista internazionale finito
finito sia come nozione teorica, sia
come obiettivo strategico di ricostruzione e/o rifondazione - la
stessa parola dordine della rifondazione comunista, della rifondazione di un partito comunista con
basi di massa nel nostro Paese apparirebbe priva di significato e di
prospettiva, vuota di contenuto strategico, meramente propagandistica
e residuale, volta unicamente ad utilizzare nomi e simboli del vecchio
PCI per tenere insieme, per una
certa fase, unarea di militanti e di

Queste sono a mio avviso le ragioni


strategiche che hanno condotto,
nella realt del Vecchio continente,
alla formazione del Partito della
Sinistra Europea (SE). E va dato
atto a Fausto Bertinotti di essere
stato non solo il pi coerente e determinato ideatore e costruttore di
tale impresa, ma di averla connessa
e fatta derivare con grande nettezza da quello che egli considera
lesaurimento, la fine del movimento comunista internazionale
del 900 e la non credibilit di una
sua possibile riorganizzazione, per
quanto rinnovata. La tesi non del
tutto nuova: essa fu fatta propria ad
esempio, verso la fine degli anni 80,
da Santiago Carrillo, che da essa

13

Movimento Comunista / Dibattito

fece derivare il suo approdo alla socialdemocrazia spagnola (PSOE),


mentre altri, sulla base della stessa
analisi, approdarono a Izquierda
Unida, con una sostanziale diluizione del PCE in essa.
Vorrei dire che, quando definiamo
come liquidatoria tale impostazione, non attribuiamo al termine
alcun intento offensivo, ma la consideriamo anzi del tutto coerente
con le sue dichiarate premesse.
Tanto pi oggi, quando appare a
tutti pi chiaro che un altro esponente della sinistra italiana e del vecchio PCI, Armando Cossutta, approda (sia pure con una differente
cultura politica) ad analoghe conclusioni liquidatorie; ma, diversamente da Bertinotti, vi approda
dopo un percorso di anni (forse decenni) disseminato di doppiezze e
ambiguit, che per molto tempo
hanno fatto s che migliaia di militanti comunisti in buona fede vedessero in Cossutta, anche nel momento tragico della scissione di
Rifondazione, il portatore di un progetto strategico di riorganizzazione
in Italia di un nuovo partito comunista, rivoluzionario, leninista.
2) Il Movimento comunista internazionale (MCI) che viene travolto
dal crollo dellUrss un movimento
che attraversa ormai da tempo una
crisi profonda.
Non mia intenzione addentrarmi
qui in una analisi storica della evoluzione del MCI dagli anni dellinternazionale comunista di Lenin,
alla fase successiva caratterizzata
dalla direzione staliniana e dal
ruolo guida dellUrss e del Pcus, al
successivo scioglimento del
Comintern, alla temporanea ricostituzione del Cominform, alla rottura tra Stalin e Tito, fino alla ben
pi grave rottura, consumatasi negli anni 60, tra il Partito comunista
cinese (PCC) e il PCUS, e quindi tra
le due maggiori potenze socialiste
(evento che, visto col senno di poi,
ha certamente condizionato pesantemente la crisi del campo socialista
e le sorti del mondo nel secolo
scorso). Sta di fatto che il crollo

14

dellUrss e la dissoluzione del PCUS


fanno precipitare una situazione
che, agli inizi degli anni 90, si presenta assai incerta in relazione al futuro del MCI. Il disorientamento
grande e investe, con forme e modalit diverse, i comunisti del
mondo intero.
Vi era stato, per la verit, in occasione del 70 anniversario della Rivoluzione dOttobre (1987) la
scelta del PCUS (siamo ancora nella
prima fase della perestrojka) di convocare a Mosca un incontro internazionale dei partiti comunisti di
ogni continente (ma la Cina resta
assente) con un chiaro intento ricompositivo, volto a riaprire un confronto pi aperto e pi libero tra i
partiti comunisti, senza talune precedenti rigidit o pretese di allineamento alle posizioni di Mosca. Ed
anche al fine di trovare un consenso
internazionale dei comunisti alla
prima fase delliniziativa gorbacioviana. Allincontro, segnato da insolit vivacit, partecipano oltre un
centinaio di partiti comunisti, per lo
pi rappresentati dai loro leader.
Lincontro non prevede alcuna conclusione operativa od organizzativa,
ma il suo impatto politico forte: il
clima che si respira quello delle
grandi occasioni, non quello degli
scontati e stanchi rituali.
Tutto ci avviene contestualmente
allavvio di un processo di normalizzazione delle relazioni tra Russia
e Cina e tra i due partiti comunisti
(che per la verit aveva visto i primi
segni gi con la dinamica ma purtroppo breve direzione di
Andropov). Risale al 1989 lincontro ufficiale a Pechino tra Gorbaciov
e Deng Xiaoping, evidentemente
preceduto da anni di tessitura dietro le quinte.
Ma il crollo dellURSS manda in
frantumi tutta limpalcatura.
3) I primi anni 90, quando nasce
anche Rifondazione Comunista,
sono anni di grande confusione e
disorientamento nelle file del movimento comunista. Non mancano
tuttavia i tentativi di riorganizza-

Maggio - Agosto 2006

zione. E di questo periodo il viaggio lungimirante di Alvaro Cunhal


in Asia, dove egli incontra i dirigenti
dei maggiori partiti comunisti della
regione (indiani, cinesi, vietnamiti,
giapponesi, coreani) e ne trae la
convinzione che in quella parte del
mondo - che rappresenta circa la
met della popolazione mondiale e
verso cui si sta spostando rapidamente lequilibrio economico e
geo-politico del pianeta (come apparir sempre pi chiaro nel quindicennio successivo) - il movimento
comunista non solo non in crisi,
ma sta vivendo complessivamente
una sua fase espansiva, nonostante
il crollo dellUrss e del campo socialista in Europa.
L I N C O N T R O

DI

LISBONA

Non credo sia casuale che sia proprio il PCP di Alvaro Cunhal a farsi
promotore in Europa, nei primi
mesi del 1991, di un incontro a
Lisbona tra i maggiori partiti comunisti europei dellarea non exsocialista (dove i PC si stanno sciogliendo o sono in pieno marasma).
Lincontro ha il chiaro intento di
provocare non solo uno scambio di
idee sulla situazione, ma anche di
porre le basi di processi ricompositivi tra i PC europei (che negli ultimi anni si erano divisi sulleurocomunismo e su altre importanti
questioni strategiche e identitarie)
e di costituire sia pure informalmente alcuni elementi di coordinamento. Vengono invitati e partecipano, oltre al PCP, anche il PC
greco (KKE), il PC francese (PCF),
AKEL di Cipro, il PC spagnolo
(PCE) e Rifondazione Comunista
(appena nata come movimento,
non ancora partito, ma gi verificatasi alla prova elettorale della primavera del91, dove supera il 5%).
E significativo che a quellincontro
Rifondazione decida di partecipare
solo in qualit di osservatore: alla
partecipazione si oppongono dirigenti autorevoli come Sergio
Garavini e Luciana Castellina, mentre favorevoli si dichiarano Rino

Maggio - Agosto 2006

Serri e il sottoscritto (allepoca rispettivamente responsabile e viceresponsabile del settore esteri). Il


compromesso fa s che, nonostante
siano i responsabili esteri gli invitati
allincontro, Rifondazione decida
di inviarvi come osservatore il sen.
Stojan Spetich, che non riveste al
momento nel gruppo dirigente di
Rifondazione incarichi di rilievo. E
questo gi la dice lunga (ma non mi
addentro) sulle resistenze che fin
dallinizio trova in Rifondazione
ogni sia pur timido tentativo di riorganizzazione del MCI, in questo
caso in Europa.
Di questi incontri altri se ne svolgono nella prima met degli anni
90, ancora a Lisbona, ad Atene, a
Madrid. A tutti ebbi modo di presenziare in rappresentanza del
PRC, che accett poi di parteciparvi
a pieno titolo - sia pure con la riluttanza di molti e senza neppure
darne notizia diffusa su Liberazione
(come un peccato da tenere nascosto) - e che furono estesi anche
alla PDS tedesca (partito non comunista, ma partito, si diceva allora,
in cui erano presenti, insieme ad
altre componenti, la maggioranza
dei comunisti della Germania riunificata). Ma in verit solo alcuni
partiti credono veramente e investono su questi incontri come parte
di un processo pi generale di riorganizzazione del MCI (e sono il
PCP, il KKE e AKEL). Gli altri (il
PRC, il PCE, la PDS ed anche il PCF,
dove nel frattempo la direzione di
Marchais stata sostituita da Robert
Hue, che inaugura la mutation
) vi partecipano in modo sempre
meno convinto e gi guardano ad
altri processi di riorganizzazione
della sinistra europea.
4) La divergenza che emerge sempre pi chiara non sullesigenza di
trovare forme e luoghi di organizzazione di una sinistra europea anticapitalistica, che vada al d l dei
partiti comunisti. Su ci tutti concordano, come poi si vedr nella costruzione del GUE-NGL (il Gruppo
della Sinistra Unitaria - Sinistra

Movimento Comunista / Dibattito

Verde Nordica al Parlamento europeo). Il punto se i partiti comunisti debbano rinunciare a momenti pro pri, autonomi, di confronto e iniziativa
come comunisti, o se al contrario tale
polarit autonoma debba essere
mantenuta, come parte integrante
di un processo mondiale di riorganizzazione, di rifondazione di un
MCI per il 21 secolo. E il tema
appunto dellautonomia comunista, nella sua proiezione internazionale.
Nessuno pensa alla ricostruzione di
una nuova Internazionale Comunista come obbiettivo politico di fase.
Potrei citare a tale proposito innumerevoli conversazioni personali
con lo stesso Cunhal e con i maggiori dirigenti del KKE e di AKEL.
La riflessione che emerge unaltra e provo di seguito a sintetizzarla.
5) La fine dellURSS non la fine
del movimento comunista. La nozione conserva una sua attualit, ma
va riempita di contenuti nuovi, non
ripetitivi di formule o esperienze
passate, aperti ad una profonda riconsiderazione e al rinnovamento.
Il movimento comunista ha attraversato in questi anni la crisi pi
grave della sua storia; il processo di
lotta politica e ideale, di divisione e
ricomposizione che ha attraversato
la generalit dei partiti comunisti e
le altre forze antagoniste non concluso, ma la fase pi acuta della crisi
sembra alle nostre spalle e si intravedono, in modo non omogeneo,
alcuni elementi di ripresa.
Sul piano strettamente organizzativo, sono oggi oltre un centinaio i
partiti comunisti nel mondo
grandi e piccoli che si dichiarano
esplicitamente tali, con 80 milioni
di militanti circa, di cui 60 nel solo
Pc cinese (senza contare i militanti
delle organizzazioni giovanili comuniste). Tra essi, quelli che operano con basi di massa significative
incidono sulla realt di paesi che abbracciano pi della met della popolazione del pianeta, alcuni dei
quali (Cina, India, Russia, Brasile,
Sudafrica, Giappone) stanno imponendosi come Paesi chiave degli

equilibri mondiali del 21 secolo.


Al di l di confini strettamente organizzativi o nominalistici, non facile tracciare oggi con nettezza i
confini politici e ideali del movimento comunista. Vi sono ad esempio partiti (soprattutto nei paesi del
socialismo reale) che dopo il terremoto di questi anni hanno cambiato nome, ma non natura e che
sarebbe difficile considerare del
tutto estranei al movimento comunista (come ad es. la Pds tedesca).
Mentre ve ne sono altri (come il Pds
italiano) in cui il cambio di nome
ha sancito un mutamento di natura;
ed altri ancora (tra cui forze nuove,
emergenti) in cui la situazione si
presenta irrisolta, aperta a sviluppi
diversi.

La questione che emerge quella


dellautonomia comunista, nella sua
proiezione internazionale

Sarebbe dunque difficile e sbagliato, in una situazione di movimento come quella presente, delimitare formalmente e organizzare
un movimento internazionale di comunisti, nettamente separato, strutturato e distinto da un quadro pi
ampio di forze rivoluzionarie e di sinistra anticapitalistica. Forzature
organizzativistiche in questo senso
rischierebbero di produrre nuove
fratture e incomprensioni tra partiti (e allinterno di partiti) oggi impegnati in un lavoro complesso e
travagliato di ridefinizione della
propria identit, facendo arretrare
il processo di ricomposizione convergente del movimento.
Non per questo la nozione di movimento comunista va lasciata cadere
o diluita in una nozione generica e

15

Movimento Comunista / Dibattito

indistinta di sinistra. Essa va al


contrario ridefinita, riempita di
contenuti politici e teorici, di strategia, in un dibattito che non pu
che avere oltre ogni provincialismo o arroccamento nazionale
una dimensione internazionale. Ed
anche sedi, luoghi, strumenti, per
quanto informali, in cui i comunisti
di diversi paesi che ne avvertono lesigenza possano incontrarsi, scambiarsi idee ed esperienze, concordare eventuali azioni comuni, senza
che ci faccia riaffiorare il fantasma
dellInternazionale comunista o di
nuovi centri dirigenti o partiti guida
(che nessuno propone), n si contrapponga gerarchicamente allesigenza di costruzione di una unit

La formazione del GUE


un risultato di grande valore
politico ricompositivo

dazione di tutte le forze antimperialiste e antagoniste (comuniste e


non) e di pi ampie convergenze a
sinistra.
Lesperienza di questo ultimo quindicennio smentisce comunque la
tesi per cui la fine dellUrss segna la
fine del movimento comunista e il
declino irreversibile dei partiti comunisti dove essi hanno avuto ed
hanno un radicamento reale, non
testimoniale.
COMUNISTI

NEL MONDO

6) Una parte di questi concetti, sia


pure in modo contradditorio, si ritrova nelle Tesi congressuali di maggioranza del 2 congresso del PRC
del gennaio 1994 : il congresso che
porter Fausto Bertinotti alla segreteria del partito 1. Nella delinea-

16

zione delle forze motrici che possono contribuire alla costruzione di


un movimento internazionale antimperialista, che veda anche il
concorso delle forze statuali non
omologate, si sottolinea che in
Asia un continente dove vive la
met della popolazione mondiale e
dove viene spostandosi tanta parte
del potenziale economico del pianeta va colto il ruolo importante
di paesi (come ad es. il Vietnam, la
Corea e in particolare la Cina)
volti a sperimentare vie di sviluppo non omologate al nuovo ordine mondiale, a cui giusto guardare con attenzione e problematicit (Tesi 2.9).
Si indica come impegno primario
dei comunisti in campo internazionale quello di contribuire alla costruzione di un movimento internazionale antimperialista, autonomo da una Internazionale socialista sempre pi subalterna, nei suoi
orientamenti sostanziali e nelle sue
forze prevalenti, alle compatibilit
dettate dalle grandi potenze capitalistiche (Tesi 2.9).
Quanto allattualit e al carattere
non residuale di una presenza internazionale dei comunisti, si sottolinea che la fine dellUrss non la
fine dei comunisti nel mondo, purch essi sappiano aprirsi ad una
profonda riconsiderazione e al rinnovamento. E a chi considera il
movimento comunista come qualcosa di ormai defunto o in via di
estinzione, si ricorda che partiti comunisti con basi di massa significative operano in aree del mondo che
abbracciano pi della met della popolazione mondiale; e bench si
respinga lidea di un movimento
internazionale di comunisti strutturato e distinto da un quadro pi ampio di forze di sinistra anticapitalistica, si ritiene che non per questo la possibilit del rilancio e del
rinnovamento di una presenza dei
comunisti nel mondo vada lasciata
cadere o ridotta ad una nozione generica di sinistra, mentre essa al
contrario pu e deve ridefinirsi, con
nuovi contenuti politici e teorici,
dentro una riflessione che non pu

Maggio - Agosto 2006

che avere oltre ogni provincialismo o arroccamento nazionale


una visione internazionale (Tesi
2.10).
In Europa, si indica come compito
dei comunistiquello di essere
forza trainante della costruzione di
un terzo polo antagonista su scala
continentale, rispetto a quello cons e rvatore e socialdemocratico,
espressione di tutte le forze che in
vario modo si collocano a sinistra
dellInternazionale socialista
senza veti o pregiudiziali di natura
ideologica o di percorso storico nei
confronti di alcuno. Per cui vanno
superate impostazioni di tipo terzafor zista, non unitarie, ma escludenti i par titi comunisti o alcuni di essi (Tesi
2.13 - sottol. mia).2
7) Non meno complesso, controverso e denso di insegnamenti il
processo che porta, dopo le elezioni
europee del giugno 1994, alla formazione del GUE-NGL, il Gruppo
parlamentare (tuttora esistente) in
cui si ritrovano tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa presenti nel Parlamento europeo e che
si collocano a sinistra dellInternazionale socialista (comunisti, socialdemocratici di sinistra, verdi di
sinistra).
La situazione precedente vedeva, a
partire dal 1989, gli eurodeputati
comunisti frazionati in due gruppi
parlamentari :
- la Coalizione delle sinistre, che comprendeva gli eurodeputati del Pcf,
del Pcp e del Kke, cui si erano associati, dopo lunificazione tedesca,
due rappresentanti della Pds tedesca in qualit di osservatori;
- la Sinistra unitaria europea, con gli
eurodeputati di Izquierda unida,
Synaspismos, Sinistra democratica
irlandese e Rifondazione comunista.
La formazione del nuovo Gruppo
unitario un risultato di grande valore politico. Vi si pu cogliere un
quadro di complessiva tenuta e/o ripresa di forze importanti della sinistra comunista e antagonista in
Europa; e di ricomposizione unitaria o quantomeno di riavvicinamento rispetto a divisioni e incom-

Maggio - Agosto 2006

Movimento Comunista / Dibattito

prensioni pi o meno recenti. E ci


risulta tanto pi significativo in
quanto avviene in una fase mondiale di crisi profonda del movimento comunista, come quella segnata dal terremoto di quegli anni;
dove anche a sinistra si apertamente teorizzata la morte del
comunismo e il declino storico irreversibile dei partiti comunisti.3
L I N I Z I AT I VA

U N I TA R I A

DEI COMUNISTI

8) Liniziativa e lispirazione unitaria dei principali partiti comunisti


dei paesi dellUnione europea si
rivelata in effetti come la componente fondamentale del processo
che ha portato alla formazione del
Gruppo confederale. Essa prende
avvio dallincontro di Lisbona del
maggio 1991, promosso dal Pc portoghese, cui prendono parte come
si detto - il Pc francese, il Pc spagnolo, il Pc greco (Kke),
Rifondazione comunista (come osservatrice) e lAkel di Cipro (che
pure non fa parte dellUe). Ad esso
fanno seguito altri analoghi incontri, in altri Paesi, cui prende parte
anche la Pds tedesca. In tali incontri - che hanno un carattere del tutto
informale e non intendono prefigurare alcuna organizzazione permanente e neppure uno schieramento chiuso in s o preclusivo allincontro con altre forze della sinistra si pongono tuttavia le basi di
un processo di riavvicinamento e di
ricomposizione unitaria, anche per
quanto riguarda le rispettive collocazioni nel contesto europeo. E la
tenuta del rapporto unitario e di un
ristabilito clima di cooperazione tra
queste forze, anche nei passaggi pi
difficili e travagliati della formazione del Gruppo unico al
Parlamento europeo, si riveler essenziale per lesisto positivo delloperazione.4
9) La costituzione del Gruppo confederale della sinistra unitaria europea ha dunque rappresentato in

quegli anni un risultato politico di


grande valore: per la prima volta,
dopo anni, si costituisce tramite il
Parlamento europeo un primo
embrione di coordinamento permanente e istituzionalizzato di un
nucleo importante di forze comuniste e di sinistra antagonista dei
paesi dellUnione europea. E si comincia a ragionare sulla opportunit che tale raggruppamento, con
i notevoli mezzi e strumenti di cui
dispone, venga posto al servizio al
di l dei suoi confini istituzionali e
geo-politici e dei suoi compiti strettamente parlamentari della costruzione di un pi ampio raccordo
coinvolgente linsieme delle forze
comuniste e di sinistra antagonista
del continente (anche quelle che,
come ad es. la Pds tedesca, o altre
dellEst, ancora non sono rappresentate nel Parlamento europeo;
fino a quelle dellEst, dei Balcani e
dellarea mediterranea, che sono
anchesse parte di una pi grande
Europa, che va oltre i confini
dellUE). Oltre che, naturalmente,
svolgere unazione volta a creare
tutte le convergenze possibili a sinistra, su contenuti di sinistra, con le
forze di progresso presenti anche in
altri gruppi rappresentati e no nel
Parlamento europeo e rappresentare una sponda e una struttura di
supporto per movimenti sociali, politici, sindacali che operano nella societ civile, fuori dalle istituzioni.
Anche se molte di queste sono rimaste lodevoli intenzioni, va comunque riconosciuto il valore di
quella ispirazione originaria, che
successivamente - con la formazione
della Sinistra Europea evoluta
verso impostazioni assai meno unitarie e inclusive.
10) Con la formazione del GUE entrano in crisi e si concludono gli incontri informali tra partiti comunisti avviati dallincontro di Lisbona
del maggio 1991, cui avevano preso
parte pressoch regolarmente il
KKE, il PCP, AKEL di Cipro, il PCE,
il PCF, il PRC e la PDS tedesca. La
ragione strategica : alcuni di questi partiti (KKE, PCP, AKEL) ritengono che la formazione del GUE

non risolve di per s la questione


della ricostruzione del movimento
comunista e quindi ritengono che
quegli incontri dovrebbero continuare ed anzi estendersi internazionalmente; altre forze al contrario (non senza ambiguit, differenze e doppiezze al loro interno)
in realt considerano ormai storicamente superato lobbiettivo strategico della ricostruzione di un MCI
per il 21 secolo, e colgono loccasione della formazione del GUE per
far cadere lesigenza di incontri di
soli comunisti. Si tratta di un modo
come un altro per cominciare a far ca dere o diluire nella pratica la questione
comunista e la sua autonomia, a partire
dalla sua dimensione e proiezione inter -

Lunit dei comunisti non comporta


uno schieramento chiuso in s
o preclusivo allincontro
con altre forze della sinistra

nazionale. Parliamo ovviamente di


questioni che investono il dibattito
di gruppi dirigenti ristretti: un partito come il PRC (e, successivamente, anche il PdCI) non verranno mai investiti da tale riflessione, neppure nei gruppi dirigenti
allargati, per non parlare dei quadri
intermedi e dei militanti di base,
che a tuttoggi in larga misura ignorano la portata stessa del problema.
11) La fine di tali incontri informali,
vede per lavvio di una iniziativa,
promossa dal KKE, che nel 1998 organizza ad Atene un incontro internazionale di Partiti Comunisti e
Operai dedicato al ruolo dei partiti comunisti nella fase attuale. Vi
prendono parte inizialmente una
cinquantina di partiti (tra cui pressoch tutti i maggiori PC del mon-

17

Movimento Comunista / Dibattito

do). Tali incontri si ripeteranno poi


annualmente ad Atene, ogni volta
su un tema diverso. I temi sono i pi
diversi : di ordine politico, sindacale, di analisi economica, di dibattito teorico, di scambio di opinioni
su iniziative ed esperienze.
Complessivamente essi coinvolgono unottantina di partiti5, con
una partecipazione nellultimo incontro (lottavo) del novembre
2005 anche del Partito comunista
cinese, in veste di osservatore.

Si cercano le forme appropriate


per un rilancio
della presenza dei comunisti
sulla scena mondiale

Questi incontri non si concludono


con lapprovazione di documenti
ufficiali congiunti (come avveniva
ad es. nelle conferenze dei PC precedenti al crollo dellUrss). Tuttal
pi vengono varati ordini del giorno su temi molto specifici, che vengono sottoscritti solo da chi vuole,
senza alcun vincolo per alcuno.
PROVE

DI RICOSTRUZIONE

Il significato politico complessivo e


gli orientamenti emersi nel dibattito, assolutamente libero e aperto
ad ogni contributo, vengono resi
noti alla stampa con un comunicato
a cura del partito ospitante la Conferenza; comunicato che quindi
non vincolante per nessuno, ma
che per cortesia viene fatto leggere prima della pubblicazione a
tutti i partiti partecipanti, al fine di
evitare comunque affermazioni
sgradite a questo o quel partito.
Da alcuni anni si dato vita ad un
sito Internet (www.solidnet.org )

18

alla cui mailing list chiunque pu


iscriversi gratuitamente e dove ogni
partito pubblica, sotto la propria
esclusiva responsabilit (la redazione ha solo funzioni tecniche), interventi, documenti, articoli e che
rappresenta forse oggi la principale
fonte di informazione e circolazione di idee e di esperienze dei partiti comunisti di ogni parte del
mondo.
E certamente vero che, soprattutto
i primi di questi incontri, hanno
avuto un carattere formalistico e talvolta ripetitivo di vecchi vizi del movimento comunista. Ma col passare
del tempo essi hanno acquisito un
carattere pi fluido, pi vivo, pi legato allesigenza non solo di discutere, ritrovarsi e riconoscersi tra comunisti (il che allinizio era comunque essenziale : in quegli anni
il rischio era che si sfasciasse tutto),
ma di trovare le vie e le forme appropriate per un rilancio della presenza coordinata e attiva dei comunisti sulla scena mondiale.
Il problema lungi dallessere risolto, ogni trionfalismo in proposito sarebbe fuori luogo. Ma indubbio che alcuni passi avanti significativi sono stati fatti. Per la
prima volta si riusciti a produrre
unazione internazionalmente coordinata che ha consentito di impedire che nel Consiglio dEuropa
una risoluzione di condanna contro
i crimini del comunismo passasse
con una maggioranza qualificata
tale da renderla impegnativa e vinvolante per i singoli Stati europei
nella promozione di vere e proprie
campagne comuniste nei diversi
Paesi del continente (nelle scuole,
nei media, nei centri di cultura).
La minaccia di una messa fuorilegge del KSM (lorganizzazione
giovanile dei comunisti della Repubblica Ceka) stata per ora respinta grazie ad una campagna internazionale coordinata promossa
innanzitutto dai comunisti, a tutte
le latitudini.
Nellultimo incontro di Atene (1820 novembre 2005) si dato impulso ad una serie di azioni con-

Maggio - Agosto 2006

giunte, quali ad es. campagne per


il ritiro delle forze di occupazione
dallIraq, contro la NATO e le basi
militari straniere; iniziative di solidariet attiva col popolo irakeno,
per la fine delloccupazione e il ripristino della sovranit nazionale
del Paese e contro le minacce imperialiste contro lIran.6
Grazie allimpegno coordinato di
alcuni importanti partiti comunisti
(greci, portoghesi, cubani, brasiliani, indiani) si prodotta una rivitalizzazione di alcuni importanti
organismi internazionali di mobilitazione antimperialista, come ad
esempio la Federazione Mondiale
della Giovent Democratica, che
conta oggi circa 80 milioni di aderenti in ogni parte del mondo (senza contare i cinesi) e che ha dimostrato la sua vitalit nellultimo
Festival mondiale svoltosi lestate
scorsa a Caracas, con il sostegno del
Venezuela di Hugo Chavez.
Grazie al Consiglio mondiale della
pace, e in particolare alla sua componente cubana, si dato lavvio ad
un impegno per costruire una campagna internazionale coordinata e
permanente contro le basi militari
straniere in ogni parte del mondo.
I maggiori partiti comunisti del
mondo hanno segnato una loro presenza forte negli ultimi Forum
Sociali Mondiali (a Mumbay nel
2004, a Caracas nel 2005) riproponendo con seminari e iniziative qualificate il tema del socialismo del 21
secolo, che poi la ragione storica
fondante per cui hanno senso i comunisti, i partiti comunisti e rivoluzionari, in questa nuova fase storica
della vita dellumanit.
Va detto in proposito che nulla di
tutto ci avrebbe potuto realizzarsi
(o ben poco) se, allindomani del
crollo dellUrss alcuni partiti comunisti non si fossero posti il problema di non rinunciare ad un processo di riorganizzazione internazionale delle forze comuniste. E ci,
non solo non si sovrapposto n
mai stato di ostacolo alla costruzione di processi unitari pi larghi,
contro il neo-liberismo e la guerra,

Maggio - Agosto 2006

ma al contrario vi ha contribuito,
come dimostra anche la storia del
GUE.
Il KKE ha sempre auspicato che altri partiti prendessero liniziativa di
promuovere gli incontri internazionali come quelli cominciati nel
1998 ad Atene, che si avviasse un
processo circolare, che si costituisse
a tal fine un gruppo di lavoro e di
coordinamento, anche per evitare
che tali incontri assumessero una
connotazione Atene-centrica.
Ci finalmente avvenuto negli ultimi due anni. Si costituito un
gruppo di lavoro (che si riunisce 12 volte lanno) col compito di preparare gli incontri internazionali
dei Partiti comunisti e Operai e di
far progredire il movimento e la sua
iniziativa.
Tale gruppo di lavoro si costituito
su base consensuale e vede la partecipazione di nove partiti comunisti : PC cubano, PC do Brasil, PC di
Spagna, KKE, PC di Boemia e
Moravia, PC della Federazione
Russa, PC indiano (che vi rappresenta anche il PC indiano-marxista), PC libanese, PC sudafricano. E
si segnala un interesse crescente del
PC vietnamita. Ad ogni riunione del
gruppo di lavoro possono comunque partecipare tutti i PC che lo desiderano e che sono entrati nella
rete degli incontri annuali.
Il prossimo incontro internazionale
per la prima volta non si terr ad
Atene, bens a Lisbona, il 10-12 novembre 2006, ospite il PCP, che in
questa veste entrato recentemente a far parte del gruppo di lavoro ristretto. Il tema sar : Rischi
e potenzialit del contesto internazionale, la strategia dellimperialismo e come farvi fronte, il nuovo
contesto in America Latina, le prospettive del socialismo. E per i prossimi incontri annuali si parlato di
Cuba, Ciprocome possibili Paesi
ospitanti. Si vedr, ma si direbbe
che una nuova dinamica si avviata.
12) E nel contesto globale di questi tentativi in atto di riorganizzazione di un movimento comunista
e rivoluzionario a livello mondiale

Movimento Comunista / Dibattito

allaltezza delle sfide che ci propone il 21 secolo, che va interpretata e valutata la scelta di una serie
di forze di dare vita al Partito della
Sinistra Europea-SE.7 Una scelta
che per il modo come stata portata avanti e realizzata, si configura
come un fattore di divisione del movimento comunista, in Europa e
non solo.
Era certamente condivisibile (cos
si espresse il 5 Congresso nazionale
del Prc, 2001), lesigenza della costruzione di un nuovo soggetto politico europeo (non si parlava di un
partito- ndr) per u n i rele forze
della sinistra comunista, antagonista e alternativa su scala continentale
nelle loro diversit politiche e organizzative e senza pensare n ad
una fusione organizzativa, n ad un
compattamento su base ideologica.
Ma il progetto concreto che stato
messo in campo e perseguito
prima su scala europea, poi sul
piano nazionale, col progetto di sezione italiana - le sue modalit di
attuazione, il suo profilo politico e
identitario, non hanno unito, ma diviso tali forze; non hanno avuto un
profilo continentale, ci pan-europeo (inclusivo di tutte le grandi aree
del continente, dal Portogallo agli
Urali), bens sostanzialmente rivolto ai soli Paesi dellUnione europea; e nella definizione del profilo identitario e dello Statuto fondante della SE si sono deliberatamente introdotte formulazioni di
natura ideologica (in relazione alla
storia del movimento comunista) e
programmatica (in relazione al giudizio sull Unione Europea), ben
sapendo che quelle formulazioni sarebbero state inaccettabili per numerosi e importanti partiti comunisti europei, dellEst e dellOvest.
Tale rigidit era quindi volta coscientemente (non troviamo altra
spiegazione plausibile) ad escluderli o a provocarne artificiosamente divisioni interne.
Tutto ci ha prodotto divisioni profonde tra i maggiori partiti comunisti e di sinistra alternativa europei
ed una incrinatura del rapporto di

fiducia reciproca, che non si sono


certo ricomposte nel corso degli ultimi anni, ma che tendono anzi a
cristallizzarsi, e a riproporre in un
contesto storico-politico assai diverso - una divaricazione in due poli
del movimento comunista in
Europa, come ai tempi delleurocomunismo (solo che ieri quella
divisione era politica, oggi essa
tende addirittura a strutturarsi in
un partito sovranazionale).8

Il prossimo incontro internazionale


dei Partiti comunisti si terr
a Lisbona,
il 10 -12 novembre 2006

UNA SINISTRA EUROPEA


CHE DIVIDE

Tale approccio politicamente e


ideologicamente selettivo ha prodotto un processo inverso a quello,
unitario e ricompositivo, che si era
prodotto in Europa, e segnatamente
nei paesi dellUe, dopo la grande
crisi del 1989 e il crollo del campo
socialista in Europa e che aveva portato alla formazione del GUE-NGL
nel Parlamento europeo. Dovrebbe
indurre a qualche riflessione la semplice constatazione che dei 41 deputati europei che oggi compongono il GUE-NGL, sono solo 17
quelli che fanno parte di partiti
membri a pieno titolo della SE (e
stiamo parlando qui dei soli partiti
dei Paesi dellUe). Mentre alcuni
tentativi fatti ad esempio dal KSCM
(PC di Boemia e Moravia, presente
come osservatore nella SE) per avviare processi ricompositivi sono
stati stroncati sul nascere. 9
Per quanto riguarda le Tesi politi-

19

Movimento Comunista / Dibattito

che e programmatiche approvate


dal 1 Congresso della SE (Atene,
ottobre 2006) di cui ci siamo occupati diffusamente in questa rivista
- il loro profilo politico-programmatico e identitario complessivo richiama (nei contenuti, nel linguaggio, nella cultura politica) quello di
una socialdemocrazia di sinistra,
che si distingue sia dalle prevalenti
impostazioni social-liberali e atlantiste della maggioranza della socialdemocrazia europea, sia da posizioni comuniste o di sinistra dichiaratamente anti-capitalistica e antimperialista. E assente ogni orizzonte strategico anti-capitalista, antimperialista, che prospetti lobiettivo storico del socialismo e della costruzione di una societ alternativa
al capitalismo. Scompare il termine
comunista, comunque lo si voglia
declinare, e non poco per un forza
europea che sorta ponendosi
come punto di riferimento per lin-

La sezione italiana della SE


non pu essere il luogo
in cui possano riconoscersi
tutte le componenti comuniste
e di sinistra alternativa

sieme della sinistra alternativa europea, di cui i comunisti e i partiti


comunisti sono parte rilevante.
Il progetto strategico che si profila
appare quello di un capitalismo rego lato, riformato e temperato nelle sue
pulsioni liberiste e militariste, con il
recupero di uno Stato sociale e di
uno spazio pubblico nelleconomia e nei servizi, che consenta appunto di contenere e bilanciare,
nellottica tradizionale della socialdemocrazia, le spinte pi oltranziste del capitalismo e dellimperialismo, nellambito delle sue compa-

20

tibilit.
13) Lesperienza dei primi due anni
di vita della SE conferma dunque
tutti i problemi che erano gi emersi
alla sua fondazione. Sia nella sua dimensione europea, che nella sua variante di sezione italiana, la SE
continua a rappresentare un elemento di divisione, che ostacola la
convergenza unitaria dei comunisti
e delle forze della sinistra anti-capitalistica e di alternativa. E che, per
giunta, tende a costituirsi nella migliore delle ipotesi - su una piattaforma di sinistra socialdemocratica
e/o neo-laburista.
Si tratta invece, bandendo ogni opportunismo adattativo, di operare con pazienza e lungimiranza strategica - per la costruzione di luoghi capaci non di dividere, ma di unire i
comunisti e le sinistre anticapitalistiche di tutto il continente.
E evidente che, per quanto riguarda il contesto europeo, soluzioni taumaturgiche a breve portata
non appaiono certo dietro langolo.
Si tratta quindi, a mio avviso, di operare su due piani, tra loro distinti ma
complementari. Da un lato i partiti
pi sensibili al tema della riorganizzazione del movimento comunista, potrebbero, come gi si fa ad
esempio in America Latina, promuovere incontri o seminari informali pan-europei, rivolti a tutte le
forze comuniste del continente,
senza pregiudiziali, per ristabilire
un contatto e un confronto sulle
problematiche che sono proprie dei
comunisti. Dallaltro, come hanno
fatto ad esempio i comunisti portoghesi del PCP con lincontro paneuropeo svoltosi a Lisbona nel
marzo 2006 sulle problematiche
dellEuropa e dellUnione Europea, promuovere iniziative che nel
contesto europeo mettano (o rimettano) attorno allo stesso tavolo tutte
le maggiori forze comuniste e anticapitalistiche del continente, facciano esse parte o meno della SE, o
vi partecipino come osservatrici. Al
fine cio di creare almeno un clima
e una interlocuzione aperta che
possa in prospettiva favorire dina-

Maggio - Agosto 2006

miche ricompositive.
14) Quanto allItalia ben al di l
della gabbia ristretta della Sezione
italiana della SE si dovrebbe prevedere la costituzione di un Forum
aperto a tutte le forze comuniste e
di sinistra alternativa e di classe (sociali, politiche, culturali, associative, di movimento) il cui raccordo politico e operativo anche
stringente non comporti alcuna dissoluzione o diluizione dellautonomia politica, strategica e organizzativa dei comunisti e del loro autonomo progetto di rifondazione di
un partito comunista con basi di
massa. E evidente che se fossero
prese iniziative in questa direzione,
tutta la discussione potrebbe essere
suscettibile di evoluzioni positive
(ma allo stato le cose non evolvono
certo in tal senso, anzi).
Non mi sembra, come pure si
scritto con intenti costruttivi, che in
Italia il processo unitario di costruzione di una sinistra di alternativa non pu che passare da una evoluzione dellesperienza della SE. Al
contrario, penso che la sezione italiana della SE non sia in grado di
proporsi in modo inclusivo come
istanza in cui possano riconoscersi
tutte le componenti comuniste e di
sinistra alternativa presenti in Italia,
rispettandone lautonomia ideologica, strategica e anche programmatica. Che sia cio una camicia
troppo stretta per contenere un organismo pi grande e plurale.
Penso che pi che proporsi una velleitaria e improbabile evoluzione
della SE, sia pi saggio e realista proporre una istanza pi ampia e inclusiva per tutti i comunisti e le sinistre di alternativa, di cui la SE sia
eventualmente una componente,
ma non il tutto.
Sul piano europeo, non mi sembra
che le condizioni per una evoluzione della SE appaiono oggi possibili; n che le contraddizioni apertesi allinterno delle stesse forze presenti nella SEfanno s che si riproponga una riflessione complessiva sulla natura e sugli orienta-

Maggio - Agosto 2006

menti della SE a favore di una riproposizione non pi monoliticoideologica, ma privilegiando laspetto politico-programmatico
(mentre una prevista rotazione
nella leadership non comporterebbe di per s una discontinuit di
progetto: la questione a monte, rimanda alle basi fondative della SE
e alle ragioni per cui essa ha diviso
il movimento comunista in Europa,
che sono appunto ideologiche, strategiche e anche programmatiche).
Solo una rifondazione, oggi del
tutto improbabile, della SE su scala
continentale, che rimuova ogni approccio liquidatorio alla storia del
movimento comunista del 900, che
proponga una piattaforma antimperialista e di riferimento ad una
prospettiva strategica di tipo socialista, alternativa al capitalismo, che
respinga ogni preclusione verso altri partiti comunisti e di sinistra del
continente, che abbia una dimensione pan-europea, che delinei un
progetto di Europa strategicamente
alternativo allUnione europea e
non assuma invece questa nuova entit neo-imperialista ed euro-atlantica come un orizzonte insormontabile, potrebbe creare le condizioni per una sinistra europea in
cui sia possibile la ricomposizione
convergente del movimento comunista su scala continentale; superando cio quei presupposti negativo che fanno oggi della SE un fattore di divisione dei processi di ricomposizione unitaria dei comunisti in atto, nel mondo, in Europa e
anche in Italia. Ma le forze che oggi
allinterno della SE e della sua sezione italiana operano in questa direzione sono del tutto minoritarie.
Non credo pertanto, per le ragioni
dette, che anche in Italia il rilancio
dellunit della sinistra passi fondamentalmente attraverso una adesione politico-programmatica e
non ideologica alla SEnella pari
dignit ed agibilit di tutte le forze
(e culture) politiche che si collocano a sinistra del Partito democratico. Credo che lattidudine dei comunisti, comunque collocati, nei

Movimento Comunista / Dibattito

confronti della SE debba rimanere


fortemente critica, e non debba privilegiare i tatticismi del contesto italiano, ma rapportarsi in primo
luogo a ci che la SE rappresenta
sul piano strategico e internazionalmente. Altrimenti si rischia di vedere lalbero e non la foresta.
15) Qual comunque il progetto
concreto di nuovo soggetto politico, di Sezione italiana della SE, che
viene via via delineandosi?
Secondo Pietro Folena, che opera
in sintonia con la segreteria del
PRC, si tratta di una nuova soggettivit da organizzare su base federale, che raccolga tutti i riformisti di
radice socialista e socialdemocratica (La Stampa, 24.06.2006). Si
giustamente fatto osservare che nellambito dellattuale alleanza di governoprenderebbe corpo (cos)
una forma moderna di centrosinistra. Da una parte ci sarebbe il
Partito democratico, caratterizzato
da un segno moderato, e dallaltra
la nuova sinistra (lUnit, 11.07.2006). Ovvero, come commenta il
quotidiano della Margherita (Europa), si avrebbe la formazione di
unarea di sinistra radicale non incompatibile con la collocazione al
governo, in cui potrebbe confluire
la minoranza DS che rifiuta ladesione al Partito democratico.
Lorgano della Margherita commenta in proposito che non si pu
non tifare per Bertinotti e per la riuscita del suo progetto; anche perch citiamo da A ffari Italiani
(22.06.2006) il PRC diventato
un partito riformista che oggi
teme seriamente per la sua sorte,
avendo al suo interno minoranze
instabili e combattive, poco disposte a seguire il segretario Giordano
sulla via della moderazione governista. E quindi il gruppo dirigente
del PRC cerca di puntellarsi a sinistraallargandosi ad unarea politica che potrebbe condividere le
istanze della Sinistra europea. Si
evidenzia che, a restare penalizzate
da questo gioco, ovviamente, sarebbero le minoranze interne di

Rifondazione. Per cui, si dice,


tanto del futuro di Rifondazione,
dipende dalla Sinistra DS.

UN

NUOVO SOGGETTO

D I M AT R I C E S O C I A L I S TA

In occasione del recente seminario


di Orvieto (14-15 luglio) sul nuovo
soggetto politico, Cesare Salvi ha
dichiarato la sua disponibilit per
la nascita di un nuovo soggetto di
matrice socialista (Il Manifesto,
15.07.2006). E in un articolo sul
Manifesto (08.07.2006), alcuni dei
promotori del seminario, nel delineare le caratteristiche del nuovo
soggetto politico della sinistra europea, prospettano dettagliatamente unasse politico-programmatico e ideale di matrice neo-laburista e socialdemocratica di sinistra, assolutamente rispettabile, ma
in cui svanisce ogni istanza anti-ca-

Secondo Pietro Folena,


si tratta di una nuova
soggettivit che raccolga
tutti i riformisti di radice
socialista e socialdemocratica

pitalistica e antimperialista.10 Nella


sua relazione al seminario (che
pure contiene alcuni spunti di riflessione stimolanti e di livello),
Aldo Tortorella parla di un nuovo
soggetto politico a sinistra segnato
da parole generalissime come Pace,
Lavoro e Libert, di una forza di
sinistra autonoma e unitaria, forte
di pensiero alternativo e di capacit
di governo, di una nuova e grande
sinistradi ispirazione socialisticache si riproponga la rappresentanza del lavoro.
Non un caso del resto che (salvo
rare eccezioni individuali) tutte le
soggettivit promotrici del nuo-

21

Movimento Comunista / Dibattito

vo soggetto politico, in occasione


del dibattito sullAfghanistan, si
siano collocate nel solco del compromesso moderato raggiunto allinterno dellUnione, e si siano opposte alle istanze dei settori pi radicali del movimento contro la
guerra, e dei settori di sinistra del
PRC, del PdCI, dei Verdi, del mondo cattolico che si sono espressi
nettamente contro quel compromesso nellassemblea romana del
15 luglio. A conferma che quello
che in gioco non solo un dibattito identitario sul comunismo,
ma anche e soprattutto la natura del
tipo di aggregazione a sinistra che
si vuol costruire in questa fase : una
sinistra interna alle cosiddette
compatibilit di sistema e quindi
oggi governista, oppure una sinistra
di lotta contro tali compatibilit, e
quindi oggi necessariamente dopposizione.

Il PRC si ridurr sempre pi


ad essere una corrente interna
di un nuovo soggetto
politico riformista

Il seminario di Orvieto, che ha visto


lintervento significativo e il sostegno del segretario del PRC, Franco
Giordano, sembra anche aver delineato le caratteristiche salienti e un
percorso costituente assai preciso
per pervenire in tempi brevi alla costruzione del nuovo soggetto, ovvero alla Sezione italiana della SE. Da
subito si dar vita a un coordinamento
permanente aperto a forze politiche,
associazioni e singole personalit;
poi a settembre ci sar lavvio
della fase costituente, con la presentazione di un manifesto che delinei valori e fisionomia di questa
forza; e infine entro lautunno, si voter uno statuto e un gruppo diri-

22

gente unitario. 11 La formula organizzativa sarebbe federativa,


ma con un gruppo dirigente e statuto unitari. C il nome, visto che
Franco Giordano ha assicurato ai
partecipanti la disponibilit del PRC
a fare di Sinistra Europea il luogo in
cui far incontrare le forzegarantendo che il PRC continuer a starci
dentro con pari dignit rispetto ai
nuovi entrati, con una assemblea
costitutiva prevista ad autunno 12.
Dove per pari dignit si intende,
scrive il Manifesto (16.07. 2006), che
alla fondazione del nuovo soggetto
politico partecipino migliaia di delegati (forse tremila) e nella distribuzione dei delegati Rifondazione rivendica il 50% : nellaltra
met, tutti gli altri soggetti. Scrive
Liberazione (25.07. 2006) che il 23
settembre, al Festival di
Liberazione, il tradizionale comizio
conclusivo del segretario di
Rifondazione si trasformer in qualcosaltro. Una sorta di meeting a pi
voci, coi rappresentanti delle associazioni, dei movimenti, con gli intellettuali che hanno gi deciso di
lavorare a questo progetto. Il giorno
successivo, in un teatro romano,
unassemblea varer con tanto di
voto lavvio della fase costituente.
Che si concluder con ogni probabilit a marzo del 2007, col primo
congresso della Sinistra europea italiana.
Nella sua relazione al CPN del PRC
(Liberazione, 18 giugno 2006), il segretario Franco Giordano aveva
precisato in proposito : si tratta di
un processo aperto e coinvolgente
con tre vincoli : un simbolo, una lista, un gruppo istituzionale unitario. Una struttura policentrica e a
rete che non chieda a nessuno di
sciogliersi o di perdere la propria
autonomia politica e organizzativa,
ma che consenta di trovare una connessione dentro una ispirazione
confederale che non mette in discussione lesistenza e lautonomia
del Partito.
16) Vorrei rilevare in proposito:
- che il progetto che qui si delinea

Maggio - Agosto 2006

ha come punto dapprodo la formazione di un soggetto politico di


tipo socialdemocratico di sinistra
(nel profilo politico-ideologico) e
riformista-governista sul piano programmatico;
- che esso comporter la sparizione
del nome e della simbologia comunista del PRC nelle competizioni
elettorali e nella rappresentanza
istituzionale. Come precisa Giordano, il nuovo soggetto politico
avr un simbolo, una lista, un
gruppo istituzionale unitario che
saranno ovviamente quelli della
nuova cosa;
- si dice che il PRC manterr la sua
autonomia politica e organizzativa. Ma facile prevedere che,
come gi avvenuto nellesperienza spagnola di Izquierda Unida
(oggi approdata ad una crisi drammatica), il PRC (cos come avvenuto per il PCE), si ridurr sempre
pi ad essere una corrente interna
del nuovo soggetto politico, al
quale verr sempre pi delegata la
centralit delliniziativa politica e
istituzionale. Gi si parla di gruppo
dirigente e statuto unitari, di struttura federale, e tutto ci implica
una crescente cessione di quote di
sovranit del partito al soggetto sovraordinatore. Il PRC cio, gi debole nel suo radicamento sociale e
fortemente diviso al suo interno in
componenti strutturate, verrebbe a
perdere sempre pi la sua autonomia sostanziale, che per un partito
politico che si proclama comunista si fonda, tra laltro, sulla capacit di stabilire rapporti autonomi
organizzati coi settori di avanguardia del mondo del lavoro e della societ civile, fondati su unautonomia di progetto strategico e teorico,
appunto comunista, che qualcosa di pi e di diverso da una generica collocazione di sinistra, alternativa o radicale che dir si voglia.
Vi qui per giunta una differenza
in negativo rispetto al progetto originario di Izquierda Unida spagnola.
Essa nacque su una piattaforma politica e programmatica dichiaratamente anti-capitalista e antimperia-

Maggio - Agosto 2006

lista (prima di approdare, nel tempo, allattuale collocazione riformista ed eco-socialista); si proponeva di unire tutte le componenti
della sinistra anti-capitalistica spagnola e in quel contesto di riunificare in un solo partito tutti i comunisti spagnoli, allepoca frazionati
in tre raggruppamenti distinti.
Mentre il nuovo soggetto (la Sezione
italiana della SE) nasce gi su una
piattaforma socialdemocratica di sinistra; divide la sinistra alternativa
italiana (ne ingloba una parte, ne
esclude volutamente unaltra); e lungi dal proporsi un progetto di riunificazione dei comunisti - ne approfondisce le divisioni : sia quelle
interne al PRC, sia quelle nei confronti di altre formazioni o soggettivit comuniste (il PdCI, i l
Manifesto, La Rete dei Comunisti)
che vengono escluse da ogni coinvolgimento nel progetto.

CHE

FA R E ?

Si tratta dunque di un progetto che


va a mio parere apertamente e dichiaratamente contrastato, in
nome non gi di arroccamenti settari o nostalgici, bens opponendogli come si detto una ipotesi di
Forum unitario e strutturato di tutte
le forze comuniste e di sinistra di alternativa, senza preclusioni nei confronti di alcuno, con forti legami coi
settori pi avanzati del movimento
contro la guerra, del mondo del lavoro e della cultura. E di cui lo schieramento che ha promosso lassemblea romana del 15 luglio sulla questione dellAfghanistan potrebbe
porsi come elemento propulsore.
17)Romano Prodi ha dichiarato recentemente che la scadenza delle
elezioni europee del 2009 dovrebbe
essere la prima a vedere in campo il
nuovo Partito Democratico. Analogamente Il Riformista, in un impegnativo commento editoriale
(23.06.2009), mette a confronto il
progetto di Partito Democratico
con quello, complementare, di
Sinistra Europea in versione italiana

Movimento Comunista / Dibattito

(la Cosa rossa), e prefigura citando anche un autorevole dirigente del PRC uno scenario elettorale per il 2009 in cui per la prima
volta il PRC si presenti ad elezioni
nazionali senza pi il suo nome e il
suo simbolo, ma come parte integrante del nuovo soggetto politico in formazione.
Se questo fosse lo scenario (una
sorta di normalizzazione di sistema del centrosinistra, con una
variante social-liberale ed una socialdemocratica) quali dovrebbero
essere le scelte politiche ed elettorali dei comunisti e delle forze anticapitalistiche pi conseguenti, comunque collocate, per tenere
aperto in Italia un processo e un
progetto (non gruppuscolare) capace di non archiviare la questione
comunista e la presenza di una forza
organizzata di massa non piegata
alle compatibilit di sistema?
C materia su cui riflettere, ma il
tempo stringe e costringe ciascuno ad assumersi le proprie responsabilit.

Note
1 Il gruppo ristretto incaricato di elaborare il
Progetto di Tesi composto da Rino Serri (che lo
presiede), Famiano Crucianelli, Carlo Paolini,
Oliviero Diliberto e Fausto Sorini. A questul timo verr affidato il compito di elaborare e sten dere la bozza della parte internazionale delle
Tesi. Le tesi qui richiamate (2.9; 2.10; 2.13)
v e rranno approvate a maggioranza dal
Comitato politico nazionale chiamato a vararle
come base di discussione, con una forte opposi zione di alcuni settori del partito, di cui si fanno
interpreti con proposte di emendamenti soppres sivi o sostitutivi alcuni importanti dirigenti,
quali ad esempio Livio Maitan e Luciana
Castellina. Il Congresso nazionale approver le
tesi a maggioranza, con lastensione comples siva su di esse, ed il voto contrario sulla parte
internazionale, di un settore della maggioranza
uscente facente capo a Sergio Garavini, Lucio
Magri, Luciana Castellina (che lanno dopo
usciranno dal PRC). Mentre verranno votate
da Bertinotti (eletto segretario al posto di
Garavini), Cossutta (confermato presidente),

dal responsabile esteri Luciano Pettinari, dalle


componenti dellex-DP facenti capo a Luigi
Vinci e da quei settori del partito che poi con fluiranno nellarea de lernesto.
2 Sono proprio queste impostazioni terzaforzi ste, segnate da veti e pregiudiziali di natura
ideologica o di percorso storico, escludenti i
partiti comunisti o alcuni di essi, che ritor neranno con forza alcuni anni dopo e verranno
poste a fondamento del processo di costruzione
del Partito della Sinistra Europea, che produrr
una divisione profonda nel movimento comu nista europeo.
E incredibile rilevare quanta strada abbia fatto
su alcune questioni - levoluzione del profilo
politico-ideologico del PRC dal 1994 ad oggi. Si
ritrovano nei documenti di allora alcune for mulazioni (in positivo) che oggi apparirebbero
a molti come assolutamente scandalose o
inopportune.
3 Come si giunge alla formazione del GUE?
Bisogna innanzitutto ricordare che, fino alle ele zioni europee del 1989, vi era sempre stato nel leuroparlamento un gruppo unico dei comuni sti, con altre forze della sinistra antagonista,
quali ad esempio il Partito socialista popolare di
Danimarca o il Partito dei lavoratori di Irlanda.
La situazione muta nel 1989, su iniziativa del
gruppo dirigente del nuovo Pci di Achille
Occhetto, appena uscito dal suo 18 congresso.
Esso ormai orientato ad imprimere una forte
accelerazione al processo di avvicinamento
allInternazionale socialista e di integrazione
nella sinistra europea socialdemocratica,
come apparir evidente alcuni mesi dopo, con
la svolta della Bolognina. Ci richiede anche
atti formali di crescente distacco dagli altri par titi comunisti; e in attesa che i tempi siano ma turi per il grande salto, il nuovo Pci opera
per una collocazione intermedia e transitoria,
terzaforzista, tra il gruppo comunista europeo
e quello socialdemocratico.
Sta di fatto che, allapertura dei lavori del
Parlamento europeo eletto nel 1989, il nuovo
Pci annuncia la propria uscita dal gruppo co munista e la formazione del gruppo della
Sinistra unitaria europea, cui aderiscono non
senza titubanze e travagli interni i rappre sentanti di Izquierda unida, il Partito sociali sta popolare danese e uno su quattro degli eu rodeputati del Synaspismos (che allepoca an cora una coalizione comprendente il Kke). I par titi restanti comunisti francesi, portoghesi,
greci e Partito dei lavoratori dIrlanda sa ranno dunque costretti dalle scelte del Pci a dare

23

Movimento Comunista / Dibattito

vita, loro malgrado, ad un nuovo gruppo euro peo, che assumer la denominazione di
Coalizione delle sinistre.
A tre anni di distanza, dopo la trasformazione
del Pci in Pds, questi lascer il gruppo della
Sinistra unitaria europea per entrare
nellInternazionale socialista e nel gruppo so cialdemocratico al Parlamento europeo. I tre eu roparlamentari confluiti in Rifondazione co munista manterranno la loro precedente collo cazione.
E dunque a partire da quella divisione in due
gruppi che si svilupper negli anni successivi
liniziativa per una ricomposizione unitaria,
nella quale proprio i partiti comunisti svolge ranno un ruolo trainante.
4 Non tutte le forze che, nel Parlamento euro peo, si collocano a sinistra dellInternazionale
socialista affrontano infatti allo stesso modo il
problema di una aggregazione tra esse il pi
possibile unitaria. Tutti i partiti comunisti e di
sinistra socialista si dichiarano a favore di un
gruppo unitario che comprenda anche i verdi.
Tale ipotesi non riuscir a concretizzarsi per lin disponibilit dei verdi, tra i quali prevale una
linea di chiusura settaria alla cooperazione con
i partiti comunisti. I verdi pertanto sceglieranno
di fare gruppo a s, dichiarandosi al pi dispo nibili ad integrare nelle proprie file Izquierda
unida e alcune altre forze di sinistra non co munista (Synaspismos e Partito socialista po polare danese).
Di fronte a tale orientamento, il Psp danese, in
cui forte la preclusione verso la pi parte dei
partiti comunisti, sceglie di aderire al gruppo
verde. Una forte propensione in tal senso si ma nifester fino allultimo anche in settori consi stenti del Synaspismos e in Izquierda unida,
nelle sue componenti non comuniste, che con tano allepoca circa un terzo della coalizione.
Posti di fronte alla scelta tra gruppo unitario
con i comunisti e gruppo verde, questi settori
hanno spinto e operato fino allultimo per la se conda soluzione, cercando di coinvolgere in essa

24

anche Rifondazione comunista. La quale di versamente da quello che diversi anni dopo av venuto col la formazione del Partito della
Sinistra Europea non si resa disponibile per
operazioni di segno terzaforzista e di rottura
nei confronti di altri partiti comunisti.
5 Tra i partecipanti si ritrovano ad esempio : i
PC di Cuba, Brasile, Colombia (PCC e FARC),
Argentina, Cile, Uruguay, Venezuela, Messico,
SalvadordallAmerica Latina.
I PC di Portogallo, Grecia, Cipro (AKEL),
Spagna (PCE e PCPE), Catalogna (PCC),
Italia (PRC e PdCI), Francia (PCF), Boemia e
Moravia, SlovacchiadallEuropa, cui va ag giunta la presenza di pressoch tutti i maggiori
PC delle Repubbliche dellex Unione Sovietica.
DallAfrica, spicca la presenza del PC sudafri cano (SACP) e di quello del Sudan; dal Medio
Oriente i PC di Israele, Libano, Egitto, Palestina
(nelle loro diverse ar ticolazioni), Iran,
Giordania, Siria (i due PC).
DallAsia viene la presenza sicuramente mag giore in termini di rappresentativit : i PC di
Vietnam, Cina (osservatore), Laos, Corea del
Nord, India (CPI e CPI-m), Nepal, Filippine
(CPF-1930), oltre ai PC delle Repubbliche asia tiche dellex-Urss.
6 Il testo completo del comunicato, con lelenco
dei partecipanti, in : lernesto, n.6, 2005.
7 Chi volesse approfondire temi e informazioni
connessi alla formazione e allo sviluppo della
SE, ampiamente trattati dallautore su questa
rivista e altrove, pu consultare il sito www. lernesto.it Nella home-page cliccare in alto a si nistra su : Ricerca in Rassegna Stampa :
quindi, nella finestra che si apre, digitare il
nome dellautore (Fausto Sorini) e cliccare.
8 Nel suo intervento alla Conferenza interna zionale dei PC (Atene, 18-20 novembre 2005),
la delegazione del KSCM dichiara : La lotta
tra posizioni comuniste, rivoluzionarie e posi -

Maggio - Agosto 2006

zioni riformiste in corso nel movimento comu nistaLultima espressione delle componenti ri formiste si recentemente concentrata nella SE,
in connessione con la sua integrazione nelle
strutture dellUE. La SE produce divisioni nella
sinistra in Europa, mentre il punto di partenza
per la costruzione un fronte antimperialista eu ropeo dovrebbe essere laccordo sul fatto che lUE
parte integrante di un imperialismo euro-at lantico, contro cui necessario concentrare le
forze.
9 In un articolo pubblicato su Hal noviny
l11.02.2005 il responsabile esteri del KSCM di chiara : Il profilo della SE deve essere pan-eu ropeo. Il Partito della sinistra europea deve pro fondere ogni sforzo per il raggiungimento di que sto obbiettivo. Abbiamo chiesto che fossero invi tati almeno 27 partiti comunisti e di sinistra di
tutta lEuropa (tra questi i Partiti comunisti di
Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Paesi
baltici, Scandinavia, ex Jugoslavia, Turchia,
Gran Bretagna, Portogallo, Grecia, ecc.) per un
incontro finalizzato a dibattere con loro le que stioni riguardanti lunit della sinistra europea.
Ci avrebbe consentito a tutti di prendere cono scenza delle loro opinioni e condizioni ed anche
di ci che impedisce loro di collaborare con il
Partito della sinistra europeaNiente di quanto
contenuto nelle nostre proposte stato accoltosi
evidenziata larroganza dei partiti leader della
SE Ci siamo convinti che non vi alcuna vo lont politica di cambiare il profilo della SE in
senso pan-europeo e che il principio delle deci sioni prese col consenso in pratica esiste.
10 P i e ro Di Siena, dellAssociazione per il
Rinnovamento della Sinistra; Pietro Folena e
Tiziano Rinaldini della rete Uniti a Sinistra;
Gianfranco Pagliarulo, dellAssociazione
Rossoverde: ovvero le tre associazioni promotrici
del seminario di Orvieto del 14-15 luglio 2006.
11 lUnit, 15 e 16 luglio 2006
12 Il Manifesto, 15.07.2006

Maggio - Agosto 2006

Movimento contro la guerra

Quando, all'epoca della guerra


contro l'Afghanistan, il mondo
dei Social Forum coni lo slogan
senza se e senza ma
lo fece per marcare la propria
differenza da un approccio pacifista
che si voleva condizionato
dall'intervento o meno dell'Onu

L'impasse
americana
e l'Europa potenza

di Salvatore Cannav
Parlamentare PRC - Sinistra Europea

POTENZIALIT

E LIMITI DEL MOVIMENTO PACIFISTA DI FRONTE ALLE

CONTRADDIZIONI DELLA GUERRA GLOBALE .

C OSTRUIAMO

UN

NUOVO MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA , RADICALE E UNITARIO

he lepoca in cui viviamo sia definibile come quella della guerra globale permanente ormai un fatto
acclarato e purtroppo molto evidente. Lanciata dopo lattentato
alle Torri gemelle dell11 settembre, la fase della guerra a oltranza
elaborata dallamministrazione
Bush riuscita a interessare la vasta
area che va dal Mediterraneo fino
allOceano indiano, in quella zona
che viene descritta con il linguaggio, economicamente interessato,
della
geopolitica
Grande
Medioriente (GMO). Questa realt,
che segna la fase internazionale e in
essa il ritmo della lotta di classe su
scala globale sempre meno favorevole alle classi popolari, dura da cinque anni e probabilmente durer
ancora per molto tempo. Ma non
procede linearmente n senza contraddizioni. Anzi, sono proprio le
contraddizioni, visibili ed esplosive
su scala internazionale, che oggi
marcano una situazione in cui la
guerra globale incontra resistenze
crescenti, soprattutto armate, e
nuovi conflitti invisibili tra i due
grandi poli imperialistici, gli Usa e
lEuropa. Senza lutilizzo di queste
categorie contraddizioni, polo imperialista, ruolo dei movimenti popolari la fase attuale non riesce a
essere compresa adeguatamente se
non allinterno di definizioni enfatiche e retoriche come quelle che
hanno accompagnato la partenza
dei soldati italiani per il Libano.

Retorica pseudo-pacifista compresa.


Non c dubbio, infatti, che le mire
espansionistiche del neoimperialismo statunitense solo unanalisi
impressionistica e tendente allastrazione come quella dellImpero, veicolata imprudentemente
dentro il dibattito di Rifondazione
comunista, poteva non vedere quale
forza imperialistica stesse montando allinterno della pi grande
potenza che il mondo abbia mai conosciuto siano oggi alle prese con
unimpasse del progetto strategico
del GMO, con una difficolt crescente sul piano militare delle forze
Usa e con una difficolt politica allinterno stesso degli Stati Uniti. Ci
troviamo di fronte a quella che il
Time ha definito la crisi della diplomazia del cow boy o che in altri
termini potremmo definire limpasse strategica dellunilateralismo
statunitense bloccato da una resistenza armata non entriamo qui in
valutazioni di merito circa la natura
di questa resistenza n sulle sua finalit storiche sia in Iraq che in
Afghanistan e, per conflitto interposto, da Hezbollah contro Israele.
Si tratta di un elemento rilevante
che non pu farci inclinare verso
unesaltazione di tali resistenze
quasi si trattasse di novelli vietcong,
ma che, se accompagnato alla situazione di rapida crescita del movimento antiliberista e anticapitalista dellAmerica latina (con ben al-

tro segno politico e con ben altri legami con la nostra lotta), rende evidente la situazione di difficolt che
il progetto egemonico dellamministrazione Bush incontra su scala
internazionale (tra laltro questa
stessa situazione che spinge molti
dei fautori della non-violenza a evidenziare limportanza di sostenere,
o quanto meno di non ostacolare,
la resistenza armata di Hezbollah!).
Questa condizione si rispecchia
nella necessit per lamministrazione Bush di tenere nel debito
conto la campagna elettorale per le
imminenti elezioni di medio termine che si terranno a novembre e
che vedranno il rinnovo del
Congresso e di un terzo del Senato.
A questa impasse non ha certo giovato la sconfitta militare subita da
Israele nellavventura libanese. Una
sconfitta che ha contribuito a destabilizzare il nuovo governo, e il
nuovo equilibrio politico (la prima
volta di uninedita alleanza tra la
neonata Kadima e i laburisti di Amir
Peretz) di Israele stesso, alle prese
con una crisi politica il cui esito altamente incerto. Una sconfitta che
si riflette immediatamente negli
equilibri complessivi dellarea in cui
accresciuto a dismisura il nuovo
ruolo dellIran come potenza regionale e, soprattutto, come punto
di riferimento di un mondo islamico che ormai va al di l del mondo
sciita anche per effetto della resistenza di Hezbollah.

25

Maggio - Agosto 2006

Movimento contro la guerra

Una situazione che la dice lunga sugli effetti di normalizzazione e stabilizzazione della guerra permanente: in cinque anni gli Usa sono
riusciti a eliminare uno dei maggiori fattori di stabilizzazione, per
loro, dellarea mediorientale rappresentato dallIraq; hanno incendiato quel paese esponendone la
popolazione a una condizione brutale di guerra permanente; hanno
creato una situazione di guerriglia
diffusa in Afghanistan; hanno contribuito, con la delegittimazione
progressiva dellAutorit Nazionale
Palestinese (aiutati in questo dagli
errori e dalla corruzione di Fatah)
alla vittoria di Hamas nei Territori
occupati; hanno aiutato lIran a presentarsi come baluardo degli interessi del mondo arabo-musulmano;
infine, con lincondizionato aiuto a
Israele, hanno permesso a
Hezbollah di divenire eroica. Non
c male come strategia di normalizzazione che ha un risvolto drammatico dal punto di vista delle popolazioni civili: i palestinesi sono
sempre pi strozzati non solo da
unoccupazione criminale e da una
rappresaglia indiscriminata ma anche da un embargo internazionale
che ne mette a repentaglio la sopravvivenza fisica; il Libano stato
semidistrutto dalla furia selvaggia
israeliana; gli iracheni sono ostaggio di una violenza senza fine, cos
come gli afghani. Se il presidente
Usa potesse venire giudicato dallintera popolazione mondiale sarebbe
costretto a fuggire nello spazio
IL

RITORNO

D E L L E U R O PA P O T E N Z A

In questa condizione di impasse e di


fallimento strategico, non c dubbio che si sia aperto un nuovo ruolo
per lUnione europea e per una diplomazia internazionale ispirata ai
canoni del multilateralismo pi
classico, quello cio che senza rompere lasse con gli Stati Uniti cerca
di consolidare gli interessi europei
in aree a rilevante interesse geoeconomico. Secondo il commissario
europeo Mario Monti, intervenuto

26

al tradizionale seminario di Cernobbio organizzato dal Forum


Ambrosetti, lUnione europea
sembra oggi meno pallida e avvilita
di un anno fa nel confronto con gli
Usa. Lunilateralismo del presidente Bush ha mostrato i suoi limiti
sia sul terreno di guerra sia sulla
scena politica mentre il multilateralismo dellEuropa ha ripreso quota
e dignit anche agli occhi dellamministrazione americana (Repub blica, 3 settembre 2006). In questa
analisi Monti spalleggiato da uneminente figura della Cdu tedesca,
Wolfgang Shauble, intervenuto al
medesimo seminario: La lotta al
terrorismo, le questioni relative allordine e al disordine mondiale
non possono essere risolte da un
paese solo. La gente vuole sicurezza
e pace ma sa che sicurezza e pace
non possono essere garantite dallo
Stato in cui si vive. LEuropa non
pu essere unalternativa degli Stati
Uniti. Europa e America, che lo vogliano o no, hanno un destino comune, lintegrazione europea uno
dei pilastri fondamentali dellAlleanza atlantica. Se si guarda al
modo con cui lEuropa stata accanto agli Usa nella vicenda dei
Balcani uno dei pi alti momenti
del multilateralismo ed oggi impegnata, sempre con un ruolo di
primo piano dellItalia, in
Afghanistan si capisce cosa vogliano
dire quelle parole soprattutto in termini di potenziamento dellAlleanza atlantica e di maggiore sovraesposizione militare del nostro
paese. Ma nellintervista rilasciata
a Le Monde dal nostro ministro degli Esteri, Massimo DAlema, alla vigilia della spedizione in Libano, che
queste analisi trovano la pi puntuale traduzione politica. Dice
DAlema a proposito dellUnifil e
della risoluzione Onu 1701: Gli
Americani hanno anchessi un
grande interesse al successo della risoluzione. Con tutta evidenza essi
cercano una via di uscita alla crisi.
LIraq una tragedia e i progetti di
nuovo Medioriente un disastro.
Questa volta, gli Stati Uniti hanno
bisogno dellEuropa. Bisogna aiu-

tarli e approfittarne per aiutarli a


cambiare il loro approccio. Aiutare
gli Stati Uniti a cambiare il loro approccio, cio la loro strategia in funzione dei propri interessi vitali. Non
c male quanto a presunzione o ad
autoinganno. Sarebbe infatti pi logico se DAlema o il governo italiano o i maggiori governi europei
dicessero pi semplicemente che
limpasse americana offre loccasione per tornare a un ruolo da protagonisti in unarea dagli enormi interessi economici bisogna ancora
sottolineare limportanza del petrolio o del gas? O la necessit di stabilizzare una zona nevralgica per il
commercio con lest asiatico, bussola del nuovo governo Prodi?
fatto che spiega la rinnovata unit
europea e la stessa impresa libanese.
IL

FRONTE LIBANESE

E evidente che in questa analisi non


sfugge il mutamento di clima e di
rapporti complessivi con la fase precedente. E evidente che il ruolo degli Usa relativizzato e che in questo contesto una missione come
quella dei Caschi blu in Libano
possa anche essere presentata come
il ritorno dellOnu e quindi del
multilateralismo (a meno di non
considerare lOnu come espressione sic et simpliciter di un nuovo
pacifismo globale). Non c dubbio
che un cambiamento si sia verificato. Quello che dobbiamo saper
analizzare se si tratta di un cambiamento epocale, come anche nel
nostro partito viene affermato con
una certa leggerezza o addirittura
con una retorica pacifista superficiale, o se invece non si tratti pi
prosaicamente di una fase di compromesso tra interessi capitalistici
differenti le famose e rimosse contraddizioni interimperialistiche che oggi trovano una nuova composizione e un nuovo equilibrio in
vista di una fase successiva. Che si
tratti di questa situazione, a nostro
giudizio dimostrato dalle tante ambiguit della risoluzione 1701 e dalla
modalit politico-operativa con cui

Maggio - Agosto 2006

la missione Unifil stata impostata.


Innanzitutto, va segnalata la contraddizione tra una missione di interposizione che curiosamente si
disloca solo sul territorio di uno dei
due paesi oggetto del conflitto, tra
laltro il paese aggredito e non il
paese aggressore. Questa decisione
chiarisce limpidamente il senso politico della missione e la sua natura:
proteggere Israele, lo stesso Stato
che ha provocato mille morti tra i
civili in Libano, dagli attacchi di
Hezbollah indicato senza ambiguit
come il responsabile della guerra
(provocando tra le file israeliane
poco pi di cento morti di cui il 70%
tra i militari). In questa paradossale
equidistanza va segnalato, per
quanto riguarda lItalia, un ulteriore elemento di contraddizione. Il
nostro paese, infatti, firmatario di
un accordo di cooperazione politico-militare con Israele (come ben
documentato da Manlio Dinucci su
il manifesto e poi dallappello promosso da Alex Zanotelli) che non
garantisce della sua terziet nellinterposizione (a meno di non affidarsi alle foto che il ministro
DAlema si fa scattare accanto a dirigenti di Hezbollah).
Anche il dibattito sul disarmo o
meno dei militanti di Hezbollah
indicativo della natura unilaterale
della missione. Si tratta infatti di
una questione eminentemente libanese che in un modo o nellaltro
viene ricondotta alliniziativa internazionale. Il supporto dei Caschi
blu allesercito libanese ma non
c nessun intervento in relazione
allesercito israeliano rappresenta
pi di uningerenza negli affari interni libanesi. Quanto alla natura di
questa ingerenza basta osservare i
movimenti sulla ricostruzione del
Libano si vedano a tal proposito
gli articoli del Sole 24 Ore e gli interessi incrociati tra la Francia,
lArabia Saudita e la famiglia Hariri
contrapposti a quelli della stessa
Hezbollah sostenuta da Teheran ,
il conflitto della stessa Francia con
la Siria, gli interessi iraniani
dellEuropa, la competizione geopolitica con gli Usa. Non un caso

Movimento contro la guerra

che la Francia abbia a lungo nicchiato in attesa del rafforzamento


delle regole di ingaggio per proteggere i suoi soldati da possibili
azioni militari dellorganizzazione
sciita che rappresenta uno dei problemi irrisolti per Parigi.
L A PA L E S T I N A

D I M E N T I C ATA

C infine un elemento incongruo


nella missione e nella risoluzione
che costituisce forse il punto decisivo di contrasto alla missione stessa
e cio la totale assenza della questione palestinese, cio il motivo
scatenante del conflitto e senza la risoluzione del quale qualsiasi intervento destinato alla sconfitta. Il
fatto che linterposizione a Gaza e
nei Territori occupati venga rinviata
ed auspicata solo in seguito al successo delloperazione Unifil indicativo della cattiva coscienza degli
occidentali perch la questione palestinese pi viva che mai, con il
massacro operato dalle rappresaglie israeliane e la continuazione indisturbata della colonizzazione. In
realt il messaggio a Israele inequivoco: la missione Onu offre loccasione di riprendersi dalla sconfitta, protegge lo stato ebraico a
Nord lasciandolo indisturbato nel
proseguire la sua azione a Gaza e nei
Territori occupati e promette una
soluzione complessiva solo quando
Israele sar pronto e cio quando la
colonizzazione arriver al punto di
soddisfazione massima del governo
di Tel Aviv. Qui c la pi grande ipocrisia ed un peccato che su questo
punto non si sia dato corso a quanto
sostenuto lo scorso 18 luglio dal segretario del Prc, Franco Giordano,
nel dibattito parlamentare italiano
seguito alle operazioni militari di
Israele in Libano. Diceva Giordano:
Linterposizione deve poter essere
a protezione dei confini e delle popolazioni civili: uninterposizione
di peacekeeping e non di coercizione.
Ma oltre che ai confini del Libano come lei (ministro, ndr.), peraltro,
ha affermato - occorrerebbe dispiegare le forze dinterposizione a

Gaza e in Cisgiordania; dobbiamo


evitare, insomma, di legittimare a
valle scelte unilateralmente determinate con luso della forza. Se questa missione serve ad applicare,
come lei ha detto, una risoluzione
dellONU, allora indispensabile
far applicare altre disposizioni e risoluzioni dellONU che riguardano
i confini dello Stato di Palestina,
vale a dire la risoluzione n. 338 e la
risoluzione n. 242. Questo impegno non c e nulla fa pensare che
ci sar a breve termine.
Scegliendo di andare massicciamente in Libano, lItalia si schierata dalla parte del multilateralismo
pi classico e del resto non fu il
governo DAlema ad autorizzare i
bombardamenti Nato su Belgrado?
in cerca di un ruolo di primo
piano del governo Prodi sulla scena
internazionale finalizzato a riannodare il filo dei propri interessi mediorientali. Questo elemento
certo, le ricadute sulla pace molto
meno e comunque dipendenti da
variabili le scelte di Israele, latteggiamento di Iran e Siria, la riorganizzazione interna degli Usa
che non sono sotto il dominio
dellUnifil. Per questo restiamo
contrari alla missione almeno fino
a quando non ce ne venga dimostrata lintenzionalit di pacificazione, il che pu avvenire solo in relazione ad alcune condizioni precise: linterposizione a Gaza e in
Cisgiordania, cio sui confini del
67, in funzione della nascita dello
stato palestinese accanto a quello
israeliano e quindi la fine del massacro dei palestinesi, compreso
lembargo internazionale, e il riconoscimento dei suoi legittimi governi; da questo punto di vista
lItalia pu farsi promotrice, con
queste finalit, nel pieno rispetto
della risoluzione 242 dellOnu, di
una conferenza internazionale di
pace. Nello stesso spirito, il contingente Unifil dovrebbe schierarsi sul
confine israelo-libanese, garantendo cos il pieno ritiro delle
truppe israeliane e la sua vera imparzialit; sarebbe cos risolta in
modo chiaro lambiguit circa il dis-

27

Movimento contro la guerra

armo di Hezbollah; in terzo luogo,


motivando la scelta come un cambio di strategia politica e diplomatica, lItalia dovrebbe ritirare le sue
truppe dallAfghanistan; infine,
nessun aumento delle spese militari
dovrebbe derivare da questa nuova
missione. Si tratta di condizioni che
non vengono richieste da impenitenti militanti antimperialisti ma anche da un settore molto importante
del movimento pacifista come
quello rappresentato da padre
Zanotelli che proprio in questo
senso ha redatto un appello (vedi il
sito www.ildialogo.org) che ha gi
raggiunto oltre 3500 adesioni.
UN

NUOVO

M O V I M E N T O PA C I F I S TA

Su questa vicenda, invece, il movimento pacifista stato portato alla


divisione e allo scontro interno. La
scelta della divisione e dello scontro
stata deliberata da un preciso settore, la Tavola della Pace, con la convocazione di una manifestazione ad
Assisi nata contro la guerra di
Israele e che si tradotta in un
chiaro sostegno al governo Prodi e
alla missione Onu. Ovviamente
del tutto legittimo essere in sintonia
con una precisa scelta di politica internazionale, e del resto la Tavola
della Pace, sia nella vicenda del
Kosovo che in quella dellAfghanistan, non ha lesinato i suoi sostegni ai governi o ai gruppi parlamentari dellUlivo. Per, esporre il
movimento a un nuovo collateralismo, specialmente dopo il dibattito
sullAfghanistan, ha rappresentato
una scelta tanto lucida e consapevole quanto scellerata.
Il problema che oggi il movimento, o meglio i suoi gruppi dirigenti, quelli prodotti dalle pi importanti associazioni, vivono in
forma subordinata e passiva il rapporto con il governo amico e questo esalta, addirittura pi che in passato, divisioni e divergenze che pure
ci sono sempre state. Quando, allepoca della guerra contro
lAfghanistan, il mondo dei Social

28

Forum coni lo slogan senza se e


senza ma lo fece per marcare la
propria differenza da un approccio
pacifista che si voleva condizionato
dallintervento o meno dellOnu.
Non a caso sullAfghanistan la Cgil
parl di contingente necessit, la
Tavola della Pace si espresse con
molte ambiguit e lunica manifestazione realizzata, quella del 10 novembre 2001, fu indetta dallarcipelago Social forum con dentro
Rifondazione, il sindacalismo alternativo, i centri sociali, ma anche la
Fiom e lArci allinsegna di una visione radicale che non giustifica
mai la guerra. Organizzazioni
queste ultime che si erano gi spese
coraggiosamente allepoca del
Kosovo (e come non ricordare lencomiabile impegno di To m
Benettollo). Le cautele sullAfghanistan (dove alcune di queste organizzazioni hanno accettato la scelta
del governo pur avendo sempre dichiarato la propria contrariet) e
lentusiasmo per il Libano, che vede
in prima fila la nostra Rifondazione
comunista, fanno trasparire lemergere di nuove divisioni e di pi accentuate divergenze. Ed un peccato, perch se un elemento di novit ha caratterizzato la societ italiana degli ultimi cinque anni, questo stato proprio il movimento pacifista. Certo, il presidente della
Camera pu legittimamente pensare che questo movimento giustifichi e renda strategico lintervento
in Libano, in una sorta di pacifismo
in armi che mal si concilia con la teoria della non-violenza, cos come
pu pensarlo il circuito che si riconosce nella Perugia-Assisi. Ma per
chi ha fatto della critica al multilateralismo un elemento di maturazione della propria lotta alla guerra,
cos come per quei settori che rifiutano la costruzione della pace tramite lo sbarco dei mezzi anfibi e dei
carri armati, il problema pi complicato. Per parte nostra non possiamo che auspicare, e lavorare, per
la massima unit del movimento
che, per dirla alla Gino Strada, dovrebbe oggi dichiararsi in primo
luogo contro la guerra. Ununit

Maggio - Agosto 2006

che non pu derogare da coordinate ben precise e da una nettezza


dellimpegno. E con questo spirito
che abbiamo animato il dissenso
sullAfghanistan e che oggi cerchiamo di motivare, sia pure consapevoli dei nostri limiti e del nostro
essere minoranza, la contrariet
alla missione in Libano. Ma tutto il
movimento non pu non porsi il
problema di questa corsa al militarismo che gi parla di aumento delle
spese militari e di finanziarie che devono farsi carico delle responsabilit internazionali.
Per questo, fino allultimo occorre
trovare i termini di una mobilitazione unitaria. Il modo pi efficace
per farlo, ovviamente nella determinazione a non dividersi, quello
di una vera assemblea di massa da
realizzare in tempi brevi, partecipata e con garanzie di intervento da
parte di tutti. Una assemblea che
non contrasti con le scadenze di mobilitazione gi indette la giornata
internazionale promossa dal Forum
sociale di Atene e prevista per il
prossimo 30 settembre e, forse, la
Perugia-Assisi e che provi a rilanciare un nuovo movimento contro
la guerra che abbia alcuni punti
chiari ed espliciti: il ritiro delle
truppe italiane dai teatri di guerra
(con la gestione unitaria delle legittime divergenze sulla missione in
Libano respingendo quindi lesaltazione della stessa da parte del movimento), limpegno per la soluzione del problema palestinese, il rifiuto dellaccordo militare dellItalia con Israele, il no alle spese militari, la chiusura delle basi militari
straniere sul suolo italiano. Sono i
temi rilanciati dallassemblea dello
scorso 15 luglio a sostegno dei parlamentari contrari a rifinanziare la
missione in Afghanistan e poi ripresi dallassemblea di Genova del
22 luglio. Su questi punti esiste ancora una grande vitalit e disponibilit da parte di un popolo della
pace fatto per lo pi di persone
ignote e che spesso vedono parlare
a nome loro i soliti noti. Il futuro
del movimento dipende anche dal
ribaltamento di questi due fattori.

Maggio - Agosto 2006

Libano

Il movimento anti-guerra
nei Paesi della NATO
potrebbe aiutare fortemente
la lotta della resistenza nazionale
libanese e la causa della pace
in Libano mobilitandosi contro l'invio
di ogni tipo di truppe NATO

La guerra
dei 33 giorni
e la risoluzione
1701 dell'Onu

di Gilbert Achcar *

UNA

LUCIDA ANALISI SULLE RAGIONI DELL ' AGGRESSIONE

ISRAELIANA CONTRO
MISSIONE

LA

a risoluzione adottata dal Consiglio


di Sicurezza dellONU in data 11
agosto 2006 non soddisfa interamente n Israele, n Washington,
n Hezbollah. Questo non significa
che sia equa e bilanciata, ma solo
che la dimostrazione temporanea
di uno stallo militare.
Hezbollah non ha potuto infliggere
una sconfitta militare importante
ad Israele, possibilit questa che
stata sempre esclusa dallassoluta
sproporzione delle forze, proprio
come era stato impossibile alla resistenza vietnamita infliggere una
sconfitta militare importante agli
Stati Uniti; neppure Israele, per,
ha potuto infliggere una sconfitta
militare importante o in effetti
una qualunque sconfitta al mondo
a Hezbollah. In questo senso,
questultimo, senza alcun dubbio, il
vero vincitore politico, come Israele
il vero perdente, della guerra dei
33 giorni scoppiata il 12 luglio; nessun discorso di Ehud Olmert o di
George W. Bush pu alterare questa ovvia verit1.
Per comprendere la posta in gioco,
necessario riassumere gli scopi
perseguiti nelloffensiva israeliana e
sostenuti dagli Stati Uniti. Lo scopo
principale dellattacco israeliano era, naturalmente, distruggere Hezbollah; Israele ha cercato di raggiungere lobiettivo con una combinazione di tre mezzi principali.

HEZBOLLAH

ED IL

L IBANO

E SUI RISCHI DELLA

UNIFIL.

NECESSIT DI EVITARE UNO

SCENARIO

Il primo consisteva nellinfliggere a


Hezbollah un colpo fatale tramite
una campagna di bombardamenti
post-eroica, vale a dire vigliacca,
sfruttando il vantaggio schiacciante ed asimmetrico di Israele
nella forza di fuoco. Questo mirava
ad interrompere le vie di rifornimento di Hezbollah, a distruggere
gran parte della sua infrastruttura
militare (riserve di missili, lanciarazzi, ecc.), ad eliminare un numero importante di militanti e a decapitarlo, con lassassinio di Hassan
Nasrallah e di altri leader chiave del
partito.
Il secondo consisteva nel volgere la
base di massa di Hezbollah fra gli
sciiti libanesi contro il partito: Israele lo avrebbe indicato come responsabile della loro tragedia tramite una frenetica campagna di
operazioni psicologiche (PSYOP).
Questo richiedeva, naturalmente,
linfliggere agli sciiti libanesi un disastro massiccio, con una campagna
di bombardamenti criminale ed
estesa, tale da radere deliberatamente al suolo interi villaggi e quartieri e da uccidere centinaia e centinaia di civili. Non era la prima volta
in cui Israele ricorreva a questo tipo
di stratagemma uno standard, fra
i crimini di guerra. Quando lOrganizzazione per la Liberazione della
Palestina (OLP) era attiva nel sud
del Libano, in quella che, prece-

AFGHANO

dentemente alla prima invasione


israeliana nel 1978, era chiamata
terra di Fatah, Israele era solita
martellare pesantemente larea abitata, tutto intorno al punto da cui
era stato lanciato un missile contro
il proprio territorio, bench i razzi
fossero stati sparati da zone disabitate. A quel tempo, lo stratagemma
era riuscito ad alienare allOLP il sostegno di una parte significativa
della popolazione del Libano del
sud, elemento favorito dal fatto che
i leader reazionari erano ancora una
forza importante e che i guerriglieri
palestinesi potevano essere facilmente ripudiati come stranieri per
il loro comportamento in genere
disastroso. Questa volta, dato il prestigio incomparabilmente superiore
di Hezbollah fra gli sciiti libanesi,
Israele pensava di poter ottenere lo
stesso effetto semplicemente incrementando la portata e la brutalit
della punizione collettiva.
Il terzo consisteva nel distruggere in
modo massiccio ed in profondit la
vita dei libanesi nel loro insieme,
prendendoli in ostaggio con un assedio dal cielo, dal mare e dalla
terra, in modo da incitare la popolazione, ed in particolare le comunit diverse da quelle sciite, contro
Hezbollah, creando cos un clima
politico favorevole ad unazione militare dellesercito libanese contro
lorganizzazione sciita. Questo il

29

Libano

motivo per cui, allinizio delloffensiva, gli ufficiali israeliani dichiaravano di non voler alcuna altra forza,
nel sud del Libano, che non fosse
lesercito libanese, rifiutando specificamente una forza internazionale
e sputando sullUNIFIL, che gi
cera. Questo stato in effetti il progetto a cui miravano Washington e
Parigi nel periodo in cui lavoravano
insieme per produrre la risoluzione
1559 del Consiglio di Sicurezza
dellONU, nel settembre 2004, che
richiedeva il ritiro delle truppe siriane dal Libano e lo scioglimento
ed il disarmo di tutte le milizie, libanesi e non libanesi, vale a dire di
Hezbollah e delle organizzazioni
dei palestinesi nei campi profughi.
Washington aveva creduto che, una
volta allontanate le forze siriane dal
Libano, lesercito libanese, che aveva ricevuto lequipaggiamento ed
era stato addestrato in primo luogo
dal Pentagono, sarebbe stato in grado di sciogliere e disarmare Hezbollah. Lesercito siriano, in effetti,
si era ritirato dal Libano nellaprile
del 2005, non per la pressione di
Washington e Parigi, ma per il tumulto politico e la mobilitazione di
massa determinata dallassassinio,
nel febbraio di quellanno, dellex
primo ministro Rafik Hariri, amico
molto stretto della classe dirigente
saudita.
Lequilibrio di forze nel Paese, alla
luce delle dimostrazioni e delle contro-dimostrazioni di massa che
erano avvenute, non aveva reso possibile immaginare, alla coalizione
alleata degli Stati Uniti, di risolvere
la questione Hezbollah con la forza.
Erano stati persino costretti a fare le
successive elezioni legislative, a
maggio, in unampia coalizione con
Hezbollah, e a reggere quindi il
Paese con unintesa di governo che
comprendeva due ministri di questo partito. Il risultato deludente
aveva indotto Washington a dare il
via libera ad Israele per lintervento
militare: era solo necessario un pretesto adeguato, fornito il 12 luglio
dalloperazione di Hezbollah attraverso la frontiera.
Valutata in base allo scopo primario

30

e ai tre mezzi sopra descritti, loffensiva israeliana stata un chiaro e


totale fallimento. chiarissimo che
Hezbollah non stato distrutto
ben lungi da ci. Ha mantenuto il
grosso e della struttura politica, e
della forza militare, concedendosi il
lusso di bombardare il nord di
Israele fino allultimissimo minuto
prima del cessate il fuoco, la mattina
del 14 agosto. Non stato isolato
dalla sua base di massa, che si anzi
considerevolmente ampliata in
Libano, non solo fra gli sciiti, ma anche in altre comunit religiose; questo senza accennare al grande prestigio che questa guerra gli ha apportato, soprattutto nella regione
araba e nel resto del mondo musulmano. Ricordo per ultimo un fatto
di non minore importanza: tutto ci
ha spostato il bilancio generale
delle forze in Libano in una direzione che lesatto opposto di quanto atteso da Washington e da Israele:
Hezbollah ne riemerso molto pi
forte e pi temuto dai suoi oppositori, dichiarati o meno, e cio gli
amici degli USA e del regno saudita.
Il governo libanese si sostanzialmente schierato con detto partito,
mettendo al vertice delle priorit la
protesta contro laggressione israeliana2.
Non vi alcun bisogno di soffermarci ancora sullinsuccesso pi evidente di Israele: leggere la valanga
di commenti critici dalle fonti israeliane pi che sufficiente, e quanto
mai rivelatore. Uno dei commenti
pi taglienti stato quello espresso
da Moshe Arens, per tre volte ministro della difesa, indiscutibilmente un esperto. Ecco cosa scrive
su Haaretz, in un breve articolo che
vale un libro: Ehud Olmert, Amir
Peretz e Tzipi Livni] hanno avuto alcuni giorni di gloria quando ancora
credevano che con il bombardamento del Libano da parte dellIAF
(Forze Aeree Israeliane) si sarebbero liberati di Hezbollah, portandoci la vittoria senza fatica. Ma, man
mano che procedeva la guerra, da
loro gestita in modo tanto incompetente..., hanno perso gradualmente sicurezza. Qui e l hanno an-

Maggio - Agosto 2006

cora rilasciato alcune dichiarazioni


bellicose, ma cominciando a cercare una via duscita un modo per
districarsi da una serie di situazioni
di cui non erano chiaramente in
grado di farsi carico. Hanno cercato
una pagliuzza a cui aggrapparsi e
quale pagliuzza migliore del
Consiglio di Sicurezza dellONU?
Non necessario battere militarmente Hezbollah: lasciamo che
lONU dichiari un cessate il fuoco,
e Olmert, Peretz e la Livni possono
semplicemente dichiarare vittoria,
che lo crediate o no.... La guerra,
che secondo i nostri leader avrebbe
dovuto restaurare il potere deterrente israeliano, in un mese riuscita a distruggerlo3.
Arens dice il vero: via via che Israele
si dimostrava sempre pi incapace
di raggiungere uno qualunque degli obiettivi che si era proposto allinizio della nuova guerra, ha iniziato a cercare una via duscita.
Mentre compensava il fallimento
con unescalation della furia distruttiva e colma di vendetta che scatenava sul Libano, allONU i suoi
sponsor statunitensi hanno cambiato atteggiamento. Dopo aver
dato ad Israele pi di tre settimane
di tempo, bloccando ogni tentativo
di discutere al Consiglio di Sicurezza una risoluzione che richiedesse il
cessate il fuoco uno dei casi pi
drammatici di paralisi, nella storia
di questa ultrasessantenne istituzione intergovernativa Washington ha deciso di avocare a s il tutto,
continuando la guerra di Israele per
vie diplomatiche.
Con il cambio di atteggiamento,
sulla questione del Libano Washington si trovava nuovamente daccordo con Parigi. Questa, dedita
quanto gli USA, anzi loro rivale, nel
trarre il massimo dalle ricchezze
saudite, soprattutto vendendo ai governanti del luogo tecnologia militare4, sta regolarmente ed in modo
opportunistico dalla parte giusta
dei sauditi, ogni volta che insorge
una qualche tensione fra il piano di
Washington e le preoccupazioni dei
suoi pi vecchi clienti, e pupilli, medio-orientali. La nuova guerra di

Maggio - Agosto 2006

Israele in Libano era una di tali opportunit: appena laggressione omicida israeliana si dimostrata
controproducente, dal punto di vista della famiglia regnante saudita,
terrorizzata da un aumento della
destabilizzazione in Medio Oriente,
che potrebbe dimostrarsi disastrosa
per i propri interessi, hanno richiesto che la guerra cessasse, sostituita
da vie alternative.
Parigi si immediatamente espressa
a favore di questa prospettiva, e
Washington ha finito per fare lo
stesso, ma solo dopo aver dato allaggressione israeliana alcuni
giorni in pi, perch tentasse di ottenere qualche risultato militare,
salvando la faccia. La prima bozza
di risoluzione, preparata dalle due
capitali e fatta circolare allONU il
5 agosto, era un palese tentativo di
ottenere per via diplomatica quello
che Israele non era riuscito ad ottenere militarmente: mentre dichiarava un forte sostegno per la sovranit libanese, richiedeva tuttavia
la riapertura di aeroporti e porti
solo per scopi verificabilmente, e
puramente, civili, prevedendo
inoltre un embargo internazionale
sulla vendita o la fornitura al Libano
di armamenti e materiale correlato,
fatta eccezione per quanto autorizzato dal suo governo - in altre parole, un embargo per Hezbollah. Il
testo confermava la risoluzione
1559, richiedendone una supplementare che autorizzasse, in base
al Capitolo VII della Carta, il dispiegamento di una forza internazionale con il mandato dellONU
per sostenere le forze armate ed il
governo del Libano nellassicurare
una regione sicura e contribuire a
mettere in atto un cessate il fuoco
permanente ed una soluzione a
lungo termine. Questa formula
cos vaga che poteva solo significare,
in realt, una forza internazionale
autorizzata a compiere azioni militari (Capitolo VII della Carta dell
ONU), in modo da attuare la risoluzione 1559 con la forza, alleandosi
con lesercito libanese. Oltre a ci,
nessuna condizione limitava detta
forza al sud del fiume Litani, larea

Libano

che, secondo la bozza di risoluzione, avrebbe dovuto essere libera


di armamenti di Hezbollah, ed il limite della zona che Israele aveva richiesto che fosse resa sicura, non essendo riuscita a liberarsi del gruppo
medesimo nel resto del Libano.
Questo significava che si sarebbe
potuto richiedere alla forza
dellONU di agire contro Hezbollah nel resto del Libano.
Dato tuttavia che questo progetto
era totalmente ingiustificato dai risultati israeliani sul terreno, la bozza
stata sconfitta. Hezbollah vi si opposto energicamente, rendendo
chiaro che non avrebbe accettato alcuna forza internazionale che non
fosse la gi esistente UNIFIL, la
forza dellONU dispiegata sin dal
1978 lungo il confine del Libano
con Israele (la Linea Blu). Il governo libanese, sostenuto dal coro
di stati arabi, compresi tutti i clienti
degli USA, ha comunicato lopposizione di Hezbollah e la richiesta di
modifiche; Washington quindi non
ha avuto alcuna altra scelta che rivedere la bozza, stante che non avrebbe comunque superato un voto
al Consiglio di Sicurezza. Oltre a
ci, lalleato di Washington, il presidente francese Jacques Chirac
dal cui Paese ci si attende che fornisca la componente principale
della forza internazionale, guidandola aveva dichiarato pubblicamente di persona, dopo due settimane di guerra, che non era possibile alcun dispiegamento senza un
accordo
preventivo
con
Hezbollah5.
Il progetto stato quindi rivisto e rinegoziato, mentre Wa s h i n g t o n
chiedeva ad Israele di brandire la
minaccia di una grande offensiva via
terra e di iniziare effettivamente,
come mezzo di pressione, a metterla in atto, in modo da permettere
agli USA di ottenere, dal proprio
punto di vista, il massimo. Per facilitare un accordo che conducesse ad
un cessate il fuoco, che diveniva
sempre pi urgente per ragioni
umanitarie, Hezbollah ha accettato
il dispiegamento di 15.000 soldati libanesi a sud del fiume Litani, am-

morbidendo nel complesso la sua


posizione. cos che, l11 agosto, la
Risoluzione 1701 ha potuto farsi
strada fino al Consiglio di Sicurezza.
La concessione principale da parte
di Washington e di Parigi consistita nellabbandono del progetto
di creare una forza multinazionale
ad hoc, regolata dal Capitolo VII. Al
suo posto, la risoluzione autorizza
il rafforzare la forza dellUNIFIL
fino a un massimo di 15.000 uomini, riorganizzando ed accrescendo
nettamente la forza ONU gi presente. Il trucco principale, allo stesso tempo, era di ridefinirne il mandato, in modo che essa potesse ora
assistere le forze armate libanesi,
prendendo misure rivolte a creare, tra la Linea Blu e il fiume Litani,
una zona libera da ogni personale
armato, equipaggiamento o armi
diverse da quelle del governo libanese o dellUNIFIL. LUNIFIL pu
ora inoltre prendere tutte le misure necessarie, nelle zone di
dispiegamento delle sue forze, ed in
base a quanto ritiene rientrare nelle
proprie capacit, per assicurare che
questa zona di operazioni non sia
utilizzata per attivit ostili di qualsiasi genere.
Combinate, le due precedenti formulazioni si avvicinano abbastanza
al mandato del Capitolo VII, o potrebbero comunque essere facilmente interpretate in questo modo.
Di pi, il mandato dellUNIFIL effettivamente ampliato dalla
Risoluzione 1701 al di l delle sue
aree di dispiegamento, dal momento che ora pu aiutare il governo libanese, su sua richiesta, negli sforzi per rendere sicure le frontiere e altri punti dingresso, per
prevenire che entrino in Libano,
senza il suo consenso, armi o materiale correlato - frase questa che
non si riferisce assolutamente al
confine del Libano con Israele, ma
a quello con la Siria, che si estende
dal nord al sud del Paese. Queste
sono le trappole principali della
Risoluzione 1701, e non come vi si
formula il ritiro dellesercito di occupazione israeliano, come molti
hanno detto, poich il ritiro israe-

31

Libano

liano stato imposto proprio dalla


forza deterrente di Hezbollah, non
da alcuna risoluzione dellONU.
Hezbollah ha deciso di dare il via libera allapprovazione da parte del
governo libanese alla Risoluzione
1701. Hassan Nasrallah ha preso la
parola il 12 agosto, spiegando la decisione del partito di dare il suo assenso al dispiegamento su mandato
delle Nazioni Unite; ha espresso un
giudizio sulla situazione molto pi
sobrio, rispetto ad altri suoi discorsi
precedenti, e una notevole saggezza
politica. Oggi, ha dichiarato, abbiamo davanti i risultati naturali, ragionevoli e possibili, della grande risolutezza espressa dai libanesi, a
partire dalle loro varie posizioni.
Questa sobriet era necessaria: ogni
vantare una vittoria - come avevano
fatto con faciloneria i sostenitori di
Hezbollah a Damasco e a Teheran avrebbe obbligato Nasrallah ad aggiungere, come il re Pirro dellantica Grecia, Ancora una simile vittoria e sar perduto!. Il leader di
Hezbollah ha prudentemente ed in
modo esplicito espresso il rifiuto di
entrare in polemica valutando i risultati della guerra: ha insistito che
nostra vera priorit fermare laggressione, recuperare il territorio
occupato, ottenere sicurezza e stabilit nel nostro Paese, con il ritorno
dei rifugiati e dei profughi.
Nasrallah ha cos definito la posizione pratica del suo movimento:
conformarsi al cessate il fuoco e cooperare in pieno con tutto ci che
pu facilitare il ritorno dei profughi
e dei rifugiati alle loro abitazioni e
alle loro case, e tutto ci che pu
rendere pi semplici le operazioni
umanitarie e di soccorso. L h a
detto mentre dichiarava che il suo
movimento era pronto a proseguire
la lotta legittima contro lesercito
israeliano fino a che esso restasse in
territorio libanese; si tuttavia offerto di rispettare laccordo del
1996, secondo il quale le operazioni
dei due campi sarebbero state limitate agli obiettivi militari, risparmiando i civili. A questo proposito,
ha sottolineato che il suo movimento aveva cominciato a bombar-

32

dare Israele solo in reazione ai bombardamenti israeliani in Libano


dopo loperazione del 12 luglio, e
che, dato che Israele per primo
aveva esteso la guerra alla popolazione civile, su questo che ha da
ricadere il biasimo.
La dichiarazione di Nasrallah circa
la Risoluzione 1701 potrebbe essere
al meglio considerata come unadesione con molte riserve, in attesa
delle verifiche nellattuazione pratica. Ha espresso la sua protesta contro lingiustizia della risoluzione,
che nei preamboli si astiene da ogni
condanna dellaggressione e dei crimini di guerra di Israele; ha aggiunto tuttavia che poteva essere
ben peggiore, manifestando apprezzamento per gli sforzi diplomatici che avevano permesso di evitare che questo avvenisse. Il punto
cruciale era di insistere sul fatto che
Hezbollah considera alcuni dei problemi sollevati dalla risoluzione
come affari interni del Libano, da
dover essere discussi e risolti fra i libanesi stessi; ha sottolineato inoltre
la salvaguardia dellunit e della solidariet
nazionale.
Date le circostanze, la posizione di
Nasrallah era la pi corretta possibile. Hezbollah doveva fare delle
concessioni per facilitare la fine
della guerra: dato che tutta la popolazione del Libano era tenuta da
Israele in ostaggio, ogni atteggiamento intransigente avrebbe avuto
conseguenze umanitarie disastrose,
da sommare ai gi terrificanti risultati della furia israeliana, distruttrice ed omicida. Hezbollah sa perfettamente che il vero problema
rappresentato molto meno dai termini adoperati in una risoluzione
del Consiglio di Sicurezza che dalla
sua interpretazione ed applicazione
nei fatti, e che, a questo riguardo,
ad essere determinanti sono la situazione e lequilibrio delle forze
sul campo. A George W. Bush ed
Ehud Olmert, che cantano presuntuosamente una vittoria a cui d apparentemente forma concreta la risoluzione 1701, occorre solo ricordare la risposta preventiva di Moshe
Arens, nellarticolo gi citato: La

Maggio - Agosto 2006

retorica del caso ha gi iniziato a


prendere quota. Che importa se il
mondo intero vede questo accordo
diplomatico - al quale Israele ha aderito mentre riceveva ancora la sua
dose giornaliera di missili - come la
sconfitta israeliana per mano di
qualche migliaio di guerriglieri di
Hezbollah? Cosa importa se nessuno crede che un UNIFIL rafforzato disarmi Hezbollah, e che questultimo, avendo in arsenale ancora migliaia di missili, e reso veramente pi forte dal mese di riuscita
contro le possenti Forze di Difesa
Israeliane, diventi ora qualcuno con
cui cooperare per la pace?.
Il vero proseguimento della guerra
con altri mezzi gi iniziato in
pieno, in Libano. In gioco vi sono
quattro questioni principali, qui
elencate in ordine inverso di priorit. La prima, su un piano interno
libanese, il destino del governo.
Lattuale maggioranza parlamentare, in Libano, il risultato di elezioni viziate da una legge elettorale
difettosa e causa di distorsioni, applicata da un regime dominato dai
siriani. Una delle sue conseguenze
principali stata di distorcere la rappresentanza dellelettorato cristiano: molto sotto rappresentato
il movimento che guida lex generale Michel Aoun, alleatosi, dopo le
elezioni, con Hezbollah. Di pi, la
recente guerra ha incrinato fortemente il morale politico della popolazione libanese; la legittimit
dellattuale maggioranza parlamentare quindi altamente discutibile.
chiaro che ogni cambiamento del
governo a favore di Hezbollah e dei
suoi alleati altererebbe radicalmente
il senso della risoluzione 1701, dal
momento che linterpretarla dipende moltissimo dallatteggiamento del governo libanese. A questo riguardo, tuttavia, una delle
preoccupazioni pi importanti consiste nellevitare ogni slittamento
verso una nuova guerra civile in
Libano: questo quanto aveva in
mente Nasrallah, quando evocava
limportanza della unit nazionale.
Il secondo punto, pure questo sul
piano interno libanese, lo sforzo

Maggio - Agosto 2006

per ricostruire. Hariri ed i suoi sostenitori sauditi avevano accumulato influenza politica in Libano
controllando i lavori di ricostruzione, dopo i 15 anni di guerra civile, terminati nel 1990. Questa
volta avranno di fronte unintensa
competizione da parte di Hezbollah, che ha dietro lIran ed il vantaggio degli stretti legami con la popolazione libanese sciita, il principale bersaglio della guerra vendicativa di Israele. Come ha scritto su
Haaretz Zeev Schiff, analista militare israeliano di alto livello: Molto
dipende da chi aiuter a ricostruire
il sud del Libano. Se lo far Hezbollah, la popolazione sciita del SudLibano sar in debito con Teheran:
lo si dovrebbe impedire6. Questo
messaggio stato chiaramente recepito da Washington, Riyad e Beirut: oggi, rilevanti articoli su gran
parte della stampa importante negli USA suonano lallarme a questo
proposito.
La terza questione, naturalmente,
quella del disarmo di Hezbollah
nella zona delimitata nel sud del
Libano, per il dispiegarsi congiunto
dellesercito libanese e della UNIFIL rinnovata. Il pi che Hezbollah
possa concedere di nascondere
le sue armi a sud del fiume Litani
per non esporle e stoccarle in luoghi segreti. Ogni passo che vada al
di l, senza parlare di un disarmo di
Hezbollah in tutto il Libano, da
questultimo legato a una serie di
condizioni che vanno dal recupero
da parte del Libano delle fattorie di
Sheeba occupate dopo il 1967 alla
nascita di un governo e di un esercito capaci di difendere la sovranit
del Paese contro Israele e determinati a farlo. Questo punto rappresenta il primo maggior problema
nel quale potrebbe inciampare lapplicazione della risoluzione 1701,
poich nessun paese al mondo
nella posizione di disarmare Hezbollah con la forza, compito nel
quale il pi formidabile esercito
moderno di tutto il Medio Oriente
e una delle pi grandi potenze militari del mondo hanno completamente fallito. Ci significa che ogni

Libano

forza dispiegata a sud del fiume


Litani, che sia inviata dallOnu o dal
Libano, dovr accettare lofferta di
Hezbollah in modo esplicito.
La quarta questione, indubbiamente, quella della composizione
e della missione dei nuovi contingenti dellUNIFIL. Il piano iniziale
di Washington e Parigi era di rifare
in Libano ci che viene fatto in
Afghanistan, dove una forza ausiliaria della NATO, con la foglia di fico
dellONU, fa la guerra di Washington. La resistenza militare oltre che
politica di Hezbollah ha fatto fallire
questo piano. Washington e Parigi
credevano comunque di poterlo
mettere in atto, anche se in modo
graduale e camuffato, finch in Libano le condizioni non fossero tali
da permettere una grande prova di
forza della NATO e dei suoi alleati
contro gli Hezbollah.
Sicuramente i paesi che presumibilmente invieranno la maggior
parte delle forze sono tutti membri
della NATO, con la Francia, lItalia
e la Turchia che sono in attesa e la
Germania e la Spagna che sono sollecitate a seguirle urgentemente.
Ma Hezbollah non si lascia ingannare. Gi allopera per dissuadere
la Francia dallattuare il suo progetto di inviare truppe di combattimento appoggiate dalla sua portaerei ancorata vicino alle rive libanesi
nel Mediterraneo.
Per ci che riguarda lultimo punto,
il movimento anti-guerra nei Paesi
della NATO potrebbe aiutare fortemente la lotta della resistenza nazionale libanese e la causa della
pace in Libano mobilitandosi contro linvio di ogni tipo di truppe
NATO, ci dissuaderebbe i governi
di questi paesi dallaiutare
Washington e Israele nel loro lavoro
sporco. Ci di cui ha bisogno il
Libano della presenza di una vera
forza neutra di mantenimento della
pace alle sue frontiere sud e, soprattutto, che al suo popolo sia permesso di gestire i suoi problemi interni con mezzi politici pacifici.
Qualunque altra strada condurrebbe al ritorno della guerra civile
libanese nel momento in cui il

Medio Oriente e il mondo intero


hanno gi difficolt a far fronte alle
conseguenze della guerra civile in
Iraq cui Washington ha messo fuoco
e che continua ad alimentare.

* di origini libanesi, insegna Scienze


Politiche allUniversit Paris-VIII. Il suo li bro pi noto Scontro tra barbarie stato
pubblicato in pi di 12 lingue. E stato edito
in Italia con aggiornamenti nel 2006 presso
le Edizioni Alegre. Un suo libro di dialoghi
con Noam Chomsky sul Medio Oriente,
Perilous Power, sar pubblicato dalleditore
Stephen R. Shalom.

Note
1 Sulle implicazioni globali e regionali di questi
eventi, vedere larticolo The Sinking Ship of U.S.
Imperial Designs (La nave dei disegni imperiali
statunitensi in difficolt), inviato a ZNet il 7 agosto 2006.
2 Cos si espresso un osservatore israeliano in un
articolo intitolato in modo alquanto rivelatore: E
stato un erro re cre d e re che la pressione militare
avrebbe potuto avviare un processo di disarmo di
Hezbollah da parte del governo libanese. E. Inbar,
Prepare for the next round (Preparatevi per il prossimo round), in Jerusalem Post, 15 agosto 2006.
3 M. Arens, Let the devil take tomorrow (Il domani, il diavolo se lo porti), in Haaretz, 13 agosto 2006.
4 USA e Francia hanno ambedue concluso con i
sauditi, a luglio, importanti affari per quanto riguarda le armi.
5 Intervista a Le Monde, 27 luglio 2006.
6 Z. Schiff, Delayed ground offensive clashes with
diplomatic timetable (Un ritardo delloffensiva di
terra si scontra con i tempi della diplomazia), in
Haaretz, 13 agosto 2006.

33

Libano / Documenti

Maggio - Agosto 2006

C o n t ro il progetto USA
di destabilizzazione del Medio Oriente
I NCONTRO S TRAORDINARIO

DI

ATENE

DICHIARAZIONE

FINALE

n incontro straordinario dei Partiti


Comunisti e Operai del Mediterraneo Meridionale e Orientale,
della Regione del Golfo e del Mar
Rosso si tenuto ad Atene il 19 e 20
Agosto, ospitato dal Partito
Comunista di Grecia con la partecipazione della Tribuna Democratica
Progressista di Bahrain, del Partito
Tudeh dellIran, del Partito
Comunista di Israele, del Partito
Comunista Giordano, del Partito
Comunista Libanese, del Partito del
Popolo Palestinese, del Partito
Comunista Sudanese, del Partito
Comunista Siriano. Allincontro
erano presenti anche il Partito
Comunista di Cuba, AKEL di Cipro,
il Partito Comunista Unificato della
Georgia, il Partito Comunista
Portoghese, il Partito Comunista
della Federazione Russa e il Partito
Comunista di Turchia, mentre alcuni altri partiti che non hanno potuto presenziare hanno espresso il
loro sostegno inviando messaggii.
I partecipanti hanno condannato la
politica degli USA e delle altre potenze imperialiste basata sullo sfruttamento e la violazione dei fondamentali diritti democratici e civili.
Tale politica la causa reale dei conflitti e dellinstabilit nella regione.

34

M EDITERRANEO
M AR R OSSO

DEI PARTITI COMUNISTI ED OPERAI DEL

ED ORIENTALE E DELLA REGIONE DEL

I comunisti e le altre forze antimperialiste si oppongono fermamente a ci, lottando contro la


guerra imperialista, per i diritti del
popolo lavoratore, per la pace, la democrazia e il socialismo.
Lincontro scaturito dallesigenza
di esaminare la situazione, di scambiare opinioni e di assumere iniziative di solidariet con i popoli del
Libano, della Palestina e di altri
paesi della regione che stanno lottando contro le ingiuste e aggressive
operazioni militari di Israele e contro il tentativo di realizzare i piani
USA-NATO per il grande Medio
Oriente. I partecipanti hanno evidenziato e condannato laggressione israeliana al Libano del 19
Agosto e le violazioni dello spazio
aereo libanese, fatti che provano
come la risoluzione 1701/2006 del
Consiglio di Sicurezza dellONU incoraggi laggressivit israeliana.
I rappresentanti dei partiti hanno
salutato leroica resistenza e lotta
del popolo libanese e leroico comportamento del PC di Israele e delle
altre forze progressiste del paese favorevoli alla pace; essi hanno reso
omaggio alla resistenza del Partito
Comunista Libanese e ai suoi sacrifici nellambito della Resistenza
Nazionale Libanese. I rappresen-

MERIDIONALE

tanti dei partiti hanno anche salutato la lotta del popolo palestinese
e il contributo apportatovi dal Partito del Popolo Palestinese.
I rappresentanti dei partiti presenti
hanno anche salutato il massiccio
movimento mondiale di solidariet
e di protesta e valorizzato il significato internazionale della dichiarazione congiunta del 20 luglio 2006
di 71 Partiti Comunisti e Operai in
solidariet con i popoli sofferenti di
Palestina e Libano. I partecipanti
hanno messo in rilievo le responsabilit degli USA e delle altre potenze imperialiste che con il loro
comportamento hanno incoraggiato le azioni omicide dellesercito
israeliano. Il fatto che il governo di
Israele e i suoi alleati non siano stati
in grado di realizzare i loro obiettivi
in questa guerra dimostra le enormi
potenzialit del movimento di resistenza dei popoli, malgrado il difficile rapporto di forze in campo militare.
I rappresentanti dei partiti hanno
denunciato il comportamento di
quelle forze che in nome dell imparzialit in realt hanno aiutato
laggressione. I partecipanti hanno
ben accolto la posizione antimperialista della Siria. Essi hanno sottolineato le responsabilit di quei go-

Maggio - Agosto 2006

verni che non hanno condannato


quanto avvenuto e che non hanno
assunto misure efficaci per far cessare gli attacchi, secondo quanto
era richiesto dai trattati e dal diritto
internazionale. Essi hanno rilevato
che gli USA e le altre principali potenze imperialiste stanno usando gli
attuali rapporti di forza negativi
nellONU per legittimare i loro interventi, per imporre il diritto della
forza e per promuovere i loro piani
e interessi a spese dei popoli.
I partecipanti, come del resto tutti i
popoli progressisti, hanno rifiutato
largomento degli invasori secondo
cui lattacco sarebbe stato attuato
nellesercizio di un presunto diritto
all autodifesa. E stato rilevato
che in tale frangente la maggioranza delle vittime risultata essere
di civili, che sono stati colpiti ospedali e case e che sono stati effettuati
migliaia di arresti illegali di prigionieri politici, tra i quali si trovano
ministri e rappresentanti eletti del
popolo palestinese. Questo attacco,
insieme allingiusta guerra contro il
popolo dellIraq e alle minacce degli USA e dei loro alleati contro altri popoli della regione, come quelli
dellIran e della Siria, indirizzato
a stroncare ogni resistenza popolare che sta lottando giustamente
contro le invasioni straniere e le
forze di occupazione e per linalienabile diritto di un popolo ad essere
padrone del proprio destino, a difendere la libert, lindipendenza e
lintegrit territoriale del proprio
paese, a ricercare cambiamenti sociali e politici in direzione del socialismo. E stato notato che per
promuovere efficacemente la direzione antimperialista delle lotte, le
forze politiche progressiste e popolari devono essere in grado di conquistare una posizione egemone.
Lincontro ha riconosciuto anche la
necessit di rafforzare i Partiti
Comunisti e Operai, affinch possano mettersi alla testa del pi ampio fronte di resistenza contro limperialismo, lo sfruttamento di classe
e loppressione. Solo cos la lotta po-

Libano / Documenti

polare potr avere successo a livello


nazionale, regionale e internazionale.
I partecipanti allincontro condannano tutti gli sforzi che sono stati
fatti per ritardare lemissione di una
risoluzione del Consiglio di
Sicurezza. Essi hanno espresso il
loro disaccordo rispetto alle clausole della risoluzione 1701/2006
del Consiglio di Sicurezza
dellONU, dal momento che essa
lespressione dello sforzo degli USA
teso a concedere ad Israele ci che
non riuscito ad ottenere con il suo
attacco. E stato anche rilevato che
la risoluzione d ad Israele il diritto
di rivendicare il fatto di agire per
autodifesa. Allo stesso tempo,
Israele continua ad intervenire negli affari interni del Libano in merito alla questione del disarmo, nonostante il fatto che il popolo libanese, le forze politiche e il governo
del Libano ritengano che tale questione riguardi il dialogo nazionale
interno. I partecipanti hanno anche
rifiutato le enunciazioni riguardanti lo spiegamento della forza internazionale e il suo mandato, in
particolare perch si d il diritto di
realizzare gli obiettivi stabiliti da
Israele. I partecipanti fanno appello
ai paesi perch si astengano dal partecipare con truppe che ricevano
tale mandato.
I rappresentanti dei partiti rilevano
il fatto che il lungo processo che ha
portato a questa risoluzione mostra
con sufficiente chiarezza lacutezza
della competizione tra le maggiori
potenze imperialiste per le sfere di
influenza e dominio. I partecipanti
hanno sottolineato la necessit di lavorare attivamente per la creazione
di un fronte unito politico e sociale
nella regione con il sostegno internazionale di altri partiti, movimenti
e organizzazioni, contro il piano imperialista per il grande Medio
Oriente e la sua presunta democratizzazione. I comunisti si pongono allavanguardia della lotta per
la democrazia e per la promozione

degli interessi popolari, fronteggiando i tentativi di forze politiche


che potrebbero cercare di sfruttare
la situazione, descrivendo s stesse
come tutrici e protettrici dei popoli, pur essendo in realt motivate
dai propri interessi e dalla loro competizione con gli USA.
I partecipanti, alla luce dei pi recenti sviluppi, hanno espresso il
loro disappunto in merito ad un ulteriore incremento dellaggressivit
israeliana contro i palestinesi e gli
altri popoli della regione.
Nellaffrontare questa situazione, i
partecipanti hanno ritenuto che il
movimento internazionale di solidariet con i popoli di Libano e
Palestina e dellintera regione
debba essere ulteriormente rafforzato, insieme al sostegno alla lotta
delle forze progressiste e democratiche della regione per la democrazia, la libert e la giustizia sociale.
Essi hanno evidenziato la necessit
di intensificare la lotta per difendere lindipendenza nazionale e
lintegrit territoriale di tutti i paesi
contro ogni intervento imperialista,
con qualsiasi pretesto avvenga.
I

PA RT E C I PA N T I R I C H I E D O N O

- Limmediata cessazione del fuoco


e limmediato ritiro delle truppe
israeliane dai territori libanesi,
comprese le fattorie di Sebaa e limmediato rilascio dei prigionieri libanesi. Essi inoltre condannano la
violazione dello spazio aereo e terrestre e delle frontiere del Libano e
richiedono la rimozione del blocco
aereo, terrestre e marittimo del
Libano da parte di Israele.
- Il ritiro dellesercito israeliano da
tutti i territori palestinesi, libanesi e
siriani occupati dal 1967, il completo smantellamento degli insediamenti, la demolizione del muro
israeliano e la creazione di uno
Stato palestinese con capitale
Gerusalemme Est, accanto ad Israele.

35

Maggio - Agosto 2006

Libano / Documenti

- Limmediato rilascio di tutti i prigionieri politici libanesi, palestinesi


e altri arabi, e limmediata rimozione dellassedio e del blocco dei
territori palestinesi.
- Limmediato rilascio dello speaker
del Parlamento palestinese e di tutti
i parlamentari e ministri che sono
stati presi in ostaggio da Israele.
- Un Medio Oriente senza armi nucleari.
Lincontro ha approvato una serie
di iniziative e azioni congiunte che
comprendono:
- Una delegazione congiunta di rappresentanti dei Partiti Comunisti e
Operai in Libano, Palestina e Israele.
- Lazione congiunta dei nostri partiti nel Parlamento Europeo e nell
Assemblea Parlamentare del
Consiglio dEuropa. Linvito a prendere parte alle sessioni del Parlamento Europeo esteso ai rappresentanti dei Partiti Comunisti e Operai
della regione, in particolare a quelli
di Libano, Palestina e Israele.
- Lorganizzazione di azioni congiunte e di mobilitazioni dei partiti
intorno alla met di settembre.
Lutilizzo di eventi di massa, festival,

36

ecc. per esprimere solidariet.


- La pressione su ogni governo che
non condanni laggressione israeliana
- La richiesta di riparazione a Israele
e la condanna dei responsabili di
crimini di guerra, con ogni metodo
legale o utilizzabile.
- Lintensificazione della solidariet
e delle azioni congiunte anche in
occasione dellIncontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai
che sar ospitato dal PC Portoghese
a Lisbona il 10-12 Novembre 2006.
- Lincoraggiamento della cooperazione tra le organizzazioni giovanili
dei nostri partiti per la condanna
degli interventi e delle guerre imperialisti mediante manifestazioni
comuni, attivit specifiche, ecc.
Lorganizzazione di un campo internazionale nel Sud Libano e la
partecipazione allo sforzo di ricostruzione.
- Il sostegno agli sforzi per incrementare laiuto umanitario, in cooperazione e coordinamento con il
Partito Comunista Libanese.
- La continuazione delle dimostrazioni, delle mobilitazioni e delle manifestazioni di solidariet.
- Il sostegno alle iniziative di solida-

riet delle organizzazioni di massa,


dei movimenti, dei sindacati, delle
organizzazioni giovanili, contro la
guerra imperialista in Libano,
Palestina e Israele.
- Il sostegno alle pi significative
azioni e iniziative internazionali dei
movimenti di massa e delle organizzazioni internazionali come
WPC, WFDY, WFTU, WIFD, ecc.
Atene, 20 Agosto 2006

(Traduzione a cura del Centro di Cultura e


Documentazione Popolare)

Hanno inviato messaggi:


Partito Comunista di Egitto, Partito
Comunista di Macedonia, Part i t o
Comunista Operaio Ungherese, Partito
Comunista di Palestina, Par t i t o
Comunista dei Popoli di Spagna,
Partito Comunista Siriano, Partito Operaio di Russia Partito dei Comunisti
di Russia, Partito Comunista dell
Unione Sovietica, Partito Comunista di
Ucraina, Unione dei Comunisti di
Ucraina (nota del curatore).

Maggio - Agosto 2006

Afghanistan

L'ISAF non si limiter a garantire


la sicurezza, con pi o meno successo,
ma entrer in guerra.
Io sono sempre stata contraria
all'invio di truppe in Afghanistan
e a maggior ragione lo sono oggi
a un loro rafforzamento

Afghanistan:
la guerra si estende
al sud del paese

a cura della redazione

LA SITUAZIONE IN A FGHANISTAN NON SI


L' ERNESTO INTERVISTA GIULIANA SGRENA,
GIORNALISTA DE i l M A N I F E S T O

a situazione in Afghanistan, contrariamente a quanto apparso negli


ultimi due anni, pare essere sul
punto di precipitare, con il governo
Karzai in evidente difficolt.
La situazione in Afghanistan non si
mai, in realt, stabilizzata. Anche
se diversi gruppi terroristici si erano
spostati in Iraq rendendo la situazione apparentemente meno esplosiva. Daltro canto, invece, gli equilibri di potere tra governo, signori
della guerra locali, sempre pi forti
e potenti, e truppe di occupazione
sembrano sempre pi compromessi. Il debole governo di Karzai,
sostenuto dagli USA, ha controllato
e controlla di fatto solamente
Kabul, mentre il resto del territorio
stato spartito in zone di influenza
tra i vari signori della guerra locali.
Prendiamo lesempio di Ismail
Khan, signore della guerra di Herat:
per evitare tensioni e scontri, Karzai
lo ha nominato Ministro dellEnergia, con il risultato di tranquillizzare
temporaneamente la situazione a
scapito per della qualit dellazione del proprio governo, incapace di risolvere i drammatici problemi aperti nel paese.
LONU ha tentato di intervenire attraverso listituzione, alla fine del
d i c e m b re 2001, di una Forz a
I n t e rnazionale di Assistenza alla
Sicurezza (ISAF)

Il disarmo tentato dallONU si rivelato un insuccesso, dal momento


che non stata creata alcuna alternativa n sul piano economico n,
tanto meno, su quello politico. La
sola industria forte in Afghanistan
rimane loppio, con i signori della
guerra che hanno approfittato della
situazione per riciclarsi anche in signori della droga. Fin quando i loro
interessi sono stati tutelati, la situazione rimasta apparentemente
tranquilla. Evidentemente, oggi alcuni signori della guerra si sentono
minacciati e soprattutto i Taleban irriducibili, che non sono rientrati
nel gioco parlamentare con lo sdoganamento degli americani, hanno
ripreso in forze i combattimenti,
grazie ai rinforzi che ricevono dal
Pakistan. Gli Stati Uniti nello loro
lotta al terrorismo in questi anni
hanno foraggiato alcuni capi tribali
contro altri, alimentando le rivalit
e gli scontri. Oggi la situazione in
Afghanistan non meno esplosiva
di quella irachena.
Lestensione della missione ISAF,
dallagosto 2003 sotto il controllo
della NATO, annunciata in queste
settimane non ha certamente contribuito a rasserenare il clima.
La missione ISAF nata come una
missione di peace-keeping con
mandato del Consiglio di Sicurezza
dellONU, finalizzata a ristabilire

MAI STABILIZZATA :

un minimo di sicurezza almeno


nella capitale Kabul. Cos come ciascun paese si sarebbe dovuto impegnare nella stabilizzazione di parti
del territorio attraverso le Squadre
di Ricostruzione Provinciale
( P RT). Questa missione, pur vedendo il dispiegamento sul terreno
di militari, non avrebbe dovuto avere un carattere aggressivo. Nellagosto del 2003, con il passaggio al
comando NATO, abbiamo assistito
ad un primo, negativo salto di qualit: non si tratta pi di una forza
multinazionale prevista dallONU,
ma del primo intervento della Nato
fuori dai suoi confini stabiliti. Nonostante questo, gli obiettivi della missione non erano ancora stati modificati nella sostanza, come invece sta
accadendo in queste ultime settimane
A cosa ti riferisci, in particolare?
Con lestensione della missione
dellISAF a sud del paese, dove in
corso la lotta al terrorismo, (Enduring Freedom) sotto comando americano, il carattere della missione
cambia natura: da peace-keeping diventa peace enforcing, acquisendo
cos un carattere aggressivo.
Per questo la NATO chiede, anche
allItalia, nuove truppe e cacciabombardieri, segno evidente che
lISAF non si limiter a garantire la
sicurezza, con pi o meno successo,

37

Maggio - Agosto 2006

Afghanistan

LIMPEGNO ITALIANO IN AFGHANISTAN


Enduring Freedom: missione militare a guida statunitense istituita dopo l11 settembre 2001, protagonista della
guerra in Afghanistan e, successivamente, delle operazioni militari nel sud e nellest del paese (attivit volte a
neutralizzare le sacche di terrorismo ancora presenti, le possibili basi logistiche ed i centri di reclutamento).
Oltre a forze navali ed aeree, lItalia nel corso del 2003 ha impiegato presso Khowst 1.000 uomini (Task Force
Nibbio). Oggi limpegno italiano si concretizza in complessive 248 unit, 8 presso il comando USA di Tampa
e le restanti 240 imbarcate nella fregata Euro.

Costi (milioni euro)


2001*
71.682***

2002
170.174.049

2003
168.495.831

2004
49.804.949

2005
35.358.408

2006**
14.172.580

Totale 2002-2006 438.005.817

* Dal 18 novembre 2001.


** Al 30 giugno 2006.
*** In milioni di lire.

ISAF: la missione Forza di assistenza per la Sicurezza Internazionale nata come missione del Consiglio
di Sicurezza dellONU per poi passare improvvisamente, dall11 agosto 2003, in ambito NATO, con conseguente inserimento nella catena di comando statunitense, secondo modalit assai simili rispetto ad Enduring
Freedom (EF). Di fronte allaggravarsi della situazione in Afghanistan, questa missione si sta estendendo al
sud ed allest del paese, intrecciandosi con EF ( previsto che mantenga un costante e robusto coordinamento operativo con la struttura di Comando e Controllo gi istituita per EF) e determinando nuovamente
un clima di guerra aperta con le forze che si oppongono allattuale governo afghano. In ambito ISAF sono
attivi 1.670 militari italiani, 1.575 dei quali in Afghanistan (1.205 a Kabul, 190 nellambito della Squadre
di Ricostruzione Provinciale di Herat e 180 nella relativa base) ed i restanti 95 dislocati presso il 7 Reparto
Operativo Autonomo di Abu Dhabi.

Costi (milioni euro)


2002
70.801.845

2003
67.704.373

2004
109.268.538

2005
203.959.240

2006 (al 30 giugno)


142.856.666

Totale 594.590.662
Le citazioni ed i dati sono estrapolati dal documento Missioni in corso al 5 maggio 2006, facilmente
reperibile sul sito web del Ministero della Difesa.
(A cura della Redazione)

ma entrer in guerra.
Questi elementi dovrebbero essere
tenuti in considerazione anche da
chi era favorevole allintervento in
Afghanistan perch sotto legida
dellONU. Io sono sempre stata
contraria allinvio di truppe in
Afghanistan e a maggior ragione lo
sono oggi, per quanto detto sopra,
a un loro rafforzamento.

38

Cambiando per un attimo prospettiva, non credi che lattuale instabilit afghana sia anche causata dagli
insuccessi e dallimmobilismo dellattuale governo, che non stato in
grado di attuare alcuna, seria riforma?
Sicuramente. In Afghanistan non
esiste uneconomia. L86% della

produzione rappresentata dalloppio, mentre gli aiuti per la ricostruzione si sono perduti tra la dilagante corruzione e nessuna infrastruttura stata costruita. Gli unici
investimenti sono il frutto di iniziative private e del traffico di droga,
soprattutto eroina. Anche da questo
punto di vista, purtroppo, in
Afghanistan si registra un salto di

Maggio - Agosto 2006

qualit: contrariamente a quanto


accadeva in precedenza, oggi loppio viene trasformato in loco, tanto
che gli stessi afghani sono divenuti
consumatori di eroina.
Cos come, in questi anni, sono aumentate drammaticamente le disparit tra i pochi, sempre pi ricchi,
e la maggior parte della popolazione sempre pi povera.
Per quanto attiene alla condizione
femminile, poi, pur essendo Karzai
pi aperto rispetto a tanti altri, i miglioramenti avvenuti sono stati la
conseguenza positiva delle lotte che
le donne afghane hanno messo in
campo con grande coraggio.
Anche nei confronti dei signori
della guerra, che recentemente
hanno minacciato e aggredito una
deputata durante una seduta del
Parlamento.

Afghanistan

Potresti riassumere con un paradosso, o con unimmagine paradigmatica, lattuale situazione in


Afghanistan?
Quasi tutti possiedono un telefonino, ma, siccome a Kabul manca
lelettricit per molte ore al giorno,
non sono in grado di ricaricare la
batteria.
Salutandoti e ringraziandoti per la
disponibilit, ti chiederemmo un
breve commento anche sulla situazione sempre pi grave che caratterizza lIraq, altro teatro della
guerra preventiva di Bush.
La situazione continua a peggiorare,
lunica possibilit per interrompere
la spirale della violenza quella di ritirare le truppe, mi auguro che il go-

verno italiano lo faccia al pi presto.


Pur non facendomi grandi illusioni
rispetto agli USA, che pur pensando
a come evitare continue perdite non
ritengo siano disposti ad abbandonare lIraq dopo aver fatto una
guerra per occuparlo. Non penso
che il ritiro delle truppe riporterebbe subito la pace, ma almeno invertirebbe la tendenza: la resistenza
non avrebbe pi motivo di combattere, il terrorismo non avrebbe pi
lalibi di restare in Iraq per combattere il suo jihad (guerra santa), che
ormai fa pi vittime tra gli iracheni
che tra gli stranieri. Naturalmente le
vendette interne, le rese dei conti allinizio potrebbero anche acuirsi ma
poi si esaurirebbero perch gli iracheni dovrebbero assumersi la responsabilit di individuare un futuro
per il loro paese.

39

Maggio - Agosto 2006

Israele

Israele l'unico paese a cui


stato permesso per decenni
di violare o non ottemperare
alle risoluzioni dell'ONU.
E' tempo che i governi europei
si decidano a risarcire il popolo
palestinese, ancora in lotta per
vivere in libert sulla propria terra

La sinistra
e Israele

di Sergio Cararo
Direttore di Contropiano

I LUOGHI

COMUNI DELLASINISTRA PER ISRAELE ED UN AMBASCIATORE

TROPPO INVADENTE .

LA

SOLO APPARENTE DEMOCRAZIA NELLO

STATO EBRAICO , LA SEGREGAZIONE DEGLI ARABI , I SOPRUSI


DI UNO STATO CONFESSIONALE

luglio lambasciatore israeliano in


Italia, Ehud Gol, lascer il nostro
paese per fine missione e sar sostituito da un nuovo ambasciatore.
Lauspicio doppio: che il nuovo
ambasciatore sia meno intrusivo e
aggressivo dellattuale e che il
nuovo governo italiano sia meno indulgente nei confronti delle aperte
e brutali ingerenze con cui la diplomazia israeliana ha cercato in
ogni modo di interferire nella politica italiana. Il pessimismo della ragione ci dice che tale auspicio dovr essere sostenuto politicamente
se non vorr rimanere nel limbo.
La vicenda simbolica del mandato
dellambasciatore israeliano contiene in s moltissimi elementi che
dovrebbero far riflettere la sinistra
italiana nelle sue relazioni con
Israele e portarla a recuperare posizioni pi coerenti sul piano democratico, internazionalista e, se
volete, della propria dignit.
In questi anni, il sig. Gol, ambasciatore israeliano in Italia, interv enuto sistematicamente a gamba tesa nella vita politica italiana. Pren-

40

dendosi una licenza che il protocollo diplomatico e le relazioni tra


stati sovrani non prevede, intervenuto con valutazioni improprie e
offensive contro giornalisti, uomini
politici, associazioni e forze politiche del nostro paese.
Ultimi in ordine di tempo a finire
sotto anatema sono stati il direttore
e il quotidiano Liberazione per
una vignetta di Apicella. Prima lineffabile Gol aveva inveito contro il
segretario del PdCI, Oliviero
Diliberto, affermando che forse
sar un ministro, un ministro italiano che appoggia il terrorismo,
per poi scagliarsi contro il palestinese Al Rashid, candidato nelle liste del PRC, affermando che la sua
candidatura una vergogna per
lItalia (da Il Giornale del 24 febbraio). Ma le sortite di questo ambasciatore non sono nuove. Nel febbraio del 2003 egli defin i manifestanti (tre milioni di persone alla vigilia della guerra in Iraq) nemici di
Sion, paragonando lItalia a
Sodoma (La Repubblica del 19
febbraio 2003), paese in cui lunico
giusto era il sindaco di Roma Vel-

troni, che si era rifiutato di ricevere


Tarek Aziz. Successivamente ha inviato delle cartoline ai parlamentari
italiani per impedire qualsiasi mozione di solidariet con il presidente palestinese Yasser Arafat assediato a Ramallah. E poi intervenuto assai sopra le righe in seguito
allincontro a Beirut tra Diliberto ed
il leader degli Hezbollah libanesi e,
successivamente, stato il turno di
Asor Rosa. Sopra le righe Gol andato anche quando fu interrotto e
contestato da un gruppo di studenti
alluniversit di Firenze.
E arrivato il momento in cui lattuale Ministro degli Esteri dovrebbe
rimettere in riga lambasciatore
israeliano in Italia, ricordandogli
che i rapporti tra Stati sovrani si basano sul rispetto e la reciprocit.
Non scritto da nessuna parte che
ministri, giornalisti o candidati al
Parlamento italiano debbano subire i veti o il gradimento dellambasciata israeliana. Lingerenza nella
vita politica del paese ospitante un
privilegio che a nessun diplomatico concesso, neanche a quelli
israeliani. Eppure abbiamo potuto

Maggio - Agosto 2006

verificare una sorta di impunit per


lambasciatore israeliano non solo
da parte del governo Berlusconi
(apertamente filo-israeliano), ma
anche da parte della stragrande
maggioranza delle forze democratiche. Solo qualche ex diplomatico ha
avuto il coraggio di segnalare che
quellatteggiamento era insostenibile. Come si spiega questa vulnerazione della dignit politica della sinistra e della stessa sovranit di uno
Stato?

L I M P U N I T
PA RT O R I S C E M O S T R I

La sostanziale impunit che la politica e la diplomazia italiane hanno


assicurato alle ingerenze dellambasciatore israeliano sono rivelatrici
di una medesima realt sul piano internazionale. Israele lunico Stato
al quale per decenni stata garantita la possibilit di violare o non ottemperare alle risoluzioni dell
ONU. Di fronte a questo dato di
fatto, ministri, politici, funzionari
della Farnesina allargano le braccia
sconsolati affermando che Israele
rimane un paese speciale, di fronte
al quale tutti i meccanismi della legalit internazionale cessano di funzionare rispetto a come agiscono
verso tutti gli altri paesi (ad eccezion
fatta per gli USA). Israele - secondo
una sorta di senso comune - infatti
la riparazione della storia e
dellOccidente allorrore dello sterminio nazista e delle persecuzioni
subite in Europa.
Ma la questione israeliana, sia per le
ingerenze della sua ambasciata in
Italia, sia per gli effetti politici prodotti nel dibattito sulle scelte di politica estera, ha cessato di essere solo
un problema internazionale, per
entrare a viva forza anche nella politica interna.
Due studiosi statunitensi hanno pubblicato un ampio saggio in cui documentano come Israele condizioni la
politica estera statunitense.1 Questo
saggio di John Mearsheimer e Stephen Walt, ovviamente, ha innesca-

Israele

to polemiche e repliche durissime,


ma esso ha il pregio indiscutibile di
aver denunciato una situazione
reale, situazione che pu essere
ignorata solamente per opportunismo o subalternit. Gli anatemi sullantisemitismo, ancora una volta,
non reggono, cos come non reggono altri due anatemi, tanto quello
di aver mutuato le teorie complottistiche che spianano la strada allantisemitismo, quanto laccusa
che spesso le autorit israeliane e i
gruppi sionisti muovono agli ebrei
che si schierano contro Israele,
quella di odiare se stessi.
I tre anatemi in questione, utilizzati
a seconda di chi di volta in volta deve
essere colpito e neutralizzato, sono
esattamente gli stessi sotto i quali la
stragrande maggioranza della sinistra italiana capitola quando deve
prendere posizioni critiche verso
Israele. Quando si parla di Israele
scatta infatti lo stesso meccanismo
che blocca la legalit internazionale: Israele resta un paese speciale,
verso il quale le categorie, le parole,
le scelte politiche valide erga omnes
non valgono pi.

ISRAELE

NON

U N O S TAT O D E M O C R AT I C O

La sinistra italiana ed europea assume dunque su di se il senso di


colpa delloccidente che organizz
e chiuse gli occhi di fronte allo sterminio, alle persecuzioni, alle leggi
razziali. La stessa sinistra crea cos le
condizioni da una parte per rimuovere il fatto storico che anche contro quello sterminio e le leggi razziali essa impugn le armi, organizz la resistenza, condivise con gli
ebrei lo sterminio dei campi di concentramento, la voglia di riscatto e
la lotta per libert, e, dallaltra, anche le premesse politiche, culturali
e psicologiche per cui allo stato degli ebrei - Israele - pu ancora oggi
essere consentito tutto, anche quando ci produce morte, sopraffazione e deportazione di un altro popolo, quello palestinese. E una distorsione inaccettabile della storia e

della realt odierna contro la quale


occorre aprire una battaglia politica
e culturale a viso aperto e senza tentennamenti.
La gran parte della sinistra italiana
ha via via introdotto unaltra gravissima distorsione nellanalisi della
realt quando si parla di Israele.
Viene infatti assunto come vero il
fatto che Israele lunica democrazia del Medio Oriente. Sulla
base di questo assioma, tutte le forze
delloccidente - siano essere reazionarie e neoconservatrici o progressiste e liberali - non possono che
schierarsi al fianco di questo paese,
sempre e comunque, nei suoi contenziosi con il mondo arabo. Dal
punto di vista politico, questa tesi
ancora peggiore della subalternit
politico-psicologica prima segnalata: essa assume infatti unasimmetria clamorosa come punto di partenza per ogni ragionamento che va
assai oltre lequidistanza tra le ragioni dei palestinesi e quelle israeliane, posizione questa gi di per se
ingiustificabile di fronte alla
realt.2
In questa tesi vi lassunzione piena
e rinnovata della logica colonialista,
per cui anche il peggiore occidente
era pi avanzato e civile del migliore
popolo colonizzato. Non solo. Vi
anche lossimoro implicito per cui
un paese pu essere democratico
con i suoi cittadini ma oppressore e
razzista verso tutti gli altri. La realt
israeliana esprime questa contraddizione tutta intera e non occorre
avere pi alcuna paura delle parole
nellindagarla e nel definirla.
Israele, come stato confessionale,
un orrore della storia prodotto da
un altro orrore. E uno Stato che
non si potuto dotare di una Costituzione perch lidentit su cui fondarsi non riuscita ad essere altro
che lo Stato degli ebrei. E uno Stato fondato su una ideologia nazionalista come il sionismo, che separa
nettamente gli ebrei dagli altri.
Piero Fassino, nellassemblea di Sinistra per Israele, non solo ha af41

Maggio - Agosto 2006

Israele

fermato che in Medio Oriente


non esistono torti da una parte e
ragione dallaltra (cosa molto,
molto discutibile) ma ha usato un
paragone sballato quando ha paragonato il sionismo al movimento
che port al Risorgimento italiano.
Il Risorgimento, infatti, puntava
certo allunit del paese e alla cacciata degli austriaci, ma ha anche
prodotto lannessione violenta e la
colonizzazione del Tirolo e
dellIstria, finanche linvasione
della Libia (intesa proprio come risarcimento). In sostanza - essendo
movimento nazionalista a egemonia borghese - ha prodotto anche
lideologia fascista. Le cosiddette
componenti progressiste del sionismo sono state liquefatte e neutralizzate proprio con la nascita di
Israele, dove il sionismo si fatto
Stato ed ideologia di Stato, dando
applicazione ad una politica di colonizzazione violenta che ha
espulso migliaia di palestinesi, ha
escluso i non ebrei dalla piena gestione dello Stato, ha costruito concretamente un regime di apartheid
interno (verso gli arabi-israeliani)
e un modello colonialista verso i
territori palestinesi occupati. Su
Israele come sistema di apartheid
esiste una documentazione immensa dal punto di vista storico,
giuridico ed anche (per i pi pigri)
giornalistico3, che solo linerzia o
la complicit della politica ha saputo o potuto ignorare quando si
parla di Israele come unica democrazia del Medio Oriente.

42

IL

RISCHIO

D I D I V E N TA R E C O M P L I C I

La sinistra italiana ed europea dovrebbe dunque scrollarsi di dosso


ogni paura delle parole e recuperare categorie, linguaggi e iniziativa politica che consentano di denunciare i crimini israeliani o le
violazioni della legalit internazionale, n pi n meno che per altri
paesi. Cominciando, ad esempio,
col ricordare ai propri giornali e
ai propri leaders politici di chiamare i territori cos come si devono chiamare, cio Te r r i t o r i
Occupati Palestinesi, ponendosi
nellottica di affrontare senza alcuna timidezza i settori e le personalit reazionarie del sionismo italiano quando interferiscono con la
dialettica democratica del nostro
paese4. Con una logica che consenta di riaffermare come oggi in
Medio Oriente ci sono occupanti
e occupati, che gli occupanti
hanno torto e gli occupati hanno
ragione da vendere, che gli occupanti sono gli israeliani e che gli
occupati sono i palestinesi e che,
se si vuole veramente la pace in
Medio Oriente, essa deve essere
fondata sulla giustizia e sul riconoscimento storico e politico dei
torti inflitti da Israele alla popolazione palestinese. Il risarcimento
della storia verso gli orrori della
Seconda Guerra Mondiale c
stato. E tempo che la sinistra e i
governi europei (a cominciare da
quello italiano) mettano mano al

risarcimento verso i palestinesi.


Dire e fare altro diventa complicit
con gli orrori di oggi, in Palestina
come in Iraq.

Note:
1 Jhon Marsheimer e Stephen Walt: La lobby

israeliana e la politica estera degli Stati


Uniti; reperibile in lingua originale sul sito web
www.lrb.co.uk ed in Italiano su www.forumpa lestina.org
2 Proprio per combattere la tesi dellequidi-

stanza tra causa palestinese e diritto di Israele,


nel 2003 stato pubblicato Limpossibile simmetria. Palestina e Israele nellepoca della
guerra infinita, Quaderni di Contropiano.
3 Uri Davis, Israele perch apartheid (ti-

tolo originale Israel an apartheid State),


Zed Books, London 1997). Vedi anche il pi
recente saggio di Ilan Pappe, Il ripiego etnico,
tradotto da Marco Perugini e disponibile sul sito
del Forum Palestina (in documenti).
4 Sullaggressivit del settore maggioritario del

sionismo italiano (oggi legato mani e piedi alla


destra), le cronache di questi anni ci hanno segnalato episodi inaccettabili che sono passati
sotto silenzio e senza alcuna sanzione politica o
giudiziaria. Dallincursione alla Direzione del
PRC (che port anche al ferimento di un agente
di polizia) allaggressione contro Luisa
Morgantini alluscita degli studi RAI, dalle aggressioni ai manifestanti filo-palestinesi al termine delle manifestazioni allaggressione contro
Vittorio Agnoletto e Rossana Rossanda in un
ristorante del quartiere ebraico di Roma. Un capitolo a parte riguarda poi il linciaggio politico,
mediatico e culturale contro esponenti politici o
della cultura italiana: da Asor Rosa per finire...a Enzo Biagi.

Maggio - Agosto 2006

Disarmo

In totale l'anno scorso


sono stati spesi in armamenti
1.035 miliardi di dollari,
pari a 162 dollari per abitante
del pianeta, con un incremento
dell'8% rispetto all'anno precedente

R i d u rre le spese
militari possibile

a cura di Tommaso Rondinella*


Associazione Sbilanciamoci!

I DATI SUL COMMERCIO DELLE ARMI.


LE PROPOSTE PER UNA FINANZIARIA

ome rendono noto i rapporti del


SIPRI, lIstituto Internazionale di
Stoccolma per la Ricerca sulla
Pace www.sipri.org- le spese militari nel mondo continuano a crescere, superando, nellultimo
anno, i mille miliardi di dollari
USA. Una crescita, questa, che ormai prosegue da 6 anni. In totale
lanno scorso sono stati spesi 1.035
miliardi di dollari, pari a 841 miliardi di euro, vale a dire 162 dollari per abitante del pianeta e con
un incremento, rispetto allanno
precedente, dell8%. Gli Stati
Uniti hanno raggiunto i 455 miliardi di dollari, il 3,9% del Prodotto Interno Lordo (PIL) ed il 47%
del totale, ed insieme a Gran
Bretagna, Francia, Giappone e
Cina contribuiscono al 64% della
spesa militare mondiale. LItalia si
colloca al settimo posto con 27,8
miliardi di dollari (27,6 nel 2003),
prima della Russia che ha speso
19,4 miliardi di dollari.
Come bene ricorda Giorgio Beretta(http://unimondo.oneworld.
net/article/view/118489/1/)se

secondo i bilanci del Ministero


della difesa le spese militari italiane non supererebbero l1,5%
del PIL, secondo invece altre fonti
autorevoli, come il SIPRI e la
NATO, la cifra si aggira sempre attorno al 2%. Trattandosi di spese
militari, il primo problema, che va
posto anche i termini politici per
chiedere assoluta trasparenza,
quello di sapere con precisione e
certezza a quanto effettivamente
ammontino. Come si evince dallo
studio di Maria Cristina Zadra (La
spesa militare in Italia), il Bilancio
del Ministero della Difesa costituisce solo una buona approssima zione della spesa militare italiana.
Esso infatti non tiene conto:
1. della spesa delle cosiddette
missioni di pace (finanziate con
decreti ad hoc);
2. delle spese per sviluppo di armamenti (riportati nel bilancio
del Ministero delle Attivit produttive);
3. dei finanziamenti diretti od in-

DI PACE

diretti dello Stato a favore dellindustria militare nazionale e per


prodotti dual use (militare e civile);
4. della spesa di quella parte
dellArma dei Carabinieri che di
fatto svolge compiti militari.
Nonostante un incremento in valori correnti (che passano dai 16
miliardi di euro del 1997 - prima
Finanziaria del Governo Prodi agli oltre 20 miliardi del 2005 - ultima finanziaria del Governo
Berlusconi), il peso del bilancio
della Difesa rispetto al PIL rimasto relativamente stabile nel
tempo, indipendentemente dal
colore dei Governi. Se questa stabilit confermata anche dal SIPRI e dai dati NATO, ci che varia di misura invece la percentuale che queste altre due fonti attribuiscono alle spese militari
dellItalia: in entrambi i casi (alla
voce spese militari, il SIPRI riporta
per lItalia una serie in milioni di
euro correnti - Fonte: The SIPRI
M i l i t a ry Expenditure Database - ,

43

Maggio - Agosto 2006

Disarmo

mentre la NATO - www.nato.int/


docu /pr/2005/p050609.pdf - riporta le cifre in milioni di dollari
correnti) essa si aggira sempre attorno al 2%.
I dati del SIPRI tengono conto del
bilancio complessivo della Difesa,
includendo pensioni e fondi per i
Carabinieri, e non solo della voce
Funzione Difesa, mentre i dati della
NATO (che aggregano le spese
militari senza guardare a che ministero appartengono) dimostrano che la nostra spesa si aggira
intorno al 2% del PIL, mentre impieghiamo solo il 2,7% dello
stesso PIL per politiche sociali e
ambiente.
Considerando invece, come fa la
Finanziaria, solo la Funzione Difesa
(cio la spesa riferita al funzionamento di Esercito, Marina e Aeronautica), si ha la serie storica in
milioni di euro a partire dal 1997,
da cui si comprende la differenza
tra i governi di centro-sinistra
della fine degli anni 90 e il Governo Berlusconi II, che ha notevolmente incrementato le spese per
la Funzione Difesa: il totale degli aumenti operati nei cinque anni di
governi del centro-sinistra stato
dell11.5% (sui dati in euro correnti), con un incremento medio
del 2,3%, mentre il totale degli aumenti operati nei quattro anni di
Governo Berlusconi II del 19.2%
(sui dati in euro correnti), con un
incremento medio del 4,8%, vale
a dire esattamente il doppio rispetto allincremento medio dei
governi di centro-sinistra.
Interessante anche approfon-

dire la questione della spesa militare pro-capite: raffrontando i dati


SIPRI 2005 sulle spese militari, citati allinizio di questo paragrafo,
con quelli dellAnnuario della
CIA - World Fact Yearbook - sulla popolazione di ciascun Paese (stime
al luglio 2005) si evince, infatti,
che nel 2004 la spesa militare italiana rappresenta ben 478 dollari
pro-capite (spesa militare di 27,8
miliardi di dollari / popolazione
di 58,1 milioni di abitanti), cifra
che ampiamente supera quella di
altre
nazioni
con
una
Costituzione di tipo pacifista,
come Giappone (spesa militare
pro-capite di 332 dollari) o la
stessa Germania (spesa militare
pro-capite di 411 dollari). Se
vero che gli USA spendono 1.539
dollari pro-capite per spese militari, la Gran Bretagna 748 dollari
e la Francia 761 dollari, va per notato che lItalia spende per lassistenza (maternit, disoccupazione, handicap, edilizia popolare
ecc.) circa 545 euro per ogni cittadino allanno.
La media europea di 1.558 (il triplo!), quella inglese di 1.619, la
francese di 1.754, la tedesca di
2.049. Se misurata rispetto al PIL
la differenza sconcertante:
lItalia dedica alle voci dello stato
sociale il 2,7% del proprio PIL
(poco pi delle spese militari),
mentre la media europea assestata sul 6,9%, con la Gran
Bretagna al 6,8%, la Francia al 7,5
e la Germania all8,3%. I dati sono
dellEurostat(2003)(Sbilanciamoci! Rapporto 2004).
Anche se gran parte delle spese

SETTORE DI SPESA
Funzione Difesa

Per quanto riguarda la finanziaria


del 2006, il bilancio della Difesa
aumenta del 2,5%, per pi di 477
milioni di euro. A questi vanno aggiunti i 1.000 milioni di euro messi
in finanziaria come fondo di riserva per le missioni militari allestero. Come si vede dalla tabella, i
maggiori aumenti sono relativi al
personale.

2005

2006

DIFFERENZA
177,3

13.638,6

13.815,9

di cui: Personale

8.037,3

8.757,7

720,4

Esercizio

3.013,3

2.552,0

-461,3

Investimento

2.588,0

2.506,2

-81,8

4.795,3

5.211,0

415,7

Funzioni Esterne

222,4

184,6

-37,8

Pensioni Provvisorie

365,4

288,0

-77,4

19.021,7

19.499,5

477,8

Funzione Sicurezza Pubblica (Carabinieri)

TOTALE

44

del bilancio della Difesa se ne va


nei costi del personale (per il programma di professionalizzazione
delle Forze Armate) non vanno
sottovalutate le cosiddette spese per
a m m o d e rn a m e n t o dei sistemi
darma: tra il 2002 e il 2003 lo Stato
ha speso in investimenti in armi
6.856 milioni di euro, acquistando, tra laltro, la portaerei
Andrea Doria - che nel 2000 (lanno
in cui si deciso di costruirla) costava 2.500 miliardi di lire ed i cui
costi, come sempre avviene, cresceranno sensibilmente -, gli
Eurofighter (nel 2005 per lEF2000
sono iscritti 451 milioni di euro di
spesa, ma il completamento del
programma previsto per il 2015
con lacquisizione di 121 velivoli
per un onere globale di 18.100 milioni di euro, senza considerare le
spese accessorie che vanno dagli
armamenti al supporto logistico)
e il Joint Strike Fighter-JSF (un
programma in cooperazione con
altri sette paesi tra cui gli USA relativo allo sviluppo di un velivolo
di attacco disponibile dal 2012, i
cui costi per la sola fase di sviluppo
sono di 1.190 milioni di euro con
una previsione di spesa per il solo
2005 di 128 milioni di euro).

Maggio - Agosto 2006

Di fronte a questo scenario, la campagna Sbilanciamoci! auspicando un cambiamento di politiche e di provvedimenti da parte
del nuovo governo di centro-sinistra - ha formulato in questi anni
le seguenti proposte:
Abolizione del Fondo Speciale per
le missioni militari allestero.
La finanziaria per il 2006 prevede
un fondo speciale di riserva di 1
miliardo di euro per i costi delle
missioni militari allestero (di cui
600 per la missione in Iraq).
Questi fondi non rientrano nel
conteggio ufficiale dei fondi destinati alla Difesa. Si propone per
la finanziaria del prossimo anno
labolizione totale del fondo ed in
ogni caso dei fondi che verranno
iscritti a tale scopo in altri capitoli
di bilancio.
Riduzione del Bilancio della Difesa.
Si propone la riduzione di 4 mld
sullintero bilancio della Difesa
(meno del 20%), tagliando i capitoli relativi alla costruzione/ammodernamento dei sistemi
darma e quelli relativi alla professionalizzazione delle Forze
Armate. Questo obiettivo si pu
raggiungere portando le Forze
Armate dallorganico previsto di
190.000 a 120.000 soldati professionisti, numero pi che sufficiente per i compiti previsti costituzionalmente e per gli impegni
rigorosamente di peace keeping,
sotto legida delle Nazioni Unite.
Abolizione dello stor no dell
8x1000 per le missioni militari.

Disarmo

Ogni anno circa l80% (80 milioni


di euro) del fondo 8x1000 viene
stornato per finanziare le missioni
militari italiane allestero. Si tratta
di una violazione di fatto della
legge 222 del 1985, relativa allo
stanziamento
dei
fondi
dell8xmille. Si propone di abolire la norma della finanziaria del
2002 che permetteva questa operazione, destinando questi fondi
come previsto dalla legge- alla
lotta alla fame nel mondo ed alle
attivit di cooperazione internazionale.
Riconversione e Legge 185
Si propone il sostegno per iniziative di riconversione dellindustria bellica nazionale, con un finanziamento di almeno 200 milioni di euro ed il ripristino delle
norme di controllo sul commercio degli armamenti previsto dalla
legge 185 del 1990 e di quella sulle
tecnologie a doppio uso (dual use)
n. 222 del 1992.
Corpi Civili di Pace: una peace
building dal basso.
Conflitti e guerre si sono moltiplicati in questi anni. La presenza
civile non-governativa sempre
pi importante per contribuire a
ricostruire uno spazio di riconciliazione e di dialogo, nonch talvolta- di interposizione tra le parti
in lotta. Si vuole stanziare una
somma di 5 milioni di euro da destinare alla formazione ed al sostegno delle esperienze di piccoli
corpi di pace ancorati istituzionalmente al programma comunitario del Ser vizio Vo l o n t a r i o

Europeo- capaci di coinvolgere


fino a 300 volontari di pace adeguatamente preparati ed addestrati- impiegabili nelle aree di
conflitto o di tensione violenta, recependo cos nella normativa italiana il concetto di difesa inserito
nella Costituzione UE, con i due
pilastri militare e civile.
Servizio Civile Nazionale: soste nere limpegno di pace .
Il servizio civile nazionale sta
avendo un grande successo.
Migliaia di giovani vogliono fare
questa esperienza: le stime parlano di oltre 35.000 giovani. Nel
2005-6 rischiano di mancare i
soldi, almeno 50-60 milioni di
euro. Cos 7-8.000 giovani rischiano di rimanere a casa. Si propone di stanziare per il 2007 almeno 100 milioni per il servizio civile nazionale, aggiuntivi a quelli
attuali, in modo da garantire a
tutti la possibilit di svolgere il servizio.
Si tratta di un programma minimo
per rendere la politica estera e
della difesa del nostro paese sempre di pi ispirata ai valori della
pace, della solidariet internazionale, alla lettera e allo spirito della
Costituzione Repubblicana.

* Questo testo ladattamento rielabo rato del rapporto di Sbilanciamoci! re lativo alle spese militari contenuto nel
documento Cambiamo finanziaria.
Come usare la spesa pubblica per la
pace, lambiente, la societ.

45

Lavoro

Maggio - Agosto 2006

La precariet del lavoro


il male sociale della nostra epoca.
La lotta contro la precariet
caratterizzer tutta una fase
del movimento operaio e sindacale
fino al raggiungimento
di una nuova fase di potere
e diritti per le lavoratrici e i lavoratori

Legge 30:
s u p e rm a r k e t
delle flessibilit

di Giorgio Cremaschi
Segretario Nazionale FIOM-CGIL

LA

INCERTO NON SOLO DELLE GIOVANI GENERAZIONI MA ANCHE


DEI

econdo i dati ufficiali il lavoro precario rappresenta circa l11% delloccupazione complessiva e il 13%
circa del lavoro dipendente. In
realt questi dati non ci dicono
tutto. Quando essi vengono minimizzati per sostenere che ancora
oggi la grande maggioranza delloccupazione gode del contratto a
tempo indeterminato, si tacciono
due aspetti decisivi della realt.
Prima di tutto la tendenza nelle assunzioni quella che vede prevalere
i contratti precari. Oggi il 50% di coloro che hanno meno di 30 anni
sono assunti con contratto precario.
Se si tiene conto che lItalia un
paese nel quale prevalgono le piccolissime imprese, nelle quali non
c bisogno di assunzioni a termine
perch non vige in esse larticolo 18
dello Statuto dei lavoratori e, di conseguenza, si considera che gran parte delle assunzioni precarie avvengono nelle strutture medio-grandi,
il fenomeno ancora pi rilevante.
A questa precariet ufficiale si aggiungono poi i lavoratori falsamente autonomi - bisogna ricordare che
in Italia la percentuale di lavoro autonomo di quasi il 27%, molto sopra la media europea che di circa

46

PRECARIZZAZIONE COME FENOMENO SOCIALE . I L FUTURO

TEMPI

INDETERMINATI , SUL LAVORO COME NELLA VITA

il 14% - e il lavoro nero, che in Italia


finora non mai diminuito. Se si
tiene conto delle tendenze reali, di
come si entra e si esce dal mercato
del lavoro, della disoccupazione
strutturale che colpisce ancora intere zone del Mezzogiorno, si capisce come la precariet sia diventata
la questione sociale principale del
nostro paese, nonostante la percentuale di lavoro precario ufficiale
risulti inferiore a quella di altri paesi
europei. Come sempre lItalia va valutata nella sua realt sociale e non
solo sulla base della fotografia del
momento. Le distorsioni sulleffetto precarizzazione sono le stesse
che vengono attuate sullandamento delle retribuzioni. LIstat ci
ha consegnato un rapporto sullo
stato sociale del paese nel quale
emergono precariet e povert
senza precedenti. La stessa Istat ci
consegna periodicamente dati sui
salari che indicano una tenuta o addirittura una crescita del potere
dacquisto delle retribuzioni.
Evidentemente listantanea non coglie landamento complessivo. Lo
stesso possiamo dire per la precariet, lo stock complessivo del lavoro precario non ci dice quasi nulla

sulle tendenze di fondo che vedono


lavoratori a tempo indeterminato
sostituiti da lavoratori precari. Per
questo la precarizzazione diventa
un fenomeno sociale che incide su
tutto il mondo del lavoro, anche su
chi ancora formalmente tutelato
dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, garantito dallo
Statuto dei lavoratori. I fenomeni di
delocalizzazione, di ristrutturazione, di outsourcing rendono incerto il futuro di ogni lavoratore. Il
fatto che nei luoghi di lavoro si entri solo in condizioni di precariet
rende precari anche coloro che gi
ci sono. Daltra parte quando nelle
pubbliche amministrazioni, per ragioni di bilancio, tutto il personale
nuovo precario e i servizi vengono
appaltati e decentrati a cooperative
sulla base del principio degli appalti
al massimo ribasso, tutta la struttura
del lavoro ne viene sconvolta. Oggi
si lavora sempre peggio, la stessa
qualit del lavoro in calo sotto il
peso del ricatto della precariet.
Lavoratori che hanno paura possono forse realizzare obiettivi loro
assegnati, ma sicuramente sono
meno attenti alla qualit di ci che
fanno e, soprattutto, alla loro sicu-

Maggio - Agosto 2006

rezza. Per questo continuano gli infortuni mortali e gravissimi nei luoghi di lavoro. La precariet del lavoro il male sociale della nostra
epoca. Non sar semplice contrastarla, cos come non stato semplice contrastare quei cambiamenti
dellorganizzazione del lavoro che
allinizio del Novecento hanno introdotto il taylorismo. La lotta contro la precariet caratterizzer tutta
una fase del movimento operaio e
sindacale, fino al raggiungimento
di una nuova fase di potere e diritti
per le lavoratrici e i lavoratori.
La precarizzazione estrema del lavoro non causata dalleccesso di
diritti di una parte delle lavoratrici
e dei lavoratori. E invece questa la
tesi che viene in particolare sostenuta, anche se non sempre in questi termini, da diversi giuslavoristi
tra i quali Pietro Ichino. Questa posizione riconosce s linaccettabilit
sociale della precarizzazione del lavoro, soprattutto per le giovani generazioni, ma ne addossa la principale responsabilit alleccesso di tutele che vi sarebbero ancora in una
parte del mondo del lavoro. Nella
sostanza, la precarizzazione del lavoro sarebbe dovuta al fatto che su
una sola parte del mondo del lavoro
si scaricano quelle esigenze di flessibilit che sarebbero richieste a
tutti. Invece coloro che sono tutelati dallarticolo 18, dai contratti nazionali, dal potere contrattuale, se
ne stanno rigidi e asserragliati nei
loro privilegi mentre la vendetta del
sistema si scarica tutta sui giovani
nuovi assunti. Espressa pi volte e
sotto varie forme, la tesi che per diminuire la precariet del lavoro occorre ridurre tutele e diritti dove
essi sono pi consolidati, una tesi
non accettabile e neppure dimostrabile nei suoi presupposti. Per tre
ragioni. Perch essa parte dallidea
liberista del mercato per f e t t o .
Secondo questa tesi la disoccupazione solo dovuta a una cattiva distribuzione della risorsa lavoro.
Nella sostanza sempre possibile la
piena occupazione purch si trovi il
giusto equilibrio tra domanda e offerta di lavoro. In pratica, se alcuni

Lavoro

hanno troppi diritti ed altri nessuno, basta abbassare i diritti medi


fino al punto nel quale le imprese
troveranno conveniente assumere.
E la tesi di fondo di Milton Friedman, il teorico della rivoluzione
conservatrice neoliberista.
Peccato che molti anni prima John
Maynhard Keynes abbia dimostrato
che non basta rendere convenienti
i fattori produttivi perch leconomia cresca. Il lavoro pu essere pi
conveniente possibile, ma limpresa
lo assume solo se ha convenienza a
produrre. Altrimenti, diceva Keynes,
come con il cavallo. Puoi continuare a mettergli davanti lacqua
sempre pi fresca, ma se il cavallo
non ha sete non beve. Daltra parte
in Italia la disoccupazione concentrata in alcune aree del paese,
nel Mezzogiorno, mentre nelle altre abbiamo i problemi della piena
occupazione. Pertanto qualsiasi misura di questo tipo finirebbe solo
per agire nelle zone a piena occupazione e non avrebbe effetti su
quelle ad alta disoccupazione.
La seconda ragione per cui la tesi
che sintetizziamo in precariare
meno, precariare tutti non trova
fondamento che lesperienza dimostra che essa non ha prodotto i
risultati attesi. Lestensione di questi anni della precariet del lavoro
nel nostro paese non ha inciso in alcun modo nello stock di lavoro
nero, clandestino, sommerso. Anzi,
in questi ultimi anni assistiamo ad
una crescita ulteriore del lavoro
nero. Nella sostanza non accade ci
che auspicano i sostenitori di questa tesi. La riduzione dei diritti non
fa emergere lavoro sommerso, ma
sommerge lavoro tutelato. Nella sostanza, e lo vediamo con chiarezza
in particolare nelle nostre aziende,
la precarizzazione del lavoro incide
sulle condizioni e sui diritti del lavoro a tempo indeterminato. Si assumono con contratti precari lavoratori che potrebbero essere assunti
con contratti a tempo indeterminato. Non si tratta di flessibilit, intesa nel senso di una diversa modulazione delle attivit aziendali, ma
semplicemente di una riduzione del-

larea del lavoro tutelato pienamente, nellambito delle stesse attivit.


In questo modo il lavoro precario
non diventa la legalizzazione del lavoro nero, ma serve a ridurre i diritti del lavoro tutelato, senza intaccare in alcun modo la quota del lavoro nero. Il risultato finale semplicemente una svalutazione complessiva del valore del lavoro, che
costa meno perch pi precario a
tutti i livelli, compreso l dove viene
retribuito in nero. Cos a lavori precari a 800 euro corrispondono lavori in nero a 400 e le cifre si abbassano in continuazione.
Infine, come dimostrano queste cifre, non pensabile in Italia agire ancora sulla leva della flessibilit e della
precariet perch il livello dei salari
troppo basso. Noi abbiamo bisogno di una crescita complessiva delle
retribuzioni, ne ha bisogno il paese,
e per questo non possiamo certo
pensare allestensione dei contratti
precari, ma anzi bisogna costruire le
condizioni per una maggiore tutela
di tutto il mondo del lavoro.
La legislazione di questi anni non
solo ha aumentato la precariet, ma
ha soprattutto perseguito un disegno ideologico esplicitamente dichiarato gi nel Libro Bianco, che il
ministero del Welfare var nel 2002.
Il principio ispiratore che lha guidato pu essere condotto a questa
affermazione: lItalia ha un gap di
sviluppo e disoccupazione rispetto
agli altri paesi europei soprattutto a
causa delle rigidit contrattuali e
dei vincoli nel mercato del lavoro. I
punti di fondo della legislazione
berlusconiana sul lavoro, che si inserisce su quella precedente ma ne
aggrava e in alcuni casi modifica
profondamente il senso, sono:
Lidea che tutte le tutele dei lavoratori siano in qualche modo un privilegio e che lo sviluppo in Italia sia
ancora rallentato dalla tutela dei lavoratori contro i licenziamenti. Da
qui lattacco allarticolo 18 e, pi in
generale, lidea di un superamento
di principio della giusta causa.
Lidea che le imprese debbano po-

47

Lavoro

ter avere a disposizione la pi vasta


disponibilit di flessibilit e precariet, lasciando ad esse il compito
della scelta. Questo per favorire la
piena disponibilit della forza lavoro e un modello di gestione del
lavoro e della sua prestazione sintetizzabile nel principio: usa e getta.
Lidea che il lavoro migrante non abbia diritto ad alcuna forma di cittadinanza e che debba essere rigidamente controllato e vincolato. Il legame diretto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro privatizza il permesso di soggiorno e fornisce allimpresa un doppio potere sul
lavoratore: quello del licenziamento
e quello dellespulsione dal paese.
Lidea che si fanno gli accordi con
chi ci sta e che la contrattazione non
possa essere sottoposta a vincoli democratici. La validit erga omnes degli accordi avviene per via autoritaria, attraverso il potere dellimpresa
o del governo, e non con la validazione democratica di essi.
Questi principi non sono solo alla
base della Legge 30 e della legge
Bossi-Fini sul lavoro migrante, ma
anche di altre misure del precedente governo. In particolare il
Decreto 368, che liberalizza i contratti a termine sotto i 7 mesi, e fa
per la prima volta esplicito divieto
alla contrattazione di interferire
sulle scelte delle imprese. Il Decreto
66 sugli orari di lavoro, che cancella
il concetto di orario giornaliero e
settimanale e definisce una lunga
franchigia sullo stesso orario medio.
Le nuove norme sul part-time che
mettono il lavoratore a disposizione
dellimpresa senza alcun diritto su
eventuali variazioni degli orari.
In questo quadro la Legge 30, articolata nel Decreto 276, non solo definisce un vero e proprio supermarket delle flessibilit a disposizione delle imprese, ma liberalizza
totalmente gli appalti, togliendo
ogni vincolo e cancellando la pre-

48

cedente Legge 1369 del 1960. In


questa, come in altre disposizioni
sul lavoro, il governo Berlusconi ha
poi applicato il principio che gli accordi si fanno con i sindacati comparativamente pi rappresentativi.
Formula ambigua, attraverso la
quale, a detta del passato governo,
passa la legalizzazione degli accordi
separati.
Quando si affronta il tema della riforma della legislazione occorre
dunque tenere presente che essa ha
un impianto unitario, unideologia
di ispirazione, una catena di disposizioni difficilmente districabili. Per
queste ragioni occorre procedere
allabrogazione della Legge 30, del
Decreto 368, della Bossi-Fini.
Occorre andare alla riscrittura del
Decreto sugli orari, e alla ridefinizione complessiva della legislazione
sul lavoro. Si tratta di operare su vari
fronti per far s che si realizzi effettivamente quellobiettivo che contenuto anche nel programma
dellUnione: tornare alla centralit
del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Occorrono misure immediate e misure di prospettiva e, soprattutto,
occorre comprendere come tutte le
misure sono necessarie. Nessuna di
esse di per s sufficiente, ma se
qualcuna di esse manca, la precariet non verr ridotta.
La legislazione del governo Berlusconi non certo la sola causa della
precariet. Per discutere e affrontare seriamente le condizioni per
una stabilizzazione del lavoro occorre risalire sia alla legislazione
precedente, in particolare al pacchetto Treu, ma anche alle riforme
del Codice Civile, sia a una tendenza
da tempo in atto nelle imprese. Per
questo occorre definire un insieme
di disposizioni che abbiano lobiettivo di riportare realmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato alla normalit e quelli a termine alleccezionalit.
La lotta contro la precariet del la-

Maggio - Agosto 2006

voro non solo una scelta di giustizia irrinunciabile. Essa propone anche lidea di un diverso sviluppo industriale che davvero valorizzi le lavoratrici e i lavoratori e la loro capacit di fare. In questi ultimi 20
anni i lavoratori hanno progressivamente restituito alle imprese salario
e potere. Le imprese non hanno utilizzato questa condizione di favore
per fare investimenti sulla tecnologia e sulla qualit dei prodotti e solo
ora cominciano, di fronte alla concorrenza mondiale, a capire che devono darsi da fare. Tuttavia, ancora
una volta le imprese sono tentate
dalla scelta di scaricare tutto sui lavoratori e sullo stato. Impedire di
nuovo una deriva in questa direzione indispensabile e per questo
la leva dei diritti del lavoro fondamentale. La cancellazione della legislazione berlusconiana sul lavoro,
una nuova legislazione che metta al
centro il lavoro sicuro e la responsabilit dellimpresa, una nuova fase
di contrattazione che riconquisti il
controllo sul lavoro e sulla sua prestazione, sono elementi indispensabili per far fare alle imprese un salto
di qualit sul terreno stesso della
competizione. La questione dello
sviluppo e della sua qualit, la lotta
contro la precariet sono dunque
parte di una grande questione democratica, che riguarda lapplicazione dei principi fondamentali
contenuti nella nostra Costituzione.
La vittoria del NO al referendum ha
sconfitto il tentativo di Berlusconi di
stravolgere la seconda parte della
Costituzione. Ora necessario ribadire i principi fondamentali della
prima parte, che non sono stati
messi in discussione da revisioni formali, ma dalla diffusione del liberismo selvaggio e dalle leggi che lo
agevolano. Cancellare le leggi sulla
precariet e lottare sulla parit dei
diritti in tutto il mondo del lavoro
dunque un modo concreto per difendere e realizzare la Costituzione
della nostra Repubblica.

Maggio - Agosto 2006

Lavoro

La questione salariale
e della distribuzione della ricchezza
divenuta da tempo centrale
nel paese, anche se i vari governi
che via via si succedono
sembrano essere gli unici
a non essersene accorti

Scala Mobile:
dalle parole
scarlatte
all'azione concre t a

di Pierpaolo Leonardi
Coordinatore nazionale CUB

L' ASSOLUTA

NECESSIT DI ACCELERARE LA RACCOLTA DELLE FIRME

DI FRONTE AL PERDURARE DEL DRAMMATICO CALO DEL POTERE


DI ACQUISTO DI SALARI E PENSIONI

a questione salariale e della distribuzione della ricchezza divenuta


da tempo centrale nel paese, anche
se i vari governi che via via si succedono sembrano essere gli unici a
non essersene accorti.
E certamente possibile datare lavvio della sconfitta dei salari rispetto
al carovita agli accordi di concertazione sulla politica dei redditi del
1992 e 1993, accordi che contenevano limposizione della moderazione salariale (sacrifici) in cambio
di una forte politica, promessa dai
governi, di incentivi alloccupazione, di controllo delle tariffe, di
sviluppo della ricerca e dellinnovazione tecnologica. Lobbiettivo era
quello di rientrare nei parametri
economici posti a Maastricht per
lingresso nelleuro. Ma, al di l
della fortissima moderazione salariale, nessuna delle contropartite
contenute negli accordi di luglio
stata rispettata. Uno dei punti pi
importanti di quegli accordi stata
la definitiva scomparsa della scala
mobile, cio di quel meccanismo
farraginoso ed inadeguato quanto
si vuole, ma pur sempre in grado di
garantire bene o male due elementi
fondamentali: da una parte la copertura dei salari dallinflazione,
anche se parziale in quanto semestrale e costruita su un paniere di
beni e servizi sempre criticato per-

ch non pienamente rispondente


alla realt, e, dallaltra, aspetto forse
pi importante del primo, la possibilit, avendo gi una copertura dei
salari dal carovita attraverso la scala
mobile, di utilizzare i rinnovi contrattuali per strappare ai padroni ulteriori pezzi di salario, di ricchezza
ottenuta attraverso gli incrementi
di produttivit. I contratti, insomma, avevano una potenziale funzione di redistribuzione della ricchezza prodotta.
La politica dei redditi ha quindi annientato la capacit di tenuta dei salari ed assestato un colpo mortale allistituto della contrattazione collettiva, rendendo i contratti meri
atti notarili in cui le parti sindacali,
costrette a tenere conto dellinflazione programmata e di nullaltro,
prendono atto di quanto si trova sul
tavolo, sulla scorta di indicatori macroeconomici sui quali pressoch
impossibile discutere e negoziare.
Che dire.proprio una politica in
favore dei lavoratori e dei salari
quella accettata in questi anni da
CGIL, CISL, UIL e da una pletora
di altri sindacati pi o meno inesistenti! Cosa quegli accordi abbiano
realmente prodotto per le tasche
dei lavoratori e delle loro famiglie
sotto gli occhi di tutti, cos come
evidente a tutti chi si sia arricchito
sulla scorta di quelle scelte.

Di qui la scelta di riproporre, con


una proposta di legge di iniziativa
popolare, la reintroduzione di un
meccanismo automatico di tutela
dei salari, degli stipendi e delle pensioni dallinflazione e, pi in generale, dallaumento esponenziale del
costo della vita; proposta avanzata
da un arco di forze sindacali con
base ampia ma forse non sufficiente. A tale arco di forze sindacali
si sono aggiunti via via anche partiti
e formazioni politiche quali il PRC,
il PdCI, i Verdi ed alcuni settori della
sinistra DS. Trovandoci in campagna elettorale, il terreno del salario,
del carovita, della distribuzione del
reddito costituiva forse una ghiotta
occasione, con parole dordine che
venivano profuse a piene mani. Cos
abbiamo assistito per qualche
tempo a roboanti dichiarazioni di
esponenti politici delle formazioni
citate che salivano sul cavallo della
scala mobile, scontrandosi con economisti paludati ed opinionisti da
trecentomila euro allanno che facevano le pulci a questa bizzarra richiesta, eccetera eccetera. Ma,
come da pi parti si dice, passata la
festa gabbato lo santo. Quella
stessa richiesta di equit e di tutela
del mondo del lavoro che aveva sollevato tanto ardore in campagna
elettorale gi finita sotto il tappeto. Sono rarissimi i banchetti di

49

Maggio - Agosto 2006

La stanza

a cura di Roberto Gramiccia

Enzo Cucchi ha scelto per lErnesto unopera di particolare bellezza. Ma anche di


particolare significato. E questo non deve sorprendere. Perch se vero che larte
deve essere libera come laria e non subire condizionamenti ideologici, vero anche
che lartista se intende puntare il dito, come fece Zola nel caso Dreyfus, libero
di farlo senza che la sua arte ne risenta.
E cos Enzo Cucchi ha deciso di lanciare il suo Jaccuse contro la guerra usando lo
stile inconfondibile che lo ha reso noto nel mondo come un grimaldello per entrare
dentro le coscienze. Per far questo, si richiamato ad una immagine che forse, dopo
quella di Guernica e del ragazzino praghese a braccia alzata minacciato dai nazisti,
quella che meglio rappresenta lorrore per la guerra e limperialismo che la
produce.
Limmagine a cui questo grande artista si ispirato quella fotografica della bambina
vietnamita denudata che fugge dal napalm. Questa icona sigilla la scatola dei ricordi
di chi negli anni 70 aveva let per capire. Sul Vietmam lesercito statunitense
scaric pi bombe di quelle lanciate durante la seconda guerra mondiale in tutta
Europa da tutti, dico da tutti, i belligeranti. E perse.
Naturalmente non avrebbe avuto senso ridipingere la foto. E allora Cucchi, come
solo gli artisti sanno fare, si lasciato percorrere dallangoscia suscitata da quella
immagine. Quello che ne uscito un pennuto, spennato dal napalm, che fugge
lungo una strada disseminata di teschi, allontanandosi prima di morire da un
paesaggio di fuoco e di rovine.
Su quella scatola di ricordi c scritto Vietnam. Quella scatola chiusa. Ma altre ce
ne sono spalancate e fumanti: Iraq, Afghanistan, Palestina, Libano per non parlare
che delle pi conosciute. Altre se ne potrebbero aprire. E il napalm stato sostituito
da gas pi micidiali e da pi micidiali ordigni.
Limmagine sulfurea, da girone dantesco, di Cucchi si apre tuttavia a una speranza.
Ai quattro angoli, infatti, si stagliano quattro lettere: G I A P. Che indicano una
soluzione possibile. Indicano un esempio Quelle quattro lettere corrispondono
al nome del pi grande avversario militare (quello politico fu Ho Ci Min)
d e llimperialismo bellicista: Vo Nguyen Giap.
Il generale Giap, armato del suo popolo, sconfisse gli invasori giapponesi, francesi
e americani. Oggi, a 94 anni, egli si batte contro la corruzione nel suo paese liberato.
Giap - tutti lo sanno - un poeta, un umanista, unartista, pi che un militare. Quando
si dice: larte salver il mondo io ci credo. Specie se penso a lui.
R.G.

Opera di Enzo Cucchi


"Paesaggio barbaro"
TECNICA: mista su carta
DIMENSIONI DELL'ORIGINALE: 40x36,5 (cm)
50

Maggio - Agosto 2006

dellArte

Enzo Cucchi

51

Lavoro

raccolta firme per la legge di iniziativa popolare, mentre alcune delle


formazioni sindacali che inizialmente avevano contribuito anche in
maniera determinante a lanciare liniziativa hanno praticamente tirato
i remi in barca. La raccolta firme
langue e, a due mesi circa dalla scadenza che ci eravamo prefissi, non
solo non sono state raccolte le centinaia di migliaia di firme che intendevamo raccogliere per fare di
questa legge un atto politico che
non si potesse ignorare, ma dobbiamo ancora arrivare alla soglia minima delle 50.000 firme richieste.
Tutto ci avviene mentre il governo
Prodi sferra un nuovo, micidiale attacco ai salari, al welfare, alle famiglie attraverso la manovra bis ed il
Documento di Programmazione
Economica e Finanziaria, in attesa
della finanziaria lacrime e sangue
per il 2007.
E allora? Come mai proprio ora che
pi vi necessit di riprendere liniziativa politica e sindacale di contrasto delle scelte del governo scompaiono si, letteralmente scompaiono tutti coloro che avevano
promesso appoggio, condivisione,
fatica a sostegno della proposta di
legge?
Perch i giornali di riferimento di
queste aree politiche hanno steso
un pesante velo a nascondere le attivit e le iniziative a sostegno della
proposta di legge?
Perch qualcuno si arroga il diritto
di raccogliere presso il partito le
firme raccolte nei propri sparuti
banchetti e non le invia invece al
Comitato nazionale come sarebbe
opportuno e giusto?
Forse lappartenenza al governo
rende meno drammatica la condizione dei lavoratori e dei loro salari? Forse, passata la campagna
elettorale, meglio non porre sul
tappeto argomenti che potrebbero ulteriormente mettere in difficolt il governo dellUlivo? Forse,
viste le timide reazioni confederali
alla manovrina ed al DPEF, meglio non introdurre elementi di frizione con questi sindacati, le cui
preoccupazioni e le cui richieste

52

sposiamo appieno?
Oppure pensiamo che una manifestazione badate, non uno sciopero
per il diritto al lavoro stabile e sicuro per i precari ma che non ha
tra le parole dordine il NO alla concertazione, labrogazione del pacchetto Treu, il diritto al reddito per
tutte e tutti - come quella che intendono promuovere la Funzione
Pubblica e Scuola CGIL, FIOM ed
ARCI e qualche sciocco gregario,
sia sufficiente a tenere alta la bandiera dei diritti dei lavoratori nei
confronti di un governo che s criticabile, ma che comunque di sinistra?
Allora diventa evidente che c bisogno di maggiore chiarezza su

Maggio - Agosto 2006

quali siano gli interessi dei lavoratori e se questi siano difendibili sempre, a prescindere dalla presenza o
meno al governo.
Noi continueremo, anche facendo
uno sforzo in pi nella raccolta delle
firme che sembra ormai interessare solo la CUB a sostenere il diritto alla redistribuzione della ricchezza e del reddito, a non invocare
aggiustamenti pi o meno concertati della finanziaria, a richiedere,
attraverso le mobilitazioni e gli scioperi, che a pagare non siano mai pi
i lavoratori, che hanno invece diritto a riprendersi quanto gli stato
sottratto dagli accordi di concertazione e dallarroganza dei padroni
e dei governi.

Maggio - Agosto 2006

Economia

Quello che propone il ministro buono


non conduce ad un buon compromesso
sociale. E' allora necessario
- nel clima di collaborazione
che dovrebbe caratterizzare la fase
iniziale di un governo - dire gentilmente
di no alla manovra proposta

Padoa Schioppa:
o v v e ro larte
di dire no

di Stefano Lucarelli
Economista e collaboratore de Il manifesto

PREMESSE

a spesa pubblica la si d sempre a qualcuno. E questo qualcuno si fa avvocato


di esigenze che hanno un contenuto concreto, non di rado di carattere sociale;
molto pi difficile dirgli di no che dire
no a un'operazione di mercato monetario. [] Come si pu affinare l'arte
del dire no?
(Tommaso Padoa Schioppa, Ragioneria generale dello Stato, Roma 15 giugno 2006)
Il Ministro dell'Economia To mmaso Padoa Schioppa ha parlato di
gravissimo dissesto dei conti pubblici e si appresta a porre in atto una
manovra bis. Dalla relazione della
Commissione Faini, istituita per verificare la necessit della manovra,
apprendiamo che il Governo in
cerca di molti soldi: servirebbero 10
mld di euro per riportare il deficit
2006 dal 4,6% del Pil (dato tendenziale a politiche invariate comprensivo dei rischi di efficacia e di attuazione) al 3,8% del Pil (dato contenuto nella Relazione Trimestrale di
Cassa). La commissione Faini spiega che il deterioramento dei saldi
tendenziali, il sostanziale azzeramento dell'avanzo primario di competenza, il valore negativo dell'avanzo primario di cassa e la crescita
del debito pubblico configurano
una situazione di sofferenza delle

PER UN DIALOGO CON IL

pubbliche finanze che non si manifestata ancora in tutta la sua severit. L'obiettivo ultimo elevare al
pi presto l'avanzo primario al 3,5%
del Pil: coster moltissimo.
Nell'intervista apparsa su Il Sole 24
Ore del 9 Giugno, il ministro ha dichiarato: Oggi non conosciamo ancora l'entit complessiva dell'intervento. N abbiamo determinato
come distribuirlo tra minori spese e
maggiori entrate. Non credo si possa operare solo con una delle due
componenti. L'ho detto all'Ecofin
di Lussemburgo: nessuna strada
esclusa, nessuna stata imboccata.
Come interpretare queste parole?
Qual l'imprinting politico economico del ministro? Quali vincoli alla
libert d'agire egli considerer
stringenti? Insomma quali sono i
margini di dialogo che il ministro
pu concedere?
LE

TEORIE ECONOMICHE

DEL MINISTRO BUONO

E' chiaro che Tommaso Padoa


Schioppa la figura di spicco di questo nuovo Governo: un uomo lontano dalle logiche di partito, apprezzato dal mondo imprenditoriale e dalla stessa opposizione, cresciuto in Banca d'Italia, poi a Francoforte. E' un economista consape-

MINISTRO

BUONO

vole dei limiti della teoria economica ed attento alla logica delle istituzioni, in primis le banche. Crede
fermamente alla possibilit di governare la moneta: Il migrare della
funzione di batter moneta dalla
sfera del principe a quella privata,
poi di nuovo a quella pubblica,
quindi a una condizione di autonomia istituzionale, riflette la ricerca
di una collocazione che tenga il torchio dei biglietti al riparo dall'influenza di chi abbia interesse a servirsene per finanziarsi senza costo.1
La teoria delle aree monetarie di
Mundell ed il saggio sulla denazionalizzazione della moneta di Hayek
rappresentano per lui importanti riferimenti teorici. Egli crede che
un'area a cambi fissi nell'interesse
di tutti i paesi partecipanti se il volume degli scambi e la mobilit dei
fattori tra questi paesi sono elevati.
Siccome lo scambio commerciale
tra le nazioni europee industrializzate per la maggior parte uno
scambio intraindustriale, allora la
maggior parte degli shock sulla domanda colpir questi paesi in modo
simile. Tuttavia il ministro anche
convinto che libero commercio, mobilit di capitali, cambi fissi e autonomia delle politiche monetarie nazionali siano tra loro incompatibili.2
Occorrerebbe per chiedergli se
53

Maggio - Agosto 2006

Economia

crede che in un contesto di politiche


monetarie sovranazionali libero
commercio, mobilit di capitali e
cambi fissi siano o meno compatibili.
Egli apprezza la ratio delle regole di
politica monetaria della Banca Centrale Europea: una strategia di politica monetaria adeguata deve fornire un quadro sistematico per l'analisi delle informazioni e l'adozione delle decisioni, senza che queste siano predeterminate in modo
meccanico. Non esiste un unico modello vero e, pertanto, i rappresentanti delle istituzioni economiche
devono spiegare in modo sistematico e strutturato la politica adottata. E' molto probabile che Tommaso Padoa Schioppa assuma questa logica anche nel governo delle
finanze italiane. Questo metodo
non vincola ad una regola d'azione
ottimale, tuttavia guarda ad un
obiettivo preciso: il mantenimento
della stabilit dei prezzi nel medio
termine.
L ' E U R O PA

NON UN'UNIONE POLITICA

Lo sguardo del ministro sull'Europa, egli convinto che gli interessi dell'Italia siano gli interessi
dell'Europa. A tal proposito appare
molto significativo il contenuto
della prolusione che egli ha tenuto
il 28 Ottobre durante l'inaugurazione dell'Anno Accademico presso
l'Universit Bocconi3: Ai giovani
qui presenti vorrei parlare dell'Europa di oggi e di domani e suggerire
loro di adottarla quale punto di riferimento tanto nella vita di lavoro,
quale che sia il mestiere specifico in
cui entreranno, quanto come cittadini italiani, quale che sia la personale preferenza politica: dunque un
punto di riferimento professionale,
culturale, politico e civile. La prolusione costruita sul timore che i
giovani entrino nella spirale della
malinconia. Non si pu non invitare
il ministro ad utilizzare una parola
pi adatta alle circostanze: a l i e n azione invece di malinconia, poich
questa generazione resa stru-

54

mento di fini ad essa estranei.


Tuttavia importante constatare
che il ministro dia rilevanza al fatto
che l'Unione Europea non sia ancora un'unione politica. Egli conosce
le contraddizioni proprie del capitalismo contemporaneo: sa che tra
dollaro ed euro in atto una guerra4 e sa che finora la BCE non gestisce l'euro in maniera mercantilista. Probabilmente comprende anche che gli equilibri interni all'Europa sono instabili: si assiste in Europa ad un divario commerciale
centro-periferia soprattutto a vantaggio della Germania.5 In Europa
non ci sono interessi politici comuni: e se il risanamento che il ministro ha in testa avvantaggiasse il centro dell'Europa (Germania in testa)
ai danni della periferia?
Il ministro sembra una persona onesta, un ministro buono. E' probabile
che si renda perfettamente conto
che l'unione politica europea passi
necessariamente per una rivisitazione degli accordi su cui stata costruita l'unione monetaria europea.
E' questo un punto su cui da tempo
insiste pi di un economista: occorre un altro Patto di stabilit e crescita 6. In questa sede mi limito a ricordare che: 1) non esiste alcuna
legge economica certa in grado di
stabilire quale deficit sia eccessivo e
quale invece sostenibile; 2) non c'
neanche alcun limite dato nel rapporto debito pubblico/Pil oltre il
quale scattano insostenibilit del
debito e rischio di insolvenza.
Anche il ministro lo sa da tempo:
La nozione di 'sostenibilit del debito' controversa. Certo si conviene sul fatto che il debito non sostenibile se il tasso di crescita dell'economia inferiore all'interesse reale
pagato; ma si ammette che questa situazione di insostenibilit pu durare per qualche tempo senza conseguenze rilevanti. Certo i mercati
sono inquieti o fiduciosi a seconda
che il rapporto tra debito pubblico
e prodotto nazionale sia crescente o
decrescente, soprattutto quando
quel rapporto molto elevato. Ma
la fiducia dei mercati dipende anche da altri fattori: la condizione ge-

nerale dell'economia, il suo tasso di


risparmio, la forza complessiva del
Paese, la qualit dei suoi servizi e
della sua amministrazione, la sua
stabilit politica e istituzionale, l'ordine pubblico.7
Non c' nessuna urgenza teoricamente fondata per iniziare subito
un'opera di risanamento finanziario, a meno che non si assista ad
un'immediata crescita dei tassi di interesse reali o ad un imminente nervosismo sui mercati8. Di pi, nell'area monetaria europea non si pu
distinguere il rischio-default di un
paese da quello degli altri membri
dell'Unione e, di conseguenza, i rischi d'insolvenza di ognuno vengono pertanto spalmati sui titoli di
tutti gli altri e i tassi d'interesse europei si muovono all'unisono 9 .
Eppure il ministro ha dichiarato
che non intenzione del governo
chiedere all'Unione Europea di
consentire il rinvio di un anno per
il rientro del deficit sotto il 3% del
Pil: Testa alta e schiena dritta!.10
L'ESERCITO

DEI RAGIONIERI

Le tre parole chiave della politica


economica che Padoa Schioppa sta
prudentemente introducendo affinch siano da tutti accettate sono
stabilit, efficienza ed equit, tre
concetti che vengono dalla teoria
della scienza delle finanze. I compiti della politica di bilancio sono:
stabilizzare l'economia, ridistribuire reddito, allocare le risorse.11
Conta soprattutto il modo in cui il
ministro mette in ordine i tre concetti. Il risanamento dei conti pubblici al primo posto.
Tommaso Padoa Schioppa si presenta come un cavaliere di ventura
al comando di un esercito di ragionieri. Il suo incedere elegante, le
sue intenzioni ferme: ai suoi uomini
ricorda che essi costituiscono l'esercito della Ragione, un manipolo
di valorosi devoti alla parsimonia ed
attenti a non essere sedotti dall'illusione di una rigorosa politica fiscale: Se si gonfia la spesa e si ripiana il deficit ricorrendo solo alla

Maggio - Agosto 2006

tassazione, si sottraggono all'economia risorse che potrebbero essere pi produttive se fossero lasciate all'economia. La via da seguire dunque quella di essere economi nella spesa12. Secondo questa logica la correzione della dinamica delle spese per prestazioni sociali non potr essere evitata in linea con quanto raccomandato dal
Governatore della Banca d'Italia:
l'et media del pensionamento e la
spesa di regioni ed enti locali per la
sanit rappresentano le priorit ineludibili per il risanamento dei conti
pubblici.
Quello che propone il ministro buono non conduce ad un buon compromesso sociale. E' allora necessario - nel clima di collaborazione che
dovrebbe caratterizzare la fase iniziale di un governo - dire gentilmente di no alla manovra proposta.
UN

RAGIONAMENTO DIVERSO

Teoricamente il governo pu scegliere se abbattere il debito pubblico rapidamente, ridurlo lentamente, oppure anche lasciarlo pressoch invariato. E' pur vero che la
p u r a e s e m p l i c e rivendicazione di
margini pi ampi per il disavanzo
dello Stato o per il debito pubblico
solo un primo passo. Occorre una
precisa agenda di politica economica, consci del fatto che il keynesismo non basta. Si potrebbe ragionare sul fatto che la crisi italiana non
ha principalmente ragioni congiunturali (la crisi dei conti pubblici) ma strutturali:
1) l'Italia appare debole nella promozione dell'apprendimento
umano ed fortemente in ritardo
nell'evoluzione strutturale verso i
settori pi produttivi dello scenario
economico odierno13. Le esportazioni italiane calano nell'ultimo
quinquennio, ma nello stesso periodo la quota dei profitti lordi nel
settore privato stata costantemente pi elevata che nell'intera
area euro. Questa tenuta dei profitti
stata solo il frutto di una moderazione salariale indecente e della so-

Economia

stituzione di forza lavoro stabile e


ben pagata con forza lavoro precaria. La classe imprenditoriale italiana oggi formata da rentier. Un
interessante tema di discussione per
il ministro ed i suoi collaboratori potrebbe essere il seguente: sostenere
i redditi e rafforzare i saperi necessari alla dinamica strutturale dell'economia italiana. Uno Stato che investe nelle forze vive della produttivit condizione necessaria per una
coesione sociale (parola cara a questo governo). Le forze vive della produttivit non sono gli imprenditori
rentier ma i lavoratori.14
2) il ministro aspira a costruire un'
Europa politicamente unita, proprio per questo sarebbe importante
che invitasse l'UE a lavorare per un
bilancio europeo.
3) auspicabile inoltre che durante
questo quinquennio il ministro si appassioni ad un'altra delicata questione: la necessit di ridimensionare i liberi movimenti dei capitali
per contribuire alla stabilizzazione
economica tanto dell'Italia quanto
dell'Europa.
Di fronte all'ennesimo invito al sacrificio occorre esercitare l'arte di
dire no meglio dell'esercito dei
contabili. Le premesse perch un
agenda abbia capacit persuasiva
stanno solo nella consapevolezza
che la societ civile ha dei suoi bisogni.
Note

5 L integrazione commerciale che si verifica


come risultato delle economie di scala conduce
anche alla concentrazione regionale delle attivit industriali. Infatti quando gli ostacoli allo
scambio diminuiscono si verificano due effetti
opposti sulla localizzazione delle industrie: 1)
possibile produrre pi vicino ai mercati finali;
2) possibile concentrare la produzione in modo
da approfittare delle economie di scala. Di conseguenza, gli shock che colpiscono uno specifico
settore potrebbero anche diventare gli shock di
uno specifico paese.
6 Si veda innanzitutto P. Arestis, K. Mc Cauley
e M. Sawyer, An alternative Stability and
Growth Pact for European Union. Si vedano
poi gli interventi di Nicola Acocella, Bruno Bosco
e Riccardo Realfonzo su www.sinistriprogetti.it
Per un punto di vista scettico da sinistra si veda
R. Bellofiore e J. Halevi, Tendenze del capitalismo contemporaneo, destrutturazione
del lavoro e limiti del 'keynesismo' , in S.
Cesaratto S. e R. Realfonzo R., op. cit.
7 T. Padoa Schioppa, Il governo dell'economia, cit., pp. 72-73.
8 Qualche ragione in tal senso c': i grandi
esportatori di prodotti petroliferi sono diventati
i principali detentori dei titoli di stato americani, ma sia la Russia che l'Arabia Saudita
hanno relazioni difficili con gli Usa. Inoltre le
banche centrali continuano a dire che i prezzi
del petrolio sono in ascesa per motivi di carenza
strutturale dell'offerta. Si veda M. De Cecco,
Lo yen risale, la Fed tira un sospiro ma resta
l'incognita petrolio, in Affari e Finanza, 26
giugno 2006.
9 E. Brancaccio, Conti pubblici. Stabilizzare
ma non abbattere il debito, in Il Manifesto,
28 giugno 2006.
10 Dichiarazione rilasciata il 5 giugno 2006.
11 T. Padoa Schioppa, Ecco come sar il nuovo

1T. Padoa Schioppa, Il governo dell'economia, Il Mulino, Bologna 1997, p. 81.


2 T. Padoa Schioppa, Europa, forza gentile,
Il Mulino, Bologna 2001, p. 138.
3T. Padoa Schioppa, L'Europa della malin-

patto sociale, intervista di Alberto Orioli e Dino


Pesole, Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2006, p. 3.
12 T. Padoa Schioppa, Intervento in occasione
della conferenza 2006 della Ragioneria generale dello Stato, Roma 15 giugno 2006.

conia, Milano Universit Bocconi, 28 ottobre


2005, Prolusione per l'inaugurazione dell'A. A.
2005-2006.

13 Si veda L. Pasinetti, Una crisi strutturale,


intervento al Forum dell'Economia di Saint
Vincent, Ottobre 2002.

4 L'euro come valuta forte in grado di attac-

14 Credo che in questo senso vada condotto un

care il predominio Usa sul mondo. Molti stati


(Venezuela, Russia, Cina) sono propensi a prendere l'euro come loro riserva e come base per le
loro transazioni internazionali. Si veda Il crepuscolo del dollaro, in La contraddizione, n.
114, maggio-giugno 2006, pp. 39-49.

ragionamento sul basic income: occorre individuare le specifiche condizioni sotto le quali l'elargizione di un basic income influisce sulla
produttivit del lavoro, lo skill, dexterity e judgement with wich labour is generally applied di smithiana memoria

55

Economia

Maggio - Agosto 2006

Le tasse evase ammontano


a circa 210 miliardi di euro annui,
una cifra che sette volte
l'importo di 30 miliardi di euro
di cui oggi si parla
per l'ormai prossima
manovra di bilancio

La lotta
allevasione:
battaglia di equit
e modern i z z a z i o n e

di Vladimiro Giacch

CIFRE DA BRIVIDO, FURBETTI ALLA RISCOSSA , FISCALIT


LA NECESSIT DI UNA BRUSCA E RAPIDA STERZATA

ggi la lotta allevasione rappresenta


una battaglia centrale, non soltanto
per riconquistare livelli decenti di
equit distributiva, ma anche ai fini
del rilancio delleconomia italiana.
Vediamo perch, con laiuto di
qualche dato.
LE

CIFRE DEL DISASTRO

Se lo Stato ti chiede pi di un terzo


di quanto guadagni, c una sopraffazione nei tuoi confronti, e allora ti ingegni per trovare sistemi
elusivi e addirittura evasivi ma in sintonia con il tuo intimo sentimento
di moralit (sic!): sono parole di
Berlusconi, contenute nel discorso
dell11 novembre 2004 alla festa
della Guardia di Finanza. In effetti,
il suo governo ha manifestato in
molti modi il proprio ossequio nei
confronti dellintimo sentimento
di moralit degli evasori. Il pi noto rappresentato da due consecutivi condoni tombali (tali cio da sanare una volta per tutte levasione
pregressa e da bloccare gli accertamenti fiscali in corso). Ma non va dimenticata la sanatoria per il rientro
dei capitali esportati illegalmente
(per lo pi evasione fiscale mascherata o riciclaggio di denaro sporco),
attuata dietro il pagamento di un
obolo ridicolo. Ulteriori picconate

56

allerario sono state inferte con la


ex-Cirielli, che ha ridotto da 10 a 6
anni i tempi di prescrizione per le
fatture false e per le denunce dei
redditi false. Infine, con lultima
legge finanziaria di Berlusconi &
Tremonti stato introdotto il patteggiamento contabile per danni
allerario (di cui possono beneficiare anche i corrotti), poi severamente criticato dalla Corte dei Conti.
Le leggi su misura, i condoni e i concordati non sono per lunico
modo attraverso cui sono state favorite levasione e lelusione fiscali.
A tutto questo bisogna infatti aggiungere la definitiva disarticolazione delle attivit di recupero, lassenza di meccanismi incentivanti legati allevasione recuperata, nonch il dimezzamento dellorganico
del Secit e la sua trasformazione in
ufficio studi. E infatti la riscossione effettiva dellevasione accer tata scesa dal gi misero 3,1% del
2001 allo 0,36% del 2005.1 Non stupisce che nel 2005 lindagine del
World Economic Forum sulla competitivit mondiale abbia piazzato
lItalia al 114 posto su 117 in termini di efficienza tributaria.
Ma veniamo alle cifre dellevasione,
che sono da brivido. Secondo stime
fornite dallAgenzia delle Entrate
(e confermate dal Censis), le tasse
evase ammontano a circa 210 mi -

DISTORTA .

liardi di euro annui. Tanto per avere


unidea delle dimensioni, si tratta di
una cifra che sette volte limporto
di 30 miliardi di euro di cui oggi si
parla per lormai prossima manovra
di bilancio. Secondo stime del 2002
del Fondo Monetario Internazionale, il peso delleconomia sommersa in Italia del 27%, ossia il
doppio del valore medio dei Paesi
appartenenti allOCSE. Economia
sommersa significa evasione fiscale
e contributiva di entit abnorme, e,
tradotto in cifre, milioni di lavoratori in nero (quasi 6 milioni secondo recenti elaborazioni della
Cgil su dati Inps, Inail e Istat).2
In compenso, tra il 2001 e il 2005
lammontare dellIrpef pagata dai
lavoratori dipendenti e dai pensionati salita da 89 a 103 miliardi di
euro. Quella versata da altri redditi
scesa del 25,4% (da 45 a 33,5 miliardi). quasi superfluo aggiungere che nello stesso periodo il valore dellIrpef derivante dalla lotta
allevasione ha conosciuto un vero
e proprio crollo (-56%), passando
dai gi magri 11 miliardi a 4,8 miliardi di euro. Se a questo aggiungiamo che gi nel 2001 la met delle
societ di capitali dichiarava un reddito zero ai fini della tassazione
Irpeg, e che lanno successivo levasione media dellIrap era del 46%
(al sud 99,5%), il quadro chiaro:

Maggio - Agosto 2006

la progressivit delle imposte prevista dallart. 53 della Costituzione italiana (per cui i cittadini debbono
pagare le tasse in ragione della loro
capacit contributiva e il sistema
tributario deve essere informato a
criteri di progressivit), non soltanto disattesa, ma completamente
rovesciata.
Le imposte di fatto cio quelle effettivamente pagate in Italia sono
regressive. Le imposte dirette sul lavoro dipendente e le imposte indirette (che incidono proporzionalmente in misura assai superiore sul
reddito della parte pi povera della
popolazione che su quello dei pi
abbienti) sostengono la massima
parte del peso della fiscalit. In tal
modo la fiscalit di fatto opera come
un vero e proprio Robin Hood alla
rovescia. E, a fronte dellentit dellevasione, neppure il crescente peso delle imposte che gravano sui lavoratori a reddito fisso basta ad impedire la crisi fiscale dello Stato.
Quindi bisogna vendere immobili
e propriet statali, privatizzare e tagliare i servizi sociali, ecc.
INVERTIRE

LA TENDENZA

Le prime vittime di questo processo


sono, come chiaro, gli stessi lavoratori dipendenti. I quali, gi penalizzati perch pagano le tasse, perch le pagano in misura proporzionalmente superiore alla loro capacit contributiva e perch vedono
aumentare le tasse indirette sui beni
e le tariffe sui servizi pubblici, vengono infine colpiti anche attraverso
la riduzione dei servizi sociali, che
dovranno quindi comprarsi sul
mercato.
Ma le vittime del fisco distratto
non sono soltanto loro. In realt,
nel corso dei decenni, il fallimento
fiscale ha grandemente contribuito a rimescolare le carte allinterno della stessa borghesia italiana,
riconfigurandone le gerarchie e

Economia

creando specifiche opportunit di


sviluppo per alcune sue componenti a scapito di altre. Tra gli effetti
di lungo periodo dellevasione fiscale, il principale infatti rappresentato dalla s t ruttura pro d u t t i v a
frammentata (quella che una volta
veniva elogiata come lItalia dei
piccoli ed oggi finalmente si comincia a chiamare nanismo).3 Di
fatto, levasione fiscale ha consentito il proliferare di una forma tutta
specifica e tutta italiana di rendita:
tanto con riguardo alle libere professioni, quanto con riguardo alle
piccole imprese. In particolare, i
profitti ottenuti da queste ultime
sono stati tesaurizzati (ossia dirottati verso i patrimoni personali degli imprenditori), e molto pi di
rado reinvestiti nelle imprese.
Questo per due motivi: perch la
contabilit parallela era parte integrante del meccanismo dellevasione e perch il permanere in di mensioni estremamente contenute dimpresa ed in nicchie anche assai ristrette di mercato (risultato necessario della mancanza di investimenti) era in fondo funzionale al mantenimento di quei margini di profitto illegali.
Tutto questo ha concorso al determinarsi di tre fenomeni, risultati nel
lungo periodo estremamente negativi per leconomia italiana: indebolimento della grande industria;
posizionamento della frontiera
competitiva italiana sulla competitivit basata sul prezzo; mantenimento di produzioni tradizionali
con un basso tasso di innovazione di
prodotto e di ricerca incorporata
(la ricerca costa e soltanto le imprese medio-grandi possono permettersela). Si trattato spesso di una vera e propria selezione del peggiore: perch, ovviamente, chi
froda il fisco e paga in nero i lavoratori in grado di abbattere i costi
e quindi pu battere il concorrente
che rispetta le leggi e le normative
sul lavoro.

singolare che, in tutto il gran parlare che si fa di concorrenza e


competitivit, leffetto distorsivo
dellevasione venga regolarmente
ignorato. Per questo sono tanto pi
interessanti le considerazioni svolte
recentemente da due director di
McKinsey: normalmente tutti sono
daccordo che bisogna pagare le
tasse per ragioni morali e per ridurre il deficit pubblico, ma nessuno capisce che essenziale rilanciare
leconomia attraverso una vera concor renza che non sia falsata dal nero.
Quindi si continua ad avere la pi
alta evasione fiscale dei paesi industrializzati, il 60% in meno degli
ispettori fiscali rispetto al Regno
Unito, dove pagano le tasse, e nessuno in Italia ha mai visto un evasore in manette.4
La conclusione obbligata: oggi la
battaglia contro levasione fiscale una
battaglia non soltanto doverosa a
fini di equit sociale, non soltanto
necessaria affinch i costi del risanamento non gravino sui lavoratori,
ma indispensabile anche per realizzare quella modernizzazione del
paese di cui troppo spesso si parla a
sproposito. Tre ottimi motivi per
combatterla con decisione.

Note
1 D. Pesole, Evasione, recuperi in tempi lunghi, in Il Sole 24 Ore, 06 aprile 2006.
2 Sei milioni di lavoratori in nero, in La
Repubblica, 05 maggio 2006.
3 Il fatto che levasione tollerata abbia rappresentato nel corso dei decenni uno dei maggiori aiuti dello Stato alle piccole e medie imprese
italiane tranquillamente aff e rmato in S.
Brusco, S. Paba, Per una storia dei distretti industriali dal secondo dopoguerra agli anni
Novanta, in F. Barca (a cura di), Storia del
capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi,
Roma, Donzelli, 1997, p. 265.
4 R. Abravanel e Y. Gutgeld, intervista a
Milano Finanza, febbraio 2006.

57

Maggio - Agosto 2006

Politica

Per quale ragione


questo governo destinato
a vivere pericolosamente
e a dover ricorrere,
o minacciare di ricorrere,
alla fiducia ad ogni pi sospinto
per poter andar avanti?

Radiografia
del governo Pro d i

di Salvatore Di Stefano
Comitato politico nazionale PRC

IL

l governo Prodi, a poche settimane


dal suo insediamento, gi in uno
stato di fibrillazione: ha dovuto
porre in due mesi pi volte la fiducia, si ritrova con Di Pietro sdoppiato a proposito dellindulto e con
Mastella che ha minacciato di dimettersi da ministro della giustizia;
sulle questioni economiche contestato da ampi settori sociali e sui
temi di politica estera stato messo
in crisi da un significativo numero
di parlamentari, deputati e senatori,
che hanno tenuto col fiato sospeso
lItalia a proposito del rifinanziamento delle missioni militari italiane allestero, segnatamente sulla
questione dellAfghanistan. Su questo, a dimostrazione che la lotta
paga sempre, alla Camera quattro
deputati di Rifondazione, nonostante il voto bipartisan, hanno
saputo dire di no rispettando larticolo 11 della Costituzione repubblicana, ma soprattutto al Senato i
senatori ribelli di Rifondazione,
Verdi e PdCI, che sono aumentati
giorno dopo giorno, hanno costretto il governo a porre la fiducia
affinch si potesse esprimere il dissenso sulla politica estera senza far
cadere lesecutivo. Di pi: avendo
posto la fiducia il centro-sinistra ha
obbligato lopposizione a votare
contro, spezzando il clima accordista foriero di sicura sconfitta per la
coalizione di centro-sinistra. Per ironia della sorte a chiedere che fosse
posta la fiducia sono state quelle

58

NUOVO ESECUTIVO DI CENTRO - SINISTRA ED IL PROGRAMMA :

QUALE DISCONTINUIT RISPETTO AL GOVERNO

forze politiche che allinizio della


ribellione erano fermamente contrarie e che, anzi, accusavano i ribelli di favorire la destra e di cercare solamente visibilit mediatica
con il loro estremismo (sic!). La vittoria conquistata a luglio non significa che il problema risolto. Al contrario, le questioni si ripresenteranno in tutta la loro crudezza nei
prossimi mesi quando, peraltro, si
aggiungeranno i temi economici e
sociali.
Infatti, lautunno rischia di rendere
la vita dellesecutivo di centro-sinistra ancor pi difficile, dato che ai
temi della pace e della guerra si aggiungeranno quelli della politica
economica, con il tagliatore PadoaSchioppa che, seguendo i dettami
confindustriali, vorrebbe dare una
pesante sforbiciata allo stato sociale:
previdenza, sanit e pubblico impiego. E qui la questione diventa
davvero esplosiva, ben pi drammatica dello scontro sostenuto dal
governo con tassisti, avvocati e notai, sul quale peraltro occorrerebbe
mettere in evidenza luci ed ombre,
andando ben al di l della metafora
calcistica del pareggio usata dal ministro Bersani.
Per quale ragione questo governo
destinato a vivere pericolosamente
e a dover ricorrere, o minacciare di
ricorrere, alla fiducia ad ogni pi sospinto per poter andar avanti?
Cerchiamo di capire meglio ci che
sta succedendo a partire dalla stessa

B ERLUSCONI?

composizione della compagine governativa e dalle basi programmatiche che lesecutivo si dato prima
del 9 10 aprile. Vogliamo solo per
un attimo ricordare la questione del
programma non per la rituale lamentazione, buona in ogni momento da parte di chi costretto ad
essere minoranza, ma perch il governo del paese, caratterizzato ancora oggi dalla questione comunista, avrebbe avuto bisogno di un
confronto programmatico di ampio
respiro per consentire a forze politiche e sociali molto diverse tra loro
di raggiungere un accordo serio sui
grandi temi che contraddistinguono lanomalia del caso italiano. Ci non stato fatto; anzi,
chi proponeva di percorrere quella
strada, normale peraltro per una
forza comunista, era quasi insultato
e sbeffeggiato con il ritornello dei
paletti. Oggi, purtroppo, ci accorgiamo che senza paletti i comunisti
rischiano di pagare un prezzo molto
alto se il governo dovesse imboccare
un itinerario conservatore, travolgendo qualsiasi argine progressista.
Certo, cera la necessit di mandare
a casa il governo Berlusconi, il peggiore e il pi pericoloso governo
della Repubblica; e a questo impegno, contratto con le grandi masse
popolari, i comunisti hanno tenuto
fede. Ma proprio le masse ci chiedono che lesercizio del potere da
parte del centro-sinistra tracci significative discontinuit rispetto

Maggio - Agosto 2006

al famigerato centro-destra.
Poniamoci, a tal proposito, linterrogativo che milioni di persone si
pongono continuamente: ha senso
una battaglia, uno scontro che lasci
sostanzialmente immutato il quadro esistente? Dunque, il senso di
responsabilit, la cautela tattica, lagilit manovriera e quantaltro sono
sempre benvenuti. Ma ad una condizione: tutto ci deve produrre
cambiamento, rotture, discontinuit, anche in una situazione segnata dallegemonia borghese. Se
avvenisse il contrario si snaturerebbe il ruolo e la funzione dei comunisti e se ne sancirebbe la subalternit tattico-strategica.
Ora, serve a poco cimentarsi nei giochi tipici dei mesi estivi e stilare la
classifica dei ministri pi o meno di
sinistra, sulla base di fumosi elementi; come se dovessimo valutare
lazione del governo e dei suoi ministri guardando dal buco della serratura. In realt, separare le persone dalla politica che esprimono e
dagli interessi di cui sono portatori
sempre unoperazione sbagliata e
riduttiva; si rischia solo di scadere
nei pettegolezzi e nellimpotenza,
senza dare alcun contributo alla
lotta sociale e politica. Tentiamo, allora, di analizzare leterogenea, per
dir cos, composizione dellattuale
esecutivo per comprendere quale
politica, almeno per quanto concerne le maggiori forze del centrosinistra, si vuole perseguire in futuro.
I ministeri-chiave, quelli strategici e
storicamente decisivi, sono stati assegnati a Massimo DAlema, esteri;
Tommaso Padoa-Schioppa, economia e finanza; Giuliano Amato, interno; Arturo Parisi, difesa; Clemente Mastella, giustizia. In questo primo gruppo sono presenti diessini
che hanno mosso guerra, ovviamente umanitaria!, e che devono
farsi perdonare il peccato originale di essere stati, in tempi ormai
remoti, comunisti; sottili ex-socialisti sostenitori del craxismo, trasfigurato da analisi finto-colte; democristiani in servizio permanente effettivo, che vorranno utilizzare la

Politica

giustizia come merce di scambio per


alleanze inciuciste; diellini apparentemente profondi, in realt incomprensibili, ma sempre pronti a
schierarsi con lamico americano;
infine, la Confindustria in persona,
che sin dalle sue prime uscite pubbliche ricorda a tutti gli smemorati,
brandendo le forbici, che cos leconomia fondata sul profitto.
Gi questo drappello potrebbe fornirci degli indizi sulla natura del governo e forse metterci sullavviso di
quale politica attuer. Ma diamo
uno sguardo a un secondo gruppo
di ministri affinch si possa avere un
quadro ancor pi completo.
Ad Emma Bonino andato il ministero del commercio internazionale
e delle politiche europee. In questo
caso avr fatto premio la sua totale
sottomissione ad Israele e agli USA,
sempre lodati come portatori della
libert e della democrazia, soprattutto quando seminano bombe in
diverse parti del mondo e, da ultimo, in Libano, paese che sta pagando amaramente i massacri perpetrati dallesercito israeliano ed
autorizzati da Washington. E noto,
peraltro, che Bonino e Pannella
sono ferocemente non-violenti e
incarnano loltranzismo atlantico,
alzando la voce a difesa delloccidente ogni volta che il governo timidamente tenta di smarcarsi dalla
superpotenza statunitense.
Pierluigi Bersani, ministro per lo sviluppo economico, finora ha fatto
parlare di s per lo scontro con tassisti, notai, farmacisti e avvocati.
Eppure, noi inguaribili marxisti avevamo inteso lo sviluppo economico,
nome del suo ministero, in altro
modo: progetti di investimenti pubblici, interventi nel Mezzogiorno,
studio delle realt industriali del
Paese, ruolo delle banche
Altri ministri vedremo sicuramente
in azione nei prossimi mesi e speriamo che le loro politiche siano effettivamente di sinistra affinch sui
temi del lavoro (Damiano), della sanit (Turco), della scuola (Fioroni),
delluniversit (Mussi) si possa determinare uninversione di rotta capace di far prevalere nei militanti

lottimismo della volont sul pessimismo dellintelligenza.


Nel governo Prodi c anche una
pattuglia di ministri della sinistra radicale: Ferrero (PRC), Bianchi
(PdCI) e Pecoraro Scanio (Verdi),
che rappresentano la sinistra di alternativa e che hanno un compito
molto arduo da assolvere visto che
sono in posizione di minoranza e
gestiscono ministeri meno decisivi
rispetto ad altri. A nessuno sfugge
che il loro ruolo risulta essenziale
per tentare di dare a Palazzo Chigi
una direzione di marcia popolare,
ruolo che potranno giocare soprattutto se il movimento di massa li sosterr nelle battaglie istituzionali.
Paolo Ferrero, ministro alla solidariet sociale, ha gi dovuto rintuzzare gli attacchi della destra sulle
questioni concernenti le droghe ed
i migranti, ma soprattutto ha dovuto
scontrarsi, non arrivando al voto
contrario, in consiglio dei ministri
con limpostazione del DPEF, lanciando un chiaro messaggio a
quanti si apprestano a varare in autunno una manovra lacrime e sangue. Nessuna battaglia politica potr essere vinta, per, vista anche lesigua presenza nel governo e la gi
evidenziata vaghezza programmatica, senza un legame stretto con i
lavoratori e le grandi masse popolari e senza un progetto di trasformazione democratica del Paese.
E il momento di legare strettamente lotta politica e lotta sociale,
di sostenere lazione dei movimenti, di intaccare gli assetti economici dellItalia, spostando in
avanti il quadro democratico.
Per questo il prossimo autunno sar
decisivo e costringer ogni forza politica e sociale a definire il proprio
ruolo con grande chiarezza, senza
rinvii ed infingimenti.
Per questo sar importante che Rifondazione compia un salto di qualit strategico nellambito di una
pratica e di una ricerca teorica comunista, non per ribadire unastratta identit, ma per affermare
concretamente, qui e ora, la giustizia sociale, la democrazia e luguaglianza.

59

Maggio - Agosto 2006

Diritti

Dalle parole ai fatti per vedere


sino a quale punto
questa maggioranza
nelle condizioni di realizzare
il programma elettorale
su temi cruciali come
l'immigrazione e l'asilo

Quando di CPT
si pu anche
m o r i re

di Fulvio Vassallo Paleologo


Docente di Diritto dell'Immigrazione, Universit di Palermo

S TORIE DI ORDINARI ABUSI CONTRO I MIGRANTI .


P ER LA CHIUSURA IMMEDIATA DEI CPT

entre si moltiplicano gli attacchi dei


moderati di destra e di centro-sinistra contro chi si batte per il superamento dellattuale normativa sullimmigrazione e per la chiusura dei
centri di detenzione amministrativa
(Centri di Permanenza Temporanea, CPT), si tratta adesso di mettere
alla prova la coerenza del governo
su uno dei punti pi delicati del programma che in materia di immigrazione prometteva labrogazione
della legge Bossi-Fini e la sua sostituzione con una nuova disciplina
delle espulsioni, con la regolarizzazione permanente dei clandestini,
con una nuova legge sul diritto di
asilo, con il rispetto delle convenzioni internazionali che vietano le
espulsioni collettive. Dalle parole ai
fatti, insomma, per vedere sino a
quale punto questa maggioranza
nelle condizioni di realizzare il programma elettorale su temi cruciali
come limmigrazione e lasilo.
La questione dei Centri di Permanenza Temporanea rimane ancora
incandescente e la recente rivolta
del centro Brunelleschi di Torino ricorda a tutti, ancora una volta, le
condizioni disumane nelle quali si
trovano a convivere immigrati delle
pi diverse estrazioni, in gran parte

60

provenienti dalle carceri, ma anche


comuni irregolari che hanno soltanto perduto il contratto di lavoro
ed il permesso di soggiorno o potenziali richiedenti asilo ai quali si
nega laccesso alla procedura.
In Sicilia, da anni regione di frontiera, i diversi CPT aperti a partire
dal 1998 sono luogo di negazione
dei diritti fondamentali della persona umana. Dopo la strage del CPT
Vulpitta di Trapani del 1999 rimasta senza responsabili, altri recenti episodi confermano che il tentativo di umanizzare i CPT sostanzialmente destinato a fallire.
Non si tratta solo dei casi eclatanti
di abusi commessi a Lampedusa
dalle forze dellordine e denunciati
da Fabrizio Gatti in diversi reportage pubblicati lo scorso anno
dallEspresso. Su questi fatti la
Procura di Agrigento sta indagando
solo il giornalista che ha fatto scoppiare il caso, mentre non si ha notizia degli esiti delle indagini interne
affidate ai vertici dei carabinieri ed
al Ministero degli Interni. Altri casi
confermano come gli abusi allinterno dei CPT siano fatti di quotidiana normalit, frutto della logica
che presiede alla realizzazione di
queste strutture ed alla loro orga-

nizzazione, una logica che non si


pu superare se non con la chiusura
definitiva dei centri di detenzione
amministrativa.
Il 2006 si aperto con una tragedia
che ha colpito uno degli ospiti del
CPT di Pian del Lago di Caltanissetta. Quello che stato definito
il miglior Centro di Permanenza
Temporanea dEuropa ha visto
consumarsi, nella notte tra il 31 dicembre e 1 gennaio 2006, la fine dellesistenza di un tunisino, Mehdy
Alih, di 30 anni.
Lo stesso, secondo quanto si appreso da notizie filtrate attraverso il
consueto muro di disinformazione,
avrebbe accusato un malessere
dopo avere appreso per telefono
della morte di un parente.
Sarebbero intervenuti i sanitari del
centro, che avrebbero provveduto a
sedarlo. Gli stessi sanitari, dopo una
seconda crisi cardiaca e visto laggravarsi delle sue condizioni, ne
hanno disposto il trasferimento in
ospedale ma il giovane tunisino
morto in ambulanza durante il trasporto in ospedale.
Immediatamente dopo il decesso
del giovane tunisino allinterno del
CPT di Caltanissetta sono scoppiati
disordini non riportati dagli organi

Maggio - Agosto 2006

di stampa, come spesso avviene in


questi casi, e, dopo un pestaggio mirato di un immigrato od un tentativo violento di allontanamento forzato, la tensione sfociata in una
vera e propria rivolta. Il fatto, comunque gravissimo per la perdita di
una vita umana, stato presto dimenticato senza che nessuno chiarisse i numerosi dubbi sulle diverse
fasi della tragedia. Tra questi, rimane da chiarire quale assistenza
sanitaria (e con quali modalit)
venga prestata allinterno dei CPT.
Un altro episodio che conferma la
disumanit dei CPT stato denunciato lo scorso anno presso la
Procura della Repubblica di Ragusa
dopo il decesso di Christiana
Amankwa, rinchiusa nel CPT locale
dal 20 luglio fino al 18 settembre.
Christiana, di nazionalit liberiana,
apparteneva al gruppo di ragazze
che si trovavano rinchiuse nel
Centro di Permanenza Temporanea di Ragusa nonostante avessero
diritto allasilo politico, ottenuto
solo il giorno 1 agosto 2005 dopo
lintervento delle associazioni antirazziste. Dal momento dello sbarco,
avvenuto il 18 luglio, Christiana accusava forti dolori allorecchio e per
questa ragione era stato richiesto
dal suo legale il ricovero in ospedale. Nonostante questo, per tutto il

Diritti

tempo della sua detenzione, durata


sino al 18 settembre, la giovane
stata curata con semplici gocce, come se si fosse trattato di una otite. Il
1 Dicembre Christiana morta per
meningite, dopo aver passato due
giorni in coma in un letto del nuovo
Ospedale Garibaldi di Catania.
Anche in questo caso si ripropone
il gravissimo problema della carenza di assistenza sanitaria e dellimpenetrabilit dei CPT, a Ragusa
come negli altri sparsi in Italia, ed
altri sono in fase di apertura.
Ma la disumanit dei CPT confermata da altri episodi di quotidiana
discriminazione che confermano la
necessit di chiudere al pi presto i
centri di detenzione amministrativa. Sempre nel CPT ragusano si
registrato il caso di una giovane
donna rumena separata dalla figlia
di pochi mesi ed alla quale stato
impedito persino lallattamento,
nonostante i referti medici ed unistanza presentata dal suo avvocato
per farle ottenere un permesso di
soggiorno per motivi umanitari.
Il CPT femminile di Ragusa, poi,
stato al centro di numerose denunce adesso finite nel dimenticatoio:
si pensi solamente ai fatti denunziati da Fethia, mediatrice culturale
estromessa dal centro dopo che
aveva svelato abusi ai danni delle

donne trattenute, a partire dal pestaggio di unimmigrata cinese successivamente scomparsa, episodio
poi confermato dal presidente della
Croce Rossa, Berretta.
Questi centri non sono superabili
e, di conseguenza, devono essere
chiusi, dal momento che sono vere
carceri su base etnica, luoghi contrari alla dignit umana, incompatibili con uno Stato di diritto e con
il dovere di accoglienza.
Per gli immigrati che delinquono
devono esserci processi equi e carcere, come per gli italiani, con le
stesse garanzie e le stesse regole.
Una nuova disciplina delle espulsioni e degli accompagnamenti in
frontiera, rispettosa del dato costituzionale, con un processo di regolarizzazione permanente che svuoti
le sacche di clandestinit, potrebbero rendere inutili gli attuali centri di detenzione.
Chi rinchiuso nel CPT si trova in
questi luoghi non per aver commesso un reato, ma in esecuzione di
una misura amministrativa. Per
questo la chiusura dei CPT pu essere una misura credibile ed efficace che non diminuisce il contrasto della criminalit straniera, ma
che potrebbe riportare lItalia verso
un maggiore rispetto della dignit
della persona umana.

61

Maggio - Agosto 2006

Diritti

La grande manifestazione del Pride


di Torino del 17 giugno scorso
(centomila persone secondo la questura)
ha rilanciato con forza le istanze
del movimento italiano lgbt

Pari diritti per gay,


lesbiche, trans:
se non ora
quando?

di Sergio Lo Giudice
Presidente nazionale Arcigay

P ER

a grande manifestazione del Pride di


Torino del 17 giugno scorso (centomila persone secondo la questura)
ha rilanciato con forza le istanze del
movimento italiano lgbt (lesbiche,
gay, bisessuali e transgender).
Sotto lo slogan Uguali diritti: se
non ora quando stata presentata
dalle organizzazioni lgbt una piattaforma politica unitaria che chiede
a governo e Parlamento di riconoscere uguali diritti a cittadine e cittadini indipendentemente dal loro
orientamento sessuale e identit di
genere.
2=2 si leggeva sulle bandiere di
Arcigay: pari diritti alle coppie dello
stesso sesso, come richiesto periodicamente dal Parlamento Europeo
in numerose Risoluzioni, come
quella del 16 marzo 2000 che chiedeva di garantire alle coppie dello
stesso sesso parit di diritti rispetto
alle coppie ed alle famiglie tradizionali.
La parit di diritti passa dallapprovazione di una legge come quella sui
Pacs, che elimini la sperequazione
fra le coppie di fatto eterosessuali e
quelle omosessuali. Ma non si ferma
l. necessario, e il movimento lo
sta chiedendo a gran voce, che alle
coppie gay e lesbiche, alle quali (a

62

UN ' ALTRA TAPPA DELL ' ALTERNATIVA

differenza che in Olanda, Belgio e


Spagna) negato laccesso al matrimonio, sia possibile accedere ad
un istituto giuridico equivalente
che garantisca comunque la parit
di diritti, come accade nella gran
parte dei Paesi europei (Danimarca, Gran Bretagna, Germania,
Svezia, Svizzera, Norvegia, Finlandia ed altri ancora).
Un altro tema di cui si sentir parlare quello della genitorialit omosessuale. Non si tratta del tormentone delle adozioni gay che in Italia non sono allordine del giorno,
ma della questione ben pi concreta
e urgente delle migliaia di bambine
e bambini figli di gay o lesbiche ed
ignorati sia dalla societ che dalla
legge. A differenza che in molti altri
Paesi, in Italia questi bambini (che
siano frutto di una precedente relazione eterosessuale o di libera scelta
di una coppia lesbica) non possono
avere nessun legame formale con
la/il partner del genitore naturale.
Se la letteratura scientifica concorde nellaffermare che i figli di genitori omosessuali hanno un crescita piena e serena al pari dei loro
coetanei, limpossibilit di ununione giuridica fra i genitori li priva
di un legame formale con chi di fatto

stato per loro madre o padre.


Un altro punto importante la necessit di una legge contro le discriminazioni motivate dallorientamento sessuale e dallidentit di genere. La Direttiva dellUnione
Europea 78 del 2000, che chiedeva
di contrastare le discriminazioni sul
lavoro, rimasta inapplicata in
Italia, perch il decreto legislativo
che la recepiva di fatto inutilizzabile. La legge Mancino tutela da
ogni tipo di discriminazioni tranne
che quelle contro lesbiche, gay e
trans. Nelle scuole italiane non ci
sono interventi contro il disagio degli studenti omosessuali, spesso isolati e sottoposti ad atti di bullismo,
comunque costretti al silenzio e allinvisibilit da un contesto percepito come non accogliente.
Le discriminazioni diventano ancora pi corpose nel caso di uomini
e donne transgender. Da un lato il
percorso di transizione da un genere sessuale allaltro difficoltoso
e molto costoso. La scelta della
Regione Toscana, che ha deciso di
rendere gratuite le terapie ormonali necessarie, un esempio da seguire a livello nazionale. Ancora pi
urgente risolvere, come ha appena fatto la Spagna di Zapatero,

Maggio - Agosto 2006

lannosa questione legata al cambio


dellidentit anagrafica. Oggi un
uomo o una donna transessuale
pu modificare nome e genere anagrafici solo dopo essersi sottoposto
ad un intervento chirurgico genitale. Questo, per, non sempre corrisponde ad una reale necessit
della persona: talvolta rischia di diventare il prezzo da pagare per lagognato cambio di identit che permetta di vivere serenamente la propria condizione. Per questi motivi le
associazioni transgender chiedono
il diritto a poter cambiare nome e
genere anagrafico anche senza sottoporsi ad un intervento demolitivo
o ricostruttivo dei genitali. Questa
loro richiesta oggi una richiesta
dellintero movimento lgbt.
Quello della salute e del benessere
un capitolo importante del pacchetto di riforme che si chiede al governo Prodi, perch un tema in
cui troppo spesso negli anni scorsi
si preferito seguire criteri ideologici piuttosto che i reali interessi sanitari della popolazione. Cos stata
sciolta la Consulta delle associazioni
di volontariato sullAids, sono state
annullate le campagne di prevenzione alle malattie a trasmissione
sessuale rivolte ad un target gay,
stata approvata una legge sulla procreazione medicalmente assistita
che va contro i diritti sanitari delle
donne. Su tutto questo ci si aspetta
che il nuovo governo sappia invertire la rotta.
Un capitolo non secondario riguarda il tema dellinternazionalizzazione dei diritti. Da un Paese che
ha lambizione di esportare diritti,
ci si aspetta che lo faccia con coerenza oltre che con strumenti pacifici. Per questo abbiamo chiesto al
Ministro degli Esteri che lUnione
Europea applichi alla Russia, che ha
impedito lo svolgimento del Pride
di Mosca, la clausola sui diritti delluomo e la democrazia negli accordi dellUnione Europea, che sottopone gli accordi economici dei
paesi UE al rispetto dei diritti del
paese partner. Occorre che lItalia
faccia la sua parte anche nella richiesta dellabolizione della pena di

Diritti

morte (sei paesi prevedono la pena


capitale per atti omosessuali) e della
depenalizzazione di omosessualit
e transessualit. importante, inoltre, che si arrivi finalmente ad una
seria ed organica legge sul diritto
dasilo e che questa tuteli anche chi
perseguitato nel mondo per la
propria identit di genere o per lorientamento sessuale.
Le polemiche che si sono aperte
nellUnione ad opera del gruppo di
parlamentari filo-Conferenza Episcopale Italiana, guidati dalla senatrice Paola Binetti, rappresentano
un serio ostacolo allattivazione di
queste misure. Dallaltro lato, il
Ministro per i Diritti e le Pari Opportunit, Barbara Pollastrini, ha gia
dato dimostrazione di essere determinata a dare senso allincarico che
le stato affidato da Romano Prodi:
prima annunciando una sua iniziativa per una legge sulle unioni civili,
poi partecipando al Pride di Torino
accanto al ministro per la Solidariet Sociale, Paolo Ferrero, ed a
due presidenti di Regione, Mercedes Bresso e Nichi Vendola.
La strada in salita. Si parte dalle
poche righe contenute nel programma dellUnione, che avevano
fatto infuriare le organizzazioni gay
e lesbiche e costretto a prendere le
distanze da una formula inadeguata
diversi leader del centrosinistra, da
Bonino a Bertinotti, salvo poi finire
nel testo firmato da tutti. Quel programma recitava: LUnione proporr il riconoscimento giuridico di
diritti, prerogative e facolt alle persone che fanno parte delle unioni
di fatto. Al fine di definire natura e
qualit di una unione di fatto non
dirimente il genere dei conviventi e
il loro orientamento sessuale.
Va considerato piuttosto quale criterio qualificante il sistema di relazioni sentimentali, assistenziali e di
solidariet, la loro stabilit e volontariet. Una formula volutamente
vaga, che lasciasse a Rutelli e Mastella la possibilit di interpretarla a
modo proprio.
Eppure quelle poche righe contengono un impegno preciso: una

legge sulle coppie di fatto che non


faccia differenza fra coppie gay o lesbiche e coppie eterosessuali. Poco
importa che si affermi un impegno
a riconoscere non i diritti della coppia ma quelli delle singole persone
che ne fanno parte. Lo stesso matrimonio, sul piano giuridico, non
tutela unastratta famiglia, ma i
suoi componenti. La riforma del diritto di famiglia, cancellando concetti come lindissolubilit del vincolo, lautorit del marito sulla moglie o labbandono del tetto coniugale, ha eliminato quei caratteri che
subordinavano alla famiglia i suoi
stessi componenti.
Certo, lobiettivo dei detrattori dei
Pacs molto pi concreto: arrivare
ad una sorta di contratto privatistico
fra singoli che accontenti in pieno
la richiesta di Camillo Ruini: evitare
qualunque istituto giuridico che
possa essere inteso come un piccolo matrimonio. Ma anche questa
pretesa rischia di mostrarsi per
quello che : una presa di posizione
ideologico-confessionale non traducibile sul piano giuridico. Lo
stesso cardinale Francesco Pompedda, autorevole giurista vaticano,
lha detto a chiare lettere: il riconoscimento dei diritti delle coppie
di fatto non pu che passare attraverso un istituto di tipo pubblico,
opponibile a terzi: piuttosto, ha suggerito Pompedda, toccher lasciare
fuori le coppie dello stesso sesso.
Mentre ogni mese un nuovo Paese
europeo si aggiunge alla lista di chi
ha dato un nome e una dignit alle
coppie gay e lesbiche (siamo gi a
diciannove Stati, ultimi giunti Slovenia e Croazia), in Italia il vero problema come coniugare i diritti costituzionali con la richiesta del Vaticano di non riconoscere identit e
dignit agli omosessuali. Siamo
fuori dal dibattito europeo, speriamo di non uscire fuori dai fondamenti della democrazia. Laicit
dello Stato, libert del singolo dal
dominio esterno, uguaglianza di
fronte alla legge: sono principi basilari della nostra Carta costituzionale. Speriamo che sappiano illuminare lazione di questo Governo.

63

Maggio - Agosto 2006

Diritti

L'articolo 3 di una Costituzione


che ancora giovane e bella recita:
Tutti i cittadini hanno pari dignit sociale
e sono uguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza,
di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali

Il precariato
sessuale

di Valdimir Luxuria

L A C OSTITUZIONE ED I NUOVI DIRITTI .


IL PRECARIATO E LA DISCRIMINAZIONE SESSUALE NELLA NOSTRA SOCIET

Parlamentare PRC Sinistra Europea

articolo 3 di una Costituzione che


ancora giovane e bella recita: Tutti i cittadini hanno pari dignit sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Il nostro orientamento sessuale e la
nostra identit di genere attengono
a questo articolo, sono una nostra
condizione personale e sociale e dovrebbero essere tutelati da uno
Stato laico e non laicista, cos come hanno definito le nostre battaglie lAppello di Pera e la sua carica
bigotta e razzista dei Novecento firmatari.
Nostra priorit la difesa della Costituzione, quella che prevede i ruoli distinti tra Stato e Chiesa (art. 7),
le formazioni sociali e, a mio avviso, le unioni civili (art. 2).
Larticolo 1 sottolinea che la nostra
Repubblica fondata sul lavoro. Il
lavoro dovrebbe essere realizzazione e non ricatto delluomo. Oltre
a combattere il precariato nel lavoro
bisogna altres combattere chi vuole
conservare il precariato sessuale,
troppo spesso ingerendo con motivazioni religiose nella sfera laica
dello Stato, sostituendo il concetto

64

di peccato a reato. Lo stesso vale


pi in generale per tutti i temi etici:
aborto, divorzio, legge 40.
Precario, secondo il dizionario
Devoto-Oli, colui che si trova contrassegnato da una provvisoriet costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici. Nel mondo
del lavoro al precario vengono negati un progetto di vita, una stabilit
economica; levento pericoloso il
mancato rinnovo, il lastrico, il sentirsi ricattabile. Ma esiste anche un
altro tipo di precariato, quello sessuale. Negli anni 80 arrivato spietato lAids e molti di noi hanno assistito in pochissimo tempo alla
scomparsa di amici, Aids che stata
battezzata peste gay dagli integralisti cattolici americani, gli stessi che
invece sulla questione interna dei
sacerdoti pedofili si sono affrettati a
stendere una trapunta di omert.
Molti di noi hanno tenuto la mano
ad un partner o ad un amico consunto dal deperimento fisico.
LAids inizialmente ha colpito soprattutto la comunit omosessuale,
e tutti ci siamo sentiti precari, temporanei, sulla via dellestinzione.
Qualcuno ne ha approfittato per accusare il libero costume sessuale dei

gay, le dark-room, il sesso come piacere fine a se stesso. Le associazioni


g a y, lesbiche, trans e bisessuali
(Glbt), invece, hanno fatto unaltra
cosa, si sono rimboccate le maniche
ed partita una campagna di sensibilizzazione sul sesso protetto (silence equal death stato uno slogan del movimento gay statunitense), sulluso del preservativo, volendo continuare ad esistere senza
rinunciare alla nostra sessualit. In
altre parole, volevamo rinunciare
alla precariet di una colpevolizzata
libert corporale.
Il Vaticano ha dichiarato pi volte
che luso del preservativo era un
peccato, lunica via era quella della
castit. La cronaca purtroppo ha visto il dilagare dellAids soprattutto
nelle aree pi povere, in Africa ad
esempio, dove i medicinali non arrivano, dove le multinazionali farmaceutiche non vedono mercato.
Abbiamo imparato che lAids non
era pi democratico, colpiva dove
gi aveva colpito la miseria. Le nostre campagne di prevenzione
hanno dovuto lottare inizialmente
su due fronti: quello della condanna bigotta nonch stragista e
quello dellerotismo, ovvero come
far passare il messaggio che anche

Maggio - Agosto 2006

con luso del preservativo si poteva


avere un rapporto sessuale piacevole ed appagante senza tragici effetti collaterali. Abbiamo messo in
campo tutta la nostra fantasia e ingegno, coniando alcuni slogan
come Meno piacere oggi per nessun dispiacere domani, Fai la cosa
giusta, indossalo! e cercando di
rendere sexy nellimmaginario
omo-erotico latto dello srotolare il
c o n d o m sullorgano sessuale. Le
prime condomerie sono nate nei
quartieri gay, si sdrammatizzato
sulluso del preservativo presentandolo in un display allettante: vari gusti aromatizzati, in pi colori e forme. Quando lAids divenuto un
problema anche eterosessuale prima e soprattutto eterosessuale dopo,
si fatto uso di alcune campagne da
noi inventate per spingere anche i
non-gay alluso del preserv a t i v o .
Avevamo ragione: la nostra vita non
era pi percepita come precaria,
avevamo una gran voglia di riscatto.
Parte da questa reazione, a mio avviso, lesigenza di dare ancora pi

Diritti

progettazione al nostro futuro; non


volendo pi elemosinare uno spazio nella societ da clandestini sessuali, avevamo il desiderio di far
parte del tessuto sociale.
Dopo i gay pride e la nostra maggiore visibilit avvenuto un fatto
epocale: il sesso tra le fratte o al buio
di una dark non stato pi lunico
modo per rapportarsi allaltro in un
clima di oscurantismo, che ci voleva alloscuro anche quando facevamo sesso; lavventura sessuale diventata una delle possibilit, un po
come avviene tra gli eterosessuali,
tra club-priv e corna varie. Si fatta
strada anche unaltra possibilit,
quella della coppia lesbica, gay o
transessuale.
Quando non ci si poteva dichiarare
era impossibile affermarsi come
coppia, come due individualit non
represse che devono cercare casa insieme, viaggiare insieme, dirlo ai parenti e amici. Con la caduta dei veli
della vergogna queste coppie, che
sono andate moltiplicandosi,
hanno fatto una richiesta allo Stato

italiano: ci vedete? Volete darci un


riconoscimento
giuridico?
Attualmente lItalia fuori dallEuropa in tema di diritti civili per
tali coppie: lAids aveva minacciato
di precariet la nostra vita, qualche
politico vuole dare precariet al nostro futuro affettivo.
Se abbiamo lottato contro il virus
dellHiv ci sentiamo forti abbastanza per combattere contro il virus dellignoranza e dellarretratezza. Siamo anche corazzati per affrontare gli insulti: ci hanno detto
appestati, untori, froci, culattoni; oggi ci sono altri neologismi
offensivi: laicisti, simil-matrimoni e chiss cosaltro ci aspetta.
Il modo migliore per svegliarsi la
mattina con un sorriso, anche in
Italia, ribaltare il concetto di precariato in questa legislatura, di una
Finanziaria che compra lappoggio
della Chiesa esonerandola dallIci,
di un Paese che rinuncia alla cultura
come libera espressione.
Un mondo migliore possibile, speriamo sia anche vicino.

65

Maggio - Agosto 2006

Diritti

Il capitolo, oggi Programma di governo,


composto da poche righe:
de-criminalizzazione delle condotte
legate al consumo, superamento della
normativa del 1990, rilancio
del servizio pubblico sulle dipendenze,
contrasto al narcotraffico
ed abrogazione della Fini-Giovanardi

di Daniele Farina
Parlamentare PRC - Sinistra Europea

D ro g h e :
g o v e rno alla
p rova dei fatti

C ONTRO

POLITICA DI CRIMINALIZZAZIONE DEL GOVERNO

LA

o scenario internazionale, dal fenomeno del narcotraffico alle politiche sulle droghe degli Stati
Comunitari, dice molto alla nostra
piccola Italia su quali siano le strade
da seguire in materia di droghe.
Assistiamo oggi al rafforzamento
smisurato delle organizzazioni internazionali dedite al traffico di stupefacenti, alla loro penetrazione
profonda in molti aspetti delleconomia e della societ, nonch ad un
vocabolario internazionale in cui i
termini di geopolitica e geoeconomia delle droghe si sono affermati
in numerose aree del mondo, e non
limitatamente alle regioni della produzione, come lAfghanistan e la
Colombia. Non sfugge pi il fatto
che le organizzazioni internazionali
costituite per la lotta al narcotraffico, ad esempio LUNODC delle
Nazioni Unite, e le convenzioni sottoscritte da quasi tutti i paesi del
mondo rispondono alla necessit di
controllare piuttosto che stroncare
il traffico di sostanze stupefacenti e
le smisurate risorse che esso produce. In un contesto internazionale
come questo, in continua evoluzione, il Governo Prodi potrebbe

66

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE DI STUPEFACENTI E LA

B ERLUSCONI .

NECESSIT DI VOLTARE PAGINA

giocare un ruolo positivo, di bilancio prima, e di iniziativa dopo, nella


revisione di queste convenzioni e
dei compiti degli organismi transnazionali. Luoghi in cui lItalia si
sempre distinta per acritico fervore
anche di fronte a risultati disastrosi.
Ne passato di tempo, per, da
quando le culture della sinistra ortodossa trattavano le droghe come
un problema marginale, e quelle
dei movimenti come parte del generico tema delle libert: la materia
droghe presente oggi nel
Programma con il quale LUnione
si presentata agli italiani ed ha
vinto le elezioni.
Il capitolo, oggi Programma di Governo, composto da poche righe:
de-criminalizzazione delle condotte legate al consumo, superamento
della normativa del 1990, rilancio
del servizio pubblico sulle dipendenze, contrasto al narcotraffico ed
abrogazione della Fini-Giovanardi.
Linefficacia delle strategie globali
di lotta al narcotraffico e, in Italia,
il bilancio fallimentare della legge
n 309 del 1990, non sono stati di
certo riferimento per liniziativa del
precedente Governo Berlusconi.

Come non lo sono state le esperienze degli operatori, convocati a


Palermo con due anni di ritardo, nel
dicembre 2005, in una Conferenza
Nazionale sulle droghe che aveva
lunico compito di avallare le scelte
dellesecutivo, i quali per si sono
intelligentemente sottratti a larghissima maggioranza. Le associazioni costituitesi intorno alle proposte di uso terapeutico della cannabis, od i milioni di consumatori,
che non chiedono altro se non di
non essere cittadini di serie B sottoposti a tutela penale, sono stati trattati dalla legge come soggetti delinquenziali e dal Governo come primo obiettivo della criminalizzazione e conseguentemente utilizzati
come arma della disinformazione.
Le politiche del precedente Governo hanno preso forma di legge a legislatura ormai scaduta ma la n 49
del 2006, correlata dalle tabelle del
Ministero della Salute, risulta pienamente in vigore.
Se - educare, prevenire, curare, non
incarcerare - sono elementi alla base
del testo redatto e sottoscritto dallUnione, si pu dire lesatto contrario dellattuale normativa, struttu-

Maggio - Agosto 2006

rata, come purtroppo , nellalveo


del pregiudizio ideologico proibizionista.
Oggi forte la richiesta di tener fede
a quel programma elettorale, anche
perch gli effetti del provvedimento, come previsto, cominciano
a riflettersi sulle vite e sulle famiglie,
e, di conseguenza, sulle statistiche
del Ministero di Grazia e Giustizia,
aggravando la gi drammatica situazione nelle carceri al punto che
la normativa in vigore rischia di vanificare anche un eventuale provvedimento di amnistia e indulto,
che il dibattito parlamentare dovrebbe produrre e varare con ladeguata maggioranza, riproponendo di l a poco la situazione di
sovraffollamento.
Dal Programma alla realt un primo
passo stato fatto attraverso la
scelta, positiva, di riportare il Dipartimento Nazionale Antidroga dalla
dipendenza della Presidenza del
Consiglio dei Ministri al naturale
luogo di appartenenza: la
Solidariet Sociale. E un segnale,
spero, di fuoriuscita dalla logica
della guerra (la war on drugs, appunto), verso un approccio diverso.

Diritti

E, a questo proposito, aggiungerei


che se la valutazione delle guerre si
facesse dai risultati, ci sarebbero
molti generali che dovrebbero essere pre-pensionati.
Un secondo passo stato compiuto
con le dichiarazioni del ministro
Ferrero, che ha tracciato il percorso di sterilizzazione della FiniGiovanardi proprio nel senso della
depenalizzazione del consumo, dellabrogazione delle sanzioni amministrative, dellabbandono della finzione ideologica del centrodestra,
che declina la realt molteplice
delle sostanze stupefacenti in
droga ed accorpa le tabelle ministeriali abolendo la tradizionale distinzione in leggere e pesanti.
E di questi giorni poi la sterile polemica innescata sul particolare
delle sale di iniezione: comprensibile dove si neghi anche levidenza
dei risultati conseguiti in Europa, in
termini di mortalit, prevenzione
delle patologie correlate, nonch di
primo accesso alle sostanze; meno
comprensibile invece da parte di
chi, magari con incarico ministeriale, lOn. Rosy Bindi ad esempio,
nega che tali misure siano conte-

nute nel Programma dellUnione.


Dicevamo che sono state dedicate al
tema delle droghe poche righe del
Programma, poche ma sinceramente inequivocabili: vanno soste nuti quanti, con approcci culturali e me todologie differenti da anni sono impe gnati a costruire percorsi personalizzati
e perci efficaci di prevenzione, cura e ri abilitazione considerando le strategie di
riduzione del danno come parte inte grante della rete dei servizi. Ci chiediamo quindi in molti che idea si abbia delle strategie di riduzione del
danno, laddove si neghino alcuni
degli strumenti maggiormente efficaci e sperimentati, e che cosa si voglia fare per portare lItalia al di
fuori di un isolamento europeo,
tanto criticato, ma che a volte pare
essere tutto e solo culturale.
Passo conclusivo sar dare concretezza a questo percorso in presenza
di una parte della maggioranza che
su questi temi non agisce meno strumentalmente del centrodestra. E
dunque importante essere in molti
dentro e fuori le istituzioni a tenere
la barra di un cambiamento dalle
enormi e positive ricadute sociali ed
economiche.

67

Maggio - Agosto 2006

Internazionale

India:
gigante al bivio

Crescente importanza dell'India


nello scacchiere internazionale
e ruolo dei comunisti
e della sinistra indiani

COMUNISTI ED IL

F RONTE

DI

S INISTRA

INDIANI TRACCIANO UN

BILANCIO DI DUE ANNI DI APPOGGIO ESTERNO AL GOVERNO


DELLA
di Marcello Graziosi

C OALIZIONE P ROGRESSISTA U NITA (UPA).

L' IMPORTANTE AVANZATA DELLE SINISTRE NELLE ELEZIONI STATALI


IN B ENGALA O CCIDENTALE E K ERALA E LE SUE POTENZIALI
CONSEGUENZE SUL QUADRO NAZIONALE

a due anni il mese di maggio per i


comunisti ed il Fronte di Sinistra indiani costituisce un momento di
grande intensit politica, questa
volta accresciuta dallo svolgimento
di unimportante tornata elettorale
in alcuni non secondari stati della
Federazione Indiana. Data la crescente centralit dellIndia nello
scacchiere internazionale, il bilancio politico tracciato dal Fronte di
Sinistra, che dal maggio 2004 sostiene dallesterno, sulla base di un
Programma Minimo Comune
(PMC), il governo dellAlleanza
Progressista Unita (UPA), guidato
dal Partito del Congresso, destinato ad assumere un grande rilievo
sul piano politico complessivo.
Alle elezioni della primavera 2004,
vinte di misura dalla coalizione guidata dal Partito del Congresso contro la coalizione liberista e radicalinduista sostenuta dal governo
uscente del Bharatiya Janata Party,
il Fronte di Sinistra ha ottenuto il
miglior risultato dal 1948, aggiudicandosi il 7,6% e 59 seggi, con il
Partito Comunista Indiano
(Marxista) al 5,5% e 43 eletti ed il
Partito Comunista dellIndia all
1,4% e 10 eletti. Lelemento che ha

68

consentito alle sinistre il sostegno


esterno, in una fase caratterizzata da
forti tensioni interne al Congresso
tra Sonia Ghandi e le parti pi moderate del partito, guidate dallattuale primo ministro Manmohan
Singh, stata lelaborazione del
PMC, contenente elementi di rottura con le pratiche neo-liberali
adottate dal precedente governo e
lindicazione di una collocazione
autonoma ed indipendente
dellIndia sullo scacchiere internazionale, recuperando la propria tradizione di paese non-allineato a scapito della crescente ingerenza statunitense registrata negli ultimi
anni. Secondo lottima analisi di
Jyotsna Saksena, il programma
enuncia sei grandi principi: combattere tutti i fondamentalismi e favorire larmonia sociale affermando
la laicit dello stato indiano; assicurare un tasso di crescita annuo di almeno il 7-8%, per stimolare loccupazione; migliorare il benessere del
mondo contadino e degli operai soprattutto nei settori informali; garantire appieno i diritti delle donne;
assicurare le pari opportunit nella
scuola e nel lavoro per le caste inferiori, le altre classi arretrate, le

trib e le minoranze religiose; consentire lo sviluppo dinamico di tutte


le forze produttive del paese e il
buon governo1.
IL

BILANCIO DI DUE ANNI

DI APPOGGIO ESTERNO
AL GOVERNO

Un anno addietro, il 16 maggio


2005, lUfficio Politico del PCI(M)
ha diffuso un documento tanto sobrio quanto netto contenente un
primo, anche impietoso, bilancio
politico dellazione del governo
UPA2. Pur se allinterno di un giudizio interlocutorio, dove hanno
trovato spazio anche valutazioni sulla condizione oggettiva nella quale
si dispiegata lazione di governo,
il documento ha espresso unevidente preoccupazione di fondo, riassumibile in una sorta di teoria
delle due velocit, registrando il
fatto che la sollecitudine con la
quale il governo ha approntato una
legislazione in grado di proseguire
sul terreno di politiche di orientamento neo-liberale contrasta in maniera allarmante col fallimento nel
soddisfare alcune delle esigenze di

Maggio - Agosto 2006

fondo della popolazione.


Dopo aver apprezzato alcune misure intraprese (tra queste, leliminazione della Legge sulla Prevenzione del Terrorismo, alcuni incrementi registratisi nella spesa sociale
e scolastica e la Legge relativa al
Diritto di Informazione) e criticato
con nettezza tanto alcuni ritardi
(potenziamento del Sistema di
Distribuzione Pubblica dei pasti e
Legge sul Lavoro Rurale Garantito), quanto altre scelte ritenute
contrarie al PMC, soprattutto sul delicato terreno della politica estera
(il governo UPA riluttante a disfarsi di alcune delle decisioni maggiormente nocive assunte dal governo Vajpayee, a partire dallo sviluppo di una stretta cooperazione
strategica con gli Stati Uniti sul
piano della difesa e su quello militare), il documento del PCI(M) si
chiudeva con un chiaro monito:
Dal momento che ad essere coinvolti sono gli interessi basilari del
popolo lavoratore, il partito non
scender a compromessi. La voce
della Sinistra rimarr forte dentro e
fuori il Parlamento e si opporr a
tutte quelle misure che erodono la
sovranit nazionale, si collocano in
posizione subalterna rispetto alle
pressioni del capitale finanziario internazionale o colpiscono i livelli di
vita dei lavoratori. Il governo ha il
sostegno dei partiti della Sinistra.
Contemporaneamente, il PCI(M)
giocher una funzione indipendente ed agir come sentinella degli interessi popolari.
Parole, queste, che si sarebbero presto tradotte in azioni concrete.
La situazione, gi complessa, si deteriorata a partire dallestate 2005,
quando il governo indiano ha sottoscritto un primo accordo decennale di cooperazione militare e nucleare (produzione congiunta di armamenti e difesa missilistica) con
gli Stati Uniti in occasione di una visita di Singh a Washington e successivamente confermato nel marzo 2006 nel corso della visita di Bush
a New Delhi, appuntamento caratterizzato da imponenti manifestazioni di protesta organizzate dai co-

Internazionale

munisti e dalle sinistre. Nel frattempo il governo indiano, sotto ricatto da parte USA (il Congresso statunitense avrebbe dovuto infatti ratificare laccordo con lIndia sul nucleare), si schierato in pi occasioni a fianco di Washington nel
corso della crisi sul nucleare iraniano, agendo chiaramente contro
i propri interessi nazionali tanto sul
piano delicatissimo dellapprovvigionamento energetico quanto su
quello delle relazioni di buon vicinato con un paese appartenente
come lIndia al blocco dei non-allineati. Su questo terreno la protesta
del Fronte delle Sinistre stata netta
e si concretizzata tanto sul piano
politico, con diversi documenti,
quanto su quello dellazione sociale
e di massa.
In una nota diffusa subito dopo il
voto espresso dallIndia contro
lIran al termine dei lavori dellassemblea dellAgenzia Internazionale per lEnergia Atomica il 24 settembre 2005, possibile leggere:
Noi riteniamo che il governo abbia
agito a tal riguardo sotto pressioni
americane. E allarmante il fatto
che la vulnerabilit in materia di
orientamenti di politica estera del
paese sia cresciuta nel periodo successivo alla firma degli accordi da
parte di India e Stati Uniti. Per poi
concludere: LIndia dovr attivamente coordinare le proprie posizioni con Russia, Cina e paesi nonallineati, dal momento che le posizioni sono simili. Tanto sullIran
quanto, evidentemente, sul piano
generale. Scenario, questo, che in
parte stato perseguito in questi ultimi anni, tanto che le relazioni trilaterali tra India, Cina e Russia
hanno evidenziato un netto miglioramento sul piano della cooperazione economica come strategica,
con New Delhi che partecipa in qualit di osservatore ai lavori del
Gruppo di Shanghai comprendente, oltre a Russia e Cina, anche
diverse Repubbliche dellAsia
Centrale.
Nellautunno del 2005, per protestare contro la non-applicazione del
PMC in materia di politica estera, il

PCI(M) si posto alla testa di una


serie di iniziative di massa nel tentativo di costringere il governo indiano a collocarsi su una posizione
realmente indipendente.
Importanti raduni di massa si sono
svolti in diversi grandi stati, con il
Segretario Generale del PCI(M),
Prakash Karat, che ha lanciato un
duro monito a Singh: insistendo
sulla linea politica attuale si potrebbe costringere il Fronte della sinistra a votare contro il governo.
Si giunti cos, in un contesto di
progressivo logoramento, al bilancio del secondo anno di questa esperienza da parte dei comunisti e delle
sinistre indiane. Ancora una volta,
sul piano della politica economica
e delle scelte sociali, il documento
elaborato il 22 maggio 2006 si colloca su una posizione interlocutoria, segnalando di nuovo, e con
maggiore determinazione, la doppia velocit nellazione di governo,
rapida quando si tratta di adottare
misure a favore del capitale finanziario straniero e dei grandi gruppi
economici (privatizzazioni, rifiuto
di imporre tasse sulle rendite da capitale a lungo termine, penetrazione da parte del capitale straniero
in alcuni settori chiave delleconomia indiana), assai pi lenta
quando si tratta di adottare misure
a sostegno delle masse popolari. Pur
valutando insufficiente lazione di
governo, il documento segnala limportanza delladozione in oltre 200
distretti del Lavoro Rurale Garantito, misura che dovrebbe contribuire ad alleviare la crisi produttiva
nelle campagne e migliorare la condizione sociale dei lavoratori agricoli, rallentando cos quei processi
di migrazione verso le grandi citt
ed i grandi centri industriali che in
India, esattamente come in Cina,
stanno assumendo i contorni di una
vera e propria piaga sociale.
Anche in questo caso, per, la legge
stata approvata in ritardo e solamente dopo un viaggio per il lavoro organizzato nel maggio 2005
dalle sinistre insieme ai sindacati ed
a migliaia di associazioni, con una
partecipazione popolare enorme.

69

Maggio - Agosto 2006

Internazionale

Per quanto attiene la politica estera,


il Fronte della Sinistra continua a denunciare con forza la mancata applicazione del Programma Minimo
Comune, tentando di evitare lo scenario peggiore, vale a dire un ulteriore allineamento del governo rispetto agli interessi USA in Asia e nel
mondo e continuando ad operare
per determinare una collocazione
autonoma dellIndia sullo scacchiere internazionale, con conseguente possibilit di approfondire le
relazioni con le altre potenze asiatiche e gli altri paesi in via di sviluppo.
Se volessimo tentare di tracciare
una prima, parziale conclusione, si
potrebbe affermare che il Fronte
delle Sinistre valuta assai pi positivamente alcune scelte di fondo del
governo UPA sul fronte interno rispetto allattuale linea in politica
estera, oggetto invece di critica radicale. Pi o meno lopposto della
valutazione che hanno prodotto in
questi anni i comunisti brasiliani rispetto allazione del governo Lula,
del quale sono parte integrante (in
sintesi, assai meglio la politica estera
e la collocazione del paese nello
scacchiere internazionale rispetto
ad alcune scelte di politica economica e sociale, assai pi discutibili).
Questo, a testimonianza di quanto
ciascuna esperienza di governo o di
sostegno a governi pi o meno progressisti da parte di forze comuniste in alcuni, grandi paesi emergenti
del sud del mondo debba essere valutata a partire da elementi concreti
e senza eccessive astrazioni, cos come occorrerebbe investigare la diversa (e per certi versi opposta) condizione nella quale si trovano ad
agire le forze comuniste ed antimperialiste nei paesi a capitalismo
avanzato, con particolare riferimento ad Unione Europea e Giappone.

70

LA
IN

SINISTRE
B E N G A L A O C C I D E N TA L E
E KERALA

VITTORIA DELLE

A complicare ulteriormente il gi
difficile quadro nazionale indiano
hanno contribuito, paradossalmente, le recenti elezioni per il rinnovo dei Parlamenti di alcuni, importanti stati, elezioni che hanno visto il rafforzamento del Fronte delle
Sinistre, a conferma del buon risultato ottenuto nel maggio 2004, a scapito del Congresso. I numeri sono,
da questo punto di vista, inequivocabili: in Bengala Occidentale il
Fronte di Sinistra si imposto per la
settima volta consecutiva, ottenendo una maggioranza di ? dei
seggi (il solo PCI-M con la maggioranza dei seggi) e riconfermando al
governo il Deng Xiaoping dellIndia, Buddhadeb Bhattacharjee3;
nel Kerala la coalizione di governo
uscente, sostenuta dal Congresso,
uscita nettamente sconfitta dal
Fronte Democratico della Sinistra,
pesantemente attaccato in campagna elettorale da Sonia Ghandi, che
ha ottenuto 98 seggi sui complessivi
140. In altri stati, come lAssam, il
Congresso ha segnato vistosi arretramenti, elemento che non pu
non costituire un monito anche sul
piano degli orientamenti del governo nazionale.
Il Bengala Occidentale durante gli
ultimi tre decenni e il Kerala ad intermittenza, con i loro governi di
Sinistra hanno mostrato che possibile lottare per mettere a punto sicure politiche alternative a favore
del popolo in ambito economico e
sociale, pur in un contesto dominato da direttive neo-liberali ()
ha commentato a caldo Prakash
Karat. La popolazione non va pazza
per le politiche di Singh, fatte per

rivolgersi al capitale finanziario internazionale e per intraprendere riforme che arricchiscono solamente
quelli che sono gi ricchi (). Il
PCI(M) sta difendendo con forza
una politica estera indipendente ed
stato loppositore pi coerente
delle politiche filo-americane che
allinizio vennero perseguite dal governo guidate dal BJP ed ora, in
modo crescente, dal governo Singh
(). Si prospetta una lotta importante per invertire lorientamento
filo-statunitense del governo e rafforzare lindipendenza e lautonomia della politica estera e delle decisioni strategiche dellIndia4.
Pur se in un contesto segnato da evidenti e, con ogni probabilit, inevitabili contraddizioni, i comunisti e
le sinistre in India hanno mostrato
in questi anni il coraggio di condurre una netta e coerente battaglia
politica per il miglioramento delle
condizioni di vita delle sterminate
masse popolari del proprio paese,
sostenendo un governo progressista senza ai rinunciare, per, alla
propria prospettiva

Note
1 J. Saksena, LIndia ha inventato il reddito rurale garantito, in Le Monde Diplomatiuqe Il
Manifesto, anno XII, n. 11, novembre 2005.
2 Su questo terreno assai delicato, lanalisi contenuta nellarticolo di Saksena citato alla precedente
nota non si discosta pi di tanto dalle valutazioni
contenute nel documento del PCI(M).
3 La definizione di F. Rampini, Il comunista che
conquista lIndia, in La Repubblica, 23 gennaio 2006.
4 Ganashakti, 19 maggio 2006.

Internazionale

Maggio - Agosto 2006

Un primo, grande successo


dell'imponente movimento
di lotta contro la monarchia
corrotta ed assolutista
di Re Gyanendra

Nepal:
si cambia

di Ruy Nayal

Kathmandu

el piccolo paese himalayano si sono


succeduti in rapida evoluzione negli ultimi mesi diversi avvenimenti
che hanno contribuito a modificarne positivamente il quadro politico, ponendo in seria difficolt i disegni di dominio assoluto di Re
Gyanendra, apertamente sostenuto
dagli Stati Uniti. Dopo una breve ed
instabile esperienza di monarchia
costituzionale, che avrebbe dovuto
avvicinare il Nepal a diverse esperienze simili anche europee, il 1 giugno 2001 Gyanendra salito al
trono sterminando la famiglia reale
e restaurando un potere di fatto autocratico. Nel maggio 2002 il nuovo
Re ha dissolto il Parlamento, allinterno del quale il Partito Comunista
del Nepal (Unificato Marx i s t a Leninista) deteneva, con il 36,9%
dei consensi, 69 seggi sui complessivi 205, e licenziato il governo guidato da Sher Bahadur Deuba
(Partito Nepalese del Congresso).
Richiamato Deuba nel 2004 dopo
una prima ondata di proteste,
Gyanendra ha assunto i pieni poteri
a partire dal 1 febbraio 2005, scatenando una repressione senza precedenti. Di fronte al dilagare delle

COMUNISTI ALLA TESTA DEL MOVIMENTO DEMOCRATICO

proteste, il governo ha imposto lo


stato di emergenza, interrompendo
linee telefoniche e telematiche e
procedendo ad una campagna di arresti tale che persino lUnione
Europea stata costretta a ritirare i
propri ambasciatori, pur se in silenzio per non urtare eccessivamente la politica di Washington,
ferma nel sostegno al Re e nel tentativo di costruire un fronte con la
parte pi moderata dello schieramento democratico contro la guerriglia dei maoisti. Questi ultimi, organizzati nel Partito Comunista del
Nepal (Maoisti), attivi in 50 dei
complessivi 75 distretti ed in grado
di controllare, con laperto sostegno delle parti pi povere della popolazione, parti consistenti del territorio, dallagosto 2005 si sono resi
disponibili, un po come avvenuto
nei primi anni 90 del secolo scorso,
a verificare le condizioni per costruire insieme allAlleanza di Sette
Partiti un fronte unito contro il Re,
sottoscrivendo un accordo in dodici
punti. Se noi abbiamo aperto un
varco ha recentemente dichiarato
in una lunga intervista al quotidiano The Hindu (14 febbraio

2006) Prachanda, storico dirigente


del movimento maoista, rivolgendosi al PCN(UML) e, pi in generale, allintero movimento democratico allora dovremmo entrambi rivedere la nostra storia. Noi
dobbiamo rivedere i nostri errori,
ma anche voi dovete farlo dal momento che abbiamo un nemico comune, laristocrazia feudale. Dobbiamo sconfiggere questo nemico e
riorganizzare lesercito e lo stato
sulla base di valori democratici.
Il 22 marzo 2006 stato arrestato
dalla polizia il Segretario Generale
del PCN(UML), Madhav Kumar
Nepal, gi costretto agli arresti domiciliari a partire dal 19 gennaio,
cos come nel corso dei quattro
giorni di sciopero generale indetti
ai primi di aprile dal movimento democratico sono state arrestate in
tutto il paese centinaia di persone
(700 dirigenti e militanti del
PCN(UML) solo nel primo dei
quattro giorni), con il governo che
ha imposto il coprifuoco notturno
e diurno nella capitale Kathmandu.
Al termine di un durissimo braccio
di ferro, il movimento democratico
ha ottenuto un primo, importante

71

Maggio - Agosto 2006

Internazionale

risultato: Re Gyanendra, nonostante numerosi tentativi di dividere il fronte, stato costretto a nominare un primo ministro designato dallopposizione unita, lanziano Girija Prashad Koirala (Partito Nepalese del Congresso), e
riconvocare il Parlamento sciolto
nel 2002. Con la prospettiva, sempre pi concreta, di ottenere il pi
importante tra gli obiettivi di lotta,
la convocazione di elezioni regolari
e di unAssemblea Costituente che
possa decidere gli assetti e le sorti
future del paese. A sostegno di questa prospettiva si sono schierati
tanto i maoisti, che hanno sottoscritto un nuovo accordo di massima con il governo e sfilato in
200.000 a Kathmandu, quanto il
PCN(UML). In Nepal, come os-

serva Prachanda, non sono in gioco


interessi economici strategici per gli
Stati Uniti, quanto piuttosto una
sorta di controllo politico. Dopo
aver apprezzato gli sforzi recenti del
governo indiano a sostegno del movimento democratico, pur se valutati ancora troppo prudenti, e lattuale posizione cinese (la situazione
in Nepal stata oggetto di una recente visita a Pechino del ministro
degli esteri indiano), Prachanda ha
sottolineato che la strategia perseguita dagli USA volta soprattutto
contro le autorit indiane e cinesi.
Gli Stati Uniti hanno una grande
strategia, e Bush sta valutando
lIndia e la Cina come grandi potenze emergenti ma anche come
una minaccia. Forse Washington
considera il Nepal un paese di cer-

niera tra queste due potenze emergenti e ritiene che in caso di vittoria
di forze ad essa ostili potrebbe determinarsi un problema. () La nostra analisi parte dal presupposto
che India e Cina dovrebbero avere
un approccio comune rispetto al
Nepal, del quale si sente la necessit. Se Cina ed India non dovessero
lavorare insieme, si determiner un
grande problema non solamente
per limmediato quanto piuttosto
per il futuro. Al termine di un complesso negoziato, il governo nepalese ha approntato una bozza di costituzione provvisoria che consente
ai maoisti l'ingresso nel governo
provvisorio, con il nodo centrale del
futuro dell'istituto monarchico rimandato ad ulteriori e futuri negoziati.

ELEZIONI POLITICHE A CIPRO:


AKEL SI CONFERMA PRIMO PARTITO
Alle elezioni legislative del 21 maggio 2006 il Partito Progressista del Popolo Lavoratore (AKEL),
pur perdendo il 3,4% dei consensi rispetto al 2001, si conferma con il 31,2% prima forza politica a Cipro, seguita a poca distanza dal partito di centro-destra DISY con il 30,3% (-3,5% rispetto al 2001). Il partito centrista del Presidente Tassos Papadopoulos, alleato di governo dei comunisti, ha ottenuto un lusinghiero 17,9% (+3%), mentre i socialisti di EDEK guadagnano il 2,4%
rispetto al 2001, raggiungendo l8,9% dei consensi.
La tenuta della coalizione di governo, impegnata a discutere su nuove basi una eventuale riunificazione dellisola dopo aver contribuito due anni fa alla vittoria del No tra i greco-ciprioti nel
referendum sullipotesi proposta dal Segretario dellONU Annan (con la DISY schierata per il S),
costituisce un importante segnale anche per lUnione Europea, della quale Cipro fa parte dal 1
maggio 2004. Alle elezioni europee del giugno 2004 AKEL ha ottenuto il 27,9% dei consensi e
2 eletti.
Alcuni tentano di individuare nella posizione sostenuta al referendum la ragione alla base del
calo di consensi di AKEL. Ma non cos ha commentato a caldo il Segretario del partito, Demetris
Christofias -. Una delle ragioni deve essere individuata nellappartenenza al governo () ed unaltra nellingresso nella UE, dove la vita per le persone meno abbienti pi dura (). Il popolo di
AKEL si creato aspettative eccessive rispetto al governo ed ha poi scaricato in parte le responsabilit sul proprio partito (). Per noi queste elezioni costituiscono un importante passaggio per
nuove lotte e nuovi risultati. Noi ci troveremo di fronte a delle difficolt, a delle avversit, ma rimarremo un elemento di stabilit in questo paese.

72

Maggio - Agosto 2006

Internazionale

l'Africa potrebbe divenire


il prossimo terreno di applicazione
della guerra preventiva di Bush
e di espansione della Nato,
con il pretesto ormai abusato
della lotta al terrorismo

Nigeria: petro l i o ,
multinazionali
ed ingere n z e
s t r a n i e re
L A SITUAZIONE ESPLOSIVA
I L RUOLO DELL 'A GIP

NEL

D ELTA

DEL

N IGER .

di Segun Odegbami
Port Harcourt

Queste fabbriche saranno la vostra


morte, miei fratelli e sorelle.
Questa riflessione, espressa dal narratore di uno dei pi famosi romanzi dello scrittore nigeriano Ken
Saro-Wiwa, protagonista del movimento di difesa del popolo Ogoni e
per questo impiccato a Port
Harcourt nel novembre del 1995
dal regime militare di Sani Abacha,
potrebbe costituire una sintesi della
recente storia della Nigeria. Quelle
che seguono costituiscono alcune
brevi riflessioni volte a cogliere le dinamiche in atto in uno dei pi
grandi ed importanti paesi del continente africano.
La posta in palio , da questo punto
di vista, molto alta. Di fronte allemergere di nuovi, grandi paesi in via
di sviluppo ed alle crescenti difficolt
incontrate dallimperialismo a stelle
e strisce nel dispiegare i propri piani
di egemonia globale (dalla crescente
instabilit in Medio Oriente e dal raffreddamento delle relazioni con
lArabia Saudita, alle evidenti difficolt in Asia Centrale ed al crescente
protagonismo di Cina, India e
Russia, al nuovo vento che spira in
America Latina), la carta delle risorse energetiche africane assume
unimportanza strategica per
Washington, aprendo cos una pe-

sante contraddizione con il nascente


imperialismo europeo. Senza dimenticare, da questo punto di vista,
la necessit per Bush di contenere la
crescente influenza cinese nel continente pi povero del mondo.
Gli strumenti teorizzati e, purtroppo, adottati sono quelli compatibili con le attuali logiche imperialiste e neocoloniali, dalla pesante ingerenza negli affari interni dei singoli paesi al ricatto liberista sul
piano delle relazioni economiche e
commerciali, tanto che lAfrica potrebbe divenire il prossimo terreno
di applicazione della guerra preventiva di Bush e di espansione
della Nato, con il pretesto ormai
abusato della lotta al terrorismo.
Nel maggio 2001 il Gruppo di
Iniziativa sulla Politica Petrolifera
Africana (AOPIG) ha pubblicato un
rapporto dal quale emerge tanto la
crescente importanza del petrolio
africano (soprattutto occidentale)
per leconomia USA, quanto la necessit conseguente di predisporre
una presenza militare diretta a garanzia della sicurezza regionale, in
linea con le scelte di alcuni paesi UE
(la Francia in Cosa dAvorio) ma in
discontinuit netta con lapproccio
cinese, basato sui principi di
Bandung e sul dialogo sud-sud (non

ingerenza e reciproco beneficio).


In questo contesto il controllo delle
risorse energetiche della Nigeria,
ex colonia britannica, la cui produzione si concentra nella zona del
Delta del Niger e nelle regioni del
sud, sesto produttore mondiale di
petrolio e quinto fornitore di greggio per Washington con 900.000 barili al giorno, diviene elemento strategico in un contesto strategico. Tra
le grandi multinazionali presenti
spiccano per importanza langloolandese Shell e litaliana Eni-Agip,
affiancate da Mobil, Chevron,
Texaco, Elf e Total. La situazione del
Delta del Niger a dir poco esplosiva, con lintensificarsi giorno dopo giorno degli attacchi contro
pozzi e personale da parte di diversi
movimenti ed organizzazioni dal
profilo politico incerto e contraddittorio, ma ben armati ed addestrati e con forti basi di massa tra le
popolazioni povere ed esasperate.
Una situazione, quella del Delta del
Niger, che rischia di implodere ma
che si inserisce, purtroppo, a pieno
titolo in una sorta di potenziale
guerra tra poveri a totale vantaggio delle multinazionali e degli apparati del governo centrale, siano
essi militari o civili. Da una parte,
lestrazione di petrolio senza alcuna
73

Internazionale

regolamentazione ha provocato
una vera e propria ecatombe ambientale, tanto da distruggere quasi
del tutto le tradizionali economie
agricole ed ittiche, mentre, dallaltra, le multinazionali versano le percentuali sui proventi direttamente
al governo centrale, in grado di rappresentare soprattutto il pi povero
e popoloso nord islamico, che al sud
investe poco o nulla. La rappresentazione plastica di questa contraddizione lacerante data dalla nuova
e fiammante capitale, Abuja, e dalla
condizione critica nella quale versano diverse citt a ridosso dei pozzi
petroliferi, prive di acqua e luce e
costrette a rivolgersi per la sussistenza alle stesse multinazionali.
Troppo per un paese lacerato da pesanti contraddizioni etniche e religiose (vasto nord islamico e sud cristiano ed animista), conseguenza
del proprio passato coloniale e di un
difficile e mai compiuto processo di
costruzione di uno stato realmente
unitario e democratico (basti ricordare il ruolo assunto dai militari fin
dal 1960, anno della formale indipendenza, e la guerra del Biafra,
1967-1970). Dopo il tentativo di elezioni democratiche del novembre
1993, bruscamente interrotto dai
militari, hanno preso forza e vigore
diversi movimenti di difesa delle popolazioni del sud (Ogoni, Ibo,
Ijaw), soprattutto armati, sempre
pi in grado di colpire in profondit
gli interessi delle multinazionali,
tanto che la Shell, secondo recenti

74

stime de Il Sole 24 Ore (21 febbraio


2006), stata costretta a bloccare i
principali impianti, con una minore
produzione di quasi il 20%, vale a
dire 455.000 barili al giorno. Con
pesanti conseguenze anche interne, dal momento che il 95% delle
esportazioni nigeriane in valore deriva dal petrolio. Diversi di questi
movimenti si collocano su posizioni
apertamente secessioniste, contestando apertamente lattuale presidente Obasanjo, pi o meno regolarmente eletto per il secondo mandato nellaprile 2003, e richiedendo
che la grande maggioranza dei proventi delle estrazioni rimangano al
sud. Sui rapporti esterni di molti di
questi movimenti e sulle modalit di
finanziamento (in parte derivante
dai furti di petrolio) ed addestramento permane grande incertezza.
Cos come poco si parla dellattivit
dellAgip nel Delta del Niger.
Della Nigeria in Italia commentava giustamente Malgaroli su I l
Manifesto del 9 luglio 1999, nel corso
di una delle crisi pi profonde attraversate dal paese africano si
parla tuttal pi per via del calcio o
delle prostitute che sono state deportate dallAfrica grazie allimpegno di trafficanti (nigeriani e italiani). Che da l arrivano petrolio e
gas naturale, che lAgip l sia uno dei
veri potentati, che lEnel acquisti la
maggior parte del gas liquido di cui
la Nigeria ancor pi ricca che di
petrolio, tutto questo non interessa
o viene dimenticato. E cos oltre agli

Maggio - Agosto 2006

scherzi del destino ci sono anche


quelli della memoria.
Memoria che ci consegna il sostegno delle multinazionali ai diversi
governi militari che si sono succeduti, sfruttando a proprio vantaggio
le laceranti contraddizioni di un paese povero e multietnico, in un delicato gioco di equilibri e pesi giocato
sulla pelle di milioni di indigenti.
Multinazionali che, sostenute dagli
Stati Uniti e dagli altri paesi imperialisti, sembrano meditare sulla
prospettiva di cambiare cavallo in
corsa (lanno prossimo si terranno
le presidenziali ed Obasanjo non
potr candidarsi), trattando con i
gruppi ribelli e scaricando lesoso
governo centrale, non in grado di
garantire la sicurezza degli investimenti.
Nel corso di una recente visita in
Nigeria, il presidente cinese Hu
Jintao ha ribadito la propria volont
di creare un nuovo tipo di cooperazione strategica tra la Cina e lAfrica,
rispettando lindipendenza e la sovranit dei diversi paesi. Nel corso
dellincontro stato sottoscritto un
accordo che garantisce ai cinesi
quattro licenze di esplorazione di
petrolio in cambio di investimenti
pari a quattro miliardi di dollari in
raffinerie e generatori di energia e
di 500 milioni di dollari di esportazioni cinesi a credito. Uno stile, questo, che si discosta chiaramente
dalle continue e devastanti ingerenze degli USA e degli altri paesi
neocolonialisti.

Maggio - Agosto 2006

In America Latina si allarga


il fronte di rottura con le logiche
neoliberali e l'egemonia
incontrastata del mercato.
Svolta storica in Bolivia,
gli USA in difficolt

Internazionale

Bolivia:
la nazionalizzazione
degli idro c a r b u r i
LA VITTORIA DI

E VO M ORALES

APRE UNA STAGIONE DI GRANDI

SPERANZE PER UNO DEI PAESI PI POVERI DELL' INTERO CONTINENTE,


di Vicent Boix
giornalista e studioso di America Latina

econdo lindice di sviluppo del


Programma delle Nazioni Unite per
lo Sviluppo, nel 2005 la Bolivia occupava il 113 posto, mentre la
Spagna stava al 21 posto. La speranza di vita era in questo paese di
poco pi di 64 anni, mentre in Spagna superava i 79 anni. Lanalfabetismo degli adulti raggiungeva il
13,5% della popolazione del paese
sudamericano, mentre non raggiungeva il 3% in Spagna. In Bolivia
il numero di medici ogni 100.000
abitanti era di 73, contro i 320 della
Spagna, i 549 degli Stati Uniti e i 591
di Cuba. I parti medicalmente assistiti raggiungevano in Bolivia il 65%
del totale, contro il 99% negli Stati
Uniti e in Argentina e il 100 % a
Cuba, Uruguay e Cile. Fra il 2000 e
il 2002 il 21% della popolazione boliviana era colpito da problemi di
denutrizione, mentre questa percentuale era del 5% in Messico e del
4% in Costa Rica. Nel 2003 il tasso
di mortalit infantile in Bolivia era
di 53 bambini morti ogni 1000 nascite, di fronte ai 4 in Spagna, i 6 a
Cuba e i 7 negli Stati Uniti.
La relazione Panorama Sociale
per il 2005 della Commissione
Economica per lAmerica Latina
(CEPAL) rivelava, sulla base di dati
del 2002, che una percentuale fra il
20 e il 30% della popolazione boli-

PER DECENNI DEPREDATO DELLE PROPRIE RISORSE ENERGETICHE

viana non disponeva di un adeguato


rifornimento di acqua. Questa
stessa percentuale si riferiva anche
ai giovani con pi di 18 anni ma con
meno di 5 anni di scolarit. Pi del
40% della popolazione viveva ammucchiata, priva di un adeguato sistema di smaltimento dei rifiuti organici e in abitazioni con il pavimento di terra. Fra i bambini dai 7
ai 12 anni, pi del 40% non frequentavano alcuna istituzione scolastica. Fra il 30 e il 40% della popolazione boliviana non disponeva
di servizi sanitari di base n di elettricit. Nel 2002, secondo la medesima fonte, il 62,4% della popolazione si trovava sotto la soglia della
povert e il 37,1% era indigente,
mentre la media del continente
americano era rispettivamente del
44 e del 19,4%.
Secondo i dati della Banca Centrale
boliviana il debito estero nel 2005
ammontava a 4.961,6 milioni di dollari, 300 milioni in pi rispetto al
1996. Il prodotto interno lordo
(PIL) per il 2004 era, secondo
lIstituto Nazionale di Statistica, di
8.758 milioni di dollari. Sempre secondo dati del 2004, il debito estero
rappresentava pi del 57% del PIL.
Tale caotica e ingiusta situazione ha
portato a numerose mobilitazioni,
che hanno messo fine ai governi di

Sanchz de Lozada nel 2003 e di


Carlos Mesa nel 2005. In questa congiuntura, Evo Morales ha vinto le
elezioni del dicembre 2005, con il
54% dei voti.
R E P S O L YPF
Secondo informazioni ottenute
dalla sua pagina web, la multinazionale ispano-argentina Repsol-YPF
ha ottenuto nel 2005 profitti netti
per 3.120 milioni di euro, in parte
grazie allaumento del prezzo del
petrolio. Questo risultato ha rappresentato un incremento del
29,4% rispetto al 2004.
Secondo una relazione di Intermon-Oxfam, grazie alle privatizzazioni e capitalizzazioni del 1996 le
imprese stabilitesi in Bolivia hanno
pagato al governo una tassa percentuale del valore del 18% per quei
giacimenti che prima di quellanno
non erano produttivamente sfruttati (attualmente rappresentano il
95% delle riserve). Tale imposta la
pi bassa nella regione, e secondo
il Ministero dello Sviluppo
Economico le condizioni eccessivamente favorevoli per le imprese faranno mancare allo stato lincasso
di 3.152 milioni di dollari nellarco
del decennio 1996-2006. Questa cifra equivale al 63,5% del debito
75

Internazionale

Maggio - Agosto 2006

LA VALUTAZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEL BRASILE


La decisione di Morales di nazionalizzare gli idrocarburi ha creato qualche tensione anche in Brasile, dal
momento che lazienda statale Petrobras ha sostenuto diversi investimenti in Bolivia. Quella che segue la
posizione assunta dal Partito Comunista del Brasile (PcdoB), prezioso alleato di Lula al governo del paese,
elemento che ha senza dubbio favorito una soluzione positiva della situazione.
Dichiarazione di Jos Reinaldo Carvalho, Segretario delle Relazioni Internazionali del PcdoB
La nazionalizzazione degli idrocarburi decretata dal presidente boliviano Evo Morales stata una decisione giusta e coraggiosa del presidente del paese fratello. Costituisce una vittoria storica del popolo boliviano, le cui ricchezze sono state saccheggiate dai governi neoliberali e dallimperialismo nel corso di molti
decenni. E una decisione sovrana che corrisponde agli interessi nazionali della Bolivia, che deve essere
salutata dalle forze progressiste brasiliane e rispettata dal nostro governo, nonostante possa mettere in discussione interessi commerciali di Petrobras. Mettere la politica al posto di comando e sostenere lopzione
strategica della solidariet e dellintegrazione latinoamericana deve continuare a rappresentare la linea di

condotta della nostra diplomazia. La vittoriosa politica estera del presidente Lula trover il modo
di superare le eventuali difficolt commerciali e finanziarie causate dalla decisione del governo
boliviano. Le voci che si levano contro le giuste misure del governo del presidente Evo Morales
sono le stesse che difendono lAlca, il neocolonialismo e la subordinazione del Brasile e
dellAmerica Latina agli interessi dellimperialismo nordamericano.

(Traduzione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare)


estero boliviano. Di fatto, solo le riserve esistenti di gas naturale permetterebbero di pagare 13 volte il
debito estero e 130 volte la spesa
pubblica annuale.
Prima del 1996, limpresa statale
YPFB garantiva allo stato una media
di 400 milioni di dollari allanno di
introiti, vale a dire pi del 30% delle
entrate del Tesoro Generale
Nazionale (TGN). Nel 2001 questa
cifra diminuita a meno di 200 milioni, vale a dire a un 12% in meno
delle entrate del TGN, e questo nonostante laccertato aumento della
produzione. Per quanto riguarda la
Repsol, secondo il giornale La Razn,
i contributi versati nel 2002 dalla
maggiore impresa proprietaria della
multinazionale hanno rappresentato lo 0,14% degli introiti del TGN.
Dal 2001 al 2002 il valore di questo
contributo diminuito di pi del
76%.
Jos Mara Vera Villacin, direttore
del Centro Studi di IntermonOxfam, in un articolo pubblicato su
Cinco Das afferma che la Repsol occupa una posizione dominante sul

76

mercato degli idrocarburi boliviano


con un 30% del totale nel settore
per lanno 2001. Scrive inoltre che
dirigenti dellimpresa hanno rivelato che per ciascun dollaro investito in Bolivia ne hanno guadagnati
10, quando la miglior redditivit in
questo settore pu essere di 1 a 5,
ma anche di 1 a 3. Le privatizzazioni
avviate nel 1996 a favore delle imprese straniere hanno portato inoltre a dare la priorit alle esportazioni, e questo ha fatto s che i cittadini si siano visti obbligati ad acquistare il gas a prezzi internazionali, cosa che in molti casi risultata proibitiva per i settori pi poveri della societ.
Secondo questo stesso articolo, i posti di lavoro creati sono stati minimi,
mentre le attivit di esplorazione e
di sfruttamento hanno provocato
numerosi e gravi problemi dimpatto ambientale e sociale sullo sviluppo dei parchi naturali e dei territori abitati da popolazioni indigene. I risarcimenti alle comunit
locali per i danni sofferti secondo
le parole di Vera Villacin sono

stati volontari, economicamente ir rilevanti, e le prime analisi sulla qua lit dellacqua in queste zone eviden ziano preoccupanti risultati per quanto
riguarda il loro impatto sulla salute.
Il disprezzo per lambiente stato
tale che Intermon-Oxfam ha denunciato come uno Studio di valutazione sullimpatto ambientale riguardante unattivit allinterno di
un parco naturale fosse sbrigato
unicamente in 4 sole paginette. In
unaltra localit, lo studio stato redatto da una consulente nordamericana copiando interi paragrafi
presenti in altre valutazioni. La
scarsa preoccupazione per tutto
quel che non riguarda il puro processo produttivo ha anche portato a
tragiche conseguenze. Le organizzazioni Equipo Nizkor e D e re c h o s
Human Rights hanno informato nel
giugno del 2005 della morte di due
persone, bruciate nei pressi di un
pozzo della Repsol probabilmente
a causa di una fuga di gas. Tutti questi dati, uniti alla scoperta di un presunto caso di contrabbando di petrolio, offrono solo unidea dello-

Maggio - Agosto 2006

scura e disinvolta attivit imprenditrice in Bolivia della Repsol e di altre transnazionali.


NAZIONALIZZAZIONE
E SEGNALI DI ALLARME

Nel luglio del 2004 pi dell89%


della popolazione boliviana ha votato a favore della nazionalizzazione degli idrocarburi mediante
un referendum. Il governo Mesa ha
allora fatto finta di non vedere e la
volont della popolazione non ha
avuto alcun effetto concreto. Nel
maggio del 2005 una nuova legge
ha aumentato le varie imposte per
le imprese private dal precedente
18% al 50%, e non in tutti i settori.
Tale impostazione per apparsa
insufficiente alla societ civile, nonostante lo stato in quellanno abbia
incassato 460 milioni di dollari.
La cosiddetta nazionalizzazione avviata da Morales pretende di riservare allo stato l82% degli utili ottenuti dalla produzione di due grandi
pozzi. La parte restante continuerebbe a rendere lattuale 50%. A
parte, il neo-presidente boliviano
ha nazionalizzato alcune quote
azionarie per recuperare il controllo su alcune imprese capitaliz-

Internazionale

zate 10 anni fa. Tutte queste iniziative possono essere sottoposte a negoziato fra le parti. Secondo le parole del vicepresidente lvaro
Garca Linera, con questa nuova
legge si mira a raccogliere 300 milioni di dollari extra, da sommare
agli altri per raggiungere un totale
di 780 milioni annui.
Mentre in Bolivia accadeva questo,
in altri paesi saliva lallarme. La
Spagna ha capeggiato un vergognoso, cinico e pretestuoso attacco
a livello politico e mediatico.
Abbiamo visto e letto di politici di
tutti i colori, articolisti ed esperti da
bar criticare Morales in nome degli
interessi spagnoli, quando invece la
Repsol unimpresa privata, che al
pari di altre ha fatto ottimi profitti
grazie allaumento del prezzo internazionale del petrolio. Limpresa singrassa e gli azionisti si riempiono le tasche. La Repsol formata
da azionisti spagnoli e stranieri, e in
ogni caso il governo spagnolo sta difendendo gli interessi di una microscopica percentuale di connazionali.
Che tristezza stato ascoltare Zapatero, Moratinos, Solana, Rajoy e alcune voci dellemittente della Conferenza episcopale. Socialisti gli uni
e cattolici gli altri. Incuranti della

tragedia del popolo boliviano.


Compiacenti con la rapina delle risorse. Aggressivi di fronte allesercizio di sovranit e di giustizia di un
popolo massacrato, immiserito e affamato. Raramente li si visti segnalare e denunciare la gravit
della disuguaglianza e il comportamento delle imprese transnazionali. Al contrario, danno del populista a Morales e affermano che roviner il paese, come se il paese non
fosse gi stato rovinato. Curioso
paese la Spagna, dove si accusa
Morales mentre si premiano la duchessa dAlba o Bill Gates.
Nella sua relazione Panorama Sociale la CEPAL nel 2004 affermava
che Migliorare la distribuzione delle
entrate un imperativo etico che, in
quanto tale, permetterebbe di aumentare
il tasso di crescita. La cattiva distribu zione delle entrate, e soprattutto la cat tiva distribuzione della ricchezza, hanno
conseguenze negative.
Morales ha fatto il primo passo e il
tempo ci dir il resto.

Traduzione a cura di Giovanni


Campari.

77

Maggio - Agosto 2006

Internazionale

Putin non ha ostacolato Bush


dopo l'11 Settembre 2001
nella guerra in Afghanistan:
ha lasciato fare, trovandosi basi
USA e presenza militare
diretta in tutte le Repubbliche
dell'Asia Centrale ex sovietica

Una nuova
G u e rra Fre d d a
c o n t ro la Russia?

a cura di Alessandro Belmonte

I NTERVISTA

G IULIETTO C HIESA , EURODEPUTATO ED ESPERTO


DI QUESTIONI INTERNAZIONALI .
L' ATTUALE RUOLO DELLA R USSIA NEL CONTESTO MONDIALE
A

E LE CRESCENTI PREOCCUPAZIONI CHE LA RITROVATA AUTONOMIA


DI

a rivista lernesto incontra Giulietto


Chiesa, eurodeputato e grande
esperto di questioni internazionali.
Con lui abbiamo ragionato dellattuale ruolo della Russia di Putin nel
contesto mondiale e delle crescenti
preoccupazioni che la ritrovata autonomia di Mosca suscita in
Occidente.
La crisi energetica dellinvern o
scorso ha evidenziato una lacerazione tra la Russia di Putin e
lUnione Europea, freddezza confermata anche in occasione delle recenti elezioni in Ucraina e, soprattutto, in Bielorussia. Chiari riferimenti ad una nuova Guer r a
Fredda?
La questione energetica costituisce
solo un aspetto della crisi di relazioni tra Russia e UE, che pi vasta, ha radici pi profonde ed antiche: essa esplosa con la crisi in
Ucraina, prima ancora in Georgia,
e poi in Bielorussia. Il disegno di
Washington e Bruxelles era quello
di portare lUcraina fuori dal
campo socialista di un tempo, verso
lOccidente, lUE e la NATO. La
Russia, irritata a causa delle continue ritirate strategiche imposte da
Gorbacv e Eltsin, ha deciso con
Putin di voltare pagina, cominciando a chiedere allUcraina di pagare il gas a prezzo di mercato. Fino

M OSCA

SUSCITA IN

O CCIDENTE

ad allora, sperando nel mantenimento di buone relazioni, Mosca


aveva applicato un prezzo vantaggioso. Il messaggio chiaro: se
lUcraina intende andare verso UE
e NATO, almeno paghi il gas.
Questo atteggiamento ha creato
strepitio nellUE, soprattutto nei
circoli che perseguono politiche di
roll-back, di contenimento nei confronti della Russia.
Prevedi un miglioramento nelle relazioni tra Russia e UE?
Nel parlamento europeo si respira
un clima revanscista ed aggressivo
nei confronti della Russia, soprattutto dopo lingresso di alcuni paesi
dellEuropa Orientale nel maggio
2004. Mosca ha, da questo punto di
vista, buonissime ragioni. Il paradosso che lEuropa non avrebbe
nessun interesse a contrapporsi alla
Russia, ma evidentemente lUE non
in grado di contrastare gli atteggiamenti oltranzisti di alcuni governi, dalla Polonia alle Repubbliche Baltiche, che sono in realt
satelliti USA. Se vuole migliorare le
proprie relazioni con la Russia, lUE
deve far pulizia, contrastando gli atteggiamenti aggressivi dei governi
di questi paesi, dove vivono milioni
di russi senza diritto di cittadinanza,
a meno che non sia la stessa UE ad
aver sposato la linea revanscista. In

caso contrario, se cio il quadro non


dovesse subire modifiche, la Russia
potrebbe diventare sempre pi
forte ed intrattabile, come dimostrano il fallimento del recente incontro RussiaUE ed il clima difficile in vista del prossimo vertice del
G8, che si terr proprio a Mosca.
Anche negli USA si parla sempre pi
apertamente della Russia come di
un paese ostile.
E evidente. La Russia lancia segnali
molto chiari: abbiamo i nostri interessi nazionali, armi strategiche ed
un immenso potenziale energetico.
Putin non ha ostacolato Bush dopo
l11 settembre 2001 nella guerra in
Afghanistan, ha lasciato fare, trovandosi basi USA in tutte le
Repubbliche dellAsia Centrale exsovietica.
LAfghanistan stato utilizzato dagli USA come trampolino di lancio
per avere una presenza militare diretta e perseguire le proprie politiche di dominio in Asia. I russi hanno
vissuto tutto questo con enorme fastidio, anche se il quadro di riferimento sta cambiando: solo dieci
anni fa la Russia era ridotta alla subalternit, ora si sente in grado di intraprendere iniziative forti, come
nel caso del nucleare iraniano e del
nuovo governo palestinese di
Hamas.

Maggio - Agosto 2006

Quali gli elementi alla base del


nuovo protagonismo Russo?
Putin ha risolto i propri problemi
interni, sistemando a dovere gli oligarchi e chiudendo i conti coi clubs
di Roma e Parigi. Dopo aver acquisito il controllo sullintera struttura
energetica russa, ha deciso di esercitare il proprio potere. Per questo
i paesi dellAsia Centrale, oggi, si rivolgono di nuovo a Mosca e chiedono la smobilitazione delle basi
USA, che continuano ad inanellare
errori verso i nuovi potenziali alleati
con atteggiamenti arroganti e destabilizzatori. Cos come evidente
la modificazione dei rapporti di
forza di lungo periodo che potrebbe sfociare nellalleanza tra
Russia e Cina. In Medio Oriente,
poi, la Russia ha deciso di agire autonomamente e senza permesso:
chiaro che Mosca contraria alle
sanzioni contro lIran cos come
decisa a sostenere il nuovo governo
palestinese.
Facciamo un passo indietro. In
Occidente, anche in Italia, in molti
hanno sperato nellaff e rmarsi di
una rivoluzione colorata in
Bielorussia sul modello ucraino.

Internazionale

Cos come in molti, a volte senza


scriverlo, auspicano uno scenario simile per la stessa Russia.
In Ucraina la rivoluzione colorata
stata pompata dallesterno ed ha
portato al potere politici identici ai
loro predecessori, che si sono poi rapidamente divisi. Dopo le recenti
elezioni questo gruppo dirigente
stato costretto ad un compromesso
con i russi, anche se la partita dura
e destinata a protrarsi per anni.
Molto dipender anche dallorientamento prevalente nella UE, dove
alcuni paesi spingono per un compromesso onorevole, mentre altri
circoli lavorano a produrre una forte
rottura giungendo a sostenere ipotesi di divisione del paese in due parti
con relativa guerra civile. Riguardo
la Bielorussia, poi, le forze che hanno
tentato di destabilizzare il paese
hanno sottovalutato la popolarit del
presidente Lukashenko, che stato
in grado di adottare le necessarie
contromisure, a partire dal non ingresso nel paese dei consiglieri di
Bush. I fomentatori europei di disordini nellarea ex-sovietica dell
Europa possono scordarsi la
Bielorussia e possono solo fantasticare di rivoluzioni colorate a Mosca.

In Italia si insediato il nuovo governo di centrosinistra. Cosa potrebbe cambiare nelle relazioni tra
Italia e Russia e quale ruolo potrebbe giocare su questo lItalia in
Europa?
Partiamo dal presupposto che Berlusconi per Putin contava come il fatidico tre di picche. Detto questo,
nel passaggio tra Berlusconi e Prodi
il quadro non dovrebbe subire sostanziali modifiche e le relazioni rimanere positive.
LItalia dovrebbe per svolgere un
ruolo importante a livello europeo
nel contrastare gli atteggiamenti revanscisti di Polonia e Paesi Baltici,
che da satelliti russi si sono trasformati in satelliti USA.
LItalia dovrebbe, insomma, svegliarsi e contribuire a fare pulizia,
dal momento che lEuropa e la
stessa UE non avrebbero alcun interesse a contrapporsi alla Russia,
ad aprire una nuova epoca di Guerra Fredda.
La linea del governo polacco non
pu, insomma, divenire la linea
dellUE e, su questo terreno, lItalia
potrebbe giocare un ruolo importante ma dovrebbe produrre uno
scatto.

QUANDO SI DICE GAZPROM


Gazprom si sviluppa come una societ energetica globale mentre il suo scopo strategico quello di conquistare la leadership assoluta sul mercato mondiale del gas e del petrolio. Cos si espresso il Presidente
del colosso monopolistico controllato dallo stato russo, Alexej Miller, davanti allassemblea annuale degli
azionisti a Mosca il 30 giugno 2006. Lipotesi emersa infatti quella di estendere lattivit di Gazprom a
petrolio ed energia elettrica. Con un fatturato complessivo di 45 miliardi di dollari (+38,8% rispetto al 2004),
una produzione annuale nel 2005 di 547,9 miliardi di metri cubi di metano (con riserve di gas naturale stimate intorno a 29mila miliardi di metri cubi) e con un utile netto salito lo scorso anno a 7,4 miliardi di dollari, Gazprom fornisce pi del 25% del metano consumato nei paesi europei, nonostante la delicata situazione che permane in Ucraina, con conseguente rischio di nuove crisi energetiche nel prossimo inverno,
ed il braccio di ferro con il vicino Turkmenistan.
Dal 2007 Gazprom costruir due nuovi gasdotti verso la Cina, con possibilit di estensione fino alla Corea
del Sud, confermando il proprio impegno a diversificare lexport verso lAsia e lEstremo Oriente.
Recentemente, Gazprom ha sottoscritto un accordo per sviluppare lestrazione di gas in Venezuela nellambito di una nuova cooperazione tra Putin e Chavez. Nonostante un contenzioso aperto con il governo
russo riguardante il prezzo di vendita interno del gas, il colosso monopolistico risorto a nuova vita a partire dal 2000, quando lo stato si riappropriato del controllo a scapito degli oligarchi e della borghesia
compradora legata a Eltsin ed allOccidente.
(Fonte di riferimento: V. Sapozhnikov, Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2006)

79

Internazionale / Notizie

Maggio - Agosto 2006

ELEZIONI IN REPUBBLICA CECA E SLOVACCHIA


Il 2 e 3 giugno 2006 si sono tenute le elezioni politiche nella Repubblica Ceca, in un contesto segnato tanto da una forte quanto
indotta polarizzazione del voto tra Partito Socialdemocratico (Cssd), al governo insieme a cristiano-democratici e liberali, e
Partito Civico Democratico (Ods, conservatore e liberista), quanto da una violenta campagna anticomunista, volta a porre fuorilegge la Giovent Comunista (KSM) e presentare il Partito Comunista di Boemia e Moravia (Kscm), terza forza politica del
paese, come un partito pericoloso e criminale.
In questo contesto difficile, le elezioni sono state vinte dalla destra (la sola Ods ha ottenuto il 35,38% dei consensi ed 81 seggi,
+23 rispetto alle precedenti elezioni del 2002), che non pu per contare su una maggioranza autosufficiente nella Camera dei
Deputati. I socialdemocratici hanno ottenuto il 32,32% dei voti e 74 seggi, +4 rispetto al 2002, mentre il Kscm si fermato al
12,81% dei consensi (aveva ottenuto il 18,5% nel 2002, collocandosi a sinistra del governo socialdemocratico sostenuto dallesterno dai conservatori) e 26 seggi contro i precedenti 41, confermandosi comunque terza forza politica del paese. Da registrare il successo dei Verdi, su posizioni moderate e filo-europeiste, che hanno ottenuto il 6,29% e 6 seggi.
Il 17 giugno 2006 si votato anche in Slovacchia, a seguito della crisi del governo di coalizione tra diverse forze liberali e conservatrici. A conferma di un quadro politico frammentato e complesso, evidenziatosi con la vittoria del populista Gasparovic alle
presidenziali dellaprile 2004 e dalla bassissima affluenza alle urne per le successive europee, le prime elezioni nazionali dopo lingresso nellUnione Europea (1 maggio 2004) sono state vinte dai socialdemocratici della Smer con il 29,14% dei consensi. Il Partito
Comunista Slovacco (KSS), che aveva ottenuto il 6,32% ed 11 eletti nel Consiglio Nazionale alle precedenti elezioni del 2002, si
fermato al 3,8%, non riuscendo a superare lo sbarramento previsto del 5%. Dopo le elezioni si costituito un governo di coalizione
guidato da Fico, maggiore esponente della Smer, e sostenuto dal Movimento per una Slovacchia Democratica (Hzds, 8,79% e 15
eletti) dellex presidente Meciar, inviso a Stati Uniti e UE, e dagli ultra-nazionalisti del Partito Nazionale Slovacco (11,73% e 20
eletti). Fico stato oggetto di forti critiche e pressioni da parte del Partito Socialista Europeo, di cui la Smer parte.

IL CONGO IN CERCA DI PACE E STABILITA


Domenica 30 luglio si sono tenute importanti elezioni politiche e presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo, le prime
dalla caduta del dittatore Mobutu e dallinizio della guerra di aggressione da parte di Uganda e Ruanda contro il governo del
fronte nazionale e progressista che, sostenuta dagli USA, ha provocato in un lustro oltre 5 milioni di morti. La vittoria delle milizie al soldo delle potenze straniere avrebbe provocato la destabilizzazione del paese, scenario funzionale ad una prepotente
penetrazione di stampo neocoloniale nel cuore dellAfrica. Operazione, questa, non riuscita nemmeno con il barbaro assassinio del presidente Laurent Dsir Kabila nel 2001, sostituito alla guida del paese dal figlio Joseph. Con il paese allo stremo, il
giovane Kabila stato costretto a subire un Accordo Globale ed Inclusivo il 24 luglio 2003 ed il conseguente ingresso ai vertici del potere (vicepresidenza) dei capi delle milizie filo-USA, riuscendo per a conservare lunit del paese ed una debole pace.
Nel dicembre 2005 i congolesi hanno approvato la nuova Costituzione, mentre lONU continua ad operare per il ritiro degli
eserciti stranieri e lUnione Europea ha inviato, daccordo con il governo di Kinshasa, una forza speciale di intervento con mandato di sette mesi a garanzia del processo elettorale.
Al termine del primo turno (alta la percentuale di affluenza alle urne, intorno al 70%), Kabila ha ottenuto il 44,81% dei consensi, mentre lex mobutista e criminale di guerra Bemba (uno dei vicepresidenti sostenuto dallUganda) si fermato al 20,03%.
Terzo arrivato con il 13% lanziano lumumbista Gizenga. Subito dopo la diffusione dei dati, si sono verificati violenti scontri armati a Kinshasa, a stento sedati dalle forze ONU. Evidentemente, forte dei consensi ottenuti nel nord e nellovest, Bemba ha tentato di giocare la carta della destabilizzazione. Il ballottaggio previsto per il 29 ottobre.
Come giustamente sottolineato da Tony Busselens su Solidarie (21 giugno 2006), in caso di vittoria Kabila avr le mani libere per predisporre un politica nazionale ed utilizzare le materie prime del Congo per il benessere del popolo congolese. Un
nuovo Chavez o Morales, questa volta nel cuore dellAfrica, una prospettiva che gli Stati Uniti ripugnano La ripresa della
guerra di aggressione, o qualche altro trucco degli USA, non si pu di conseguenza escludere.

80

Maggio - Agosto 2006

Internazionale / Notizie

QUINTO INCONTRO DELLORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE DI SHANGHAI


Il 15 giugno si tenuto il quinto incontro dellOrganizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), formata da Russia,
Cina, Kazakhstan, Tajikistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan. Questo appuntamento segue da vicino il fallimentare vertice tra Cina
ed USA (aprile 2006) ed un duro scambio di accuse tra il presidente russo Putin ed il vicepresidente USA Cheney. Tra i paesi
osservatori vi sono India, Pakistan (rappresentato dal presidente Musharraf), Mongolia ed Iran (rappresentato dal presidente
Ahamdinejad); tra gli ospiti anche il presidente afgano Karzai.
Nata nel 2001 come conseguenza degli attentati negli Stati Uniti, la OCS, a partire da una sempre pi ampia cooperazione
tra Cina e Russia, costituisce oggi forse lostacolo maggiore al dispiegarsi dellegemonia statunitense, tanto sul piano economico quanto su quello geo-strategico (risorse energetiche e penetrazione nel cuore dellAsia). Anche se un eventuale allargamento dellorganizzazione non allordine del giorno, la presenza di altri grandi paesi asiatici, non ultimi India (stretta tra un
accordo di cooperazione strategica con gli USA sottoscritto nellestate 2005 e la necessit di collaborare con gli altri paesi della
OCS per diversificare le proprie risorse energetiche) ed Iran (considerato dallamministrazione Bush uno stato terrorista ed al
centro dei disegni bellici futuri USA), ha finito per inquietare non poco Washington, che ha salutato il vertice con una reazione
dura e stizzita.
La Conferenza ha confermato la richiesta agli USA di smantellare le proprie basi militari in Asia Centrale, conseguenza diretta
della guerra in Afghanistan dellottobre 2001, richiesta ribadita con forza dal presidente uzbeko Karimov. Oltre a questo, assume importanza centrale lipotesi di costituzione di in una sorta di club energetico, con dirette ripercussioni tanto in Medio
Oriente quanto in Asia Centrale. A tal proposito, Putin non ha mancato di sottolineare che, conti alla mano, i paesi componenti od osservatori della OCS posseggono 1/5 delle risorse petrolifere disponibili e la met di quelle di gas naturale.
Ahmadinejad, che ha ribadito il diritto del proprio paese allutilizzo del nucleare per uso civile, ha proposto Teheran come sede
di una futura Conferenza regionale sullenergia.
Pur non avendo tra gli obiettivi immediati la propria trasformazione in alleanza militare (Lorganizzazione non lequivalente
orientale della NATO, ha commentato il segretario generale della stessa, Zhang Deguang), il vertice ha registrato la disponibilit ad un maggiore livello di cooperazione su questo terreno, mentre il presidente cinese Hu ha proposto la sottoscrizione in
un prossimo futuro di un accordo di non-aggressione tra i paesi componenti, onde evitare il ripetersi di tentativi di destabilizzazione come accaduto in Kyrgyzstan ed Uzbekistan, confermando altres la disponibilit di Pechino a sottoscrivere prestiti a
basso interesse per 900 milioni di dollari a sostegno di progetti per infrastrutture in Asia Centrale ed a potenziare le importazioni energetiche dai paesi ospitati a Shanghai.

81

Internazionale / Notizie

Maggio - Agosto 2006

Riteniamo utile pubblicare questa Interrogazione che Fosco Giannini (senatore PRC e capogruppo Commissione
Difesa del Senato) e Lidia Brisca Menapace (senatrice PRC e componente Commissione Difesa del Senato) hanno
presentato al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Difesa e al Ministro degli Affari Esteri

INTERROGAZIONE
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro della difesa, il ministro degli affari esteri, per sapere - premesso che:
con il decreto legge 28 agosto 2006, 253 stato autorizzata dal Governo Italiano la partecipazione del contingente militare italiano alla missione delle Nazioni Unite in Libano, denominata United Nations Interim
Force in Lebanon (UNIFIL), di cui alla risoluzione 1701 (2006), adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite l'11 agosto 2006;
linvio del contingente internazionale si reso necessario al fine di porre termine alle operazioni militari intraprese
dal Governo Israeliano nel territorio Libanese che hanno determinato una escaltion di morte (anche e soprattutto
fra i civili Libanesi) e distruzione;
tra gli obiettivi che la comunit internazionale si dato c quello di far rispettare il cessate il fuoco e di collaborare alla ripresa di negoziati di pace che siano rispettosi del diritto internazionale;
nelle parole del Ministro degli Esteri Massimo DAlema emerge con chiarezza la volont di addivenire ad una soluzione definitiva dellintera questione medio orientale a cominciare dalla soluzione, ormai non pi procrastinabile, della questione palestinese;
per compiere nella maniera pi egregia possibile il compito assegnato alle forze di interposizione necessario
che tale forza internazionale sia realmente sentita come una forza terza da tutti i contendenti dellarea;
evidente che il presupposto di terziet (richiamato anche dal diritto internazionale) pu effettivamente realizzarsi solo se del contingente internazionale non ne facciano parte militari di un paese che non sia rigorosamente
equidistante tra i due belligeranti;
nel caso italiano tale equidistanza (richiamata negli ultimi mesi anche dal Ministro DAlema) pu essere seriamente
messa in pericolo in forza degli accordi militari sottoscritti nella scorsa legislatura (legge n. 94 del 3 maggio
2005) che istituzionalizzano la cooperazione nel settore militare della Difesa tra Italia ed Israele. Si tratta di un
accordo quadro che regola la cooperazione tra le parti, nel cui ambito potranno essere conclusi accordi tecnici
specifici. I campi di cooperazione comprendono, tra l'altro, l'interscambio di materiale di armamento, l'organizzazione delle forze armate, la formazione e l'addestramento del personale militare, la ricerca e sviluppo in campo
militare;
questo potrebbe determinare sia il venir meno della funzione assegnata al nostro contingente, sia la possibilit di
esporre i nostri militari a pericoli maggiori rispetto a quelli gia molto alti che tale tipo di missione richiede; se il ruolo che lItalia ha assunto, in relazione alla missione internazionale in Libano, non ponga la necessit di rivedere gli accordi militari sottoscritti nella scorsa legislatura (legge n. 94 del 3 maggio 2005) che istituzionalizzano
la cooperazione nel settore militare della Difesa tra Italia ed Israele, come garanzia di neutralit del nostro Paese
se il nostro Paese non possa costituire un elemento importante per facilitare la risoluzione della questione mediorientale.
Senatore Fosco Giannini - Senatrice Lidia Brisca Menapace

82

Maggio - Agosto 2006

Documenti

Un passaggio di metodo
nell'analisi
sul movimento comunista
e sul Novecento

"Il bambino
e l'acqua sporca"

I F ORUM PROMOSSO DALLA RETE


R OMA 13-14 MAGGIO 2006

a Rete dei comunisti ha organizzato il


13 e 14 maggio 2006 un primo forum
di confronto e analisi sul movimento comunista e il Novecento (Il bambino e
lacqua sporca. Un passaggio di metodo
nellanalisi sul movimento comunista e
sul Novecento).
Vi sono state relazioni e contributi di
M a u ro Casadio, Giorgio Gattei,
V l a d i m i ro Giacch, Andrea Catone,
Domenico Losurdo, Fausto Sorini,
M a u ro Bulgarelli, Michele Prospero,
Silvio Serino, Hosea Jaffee, Marc o
F e rrando, Jacopo Ve n i e r, Guglielmo
Carchedi, Enzo Modugno, Alessandro
Mazzone, Alessandro Hoebel, Stefano
Garroni, Renato Caputo, Sergio Cararo
e altri.
Si tratta di un primo appuntamento che
intende creare le condizioni migliori possibili per aprire finalmente una discussione franca sullesperienza storica
del movimento comunista rinviata da
sempre eppure necessaria per definire lessere e lagire come comunisti nel XXI
Secolo.
Il documento preparatorio per il primo
forum azzarda quello che definisce un
passaggio di metodo nellanalisi sul movimento comunista e sul Novecento. E
il tentativo di costruire alcune domande
comuni e sottolineare alcuni dati ogget-

tivi indipendentemente dallesperienza


storica e ideologica di riferimento di tante
compagne e compagni. Ci sembra infatti
che riproporre tout court la propria identit non ci possa portare molto lontano
nella ricerca e nel confronto.
Il forum vuole dunque essere il primo
passo di un percorso di confronto sulla
nostra storia e sulle contraddizioni irrisolte del movimento comunista che ha
agito concretamente nella storia dellumanit e che tornano prepotentemente
nellagenda odierna della lotta per il superamento del capitalismo. E un percorso di ricostruzione politica e teorica
connesso e collocato inevitabilmente tra
il passato e il futuro.
Il passaggio dallassalto al cielo alla costruzione reale della transizione sociale,
la persistenza o meno della legge del val o re nelle economie socialiste del
Novecento, la relazione concreta tra sviluppo delle forze produttive, scienza e
classe in quelle societ, lazione concreta
dei blocchi economici, la rottura rivoluzionaria possibile, la situazione oggettiva prima e dopo la dissoluzione
dellURSS, sono le questioni dalle quali
riteniamo si possa partire sia per combattere apertamente la liquidazione del
patrimonio storico del movimento comunista sia per mettere fine alle secche
su cui si sistematicamente arenato il

DEI COMUNISTI

confronto su tale questione.


Ci rendiamo ben conto che si tratta di
una ambizione e di una sfida avanzate
anche per molte nostre consuetudini
(spesso consolatorie), ma una sfida di
metodo e di merito che necessita di essere
ingaggiata in questo e nei prossimi anni
mettendo a disposizione le esperienze, le
conoscenze e gli stimoli che fino ad oggi
hanno agito o studiato separatamente
tra loro.
IL

D O C U M E N T O P R E PA R AT O R I O

La Rete dei Comunisti ormai da oltre un decennio impegnata in un


lavoro teorico e di analisi che, a partire dalla crisi degli anni 90, ha ritenuto fondamentale per ridefinire
un nuovo ruolo dei comunisti.
Lelaborazione sullimperialismo
del XXI secolo, quella sulla composizione di classe internazionale,
sul ruolo e la natura dellUnione
Europea ed altri ancora, sono alcune tappe dellimpegno messo in
campo per ricostruire una lettura
ed una concezione adeguata della
realt attuale e delle sue tendenze.
In questo nostro percorso di ricerca
non possiamo non affrontare la
questione della analisi e della valu-

83

Documenti

tazione approfondita sul complesso


del movimento comunista e di
classe nel 900, poich se non si capisce cosa sia accaduto nemmeno si
ricostruisce. N serve chiamarsi
fuori dalla storia del secolo passato
dichiarando discontinuit mai spiegate e motivate a fondo per il semplice fatto che la sola rimozione non
pu dare risposte vere.
Questo perci un passaggio ineludibile per chiunque voglia ancora
ritenersi ed agire da comunista o
che si ponga il problema del superamento del capitalismo. Sappiamo
anche che questo largomento pi
delicato ed esplosivo che, se non
viene maneggiato con il massimo
della cura, riproduce immediatamente la frammentazione e la conflittualit pi deleteria; siamo convinti che su questo terreno non
serve certo lecumenismo ma non
s e rve nemmeno larroccamento
identitario.
Affrontare le questioni relative ai
paesi socialisti e complessivamente
al movimento comunista del 900
una impresa molto complicata in
quanto tali questioni toccano direttamente le corde profonde della
identit costruita nei decenni passati, incluse quelle sul piano della
formazione personale, e che generalmente si tende a difendere anche
se con le dovute critiche ed autocritiche. Questo lo abbiamo e lo debbiamo avere ben presente, soprattutto a partire da noi stessi e non
certo solo per gli altri.
Ci sembra infatti che riproporre,
magari riveduta e corretta, la propria identit non ci possa portare
molto lontano nella ricerca e nel
confronto. Si pone allora, ancor
prima delle questioni di merito, una
questione di metodo, di chiave di
lettura, di impostazione dellanalisi
che metta tutti in condizione di
rompere con le rigidit prodotte da
una vicenda storica concreta, che
mantiene ancora tutto il suo peso
ideologico e culturale che si trascina
dietro inevitabili schematismi poli-

84

tici e mentali.
Una ipotesi di lavoro nella ricerca
che vogliamo avviare, potrebbe essere quella di non partire da una valutazione basata prevalentemente
su una lettura storica, che in qualche modo gi definita nelle nostre
concezioni e difficile da modificare,
ma di fare riferimento a quegli elementi che oggi possibile rilevare
in modo chiaro in quanto elementi
resi concreti e visibili anche dalla
realt attuale - il reale razionale e dai suoi sviluppi. A partire da queste oggettivit individuate concretamente si pu poi ragionare sul 900
capendo, indagando, individuando
quegli elementi dei quali il movimento comunista a suo tempo non
ha tenuto conto, di cui non ha potuto tenere conto, oppure che ha
sottovalutato o sopravvalutato, e
sulla base di questi poter poi dare
un giudizio che si basi su dati quanto
pi possibile oggettivi e non solo
sulle esperienze individuali e collettive fatte.
Partire dalle tendenze emerse dopo
la crisi degli anni 90, una crisi che
ha significato la fine del blocco sovietico ma anche una potente battuta
di arresto ed arretramento per il movimento comunista e di classe, ci
mette in condizione di valutare pi
oggettivamente quelle esperienze
che si sono dimostrate inadeguate
per il superamento del sistema capitalistico ma ci permette anche di fare
i conti con le prospettive. Infatti non
crediamo che sia utile fare una ricerca storica per sostenere o criticare
una determinata esperienza, al contrario pensiamo che sia molto pi rilevante capire i problemi sorti nella
costruzione di una societ alternativa in funzione dei nodi politici e
strutturali che dobbiamo affrontare
nella nostra epoca.
Sappiamo che su tali questioni, questo nostro contributo non lunico
n pensiamo che bastino alcuni
convegni per trovare le risposte.
Sappiamo bene invece che apriamo
una lunga fase di ricerca ed elaborazione sul terreno pi impegna-

Maggio - Agosto 2006

tivo, problematico e complesso che


si possa affrontare per dei comunisti e questa sicuramente la verifica
politica pi difficile. Daltra parte
da tempo che abbiamo scelto di lavorare in questo modo e forse anche su questo terreno il metodo utilizzato pu rivelarsi funzionale anche se non privo di verifiche da costruire.
A questo punto dobbiamo perci individuare quegli elementi che possono divenire i parametri sui quali
misurare sia la situazione attuale
che lesperienza storica. Qui ne proponiamo alcuni in modo approssimativo e che non sono ovviamente
gli unici da adottare, attorno ai quali
va fatta una discussione finalizzata
ad aprire una lunga fase di lavoro
teorico e politico.
D A L L A S S A LT O

AL CIELO

ALLA TRANSIZIONE SOCIALE

La storia del movimento comunista,


pur nelle sue molteplici varianti, ha
seguito una tendenza alla crescita
che va dalla rivoluzione del 1917
fino di fatto alla met degli anni 70.
I motivi di questa crescita, storicamente incontestabile, sono molteplici e possono essere analizzati ed
approfonditi, ma qui ci interessa
mettere in evidenza un altro aspetto
relativo alla percezione, in quella
determinata fase storica, sia dei comunisti verso se stessi che delle
classi dirigenti dei paesi capitalisti.
Cio si era generalmente affermata
in quei decenni lidea che lassalto
al cielo potesse riuscire e che per il
fronte anticapitalistico fosse quasi a
portata di mano la trasformazione
socialista.
Come sappiamo bene cos non
stato, e non lo stato non solo per
motivi politici ma fondamentalmente per motivi strutturali relativi
sia alla possibilit per il capitalismo
di tenere e rilanciare sullo sviluppo,
sia ai limiti della concreta esperienza storica in costruzione del movimento operaio e comunista.

Maggio - Agosto 2006

L'industria culturale si muove


in due direzioni, complementari
ma in parte distinte: la produzione
di utili, cio la riduzione
della cultura a merce, a bene culturale,
e, in secondo luogo, la produzione
di un senso comune funzionale
al mantenimento dei rapporti
di forza dati nella societ

Cultura

Industria
culturale:
per un appro c c i o
critico
IL

di Gigi Livio e Armando Petrini

l nuovo libro di Andr Schiffrin, Il


c o n t rollo della paro l a, il sguito
ideale del precedente Editoria senza
editori, pubblicato in Italia nel 2000.
Studioso di problemi legati al
mondo delle case editrici, editore
egli stesso, Schiffrin indaga in questo scritto il rapporto fra concentrazioni editoriali e controllo dellopinione pubblica, con particolare riferimento a ci che sta accadendo in Francia e in Gran Bretagna. La situazione appare in effetti
molto preoccupante: ci che negli
Stati Uniti era gi ben evidente da
tempo (e di cui Schiffrin aveva gi
riferito nel suo libro precedente),
negli ultimi anni si dispiegato in
tutta la sua prepotenza anche in
Francia, dove si sono registrati forti
processi di concentrazione editoriale. Processi che naturalmente
agevolano il controllo politico dellinformazione come, pi in generale, della formazione del senso comune (che altra cosa, ce lo ha insegnato Gramsci, dal buon
senso). Un esempio molto evidente di tutto ci, argomenta
Schiffrin, lo si potuto osservare durante la guerra in Iraq: Negli Stati
Uniti i pericoli creati dalla concentrazione dei media sono divenuti

NUOVO LIBRO DI

A NDR S CHIFFRIN

ED IL RAPPORTO TRA

CONCENTRAZIONE EDITORIALE E CONTROLLO DELL ' OPINIONE


PUBBLICA

particolarmente evidenti durante la


guerra dellIraq. Non soltanto la
stampa, la radio e la televisione ripetono acriticamente le affermazioni di Bush, ma i grandi editori
non hanno pubblicato alcuna analisi critica nel periodo cruciale dei
primi due anni dellinvasione.
Lassunto di fondo di Schiffrin in
questo senso convincente e segnala
una delle contraddizioni pi macroscopiche delleconomia capitalistica: il libero mercato finisce regolarmente per creare situazioni
monopolistiche che determinano
controlli rigidi e per nulla liberali
della produzione; e ci avviene anche nellambito dellindustria della
cultura. La situazione daltra parte
ben familiare al lettore italiano, il
quale ha sotto gli occhi una impressionante concentrazione nelle
mani di un solo imprenditore, divenuto nel frattempo egli stesso
braccio politico (fortunatamente
oggi meno potente, anche se sempre in agguato) dei propri interessi
economici.
Siamo convinti che un libro come
quello di Schiffrin difficilmente lo
si sarebbe potuto scrivere una quindicina di anni fa, quando lideologia del pensiero unico giungeva a

uno dei suoi momenti di pi forte


egemonia, almeno in Europa e negli Stati Uniti. In questo senso Il con trollo della parola uno dei molti segnali di cui sembra esservi traccia
nelle cultura europea del progressivo allentarsi della presa di quella
ideologia: unavvisaglia cio che le
crepe nel cemento del pensiero
unico iniziano a moltiplicarsi.
Uno dei pi importanti critici letterari italiani, Romano Luperini, ha
pubblicato nel 2005 un libro intitolato La fine del postmoderno. Luperini
in quel libro scriveva come si possa
constatare nel mondo della cultura
una ripresa di motivi neomoderni o
tardo moderni. Un ritorno di interesse, cio (pi o meno diffuso, ma
di cui vi chiara traccia nei pensatori pi attenti e negli artisti pi interessanti), per la stagione del moderno, dopo anni di egemonia del
cosiddetto postmoderno. Cos
stato il postmoderno? Lo riassume
bene lo stesso Luperini: Il postmoderno scrive il critico stato il periodo di una generale anestetizzazione [...]. C stata una anestesia
della vita collettiva, e una anestesia
specifica degli intellettuali, che,
perduta la antica funzione di legislatori e di mediatori civili, si sono

85

Cultura

ridotti al ruolo subalterno di


esperti o consulenti o a quello di
intrattenitori. Si diffuso un nichilismo morbido e soddisfatto, insensibile alla cura del mondo. Gli intellettuali hanno scambiato il
trionfo incontrastato della logica
del mercato e del regime di equivalenze che essa sancisce con la mancanza di conflitto. E ancora:
Occuparsi dello storico e del contingente era chiacchiera. Bisognava
rifiutare i fondamenti e i programmi, aborrire le grandi narrazioni, risalire alle origini, alla casa
dellessere, ai grandi miti fondativi,
uscire dalla storia. Oggi legemonia del postmoderno, argomenta
Luperini, mostra alcune brecce.
Leggiamo ancora le sue parole: Ci
che nella realt sta riproponendosi
quel principio di contraddizione
che il postmoderno aveva decretato
morto e seppellito. Ed da qui, dunque, che bisogna ripartire.
Dallinsufficienza della logica della
giustapposizione, della differenza e
del meticciato, e anche della superficialit e della leggerezza, che
ha caratterizzato il postmoderno, e
della ricomparsa di logiche pesanti, contrastive o contrappuntistiche.
Naturalmente siamo di fronte soltanto a dei segnali. Importanti,
certo, ma pur sempre dei segnali. Il
postmoderno duro a morire. E,
daltra parte, si pu forse anche sostenere che la logica del postmoderno scorra in fondo parallela alla
logica del moderno fin dalle sue origini, in chiave anti-moderna, in
forma di opposizione alle istanze
migliori di cui il moderno si fatto
e si fa portatore. Si tratta dunque di
prendere coscienza che il venticinquennio (nero) di egemonia incontrastata del postmoderno (19802005, per schematizzare) mostra i
primi segni di cedimento; ma questo anzich tranquillizzarci deve, oltre a entusiasmarci ovviamente, accrescere lo sforzo di mettere in
campo la migliore strumentazione
critica di cui siamo capaci per agire
nelle contraddizioni che il declino
dellegemonia del postmoderno

86

inevitabilmente apre e aprir.


Che il postmoderno sia duro a morire risulta evidente da molti sintomi. Per rimanere pi strettamente al campo della cultura umanistica recente la polemica scatenata da Baricco, che reagisce a una
stroncatura di Ferroni, peraltro
enunciata allinterno di un altro discorso, pretendendo maggiore attenzione dai critici. E logico che
ciascun critico si assume la responsabilit di ci che scrive ed quindi
libero di enunciare i propri giudizi
nel modo che crede pi opportuno.
Ma qui la questione si presenta
come pi complicata. Baricco, infatti, un classico prodotto dellindustria culturale e fornisce altrettanto classici prodotti a questa. Il
suo uso spregiudicato di tutto il materiale della storia passibile, secondo lautore, di essere riciclato, il
suo scrivere facile ma, almeno apparentemente, colto ne fanno un
campione, grazie anche alla bravura
di saper rispondere alle richieste del
mercato, di una storia che inizia, in
Italia e non solo, con DAnnunzio.
Il vate pescarese, infatti, il primo
scrittore dellepoca moderna che
ha molto chiaro il problema del
mercato e che questo problema intende risolvere dando al suo pubblico ci che questo richiede da lui.
Anchegli ricicla: i famosi, al tempo,
plagi dannunziani altro non sono
che il frutto di questo riciclaggio; il
suo rifarsi alla tradizione pretendendo di innovarla (basta pensare
alla ripresa, in epoca di impossibilit del tragico, della tragedia
greca); il suo usare, e in parte inventare anche qui pescandolo da
una tradizione colta, un lessico ricercato e prezioso sono tutti elementi che servono a promuovere la
coscienza di s del lettore piccolo
borghese che dal suo autore si
sente elevato, senza vero sforzo, nel
cielo della poesia e della cultura
alta.
Se si accetta il metodo che abbiamo
seguito, che poi quello di mettere
in luce una poetica e non di soffermarsi su particolari magari anche
suggestivi, risulta chiaro che su

Maggio - Agosto 2006

Baricco non certo necessario


esprimere un giudizio articolato.
Partendo dallosservazione scontata che non tutti hanno letto i
Cantos di Pound, per non fare che
un esempio, e tanti altri capolavori
della letteratura di tutto il mondo,
perch mai si dovrebbe sprecare
tempo a leggere Baricco e, come lui
vorrebbe, a discuterne non in
quanto fenomeno socio-politico, il
che va bene, ma come letterato? Alla
luce di ci che abbiamo detto risulta
pi che sufficiente un giudizio liquidatorio (cosa che, sia detto a evitare equivoci, non vale per
DAnnunzio, che ben altra tempra
di scrittore). Chi difende lindustria
culturale, come in questa occasione
(e sempre) ha fatto Vattimo, deve
sapere che si accontenta, e invita i
suoi lettori a fare altrettanto, del
Kitsch.
Viviamo dunque un momento entusiasmante ma difficile. Non facile, infatti, riappropriarsi oggi
della strumentazione critica che ci
ha consegnato il moderno dopo
unepoca in cui questi strumenti
sono stati continuamente, e ossessivamente, conculcati e questa nuova
visione del mondo, semplificata e
edulcorata, poi passata nel senso
comune dellepoca del pensiero
unico. Il Kitsch, regolarmente contrabbandato per arte, ha inondato
le librerie, gli schermi cinematografici e televisivi, le mostre darte
figurativa e le espressioni musicali
in tutte le sue variazioni.
Determinati concetti sono diventati
doxa: molto difficile, oggi, convincere un giovane che la storia non
finita, che la dialettica lunico strumento di conoscenza del reale, che
la verit difficilmente conoscibile
ma che in qualche luogo si nasconde e, di conseguenza, che la
morale non unastrazione e che
tra questa e il diffusissimo, ed assai
facilmente praticabile, moralismo
c una differenza abissale come tra
due elementi contrapposti. E altrettanto difficile trasmettere ai giovani la coscienza dellimportanza di
un motto wildiano, di uno scrittore
dunque cos decisamente mo-

Maggio - Agosto 2006

derno, che suona cos: Il pi


grande peccato della nostra epoca
la superficialit dal momento che
questo modo di approcciare e conoscere i fatti della vita e della storia lunico praticato: chi non superficiale crea guai e cerca guai.
Ecco perch cos difficile, in questo momento storico, contrastare il
postmoderno: altra cosa, infatti,
lavorare sul piano della cultura alta
e altra su quello del senso comune,
della doxa. Certi modi di pensare e
di leggere la realt, proprio perch
facili, sono duri a morire: pi facile e comodo scambiare una canzonetta per arte che fare la fatica di
ascoltare Webern per trovare l un
piacere superiore e autentico, duraturo.
Ma torniamo al libro di Schiffrin. Il
controllo della parola emblematico
del momento culturale che attraversiamo. Lo tanto nei suoi pregi
come nei suoi limiti. Come sempre
nelle fasi di passaggio, infatti, o meglio di cambiamento e di inversione
di tendenza, si registrano soprattutto fenomeni magmatici, che costituiscono appunto dei segnali da
decifrare, piuttosto che delle indicazioni precise di direzione.
In questo senso le tesi di Schiffrin si
inseriscono in un clima culturale
che torna appunto, seppur timidamente, a favorire la rinascita di un
sentimento critico nei confronti dei
modelli culturali (ma anche sociali
e politici) che il neoliberismo trionfante aveva presentato come gli
unici e i migliori possibili. Ma le argomentazioni sviluppate nel
C o n t rollo della paro l a, pur costituendo un passo in avanti in questa
direzione, non arrivano davvero al
cuore del problema. E non lo possono fare per un limite, per cos
dire, strutturale del ragionamento
stesso.
Schiffrin affronta infatti solo uno
degli aspetti pi rilevanti del dibattito sullindustria culturale, e cio
lineluttabile tensione monopolistica dellimprenditoria culturale. E
proprio in questa particolare scelta
dellangolatura del discorso risiede
linteresse ma, allo stesso tempo, il

Cultura

limite delle sue tesi.


Linteresse, innnazi tutto, perch in
questo modo Schiffrin riaccende
lattenzione su una questione tanto
cruciale quanto per anni gli anni
del postmoderno- banalizzata o rimossa, quella appunto di un approccio critico allindustria culturale (basta ricordare a questo proposito il vivace dibattito che anche
in Italia si sviluppato in seguito alla
pubblicazione del precedente libro
dello stesso autore, Editoria senza edi tori). Schiffrin apre insomma una
breccia, o, piuttosto, si inserisce
bene in un varco che si sta aprendo.
Il limite delle tesi di Schiffrin, per,
sta nel fatto che affrontando il tema
dellindustria culturale egli omette
di riferirsi a una parte cruciale del
problema, e cio al carattere di sistema dellindustria culturale
stessa. La forza di questultima non
infatti data solo dalla concentrazione monopolistica, e cio dal controllo diretto di alcuni poteri economici sulla cultura, ma anche dallazione di sistema di cui lindustria
culturale capace, che vede convergere il piccolo editore come la
grande multinazionale nella costruzione di un senso comune pi o
meno sottilmente arreso allesistente. Scrive Adorno in Ricapitolazione
sullindustria culturale: La merce
che si vuole piazzare un acritico
accordo generale, si fa pubblicit al
mondo cos com, e ciascun prodotto dellindustria culturale la r clame di se stesso. A questo processo
pu concorrere tanto il grandissimo quanto il piccolissimo editore,
pur che segua gli stessi criteri di
quelli grandi ovviamente, poich
lindustria culturale si muove in due
direzioni, complementari ma in
parte distinte: la produzione di utili,
e cio la riduzione della cultura a
merce, a bene culturale, e, in secondo luogo, la produzione di un
senso comune funzionale al mantenimento dei rapporti di forza dati
nella societ. La realt del funzionamento dellindustria culturale la
si pu cogliere e la si pu dunque
anche contrastare- soltanto laddove
si riesca a mettere bene a fuoco que-

sto suo carattere complesso.


Lappoggio dellindustria culturale
alle ragioni della guerra in Iraq per
tornare allesempio suggerito da
Schiffrin- non sta solo nel controllo
diretto che il potere politico (qui
braccio di quello economico) ha
potuto esercitare sui grandi mezzi
di comunicazione di massa, impedendo di fatto la libera informazione. Non che questo aspetto non
sia importante, e anzi si tratta di una
questione spesso non ancora cos
evidente ai pi. Eppure, forse ancora pi cruciale stata lazione di
lungo periodo dellindustria culturale, che ha agito nel tempo con capillarit ed efficacia sulle coscienze
di tutti noi, intaccando impercettibilmente ma violentemente la possibilit e la capacit di opporsi a contraddizioni e a ingiustizie cos brutali e palesi come quelle evidenziate
dalla guerra irachena. La strategia
propagandistica degli Stati Uniti
dAmerica ha potuto e saputo infatti
far leva, oltre che sulla disinformazione, sullimpossibilit di opporsi ef ficacemente alla disinformazione. Ha
potuto e saputo giovarsi con profitto del precipitato profondo, frantumato e disperso nel senso comune, di unazione di lungo periodo dellindustria culturale, sviluppatasi nel tempo attraverso un
complesso e articolato intreccio di
apporti diversi e riassumibile nella
costruzione di un vero e proprio discorso, mascherato da chiacchiera,
contro la possibilit di porsi il problema della ricerca della verit e di
investigare davvero il senso di ci di
cui abbiamo esperienza diretta.
Il risultato che ogni pensiero si trasformato in una semplice opinione,
una fra le altre cio, e che ciascuna
opinione diventata perci ugualmente legittima, e ha dunque pressoch uguali possibilit di poggiare
su una condivisione profonda del
proprio discorso: le ragioni del
Presidente degli Stati Uniti sulla
guerra, in moneta corrente, valgono quanto gli argomenti di chi
quella guerra, e le sue ragioni, intendono contrastare.
In questo risultato profondo sta la

87

Cultura

vera forza dellindustria culturale,


che agisce appunto come un sistema, composto di discorsi filosofici (soprattutto della loro vulgata),
di opere di largo consumo (libri,
film, musica, televisione), ma anche
di opere di consumo pi ristretto
(apparentemente svincolate dallinfluenza dellindustria culturale
ma in realt caratterizzate per il loro
contenere in una forma precipitata
quella stessa ideologia veicolata
dalla cultura di massa, semplicemente adattata al diverso contesto
in cui si collocano). La voce dellindustria culturale si scompone
cos e si frantuma in mille rivoli, per
poi ricomporsi in un insistente ru-

88

more di fondo: un brusio dei tempi,


che riesce impercettibilmente ad articolare un discorso solo apparentemente inarticolato.
Non si vuol dire che tutto ci risponda necessariamente ad un disegno o ad una volont precisa, a
una strategia consapevolmente decisa da qualcuno in un determinato
momento. Ma a una ratio certo s;
alla messa a punto, nei fatti, di un
vettore, di una tensione che, a seconda dei casi, orienta, invoglia, facilita o addirittura in qualche circostanza fa crescere direttamente la
produzione culturale in una certa
direzione; una ratio che pu essere
perci individuata e analizzata.

Maggio - Agosto 2006

Ancora Adorno scriveva che nel frastuono dellindustria culturale


non si sente tintinnare il berretto
a sonagli del matto, ma il mazzo di
chiavi della ragione capitalistica.

* La conclusione di questo articolo ri prende una parte del saggio Larma pi


forte. Un discorso sullindustria culturale, in A. Petrini, Dentro il Novecento. Un secolo che non abbiamo
alle spalle, Pieve al Toppo, Editrice
ZONA, 2006.

Maggio - Agosto 2006

Dopo nove anni di vessazioni


nel matrimonio con l'uomo
che la violent a 16 anni,
Sibilla Aleramo abbandona il figlio
e la casa del marito.
E' il febbraio intriso di nebbia del 1902:
su di lei disapprovazione
e condanna per quella scelta
troppo intrecciata alla sfera emotiva

Cultura

Sibilla Aleramo:
femminista,
pacifista,
comunista
Q UANDO L ' EMANCIPAZIONE

DELLA DONNA DIVIENE PARTE

ESSENZIALE DI UN PI COMPLESSIVO PERCORSO DI LOTTA


PER IL SOCIALISMO
di Valeria Magnani

opo nove anni di vessazioni nel matrimonio con luomo che la violent
a 16 anni, Sibilla Aleramo abbandona il figlio e la casa del marito. E
il febbraio intriso di nebbia del
1902: su di lei disapprovazione e
condanna per quella scelta troppo
intrecciata alla sfera emotiva, scelta
che una donna adeguata allortodossia femminile non avrebbe mai
dovuto lasciar prevalere. Sibilla cercher senza esito di ottenere la custodia del figlio e soffrir tutta la vita
per quel tralcio potato da lei, tanto
che il legame sentimentale che lunir, sessantenne, ad un giovane
poeta di ventanni, rimane nella sua
storia quale patetica raffigurazione
di un amore materno imploso in
una parvenza dappagamento fatuo, decadente. Dallabbandono
della casa coniugale per quarantanni ancora sar una continua
ridda di tentativi sentimentali, una
gragnola di uomini che non raggiungono lidealit damore imperfettibile che lei vorrebbe sincarnasse in un essere umano. Tentativi
sempre abortiti in umane contingenze, logorate da quei limiti che
non sa accettare nel prestito a usura
che sono i giorni, tentativi che stilizza nelle raccolte in versi e nei nu-

merosi romanzi: Il Passaggio, Endi mione, Amo dunque sono, Gioie docca sione, Il frustino, Orsa minore. Tra le
ultime annotazioni raccolte da
Feltrinelli nel Diario di una donna,
45-60, Sibilla lErrabunda, ormai ultrasettantenne, riuscir finalmente
a compiere la depurazione salubre
dellintrospezione e scriver di non
sapere come avesse mai fatto a vivere e superare quella nomenclatura infinita di fallimenti. P e n s o,
dice, che in tale perpetuo superamento
sia lassoluzione di me stessa per la mia
attuale coscienza. Forse tutto fu necessa rio perch io ritrovassi nella sera della
mia vita unanima intatta e pulita, che
mi assolvesse dal lungo errare.
Sibilla aderisce da subito al femminismo, mettendo a disposizione
della causa lunica ricchezza che ha,
quel suo fraseggio lirico e lucido, barocco e arcaico quanto acuminato,
che le varr anche lunica critica che
non accetter mai: quella di essere
unesteta pura, di fare, spregiativamente, solo dellinutile letteratura.
Scrive poesie, promuove esperienze
culturali e collabora a diverse riviste
letterarie attive nella sfera dellemancipazione della donna.
Per l Unione femminile esplora
la Campania e le campagne dell

Agro romano, dove si riversano i


guitti emigrati da altre analoghe
povert: analfabeti perseguitati
dalla malaria e sfruttati dai nuovi
grandi feudatari meridionali. Nei
ghetti dei braccianti, dove spesso
manca anche il cimitero e si portano
i propri morti a spalla per chilometri, la Aleramo ed altri intellettuali
romani fondano le prime scuole festive, dove alunni di ogni et imparano a muovere i primi passi della
mente, a imprimere alle mani un
ritmo diverso da quello delleterno
lavoro. Nel 1906 esce il suo primo
romanzo, Una donna, permeato di
esperienza biografica; tra strascichi
e polemiche il successo immediato
e il libro sar tradotto in Europa in
sette lingue. Alla vigilia della prima
guerra mondiale manifesta il suo
dissenso allinterventismo, tracciando il solco della sua futura adesione al comunismo, che dater
1946. Parallelamente Sibilla si attiva
nellazione contro la tratta delle
bianche ed in favore del suffragio
universale. Sarebbe arrivata anche
per lei lemozione di varcare la soglia del seggio per scegliere la repubblica contro la monarchia, ma
sar il sapore di un solo attimo, perch subito comprende quanto la-

89

Cultura

voro ancora ci sia da fare per circoscrivere la volont femminile allunico centro esatto e puro della propria autonoma coscienza. La sua
vita si sfrangia tra impegno civile e
tormento sentimentale: bisogna
aspettare gli anni quaranta perch,
sessantenne, finalmente si chiuda
lossessivo monismo amoroso che le
imprigionava energie vitali. Proprio
quando essa perde quel rapsodico
tormento per un unico uomo, trova
equilibri damore pi universali ed
assapora davvero ci che stato il
comunismo in quegli anni: solo nel
secondo dopoguerra, infatti, ladesione al partito stata nelle masse
dItalia lesclusivit cristallina di un
amore, depurato dalla cieca esaltazione e dalla passiva adiacenza ai
quadri. Mai come in quegli anni si
realizzata la gramsciana visione
del comunismo ideale: una base ed
un vertice che collimano in aderenza perfetta nel triangolo solo nominalmente gerarchico, formano
una vera comunit con gli occhi accesi di speranza e futuro, dove lintellettuale che espone il marxismo
e loperaio che si sforza di attuarlo
con lintelligenza appresa dalle proprie mani respirano con un unico
polmone. Nel 1946 Sibilla matura la
decisione e si iscrive al partito: il gesto pubblico e suscita scalpore, approvazione, riprovazione; anche
scherno a volte. Di questo passaggio
verso una coscienza pi universalistica, lei stessa scriver in una pagina
di diario: dopo essermi tutta la vita il lusa nella creazione damore per singoli
individui, ecco, la mia fede comunista
la sola cosa concreta, e le strette di mano
dei compagni operai, il solo supremo con forto. Priva della fede ultraterrena,
Sibilla crede nella misteriosa legge
darmonia cosmica al di l di ogni
ferocia della natura e delluomo; e
il comunismo, sotto questo aspetto,
il raggiungimento del suo personale punto dequilibrio, la materializzazione della sua fede cosmica
nella donazione di s alla causa.
Significativa in tal senso la sua visione del suicidio; con alle spalle
quello tentato dalla madre e da lei
stessa nei primi feroci anni di ma-

90

trimonio, lotta dapprima in solitudine contro ricorrenti crisi depressive, per arrivare a dire poi, quando
Cesare Pavese si tolse la vita, che noi
comunisti non possiamo suicidarci, non
ne abbiamo il diritto: la sola libert che
non abbiamo. A guerra appena finita
si fa rovente il dibattito sulle luci ed
ombre del dopo: lincubo del comunismo russo e il conseguente,
ipotetico, annichilimento della civilt liberale agitano i sonni dellindustrialismo democristiano borghese, e da pi parti si teme un altro conflitto. Anche tra lintellettualismo italiano il ventaglio delle
posizioni ampio, e lAleramo assume un ruolo decisamente massimalista, auspicando anche in Italia
linfluenza dellesperienza russa. E
rilevabile in lei, come in molti altri,
un certo obnubilamento di giudizio
a favore di uno Stalin che sta gi
apertamente scalando le pendenze
dellepurazione e della repressione
ideologica. Ma se in Russia lapriorismo ideale poteva avere come giustificativo la logica della continuit
per il passaggio diretto al comunismo dal precedente regime zarista,
in Italia la dimensione occidentale
delleconomia borghese non permetteva di contemplare gli stessi
strumenti per la realizzazione di
una giustizia sociale in senso marxista. Questo aspetto non stato sufficientemente ponderato dai leader
teorici del comunismo italiano, che
sono mancati di una certa dose di
senso storico, anche se la cifra di
questo eccesso dirrazionale buona
fede aveva le sue giustificazioni.
Infatti il pathos del fine guerra era
stato incandescente con la liberazione progressiva della linea gotica,
la fuga dei fascisti, luccisione di
Mussolini e un sotterraneo senso
dumiliazione per essere guardati a
vista dai veri vincitori. Occorreva
dunque unidentit urgente di nazione in grado di darsi una giustizia
umana autonoma, un collante sociale che aderisse alla mole di aspettative dei reduci e della societ nel
suo complesso.
Di donne impegnate in politica e attiviste di un movimento femminile

Maggio - Agosto 2006

che andasse oltre gli slogan di facciata ve nerano davvero molte;


donne che, come stato nella
Resistenza, lavoravano nel silenzio
di un impegno sentito negli scopi
pi che nei clich degli slogan.
Donne nelle fabbriche, nelle cellule, nei salotti dellintellighenzia e
nelle proprie case. Donne compagne di uomini di valore, di cui erano
esattamente allaltezza. Ma cera bisogno anche di donne di testimonianza, una sorta di icone per le
tante che ancora dovevano costruire dal nulla la familiarit con il
proprio interiore io anche politico.
E lAleramo, in quel preciso momento storico, proprio questo: in
anni in cui la cultura territorio
marcato dalluomo come istituzione ufficiale, e lorizzonte non sa
lasciare emergere nomi di donne
rappresentativi di un impegno intelligente, lei svetta come una prima
catarsi femminile e comunista che
funge da apripista a tante altre che
sul suo lavoro si innesteranno. Gli
effetti pi profondi della sua adesione al partito giungono capillarmente e subdolamente, appena percettibili come maree notturne. In
qualche circostanza lanimo di
molti amici borghesi misura una distanza cortese e imbarazzata, perch Sibilla rappresenta per loro levidenza di quanto sia tanto pi vicino lo spettro che spinge alle porte.
Molti amici, anche avversari politici,
sanno mantenere intatta la stima
del suo valore; ma altri chiudono la
mano che la aiutava ad alleviare un
poco lindigenza in cui si dibatter
per sempre, (destino di molti altri
che avevano investito la vita nella
cultura), e non avr pi quellelemosina che le permetteva di comprare un po di carbone per scaldarsi, olio e zucchero per mangiare.
Morir in clinica da sola, dopo dieci
giorni di agonia, lasciando di s essenzialmente il ricordo di un percorso a ostacoli che ha affrontato da
strenua lottatrice: contro la prevaricazione maschile nella vita e nella
cultura, contro la guerra, contro luniverso delle ingiustizie, contro la
propria inesorabile solitudine.

Maggio - Agosto 2006

Recensioni

La scelta cinese stata


quella di attraversare il fiume
per piccoli passi, passando
da un sasso all'altro
senza scossoni

La rivoluzione
culturale
e la Cina di oggi

di Stefano G. Azzar

U N ' ANTOLOGIA A CURA DI T OMMASO D I F RANCESCO SULLA


R IVOLUZIONE C ULTURALE E LA C INA DI OGGI . U N DIBATTITO
APERTO E PLURALE DENSO DI IMPLICAZIONI E QUANTO MAI ATTUALE

in primo luogo una presa di posizione sulla Cina contemporanea il


libro curato da Tommaso Di Francesco e pubblicato dalla manifestolibri dal titolo Lassalto al cielo. La ri voluzione culturale cinese quarantanni
dopo (pp. 204. Euro 20), che raccoglie alcuni saggi inediti di Edoarda
Masi, Alain Badiou, Angela Pascucci
e Alessandro Russo, riproponendo
anche due interventi del 1978 di
Rossana Rossanda e K. S. Karol. Ed
una presa di posizione che interviene in maniera molto netta nel dibattito in corso sulla Repubblica popolare, dando un giudizio preciso
sulla natura della sua formazione
economico-sociale e sui processi
storici che, a partire dalla fine degli
anni Settanta, hanno condotto alla
sua gigantesca espansione economica.
1. R E S TA U R A Z I O N E
D E L C A P I TA L I S M O ?
Inutile ricordare i dati di una crescita esponenziale che ha in breve
tempo trasformato un Paese drammaticamente arretrato ed ancora
sottomesso allandamento irregolare dei raccolti agricoli, facendone
un protagonista della scena internazionale contemporanea: su tutto
questo lErnesto ha presentato,
negli ultimi mesi, interventi ben do-

cumentati1. Ma proprio su questi


dati di fatto i testi presenti nel libro
di Di Francesco danno una valutazione molto severa, esprimendo in
ultima istanza un giudizio univocamente negativo. La Cina, dice lo
stesso Di Francesco, si fatta capitalismo, assumendo lunico sviluppo possibile, quello fondato
sulle disuguaglianze sempre pi
estese e sullo sfruttamento, materiale e immateriale, delluomo sulluomo, sulla violenza connessa allenfasi delle spese militari. Le virgolette cadono per subito, perch
enormi, continua Di Francesco, devono essere considerati i costi politici, umani e sociali di questa
nuova forma di capitalismo, il cui
sviluppo sostanzialmente mostruoso, perch artificialmente basato sulla disuguaglianza necessaria
e sulla violenza di Stato, sulla crescita solo per lesportazione, sulla
ricchezza per pochissimi, sulla
miseria programmata dellinterno e della campagna, sulla diffusione dellincertezza e della disoccupazione, sulla distruzione del
Welfare e lo sfruttamento disumano
del lavoro da parte di una nuova
esigua classe di imprenditori privatidi-stato (9-10). In questottica, la
Cina sembra diventare addirittura il
punto pi avanzato del fronte capitalistico internazionale odierno.
Proprio la svolta operata da Deng

nel Paese asiatico ha di fatto allargato la dimensione mondiale delleconomia di mercato conducendola nella sua piena fase globale
(14), tanto che la Cina diviene paradigma del capitalismo contemporaneo stesso: ora la Cina , tout court, il capitalismo (9).
E questa la linea di fondo dei saggi
inediti che compongono il libro.
Dalla scelta delle quattro modernizzazioni del 1975 e soprattutto
dal 1978 sino allingresso nella
WTO del 2001, la Cina si muove, secondo Edoarda Masi, lungo una
strada di politica economica e finanziaria inequivocabilmente capitalistica che ha condotto in pochi
decenni alla formazione di una
middle class orientata al consumo, divenuta presto la base di
massa del consenso a politiche autoritarie di controllo del lavoro, secondo il modello neoliberista globalizzato. Smantellamento del
Welfare, impoverimento relativo degli operai e dei contadini, disoccupazione, sono il risultato inevitabile del graduale inserimento della
Cina in un contesto internazionale
dove negli ultimi decenni si registra
una complessiva sconfitta del lavoro. Lapertura ai capitali stranieri, inoltre, ha prodotto una collusione tra le grandi transnazionali
e una nuova borghesia compradora con il risultato che, non-

91

Recensioni

ostante le infatuazioni di una certa


sinistra americana, il socialismo di
mercato non sarebbe altro che
lorgano dei potentati economici
gestori del capitale (interni e internazionali) (118-22). Insomma, la
Grande Trasformazione pensata
da Deng si rivelata una Grande
Deformazione, producendo ineguaglianze sempre pi forti (Pascucci, 127-8) soprattutto tra citt e
campagna e una crisi sociale crescente.
Il modello di sviluppo praticato in
Cina viene dunque severamente
condannato dagli autori, che ne denunciano il fallimento rispetto agli
originari obiettivi socialisti e ne prevedono o addirittura ne auspicano
la frantumazione in tempi brevi
(con quali conseguenze, non
detto). Una nuova grande esplosione sociale epocale, una nuova
Tian An Men su scala nazionale coverebbe sotto la cenere del consenso ufficiale, secondo Di Francesco (10). Gi oggi, innumerevoli
sono i sommovimenti sociali, le
proteste, rivolte, resistenze
violente, tumulti provocati dallo
sviluppo economico (Pascucci,
124). Laccentuarsi della stratificazione di classe nella societ cinese
ha accumulato le contraddizioni tra
i diversi interessi e ha gi fatto sorgere, insomma, la figura di un vero
e proprio proletariato (Masi, 122),
prefigurando leruzione imminente di un conflitto di classe interno alla Cina di proporzioni devastanti.
2. L A

RIVOLUZIONE

C U LT U R A L E : U N O S TAT O

D ECCEZIONE PERMANENTE

Rispetto a questo esito della rivoluzione cinese si ponevano per secondo gli autori del libro delle alternative. La scelta capitalistica ha
rappresentato infatti una drastica
restaurazione (Masi, 26) e dunque una sorta di tradimento rispetto
alla pi autentica linea maoista, realizzata solo per un breve momento
con la rivoluzione culturale. Nel pe-

92

riodo tra il 1966 e il 1968 - tra il


Manifesto di Beida, seguito poco
dopo dal celebre dazebao dello
stesso Mao Bombardate il quartier
generale e dalla Risoluzione in 16
punti, e loccupazione delle universit da parte degli operai per
porre fine ai violenti scontri di fazione tra gli studenti delle Guardie
rosse si estinguerebbe la possibilit di un diverso percorso storico e
dellavvio di unautentica transizione al socialismo. Contestando la
storiografia dominante nella sinologia contemporanea, che vi legge
principalmente una lotta di potere
in seno al gruppo dirigente cinese,
Di Francesco e in maniera pi articolata Masi ribadiscono linterpretazione che la rivoluzione culturale
dava di se stessa, identificandola
cio con un grandioso ma realistico
tentativo di costruzione di un modello di societ alternativa che aveva
lambizione di porsi completamente al di fuori del rapporto di capitale. Gi con il volontarismo del
Grande balzo in avanti, Mao cercherebbe infatti di mettere in atto
un progetto di modernizzazione socialista diverso rispetto a quello perseguito da Stalin in Russia. Questa
intenzione ancor pi approfondita nella rivoluzione culturale, che
si porrebbe perci come unalternativa radicale alla soluzione revisionista sovietica.
LUrss degli anni di Krusciov per
Mao una societ a capitalismo di
Stato, nella quale la classe borghese
si riproduce nelle forme della burocrazia comunista al potere.
Instaurata la dittatura del proletariato per tramite della presa del potere da parte del partito comunista
e statalizzata la propriet, si era mantenuta nelle relazioni lavorative lestrazione di plusvalore, in nome del
processo di industrializzazione necessario al fine dellaccumulazione
socialista; si era inoltre sottomessa
con la forza la campagna e si era favorito lo sviluppo diseguale di una
societ imperniata sullalleanza tra
quadri dirigenti politici e ceti istruiti
e tecnici, riproducendo le forme
borghesi di divisione del lavoro, di

Maggio - Agosto 2006

subordinazione cognitiva e materiale delle classi subalterne e di alienazione sociale. Sotto questo
aspetto, per Masi e gli altri autori
non ci sarebbe differenza sostanziale tra il modello sovietico, elaborato gi da Preobrazenskij, e quello
delle societ capitalistiche vere e
proprie. Sembra a tratti una condanna della modernit in quanto
tale, che si riversa inevitabilmente
sullo stesso Marx: una filosofia della
storia che concepisce lo sviluppo
delle forze produttive come premessa necessaria per la transizione
al socialismo in un Paese arretrato
induce infatti la scelta economica
dellindustrialismo e dello sviluppo
quantitativo e fa perci muovere
lUrss lungo le linee gi tracciate in
Europa dalla borghesia (22).
Di contro a questo modello, la rivoluzione culturale proporrebbe un
percorso fondato sullegualitarismo e sul controllo dal basso della
politica e delleconomia, rifiutando lo sfruttamento intensivo
delle campagne al fine delledificazione di una grande industria pesante (Di Francesco, 11) e promuovendo forme diffuse di autogestione. E un modello che muove
dallidea che con la presa del potere
la lotta di classe non cessa ma semmai appena cominciata. Essa si sviluppa sotto nuove forme allinterno
dello stesso partito comunista, nel
cui seno i settori borghesi si identificano proprio con i revisionisti
fautori della scelta modernizzante
ispirata al capitalismo di Stato.
Questa lotta va condotta dunque attraverso una mobilitazione diretta
delle masse, il cui continuo movimento fa saltare ogni equilibrio ed
ordine parziale e sottopone la societ ad un rivoluzionamento incessante. Una rivoluzione veramente permanente, totale, che si
prefigge anzitutto una trasformazione integrale dei soggetti a partire
dal loro modo di pensare e dal loro
stile di vita, distruggendo ogni
forma di cultura e tradizione consolidata per far trionfare il nuovo.
Nella storia del comunismo internazionale, forse quanto pi si av-

Maggio - Agosto 2006

vicinato alla caricatura fornita da


Hannah Arendt con la definizione
di totalitarismo, caratterizzato a
suo avviso da una smania di moto
perpetuo in cui tutti continuano
a muoversi e a far muovere ogni cosa
intorno a loro2. Al di fuori di questo riferimento deformante, si potrebbe dire che si tratta di un fenomeno di mobilitazione totale nellambito di uno stato deccezione
che si tende a rendere permanente,
sino alle soglie della guerra civile.
3. F O R M A - PA RT I T O ,
S TAT O E P R E S A D E L P O T E R E
Forte ed esplicita , in questa identificazione degli autori con gli obiettivi dichiarati dallutopismo assoluto della Rivoluzione culturale,
leco dellesperienza della contestazione giovanile in Europa, che nel
maoismo trov pressoch negli
stessi anni un suggestivo ma equivoco mito di mobilitazione (tuttavia, proprio la rivendicazione delle
istanze genuinamente socialiste dei
fatti cinesi dovrebbe oggi mettere in
guardia da ogni facile analogia con
il ciclo 1968-77, che non fu certo
unondata rivoluzionaria ma semmai una crisi di modernizzazione
e di liberalizzazione della societ
borghese, rivolta contro strutture
gerarchiche, ideologico-morali e di
consumo ormai obsolete e contro il
loro doppio rappresentato dai
partiti comunisti ufficiali). Pi che
nellimprobabile riproposizione
della linea contestatrice, per, i
saggi raccolti da Di Francesco convergono in realt nella messa a
fuoco di alcuni nuclei tematici che
implicano una precisa proposta politica valida per loggi: e cio, una
radicale contestazione della formapartito e della forma-Stato, nonch
della loro logica mediazione, lidea
di una presa del potere da parte
delle classi subalterne organizzate.
E quanto si evince in particolare
dallintervento di Badiou, oggi leader de Lorganisation politique in
Francia, che si preoccupa di indicare lintima contraddittoriet

Recensioni

della rivoluzione culturale e dunque la logicit della sua sconfitta.


Nel suo sforzo di cercare unalternativa egualitaria al modello sovietico, Mao mette drammaticamente
in discussione lo Stato socialista costituito, nella sua natura di dittatura
del proletariato. Ci comporta una
resa dei conti con lo stesso partito,
nel cui seno si accumulano e sono
ormai maggioritari quegli agglomerati di interesse borghesi che
rendono inattuale ogni ipotesi comunista. Si tratta, insomma, di proseguire la lotta di classe, di continuare la rivoluzione contro il partito
e dunque contro lo Stato, scagliando
verso la destra una mobilitazione
politica di massa capace di generare, anche in forme incontrollate
di rivolta, delle fondamentali innovazioni organizzative. Al tempo
stesso, per, questa mobilitazione
deve rimanere dentro il partito e den tro lo Stato, pena la guerra civile e la
dissoluzione della societ. Qui si
sconterebbe, secondo Badiou, il limite della rivoluzione culturale e
dello stesso Mao, che si dimostra incapace di andare oltre la forma del
leninismo e di concepire uno spazio politico diverso da quello del
partito-Stato. Per Mao la forma generale della relazione tra partito e
Stato (43-4) (al cui cuore si pone
ovviamente la questione della
forza) deve restare immutata,
perch egli, incapace di concepire
forme alternative, vuole certo riformare ma non distruggere il partito,
la cui grande maggioranza dei quadri dichiarata buona. Da qui il
suo atteggiamento ondivago, irrisolto, nei confronti del movimento
rivoluzionario, che viene mille volte
incitato per essere subito dopo frenato. Il movimento si dimostra capace di una libert assolutamente
stupefacente e di grande inventiva
politica; e per il suo corso viene costantemente contenuto entro i limiti della forma-partito e non gli
viene consentito di costruire luoghi
nuovi e alternativi di espressione:
lazione dei giovani non trova
uno spazio politico globale per laffermazione, per la creazione posi-

tiva del nuovo ma viene ricondotta


alle dinamiche dello scontro nel
partito e nello Stato e in tal modo
soffocata. Quando la comune si
costituisce in un burocratico comitato rivoluzionario, il gioco fatto
e loccasione ormai bruciata: dalla
confusione dionisiaca, certo non
priva di violenza e distruzioni, si
passati allordine, allinstaurazione
di un nuovo potere, che trova
ispirazione in un completo contromodello di partito-Stato, perch il
partito e il partito solo costituisce
la cornice generale per lesercizio
del potere (51-6).
Insomma, la rivoluzione culturale
fallisce per Badiou proprio perch
risult impossibile dispiegare lin-

Il modello di sviluppo praticato


in Cina viene dunque severamente
condannato dagli autori, che
ne denunciano il fallimento rispetto
agli originari obiettivi socialisti
novazione politica allinterno del
partito-Stato, ormai strutturalmente irriformabile. Essa lultima sequenza politica ancora interna al partito-Stato e come tale
fallisce; proprio per questo, per,
essa satura la forma del partitoStato [] e ne decreta la fine. Il
partito come rappresentazione
della classe e lo Stato socialista come
Stato proletario vengono irrimediabilmente delegittimati nella loro
funzione rivoluzionaria. Con ci
cosa ancor pi importante viene
delegittimata la stessa concezione
rivoluzionaria dellarticolazione tra
politica e Stato, e cio lidea leninista della presa del potere. Inizia,
da quel momento, secondo Badiou,
una ricerca nuova, lo sforzo di pensare un luogo della politica fuori
dello spettro del partito-Stato e lidea di una politica che non sia direttamente garantita dallunit formale dello Stato (38-40).
E certamente questa lidea di ri-

93

Recensioni

messa in discussione del potere, di


rigenerazione della politica, di rifondazione del comunismo di cui
parla Di Francesco (13). Se cos
stanno le cose, ben si capisce la particolare acrimonia degli autori verso la Cina contemporanea, Paese in
cui un partito comunista detiene ancora oggi saldamente il potere dello
Stato! La proposta politica che ne risulta, per, appare particolarmente
problematica. La dura contestazione del socialismo cinese, denunciato come inveramento dellipotesi del capitalismo di Stato e tradimento del maoismo, certo la logica conseguenza di una sostanziale
condanna dellesperienza comunista novecentesca in quanto tale, che

La rivoluzione culturale un modello


che muove dall'idea che con la presa
del potere la lotta di classe non cessa
ma semmai appena cominciata.
Essa si sviluppa sotto nuove forme
a l l ' i n t e rno dello stesso partito comunista
bene o male nellUrss, nei Paesi socialisti e nella stessa Cina ha trovato
lunico campo di applicazione sinora praticato. Ma a questa esperienza nessuno di coloro che pure
ne auspicano la rifondazione sembra in grado di contrapporre alcuna
alternativa che non sia meramente
ideale, immaginaria. Lunica alternativa che qui si prospetta, anzi,
consiste nella paradossale celebrazione (o nellauspicio, nel caso della
Cina) della sua dissoluzione e dunque nella legittimazione di quei processi storici che dellesperienza comunista hanno sancito la sconfitta:
muoia il socialismo, viva il socialismo Non un caso che Badiou saluti come forma politica finalmente
post-leninista ma ormai, a questo
punto, anche post-maoista - non
tanto il 68, ancora interno alle dinamiche classiche, ma addirittura
il movimento polacco (38), e cio
esattamente un episodio chiave

94

della Guerra fredda, momento di


svolta di quelloffensiva finale contro il movimento comunista che
condurr al dilagare del neoliberismo nellEst europeo e alla sostanziale imposizione di un protettorato
americano nel cuore dellEuropa.
Quanto al Chiapas, di cui molto si
parlato a sinistra negli ultimi anni,
si tratta di unesperienza di resistenza comunitaria locale interessante ma che difficilmente pu essere generalizzata come alternativa
globale di sistema.
La questione della forma-partito e
della forma-Stato evidentemente
un problema teorico di enorme portata che ha lacerato la sinistra sin
dalle origini del movimento operaio dividendo gli stessi partiti comunisti. Tutta lopera di Gramsci e
di Lenin, sotto certi aspetti, pu essere letta come una riflessione su
questi temi: possono le classi subalterne, deboli e inevitabilmente frantumate, trovare quellunit che consente loro di diventare un soggetto
consapevole e di condurre una lotta
efficace al di fuori di un qualche
principio di organizzazione politica? E come possibile superare gli
antagonismi e le parzialit che di
continuo rinascono nella societ civile, nonch affrontare i compiti
della gestione di una societ complessa e della produzione moderna,
senza una qualche forma di burocrazia? Secondo Badiou, tutta la
politica emancipatoria deve porre
fine al modello del partito per affermare una politica senza partito, e per, allo stesso tempo,
senza cadere nellanarchismo
(65). Non sembra proprio una ricerca facile e infatti non viene indicata nessuna strada. N lesempio
della rivoluzione culturale, il cui
estremismo ideologico port la
Cina sullorlo della guerra civile e
della disgregazione territoriale,
prefigurando una forma di potere
personalistico e plebiscitario in
forme sacralizzate, pu essere indicato come una soluzione. Se lalternativa al partito non lanarchia,
essa sembra non poter essere che
una forma di autogestione, di auto-

Maggio - Agosto 2006

governo coordinato dei produttori


la cui soggettivit sia divenuta talmente ricca di competenze e matura da potersi regolare da s e non
abbia pi bisogno di alcuna eterodirezione, n da parte del partito,
n da parte dello Stato. Saremmo
per cos giunti nel pieno della teoria del General Intellect, un quadro
concettuale ben diverso dal maoismo. Un quadro che presuppone a
sua volta uno sviluppo enorme delle
forze produttive materiali ed immateriali e un pieno dispiegamento
della modernit, con la sua soggettivit complessa e ricca di bisogni e
sapere. Una prospettiva economicistica, dunque, che si pone totalmente in contraddizione con lintento anti-sviluppista, e a volte anche
pauperistico e anti-modernista,
della maggior parte dei fautori della
rivoluzione culturale, non a caso
tanto accesi nel condannare la scelta
di Deng di puntare sulla crescita.
4. C O M P L E S S I T
DELLA COSTRUZIONE
DEL SOCIALISMO E TEMPI
LUNGHI DELLA TRANSIZIONE

Un groviglio di contraddizioni,
dunque, tanto sul piano del ragionamento politico quanto sul piano
teorico, che ci fa capire come certi
giudizi liquidatori siano forse troppo affrettati e ci induce a tornare su
un terreno pi concreto. Ci aiuta
qui lintervento della Rossanda, che
aveva sostenuto con forza la rivoluzione culturale e che nel 1976 aveva
pianto la morte di Mao con parole
che mescolavano commozione e immedesimazione politica (ci che fa
di Mao il riferimento pi diretto e
pi attuale per i comunisti della
nostra generazione il comunismo come programma immediato,
non ipotesi di domani ma leva delloggi, condizione della rivoluzione
occidentale)3. Ma che gi in questo testo del 1978 prende sul serio
il fallimento del soggettivismo rivoluzionario e non perde loccasione per introdurre importanti elementi autocritici. Certo, il ritorno di

Maggio - Agosto 2006

Deng visto senzaltro come una liquidazione e per lo sguardo della


Rossanda sullesperienza del maoismo anche estremamente lucido
nel valutarne gli errori. Nel considerare che, certamente, bisognava
rivoluzionare lo schema di formazione delle risorse (136-7) ma che
questo andava fatto distinguendo
ci che andava conservato da ci
che andava distrutto e soprattutto
senza annullare la formazione
delle risorse. La stessa dialettica di
distruzione e conserv a z i o n e
vale per lo Stato, che deve non svanire ma trasformarsi in una nuova
dialettica del contratto sociale, ripresentarsi come concertazione
dinsieme delle risorse e della politica, essere decentrato ma essere
pur sempre un sistema (146). Il
comunismo, insomma, non consiste nel nutrirsi come gli uccelli del
cielo e vestirsi come i gigli del
campo in uninfinita addizione di libert individuali (137), mentre nel
sostenere la Rivoluzione culturale,
ammette, concepimmo la palingenesi come pi semplice del creato e per questo perdonammo settarismi, schematismi, brutalit
(160) che rischiarono di condurre
alla distruzione irreversibile di risorse, dellunit stessa del paese,
della sua possibilit di sopravvivenza esterna (134).
Nel saggio di Karol si ricorda come
nel 1975, Mao vivente, lAssemblea
nazionale del popolo ne avesse approvato una direttiva che Zhou
Enlai affermava risalire addirittura
al 1964: Bisogna trasformare la
Cina, prima della fine del secolo, in
un potente stato socialista moderno, ai primi posti nel mondo
(179, cfr 195). Altre famose dichiarazioni di Mao sembrano del resto
alludere almeno ad una parziale autocritica dellesperienza della rivoluzione culturale, nella quale veniva
individuato un settanta per cento
di buono ma anche un trenta per
cento di cattivo. La scelta effettuata
da Deng appare muoversi lungo
questo solco: non rinnegare lesperienza del maoismo ma oltrepassarla, mettendo il Paese su una

Recensioni

strada di sperimentazione che viene


proiettata su tempi lunghi che tengano conto della necessit di porre
fine ad uno stato deccezione permanente. Che tengano conto, inoltre, della situazione reale della societ e del contesto internazionale,
alla ricerca di una forma di socialismo originale per la quale nessuno,
tanto meno in Occidente, ha pronta
una formula magica. E quanto suggeriva alcuni anni fa anche Samir
Amin, contestando la tesi secondo
cui il 1978 ha costituito una netta
discontinuit nella storia della
Repubblica popolare e smentendo
alcuni luoghi comuni. Nonostante
gli errori, la fase maoista aveva assicurato una certa autosufficienza
agricola e sviluppato lindustria di
base, con una crescita dal 1952 al
1978 del 6,2% lanno. Questa fase,
per, alla fine degli anni Settanta
aveva raggiunto i limiti di quello
che potevano produrre le sue strategie e a quel punto il sistema di
pianificazione centralizzata e le
scelte che vi furono associate dovevano comunque essere profondamente riformate4. La scelta cinese
stata quella di attraversare il
fiume per piccoli passi, passando da
un sasso allaltro senza scossoni. E
una strada che punta al miglioramento immediato del consumo e
comporta un grande ricorso ai rapporti commerciali ma anche alla
loro regolamentazione mediante
il mantenimento della pianificazione centrale e comunque caratterizzata dal prevalere di forme pubbliche e cooperative dimpresa.
Una strada che rifiuta lalternativa
secca tra piano e mercato e si definisce come una transizione che
passa per forme intermedie. I suoi
risultati, che consentono ogni anno
a milioni di persone di oltrepassare
la soglia di povert, si innestano
dunque senza inversioni di rotta su
quelle basi economiche, politiche
e sociali costruite nel corso del periodo precedente e si configurano
come lesito non di un tradimento bens di un processo di apprendimento5, direbbe Losurdo.
E certamente un processo ri-

schioso e dallesito tuttaltro che


scontato. Da un lato, evidente la
differenziazione sociale, lemergere di nuove disuguaglianze relative e distorsioni regionali, soprattutto in un Paese immenso, in cui i
retaggi del passato sono persistenti
e non mai stato facile il controllo
razionale delle periferie e il contrasto dei particolarismi. In questo
senso, al contrario di quanto si
pensa, spesso il partito comunista e
lo Stato si dimostrano in Cina sin
troppo deboli e impotenti di fronte
allemergere di notabilati locali,
inefficienze, soprusi e corruzione.
Dallaltro, si tratta di un processo
aperto, sulla cui direzione nella societ cinese e nello stesso partito co-

La scelta effettuata da Deng appare


muoversi lungo questo solco:
non rinnegare l'esperienza del
maoismo ma oltrepassarla, mettendo
il paese su una strada di sperimentazione proiettata sui tempi lunghi
munista diffusa la discussione ma
innegabilmente anche il conflitto.
Esiste in Cina un dibattito culturale
pi esplicito di quanto solitamente
si creda, una battaglia delle idee
nella quale si confrontano punti di
vista molto diversi tra loro e sulla
quale - a quanto risulta anche da interviste di autorevoli intellettuali liberamente pubblicate in Italia6 non vengono esercitate forme di
censura insuperabili. Ed esiste soprattutto un dibattito politico generalizzato che attraversa persino il governo. Questo il punto centrale: il
problema non leconomia ma la
politica; la capacit della politica di
non farsi sopraffare dalla logica delleconomia e dagli interessi che nei
suoi meccanismi inevitabilmente attecchiscono e di ribadire il proprio
comando razionale su di essa. La sua
capacit di imprimere una direzione al corso delle riforme economiche e di rimodularle di volta in

95

Recensioni

volta nel quadro di un disegno pi


generale e di lunga durata dello sviluppo della societ in chiave socialista.
E la presenza di questo dibattito, di
questo conflitto reale che fra gli
uomini e le tendenze ma prima di
tutto nelle cose - che si manifesta nei
progressivi riaggiustamenti che il
gruppo dirigente cinese ha dato negli ultimi decenni alla propria linea.
Basta ad esempio leggere il
Rapporto sullesecuzione del piano
per lo sviluppo nazionale economico e sociale del 2005 e il progetto
del piano del 20067 per accorgersi
di come tutti i problemi di cui abbiamo parlato siano oggi al centro
della discussione degli stessi orga-

Esiste in Cina un dibattito culturale


pi esplicito di quanto solitamente
si creda, una battaglia delle idee
nella quale si confrontano punti
di vista molto diversi tra loro

nismi legislativi ed esecutivi. Il rapporto sottolinea ovviamente con enfasi i grandi risultati conseguiti e soprattutto il continuo miglioramento delle condizioni di vita del
popolo e per non tace nessuna
delle contraddizioni sul tappeto.
Enormi sembrano le contraddizioni in atto: ci sono anzitutto problemi di lunga durata e strutturali
come la limitata capacit di innovazione autonoma, lo squilibrio
nella struttura economica, un modello estensivo di sviluppo. Ma ci
sono anche necessit pi recenti - le
stesse sottolineate dai critici del socialismo di mercato -, come quella
di salvaguardare le risorse e lambiente, la notevole disparit tra le
economie urbane e rurali e lo sviluppo economico e sociale squilibrato. Soprattutto questo viene visto come il problema principale:
La pressione sulloccupazione e il
reimpiego della forza lavoro cre-

96

sciuta, il sistema di sicurezza sociale


deve essere migliorato, le disparit
di reddito tra i membri della societ
si stanno espandendo e ben pochi
progressi sono stati fatti nellaffrontare problemi come quello delle
tasse arbitrarie per listruzione, lassistenza medica inadeguata e i costi
eccessivamente alti delle cure sanitarie. Il popolo, inoltre, protesta aspramente per i problemi legati
alla protezione ambientale, alla ristrutturazione delle imprese, allespropriazione delle terre, alla demolizione delle case. E in questa
prospettiva il nuovo piano si propone un riaggiustamento ambizioso, un nuovo punto di partenza
storico per la Cina che punti a realizzare una societ armoniosa riducendo gli squilibri e le contraddizioni sociali.
A prescindere da ogni ottimismo,
un giudizio sommario che sancisca
lavvenuta restaurazione del capitalismo in Cina in base alla percentuale di propriet privata presente,
senza tener conto di queste discriminanti politiche, sarebbe dunque
quantomeno semplicistico e affrettato. Ma anche limitandosi ad indicatori puramente economici, Amin
nel 2001considerava ancora del
tutto aperta la possibilit di un progetto di sviluppo nazionale e popolare, che associ in modo complementare e conflittuale al tempo
stesso le logiche capitalistiche di
mercato e le logiche sociali inserite
in una prospettiva socialista di
lungo termine 8 . Soprattutto il
mantenimento del diritto allaccesso uguale alla terra di tutti i contadini9 manterrebbe integra a suo
avviso questa prospettiva. Pur criticando aspramente i processi in
corso e prevedendone un esito restaurativo in tempi brevi, del resto,
persino Livio Maitan rimaneva prudente e ammetteva che in Cina
non si , almeno sino ad ora, verificato quel processo di restaurazione
capitalistica in corso da un decennio nei paesi dellex-Unione
Sovietica e dellEuropa centroorientale10.
Limmagine di una Cina avanguar-

Maggio - Agosto 2006

dia del capitalismo neoliberista non


risponde dunque al vero. Ricordiamo che anche Stiglitz, sia nel suo
celebre testo su La globalizzazione e i
suoi oppositori che in interventi pi
recenti, ha sottolineato positivamente la via cinese come il tentativo
di sviluppare una forma di mercato
del tutto alternativa a quella neoliberista e in netto contrasto con i precetti di deregulation sanciti nel con sensus di Washington e imposti al
Terzo mondo dalla Banca mondiale
e dal Fondo monetario internazionale11. La cruda realt dei fatti
enunciata del resto dagli stessi strateghi americani: Il Pil della Cina
nel 2001, dice Kupchan, era di tredici miliardi di dollari, mentre
quello dellAmerica era di centodue
miliardi di dollari La sola economia della California pi grande di
quella cinese12. Quanto alle spese
militari, poi, alla fine degli anni
Novanta, il bilancio della difesa
della Cina era circa il 5% rispetto a
quello degli Stati Uniti e non ha tenuto il passo dellincremento della
spesa in America. Lungi dallessere
il fronte avanzato del capitalismo, la
Cina allo stato attuale pu aspirare
ad essere una rispettabile media
potenza ma non ha la forza economica e militare per essere il principale competitore dellAmerica.
Queste considerazioni richiamano,
in conclusione, il principale rimosso presente nel testo curato da
Di Francesco: lambiente internazionale e geopolitico. Il fatto, cio,
che la modernizzazione della Cina
debba fare i conti con un contesto
fortemente conflittuale. A prescindere dai rapporti controversi tra
Cina, Urss e USA, essa inizia e si sviluppa a lungo nel corso della
Guerra fredda, di una dinamica che
ha condotto a una sconfitta netta
del movimento comunista nellambito del confronto internazionale.
Laddove lUrss e i Paesi del Patto di
Varsavia ne sono usciti distrutti, la
Cina ha saputo fare altre scelte ed
ancora in piedi, capace di tenere
aperta almeno la possibilit di una
transizione socialista. Ma lambiente geopolitico ed economico

Maggio - Agosto 2006

mondiale non divenuto oggi pi


pacifico e si al contrario inasprito,
tanto da manifestare il dispiegarsi di
un vero e proprio processo di ri-colonizzazione su scala planetaria. Se
i realisti alla Kupchan cercano di dirigere la strategia statunitense verso
una leadership pi consensuale e
multilaterale della politica internazionale e della globalizzazione, non
va dimenticato che altri settori - ben
pi influenti, come dimostra un decennio di guerra permanente - puntano ad affermare con la forza lordine americano e mettono in conto
una resa dei conti militare nella
quale la Cina occupa un posto speciale. Cos Kagan ritiene altamente
probabile un duro confronto13
entro 20 anni, mentre Huntington
invita a guardare alla Cina come il
maggior antagonista dellOccidente e a prevenire con ogni mezzo la
saldatura di un asse islamico-confuciano14. Al di l della competizione economica, siamo dunque gi
nel pieno di un confronto geostrategico globale 1 5 , nel quale in
gioco una sorta di ri-colonizzazione
del mondo. C da chiedersi, considerata la funzione oggettivamente
equilibratrice della Cina in sede
ONU e in sede WTO, se la crisi del
suo progetto di modernizzazione e
della sua direzione politica sarebbe
una cosa auspicabile, come traspare
nel libro di Di Francesco. Cos come
c da chiedersi se essa costituirebbe
un avanzamento della causa delle
classi subalterne nel mondo o piuttosto una sua ulteriore battuta darresto dopo il crollo dellUrss.
Ci sarebbero altre importanti riflessioni da fare. Prima fra tutte quella
sulla complessit dei processi storici
di transizione che conducono da
unepoca allaltra, da un modo di
produzione o da una formazione
economico-sociale allaltra. Il passaggio dal feudalesimo al capitalismo non ha risposto a nessun piano
predefinito, ha richiesto molti secoli, ha attraversato fasi di accelerazione e arretramento e si sviluppato in maniera diversa a seconda
dei diversi contesti nazionali. E
stato insomma un processo lungo,

Recensioni

lento e contraddittorio, segnato da


guerre, crisi, conflitti sociali e soprattutto da unenorme erogazione
di lavoro ma anche di dolore sociale, dalla massiccia presenza del
negativo. E necessario che nelle
condizioni di una accresciuta razionalit e capacit di controllo dei fattori politici e socio-economici, oltre
che di una diversa consapevolezza
ideologica e culturale, la ricerca di
una trasformazione in senso socialista sia meno dolorosa, ma nulla
rende lecito pensare che essa possa
essere meno complicata e scevra da
errori e sperimentazioni: sempre
con processi storici abbiamo a che
fare. E per questo che i giudizi sommari andrebbero evitati, pena la caduta in quellatteggiamento etnocentrico di chi la sa lunga, e finisce
per ricondurre il travaglio di altri popoli alle proprie esigenze, ai propri
schemi, ai propri obiettivi politici.
La pi straordinaria trasformazione economica della storia, ha
commentato di recente Stiglitz, rimarcando le ricadute delle politiche della Cina sul benessere di
quasi un quarto della popolazione
mondiale16. Mai prima dora,
conclude, si stati testimoni di una
cos massiccia riduzione della povert complessiva. Forse, rispetto
allesperienza cinese come ad altre,
la cultura politica occidentale non
ha in questo momento nulla da insegnare ma molto da osservare ed
apprendere.

Note
1 Cfr. ad esempio nel n 2, 2006 Alberto Gabriele, Note sul socialismo e sulla Cina (pp. 4652) e Peter Franssen, Una nuova politica per
colmare il divario tra ricchi e poveri (pp. 53-6)
2 Hannah Arendt, Le Origini del totalitari smo, ed. di Comunit, Milano 1989, p. 424;
ed. orig. The Origins of To t a l i t a r i a n i s m
(1951), Harcourt, Brace & World, New
York 1966.

Il socialismo di mercato in Cina, in La rivista del manifesto, n 13, gennaio 2001.


5 Domenico Losurdo, Fuga dalla storia? La
rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi,
La Citt del Sole, Napoli 2005, p. 66.
6 Cfr. Che cosa bolle in Cina. Conservatori, li berali, Nuova Sinistra, in La rivista del manifesto, n 15, marzo 2001. Si tratta di
unintervista nella quale Wang Hui, direttore della rivista cinese Dushu, espone
una panoramica delle tendenze ideologiche presenti nel mondo culturale cinese
senza reticenze sul contenzioso politico e
facendo nomi e cognomi.
7 Approvati nella quarta sessione del decimo Congresso nazionale del popolo del
5 marzo 2006 e disponibili sul sito ufficiale
della RPC per lestero www.china.org (lindirizzo completo http://www. 10thnpc.
org.cn/english/2006lh/161917.htm).
8 Samir Amin, La Cina nelleconomia mondo.
Autarchia, autonomia, integrazione, in La rivista del manifesto, n 14, febbraio 2001.
9 Samir Amin, La Cina al bivio. I dilemmi del
socialismo di mercato, La rivista del manifesto, n 34, dicembre 2002.
1 0 Livio Maitan, Sulle riforme in Cina.
Discutendo con Samir Amin, in La rivista del
manifesto, n 17, maggio 2001.
11 Cfr. Joseph Stiglitz, La globalizzazione e i
suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002, pp.
124-5; ed. orig. Globalization and its
Discontents, Penguin Books, London 2002;
cfr. anche Development in Defiance of the
Washington Consensus, in The Guardian,
13 aprile 2006.
12 Charles A. Kupchan, La fine dellera amer icana. Politica estera americana e geopolitica nel
Ventunesimo secolo, Vita e Pensiero, Milano
2003, p. 345; ed. orig. The End of the
American Era. U.S. Foreign Policy and the
Geopolitics of the Twenty-first Century, Knopf,
New York 2002.
13 Robert Kagan, Paradiso e potere. America
ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Mondadori, Milano 2003, p. 104; ed. orig. Of
Paradise and Power, Knopf, New York 2003.
14 Samuel P. Huntington, Lo scontro delle ci vilt e il nuovo ordine mondiale, Garzanti,
Milano 1997, 2000, p. 80 e p. 353; ed. orig.,
The Clash of Civilizations and the Remaking of
World Order, 1996.

3 Ne Il Manifesto, 10 settembre 1976.

15 Cfr. Il tempo della Cina, Aspenia, n 23,


2003; in particolare Ted Galen Carpenter
Nemico o alleato? Lo scontro a Washington (pp.
128-35), Zhang Siaodong, La strategia ame ricana vista dalla Cina (pp. 149-53), Wang
Jisi, Lascesa di una nuova potenza (pp. 154-9)

4 Samir Amin, Bilancio della grande riforma.

16 Joseph Stiglitz, , cit.

97

Recensioni

Maggio - Agosto 2006

Il popolo afghano,
nelle sue sofferenze,
nella sua miseria,
nella sua genuflessione forzata
ai vari padroni armati,
non appare mai

Afghanistan:
quando un romanzo
al servizio
dell'intervento USA

di Fosco Giannini

N EL ROMANZO DI GRANDE SUCCESSO DI K HALED H OSSEINI ,


I L CACCIATORE DI AQUILONI , UNA TRAMA ED UN TESSUTO
LINGUISTICO ALLA L OVE S TORY SEMBRANO SCIENTEMENTE
FUNZIONALI ALL ' EVOCAZIONE E ALLA GIUSTIFICAZIONE DELLA
PRESENZA MILITARE NORDAMERICANA NEL CUORE DELL 'A SIA

The Kite Runner (Il cacciatore di aqui loni) un romanzo di 392 pagine,
scritto da Khaled Hosseini e pubblicato in Italia dalla casa editrice
Piemme. Non uscito ora e dunque non ne proponiamo una recensione. Vorremmo invece parlarne poich una serie di motivi lo
rendono di stretta attualit; lo rendono paradossalmente pi attuale ora di quando usc. Perch
vale la pena tornare su Il cacciatore
di aquiloni? Primo: perch questopera va conquistando proprio
ora i mercati mondiali e va imponendosi come uno dei pi grandi
successi letterari internazionali degli ultimi dieci anni. Sono gi milioni le copie vendute in dodici diversi paesi del mondo. Uscito per la
prima volta in Italia nel 2004
giunto, in questultimo luglio, alla
ventisettesima edizione.
Secondo: perch il suo successo, il
suo impatto mediatico e popolare,
la sua fortuna, sembrano essere solo
allinizio e tutto ci dice (per motivi
che cercheremo di mettere in luce
pi avanti) che il romanzo di
Hosseini potrebbe divenire uno dei
pi grandi best seller mondiali degli
ultimi decenni. Intanto, sappiamo
gi che la Dreamworks, la casa di
produzione di Steven Spielberg, ne
ha gi acquistato i diritti per farne
un film (e quando Spielberg a fare
un film vi la certezza che esso go98

dr sin dallinizio di una divulgazione universale).


Il terzo motivo che ci induce a parlare de Il cacciatore di aquiloni
che esso parla dellAfghanistan, del
martoriato Paese di oggi, delle
guerre, degli interventi stranieri,
della Kabul successiva all11 settembre, allattacco alle Torri Gemelle. E
ancor pi precisamente: siamo di
fronte ad uno scrittore afghano che
parla del proprio paese da un punto
di vista americano; siamo di fronte ad
una storia afghana filo-americana
che va, non casualmente, aumentando il proprio successo mondiale
proprio nel momento in cui si inasprisce lintervento degli Usa e della
Nato in questo paese.
Qual la storia narrata da Khaled
Hosseini? Essa si sviluppa lungo gli
ultimi trentanni, dalla fine della
monarchia allintervento sovietico,
dal regime dei talebani sino ai
giorni nostri. In questarco di
tempo, nelle pagine di Hosseini, accade essenzialmente che il giovane Amir (protagonista ed io narrante del romanzo) fugga clandestinamente, portato dal gigantesco
e carismatico padre Baba, dalla
Kabul occupata dai sovietici per rifugiarsi negli Usa e che molti anni
dopo lo stesso Amir torni in
Afghanistan per salvare dai talebani
un ragazzino a lui carissimo e portarlo negli Usa. E stiamo allessenza,

non tanto perch non vogliamo svelare il plot o perch non vogliamo
gettare anzitempo luce sugli intrighi narrativi lopera non merita
ulteriore mercato ma perch sarebbe lungo ripercorrerne la trama,
essendo il romanzo costruito, pur
con un linguaggio essenziale, modernamente accattivante, attorno
alla pi tradizionale retorica letteraria: amore, morte, furore, colpi di
scena e svelamento di inattese identit. Insomma, un f e u i l l e t o n, ma
come vedremo per personaggi e
quadro ad una sola dimensione
non certo della qualit di un Dumas, n di un Victor Hugo.
Possiamo subito notare, dalla seppur sintetica messa in luce della
trama, che nel romanzo emerge un
approdo fisico ed esistenziale sicuro, una terra della salvezza e della
libert, e questa terra quella degli
Stati Uniti dAmerica. Il giovane
Amir fugge da Kabul e dai sovietici
invasori per trovare salvezza in
California e quando, dopo anni,
torna a Kabul per salvare il giovanissimo Sorhab dai talebani, di
nuovo la salvezza sar lAmerica. E
bene, daltra parte, ricordare che lo
stesso autore de Il cacciatore di
aquiloni, Khaled Hosseini, nato a
Kabul e figlio di un diplomatico afghano, ha ottenuto, per s e per la
propria famiglia, lasilo politico negli Usa nel 1980, che medico, che

Maggio - Agosto 2006

vive in California e che con gli aurei diritti dautore del suo romanzo
sta velocemente passando dalla modestia quotidiana allinveramento
del sogno americano.
Il romanzo di Hosseini ha una spina
dorsale ideologica chiara: la salvezza (dal punto di vista fisico e spirituale, del corpo e dellanima)
possibile solo nel mondo a stelle e
strisce. Tutto il resto orrore. Orrore indicibile sono i soldati sovietici
che entrano a Kabul, orrore allo
stato puro sono i talebani. Ora, qui,
siamo ben lontani dal difendere sia
le truppe dinvasione sovietiche in
Afghanistan che i talebani. Ci preme solo rilevare come, in Hosseini,
la costruzione della mostruosit
sovietica e talebana sia funzionale
allenfatizzazione del ruolo storico
degli Usa, del loro ordine mondiale.
La rappresentazione dei soldati sovietici, nelle pagine di Hosseini,
non ha nulla da invidiare a quella
che Berlusconi fa dei comunisti cinesi quali bollitori di bambini. Nel
romanzo essi sono uomini ad una
sola dimensione: stupratori, corruttori, corrotti, ladri, alcolizzati. E per
la verit lautore tende chiaramente, attraverso ogni artifizio retorico, ad attribuire tali giudizi non
tanto e non solo alle truppe sovietiche in Afghanistan, ma ai comunisti in quanto tali: sono infatti gli sho rawi (in afghano i comunisti) ad essere segnati, secondo Hosseini, da
tutte le categorie delinquenziali conosciute. E criminali totali, in s,
quindi astorici e disumanizzati,
sono anche i talebani con il terribile
Assef pedofilo, sanguinario, carogna allo stato puro - a rappresentarli tutti. Tra laltro, Hosseini si
guarda bene dallintrodurre qualche elemento, nella trama, che ricordi come i talebani siano stati,
solo pochi anni fa, i primi alleati, il
riferimento sul campo degli Usa,
nel contesto della guerra civile che
ha dilaniato il paese dopo il ritiro
sovietico. In verit non si vede lora
che qualcuno, in quel paese disgraziato, intervenga, e se i liberatori
debbono venire essi non possono
essere che americani.
Il grande romanzo borghese mo-

Recensioni

derno nasce, come noto, con il Don


Chisciotte di Cervantes, quando,
cio, la letteratura abbandona lepica unidimensionale (delleroe
duro e puro, ma anche di una visione del mondo pietrificata in un
solo punto di vista) e apre ai chiaroscuri della realt contraddittoria,
storica e umana.
Da questo punto di vista il romanzo
di Hosseini, che denuncia solo gli
orrori sovietici e talebani, celando
accuratamente sia gli orrori sia le
mire strategiche e geopolitiche
americane in Afghanistan, in verit unopera letteraria pre-moderna, che paga il prezzo della propria unidirezionalit ideologica riducendosi ad un pamphlet filo-imperialista, ad un libello entro il
quale si muovono personaggi monocolori (e dunque caricaturali,
lontani dalla controversa spiritualit e carnalit dei personaggi di un
Balzac o di un Flaubert) poich privi
della realistica contraddittoriet
storica e sociale. Insomma, come
sempre avviene nei casi in cui lopera piegata ad un pregiudizio, la
realt rappresentata dimezzata, e
la semi rappresentazione rende
asfittica lopera stessa.
Forse bastano poche righe tratte dal
romanzo per decifrarne lessenza.
Siamo quasi alla fine della storia, le
Torri Gemelle sono state attaccate:
Nel giro di una notte il mondo cambi. Improvvisamente la bandiera
americana apparve ovunqueSubito dopo lattacco dell11 settembre lAmerica bombard lAfghanistan e i talebani fuggirono come topi nelle loro tane.
Appare questo il senso pi profondo ed estremo dellopera di
Hosseini: costruire un senso comune planetario volto alla santificazione dellintervento armato Usa
in Afghanistan. Daltra parte il romanzo costellato di segni politici
e ideologici chiari. A partire dal
fatto che il popolo afghano, nelle
sue sofferenze, nella sua miseria,
nella sua genuflessione forzata ai
vari padroni armati, non appare
mai. Ci che emerge solo la grandezza etica e spirituale dellaristocrazia e della borghesia afghana,

rappresentata dal padre di Amir, leroico Baba, proprietario, tra laltro,


come scrive Hosseini senza pudori,
della pi bella casa di Wazir Akbar
Khan, il quartiere nuovo e ricco
della zona nord di Kabul. Ed lo
stesso Baba a conservare, come una
reliquia, una foto scattata nel 1931,
che ritrae suo padre assieme allultimo re afgano: Nadir Shah. Come
dire: o la monarchia o limperialismo Usa, in questunica traiettoria
risiede la libert. Quella dei ceti alti,
non quella del popolo.
Queste righe, che non potevano e
non volevano essere una recensione, sono, dunque, solo un allarme: lintervento in Afghanistan,
per gli Usa e i suoi alleati, rappresenta oggi uno dei punti centrali
dellescalation imperialista e per appoggiare tale escalation decisiva appare la costruzione di un vasto e favorevole sentimento popolare
mondiale. Cosa di meglio, per questo obiettivo, di un caso letterario internazionale, un romanzo ben
scritto e sovranazionalmente strappalacrime (una sorta di una Love
Story politica, di una Liala imperialista), che tocchi i nobili cuori
dAmerica e dEuropa e sbocchi poi
in un gran film intercontinentale di
Spielberg per preparare i popoli del
mondo alla pax americana?
Lo sviluppo imponente della Cina incute terrore agli americani e al capitalismo europeo; lesigenza di portare gli eserciti occidentali e la Nato
nel cuore dellAsia e ai confini cinesi
prioritaria nella strategia imperialista che punta ad una guerra calda
o fredda, comunque definitiva,
contro Pechino. In questottica tutte
le forze sono messe in campo, dalle
bocche di fuoco agli strumenti mediatici mondiali volti alla costruzione
del consenso. Anche per questo la
missione militare in Afghanistan
non pu essere considerata di
pace, tanto che lestensione della
missione ISAF-NATO ha segnato
una prepotente ripresa della guerra.
Ritiriamo, di conseguenza, i nostri
soldati dalle terre afghane prima che
il pianeta intero possa convincersi
che lintervento Usa sia una crociata
giusta e santa.
99

LIBANO
Quali condizioni e garanzie
irrinunciabili per una Forza
d'Interposizione in Medio Oriente
Pubblichiamo questo importante appello redatto
in occasione della recente discussione di Assisi
sulla missione UNIFIL ed il ruolo dell'Italia
Sembra essersi formato un consenso ge nerale sull'opportunit/necessit che l'Italia par tecipi alla Forza Internazionale di Interposizione in
Libano. indubbio che per arrestare la spirale di vio lenza che sempre pi insanguina il Medio Oriente, e si estende pe ricolosamente al resto del mondo, sia pi che mai necessario un im pegno attivo della comunit internazionale, sotto la guida dell'Onu.
L'esito di un tale impegno dipende tuttavia in modo determinante
dalle condizioni in cui verr attuato e condotto. Sembra pi che mai
necessario richiamare l'attenzione del Governo, del Parlamento e di
tutti i cittadini su alcuni punti molto delicati.
Una prima considerazione doverosa che la guerra in Libano ha
occultato il problema palestinese. Non sembra accettabile, in parti colare, che la comunit internazionale ignori completamente il fatto
che Ministri e Parlamentari di un paese che dovrebbe essere sovrano
siano stati sequestrati (ancora sabato 19 agosto il vice-premier,
Nasser-as-Shaer), imprigionati, ed almeno in un caso anche tor turati. In nessun altro paese un simile intervento straniero po trebbe venire tollerato: perch nessuno reagisce nel caso di Israele?
inaccettabile il silenzio del Governo italiano.
Venendo alla costituzione di una Forza Internazionale di
Interposizione, essa deve ubbidire ad alcune condizioni fon damentali ed elementari: evidente che non possono farn e
parte militari di un paese che non sia rigorosamente
equidistante tra i due belligeranti. L'Italia ha
stipulato lo scorso anno un impegnativo
Accordo di Cooperazione Militare con Israele,
che inficia in modo sostanziale e irrimediabile la
nostra equidistanza. Il Diritto Internazionale impone,
come minimo, la preventiva sospensione di tale Accordo,
i cui termini dettagliati devono assolutamente essere
resi noti all'opinione pubblica. il caso di ricordare
ancora che Israele ha partecipato a manovre militari
della Nato svoltesi in Sardegna, nelle quali si saranno
indubbiamente addestrati piloti ed altri militari israeliani,
impegnati poi nella guerra in Libano. Da queste circostanze di scende una ulteriore condizione: necessaria una garanzia as soluta che il comando di questa Forza di Interposizione rimanga
strettamente sotto il comando dell'Onu, e non possa essere trasfe rita in nessun momento alla Nato.
assolutamente necessario, inoltre, che le spese della missione non
gravino ulteriormente sul bilancio dello stato italiano, e in particolare non
comportino riduzioni delle spese sociali, ma rientrino nel bilancio del Ministero

della Difesa per le missioni militari italiane all'estero.


Queste sembrano condizioni fondamentali e irrinunciabili per la partecipa zione del nostro paese.
Rimangono per altre riserve. Appare singolare e tutt'altro che neutrale il fatto
che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio
di uno dei due Paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine. Deve
essere chiaro pertanto che, finch tale forza operer in territorio libanese, essa
deve essere soggetta alla sovranit libanese, e che non potr in alcun modo es sere incaricata del disarmo n dello scioglimento di Hezbollah. Queste condi zioni operative esporranno comunque i militari che compongono questa forza
ad agire nel caso in cui avvengano (reali o pretese) provocazioni: come po tranno opporsi con la forza all'esercito israeliano, tuttora presente in territo rio libanese? Non ci si facciano illusioni sulle regole d'ingaggio, che verranno
decise dall'organismo che guider la missione, e non dal nostro Govern o .
Riteniamo giusto richiedere anche che il contingente militare sia affiancato
da un congruo numero di volontari disarmati.
Deve infine risultare estremamente chiaro che questa Forza di Interposizione
non potr mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in una
estensione del conflitto. Cos come deve essere escluso un suo impiego per pro teggere le ditte italiane che si lanceranno nel lucroso business della ricostru zione del Libano.
necessario fugare con molta chiarezza qualsiasi illusione che l'interposizione
militare, anche nelle migliori condizioni, sia risolutiva per il conflitto in Medio
Oriente, soprattutto per risolvere la fondamentale questione palestinese. Chi
arrester la distruzione delle case, delle coltivazioni e delle infrastru t t u re dei
palestinesi, gli omicidi mirati (in palese violazione di qualsiasi norma giuri dica)? Chiediamo pertanto che, prima di inviare un contingente italiano, il
nostro Governo ponga con forza a livello internazionale l'esigenza irrinun ciabile del dispiegamento di una forza internazionale di pace anche a Gaza
e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza di Israele e come condizione per
la creazione di uno Stato Palestinese.
Chiediamo che su queste questioni fondamentali vengano prese ufficialmente
decisioni chiare, esplicite e trasparenti, e si esigano le dovute garanzie a li vello internazionale.
Sottoscrittori: Padre Alex Zanotelli, Enrico Abate, Cristina Alziati, Angelo
Baracca, Ernesto Burgio, Chiara Cavallaro, Paola Ciardella, Patrizia
Creati, Mauro Cristaldi, Manlio Dinucci, Antonino Drago, Giuseppe
Gozzini, Alberto L'Abate, Paola Manduca, Alfonso Navarra, Giorgio
Parisi, Claudio Pozzi, Giovanni Sanubbi, Alberto Tarozzi, Andrea
Trentini, Riccardo Troisi, Monica Zapp.
24 agosto 2006

Campagna abbonamenti 2006


Annuale ordinario 25 euro - Annuale ordinario posta prioritaria 45 euro
Annuale estero posta prioritaria 60 euro - Annuale sostenitore (p. prioritaria) 80 euro
E ff e t t u a re il versamento sul c/c postale n. 14176226 intestato a lernesto - via del Sale 19 - 26100 Cremona - email:abbonamenti@lern e s t o . i t