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Nel 1120 Accardo, dominus della citt di Ostuni,


dopo aver ascoltato le lamentele di Sire Paganus, glio
di Drimo barone de castillo Cilii, ordina uninchiesta per
accertare i conni dei territori di Ostuni e Ceglie. Pa-
gano aveva infatti accusato i cittadini di Ostuni di aver
invaso il suo territorio, quello di Ceglie, devastandolo.
Accardo ordina dunque ad alcuni vassalli, ai baiuli e ai
proprietari delle terre in prossimit dei conni tra le due
citt, di operare una verica della connazione, riper-
correndo passo a passo le linee dei conni stessi e con-
fermandole per iscritto in un atto notarile che avrebbe
inoltre sancito la sanzione pecuniaria a carico di chi, da
quel momento in poi, avesse violato gli accordi stipulati
concordemente dagli ufciali e dai boni homines delle
due terre connanti
1
.
Qualsiasi analisi storica sino ad oggi prodotta su
Ceglie de Gualdo, oggi Messapica, e sul suo territorio,
si soffermata su questo documento pubblicato in varie
sedi tra la ne del secolo XIX e il secolo XX
2
e oggi
compiutamente inquadrato da Francesco Magistrale
3
. Va
per evidenziato che da questo momento le attestazioni
documentarie dirette del castillum Cilii scompaiono per
un lungo periodo e si fanno pi problematiche.
La documentazione riguardante Ceglie de Gualdo
nei secoli XII, XIII e XIV infatti irrisoria. Si tratta
per lo pi di documentazione pubblica: mandati dei
sovrani svevi e angioini, assegnazioni di beni feudali o
risoluzioni di controversie. La documentazione diplo-
matica invece pressoch inesistente almeno sino alla
met del secolo XIV e consiste per lo pi in contratti
matrimoniali e assegnazioni dotali oltre ad un contro-
verso documento ponticio e a poche altre attestazioni
indirette
4
. Cercare di offrire dati rilevanti sui vari aspetti
inerenti le strutture sociali, economiche e istituzionali
DINAMICHE ISTITUZIONALI, TERRITORIO E UOMINI
A CEGLIE DE GUALDO TRA XII E XIV SECOLO
Victor Rivera Magos
Teatro Comunale di Ceglie Messapica, Giornata di Studi Dal castello al territorio; il dott. Victor Rivera Magos
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Victor Rivera Magos
del luogo dunque impresa impossibile e daltronde
non pretesa di questo intervento proporre un quadro
di questo genere.
Osservando tuttavia la produzione storiograca a
disposizione emerge la necessit di capire quali fosse-
ro gli equilibri politici in cui il territorio di Ceglie de
Gualdo si and a inserire sin dalle prime attestazioni
della sua esistenza. Si deve inoltre provare a comporre
un quadro di patrimoni e dipendenze signorili nel quale
quel territorio si and a collocare, possibile solo con
una analisi di tipo verticale e sul lungo periodo, cercan-
do di fare luce su una questione ancora oggi irrisolta.
Non sono infatti chiare le dinamiche secondo le quali
il territorio cegliese sarebbe passato, a met del seco-
lo XIV inoltrato, nelle mani della famiglia Sanseverino,
come risulta attestato da un documento cartaceo datato
Brindisi 14 maggio 1361, Indizione XIV, attualmente
conservato presso la Biblioteca Diocesana Annibale De
Leo di Brindisi
5
. quanto questo intervento, senza al-
cuna pretesa di completezza, si propone.
utile tuttavia iniziare, per cercare di fare ordine
su questa questione, da quanto comincia ad essere visi-
bile dalla met del secolo XIII dopo circa un secolo di
silenzio della documentazione, interrotto solamente da
sporadici riferimenti al territorio cegliese presenti in un
pugno di documenti sui quali si torner in seguito.
Nel 1269 Carlo I dAngi, dopo aver conscato a
Glicerio de Matino la citt di Mottola, le terre di Ceglie
de Gualdo e di Soleto e il casale di San Pietro in Galatina,
le assegna in capite a Anselin de Toucy, esponente di spic-
co di quel ceto di milites, in questo caso borgognoni, sce-
si in Italia meridionale al seguito del sovrano angioino
6
.
Ancelin de Toucy risulta tuttavia morto il 3 aprile
1273. Ce lo attesta un breve mandato nel quale la curia
regia ratica la consegna alla corona da parte di Phi-
lippe de Toucy, glio di Ancelin, delle terre di Mottola,
Ceglie del Gualdo, Soleto, San Pietro in Galatina e di
ci che lo stesso Philippe aveva in Iurdiniano, Palme-
ricio, Malle, Iuyanello, Moricio et Serrano nel giusti-
zierato di Terra dOtranto. Tutte queste terre vengono
da Carlo I revocate per mortem Anselini de Tucziaco.
A Philippe vengono assegnate le terre Neritoni, casa-
lium Furciniani, Sagnie et Bellovidere cum Turricella
7
.
Precedentemente il sovrano aveva ordinato uninchiesta
al Maestro Portolano e ai procuratori del re in Puglia,
perch indagassero de proventibus et redditibus annuis
[] ac numero focolariorum delle terre consegnate da
Anselin stesso per eorum excadentiam. Le terre sono,
nellordine e ancora una volta, quelle di Mottola, Ceglie
de Gualdo, Soleto, San Pietro in Galatina conscate a
Glicesio de Matina e a questo particolare si aggiungo-
no le terre, denite dotali, di Giurdiniano, Palmiericcio,
Malle, Giovannello, Moricio e Serrano
8
.
Immediatamente dopo lo stesso Philippe, glio di
Anselin, ottiene la riassegnazione degli stessi beni
9
che
passano successivamente, dal 1277, a Narjaud de Toucy,
glio di Philippe, che li terr no alla morte avvenuta
forse tra l8 e il 16 agosto 1293
10
. A questi succede, at-
traverso un accordo tra il fratello di Narjaud, Odon, e
la moglie di quello, la principessa Lucia di Antiochia,
Odon stesso
11
, con lobbligo annuo di un assegno dotale
da versare alla vedova di Narjaud e probabilmente in at-
tesa che il glio di Narjaud, anchegli di nome Philippe,
uscisse dalla minorit e potesse dunque ricevere lasse-
gnazione degli stessi beni in capite dal sovrano
12
.
Solo sette anni dopo, l8 settembre 1300, morto
forse non ancora maggiorenne Philippe de Toucy, glio
di Lucia di Antiochia e di Narjaud de Toucy, nulli ex
eo legitimis heredibus derelictis
13
, la terra di Ceglie de
Gualdo insieme alla terza parte di Soleto, dopo trentun
anni di possesso dei de Toucy, vengono assegnate dal re
a Giovanni Pipino, barlettano divenuto in breve tem-
po molto inuente negli ambienti pi vicini a Carlo II
dAngi
14
. In questa occasione veniamo a sapere che la
terram Cilii de Gualdo [] cum hominibus, vassallis,
fortilliciis, iuribus et pertinenciis suis omnibus frutta
annualmente 80 once ed tenuta ad armare 4 cavalieri
15
.
in questo momento che avviene lo smembra-
mento della parte pi meridionale del feudo cegliese
e che interessa, come abbiamo visto, il castrum Soleti
che per un terzo, equivalente a 20 once, viene afdato
sempre al Pipino. Appare tuttavia interessante evidenzia-
re come sia proprio questo il momento fondante della
nascita dei possedimenti che nel Salento meridionale
caratterizzeranno lo zoccolo della espansione dei Del
Balzo Orsini, dipanatasi nel secolo XIV e per tutto il
secolo XV. Solo del 1301 infatti la cessione da parte
del Pipino della terza parte di Soleto alla corona in cam-
bio dellintero castrum Balbani in Principato Ultra
16
.
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Dinamiche istituzionali, territorio e uomini a Ceglie de Gualdo tra XII e XIV secolo
A questo quadro aggiungiamo quanto riferisce il Ca-
mera, secondo il quale del 1308 la donazione da parte
di Carlo II delle terre di Soleto e San Pietro in Galatina
a Ugo Del Balzo
17
. Lo smembramento del feudo dei de
Toucy denitivamente avvenuto e Soleto e Galatina
rimarranno nelle mani dei Del Balzo almeno sino alla
morte di Raimondo del Balzo di Courthezon, avvenuta
nel 1375, per poi passare agli Orsini e successivamente ai
Del Balzo Orsini. Su queste cose si convincentemente
soffermato un recente lavoro di Andreas Kiesewetter
18
.
Questa vicenda apre una serie di riessioni che si
vanno ad incastrare in letture pi generali e che, da que-
sto momento in poi, legano la terra di Ceglie de Gualdo
al generale contesto di successioni feudali e di guerre
guerreggiate che coinvolsero in questa zona della Puglia
le pi grandi famiglie signorili meridionali, a cominciare
dai Del Balzo, per continuare con i Pipino, i Caracciolo,
i Della Marra e i Sanseverino
19
. Non pretesa di questo
intervento dipanare lintricata matassa che leg tra loro
alcune di queste famiglie e che coinvolse in unenor-
me vicenda bellica proprio i discendenti di Giovanni
Pipino, il primogenito Niccol, ma soprattutto i nipoti,
Giovanni, Pietro, Luigi e Matteo
20
. Se tuttavia la vicenda
delle successioni nel territorio cegliese appare confusa,
ci si deve con buona probabilit sia alla scarsezza do-
cumentaria, sia alla particolare confusione che proprio a
causa di quelle guerre interess il territorio in questione.
Pur nella lacunosit delle fonti, oggi possibile proporre
delle ipotesi sulla vicenda successoria, inserendola nel
generale quadro bellico del periodo, anche grazie ai la-
vori degli eruditi che ebbero modo di spogliare le carte
dellarchivio napoletano prima del rogo di San Paolo
Belsito del 1943
21
.
Almeno sino alla morte di Giovanni Pipino, avve-
nuta nel 1316, il suo patrimonio, tra i pi cospicui del
regno, si mantenne sostanzialmente stabile
22
. Su Ceglie
de Gualdo tuttavia le notizie appaiono frammentate. Il
Camera infatti accenna ad una permuta avvenuta tra il
Pipino stesso e Rinaldo Cognetta, barlettano e tesorie-
re del re, nel 1307, sul castello e sulla terra di Ceglie.
La notizia cos riportata: Rinaldo Cognetta, milite, e
sua moglie Nicolia, permutarono il castello di Rodi in
Capitanata, con Giovanni Pipino da Barletta, milite e
maestro razionale della Curia, ricevendone in permuta
il castello e la terra di Ceglie
23
. Va tuttavia considerata
unulteriore notizia, ancora una volta tramandataci dal
Camera, secondo la quale nel 1338 Margherita Pipino,
glia di Giovanni, si rivolse a re Roberto perch potesse
disporre della somma di 300 once sui redditi del suo
castello di Ceglie de Gualdo quia gravida est et timet mor-
tem
24
. Dello stesso anno la ricevuta di un pagamento
di 200 once fatto dalla contessa Giovanna dAltamura
pro [] adohamenti seu feudalis servicii [] pro bonis
feudalibus que dicitur teneri ab ipsa curia in feudum
novum in iustitiariatibus Terre Bari, Terre Ydronti, Basi-
licate et Principatus
25
.
Si tratta dunque di una matassa difcile da scioglie-
re. Restando sulla questione possiamo tuttavia ipotizzare
che ancora in quellanno i beni dei Pipino fossero so-
stanzialmente rimasti immutati e che Ceglie de Gualdo
abbia costituito parte del lascito dotale di una delle tre
glie di Giovanni, Margherita, nel matrimonio contratto
con Gasso de Denicy, conte di Terlizzi, signore di Ruvo
e maresciallo del regno
26
. Il fatto che Margherita si ri-
volga al re per usufruire dei suoi beni probabilmente
dovuto alla particolare situazione bellica che in quegli
anni stava coinvolgendo i discendenti maschi di Nicco-
l, a cominciare dal Palatino dAltamura, Giovanni.
dunque possibile che la donna disponesse dei
proventi, in toto o in parte, del possesso cegliese ma che,
come gi era stato sancito nelle clausule dellaltro matri-
monio, quello di Niccol Pipino con Giovannella dAl-
tamura nel 1298, alla morte di Margherita i beni dota-
li sarebbero tornati in possesso dei Pipino, secundum
morem et consuetudinem civium Baroli, longobardo
iure vivencium
27
. quanto avviene, ad esempio, nel
1332 con i beni dotali di Caterina dAltamura, sorella di
Giovanna, morta prematuramente e senza eredi, tornati
nelle mani di Giovanna stessa
28
.
Sembra questo uno dei punti cruciali di tutta la vi-
cenda oggetto della nostra analisi. Se Ceglie sia o meno,
a Trecento inoltrato, nelle disponibilit di Niccol Pi-
pino e, dopo la sua morte, della moglie Giovanna dAl-
tamura, non possibile affermarlo con certezza. Alcune
considerazioni vanno tuttavia fatte, a cominciare dalla
notizia secondo la quale nel 1341
29
, alla ne di una lun-
ga belligeranza, i beni dei quattro gli maschi di Nicco-
l Pipino, morto nel 1332, furono conscati ed a mano
a mano venduti o donati dal governo ad altri; tranne
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Victor Rivera Magos
per le ragioni dotali della loro madre Giovanna dAl-
tamura, anche queste tuttavia continuamente soggette
a consche, invasioni e sequestri forzosi
30
. La vicenda
infatti non si conclude facilmente e ancora nel 1343
la regina Giovanna ordina la restituzione a Giovanna
dAltamura dei beni mobili che la contessa possedeva a
Bari e ad Altamura e di terre per un valore complessivo
di 3000 once. I beni erano stati sequestrati alla stessa
contessa a seguito dei crimina dei gli ed erano stati as-
sunti ipsa propria auctoritate da Roberto Sanseverino
e Raimondo Del Balzo, inseritisi a loro volta in un qua-
dro complesso che aveva coinvolto anche il signore di
Terlizzi Gasso de Denicy. Tra le terre restituite alla con-
tessa non viene menzionata la terra di Ceglie de Gual-
do. Tuttavia ancora in questa data Giovanna dAltamura
rivendicava il possesso del castrum Balbani, che avevamo
trovato assegnato a Giovanni Pipino nel 1301
31
.
Che lordine della regina Giovanna sia stato effet-
tivamente attuato non possibile affermarlo. Ma quella
dei Pipino fu una vicenda che non si chiuse cos pe-
rentoriamente e, di fatto, si trascin no alla morte
di Giovanni II conte di Altamura nel 1357 e a quel-
la dellultimo superstite della famiglia, Pietro conte di
Vico, nel 1361, fuggito dal regno alla volta di Avignone
nel 1357
32
. Tuttavia, stando a quanto avvenne in quegli
anni, testimoniato da diverse fonti coeve, a cominciare
dal noto Chronicon di Domenico da Gravina
33
, i titoli dei
gli di Niccol e Giovannella rimasero, no alla loro
morte, puramente onorici o sempre in discussione e
i Pipino furono costretti a continue azioni belliche e a
cambi repentini di alleanza sino alla ne della loro vi-
cenda familiare. Solo a Pietro, e per un breve periodo,
furono nel 1352 rimesse le colpe e furnono restituiti i
beni conscati. Ma, come detto, il barone torn presto
ribelle e termin la sua vicenda da fuggiasco. Altro
invece riconsiderare la gura di Giovanna che, anche
dopo la morte del marito, mantenne parte dei titoli do-
tali e rest inuente e ben voluta anche negli ambienti
della corte ponticia di Avignone.
In tutta la vicenda cegliese, dunque, appare proprio
quello tra il 1338 e il 1361 il periodo pi problemati-
co. noto infatti che una parte della storiograa lo-
cale ha riportato la notizia secondo la quale nel 1361
un documento brindisino accerterebbe il passaggio del
territorio di Ceglie dalle mani dellarcivescovo di Brin-
disi, Pino Giso
34
, in quelle di Francesco Sanseverino. Il
documento, segnalato da Rosario Iurlaro, attualmente
conservato nella Biblioteca De Leo a Brindisi
35
.
Pasquale Elia, pur non trascrivendo integralmente
il testo del documento, ne aveva confusamente riportato
una piccola parte centrale secondo la quale il 14 mag-
gio della XIV indizione archiepiscopus Brundusinus et
Horitanus, dominus frater Pinus, magister in sacra pa-
gina miseratione divina, [] vende al Magnicus et
potens vir dominus Franciscus de Sancto Severino, mi-
les, villa Cilij de Gualdo [] cum hominibus et vassallis,
silvis, nemoribus, aquis, pascuis, juribus et pertinentiis
suis pro orenis aurej mille computato qualibet oreno
pro sexaginta IIJ carlenis argenteis duobus
36
. LElia, in
una azzardata lettura critica fondata sullanalisi lologica
di alcuni termini usati nel documento, aveva sostenuto
si trattasse di un falso cinquecentesco proponendo una
datazione coeva alla divisione della diocesi di Brindisi e
Oria del 1591
37
. Questa teoria viene smentita dalla ana-
lisi che Pasquale Cordasco propone nel suo intervento
in questo stesso volume
38
.
Ci si trova di fronte ad una scrittura privata nella
quale si sancisce lacquisto dal Sanseverino del territorio
cegliese direttamente dalle mani dellarcivescovo Pino
Giso e il Sanseverino stesso si impegna a rispettare una
serie di accordi riguardanti le rispettive pertinenze ter-
ritoriali. A questo atto sembra dovesse corrisponderne
uno analogo rmato dallarcivescovo stesso e consegna-
to al Sanseverino, oggi probabilmente perso. Il docu-
mento attesterebbe dunque una vendita completa, con
ogni diritto signorile sullintero territorio cegliese ce-
duto dallarcivescovo al Sanseverino.
Per comprendere pienamente il contesto nel quale
questo documento di inserisce e per provare a sciogliere
un problema di pertinenze territoriali e di poteri signo-
rili sul territorio necessario fare un passo indietro e
proporre una soluzione che, per quanto puramente ipo-
tetica poich non suffragata da dati provabili, potrebbe
spiegare la successione del territorio cegliese non tanto
nelle mani del Sanseverino, quanto in quelle del vescovo
di Brindisi. Ci che in questa sede preme chiarire ri-
guarda il modo in cui, ancora nel documento del 1361,
il toponimo cegliese viene trascritto e utilizzato dalla
diocesi brindisina.
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Dinamiche istituzionali, territorio e uomini a Ceglie de Gualdo tra XII e XIV secolo
Cosimo Damiano Poso legava lestensione della
diocesi di Brindisi-Oria ai conni delle omonime cir-
coscrizioni amministrative normanne di Brindisi e Oria.
Questultima, come sembra evidente proprio da quel
documento del 1120 con il quale questo intervento si
apre, con buona probabilit circoscriveva anche il terri-
torio di Ceglie de Gualdo.
Va chiarito, tuttavia, che Poso si riferiva al pieno
periodo normanno, e cio alla prima met del secolo
XII; in secondo luogo solo sulla base di supposizioni
fondate che egli giunse ad affermare che il territorrio
di Ceglie fosse parte della contea di Oria, a sua volta
inquadrata nella circoscrizione diocesana della chiesa
brindisino-oritana
39
. Questa confusione di attribuzio-
ni ha forse generato un equivoco.
Poso infatti cita gli unici due documenti diretti che
sono ancora oggi a nostra disposizione. Il primo sem-
pre quello del 1120, gi menzionato; il secondo invece
il decreto di Papa Lucio III datato 1183 e indirizzato al
Vescovo di Brindisi Pietro, nel quale il pontece con-
ferma i diritti goduti precedentemente e i possessi di
alcune chiese
40
.
In quel caso Poso sostenne che Lucio III, ricon-
fermando i precedenti possedimenti alla Chiesa brin-
disina, vi aggiunge il casale di Ceglie, no ad allora
mai citato nelle precedenti riconferme
41
. Stando cos
le cose si potrebbe supporre una sostanziale identica-
zione della circoscrizione ecclesiastica e di quella co-
mitale nel corso del secolo XII. Ma, nel notare che il
decreto di Lucio III, pervenutoci solo in una copia su
carta, nel citare il possesso cegliese indica i possedi-
menti diretti dellepiscopio brindisino in alcune chiese
sulle quali il vescovo di Brindisi esercitava e avrebbe
continuato a esercitare poteri che potremmo deni-
re signorili, non invece possibile confermare che tra
questi fossero previsti dei poteri di carattere pubblico
su quella che nel documento viene denita villa di
Ceglie de Gualdo. Lucio III, infatti, conferma e amplia
i diritti della cattedra arcivescovile brindisina sulla cir-
coscrizione ecclesiastica della diocesi di Brindisi-Oria
al termine di un lungo periodo di incertezza causato
dalla particolare situazione del regno dopo la morte di
Ruggero II. Vengono confermati, infatti, allarcivesco-
vo Pietro di Bisignano, i diritti vescovili acquisiti sul-
le citt di Brindisi, Oria, Ostuni, Carovigno Mesagne
e su omnes villas locorum ipsorum, e in particolare
Villam Sancti Donaci, Villam Sancti Pancratii, Villam
Calonis, Villani pazzani, Villam Cilie, Suburbium Sancti
Cataldi ante Oriam et omnes ecclesias ipsarum villa-
rum et ceterorum locorum tam grecas quam latinas tui
episcopatui
42
.
Il decreto di Lucio III appare molto contradditto-
rio. Questo atto ponticio sembra inserirsi pienamente
nella documentazione territoriale del tempo ed pre-
ceduto da altri due interventi sulle stesse questioni da
parte del pontece Alessandro III, nel 1171 e nel 1173
43
.
Si deve, tuttavia, evidenziare la forte contraddizione tra
questi documenti e la documentazione successiva.
Nei due precedenti interventi di Alessandro III, in-
fatti, la villa di Ceglie de Gualdo non compare tra i
possedimenti della chiesa brindisina. Pu, questo, essere
valutato come un problema marginale se si considera-
no due questioni: la prima riguarda il precedente co-
stituito dalla comparsa, a soli due anni di distanza dal
primo intervento di Alessandro III, di due casi analoghi
a quello cegliese. Nel 1173, infatti, oggetto dellamplia-
mento delle prerogative dellarcivescovo brindisino sul
territorio sono una villa, Pazzano, e il suburbio di San
Cataldo a Oria, inesistenti nel documento del 1171.
Rosanna Alaggio in una breve nota al suo recente volu-
me su Brindisi ne ha valutato tale comparsa come una
conferma
44
. Va probabilmente accettata questa ipotesi,
nonostante si debba porre il dubbio riguardante la reale
effettiva disponibilit di questi territori nel patrimonio
della chiesa brindisina, oltre che la reale portata della
signoria del vescovo sugli stessi. Questione che va con-
siderata anche attraverso lincrocio con la documenta-
zione successiva e di diversa tipologia.
Limprovvisa comparsa, nel 1183, della villam Ci-
lie, precedentemente assente, tra le pertinenze della
chiesa brindisina pu dunque non sorprendere e pu
essere considerata, quandanche si ritenga attendibile
la trascrizione documentaria dalloriginale oggi per-
duto, come una atto politico della curia ponticia e
dellepiscopio brindisino interessato ad ampliare i propri
poteri signorili sul territorio. Ma se lattendibilit del
documento pu non essere discussa e esso dovette sicu-
ramente costituire un precedente importante sul quale
fondare le prerogative istituzionali e le rivendicazioni
successive nei confronti della corona, altro oggi va-
78
Victor Rivera Magos
lutarne la effettiva immediata attuazione. Per fare que-
sto va considerato attentamente quanto nel decreto di
Lucio III, a conferma e ampliamento dei precedenti di
Alessandro III, si stabilisce.
Come detto il pontece non sembra attribuire alla
cattedra arcivescovile brindisina una vera e propria si-
gnoria sulle localit menzionate; tuttaltro, egli ne stabi-
lisce le prerogative: il diritto alla quarta parte delle en-
trate sui defunti e la decima parte sui proventi del porto
di Brindisi. In secondo luogo viene ribadita lautorit
dellarcivescovo sui chierici e sui loro beni mobili e im-
mobili e la piena potest su di essi. Inne vengono spe-
cicati i beneci concernenti lautorit religiosa dellar-
civescovo e luso del Pallio nelle funzioni liturgiche pi
importanti
45
. Si tratta dunque di poteri pubblici limitati
esclusivamente allesercizio delle funzioni ecclesiastiche
e ai diritti scali sui tradizionali cespiti concernenti le
entrate in benecio della chiesa brindisina.
Per ci che invece concerne le preogative diret-
te attribuibili allarcivescovo, esse riguardano esclusiva-
mente alcune imprecisate possessiones e bona nei
territori menzionati e, pienamente, solo i diritti su al-
cune chiese particolari ascrivibili direttamente nelle di-
pendenze della cattedra brindisina. Tra queste labbazia
benedettina di SantAnna in villa Cilie, sulla quale gi
Rosario Iurlaro si era spinto, seppure brevemente, in una
valutazione netta e condivisibile
46
. Non dunque sulla in-
tera villa Cilie, che invece deve essere considerata, in
mancanza di un riscontro contrario diretto, gi passata al
demanio regio insieme al territorio oritano, come sem-
bra attestato dal 1130
47
o forse infeudata ad altri deles
normanno-svevi, sino a ritrovarla tra i beni afdati ai De
Matino in epoca manfredina
48
.
Ci che accade da quel momento in poi non si pu
conoscere con certezza a causa della particolare situa-
zione delle fonti coeve, non in grado di produrre dati
quantitativamente rilevanti e oggettivamente vericabi-
li
49
. Va tuttavia evidenziato lo smembramento del terri-
torio oritano avvenuto forse alla met del XIII secolo,
dal momento in cui il territorio cegliese ricompare tra
i beni strappati a Glicesio de Matino, glio di Gervasio
de Matino, potente feudatario
50
che gi il 17 novem-
bre 1268, manifestum proditorem, dopo essere stato
catturato a Otranto di ritorno dalle terre di Romania,
processato, condannato allespoliazione dei beni e alla
detenzione nel castello di Brindisi, in attesa dellimpic-
cagione da tenersi nella stessa citt
51
.
Questo passaggio, oltre a porci di fronte a un pro-
blema di smembramento e parcellizzazione del dema-
nio regio e di gestione degli equilibri politici in epoca
manfredina, potrebbe indurre ad aprire successivamente
anche un capitolo sulla ennesima distribuzione dei be-
neci legati ai patrimoni signorili avvenuta con il pas-
saggio del regno alla dinastia angioina, con limmediata
visibilit, in periodi di crisi del sistema, anche delle ten-
sioni generate dal riordino politico e istituzionale delle
pertinenze territoriali e della loro gestione amministra-
tiva e scale
52
.
Dalla seconda met del Duecento gli equilibri
istituzionali, ricomposti dopo la rivolta antiangioina
del 1268 a favore di un ceto militare in parte di origi-
ne transalpina, videro tra gli altri la concessione al mi-
les Tommaso de Bruer delle terre di Oria e Mesagne
nonostante, come viene precisato dal sovrano in alcu-
ni documenti seguenti, per quello che riguarda Oria la
concessione si limitasse alla terra Orie, excepta fore-
sta Regis
53
. La documentazione a nostra disposizione
evidenzia, da questo momento, sui territori di nostro
interesse, una serie di liti e cause tra signori e popolazio-
ni locali, tutte indistintamente riguardanti motivi legati
alluso delle acque, delle terre a pascolo e seminatorie o
incidendum ligna in foresta
54
. quanto avvenne anche
dopo la fondazione di Villanova Petrolla del 1277. Nel
1297 infatti il sovrano dovette intervenire per limitare
gli abusi degli ufciali dei territori di Ostuni, Carovi-
gno, Monopoli, Oria, Taranto e Ceglie de Gualdo nei
confronti dei privilegiati abitanti della neofondazione
55
.
Dunque, discutendo questa situazione e tornando
a riconsiderare leditto di Lucio III del 1183, evidente
che ci si trovi di fronte a un precedente che la diocesi
brindisina dovette tenere ben presente ancora nei secoli
successivi e che si sarebbe potuto utilizzare nelle even-
tuali rivendicazioni territoriali scaturite dalla confusio-
ne patrimoniale seguita alla ne della vicenda familiare
dei Pipino e allo smembramento e alla parcellizzazione
dei loro beni. In un momento, in sostanza, di grande
debolezza politica della corona e nuovamente di grande
confusione territoriale.
Va infatti sottolineato che, cos come nel documen-
to del 1183, anche nella vendita al Sanseverino del 1361
79
Dinamiche istituzionali, territorio e uomini a Ceglie de Gualdo tra XII e XIV secolo
ritroviamo il toponimo cegliese preceduto dal termine
villa. Tuttavia Ceglie de Gualdo nella documentazio-
ne pubblica che costituisce quasi interamente il mate-
riale documentario a nostra disposizione, e in parte di
quella diplomatica pi tarda e che senza alcun dubbio
inseriscono il territorio nelle disponibilit indirette della
corona, attraverso lassegnazione o revoca in capite della
terra cegliese, certamente sino al 1338
56
, sempre de-
nita come castillum, castrum, terra. Il termine villa risul-
ta utilizzato solamente nei due documenti della diocesi
brindisina. Il decreto di Lucio III del 1183, promulgato
dalla cancelleria ponticia, pu in questo senso consi-
derarsi di marginale problematicit, pur ribadendo che
esso accertava soltanto la dipendenza diretta della chiesa
di SantAnna e non dellintera villa di Ceglie e eviden-
ziando ancora che di esso non ci pervenuto loriginale.
La dipendenza della chiesa di SantAnna dallarci-
vescovo di Brinsisi testimoniata anche in una vicenda
del 1356 quando sempre il titolare della cattedra brin-
disina, lattivissimo Pino Giso, destituisce Margarito de
Aquila, abate del Monastero di Santa Maria della Croce
oggi a San Pancrazio Salentino, il quale aveva concesso
il monastero di SantAnna di Ceglie allabate Giacomo,
di rito latino, invece che a un presule di rito greco come
normalmente avveniva
57
. Non sembra il caso di soffer-
marsi su considerazioni nel merito delle questioni ec-
clesiastiche che tuttavia, anche in questo caso, appaiono
oscure a causa della deperdita del documento origina-
le
58
. tuttavia utile notare la fortissima attivit dellar-
civescovo Giso sul territorio, testimoniata da diversi atti
prodotti, negli anni del suo vescovado brindisino cor-
rispondenti al periodo che va dal 1352 al 1378. Inoltre,
per quel che riguarda Ceglie de Gualdo, anche questat-
to testimonia un diretto interesse della diocesi brindisina
sulla terra in questione
59
.
Nel documento del 1361, inne, luso del termine
villa per denire la terra di Ceglie de Gualdo, seppure
coerente con la terminologia degli atti ecclesiastici n
qui incontrati, sembra parziale e discutibile. E, daltron-
de, il toponimo in una prima occasione terra seu villa
Cilii de Gualdo; in un secondo momento e denitiva-
mente diventa terra Cilii
60
.
Non possibile affermare in che modo la terra di
Ceglie de Gualdo sia potuta entrare nelle dipendenze
dellarcivescovo di Brindisi dopo la ne del possesso dei
Pipino. Ma, anche accettando che dopo la morte di Gio-
vanna dAltamura i beni feudali siano stati mantenuti
dal glio Pietro, ci si troverebbe comunque di fronte ad
un vuoto documentario di circa dieci anni (dal 1352 al
1361) a privarci di informazioni essenziali.
Si pu tuttavia ipotizzare che, alla ne del lungo pe-
riodo di guerra nella regione, i beni dei Pipino, occupati
ipsa propria auctoritate
61
da alcune famiglie in forte
ascesa, i Sanseverino e i Del Balzo, e nel 1343 riassegnati
in parte e forse solo giuridicamente alla contessa Gio-
vanna dAltamura-Pipino, siano stati successivamente
revocati dalla corona e forse riassegnati. La regina stessa,
comera avvenuto anche in precedenza, dovette prov-
vedere a sanare le rivendicazioni territoriali pendenti e
ad attribuire nuovi privilegi considerando attentamente
i nuovi equilibri politici e militari derivati da un lungo
periodo di crisi.
Potrebbe essere dunque proprio nellarco di tempo
che va dalle ultime attestazioni documentarie che lega-
no anche debolmente Ceglie de Gualdo ai Pipino, tra il
1338 e il 1343, e il nostro documento del 1361, che sul
territorio cegliese, dopo intricate vicende istituzionali,
occupazioni manu militari e forse interventi diretti da
parte di una corona sempre pi debole, si siano inseri-
te le rivendicazioni dellarcivescovo di Brindisi e forse
lassegnazione della terra di Ceglie allo stesso. Si pu
pensare che in quel periodo larcivescovo appena inse-
diato Pino Giso, attivissimo nella gestione patrimoniale
delle proprie dipendenze e di grande inuenza presso i
principi di Taranto, sia riuscito a recuperare la memoria
del decreto di Lucio III per fondare le proprie richieste,
forse favorito dagli stessi Principi di Taranto. possi-
bile ipotizzare anche che abbia provveduto a governa-
re il territorio cegliese e a sfruttarne le caratteristiche
agro-silvo-pastorali, no al patto di vendita a Francesco
Sanseverino, interessato a rafforzare il proprio potere
politico attraverso la graduale e sempre pi ampia ac-
quisizione di beni feudali un tempo gestiti direttamen-
te dalla corona e probabilmente direttamente occupati
dalla sua famiglia, insieme ad altre grandi famiglie locali,
durante la belligeranza con i Pipino e la confusione da
essa scaturita.
Tutto questo appare ancora oggi da vericare e solo
uno studio accurato della questione, di per s interessante
per la sua complessit, potr in futuro proporre dati certi.
80
Victor Rivera Magos
Note
1. LAccardo dominus Accardo II attestato dal 1133 come domi-
nator Licii nella donazione del casale di Cisterno al monastero
di San Giovanni Evangelista a Lecce (Le pergamene di San Gio-
vanni Evangelista in Lecce, a cura di M. Pastore, [Monumenti
I], Lecce 1970, n. I, pp. 1-3; la stessa formula ricompare nella
donazione del casale di Dracone alla stessa chiesa nel 1137,
su cui ivi, n. IV, pp. 10-11). Si veda anche ivi, n. VII, dicem-
bre 1152, pp. 16-19 (ma 1151 su cui H. Houben, Istituzioni
ecclesiastiche e vita religiosa, in Storia di Lecce. Dai Bizantini agli
Aragonesi, a cura di B. Vetere, pref. di C. D. Fonseca, Laterza,
Roma-Bari 1993, pp. 395-417, p. 402; C. D. Poso, Il Salento
Normanno. Territorio, istituzioni, societ, Congedo, Galatina 1988,
pp. 52-54). Inoltre B. Vetere, Civitas e Urbs. Dalla rifonda-
zione normanna al primato del Quattrocento, in Storia di Lecce cit.,
pp. 55-195; P. De Leo, Tancredi conte di Lecce, in Tancredi Conte
di Lecce e Re di Sicilia, Atti del Convegno internazionale di
studio, Lecce, 19-21 febbraio 1998, a cura di H. Houben e B.
Vetere, Congedo, Galatina 2003, pp. 65-72, pp. 66-67; A. Fra-
scadore, Le badesse del monastero di San Giovanni Evangelista di
Lecce attraverso la documentazione degli anni 1133-1525, in ivi,
pp. 233-286, pp. 245-249.
2. Il libro rosso della citt di Ostuni. Codice diplomatico compilato nel
MDCIX da Pietro Vincenti, a cura di L. Pepe, Valle di Pompei
1988; G. Guerrieri, Un diploma di Goffredo I Conte di Lecce, in
Numero unico per le Feste del Gonfalone di Lecce nel giugno 1896,
a cura di G. Doria, Lecce 1896, pp. 31-34. P. F. Palumbo, I do-
cumenti della storia medievale di Ostuni, Centro di studi salentini,
[Monumenti 3], Fasano 1997, pp. 16-17.
3. F. Magistrale, Ceglie Messapico (Brindisi). La pi antica docu-
mentazione scritta, in De litteris, manuscriptis, inscritionibus. Fest-
schrift zum 65. Geburstag von Walter Koch, herausg. von T. Kl-
zer, F.-A. Bornschlegel, Ch. Friedel, G. Vogeler, Bhlau Verlag,
Wien-Kln-Weimar 2007, pp. 79-88.
4. Si veda, su questo, lintervento di P. Cordasco, Ceglie Mes-
sapica e i suoi documenti, in questo stesso volume. Inoltre F.
Magistrale, Ceglie cit.
5. Biblioteca Diocesana A. De Leo Brindisi, AN/1, doc. n.
7, 14 maggio, Ind. XIV [1361, Brindisi].
6. I registri della cancelleria angioina ricostruiti da R. Filangieri con la
collaborazione degli archivisti napoletani (dora in poi RA), XLIX
voll., Accademia Pontaniana, Napoli 1950-in corso, I (1265-
1269), a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, n. 261, 28 gennaio
1269, p. 254; ivi, V, n. 148, 18 giugno 1270, p. 33, dove riceve
il castrum Motule. Sullorigine borgognona della famiglia
de Toucy, vd. J.-M. Martin, Lancienne et la nouvelle aristocratie
fodale, in Le eredit normanno-sveve nellet angioina. Persistenze
e mutamenti nel Mezzogiorno, Atti delle quindicesime giornate
normanno-sveve, Bari, 22-25 ottobre 2002, a cura di G. Mu-
sca, Dedalo, Bari 2004, pp. 101-135, p. 115.
7. RA, X (1272-1273), a cura di R. Filangieri, Napoli 1957, n.
89, 3 aprile 1273, p. 23. Stando ad un mandato del re a lui in-
dirizzato riguardante una somma di 400 once che Anselin de
Toucy avrebbe dovuto versare nelle casse dellerario, lo stesso
Anselin a cavallo del 1 aprile 1273 risulta alla cancelleria an-
gioina ancora vivo. La morte dunque si potrebbe collocare
nei tre giorni tra il 1 e il 3 aprile 1273 (ivi, X, n. 105, 1 aprile
1273, p. 235; inoltre ivi, IX (1272-1273), a cura di R. Filan-
gieri, Napoli 1957, n. 304, settembre 1272, p. 267).
8. Ivi, IX, n. 173, 23 gennaio 1273, p. 51.
9. Ivi, XIV (1275-1277), a cura di J. Mazzoleni, Napoli 1961, n.
388, 1277, p. 230 dove Narjon succedit a Philippe in Mo-
tula, Cilia, Soleto, Sancto Petro in Galatina, que bona fuerunt
Eligesii de Martino (sic) proditoris nostris.
10. Ivi, XLVI (1276-1294), a cura di M. Cubellis, Napoli 2002, n.
600, 1294, p. 140.
11. Notatur nobili Lucie principisse Antiocie uxori quondam
nobilis Narzonis de Tussiaco militis regni Sicilie ammirati,
consanguinei nostri, provisio pro dodario sibi constituto su-
per bonis dicti ammirati in regno Francie et Sicilie et conve-
nit cum Odone de Duxiaco, milite, regni Sicilie magistro iu-
stitiario, frate et herede dicti Nardonis, et fuerunt ac assignata
castra ciliaria de Gualdo et Soleti et baroniam Serranicam,
exceptis casalibus possessis per Iohannem de Pertis et Raynal-
dum de Bonavilla milites, casalibus provisio pro assecuratione
vassallorum (Ivi, XLVI, n. 603, 1294, pp. 140-141).
12. Si veda, oltre a ibidem, anche il sollecito da parte di Lucia
di Antiochia in Ivi, XLVII (1268-1294), a cura di R. Pilone,
Napoli 2003, n. 203, 6 maggio 1294, p. 58. Questo forse uno
dei risultati di quanto sancito dalle nuove Constitutiones super
ordinatione Regni Sicilie, promulgate da papa Onorio IV il 17
settembre 1285 durante la reggenza del regno a causa della
prigionia di Carlo II dAngi, nelle quali, tra le altre cose, era
stato affermato il diritto dellautorit regia nella assegnazione
delleredit di beni feudali al parente pi prossimo in caso di
minorit del legittimo successore (su queste cose vd. Martin,
Lancienne cit.)..
13. Codice diplomatico dei saraceni di Lucera (dora in poi CDS), a
cura di P. Egidi, Stabilimento Tipograco L. Pierro & glio,
Napoli 1917, n. 324, 8 settembre 1300, pp. 132-136.
14. Sul Pipino vd. R. Caggese, Giovanni Pipino, conte di Altamu-
ra, in Studi di storia napoletana in onore di Michelangelo Schi-
pa, Napoli 1926; Idem, Roberto dAngi e i suoi tempi, 2 voll.,
Bemporad, Firenze, 1922; S. Loffredo, Storia della citt di
Barletta con corredo di documenti, voll. 2, Vecchi, Trani 1893
(rist. an. Bologna, Forni, 1987); P. Egidi, La colonia saracena
di Lucera e la sua distruzione, in Archivio Storico per le Pro-
vince napoletane, XXXVI (1911, pp. 587-694; XXXVII
(1912), pp. 71-89 e 664-696; XXXVIII (1913), pp. 115-
144 e 681-707; XXXIX (1914), pp. 132-171 e 697-766.
15. CDS n. 324, p. 133. Si veda anche ivi, n. 410, 10 novembre
1300, pp. 193-194, in cui il sovrano ingiunge a Pietro Della
Marra, giustiziere di Capitanata, di solvere 100 once doro a
Giovanni Pipino dai proventi della tassazione di Troia e Lu-
cera. E la comunicazione ufciale in ivi, n. 411, 10 novembre
1300, p. 194. Su questa questione parte della storiograa lo-
cale ha compiuto diversi errori di interpretazione. Il Magno,
81
Dinamiche istituzionali, territorio e uomini a Ceglie de Gualdo tra XII e XIV secolo
che riprende questo documento, attribuisce la paternit del
mandato a Philippe de Toucy, addirittura affermando che,
poich, come abbiamo visto, alla sua morte non aveva eredi,
don lintero feudo di Ceglie alla Curia Vescovile di Brindi-
si (G. Magno, Storia di Ceglie Messapica, Schena, Fasano 1967,
pp. 86-87). Questo passaggio non tuttavia supportato da
alcun documento. Ma lerrore del Magno sta principalmente
nel non riconoscere, nel testo di questo lunghissimo docu-
mento, il percorso che attraverso la revoca dei beni attuata
da Carlo II, secondo le chiarissime norme vigenti nel regno,
giunge allassegnazione di parte degli stessi ad unaltra fami-
glia cavalleresca di recente ascesa, quella appunto dei Pipino.
Qualsiasi riferimento alla diocesi di Brindisi nel documento
assente. C poi un secondo errore che va dichiarato. Secon-
do lElia addirittura nel 1273 che, dopo un passaggio alla
corona delle terre dei de Toucy, il re (evidentemente Carlo I,
dunque) avrebbe donato Ceglie a Giovanni Pipino (P. Elia,
Ceglie Messapica. La Storia (dalle origini ai giorni nostri). Nuova
edizione aggiornata, ampliata, riveduta e corretta, Ceglie Messa-
pica 2004, pp. 30-31, pubblicata in dispense su http://www.
ideanews.it/antologia/indice.htm). Ma anche questa una
teoria che non poggia su alcuna base documentaria. Va poi
aggiunto che Giovanni Pipino compare per la prima volta
nella documentazione barlettana solo nel 1287 (Codice Di-
plomatico barlettano, I, ed. di S. Santeramo, Barletta 1924,
n. 48, 10 novembre 1287, pp. 140-142) quando egli gi iu-
dex e tuttavia non ha ancora cinto il cingolo di cavaliere, cosa
che avverr nel 1290 (P. Egidi, La colonia cit., p. 136). Deve
ancora sostanzialmente cominciare la sua ascesa che, seppure
rapidissima, non giustica in alcun modo lattribuzione di un
feudo ad un uomo che non ancora miles n che ha rivestito
cariche pubbliche di rilievo. Su questa tematica e esclusiva-
mente per quanto concerne let angioina mi permetto di
rimandare sinteticamente a S. Pollastri, Laristocratie napoli-
taine au temps des Angevins, in Les princes angevins du XIIIe au
XVe sicle. Un destin europen, Actes des journes dtude des
15 et 16 juin 2001 organises par lUniversit dAngers et les
Archives dpartementales de Maine-et-Loire, Rennes, Presses
Universitaires de Rennes, 2003, pp. 318, pp. 155-181.
16. Nunc autem tertiam per Iohannem ipsum (Pipino) dictam
tertiam partem castri Soleti in manibus nostre Curie resigna-
ta, non castrum Balbani, situm in provincia Principatus, quod
per obitum Margarite de Chimili, mulieris, absque legitimis
heredibus est ad manus nostre Curie rationabiliter devolutum,
[] cum hominibus, vassallis etc in excambium dicte tertie
partis castri Soleti, pro prescripto valore annuo uncie auris
XX, damus [] (ivi, n. 626, 18-25 ottobre 1301, p. 302).
17. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, II, Napoli 1860, p. 162. In
quelloccasione si fa anche menzione del passaggio delle citt
di Muro e di Isernia a Oddone de Toucy (ibidem).
18. A. Kiesewetter, Problemi della signoria di Raimondo Del Balzo
Orsini in Puglia (1385-1406), in Dal Giglio allOrso. I Principi
dAngi e Orsini del Balzo nel Salento, a cura di A. Cassiano e
B. Vetere, Congedo, Galatina 2006, pp. 37-89, in particolare
pp. 58-60. Si deve dunque concordare con Kiesewetter sulla
erroneit delle attestazioni di E. G. Lonard, Histoire de Je-
anne I
re
reine de Naples, comtesse de Provence (1343-1382), voll.
3, Monaco 1932-1937, I, p. 31, e di J. Gbbels, Del Balzo,
Raimondo, in Dizionario Biograco delgi Italiani, vol. 36, Istituto
Enciclopedia Italiana, Roma 1988, pp. 320-326, secondo le
quali la contea di Soleto sarebbe stata donata da Carlo I, in
concomitanza con la sua discesa nel regno a Ugo Del Balzo,
il quale aveva sposato Iacopa Della Marra e dal quale sarebbe
nato quel Raimondo Del Balzo che poi avrebbe dato il via
alle sorti della famiglia nel meridione. La data apparentemen-
te identicativa di questo passaggio secondo il Leonard e il
Gbbels quella del 1304. tuttavia questa una notizia per lo
meno confusa se, come abbiamo visto, le fonti a nostra dispo-
sizione indicano il feudo di Soleto almeno sino al 1300 salda-
mente nelle mani dei De Toucy e solo dal 1308 nelle mani dei
Del Balzo. Inoltre va sottolineato, riprendendo Kiesewetter,
che i primi documenti che ci attestino una contea a Soleto
sono databili non prima del 8 agosto 1351 (Kiesewetter, Pro-
blemi cit., pp. 62-63, n. 104).
19. Sulla vicenda su tutti vd. Caggese, Giovanni Pipino cit.
20. I quattro erano gli di Niccol Pipino e di Giovanna dAlta-
mura (Camera, Annali cit., II, p. 447).
21. Sul rogo si veda S. Palmieri, Napoli, settembre 1943, in Studi
in memoria di E. Lepore, Atti del convegno di internazionale,
Anacapri, 24-28 marzo 1991, a cura di C. Montepaone, Lu-
ciano editore, Napoli 1996, pp. 263-79 ora in Idem, Degli ar-
chivi napoletani. Storia e tradizione, Il Mulino, Bologna 2002, pp.
257-292; Idem, Archivio di Stato di Napoli: distruzioni durante la
seconda guerra mondiale e successiva ricostruzione, in Archivum,
42 (1996), pp. 239-253; R. Filangieri, Larchivio di stato di
Napoli durante la seconda guerra mondiale, a cura di S. Palmieri,
LArte Tipograca, Napoli 1996.
22. Il Pipino fu Signore di Cerignola, di Minervino (comprata
nel 1309 da Agnese de Dornay) e di Rodi (oggi Rodi Gar-
ganica); di Pretore in Abruzzo; di Cirigliano, Picerno, Vignola,
Balvano, Rapone, Castelgrande, Accettura, Balbano, Castel-
mezzano, Bellotto e Trifoglio in Basilicata; di Roccascagliosa in
Principato Citra; di Castrignano, Maglie e Supersano e Ceglie
de Gualdo (che il Camera, Annali cit., II, p. 447, n. 4, errone-
amente colloca in Terra di Bari) in Terra dOtranto.
23. Ivi, II, p. 150. Va tuttavia evidenziato che la situazione patri-
moniale del Pipino a questa data piuttosto complessa. Inol-
tre, in mancanza del toponimo identicativo de Gualdo sinora
sempre presente nella documentazione pubblica, si potrebbe
essere molto cauti nellaffermare senza dubbi che si tratti della
nostra Ceglie piuttosto che del casale di Ceglie presso Bari,
anchesso nelle mani della famiglia Pipino-Altamura (V. Ti-
relli, La universitas hominum Altamure dalla sua costituzione
alla morte di Roberto dAngi, in Archivio Storico Pugliese,
IX (1956), pp. 51-144, p. 123), nonostante il riferimento ad
un castrum potrebbe spingere verso la prima ipotesi. Per quel
che concerne lanalisi del toponimo e il suo utilizzo per iden-
ticare il luogo in questione vd. Magistrale, Ceglie cit., p. 88.
82
Victor Rivera Magos
24. Camera, Annali cit., II, p. 447.
25. Codice Diplomatico Barese (dora in poi CDB), XII,
Le carte di Altamura (1232-1502), a cura di A. Gian-
nuzzi, Bari, 1935, n. 177, 15 maggio 1338, p. 303.
26. Su Gasso de Denicy si veda S. Ammirato, Delle famiglie nobili
napoletane, voll. 2, Firenze 1580 (rist. an. Bologna 1973), I, p.
197. Inoltre G. Valente, Feudalesimo e feudatari in sette secoli di
storia di un comune pugliese (Terlizzi 1073-1779), III, Periodo
angioino (1266-1435), intr. di G. Liberati, Molfetta 1985.
27. Sulle clausule del matrimonio tra Niccol Pipino e Gio-
vannella dAltamura si veda CDB, XII, Le carte di Altamura
(1232-1502), a cura di A. Giannuzzi, Bari, 1935, n. 77, 4 set-
tembre 1298, pp. 75-76. In precedenza a Giovanella era stata
assegnata in dote dai suoi tutori la terra di Vico, presso Sor-
rento (CDB, XII, n. 73, 3 settembre 1296, pp. 71-72). Sulle
consuetudini barlettane Loffredo, Storia cit. Sulla annosa e
ancora irrisolta analisi della questione Pipino rimando agli
studi di Caggese, Giovanni Pipino cit.; Idem, Roberto dAngi
cit. Sulla vicenda successoria cegliese la storiograa locale
forse stata indotta in errore da un ulteriore documento,
riportato ancora dal Camera il quale, nellenumerare la si-
tuazione dei feudi della famiglia barlettana immediatamente
dopo la notissima rivolta dei fratelli ribelli prima della morte
di Roberto dAngi, sostenne che le terre di Cervaro, di
Gualdo e di Pescarola in Terra di Lavoro, gi assegnate ai
Pipino per lannuo valore di 40 once, furon vendute a Bar-
tolomeo Brancaccio arcivescovo di Trani, vicecancelliere del
regno, che comperolle per s e per i suoi fratelli, Tommaso e
Guglielmo (Camera, Annali cit., p. 450). chiarissimo che
qui il Camera si riferisca a tre territori diversi compresi nella
provincia di Terra di Lavoro e dunque di per s il toponi-
mo gualdo non risolutivo per accettare indiscriminata-
mente che si tratti di Ceglie Messapica.
28. CDB, XII, n. 167, 23 febbraio 1332, pp. 292-293. V. Tirelli,
Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alla met del sec.
XIV: Giovanni Pipino, Palatino di Altamura, Conte di Minervino,
in Archivio Storico Pugliese, Fasc. I-IV (1958), pp. 108-159,
p. 114. La contesa sul possesso dei beni dotali di Caterina, tra
Giovanna dAltamura e Simone di Sangro, dovette tuttavia
continuare ancora. Si veda quanto accade nel 1334 in CDB,
XII, n. 170, 4 aprile 1334, p. 299. E i precedenti in CDB,
XXXIV, Le pergamene della Cattedrale di Altamura (1309-1381),
a cura di P. Cordasco, Bari 1994, n. 40, 19 agosto 1331, pp.
85-87 e n. 41, 18 settembre 1331, pp. 87-89. Inoltre Tirelli,
La universitas cit., pp. 129-130.
29. C. Minieri Riccio, Genealogia di Carlo II dAngi re di Na-
poli, in Archivio Storico per le Province Napoletane, VIII
(1883), p. 383, secondo il quale leditto di consca datato 3
giugno 1341.
30. Camera, Annali cit., II, p. 449, che data leditto al 1339. Sem-
pre il Minieri Riccio tuttavia cita un altro editto datato 12
ottobre 1339, secondo il quale nessun Conte, Barone, possa
pi abitare o tenere beni stabili, mobili, semoventi a Lucera,
eccetto Pietro Pipino Conte di Vico per il suo ufcio di Co-
nestabile della stessa citt di Santa Maria (Minieri Riccio,
Genealogia cit., pp. 214-215).
31. CDB, XII, n. 190, 23 settembre 1343, p. 313-314. Vd. Anche
Tirelli, La universitas cit., pp. 131.
32. Loffredo, Storia cit., I, p. 348.
33. Domenico da Gravina, Chronicon de rebus Apulia gestis, in
Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori, Na-
poli, Anfossi, 1890.
34. Giso fu vescovo della diocesi di Brindisi-Oria dal 1352 al
1378 (Cronotassi, iconograa e araldica dellepiscopato pugliese, a
cura di C. DellAquila, Bari 1984, p. 138).
35. Biblioteca Diocesana A. De Leo Brindisi, AN/1, doc. 7,
14 maggio, Ind. XIV [1361, Brindisi]. Si veda inoltre linter-
vento di P. Cordasco, Ceglie Messapica e i suoi documenti, in
questo stesso volume.
36. La trascrizione in P. Elia, Ceglie Messapica cit., il quale ripor-
ta la seguente collocazione: Biblioteca Capitolare Duomo
di Brindisi, A. De Leo, Atto notarile n. 55, fasc. 24, oggi
modicata secondo quanto riportato alla nota precedente.
37. Elia, Ceglie Messapica cit., pp. 30-31.
38. Va inoltre evidenziato che la titolatura del Vescovo Pino Giso
di Brindisi, cos come proposta nel nostro documento, non
appare incoerente rispetto a quanto riportato in altri docu-
menti coevi datati 1362 e 1363 e la stessa scrittura con la qua-
le latto vergato appare coerente con le tipologie grache
in uso nel secolo XIV. Si veda CDBr, II, n. 74, 24 aprile 1362,
pp. 184-189, dove un atto di locazione in favore del vescovo
di Brindisi la dicitura la seguente: in presencia reverendi in
Christo Patris Domini fratris Pini Magistri in theologia Dei
et Apostolice sedis gracia Archiepiscopi brundusini et hori-
tani. Ancora in ivi, n. 77, 29 novembre 1363, pp. 195-196:
frater Pinus magister in sacra pagina miseracione divina Ar-
chiepiscopus brundusinus et horitanus; ivi, n. 78, 3 gennaio
1363, pp. 197-200: reverendo in Christo Patri Domino fratri
Pino Archiepiscopo brundusino et horitano magistro in sacra
pagina consiliario et cappellano nostro dilecto. E in un atto
rogato nello stesso giorno da Filippo di Taranto, nel quale
Pino viene nominato logoteta: reverendus in Christo pater
dominus Pinus Dei gracia archiepiscopus brundusinus sacre
theologie doctor dilectus imperialis fraternus et noster col-
lateralis et consiliarius cui segue latto di nomina a logoteta
(ivi, n. 79, 3 gennaio 1363, p. 201).
39. C. D. Poso, Il Salento cit., pp. 69-77, in part. pp. 76-77, nono-
stante egli stesso poi si smentisca e affermi il contrario (ivi, p.
202). Ma a conferma si veda anche H. Houben, I benedettini e
la latinizzazione della Terra dOtranto, in Ad Ovest di Bisanzio. Il
Salento medievale, Atti del seminario di studio, Martano 29-30
aprile 1988, a cura di B. Vetere, Congedo, Galatina 1990, p. 98.
40. Codice Diplomatico Brindisino, I, n. 21, 2 gennaio 1182
(ma 1183), pp. 40-42; inoltre Poso, Il Salento cit., p. 154; su cui
cfr. Magistrale, Ceglie cit., pp. 85-86.
41. Poso, Il Salento cit., p. 77, n. 138.
42. [] sancimus ut ipsam Brundusii Civitatem, Oriam, Ostu-
nium, Carvinium et omnes villas locorum ipsorum et Misa-
83
Dinamiche istituzionali, territorio e uomini a Ceglie de Gualdo tra XII e XIV secolo
nium tam tu quam successores tui episcopali deinceps jure
disponere ac possidere in perpetuum debeatis. Preterea qua-
scumque possessiones quecumque bona eadem Ecclesia in
presentiarum juste et canonice possidet aut in futurum con-
cessione Ponticum largitione Regum vel Principum obla-
tione delium seu aliis justis modis prestante Domino poterit
adpisci rma tibi tuisque successoribus et illibata permaneant.
In quibus hec propriis duximus exprimenda vocabulis Villam
Sancti Donaci, Villam Sancti Pancratii, Villam Calonis, Villani
pazzani, Villam Cilie, Suburbium Sancti Cataldi ante Oriam
et omnes ecclesias ipsarum villarum et ceterorum locorum
tam grecas quam latinas tui episcopatui [] (CDBr, I, n. 21,
2 gennaio 1182 (ma 1183), p. 40-41).
43. CDBr, I, n. 18, 1171, pp. 33-35; ivi, I, n. 19, 1173, pp. 35-37.
Inoltre R. Alaggio, Brindisi medievale. Natura, Santi e Sovrani in
una citt di frontiera, Editoriale Scientica, Napoli 2009, p. 27.
44. Alaggio, Brindisi cit., p. 27.
45. CDBr, I, n. 21, 2 gennaio 1182 (ma 1183), p. 40-41.
46. R. Iurlaro, Ceglie Messapico (BR). S. Anna, in Monasticon Ita-
liae, III, Puglia e Basilicata, a cura di G. Lunardi, H. Houben,
G. Spinelli, pres. C. D. Fonseca, Centro Benedettino Italiano,
Cesena 1986, n. 96, p. 49.
47. Durante la ribellione del conte di Oria, Roberto di Riccar-
do attestato dal 1087 a Boemondo I nel 1091, Oria fu
afdata allo stratega Goffredo di Blois, funzionario dello stes-
so Boemondo. Dunque la citt e il suo territorio entrarono
direttamente nei possessi pugliesi del conte di Conversano
comprendenti anche Taranto, Gallipoli e Otranto (Poso, Il
Salento cit., pp. 69-71; inoltre R. Licinio, Castelli Medievali.
Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo I dAngi,
pref. di G. Musca, Dedalo, Bari 1994, p. 78). Questa situazione
appare sanata nel 1097 quando Goffredo di Conversano, oltre
alla contea omonima che detiene almeno dal 1072 appare
anche come conte di Brindisi e Nard (Poso, Il Salento cit.,
pp. 72-73). Brindisi rest nella sfera di dipendenza dei conti
di Conversano sino al 1132, quando Ruggero II, compran-
dola per 20 schifati dal ribelle Tancredi di Conversano, la rese
demaniale. Di solo due anni prima sembra il passaggio al de-
manio regio di Oria (F. Chalandon, Histoire de la domination
normande en Italie et en Sicilie, voll. 2, Paris 1907, II, p. 55).
48. In tale situazione giuridica Oria sembra permanere stando
a quanto conosciamo dalle carte di epoca tardo normanna e
federiciana, a cominciare dal conosciutissimo Statutum de re-
paratione castrorum. Lo Statutum edito in E. Sthamer, Lammi-
nistrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo
I dAngi, a cura di H. Houben, (tit. orig. Die Verwaltung der
Kastelle im Knigreich Sizilien unter Kaiser Friedrich II. und Karl
I. von Anjou, Leipzig, 1914), trad. di F. Panarelli, Bari, Adda,
1995.
49. Un ulteriore, debole, sostegno ci viene da un diploma di re
Tancredi del 1193, nel quale lultimo sovrano normanno
conferma tutti i diritti precedentemente concessi allammi-
nistratore montenegrino del monastero di San Benedetto di
Conversano, Nicola vescovo di Ultschinj, tra i quali quello
riguardante il pascolo libero nei territori di Ceglie e di altri
centri pugliesi (Tancredi et Willelmi regum diplomata, in Codex
Diplomaticus regni Sicilie, serie I, Diplomata regum et principum
e gente Normannorum, V, a cura di H. Zielinski, Kln-Wien,
1982, n. 34).
50. Licinio, Castelli cit., p. 201. Sui due si veda anche Acta Imperii
inedita speculi XIII et XIV. Urkunden und Briefe zur Geschichte des
Kaiserreichs und des Knigreichs Sizilien, herausgegeben von E.
Winkelmann, Band I, In den Jahren 1198 bis 1273, (Neudruck
der Ausgabe, Innsbruck 1880) Scientia, Innsbruck 1964, n.
752, 1273, pp. 593-594; ivi, Band II, In den Jahren 1200 bis
1400, (Neudruck der Ausgabe, Innsbruck, 1885), Scientia,
Innsbruck 1964, n. 1044, 25 marzo 1255, pp. 276-279.
51. RA, I, n. 257, 17 novembre 1268, pp. 252-253; Licinio, Ca-
stelli cit., pp. 198-199. Inoltre M. Pastore Doria, Fonti per
la storia di Puglia. Regesti del Libri Rossi e delle Pergamene di
Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza, in Studi di storia
pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, voll. 2, Congedo, Ga-
latina 1973, II, n. 3, 16 novembre 1268, p. 174. I de Matino
furono una delle famiglie pi vicine allentourage di Manfredi
di Svevia e dei suoi pi dati alleati, i Lancia e tra i capi in
Puglia della rivolta antiangioina seguita alla discesa nel regno
di Corradino di Svevia. Lo si deduce, tra le altre cose, da un
documento del 1269 nel quale Stefanus de Comito Melo
de Monopoli viene assolto dallaccusa di aver ucciso un tale
Bonostruvi e i suoi seguaci durante la rivolta di Monopoli e
per aver fatto deviare civitatem Monopolim a de regia et
a Glicesio de Matino pro parte quondam Conradini jurare.
Sembra che le responsabilit di Glicerio fossero abbastan-
za chiare sia al giustiziere di Terra dOtranto che al sovrano
(RA, II (1265-1281), a cura di R. Filangieri, Napoli 1951, n.
325, 29 maggio 1269, p. 89). Sappiamo inoltre che Gervasio
de Matino aveva posseduto delle vigne a Oria (ivi, V (1266-
1272), a cura di R. Filangieri, Napoli 1953, n. 1881, 1271, pp.
345-373). Gli interessi dei de Matino a Oria dovettero essere
compositi se ancora nel 1274 si ricorda in un mandato del re
al giustiziere di Terra dOtranto che al tempo della rivolta di
Corradino i seguaces Glicesii de Matina proditoris diruerint
in civitate Horie domos Constantie, moglie di Pietro de An-
got, Vice Maresciallo del Regno. In quelloccasione il sovrano
ordin che i proditores risarcissero Costanza dei danni inferti
(ivi, XI (1273-1277), a cura di R. Filangieri, Napoli 1958, n.
225, 10 marzo 1274, p. 72). E tuttavia solo dieci anni dopo
quegli stessi beni vengono revocati da Carlo II e assegnati a
Ildebrandino Acquarelli di Firenze, una delle gure di spicco
del panorama mercantile toscano che aveva nanziato la con-
quista del regno e che, sul territorio, si era stabilito a Barletta
sin dal 1269 (ivi, XXVIII (1285-1286), a cura di J. Mazzoleni,
Napoli 1969, n. 16, 1285, p. 75). Sui de Matino si veda inol-
tre E. Pispisa, Il regno di re Manfredi. Proposte di interpretazione,
Sicania, Messina 1991. Su Ildebrandino e la colonia orenti-
na a Barletta mi permetto di rimandare a V. Rivera Magos,
Una colonia nel Regno angioino di Napoli. La comunit toscana a
Barletta tra 1266 e 1345. Presenze e inuenze in un rapporto di
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Victor Rivera Magos
lungo periodo, pref. di D. Balestracci, C.R.S.E.C., Barletta 2005,
pp. 159; Idem, La chiave de tutta la Puglia. Presenze straniere,
attivit commerciali e interessi mediterranei a Manfredonia, agriporto
di Capitanata (secoli XIII-XVI), in Storia di Manfredonia, I, Il
Medioevo, a cura di R. Licinio, Edipuglia, Bari 2008, pp. 63-99.
52. Sinteticamente si veda G. Vitolo, Il Regno Angioino, in Sto-
ria del Mezzogiorno, a cura di G. Galasso e R. Romeo, IV-1,
Roma 1986, pp. 11-86.
53. La concessione in RA, III (1269-1270), a cura di R. Filan-
gieri, Napoli 1951, n. 458, 2 febbraio 1270, p. 186. Le retti-
che sono in ivi, III, n. 678, s.d. (ma 1270), p. 232; ivi, III, n. 750,
1270, p. 245; ivi, V, n. 266, 1270, p. 61. Oria viene conscata
a Manente, che perde anche il casale di Retilliano a favore di
Morello di Saurs.
54. Ivi, XI, n. 67, 29 ottobre 1273, pp. 21-22. Si tratta di un
mandato al Giustiziere di terra dOtranto nel quale si intima
agli uomini di Casalvetere, (in territorio oritano nei pressi
dellattuale Francavilla Fontana) di propriet della abbazia
della Santissima Trinit di Venosa, linibizione ad laboran-
dum et sumendum pascua ac incidendum ligna in foresta
[] terre Orie intrare. Il mandato risolutivo a favore di
Tommaso de Brueris, dominus Orie miles. Si veda tuttavia an-
che ivi, XVIII (1277-1278), a cura di J. Mazzoleni, Napoli
1964, n. 875, agosto 1278, p. 418, questa volta pro mona-
sterio Sancte Trinitatis de Venusio. Altre tensioni di questo
tipo in ivi, XLIII (1270-1293), a cura di M. Cubellis, Napoli
1996, n. 465, 1292, p. 89 (contro Odon de Sully dominum
Massafre molestantem territorium terre Motule); e inoltre
per lo stesso motivo ivi, XLIII, n. 509, 1293, p. 95, dove si
nominano il vescovo Giovanni di Rapolla, Guglielmo Della
Marra e il giudice Basilio di Bisceglie in qualit di giudici
sulla questione della connazione dei possessi di Narjaud de
Toucy e Odon de Sully, denita in ivi, XLIV (1269-1293),
prima parte, a cura di M. L. Storchi, Napoli 1998, n. 187,
agosto 1293, p. 202 gravis contentio. Ancora si veda la ri-
volta allo stesso Odon de Sully degli abitanti di Castellaneta
(ivi, XLVI, n. 605, 1294, p. 141).
55. Palumbo, I documenti cit., n. CI, 9 settembre 1297, p. 142,
al quale rimando anche per la completa visione della docu-
mentazione riguardante la fondazione della citt nei pressi di
Ostuni.
56. Camera, Annali cit., II, p. 447.
57. Acta Innocentii VI (1352-1362), ed. A. L. Tutu, in Ponticia
commissio ad redigendum codicem iusris canonici orientalis, Fontes, s.
III, vol. X, Citt del Vaticano 1961, pp. 176-177; inoltre Poso,
pp. 127-128.
58. Due casi simili per caratteristiche e contesto riguardarono il
tenimentum Montis Fusculi e il casale di San Pancrazio Salenti-
no, sui quali R. Alaggio, Brindisi cit., pp. 272-281.
59. Ibidem.
60. BDBr, AN/1, doc. n. 7, 14 maggio, Ind. XIV [1361, Brindisi]:
in terra seu villa Cilii de Gualdo; in dicta terre Cilii; dicte
terre Cilii. Sul signicato con il quale va inteso il termine
villa, pi che con il pieno signicato di casale (R. Alaggio,
Brindisi cit., p. 27), si deve concordare con F. Magistrale, Ce-
glie cit., p. 86, il quale, in riferimento allet normanna, so-
stiene possa trattarsi di una realt urbana piuttosto semplice,
tipica dei piccoli borghi medievali nei quali le costruzioni
[] potevano alternarsi con terreni incolti, orti, spiazzi.
61. Infra, nota 31.