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Giulio Cesare Barozzi

Giovanni Dore
Enrico Obrecht
Elementi di
Analisi Matematica
Volume 2
Versione preliminare 2013
Tutti i diritti riservati.
10
Continuit`a e limiti
per funzioni di pi` u
variabili
Nel Capitolo 4 abbiamo introdotto i concetti di limite e di continuit` a per le funzioni
reali di una variabile reale; in questo Capitolo li estendiamo alle funzioni di pi` u va-
riabili, tanto quelle a valori reali quanto quelle a valori vettoriali, dopo aver illustrato
tali tipi di funzioni.
10.1. Introduzione
Cominciamo lesame di funzioni pi` u generali di quelle reali di una variabile reale,
studiate nel Volume 1. Quasi tutte le funzioni che esaminiamo sono del tipo
f : A R
m
,
dove A R
n
; tali funzioni vengono dette funzione reale reali quando m = 1 , cio`e quando assumono
valori reali, mentre vengono dette funzione vettoriale vettoriali se m > 1 ; in questultimo caso i valori
assunti sono elementi di R
m
e quindi sono vettori.
La dimensione n dello spazio euclideo in cui `e contenuto il dominio indica il numero
delle variabili reali da cui dipende la funzione; pertanto, diciamo che una funzione
f : R
2
R
m
`e una funzione di due variabili reali, che una funzione g : R
3
R
m
`e
una funzione di tre variabili reali e cos` via.
10.1.1. Esempio Consideriamo
g : R
2
R, g(x, y) = x
2
+ y
3
;
questa `e una funzione reale di due variabili reali.
10.1.2. Esempio Consideriamo
g : R
3
R, g(x, y, z) = xy
2
+ sin(xy
2
z) ;
questa `e una funzione reale di tre variabili reali.
10.1.3. Esempio Consideriamo
g: R
3
R
2
, g(x, y, z) = (x + y, xz
3
) ;
questa `e una funzione vettoriale di tre variabili reali.
10.1.4. Esempio Consideriamo
g: R

+
R
2
, g(x) =
_
log x + 2, sin(2x)
_
;
questa `e una funzione vettoriale di una variabile reale.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
2 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
Un caso particolare, ma molto importante, `e quello in cui n = m, soprattutto
quando n (e quindi anche m) `e uguale a 2 oppure a 3 .
10.1.5. Denizione. campo vettoriale Chiamiamo campo vettoriale una funzione che operi fra
spazi euclidei di ugual dimensione ( > 1 ), cio`e una funzione f : A R
n
, con
A R
n
.
10.1.6. Esempio Consideriamo
g: R R

+
R
2
, g(x, y) =
_
log(y
3
+ y), sinh(x + y)
_
;
questo `e un campo vettoriale di due variabili reali.
10.1.7. Esempio Consideriamo g:
_
R
3
_

R
3
,
1
g(x, y, z) = mG
_
x
(x
2
+ y
2
+ z
2
)
3/2
,
y
(x
2
+ y
2
+ z
2
)
3/2
,
z
(x
2
+ y
2
+ z
2
)
3/2
_
;
questa funzione `e il campo gravitazionale generato da un punto di massa m posto
nellorigine nelle coordinate; qui abbiamo indicato con G la costante di gravitazione
universale. Una forma pi` u signicativa della funzione precedente si ottiene scrivendola
con notazioni vettoriali
g(x) = mG
x
x
3
.
Suggeriamo allo studente di rileggere gli esempi di carattere sico allinizio della
Sezione 2.1.
Consideriamo ora una generica funzione vettoriale
f : A R
m
,
dove A R
n
e m > 1 ; sottolineiamo invece che n N

e quindi pu` o anche essere


uguale a 1 . Se x A, risulta f(x) R
m
; pertanto f(x) ha m componenti, che
risulteranno anchesse funzioni di x :
f(x) =
_
f
1
(x), f
2
(x), . . . , f
m
(x)
_
.
Dunque la funzione vettoriale f individua m funzioni reali di dominio A, dette
le funzioni
componenti
funzioni componenti di f , in analogia con quanto abbiamo fatto per le funzioni
lineari (v. Teor. 9.2.20).
Viceversa, data una m-pla ordinata (f
1
, f
2
, . . . , f
m
) di funzioni reali e di domi-
nio A, risulta individuata una funzione vettoriale f di dominio A e a valori in R
m
;
scriviamo
f = (f
1
, f
2
, . . . , f
m
) .
`
E evidente che la i -esima funzione componente di f si ottiene mediante la compo-
sizione f
i
=
i
f , dove
i
`e la proiezione sull i -esimo asse, introdotta mediante la
Def. 9.2.18.
Analogamente a quanto fatto nella Sezione 9.1 per indicare un vettore, nel seguito
di questo Volume useremo sistematicamente, e senza ulteriore avviso, la notazione
seguente: il carattere neretto corsivo sar`a usato per indicare una funzione vettoriale,
mentre la stessa lettera in carattere corsivo chiaro, munita di un pedice numerico che
ne indica la posizione, indicher` a una sua componente: quindi f
3
indicher` a la terza
componente della funzione vettoriale f .
1
Qui e nel seguito, se B R
n
, indichiamo con B

linsieme B \ { 0} .
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.2. Rappresentazione delle funzioni di pi` u variabili 3
10.2. Rappresentazione delle funzioni di pi` u variabili
Abbiamo visto nel Volume 1 il grande rilievo che riveste la rappresentazione graca
delle funzioni reali di una variabile reale. In questa Sezione illustriamo alcune delle
possibili estensioni al caso di funzioni pi` u generali, cominciando dal caso delle funzioni
reali di due variabili reali.
Siano dunque A R
2
e f : A R. In questo caso f AR
2
R
3
; pertanto, il
graco di una funzione di questo tipo `e un sottoinsieme di R
3
. Si `e soliti identicare il
dominio A di f con linsieme A
1
= { (x, y, 0) R
3
| (x, y) A} , cio`e pensare che,
nello spazio a tre dimensioni, il dominio della funzione si trovi sul piano di equazione
z = 0 . Allora il graco in esame sar`a linsieme
_
(x, y, z) R
3

(x, y) A, z = f(x, y)
_
,
cio`e la supercie di equazione z = f(x, y) .
10.2.1. Esempio Sia
g
1
: R
2
R, g
1
(x, y) = x + y ;
allora il graco di g
1
`e il piano di equazione z = x + y .
10.2.2. Esempio Sia
g
2
: R
2
R, g
2
(x, y) =
1
2
x y + 1 ;
il graco di g
2
`e il piano di equazione z = x/2 y + 1 .
10.2.3. Esempio Sia
g
3
: R
2
R, g
3
(x, y) = x
2
+ y
2
;
il graco di g
3
`e il paraboloide ellittico di rotazione (v. (9.8.6)) di equazione z =
x
2
+ y
2
.
10.2.4. Esempio Sia
g
4
: R
2
R, g
4
(x, y) = xy ;
il graco di g
4
`e il paraboloide iperbolico (v. (9.8.7)) di equazione z = xy .
10.2.5. Esempio Sia
g : R
2
R, g(x, y) =
_
x
2
+ y
2
;
il graco di g `e il mezzo cono di equazione z =
_
x
2
+ y
2
.
Si possono fare altri esempi, anche molto pi` u complicati; non appena, per`o, cerchia-
mo di rappresentare una funzione reale di tre variabili reali ci scontriamo col fatto che,
in questo caso, il graco della funzione risulta essere un sottoinsieme di R
3
R = R
4
;
`e pertanto visualizzabile solo con laiuto della fantasia.
Esaminiamo un modo alternativo di rappresentare una funzione che, seppur me-
no preciso del graco, contiene signicative informazioni; cominciamo col caso pi` u
semplice delle funzioni reali di due variabili reali.
Lidea pu` o essere illustrata per mezzo di una rappresentazione graca spesso uti-
lizzata nei programmi televisivi dedicati alle previsioni del tempo. Si consideri una
regione della supercie terrestre, sucientemente piccola da poter essere descritta ap-
prossimativamente come una regione piana; su di essa vengono tracciate delle curve,
ognuna delle quali individuata da un numero. Le curve disegnate vengono realizzate
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
4 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
in modo che su ciascuna di esse la pressione atmosferica sia costante e il valore di
questa costante, solitamente espresso in hPa,
2
`e il numero indicato. Queste curve
vengono dette is`obare.
`
E essenziale per la validit`a della descrizione che tali isobare vengano disegnate in
modo che la dierenza di pressione fra due qualunque di esse, tra loro adiacenti, sia
la medesima: ad esempio, sono presenti lisobara a 1000 hPa, quella a 1002 hPa,
quella a 1004 hPa e cos` via. Questo tipo di rappresentazione, pur non permettendo
di ottenere il valore eettivo della pressione in ogni punto, ci fornisce informazioni
signicative sulla funzione in esame. In primo luogo, scelta una localit` a nella regione
considerata, la pressione rilevata in tale punto `e compresa fra i valori delle due isobare
fra le quali tale punto `e situato. Inoltre, possiamo stabilire che, a parit` a di sposta-
mento sulla supercie considerata, la variazione di pressione `e maggiore o minore a
seconda che il numero di isobare che si devono attraversare `e maggiore oppure minore.
Unanaloga rappresentazione viene sovente utilizzata nelle carte geograche, so-
prattutto quelle a piccola scala delle zone montane, dove lindicazione del dislivello `e
di grande rilevanza. In questo caso, si vuole descrivere la funzione altezza sul livello
del mare e quindi le curve disegnate, dette isoipse, collegano i punti di uguale altitu-
dine. Anche in questo caso, per lecacia della rappresentazione, `e essenziale che tali
curve vengano disegnate per variazione di altitudine costante, ad esempio di 50 m,
oppure di 100 m e cos` via.
Le idee insite negli esempi concreti ora ricordati possono essere formalizzate nel
modo seguente. Siano B R
2
e g : B R; scegliamo il passo da utilizzare nella
rappresentazione, cio`e la dierenza, che deve essere costante, fra i livelli di due curve
adiacenti e, a partire da un valore della funzione, disegniamo tutte le curve in cui essa
assume un valore che dierisce da quello iniziale per un multiplo del passo.
Per precisare le considerazioni svolte, introduciamo la denizione seguente.
10.2.6. Denizione. insieme di livello Siano A R
n
, f : A R
m
e v f(A) . Chiamiamo
insieme di livello v della funzione f linsieme { x A | f(x) = v} .
Si osservi che un insieme di livello della funzione f `e un sottoinsieme del suo
dominio.
Se n = 2 e m = 1 , possiamo rappresentare in modo soddisfacente landamento
della funzione f disegnando degli insiemi di livello, scelti in modo tale che la dierenza
tra due livelli consecutivi sia costante.
Osserviamo che gli insiemi di livello delle funzioni g
1
e g
2
sono rette parallele,
quelle della funzione g
3
sono circonferenze di centro lorigine e il singoletto { 0} ,
quelle della funzione g
4
sono iperboli equilatere di centro lorigine, nonche lunione
dei due assi cartesiani. In questo caso si parla anche di curva di livello curve di livello, anziche di
insiemi di livello. Tale terminologia non sempre `e coerente col concetto intuitivo di
curva. Si pensi ad esempio, alla funzione
g
5
: R
2
R, g
5
(x, y) =
_
0 , se x 0 ,
x, se x > 0 ,
in cui linsieme di livello 0 `e un semipiano.
Una rappresentazione analoga a quella tramite insiemi di livello si ha nelle carte
geograche, soprattutto a grande scala, che descrivono vari fenomeni (altitudine, pro-
fondit`a dei mari, ecc.). Lidea consiste ancora nel riprodurre le curve di livello della
funzione considerata, colorando in modo diverso le zone comprese fra curve di livello
2
Lettopascal `e il multiplo, solitamente utilizzato in meteorologia, dellunit`a di misura della
pressione, il pascal.
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c 978-88-08-00000-0 10.2. Rappresentazione delle funzioni di pi` u variabili 5
diverse: ad esempio, volendo descrivere laltitudine del suolo, si usa un colore per
rappresentare le zone in cui laltitudine non supera 500 m, un altro per quelle che
superano i 500 ma non i 1000 metri e cos` via.
Lutilizzazione degli insiemi di livello per rappresentare una funzione `e ecace
anche per funzioni reali di tre variabili reali, perche in questo caso il dominio `e un
sottoinsieme di R
3
. In questo caso si parla spesso di supercie di livello supercie di livello, anziche di
insiemi di livello.
10.2.7. Esempio Sia
g
6
: R
3
R, g
6
(x, y, z) = x + y + z ;
le supercie di livello di f
6
sono piani paralleli.
10.2.8. Esempio Sia
g
7
: R
3
R, g
7
(x, y, z) = x
2
+ y
2
+ z
2
;
le supercie di livello di g
7
sono sfere di centro lorigine, nonche il singoletto {0} .
10.2.9. Esempio Sia
g
8
: R
3
R, g
8
(x, y, z) = x
2
+ y
2
z ;
le supercie di livello di g
8
sono paraboloidi ellittici di rotazione attorno allasse
z .
Un altro tipo di rappresentazione graca pu` o essere utilizzata per i campi vettoriali
in R
2
e in R
3
, sfruttando il fatto che, in questo caso, i domini e le immagini dei campi
possono essere sovrapposte. Si procede nel modo seguente. Dato il campo vettoriale
F , consideriamo un punto c appartenente al dominio del campo; associamo a tale
punto una freccia, rappresentativa del vettore F(c) , con primo estremo c e secondo
estremo c +F(c) . Pertanto la direzione della freccia `e quella del vettore F(c) e la
sua lunghezza indica la norma del vettore. La procedura illustrata viene poi ripetuta
per un certo numero di punti, opportunamente distribuiti nel dominio.
10.2.10. Esempio Sia
g
9
: R
2
R
2
, g
9
(x, y) = (x, y) ;
in questo caso, le frecce sono disposte sulle semirette uscenti dallorigine e la norma
cresce allallontanarsi dallorigine del punto di applicazione.
10.2.11. Esempio Sia
g
10
: R
2
R
2
, g
10
(x, y) = (y, x) ;
poiche (x, y) R
2
, g
10
(x, y)

(x, y) = 0 , in questo caso le frecce sono disposte per-
pendicolarmente ai segmenti che congiungono lorigine col loro punto di applicazione
e la lunghezza cresce allallontanarsi dallorigine di tale punto.
10.2.12. Esempio Sia (v. Es. 10.1.7)
f
11
:
_
R
3
_

R
3
, f
11
(x) = x/x
3
;
in questo caso, le frecce sono disposte sulle semirette uscenti dallorigine, ma questa
volta rivolte verso di essa, e la norma decresce allallontanarsi dallorigine del punto
di applicazione.
Un ulteriore tipo di rappresentazione pu` o essere utile quando la dimensione del
codominio non supera 3 ed `e maggiore della dimensione dello spazio in cui `e conte-
nuto il dominio. In questo caso, possiamo dare una rappresentazione parziale della
funzione, disegnando la sua immagine.
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6 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
10.2.13. Esempio Sia
f
12
: R R
2
, f
12
(t) = (cos t, sint) .
Si tratta della funzione cis , denita e studiata nelle Sezioni 2.4 e 3.2. Sappiamo
che la sua immagine `e la circonferenza unitaria U = { (x, y) R
2
| x
2
+ y
2
= 1}
(v. Fig. 2.4.1 e 2.4.2).
10.2.14. Esempio Sia
g
13
: R R
2
, g
13
(t) = (t
2
, t
3
) .
Osserviamo che la prima componente `e sempre maggiore o uguale a 0 ed `e pari,
mentre la seconda componente `e dispari. Supposto dunque t 0 , se g
13
(t) = (x, y) ,
si ha t =

x , da cui y = t
3
=
_
x
_
3
= x
3/2
. Per le propriet` a di simmetria indicate,
limmagine di g
13
`e la curva di equazione |y| = x
3/2
.
10.2.15. Esempio Sia
g
14
: R R
3
, g
14
(t) = (cos t, sin t, t) .
Limmagine di g
14
`e lelica circolare, gi`a incontrata come graco della funzione f
4
dellEs. 4.9.4 (v. Fig. 4.9.3).
10.2.16. Esempio Sia
g
15
: R
2
R
3
, g
15
(u, v) = (u, v, u
2
+ v
2
) .
Limmagine di g
15
`e il paraboloide ellittico di rotazione di equazione z = x
2
+ y
2
,
gi`a incontrato come graco delle funzione g
3
dellEs. 10.2.3.
10.2.17. Esempio Sia
g
16
: R
2
R
3
, g
16
(u, v) = (cos u, sin u, v) .
Limmagine di g
16
`e il cilindro circolare di equazione x
2
+ y
2
= 1 .
10.3. Propriet`a topologiche di R
n
Nella Def. 4.1.7 abbiamo chiamato intorno di un numero reale x
0
ogni intervallo del
tipo [x
0
r, x
0
+ r] con r > 0 . Estendiamo tale nozione agli spazi euclidei R
n
,
con n > 1 .
10.3.1. Denizione. intorno Siano c R
n
e r R

+
; chiamiamo intorno di centro c
e raggio r (o anche palla di centro c e raggio r ) linsieme
I
r
(c) = { x R
n
| x c r} . (10.3.1)
In R
2
lintorno I
r
(c) `e il cerchio di centro c e raggio r .
Dato un insieme A R
n
, possiamo suddividere i punti di R
n
in tre tipologie, in
base alle relazioni che tali punti hanno con linsieme A.
10.3.2. Denizione. punto interno,
esterno, di
frontiera
Siano A R
n
e c R
n
;
diciamo che c `e punto interno ad A, se esiste un intorno di c contenuto in
A, cio`e r R

+
: I
r
(c) A;
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.3. Propriet` a topologiche di R
n
7
diciamo che c `e punto esterno ad A, se esso `e interno al complementare di
A, cio`e s R

+
: I
s
(c) A = ;
diciamo che c `e punto di frontiera per A, se esso non `e ne interno ne esterno
ad A.
Dunque c `e punto di frontiera per A se, e solo se,
r R

+
,
_
I
r
(c) A =
_

_
I
r
(c) A =
_
.
A parole: c `e punto di frontiera per A se ogni suo intorno contiene tanto punti
di A, quanto punti non appartenenti ad A. Ne segue che A e il suo complementare
hanno la medesima frontiera.
Se c `e punto interno ad A, allora necessariamente c A; analogamente, se d `e
esterno ad A, allora d A.
`
E evidente dalle denizioni che, dato A R
n
, ogni punto di R
n
appartiene a una
e una sola delle tre tipologie relative allinsieme A.
10.3.3. Denizione. interno, frontiera,
chiusura di un
insieme
Sia A R
n
. Chiamiamo interno di A linsieme dei
punti interni ad A e lo indichiamo col simbolo int A. Chiamiamo frontiera di A
linsieme dei punti di frontiera di A e lo indichiamo col simbolo A. Chiamiamo
inne chiusura di A linsieme A A e lo indichiamo con A.
Se A `e un intervallo di R, int A coincide con linterno dellintervallo A, intro-
dotto nella Def. 2.1.6.
Se c A, allora pu` o risultare c A oppure c A, come mostrano gli esempi
seguenti.
10.3.4. Esempio Consideriamo A
1
= ]0, 1[ , A
2
= ]0, 1] , A
3
= [0, 1] , sottoinsiemi
di R. Questi tre insiemi sono diversi, ma hanno gli stessi punti interni, gli stessi
punti di frontiera e gli stessi punti esterni. Infatti,
int A
1
= int A
2
= int A
3
= A
1
, A
1
= A
2
= A
3
= { 0, 1} .
10.3.5. Esempio Consideriamo linsieme
A
4
=
_
(x, y) R
2

x [0, 1] , y = 0
_
.
Lo studente deve guardarsi dal pensare che si tratti dellinsieme A
3
dellesempio
precedente: ora siamo in R
2
e gli intorni sono dischi del piano. Linsieme A
4
`e
un segmento di R
2
ed `e privo di punti interni: ogni suo punto `e punto di frontiera,
mentre tutti i punti del complementare di A
4
sono esterni ad A
4
.
10.3.6. Esempio Consideriamo linsieme
A
5
=
_
(x, y) R
2

x > 0
_

_
(0, y) R
2

y 0)
_
.
Suggeriamo allo studente di schizzare una gura, ispirandosi alla Fig. 2.3.9. Sono
interni ad A
5
i punti per cui x > 0 , sono esterni quelli per cui x < 0 . I punti per
cui x = 0 , cio`e quelli appartenenti allasse delle ordinate, sono punti di frontiera: di
essi appartengono ad A
5
soltanto quelli per cui y 0 .
10.3.7. Esempio Consideriamo linsieme
A
6
= I
1
(0) = { x R
n
| x 1} ,
detto palla unitaria in R
n
. Sono interni ad A
6
i punti x R
n
per cui x < 1 ,
sono esterni quelli per cui x > 1 , mentre i punti per cui x = 1 sono punti di
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
8 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
frontiera:
int A
6
= { x R
n
| x < 1} , A
6
= { x R
n
| x = 1} , A
6
= A
6
.
Suggeriamo allo studente di dimostrare le aermazioni precedenti: se b < 1 ,
allora sono contenuti in A
6
gli intorni I
r
(b) con r 1 b ; se c > 1 , allora
sono contenuti in A
6
gli intorni I
r
(c) con r < c 1 . Nel primo caso occorre
utilizzare la disuguaglianza triangolare (v. punto (3) del Teor. 9.3.16), nel secondo
caso occorre utilizzare la seconda disuguaglianza triangolare (v. punto (4) dello stesso
Teorema). Inne, se d `e un punto di norma unitaria, si consideri la semiretta di
equazione x = t d , t R
+
. Sia r R

+
con r < 1 e consideriamo I
r
(d) . Allora, il
punto td A
6
I
r
(d) se t ]1 r, 1] , mentre tx
3
A
6
I
r
(d) se t ]1, 1 + r[ .
`
E facile vericare che, posto A
7
= int A
6
, risulta int A
7
= int A
6
, A
7
= A
6
,
A
7
= A
6
.
10.3.8. Esempio Consideriamo linsieme
S
n1
= { x R
n
| x = 1} ,
detto sfera unitaria sfera unitaria in R
n
.
`
E evidente che S
1
`e la circonferenza unitaria in R
2
,
S
2
`e la sfera unitaria in R
3
(da non confondersi con la palla unitaria). Per quanto
detto nellEs. 10.3.7, S
n1
= I
1
(0) . Non `e dicile dimostrare che int S
n1
= e
che S
n1
= S
n1
.
Il risultato seguente `e di dimostrazione immediata.
10.3.9. Teorema. Siano A, B R
n
. Se A B , allora
(1) int A int B ;
(2) A B .
Gli esempi precedenti sono sostanzialmente siologici, nel senso che si tratta di
insiemi la cui frontiera corrisponde allidea intuitiva che `e suggerita dalla parola stessa.
Fanno eccezione linsieme A
4
dellEs. 10.3.5 e la sfera unitaria S
n1
dellesempio pre-
cedente, che coincidono con la propria frontiera. Invitiamo lo studente a dimostrare,
ad esempio, che ogni insieme nito di R
n
coincide con la propria frontiera.
Si possono per`o costruire anche esempi patologici; sebbene tali insiemi si incon-
trino raramente nelle applicazioni, lesame di almeno uno di essi `e necessario per una
migliore comprensione dei concetti introdotti.
10.3.10. Esempio Consideriamo linsieme in R
2
A
7
= Q
2
[0, 1]
2
,
cio`e linsieme degli elementi del quadrato [0, 1]
2
che hanno entrambe le coordinate
razionali. Da quanto sappiamo dal Teor. 0.7.14 (tanto Q quanto R \ Q sono densi
in R), possiamo pensare che sia gli elementi di A
7
sia quelli del suo complementare
siano sparsi un po dappertutto nel quadrato [0, 1]
2
. Cominciamo con losservare
che A
7
non ha punti interni. Infatti, sia (r
1
, r
2
) A
7
e consideriamo R

+
.
Nellintorno I

(r
1
, r
2
) cadono sicuramente punti non appartenenti ad A
7
; infatti,
per il Teor. 0.7.14 vi sono numeri irrazionali nellintervallo [r
1
, r
1
+ ] [0, 1] ;
sia s uno di questi. Allora, (s, r
2
) I

(r
1
, r
2
) A
7
. Questo prova che A
7
non ha
punti interni e quindi A
7
A
7
.
Mostriamo ora che i punti di [0, 1]
2
che non appartengono ad A
7
sono di fron-
tiera per tale insieme. Sia (s
1
, s
2
) [0, 1]
2
A
7
e consideriamo R

+
. Per
il Teor. 0.7.14, vi sono numeri razionali nellintervallo [s
1
/2, s
1
+ /2] [0, 1] ;
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.3. Propriet` a topologiche di R
n
9
sia t
1
uno di questi. Per la stessa ragione, vi sono numeri razionali nellintervallo
[s
2
/2, s
2
+ /2] [0, 1] ; sia t
2
uno di questi. Allora (t
1
, t
2
) A
7
e
(t
1
, t
2
) (s
1
, s
2
)
_

2
4
+

2
4
< .
Pertanto (t
1
, t
2
) A
7
I

(s
1
, s
2
) . Ne consegue che [0, 1]
2
A
7
.
Daltra parte, se (x
1
, x
2
) / [0, 1]
2
, allora (x
1
, x
2
) `e esterno ad A
7
. Suppo-
niamo, ad esempio, che sia x
1
> 1 . Se R

+
`e tale che < x
1
1 , allora
I

(x
1
, x
2
) [0, 1]
2
= , quindi (x
1
, x
2
) `e esterno ad A
7
.
In modo analogo si trattano gli altri possibili casi di punti non appartenenti
a [0, 1]
2
. Questo prova che A
7
= [0, 1]
2
.
`
E evidente che, per ogni A R
n
, risulta
int A A A.
`
E abbastanza naturale aspettarsi che presentino propriet` a signicative gli insiemi per
cui una delle inclusioni precedenti risulta unuguaglianza.
10.3.11. Denizione. insieme aperto,
chiuso
Sia A R
n
; diciamo che esso `e aperto quando coincide
con il suo interno, cio`e A = int A; diciamo che A `e chiuso quando coincide con
la sua chiusura, cio`e A = A.
In altri termini: A `e aperto se, e solo se, non contiene alcuno dei suoi punti di
frontiera, cio`e A A = , mentre `e chiuso se, e solo se, contiene tutti i suoi punti
di frontiera, cio`e A A.
Con riferimento agli esempi precedenti, A
1
e A
7
sono insiemi aperti, S
n1
(v. Es.10.3.8) `e chiuso. A
3
, A
4
e A
6
sono insiemi chiusi; i restanti insiemi non
sono ne aperti ne chiusi. Lo studente deve dunque guardarsi dal credere che, se un
insieme non `e aperto, esso sia necessariamente chiuso e viceversa.
10.3.12. Teorema. Sia A R
n
; allora A `e aperto se, e solo se, il suo comple-
mentare `e chiuso.
Dimostrazione. Abbiamo gi`a rilevato che A =
_
A
_
; pertanto, se A `e aperto,
esso non contiene alcun suo punto di frontiera; ne consegue che i punti di frontiera
per A (e quindi anche per A) appartengono a A. Questo prova che A `e chiuso.
Con lo stesso ragionamento si prova che il complementare di un insieme chiuso `e un
insieme aperto.
10.3.13. Osservazione Esistono due insiemi che costituiscono, per cos` dire, due
casi estremi: linsieme e il suo complementare R
n
, che hanno frontiera vuota; tali
insiemi, e soltanto essi, sono dunque al tempo stesso aperti e chiusi.
Premettiamo al Teor. 10.3.15, che mostra come le operazioni di unione e interse-
zione inuenzino la propriet` a di essere aperti o chiusi, alcune precisazioni sullunione
e lintersezione di insiemi.
10.3.14. Denizione. unione,
intersezione di una
famiglia di insiemi
Siano A un insieme non vuoto e, A, sia B

un
insieme. Chiamiamo unione della famiglia di insiemi { B

| A} linsieme
degli elementi che appartengono ad almeno uno fra gli insiemi B

e intersezione
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
10 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
della famiglia di insiemi linsieme degli elementi che appartengono a ogni insieme
della famiglia. In formule:
_
A
B

= { x | A: x B

} ,

A
B

= { x | A, x B

} .
Linsieme di indici A, che abbiamo utilizzato nella denizione precedente, pu` o
essere sia nito sia innito.
Si riconosce immediatamente che le leggi di De Morgan (v. Sezione 0.1) valgono
anche per unioni e intersezioni di famiglie arbitrarie di insiemi.
10.3.15. Teorema.
(1) Se { A

| A} `e una famiglia di insiemi aperti di R


n
, allora

A
A

`e aperto;
(2) se { A
1
, A
2
, . . . , A
p
} `e una famiglia nita di insiemi aperti di R
n
, allora

p
k=1
A
k
`e aperto;
(3) se { F
1
, F
2
, . . . , F
q
} `e una famiglia nita di insiemi chiusi di R
n
, allora

q
i=1
F
i
`e chiuso;
(4) Se { F

| B} `e una famiglia di insiemi chiusi di R


n
, allora

B
F

`e
chiuso.
Dimostrazione. (1) Sia c

A
A

; allora, A, tale che c A

.
Poiche A

`e aperto, U , intorno di c , con U A

A
A

. Pertanto,
c int

A
A

e quindi

A
A

`e aperto.
(2) Sia c

p
k=1
A
k
; allora, k { 1, 2, . . . , p} ,
k
R

+
, tale che I

k
(c) A
k
.
Posto = min{
k
| k = 1 , . . . , p} , risulta I

(c) A
k
, k { 1, 2, . . . , p} , e quindi
I

(c)

p
k=1
A
k
. Questo prova che c int

p
k=1
A
k
e quindi tale insieme `e aperto.
(3) Se F
i
`e chiuso, allora F
i
`e aperto, per il Teor. 10.3.12. Ne segue che

q
k=1
F
i
`e aperto, per la (2) , e quindi
_
q
k=1
F
i
_
`e chiuso. Daltra parte, per la seconda
legge di De Morgan,

_
q

k=1
F
i
_
=
q
_
i=1

_
F
i
_
=
q
_
i=1
F
i
;
questo prova (3) .
(4) Poiche F

`e chiuso, per il Teor. 10.3.12 F

`e aperto e quindi, per la (1) ,

B
F

`e aperto; pertanto
_
B
F

_
`e chiuso. Daltra parte, per la prima
legge di De Morgan,

_
_
B
F

_
=

_
F

_
=

B
F

.
Con ci`o il Teorema `e completamente provato.
10.3.16. Osservazione La conclusione delle aermazioni (2) e (3) del teorema
precedente pu` o non essere vera, se si opera su una famiglia innita di insiemi.
Infatti, sia A
k
= ]1/k, 1/k[ , con k N

; allora ogni A
k
`e un aperto di R, ma

+
k=1
A
k
= { 0} , che non `e aperto.
Sia poi B
k
= [1 + 1/k, 1 1/k] , con k N

; allora ogni B
k
`e un chiuso di R,
ma

+
k=1
A
k
= ]1, 1[ , che non `e chiuso.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.3. Propriet` a topologiche di R
n
11
Concludiamo la Sezione con tre ulteriori denizioni.
10.3.17. Denizione. insieme limitato Sia A R
n
; diciamo che A `e limitato quando esiste
M R

+
, tale che x A, x M . Chiamiamo illimitato un insieme che non
`e limitato.
In altre parole, un sottoinsieme di R
n
`e limitato se esiste una palla che lo contiene.
10.3.18. Esempio I seguenti sono esempi di insiemi limitati. In R
2
: un cerchio
di centro e raggio arbitrari (indierentemente aperto o chiuso), un rettangolo o un
triangolo (ovunque disposti), una circonferenza, un segmento. In R
3
: una palla di
centro e raggio arbitrari (indierentemente aperta o chiusa), un parallelepipedo, una
piramide (ovunque disposti), una sfera, un segmento, un triangolo, un ellissoide. Tutti
i sottoinsiemi niti di R
n
sono limitati.
I seguenti sono esempi di insiemi illimitati. In R
2
: il complementare di un cerchio
(indierentemente aperto o chiuso), un semipiano, una retta, un angolo, una parabola,
uniperbole. In R
3
: il complementare di una palla qualunque (indierentemente
aperta o chiusa), il complementare di una sfera, una retta, un piano, un semispazio,
un paraboloide, un iperboloide (v. Sez. 9.8).
Osserviamo che il complementare di un insieme limitato `e illimitato, mentre il com-
plementare di un insieme illimitato pu` o essere sia limitato, sia illimitato. Ad esempio,
una retta in R
2
`e illimitata come il suo complementare, mentre il complementare di
un cerchio `e illimitato, ma ha il complementare (che `e il cerchio iniziale) limitato.
La denizione seguente fornisce una valutazione quantitativa delle limitatezza di
un insieme.
10.3.19. Denizione. diametro Sia A R
n
, non vuoto e limitato. Chiamiamo diametro
di A il numero reale
(A) = sup{ x y | x, y A} .
10.3.20. Osservazione Lestremo superiore che denisce il diametro `e reale perche,
se A I
M
(0) , allora dalla disuguaglianza triangolare segue che
x, y A, x y x +y 2M .
10.3.21. Osservazione Il nome diametro deriva dal caso in cui A = I
M
(0) ; `e
evidente che, in tal caso, risulta (A) = 2M .
10.3.22. Esempio Se A = [0, a] [0, b] , allora (A) =

a
2
+ b
2
. Si noti che il
diametro pu` o essere molto grande, anche se larea del rettangolo `e molto piccola. Ad
esempio, se a = 10
3
, b = 10
12
, larea `e 10
9
, mentre il diametro supera 1000.
Come gi`a rilevato, la limitatezza o non limitatezza di un sottoinsieme di R
n
`e
del tutto indipendente dal fatto che linsieme sia aperto, chiuso oppure ne chiuso ne
aperto; cionondimeno, come vedremo nel seguito del Capitolo, grande importanza
rivestono gli insiemi che sono contemporaneamente limitati e chiusi; per tale motivo
diamo loro un nome.
10.3.23. Denizione. insieme compatto Sia A R
n
. Diciamo che A `e compatto quando esso `e
limitato e chiuso.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
12 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
10.3.24. Esempio Gli intorni di un punto di R
n
(v. Def. 10.3.1) sono insiemi
compatti (si veda quanto detto dopo il Teor. 10.3.9).
10.3.25. Esempio Gli insieme niti di R
n
sono compatti.
10.3.26. Esempio Il prodotto cartesiano di n insiemi compatti di R `e compatto
in R
n
, per ogni n naturale 2 .
10.4. Successioni in R
n
Nel Capitolo 1 abbiamo studiato le successioni reali e nel Capitolo 3 le successioni com-
plesse; in questa Sezione studiamo le successioni in R
n
, cio`e le funzioni da N a R
n
,
che chiamiamo successione
vettoriale
successioni vettoriali. Segnaliamo che, se n = 2 , queste coincidono
sostanzialmente con quelle complesse.
Vediamo alcuni esempi concreti di successioni vettoriali.
10.4.1. Esempio Consideriamo la successione in R
3
__
k + 5 , 3/(k + 1) , 5
__
kN
.
3
I suoi termini sono
(5, 3, 5),
_
6,
3
2
, 5
_
, (7, 1, 5),
_
8,
3
4
, 5
_
,
_
9,
3
5
, 5
_
, . . . .
10.4.2. Esempio Consideriamo la successione in R
2
_
2k/(k + 2), 2/k
_
kN

. I suoi
termini sono
_
2
3
, 2
_
, (1, 1),
_
6
5
,
2
3
_
,
_
4
3
,
1
2
_
, . . . .
`
E chiaro che una successione in R
n
(a
k
)
kN
, con a
k
= (a
k,1
, a
k,2
, . . . , a
k,n
) ,
individua una n -pla ordinata di successioni reali
(a
k,1
)
kN
, (a
k,2
)
kN
, . . . , (a
k,n
)
kN
, (10.4.1)
che sono dette le successioni
componenti
successioni componenti della successione (a
k
)
kN
.
Viceversa, la n -pla ordinata di successioni reali (10.4.1) individua la successione
vettoriale
_
(a
k,1
, a
k,2
, . . . , a
k,n
)
_
kN
.
Deniamo ora il limite di una successione vettoriale. Per analogia con le successioni
reali e con quelle complesse, pensiamo che il limite debba essere un oggetto cui si
avvicinano i termini della successione; poiche questi sono vettori di R
n
, `e ragionevole
richiedere che anche il limite sia un vettore di R
n
.
10.4.3. Denizione. limite di una
successione
vettoriale
Siano (a
k
)
kN
una successione in R
n
e l R
n
. Diciamo
che la successione (a
k
)
kN
ha limite l (o che tende a l ), per k +, quando
a
k
l
k+
0 ,
cio`e quando
R

+
, p

N: k N, tali che k p

, si ha a
k
l .
In tal caso scriviamo
lim
k+
a
k
= l , oppure a
k

k+
l o, anche, a
k
l .
3
In questo Volume, per evitare confusione con la dimensione dello spazio, usiamo la lettera k
anziche n per indicare lindice in una successione.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.4. Successioni in R
n
13
10.4.4. Osservazione Si noti che la successione
_
a
k
l
_
kN
`e reale e quindi
sappiamo che cosa signica aermare che `e innitesima. Rileviamo inoltre che il
numero reale non negativo a
k
l `e la distanza del punto a
k
da l .
10.4.5. Denizione. successione
convergente
Sia (a
k
)
kN
una successione in R
n
. Diciamo che (a
k
)
kN
`e convergente quando esiste l R
n
, tale che a
k

k+
l .
10.4.6. Esempio Consideriamo la successione introdotta nellEs. 10.4.1. In virt` u
del punto (4) del Teor. 9.3.16, l R
3
si ha
_
_
_
_
_
k + 5 ,
3
k + 1
, 5
_
l
_
_
_
_
|k + 5 l
1
|
k+
+.
Il Teorema del carabiniere isolato 1.4.10 assicura allora che anche il primo membro
tende a +, l R
3
. Questo implica che la successione considerata non converge.
10.4.7. Esempio Consideriamo la successione introdotta nellEs. 10.4.2 e dimo-
striamo che converge al vettore (2, 0) . Infatti,
_
_
_
_
_
2k
k + 2
,
2
k
_
(2, 0)
_
_
_
_
=

_
2k
k + 2
2
_
2
+
_
2
k
_
2

k+
0 ,
per i Teoremi sul limite della somma 1.5.5, sul limite del prodotto 1.5.6 e per il
Teor. 1.7.1.
10.4.8. Osservazione Analogamente al caso complesso, non deniamo successioni
vettoriali divergenti; pertanto, in questo caso, successioni convergenti e successioni
regolari coincidono.
Formuliamo ora la seguente denizione, non dissimile da quella nel caso reale.
10.4.9. Denizione. successione
vettoriale limitata
Sia (a
k
)
kN
una successione in R
n
. Diciamo che (a
k
)
kN
`e limitata quando `e limitato linsieme dei suoi termini, cio`e
M R

+
: k N , si ha a
k
M .
Possiamo adesso stabilire lanalogo per le successioni vettoriali del Teorema sulla
limitatezza delle successioni regolari 1.3.12.
10.4.10. Teorema (sulla limitatezza delle successioni convergenti). teorema sulla
limitatezza delle
successioni
convergenti
Sia (a
k
)
kN
una successione in R
n
. Se (a
k
)
kN
`e convergente, allora essa `e limitata.
Dimostrazione. Sia l = lim
k+
a
k
; dalla disuguaglianza triangolare (v. Teor. 9.3.16)
si ha
a
k
= a
k
l +l a
k
l +l .
Poiche la successione
_
a
k
l
_
kN
`e una successione reale innitesima, per il Teo-
rema sulla limitatezza delle successioni regolari 1.3.12 essa `e limitata. Esiste quindi
M R

+
, tale che, k N, a
k
l M . Allora, k N, a
k
M + l .
Questo prova che la successione (a
k
)
kN
`e limitata.
Lo studio delle successioni vettoriali `e notevolmente semplicato dal risultato se-
guente, che, in un certo senso, le banalizza.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
14 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
10.4.11. Teorema (di banalit`a dei limiti delle successioni vettoriali). teorema di
banalit`a dei limiti
delle successioni
vettoriali
Siano
(a
k
)
kN
una successione in R
n
, l R
n
e poniamo
a
k
= (a
k,1
, a
k,2
, . . . , a
k,n
) .
Si ha
a
k
l
_
a
k,1
l
1
, a
k,2
l
2
, . . . , a
k,n
l
n
_
.
Dimostrazione. Per il Teor. 9.3.16 si ha:
0 |a
k,1
l
1
| a
k
l , . . . , 0 |a
k,n
l
n
| a
k
l ;
quindi, se a
k
l , dal Teorema dei due carabinieri 1.4.7 e dal Teor. 1.2.17 segue che
a
k,1
l
1
, . . . , a
k,n
l
n
.
Viceversa, se a
k,1
l
1
, . . . , a
k,n
l
n
, allora, ancora per il Teor. 9.3.16, si ha
a
k
l
n

i=1
|a
k,i
l
i
|
k+
0 .
Quindi a
k
l 0 , il che prova laermazione.
Enunciamo ora un teorema sui legami fra operazioni e limiti di successioni vetto-
riali, la cui dimostrazione segue subito dagli analoghi teoremi per successioni reali e
dal Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni vettoriali 10.4.11.
10.4.12. Teorema. Siano (a
k
)
kN
e (b
k
)
kN
successioni in R
n
, (c
k
)
kN
una
successione in R, l, m R
n
e q R. Se a
k
l , b
k
m e c
k
q , allora:
(1) a
k
+b
k
l +m;
(2) c
k
a
k
q l ;
(3) a
k

b
k
l

m;
(4) se n = 3 , allora a
k
b
k
l m.
Analogamente al caso reale (v. Teor. 1.2.15 e 1.2.17), si dimostra il seguente
risultato.
10.4.13. Teorema. Siano (a
k
)
kN
una successione in R
n
e l R
n
.
(1) Se a
k
l , allora a
k
l ;
(2) se a
k
0 , allora a
k
0 .
Vogliamo ora estendere alle successioni vettoriali il Teorema del confronto 1.4.1;
poiche in R
n
non `e denita una relazione dordine, utilizziamo il concetto di chiusura
di un insieme (v. Def. 10.3.3).
10.4.14. Teorema. Siano A R
n
, (a
k
)
kN
una successione in A e l R
n
;
se a
k
l , allora l A.
Se m A, allora esiste una successione (b
k
)
kN
in A che converge a m.
Dimostrazione. Supponiamo a
k
l . Se, per assurdo fosse l / A, allora l
sarebbe un punto esterno ad A e quindi esisterebbe un intorno U di l interamente
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.5. Funzioni continue 15
contenuto nel complementare di A. Pertanto, k N, a
k
/ U e quindi a
k
non
convergerebbe a l . Questo assicura che l A.
Sia ora m A. Se m A, possiamo scegliere b
k
= m, k N. In caso
contrario, risulta m A e quindi in ogni intorno di m vi `e un punto di A. In
particolare,
b
1
A I
1
(m) , b
2
A I
1/2
(m) , . . . , b
k
A I
1/k
(m) , . . . .
Allora, k N, risulta
b
k
m
1
k

k+
0
e quindi (b
k
)
kN
`e una successione in A convergente a m.
10.5. Funzioni continue
In questa Sezione estendiamo alle funzioni reali e vettoriali di pi` u variabili le denizioni
e le propriet` a delle funzioni continue di una variabile reale esposte nel Capitolo 4.
10.5.1. Denizione. funzione continua
in un punto
Siano A R
n
, f : A R
m
, c A. Diciamo che
la funzione f `e continua in c quando per ogni (a
k
)
kN
successione in A,
convergente a c , risulta f(a
k
) f(c) . funzione continua
in un insieme
Se B A, diciamo che la funzione f `e continua in B quando essa `e continua
in ogni punto di B . Diciamo poi che f `e funzione continua continua quando essa `e continua in
ogni punto del suo dominio, cio`e quando `e continua in A.
Linsieme delle funzioni continue da A a R
m
, cio`e
{ f : A R
m
| f `e continua} ,
viene indicato con C(A, R
m
) .
Facciamo ora diversi esempi di funzioni continue e di funzioni discontinue.
10.5.2. Esempio Consideriamo le funzioni seguenti:
(1) sia h R
m
e poniamo
g
1
: R
n
R
m
, g
1
(x) = h;
(2) sia i { 1, 2, . . . , n} ; consideriamo la funzione proiezione sull i -esimo asse, gi`a
introdotta nella Def. 9.2.18,

i
: R
n
R,
i
(x) = x
i
;
(3) sia
g
2
: R
2
R, g
2
(x, y) = xy
3
;
(4) sia
g
3
: R
n
R, g
3
(x) = x ;
(5) sia T L(R
n
, R) e poniamo
g
4
: R
n
R, g
4
(x) = T(x) ;
(6) sia
g
5
: R
2
R, g
5
(x, y) =
_
1 , se |x| +|y| 1 ,
0 , se |x| +|y| > 1 .
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
16 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
(1) La funzione g
1
, che `e costante, `e continua. Infatti, sia c R
n
e consideriamo
una successione (a
k
)
kN
in R
n
convergente a c ; si ha
g
1
(a
k
) = h
k+
h = g
1
(c) .
(2) Le funzioni
i
( i = 1, 2, . . . , n ) sono continue. Infatti, sia c R
n
e consideria-
mo una successione (a
k
)
kN
in R
n
convergente a c , con a
k
= (a
k,1
, a
k,2
, . . . , a
k,n
) ;
per il Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni vettoriali 10.4.11, si ha a
k,i
c
i
e quindi

i
(a
k
) = a
k,i

k+
c
i
=
i
(c) .
(3) La funzione g
2
`e continua. Infatti, sia c R
n
e consideriamo una successione
(a
k
)
kN
in R
2
convergente a c , con a
k
= (a
k,1
, a
k,2
) ; per il Teorema di banalit`a
dei limiti delle successioni vettoriali 10.4.11, si ha a
k,1
c
1
e a
k,2
c
2
; pertanto,
utilizzando il teorema sul limite del prodotto 1.5.6, si ha
g
2
(a
k
) = a
k,1
a
2
k,2

k+
c
1
c
2
2
= g
2
(c) .
(4) La funzione g
3
`e continua. Infatti, sia c R
n
e consideriamo una successione
(a
k
)
kN
in R
n
convergente a c . Per il Teor. 10.4.13 risulta
g
3
(a
k
) = a
k

k+
c = g
3
(c) .
(5) La funzione g
4
`e continua. Infatti, per il Teor. 9.2.17, risulta
g
4
(x) =
n

i=1
b
i
x
i
,
dove b
i
R, per i = 1, 2, . . . , n . Se c R
n
, consideriamo una successione (a
k
)
kN
in R
n
convergente a c , con a
k
= (a
k,1
, a
k,2
, . . . , a
k,n
) ; utilizzando i Teor. 1.5.5 e
1.5.6, si ha
g
4
(a
k
) =
n

i=1
b
i
a
k,i

k+
n

i=1
b
i
c
i
= g
4
(c) .
(6) La funzione g
5
`e continua nellinsieme B
1
= { (x, y) R
2
| |x| + |y| < 1} .
Infatti, sia c B
1
e consideriamo una successione (a
k
)
kN
in R
2
convergente a
c , con a
k
= (a
k,1
, a
k,2
) . Per il Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni
vettoriali 10.4.11, si ha a
k,1
c
1
e a
k,2
c
2
e quindi, per il Teor. 1.2.15, |a
k,1
|
|c
1
| e |a
k,2
| |c
2
| . Ne consegue, scegliendo nella denizione di limite di successione
=
1
4
_
1 |c
1
| |c
2
|
_
,
che risulta denitivamente
|a
k,1
| |c
1
| +
1
4
_
1 |c
1
| |c
2
|
_
, |a
k,2
| |c
2
| +
1
4
_
1 |c
1
| |c
2
|
_
;
pertanto si ha, denitivamente,
|a
k,1
| +|a
k,2
|
1
2
_
1 +|c
1
| +|c
2
|
_
< 1 ;
allora, denitivamente, risulta
g
5
(a
k
) = 1
k+
1 = g
5
(c) .
La funzione g
5
`e continua anche nellinsieme B
2
= { (x, y) R
2
| |x| +|y| > 1} .
Infatti, sia d B
2
e consideriamo una successione (b
k
)
kN
in R
2
convergente a d ,
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.5. Funzioni continue 17
con b
k
= (b
k,1
, b
k,2
) . Per il Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni vettoria-
li 10.4.11, si ha b
k,1
d
1
e b
k,2
d
2
e quindi, per il Teor. 1.2.15, |b
k,1
| |d
1
| e
|b
k,2
| |d
2
| . Ne consegue, scegliendo nella denizione di limite
=
1
4
_
|d
1
| +|d
2
| 1
_
,
che risulta denitivamente
|b
k,1
| |d
1
|
1
4
_
|d
1
| +|d
2
| 1
_
, |b
k,2
| |d
2
|
1
4
_
|d
1
| +|d
2
| 1
_
;
pertanto si ha, denitivamente,
|b
k,1
| +|b
k,2
|
1
2
_
1 +|d
1
| +|d
2
|
_
> 1 ;
allora, denitivamente, risulta
g
5
(b
k
) = 0
k+
0 = g
5
(d) .
Mostriamo ora che la funzione g
5
`e discontinua nel complementare di B
1
B
2
,
cio`e nellinsieme B
3
= { (x, y) R
2
| |x| + |y| = 1} . Sia p B
3
e consideriamo la
successione
_
(1 + 1/k)p
_
kN

, che converge a p ; risulta

_
1 +
1
k
_
p
1

_
1 +
1
k
_
p
2

=
_
1 +
1
k
_
_
|p
1
| +|p
2
|
_
= 1 +
1
k
> 1 ;
allora,
g
5
__
1 +
1
k
_
p
_
= 0
k+
0 = 1 = g
5
(p) .
Pertanto g
5
`e discontinua in p .
In denitiva, g
5
`e continua in B
1
B
2
ed `e discontinua in B
3
.
I Teor. 4.1.10, 4.1.11, 4.1.12 e 4.1.14 si estendono senza dicolt` a al caso delle
funzioni vettoriali e di pi` u variabili.
10.5.3. Teorema (di localit` a della continuit` a). teorema di localit`a
della continuit`a
Siano A, B R
n
, c A B ,
f : A R
m
e g: B R
m
. Supponiamo che esista un intorno U di c , tale che:
(1) A U = B U ;
(2) x A U , f(x) = g(x) .
Allora f `e continua in c se, e solo se, g `e continua in c .
10.5.4. Teorema. Siano A, B R
n
, f : A R
m
e g: B R
m
. Se E AB
`e un insieme aperto e x E , f(x) = g(x) , allora f `e continua in E se, e
solo se, lo `e g .
10.5.5. Esempio Sia
g
6
: R
2
R, g
6
(x, y) =
_
1 , se x
2
+ y
2
1 ,
0 , se x
2
+ y
2
> 1 .
Poiche linsieme int I
1
(0) `e aperto (v. Es. 10.3.7), la funzione g
6
`e continua in tale
insieme, perche in esso coincide con la funzione costante uguale a 1 , che `e continua.
Analogamente, poiche I
1
(0) `e chiuso, il suo complementare `e aperto e quindi g
6
`e continua in tale insieme, perche in esso coincide con la funzione costante uguale
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
18 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
a 0 , che `e continua. Rimane da esaminare la continuit` a nei punti di I
1
(0) . Sia
c I
1
(0) e consideriamo la successione
_
(1 + 1/k) c
_
kN

, che tende a c , per il


Teor. 10.4.12. Si ha
g
6
__
1 +
1
k
_
c
_
= 0
k+
0 = 1 = g
6
(c) .
Pertanto, g
6
`e discontinua in c . Ne consegue che g
6
`e continua in tutti e solo i
punti di R
2
\ I
1
(0) .
10.5.6. Teorema (continuit` a della restrizione). continuit`a della
restrizione
Siano B A R
n
, f : A R
m
e c B . Se la funzione f `e continua in c , allora anche f
|
B
`e continua in c .
10.5.7. Teorema (caratterizzazione della continuit` a). caratterizzazione
della continuit`a
Siano A R
n
, c A e
f : A R
m
. Le aermazioni seguenti sono equivalenti:
(1) la funzione f `e continua in c ;
(2) per ogni V intorno di f(c) , esiste U
V
intorno di c , tale che
x A U
V
, f(x) V ;
(3) R

+
,

+
: x A, tali che x c

, si ha
f(x) f(c) .
Poiche le aermazioni (2) e (3) nel precedente teorema sono equivalenti alla conti-
nuit` a di f in c , sono talvolta usate per denirla.
10.5.8. Osservazione Osserviamo che x c e f(x) f(c) sono norme in
spazi di dimensione, in generale, diversa: in R
n
la prima, in R
m
la seconda.
Il risultato seguente consente di ricondurre lo studio della continuit` a di una funzione
vettoriale a quello di funzioni scalari.
10.5.9. Teorema (di banalit`a della continuit` a delle funzioni vettoriali). teorema di
banalit`a della
continuit`a delle
funzioni vettoriali
Siano
A R
n
, f : A R
m
con m > 1 e c A. Allora f `e continua in c se, e solo
se, sono continue in c le funzioni reali f
1
, f
2
, . . . , f
m
, cio`e una funzione vettoriale
`e continua se, e solo se, lo sono tutte le sue componenti.
Dimostrazione. Sia (a
k
)
kN
una successione in A convergente a c . Se f `e
continua in c , allora f(a
k
)
k+
f(c) ; per il Teorema di banalit`a dei limiti delle
successioni vettoriali 10.4.11 si ha f
j
(a
k
)
k+
f
j
(c) , per ogni j ; questo prova
che tutte le componenti f
j
sono continue in c .
Viceversa, se tutte le componenti sono continue in c , allora f
j
(a
k
)
k+
f
j
(c) ,
per ogni j ; ancora per il Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni vettoriali ne
consegue che anche f(a
k
)
k+
f(c) . Ci`o prova che f `e continua in c .
10.5.10. Esempio Sia T L(R
n
, R
m
) (v. Def. 9.2.1); allora T `e continua. Infatti
risulta T
i
L(R
n
, R) , per i = 1, 2, . . . , n . Per il punto (5) dellEs. 10.5.2, T
i
`e
continua; dal teorema precedente segue allora che anche T `e continua.
Il teorema seguente mostra che, eseguendo operazioni algebriche su funzioni conti-
nue, si conserva la continuit` a.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.5. Funzioni continue 19
10.5.11. Teorema (propriet`a algebriche delle funzioni continue). propriet`a
algebriche delle
funzioni continue
Siano A R
n
,
f, g: A R
m
, h: A R, k R e c A. Se f , g e h sono continue in c ,
allora:
(1) la funzione f +g `e continua in c ;
(2) la funzione kf `e continua in c ;
(3) la funzione hf `e continua in c ;
(4) se x A, h(x) = 0 , allora (1/h) f `e continua in c ;
(5) la funzione reale f

g `e continua in c ;
(6) se m = 3 , la funzione f g `e continua in c .
Il teorema segue immediatamente dalle denizioni e dalle propriet` a algebriche dei
limiti di successioni vettoriali.
Il risultato seguente analizza la continuit` a delle funzioni ottenute mantenendo co-
stanti tutte le variabili tranne una. convenzione sulle
notazioni
Introduciamo al riguardo una notazione opportu-
na. Se A R
n
, f : A R
m
e c A, poniamo, per j = 1, 2, . . . , n ,
j
f : A
j
R
m
,
j
f(z) = f(c
1
, c
2
, . . . , c
j1
, z, c
j+1
, . . . , c
n
) , (10.5.1)
dove A
j
= { z R | (c
1
, c
2
, . . . , c
j1
, z, c
j+1
, . . . , c
n
) A} .
10.5.12. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
, c = (c
1
, c
2
, . . . , c
n
) A.
Se f `e continua in c , allora
j
f `e continua in c
j
, per j = 1, 2, . . . , n .
La dimostrazione segue subito dal Teorema di caratterizzazione della continui-
t` a 10.5.7, tenendo presente che

j
f(z)
j
f(c
j
) = f(c
1
, c
2
, . . . , c
j1
, z, c
j+1
, . . . , c
n
) f(c) .
10.5.13. Esempio polinomio Una funzione polinomiale (pi` u semplicemente: un polinomio) p
in n variabili `e una funzione da R
n
a R, che si pu` o scrivere come somma di un
numero nito di prodotti di costanti e di proiezioni
i
, introdotte nella Def. 9.2.18 e
gi`a studiate nellEs. 10.5.2. Pertanto, p `e la funzione nulla oppure esiste r N, tale
che
p(x) =
r

i=0
_
_

||=i
a

x
1
1
x
2
2
. . . x
n
n
_
_
,
dove = (
1
,
2
, . . . ,
n
) N
n
, || =

n
j=1

j
, i coecienti a

R e almeno uno
dei coecienti con || = r `e diverso da 0 . Il numero naturale r viene detto grado di un
polinomio
grado
del polinomio. Il teorema sulle propriet` a algebriche delle funzioni continue 10.5.11
assicura che tutte le funzioni polinomiali in n variabili sono continue.
Se n = 2 , i polinomi di grado 0 sono le funzioni costanti non nulle, quelli di
grado 1 sono le funzioni del tipo
(x, y) a
1,0
x + a
0,1
y + a
0,0
,
con a
2
1,0
+ a
2
0,1
> 0 , quelli di grado 2 sono le funzioni del tipo
(x, y) a
2,0
x
2
+ a
1,1
xy + a
0,2
y
2
+ a
1,0
x + a
0,1
y + a
0,0
,
con a
2
2,0
+ a
2
1,1
+ a
2
0,2
> 0 .
Se n = 3 , i polinomi di grado 0 sono le funzioni costanti non nulle, quelli di
grado 1 sono le funzioni del tipo
(x, y, z) a
1,0,0
x + a
0,1,0
y + a
0,0,1
z + a
0,0,0
,
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
20 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
con a
2
1,0,0
+ a
2
0,1,0
+ a
2
0,0,1
> 0 , quelli di grado 2 sono le funzioni del tipo
(x, y, z) a
2,0,0
x
2
+ a
1,1,0
xy + a
1,0,1
xz + a
0,2,0
y
2
+
+ a
0,1,1
yz + a
0,0,2
z
2
+ a
1,0,0
x + a
0,1,0
y + a
0,0,1
z + a
0,0,0
,
con a
2
2,0,0
+ a
2
1,1,0
+ a
2
1,0,1
+ a
2
0,2,0
+ a
2
0,1,1
+ a
2
0,0,2
> 0 .
Un polinomio si dice polinomio
omogeneo
omogeneo quando tutti i suoi termini hanno lo stesso grado;
ad esempio i polinomi omogenei di secondo grado sono le forme quadratiche, diverse
dalla funzione nulla, che abbiamo studiato nella Sezione 9.6.
10.5.14. Esempio Siano p e q due polinomi in n variabili, con q polinomio
non costante. Allora la funzione p/q viene detta funzione razionale funzione razionale in n variabili.
Il dominio di questa `e il sottoinsieme di R
n
in cui q non si annulla. Le funzioni
razionali sono continue, per il Teor. 10.5.11.
Non `e possibile ottenere la continuit` a di una funzione di pi` u variabili, studiando
solamente la continuit` a di funzioni di una variabile, come mostra lesempio seguente.
10.5.15. Esempio Poniamo
h: R
2
R, h(x, y) =
_
xy
x
2
+ y
2
, se (x, y) = 0,
0 , se (x, y) = 0.
Poiche
_
R
2
_

`e aperto, h `e continua in tale insieme se, e solo se, lo `e h


|
(R
2
)

; poiche
questultima `e continua in quanto funzione razionale (v. Es. 10.5.14), la continuit` a di
h in
_
R
2
_

`e provata.
Diostriamo che h `e separatamente continua nelle due variabili, cio`e, d R, la
funzione
1
h: R R,
1
h(x) = h(x, d)
`e continua e, c R, la funzione
2
h: R R,
2
h(y) = h(c, y)
`e continua. La prima aermazione `e ovvia se d = 0 , perche, in tal caso, si ha
1
h(x) = (dx)/(x
2
+ d
2
) , che `e una funzione razionale in una variabile, con denomina-
tore ovunque positivo. In modo analogo, si prova che
2
h `e continua, se c = 0 .
Inoltre, la funzione
1
h `e identicamente nulla per d = 0 e la funzione
2
h `e iden-
ticamente nulla per c = 0 ; questo prova che h `e separatamente continua nelle due
variabili.
Per`o h(x, x) = 1/2 , x R

, e quindi
h
_
1
k
,
1
k
_

k+
1
2
= 0 = h(0) .
Questo prova che h `e discontinua in 0 .
10.5.16. Osservazione Si noti che, mentre le funzioni polinomiali in una variabile
o non si annullano oppure si annullano in un numero nito di punti che non supera
il grado del polinomio, la situazione `e molto pi` u varia per i polinomi in n variabili.
Illustriamo per mezzo di esempi alcune delle situazioni che possono vericarsi. Siano:
(1) p
1
(x, y) = x
2
+ y
2
+ 1 ,
(2) p
2
(x, y) = x
2
+ y
2
,
(3) p
3
(x, y) = x
2
+ y
2
1 ,
(4) p
4
(x, y) = x
2
y
2
(5) p
5
(x, y) = (x y)
2
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.5. Funzioni continue 21
(6) p
6
(x, y, z) = x
2
+ y
2
+ z
2
+ 1 ,
(7) p
7
(x, y, z) = x
2
+ y
2
+ z
2
,
(8) p
8
(x, y, z) = x
2
+ y
2
,
(9) p
9
(x, y, z) = x
2
+ y
2
+ z
2
1 ,
(10) p
10
(x, y, z) = (x + y + z)
2
,
(11) p
11
(x, y, z) = (x + y + z)(x + y z) ,
(12) p
12
(x, y, z) = x
2
+ y
2
1 .
I polinomi p
1
e p
6
non si annullano, i polinomi p
2
e p
7
si annullano solo nellorigine;
il polinomio p
3
si annulla in una circonferenza, p
4
in due rette, p
5
in una retta.
Per quanto riguarda i rimanenti polinomi in 3 variabili, p
8
si annulla in una retta
(lasse z ), p
9
in una sfera, p
10
in un piano, p
11
in due piani e p
12
in un cilindro.
Ne consegue che i domini di una funzione razionale in pi` u variabili possono essere i
pi` u vari.
Vale il risultato seguente sulla continuit` a di una composizione.
10.5.17. Teorema (sulla continuit` a della composizione). teorema sulla
continuit`a della
composizione
Siano A R
n
,
B R
m
, c A, f : A R
m
, g: B R
p
e risulti f(A) B . Se f `e
continua in c e g `e continua in f(c) , allora g f `e continua in c .
La dimostrazione `e del tutto analoga a quella del Teor. 4.3.3.
La continuit` a di una funzione permette, in molti casi, di stabilire quando un insieme
`e aperto oppure chiuso. A questo scopo, introduciamo la notazione seguente, di natura
puramente insiemistica.
10.5.18. Denizione. immagine inversa Siano A, B insiemi, g : A B e K B ; chiamiamo
immagine inversa di K tramite g linsieme { x A | g(x) K} . Indichiamo
tale insieme con g
1
(K) .
10.5.19. Osservazione Linsieme g
1
(K) `e un sottoinsieme del dominio di g .
Sottolineiamo il fatto che g
1
(K) non rappresenta, di solito, il trasformato dellin-
sieme K per mezzo della funzione inversa di g , la cui esistenza non `e stata richiesta.
Solo se g `e iniettiva, allora g
1
(K) `e il trasformato dellinsieme Kg(A) per mezzo
di g
1
.
10.5.20. Esempio Poniamo:
(1) g
7
: R
2
R, g
7
(x, y) = x
2
+ y
2
1 ;
(2) g
8
: R
2
R, g
8
(x, y) = 2x + 3y ;
(3) g
9
: R
2
R, g
9
(x, y) = x
2
y
2
;
(4) g
10
: R
3
R, g
10
(x, y, z) = x
2
+ y
2
z .
Si ha
A
1
=
_
(x, y) R
2

x
2
+ y
2
1
_
= g
1
7
_
R

_
;
A
2
=
_
(x, y) R
2

2x + 3y > 4
_
= g
1
8
_
]4, +[
_
;
A
3
=
_
(x, y) R
2

x
2
y
2
= 1
_
= g
1
9
_
{ 1}
_
;
A
4
=
_
(x, y, z) R
3

x
2
+ y
2
z
_
= g
1
10
(R
+
) .
Possiamo ora enunciare un risultato che pu` o essere visto sia come una caratte-
rizzazione della continuit` a di una funzione (in tutto il dominio), sia come un utile
strumento per stabilire se un insieme `e aperto o chiuso.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
22 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
10.5.21. Teorema.
(1) Siano A un aperto di R
n
e f : A R
m
. La funzione f `e continua se, e
solo se, per ogni insieme aperto E R
m
, linsieme f
1
(E) `e aperto.
(2) Siano B un chiuso di R
n
e g: B R
p
. La funzione g `e continua se, e
solo se, per ogni insieme chiuso K R
p
, linsieme g
1
(K) `e chiuso.
Dimostrazione. Ci limitiamo a dimostrare, per entrambe le aermazioni, limpli-
cazione che prevede la continuit` a come ipotesi.
(1) Sia c f
1
(E) e quindi f(c) E . Poiche E `e aperto, esiste un intorno V
di f(c) tale che V E . Poiche f `e continua in c , per il Teorema di caratterizza-
zione della continuit` a 10.5.7 esiste U intorno di c , che possiamo supporre contenuto
in A, perche A `e aperto, tale che f(U) V . Quindi,
U f
1
(V ) f
1
(E) .
Questo prova che c int
_
f
1
(E)
_
e quindi che f
1
(E) `e aperto.
(2) Ricordiamo che, per dimostrare che un insieme `e chiuso, `e suciente provare che
la sua chiusura `e contenuta nellinsieme. Sia dunque d g
1
(K) ; per il Teor. 10.4.14,
esiste allora una successione (d
k
)
kN
in g
1
(K) , convergente a d . Poiche B `e
chiuso, risulta d B . Dalla continuit` a di g in d , segue che g(d
k
) g(d) .
Poiche
_
g(d
k
)
_
nN
`e una successione in K che `e un insieme chiuso, ancora per
il Teor. 10.4.14, risulta g(d) K e quindi d g
1
(K) , come si voleva.
Utilizzando questo Teorema, tenendo presente che R
n
`e sia aperto che chiuso e
che tutte le funzioni introdotte nellEs. 10.5.20 sono continue, `e facile stabilire le
propriet` a seguenti per gli insiemi introdotti in tale esempio: linsieme A
1
`e chiuso,
A
2
`e aperto, A
3
`e chiuso e A
4
`e chiuso.
I prossimi esempi mostrano come le ipotesi che i domini delle funzioni f e g nel
Teor. 10.5.21 siano, rispettivamente, aperto e chiuso, sono essenziali per la validit`a
del risultato.
10.5.22. Esempio Sia
h
1
: R
+
R, h
1
(x) =

x ;
la funzione h
1
`e continua, R `e aperto, ma R
+
= h
1
1
(R) non `e aperto.
10.5.23. Esempio Sia
h
2
: R

+
R, h
2
(x) = 1/

x;
la funzione h
2
`e continua, R `e chiuso, ma R

+
= h
1
2
_
R
_
non `e chiuso.
10.5.24. Osservazione Alla luce del Teorema 10.5.21, ci si potrebbe chiedere se
una funzione continua trasforma insiemi aperti in aperti e insiemi chiusi in chiusi.
Lesempio seguente risponde negativamente. Sia
g : R R, g(x) =
2x
x
2
+ 1
.
La funzione g `e continua, essendo razionale. Linsieme E
1
= ]1/2, 2[ `e aperto,
ma g(E
1
) = ]4/5, 1] , che non `e aperto; linsieme E
2
= [3, +[ `e chiuso, ma
g(E
2
) = ]0, 3/5] , che non `e chiuso.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.6. I teoremi fondamentali sulle funzioni continue 23
10.6. I teoremi fondamentali sulle funzioni continue
In questa Sezione estendiamo i risultati della Sezione 4.2 al caso di funzioni di reali e
vettoriali pi` u variabili, cominciando dal Teorema dei valori intermedi 4.2.8. Per tale
motivo dobbiamo individuare una classe di sottoinsiemi di R
n
che coincida con quella
degli intervalli nel caso in cui n = 1 . Classi di questo tipo sono quella dei prodotti
cartesiani di n intervalli di R oppure quella degli insiemi convessi (v. Def. 9.4.11),
ma ve ne sono molte altre. Una famiglia di insiemi molto generale e per la quale vale
unestensione del Teorema dei valori intermedi 4.2.8 `e introdotta nella Def. 10.6.2.
Nella denizione seguente diamo un signicato preciso al termine curva in R
n
.
10.6.1. Denizione. Sia A R
n
; chiamiamo cammino cammino in A una funzione
C(I, R
n
) , dove I `e un intervallo di R, tale che (I) A.
Sia A; diciamo che `e una curva curva in A quando esiste un cammi-
no : I A, tale che (I) = . In tal caso, si dice anche che `e una
parametrizzazione
parametrizzazione di e che `e il
sostegno di un
cammino
sostegno del cammino .
Se I `e un intervallo limitato e chiuso, I = [a, b] , il cammino viene detto
arco arco in A, di estremi (a) e (b) .
`
E importante distinguere una curva da una sua parametrizzazione;
4
possiamo pen-
sare che un cammino rappresenti la legge del moto di un punto materiale, mentre il
suo sostegno `e linsieme percorso dal punto; nellidea di cammino `e insito un signi-
cato cinematico, mentre in quello di curva laspetto geometrico `e predominante. Ad
esempio, i cammini

1
: [0, 2] R
2
,
1
(t) = (cos t, sint) ,

2
: [0, 2] R
2
,
2
(t) =
_
cos(2t), sin(2t)
_
,
sono parametrizzazioni della medesima curva

1
_
[0, 2]
_
=
2
_
[0, 2]
_
=
_
(x, y) R
2

x
2
+ y
2
= 1
_
;
il primo cammino rappresenta il moto di un punto che descrive la circonferenza uni-
taria muovendosi di moto uniforme e con velocit` a unitaria, mentre il secondo rappre-
senta quello di un punto che si muove a velocit` a doppia e quindi percorre due volte
la circonferenza unitaria nello stesso intervallo di tempo.
La denizione di cammino ora data, per quanto utile in numerose questioni di
Analisi, `e estremamente generale e il suo sostegno pu` o essere un oggetto geometrico
molto lontano dal concetto intuitivo di curva.
`
E possibile costruire archi che hanno
come sostegno il quadrato [0, 1]
2
!
Se R
n
`e il sostegno del cammino C(I, R
n
) , chiamiamo equazione
parametrica
equazione
parametrica di rispetto al parametro t lequazione
x = (t) , t I .
Poiche gli elementi di R
n
hanno n componenti, lequazione vettoriale scritta `e
formata da n equazioni scalari
x
j
=
j
(t) , j = 1, 2, . . . , n,
dove le
j
C(I, R) sono le componenti di .
Le funzioni considerate negli Es. 10.1.4, 10.2.13 e 10.2.14 sono cammini in R
2
, la
funzione considerata nellEs. 10.2.15 `e un cammino in R
3
.
4
Segnaliamo che in alcuni testi il termine curva viene usato per indicare ci` o che qui abbiamo
chiamato cammino.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
24 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
Dati due punti distinti in R
n
, siano c e d , la retta passante per essi `e una curva;
una sua parametrizzazione `e
: R R
n
, (t) = (1 t) c + td;
pertanto, unequazione parametrica della retta passante per i punti c e d `e
x = (1 t) c + td, t R.
Larco ottenuto restringendo allintervallo [0, 1] ha come sostegno il segmento
di estremi c e d (v. Def. 9.4.3); questi punti sono gli estremi dellarco. La curva
sostegno della restrizione di allintervallo R
+
`e la semiretta di origine c passante
per d .
10.6.2. Denizione. insieme connesso Sia A R
n
. Diciamo che A `e connesso
5
quando
x, y A esiste un arco in A di estremi x e y .
In altri termini, A `e connesso se ogni coppia di suoi punti `e collegata da un arco
interamente contenuto in A stesso; in formule,
x, y A, f C
_
[a, b] , A
_
, tale che f(a) = x, f(b) = y .
10.6.3. Esempio Sono insiemi connessi in R
2
: un singoletto, un semipiano, una
retta, un segmento, una palla, , R
2
, R
2
privato di un punto.
Sono insiemi non connessi in R
2
: R
2
privato di una retta, il complementare di
una circonferenza, I
1
(0) { (x, y) R
2
| y 2} .
Sono insiemi connessi in R
3
: un singoletto, un semispazio, una retta, un piano,
un segmento, una palla, , R
3
, R
3
privato di un punto, R
3
privato di una retta.
Sono insiemi non connessi in R
3
: R
3
privato di un piano, il complementare di
una sfera, I
1
(0) { x R
3
| x > 3} .
Mostriamo che
_
R
2
_

`e connesso, mentre B = R
2
\ { (x, y) R
2
| y = x} non
lo `e.
Siano dunque x, y
_
R
2
_

e cerchiamo di congiungerli mediante una poligonale


contenuta in
_
R
2
_

. Se x e y appartengono a due semirette opposte uscenti dallo-


rigine, scegliamo un punto z non appartenente alla retta che contiene tali semirette.
La poligonale ottenuta concatenando il segmento [x, z] col segmento [z, y] serve al
nostro scopo; in formule
: [0, 2] (R
2
)

, (t) =
_
(1 t)x + tz, t [0, 1[ ,
(2 t)z + (1 t)y, t [1, 2] .
In tutti i casi restanti basta considerare il segmento [x, y] .
Per mostrare che B non `e connesso, ragioniamo per assurdo. Se lo fosse, esiste-
rebbe un arco in B di estremi i punti (1, 0) e (1, 0) , cio`e esisterebbe una funzione
C
_
[a, b] , A
_
tale che (a) = (1, 0) e (b) = (1, 0) . Ora
1

2
C
_
[a, b] , R
_
e risulta (
1

2
)(a) = 1 , (
1

2
)(b) = 1 . Pertanto, per il Teorema dei valori
intermedi 4.2.8, c ]a, b[ : (
1

2
)(c) = 0 , cio`e
1
(c) =
2
(c) , contro lipotesi
che larco in questione sia contenuto in B .
10.6.4. Osservazione Rileviamo che la connessione di un insieme non presenta
relazioni col fatto che linsieme sia aperto, chiuso, limitato, non limitato, come messo
in evidenza dagli esempi precedenti.
5
Gli insiemi che godono di questa propriet` a vengono di solito chiamati connessi per archi, ri-
servando il termine connesso a una tipologia di insiemi un po pi` u generale. Poiche non avremo
bisogno di tale concetto, utilizziamo il termine connesso per non appesantire il discorso.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.6. I teoremi fondamentali sulle funzioni continue 25
10.6.5. Teorema (caratterizzazione dei connessi in R). caratterizzazione
dei connessi in R
Sia A R un insieme
non vuoto. Allora A `e connesso se, e solo se, A `e un intervallo, eventualmente
degenere.
Dimostrazione. Sia A un intervallo di R. Se A `e degenere, cio`e `e un singoletto,
allora A `e connesso. Se A non `e degenere, siano a, b A, con a < b . Poniamo
: [a, b] R, (t) = t ;
`e evidente che `e continua, inoltre, poiche A `e un intervallo, [a, b] A. Questo
prova che
_
[a, b]
_
A e quindi A `e connesso.
Viceversa, sia A un sottoinsieme connesso di R non vuoto. Se A `e un singoletto
non vi `e nulla da provare. Supponiamo dunque che A contenga almeno due punti.
Se x, y A, con x < y , esiste C
_
[a, b] , A
_
, tale che (a) = x e (b) = y .
Per il Teorema dei valori intermedi 4.2.8,
_
[a, b]
_
`e un intervallo e quindi contiene
[x, y] . Ne consegue che [x, y] A e pertanto A `e un intervallo.
10.6.6. Teorema (dei valori intermedi). teorema dei valori
intermedi
Siano A R
n
e f : A R
m
. Se A `e
connesso e f C(A, R
m
) , allora f(A) `e connesso.
Dimostrazione. Siano y
1
, y
2
f(A) e scegliamo x
1
, x
2
A, tali che f(x
1
) = y
1
e f(x
2
) = y
2
. Poiche A `e connesso, esiste C
_
[a, b] , A
_
, tale che (a) = x
1
e
(b) = x
2
; poniamo = f . Allora `e continua, per il Teorema sulla continuit` a
della composizione 10.5.17. Inoltre,
_
[a, b]
_
f(A) . Poiche
(a) = f
_
(a)
_
= f(x
1
) = y
1
, (b) = f
_
(b)
_
= f(x
2
) = y
2
,
`e un arco in f(A) di estremi y
1
e y
2
; questo prova che f(A) `e connesso.
10.6.7. Osservazione Nello studio delle funzioni reali di una variabile reale, ab-
biamo dedotto il Teorema dei valori intermedi 4.2.8 dal Teorema degli zeri 4.2.3, nella
cui dimostrazione abbiamo utilizzato il metodo di bisezione; tale procedura `e ben
pi` u complessa della dimostrazione del Teorema dei valori intermedi 10.6.6. Queste
considerazioni possono far sorgere dubbi su come `e stato trattato il corrispondente
argomento nel Volume 1. In realt` a, avremmo potuto dimostrare senza dicolt` a un
teorema che asserisce che limmagine, attraverso una funzione continua, di un inter-
vallo `e un insieme connesso di R; per passare da questa aermazione alla conclusione
che limmagine `e un intervallo occorre il Teor. 10.6.5. Esaminandone la dimostrazione,
si nota che, mentre tutti gli intervalli di R sono evidentemente dei connessi di R, il
viceversa si fonda sul Teorema dei valori intermedi nel caso reale. Senza un risultato
di quel tipo non `e possibile dimostrare che i connessi di R sono intervalli.
Vi sono ampie famiglie di insiemi che sono connessi: ad esempio, in ordine crescen-
te di generalit`a, gli insiemi convessi (v. Def. 9.4.11), gli insiemi stellati, gli insiemi
connessi per poligonali. Diamo una denizione precisa dei concetti ora nominati.
10.6.8. Denizione. insieme stellato Siano A R
n
e c A. Diciamo che A `e stellato
rispetto a c quando a A il segmento [c, a] `e contenuto in A. Diciamo
che A `e stellato quando c A, tale che A `e stellato rispetto a c .
Diciamo poi che A `e insieme connesso
per poligonali
connesso per poligonali quando a, b A esiste un
numero nito di punti di A, siano x
0
, x
1
, . . . , x
p
, tali che
(1) x
0
= a , x
p
= b ;
(2)

p
i=1
[x
i1
, x
i
] A.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
26 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
10.6.9. Osservazione Il concetto di insieme stellato `e pi` u generale di quello di
insieme convesso; in eetti un insieme `e convesso se, e solo se, `e stellato rispetto a
ogni suo punto. Un insieme stellato `e certamente connesso per poligonali (formate da
al pi` u due segmenti).
Mostriamo che un insieme connesso per poligonali `e anche connesso, provando che
una poligonale `e il sostegno di un arco. Utilizzando le notazioni della Def. 10.6.8,
poniamo
g: [0, p] R
n
, g(t) = x
i1
+(t i +1)(x
i
x
i1
) , se t [i 1, i] , i = 1, . . . , p .
La funzione g `e continua, `e a valori nellinsieme A e risulta g(0) = a e g(p) = b .
Pertanto, A `e connesso.
Concludiamo la discussione sulla connessione col risultato seguente, che abbiamo
gi`a dimostrato in un verso; omettiamo la dimostrazione del viceversa.
10.6.10. Teorema. Sia A un aperto di R
n
; linsieme A `e connesso se, e solo
se, `e connesso per poligonali.
Nel Cap. 13 utilizzeremo il seguente risultato tecnico sulla connessione.
10.6.11. Teorema. Sia A R
2
, non vuoto e diverso da R
2
. Se B R
2
`e
un insieme connesso, tale che A B = e A B = , allora A B = .
Pertanto, se un insieme connesso B `e disgiunto da A, allora B A oppure
B A.
Dimostrazione. Siano c A B e d A B . Poiche B `e connesso, esiste un
cammino g: [, ] B , tale che g() = c e g() = d . Consideriamo linsieme
{ t [, ] | g(t) A} , che `e non vuoto, perche g() = c A, ed `e limitato;
indichiamone con lestremo superiore, che appartiene ancora ad [, ] .
Per denizione di estremo superiore, esiste una successione (t
k
)
kN
in [, ] con-
vergente a , tale che g(t
k
) A, k N (se = tutti i termini della successione
coincidono con ). Per la continuit` a di g in , risulta g(t
k
) g() e quindi, per
il Teor. 10.4.14, g() A.
Proviamo ora che g() / int A. Infatti, se fosse g() int A, esisterebbe R

+
tale che I

_
g()
_
A. Inoltre, sarebbe < , visto che g() = d A. Per la
continuit` a di g , esisterebbe allora

+
, tale che +

e g
_
[, +

]
_

_
g()
_
; ne deriverebbe che g( +

) A, contrariamente al fatto che =


sup{ t [, ] | g(t) A} .
Pertanto g()
_
A\ int A
_
B = A B .
Esaminiamo ora alcune possibili estensioni del Teorema di Weierstrass 4.2.13; per
la validit`a non `e essenziale che il dominio della funzione sia un intervallo, e quindi un
insieme connesso: la tesi rimane valida anche se il dominio `e lunione di due intervalli
limitati e chiusi disgiunti o anche ununione nita di tali intervalli. Il ragionamento
su cui si basa la dimostrazione richiede che il dominio sia limitato (altrimenti sareb-
be impossibile procedere a una bisezione) e che i limiti di successioni nel dominio
appartengano allinsieme stesso. Tali argomentazioni fanno ipotizzare che una gene-
ralizzazione del Teorema di Weierstrass richieda che il dominio sia limitato e chiuso,
cio`e compatto (v. Def. 10.3.23). Vale, infatti, il teorema seguente.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.6. I teoremi fondamentali sulle funzioni continue 27
10.6.12. Teorema (di Weierstrass per funzioni reali). teorema di
Weierstrass per
funzioni reali
Siano A R
n
e
f : A R. Se A `e compatto e f `e continua, allora f ha massimo e minimo.
Dimostrazione. Per semplicare le notazioni, supponiamo n = 2 ; i ragionamenti
fatti in questo caso possono essere ripetuti con semplici modiche qualunque sia la
dimensione dello spazio.
Utilizziamo una generalizzazione del metodo di bisezione, gi`a applicato per dimo-
strare il Teorema di Weierstrass per funzioni reali di una variabile reale 4.2.13; questa
volta, per`o, a ogni passo della dimostrazione, dividiamo linsieme in quattro parti,
anziche in due.
Non sappiamo se f `e limitata; in ogni caso, essa possiede estremo superiore, che
indichiamo con M :
M = sup f(A) ], +] .
Visto che A `e limitato, esiste un rettangolo compatto [a, b] [c, d] di R
2
che
contiene A. Posto s
0
= (a +b)/2 e t
0
= (c +d)/2 , almeno uno dei quattro insiemi
_
[a, s
0
][c, t
0
]
_
A,
_
[s
0
, b][c, t
0
]
_
A,
_
[a, s
0
][t
0
, d]
_
A,
_
[s
0
, b][t
0
, d]
_
A,
`e non vuoto e lestremo superiore di f su di esso coincide con M . Indichiamo
con [a
1
, b
1
] uno dei due sottointervalli di [a, b] e con [c
1
, d
1
] uno dei due sot-
tointervalli di [c, d] , scelti in modo che sia sup f
__
[a
1
, b
1
] [c
1
, d
1
]
_
A
_
= M .
Risulta:
(1) a a
1
< b
1
b e c c
1
< d
1
d ;
(2) b
1
a
1
= (b a)/2 e d
1
c
1
= (d c)/2 .
Posto s
1
= (a
1
+ b
1
)/2 e t
1
= (c
1
+ d
1
)/2 , almeno uno dei quattro insiemi
_
[a
1
, s
1
] [c
1
, t
1
]
_
A,
_
[s
1
, b
1
] [c
1
, t
1
]
_
A,
_
[a
1
, s
1
] [t
1
, d
1
]
_
A,
_
[s
1
, b
1
] [t
1
, d
1
]
_
A,
`e non vuoto e lestremo superiore di f su di esso coincide con M . Indichiamo
con [a
2
, b
2
] uno dei due sottointervalli di [a
1
, b
1
] e con [c
2
, d
2
] uno dei due sot-
tointervalli di [c
1
, d
1
] , scelti in modo che sia sup f
__
[a
2
, b
2
] [c
2
, d
2
]
_
A
_
= M .
Risulta:
(1) a a
1
a
2
< b
2
b
1
b e c c
1
c
2
< d
2
d
1
d ;
(2) b
2
a
2
= (b a)/2
2
e d
2
c
2
= (d c)/2
2
.
Ripetendo questo ragionamento a partire dal rettangolo [a
2
, b
2
] [c
2
, d
2
] , co-
struiamo quattro successioni reali (a
k
)
kN
, (b
k
)
kN
, (c
k
)
kN
e (d
k
)
kN
, con
le seguenti propriet` a:
(1) k N

, a a
k
< b
k
b , c c
k
< d
k
d ;
(2) le successioni (a
k
)
kN

e (c
k
)
kN

sono crescenti, mentre (b


k
)
kN

e (d
k
)
kN

sono decrescenti;
(3) b
k
a
k
=
b a
2
k

k+
0 , d
k
c
k
=
d c
2
k

k+
0 ;
(4) k N

,
_
[a
k
, b
k
] [c
k
, d
k
]
_
A = ;
(5) k N

, supf
__
[a
k
, b
k
] [c
k
, d
k
]
_
A
_
= M .
Ragionando come nella dimostrazione del Teorema degli zeri 4.2.3, si riconosce che
le successioni (a
k
)
kN
e (b
k
)
kN
convergono a uno stesso limite s [a, b] , mentre
le successioni (c
k
)
kN
e (d
k
)
kN
convergono a uno stesso limite t [c, d] .
Sia (x
k
, y
k
)
_
[a
k
, b
k
] [c
k
, d
k
]
_
A. Siccome a
k
x
k
b
k
e c
k
y
k
d
k
,
per il Teorema dei due carabinieri 1.4.7 x
k
s e y
k
t , da cui, per il Teorema
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
28 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
di banalit`a dei limiti delle successioni vettoriali 10.4.11, (x
k
, y
k
) (s, t) . Perci`o
(s, t) A, per il Teor. 10.4.14, in quanto limite di una successione di punti di A;
siccome A `e chiuso, ne segue che (s, t) A.
Mostriamo che f(s, t) = M . Evidentemente, si ha f(s, t) M . Per la continuit` a
di f in (s, t) , R

+
, esiste V

intorno di (s, t) , tale che, (x, y) A V

, si
ha f(x, y) f(s, t) + . Se k `e abbastanza grande, [a
k
, b
k
] [c
k
, d
k
] V

e quindi
M f(s, t) + . Per larbitrariet` a di , risulta M f(s, t) , quindi f(s, t) = M .
Questo prova che f possiede massimo.
In modo del tutto analogo si prova che f possiede anche minimo.
Dal Teorema precedente segue che le funzioni reali, continue e denite in un insieme
compatto, hanno massimo e minimo; ne discende che tali funzioni sono limitate e, se le
loro immagini sono intervalli, che tali intervalli sono chiusi. Pertanto, per le funzioni
vettoriali, per le quali non ha senso parlare di massimo o di minimo, risulta naturale
il seguente risultato.
10.6.13. Teorema (di Weierstrass per funzioni vettoriali). teorema di
Weierstrass per
funzioni vettoriali
Siano A R
n
e
f : A R
m
. Se A `e compatto e f `e continua, allora f(A) `e compatto.
Dimostrazione. Sappiamo che la norma `e una funzione continua (v. Es. 10.5.2);
allora la funzione
g : A R, g(x) = f(x) ,
`e continua, per il Teorema sulla continuit` a della composizione 10.5.17. Poiche g `e una
funzione reale con dominio compatto, essa ha massimo, per il Teorema di Weierstrass
per funzioni reali 10.6.12; indichiamolo con M . Allora x A, f(x) M e
quindi f(A) `e limitato.
Dimostriamo ora che f(A) `e chiuso, mostrando che f(A) f(A) . Infatti, se
y f(A) , poniamo
h: A R, h(x) = f(x) y .
La funzione h `e continua, perche composizione di funzioni continue, e il suo dominio
`e compatto; quindi, per il Teorema di Weierstrass per funzioni reali 10.6.12, h ha
minimo, ovviamente non negativo. Per il Teor. 10.4.14 esiste una successione (b
k
)
kN
in f(A) , tale che b
k
y . Sia poi a
k
A, tale che f(a
k
) = b
k
, k N; si ha
h(a
k
) = f(a
k
) y = b
k
y 0 .
Allora min h = 0 , in quanto tale minimo non pu` o essere positivo, e quindi esiste
c A tale che h(c) = 0 ; ne consegue che f(c) = y , dunque y f(A) .
Introduciamo ora, analogamente a quanto fatto per le funzioni reali di una variabile
reale, il concetto di funzione uniformemente continua (v. Def. 4.2.21).
10.6.14. Denizione. funzione
uniformemente
continua
Siano A R
n
e f : A R
m
. Diciamo che f `e
uniformemente continua quando
R

+
,

+
: x, y A, tali che xy

, si ha f(x) f(y) .
Questa denizione `e pi` u restrittiva di quella di funzione continua in A; infatti, la
continuit` a in un insieme richiede che la funzione sia continua in ogni punto dellinsieme
e questa propriet` a deve essere vericata separatamente in ogni singolo punto; ci`o
consente che i

relativi a punti diversi possano essere diversi.


G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.6. I teoremi fondamentali sulle funzioni continue 29
10.6.15. Esempio Poniamo
g : R
n
R, g(x) = x
2
.
La funzione g non `e uniformemente continua. Infatti la sua restrizione al primo asse
coordinato `e g(x
1
, 0, . . . , 0) = x
2
1
e nellEs. 4.2.22 abbiamo dimostrato che la funzione
x x
2
non `e uniformemente continua in R.
Non `e invece dicile mostrare che, M R

+
, g
|
IM(0)
`e uniformemente continua.
Si ha infatti
g(x) g(y) = x
2
y
2
=
_
x y
__
x +y
_
;
se x, y I
M
(0) , per la seconda disuguaglianza triangolare si ha

g(x) g(y)

2Mx y ;
(v. (4) del Teor. 9.3.16). Pertanto la denizione di uniforme continuit` a `e vericata
scegliendo

= /(2M) .
Il risultato seguente si dimostra in modo analogo al Teorema di banalit`a della
continuit` a delle funzioni vettoriali 10.5.9.
10.6.16. Teorema (teorema di banalit`a delluniforme continuit` a). teorema di
banalit`a
delluniforme
continuit`a
Siano A R
n
e f : A R
m
. Allora f `e uniformemente continua se, e solo se, sono unifor-
memente continue le funzioni reali f
1
, f
2
, . . . , f
m
; in altre parole, una funzione
vettoriale `e uniformemente continua se, e solo se, lo sono tutte le sue componenti.
Introduciamo ora unampia classe di funzioni uniformemente continue.
10.6.17. Denizione. funzione
lipschitziana
Siano A un sottoinsieme convesso di R
n
e f : A R
m
.
Diciamo che f `e lipschitziana quando esiste L R

+
tale che
x, y A, f(x) f(y) Lx y .
La costante L che compare in questa denizione prende il nome di costante di
lipschitzianit`a
costante di
lipschitzianit` a. Per n = m = 1 si ritrovano le nozioni introdotte nella Def. 4.2.23.
10.6.18. Osservazione Una funzione lipschitziana `e uniformemente continua, quin-
di continua. Infatti, se essa ha costante di lipschitzianit`a L, nella denizione di
uniforme continuit` a si pu` o scegliere

= /L, R

+
.
Ricordando le propriet` a del valore assoluto (v. Teor. 0.6.9), la condizione di lip-
schitzianit`a per una funzione reale equivale a
x, c A, f(c) Lx c f(x) f(c) + Lx c . (10.6.1)
Ci`o signica che, ssato c A, il punto
_
x, f(x)
_
ha lultima coordinata compresa
tra f(c) Lx c e f(c) + Lx c ; detto in altre parole, il graco di f `e
contenuto nella regione esterna al cono circolare di vertice il punto
_
c, f(c)
_
di
equazione
_
y f(c)
_
2
= L
2
x c
2
.
10.6.19. Esempio Le funzioni polinomiali di grado non superiore a 1 sono lip-
schitziane. La cosa `e ovvia per le funzioni costanti. Consideriamo allora una funzione
polinomiale di primo grado,
g : R
n
R, g(x) =
n

i=1
a
i
x
i
+ b ,
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
30 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
dove a
i
, b R, con

n
i=1
a
2
i
= 0 . Posto a = (a
1
, a
2
, . . . , a
n
) , utilizzando la
disuguaglianza di Cauchy-Schwarz 9.3.17, si ha, x, y R
n
,
|g(x) g(y)| =

_
n

i=1
a
i
x
i
+ b
_

_
n

i=1
a
i
y
i
+ b
_

i=1
a
i
(x
i
y
i
)

=
= |a

(x y)| ax y ;
pertanto g `e lipschitziana con costante di lipschitzianit`a a .
10.6.20. Esempio La funzione norma `e lipschitziana; infatti, per la seconda disu-
guaglianza triangolare (v. Teor. 9.3.16-(4)), si ha, x, y R
n
,

x y

x y ;
in questo caso, la costante di lipschitzianit`a `e 1 .
I seguenti risultati, relativi a funzioni denite in insiemi limitati e illimitati, rispet-
tivamente, sottolineano la dierenza fra continuit` a e uniforme continuit` a.
10.6.21. Teorema. Siano A un sottoinsieme limitato di R
n
e f : A R
m
.
Se f `e uniformemente continua, allora f `e limitata.
Segnaliamo che, nel teorema precedente, non si richiede che il dominio sia chiuso.
10.6.22. Teorema. Sia f : R
n
R
m
. Se f `e uniformemente continua, allora
a, b R
+
, tali che
x R
n
, f(x) ax + b .
Concludiamo la Sezione enunciando la versione per funzioni di pi` u variabili del
Teorema di Heine-Cantor 4.2.29.
10.6.23. Teorema (di Heine-Cantor). teorema di
Heine-Cantor
Siano A R
n
e f : A R
m
. Se A `e
compatto e f `e continua, allora f `e uniformemente continua.
10.7. Limiti per funzioni di pi` u variabili
In questa Sezione deniamo il concetto di limite per funzioni di pi` u variabili e ne
stabiliamo le principali propriet` a. La Def. 4.4.11 pu` o essere trasportata alla situazio-
ne attuale, tenendo presente che abbiamo gi`a denito la convergenza di successioni
vettoriali; occorre per`o precisare per quali punti c abbia senso chiedersi se esiste
il limite per x c . Per questo occorre che esistano successioni in domf \ { c}
convergenti a c .
Studiando i limiti di funzioni di una variabile ci siamo messi nella situazione sem-
plice, ma gi`a sucientemente generale, in cui domf `e un intervallo o un intervallo
forato; in tal caso i punti per cui esistono successioni del tipo richiesto sono quel-
li appartenenti allintervallo di R [inf(domf), sup(domf)] . In R
n
(con n > 1 )
non abbiamo una classe sucientemente generale di insiemi A per cui sia facile de-
terminare linsieme dei punti c a cui converge una successione in A \ { c} ; quindi
richiediamo esplicitamente lesistenza di una successione in domf \ { c} convergente
a c . A tal ne diamo la denizione seguente.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.7. Limiti per funzioni di pi` u variabili 31
10.7.1. Denizione. punto di
accumulazione
Siano A R
n
e c R
n
. Diciamo che c `e punto di
accumulazione per A quando esiste una successione in A\{ c} convergente a c .
Indichiamo con D(A) linsieme dei punti di accumulazione per linsieme A.
10.7.2. Osservazione Se c `e punto interno ad A, allora c `e punto di accumula-
zione per A. Infatti, sia r R

+
, tale che I
r
(c) A; la successione (x
k
)
kN
, con
x
k
= c + (r/k) e
1
, `e in A \ { c} e converge a c .
`
E evidente che, se d `e punto esterno ad A, allora d non `e punto di accumulazione
per A, pertanto D(A) A.
Se x A\ A, allora x `e punto di accumulazione per A. Infatti, in questo caso,
k N

, a
k
A, tale che a
k
x 1/k ; questo prova che a
k
x. Inoltre,
poiche x / A, tutti i termini della successione sono diversi da x.
Se x A A, allora x pu` o essere di accumulazione per A oppure no.
Ad esempio, sia A
1
= I
1
(0) ; allora tutti i punti della frontiera appartengono
ad A
1
e sono di accumulazione per A
1
. Infatti A
1
= { x R
n
| x = 1} A
1
(v. Es. 10.3.7) e se x A
1
, allora
_
(1 1/k)x
_
kN

`e una successione in A
1
\ {x}
convergente a x.
Sia A
2
= I
1
(0) { 2e
1
} . Allora 2e
1
appartiene ad A
2
A
2
, ma non `e punto
di accumulazione per A
2
. Infatti, A
2
\ { 2e
1
} = I
1
(0) e quindi, se (x
k
)
kN
`e una
successione in tale insieme, si ha x
k
1 ; perci`o la successione non pu` o convergere
a 2e
1
che ha norma 2 .
10.7.3. Osservazione Osserviamo che, se J `e un intervallo oppure un intervallo
forato di R, allora D(J) = [inf J, supJ] R.
10.7.4. Osservazione Segue immediatamente dalla denizione che c `e punto di
accumulazione per linsieme A se, e solo se, r R

+
, AI
r
(c) \{ c} = , cio`e ogni
intorno di c contiene almeno un punto di A diverso da c stesso.
Infatti, se esiste una successione in A \ { c} convergente a c , per la denizione
di limite, r R

+
, I
r
(c) contiene termini della successione e quindi elementi di
A\ { c} . Viceversa se r R

+
si ha A I
r
(c) \ { c} = , esiste una successione in
A \ { c} convergente a c .
Possiamo ora formulare la denizione di limite per funzioni di pi` u variabili. Poiche
consideriamo funzioni a valori in R
m
, anche il limite, quando esiste, `e un elemento
di R
m
.
10.7.5. Denizione. limite di una
funzione
Siano A R
n
, f : A R
m
, c D(A) , l R
m
.
Diciamo che esiste il limite di f(x) per x che tende a c ed `e uguale a l ,
quando per ogni (a
k
)
kN
, successione in A\{ c} , tale che a
k
c , la successione
trasformata tramite f tende a l , cio`e f(a
k
) l . In tal caso, scriviamo
lim
xc
f(x) = l oppure f(x)
xc
l .
Quando m = 1 , `e possibile parlare anche di limite uguale a oppure a +;
quando n = 1 , `e possibile parlare di limite per x , per x e, se
c R, di limite per x c e di limite per x c+. Lo studente dovrebbe scrivere
esplicitamente le denizioni in ciascuno di questi casi.
10.7.6. Esempio Sia
g :
_
R
2
_

R, g(x, y) =
xy
2
x
2
+ y
2
.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
32 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
La funzione g `e continua perche razionale; inoltre, D
__
R
2
_

_
= R
2
, perche linsie-
me `e aperto (e quindi tutti i suoi punti sono interni e dunque di accumulazione per
linsieme), mentre 0
_
R
2
_

\
_
R
2
_

e dunque `e anchesso di accumulazione per il


dominio di g (v. Oss. 10.7.2). Possiamo dunque chiederci se esiste lim
(x,y)0
g(x, y) .
Sia
_
(x
k
, y
k
)
_
kN
una successione in
_
R
2
_

convergente a 0 . Consideriamone la suc-


cessione trasformata tramite g , che `e una successione reale, e proviamo che converge
a 0 . Si ha
|g(x
k
, y
k
)| =

x
k
y
2
k
x
2
k
+ y
2
k

= |x
k
|

y
2
k
x
2
k
+ y
2
k

|x
k
| .
Poiche (x
k
, y
k
)
k+
0 , per il Teorema di banalit`a dei limiti delle successioni
vettoriali 10.4.11 risulta x
k
0 e quindi anche |x
k
| 0 . Dal Teorema dei due
carabinieri 1.4.7 e dal Teor. 1.2.17 segue allora che anche g(x
k
, y
k
)
k+
0 . Questo
prova che il limite in esame esiste ed `e uguale a 0 .
10.7.7. Esempio Sia A
3
= { (x, y) R
2
| x = y} e
g : A
3
R, g(x, y) =
x + y
x y
.
La funzione g `e continua, perche razionale; inoltre, linsieme dei punti di accumula-
zione di A
3
coincide con R
2
, perche linsieme `e aperto (e quindi tutti i suoi pun-
ti sono interni e dunque di accumulazione per linsieme), mentre A
3
coincide col
complementare del dominio; pertanto, anche i punti di frontiera sono di accumulazio-
ne per A
3
(v. Oss. 10.7.2). Possiamo dunque chiederci se esiste lim
(x,y)(c,c)
g(x, y) ,
con c R.
Supponiamo dapprima c = 0 e consideriamo la successione
_
(1/k, 0)
_
kN

; essa `e
in A
3
e converge a 0 . Consideriamone la successione trasformata tramite g ; si ha
g
_
1
k
, 0
_
=
1
k
1
k
= 1
k+
1 .
Se invece consideriamo lanaloga successione
_
(0, 1/k)
_
kN

, otteniamo
g
_
0,
1
k
_
=
1
k

1
k
= 1
k+
1 .
Poiche le successioni trasformate convergono a limiti diversi, g non ha limite per
(x, y) 0 .
Supponiamo ora c = 0 e consideriamo la successione in A
3
_
(c + 1/k, c)
_
kN

,
che converge a (c, c) . Risulta
g
_
c +
1
k
, c
_
=
2c +
1
k
1
k
;
lultima successione scritta tende a +, quando c > 0 , e a , quando c < 0 .
Consideriamo ora lanaloga successione
_
(c 1/k, c)
_
kN

; si ha
g
_
c
1
k
, c
_
=
2c
1
k

1
k
;
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.7. Limiti per funzioni di pi` u variabili 33
lultima successione scritta tende a , quando c > 0 , e a +, quando c < 0 .
Poiche le successioni trasformate convergono a limiti diversi, g non ha limite per
(x, y) (c, c) , anche quando c = 0 .
Anche per i limiti di funzioni vettoriali vale un risultato che consente di ricondursi
a limiti per funzioni reali; la sua dimostrazione `e del tutto analoga al Teorema di
banalit`a della continuit` a delle funzioni vettoriali 10.5.9.
10.7.8. Teorema (di banalit`a del limite per funzioni vettoriali). teorema di
banalit`a del limite
per funzioni
vettoriali
Siano A R
n
,
f : A R
m
, con m > 1 , c D(A) e l R
m
. Allora esiste
lim
xc
f(x) = l
se, e solo se, esistono i limiti delle funzioni componenti; in tal caso, questi sono
uguali alle corrispondenti componenti del limite, cio`e
lim
xc
f
i
(x) = l
i
, i = 1, 2, . . . , m.
I Teor. 4.4.15, 4.4.16, 4.4.20, 4.4.21 e 4.4.22 possono essere estesi senza dicolt` a
alla situazione attuale. Limitiamoci ad enunciarli.
10.7.9. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
, c D(A) e l R
m
. Allora
esiste lim
xc
f(x) = l , se, e solo se,
V intorno di l , U
V
intorno di c: x A U
V
\ { c} , si ha f(x) V .
Il teorema precedente pu` o essere riformulato nella forma seguente.
10.7.10. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
, c D(A) e l R
m
. Allora
esiste lim
xc
f(x) = l , se, e solo se,
R

+
,

+
: x A\{ c} tali che xc

, si ha f(x)l .
10.7.11. Teorema (di unicit` a del limite). teorema di unicit`a
del limite
Siano A R
n
, f : A R
m
,
c D(A) e l, v R
m
. Se si ha
lim
xc
f(x) = l , lim
xc
f(x) = v ,
allora l = v .
10.7.12. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
e c AD(A) . Allora esiste
lim
xc
f(x) = f(c) se, e solo se, f `e continua in c .
10.7.13. Teorema (di localit` a del limite). teorema di localit`a
del limite
Siano A, B R
n
, f : A R
m
,
g: B R
m
, c D(A) D(B) e l R
m
.
Supponiamo inoltre che esista un intorno U di c , tale che:
(1)
_
A\ {c}
_
U =
_
B \ {c}
_
U ;
(2) x
_
A \ {c}
_
U , f(x) = g(x) .
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
34 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
Allora esiste lim
xc
f(x) = l se, e solo se, esiste lim
xc
g(x) = l .
10.7.14. Teorema (sul limite di una restrizione). teorema sul limite
di una restrizione
Siano B A R
n
,
f : A R
m
, c D(B) e l R
m
.
Se esiste lim
xc
f(x) = l , allora esiste anche lim
xc
_
f
|
B
_
(x) = l .
Il teorema precedente viene spesso utilizzato per dimostrare che un limite non
esiste; infatti se si trovano due restrizioni che hanno limiti diversi per x c , il
limite non pu` o esistere. Il ragionamento `e analogo a quello usato per le funzioni di
una variabile, utilizzando i limiti da destra e da sinistra.
Quanto detto relativamente alle funzioni continue e ai limiti per funzioni di pi` u
variabili pu` o far pensare che la situazione non sia molto diversa dal caso delle funzioni
di una sola variabile. Ci`o pu` o essere abbastanza vicino al vero per gli aspetti teorici,
ma gli esempi seguenti mostrano che la situazione `e ben pi` u complessa che nel caso
studiato nel Volume 1.
10.7.15. Esempio Consideriamo la funzione g , gi`a studiata nellEs. 10.5.15,
g : R
2
R, g(x, y) =
_
xy
x
2
+ y
2
, se (x, y) = 0,
0 , se (x, y) = 0.
Osserviamo che esistono i limiti ripetuti
lim
y0
_
lim
x0
g(x, y)
_
= 0 , lim
x0
_
lim
y0
g(x, y)
_
= 0 .
Per`o non esiste lim
(x,y)(0,0)
g(x, y) . Infatti, posto
B
1
= R

{ 0}, B
2
=
_
(x, x) R
2

x R

_
,
risulta (0, 0) D(B
1
) D(B
2
) e
_
g
|
B1
_
(x, y) = g(x, 0) = 0 ,
_
g
|
B2
_
(x, y) = g(x, x) =
x
2
2x
2
=
1
2
.
Pertanto, esistono lim
(x,y)(0,0)
_
g
|
B1
_
(x, y) = 0 e lim
(x,y)(0,0)
_
g
|
B2
_
(x, y) = 1/2 . Per
il Teor. 10.7.14 non esiste dunque il limite lim
(x,y)(0,0)
g(x, y) .
10.7.16. Esempio Poniamo
g :
_
R
2
_

R, g(x, y) =
x
2
y
x
4
+ y
2
.
La funzione g , essendo razionale, `e continua; poiche (0, 0) D
__
R
2
_

_
, possiamo
studiare se esiste lim
(x,y)(0,0)
g(x, y) .
Posto B

= { 0} R

, risulta (0, 0) D(B

) e
_
g
|
B
_
(x, y) = g(0, y) = 0 .
Se m R, posto B
m
= { (x, mx) R
2
| x R

} , risulta (0, 0) D(B


m
) e si ha,
(x, y) B
m
,
_
g
|
Bm
_
(x, y) = g(x, mx) =
mx
3
x
4
+ m
2
x
2
=
mx
x
2
+ m
2
.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.7. Limiti per funzioni di pi` u variabili 35
Se m = 0 , lultima espressione scritta `e uguale a 0 , x R

, mentre, se m = 0 ,
essa tende evidentemente a 0 quando (x, y) (0, 0) . Ne consegue che la restrizione
di g a una qualsiasi retta passante per lorigine tende a 0 .
Ciononostante, g non ha limite per (x, y) (0, 0) ; infatti, posto
E =
_
(x, y)
_
R
2
_

y = x
2
_
,
risulta (0, 0) D(E) e, (x, y) E ,
_
g
|
E
_
(x, y) = g(x, x
2
) =
x
4
2x
4
=
1
2
.
Quindi esiste lim
(x,y)(0,0)
_
g
|
E
_
(x, y) = 1/2 = 0 ; questo prova, per il Teor. 10.7.14,
che g non ha limite per (x, y) (0, 0) .
Enunciamo ora alcuni risultati la cui dimostrazione `e analoga a quella del caso delle
funzioni di una variabile.
10.7.17. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
, c D(A) e l R
m
. Se
esiste lim
xc
f(x) = l , allora esiste U intorno di c , tale che f
|
AU
`e limitata.
10.7.18. Teorema. Siano A R
n
, f, g: A R
m
, h: A R, k R,
c D(A) , l, v R
m
e q R. Se esistono lim
xc
f(x) = l , lim
xc
g(x) = v e
lim
xc
h(x) = q , allora:
(1) esiste lim
xc
(f +g)(x) = l +v ;
(2) esiste lim
xc
(hf)(x) = ql ;
(3) se x A, h(x) = 0 e q = 0 , esiste lim
xc
(1/h)f(x) = (1/q) l ;
(4) esiste lim
xc
(f

g)(x) = l

v ;
(5) se m = 3 , esiste lim
xc
(f g)(x) = l v .
Risulta spesso utile il risultato seguente, che `e una notevole generalizzazione del
Teor. 4.6.6; la sua dimostrazione si ottiene utilizzando il Teor. 10.7.10.
10.7.19. Teorema. Siano A R
n
, f : A R
m
, l R
m
, c A, E, F
A \ { c} , tali che E F = A \ { c} . Supponiamo che c D(E) D(F) e che
esistano i limiti
lim
xc
_
f
|
E
_
(x) = l , lim
xc
_
f
|
F
_
(x) = l .
Allora esiste lim
xc
f(x) = l .
10.7.20. Teorema (sul limite della composizione). teorema sul limite
della composizione
Siano A R
n
, B R
m
,
f : A R
m
, g: B R
p
e risulti f(A) B . Siano poi c D(A) , l R
m
,
v R
p
e si abbia l D(B) .
Supponiamo che:
(1) esista lim
xc
f(x) = l ;
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
36 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
(2) esista lim
yl
g(y) = v ;
(3) sia vericata almeno una delle seguenti aermazioni:
(a) l B e g `e continua in l ;
(b) esiste U , intorno di c , tale che x A U \ {c} , si ha f(x) = l .
Allora esiste lim
xc
(g f)(x) = v .
Lo studente dovrebbe trascrivere per le funzioni reali di pi` u variabili gli analoghi
dei Teor. 4.5.2 e 4.5.3.
In R
n
, con n > 1 , non `e possibile parlare di + e di , in quanto questi
simboli presuppongono lesistenza di una relazione dordine totale, che non abbiamo
denito in questo ambiente.
`
E talora utile esaminare il comportamento di una fun-
zione quando le variabili diventano molto grandi. Formuliamo dunque la denizione
seguente, per la quale sussistono tutte le propriet` a precedentemente stabilite per i
limiti usuali, quando queste hanno senso.
10.7.21. Denizione. limite allinnito Siano A R
n
illimitato, f : A R
m
, l R
m
. Dicia-
mo che esiste il limite di f(x) per x che tende a + ed `e uguale a l , quando
per ogni (a
k
)
kN
successione in A, tale che a
k
+, la sua trasformata
tramite f tende a l , cio`e f(a
k
) l . In tal caso, scriviamo
lim
x+
f(x) = l oppure f(x)
x+
l .
Osserviamo che, anche una successione vettoriale abbia la norma che tende a +
`e suciente, ma non necessario, che almeno una delle successioni componenti abbia
la successione dei valori assoluti positivamente divergente.
10.7.22. Esempio Consideriamo la funzione
g :
_
R
2
_

R, g(x, y) =
x
2
+ y
2
x
4
+ y
4
.
Poiche, a, b R

+
, si ha 2ab a
2
+ b
2
, risulta
x
4
+ y
4
= (x
2
+ y
2
)
2
2x
2
y
2
(x
2
+ y
2
)
2
(x
4
+ y
4
) ,
da cui si ricava
x
4
+ y
4

1
2
(x
2
+ y
2
)
2
.
Allora, (x, y)
_
R
2
_

, si ha
0 < g(x, y) 2
x
2
+ y
2
(x
2
+ y
2
)
2
=
2
x
2
+ y
2

(x,y)+
0 .
Dal Teorema dei due carabinieri segue allora che esiste lim
(x,y)+
g(x, y) = 0 .
10.7.23. Esempio Consideriamo la funzione
g :
_
R
2
_

R, g(x, y) =
x
2
+ y
4
x
4
+ y
4
.
Linsieme E
1
= { (x, 0) R
2
| x R

} `e illimitato; consideriamo la restrizione di g


a E
1
. Si ha
_
g
|
E1
_
(x, y) = g(x, 0) =
x
2
x
4
=
1
x
2

(x,y)+
0 .
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
c 978-88-08-00000-0 10.7. Limiti per funzioni di pi` u variabili 37
Anche linsieme E
2
= { (0, y) R
2
| y R

} `e illimitato; consideriamo la restrizione


di g a E
2
. Si ha
_
g
|
E2
_
(x, y) = g(0, y) =
y
4
y
4
= 1
(x,y)+
1 .
Allora, per il Teorema sul limite di una restrizione 10.7.14, non esiste
lim
(x,y)+
g(x, y).
Concludiamo questo Capitolo, estendendo alle funzioni di pi` u variabili i concetti
di funzione trascurabile e di equivalenza locale.
10.7.24. Denizione. funzione
localmente
trascurabile
Siano A R
n
, f : A R
m
, g : A R, c D(A) e
risulti x A \ {c} , g(x) = 0 . Diciamo che f `e trascurabile rispetto a g , per
x c , se esiste
lim
xc
1
g(x)
f(x) = 0.
In tal caso si scrive
f(x) = o
_
g(x)
_
, per x c ,
e si legge f(x) `e o piccolo di g(x) , per x che tende a c .
Il Teor. 1.6.6 si estende immediatamente anche alla situazione attuale, tenendo
naturalmente presente il fatto che tutti gli o piccolo coinvolti devono essere riferiti
al tendere della variabile allo stesso punto.
10.7.25. Esempio Sia
h
1
: R
2
R, h
1
(x, y) = x
4
+ y
4
;
allora
h
1
(x, y) = o
_
x
2
+ y
2
_
, per (x, y) (0, 0) .
Infatti,
0
h
1
(x, y)
x
2
+ y
2
=
x
4
+ y
4
x
2
+ y
2

(x
2
+ y
2
)
2
x
2
+ y
2
= x
2
+ y
2

(x,y)(0,0)
0 .
Dal Teorema dei due carabinieri segue quanto asserito.
10.7.26. Denizione. funzioni
localmente
equivalenti
Siano A R
n
, f, g: A R
m
e c D(A) . Diciamo
che f(x) `e equivalente a g(x) per x c e scriviamo
f(x) g(x) , per x c ,
se esiste una funzione h: A R, tale che:
(1) x A \ {c} , f(x) = h(x)g(x) ;
(2) h(x)
xc
1 .
I Teor. 1.6.9 e 4.5.18, come pure le Oss. 1.6.10 1.6.12 si trasportano alla situazione
attuale, con modiche facilmente intuibili.
10.7.27. Esempio Non sempre un maggior grado del numeratore assicura lesisten-
za del limite per (x, y) (0, 0) . Infatti, sia
h
2
:
_
(x, y) R
2

x = y
_
R, h
2
(x, y) =
x
2
+ y
2
x y
.
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht
38 Capitolo 10. Continuit` a e limiti in pi` u variabili c 978-88-08-00000-0
Se restringiamo h
2
a R

{0} , si ha
h
2
(x, 0) =
x
2
x
= x
(x,y)(0,0)
0 ;
pertanto, se esiste il limite di h
2
per (x, y) (0, 0) , esso deve essere uguale a 0 .
Restringiamo ora h
2
allinsieme { (x, y) R
2
| y = sin x, x R

} ; si ha
h
2
(x, sin x) =
x
2
+ sin
2
x
x sin x

2x
2
(1/6) x
3
=
12
x
,
che non ha limite per x 0 . Questo prova che non esiste il limite di h
2
per
(x, y) (0, 0) .
10.7.28. Esempio Sia
g : R
2
R, g(x, y) = e
xy
2_
(x 1)
2
+ (y 2)
2
_
;
allora,
g(x, y) e
4
_
(x 1)
2
+ (y 2)
2
_
, per (x, y) (1, 2) .
Infatti, in questo caso, risulta e
xy
2

(x,y)(1,2)
e
4
e quindi
e
xy
2
_
(x 1)
2
+ (y 2)
2
_
e
4
_
(x 1)
2
+ (y 2)
2
_
(x,y)(1,2)
1 .
G. C. Barozzi G. Dore E. Obrecht