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Apro gli occhi. La prima immagine che mi si para davanti appena sveglio il soffitto, bianco, uniforme. Mi giro su un fianco.

. Nella penombra, la sveglia sul comodino lampeggia le ore 7:00. Qualcosa non va. Lo sento. Mi siedo sul bordo del letto, il pavimento gelato, accanto alla finestra le ciabatte. Il silenzio mi avvolge. In bagno la luce livida, il riflesso sulle piastrelle lattee ferisce gli occhi resi sensibili dal sonno. Quasi non rispondo al saluto dei miei, come se non lavessi sentito. Mangio la mia fetta biscottata e bevo il mio caff, e lunico rumore che sento il frantumarsi della croccante fetta biscottata sotto i miei denti, e questo rumore mi rimbomba in testa, e laroma forte del caff mi stordisce. Mi vesto, sbaglio i calzini, ma non importa. In casa mia, neanche un rumore. Solo, il maledetto suono delle fette biscottate che continua a risuonare nella mia mente. Scendo per strada, alle 7:30 c il deserto. Giusto un vecchietto, che porta a spasso un cane simile a lui, cammina incurante dellassordante silenzio, e mi guarda con sguardo un po diffidente, molto eloquente a dire il vero, si vede che considera la mia una generazione di drogati da pc e scapestrati senza un futuro. Signore, lei un profeta del disastro con un cane che probabilmente ne sa pi di lei e vivr pi di lei, vorrei dirgli, ma cos come apparso, cos nella nebbia scompare. Maledetto silenzio, che succede? Gridare, urlare, rompere questo muro di nebbia! Mondo, io esisto! Ma rimango muto, annientato dalla potenza di questo sentimento assurdo, e continuo a camminare verso la scuola, la mia destinazione, anzi predestinazione. Un passo dopo laltro, il grigio del cemento sembra camminare con me, sempre uguale, sempre monotono, sempre grigio. La tracolla pesa, di libri che rimandano a serate passate sotto una lampadina, nellindifferenza della mia famiglia, cercando di imparare cose che sembrano appartenere a un mondo parallelo, capaci di incastrare il pensiero tra righe di inchiostro e reti di carta. Arrivo davanti al cancello, e unimponente facciata di mattoni mi accoglie sogghignando, rovinata dal tempo e dalla memoria. Altri passi si aggiungono al mio, ma risate, spintoni, sguardi, non mi sfiorano nemmeno. Non li sento, li vedo, ma non li percepisco. Ma questi estranei in qualche modo mi danno sicurezza, non sono solo. Certo che questa mattina strana. Mi avvio con questo pensiero lungo il corridoio. Deserto. Ho paura, non capisco, dove sono finiti gli altri? Una sensazione opprimente mi attraversa le ossa. Proseguo. Una porta. Azzurra. Non mi ero mai accorto che le pareti del corridoio fossero azzurre. Un azzurro rilassato, indifferente, che vede tutto e non ricorda niente. Apro. Mi siedo al solito banco, terzo posto quarta fila accanto al muro. La sedia scomoda, impersonale, accanto a me il mio vicino tira fuori astuccio, quaderno e diario, li posiziona con precisione geometrica. Troppo preciso. Qualcuno ha aperto la finestra e il freddo di Gennaio si aggiunge alle sensazioni sgradevoli di questa strana mattina. Rumore di tacchi nel corridoio, porta spalancata, folata di vento. Non riconosco in questa persona una conoscenza, ma solo un volto senza ombra di vita. Si siede. Apre il registro. Il dito indice si muove, disegna un semiarco e con un leggero tonfo si poggia su una pagina, e il polso tiene inarcata lintera mano. Un fruscio veloce, e le pagine come in sogno girano e poi, si fermano. Silenzio, di nuovo. Venti persone, venti respiri si bloccano a met. Una vita sta per cambiare. Interrogazione, ovvio. Il dito scorre, il sottile rumore che fa paralizza la mia mente e arriva, finalmente, la consapevolezza. Di colpo, rivivo tutta la mia mattina fino a quel momento e comprendo. Il dito si ferma. Un cognome, un cognome solo. Il mio. Nella mia mente si profilano diverse ipotesi. Sguardo fisso nel vuoto, come se non esistessi. Chiudermi nel mio silenzio, stavolta crearlo, il deserto. Far esplodere tutta quella voglia di gridare e fuggire, fuggire lontano da qualsiasi evento, qualsiasi responsabilit. Invece no. Un sorriso ombroso. Diciannove respiri riprendono. Diciannove menti considerano la situazione: una povera vittima per la nostra salvezza. Di nuovo, una voce chiama, mi identifica, mi spinge a rompere la barriera del silenzio, a smettere di pensare. Mi alzo dalla sedia, e un passo dopo laltro, cauto, mi avvicino. E allimprovviso i rumori del mondo, tutti, si manifestano. E cos sia.