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Francesco Lamendola

Il mito, per Eliade, d valore e significato al mondo e alla vita


Luomo non pu vivere senza miti; meglio: non pu vivere senza un sistema di pensiero mitico, che integri in se stesso lintero fenomeno dellesistenza. Poich luniverso mitico proprio delle culture arcaiche e di quelle tradizionali, comunque del mondo pre-moderno, esiste un atteggiamento di sufficienza e di distacco nei suoi confronti, quasi che si trattasse della espressione di un pensiero bambino, giustificato in un conteso primitivo, ma assolutamente incongruo nella razionale societ odierna. Questo grossolano pregiudizio scientista fa s che la cultura occidentale moderna stenti a trovare gli strumenti operativi e le stesse categorie concettuali atti a comprendere il fenomeno della mitologia dallinterno, ossia cogliendone le vitali articolazioni con lorizzonte spirituale dei popoli che lhanno elaborata, per dare fondamento alla loro esistenza e per stabilire una relazione di corrispondenza fra se stessi e la realt circostante. Il mito non soltanto uno strumento per razionalizzare i fenomeni naturali e per rassicurare le paure ancestrali delluomo, come vorrebbe la Vulgata scientista, ma qualcosa di molto pi complesso e di molto pi elevato: una finestra sulla dimensione trascendente spalancata nellimmanente, sullatemporale nel temporale, sullassoluto nel relativo. Grazie al mito, la realt assume un significato e si presenta alluomo sotto la categoria dei valori: a cominciare dalla sua stessa esistenza, collegata al passato (antenati) e al futuro (discendenti), nonch a tutti gli altri viventi, vegetali ed animali, al cielo, alla terra, alle stagioni, al giorno e alla notte; e pervasa da poderose correnti di presenze sovrumane, ora benevole ora maligne, che luomo stesso pu, a determinate condizioni, comprendere e, talvolta, padroneggiare. Se lanimale cade sotto la freccia del cacciatore, ci non avviene per esclusivo merito dellabilit di questultimo; se la spiga di grano germoglia e giunge a maturazione, ci non solamente effetto del lavoro dellagricoltore. Esiste un patto fra luomo e le forze della natura, sottoscritto dagli antenati e rinnovato continuamente mediante i riti sciamanici e le prescrizioni totemiche, grazie al quale la Terra offre alluomo ci di cui ha bisogno, purch ne usi con saggezza e con moderazione e purch si riconosca debitore di tutto ci che riceve. Il mito la struttura di pensiero che rende ragione di tutto ci e, di conseguenza, che offre alluomo la prospettiva di un significato insito nelle cose, in tutte le cose, ivi compreso il suo stesso esistere; in questo senso, si pu anche dire che il pensiero mitico una forma embrionale di pensiero filosofico, o, per dir meglio, una forma di pensiero parallela al pensiero filosofico. Infatti la mitologia non una sorta di filosofia bambina, ma una forma di pensiero che, come la filosofia, tende a spiegare lorigine delle cose e della vita; non limitandosi - per - alla dimensione del pensiero logico, n ad una conoscenza di tipo oggettivo ed esterno alle cose, ma calandosi, per cos dire, nelle cose stesse, onde rivelarne il volto nascosto ed i significati profondi, che parlano alluomo per mezzo di simboli. Ci non significa in alcun modo che il mito sia una forma di conoscenza inferiore alla filosofia; tanto vero che un filosofo della statura di Platone si servito del mito proprio per tentare di esplorare alcune delle verit pi profonde e difficili. (Ma su tutto questo, vedi anche il nostro precedente articolo: Il pensiero mitico diverso, non certo inferiore a quello scientifico, particolarmente dedicato alla riflessione dellepistemologo tedesco Kurt Hbner, apparso sul sito di Arianna Editrice in data 15/01/2008). 1

Il grande storico delle religioni Mircea Eliade ha dedicato gran parte dei suoi studi e delle sue riflessioni proprio ad illuminare il significato del mito nel contesto delle culture arcaiche, con particolare riguardo allo sciamanesimo; e, su tale argomento, ha scritto alcune delle pagine pi significative che lintera cultura europea abbia prodotto. Osserva, dunque, Eliade in Mito e realt (titolo originale: Myth and Reality; trasduzione italiana di Giovanni Cantoni, Roma, Borla Editore, 1974, pp. 144-46): In un mondo simile [ossia quello del mito], luomo non si sente rinchiuso nel suo modo desistenza; anchegli aperto, comunica con il mondo, perch utilizza lo stesso linguaggio: il simbolo. Se il mondo gli parla attraverso i suoi astri, le sue piante e i suoi animali, i suoi fiumi e i suoi monti, le sue stagioni e le sue notti, luomo gli risponde con i suoi sogni e la sua vita immaginativa, con i suoi antenati oppure con i suoi totem - ad un tempo natura, sovranatura ed esseri umani -, con la sua capacit di morire e risuscitare ritualmente nelle sue cerimonie di iniziazione (n pi n meno della luna e della vegetazione), con il suo potere di incarnare uno spirito mettendosi una maschera, ecc. Se il mondo trasparente per luomo arcaico, anche questo si sente guardato e compreso dal mondo. La selvaggina lo guarda e lo comprende (spesso lanimale si lascia catturare perch sa che luomo ha fame), come pure la roccia, o lalbero, o il fiume. Ciascuno ha la sua storia da raccontargli, un consiglio da dargli. Pur sapendosi essere umano e accettandosi come tale, luomo delle societ arcaiche sa anche di essere qualche cosa di pi. Per esempio, sa che il suo antenato stato un animale, oppure che pu morire e tornare alla vita (iniziazione, trance sciamanica) , che pu influenzare i raccolti con le sue orge (che pu comportarsi con la sua sposa come il cielo con la terra o che pu avere la parte del vomere e sua moglie quella del solco). Nelle culture pi complesse, luomo sa che il suo respiro vento, che le sue ossa sono simili a montagne, che un fuoco brucia nel suo stomaco, che il suo ombelico pu diventare centro del mondo, ecc. Non bisogna immaginare che questa apertura verso il mondo si traduca in una concezione bucolica dellesistenza I miti dei primitivi e i rituali che ne dipendono non ci rivelano unArcadia arcaica. Come si visto, i paleocoltivatori, assumendosi la responsabilit di far prosperare il mondo vegetale, hanno accettato ugualmente la tortura delle vittime a vantaggio dei raccolti, lorgia sessuale, il cannibalismo, la caccia di teste. Si tratta di una concezione tragica dellesistenza, risultato della valorizzazione religiosa della tortura e della morte violenta. Un mito come quello di Hainuwele [tramandato nelle Isole Molucche, nella parte pi orientale dellodierna Indonesia], e tutto il complesso socio-religioso che esso articola e giustifica, forza luomo ad accettare la sua condizione di essere mortale e sessuato, condannato a uccidere e a lavorare per potersi nutrire. Il mondo vegetale e animale gli parla della sua origine, cio, in ultima analisi, di Hainuwele; il paleo coltivatore comprende questo linguaggio e scopre un significato per tutto ci che lo circonda e per tutto ci che fa. Ma questo lo obbliga ad accettare la crudelt e luccisione come parte integrante del suo modo dessere. Certamente, la crudelt, la tortura, luccisione, non sono comportamenti specifici ed esclusivi dei primitivi. Li si incontra lungo tutta la storia, talvolta con un parossismo sconosciuto alle societ arcaiche. La differenza consiste soprattutto nel fatto che, per i primitivi, questa condotta violenta ha un valore religioso ed ricalcata su modelli sovrumani. Questa concezione si protratta a lungo nella storia. Gli stermini di massa di un Gengis Khan, per esempio, trovano ancora una giustificazione religiosa. Il mito non , in se stesso, una garanzia di bont e di moralit. La sua funzione consiste nel rivelare dei modelli e nel fornire cos un significato al mondo e alesistenza umana. Anche il suo ruolo nella costituzione delluomo immenso. In virt del mito, lo abbiamo detto, le idee di REALT, di VALORE, di TRASCENDENZA, vengono lentamente alla luce. In virt del mito, il mondo si lascia cogliere come cosmo perfettamente articolato, intelligibile e significativo. Raccontando come le cose sono state fatte, il mito svela per chi e per che cosa sono state fatte e in quale circostanza. Tutte queste rivelazioni impegnano direttamente luomo, perch costituiscono una storia sacra. 2

Come si vede, la visione di Eliade lontanissima da ogni edulcorazione in chiave roussoiana delle societ arcaiche; nessun mito del buon selvaggio, nessuna bont intrinseca del mondo mitico: e, del resto, basta un minimo di conoscenza della storia e della letteratura antiche per rendersene immediatamente conto. Non forse per espletare un rito di natura espiatoria e propiziatoria che Achille uccide i dodici giovinetti troiani sulla pira di Patroclo; episodio che perfino il raffinato Virgilio, esponente di una cultura molto pi moderna, riprende nella sua Eneide? Ebbene, si tratta di unazione che acquista significato alla luce della credenza in un legame tra laldiqua e lAldil, che trae origine e significato alla luce del mito: nel caso specifico, la credenza che il sangue di alcune vittime innocenti possa placare i Mani di un defunto strappato anzitempo alla vita. E non sono forse piene le tombe etrusche, a cominciare dalla celeberrima Tomba Franois di Vulci, di simili raffigurazioni, addirittura impressionanti nella loro carica di tragicit e di cruento realismo, con il demone infernale Charun (latrino Charon), dallaspetto spaventoso, che accompagna le anime nel loro viaggio al Regno dei morti? Eliade ci ricorda che la pratica del sacrificio umano indissolubilmente legata alle culture dei paleocotivatori; e larcheologia ce ne d conferma, da un capo allaltro del mondo, dallEuropa alle Americhe: ad esempio con le cerimonie dei Maya per scongiurare la siccit mediante il sacrificio di una fanciulla vergine, che veniva precipitata in un pozzo, o con quella degli Skidi Pawnee dedicata alla Stella del mattino, nella quale, sempre per propiziarsi le forze magiche della natura, essi uccidevano una vergine, allalba, trafiggendola con piccole frecce infuocate. Sbagliano, dunque, sia coloro i quali ostentano disprezzo verso la concezione mitica del mondo, sia coloro i quali la idealizzano in maniera ingenuamente acritica, proiettando su di essa il loro vagheggiamento di un Eden incontaminato e perfetto, che nasce dalla frustrazione di essere membri di una societ esasperatamente individualista e materialista. La funzione del mito era ed essenzialmente quella di rivelare la dimensione nascosta, originaria, delle cose, mostrando la stretta interconnessione che tutte le congiunge e che unisce ad esse anche luomo. Al tempo stesso, il mito tramanda il ricordo di un tempo in cui un ordine felice regnava nel mondo e luomo stesso godeva di uno statuto privilegiato; cose entrambe che sono andate perdute a causa di un disordine, di una perturbazione, di una caduta che ha incrinato lassetto originario, ma che appunto il mito in grado di recuperare, almeno parzialmente, consentendo alluomo di ricollegarsi a quella fortunata condizione originaria. In questo senso, corretto affermare che il mito punta a reintegrare luomo nella sua pienezza ontologica e che tale reintegrazione assume le forme e la prospettiva di una elevazione, ossia di un superamento della sua condizione presente, limitata e precaria, per sviluppare e potenziare in lui le facolt superiori, ivi compresa quella di parlare alle cose, alle piante, agli animali e, pertanto, di rinsaldare i vincoli magici che tengono in equilibrio le forze cosmiche. Il mito si collega anche da questo lato allo sciamanesimo e dischiude alluomo la possibilit di inserirsi non pi da spettatore inerme o da vittima rassegnata, ma da autentico protagonista, nel gioco di tali forze cosmiche, dalle quale pu attingere poteri e possibilit che, nello stato ordinario di esistenza, sono per lui inimmaginabili. Infine il mito delinea una concezione sacrale del reale; una concezione, cio, che, rivestendo di mistero e di potenza gli elementi del cosmo, si pone agli antipodi della nostra cultura secolarizzata e della sua pretesa di capire tutto, di spiegare tutto, di misurare e quantificare ogni cosa, alla luce del Logos strumentale e calcolante. Il mito, infatti, non , semplicemente, conoscenza del reale, ma rivelazione: e, come tale, presuppone un corpus di dottrine esoteriche che solo nei tempi e nei modi stabiliti possono venir trasmessi di generazione in generazione, essendo di origine superiore allumana; ci che va propriamente sotto il nome di Tradizione.

Riconoscendo una Tradizione sovrumana, dalla quale derivano tanto lordine cosmico, quando le dottrine iniziatiche che permettono alluomo di scorgerlo, di rispettarlo e di porsi in sintonia con esso, il mito si pone, in effetti, come una forma di approccio al reale radicalmente diversa, e antagonista, rispetto a quella cui noi moderni siamo ormai talmente abituati, da considerarla lunica vera e realmente efficace. Una cosa certa: finch non scenderemo dal piedistallo della nostra presunzione scientista, non potremo capire nulla del mito e continueremo o a denigrarlo, o a idealizzarlo, senza mai penetrarne lintima essenza. Che non si lascia catturare in schemi di tipo esclusivamente logico e scientifico, quali quelli cui siamo abituati da quattro secoli di razionalismo materialista e meccanicista; ma che richiede un salto, una discontinuit nel nostro atteggiamento verso il reale, che coinvolga non solo il Logos, ma tutte le nostre facolt, a cominciare dai sensi interni e dalle potenzialit sopite dellanima.