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MASSIMO TOSCHI

La missione nella debolezza


19 aprile 2004

È un titolo apparentemente un po’ strano: “La missione nella debolezza”.


In genere noi siamo portati a pensare il contrario, cioè che se avessimo più mezzi per fare la “missione” - cuore stesso della
vita cristiana, come abbiamo sperimentato nel Vangelo della II domenica di Pasqua – saremmo più forti…
In fondo, riteniamo che la missione non funzioni perché ci mancano i mezzi: se ne avessimo di più, le cose andrebbero
meglio.

1. La chiesa d’Algeria nella sua tappa di “morte”, rinata a condizione di dialogo

Io penso che questo non sia vero: anzi, nel cristianesimo, è vero il contrario.
Il titolo che, come vedremo, è iscritto nel mistero di Gesù, credo che sia stato preso da una formula, da un’espressione – “la
missione nella debolezza” - che è legata alla testimonianza stessa di una Chiesa, in particolare alla testimonianza di un
Padre Bianco, cioè di un missionario.
I Padri Bianchi sono un importantissimo ordine missionario - fondato nel 1868 da Charles Lavigerie, arcivescovo di Algeri -
che opera in larga parte dell’Africa.
Questo giovane padre bianco era in Algeria dove viene ucciso nel 1995 e, riflettendo sulla sua esperienza, scrive un testo: è
un testo bellissimo.
È un testo semplice: la vita cristiana è fatta di cose semplici, non di cose complicate.

Dalla mia debolezza io prendo la mia forza

“Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? Se è necessario
vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza...” affinché riposi su di me la potenza di
Cristo. “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 11,29...12,10).

La missione, soprattutto nel mondo arabo-musulmano, è segnata dalla debolezza. Questa parola può
sorprendere. Non si trova spesso nel linguaggio missionario. “La debolezza” non è ben accetta nel
nostro mondo, dove forza e salute fisica, psicologica, intellettuale sono sinonimi di realizzazione e
riuscita sociale. Eppure San Paolo nelle sue Lettere usa la parola “debolezza” non meno di 33 volte.

La debolezza condivisa, linguaggio del Dio divenuto uomo.


Nella Bibbia il “debole” è soprattutto colui di cui bisogna preoccuparsi e che bisogna rispettare. “Chi
opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora” (Pr 14,31). Dio
s’identifica con le sue creature più deboli. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi
miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). E’ “il linguaggio della croce”, perché “ciò che
è follia di Dio è più sapiente degli uomini” e “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”
(1Cor 1,18.25).
Gesù, Dio divenuto uomo, raggiunge la nostra debolezza “naturale” condividendola. Prende e
trasfigura tutta la debolezza umana. La usa per rivelare a ciascun uomo l’opera del suo amore. Sono i
“deboli” che capiscono meglio questo linguaggio! “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della
terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21).

La debolezza accettata, come linguaggio del dialogo e dell’annuncio.


Riconoscere, accettare la propria debolezza appare un passaggio inevitabile. Può essere una grande
sofferenza, sul piano personale, comunitario, ecclesiale. Si tratta di seguire il Cristo nel Suo mistero,
prendere la Sua debolezza affinché Lui raggiunga la mia.
La difficoltà maggiore è che non possiamo fare questo passaggio da soli; solo lo Spirito Santo può
venire “in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26). C’insegna, attraverso la rilettura della nostra vita e

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degli avvenimenti, a trovare la forza di entrare nella verità del nostro essere, della nostra comunità o
della nostra Chiesa. Lavoro di pazienza, ma prezioso, per il quale “si semina nella debolezza” per
risuscitare “nella forza” (1Cor 15,43), questa forza che è dono di Dio. Accettare la nostra impotenza e
la nostra povertà radicale è un invito, un forte appello a creare con gli altri dei rapporti di non-potenza;
riconoscendo la mia debolezza, riesco ad accettare quella degli altri e a considerarla come un appello a
“portarla”, a farla mia, ad imitazione del Cristo.
Un tale atteggiamento ci trasforma per la missione. C’invita a rinunciare ad ogni pretesa nell’incontro
con l’altro, pur nella sua debolezza, e ad andare a lui senza paura delle sue debolezze fisiche, morali o
spirituali. Il mio sguardo sull’altro cambia e non cerco di imporgli niente: qualsiasi forza diversa da
quella dello Spirito è vana. Quest’atteggiamento c’invita a non temere l’incontro con l’altro o con un
avvenimento, anche “forte”, ma ad andare a lui nella forza della debolezza, affidandoci solo a Dio.
“Quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con
sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù
Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la
mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla
manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla
sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2,1-5).

La debolezza scelta come linguaggio della “carità discreta”.


Quest’atteggiamento di debolezza può essere radicalmente incompreso. In sé la debolezza non è una
virtù; ma è l’espressione di una realtà fondamentale del nostro essere che deve essere incessantemente
plasmata dalla fede, dalla speranza e dall’amore. La debolezza dell’apostolo è come quella del Cristo,
radicato nella forza del mistero pasquale e nella forza dello Spirito. Non è né passività né
rassegnazione, presuppone molto coraggio e spinge ad impegnarsi per la giustizia e la verità
denunciando la seduzione illusoria della forza e del potere.
E’ a questo prezzo che la debolezza scelta diventa un atteggiamento evangelico, un atteggiamento
missionario. Ci libera per amare facendoci “tutto a tutti”, per raggiungere soprattutto i più deboli
condividendo “la debolezza dei deboli” (1Cor 9,22); si riveste di un atteggiamento più fecondo e libero
davanti a tutti e ci fa servi di tutti per guadagnarne il più grande numero. Così, la debolezza scelta
diventa uno dei più bei linguaggi per dire la “discreta carità” di Dio per gli uomini. Diventa anche una
spiritualità delle mani vuote, dove tutto, anche le nostre debolezze, può essere visto come dono e
grazia di Dio.

Padre Christian Chessel

Io prendo, per entrare nell’argomento, alcune frasi tratte, appunto, da questo messaggio.
Tenete presente che lui scrive alla metà degli anni novanta, poco prima di essere ucciso, insieme a
quattro suoi confratelli, in una casa a Tizi-Ouzou nella Cabylia, una delle grandi regioni dell’Algeria.
Questo testo, dicevo, nasce dalla riflessione di una Chiesa che si era progressivamente trovata, da
grande Chiesa coloniale, a Chiesa martire.
Dopo che l’Algeria era diventata indipendente, molti dei cristiani algerini, di origine francese, lasciano
il paese, quindi c’è un primo esodo, come dire, alla rovescia: dall’Algeria verso la Francia, nel 1962.
C’è un secondo passaggio nel 1976 quando lo stato, per una scelta, discutibile o meno - non ci
interessa, qui, sottoporla ad attenzione - confisca tutte le opere sociali delle chiese, delle associazioni
private, quindi le scuole, i centri educativi: tutte le cose di cui noi siamo pieni.
Vengono confiscate non per un atteggiamento punitivo, ma per dire “questo lo fa lo stato”.
Bene, quello che noi avremmo vissuto come una maledizione, come un’espropriazione, da questa
Chiesa, progressivamente, è sentito come liberazione: come l’essere più libera per un rapporto sereno,
fraterno con il popolo musulmano.
La Chiesa, in Algeria, ha, infatti, come suo popolo, il popolo musulmano.
In seguito, sono venuti gli anni (lo voglio ricordare, perché in questi tempi si parla molto di terrorismo
islamico) in cui assistiamo in Algeria a un decennio, tutti gli anni novanta, dove il terrorismo islamico

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diventa violentissimo contro il popolo musulmano: produce centomila morti.
Questa storia terribile è sostanzialmente sconosciuta, credo, perché noi, quando parliamo di terrorismo
islamico, pensiamo ad altre cose.
Il terrorismo islamico, invece, è stato innanzi tutto contro i musulmani non contro i cristiani. In Algeria,
arriva “anche” ai cristiani semplicemente perché stavano in Algeria.
E quando si ammazzano diecimila persone l’anno – tre volte i morti delle “Due Torri” per usare
un’unità di misura, e in dieci anni sono centomila persone, quindi trenta volte le vittime delle “Due
Torri” - nella Chiesa nasce una riflessione.
Il primo problema era, da parte di questa Chiesa di origine non algerina: “si rimane o si torna in Francia
o altrove?”. Sapevano, infatti, che il rimanere equivaleva, molto probabilmente, ad una condanna a
morte.
Larghissima parte di questa Chiesa decide di restare. E la Chiesa algerina è diventata una Chiesa
martire: diciannove, tra preti e religiosi, sono stati uccisi.
Tra questi, Christian Chessel, un Padre Bianco, che, poco prima di morire, scrive alcuni appunti, come
dicevo:

“Accettare la nostra impotenza e la nostra povertà radicale è un invito, un forte appello a creare con gli
altri dei rapporti di non-potenza; riconoscendo la mia debolezza, riesco ad accettare quella degli altri e
a considerarla come un appello a “portarla”, a farla mia, ad imitazione del Cristo.”

Il tema della debolezza, l’assunzione della nostra impotenza, della nostra povertà radicale ci permette -
dice Christan Chessel - d’imparare a non avere rapporti di potenza con gli altri.
Attenzione, questo è un Padre Bianco, questo è un missionario, questo è figlio di quella lunghissima
stagione missionaria per cui si andava a portare la verità e la si portava con potenza, anzi con il
massimo della potenza.
Padre Chessel scopre, stando in Algeria, che diventare poveri, ridiventare deboli, riconoscere la propria
impotenza, la propria povertà diventa una condizione per inaugurare rapporti nuovi con gli altri nel
segno della “non-potenza”.
Torneremo su questo, perché andremo a vedere nella Scrittura come le cose funzionano.

“La debolezza scelta – cioè “assunta” e questo vale anche per noi, nella nostra vita di uomini e di
donne: riconoscere, assumere la nostra debolezza, non negarla - diventa un atteggiamento evangelico,
un atteggiamento missionario che si riveste di un atteggiamento più fecondo e libero davanti a tutti e ci
fa servi di tutti per guadagnarne il più grande numero.”

La debolezza “scelta”, questa condizione di non potenza ci permette l’incontro con tutti proprio perché siamo liberi dal
potere e ci permette di guadagnarne il più grande numero.
È quello che accade alla Chiesa in Algeria, una Chiesa che, quando è arrivata con il colonialismo francese, aveva dominato
il paese: progressivamente è diventata più parlante nel momento in cui non ha avuto più nessun appoggio, nessun sostegno.
Si è trovata dentro la tormenta del terrorismo, non ha chiesto nessun privilegio per sé, ha sperimentato la fraternità con tutti,
ha vissuto la sua impotenza come l’impotenza di tutti di fronte al terrore, ha pagato con il martirio: è diventata “parlante”
per tutto il paese, per tutto l’Islam algerino.

“Essa ci libera per amare facendoci “tutto a tutti”, per raggiungere soprattutto i più deboli condividendo “la debolezza dei
deboli” (1Cor 9,22)”.

Noi in genere ragioniamo al contrario: noi vorremmo stare con i potenti, con i forti e – attraverso i forti e i potenti –
conquistare i deboli.
Il meccanismo che la Chiesa algerina sperimenta è l’esatto contrario. È proprio quando è diventata debole e ha condiviso la
sorte dei deboli, cioè la sorte del popolo algerino, che è diventata parlante per tutti.

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“Così, la debolezza scelta diventa uno dei più bei linguaggi per dire la “discreta carità” di Dio per gli uomini.”

Non invadente, non fulminante, non sfolgorante, ma che avviene come un brezza. Vi ricordate l’episodio di Elia: non con il
terremoto, non con il vento impetuoso, con una brezza…
E proprio per questo che lascia liberi ciascuno di essere toccati, rinfrescati da questa brezza, non di essere violentati dal
terremoto.

Una carità di Dio agli uomini: carità piena di discernimento, ma anche carità discreta di Colui che ha voluto condividere
la debolezza della nostra condizione umana “in tutto eccetto il peccato”.

La carità discreta di Gesù che non è mai invasiva, che non si impone.
Stasera non ne abbiamo il tempo, ma se leggerete a casa l’episodio della samaritana, troverete un Gesù affaticato e debole,
che s’incontra con la donna al pozzo. Un giudeo che parla con una samaritana, un uomo con una donna.
Rovescia il meccanismo. Allora, era la donna che semmai si rivolgeva all’uomo e non viceversa. Era l’uomo il signore. Era
il giudeo l’ortodosso, non era la samaritana.
Gesù invece rovescia proprio tutto perché la sua è la scelta della debolezza.

“Diventa anche una spiritualità delle mani vuote, dove tutto, anche le nostre debolezze, può essere visto come dono e grazia
di Dio”, manifestazione della potenza del suo amore che, solo, può convertire la debolezza umana in forza spirituale. “Ti
basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Così dice il testo della Seconda lettera ai Corinti 12,9.
Questo è il mistero di Dio.
È verissimo. Non bisogna nascondere le nostre debolezze. Al contrario: la loro assunzione piena - assunzione forte,
vigorosa, evangelica - fa sì che queste diventino “parlanti” della grazia di Dio.
Ecco, questa è l’impostazione, la missione nella debolezza. Noi siamo abituati a pensare di dover essere forti.
Qui siamo in famiglia e si possono raccontare con semplicità le cose: sono stato - dieci, quindici giorni fa - in Israele a
visitare degli ospedali e, siccome questi sono molto grandi e ormai la vecchiaia incombe…, sono andato in giro non col
bastone, ma con la carrozzina.
Ero molto più parlante in quella condizione che non se fossi andato correndo e saltando. I gesti di solidarietà che io
esprimevo avevano molta più forza, perché avvenivano in una condizione - come dire - un po’ “sgangherata”.
Non bisogna pensare che la vita cristiana passi attraverso la nostra forza.
L’annuncio cristiano passa sempre attraverso la debolezza, le nostre debolezze, l’assunzione delle nostre debolezze.

2. La testimonianza della Scrittura che legge la debolezza “iscritta nel mistero di Gesù”

Bene, questo vale “anche” per i Vangeli.


Se noi guardiamo la scelta di Gesù, vediamo una scelta assolutamente paradossale.
Basterebbe leggere il capitolo 10 di Luca, v.2 ss: il grande invio, il grande discorso della missione.
Ho preso questo, ma se ne potrebbero prendere altri:

Diceva loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi (attenzione: qui non riguarda solo i dodici, ma i settantadue,
quindi, sostanzialmente tutti). Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.”

In genere, abbiamo sempre letto questo brano come se ci volessero tanti operai. L’abbiamo preso, cioè, nel senso
quantitativo: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Alla luce di questa prima interpretazione come leggiamo il
versetto successivo: “Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe”? Lo leggiamo in questo
senso: ci mandi tante vocazioni, ci mandi tante cose.
Non è così.
Gesù non dice di pregare il padrone perché mandi “tanti” operai, ma perché che “mandi operai”.
In realtà, gli operai saranno sempre pochi. E, alla fine, il vero operaio è stato Uno. E la vera opera è stata l’opera della
Croce.
Non c’è altra opera che noi possiamo realizzare, anche dentro la storia.
Le nostre opere hanno un senso perché rimandano all’unica possibile, che è l’opera della Croce.

“Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”: qui è già un pasticcio.

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“...non portate borsa, né bisaccia, né sandali...”.
Come dire: come si va in Iraq? Cosa significa “andare come agnelli in mezzo ai lupi”? Significa che i cristiani vanno lì
semplicemente portando l’amicizia di Dio, senza armi.
Questo è fare la missione.
Attenzione, perché questo vale per voi, vale per me, vale per don Daniele.
“Non portate borsa né bisaccia...”: figuriamoci! Non facciamo altro che cercare borse e bisacce.
Pensate - per capire la debolezza e la forza - che siamo arrivati a dire che ci serve più un film sulla Passione di Gesù che
leggere la parola del Vangelo sulla Passione di Gesù.
Ed ecco, allora, la ricerca dei grandi mezzi della comunicazione, come la televisione. C’è pieno di cardinali e vescovi nei
diversi programmi (non se ne può più!), perché si pensa che in questo modo si fa la missione.
Io credo che in questo modo si fa una contro missione.
Si fa, cioè, l’esatto contrario di quello che ci chiede Gesù. Poi, ogni tanto, si può anche andare in televisione, ma non è
quello…

In realtà, la missione di Gesù avviene nella più radicale debolezza. E questa debolezza non è un accessorio. Come dire: c’è
oggi, ma domani non ce ne sarà più bisogno… C’era allora, ma oggi non ci serve più.
No, è proprio iscritta nel mistero stesso di Gesù.
Io vi ho indicato la missione dei settantadue, quindi era chiaro che tutti i discepoli dovevano andare in mezzo al mondo, in
mezzo alla Storia in questa condizione di radicale debolezza: gli agnelli con i lupi vengono mangiati. Basta.
“Non portate borsa, né bisaccia, né sandali...”: è quindi una posizione di povertà, di debolezza radicale; non aver nessun
sostegno, niente per il viaggio.
Ma quello che dice per i suoi discepoli, in realtà Gesù lo applica a sé. Ce lo ricorda san Paolo in quello che è un grande inno
cristologico (Filippesi 2,5-11):

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù


il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, (svuotò se stesso)
assumendo la condizione di schiavo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.

Guardate il movimento di Gesù: è un movimento di svuotamento fino alla croce.

Per questo Dio lo ha esaltato


e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore
a gloria di Dio Padre.”

Dunque l’esaltazione, la missione di Gesù ha il suo compimento, il suo risultato, il suo “successo”, usando un termine
improprio, esattamente in questo percorso di abbassamento, di svuotamento, di umiliazione, “facendosi obbediente fino alla
morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato…”.
Allora, se noi vogliamo l’esaltazione della missione della Chiesa da parte di Dio, si deve percorrere esattamente la stessa
strada.
Paolo è impressionante su questo: leggeremo i testi che troviamo nella Seconda lettera ai Corinti, 4,7-10:

“Però noi abbiamo questo tesoro - il mistero di Dio, il mistero del Vangelo - in vasi di creta...”
Noi siamo dei vasi di creta. Questa è la condizione: il mistero di Dio non può stare in vasi bronzo, perché i vasi di bronzo lo

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contraddicono.

“Perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.”
Quindi dobbiamo renderla visibile proprio dentro la nostra radicale debolezza, dentro la nostra impotenza: è la condizione
sine qua non per rendere visibile la straordinaria potenza di Dio.
Questa è una scelta di Dio, non è una scelta nostra.
Paolo non fa poesia. A spiegazione di questa affermazione, dice:

“Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non
abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita
di Gesù si manifesti nel nostro corpo.”
Osservate la lettura che Paolo fa: quello che appariva una condizione sfortunata – siamo tribolati, sconvolti, perseguitati,
colpiti – viene letta non come un fatto occasionale, congiunturale, ma come un fatto necessario, perché, proprio in quella
condizione, assolutamente contraddetta, assolutamente debole e fragile, si renda visibile la potenza di Dio.

Come fa una Chiesa a rendere visibile la potenza di Dio se essa stessa è potente?
Dio rimane velato.
Per la Chiesa algerina c’è voluta la tormenta del terrorismo per mostrare a tutti che ciò che le premeva era la vita dei poveri
musulmani. Allora, è diventata parlante per tutti. La gente ha capito che quella Chiesa stava lì per amore, non per interesse o
per forza o per potenza.

Ancora un testo, straordinariamente forte e, a mio giudizio, straordinariamente importante: Prima lettera ai Corinzi 1,26-28,
dentro al grande discorso sul Cristo e Cristo crocifisso. Osservate che immagine Paolo ci dà della Chiesa, di quello che deve
essere la Chiesa secondo Dio. Sappiamo che la prima comunità di Corinto era una comunità assai modesta…:

“Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli:”


In Paolo, il termine della “chiamata” è un termine forte, è un termine legato alla vocazione, al mistero cristiano. Non è una
chiamata così, tanto per dire.

“non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili.”
Ci presenta una Chiesa proprio modesta: persone che non contano. Sembra che la cosa sia venuta male qui a Corinto…
No, Paolo dice un’altra cosa.

“Ma Dio”
Dio, non Paolo, non le circostanze storiche, non le congiunture degli eventi. Dio ha scelto.

“ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i
forti”
È il tema della debolezza. La debolezza è una scelta di Dio, non è qualcosa che noi possiamo prendere perché è di moda,
poi, tra qualche anno, lasciare. No, è una scelta di Dio.
Attenzione, questo vuol dire che Dio porta avanti la sua missione attraverso la “nostra” debolezza.
Per questo è fondamentale “riconoscere” le nostre debolezze.
Per questo, per me, è importante riconoscere la mia debolezza - di uno che non cammina - come un appello di Dio e come
un modo attraverso cui Dio passa.
Certo, non l’ho desiderato io, non l’ho voluto io di avere la poliomielite, ma, avendola avuta, la devo, come dire,
“riconoscere” non solamente come una disgrazia - e in parte lo è, non c’è dubbio - ma anche come quel vaso di creta dentro
cui passa la potenza di Dio: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti”.

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”
Quindi un Dio che si svuota, un Dio che sceglie ciò che è debole.
La lettera agli Ebrei parlerà a più riprese della debolezza, della asthéneia, - permettetemi questa citazione greca -
dell’astenia di Gesù.

Dio ha scelto. Il punto della suprema debolezza di Dio è la croce, su questo non c’è dubbio.
Quindi quando diciamo “la missione nella debolezza” non è per fare del romanticismo o un po’ di sentimento, è per marcare
la scelta di Dio.
La missione non può non essere che nella debolezza.

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La missione nella forza è una contro testimonianza.

3. L’interrogativo sullo scandalo dell’Iraq

Facciamo un esempio per intenderci, anche se è una semplificazione: abbiamo detto che bisogna andare come agnelli in
mezzo ai lupi. L’ha detto Gesù.
Per mille e cinquecento anni, fino a papa Giovanni, la Chiesa ha affermato che sì, bisogna andare come agnelli in mezzo ai
lupi, ma con delle riserve, perché nella storia c’erano tanti problemi: ad esempio, c’era l’imperatore che dava protezione e
allora, forse, giustificare le sue guerre non era, poi, così male... E così, di seguito, sono venuti tanti altri “perché”.
È nata una “teologia della guerra” che è una contraddizione formale all’appello di Gesù di andare come agnelli in mezzo ai
lupi.
I cristiani, invece di andare come agnelli in mezzo ai lupi, sono andati come lupi in mezzo agli agnelli. Ecco la questione.

Lo diceva don Primo Mazzolari in un bellissimo testo: abbiamo giustificato tutte le guerre, abbiamo messo tra parentesi il
Vangelo, ce ne siamo vergognati.
Il risultato? Il risultato è davanti agli occhi di tutti.
Non c’è stata guerra che non sia stata giustificata dalla Chiesa. E l’impianto con cui, ancora oggi, si giustifica la guerra è
sempre di quella vecchia dottrina.
Il risultato, capite, è catastrofico.
Sabato, ero ad un convegno a Roma, alla Curia generalizia dei Frati Minori, sull’eccidio in Rwanda.
Quell’eccidio ha implicato centinaia e centinaia di migliaia di morti. Bene, in Rwanda il 60% della popolazione, nel ’94, era
cattolica.
Come mai, con il 60% della popolazione cattolica, si ammazzano centinaia di migliaia di persone? Perché evidentemente si
è pensato ad una missione nella forza e non nella debolezza. Non si è stati come agnelli in mezzo ai lupi, ma come lupi in
mezzo agli agnelli in nome e a difesa della propria etnia. Si è preferito la propria etnia al Vangelo ed è successo il
finimondo.
Ma nei Balcani non sono accadute cose tanto diverse. E in Irlanda, cos’è successo?
Questo per rimanere alle storie d’oggi, senza risalire alle storie antiche.
Il tema era la riconciliazione e io dicevo a questi frati che il primo modo per riconciliarci è chiedere perdono.
Non è usare questa parola come una clava in un paese ormai a pezzi: la prima cosa è chiedere perdono, in quanto, in realtà,
la Chiesa ha sempre giustificato la guerra, perché c’erano interessi politici ed altre cose.
Il Vangelo sine glossa - come diceva San Francesco d’Assisi – sembrava troppo difficile, troppo oneroso, troppo
complicato, troppo inapplicabile, troppo debole e si è scelta la linea della forza.
Il risultato è che, al di là di tante vicende politiche che ora non interessa spiegare, c’è una responsabilità enorme dei cattolici
e delle chiese su quell’eccidio.
E la prima cosa è chiedere perdono.
A quel punto, un frate croato si è alzato ed ha espresso qualche riserva su questo: è stata la testimonianza esatta di quello
che stavo dicendo. Quando si è messo tra parentesi il Vangelo - in nome della nazione, dell’etnia, della tribù, del clan… -
accade.
Questi non erano musulmani, erano cattolici che uccidevano cattolici, in larghissima parte e comunque cristiani che si
uccidevano.
Che missione è stata quella? Come ha funzionato l’annuncio?
Immagino, fino al 1993 tutti soddisfatti: il Rwanda era cattolico. Un anno dopo la catastrofe.

Quando si sceglie la via della forza e non della debolezza, la missione fallisce. Può apparentemente ottenere qualche
risultato, ma è destinata a fallire. Il Vangelo stesso ce lo dice e la storia lo conferma.
Anche nel Vangelo di Giovanni (20,19-31), di nuovo la missione, lo Spirito e la pace sono legati al segno del Crocifisso,
alle stigmate di Gesù. Ad un Risorto che è il Crocifisso.
E dunque la croce diventa il luogo proprio della missione, il passaggio per la missione.
Se non avrà il segno del Crocifisso, la missione non sarà mai nella forza dello Spirito, secondo il mandato di Dio e di Gesù.
Non sarà mai annuncio di pace.

Capite che quello che noi diciamo stasera, lo diciamo, come dire, non per fare del sentimento, ma perché c’è un rapporto
inscindibile tra la debolezza di Dio e la missione dei cristiani.
Solo se noi stiamo nello spazio della debolezza di Dio, che è il Crocifisso, otteniamo risultati. Questo secondo il paradosso
della Croce, per cui in Algeria la Chiesa diventa parlante quando non ha più mezzi. Diventa significativa quando muore.

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Diventa universale quando tende a sparire.

C’è un’altra vicenda, in Italia, che voglio qui ricordare: ho saputo in questi giorni che il governo ha finanziato gli oratori e
finanzierà le scuole private. I vescovi ne sono molto contenti.
Ovviamente è una scelta dissennata.
C’è stata un’unica scuola privata che ha funzionato ed era la scuola di un prete: era Barbiana, il punto di massimo
abbassamento, di massima debolezza, di massimo scacco, di massimo abbandono.
Bene, Barbiana è diventata un’icona della Chiesa e della società, per così dire.
Barbiana è un grande discorso sulla Chiesa, sulla democrazia. Barbiana, che non aveva nessun mezzo, ha parlato al mondo.
I nostri oratori, le nostre scuole, finanziati da chissà chi, se va bene, pagano qualche insegnante e fanno passare alcune
giornate non catastrofiche ai ragazzi, ma - certo - non sono segno del Vangelo. Tendono, anzi, a contraddirlo, mediamente.
Di nuovo, Barbiana è la misura - nella vicenda della Chiesa italiana - di come meno si ha e più si diventa “parlanti”, più la
missione avviene.
Don Lorenzo Milani non aveva tutte le opere che hanno molte parrocchie, non aveva i gruppi parrocchiali, gli operatori
pastorali, gli agenti della Caritas.
Eppure Barbiana ha parlato. Ancora oggi, la gente sale su a Barbiana.
E noi - con tutti i nostri alambicchi, videocassette, televisori, gite - produciamo il nulla.
Questo va detto.
Noi siamo bravi a formare operatori pastorali, ma non a formare dei cristiani.
Oggi, se un ragazzo vuole fare un’esperienza spirituale non può andare nelle parrocchie. Verrebbe subito messo in
un’attività con l’idea che l’attività forma.
L’attività distrae, non è l’incontro con il Signore.
Questo discorso che noi facciamo sulla missione è delicatissimo, perché richiede una grande revisione della nostra
mentalità, dei mezzi che usiamo nell’apostolato, dei mezzi che usiamo per creare “interesse” intorno alla parrocchia.
In genere, cerchiamo dei mezzi proprio perché noi stessi siamo sempre meno significanti. Se fossimo più significanti, come
cristiani, non avremmo questo bisogno sfrenato di ricerca continua di strumenti.
Il mezzo è unico: l’unico mezzo, l’unico strumento, che il Signore ha usato, è stato un patibolo.

4. La “teologia della guerra” e la missione di tutti e di ciascuno

La Chiesa non può che stare lì, presso quel patibolo.


Non ci sono altri mezzi.

In realtà, il nostro affannarci deriva proprio dal fatto che non ci affidiamo più a quell’unico mezzo; non assumiamo le nostre
debolezze e cerchiamo, anzi, di colmarle con presunte forze che acquistiamo qua e là.
Questa è la tragedia del cristianesimo italiano dei nostri tempi.
E mi pare che, per ora, non ci siano grandi segni, complessivamente. Poi, qua e là, ci sono anche delle testimonianze.

Non so se avete riflettuto, ma il fatto che un paese come l’Iraq venga lasciato così allo sbando non può vederci indifferenti,
le chiese non possono tacere.
E non basta solamente dire che siamo contro la guerra. Ovviamente lo siamo “come agnelli in mezzo ai lupi”, appunto. Ma,
forse, quell’espressione di Gesù - “come agnelli in mezzo ai lupi”- chiede qualcosa di più.
Chiede dei gesti, delle parole di comunione. Non si può mettere proprio tutto tra parentesi. Non si può fare come se nulla
fosse. Non ci si può nascondere, rispetto a questo scandalo, perché - se c’è un paese così polverizzato - il Crocifisso è lì.
Allora, se vogliamo essere la Chiesa sotto il patibolo, non possiamo “consumare” questa vicenda in discussioni troppo dotte,
troppo politiciste.
La Chiesa, i cristiani avranno “pure” qualche segno da dare.
Può anche non interessare, ma il rischio, in Iraq, dopo questo terremoto che sta accadendo, è che i cristiani, che sono là dal
V secolo, spariscano. La cosa non ci spaventa. Il fatto grave è che tutto avvenga nel silenzio e nella distanza delle chiese.
Questo mi pare terribile.
Mi domando se non sia venuto il tempo che i cristiani, alla fine, vadano in questo paese. Da cristiani, per l’appunto, come
“agnelli in mezzo ai lupi”.
Non si può non essere lì, se la nostra missione ha un significato.

Cosa vuol dire la missione nella debolezza? Significa “stare” con i deboli. Stare con chi, oggi, è nella debolezza più grande,
cioè stare con chi oggi rende visibile, nella storia, il mistero del Crocifisso.

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Non si può solo “consumare” tutto questo come un grande spettacolo che, al massimo, ci prende una discussione al bar.
Qui è davvero, di nuovo, in gioco l’annuncio del Risorto. E l’annuncio del Risorto, guarda caso, avviene in un luogo
singolare: è il luogo del grande profeta Abramo, è dunque terra che tocca l’origine e la natura stessa della nostra fede.

Allora, riflettere sul tema della missione nella debolezza è come provare a leggere, a misurare la nostra vita cristiana, la vita
di ciascuno di noi, delle nostre comunità parrocchiali, della grande Chiesa, delle grandi chiese nelle quali siamo, perché o la
nostra missione sarà nella debolezza o, semplicemente, non sarà.
Anzi, ancor peggio, sarà una contro missione.

TEMI DELLE DOMANDE E RISPOSTE

Gesù rispetto al problema delle armi e della guerra.

Il problema delle armi, a mio giudizio, viene affrontato al cuore della Passione (Matteo, 26,30ss).
Capisco che è un Vangelo ingombrante, ma il pronunciamento di Gesù, rispetto alle armi e alla guerra, non va colto qua e là
in qualche versetto.
Va colto proprio al cuore della Passione, perché Gesù capisce che “questa” è una delle grandi questioni.
Leggiamo cosa succede: siamo nella scena in cui, dopo aver cantato i salmi, escono e vanno verso il monte degli Ulivi.

“Allora Gesù disse loro: Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte” (v.31).
Dov’è che avviene lo scandalo? Viene esattamente dentro la scena dell’arresto di Gesù.

“Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni,[…]. Il traditore
aveva dato loro questo segnale […]. E subito si avvicinò a Gesù […]. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa
mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio (sapremo da Giovanni che è
Pietro).
Allora Gesù gli disse:Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada.” (vv.47-52).
Il verbo greco è quello del “prendere” non dell’usare: basta prenderla la spada.

“Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?” (v.53).
Secondo la tradizione di Qunram, il Messia sarebbe venuto con dodici legioni di angeli.

“Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?” (v.54).
Quali erano le Scritture?È evidente che sono le Scritture del Servo di Jahve (Isaia, 42; 49; 50,4 ss; 52,13 ss; 53,11 ss).
Tutto questo è avvenuto, conclude Gesù, perché si adempissero le Scritture dei Profeti.

Allora, quando Gesù si rivela come il Messia povero, pacifico, che non usa le armi, “tutti i discepoli, abbandonatolo,
fuggirono” (v.56).
Lo scandalo avviene qua.
Lo scandalo che Gesù annuncia, appena vanno verso il monte degli Ulivi, si compie quando Gesù si rivela per quello che è:
un Messia povero e pacifico, il Messia che rifiuta le armi e che dunque spiazza il Messia del Servo sofferente di Jahve.
Gesù è il Messia che si carica della violenza del mondo, “non” usa la violenza verso il mondo, neanche la violenza religiosa.
Per questo i discepoli vanno tutti via. Non ce ne rimane uno.
Anche Pietro - che in Luca 22,33 dice: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte” - anche lui lo
abbandona.
Lo scandalo avviene lì.
C’è uno scandalo dei cristiani: come si fa a vivere nel mondo? Ci sembra una cosa irragionevole, insensata.

Ma, se ci pensate bene, ha proprio ragione Gesù.


Oggi, appare così evidente il fallimento della guerra come strumento! La guerra è diventata ormai come un vaso di Pandora
che produce degli effetti assolutamente devastanti e, in un certo senso, ben oltre qualunque previsione.
Questo vuol dire “chi prende la spada, di spada perirà”.
Bisogna fare attenzione perché è una logica che va oltre le intenzioni. Noi tutti pensavamo, a torto o a ragione, che questa
guerra, poi, sarebbe finita.

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Qui, non solo non finisce, ma si moltiplica.
Io sono convinto - ma davvero e lo dico in qualunque sede - che in una situazione come abbiamo in Palestina e in Israele o
in Iraq, le parole apparentemente più deboli e disarmate - come il perdono e la riconciliazione - sono le uniche possibili su
cui costruire il futuro, perché il presente è veramente una tragedia totale.
Ed è solo se si ritornerà a quelle parole, che sarà possibile rimettere insieme le gente.
Rispetto a questo, dove si colloca la missione dei cristiani? Qui davvero ci si gioca la vita, come ha fatto peraltro Nostro
Signore.

La forte posizione del Papa rispetto al tema della pace.

Il vero problema è il problema mio, è il problema suo, è il problema di don Daniele.


Non basta dire che il Papa ha detto che è contro la guerra.
La missione della Chiesa è la missione di ciascuno di noi e ciascuno di noi, poi, la rigioca nella sua vita.
Semmai la posizione del Papa c’indica una strada, ma poi quella strada la dobbiamo percorrere noi.
Il problema siamo noi. Questo voglio dire.
Sono rimasto molto colpito dal fatto che dall’Iraq siano venuti via tantissimi operatori umanitari. Capisco, se uno lo fa come
professione…
La posta in gioco, però, lì è altissima. Io penso che sarebbe bello che un po’ di cristiani andassero giù, appunto “come
agnelli in mezzo ai lupi”.
Non per fare dell’eroismo, ma perché, alla fine, ci sono dei gesti che, in qualche modo, hanno la forza di cambiare gli
eventi. E sono gesti che i cristiani possono fare: sono dentro il mistero del loro battesimo. Non sono un di più.
Se a Pratofontana, che dista da qui cinque chilometri (ndr: l’incontro si è tenuto a Massenzatico), c’è una persona che sta
male, molti di voi, chi può, chi la conosce, parte e la va a trovare. È naturale, è normale, avviene così.
Bene, se a due, tre ore di aereo c’è un popolo devastato e una Chiesa che rischia di essere cancellata, bisogna andare. O no?
Ecco cosa voglio dire. Semmai il Papa ci conforta in questo, ma io vedo che tutti dicono: “il Papa ha parlato”. Ho capito, ma
il Papa è uno: ai cristiani si chiederanno, almeno, dei comportamenti coerenti e conseguenti. Invece, osservo che molto
spesso i cristiani, i vescovi stessi, si accontentano del fatto che “il Papa ha parlato”. Ma a maggior ragione, se il Papa ha
parlato, devi agire.
La missione è di tutta la Chiesa nel suo complesso e io non posso nascondermi dietro la missione di qualcun altro: ma tanto
c’è don Daniele o don Giovanni o don Mario… No, ci sei tu. Perché la missione tocca a ciascuno. Non è una missione
“all’ingrosso”. È sempre una missione dei discepoli, dunque ciascuno, personalmente, è coinvolto.
Ovviamente con le sensibilità, con i doni propri: non si tratta di fare una marcia di milioni di persone per andare in Iraq, non
è quello che voglio dire, però, il fatto che nessuno si muova, fa impressione.

La preghiera comune tra cristiani e musulmani come inizio di un dialogo reale.

È verissimo. Racconto questa cosa: ieri ero a San Miniato, che è una cittadina fra Firenze e Pisa. Era presente
l’ambasciatore del Burkina Faso, che è musulmano, in quanto veniva inaugurata la nuova sede del movimento Shalom, che
si trova a San Miniato e che opera in tanti paesi del mondo.
C’era la Messa, celebrata da un monsignore, il segretario del Consiglio degli operatori della sanità, una specie di dicastero
delle cliniche.
L’ambasciatore ha chiesto di poter fare, alla fine della Messa, una preghiera: non un discorso, una preghiera. Questo
monsignore, con molta scioltezza, ha acconsentito.
Noi abbiamo assistito - lo diciamo con semplicità - all’omelia di questo vescovo, che ha parlato delle spaghettate, dell’uovo
di Pasqua ed altro, creando molta distrazione in Chiesa anche perché si era dilungato eccessivamente.
C’è poi stata questa preghiera sulla pace dell’ambasciatore - che sarà durata un minuto e venti - a seguito della quale è
partito spontaneo un applauso, perché la gente si è sentita interpretata in modo straordinario.
In quella Messa, quindi, aveva parlato con più verità l’ambasciatore musulmano, utilizzando un linguaggio che i cristiani
capivano, piuttosto che un vescovo che aveva fatto un’omelia mediocre, come tante che spesso ascoltiamo. E se addirittura
un vescovo permette a un musulmano di pregare in Chiesa, alla fine di una Messa, ancora dentro la Messa - non dopo la
benedizione finale, ma prima - vuol dire che è possibile, perché il Dio è unico.
Non è che ognuno ha il suo Dio: il Dio è unico.

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Iraq: la giustezza o meno, arrivati a questo punto, di venire via, pur riconoscendo che non si doveva fare la guerra.

La situazione ha raggiunto dei limiti rispetto ai quali questa discussione è proprio una discussione di qualche mese fa,
vecchia.
Il vero problema è come vive la gente lì. La gente vive in una condizione che, a mio giudizio - anche molti giornali lo
scrivono - ha raggiunto livelli di insicurezza, di violenza fuori da ogni controllo. C’è una quantità di sequestri che non esiste
sulla faccia della terra, per esempio.
Rispetto a tutto questo, ogni soluzione è del tutto inadeguata. Ma lo si deve riconoscere che è inadeguata.
Ormai, è come un vaso di Pandora che è stato scoperto e non lo si può richiudere come fosse la pentola di cucina.
Si sono scatenate delle forze del caos che vanno oltre ogni aspettativa. Io, sei mesi fa, non l’avrei immaginata questa
situazione: io che ero un pessimista, ma, credo, nessuno.
E peggiorerà, non migliorerà.
Ecco perché rispetto a questo, dire “veniamo via” o dire “restiamo” mi pare che sia un parlare di cose che riguardano noi,
ma che non riguardano quella gente.
Qualunque scelta facciamo, quella gente si troverà in una situazione con ancora più dolore, con ancora più sofferenza, con
ancora più violenza. E, ripeto, a prescindere dalle scelte che facciamo noi.
Lo dobbiamo dire se vogliamo parlare con verità.
Se poi intendiamo fare polemiche, discutiamone, ma, se vogliamo parlare con verità, dobbiamo riconoscere che nessuno,
oggi, ha una soluzione plausibile che possa realisticamente migliorare le condizioni di vita della gente, lì. Si è messa in
moto una macchina, che poi è la macchina della guerra, che oggi manifesta, fino in fondo, tutta la sua devastazione e la sua
violenza.
Per questo dicevo che, non avendo nessuna soluzione - sfido io a dire, con verità, dov’è la soluzione - i cristiani almeno
facciano quello che compete a loro da cristiani.
Se abbiamo un fratello in ospedale, lo andiamo a trovare. Se è moribondo, ci si va anche più spesso.
Noi non compiamo neanche i gesti più elementari, non ci viene in mente nulla se non guardare la televisione, che è arrivata
a livelli estremi.
Non so se avete visto l’altra sera un programma che mi è sembrato di una tale immoralità, rispetto alla quale non so cosa
possa esservi di peggio. Si è utilizzata la morte di una persona per alzare l’audience televisivo (era la sera in cui
partecipavano Frattini e Rutelli, che hanno dato uno spettacolo immorale, indecoroso, repellente). Ormai è venuto fuori
chiaramente: tutti sapevano che questa persona era già morta, ma si è fatto un gioco per alzare l’audience.
Io penso che chi ha ideato quella trasmissione doveva essere rimosso immediatamente: non si può ignorare la gravità di
quello che ha fatto. Non è ammissibile che la vita di una persona venga esibita in quel modo.
È un paese con un alto livello di degrado se la sua televisione produce queste cose.
Ritornando al problema di prima, i cristiani debbono fare i cristiani.
Non si dice che bisogna andare a visitare i carcerati? Più carcere dell’Iraq…

“Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una” (Luca 22, 36).

Gesù in effetti dice: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero:
“Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e
ne compri una. Perché vi dico: Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti
tutto quello che mi riguarda volge al suo termine”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose:
“Basta!”.

A mio parere, il testo è molto semplice. Immediatamente prima c’era stato l’annuncio del rinnegamento di Pietro. Qui,
siamo dentro al contesto della Passione, sta per avvenire lo scandalo dei discepoli.
Il Signore, come dire, fa loro un estremo appello.
Come si fa ad entrare dentro la Passione? Ci vuole una spada, ma quale tipo di spada? Quella che, nella tradizione biblica, è
la Parola di Dio. Tanto è vero che i discepoli, che non capiscono mai nulla, gli dicono: “Signore ecco qui due spade”. Ma
egli rispose: “Basta!”, cioè non avete proprio capito nulla!.
Non avevano capito che era un “appello” alla parola di Dio, che, appunto, profetizzava: “E fu annoverato tra i malfattori.”
“Se volete comprendere la Passione, ritornate alla Scrittura”, questo vuol dire.
Nella tradizione biblica, la spada è sempre la spada della Parola.
È questa la spada che Gesù chiede e che i discepoli non hanno, tanto è vero che gli dicono: “Signore, ecco qui due spade”.
Trae in inganno l’espressione “chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una”? Vuol dire che ormai siamo nel

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momento decisivo ed è necessario in tutti i modi avere questo - la spada della Parola - altrimenti ci si perde.
Era un modo simbolico per dire che ormai era giunta l’ora: è un attimo prima, è la scena che viene immediatamente prima,
rispetto a quella dell’orto degli Ulivi.
Tra l’altro, è interessante notare come nel vangelo di Luca il “Sia fatta la tua volontà” non c’è al capitolo 11. Lo troviamo
messo qui nella Passione (22,41-42):
“Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.
Luca capisce che l’unico luogo, dove si dice con verità il Padre Nostro, è quello della Passione.
Noi lo diciamo tutti i giorni, ma ha senso in quanto ci prepara a dirlo nella Passione. Se no, dirlo tutti i giorni quando
diventiamo vescovi, arcivescovi oppure persone potenti, importanti o quando ci sposiamo e siamo tutti felici… non è il vero
senso.
Gesù lo dice nella Passione. Solo nella Passione si può dire - con verità - il Padre Nostro.
Fuori dalla Passione, sì, ma in quanto ci prepara a questa.
Luca lo colloca lì. Non se l’è scordato.
È veramente il momento più drammatico. I discepoli stanno per entrare nella Passione, ma non hanno la chiave.
Gesù, a più riprese, insiste sul pregare, mentre i discepoli dormivano per la tristezza: è il sonno del loro fallimento.
Non avevano la chiave per entrare nella Passione, che era appunto la Parola, era la spada della Parola.
E Gesù pone il richiamo alla “spada”, a conclusione del suo discorso, ancora all’interno dell’Eucaristia.
Il discorso delle “spada” è ancora dentro la celebrazione dell’Eucaristia. Infatti, subito dopo, “uscito se ne andò…” (v.39).
Gesù è ancora nel Cenacolo quando parla della “spada”.
È l’ultima parola che Gesù dà ed è la chiave per entrare nella Passione. Tanto è vero che fa riferimento alle profezie, dunque
alla Scrittura.

(Testo tratto da registrazione non rivisto dall’autore; i titoli sono redazionali).

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