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03/04/08 – giovanissimi

La fede di Giovanni - appprofondimenti

Gv 20,1-9
Nell’ora della morte di Gesù, presso la croce vi erano solo alcune donne, tra cui Maria di
Magdala, e il discepolo amato, che non riuscivano a credere possibile la fine ignominiosa
di quel rabbi e profeta di Nazaret da loro tanto amato. Eppure al tramonto di quel venerdì 7
aprile dell’anno 30 la morte sembrava proprio aver posto la parola fine sulla vita di Gesù,
l’uomo capace di raccontare in modo unico il volto di Dio (cf. Gv 1,18).
Ma ecco che all’alba del 9 aprile, Maria di Magdala non si rassegna: «nel giorno dopo il
sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Essa non va per
ungere il cadavere (cf. Mc 16,1), ma è spinta solo dall’amore per quel Gesù che l’aveva
liberata da «sette demoni» (cf. Lc 8,2) e restituita alla vita piena, un amore tale da non
arrestarsi neppure di fronte alla morte. Maria va alla tomba quando ancora c’è tenebra: è
buio non solo intorno a lei ma anche nel suo cuore, velato dalla tristezza e dalla non-fede
nell’inaudito, nell’evento della resurrezione… Ed ecco la novità sconcertante: «Vide che la
pietra era stata ribaltata dal sepolcro». Essa è smarrita e la sua reazione immediata è
quella di pensare a un trafugamento del cadavere; lo testimoniano le parole che rivolge a
Pietro e al discepolo amato al termine di una corsa affannosa: «Hanno portato via il
Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». La sua umanissima relazione
affettiva con il Signore non è sufficiente per condurla alla fede nella resurrezione. Qui
finisce la prima parte della sua vicenda, ma la ritroveremo poco più avanti «vicino al
sepolcro» (Gv 20,11), mentre piange e persevera nella ricerca del corpo morto di Gesù,
che le si rivela quale Risorto chiamandola per nome: «Maria!» (Gv 20,16).
Nel frattempo possiamo chiederci: e noi come ci poniamo di fronte al sepolcro vuoto?
Crediamo alla resurrezione di Gesù? Siamo accompagnati in questa domanda anche da
Pietro e dal discepolo amato che, spinti dalle parole di Maria, corrono al sepolcro:
«Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per
primo al sepolcro». Forse è l’amore di predilezione ricevuto su di sé a renderlo più veloce,
perché all’amore si risponde con l’amore che non indugia… «Chinatosi, vide le bende per
terra, ma non entrò»: egli attende Pietro, lascia entrare per primo chi per volontà del
Signore godeva di un primato nel gruppo dei Dodici. Pietro allora «entrò nel sepolcro e
osservò le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con
le bende, ma piegato in un luogo a parte»: osserva tutto con precisione, ma neppure il suo
sguardo razionale e preciso è sufficiente a cogliere il mistero. Anche lui, per ora, rimane
nelle tenebre dell’incredulità.
«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e
credette». Cosa ha visto? Nessun oggetto specifico: è l’assenza stessa che, riempita
dall’amore, diventa per lui evocatrice di una Presenza. Del resto Gesù l’aveva promesso:
«Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv
14,21); e così nell’amore che lo lega a Gesù, il discepolo amato comincia a intuire e a
lasciar spazio nel proprio animo alla novità compiuta da Dio… Ma per il salto decisivo della
fede, per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza della
Scrittura: accostata al vuoto della tomba, la Scrittura la riempie di una Parola che è
all’origine della resurrezione, perché è la Parola stessa del Dio della vita. Ecco l’inizio della

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fede pasquale, che troverà la sua pienezza con il dono dello Spirito capace di illuminare le
menti, aprendole all’intelligenza della Scrittura (cf. Lc 24,45): l’amore per Gesù e la
comprensione in profondità della Scrittura si completano a vicenda nel condurre alla fede
nella resurrezione…
È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca lo specifico del
cristianesimo. Ha scritto l’apostolo Paolo: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana allora è la
nostra fede … e i cristiani sono da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,17.19). Sì,
questo è il senso della grande festa di Pasqua e, insieme, il debito che i cristiani hanno
verso gli altri uomini, la speranza che possono offrire agli uomini tutti: ormai la morte non è
più la parola definitiva, ma è solo l’esodo da questo mondo al Padre, che ci richiamerà tutti
a vita eterna…

Lectio su Gv 21,1-14
Il video della Lectio divina

Introduzione
Il vangelo secondo Giovanni ci ha narrato nel capitolo 20 che Gesù, dopo la sua morte in
croce, morte gloriosa perché segnata dalla gloria dell’amore, si è mostrato vivente nel
primo giorno della settimana a Maria di Magdala (cf. Gv 20,11-18), poi ai discepoli riuniti
insieme (cf. Gv 20,19-23) e di nuovo «otto giorni dopo» ai discepoli con i quali si trova
anche Tommaso (cf. Gv 20,26-29).
Ma l’appendice aggiunta più tardi al vangelo da parte della comunità del discepolo amato,
il capitolo 21 che abbiamo ascoltato, ci racconta un altro incontro di Gesù con i suoi sul
mare di Tiberiade: «Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade» (Gv
21,1). In questo brano più che un’apparizione di Gesù risorto viene narrata la resurrezione
dei discepoli. Nel racconto, infatti, il passaggio dalla notte al mattino, dunque dalle tenebre
alla luce, è accompagnato da un altro decisivo passaggio: quello dall’ignoranza («I
discepoli non sapevano che era Gesù»: Gv 21,4) alla conoscenza di Gesù («Sapevano
bene che era il Signore»: Gv 21,12). Se questo è il mutamento fondamentale, alla sua luce
possono essere letti anche il passaggio dalla pesca infruttuosa («In quella notte non
presero nulla»: Gv 21,3) alla pesca abbondante («Gettarono la rete e non potevano più
tirarla su per la gran quantità di pesci»: Gv 21,6) e quello dall’assenza di cibo (cf. Gv 21,5)
alla partecipazione al pasto preparato da Gesù stesso (cf. Gv 21,9-12).
1. «In quella notte non presero nulla»
Ma cosa ci dice più in profondità questo racconto? I discepoli hanno già incontrato il
Signore risorto a Gerusalemme due volte, nel primo giorno della settimana, eppure
nonostante queste conferme della resurrezione sembrano ancora bisognosi di incontrarlo:
la fede non è mai acquisita per sempre, è sempre un evento, un divenire che può
conoscere una crescita ma anche contraddizioni e regressioni, le quali rischiano di
vanificare le esperienze di fede vissute in precedenza…
Sul mare di Galilea troviamo Simon Pietro, Tommaso, colui che aveva confessato Gesù
come «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28), Natanaele, che aveva detto: «Rabbi, tu sei il
Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele» (Gv 1,49), i figli di Zebedeo e altri discepoli anonimi. Non

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si precisa il giorno, ma viene soltanto detto che questi discepoli erano sette, cioè una
comunità il cui numero narra la totalità e l’universalità. Simon Pietro prende l’iniziativa della
pesca e gli altri decidono di seguirlo, di partecipare a quell’impresa che rappresenta la
missione della comunità; con grande decisione e convinzione essi affermano: «Veniamo
anche noi con te» (Gv 21,3). Tutti insieme escono dunque in mare aperto, «ma in quella
notte non presero nulla» (ibid.)… A seguito di questa pesca infruttuosa i discepoli si
apprestano a tornare verso la spiaggia, «quando ormai giunge il mattino» (Gv 21,4).
Sulla spiaggia c’è Gesù, anche se i discepoli non lo sanno: come Maria di Magdala, lo
incontrano ma non sanno che è lui (cf. Gv 20,14)… Ed ecco che Gesù prende l’iniziativa e
chiede: «Piccoli figli, non avete nulla da mangiare?» (Gv 21,5). Egli si rivolge loro con un
appellativo affettuoso, paterno e materno insieme – teknía, piccoli figli –; è come se
dicesse: «Non temete, non vi ho lasciati orfani, privi di me», compiendo così la promessa
fatta in occasione dei discorsi di addio (cf. Gv 14,18). Gesù è lo stesso ma è anche
diverso, per questo i discepoli non lo riconoscono e gli rispondono laconicamente: «No,
non abbiamo nulla» (Gv 21,5). In tal modo essi confessano la loro mancanza, il loro
essere immersi in una situazione negativa, priva di sbocchi…
2. «È il Signore!»
A questo punto Gesù sollecita ancora i discepoli: «Gettate la rete sul lato destro della
barca e troverete» (Gv 21,6): sono parole che richiedono fede, pronta obbedienza, sono
un comando e una promessa alla quale Pietro e i suoi compagni subito aderiscono. E non
appena eseguono quest’ordine ecco che la rete diviene stracolma di pesci, ma essi sono
di nuovo preda della loro debolezza e povertà: «non avevano la forza per tirarla su» (ibid.)

È allora che il discepolo amato, colui che al solo vedere la tomba vuota aveva creduto (cf.
Gv 20,8), riconosce in quell’evento l’azione e lo stile di Gesù e subito grida agli altri: «Ho
Kýrios estin! È il Signore!» (Gv 21,7). Il discepolo amato, il credente che ha esperienza
dell’amore del Signore, colui che ha posato il capo sul grembo di Gesù quasi a mettersi in
ascolto del suo cuore (cf. Gv 13,23-25), sa leggere i segni e diventa capace di riconoscere
Gesù, rispondendo con l’amore al suo preveniente: «È il Signore!».
Sì, siamo condotti a contemplare la barca della chiesa in mezzo ai flutti della storia, a
mettere in conto anche la possibilità di missioni senza frutto, di evangelizzazioni senza
risultato; nello stesso tempo, però, questa pagina ci spinge a credere che, se la missione
avviene in obbedienza al Signore, nella docilità alle sue indicazioni e nella ricerca della
sua volontà, allora vi è abbondanza di frutti, allora si è resi davvero «pescatori di
uomini» (Mc 1,17; Mt 4,19). E forti di questa consapevolezza possiamo proclamare con
gioia: «È il Signore!», ovvero: «Il Signore risorto è in mezzo a noi, è presente ancora oggi
e opera con noi»…
Il discepolo amato indica il Signore anche a Pietro, il quale, pur avendo il compito di
guidare la pesca, non è stato sufficientemente attento ai segni di quell’alba. Egli però sa
obbedire alle indicazioni del discepolo amato, «colui che rimane» – come lo definirà Gesù
subito dopo (cf. Gv 21,22-23) –, e nella sua nudità si getta in mare, quasi a volere essere
immerso e risollevato dall’acqua come creatura nuova (cf. Gv 21,7).
3. «Gesù venne, prese il pane e lo diede loro»
Mentre Pietro è immerso nelle acque della rinascita, gli altri discepoli trascinano la rete
piena di pesci sulla spiaggia (cf. Gv 21,8): essi sono attirati da Gesù, che sulla riva del
mare sta vicino a braci sulle quali sono posati del pane e dei pesci (cf. Gv 21,9). Accanto a
Gesù vi è il cibo che egli aveva distribuito quando, in occasione della sua seconda

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Pasqua, aveva moltiplicato pani e pesci (cf. Gv 6,9-11). È quel pane che Gesù aveva
identificato con «la sua carne data per la vita del mondo» (cf. Gv 6,51): sì, Gesù dà se
stesso, è lui che prepara il pasto, prepara la tavola, è lui che provvede il cibo che dona
vita, è lui la presenza sempre preveniente!
Gesù chiede ai discepoli di portare anche il pesce che avevano preso, ed è Pietro che,
riemerso dalle acque, esegue l’ordine e «trae a terra la rete piena di 153 grossi pesci» (Gv
21,11). Nella profezia sul tempio escatologico Ezechiele aveva contemplato sul lato destro
del tempio acque pescose e sulle rive di En-Eglaim una distesa di reti (cf. Ez 47,1.8-10);
forse nell’annotazione sui 153 pesci vi è un rimando a questo brano, perché il calcolo
numerico delle lettere ebraiche che compongono il toponimo En-Eglaim, la cosiddetta
ghematria, dà come risultato proprio 153. Saremmo così condotti alla visione della chiesa
come tempio escatologico, della comunità cristiana come luogo della missione universale
e della presenza di Dio manifestata dal Risorto. Secondo Girolamo, d’altra parte, i 153
pesci simboleggiano tutte le genti della terra, essendo questo il numero delle specie di
pesci marini esistenti. In ogni caso, quella che qui viene evocata è l’universalità della
missione della chiesa e l’universalità della raccolta degli uomini intorno al Risorto e alla
sua comunità.
«E benché i pesci fossero tanti, la rete non si spezzò» (Gv 21,11): splendida questa
annotazione inserita come un sigillo da parte della comunità del discepolo amato. La rete
non si strappò allora, nella comunione vissuta tra la grande chiesa petrina e la chiesa del
discepolo amato, capaci di un’unica confessione del Risorto. Purtroppo però sappiamo
bene che questa rete si spezzerà più tardi…
Ormai tutti i discepoli presenti sulla riva sono consapevoli che il Signore è in mezzo a loro
e nessuno gli chiede: «Chi sei?» (Gv 21,12). Dopo averli invitati a mangiare, Gesù si
avvicina – lett. «viene» (érchetai: Gv 21,13), lo stesso verbo utilizzato per le manifestazioni
del Risorto in Gv 20,19.26 – e compie il gesto eucaristico («prese il pane e lo diede loro»:
cf. Mc 14,22 e par.; 1Cor 11,24). Così i discepoli sono addirittura «incorporati al logos»,
formano un solo corpo con Gesù. Per questo Gesù si astiene dal mangiare: egli è il vero
cibo di cui il pane da lui offerto è segno! Così «l’eucaristia celebra la relazione tra i
discepoli e il Signore Gesù, l’eucaristia fa la comunità, la chiesa, e la comunità fa
l’eucaristia» (Henri De Lubac).
Conclusione
Questo incontro narrato in Gv 21 ci rivela che unico è il Signore, unica l’eucaristia, unica la
fede-conoscenza del Signore Gesù! A queste condizioni la missione della chiesa è
fruttuosa: una missione guidata da Pietro in obbedienza al comando di Gesù, riconosciuto
vivente grazie alla contemplazione che è ascolto e capacità di custodire nel cuore il suo
amore. Una missione che ancora oggi ci riguarda e ci interpella.

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Mc 9,38-43.45.47-48
Gesù ha appena interrotto la discussione dei Dodici su chi tra loro fosse il più grande,
consegnando parole che da quel giorno regolano per sempre i rapporti all’interno della
comunità cristiana: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc
9,35). Ed ecco che, per bocca di Giovanni, si manifesta nuovamente l’incomprensione dei
discepoli: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo
abbiamo vietato, perché non ci seguiva”.
Giovanni esprime bene l’atteggiamento di chi si sente in dovere di difendere le prerogative
della comunità da presunte minacce provenienti dall’esterno. Il suo è il cattivo zelo di
quanti vogliono delimitare con troppa precisione i confini tra la comunità cristiana e
l’esterno, con la malcelata ambizione di essere i soli detentori dell’autentico potere
carismatico: nel fare questo egli finisce addirittura per esigere – caso unico in tutti i vangeli
– la sequela del gruppo comunitario (“non ci seguiva”)! Già l’Antico Testamento
testimoniava un episodio analogo. Per azione dello Spirito due uomini profetizzano pur
senza essersi recati all’assemblea di Mosè e dei settanta anziani; Giosuè chiede allora a
Mosè di fermarli, ma si sente rispondere: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel
popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito!” (Nm 11,29)…
Gesù fa propri i sentimenti di Mosè e rimprovera Giovanni: “Non glielo proibite, perché non
c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio Nome e subito dopo possa parlare male di me.
Chi non è contro di noi è per noi”. Certo, i discepoli incapaci di scacciare il demone che
tormentava il ragazzo epilettico (cf. Mc 9,18) si meravigliano che altri compiano tali gesti, e
la loro frustrazione si trasforma in arroganza e inimicizia. Ma Gesù insegna loro che la
potenza del suo Nome – confessato in verità solo grazie all’azione dello Spirito santo (cf.
1Cor 12,3) – non può essere ristretta entro confini troppo angusti: sì, il Nome del Signore
eccede sempre i confini della chiesa che pure lo confessa e il Signore annovera suoi
testimoni ben al di là delle frontiere della comunità cristiana! Il Nome di Gesù non può
essere fonte di separazione tra le persone che lo invocano positivamente perché esprime
apertura e servizio universale nel dono di sé.
Nessuno può pretendere di detenere il monopolio della Presenza del Signore, se non
vuole ridurre il Signore a idolo e divenire occasione di scandalo, cioè inciampo e ostacolo
al cammino dell’uomo verso Dio. Uno scandalo che è tale innanzitutto all’interno della
comunità cristiana: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che
gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare”. Nella chiesa vi sono
infatti i “piccoli”, quei cristiani la cui fede è più facilmente soggetta al turbamento (cf. Rm
14,1-23): “chi ferisce la loro coscienza debole, pecca contro Cristo” (cf. 1Cor 8,12). Queste
che sono le membra del corpo più umili e indifese (cf. 1Cor 12,22-27) devono essere
circondate di maggior cura, perché nel giorno del giudizio mostreranno la loro grandezza.
Allora si riveleranno come le membra più vicine alla testa, a Cristo, e chiunque le abbia
scandalizzate dovrà arrossire: erano infatti l’immagine di Cristo povero e umile, la cui
potenza si manifesterà nell’ultimo giorno…
Lo scandalo appare inoltre nella vita personale di ogni cristiano. E qui Gesù non teme di
usare immagini forti: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala … Se il tuo piede ti
scandalizza, taglialo … Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel
regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna”. Sono
parole che non vogliono spaventare chi le ascolta, ma solo ricordare con chiarezza le
esigenze del radicalismo evangelico: occorre rinunciare a ciò che può ostacolare
l’ingresso nel Regno, ossia praticare una dura lotta personale contro le tendenze che

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spingono l’uomo a cadere nel peccato, a seguire quelle inclinazioni che contraddicono la
vita di comunione offerta dal Vangelo…
Tracciare confini troppo netti con l’esterno proprio mentre si è incapaci di vivere il Vangelo:
il Signore Gesù ci mette in guardia da questo duplice errore, chiamandoci a vigilare su noi
stessi e a vivere un’apertura cordiale al dialogo con chi non può o non vuole appartenere
alla comunità cristiana.

Mc 10,35-40

Durante la salita verso Gerusalemme, per tre volte Gesù annuncia ai Dodici la propria
passione, morte e resurrezione (cf. Mc 8,31-32; 9,30-32; 10,32-34); e per tre volte,
puntualmente, non viene compreso. Verrebbe quasi da pensare che, frustrato di fronte a
tanta «durezza di cuore» (cf. Mc 16,14), Gesù abbia desistito dal rivolgere ai suoi discepoli
un ulteriore annuncio… La prima volta era stato Pietro a ribellarsi alle parole del suo
maestro, che si era visto costretto a rimproverarlo chiamandolo “Satana” (Mc 8,33); la
seconda volta erano stati tutti i Dodici che, in risposta alla prospettiva della passione e
morte appena evocata da Gesù, non avevano saputo fare di meglio che discutere su chi
tra loro fosse il più grande, costringendo Gesù a ribadire loro chiaramente: “Se uno vuole
essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti!” (Mc 9,35).
Nel brano odierno sono innanzitutto Giacomo e Giovanni a mostrare un’impressionante
cecità. Gesù ha appena annunciato nuovamente come ormai vicina l’ora della propria
morte violenta, ed ecco che i due discepoli reagiscono avanzando pretese: “Maestro, noi
vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Gesù accondiscende con infinita
pazienza, si fa ancora una volta loro servo, ed essi specificano la loro richiesta di un
premio rivolta a quello che hanno seguito e che sperano si mostri Messia trionfante:
“Concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.
A questo punto Gesù risponde con decisione: “Voi non sapete quello che chiedete!”. E
subito riporta i figli di Zebedeo alla realtà, facendo balenare anche per loro la prospettiva
della morte violenta, attraverso le immagini bibliche dell’immersione (cf. Lc 12,50) – questo
significa “battesimo” – e del calice: Gesù stesso nell’ultima cena si servirà di un calice di
vino per significare che di lì a poco il suo sangue sarebbe stato “versato per molti” (cf. Mc
14,23-24). I due accettano rispondendo con grande zelo a Gesù, ma capiranno solo più
tardi il prezzo di questa disponibilità; quanto però al sedere alla destra e alla sinistra del
Figlio dell’uomo nella sua gloria, Gesù afferma che non spetta a lui decidere, ma solo al
Padre… In verità, nell’ora della passione, i posti rivendicati da Giacomo e Giovanni
saranno occupati da due malfattori e Gesù sarà solo tra di loro, in mezzo a nemici,
persecutori e uccisori.
Ma l’incomprensione dei discepoli non finisce qui. Giunge, prevedibile, lo sdegno geloso
degli altri dieci, che non vogliono essere da meno di Giacomo e Giovanni: se i figli di
Zebedeo prendono i primi due posti, cosa resta per loro? Ed ecco che Gesù li chiama a sé
tutti insieme, e pronuncia parole che sono e saranno per sempre l’unica “costituzione”
della comunità cristiana: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le
dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Tra voi però non è così; ma chi
vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il
servo di tutti”.

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E questo perché? “Perché il Figlio dell’uomo”, cioè Gesù, il Messia Servo del Signore (cf.
Is 53,10-12) “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in
riscatto per molti”. Il miglior commento a queste affermazioni sono le parole pronunciate
da Gesù nel quarto vangelo, subito dopo il gesto della lavanda dei piedi: “Avete capito ciò
che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se
dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi
gli uni gli altri” (Gv 13,12-14).
Quanto a noi, non dobbiamo fingere di scandalizzarci di fronte alla richiesta di Giacomo e
Giovanni e allo sdegno degli altri dieci: i loro atteggiamenti sono infatti mossi dallo stesso
spirito che anima la nostra quotidiana brama di primeggiare e dominare sugli altri, di
essere apprezzati e riconosciuti più degli altri. Gesù invece ci chiede il servizio reciproco, il
dare la vita per i fratelli, perché in questo sta la vera gloria. Con l’infinita pazienza
dimostrata e, soprattutto, andando verso la sua passione con la libertà e l’amore di chi si
fa servo dei suoi fratelli fino alla fine, Gesù ci ha insegnato a vivere in questo modo come
autentici suoi discepoli; ci basta seguire le tracce di un servo del Signore, servo dei fratelli.