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[ APPROFONDIMENTI IN: NEUROSCIENZE ] PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 MECCANISMI NEUROBIOLOGICI DELLA DHS La

[ APPROFONDIMENTI IN: NEUROSCIENZE ]

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

MECCANISMI NEUROBIOLOGICI DELLA DHS

La Sindrome di Dirk Hamer (DHS), un evento shockante che colpisce l’individuo in maniera inaspettata, rappresenta l’inizio del processo di malattia. Le recenti acquisizioni della neurobiologia spiegano esattamente cosa succede a livello psi- chico, cerebrale ed organico durante la DHS e come mai la tutta ricerca sullo stress abbia fallito, mantenendo i ricercatori all’interno dell’antica convinzione della malattia come “errore della natura”.

Dr. Danilo Toneguzzi

L’origine della malattia. Nel 1981 il dott. Hamer condensò nella “Legge ferrea del cancro” la prima legge biolo- gica da lui scoperta: ogni programma speciale, biologico e sensato (SBS) inizia con una DHS (Sindrome di Dirk Hamer), cioè con uno shock conflittuale gravissimo, inaspettato, altamente drammatico e vissuto nell’isolamento (Hamer, 1981). La scoperta che le malattie corrispondo- no ad un processo biologico con una sequenza di fasi ben precise (programma SBS) e che sono causate da un evento psichico con determinate caratteristiche (DHS) ha posto le basi per una nuova comprensione della genesi della malattia e per un definitivo superamento del dualismo tra mente e corpo. Con la formulazione della legge ferrea del cancro, il dott. Hamer ha operato un cambio di paradigma totale, una vera e propria rivoluzione copernicana che ha permesso finalmente di po- ter dare risposta alla domanda che dalla notte dei tempi l’uomo si pone, cioè: “Perché ci si ammala?”, e ha ridefinito la malattia come evento sensato dell’organismo, non, cioè, sba- gliato come si era, invece, sempre pensato. DHS è l’acronimo di Sindrome di Dirk Ha- mer, nome che il dott. Hamer diede all’evento che lo colpi personalmente nel 1978, quando suo figlio fu ucciso e che, in seguito, gli causò un cancro al testicolo. La DHS è un evento che colpisce l’individuo in maniera inaspettata, uno shock acuto, drammatico che lo coglie in con- tropiede e che da luogo ad una cascata di eventi biologici; tra l’altro, tali conseguenze, attivate

dalla DHS, da sempre indicate con i termini di “sintomi” o “malattia”, non sono casuali ma se- guono una sequenza precisa andando a costitui- re un processo biologico denominato, invece, dal dott. Hamer “Programma SBS”, dove SBS sta per “sensato”, “biologico” e “speciale”. La DHS, quindi, da avvio ad un programma SBS; in altri termini, uno shock inaspettato de- termina l’attivazione di un funzionamento nor- malmente inteso come patologico dell’organi- smo. Per dirla in termini ancora diversi, un evento psichico sta alla base e determina un evento fisico e quindi la malattia è la precisa espressione sul corpo di un preciso evento emo- tivo. Ma vediamo, nello specifico, come avviene tutto ciò.

Antecedenti nella letteratura del Novecento. Nella letteratura scientifica e tradizionale, l’idea di una correlazione tra eventi emotivi e malattie, in realtà, viene da molto lontano, so- prattutto da quando, nel secolo scorso, si è aper- to un filone di ricerca in merito allo “stress” e alle sue conseguenze sulla salute. Pioniere di tale filone fu Hans Selye il quale, scrivendo una lettera alla rivista “Nature” già nel 1936 diede avvio a questo campo d’indagine che, a tutt’og- gi, si stima abbia prodotto non meno di 150.000 pubblicazioni (Favretto, 1994). Gli studi sullo stress, infatti, iniziati da Selye ma proseguiti successivamente da altri numerosissimi ricerca- tori, rappresentano i pilastri delle concezioni da cui si è sviluppata la Medicina Psicosomatica in

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 tutta la seconda metà del Novecento. Ma il suc- cesso della

tutta la seconda metà del Novecento. Ma il suc- cesso della Medicina Psicosomatica rimane a tutt’oggi quanto mai controverso: nonostante una serie di acquisizioni più o meno accettate, lascia aperti alcuni interrogativi fondamentali. Ad esempio, come si spiega la scelta dell’orga- no? Cioè, perché lo stress determinerebbe in al- cuni soggetti una dermatite ed in altri un’asma? Oppure, perché determinati soggetti, visibil- mente stressati, non si ammalano? E perché qualcuno, pur conducendo una vita, tutto som- mato, tranquilla, sviluppa un tumore? Ed infine, perché spesso si può notare che le persone non si ammalano sotto stress, ma quando lo stress finisce, come ad esempio nel caso dell’emicra- nia da week-end o nel caso in cui gli individui si ammalano quando vanno in vacanza? A que- sti interrogativi la medicina psicosomatica non è mai riuscita a dare delle risposte precise e uni- voche. In ogni caso, gli antecedenti delle acquisizio- ni che connettono gli eventi psichici agli eventi fisici vanno ricercati già all’inizio del secolo scorso. Un contributo fondamentale avvenne ad opera di Walter Cannon, il quale diede una svolta fondamentale nella comprensione dei meccanismi di funzionamento dell’organismo formulando la teoria dell’omeostasi (Cannon, 1932). Nel continuo rapporto con l’ambiente in cui è immerso, cioè, l’organismo vivente è im- pegnato incessantemente nel mantenere costanti le condizioni del suo ambiente interno: l’omeo- stasi, quindi, è, al tempo stesso un mezzo ed un fine per la sopravvivenza degli individui. In questo processo di continuo adattamento, l’or- ganismo interviene sull’ambiente e reagisce ad esso per mantenere l’equilibrio. Cannon identi- ficò tra queste reazioni dell’organismo impe- gnato nel processo di adattamento una specifica forma che chiamò reazione d’allarme, ovvero una risposta automatica che viene attivata in de- terminate condizioni particolari. Egli aveva messo in evidenza, ad esempio, come un incre- mento della secrezione di adrenalina e noradre- nalina da parte della porzione midollare delle ghiandole surrenali avesse una funzione indi- spensabile, anche negli animali, nel predisporre l’organismo a comportamenti di attacco e di fu- ga. Tale reazione si accompagna, infatti, all’au- mento della pressione sanguigna, all’incremento della frequenza cardiaca, alla vasocostrizione periferica, alla dilatazione pupillare, alla ridu- zione della salivazione, all’incremento della funzionalità respiratoria, all’aumento della su-

dorazione, ecc (Cannon, 1929).

La ricerca sullo stress. Selye, il ricercatore che, come detto poc’anzi, aprì la strada a tutto il filone di ricerca sullo stress e sul concetto di psicosomatica, scoprì suc- cessivamente che le reazioni fisiologiche studiate da Cannon non erano le uniche manifestate da un organismo in difficoltà ma che costituivano una concatenazione di eventi omeostatici e modifica- zioni fisiologiche nella funzione di adattamento di cui la reazione d’allarme non è che il primo passo. Per questo, prendendo a prestito un termi- ne dalla metallurgia che indicava gli effetti delle grandi pressioni sui metalli, Selye denominò stress quel insieme di modificazioni a carico dell’organismo e, più specificatamente, Sindrome Generale di Adattamento quel processo, articola- to in tre fasi e finalizzato all’adattamento, scate- nato da stimoli stressanti di natura diversa (Selye,

1936).

Per Selye, lo stress è “una risposta generale, aspecifica dell’organismo a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente” (Selye, 1974). Il con- cetto fondamentale consiste nell’evidenziare qualcosa che avviene generalmente, in modo aspecifico, indipendentemente dalla natura dello stimolo. Da questo punto di vista, la teoria della Sindrome Generale di Adattamento di Selye fu estremamente innovativa: con il suo carattere aspecifico venne messa in luce l’esistenza di un meccanismo che elude la tradizionale visione che un effetto, una risposta biologica, sia sempre ri- conducibile ad una sola causa. Tradizionalmente,

STIMOLO

ORGANISMO
ORGANISMO
STRESS
STRESS

Tabella 1. Lo stress secondo Selye

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS infatti, si era portati a ritenere che

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NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

infatti, si era portati a ritenere che la risposta dell’organismo fosse specifica al tipo di richie- sta: ad esempio la sudorazione come reazione al caldo, il brivido come risposta al freddo e così via. Selye, invece, enfatizza una risposta aspeci- fica, una sindrome generale che ha la funzione di favorire l’adattamento dell’organismo ad uno stimolo “stressante”, indipendentemente dalla sua natura, dove la reazione d’allarme di Can- non rappresenta solo il primo passo. Passo dopo passo, le considerazioni di Selye giunsero a considerare lo stress come un feno- meno naturale e fisiologico e, come tale, qual- cosa che non può e non deve essere evitato: “La completa libertà dallo stress è la morte. Contra- riamente a quello che si pensa solitamente, non dobbiamo e, in realtà, non possiamo evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo effica-

ce e trarne vantaggio imparando di più sui suoi

meccanismi, ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso” (Selye, 1974) Mosso dalle sue osservazioni, Selye tentò di interpretare in modo semplice la concatenazione

di eventi biologici, di meccanismi e di risposte

che, se da un lato si connettevano alle scoperte di Cannon sulla generale reazione d’allarme e sull’idea dell’organismo impegnato costante- mente nella funzione omeostatica e di adatta- mento, dall’altro non apparivano giustificabili nell’ambito di una scienza biomedica che in quei tempi si sosteneva in modo molto struttura-

to sullo studio delle manifestazioni patologiche

come effetti specifici di cause specifiche. Per-

tanto l’obiettivo che coinvolse Selye fino alla

fine fu quello di ricercare quel principio o quel-

la sostanza biochimica in grado di giustificare

quel complesso di reazioni che lui aveva consi- derate generalizzate e sintoniche in grado di presentarsi stereotipate anche di fronte a richie-

ste e a stimoli ambientali (nocivi e non) ampia- mente diversi. Questo ipotetico “first mediator”, come lo definì Selye, o “mediatore unico” era

quella sostanza, presente in tutti i tipi di stress,

in grado di giustificare e di spiegare una così

ampia e variegata gamma di cambiamenti: una sostanza in grado di scatenare la medesima Sin- drome Generale di Adattamento da stimoli mol-

to diversi. In primis egli identificò questo me-

diatore unico nell’ormone adrenocorticotropo ACTH, che sembrava essere presente in tutte le risposte di stress negli animali da laboratorio;

successivamente, però, dal momento che

l’ACTH è presente prevalentemente in una del-

le tre fasi della sindrome, Selye ipotizzò che

probabilmente il mediatore unico andava ricerca- to nelle sostanze che negli anni Ottanta vennero isolate nel cervello, le encefalite e le endorfine. Nello specifico, la Sindrome Generale di Adattamento descritta da Selye si articola in tre fasi fondamentali. La prima fase s’identifica con la reazione di allarme scoperta da Cannon e denominata anche da Selye, per l’appunto, fase d’allarme. Essa è caratterizzata dalle attivazioni del sistema neuro- vegetativo, di tipo adrenergico, in cui la secrezio- ne delle principali catecolamine, adrenalina e no- radrenalina, permette una rapida reazione del si- stema nervoso autonomo simpatico. Adrenalina e noradrenalina, infatti, sono due ormoni secreti dalla midollare del surrene che vengono utilizzati quali mediatori intersinaptici nel sistema simpati- co e che permettono un’immediata risposta del nostro organismo ad uno stimolo stressante. La fase d’allarme, tra l’altro, viene suddivisa da Selye in due sottofasi: la fase dello shock, che corrisponde ad un’iniziale caduta al di sotto del livello fisiologico di funzionamento dell’organi- smo, e quella di controshock, che corrisponde, di fatto al secondo momento, reattivo, nel quale si attiva il sistema simpatico grazie l’intervento del- le catecolamine. In ogni caso, la fase di allarme è necessariamente rapida ed immediata, ma anche labile, vista la velocità con la quale adrenalina e noradrenalina vengono metabolizzate. La fase successiva della Sindrome Generale di Adattamento è chiamata da Selye fase di resisten- za. Questa fase ha una durata maggiore ed è so- stenuta da fenomeni endocrini in cui l’ACTH ed altri ormoni adenoipofisari, cioè della porzione anteriore dell’ipofisi, hanno una funzione fonda- mentale. Se, quindi, nella risposta ormonale im- mediata della fase d’allarme viene sollecitata la midollare del surrene, nella fase di resistenza è la parte corticale del surrene ad essere interessata, con il rilascio degli ormoni glucocorticoidi, in particolare del cortisolo. L’effetto di tali ormoni è sempre quella, come nel caso delle catecolamine, di mantenere alta l’attivazione del sistema nervo- so simpatico, che predispone l’organismo alle azioni necessarie ai fini dell’adattamento. La fase della resistenza perdura tutto il tempo nel quale permane lo stimolo stressante e, secondo Selye, sarebbero proprio i fenomeni legati allo stress, ed in particolare alla fase di resistenza della Sindro- me Generale di Adattamento, a contribuire a quelle manifestazioni di deterioramento che ve- dono nella vecchiaia l’espressione più visibile. Se la fase di resistenza perdura troppo a lungo, infat-

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PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 STRESSORS FASE DI FASE DI FASE DI ALLARME RESISTENZA ESAURIMENTO Tabella
STRESSORS FASE DI FASE DI FASE DI ALLARME RESISTENZA ESAURIMENTO
STRESSORS
FASE DI
FASE DI
FASE DI
ALLARME
RESISTENZA
ESAURIMENTO

Tabella 2. Le tre fasi della Sindrome Generale di Adatta- mento

ti, si manifesta nell’organismo la terza fase, se- condo Selye della Sindrome Generale di Adat- tamento, che egli denominò fase di esaurimen- to, nella quale si assiste ad un vero e proprio sfiancamento delle risorse dell’organismo, con una perdita graduale della vitalità stessa e l’in- sorgenza, quindi, di malattie. In sintesi, quindi, secondo Selye, lo stress viene visto come una reazione fisiologica aspe- cifica, finalizzata all’adattamento, a qualunque richiesta di modificazione esercitata sull’organi- smo da una gamma assai ampia di stimoli etero- genei, ed espressa essenzialmente da variazioni di tipo endocrino (attivazione della midollare e della corteccia del surrene) che sbilanciano il sistema neurogetativo a favore del sistema sim- patico. I punti salienti sono quindi:

il carattere di aspecificità; il carattere fondamentalmente adattivo; il carattere di reazione neurovegetativa a mediazione endocrina. La teoria di Selye, che in ogni caso aprì la strada ad un ricchissimo filone di ricerca, mani- festò ben presto delle lacune. In primo luogo, le ricerche effettuate da Selye partivano dall’anali- si degli effetti sull’organismo da parte di agenti stressanti ricerche effettuate da Selye partivano dall’anali- si degli effetti sull’organismo da parte di agenti stressanti fisici o chimici messi a diretto contat- to con l’organismo, come inoculazione di so- stanze o contatto con agenti fisici; sappiamo, però, dall’esperienza che non soltanto tali sti- moli, fisici o chimici prossimali, sono in grado di produrre risposte di stress: anche agenti dista- li, quali un evento relazionale o un’informazio- ne, possono rivelarsi fonti di stress che, quindi, inducono una risposta non tanto sulla base di una componente fisica misurabile, quanto piut-

tosto sulla base della risonanza psicologica sog- gettiva che sono in grado di determinare. Questa considerazione ha aperto tutto un filone di ricerca sul significato simbolico e sulla risonanza intra- psichica che determinati stimoli detengono, evi- denziando significative variabilità che differen- ziano risposte di individui diversi nei confronti di uno stesso stimolo. In secondo luogo, se stimoli così diversi possono indurre una reazione biolo- gica da stress, come è possibile che esista un uni- co identico fattore neurormonale, come era stato identificato l’ACTH, quale mediatore comune (first mediator)? Infine, a proposito del carattere

di aspecificità, se la risposta di stress è unica, per-

ché gli individui si ammalano di malattie diverse?

Il ruolo delle emozioni. Le ipotesi su quale fosse l’agente di attivazio- ne della Sindrome Generale di Adattamento si

spostarono, pertanto, dall’idea originaria di Selye

di

un unico mediatore biochimico a quel substra-

to

di natura psicofisiologica che coincide, di fat-

to, con le strutture ed i meccanismi che sostengo- no le emozioni. Esponente di maggior spicco di tale ipotesi fu J. Mason il quale, partendo dall’os- servazione che l’asse ipotalamo-ipofisi- corticosurrene reagisce ad un gran numero di sti- moli psicosociali, suscettibili di indurre una rea- zione emozionale e che la reazione corticosurre- nale a stimoli emotivi è sostanzialmente identica a quella descritta da Selye nella fase di resistenza della reazione da stress, effettuò una serie di ri- cerche basate sulla dissociazione dello stimolo fisico dallo stimolo emotivo nello stress dando un sostegno empirico alla teoria da lui formulata se- condo la quale il mediatore nella reazione da stress sarebbe proprio l’emozione (Mason, 1971). In questa prospettiva, sia l’attivazione del sistema ipotalamo-ipofisi-corticosurrene che l’attivazione della midollare del surrene che seguono all’espo- sizione a stimoli fisici di varia natura sarebbero comunque una diretta conseguenza dell’eccita- mento emozionale che accompagna o precede immediatamente la stimolazione fisica. A svolge- re un’azione generalizzante sarebbero, quindi, per Mason, i medesimi meccanismi psicofisiologici coinvolti nelle emozioni e sostenuti dagli apparati neuroanatomici che presiedono alla genesi, al

mantenimento ed al verificarsi delle manifesta- zioni centrali e periferiche legate alle emozioni stesse. La prospettiva di Mason fu particolarmente significativa dal momento che, attribuendo un ruolo fondamentale alle implicazioni emotive, ha

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS STIMOLO ATTIVAZIONE EMOZIONALE STRESS Tabella 3. Lo

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

STIMOLO

ATTIVAZIONE EMOZIONALE STRESS
ATTIVAZIONE
EMOZIONALE
STRESS

Tabella 3. Lo stress secondo Mason

permesso di comprendere meglio i dati speri- mentali che depongono in favore sia della speci- ficità che della aspecificità dello stress. La ricerca sullo stress parte, quindi, dall’os- servazione di determinate reazioni generali

dell’organismo in risposta a richieste ambientali generate da stimoli di natura diversa; la compre- senza, però, sia di elementi aspecifici, come la Sindrome Generale di Adattamento, che di ele- menti specifici in base alla natura degli stimoli,

ha indirizzato progressivamente tali ricerche sul

versante delle reazioni emotive e sulle loro im-

plicazioni, un campo di studio, peraltro, quanto

mai controverso e difficile in tutta la storia delle neuroscienze. Anche il ruolo e i meccanismi di funzionamento delle emozioni, infatti, hanno rappresentato da sempre un campo di indagine

da

parte di filosofi e scienziati, senza giungere,

di

fatto, ad una definizione e ad una compren-

sione unanimemente condivisa: come afferma- no Fehr e Russel, “ognuno sa cos’è un’emozio- ne finché gli si chiede di definirla” (1984) L’importanza delle emozioni nelle reazioni dell’organismo finalizzate all’adattamento e, nello specifico, nella Sindrome Generale di Adattamento ha portato, in ogni caso, alcuni ri-

cercatori ad elaborare il concetto di stress psico- logico, indirizzando, così, inevitabilmente, que- sto filone di ricerca sempre più nella strada del-

le correnti psicologiche.

Magda Arnold, dapprima, e Richard La- zarus, successivamente, hanno, ad esempio,

centrato le loro ricerce sul concetto di “valutazione soggettiva” dello stimolo stressante:

se uno stimolo non è valutato come rilevante per l’individuo, a livello conscio o inconscio, non si verifica alcuna attivazione emozionale e dunque non sarà considerato stressante. Questa prospetti- va, che vede, quindi, nella valutazione congitiva la “condizione necessaria e sufficiente dell’emo- zione” rimane tuttora la pietra angolare della pro- spettiva cognitivista (Lazarus, 1991) Una voce particolarmente importante, che si distaccò dalla corrente più accreditata in merito alla ricerca sullo stress e che, come spesso succe- de, fu boicottato dall’estabilishement accademi- co, fu Henri Laborit, un biologo francese che ne- gli anni Settanta scoprì che i disordini somatici causati da aggressioni psicosociali sono provocati da uno stato particolare che lui denominò di ini- bizione dell’azione. In seguito scoprì anche che l’inibizione dell’azione persistente provocava di- sturbi a carico della memoria. Nelle sue ricerche, Laborit utilizzava la proce- dura dell’invio di uno stimolo doloroso (una scossa di corrente) a dei ratti rinchiusi in una gab- bia. Nella prima situazione, il ricercatore mandava la scossa sul pavimento della gabbia, comunican- te attraverso una porta con un’altra gabbia non

STIMOLO

STIMOLO VALUTAZIONE EMOZIONE STRESS

VALUTAZIONE

EMOZIONE
EMOZIONE
STRESS
STRESS

Tabella 4. Lo stress psicologico secondo Lazarus.

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PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 raggiunta dalla corrente: alla scossa, il ratto im- parava velocemente a

raggiunta dalla corrente: alla scossa, il ratto im- parava velocemente a passare nell’altra gabbia e se le condizioni si invertivano (la scossa era in- viata nella gabbia in cui il ratto era fuggito) questi ritornava velocemente nella prima. Sotto- posto a tali stress per una settimana, il ratto non presentava alcuna lesione patologica: la sua sa- lute restava eccellente. Nella seconda situazione, la gabbia su cui veniva inviata la scossa elettrica non comunica-

va con nessun’altra gabbia ma all’interno veni- vano posti due ratti, anziché uno solo, come nella prima situazione. Alla scarica elettrica, i ratti non potevano fuggire e iniziavano a lottare tra di loro: dopo una settimana di esposizione a tale stress, le loro condizioni di salute si rivela- vano eccellenti. Nella terza situazione, la gabbia era sempre isolata ed il ratto era solo. Alla scarica elettrica, il ratto non poteva fuggire né combattere con qualcun altro: dopo una settimana, presentava segni di dimagrimento importante, ipertensione arteriosa e lesioni multiple alla mucosa gastrica. Henri Laborit imposta lo studio del cervello

e dello stress attraverso il concetto di aggressio- ne: "Quando incontriamo nell'ambiente esseri e cose che ci sono gradevoli, che ci permettono di mantenere questo principio del piacere, nei mammiferi abbiamo un sistema che permette di memorizzare la strategia che abbiamo utilizza- to, la nostra esperienza: ricominciamo lo stesso comportamento per ritrovare il piacere. (…) Se invece, al contrario, il vostro contatto con l'am- biente é pericoloso, se non fa piacere, se é dolo- roso, cominciate a fuggire e, se non potete fug- gire, combattete, vale a dire vi orientate verso l'ambiente per distruggere l'oggetto del vostro risentimento. “La novità, la scoperta é che, quando non potete né farvi piacere, né fuggire, né lottare, vi inibite. Il significato biologico dell'inibizione é:

meglio non agire, per non essere distrutti dall'aggressione. Ciò va bene se serve a salvare al momento la vostra pelle, la vostra struttura. Ma se non siete in grado di sottrarvi molto rapi- damente, da questo stato di inibizione, di attesa in tensione, allora in quel momento comincia tutta la patologia” (Laborit, 1990). Secondo Laborit, questa inibizione d'azione si accompagna alla liberazione di ormoni come

i glucocorticoidi e neuro-ormoni come la nora-

drenalina che tendono ad indebolire fino a di- struggere il sistema immunitario. Ciò genera vulnerabilità alle infezioni ed ai tumori. Non si

fa un cancro per caso, sostiene Laborit e la lista delle malattie dell'adattamento é lunga. La sindrome d’inibizione dell'azione, che s’in- staura allorché l'aggressione psicosociale si pro- trae nel tempo e non é risolvibile né con la lotta né con la fuga, ha un aspetto chimico, un aspetto neurofisiologico ed un aspetto comportamentale. Per Laborit, la salute non è soltanto il mante- nimento dell'omeostasi ristretta, dell'equilibrio interno, ma significa mantenere il proprio equili- brio in relazione all'ambiente esterno, con il quale dobbiamo negoziare in continuazione le condi- zioni per il nostro equilibrio. Quando ciò non è possibile, la risposta naturale è la lotta o la fuga per eliminare ciò che ci impedisce di essere in equilibrio. Ma se le condizioni ambientali non ci consentono né di gratificarci, né di lottare, né tan- to meno di fuggire, l'ambiente ci modifica al di là delle possibilità di difesa. In questo caso, si dice che "subiamo l'ambiente", in altre parole ne rice- viamo un'aggressione, e allora il rapporto con l'ambiente ci disorganizza. Per Laborit, quindi, è nell’aggressione, intesa in questi termini, che tut- te le dis-regolazioni e le patologie hanno inizio. La Medicina Psicosomatica. L’ipotesi, quindi, di una correlazione tra men- te e corpo, tra eventi psichici ed eventi fisici ha alimentato nel corso della storia prevalentemente

STIMOLO STRESSANTE
STIMOLO
STRESSANTE
INIBIZIONE AZIONE MALATTIA
INIBIZIONE
AZIONE
MALATTIA

Tabella 5. Stress e Malattia secondo Laborit

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS la ricerca intorno allo stress e ai

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NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

la

ricerca intorno allo stress e ai suoi meccani-

personalità, e i fattori esogeni legati all’ap-

smi; questo concetto ha subito una graduale evoluzione, sulla, base comunque della formu- lazione originaria di Selye. Paolo Pancheri, nel-

prendimento, all’alimentazione, all’uso di far- maci, ecc. 5. Tutta questa catena di eventi biologici, la co-

la sua opera “Stress, Emozioni, Malattia”, un classico della Medicina Psicosomatica, defini- sce lo stress come “la risposta dell’organismo

siddetta “risposta individuale di stress” può essere considerata un “precursore di malattia” Gli agenti stressanti influenzano, quindi, il

ad ogni richiesta di modificazione effettuata su

“terreno biologico” sul quale si può inserire la

di

essa. Questa risposta si manifesta sia a livello

malattia.

fisiologico che a livello comportamentale, ed è

La spiegazione, poi, della scelta dell’organo av-

mediata da un’attivazione emozionale indotta

veniva sulla base delle seguenti ipotesi:

da

una valutazione cognitiva del significato del-

1. Predisposizione genetico-costituzionale o

lo

stimolo. Essa è relativamente aspecifica, nel

“debolezza d’organo”. Questa, in realtà, è la

senso che un’ampia gamma di stimoli può inne- scarla, ma personalizzata in rapporto al signifi-

posizione della medicina organicistica, che nega l’influenza dei fattori emozionali nella

cato dello stimolo per il singolo individuo, e al-

genesi della malattia.

le

sue modalità di reazione psicofisiologica. Lo

2. Teorie psicodinamiche. Secondo questi mo-

3. Teorie comportamentistiche. Secondo questi

4. Teorie psicosociali. Secondo questo modello

5. Teoria della personalità. Secondo questo mo-

stress è, di per sé, una reazione fisiologica, adat- tativa, caratteristica della vita, che può tuttavia assumere un significato patogenetico quando è prodotta in modo troppo intenso per lunghi pe- riodi di tempo o quando è ostacolata nel suo re- golare svolgimento.” (Pancheri, 1979)

Alla fine degli anni Settanta, quindi, proprio nel periodo in cui il dott. Hamer fu colpito dalla sua tragedia familiare, le acquisizioni inerenti il rapporto tra emozioni e malattia, patrimonio or- mai decennale dei ricercatori, erano fondate sul concetto di stress e sulle sue conseguenze nell’organismo. Queste acquisizioni potevano essere così riassunte:

1. Esistono dei meccanismi di attivazione dell’organismo, la cosiddetta Sindrome Ge- nerale di Adattamento, che vengono inne- scati da stimoli stressanti, cioè in grado di produrre tale mobilitazione organismica.

2. Gli agenti stressanti possono essere sia di natura fisica o chimica così come di natura

delli, che affondano le loro radici nella cor- rente psicoanalitica, gli stimoli esterni attive- rebbero dei conflitti inconsci, secondo un meccanismo di “conversione simbolica” me- diata dai meccanismi psichici di difesa.

modelli la risposta dell’organo è appresa, se- condo dei meccanismi di stimolo e rinforzo.

la malattia è legata alle pressioni dell’ambien- te ad opera degli stimolo stressanti. Stimoli ambientali specifici interagirebbero con i pro- grammi di risposta biologici dell’individuo, determinati in parte geneticamente ed in parte in base alle esperienze infantili.

dello sarebbero elementi della personalità in- dividuale a predisporre l’individuo a determi- nate malattie piuttosto che altre, come la per- sonalità di tipo A, individuata quale fattore predisponente le malattie di tipo cardiologico.

6. Modelli integrativi. Alcune teorie cercano di

psicosociale, agendo, pertanto, direttamente o mediante l’intervento delle funzioni psi- chiche ed emozionali. Esiste, pertanto, una soggettività della risposta.

3. Tale attivazione avviene attraverso la media- zione dei sistemi reattivi emozionali che agi- scono sul sistema neuroendocrino ed immu- nitario. Gli agenti stressanti, quindi, vanno ad alterare le funzioni del sistema neurove- getativo, del sistema endocrino e del sistema immunitario.

4. Esistono risposte specifiche e risposte aspe- cifiche che si sintonizzano con tre parametri fondamentali: lo stato psicofisiologico pre-

“integrare” le varie ipotesi in un modello on- nicomprensivo, nel quale vengono presi in considerazione sia gli aspetti comportamentali delle emozioni che quelli biologici. Secondo tali modelli, la reazione dell’organismo si ma- nifesta sia su base biologica che comporta- mentale. Tali considerazioni rappresentavano lo scena- rio della ricerca della fine degli anni Settanta, ma

non sono molto diverse da ciò che la ricerca ha elaborato in merito ai meccanismi psicosomatici

nei decenni successivi, fino ai giorni nostri. Il concetto che colpisce maggiormente è quello del-

cedente l’evento, i fattori endogeni, come il

la

“predisposizione alla malattia” o “precursore

patrimonio genetico e le caratteristiche di

di

malattia” o “terreno biologico”: lo stress agi-

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PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 rebbe in definitiva in tale direzione, favorendo, cioè, l’insorgenza delle malattie

rebbe in definitiva in tale direzione, favorendo, cioè, l’insorgenza delle malattie nel momento in cui gli stimoli stressanti altererebbero le condi- zioni biologiche dell’organismo. In definitiva, si potrebbe riassumere che tutta

la ricerca sullo stress, quindi, proseguita con lo

sviluppo e le elaborazioni della medicina psico- somatica, invece di arrivare ad una spiegazione finalmente plusibile in merito all’origine della malattia e soprattutto che andasse oltre la tradi-

zionale separazione tra malattie del corpo e del- la psiche, ha aggiunto un’ipotesi in più, renden- do ancora più confusa l’etiologia con i concetti

di multicausalità o multifattorialità. Tutta la ri-

cerca sullo stress, in definitiva, lascia sostan-

zialmente intatta la concezione millenaria che la malattia è “qualcosa”, un’”entità” - ovviamente sbagliata, temibile e da combattere - che può colpire l’organismo, senza che nessuno possa dire perché. Afferma Pancheri, infatti: “alla luce di quan-

to è emerso dallo studio dello stress dalla prima

formulazione di Selye fino ad oggi, appare chia-

ro come tale suddivisione (tra malattie somati-

che e malattie psicosomatiche) sia priva di si- gnificato, e come stressors di varia natura (fisica, biologica o psicosociale) possano, diret- tamente o attraverso una mediazione emoziona- le, influenzare il terreno biologico sul quale si inserisce la malattia” (1979)

Il concetto immutato di malattia. La “malattia”, quindi, è salva! Chiamata anche “entità nosografia”, la patolo- gia non centra con lo stress: quest’ultimo è re- sponsabile solamente di renderle la vita più faci- le. La presunta unificazione tra mente e corpo ri- mane viva solo nelle parole. Sempre il padre del- la medicina psicosomatica italiana afferma, infat- ti, ancora: “Alcune malattie possono ancora esse- re considerate come prodotte da un’unica causa (ad esempio la paraplegia da sezione del midollo spinale), ma in molte altre, definite spesso come idiopatiche o essenziali, l’etiologia è certamente pluricausale, senza possibilità di individuare una causa predominante. Anche dove, tuttavia, un agente patogeno appare strettamente connesso a una particolare malattia, è possibile quasi sempre individuare una serie di concause dotate di potere patogeno a livello del terreno biologico. Ogni malattia dove sia individuabile un agente patoge- no principale, infatti, può essere vista come la ri- sultante di due fattori: l’aggressività dell’agente patogeno da un lato e le condizioni dei sistemi biologici di difesa (il terreno) dall’al- tro” (Pancheri, 1979). Negli ultimi trent’anni, la ricerca sullo stress ed, in particolare, la medicina psicosomatica han- no imboccato, purtroppo, un tunnel da cui non riescono più ad uscire ed hanno determinato l’e- satto opposto di ciò che probabilmente era nelle loro intenzioni originarie: cercando, probabil-

MALATTIE

PRECEDENTI

MALATTIE PRECEDENTI STRUTTURA GENETICA IMPRINTING

STRUTTURA

GENETICA

MALATTIE PRECEDENTI STRUTTURA GENETICA IMPRINTING

IMPRINTING

AMBIENTE

FISICO

FATTORI

EMOZIONALI

Sist. ENDOCRINO Sist. VEGETATIVO Sist. IMMUNITARIO
Sist. ENDOCRINO
Sist. VEGETATIVO
Sist. IMMUNITARIO

terreno

DIFESE AMBIENTE FISICO FATTORI EMOZIONALI Sist. ENDOCRINO Sist. VEGETATIVO Sist. IMMUNITARIO terreno biologico MALATTIA

biologicoAMBIENTE FISICO FATTORI EMOZIONALI Sist. ENDOCRINO Sist. VEGETATIVO Sist. IMMUNITARIO terreno DIFESE MALATTIA

MALATTIA
MALATTIA

Tabella 6. Le emozioni in medicina psicosomatica.

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS mente di riunire l’organismo in una visione

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

mente di riunire l’organismo in una visione oli- stica, lo ha spezzettato ancora di più! “La funzionalità e la ricettività di questi si- stemi (neurovegetativo, endocrino e immunita- rio) sono a loro volta controllate da una serie di fattori reciprocamente ineìteragenti tra loro: la struttura genetico-costituzionale, l’imprinting psicobiologico, l’ambiente fisico e, infine, i de- terminanti emozionali e psicosociali. I determinanti emozionali e psicosociali, e la

reazione di stress da essi dipendente, sono dun- que sempre delle concause nella genesi delle malattie a etiologia totalmente o parzialmente multicausale. Essi, a seconda del momento in cui agiscono, della loro intensità e durata e della loro interazione con altri determinanti, possono agire come elementi predisponesti o come fatto-

ri scatenanti. Il punto importante da sottolineare

è che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non è dimostrato un rapporto specifico tra tipo

di attivazione emozionale e tipo di malattia so-

matica sviluppata anche quando il ruolo deter- minante dello stress emozionale è stato accerta-

to.

Le differenze nel tipo di malattie sviluppate

per cause emozionali dipendono dalla particola-

re vulnerabilità dei singoli organi a sua volta

dipendente da fattori puramente fisico-biologici

o genetico-costituzionali” (Pancheri, 1979). È innegabile che la ricerca sullo stress, da Cannon a Mason, era partita bene, ma, successi-

vamente, si è intrappolata all’interno dello stes-

sa paradigma da cui ha tentato di staccarsi: Car-

tesio è, in effetti, più duro a morire di quel che non si pensi! Nel tentativo di decollare dal ridu- zionismo di fine Ottocento, in una direzione - quella olistica o sistemica - che già la fisica quantistica ed i modelli cibernetici della prima metà del Novecento lasciavo intravedere, la me- dicina psicosomatica è miseramente scivolata di nuovo nel meccanicismo riduzionistico dei se- coli passati, condito solamente dai nuovi con- cetti quali: idiopatico, polietiologico, multifatto- riale, multicausale, ecc. Invece che riunire, spezzetta ancora di più. L’effetto più tragico del moderno riduzioni- smo lo si vede nel fiorire delle cosiddette équi- pe multidisciplinari, che sembrano tanto all’a- vanguardia ma che tanto più multiple sono, tan- to più dividono il paziente: “i clinici si sentono molto tranquilli e progressisti quando includono uno psicologo nella loro equipe medica - meglio ancora se è uno “corporeo” - così si formano le équipe multidisciplinari, in cui multiplo è il nu-

mero di persone che vedono parti diverse dello stesso soggetto” (Shnake, 1995). Sostiene ancora la Shnake: “La Medicina Psi- cosomatica è un grande schermo che copre uno dei fallimenti più drammatici della medicina. Si ampliano i servizi, si aggiunge personale “specializzato” nelle équipe oncologiche, si orga- nizzano congressi ove si riconosce il fattore psi- cologico nel cancro o nell’asma, nelle gravidanze tubariche, nell’ulcera, negli incidenti automobili- stici… La psichiatria e la psicologia hanno vinto

la loro battaglia! Non c’è più un quadro clinico in

cui non è riconosciuto il fattore psicologico. Fi-

nalmente la dimensione psichica forma parte

dell’essere umano. (…) Eppure non sono riusciti

a divincolarsi dall’attraente approccio medico,

che insiste nel chiamarsi scientifico e che li ha obbligati a costruire un ibrido con cui sono con- sapevoli di non aumentare la saggezza del corpo

né contribuire - come era il sogno di Freud - ad una maggiore libertà dell’uomo, a renderlo meno dipendente e schiavo dell’altro” (Shnake, 1995) Ma se la Medicina Psicosomatica, che si pone come la disciplina che, per eccellenza, tenta di superare il dualismo mente-corpo, al di là delle presunte apparenze, è scivolata nuovamente nel riduzionismo meccanicistico dei secoli antichi, un’altra recente disciplina, la psico-oncologia, che presume anch’essa un’attitudine olistica nei

confronti del paziente, è scivolata ancora più in basso. In uno dei testi più accreditati nella lettera- tura italiana, il “Manuale pratico di psico- oncologia”, addirittura l’ex Ministro della Salute, prof. Girolamo Sirchia, arriva al coraggio di af- fermare nelle prime righe di presentazione: “La Psico-oncologia costituisce in ambito sanitario un riferimento per tutti coloro - oncologi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti - che nel trattamento della malattia neoplastica hanno una visione oli- stica del malato, tesa a tutelare e favorire una mi- gliore qualità di vita del paziente considerandolo nella sua complessità, vista la inscindibilità negli esseri umani della componente biologica da quel-

la emozionale” (Grassi, Biondi, Costantini, 2003,

pag. IX). Peccato che nelle trecentoventi fitte pa- gine del testo non c’è una riga in cui si accenni alla possibilità, anche remota, che le emozioni abbiano una qualche determinante nella genesi

del cancro! In tutto il manuale pratico di psico- oncologia, le emozioni sono considerate solo in quanto “vissuto di malattia”, cioè la reazione emotiva del paziente alla malattia tumorale! Vie- ne proprio da chiedersi cosa intenda Sirchia con

il termine “olistico” o con “l’inscindibilità negli

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 esseri umani della componente biologica da quella emozionale”… Certamente la cura

esseri umani della componente biologica da quella emozionale”… Certamente la cura dell’aspetto emotivo dell’ammalato, delle sue reazioni e delle strate- gie di coping attuale è nobile nonché fondamen- tale; ma cosa c’è di così nuovo e scientifica- mente all’avanguardia in questa che, da sempre, è l’attitudine dei sacerdoti e dei religiosi con gli ammalati? Già Gesù Cristo, ben duemila anni prima del prof. Girolamo Sirchia, invitava a prendersi cura amorevolmente delle persone che soffrono! Se per la Medicina Psicosomatica l’emozio- ne altera i fattori che predispongono e favori- scono l’impianto della malattia, con la Psico- oncologia arriviamo addirittura a considerare l’emozione solamente in termini di reazione e adattamento alla malattia: non soltanto si ritorna nel riduzionismo meccanicistico, ma non si con- sidera neanche lontanamente l’idea che le emo- zioni possano avere una qualche valenza in ter- mini etiologici. Implicitamente siamo tornati alla completa negazione che il vissuto e le emo- zioni, relegate alla “predisposizione” o alla “conseguenza”, abbiamo un ruolo significativo nella genesi delle malattie.

Il cambio di paradigma. Nel 1981, il dott. Hamer sostiene, invece:

“Ogni Programma SBS è causato da una DHS”. Questa affermazione trova, quindi, degli antece- denti nella ricerca scientifica del tempo ma, al tempo stesso, rappresenta, questa volta, un reale cambio di paradigma. Con la sua intuizione avrebbe potuto infilarsi nella corrente di ricerca alquanto fertile e popo- lata del suo tempo (siamo, infatti, agli inizi de- gli anni Ottanta) ma, per fortuna, la sua intui- zione si appoggiava chiaramente al di fuori del

paradigma meccanicistico fin da subito.

Nella Legge ferrea del cancro, Hamer eviden- zia tre criteri fondamentali:

1. Ogni programma speciale, biologico e sensato (SBS) inizia con una DHS (Sindrome di Dirk Hamer), cioè con uno shock conflittuale gra- vissimo, inaspettato, altamente drammatico vissuto con un senso d’isolamento, contempo- raneamente su tre livelli: nella psiche, nel cer- vello e nell’organo.

2. Nell’istante della DHS, il contenuto del con- flitto biologico, ovvero la maniera in cui la persona percepisce un determinato evento, de- termina sia la localizzazione del SBS nel cer- vello con il cosiddetto Focolaio di Hamer, sia la localizzazione nell’organo come cancro o malattia oncoequivalente.

3. Il decorso del programma SBS è sincrono su

tutti i livelli (psiche - cervello - organo) dalla DHS fino alla soluzione del conflitto, compre- sa la crisi epilettoide nel punto culminante della fase di riparazione e il ritorno alla nor- malità. I tre criteri della Legge ferrea portano in sé la risposta ai “buchi neri” su cui la ricerca sullo stress la Medicina Psicomatica si sono insabbiati, soprattutto al dibattito tra gli elementi aspecifici e specifici della risposta organismica e alla scelta dell’organo. Gli elementi di svolta che si differenziano dal- la ricerca sullo stress sono:

che si differenziano dal- la ricerca sullo stress sono: La reazione dell’organismo, scatenata dalla DHS, avviene

La reazione dell’organismo, scatenata dalla DHS, avviene per un interessamento diretto del cervello in aree diverse e specifiche. La reazione dell’organismo, scatenata dalla DHS, avviene da parte di organi specifici, in relazione al tipo emozioni.

da parte di organi specifici, in relazione al tipo emozioni. La scoperta eccezionale alla Tac: i

La scoperta eccezionale alla Tac: i “Focolai di

MALATTIA
MALATTIA
MALATTIA REAZIONE EMOTIVA
REAZIONE EMOTIVA
REAZIONE
EMOTIVA

Tabella 7. Le emozioni i psico-oncologia

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS Hamer”. Hamer ha potuto evidenziare tali assunti

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

Hamer”. Hamer ha potuto evidenziare tali assunti gra- zie al tipo di ricerca da lui condotta, partita so- stanzialmente dal dramma familiare “shockante” che lo ha colpito in prima persona e non secondo un modello prestabilito dalla let- teratura del tempo; ma l’elemento fondamentale che lo sostenne in una direzione diversa nacque dall’osservazione diretta, attraverso lo studio della TAC cerebrale, di “qualcosa” - i “Focolai di Hamer” - che succedeva nel cervello, sempre nello stesso punto, a seconda della medesima malattia. Egli si accorse, infatti, che tutti pa- zienti con una lesione, ad esempio, polmonare, presentavano un focolaio sempre nello stesso punto del cervello, nello specifico a livello del tronco cerebrale; oppure, tutti i pazienti che avevano, ad esempio, una lesione a livello della laringe presentavano un focolaio sempre a livel- lo della corteccia periinsulare sinistra. Questa scoperta eccezionale permise, così, al dott. Ha- mer di mappare sistematicamente ogni organo e tessuto nella sua relativa localizzazione cerebra- le.

L’altro elemento eccezionale della scoperta dei focolai era che essi corrispondevano sem- pre, nel 100% dei casi, ad un certo contenuto emotivo conflittuale: ad esempio, sempre nel caso di una patologia polmonare, i focolai era sempre a livello del tronco encefalico e i pa- zienti avevano patito sempre la stessa DHS,

e i pa- zienti avevano patito sempre la stessa DHS, Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto

Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Il capovolgimento diagnostico”

cioè un evento inaspettato, emotivamente shoc- kante, nello specifico di paura di morire. “L’espressione “Focolai di Hamer” è stata co- niata dai miei oppositori che hanno sprezzante- mente chiamato queste formazioni nel cervello da me scoperte “gli strani focolai di Hamer” ma che nel frattempo sono diventati dei riferimenti sicuri. Il termine focolaio di Hamer (FH) indica la porzione, l’area, la regione o il punto del cervello attivato da una DHS. Pertanto il punto non è ca- suale bensì corrisponde al relè del “computer” cervello che, nell’istante della DHS l’individuo “associa” al contenuto conflittuale. A partire da questo Focolaio di Hamer viene a sua volta inte- ressato l’organo correlato al FH e tutto accade nel medesimo istante della DHS. Con la fase di stress permanente (simpaticotonia), che in linea di massima è già prestabilita si modificano in misura crescente le condizioni di comunicazione dei nervi cerebrali, cioè viene interessata un’area sempre più grande oppure la zona già attivata si altera maggiormen- te. Con la tomografia computerizzata (TAC) si può fotografare questo focolaio, vale a dire un relè cerebrale specifico che normalmente innerva l’organo e che si trasforma in Focolaio di Hamer a causa di una DHS” (Hamer, 2004).

I Focolai di Hamer sono, quindi, la prova del-

la correlazione cerebrale tra psiche e organo!

I Focolai di Hamer sono delle immagini, evi-

denziabili alla TAC, che, tra l’altro presentano

evi- denziabili alla TAC, che, tra l’altro presentano Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Testamento

Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Testamento per una Nuova Medicina”

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Testamento per una Nuova
PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Testamento per una Nuova

Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Testamento per una Nuova Medicina”

alla Tac. Tratto da “Testamento per una Nuova Medicina” Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da

Focolaio di Hamer alla Tac. Tratto da “Il capovolgimento diagnostico”

una morfologia diversa: il dott. Hamer non tar- dò a scoprire che la diversa struttura era legata alla fase del processo di malattia. Nella fase at- tiva del conflitto biologico subito dal paziente, i focolai si presentano come delle immagini niti- de “a bersaglio”, come dei centri concentrici e definiti, espressione dell’attivazione neuronale durante la fase conflittuale. Nella fase, invece, che segue la risoluzione del conflitto, quando cioè il paziente esce dallo “stress” vuoi perché ha risolto il problema che lo assillava o perché si è messo il cuore in pace, l’immagine del fo- colaio cambia, i cerchi concentrici diventano più sfumati e tutta l’area appare rigonfia e scu- ra, segno dell’interessamento edematoso dell’a- rea cerebrale interessata e della riparazione glia- le in atto. In questa fase, infatti, le cellule di ri- vestimento dei neuroni - la glia - proliferano la- sciando, alla fine del processo, un esito cicatri- ziale. I cosiddetti tumori cerebrali, quindi, altro non sono che l’esito di questo processo avvenu- to innumerevoli volte a carico dello stesso FH. La ricerca empirica e l’osservazione diretta dell’interessamento cerebrale, quindi, portarono Hamer a mettere l’attenzione sullo shock della DHS, anche se la letteratura del tempo, nono- stante avesse da decenni gli occhi sui meccani- smi di reazione allo stress, fosse alquanto con-

fusa proprio in merito a ciò. C’è da dire, in ogni caso, che negli anni successivi determinate pro- spettive di ricerca nell’ambito delle neuroscienze

hanno fatto molta luce sui meccanismi delle rea- zioni emotive ed, in effetti, ora ne sappiamo mol-

to di più su cosa avviene in quel momento in cui

Hamer ha posto l’inizio di quella catena di eventi che normalmente è chiamata “malattia”: oltre alle verifiche empiriche condotte da Hamer, abbiamo, ora, la conferma anche dalle più recenti acquisi-

zioni delle neuroscienze. La chiave di volta sta esattamente nella comprensione dei meccanismi neurobiologici delle emozioni.

Dalla storia dell’orso alla scoperta del Cervello Emotivo. Mason, con l’idea che il “mediatore unico” ipotizzato da Selye fosse rappresentato dalle emozioni, è stato il ricercatore che più si è avvici- nato alla scoperta delle leggi biologiche di Ha- mer. Purtroppo, alla fine degli anni Settanta, la ricerca sulle emozioni era ancora troppo confusa e contraddittoria per poter sostenere una tesi di tale portata e, in ogni caso, condizionata dal vec- chio paradigma riduzionistico e dualista. La emozioni hanno rappresentato un oggetto

di interesse per scienziati e pensatori di tutti i

tempi. Dai tempi antichi in cui si disquisiva su

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS temperamenti, passioni e umori, filosofi, lette- reati

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

temperamenti, passioni e umori, filosofi, lette- reati e uomini di scienza hanno tentato di spiga- re e collocare all’interno dell’esistenza umana il senso e la funzione della dimensione emoziona- le.

Gli scienziati hanno cercato di scoprire, oltre al capirne il funzionamento, dove fosse la sede delle emozioni, ma i problemi erano rappresen- tati dal fatto che il contenuto cosciente dell’e- mozione - il sentimento, come è definito in neu- robiologia - mal si presta all’indagine scientifi- ca. Per questo, l’emozione è rimasta campo d’indagine da parte delle discipline fondate sull’introspezione, come la psicoanalisi, ma che non permette una comprensione biologica del funzionamento, oppure si è limitata allo studio delle reazioni comportamentali fisiologiche, co- me, ad esempio hanno fatti i comportamentisti, giudicando la coscienza un tema inadatto all’in- dagine scientifica, oppure è stata deliberatamen- te esclusa dall’indagine, come ha fatto la cor- rente di pensiero denominata congitivismo, cen- trata maggiormente sui processi inconsci di ela- borazione dell’informazione, piuttosto che sui contenuti di tale elaborazione. La comprensione dei meccanismi emotivi, quindi, è stato sicura- mente il campo più difficoltoso per le scienze della mente nell’ultimo secolo. William James, considerato il padre della psicologia americana, scrisse nel 1884 un arti- colo apparso sulla rivista “Mind” dal tipolo “What is an emotion?” (Cos’è l’emozione?) che fece storia e diede inizio, di fatto, all’indagine sulla natura delle funzioni emotive. La riflessio- ne di James partiva dalla seguente domanda:

“Perché di fronte ad un orso proviamo paura?” A quel tempo, così come, per certi versi attual- mente, il senso comune sosteneva che, di fronte un orso proviamo l’emozione della paura per- ché è pericoloso e, in conseguenza a ciò, scap- piamo. Ebbene, W. James propose una prospet- tiva diversa: egli sosteneva che, di fronte all’or- so, l’organismo reagisce con una risposta essen- zialmente fisica che, nel momento in cui viene percepita a livello cosciente, genera successiva- mente l’emozione della paura. L’emozione, se- condo James, sarebbe, pertanto, l’effetto sulla coscienza della retroazione da parte dell’organi- smo: in altri termini, non scappiamo perché ab- biamo paura, ma abbiamo paura perché siamo spinti alla fuga (James, 1884). La prospettiva di W. James gettò le basi per una indagine sulle emozioni che tenesse conto della dimensione fisico-corporea, quale elemen-

to sostanziale di mediazione in quel fenomeno che chiamiamo emozione. In effetti, i contenuti coscienti dell’emozione sono sostanzialmente delle percezioni di stati fisici: il cuore che accele- ra, la pelle che suda, una pressione al petto, una contrazione delle viscere, ecc. Appare sensato, quindi, considerare il coinvolgimento del corpo nel processo emozionale. Ma in che termini? Gli studi successivi portarono a considerare che le risposte fisiche fanno sì parte integrante delle emozioni ma, visto il tempo in cui esse av- vengono, sostanzialmente più lungo rispetto alla percezione cosciente, condussero W. Cannon, che abbiamo già incontrato a proposito delle ri- cerche sulla reazione d’allarme e P. Bard formu- lare nel 1929 una teoria secondo la quale le emo- zioni coscienti, ovvero i sentimenti, e le reazioni del corpo avvengono attraverso meccanismi indi- pendenti e separati: lo stimolo emotivo (che arri- va all’organismo attraverso i canali sensoriali che confluiscono nel talamo) produce i sentimenti per azione diretta sulla corteccia cerebrale, mentre, attraverso circuiti paralleli, a mediazione ipotala- mica, viene generata una risposta fisica (Cannon, 1929; Bard, 1929). Il dibattito proseguì tra queste due posizioni fino agli anni Cinquanta, quando venne formulata una delle teorie che ebbero più seguito nella ri- cerca sulle emozioni. Nel 1949, infatti, il ricerca- tore Paul McLean ipotizzò la teoria del “cervello viscerale”, come lo chiamò inizialmente, o “sistema libico”, come lo ribattezzò nel 1952, co- me la sede del “cervello emotivo”, ovvero la sede delle strutture responsabili delle emozioni (McLean, 1949, 1952). McLean riprese la teoria formulata poco pri- ma della seconda guerra mondiale da James Pa- pez, un anatomista che descrisse un circuito parti- colare quale responsabile dell’esperienza emoti- va. Da considerazioni analoghe a quelle di Can- non e Bard, Papez pensava che gli stimoli senso- riali, afferenti attraverso le vie talamiche andasse- ro direttamente alla corteccia cerebrale e all’ipo- talamo. Le esperienze emotive, però, sarebbero state generate anche dal coinvolgimento del tala- mo anteriore, dall’ippocampo e dalla corteccia cingolata, una parte della corteccia mediale degli emisferi - chiamata anche rinencefalo - filogene- ticamente più antica. Proprio alla corteccia cingolata Papez asse- gnava la funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dalla corteccia cerebrale laterale - fi- logeneticamente più recente - e dall’ipotalamo (Papez J.W., 1937).

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 Ebbene, Paul McLean riprese il circuito di Papez e tentò una

Ebbene, Paul McLean riprese il circuito di Papez e tentò una teoria generale del cervello emotivo, influenzato non solo dalla neuroanato- mia, ma che dalla psicologia dell’inconscio freudiana. Il punto di partenza, a quell’epoca, era che nella genesi delle emozioni erano deter- minati l’ipotalamo, da un lato e la corteccia ce-

rebrale laterale, o neocorteccia, dall’altro; si sa- peva, però che tali strutture avevano poche vie

di connessione tra loro.

Condiderando, quindi, che l’esperienza co- sciente delle emozioni fosse probabilmente det- tata dall’attività della neocorteccia - universal- mente considerata sede dell’attività sensomoto- ria ma che questa non fosse in grado di in- fluenzare l’ipotalamo e, quindi, le attività visce- rali, e considerando, invece, che fossero le re- gioni filogeneticamente più antiche del rinence- falo a poterle influenzare, McLean identificò il “cervello viscerale” proprio nelle zone rinence- faliche. Mentre la neocorteccia “è signora della mu- scolatura e favorisce le funzioni dell’intelletto”, il cervello viscerale “ordina il comportamento affettivo dell’animale in certi impulsi elementa-

ri come procurarsi e assimilare il cibo, fuggire

davanti al nemico o liberarsene oralmente, ri- prodursi e così via” (McLean, 1949). La teoria del cervello viscerale nasceva an- che dalle considerazioni evoluzionistiche del sistema nervoso: McLean pensava che negli

animali primitivi fosse proprio il cervello visce- rale a garantire la sopravvivenza e l’adattamen-

to funzionale alle circostanze di vita; nei mam-

miferi, lo sviluppo successivo della neocortec- cia avrebbe permesso quelle funzioni superiori che vedono nell’uomo il loro massimo raggiun-

superiori che vedono nell’uomo il loro massimo raggiun- Tabella 7. La teoria del sistema limbico: un’ipotesi

Tabella 7. La teoria del sistema limbico: un’ipotesi ap- parentemente convincente ma che si è rivelata priva di fondamento

gimento. Da questo punto di vista, quindi, McLean identificava nei sentimenti una funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dall’e- sterno e quelli provenienti dall’interno. Tale inte- grazione era funzione, appunto, del cervello vi- scerale; in esso, l’ippocampo svolgeva una fun- zione fondamentale; secondo McLean era una sorta di “tastiera emotiva” in grado di generare le vaire tonalità dei sentimenti che proviamo. In una formulazione successiva, McLean de- nominò “sistema limbico” le parti del cervello che avrebbero costituito il sistema responsabile delle emozioni: rispetto al circuito di Papez, vi aggiunse l’amigdala, il setto e la corteccia pre- frontale. Il sistema limbico di McLean era un ve- ro e proprio sistema evoluto per mediare le fun- zioni viscerali ed i comportamenti emotivi ed istintivi come procurarsi il cibo, procreare, difen- dere il territorio, ecc (McLean, 1952). Infine, l’aspetto evolutivo fu specificato anco- ra meglio nella “tripartizione” del cervello: se- condo McLean, nell’evoluzione delle specie ani- mali, il cervello si sarebbe evoluto dalle funzioni arcaiche del tronco encefalico, tipico dei rettili, a quelle dei paleo-mammiferi e, solo alla fine, nelle funzioni superiori dei neo-mammiferi. Nella teo- ria del cervello trino, il sistema libico corrisponde sostanzialmente al cervello dei paleo-mammiferi (McLean, 1970). La teoria del sistema limbico, come sede delle emozioni, sembrò così convincente che tutt’ora è considerato il modello tra i più utilizzati per spie- gare il funzionamento emotivo. Per decenni, in- fatti, sembrava potesse dare tutte le risposte in merito al funzionamento delle emozioni, se non altro, nella loro topografia neuroanatomica; inol- tre, la concezione evolutiva rendeva plausibile il senso delle emozioni al processo di adattamento e sopravvivenza. Si pensava, grazie, quindi, alla teoria del sistema libico, che “il cervello emoti- vo” avesse una localizzazione unica. Ora sappiamo, però, che non è così! In ogni caso, sull’onda della tripartizione del cervello (cervello “rettile”, del “paleo- mammifero” e “neo-mammifero”) sembrava plausibile che le emozioni fossero generate dal cervello del paleo-mammifero e che le funzioni della corteccia avessero una funzione di regola- zione su di esso; su questa linea proseguì la ricer- ca e la speculazione sulle emozioni che condusse- ro Stanley Schachter e Jerome Singer a formulare l’ipotesi, di stampo congitivista, nel 1962, secon- do la quale sarebbero le attribuzioni e le spiega- zioni cognitive che vengono operate dalla cortec-

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS cia sugli stati fisici che vengono percepiti

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

cia sugli stati fisici che vengono percepiti a de- terminare quelli che diventano stati emotivi. In altri termini, gli individui percepiscono sensa- zioni corporee che, a seconda di come vengono etichettate, generano un’emozione piuttosto che un’altra (Schachter, Singer, 1962). Altri ricercatori cognitivisti, come Magda Arnold e Richard Lazarus, che abbiamo già no- minato a proposito delle ricerche sullo stress, insistevano sulla valutazione come elemento determinante ai fini dell’esperienza emotiva:

emozioni diverse si distinguerebbero l’una dall’altra perché valutazioni diverse suscitereb- bero tendenze diverse all’azione che darebbero, quindi, luogo a sentimenti diversi (Lazarus, 1966). La teoria della valutazione, di stampo cognitivista, dominò la scena della ricerca sulle emozioni per decenni, per lo meno fino agli an-

ni Ottanta, anche se si sono fondate su due ele-

menti che, alla lunga, come vedremo, hanno

portato fuori pista. Il primo errore è stato quello

di analizzare le valutazioni dalla verbalizzazio-

ne dei soggetti, quando l’introspezione non dà

una visone affidabile dei funzionamenti menta-

li; in secondo luogo, la teoria cognitivista della

valutazione ha dato troppo peso ai processi del-

la cognizione, negando la differenza tra emozio-

ne e cognizione. In effetti, alcune ricerche effettuate negli an- ni Settanta, hanno dimostrato l’infondatezza dell’intero impianto del sistema limbico come sede del cervello emotivo, nonché l’assoluta ne- cessità di ridefinire il concetto di valutazione. Il neuroanatomista Antony Brodal, ad esem- pio, ha dimostrato l’impossibilità di accomuna- re, sulla base dell’evoluzione, strutture quali il lobo limbico, il rinencefalo ed il cervello visce- rale (Brodal, 1982); inoltre, tutto il concetto di sistema limbico era fondato sulla connessione delle strutture che lo compongono con l’ipotala- mo: L.W. Swanson, però, ha dimostrato, attra- verso metodiche più sofisticate, che l’ipotalamo

è collegato con tutti i livelli del sistema nervoso

e, da questo punto di vista, quindi, tutto il cer-

vello sarebbe da definirsi “sistema limbi- co” (Swanson, 1983). Oltre a ciò, si è visto che

l’ippocampo, una struttura fondamentale, se- condo McLean, per le “tonalità emotive” è im- plicato non tanto nelle funzioni autonome ed emotive, quanto in quelle cognitive. Infatti, le lesioni dell’ippocampo, e di alcune zone del cir- cuito di Papez, come i corpi mammillari e il ta- lamo anteriore, hanno pochi effetti coerenti sul-

le funzioni emotive, mentre producono disordi-

ni gravi della memoria cosciente o dichiarativa,

cioè sulla capacità di sapere cosa si è fatto pochi attimi prima, di immagazzinare l’informazione,

di richiamarla e di descrivere verbalmente quanto

ricordato. Vale a dire su quei processi che, secon- do McLean, non spettavano né al cervello visce- rale né al sistema limbico. L’assenza relativa di implicazione nell’emozione e la chiara implica- zione nella cognizione contraddicono quindi l’i- dea che il sistema limbico, comunque lo si defini- sca, sia il cervello emotivo (LeDoux, 1991) Un contributo fondamentale nella compren- sione dei meccanismi emotivi arrivò nel 1980 grazie a Robert Zajonc, il quale affermò, nel suo storico lavoro del 1980 “Feeling and Thinking:

Preferences Need No inferences” che l’emozione precede la cognizione (Zajonc, 1980). Il suo con- cetto di “affezione inconscia”, inteso come elabo- razione emotiva prodotta al di fuori della consa- pevolezza, dimostrò che le reazioni emotive pos- sono aver luogo in assenza di consapevolezza de- gli stimoli, gettando le basi per l’idea che l’emo- zione non è solo cognizione. Le ricerche di Zajonc si basavano sulle stimolazioni sublimina- li: altri ricercatori seguirono tale filone confer- mando le acquisizioni dell’elaborazione incon- scia. Divenne sempre più chiaro, quindi, che l’e- mozione avviene per processi inconsci e non c’entra con la cognizione (Bornstein, 1992; Bargh, 1992). Da tutte le ricerche successive si può afferma- re, quindi che McLean abbia sbagliato a include- re in un unico sistema l’intero cervello emotivo e la sua storia evolutiva. “Credo che la sua logica dell’evoluzione emotiva fosse perfetta ma troppo estesa. Le emozioni sono sicuramente delle fun- zioni coinvolte nella sopravvivenza, ma siccome emozioni diverse riguardano funzioni di soprav- vivenza diverse - difesa contro il pericolo, trovare del cibo, accoppiarsi, occuparsi della progenie, e così via - ognuna potrebbe appartenere a sistemi cerebrali diversi, evolutisi per ragioni diverse. E dunque i sistemi emotivi potrebbero essere non uno ma tanti” (LeDoux, 1996) Sempre secondo LeDoux, “l’ipotesi di lavoro più praticabile è che diverse classi di comporta- mento emotivo rappresentino funzioni diverse che si occupano di diversi problemi dell’animale, e ai quali sono dedicati sistemi cerebrali diversi. Se è così, emozioni distinte vanno studiate in quanto unità funzionali distinte” (LeDoux, 1996) Dalla storia dell’orso di William James, quin- di, arriviamo alle conoscenze attuali della neuro- biologia in merito al cervello emotivo. Queste

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 possono essere così riassunte: Le emozioni sono una risposta complessa dell’organismo

possono essere così riassunte:

CERVELLO ORGANO - 1/2006 possono essere così riassunte: Le emozioni sono una risposta complessa dell’organismo ad

Le emozioni sono una risposta complessa dell’organismo ad uno stimolo sensoriale che proviene dall’esterno o dall’interno. Es- se sono prodotte automaticamente dal cer- vello, sulla base della percezione di uno sti- molo “emozionalmente adeguato”. “Tutta la catena d’eventi è innescata dalla presenta- zione di un oggetto adatto, lo stimolo emo- zionalmente adeguato. L’elaborazione di quello stimolo, nel conte- sto specifico in cui si manifesta, conduce al- la selezione e all’esecuzione di un program- ma preesistente: l’esperienza emoziona- le” (Damasio, 2003). Il cervello, cioè, è pre- disposto dall’evoluzione a rispondere a de- terminati stimoli, con specifici repertori d’a- zione, anche se può rispondere a molti altri stimoli che, per apprendimento nel corso delle esperienze di vita sono divenuti emoti- vamente significativi (Da, ). In altri termini esistono determinati stimoli che appartengo- no alle codifiche nella specie tramandate ge- neticamente; al tempo stesso, durante la vita, determinate esperienze possono imprimere nella memoria l’acquisizione che un deter- minato stimolo è significativo in termini di sopravvivenza per l’individuo: è il caso,ad esempio, delle esperienze traumatiche, in grado di sensibilizzare l’organismo ad una risposta secondo il meccanismo descritto da Pavlov del condizionamento operante. L’attivazione emotiva avviene mediante un meccanismo del tipo “chiave-serratura”:

uno stimolo emotivamente significativo fun- ge da chiave nel dispiegamento della rispo- sta emotiva - che funge, pertanto da serratu- ra. In altri termini, non tutti gli stimoli atti- vano una risposta, ma soltanto quelli per i quali esiste una “serratura”. Questo mecca- nismo spiega il funzionamento degli istinti:

ad esempio un individuo che risponde a de- terminate caratteristiche del “partner sessua- le” sarà in grado di generare una risposta d’eccitazione, chiamata istinto all’accoppia- mento. Al tempo stesso questo meccanismo spiega le basi neurobiologiche del costrutti- vismo, una corrente di pensiero che ricono- sce quanto la conoscenza non è un processo assoluto ma è “creata” dall’osservatore: non conosciamo il mondo per quello che è ma, sulla base delle nostre categorie, isoliamo la nostra esperienza del mondo (Maturana e Varela, 1987)

la nostra esperienza del mondo (Maturana e Varela, 1987) Il risultato delle risposte emotive è una
Il
Il

risultato delle risposte emotive è una modi-

ficazione dello stato del corpo che viene regi-

strato a livello cerebrale in mappe di quello specifico stato corporeo. L’emozione, cioè, è la mappa del corpo in un determinato stato, una sorta di fotografia delle condizioni “viscerali” dell’organismo in un determinato momento. Ad esempio, quello che noi chia- miamo “tranquillità” corrisponde ad una per- cezione del nostro corpo in un determinato stato, appartenente, generalmente, alla catego- ria delle sensazioni gradevoli, mentre ciò che

chiamiamo paura, invece, corrisponde ad uno stato corporeo ben differente che, general- mente appartiene alla categoria delle sensazio- ni spiacevoli, che, quindi, ci spingono ad in- tervenire per modificare la situazione che lo determina. Antonio Damasio ha, a questo ri- guardo, ipotizzato la teoria del cosiddetto “marcatore somatico”, una sorta di immagine

o rappresentazione sensoriale che viene inte-

grata nella memoria implicita quando uno sti- molo è o diventa emotivamente significativo. Quando lo stimolo compare, non serve, come sosteneva William James che si attivino delle risposte di retroazione da parte del corpo, ri- velatesi troppo lente per generare un senti- mento: è sufficiente che lo stimolo attivi l’im- magine dello stato corporeo - il marcatore so- matico - per avere la percezione cosciente di una emozione (Damasio, 1994).

la percezione cosciente di una emozione (Damasio, 1994). Inoltre, sappiamo con certezza che il cervello emotivo

Inoltre, sappiamo con certezza che il cervello emotivo opera sostanzialmente a livello in- conscio e produce risposte dirette sul corpo, di tipo viscerale, mediate dal sistema nervoso autonomo. La modificazione dello stato del corpo che viene registrata nella risposta emo- tiva è determinata da un’azione diretta sugli organi e tessuti, attraverso la loro innervazio- ne autonoma. Un aumento improvviso del to- no simpatico produce ad esempio… Tutte le risposte emotive hanno la funzione di regolazione e adattamento dei processi vitali

e di attivazione di una risposta adeguata alla

richiesta ambientale ai fini di promuovere la sopravvivenza. Gli organismi viventi, in altri termini, sono costituiti in modo da mantenere

la coerenza delle proprie strutture e delle pro-

prie funzioni, a dispetto delle numerose circo- stanze che possono metterne a rischio la vita. Le risposte emotive appartengono a quei di- spositivi contenuti nei circuiti cerebrali che, una volta attivati dal verificarsi di particolari condizioni interne o esterne, puntano alla so-

cerebrali che, una volta attivati dal verificarsi di particolari condizioni interne o esterne, puntano alla so-
PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS pravvivenza e al benessere dell’organismo. Le risposte

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

pravvivenza e al benessere dell’organismo. Le risposte emotive non sono determinate da un unico sistema emotivo: si attivano sistemi differenti da stimoli emotivi diversi (LeDoux, 1996). Così come esiste un siste- ma della paura, così esiste un sistema per procacciarsi il cibo o per l’accudimento dei cuccioli. Ogni emozione, cioè, attiva un de- terminato sistema! Hamer ha dedotto questo aspetto notando direttamente sulla TAC l’in- teressamento di aree specifiche e sempre precise a seconda del contenuto emotivo vis- suto dall’individuo. Così come a livello cerebrale si attivano aree diverse, anche il sistema nervoso autonomo, che controlla le viscere, reagisce selettiva- mente e attiva organi diversi. In uno studio del 1992, Levenson ha mostrato come si possano addirittura distinguere le varie emo- zioni (rabbia, paura, disgusto, tristezza, feli- cità, sorpresa) proprio misurando le diverse risposte del sistema nervoso autonomo, co- me la temperatura della pelle, la frequenza cardiaca, ecc. (Levenson, 1992). A stimoli diversi, quindi, corrispondono attivazioni cerebrali diverse, che corrispondono ad emozioni diverse, che corrispondono ad atti- vazioni viscerali diverse: sembra qualcosa che ricorda proprio la legge ferrea del can- cro! Nello specifico, inoltre, si attivano i si- stemi che sono deputati ad una determinata funzione. Un determinato sistema viene atti- vato quando è implicata la funzione per cui quel sistema è deputato, ad esempio il siste- ma della paura per la difesa, il sistema dell’accudimento per la cura della prole, il sistema sessuale per l’accoppiamento, e così via. Le emozioni, quindi, rappresentano la parte di un meccanismo complesso, che si è evoluto intelligentemente nel corso del tem- po; esse sono funzionali alla sopravvivenza in quanto producono risposte precise e sen- sate sulla base del tipo di stimolo, generando delle spinte all’azione per favorire l’adatta- mento. Quando tali reazioni arrivano alla coscienza abbiamo quell’esperienza consapevole deno- minata emozione cosciente o sentimento. Le emozioni hanno lo scopo di fornire risposte adattative immediate; appartengono a dispo- sitivi antichi nella storia dell’evoluzione, ben precedenti lo sviluppo della capacità di “provare” sentimenti, per i quali, oltre alla

di “provare” sentimenti, per i quali, oltre alla funzione della coscienza è necessario anche la costituzione
di “provare” sentimenti, per i quali, oltre alla funzione della coscienza è necessario anche la costituzione
di “provare” sentimenti, per i quali, oltre alla funzione della coscienza è necessario anche la costituzione

funzione della coscienza è necessario anche la

costituzione della coscienza di un sé. I senti- menti, dal punto di vista evolutivo, avrebbero quindi, una funzione “superiore” alle emozio-

ni e, nello specifico la possibilità di una valu-

tazione migliore e ponderata in merito a deci- sioni complesse (Damasio, 2003). I sentimen-

ti, quindi sono un sistema per elaborare rispo-

ste più precise ma che necessitano di un tem-

po relativamente lungo.

ma che necessitano di un tem- po relativamente lungo. I sentimenti rappresentano, quindi, una dota- zione

I sentimenti rappresentano, quindi, una dota- zione dell’evoluzione finalizzata alla possibi- lità di risolvere problemi complessi o prende-

re decisioni che richiedono tutta una serie di

valutazioni a lungo termine e comparative; l’organismo rimane, tuttavia, dotato dei mec- canismi filogeneticamente più antichi e più rapidi, anche se meno precisi. LeDoux parla delle cosiddette “vie alte” e “vie basse” di ela- borazione. La via bassa di elaborazione, che nel caso della paura, ad esempio, coinvolge l’amigdala, è in grado di attivare delle risposte automatiche di tipo viscerale, senza la media-

zione dell’elaborazione cosciente. La “via bassa” corrisponde alla storica reazione d’al- larme, già studiata da Cannon. Per fare un esempio della differenza tra una risposta “alta” ed una “bassa”, basti pensare, ad esem- pio a cosa succede quando immergiamo la mano in un recipiente con dell’acqua che si sta riscaldando. Sentendo il calore che sale, arriveremo ad un determinato momento in cui

ci accorgeremo che la temperatura è troppo

calda e dovremo ritirare la mano (reazione mediata dall’esperienza cosciente); ma nel ca-

so in cui mettessimo la mano in un recipiente

d’acqua bollente, senza saperlo, avremmo una risposta di retrazione immediata della mano, automatica, ancor prima di essercene accorti (via bassa di elaborazione). Gli eventi emoti- vamente significativi che giungono inaspettati vengono, quindi, processati da vie nervose di- rette ed immediate, in grado di attivare delle risposte viscerali, ancor prima che la nostra coscienza possa tranquillamente rendersene conto. In questi casi, non abbiamo il lusso di poter decidere mediante una valutazione emo- tivamente cosciente, ma la decisione viene presa dal programma emotivo che, nello spe- cifico, lo stimolo ha attivato.

La malattia non è “qualcosa” Con le recenti acquisizioni delle neuroscienze, abbiamo tutti gli elementi per comprendere cosa

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 succede in quel momento in cui scatta la DHS (Sindrome di

succede in quel momento in cui scatta la DHS (Sindrome di Dirk Hamer), che Hamer ha iden- tificato come l’origine di tutte le malattie. Di- ventano, ora, facilmente comprensibili gli enun- ciati esposti nella Legge ferrea del cancro:

Ogni programma speciale, biologico e sen- sato (SBS) inizia con una DHS (Sindrome di Dirk Hamer), cioè con uno shock conflittuale gravissimo, inaspettato, altamente drammatico vissuto con un senso d’isolamento, contempora- neamente su tre livelli: nella psiche, nel cervel- lo e nell’organo. Una chiave speciale, apre una serratura speciale! Uno stimolo emotivamente adeguato attiva una via diretta di risposta, senza la mediazione della coscienza. L’intelligenza evolutiva dell’organismo viene in aiuto quando le circostanze colgono impreparato l’individuo (o l’animale, visto che, da questo punto di vista, i meccanismi di salute e malattia sono identici). Hamer sottolinea con enfasi il concetto di “inaspettato”: la DHS, con l’attivazione conse- guente delle catecolamine, diventa, così, la pri- ma risposta automatica, preconfezionata dalla natura per predisporre l’organismo ad una ri- sposta efficace. Nell’istante della DHS, il contenuto del con- flitto biologico, ovvero la maniera in cui la per- sona percepisce un determinato evento, deter- mina sia la localizzazione del SBS nel cervello con il cosiddetto Focolaio di Hamer, sia la lo- calizzazione nell’organo come cancro o malat-

tia oncoequivalente. La reazione emotiva specifi- ca di un determinato sistema emotivo che, oltre a produrre risposte viscerali specifiche, interessa localizzazioni cerebrali specifiche! Hamer giunge a questa conclusione dall’osservazione diretta dell’interessamento cerebrale mediante le imma- gini da tomografie computerizzate del cervello. Ora sappiamo anche dalla neurobiologia che non esiste un unico sistema emotivo, ma ogni emo- zione ha un suo particolare sistema, con interes- samento di aree cerebrali specifiche. Inoltre sap- piamo che ogni emozione è in grado di attivare risposte viscerali specifiche, coinvolgendo organi e tessuti specifici. La scelta dell’organo, quindi, non è casuale o determinata da ipotetici “difetti costituzionali”: vengono attivati proprio quegli organi la cui funzione è implicitamente coinvolta nel contenuto emotivo dello shock. Proprio come nel caso personale di Hamer dove, avendo subito una DHS dalla perdita del figlio, si è attivato un funzionamento “speciale” proprio nell’organo legato alla riproduzione maschile, cioè il testico- lo.

Il decorso del programma SBS è sincrono su tutti i livelli (psiche - cervello - organo) dalla DHS fino alla soluzione del conflitto, compresa la crisi epilettoide nel punto culminante della fa- se di riparazione e il ritorno alla normalità. Vi è una compartecipazione di sistemi cerebrali e si- stemi viscerali che seguono l’andamento dell’ef- ficacia adattativa della risposta, di cui il livello

PSICHE

DHS

PSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

CERVELLOPSICHE DHS FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

PSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

FHPSICHE DHS CERVELLO EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

EVENTO

ATTIVAZIONE

EMOTIVO

CEREBRALEEMOTIVO

PSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

ORGANOPSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE Programma SBS MALATTIA

PSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

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PSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS MALATTIA

MALATTIAPSICHE DHS CERVELLO FH EVENTO ATTIVAZIONE EMOTIVO CEREBRALE ORGANO Programma SBS

Tabella 8. Le relazioni tra eventi emotivi ed eventi biologici secondo Hamer

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 NEUROBIOLOGIA DELLA DHS dell’esperienza emotiva è testimone: fintanto- ché la

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

NEUROBIOLOGIA DELLA DHS

dell’esperienza emotiva è testimone: fintanto- ché la risposta non è efficace, il vissuto rimarrà “conflittuale” e il programma attivo, con l’effet- to di un funzionamento viscerale simpaticotoni- co, solo quando la risposta sarà efficace verrà percepita emotivamente come “conflittolisi” (“il problema è, finalmente, risolto!”) con l’evolu- zione del programma nella direzione del recu- pero e della riparazione, con l’effetto di un fun- zionamento viscerale vagotonico, fino al ripri- stino della normalità. Con la legge ferrea del cancro, crolla, quin- di, l’idea millenaria che la malattia è un’entità:

la malattia non è qualcosa, ma un programma di funzionamento speciale di organi e tessuti, tipi- co di una funzionalità modificata di tipo neuro- vegetativo; come lo definisce Hamer è un fun- zionamento speciale, finalizzato ad uno scopo biologico, in quei frangenti ove non abbiamo altra possibilità di risposta, in quello stato di ini- bizione dell’azione che già Laborit aveva indi- viduato come pre-condizione di malattia. Il si- stema nervoso autonomo o vegetativo, però, non altera il “terreno” su cui s’impianta un’enti- tà denominata malattia, come sostiene da sem- pre la Medicina Psicosomatica, ma modifica di- rettamente il funzionamento degli organi, dal momento che direttamente sono regolati da es- so.

La malattia non è, quindi, un “parassita” cat- tivo della natura ma corrisponde alla modifica- zione funzionale di quello stesso “terreno” così caro agli psicosomatisti, cioè degli organi e dei tessuti. La modificazione avviene con una se- quenza precisa e sensata e assolve al compito biologico implicito nel contenuto emotivo- viscerale dello shock. Ad esempio: perdo un fi- glio, devo riprodurmi; oppure: ho inghiottito qualcosa di indigesto, devo digerire di più; op- pure: qualcosa mi ha intossicato, devo evacuare e rigettare subito, e così via. Un vero e proprio cambio di paradigma!

Oltre il dualismo mente-corpo, una visione oli- stica. Le leggi biologiche del dott. Hamer ribaltano totalmente il vecchio paradigma della malattia, intesa come qualcosa di sbagliato, un difetto o un attacco che fosse; ma ribaltano totalmente anche il vecchio paradigma nel quale mente e corpo sono due entità separate. La malattia è un processo di funzionamento speciale dell’organismo. La DHS è la chiave che apre questo processo denominato

“programma SBS”. Un evento emotivamente si-

gnificativo attiva una risposta automatica per fa- cilitare l’adattamento. Ma la chiave non esiste se non in relazione alla sua serratura e, come sostiene Damasio, “non c’è mente senza il corpo”. La DHS, quindi, non è

un evento slegato dal programma SBS; la DHS è

intrinsecamente legata, o, come direbbe Matura-

na, “strutturalmente accoppiata”, in quanto stimo-

lo iniziale, al programma SBS. Proprio come un

lato di una medaglia è strutturalmente accoppiato con l’altro. La mente, corrisponde, di fatto, all’e- vento fisico: l’evento psichico, infatti è un lato della medaglia dove l’altro lato è rappresentato dalla configurazione neuronale attivata di una mappa corporea in uno stato particolare. “Non c’è mente senza il corpo”: questo visio-

ne che, finalmente, connette, anziché separare, è magnificamente condensata nel terzo assunto del-

la legge ferrea di Hamer. Il programma SBS pro-

cede in maniera sincrona sui tre livelli psiche, cervello organo: tre facce della stessa medaglia. Ma c’è di più! Il superamento del dualismo mente-corpo ci apre, anche, una visione filosofi- camente nuova: ci porta ad una comprensione an- cora profonda del paradigma olistico, che dagli

inizi del secolo scorso, con le acquisizioni della fisica quantistica, della cibernetica e di altre di- scipline ha lentamente e gradualmente iniziato a far scricchiolare tutta l’impalcatura dualistica su

cui si è fondato il pensiero occidentale, filosofico

e scientifico, negli ultimi secoli. Sinonimi di

“paradigma olistico” sono: “paradigma sistemi- co”, oppure “relazionale”, oppure “ecologico” (Capra, 1996). Non è sufficiente, quindi, aggiungere uno psicologo ad un’equìpe

per avere un approccio olistico al paziente! È ne-

cessario entrare in un paradigma di pensiero com- pletamente diverso, e questo vale per chiunque si avvicini al paziente: infermiere, medico o psico- logo che sia. Una visione olistica comporta necessariamen-

te il superamento anche del dualismo spirito-

materia. Cosa caratterizza gli organismi viventi dagli oggetti? Qual è la differenza tra la sostanza “animata” e quella “inanimata”? Per Gregory Ba- teson, uno degli scienziati che maggiormente

hanno segnato la storia del pensiero del secolo scorso, ciò che distingue i fenomeni puramente

materiali dagli organismi viventi è che questi ulti-

mi hanno la capacità di trattare le informazioni,

mentre nel mondo materiale, non vivente, si rea- gisce alle forze, agli impatti e agli scambi di

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006

PSICHE CERVELLO ORGANO - 1/2006 energia. Ma, cos’è un’informazione? Bateson sostie- ne brillantemente che

energia. Ma, cos’è un’informazione? Bateson sostie- ne brillantemente che “un’informazione è la dif- ferenza che fa la differenza”, cioè è una diffe- renza che è significativa (Bateson, 1979). Ma come fa un’informazione ad essere significati- va? Solo, quindi, se la differenza viene percepi- ta. L’informazione è, quindi, usando sempre i termini di Bateson, una “differenza captata”, una differenza che viene percepita da un organo sensoriale; dunque, l’informazione è una diffe- renza che provoca una reazione nell’organismo, la più semplice delle quali è l’attivazione di un neurone. Per l’informazione, quindi, serve una differenza ed un recettore capace di recepirla:

una chiave ed una serratura. I sistemi sensoriali, quindi, non “portano”

meccanicamente informazioni - perché le infor- mazioni non sono “cose” - ma captano le diffe- renze; i recettori permettono, così, che differen- ze, dall’esterno o dall’interno, diventino infor- mazioni, ovviamente indipendentemente dal fat-

to che siano coscienti o inconsce.

La chiave è quindi un’informazione ed il re- cettore è la sua serratura. La differenza diventa informazione solo se esiste un recettore capace

di captarla. Su questo si fonda, come sottolinea-

vo precedentemente, la prospettiva costruttivi- sta, secondo la quale la conoscenza dipende da colui che conosce, ovvero il conoscitore in- fluenza il conosciuto. “La mente non conosce il

mondo ma ne specifica uno” - sostiene Matura- na. La conoscenza è una costruzione della men- te.

Ma la differenza non è una “cosa”. È un rap- porto. Come fa un’astrazione, come è la diffe- renza, a interagire con la materia? È qui che si è impantanato Cartesio; infatti, non l’ha spiegata:

ha semplicemente separato le “res cogitans” dalle “res extensa”. La differenza non interagisce con la materia

non nel momento in cui si crea un accoppia- mento strutturale, ovvero fintanto che non si de- termina una relazione tra le due; e quando par- liamo di relazione, siamo, quindi, nel dominio “meta-fisico” del “ ”, ovvero non di ciò che è ma di ciò che accade tra. Nell’incontro si genera qualcosa, un processo vitale. Cos’è, quindi, una DHS? Un’informazione, una chiave, una differenza che fa la differenza per la serratura specifica, cioè per un sistema emotivo specifico. Una non esiste senza l’altra se non all’interno di una relazione tra individuo

se

se non all’interno di una relazione tra individuo se e ambiente, relazione che rappresenta la sostanza

e ambiente, relazione che rappresenta la sostanza stessa dell’esistenza. Nel paradigma olistico lo spirito non esiste senza la materia dal momento che lo spirito è una “qualità emergente dell’organizzazione della ma- teria”; non è nelle cose ma accade tra le cose e ci riporta, quindi, alla relazione tra gli elementi, piuttosto che all’essenza degli elementi. La legge ferrea del cancro di Hamer ci spiega perché ci si ammala; tutto inizia in quel fenome- no denominato DHS. Ora sappiamo esattamente cosa succede in quel fenomeno, ma la compren- sione della DHS ci porta di fronte a qualcosa che è molto di più che “l’etiologia di una malattia”. Ci mette di fronte ad una legge della natura ed, in quanto tale, ad una comprensione più profonda degli organismi viventi e del miracolo della vita. Per questo non esiste, né potrà mai esistere una terapia “preconfezionata” di Hamer: la Nuova Medicina Germanica non è un “metodo di cura” quanto una “prassi terapeutica” che scaturisce dalla consapevolezza di questo miracolo e del suo intrinseco divenire, specifico per ogni individuo, unico ed irripetibile, e che procede al di là dei giudizi di bene o male, o, come si usa in medici- na, di “benigno” o “maligno”. Ma la prassi terapeutica è un argomento sicu- ramente troppo importante per non diventare og- getto di approfondimento in un numero futuro di Psiche Cervello Organo.

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and Thinking: Pref- erences need no inferences , in American VEDIAMO SOLO QUELLO CHE CONOSCIAMO Questa

VEDIAMO SOLO QUELLO CHE CONOSCIAMO

Questa sera in pronto soccorso l’ultima vicenda è di un paziente giunto per un grave problema neu- rologico. Eseguita la TAC dell’encefalo, lo studio assieme al neurologo. Io vedo, proprio sopra alle sezioni del cervelletto, una serie di cerchi concentrici che sembrano formare un bersaglio. Sta proprio al centro e non è possibile non vederli, tanto sono nitidi ed estesi. Chiedo, allora, al neu- rologo cosa possa essere quell’immagine, dal suo punto di vista. Nonostante l’immagine sia lì, nitida e perfettamente visibile, lui non la vede. Allora con la matita segno i contorni del cerchio esterno ed a quel punto anche lui la vede. “Cos’è?” chiedo io. La prima risposta, quasi infastidita, parla del tentorio che divide il cervelletto dagli emisferi cere- brali. “Tentorio?” - dico io - “Ma perché sembra un bersaglio? cosa gli è successo?” “Ma ribatte - il neurologo - naturalmente il paziente si è un po’ mosso e l’immagine è un po’ sproiettata…” Io insisto: “Ma perché dovrebbero esserci dei cerchi concentrici solo lì, in quella zona, e non su tutta la sezione della TAC? E perché guardando bene anche le altre sezioni si vedono altre immagini a bersaglio di dimensioni diverse, alcune perfettamente nitide e altre, invece, sfuocate? E perché alcuni cerchi sono scuri ed altri chiari? Il neurologo, a quel punto, guarda i vari bersagli che gli ho indicato e alla fine esclama “Io non li ho mai visti prima, sono sicuramente artefatti!” Ma come ho fatto a non pensarci prima!!! M.G.P.

esclama “Io non li ho mai visti prima, sono sicuramente artefatti!” Ma come ho fatto a