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Piero Carelli

CHIUNQUE TU SIA
Preghiera di un cercatore di Dio
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A tutti coloro per i quali


il problema-Dio conta ancora
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INDICE

Presentazione di Luca Lunardi

Introduzione

IL TEMPO DELLA GRATITUDINE

Uno tsunami
Lontano dalle tentazioni
Un senso di vertigine
Il viaggio della speranza

L’HÝBRIS

Un’impresa grandiosa
Un’immagine glaciale
Una mediazione impossibile
Una soluzione inquietante
Pietrificati dall’eternità
Un cumulo di macerie

LO STUPORE

Emozioni
Il miracolo
Figli delle stelle
Una figura imbarazzante
Meravigliosi arabeschi
Il «più divino di tutti i templi»
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L’ENIGMA

Il «per-ché che pone fine a tutti i per-ché»


Il precipizio

UN RITORNO SCONVOLGENTE

Dalla «domanda» all’«ascolto»


Un’operazione blasfema
Lo sgomento
Una demolizione radicale
Un grido d’allarme
Terra bruciata
Un’impresa disperata

LA CONQUISTA DEL CIELO

L’angelo sterminatore
Una teologia fragile
Disagio

IN FONDO ALL’ABISSO

Gli occhi incantati di un bambino


«L’ultimo lampeggiare»

UN MONUMENTO AL NULLA

Eroici cavalieri
Un’illusione rassicurante
Un «memento»

L’AMORE RADICALE
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Un cristianesimo gridato
Il crocifisso ovunque
L’«umanesimo disumano»

LA TENTAZIONE DEL SERPENTE

Una Chiesa allo sbando


La paura di esistere
Libera dai «segni del potere»
Un peccato inaudito
Sarcasmo

UN LAMPO NEL COSMO

Un unicum
Maestri di morte
Loro no
Ripensare la vita
Domande angoscianti

GRAZIE

Il sole al tramonto
Il «pensiero notturno»
Peccati
Chiunque tu sia

Bibliografia

Postfazione di Patrizia de Capua


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PRESENTAZIONE

«Non sono mai riuscito a liberarmi dalla tentazione di


capire e di ricercare delle motivazioni “ragionevoli” per
credere». La cifra della testimonianza di Piero Carelli,
l’indagine inesausta di una vita intera, è in questa
insopprimibile fiducia nell’uomo, “animale razionale”
che reca in sé l’anelito al Numinoso.
La tredicesima pubblicazione del Caffè Filosofico è una
gemma dalle molte sfaccettature. Si tratta in primo luogo
di una «confessione» articolata che attesta un cammino
personale, ma «tutti coloro per i quali il problema-Dio
conta ancora» riconosceranno molti dei propri stessi
travagli. È un lavoro introspettivo e appassionato, ma
anche documentato e rigoroso. Al di là del dichiarato
agnosticismo, fallirebbe il lettore che volesse etichettare
gli orientamenti dell’autore: la ricerca non è condotta
con l’intento di giustificare posizioni preconcette e non
prestabilisce l’approdo, nella libertà delle migliori
imprese filosofiche. Anche il “nulla” finale, nulla ha da
spartire con “nichilismo”: non è affatto vero, per
Carelli, che fuori dalla «città di Dio» crollano tutti i
valori, perché resta la «città dell’uomo». Questo
principio, che non esclude la meditazione sulle “cose
ultime”, rende possibile instaurare un dialogo proficuo
tra “credenti” e “diversamente credenti”. Tutti devono
vivere, infatti, tra le mura di quella città non celeste e
cooperare per la sua buona politica che è, nelle parole
dell’autore, «la più alta forma di carità».

Luca Lunardi
Presidente del Caffè Filosofico di Crema
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INTRODUZIONE

Una preghiera sincera, appassionata.


La confessione di un tormento che mi ha accompagnato a
lungo e grazie al quale ho intrapreso l’avventura
spirituale più significativa della mia vita.
Il cammino di un’anima alla ricerca di un Dio perduto.
Il senso del breve testo che ti sottopongo è tutto qui. Non
una lezione. A che titolo? Semplicemente il racconto di
un’esperienza personale per me intensa, del viaggio
interiore di un uomo che non si è mai rassegnato allo
status di orfano, che non ha mai rinunciato alla voglia di
alzare gli occhi al cielo e che non si è mai liberato dalla
domanda radicale che pone fine a tutte le domande.
Un viaggio esaltante, ma anche sofferto, irto di ostacoli,
ricco di colpi di scena e di emozioni.
Ho espresso la mia indignazione di fronte alla tracotanza
di uomini e di popoli. Ho reagito con orrore dinanzi ai
mostri creati dai filosofi. Ho provato sgomento quando,
tornato a «casa» dopo oltre quarant’anni, l’ho trovata in
fiamme.
Ho cercato Dio ovunque, oltre i fantasmi costruiti dai
mortali, oltre le elucubrazioni logiche dei sapienti. L’ho
cercato al di fuori, ma anche dentro quel tempio sacro che
è il kósmos. L’ho cercato con la ragione, ma anche con le
ragioni del «cuore». L’ho cercato abbandonando l’arma
corrosiva del dubbio e ponendomi in atteggiamento di
«ascolto».
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È stata una navigazione estenuante, ma salutare,


purificatrice. Ho cercato, cercato e alla fine a un porto
sono giunto, un porto rassicurante in cui ho ritrovato la
bussola, dei punti di riferimento chiari, dei valori forti e
ho ritrovato le mie radici, lo stesso fuoco che ha animato
i miei anni verdi.
Un’esperienza individuale, niente di più.
Non so se possa essere utile in qualche misura anche a te.
Non lo è di sicuro per i dogmatici delle opposte sponde.
Non lo è per chi, svuotando il cielo di Dio, ha riempito la
sua vita di idoli.
Non lo è per chi considera ormai senza senso porsi le
domande di senso.
Magari tu non sei uno di loro perché non hai Assoluti a
cui sei aggrappato, perché nutri dubbi sulla tua fede o
sulla tua incredulità.
Magari sei tra coloro che sono tanto abituati al
«disincanto del mondo» da percepire il «disincanto della
stessa idea di disincanto».
Magari credi, sulla lunghezza d’onda di un saggio antico,
che «una vita senza ricerche non è degna di essere
vissuta» o, quanto meno, non è pienamente umana.
Magari hai voglia di rischiare e sei consapevole del
prezzo che comporta il metterti in discussione.
Se così fossi, la mia avventura potrebbe, forse, stimolarti
a metterti in cammino.
È a te e a quei pochi che ritengono valga ancora la pena
interrogarsi sul «problema dei problemi» che mi rivolgo.

Piero Carelli
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Stella alpina – Leontopodium alpinum


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IL TEMPO DELLA GRATITUDINE

Stürzen wir nicht fortwährend? […]


Irren wir nicht wie durch ein unendliches Nichts?
Haucht uns nicht der leere Raum an?1
(Friedrich Nietzsche)

Inquietum est cor nostrum.2


(Agostino)

Uno tsunami

Un terremoto, un vero e proprio tsunami che mi ha


travolto con veemenza, un freddo improvviso che mi ha
raggelato. Tu per me eri la luce, la bellezza, l’amore.
Nessuna enfasi, la mia, tu lo sai bene. Eri l’unico senso
della mia vita, il punto di riferimento, la guida del mio
cammino. Ti sentivo più vivo di me stesso e ti parlavo,
parlavo.
Tu sei invisibile, ma io ti vedevo.
Tu taci, ma io ti ascoltavo.
Mi incoraggiavi di fronte alle difficoltà e mi
rimproveravi, ma sempre con dolcezza. Erano i sacerdoti
che mi inculcavano il senso di colpa, che mi assillavano
con lo spettro dell’inferno. Tu, mai. Mi precipitavo
spesso dal confessore, ma non ho mai visto il tuo volto
corrucciato. Credevo, certo, ai tuoi sedicenti ministri, ma
il mio rapporto privilegiato era con te. Non avevo
bisogno di maestri, perché il Maestro eri solo tu che mi

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Non è il nostro un eterno precipitare? […] Non stiamo forse vagando
come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto?
2
Inquieto è il nostro cuore.
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parlavi quando ogni giorno leggevo un brano del vangelo.


Tutto con te si illuminava, prendeva calore e colore.
Vedevo tutto bello e ti inondavo di lodi, a maggior
ragione quando, d’estate, in vacanza sulle Dolomiti,
avevo l’opportunità di contemplare tante bellezze, di
ammirare la sera la miriade di occhioni che brillavano nel
cielo tersissimo.
Un tempo magico, quello. Il tempo della contemplazione
e della gratitudine.
Qualche volta, sì, piangevo, ma non perché mi sentivo
schiacciato dal peso dei miei peccati. Piangevo di fronte
al crocifisso, rivivevo la «tua» passione e soffrivo,
soffrivo. Erano lacrime di gioia, di commozione, di
ammirazione per ciò che avevi fatto per me. Tutto questo
a lungo, per oltre vent’anni.
La fede, come sai, me l’ha instillata mia mamma, una
donna che ha allevato con abnegazione sei figli in
condizioni di miseria, che ti ha supplicato a lungo, ma
invano, di convertire il marito comunista che, come tanti
suoi compagni del tempo, aveva risposto alla scomunica
della Chiesa bollando i preti come servi dei padroni.
È lei che mi ha insegnato a parlare con te, che mi ha
portato precocemente in chiesa e io imparavo, imparavo a
tal punto che, nel sottoscala dove lei si rifugiava
d’inverno a rattoppare i pantaloni, giocavo a celebrare la
messa.
Così, in quell’atmosfera, ho sentito la tua «chiamata».
Tua? Io ero fermamente convinto che fossi proprio tu a
chiamarmi.
Una convinzione salutare che mi ha offerto il grande
privilegio di proseguire gli studi, un privilegio che mi ha
aperto orizzonti inimmaginabili e mi ha regalato una
promozione sociale insperabile. Ho studiato con un gusto
che non avevo mai sperimentato, mi sono tuffato nel
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greco, nel latino… Mi sono immerso con passione in


quella avventura intellettuale che è la filosofia,
un’avventura pericolosa che, tuttavia, non ha per nulla
turbato la mia fede.

Lontano dalle tentazioni

E non me l’ha turbata neppure il clima sessuofobico che


respiravo perché tutto mi veniva presentato come
rispondente all’ordine che tu avevi stabilito dall’eternità.
Erano anni, quelli, in cui i preti avevano l’ossessione dei
«peccati impuri», un’ossessione che li conduceva a
stigmatizzare con durezza tutte le tentazioni del diavolo,
dai balli alle «mode indecenti e procaci», dai bagni
promiscui ai «ritmi languidi delle canzoni erotiche»…
Anni in cui negli oratori si spegneva la tv ogniqualvolta
era in corso un balletto e si tagliavano le scene dei film
che avrebbero potuto essere occasioni di scandalo.
Anni in cui non pochi tuoi ministri svergognavano
pubblicamente nelle chiese le ragazze spudorate. Ma tutto
mi appariva naturale, anche l’atmosfera soffocante in cui
ero avvolto dentro le mura del seminario.
Naturali i controlli polizieschi, i ceffoni sonori nei
confronti di chi osava nominare l’innominabile, la
vigilanza severissima in area docce.
Naturali le ferree regole da osservare nei periodi di
vacanza, come le raccomandazioni di fare il bagno «non
senza aver detto una preghierina» e senza «indugiare lo
sguardo» sul corpo, di prestare molta attenzione all’atto
dello spogliarsi la sera prima di andare a letto, di trattare
il corpo come un mulo tanto più durante la pubertà
quando «le tentazioni contro la purezza si fanno
particolarmente insistenti», di correre a confessarsi dopo
aver commesso un peccato grave (magari da un
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confessore non ordinario, «piuttosto che rimanere a lungo


in disgrazia di Dio o, peggio ancora, fare delle comunioni
sacrileghe»).
Tutto naturale perché voluto da te.
È questo il mondo in cui sono cresciuto. Così è passata in
sordina la pubertà e così è passata in sordina
l’adolescenza.
Senza tormenti.
Lontano dalle tentazioni.
Nell’ignoranza.

Un senso di vertigine

La fede è rimasta salda anche quando, lasciato il


seminario (mi sono reso conto che non mi avevi per nulla
chiamato), ho intrapreso gli studi universitari di filosofia
e mi sono imbattuto in un pensatore la cui speculazione
demoliva il cristianesimo dalle fondamenta. È rimasta
salda perché aveva radici ben più profonde delle
elucubrazioni logiche dei dottori sottili. Ed è rimasta
granitica anche quando ho affrontato una tesi di laurea a
dir poco temeraria sotto il profilo dell’ortodossia
cristiana.
Ma ciò che non ha potuto provocare uno studio
accademico, ha prodotto il vento della contestazione
cattolica, non una ricerca teorica, ma un’esperienza
totalizzante. Alla scuola di un prete carismatico e di
grande statura intellettuale e morale, avevo la sensazione
di essere parte di un movimento epocale, di una stagione
creativa, di una protesta planetaria a fianco degli ultimi
della Terra. Una protesta, la mia, non contro il
cristianesimo, ma proprio in nome del messaggio
sovversivo di Gesù, un messaggio che, accolto
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integralmente, mi conduceva a contestare, anche in modo


forte, la stessa gerarchia cattolica.
Così mi sono trovato dentro un vortice che mi ha
sconvolto la vita. Improvvisamente.
Ti ricordi, no? Contestavo, è vero, la Chiesa ufficiale, ma
la contestavo come allora la contestavano sacerdoti,
vescovi, addirittura cardinali. La mia fede, certo, era
fondata più su un rapporto diretto tra me e te che sulla
mediazione degli uomini di Chiesa, ma continuavo a
frequentare la messa, anche a comunicarmi. Ero
oggettivamente più protestante che cattolico (per me il
primato della coscienza era indiscutibile), ma questo
allora non mi preoccupava più di tanto, convinto com’ero
che la Chiesa cattolica ufficiale avrebbe dovuto portare a
conclusione la rivoluzione copernicana aperta dal
Concilio, la trasformazione cioè della Chiesa in «popolo
di Dio».
Tutto è accaduto senza alcun preavviso, in modo casuale.
Il marxismo - come sai - non c’entra per nulla (al
marxismo mi sono accostato più tardi percorrendo altre
strade). Il dissenso cattolico, sì, prendeva in prestito le
sue categorie, ma solo perché queste permettevano di
andare alle radici «economiche» delle ingiustizie.
L’ateismo militante, poi, non esercitava su di me nessun
fascino, anzi guardavo con soddisfazione quegli
intellettuali marxisti, anche stranieri, che dimostravano
una grande apertura al fenomeno religioso in generale e
al cristianesimo in particolare.
È confrontandomi con un gruppo di cristiani di base che
ho scoperto con sorpresa di essere agnostico. Agnostico,
non ateo, ma lo sconcerto è stato ugualmente devastante.
Ho provato un senso di vertigine, la percezione di essere
del tutto sradicato.
Senza il Padre.
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Senza la bussola.
Un dramma. Tutti gli anni verdi spazzati via. Azzerati.
Improvvisamente sepolti.

Il viaggio della speranza

Un terremoto. Sono passati oltre quarant’anni, ma non ti


ho mai dimenticato. Sei morto, ma ti ho sempre cercato
perché nessuno e niente hanno saputo riempire il tuo
vuoto, neppure l’amore rivoluzionario di Gesù Cristo che
mi si è svelato proprio in quegli anni della contestazione.
Ti vedevo, è vero, nei poveri, nei diseredati, nelle vittime
delle ingiustizie sociali, ti vedevo in tutti gli ultimi della
Terra, ma tutto questo, paradossalmente, mi lasciava solo.
Non sono bastati anni generosi, di grande attivismo, di
dedizione pressoché totale agli altri, gli anni più belli, più
elettrizzanti, più creativi della mia vita, gli anni
dell’entusiasmo. Avevo, sì, nuovi punti di riferimento,
figure di ammirevole forza morale, volti concreti, ma mi
mancava il loro ispiratore, la fonte della loro passione, la
fede che consentiva loro di muovere le montagne. Mi
sentivo, sì, un cristiano, ma un cristiano orfano. Il mio era
un cristianesimo del tutto umano, orizzontale. Mi
mancava la verticalità. Vedevo l’uomo, ma non riuscivo
più ad alzare gli occhi al cielo.
Ecco perché ho scelto di intraprendere un cammino
animato dalla speranza di ritrovarti, spinto dalla segreta
fiducia di approdare, dopo il terremoto che il destino mi
ha riservato, a una fede più matura. Un viaggio sincero,
senza finzioni. Un viaggio interiore che mi viene
spontaneo raccontarti. Tradurlo in linguaggio, chissà, mi
aiuterà a chiarire le idee, a mettere a nudo la mia anima.
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Si può dire che l’uomo è ammalato di Dio,


che Dio in certo qual senso è la sua malattia

(Salvatore Natoli)
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Passiflora ‘Fata Confetto’


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L’HÝBRIS

τὸ σοφὸν δ’οὐ σοφία


τὸ τε µὴ θνητὰ φρονεῖν.
βραχὺς αἰών.3
(Euripide)

Il y a deux athéismes,
dont l’un est une purification de la notion de Dieu.4
(Simone Weil)

Un’impresa grandiosa

Ti confesso che mi hanno sempre intrigato quei pensatori


che in tempi a noi relativamente vicini hanno osato
demolire l’immaginario religioso. Hanno rotto, sì,
l’incanto, hanno infranto, sì, la magia, ma così hanno
trasformato i bambini in adulti: non è un’opera grandiosa,
la loro?
Hanno liberato l’uomo da chi ha avuto a lungo l’ardire di
parlare in tuo nome, da chi ha avuto perfino la
spudoratezza di dare il via a delle guerre «sante».
Hanno strappato agli uomini l’insensata credenza di avere
un accesso privilegiato a te.
Hanno smascherato la presunzione di un popolo di avere
te dalla propria parte.
Perché, allora, maledirli? Hanno semplicemente riportato
l’uomo alla sua dimensione umana: non è l’uomo che
nella storia crea credenze, leggende, assoluti, perfino «il
più potente dei nostri simboli» che è Dio?
Nessun delitto, il loro. Non hanno sciolto la terra «dalla
catena del suo sole», non hanno spento le luci del cielo,
ma hanno solo chiuso col «tempo degli dèi» ed hanno
3
Il sapere non è sapienza e neanche il meditare l’oltreumano: breve, la vita.
4
Vi sono due ateismi di cui uno è la purificazione dell’idea di Dio.
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inaugurato il «tempo dell’uomo», hanno distrutto la «città


di Dio» per costruire la «città dell’uomo», una città in cui
nessuno condanna altri in nome di Verità «rivelate», una
città in cui i mortali si confrontano solo tra mortali.
Nessun peccato di hýbris, il loro: non è, al contrario, chi
si erge a interprete autentico della tua Parola a compiere
un atto di tracotanza?

Un’immagine glaciale

No, non sono loro i tuoi assassini. Sono loro, anzi, che
hanno spazzato via le rappresentazioni umane di te e,
quindi, hanno purificato la tua immagine.
Hanno svuotato il cielo degli dèi, hanno distrutto gli idoli,
ma te non hanno distrutto. Tu non hai nulla a che vedere
con le indagini dei mortali sugli dèi dei mortali.
Già, ma chi sei tu? Che cosa c’è dietro la maschera delle
religioni che ti hanno messo addosso gli uomini? Chi sei
tu al di là delle nostre aspirazioni, delle nostre angosce,
del nostro disperato bisogno di protezione e di conforto,
della nostra esigenza di avere un punto di riferimento
saldo nella vita?
Per secoli i migliori cervelli dell’umanità hanno provato a
sondare l’enigma con l’intento di strapparti le fattezze
dell’uomo.
Ci hanno provato volando alto, molto alto, al di sopra
delle percezioni sensoriali degli uomini e del loro ricco
patrimonio immaginifico.
Ci hanno provato liberando la loro anima dalla zavorra
della materia.
Ci hanno provato, ma ti hanno davvero incontrato?
Ti hanno attribuito il pensiero, ma che cos’è questo
pensiero se non una traccia umana, anzi ciò che più
umano vi è nell’uomo?
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Ti hanno liberato dalla mutevolezza dei mortali, ma come


potrei accettarne le conseguenze?
Io sono tormentato da mille dubbi, mi pongo una ridda di
domande, procedo per tentativi ed errori, mentre tu no
perché tu non hai nulla da scoprire.
Io ho desideri, amori, gioie, sofferenze... È il mio essere
in fieri a rendermi vivo, ma tu in fieri non sei mai, non
hai desideri, non puoi amare, non puoi perdonare.
Sarebbe vita, questa?
Sarebbe, anzi, vita divina?
Io, dalla mia ristrettissima angolatura, vedo solo morte.
Un gelido specchio che si specchia. Un blocco di
ghiaccio.
E provo orrore.

Una mediazione impossibile

Vi sono stati, è vero, pensatori che si sono sforzati di


coniugare la loro fede cristiana con il lógos greco. Hanno
sciolto il ghiaccio e ti hanno dato vita, calore. Ti hanno
visto non solo come pensiero di pensiero, ma anche come
volontà. Ti hanno così umanizzato assegnandoti la stessa
natura di «persona», ma, ahimè, in tal modo si sono
cacciati in un groviglio di problemi. Non è un’impresa
disperata quella di coniugare la tua libertà col tuo essere
al di fuori del divenire, il tuo atto creativo con la tua
immutabilità, il tuo conoscere da sempre il destino degli
uomini con la loro libertà?
No, tu non puoi essere al di fuori del tempo, dello spazio
e del mutare degli enti mortali e insieme Persona! Non
puoi essere contemporaneamente il Dio caldo dei testi
biblici e il Dio glaciale dei filosofi. Come potresti essere
buono, misericordioso, provvidente?
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Come potresti esaudire le preghiere degli umani o anche


solo provare compiacimento nei confronti di chi ti
ringrazia?

Una soluzione inquietante

E se tu fossi il Dio spogliato da ogni residuo umano


creato nei secoli della modernità? Tutto farebbe parte di
te, dalle pietre ai fiori, dai vulcani agli abissi del mare,
dalla terra al cielo. Tutto, inclusi noi mortali, inclusi i
possibili infiniti mondi paralleli che nessuno conosce. Tu
saresti la Totalità, il vero infinito, non quello falso dei
filosofi cristiani che lascia fuori l’intero universo. Tu
saresti il kósmos, la razionalità matematica dell’universo
e tutto in te sarebbe necessario come i nessi logici della
geometria.
Non sarebbe una soluzione geniale, capace di tagliare alla
radice le tante aporie provocate dalle idee dei pensatori
antichi e medievali?
Non sarebbe un’immagine maestosa di te?
Maestosa, ma non sarebbe nello stesso tempo
un’immagine tremendamente inquietante? Chi sarei io?
Solo a pensarci, rabbrividisco. Io mi illuderei di essere
libero, ma in realtà farei parte del tuo ordine geometrico.
Sarei rigidamente determinato, ma convinto - beata
ignoranza - di essere io l’artefice del mio destino!
Come potrei non provare ancor di più orrore?

Pietrificati dall’eternità

E come non provare sgomento dinanzi a quella


gigantesca cattedrale costruita da un pensatore forte del
mio tempo?
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Noi non saremmo creature, non saremmo mortali. Il


peccato mortale dell’uomo, anzi, sarebbe di credersi
mortale. Nulla nascerebbe e nulla morirebbe. Tutto
sarebbe eterno, ogni istante della mia vita, le mie lacrime,
le mie emozioni, i miei sussulti di gioia, anche il mio
essere qui e là, il mio essere giovane e vecchio, il mio
essere in piedi e seduto… Tutto sarebbe eterno e tutto, di
conseguenza, sarebbe divino. Proprio tutto. Anche un
serpente velenoso, anche il gesto di un criminale, anche i
morti ammazzati nell’inferno dell’Iraq.
Tutto sarebbe eterno e, quindi, tutto sarebbe immutabile,
anche il sole che si alza in cielo, il bimbo che cresce, il
fiore che sboccia…
Nulla si muoverebbe, neppure la terra intorno al suo asse,
neppure la vorticosa girandola della galassia, neppure
l’universo con la sua apparente evoluzione durata
miliardi di anni. Nemmeno le cose che vediamo nascere e
morire, il sorriso che si spegne, un pezzo di carta che
brucia. Tutto entrerebbe nell’orizzonte dell’apparire per
poi uscirne, incluso il divenire dello stesso apparire.
Tutti divini, ma anche tutti pietrificati: ogni atto,
emozione, idea…
Pietrificati dall’eternità e per l’eternità.

Un cumulo di macerie

Tante nobili scalate, lo riconosco. Tanti generosi tentativi


di squarciare il velo del cielo e illuminare i poveri
mortali. Ma quali i risultati? Non siamo di fronte a dei
mostri?
Non è un mostro il Dio del principe dei sapienti
dell’antica Grecia?
23

Non è un mostro quel Deus sive natura a cui è approdato


un pensatore «maledetto» di cui ho sempre ammirato il
coraggio?
Non è un mostro il Dio di quel filosofo contemporaneo
che con una possente e devastante logica ha distrutto
l’intero pensiero occidentale ed ha elevato alla dignità
divina tutte le cose?
Tutti mostri che divorano la mia libertà. Come posso
credere che la tua esistenza neghi la mia? Come posso
pensare che, se tu esisti, io non abbia alcuna possibilità di
scrivere, almeno in parte, la mia vita?
La reazione, la mia, di chi guarda solo ai risultati senza
tener conto delle fondamenta? Ma quali fondamenta? Io
non scorgo nulla di roccioso, ma solo sottili acrobazie
logiche, teoremi costruiti su delle convenzioni,
pirotecnici e raffinatissimi giochi intellettuali.
Un cumulo di macerie. Niente di più.
Costruzioni umane le religioni e altrettanto costruzioni
umane i sistemi di coloro che, per trovarti, si sono
avventurati nel cielo della metafisica.
Tu sei l’Inaccessibile.
Oltre le immagini dei mortali.
Oltre le loro elucubrazioni.
24

L’uomo ha voluto raggiungere il cielo


e in realtà ha costruito la Torre di Babele

(Dario Antiseri)
25

Trampoliere Cavaliere d’Italia - Himantopus himantopus


26

LO STUPORE

Mais en apercevant l’ordre, l’artifice prodigieux,


les lois mécaniques et géométriques qui règnent dans l’univers,
les moyens, les fins innombrables de toutes choses,
je suis saisi d’admiration et de respect5.
(Voltaire)

I cannot look at the universe as a result of blind chance,


yet I can see no evidence of beneficent design,
or indeed any design of any kind, in the detail6.
(Charles Darwin)

Emozioni

Non guadagnerei forse qualcosa nella mia ricerca se


invece di guardare il cielo dei metafisici, rivolgessi lo
sguardo a quello reale?
Tu sai quanto quest’ultimo abbia il potere di ammaliarmi.
Sai quante volte mi accade di assistere durante le sere
limpide, lontano dalle luci della città, allo spettacolo
mozzafiato di quei puntini luminosi che, attimo dopo
attimo, si moltiplicano a dismisura e dilatano
progressivamente la volta celeste. Mi sento inondato.
Catturato. Affascinato da tanto splendore. L’emozione è
forte. Occhi e cuore vibrano in perfetta sintonia. È in
questo stato di grazia che mi viene spontaneo

5
Osservando l’ordine, l’artificio prodigioso, le leggi meccaniche e geometriche
che regnano nell’universo, i mezzi, i fini innumerevoli di tutte le cose, sono
preso d’ammirazione e di rispetto.
6
Non posso guardare all’universo come al risultato di un cieco caso. Tuttavia
non posso vedere prova di un disegno benevolo, o veramente di un disegno di
qualunque tipo, nel dettaglio.
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inginocchiarmi dinanzi a tanta bellezza, e pensarti come


un Artista del tutto speciale.
Non vi è nessuna bellezza in cielo, nulla di poetico, ma
solo ammassi di gas, esplosioni nucleari, neve sporca di
ghiaia, spazzatura aspirata dalla forza gravitazionale della
Terra? È vero, la scienza ha cancellato l’alone di magia,
ma non è essa stessa a svelare un cielo ancora più
magico?
Non è magico un universo in cui tutto è ordine, armonia?
Non è magico un mondo regolato da sei numeri cosmici
tanto sapientemente «sintonizzati» che senza di loro
«l’evoluzione cosmica sarebbe stata soffocata prima
ancora di poter iniziare», «non si sarebbero formate né
stelle né galassie», le stelle sarebbero state senza
combustibile e si sarebbero sgonfiate e raffreddate in
fretta «finendo come residui morti»?
Non è magico un mondo regolato da sei numeri senza i
quali la comparsa dell’uomo non sarebbe stata possibile?
Non c’entri nulla tu con così mirabile sapienza?
Non sei tu che hai infuso «passione» in quelle equazioni
matematiche che costituiscono la trama razionale
dell’universo al fine di trasformarle in un «cosmo reale»?
Non ci sei tu dietro quell’«ingrediente vitale
dell’universo che tiene insieme le galassie e i grappoli di
galassie con la sua forza gravitazionale» rappresentato
dalla materia oscura, dietro quelle gigantesche giostre
celesti - su cui noi siamo ospiti ignari - che si muovono a
velocità vertiginose, dietro «le stelle di neutroni che
ruotano su se stesse mille volte al secondo»?
Tutto pare rinviare a te, a un tuo progetto finalizzato a
«generare esseri coscienti».
Ma non sto, forse, correndo troppo, abbagliato
dall’incanto? Non sto, per caso, costruendo un castello
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sulla sabbia grazie a una lettura troppo idilliaca del


mondo?
So che nell’universo non vi è solo ordine, non vi sono
solo le condizioni ideali di abitabilità, ma pure eventi
sinistri, scenari addirittura apocalittici: Andromeda che
sta precipitando addosso alla via Lattea alla velocità di
circa cento chilometri al secondo, il Grande Attrattore
che ci sta attirando a una velocità ancora maggiore,
«buchi neri del peso di un miliardo di Soli» e «grandi
quanto il nostro sistema solare» che sono lì pronti a
ingoiare masse enormi, la nostra galassia che è destinata
a finire «in un grande urto».
Mi sento raggelare, ma non è pure tutto questo - anche se
è percepito come minaccioso dagli abitanti di quel
minuscolo pianeta che è la Terra - regolato da leggi
razionali e, di conseguenza, inscritto nell’ordine
cosmico?
Tutto sembra cantare le tue lodi.
Anche il micro-cosmo. Non è affascinante sapere che il
cuore della materia è costituito al 99,99% di vuoto, che la
solidità dei corpi non ha a che vedere con la materia, ma
con delle «forze eteree trasportate dai fotoni (essi stessi
un costrutto teorico) che percorrono distanze immense tra
il nucleo e le circostanti nuvole elettroniche», che tutta la
realtà fisica, anche quella impalpabile che è la luce, ha
una struttura granulare senza la quale tutto collasserebbe?
Non è sorprendente scoprire che più si scende in
profondità, più la materia si smaterializza?
Come non gridare la mia meraviglia?

Il miracolo
29

Una meraviglia che diventa folgorazione di fronte a quel


miracolo dei miracoli che è la vita. Tutto qui mi appare
funzionale, finalizzato.
Tutto: l’occhio del gufo, la pelliccia della foca, le zampe
del trampoliere, la lingua del formichiere, la coda del
castoro, le piccole mitragliatrici di cui sono dotate per
l’autodifesa alcune farfalle.
Tutto: la percezione degli ultrasuoni da parte dei
pipistrelli e la presenza sulla retina di un ranocchio di
cellule che si attivano solo alla vista di un moscone in
movimento.
Tutto: il nostro sistema immunitario che debella sul
nascere la maggior parte dei tumori, il nostro organismo
che rimpiazza ogni giorno mezzo miliardo di cellule della
pelle, la nostra vista che ha a che fare con «una porzione
minuscola dello spettro delle onde elettromagnetiche»
perché altrimenti «saremmo sommersi dagli stimoli
visivi».
Se le stelle mi incantano, se il microcosmo mi affascina,
le meraviglie del regno dei viventi mi esaltano.
Mi esalta sapere che ognuna delle 75.000 miliardi di
cellule del nostro corpo seleziona in ogni istante
«approssimativamente cinquecentomila aminoacidi, a
loro volta composti da dieci milioni di atomi, che si
organizzano in stringhe preselezionate».
Mi esalta sapere che, allo scopo di evitare a noi un
costante capogiro, per «un decimo del tempo in cui siamo
svegli noi siamo ciechi».
Un’esaltazione, la mia, emotiva? Forse, ma non è uno
degli scienziati che più hanno dato scandalo ai tuoi
credenti a confessare «Quando penso alla complessità
dell’occhio umano e alla somma di condizioni
indispensabili per arrivarci, mi vengono i brividi»?
30

Sono di fronte a un miracolo che ha cause del tutto


naturali? So che i sacerdoti del Tempio della scienza ti
escludono a priori e fanno bene.
Hanno infatti tutto da guadagnare a ricercare le cause
naturali e tutto da perdere a evocarti. Non ti troverò,
quindi, sulla loro strada, ma come potrei pretendere di
giungere a te prescindendo dalle loro acquisizioni?

Figli delle stelle

Leggo che noi siamo figli delle stelle, polvere di


supernove scomparse da miliardi di anni. Uno scenario
che mi emoziona. Mi emoziona venire a conoscenza che
gli atomi che costituiscono il mio corpo hanno iniziato il
loro viaggio in tempi e in luoghi remotissimi.
Ma un dubbio mi prende. Potrei davvero credere che
quelle «tre generazioni di stelle» che sono servite «per
fabbricare gli elementi chimici necessari alla formazione
degli esseri viventi» siano esistite «per noi»? Non riesco
a vederti dietro le reazioni nucleari delle stelle, dietro la
polvere scagliata nello spazio da stelle giganti. Perché
mai dovrei scomodarti per spiegare eventi che hanno
delle cause puramente naturali?
So che l’uomo, pur essendo comparso solo l’«ultimo
quarto d’ora della storia naturale», tende a credersi il
centro dell’universo, addirittura il «fine» della storia
dell’intero cosmo, ma non è una forma di narcisismo
infantile convincerci che «un fuoco d’artificio di
supernove durato dodici miliardi di anni» si sia verificato
per noi? Non è una nuova manifestazione di hýbris
pretendere di essere il culmine di tutto, dalle supernove al
più esile dei fili d’erba, dal sole alla pioggia?
Tutto naturale, allora?
31

Leggo che i valori di abitabilità dell’universo non sono


un’intrinseca caratteristica delle leggi fondamentali, ma
soltanto il risultato della «favorevole configurazione dei
nostri dintorni», in altre parole, delle «condizioni
ambientali» favorevoli. È davvero così?
Mi rifiuto di pensarlo. Non siamo qui forse in presenza di
un elegante escamotage per bypassare il problema
spostandolo? Non si evoca qui la magia del deus ex
machina del caso? Ciò che è improbabile è accaduto.
Avrebbe potuto non accadere a nessuno dei miliardi di
pianeti sparsi nei miliardi di galassie e, invece, a noi e
magari in qualche altro angolo dell’universo, è accaduto.
Avrebbero potuto formarsi dei «mostruosi buchi neri
piuttosto che materia distribuita in modo relativamente
uniforme» e invece no e questo ha consentito il nascere di
galassie, di pianeti, della vita.
È accaduto perché il nostro non è che «un habitat
cosmico tra i molti che esistono nell’universo e,
ovviamente, noi non possiamo che vivere in un habitat
che sostenta la vita».
È accaduto perché per caso un grosso pianeta, grazie alla
sua massiccia forza gravitazionale ha intercettato
asteroidi che altrimenti avrebbero minacciato di
«collidere fatalmente con noi».
Nessun Matematico ha studiato le equazioni a tavolino. È
accaduto e basta. E i sapienti sei numeri così «finemente
sintonizzati»? Semplici «accidenti della storia cosmica».
Tutto qui.
Una lettura agghiacciante. Ma la vita? Anch’essa figlia
del caso? Non è mostruoso solo ipotizzarlo?
Non sono troppe le coincidenze funzionali?
Non è troppo scoperto il finalismo?

Una figura imbarazzante


32

Anche tra gli uomini di scienza vi è chi trova il caso una


figura imbarazzante e tende a occultarlo. Leggo che
«nessun biologo sano di mente» ha mai indicato il caso
come una «soluzione» e che la selezione naturale è
«l’unica alternativa concreta alla casualità che si sia mai
formulata».
Non c’è stato nessun dito del caso, nessuna lotteria
magica, ma anche nessun finalismo, nessuna «freccia
puntata verso di noi». Quanto è successo è
semplicemente successo, ma avrebbe potuto non
succedere: tutto, dall’esile fiore all’Homo sapiens. Tutti
figli «non del caso, si badi bene, ma delle circostanze».
Tutti figli della «contingenza». Ma… che cos’è la
«contingenza» se non una espressione più accattivante
per indicare il caso? Sono accadute delle circostanze
fortuite: un asteroide di circa 10 km di diametro ha
spazzato via un impero – quello dei dinosauri – durato
più di cento milioni di anni, «una giornata nera» per
costoro, ma pure «un bel colpo di fortuna per noi», una
«benedizione».
Nient’altro.
Tu non c’entri, ma non c’entra neppure il destino evocato
dagli antichi. Non c’entra nessuno, neppure la natura così
spesso immaginata in modo antropomorfico. Nessuna
intenzione da parte di nessuno, ma anche nessun Fato.
È successo.
Sono accadute delle «colossali eruzioni basaltiche», sono
accadute delle glaciazioni, tutte circostanze «contingenti»
che hanno condannato organismi e favorito altri e così
sono uscite di scena delle specie e vi sono entrate delle
altre.
Così si è estinto il novantanove per cento delle specie che
hanno popolato il pianeta Terra.
33

Così si sono estinti i nostri cugini del genere Homo.


Così siamo rimasti soli.
Una prospettiva che mi incute paura.
Anche l’origine della vita è semplicemente accaduta?
Anche lo sbocciare di una miriade di specie, ognuna con
le sue mirabili funzioni?
Leggo con sorpresa che l’occhio così meravigliosamente
finalizzato non si è formato per tale scopo, ma in seguito
a una serie di evoluzioni tra loro indipendenti (e «molti
degli stadi intermedi nello sviluppo degli occhi complessi
esistono ancora nel regno animale»!). Così è accaduto per
le ali dei pipistrelli e degli uccelli. Tutto è successo in
modo naturale: ossa di mascelle di pesci primitivi che,
nel corso dei tempi lunghi della storia della vita, sono
diventati ossicini preziosi che ci permettono di ascoltare
anche delle musiche divine…
Nessun disegno intelligente, ma tutto frutto di circostanze
contingenti.

Meravigliosi arabeschi

Provo sconcerto, tanto più perché scopro che anche un


eminente scienziato cattolico non ha alcun pudore
nell’affermare che l’uomo è figlio del «caso» e della
«necessità» e che, proprio per questo, neppure tu avresti
potuto «sapere che noi saremmo apparsi sulla Terra dopo
miliardi di anni dal Big Bang»!
Sono letteralmente allibito: un cattolico, anzi addirittura
un sacerdote, che non crede nel tuo disegno
provvidenziale («se c’è una cosa che Dio proprio non può
essere, è un Progettista intelligente»!) ed è convinto che
l’uomo sia solo figlio di «un universo molto fertile»,
frutto di circostanze favorevoli!
34

Stavo già assaporando la gioia di averti ritrovato, ma ora


sembra che la meta svanisca nel nulla.
Tutto viene dissacrato, perfino da chi è «consacrato» a te.
Addirittura da un tuo teologo: «non vi è alcuna ragione
per dire che Dio ha creato il mondo […] tutta
l’evoluzione è un gioco di caso e necessità, non il
risultato di una ‘ragione programmatrice’».
Mi sento disorientato. Non nego, certo, le loro buone
ragioni. E non le nego anche perché mi rifiuto di pensare
che tu abbia progettato animali per predare ed altri per
essere maciullati, che tu abbia ideato «per quasi tutte le
specie non umane» una vita «ripugnante» e «brutale»,
che tu abbia creato una formica che «cerca faticosamente
di scalare un filo d’erba» ubbidendo ai «comandi di un
minuscolo parassita […] che ha bisogno di farsi portare
nello stomaco di una pecora o di una mucca per
completare il suo ciclo riproduttivo». Mi rifiuto di
pensare che ci sia tu dietro le immani catastrofi che si
abbattono sull’uomo, dietro le mutazioni genetiche che
colpiscono maledettamente esseri innocenti: no, tu non
punisci nessuno per i peccati commessi.
Leggo che «l’immensa quantità di dolore e di sofferenza
in questo mondo può essere spiegata in modo più
soddisfacente come l’esito delle sequenze naturali degli
eventi piuttosto che come risultato di un imperscrutabile
intervento diretto di Dio»: come non essere sulla stessa
lunghezza d’onda?
Mi sento combattuto. Non mi convince fino in fondo
l’idea di un tuo disegno provvidenziale, ma non me la
sento di credere fino in fondo all’ipotesi delle circostanze
fortuite, del «cieco caso», del «gioco del fato». Tutto,
davvero, avrebbe avuto origine sulla base di condizioni
ambientali, circostanze contingenti, mutazioni genetiche
«casuali», lo stesso uomo come le altre specie del genere
35

Homo con cui abbiamo vissuto per un tratto di strada?


Non è un scienziato autorevole a dichiarare che «le
probabilità che un processo spontaneo metta insieme un
essere vivente sono analoghe a quelle che una tromba
d’aria, spazzando un deposito di robivecchi, produca un
Boeing 747 perfettamente funzionante»?
Sono sballottato da una parte e dall’altra. Quello che so è
che il mondo scoperto dalla scienza continua a regalarmi
emozioni, a inondarmi di stupore. Come non essere
catturato dalle molecole di una cellula che «eseguono una
danza di squisita perfezione, orchestrata con sorprendente
sincronia», dalla trama del nostro cervello che è costituita
da un milione di miliardi di connessioni, dal milione di
fili vitrei prodotti dalle cellule microscopiche del
«cestello di Venere» che realizzano un «reticolo di tale
complessità e bellezza», dai «meravigliosi arabeschi sulle
ali delle farfalle»?
36

Nous voguons sur un milieu vaste, toujours


incertains et flottants, poussés d’un bout vers
l’autre. Quelqueterme où nous pensions nous
attacher et nous affermir, il branle
et nous quitte et si nous le suivons, il échappe à nos
prises, nous glisse et fuit d’une fuite éternelle. […]
Nous brülons de désir de trouver une
assiette ferme, et une dernière base
constante pour y édifier une tour qui s’élève à
l’infini; mais tout notre fondement craque, et la
terre s’ouvre jusqu’aux abîmes.
(Blaise Pascal)

Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un


estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti.
Ogni termine al quale pensiamo
di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia; e, se
lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in
un’eterna fuga. […]
Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto
stabile e un’ultima base sicura per edificarci
una torre che si elevi all’infinito;
ma ogni nostro fondamento scricchiola,
e la terra si apre sino agli abissi.
37

La Sfinge
38

L’ENIGMA

A very small part of this great system, during a very short time,
is very imperfectly discovered to us:
and do we thence pronounce decisively concerning the origin of the
whole?7
(David Hume)

Warum ist überhaupt Seiendes


und nicht vielmehr Nichts?8
(Martin Heidegger)

Il «per-ché che pone fine a tutti i per-ché»

La mia mente è frastornata, tremendamente frastornata.


Dovrei gettare la spugna? Ma perché? Mi sono
avventurato in un viaggio, il più importante della mia vita
e non posso permettermi di interromperlo di fronte a
degli ostacoli.
Quand’anche tu non avessi niente a che vedere con
l’ordine del cosmo e col suo straordinario «finalismo»,
come potresti non avere avuto un ruolo di prim’ordine
nell’origine del tutto? Come avrebbe potuto questo
sgorgare dal nulla?
Leggo con sorpresa che non ci sarebbe alcun «la» che ha
dato l’avvio al primo Big Bang in quanto l’universo, pur
avendo avuto un inizio, non avrebbe alcuna causa e non
avrebbe alcuna causa perché il tutto sarebbe scaturito da

7
A noi è nota una piccolissima parte di questo grande sistema, per un
piccolissimo lasso di tempo, in modo molto imperfetto. Come potremmo, su
queste basi, pronunciarci in modo conclusivo sull’origine del tutto?
8
Perché l’ente è e non piuttosto il nulla?
39

fluttuazioni quantistiche casuali che si sarebbero


verificate ad altissime temperature.
Continuo a provare disagio: ancora il caso, perfino
nell’incipit di ogni incipit? Ancora la figura imbarazzante
a cui si affida in modo surrettizio il compito assegnato a
te dalla tradizione?
Non ho alcuna presunzione di entrare nel Tempio della
scienza (dove si parla con un gergo enigmatico di
«esplosione dello spazio» e non «nello spazio», di
un’esplosione avvenuta «dovunque, non in un punto nello
spazio» e non in un istante, ma in un «contorno degli
istanti») del tutto proibito ai profani, ma come non avere
una reazione di rigetto quando trovo un’asserzione
perentoria quale «siamo il prodotto delle fluttuazioni
quantistiche presenti nell’universo primordiale»? Come?
Non siamo di fronte a una mera congettura «ancora in
fasce», tra l’altro molto prossima al mito, spacciata per
un evento reale?
Da tempo gli atei ti bollano come il «rifugio
dell’ignoranza», come un tappabuchi destinato a sparire
con l’avanzare della ricerca scientifica, costretto a «una
ritirata lenta e inesorabile».
La scienza, è vero, ha eroso spaventosamente il tuo
dominio. È arrivato il momento in cui ti sta strappando
anche la funzione residuale di creatore? Ma come
potrebbe? Come potrebbe trascendere i suoi confini e
cimentarsi con la domanda delle domande, la domanda
più radicale che si sono posti i filosofi? Come potrebbe
una disciplina che per sua scelta metodologica si propone
di spiegare il «come», essere abilitata a rispondere al
«perché», addirittura al «per-ché che pone fine a tutti i
per-ché»?
Leggo con crescente preoccupazione che la «creazione
spontanea è la ragione per cui c’è qualcosa invece di
40

nulla, per cui esiste l’universo, per cui esistiamo noi. Non
è necessario appellarsi a Dio per accendere la miccia e
mettere in moto l’universo […] Corpi come stelle o i
buchi neri non possono emergere d’improvviso dal nulla.
Ma un intero universo può farlo».
Non credo ai miei occhi. Dove sarebbe il nulla da cui
avrebbe avuto origine il tutto? Dove si sarebbero
verificate le fluttuazioni in questione se non dentro
l’«universo primordiale»?
No, non credo che la scienza riesca a smantellarti. La
domanda radicale («perché c’è qualcosa invece di
nulla?») è sempre lì che inquieta.
Inquieta gli scienziati: non è uno di questi che si chiede
«perché l’universo si dà il disturbo di esistere?».
E inquieta gli stessi filosofi: che cosa potrebbero dire
questi di fronte all’Inizio del tutto se non balbettare?
Una domanda destinata a non avere risposta e, quindi, da
mettere in soffitta? So che la tentazione di accantonarla è
forte, ma perché dovremmo farlo?
Leggo che «se una domanda si può porre, ad essa si può
anche rispondere», che «un problema con tutte le
incognite […] non può venire risolto perché non è un
problema» e che non vi è «la benché minima prova» che
la domanda fondamentale «abbia alcun senso».
Leggo che «visti i risultati», dobbiamo «smettere» di
porla e «ritornare alle risposte poetiche dei miti».
Una domanda quindi mal posta? Ma non è «un gioco di
parole» considerare come un «non problema» un quesito
che ha alimentato millenni di filosofia e di religione?
Leggo ancora che la domanda in questione non è
primitiva perché presuppone che «il niente (la nientità)
sia lo stato naturale che non ha bisogno di spiegazioni,
mentre le deviazioni e divergenze dalla nientità vanno
spiegate introducendo fattori causali speciali». Ma se il
41

nulla fosse lo stato naturale, chi mai si sarebbe posto la


domanda?
In principio non può che esserci… l’essere.
Già, ma quale essere?

Il precipizio

E se tu fossi il software che regola il cosmo?


So che sto osando troppo. So che sto prendendo le
distanze da una concezione consacrata da una lunga e
prestigiosa tradizione, ma così facendo, non ne
guadagnerebbe il mio viaggio? Tutto diventerebbe più
semplice perché non dovrei perdermi in tanti sottili
problemi che hanno tormentato alcune delle menti più
acute dell’umanità. Mi libererei del tutto, poi,
dall’immagine ingombrante di un Dio antropomorfo. Non
saresti con questo volto anomalo l’assolutamente Altro
che da tempo vado cercando?
Non potrei supplicarti, è vero, ma non dovrei comunque
mettermi in ginocchio di fronte a tanta magnificenza?
Non dovrei anch’io provare ammirazione dinanzi al
«grandioso» che vi sarebbe «nella visione secondo cui
l’universo se ne sta semplicemente sospeso,
completamente senza scopo»?
E se osassi ancora di più e rinunciassi non solo alla tua
trascendenza, ma anche alla tua immanenza? Mi rendo
conto di essere affacciato su un precipizio, ma non ne
trarrei un guadagno ulteriore? Se togliessi alla natura
ogni aura di sacralità e la chiamassi semplicemente
«natura», non avrei alcun motivo per attribuirti un ruolo
per spiegare il disordine che pure c’è nel cosmo, né
l’immensa sofferenza che domina nel regno degli esseri
viventi e neppure i devastanti cataclismi che colpiscono
tremendamente gli uomini perché tutto sarebbe
42

determinato da fattori naturali: non sarebbe un vantaggio


anche per te?
E poi che Dio saresti tu, se fossi soggetto al tempo e alle
trasformazioni del mondo e se avessi preso coscienza,
dopo miliardi e miliardi di anni dal Big Bang, solo con
l’emergere su quel minuscolo pianeta Terra della specie
dell’Homo sapiens, coscienza che perderesti
inevitabilmente con l’estinzione di tale specie?
Una prospettiva terrificante? Perché mai? Non
continuerei a nutrire un’immensa gratitudine nei
confronti della natura in quanto è essa che grazie a noi
uomini diventa cosciente di sé e giunge a esplorare le sue
meraviglie?
Perché allora trasformare l’ignoto non ancora dipanato
dalla scienza in un mistero «magico»?
43

Deserto
44

UN RITORNO
SCONVOLGENTE

In Scriptura enim multa, ut realia narrantur,


& quae etiam realia esse credebantur,
quae tamen non nisi repraesentationes, resque imaginariae fuerunt.9
(Baruch Spinoza)

Storicamente ci si può interrogare, in linea di principio,


sul vissuto che ha spinto queste persone a convincersi e a dire
che il crocifisso è stato risuscitato ed esaltato e che si è fatto «vedere»
a loro.
(Giuseppe Barbaglio)

Dalla «domanda» all’«ascolto»

Confesso di invidiare coloro che ti hanno cercato e ti


hanno trovato. Perché io no? Sono forse malato di
razionalismo? Non lo posso credere: non sarebbe davvero
ingenuo da parte mia mitizzare la scienza quando sono gli
stessi scienziati ad essere consapevoli della precarietà
delle loro conquiste?
Che cosa, allora, mi manca? Dovrei rinunciare a porre
delle domande? Sarebbe una fuga da me stesso, dalla mia
dignità di uomo!
Ti ho cercato oltre l’immaginario umano delle religioni,
oltre i fantasmi logici dei metafisici, dentro il miracolo
del cosmo, dentro lo stesso miracolo della vita.
Invano.
Ho visto, sì, non lo nego, tante luci, ma anche non poche
ombre inquietanti.

9
Nella Scrittura, infatti, sono raccontate come reali, e come reali erano anche
credute, molte cose che tuttavia non furono altro che rappresentazioni e cose
immaginarie.
45

Che cos’è che non va? Mi sono inoltrato in vie senza


uscita o sono io che ti cerco senza la necessaria umiltà,
accecato dal mio orgoglio, magari dal compiacimento
inconscio di essermi staccato dal gregge per saltare sul
carro di una certa intellighenzia radical-chic?
Forse mi sono divertito a sparare contro le «prove» dei
metafisici, ridicolizzandone i risultati, senza sforzarmi
minimamente di comprenderne la forza argomentativa.
Forse ho enfatizzato le obiezioni che mi impediscono di
vederti dietro l’apparente intelligent design.
Forse il problema sono io, non tu: io che mi sento in
qualche misura gratificato nel macerarmi con mille
domande, io che ho la pretesa di tranquillizzare la mia
coscienza giocando a vita il ruolo di agnostico.
E se mi liberassi totalmente dai miei pregiudizi e passassi
dalle domande all’ascolto? Se lasciassi l’arma corrosiva
del dubbio e mi abbandonassi nelle tue braccia, provando
cioè a volare con l’ala della fede?
È stata un’«esperienza» ad allontanarmi da te: perché non
potrebbe essere una nuova «esperienza» a ricondurmi a
te?
Da tempo, lo sai, ho ripreso a frequentare i luoghi di culto
che i credenti in te hanno eretto in tuo nome, da tempo mi
rifugio periodicamente in quell’oasi di preghiera e di
raccoglimento che è l’Eremo di Camaldoli alla ricerca del
silenzio: non è questo «una delle vie che conducono» a
te?

Un’operazione blasfema

Ho intrapreso, dopo tante peregrinazioni, il viaggio di


ritorno, ma con mio grande disappunto ho trovato la casa
in fiamme. Ho cercato avidamente la tua Parola in studi
di autorevoli biblisti cattolici, ma mi sono trovato di
46

fronte a un’operazione analoga a quella dei cosiddetti


«maestri del sospetto». Un’operazione, anzi, ancor più
blasfema perché compiuta da alcuni tuoi devoti che
hanno osato applicare al Libro Sacro gli stessi criteri
scientifici con cui si esamina qualsiasi testo umano.
Tutto, o quasi tutto, grazie alla «tempesta critica che […]
ha sottoposto le Scritture al più micidiale dei
bombardamenti», è stato demolito.
Il primo racconto della creazione? Una sorta di «parabola
orientale che sicuramente ha rubato dalle culture di
Assiri, Babilonesi, Egiziani, civiltà anch’esse ricche di
racconti popolari niente affatto scientifici sull’inizio del
mondo».
Il secondo racconto? Una costruzione letteraria
finalizzata a rispondere all’esigenza di dimostrare che il
Dio del popolo ebraico era più potente degli altri dèi
perché a lui è bastata una parola per creare.
L’esistenza storica di Adamo ed Eva? Nessuno oggi «tra
gli studiosi seri» la sostiene perché si tratterebbe solo di
una narrazione che «elabora meditazioni sulla mortalità
umana che sono di chiaro stampo babilonese».
Un mito, allora, la tua creazione?
Una favola il padre del genere umano?
Una favola il peccato originale?
Costruite sul nulla le ardite speculazioni di pensatori
insigni che si sono cimentati nell’ardua impresa di
spiegare il mistero di un peccato trasmesso di
generazione in generazione?
Un rito senza senso il battesimo?
Leggo che il diluvio universale, di palese origine
babilonese, è solo un tipico «mito di fondazione»,
letteralmente smentito dalle «testimonianze
archeologiche di strati di deposito alluvionale, rinvenute
47

dapprima ad Ur ma poi anche in altri siti, e risalenti ad


epoche tra loro diverse».
Leggo che i testi sacri sono pieni di racconti del tutto
privi di fondamento storico, poco attendibili, avvolti dalla
leggenda, «viziati da forte tendenziosità» o «espressione
di valori di una teologia popolaresca e banale» quali lo
zolfo e il fuoco che Dio ha fatto piovere su Sodoma e
Gomorra per punirle dei loro peccati, la trasformazione
dell’acqua del Nilo in sangue, l’uccisione di Golia da
parte di Davide, la mitica conquista del XII secolo di
Giosuè, la storia di Sansone, la torre di Babele…
Come? Non si tratta di episodi importanti nella storia del
popolo «eletto», episodi che hanno forgiato
l’immaginario di generazioni e generazioni e che sono
state gelosamente conservate nel corso di secoli e secoli
dalla casta sacerdotale che crede in te?
Scopro che le storie dei Patriarchi sono soltanto
«suggestive creazioni letterarie», «un’invenzione» avente
come fine quello di ottenere «un mito di fondazione
pertinente ed autorevole», che Abramo, Isacco, Giacobbe
sono «progenitori metaforici del popolo di Israele»,
personaggi costruiti all’interno di un’«enorme riscrittura
della storia precedente», di una «ricostruzione retroattiva
della storia d’Israele» in funzione di un disegno politico
di un sovrano ambizioso.
Scopro che lo stesso monoteismo è stato imposto da un re
per ragioni «politiche».
Scopro che è impossibile, «se siamo rigorosi nella nostra
ricerca, provare in modo definitivo e indiscutibile che vi
sia stato un esodo come viene descritto nella Bibbia» (un
fenomeno che in realtà si è protratto «nel tempo di
almeno un secolo») e che il racconto di tale evento è un
materiale che oggi viene «quasi da tutti rifiutato come
fonte storica».
48

Scopro ancora che «il patto politico-teologico si ispira


con tutta evidenza al patto di vassallaggio (neo-assiro in
particolare)» e che i «patti» di Jahweh con Abramo e poi
con Mosè (una figura «piuttosto artificiosa») hanno avuto
la funzione di fornire «la legittimazione per il rientro, il
titolo del possesso della terra».
Più leggo, più mi trovo senza bussola, completamente
smarrito.
Trovo che le figure del re Davide e del figlio Salomone -
così fortemente ingigantite dai testi sacri - altro non sono
che il frutto di «una propaganda politica» e
«l’espressione creativa di un potente movimento di
riforma religiosa che fiorì nel regno di Giuda» e che lo
stesso cosiddetto tempio di Salomone è stato proiettato
indietro nel tempo per conferire ad esso «un valore
fondante».
Trovo che nei Libri sapienziali abbiamo a che fare con
materiali «quasi sempre […] provenienti dall’Egitto», che
l’idea di Dio quale Padre non è per nulla originale del
popolo ebraico, ma «diffusa in tutto il Medio Oriente
antico» e che l’Antico Testamento – una lunga tradizione
orale prima di essere redatta in forma scritta (una
tradizione che ha utilizzato pure fonti pagane) – è stato
considerato «sacro» solo dopo parecchi secoli.
Dovrei godere di questi risultati, e invece no. Mi sento
tradito, ingannato per il lungo tempo in cui sono stato un
tuo devoto. I tuoi sedicenti ministri, è vero, mi hanno
sempre insegnato a distinguere il prodotto umano-storico
dalla tua Rivelazione, ma quale sarebbe il criterio per
individuare la tua Parola in mezzo a tante parole umane?
La casa brucia. Brucia il tuo presunto Tempio. Bruciano
le Parole che uomini hanno attribuito a te.
Tu non hai mai parlato. Non ti sei mai manifestato. Non
sei mai intervenuto a favore di un popolo contro altri.
49

Sono degli uomini che ti hanno costruito secondo le


categorie culturali del loro tempo, che hanno legittimato
le loro imprese usurpando il tuo nome, che hanno creato
miti fondanti per conquistarsi un’aura sacra, che hanno
creato leggende, «fiabe», «veri e propri romanzi storici»,
credenze che hanno alimentato a lungo l’orizzonte
culturale di un popolo in preda a mille difficoltà e
braccato da nemici.

Lo sgomento

Bruciano gli antichi testi «sacri» e brucia pure ciò che i


tuoi credenti cristiani chiamano la Buona Novella. È qui,
anzi, che l’incendio divampa di più.
Le parole di quell’uomo che una moltitudine di persone
crede da due millenni essere tuo Figlio? Di nessuna di
esse si può dire «con certezza che Gesù l’abbia detta un
tempo così e non altrimenti».
I vangeli? Più una «testimonianza» di fede tesa a «dar
senso al presente», che fonte storica, più «uno schema
teologico artificiale» che un «ordine cronologico
storicamente accertato».
Gli evangelisti? Un’attività, la loro, «letterariamente e
teologicamente creativa». «Decenni di adattamenti
liturgici, di espansioni omiletiche», poi, hanno «lasciato
il loro segno sulle parole di Gesù nei quattro vangeli».
Quale credente non proverebbe imbarazzo? Non è
imbarazzante leggere che Marco «avrebbe assorbito per
intero la storia di Gesù nel mito, trasformandola in puro
annuncio salvifico», che il suo vangelo sarebbe «un
immenso capolavoro letterario e teologico» e che «i testi
del Nuovo Testamento sono stati costruiti proprio per
dimostrare l’adempimento delle scritture ebraiche in
Gesù»?
50

Non suscita un sussulto di sgomento leggere che molti


sono i racconti evangelici creati ad hoc e frutto della
devozione popolare successiva come la cacciata di Maria
e Giuseppe dagli alberghi, la cometa, i magi
(«un’evidente leggenda»), il massacro di bambini ad
opera di Erode, la fuga di Maria, Giuseppe e Gesù in
Egitto, i quaranta giorni di Gesù nel deserto, le simmetrie
artificiali tra il Cristo e il Battista, il martirio dello stesso
Giovanni Battista quale è narrato da Marco, la teofania
interpretativa del battesimo di Gesù, la presenza di Maria
e del discepolo amato durante la passione e la morte di
Cristo, le celebri parole di Gesù in croce «Ecco tuo
figlio», «Ecco tua madre», l’episodio del buon ladrone
(«uno spunto per dimostrare ancora una volta la divina
misericordia di Cristo»)?
Tutto brucia. Perfino gli stessi miracoli: la pesca
miracolosa è un racconto creato sulla base della
dichiarazione di Gesù «vi farò pescatori di uomini»,
l’acqua trasformata in vino un’invenzione della «mente
creatrice di Giovanni o della scuola giovannea», il
risuscitamento di Lazzaro un segno che rimanda alla
risurrezione di Gesù, Cristo che cammina sull’acqua
un’eco di passi dell’Antico Testamento che «dipingono
Dio» nell’atto di dispiegare «il suo potere sulle acque»…
Come non rimanere esterrefatti?
Come non rimanere esterrefatti nel leggere che la
verginità della Madonna è una «credenza che si inserisce
[…] come momento nel processo maturato della fede dei
primi cristiani che retrodatavano sempre di più la
figliolanza divina di Gesù risorto»?
Come non rimanere sbigottiti nel leggere che il noto
passo di Isaia che, secoli prima, aveva annunciato la
nascita di un figlio da una «vergine» (giovane) non era
mai stato «interpretato in riferimento a un concepimento
51

verginale» prima del Nuovo Testamento e che tale


concepimento è «un prodotto della riflessione teologica
non di un avvenimento storico» e, più precisamente, un
«rivestimento storico della convinzione della fede della
chiesa di Matteo e di Luca che Gesù è, in quanto Messia,
non solo vero uomo, ma anche Figlio di Dio in senso
proprio»?
Non sta crollando tutto?
E c’è di più: vi è chi giunge addirittura a colpire
«l’evento generatore del cristianesimo storico, il Big
Bang che l’ha portato a essere un fenomeno di rilevanza
mondiale», la risurrezione di Cristo.
Il racconto dei discepoli di Emmaus? «Una felice
creazione lucana» che non ha nulla a che vedere con
«una visione sensibile» o con «una visione interiore», ma
solo col «riconoscimento di una presenza attiva con gli
occhi della fede» (sic!), una visione del tutto simile a
quelle percepite da figure bibliche quali Mosè e Abramo!
Il sepolcro vuoto con la pietra rotolata via? Non «parte
costitutiva necessaria della fede cristiana nella
resurrezione, ma piuttosto un suo simbolo illustrativo»,
tant’è che «la maggioranza dei teologi e degli esegeti
contemporanei considerano irrilevante dal punto di vista
storico» tale questione.
Non è urtante? E non è urtante sapere che a scrivere
queste analisi dissacranti sono esegeti cristiani,
addirittura cattolici?

Una demolizione radicale

Nulla si salva.
I fratelli di Gesù interpretati a lungo come «cugini» sono
davvero dei fratelli di carne perché nel Nuovo
52

Testamento «non c’è un singolo caso chiaro in cui


‘fratello’ significa ‘cugino’ o anche ‘fratellastro’».
Le tentazioni di Gesù nel deserto altro non sono che il
frutto di un «racconto leggendario sotto forma di
disputa».
Non «autentico», «storicamente assai poco verosimile» e
«sospetto» sotto il profilo letterario è l’episodio della
guarigione del paralitico a Cafarnao.
Tardiva (propria della proto-comunità cristiana)
l’attribuzione a Gesù del potere di rimettere i peccati
perché presuppone la fede nella risurrezione.
E tardiva è pure la profezia messa in bocca allo stesso
Gesù in risposta alla domanda di Caifa («E vedrete il
Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire
con le nuvole del cielo») in quanto esprime «la
concezione cristologica dei primi cristiani, che conosce la
sequenza storico-salvifica risurrezione-esaltazione-
parusia», «non l’idea della messianità che aveva Gesù
durante la sua vita terrena».
Come non rimanere senza parola?
E ancora: il ritratto del cristianesimo primitivo quale
emerge dagli Atti degli Apostoli è «in qualche misura
distorto» perché il cristianesimo in realtà è costituito da
«diversi cristianesimi» in alcuni dei quali è del tutto
assente la funzione salvifica della morte di Gesù Cristo;
Paolo, l’«apostolo dei gentili» che ha segnato
profondamente il cristianesimo, «non appare affatto in
continuità con i movimenti cristiani di Galilea e di Siria,
né con la Chiesa aramaica di Gerusalemme legata al
giudaismo» e, tanto meno, «in continuità storica con
Gesù di Nazaret» e «ignora quasi del tutto ciò che il
Nazareno ha detto e fatto».
E non è tutto: Gesù era a tutti gli effetti un ebreo che non
avvertiva alcuna missione da svolgere per i non ebrei, che
53

non aveva alcuna «intenzione di fondare una Chiesa,


tanto meno una religione diversa dal giudaismo da lui
professato» e che quindi non era per nulla un «cristiano»!
Quale credente non sarebbe traumatizzato da tali letture,
dalla stessa lettura secondo cui gli eventi terribili accaduti
dopo la morte di Gesù sulla croce descrivono «col
linguaggio popolare dell’apocalittica la terribile potenza
dell’azione di Dio suscitata dalla morte di Gesù, che
anticipa il giudizio finale»?
Dove sarebbe allora - te lo ripeto - la tua Parola? Chi dei
tuoi credenti non rabbrividirebbe nel leggere che «se il
cristianesimo non avesse incontrato positivamente la
filosofia greca, non sarebbe affatto nato, o sarebbe restato
una delle tante insignificanti sette dell’ambiente
giudaico» e che non è casuale che «sia solo il quarto
Vangelo, tutto intriso di filosofia neoplatonica, a
presentare la divinità di Gesù e la concezione di Dio
come spirito, che non si adora né nei templi né sui monti
e che si comunica all’uomo»?
Leggo: «Giorno verrà in cui si considererà la nascita
mistica di Gesù dal grembo di una vergine fecondato
dall’Essere Supremo alla stregua della mitica nascita di
Minerva dal cervello di Giove». Una previsione scritta
secoli fa.
Non è già arrivato quel giorno e per opera dei tuoi stessi
devoti?

Un grido d’allarme

So bene che gli esegeti cattolici sono tutt’altro che


concordi tra loro, ma non è già uno scandalo che alcuni di
loro siano su tali posizioni? Non sono, del resto, alcuni
dei tuoi sedicenti teologi più illustri a denunciare tale
scandalo?
54

Leggo che «al prete si è sostituito il professore», che


«alla aborrita lettura proposta dalla gerarchia ecclesiale è
seguita la lettura imposta – pena accuse infamanti di
‘letteralismo ingenuo’, di ‘anacronismo inaccettabile’ –
dalla gerarchia accademica», che «la scienza degli
specialisti ha steso un filo spinato attorno alla Parola di
Dio, sequestrata dagli accademici».
Non è questo un grido d’allarme?
Leggo che «anche i cattolici si sono accodati» alla
prospettiva del «protestantesimo, che intendeva porre la
Scrittura in mano a tutti», ma che di fatto «ha finito di
farne un libro chiuso, grazie al culto dell’esperto che ha
sostituito il pastore» e che «non solo il cristiano
‘comune’, ma anche il teologo che non sia biblista non
può azzardarsi a leggere da solo la Bibbia, vangeli
compresi» perché «se non ha lauree e diplomi in esegesi
sarebbe considerato solo un imprudente dilettante».
Non è un grido accorato? Un tuo battagliero apologeta
giunge ad affermare che l’approccio squisitamente
storico si rivela di fatto una bomba «atomica che, gettata
sopra i vangeli, ne provoca l’esplosione in mille
frammenti che poi lo specialista esaminerà ad uno ad
uno, per arrivare spesso alla conclusione che nessuno di
questi ha a che fare con la storia». Una bomba atomica
che sta distruggendo «l’intera costruzione del
cristianesimo» perché senza «il legame tra Gesù-Yeshua
e Gesù-Cristo […] alla basilica di San Pietro non resta
che trasformarsi in un museo»!
Una conflagrazione che fa saltare letteralmente l’intero
patrimonio cristiano. Ecco perché un tuo autorevole
interprete o sedicente tale attacca con violenza quegli
accademici che non si preoccupano dei pericoli «per le
anime» che la loro ricerca può provocare e lancia un
angoscioso appello ai «professori» perché non
55

provochino «perplessità e dubbi», tanto più «su questioni


di grande importanza», perché seguano la logica
dell’esegesi teologica secondo cui «i singoli testi biblici»
vanno interpretati «nel complesso dell’unica Scrittura» e
senza trascurare «la viva tradizione di tutta la Chiesa».
Di fronte a tanta distruzione, che cosa potrei fare io che
sono alla tua ricerca se non sentirmi in sintonia con chi,
seguendo le metodiche delle scienze storiche, cerca di
andare alle radici di questo patrimonio, alle radici anche
del «vissuto che ha spinto» i diretti seguaci di Cristo «a
convincersi e a dire che il crocifisso è stato risuscitato ed
esaltato e che si è fatto ‘vedere’ a loro»?
Terra bruciata

L’esegesi biblica - lo so - non è una scienza oggettiva


perché inevitabilmente influenzata dalle categorie
culturali del tempo, dagli «orientamenti intellettuali e
sociali» delle varie epoche, ma perché questo dovrebbe
giustificare la rinuncia a una ricerca che è «una delle più
straordinarie imprese intellettuali e spirituali della
coscienza moderna» a favore della «opzione dogmatica»?
Leggo che il Gesù storico è «un prodotto specifico della
modernità, nato a un tempo come esigenza di conoscenza
oggettiva e come tentativo di definire l’immagine in
funzione di un nuovo modello culturale» in una società in
cui l’interesse religioso è «ampiamente secondario», che
gli stessi criteri di storicità «in base ai quali distinguere
ciò che può essere ragionevolmente ricondotto a Gesù da
ciò che fu creato dalla primitiva tradizione orale e infine
da ciò che è frutto del lavoro redazionale degli
evangelisti» non riescono a dare esiti certi, ma tutt’al più
solo elementi probabili. Prendo atto, ma se tale indagine
risulta fragile, destinata a «procedere su basi altamente
problematiche, tali da non consentire altro che la
56

formulazione di ipotesi assai precarie», non è ancora più


fragile la teologia?
Leggo ancora che «l’errore della ricerca storica su Gesù
sta tutto nella forzatura esercitata sulle fonti» che sono
state piegate «alla funzione di testimoni, più o meno
affidabili, di una personalità e della sua vicenda», quando
invece «esse intendevano offrire ai destinatari piuttosto il
significato religioso di tale personalità e vicenda».
Non è questa una bomba ancor più dirompente? Non è
sconvolgente la tesi secondo cui cercare nei testi del
Nuovo Testamento la verità storica è «fuorviante» e che
«l’unica storia di Gesù che si può scrivere è quella della
sua ricezione» in quanto «in nessuno stadio della sua
evoluzione la tradizione di Gesù si è risolta nella
semplice trasmissione di memorie relative ai suoi fatti e
detti, ma sin dall’inizio è stata caricata di significati
molteplici, in ragione della comprensione dei tradenti
nella loro qualità di carismatici, sia delle condizioni
culturali delle esigenze dei destinatari»?
Dove sarebbe, allora, il fondamento storico della fede
cristiana? Solo nella modalità con cui «ciascuna fonte ha
compreso Gesù dalla propria specifica angolazione»,
nell’«intenzione religiosa» degli evangelisti, nelle
«rappresentazioni molteplici e non riconducibili a unità»
che ci ha trasmesso la letteratura evangelica!
Le fiamme stanno bruciando proprio tutto, perfino le
stesse radici storiche della fede. La ragione critica, dopo
secoli di bombardamento, sta eliminando i suoi stessi
presupposti!
Un ritorno, il mio, sconvolgente. Quello che vedo è solo
terra bruciata.

Un’impresa disperata
57

E se esplorassi un filone di ricerca alternativo al metodo


storico-critico? Non sarebbe un atto doveroso?
Leggo. Il peccato originale non solo «non si accorda con i
dati fondamentali della biologia», ma non si concilia
neppure «con i postulati elementari della giustizia
umana»: che colpa «dovrebbe essere mai quella che pesa
imperdonabile fin dalla nascita su ogni essere umano?».
«La realtà di una persona come Mosè si capisce […] solo
quando la si considera con l’occhio del poeta e si
intendono come poesia vissuta le storie che di lui
vengono raccontate». La fede negli angeli è di
derivazione persiana. Sbaglia chi interpreta i miracoli
come «rappresentazioni di cose ‘realmente’ accadute».
La pesca miracolosa è un racconto che ha esclusivamente
un significato simbolico: «Dio può porre fine al buio,
all’oscurità e alla mancanza di prospettive e di possibilità
di vita umana».
Come non essere allibiti?
La nascita verginale di Gesù e la sua risurrezione non
hanno nulla a che vedere con «resoconti di fatti biologici
e fisici»! L’esperienza delle donne il mattino della
Pasqua altro non è che una «esperienza mistica, non
fisica, una trasfigurazione della persona, non del corpo
materiale» e il «tentativo degli evangelisti di
rappresentare l’evento della ‘risurrezione’ di Gesù come
un accadimento storico porta a delle contraddizioni
irresolubili».
Non è dissacrante affermare, a proposito della morte di
Gesù in croce, «che razza di Dio sarebbe mai quello che
dovrebbe essere reso misericordioso solo per mezzo di un
atto così barbarico, come l’esecuzione di una persona
totalmente innocente?».
Non è dissacrante presentare la trasfigurazione di Cristo
sul monte come un racconto post-pasquale che «enuncia
58

qualcosa sulla fede della chiesa primitiva», ma «non dice


nulla sulla vita di Gesù»?
Non è dissacrante dire che il passo di Matteo che,
secondo la Chiesa di Roma, costituisce il fondamento
teologico del primato del vescovo di Roma, non è «una
parola autentica di Gesù» e che nel suo significato «non
ha niente a che vedere con il papato romano così come si
è sviluppato a partire dal XI secolo, quando è diventata
una monarchia assoluta sul modello dei Cesari romani»?
Leggo che «è impossibile una volta per tutte spazzar via i
risultati della critica storica, benché la chiesa cattolica per
più di un secolo abbia tentato seriamente di fare proprio
questo. Pretendere con la violenza un dogmatismo della
fede, ergendosi polemicamente contro il pensiero e
contro la ragione, è un’impresa disperata, disumana».
Un approccio alternativo, questo?
59

Aquila reale – Aquila chrysaetos


60

LA CONQUISTA
DEL CIELO

τὸ µὲν σκοπεῖν, ὃπως ἀντιδήξεταί τις τὸν δακόντα,


καὶ ἀντιποιήσει κακῶς τὸν ὑπάρξαντα, θηρίου τινὸς οὐκ ἀνθρώπου
ἐστίν.10
(Musonio Rufo)

Ἴδιον ἀνθρώπου φιλεῖν κα τοὺς πταίοντας.11


(Marco Aurelio)

L’angelo sterminatore

Tu non c’entri - non puoi c’entrare - con quel popolo che


si è autoproclamato «eletto» da te, che ha fatto di te il
«Dio degli eserciti», un Dio assetato di sangue in nome
del quale era legittimo sterminare «uomini e donne,
giovani e vecchi», un Dio che con le piaghe d’Egitto ha
inaugurato «il più antico esempio di guerra totale», un
Dio furioso che scaglia saette e spezza i nemici con verga
di ferro e fa piovere sui malvagi carboni di zolfo e di
fuoco.
Tu non c’entri neppure con i cristiani che hanno fatto di
te, con una evidente proiezione umana, un «Padre».
E, a maggior ragione, non c’entri con la rabies theologica
dei sedicenti tuoi interpreti (padri della Chiesa, papi,
santi, teologi di fine ingegno) che hanno parlato per
secoli in tuo nome, che hanno acceso roghi, aperto lager,
benedetto guerre, consacrato conquiste coloniali, cantato

10
In effetti, stare a considerare come mordere a propria volta chi ci ha
morsicato e come rendere il male a chi ha cominciato, è cosa da bestia, non da
uomo.
11
È proprio dell’uomo amare quelli che l’offendono.
61

il Te Deum di ringraziamento per stragi commesse a


favore della tua causa.
Massacrare gli abitanti di una città per estirparne l’eresia
serve davvero alla tua causa? E così straziare le carni di
un eretico «con le tenaglie roventi», condannare al rogo
un rabbino colpevole solo di «chiudere gli occhi alla vera
fede», imporre agli ebrei il distintivo giallo come marchio
di riconoscimento, bruciare con furore iconoclastico
montagne di libri al fine di annientare alla radice la
trasmissione del Male?
Tempi lontani, sì, ma fa pena sapere che spietati
fondamentalisti siano stati proprio alcuni dei più ferventi
cristiani.
Feroci manichei che hanno tagliato il mondo nettamente
in due e che hanno ritenuto di essere la tua longa manus
come l’angelo sterminatore in Egitto.
Innamorati di te che hanno teorizzato la conquista del
cielo con lo sterminio di infedeli ed eretici ed hanno
proclamato che «uccidere un nemico per Cristo è
guadagnarlo a Cristo» e che «la morte data e ricevuta per
Cristo non comporta nulla di criminale, merita anzi una
gloria grande».
Tutti figli, certamente, di un’altra cultura, ma dove
sarebbe allora la tua assistenza a una Chiesa che ha
torturato i credenti con confessioni-interrogatorio,
evocando loro l’inferno in caso di omissione di un
peccato mortale, che ha martellato i fedeli con la paura di
un fuoco che brucia in eterno i corpi dei dannati senza,
tuttavia, consumarli e che ti ha attribuito una tale
«collera» per il peccato degli uomini che hai dovuto
sacrificare tuo Figlio per placarla?
Dove sarebbe la tua assistenza a una Chiesa che ha fatto
propria la dottrina della predestinazione che ha costituito
per secoli «il sistema di terrore più insondabile di tutta la
62

storia delle religioni» e che ha giudicato «illecito e turpe»


avere un rapporto sessuale con la propria moglie al fine
di evitare il concepimento della prole, un delitto che tu
colpiresti con tutto il tuo «odio», avendolo già «punito
con la morte»?
Davvero tu colpiresti col tuo odio il più intenso dei
piaceri umani?

Una teologia fragile

La fede, lo so, non va confusa con le chiese né con le


differenti sensibilità etiche delle varie epoche storiche, né
con i peccati di coloro che si professano i tuoi diretti
interpreti.
La fede non ha a che vedere con le parole dei mortali, ma
solo con la tua Parola.
Ma dove sarebbe questa Parola «rivelata»?
La fede non va confusa con gli studi degli esegeti perché
questi procedono con criteri rigorosamente scientifici (o,
almeno, ci provano) e di conseguenza escludono a priori
ciò che naturale non è, ma la credenza nel soprannaturale
non perderebbe valore una volta accertata la sua genesi
meramente storica?
Dove sarebbe allora la fede? Come potrebbe reggere una
teologia fondata su vangeli il cui contenuto storico è in
gran parte oggetto, quanto meno, di discussione da parte
degli studiosi? Non sarebbe ridotta a «mito» e a
«ideologia» la fede «in mancanza di questo aggancio alla
realtà»?
Gli studi biblici - dicono coloro che si autodefiniscono
tuoi teologi - dovrebbero porsi come scopo quello di
alimentare la fede, ma sarebbe onesta una «cristologia
dissimulata sotto vesti storiche»? Perché mai una ricerca
condotta con criteri scientifici dovrebbe «avere qualcosa
63

da dire alla fede o alla teologia cristiana» ed essere


propedeutica al «rapporto personale» con Cristo?
L’esigenza del credente di coniugare l’«ermeneutica
storica» con l’«ermeneutica della fede» e di liberare i
testi sacri da un eccesso di radicamento «nel passato» è
più che legittima, ma come può convincere chi è al di
fuori della logica della fede?

Disagio

La fede trascenderebbe la dimensione miracolistica e si


ridurrebbe al messaggio etico presente nelle Sacre
Scritture? Ma quale sarebbe, allora, la sua origine divina?
Norme analoghe alle «dieci parole» vigevano anche in
altre civiltà. La regola aurea («Tutto quanto volete che gli
esseri umani facciano a voi, anche voi fatelo a loro») era
di gran lunga antecedente l’avvento del cristianesimo. Lo
stesso invito ad «amare» coloro che offendono e a
beneficare «anche gli ingrati» era presente in testi pagani.
Dove sarebbe, dunque, l’unicità del messaggio della tua
presunta rivelazione?
E poi è proprio vero che «l’amore è al centro del
messaggio di Gesù»? Non si prova disagio - lo sottolinea
un biblista cattolico - di fronte alla palese contraddizione
tra l’appello ad amare i nemici e le «sette maledizioni al
vetriolo che ridicolizzano e denunciano ‘gli scribi e i
farisei’ come ipocriti o assassini», la «condanna alla
Geenna» di «coloro che si rifiutano di credere in lui» e le
sue invettive «contro le città a nord della Galilea che non
hanno fatto penitenza»?
Ammiro, non c’è dubbio, il sublime valore morale
contenuto nei cosiddetti «testi sacri», ma ammiro pure le
tante perle di saggezza dei classici dell’Occidente.
64

Non sono vere e proprie perle l’inno alle «virtù» definite


immortali contro la mortalità dei «piaceri», il primato
dell’essere sull’avere e dell’etica sulla politica, il dovere
di non commettere mai ingiustizia neppure se la si
subisce, il precetto «non dire né fare niente di male a
nessuno», l’appello a preferire «il danno, piuttosto che un
guadagno turpe» e a «non restituire l’oltraggio ricevuto»?
Non sono messaggi altrettanto sublimi l’esaltazione della
vita «saggia e bella e giusta», la stigmatizzazione della
vendetta come un atto vergognoso in quanto abbassa chi
ha subito il torto allo stesso livello di chi il torto l’ha
arrecato, l’esortazione ad essere benevoli nei confronti di
tutti, «in particolare» nei confronti di chi ci odia e a
«bandire l’indolenza dal proprio comportamento, perché
il bene non è altro che la capacità di cogliere il momento
opportuno in ogni atto»?
I valori classici sarebbero incapaci di dare un senso al
dolore e alla morte e sarebbero impotenti di fronte al
bisogno di salvezza che vi è nell’uomo? Ma è proprio
così? Dolore e morte appartengono all’ordine della
natura. Perché, allora, andare alla ricerca di una colpa
originaria per giustificarli? Perché invocare un salvatore
quando la salvezza dipende solo da noi, quando noi soli
siamo responsabili del bene e del male che facciamo?
65

Stramonio – Datura stramonium


66

IN FONDO
ALL’ABISSO

Credo quia absurdum.12


(Tertulliano)

S’il y a un Dieu,
il est infiniment incompréhensible.13
(Blaise Pascal)

Gli occhi incantati di un bambino

Sono tornato dopo oltre quarant’anni alla fonte, ma,


invece del calore della mia fede giovanile mi sono
imbattuto in studi aridi, studi condotti sotto l’egida del
rigore filologico-storico che hanno letteralmente
frantumato l’immagine del «tuo» Figlio.
Eppure durante la messa vedo nel volto dei fedeli che si
accostano alla comunione la stessa gioia che provavo io
allora. Nulla è cambiato in chi ha fede: emozioni, lacrime
di felicità, abbandono, fiducia…
Ad essere cambiato sono io. Io che di fronte al mistero
dell’eucaristia ho la pretesa di capire quando invece non
vi è nulla da capire. Io che, con le mie domande, mi
illudo di approdare a una fede adulta.
Dovrei guardare il mistero con gli occhi incantati di un
bambino? Ma sarebbe fede, questa?
Una superbia intellettuale, la mia? Forse, ma perché
dovrei convincermi che «il compito non è di
comprendere il Cristianesimo, ma comprendere che non
lo si può comprendere»?

12
Credo perché è assurdo.
13
Se vi è un Dio, è infinitamente incomprensibile.
67

Dovrei gettarmi nell’abisso - rubo la metafora di un tuo


credente - con la fiducia di trovarvi in fondo Chi mi
prenda con tenerezza? Ma chi mi libera dal dubbio che
laggiù vi siano solo delle «rocce laceranti» e che oltre il
buio vi sia «nient’altro che il buio»? Chi mi garantisce
che «la persona da cui dobbiamo lasciarci prendere»
esista?
Sono senza parole.
Senza parole anche perché non riesco a capire perché i
tuoi credenti pongano un così forte accento sulla fede.
Perché mai credere in te costituisce la discriminante per
la salvezza? Perché chi non crede in te, tanto più se ti ha
cercato con passione, dovrebbe avere qualche colpa?
Operare bene, agire con onestà, essere solidali con gli
ultimi, magari dedicare la vita alla ricerca scientifica non
è qualcosa di più che «credere» in te?
Dovrei scommettere come propone un brillante
matematico sulla tua esistenza? Mi ripugna una fede
funzionale a un tornaconto: perché poi tu dovresti
offrirmi un premio così importante sulla base di una
motivazione tanto gretta? Se non ho delle ragioni né per
il sì né per il no, perché dovrei scegliere la via più
comoda, la via cioè più promettente?

«L’ultimo lampeggiare»

Come vedi, sto sempre navigando in mare aperto e senza


bussola.
E se la mia ricerca fosse viziata nella sua stessa natura, se
cioè tu fossi la proiezione di un mio bisogno perché
«esiste una connessione tra insicurezza esistenziale e
bisogno religioso»? Non lo so. So solo che il mio bisogno
di te è forte. Tu sei stato il tormento della mia vita, il
68

problema dei problemi che mi ha perseguitato per


decenni.
So di amici che hanno vissuto una crisi religiosa analoga
alla mia senza tuttavia percepire alcun trauma, senza
sentirsi orfani. So di uomini e donne che sono scivolati
nell’agnosticismo o nell’ateismo, così, naturalmente,
senza scossoni, mutando semplicemente il loro punto di
vista: ti hanno perduto e non ti hanno più ricercato perché
non hanno alcuna nostalgia di te, perché per loro tu non
rappresenti più alcun bisogno, è come se tu non esistessi.
So che sono in numero crescente coloro che non hanno
più voglia di «cercare risposte», che non si chiedono più
«con angoscia» il «significato» del vivere, che ritengono
addirittura senza senso porsi domande di senso: vivono e
basta perché sono convinti che non valga la pena
macerarsi con interrogativi destinati a non avere risposte.
Leggo che «la tecnica appare già come quell’evento che,
sotterraneamente, e a nostra insaputa sta già formando
l’uomo nuovo che più non si domanda il senso della sua
esistenza come ‘nuovo’ era l’uomo formato dalla
religione cristiana rispetto a quello antico che non si
poneva questa domanda».
Leggo che la religione morirà e che la cosiddetta tua
«rivincita» altro non è che «l’ultimo lampeggiare» del tuo
«tramonto […] gli ultimi bagliori di un giorno che si sta
spegnendo».
Ma… è davvero questo lo scenario che ci attende?
Troppe volte si sono annunciati i tuoi funerali che sono
stati poi smentiti dai fatti. La scienza progredirà, ma il
«bisogno» di te durerà in quanto il dolore, che è
all’origine del bisogno di «salvezza», continuerà ad
accompagnare la vita dell’uomo.
Ma perché dovrebbe importarmi il futuro? Io vivo nel
mio tempo, hic et nunc, ho la mia storia individuale ed è
69

con tale storia che devo fare i conti. Una storia radicata
nella mia infanzia e nella mia giovinezza perché è lì che
il mio bisogno di te è scaturito. Un bisogno da cui avrei
potuto liberarmi?
Forse non ho avuto il coraggio di voltare pagina, di
chiudere definitivamente una fase della mia vita.
Forse sono stato una sorta di Peter Pan che si è rifiutato
di crescere, che ha avuto paura di camminare senza la
sicurezza della tua mano, paura di brancolare nel buio e
di sopportare la durezza dell’esistere.
Forse il mio è il bisogno di un eterno adolescente che non
ha voluto rinunciare alla pretesa che la vita debba avere
necessariamente un senso o un determinato senso, che
non se l’è sentita di liberarsi dalla forza possente del
«cuore», una forza di gran lunga superiore a quella della
«ragione».
Forse.
E se non fossi io a cercarti, ma tu a cercare me, come mi
dicono alcuni tuoi credenti che mi vogliono bene?
Sarebbe straordinariamente bello, ma come credere che
tu mi stia tormentando da decenni perché mi ami?
70

Il cielo si è fatto vuoto e,


alzando gli occhi al cielo,
altro non è dato scorgere se non il nulla che,
come una notte nera e senza stelle,
spegne anche lo sguardo.
È ancora in grado l’Occidente,
e il cristianesimo che è la sua anima,
di varcare le porte del nulla?

(Umberto Galimberti)
71

Iris – Iris versicolor


72

UN MONUMENTO
AL NULLA

Chi pensava che dietro il pensiero, la memoria e anche la creatività,


si nascondesse chissà che cosa, è rimasto piuttosto deluso:
non si tratta che di una selva – ordinata per dire la verità –
di onde elettriche che si inseguono e si intersecano.
(Edoardo Boncinelli)

Γεγόναµεν ἅπαξ, δὶς δὲ ούκ ἔστι γενένεσθαι·


δεῖ δἑ τὸν αἰῶνα µηκέτι εἶναι.14
(Epicuro)

Eroici cavalieri

Non mi aiutano, certamente, le neuroscienze.


Non sono queste che stanno mettendo letteralmente in
soffitta l’anima, ciò che i tuoi fedeli considerano una tua
«scintilla»?
Non sono queste che stanno smascherando quel «colpo di
genio» con cui il Cristianesimo «ha vinto la tragicità
greca»?
Come potrebbe reggere la fede cristiana senza la
prospettiva di una qualche sopravvivenza dopo la morte
del corpo?
Ti confesso di guardare con attenzione, addirittura con
trepidazione, i tentativi di coloro che con tenacia puntano
a salvare l’anima con la forza delle argomentazioni.
Considero nobile la loro difesa a oltranza di quel nostro
tesoro più prezioso che è la libertà. So che siamo di

14
Si nasce una volta sola, due volte non è concesso, ed è necessario non essere
più in eterno.
73

fronte al «più frustrante e avaro di risultati di tutti i


problemi», ma… chi saremmo se non fossimo liberi di
scegliere il nostro destino, se non fossimo responsabili
delle nostre azioni, se non avessimo meriti o demeriti?
Io tifo per loro, li vedo come degli eroici cavalieri che
spesso sfidano l’ironia di scienziati o presunti tali, ma ho
la sensazione che abbiano le armi spuntate: non si sta
sgretolando, giorno dopo giorno, questo nostro tesoro?

Un’illusione rassicurante

Leggo sempre più attonito che «non c’è nulla di


immateriale e trascendente nel nostro pensiero», che la
mente altro non è che l’insieme di segnali elettrici che
costituisce l’attività nervosa, che «nella nostra testa non
vi è niente di più dell’attività coordinata e continua dei
nostri circuiti nervosi cerebrali».
Leggo ancora che «l’affiorare alla coscienza di una serie
di eventi mentali corrisponderebbe al passaggio di un
certo numero di neuroni da uno stato di oscillazione
elettrica disordinato e asincrono a uno più ordinato e
unisono», che la coscienza altro non è che una collezione
di «atomi del presente» e che per «un biologo è ormai
ovvio da almeno cinquant’anni che nella vita non c’è
niente di misterioso e di magico, ma si tratti solo di un
gioco di molecole».
Non ho dubbi che siamo in presenza del punto di vista di
chi si pone come ambito di indagine il misurabile, lo
sperimentabile e quindi cellule, circuiti elettrici,
sinapsi…, tutto ciò, in altre parole, che è pre-condizione
della coscienza e non si identifica con la coscienza stessa,
ma scoprire ciò che a livello fisico-chimico-biologico è
alla base dell’attivazione della stessa coscienza non è una
dinamite ben più potente di tutte le dinamiti accese dai
74

cosiddetti «maestri del sospetto» messi insieme? E non è


una dinamite sapere che «la scienza moderna ha
abbandonato da tempo la visione semplicistica della
realtà, secondo la quale tutto sarebbe materia» e che «la
cosa più vicina all’anima è l’informazione»?
E non è un’altra dinamite pericolosa l’etologia? Non
troviamo nel comportamento animale il meccanismo di
simulazione dell’intelligenza umana, capacità
straordinarie di apprendimento e barlumi, almeno, di
coscienza e di autocoscienza?
Non è presuntuoso, allora, credere che sia lo spirito a
elevare l’uomo al di sopra di tutto, addirittura a regalargli
l’immortalità?
Che cosa mai potrei percepire quando invece del
supporto cerebrale ci sarà la polvere di biblica memoria?
Come potrei contemplare il tuo volto quando il mio io
sarà del tutto spento?
Del resto, non è uno scienziato che crede in te ad
affermare che «noi sappiamo che la nostra natura, quello
che noi siamo, è il risultato della cosiddetta
‘complessificazione chimica’» e che, proprio per questo,
non è escluso che anche «la dimensione spirituale, lo
spirito emerga dallo stesso processo»?
Una superstizione, allora, la credenza nell’immortalità
dell’anima? Che cosa d’altro potrebbe essere?
Un’illusione, ma un’illusione rassicurante che aiuta a
sopportare meglio le asprezze della vita e quel «pesante
fardello» che è la consapevolezza del morire.
Un’illusione che, proprio per questo, sarebbe davvero
«crudele» sradicare!

Un «memento»
75

È con tale convinzione che mi preparo alla morte. Non


temo il tuo giudizio perché quello che attendo è il nulla e
il nulla non mi angoscia affatto. La morte,
indubbiamente, mi fa paura (fa paura perfino a gran parte
dei tuoi fedeli che pure hanno il conforto della fede), ma
il nulla no. È questo, anzi, che mi squarcia il velo della
vita più di qualsiasi saggio, più di qualsiasi profeta: non è
proprio dinanzi ad esso che la mia misera ed effimera
esistenza di mortale emerge in tutta la sua gigantesca
grandiosità?
No, non sto delirando, non mi sto crogiolando, dopo aver
perso il Tutto, col nulla.
Il nulla, lo so, è solo nulla, non essere, silenzio tombale,
freddezza assoluta, ma non è questo che dà alla mia vita
un valore sommo? L’esistere, con le sue mille sofferenze,
vale immensamente più del non esistere, infinitamente
più della morte («nessun dolore e lacrime sono troppo
cari» scrive una innamorata di te): non è il nulla che dà
calore alla vita e che conferisce «agli eventi della vita il
colore dell’eternità»?
La vita umana è terribilmente carica di drammi, di pesi
insopportabili, di occhi che «grondano lacrime notte e
giorno», ma non è anche ciò che nella sua tragicità vi è di
più bello?
Sono anni, da quando ti ho smarrito, che vado alla ricerca
del senso della mia esistenza. L’ho cercato a lungo
altrove, ma ora mi rendo conto che è proprio qui, dentro
lo stesso esistere.
È qui che «la vita ha un senso».
È qui il paradiso, un paradiso che, purtroppo, noi mortali,
coi nostri peccati contro la vita, trasformiamo spesso in
un inferno.
Ecco perché sogno un monumento al nulla.
76

Un’idea blasfema, la mia? Non ti sto sfidando. Non sto


auspicando un monumento a un ennesimo idolo. Non è
del nulla che sono un adoratore, ma della vita. Ciò che
sogno è che sorga in ogni città, in ogni quartiere, in ogni
coscienza un monumento che sia un memento, un monito
a vivere in pienezza fino in fondo, ora dopo ora, minuto
dopo minuto, secondo dopo secondo, ciò che è destinato
ad essere inghiottito per sempre dal nulla, un monito a
celebrare «una festa ogni giorno», un memento che ci
ricordi la bellezza della vita, la stessa bellezza che i tuoi
credenti considerano un tuo dono d’amore.
Leggo delle parole splendide di una «santa»: «La vita è
un’opportunità, traine profitto/ La vita è bellezza,
ammirala/ La vita è un sogno, realizzalo/ […] La vita è
amore, godilo/ La vita è un mistero/scoprilo/ […] La vita
è un’avventura, osala/ La vita è vita, preservala/ […] La
vita è troppo preziosa, non distruggerla».
Come non condividerle?
77

Canna palustre – Phragmites australis


78

L’AMORE
RADICALE

ἐπείνασα γὰρ καὶ ἐδώκατέ µοι φαγεῖν,


ἐδίψησα καὶ ἐποτίσατε µε,
ξένος ἤµην καὶ συνηγάγετέ µε,
γυµνὸς καὶ περιεβάλετέ µε,
ἠσϑένησα καὶ ἐπεσκέψασϑέ µε,
ἐν φυλακῇ ἤµην καὶ ἤλϑατε πρός µε.15
(Mt, 35-36)

Nel dono incondizionato di sé,


l’uomo inverte la sua natura
e diviene in certo modo divino.
(Salvatore Natoli)

Un cristianesimo gridato

Non è vero che senza di te la vita non ha più alcun


sapore, colore, calore. Un conto, certo, era il calore che
mi donavi tu negli anni dell’innocenza e un conto il
conforto che mi offre oggi il nulla, ma non è questo il
prezzo della crescita? Non è la prosa il destino dell’uomo
adulto?
Non è vero che senza di te «tutto è permesso» e che «la
società è condannata alla barbarie»: trovo
straordinariamente «umano» il patrimonio etico che ci ha
lasciato in eredità la saggezza filosofica, come trovo
straordinariamente umano il messaggio morale di Cristo.
Tu sai bene che ti ho perduto, ma sai altrettanto bene che
ha continuato ad affascinarmi quell’uomo vissuto oltre
duemila anni fa. Nessuno più di lui - ne sono fermamente

15
Perché ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dissetato;
ero uno straniero e mi avete accolto; nudo e mi avete vestito; infermo e mi
avete visitato; ero in carcere e siete venuti da me.
79

convinto - ha segnato in profondità la nostra civiltà


occidentale.
Siamo cristiani fino al midollo, anche se dimostriamo
indifferenza nei confronti della dimensione religiosa.
Siamo cristiani nelle nostre categorie culturali, anche se
in versione laica.
Siamo cristiani in molti dei capolavori assoluti dell’arte e
della letteratura.
Siamo cristiani nei nostri paesaggi, nei nostri stessi
nomi…
Eppure, ho la netta impressione di essere di fronte a un
cristianesimo di facciata, ostentato, addirittura gridato,
ma tradito.
Tutto giustifichiamo.
Gli ultimi, i più fragili, i meno baciati dalla fortuna,
coloro che hanno perduto ogni speranza, coloro che
hanno dimenticato il sorriso…? Abbiamo la nostra vita e
non possiamo permetterci di spenderne un po’ per gli
altri. Abbiamo la nostra famiglia e questo ci basta e
avanza. E poi ci sono sempre delle anime belle, magari in
cerca di qualche gratificazione interiore, che se ne
occupano!
Noi non c’entriamo con i milioni e milioni di persone che
ancora soffrono a causa della denutrizione perché sono i
governi corrotti dei Paesi poveri che dilapidano le nostre
risorse.
Non abbiamo nulla da rimproverarci nei confronti dei
disperati che fuggono dai conflitti e dalla miseria e
cercano da noi uno spazio per sopravvivere.
Siamo noi, anzi, che puntiamo il dito contro di loro
accusandoli di invaderci, di colonizzarci, di rubarci il
lavoro, la sicurezza, la salute, la stessa nostra anima.
Così rimaniamo letteralmente indifferenti (nessun
fremito, nessun senso di colpa!) di fronte alle migliaia e
80

migliaia di bambini, donne e uomini che vengono


inghiottiti dal mare durante la loro fuga.
Così dimostriamo addirittura insofferenza nei confronti
delle missioni umanitarie responsabili, a nostro avviso, di
nuove tragedie.
Così proviamo fastidio quando ascoltiamo le parole di
chi, in nome del messaggio evangelico, prova a scuotere
le nostre coscienze e a spronarci perché ci prodighiamo
con tenacia a rimuovere le cause profonde dei conflitti e
della miseria.
Siamo maestri nel mascherare a noi stessi il nostro
egoismo.
Maestri nel manipolare le statistiche e così facciamo della
delinquenza di pochi la delinquenza di popoli.
Maestri nel nascondere delle verità che ci fanno male.
Manipoliamo, occultiamo.
Non diciamo che certi lavori li rifiutiamo o sono troppo
rischiosi per i nostri figli.
Non diciamo che ci sono esperienze significative di
integrazione.
Non diciamo che anche noi, nelle terre degli «infedeli»,
abbiamo reclamato e reclamiamo ancora con forza il
diritto di professare apertamente la nostra religione e di
erigere i nostri templi.

Il crocifisso ovunque

E l’amore «sovversivo» di Cristo, l’amore fino alla


donazione totale di sé stessi, il rivoluzionario Discorso
della Montagna? Roba da visionari, da preti scandalosi di
cui dobbiamo vergognarci.
Ma Gesù non stava con i rifiuti della società, non tuonava
contro i potenti, non smascherava gli ipocriti? Letture in
chiave politica.
81

Così narcotizziamo le nostre coscienze. Difendiamo i


crocifissi nelle scuole, nelle aule dei tribunali… ma noi
continuiamo a crocifiggere tanti «poveri cristi». Anche i
nostri anziani non più autosufficienti, i malati di
Alzheimer, le persone a cui è accaduta la sventura di
vivere in uno stato vegetativo persistente, tutti soggetti
che noi tendiamo sempre più a isolare, a ghettizzare.
Vogliamo mettere il crocifisso ovunque fuorché nella
nostra coscienza perché qui sarebbe un interlocutore
troppo scomodo.
Noi vogliamo essere dei cristiani «normali», non gli eroi
che aprono le loro case a ragazzi problematici, a
tossicodipendenti…
Normali, non i primi della classe, non i «santi» che
operano sotto i riflettori dei mass-media internazionali.
Cristiani ordinari, realisti, pragmatici.
E la fiammata del Vaticano II? Una fiammata che si è
spenta in un soffio perché le utopie non camminano e le
voci profetiche hanno solo l’effetto nefasto di dividere, di
mettere la base contro i vertici, di seminare odio.
Non è così che tradiamo il messaggio evangelico?

L’«umanesimo disumano»

Non è vero che senza di te sono destinato a camminare


nel buio: i valori non mi mancano e non mi manca
neppure la passione per questi valori.
Non è vero che senza di te l’uomo è condannato a
scivolare in un «umanesimo disumano»: è disumano
cantare la bellezza della vita e la bellezza dell’amore?
Non è vero che senza di te l’uomo non può che entrare
nel tunnel della disperazione: non è il mio un inno alla
gioia di vivere?
82

Non è vero che senza di te l’uomo è condannato a


«inventare» dei valori: la bellezza della vita non sta nella
stessa esistenza e la bellezza dell’amore non sta
nell’esperienza del donare?
Non vedrò, certo, negli ultimi il tuo volto, ma solo un
fratello che ha la stessa mia dignità umana, ma è così
radicale la differenza?
Non è «divino» condividere la vita con chi ha un
disperato bisogno di amore e con chi non ha alcuna voce
per reclamare il rispetto dei suoi diritti?
Non è il Crocifisso («anche se non è Figlio di Dio e
nessun Dio esiste») una figura esemplare che «indica agli
uomini una via superiore […] trasformare l’amor sui, in
dono»?
Non è l’amore «la forza che di volta in volta rinnova la
terra»?
Non è Cristo che ha svelato «a tutti gli uomini la
possibilità di divenire Dio»?
83

Dorso del cobra dagli occhiali – Naja naja


84

LA TENTAZIONE
DEL SERPENTE

La sete di verità è talmente radicata nel cuore dell’uomo


che il doverne prescindere comprometterebbe l’esistenza.
(Giovanni Paolo II)

Si va costituendo una dittatura del relativismo


che non riconosce nulla di definitivo
e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
(Joseph Ratzinger)

Una Chiesa allo sbando

Sono un cristiano senza fede, ma non ho nulla a che


vedere con chi ti nega, nulla a che vedere con chi sostiene
che la tua probabilità di esistere è prossima allo zero, la
stessa probabilità di esistere delle «fate in un angolo» del
giardino o di «una teiera di porcellana che gira intorno al
sole con orbita ellittica».
Sono un cristiano, a maggior ragione, senza Chiesa, ma
non riesco a sradicarmi del tutto da essa. La sento come
la madre: perché mai dovrei serbarle rancore? La sento,
anzi, molto vicina. Non è un caso che segua con viva
partecipazione il travaglio che sta vivendo.
Un travaglio, a mio avviso, drammatico.
Vedo una Chiesa in ginocchio, in crisi profonda di
identità, travolta non dallo scandalo dei preti pedofili e
dal processo avanzato di secolarizzazione, ma dal sottile
virus del primato della coscienza e della «religione fai da
te».
Una Chiesa sempre più plurale, sempre più protestante,
senza bussola, in cui chi è stato bollato per secoli come
arci-eretico oggi è diventato un «testimone di Gesù
85

Cristo», un «maestro comune», perfino un «padre della


fede»!
Una Chiesa in stato di assedio che punta condanna quegli
esegeti i cui studi «giovano forse agli autori, di certo non
ai fratelli nella fede, sempre più frastornati» e quelle
ricerche accademiche che mettono in discussione la
stessa fede o, semplicemente, non hanno nulla da dire alla
fede e alla teologia cristiana.
Una Chiesa che assiste sbigottita alla radicale
demolizione della figura di Cristo ridotta a un profeta
escatologico che, sulla scia di Elia, si è assunto la
missione di riunire Israele «come popolo santo di Dio».
Una Chiesa allo sbando che lancia accorati appelli ai
biblisti cattolici perché non dimentichino mai che «ciò
che interpretano è la Parola di Dio», che «la Bibbia è un
testo ispirato da Dio», che «l’ufficio di interpretare
autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stata
affidata al solo magistero vivo della Chiesa, la cui
autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo», che la
lettura dell’Antico Testamento va effettuata «alla luce
dell’evento pasquale - morte e risurrezione del Cristo
Gesù - che apporta una radicale novità e dà, con
un’autorità sovrana, un senso decisivo e definitivo alle
Scritture».
Una Chiesa allarmata che polemizza contro la «messa in
discussione globale e sistematica del patrimonio morale,
basato su determinate concezioni antropologiche ed
etiche» condotta da alcuni teologi, contro il rifiuto da
parte di questi della «dottrina tradizionale sulla legge
naturale», contro la loro esaltazione della libertà «al
punto da farne un assoluto», contro chi all’interno della
Chiesa spoglia l’eucaristia del «suo valore sacrificale» e
ne riduce il valore a «un incontro conviviale fraterno»,
86

contro «prassi eucaristiche contrarie alla disciplina nella


quale la Chiesa esprime la sua fede».
Una Chiesa che si sta avviando a passi rapidi verso una
religione senza dogmi, senza dottrina, senza teologia, una
religione destinata a ridursi a puro messaggio morale.

La paura di esistere

Vedo una Chiesa che sta rischiando di naufragare e di far


naufragare un patrimonio bi-millenario. Come non
comprendere, allora, la crociata contro il relativismo e il
nichilismo, contro la pericolosa «alleanza fra democrazia
e relativismo etico», contro il dominante «pluralismo
indifferenziato e fondamentalmente scettico o nichilista»?
Una crociata che interpreta bene aspirazioni profonde
dell’uomo: la «sete di verità», il bisogno di passare «dal
fenomeno al fondamento», l’esigenza di «una filosofia di
portata autenticamente metafisica, capace cioè di
trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca
della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di
fondante», il sogno di una filosofia in grado di «sollevare
lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità
dell’essere», «una verità riconosciuta come definitiva,
che dia certezze non più sottoposte al dubbio».
Una crociata che esprime con forza la preoccupazione di
non esporre le «giovani generazioni, a cui appartiene e da
cui dipende il futuro, alla sensazione di essere prive di
autentici punti di riferimento».
Una crociata lodevole, addirittura commovente, ma non
sono fragili le sue fondamenta? Che cosa ha a che vedere
con l’equivalenza dei valori e con la caricatura del
nichilismo come Principe del Male l’affermare che tutte
le nostre conoscenze sono provvisorie e fallibili?
87

Non è il nichilismo la sorte dell’uomo? Che


atteggiamento dovremmo avere di fronte al Mistero se
non confessare la nostra totale ignoranza (il nostro sapere
«nulla») rinunciando al «conforto dell’assolutezza»?
Non è «caduto nella tentazione del Serpente» - come
asserisce un filosofo credente in te - «il cristiano che
pensa di poter conoscere e fondare razionalmente principi
etici assoluti»?
Non è «la paura del relativismo […] la paura di esistere»?
Che cosa sono le nostre parole, «anche quando sono in
cerca di verità», se non «balbettii pieni di errore e di
debolezza»?
Che cosa sono tutti i tomi dei mortali sull’Incipit se
non… semplice «paglia»?

Libera dai «segni del potere»

Tempo di confronto, il nostro, tempo di mediazione,


tempo, per fortuna - dopo secoli di furore teologico e
laicista, dopo le tragiche esperienze dei totalitarismi di
destra e di sinistra fondati su Verità assolute - di laicità
dello Stato, un modello che la stessa Chiesa ha imparato,
sì, col tempo a riconoscere, ma… con riserve.
Leggo che le verità di fede devono uniformare di sé
anche la vita pubblica, che la religione cristiana può dare
il suo apporto allo sviluppo «solo se Dio trova un posto
nella vita pubblica», in particolare in quella «politica»,
che la carità (di cui la politica è la forma più alta) è
autentica solo se si colloca nella Verità.
Leggo che senza di te «la politica assume un volto
opprimente e oppressivo», che la ragione politica «ha
sempre bisogno di essere purificata dalla fede» per non
cadere nell’illusione di «credersi onnipotente».
88

Non sono affermazioni inequivocabilmente radicate nel


fondamentalismo?
Siamo, certamente, lontani dal tempo in cui i tuoi
sedicenti rappresentanti in Terra bollavano la libertà di
coscienza come un «errore velenosissimo», fonte della
«peste della società più che d’ogni altra esiziale» ed
esortavano a «distruggere quel mortale flagello dei libri»,
ma non stiamo assistendo a dei colpi di coda di quella
cultura che è lenta a morire?
Osa troppo un non credente come me se esprime
l’auspicio di vedere un giorno una Chiesa che non
dipenda «dai poteri di questo mondo», libera da privilegi,
da ipocrisie, da sostegni esterni mai disinteressati, libera
di rivendicare uno «statuto di cittadinanza», di svolgere
un ruolo pubblico, ma senza alcuna pretesa di riportare te
nella sfera politico-istituzionale, senza l’arroganza di
giudicare gli Stati come non autosufficienti, rinunziando
del tutto ai «segni del potere per potere testimoniare il
potere dei segni»?
Quel giorno, grazie all’impulso esercitato dal «tuo»
attuale umile e coraggioso «interprete», è già spuntato?
Mi pare di sognare.

Un peccato inaudito

Perché ti confido tutto questo?


Perché è la Chiesa che mi ha messo in contatto con te,
che ha illuminato la mia povera esistenza collocandola
nel tuo disegno divino, che ha conferito un senso ad ogni
mio gesto quotidiano.
È la Chiesa che mi ha trasmesso l’amore per gli ultimi
predicato da Cristo.
89

È sempre essa che, grazie all’esercizio dell’esame di


coscienza, mi ha aiutato a sondare la mia anima e a
scoprirne la debolezza ma anche la ricchezza.
Ecco perché, nonostante l’abbia abbandonata da tempo,
soffro quando soffre. La vedo ora come una istituzione
umana che si è macchiata – del tutto in buona fede – di
un peccato inaudito, quello di parlare in tuo nome, di
sostituirsi a te, ma anche come un’istituzione che non
senza un profondo travaglio si è purificata dai suoi delitti
e oggi è portatrice di un patrimonio di valori inestimabile.
Sono un relativista, ma questo non mi impedisce di
provare paura per la deriva a cui può condurre il
relativismo. L’uomo è sì un animale, ma un animale che
nella sua lunga evoluzione, anche grazie a tanti errori ed
orrori compiuti, ha creato valori a cui non possiamo
rinunciare, neppure oggi di fronte alla crescente
contaminazione di culture diverse, valori all’elaborazione
dei quali il messaggio evangelico, annunciato dai tuoi
sedicenti interpreti anche nei momenti più bui, ha
contribuito in modo determinante.
La Chiesa - ne sono certo - non ha ancora sconfitto
definitivamente la tentazione del Serpente, non si è
ancora liberata completamente dall’integralismo e dai
“segni dei poteri”, ma, a prescindere dalla fragilità dei
suoi uomini, a prescindere dalla stessa implosione che la
sta scardinando, non è un autorevole punto di riferimento
morale per tutta l’umanità?

Sarcasmo

Non ho nulla da spartire con quei laici che, ancora oggi,


attaccano la religione e, in modo particolare, il
cristianesimo con una veemenza iconoclastica. Trovo
letteralmente irritante chi apostrofa i «discorsi religiosi»
90

come «pieni di falsità, distorsioni, imposture e


propaganda, come quelli di altre agenzie di consenso»,
chi esprime sarcasmo nei confronti delle «cose
strampalate» quali «miracoli, promesse di risurrezione
dopo la morte, pene e premi nell’aldilà» e predica
categoricamente che «la matematica e la scienza sono
l’unica religione, il resto è superstizione».
Non ho nulla da spartire con chi, lancia in resta, si batte
contro l’assurdità di una religione - quella cristiana - che
«pretende di continuare a propinare all’uomo occidentale
contemporaneo stantii miti mediorientali e infantili
superstizioni medievali».
Non è irrispettoso fare della facile ironia intorno a
convinzioni profondamente radicate che toccano l’intimo
di una moltitudine di coscienze?
Non è, anzi, saggio, in un tempo di smarrimento generale,
che cattolici e laici, invece che combattersi a vicenda,
cerchino sinceramente un’intesa sui valori di fondo?
La «città dell’uomo» ha bisogno di tutti, credenti e non
credenti.
E ha bisogno di un confronto alla pari, senza che nessuno
vanti di avere una «marcia in più» o un «supplemento
morale» rispetto agli altri!
91

Embrione
92

UN LAMPO
NEL COSMO

Nec te caelestem neque terrenum, neque mortalem neque immortalem


fecimus,
ut tui ipsius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor,
in quam malueris tute formam effingas.
Poteris in inferiora quae sunt bruta degenerare;
poteris in superiora quae sunt divina ex tui animi sententia
regenerari.16
(Pico della Mirandola)

Cosa arcana e stupenda.


(Giacomo Leopardi)

Un unicum

Sono un «nichilista», ma ciò non mi vieta di credere in


alcuni valori forti, valori che sono disposto a difendere
con tutte le mie energie.
Non ho motivi per credere che la mia vita sia un tuo
dono, ma che cosa cambierebbe, sostanzialmente, se
fosse un dono della natura, il frutto prezioso di
un’evoluzione di milioni e milioni di anni? Non è l’essere
umano, per quanto ne sappiamo, il miracolo dei miracoli,
l’essere più mirabile di tutto l’universo, l’unico in grado
di godere, in piena coscienza, la bellezza (pur con le sue
pene) dell’esistere, l’unico capace di porsi le domande
più radicali sulla sua stessa esistenza e sull’esistenza del
cosmo?

16
Non ti ho fatto né celeste, né terreno, né mortale né immortale, perché di te
stesso quasi libero sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che
avresti prescelto.
93

L’uomo - lo so - non è più al centro dell’universo, non è


più l’anello di congiunzione tra Terra e Cielo, tra materia
e spirito, ma non è fuorviante definirlo «una schiuma
chimica su un pianeta di modeste dimensioni»? Con o
senza anima spirituale, non è l’unico ad avere il
privilegio (e non la «condanna») di scegliere come
«plasmare» e «scolpire» la propria esistenza, l’unico in
grado di esplorare, pur con gradualità ed errori e con
risultati mai definitivi, i «segreti» a lungo nascosti non
solo dell’universo, ma anche di se stesso?
Le neuroscienze, è vero, hanno spoetizzato l’uomo, ma
che cosa vi è di invidiabile in un’astratta, eterea,
impalpabile anima spirituale rispetto alla concreta,
verificabile, straordinaria complessità del cervello
umano?
L’uomo, forse, non è tuo figlio, ma più prosaicamente
figlio di stelle ormai spente, ma perché questo dovrebbe
deporre contro la sua grandezza?
Non è un unicum nell’universo?
Non è un «lampo» che illumina l’intero cosmo?

Maestri di morte

Una luce che nessuno ha il diritto di spegnere. Eppure la


storia è segnata da delitti contro l’uomo, delitti perpetrati
in nome tuo o di qualche idolo.
Non è questo il nichilismo? Altro che la sfiducia nelle
possibilità umane di accedere al Tempio delle Verità
assolute!
Un nichilismo di cui si sono fatti portabandiera tanti,
troppi maestri che ci hanno turlupinato, che si sono
spacciati per profeti di una nuova Terra promessa, che
hanno avuto la sfrontatezza di indicarci il senso e la
direzione della Storia e di leggere negli eventi il tuo
94

piano provvidenziale, che ci hanno insegnato a leggere il


passato per i «risultati» conseguiti e non per i costi umani
inflitti.
Maestri di morte mascherati da guru che hanno stregato
generazioni e generazioni.
E così generazioni e generazioni hanno bruciato l’incenso
a degli dèi, pronte a sacrificarsi e ad uccidere.
E così abbiamo seminato il mondo di cadaveri, in nome
della Nazione, della Razza, del Socialismo, della
Democrazia…
Niente «vale» più dell’uomo, eppure egli nulla conta
nelle mani dei potenti della terra, di fronte agli interessi
«nazionali» e alla politica del consenso.
Nulla conta per i bestemmiatori appartenenti alle religioni
più diverse che, usurpando il tuo nome, dichiarano di
combattere per la tua Causa e per i politici cinici secondo
i quali è pacifico che il fine giustifichi i mezzi.
Nulla conta neppure per noi quando beviamo
acriticamente le menzogne più spudorate e applaudiamo
alle dottrine più aberranti.
Anche noi ammazziamo, anche noi ci sporchiamo le mani
di sangue.
Lo facciamo con l’indifferenza, rifugiandoci nel privato,
delegando ad altri.
Lo facciamo quando, pur contrari, non abbiamo il
coraggio di ribellarci e di manifestare con forza il nostro
dissenso.
Lo facciamo quando alimentiamo la cultura manichea,
quando condanniamo i delitti dei «nemici» e assolviamo
quelli degli «amici».

Loro no
95

Lo facciamo rubando la vita a milioni e milioni di esseri


umani che non hanno alcuna voce, ma che
ringrazierebbero il mondo intero per averla. Milioni e
milioni di luci «uniche» che hanno ormai le carte in
regola per diventare uomini a tutti gli effetti, ma che noi
spegniamo sul nascere.
Gli animali hanno una crescente tutela legislativa, loro
no, loro non hanno diritti: hanno già tutte le peculiarità
individuali, hanno già avviato il vero e proprio sviluppo
della corteccia cerebrale, il supporto sine qua non delle
qualità più nobili dell’uomo, eppure, no, loro non sono
degni di rispetto.
I cani maltrattati sì, loro no.
L’embrione ha diritto di essere trattato «secondo i criteri
di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti
degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la
caratteristica di persone», e invece, no: può essere
immolato in nome di una cultura che, esaltando i diritti
dei singoli, teorizza il diritto di disfarsi degli individui
più deboli, degli ultimi degli ultimi.
Sono anni che ex femministe dichiarano con forza che
l’aborto non è una conquista di civiltà, ma una sconfitta,
una ferita, una violenza nei confronti delle stesse donne,
ma la loro è una voce che grida nel deserto. Così noi
condanniamo deliberatamente al nulla eterno milioni e
milioni di esseri umani (e che cosa sono se non «esseri
umani»?) senza avvertire alcun senso di colpa, lasciando
sole nel dolore le donne che vivono l’angoscia di una
gravidanza indesiderata.
Sono tutt’altro che insensibile di fronte ai drammi di tante
donne che si trovano ad «aspettare un bambino» non
voluto.
Comprendo benissimo le loro preoccupazioni
economiche.
96

Comprendo benissimo il loro disagio psicologico e la


loro sensazione di vedersi il mondo cadere addosso, ma
quello che non comprendo è l’indifferenza della
collettività, la scarsa azione di chi ha il compito di
educare alla procreazione responsabile.
Quello che non comprendo è l’incoerenza di chi conduce
battaglie a favore di cuccioli abbandonati e nello stesso
tempo non muove un dito in difesa di chi, in qualche
misura, proprio perché è già dotato del primo abbozzo di
corteccia cerebrale è «uno di noi».
«Uno di noi» da difendere a tutti i costi come un valore
assoluto? Come potrei? Come potrei, in caso di conflitto,
non considerare prevalente il diritto di vivere della
madre, «una di noi» a un livello più elevato?

Ripensare la vita

Nessuno ha il diritto di spegnere una luce, neppure se


questa è debole o se è maledettamente affievolita.
Nessuno può arrogarsi il diritto di sentenziare che la vita
di altri non è degna di essere vissuta.
So che vi sono croci pesantissime da caricare sulle spalle,
tanto pesanti da condurre talora alla disperazione, ma
loro, i più sfortunati, non sono lì che ci interrogano, ci
provocano, ci sfidano, ci costringono a scoprire le carte, a
scoprire se siamo davvero uomini?
Come vedi, in me non vi è alcun vuoto. I miei valori sono
fermi, valori, mutuati dal messaggio morale di Cristo e
dalla tradizione sapienziale dell’umanità, che non hanno
bisogno di alcuna «consacrazione» in quanto sono sacri
per se stessi.
Una conversione, la mia?
Un ritorno alle mie origini cristiane?
97

Non lo so. So che i valori a cui sono approdato sono sulla


stessa lunghezza d’onda di quelli che ho respirato nella
mia adolescenza, come so che a questi valori sono giunto
durante il mio lungo dialogo con te. Sei tu che me ne hai
offerto lo stimolo. Tu che mi hai dato l’occasione per
ripensare la mia vita, per prendere consapevolezza anche
dei miei errori.
Se mi guardo indietro, ti confesso, mi vergogno.
Mi vergogno di essermi lasciato catturare da falsi profeti.
Mi vergogno di avere educato ben poco alla vita i tanti
giovani che mi sono stati affidati.
Mi vergogno di avere accarezzato nella mia giovinezza,
di fronte alle insopportabili ingiustizie dei prepotenti, la
folle idea della legittimità di una rivoluzione armata.
Mi vergogno di avere applaudito al diritto-libertà delle
donne di abortire.
Mi vergogno perché nulla vale di più di una vita umana.
Un’intransigenza morale al limite del fanatismo, la mia?
Una difesa generosa, ma ignara della storia concreta degli
uomini, della qualità della vita, perfino del saggio
realismo che ha spesso contraddistinto la Chiesa
cattolica? Un’apologia «assoluta» della vita in aperta
contraddizione col mio asserito relativismo?
Nessuna mistica della non-violenza, ma neppure nessun
cedimento alla logica della armi senza avere esplorato
fino in fondo e con determinazione la strada impervia, ma
alla lunga più promettente, della mediazione politica,
l’arte più elevata che l’uomo abbia inventato.
Nessun assolutismo, ma solo un punto di vista che ho
maturato col tempo e che sono pronto a discutere con
altri punti di vista.
Nessuna pretesa di sacralizzare un mero dato biologico:
la mia visione non ha nulla di religioso, nulla che rimandi
a te.
98

Nessun vitalismo fine a se stesso, nessuna «venerazione


assolutizzante nei confronti del corpo»: considero sacra, è
vero, la vita di ogni individuo umano, ma solo perché
l’uomo è la creatura più elevata (a quanto pare) che il
cosmo ha partorito.

Domande angoscianti

Ma quale posizione dovrei prendere di fronte a situazioni


in cui «la morte si insinua dentro la vita, fino a far cadere
ogni distinzione» e a dei neonati che appaiono dei veri e
propri aborti umani?
Che cosa ci sarebbe mai di sacro in un essere umano
ridotto a un «cadavere vivente» o, del tutto privo, fin
dalla nascita, di ciò che fa di un individuo un «uomo»?
Dovrei aggrapparmi al concetto filosofico di «persona»
creato da alcuni dei tuoi fedeli più dotti? Ma che
«persona» sarebbe chi altro non è che una larva umana?
Non dovrei, poi, sulla base di tale concetto, escludere dal
novero delle «persone» esseri inequivocabilmente
appartenenti alla specie umana e includervi degli
individui non umani ma dotati di «autocoscienza
riflessiva»?
Non sarebbe un vero e proprio paradosso?
Dovrei accogliere il punto di vista scientifico secondo cui
ciò che caratterizza l’essere «umano» dell’uomo è
radicato unicamente nella corteccia cerebrale? Ma… non
sarebbe disumano, anzi criminale, destinare alla morte
individui umani che, pur privi di… anima, continuano a
vivere?
Sono, lo vedi bene, in un vicolo cieco.
Sei tu che mi puoi venire in soccorso? Siamo tue
creature, tu ci hai voluto e amato, uno per uno,
dall’eternità? Ma… hai voluto allora anche un essere
99

umano che non potrà mai diventare un «uomo»? No, tu


con gli… scherzi della natura non hai nulla a che vedere.
Non puoi avere nulla a che vedere.
Ho la sensazione di trovarmi di fronte a un groviglio
inestricabile di problemi, problemi da cui mi sento
schiacciato, paralizzato.
Un tempo il confine tra la vita e la morte era nettamente
chiaro. Ora tutto è diventato più complesso. E la
complessità fa paura. Mi fa paura. Ma come potrei far
finta di nulla e rifugiarmi nelle categorie culturali
tranquillizzanti di altri tempi? Se è disumano condannare
alla morte chi, vivente, ha la mente spenta, non sarebbe
altrettanto disumano condannarlo a vivere
indefinitamente, spogliato completamente della sua
dignità umana, sull’altare della dell’«onnipotente
ideologia medico-tecnologica»?
Domande angoscianti.
Dubbi laceranti.
Dubbi che mettono in crisi la mia intransigenza morale,
addirittura la mia coerenza (stigmatizzare l’aborto in
nome della sacralità della vita umana e, nello stesso
tempo, lasciarmi tentare dalla cultura della morte nella
fase terminale della vita)?
Non lo credo affatto. Credo che la mia intransigenza
morale rimanga intatta: nessuno – ne sono profondamente
convinto – ha il diritto di «uccidere», neppure per pietà,
un altro uomo. Ma… che cosa potrei obiettare a chi
avesse deciso, in anticipo e con piena consapevolezza, il
suo destino finale in caso di assenza di segni umani? E
quali ragioni potrei contrapporre a chi, vivo nell’anima
ma morto nel corpo, dovesse ritenere la sua vita non più
degna di essere vissuta?
Nessuna concessione ai maestri di morte, nessun attentato
alla sacralità dell’esistenza umana: non è, invece, un
100

inno alla libertà e alla responsabilità che sono i tratti che


innalzano l’uomo al di sopra di tutte le creature?

La pensée n’est qu’un éclair


au milieu de la nuit.
Mais c’est cet éclair qui est tout.

(Jules-Henry Poincaré)

Il pensiero non è che un lampo


in mezzo a una lunga notte.
Questo lampo, però, è tutto.
101

Dal corale Jesus bleibet meine Freud, Cantata n. 147 di J.S. Bach
102

GRAZIE
Das schönste Glück des denkenden Menschen
ist, das Erforschliche erforscht zu haben
und das Unerforschliche zuhig zu verehren.17
(Goethe)

Wer immer Du bist […]


Dank sei Dir.18
(Barbara Metzeltin)

Il sole al tramonto

Il sole è al tramonto e ormai non ho più alcuna speranza


di ritrovarti. Ti ho cercato a lungo con l’intento di
purificarti da tutte le scorie umane, da tutti gli idoli
prodotti dagli uomini, ma in realtà non ti ho costruito a
mia immagine e somiglianza perché ho parlato con te
come se tu fossi una «persona», ti ho confidato il mio
travaglio come se tu ti prendessi cura da buon «padre»
dei problemi dei tuoi «figli»?
Ti ho cercato tentando di scalare le vertiginose vette
raggiunte dai filosofi, ti ho cercato dentro quel libro
straordinariamente affascinante che è il cosmo, ma senza
esito.
Ho provato ad alzarmi in volo anche con l’ala della fede
cercandoti nel volto visibile di Cristo, ma è stata
un’impresa disperata perché non sono mai riuscito a
liberarmi dalla tentazione di capire e di cercare delle
motivazioni «ragionevoli» per credere, perché mi sono
sempre rifiutato di accettare una fede come «resa»,
«consegna», «abbandono».

17
La più bella ventura dell’uomo pensante è di aver indagato l’indagabile e di
venerare tranquillamente ciò che non si può indagare.
18
Chiunque tu sia, grazie.
103

Non ti ho trovato, ma non mi sento in colpa. Nelle


braccia di chi avrei dovuto abbandonarmi? Nelle braccia
del Cristo dei biblisti (e di quali?) o del Cristo dei
teologi?
Leggo che la fede è «ragione genuflessa», non
«analfabetismo della ragione», ma genuflessa di fronte a
chi? A quell’«ebreo marginale, che guidò un movimento
marginale», che fu «innanzitutto e fino in fondo, in ogni
istante della sua esistenza, un prodotto del giudaismo
indigeno della terra di Israele», come scrive un esegeta
cattolico?
Non ti ho trovato, ma la ricerca è stata tutt’altro che vana
perché nel dialogare con me stesso ho esplorato la mia
anima come non mai e ho dato un po’ di ordine alle mie
idee confuse.
Alla fine, poi, dopo una navigazione sofferta, non sono
giunto a un porto? Non è il porto sognato, è vero, ma
senza di te, ora, non mi sento più precipitare nel vuoto o
brancolare nel buio, non mi sento più un pellegrino e
tanto meno un esule.
Che tratto di strada, del resto, dovrei ancora percorrere?
Dove dirigermi? Non correrei il rischio di non godere
appieno la bellezza dell’esistenza terrena giocando a vita
il ruolo di «mendicante del cielo»?
«Il vero sapere - diceva un antico saggio - risiede nel non
avere pensieri superiori all’umano, a ciò che è mortale»:
come dargli torto?
Un po’ di inquietudine, certo, permane, ma non l’avverto
più come un tormento, come una persecuzione. La
percepisco come l’orizzonte entro cui si muovono i
mortali. L’uomo è, sì, malato di Verità assolute, ma è
costituzionalmente incapace di accedervi. Da sempre
l’uomo si interroga, ti interroga e ti invoca, ma tu da
sempre taci.
104

Tu sei il Silenzio.
Tu sei l’Enigma che avvolge l’universo, l’Enigma che
avvolge il mio effimero lampeggiare nel cosmo.
Un Enigma che si dilata, invece che restringersi, col
progredire delle scienze.
Un Enigma di fronte al quale, al termine del mio viaggio,
non posso che stare in ginocchio.
In silenzio.
Senza cadere nel peccato di hýbris di chi ti esalta e di chi
ti nega.

Il «pensiero notturno»

Il sole è al tramonto. Non so quanto tempo avrò ancora


da vivere, ma ciò che spero è di onorare questo tempo. So
che non è facile perché quando si intravvede il
crepuscolo, i guizzi vengono meno, l’ottimismo della
volontà perde i colpi, il peso della pigrizia diventa
schiacciante, ma sono convinto che basterebbe poco.
Anche solo un sorriso ammiccante nel momento giusto,
una battuta per sdrammatizzare un’atmosfera di tensione,
un po’ di autoironia… Parole, sguardi, gesti. Basterebbe
cercare la bellezza della vita dentro la quotidianità, uscire
dal mio guscio e accorgermi del bisogno di affetto di chi
vive nella solitudine.
Il sole è al tramonto, ma non provo angoscia. Non ho
alcuna ragione per invocarti, come il filosofo che ha
annunciato la tua morte, di tornare «indietro […] con
tutte le tue torture».
Sono in pace con la mia coscienza perché credo di avere
fatto con onestà i miei conti con te. E sono sereno perché
non mi sento più sradicato, avendo recuperato,
nonostante tutto, le mie radici.
105

Sono un cristiano anomalo, lo so, ma comunque un


cristiano affascinato dal messaggio morale di Cristo, che
ascolta volentieri quella che viene presentata, in buona
fede, come la «tua Parola» e che confessa con contrizione
i suoi peccati.
Un cristiano che non attende né con terrore né con fiducia
un Giudice finale perché sa di essere lui il giudice severo
di se stesso e non ha bisogno di aggrapparsi all’illusione
dell’aldilà, tanto meno al grande mito della risurrezione
dei corpi.
Un cristiano i cui valori sono fortemente in sintonia con
quelli predicati dal «tuo» Figlio e da coloro che si
considerano tuoi interpreti.
Un cristiano che prova un grande disagio nel sentire un
tuo teologo dichiarare senza mezzi termini che la dottrina
ufficiale della Chiesa cattolica «non sa nulla e nulla vuol
sapere, della fede di Gesù-Jeshua», ma «conosce solo
l’idolo del proprio artificioso concentrato di dogmi» e
pontificare che non esiste un Dio prima del mondo, ma
che è il mondo, «creato continuamente dall’unica e
incessante azione divina in quanto natura naturans», che
«va prendendo consapevolezza nella mente umana della
sua unione con Dio».
Leggo che la differenza oggi non è tra credenti e non
credenti, ma «tra chi prende sul serio questi problemi e
chi no» e che il credere per un cristiano è «sopportare il
peso» delle domande senza risposta, dei dubbi più
angoscianti ed è vivere «in una sorta di pensiero
notturno»: non è il mio caso?
Leggo che «credere o non credere in Dio è una domanda
che interpella tutti e che richiede a ciascuno di essere
presa sul serio, qualunque risposta le si dia» e che, anche
se la fede è un dono di Dio, «siamo chiamati a fare tutto
quanto è nelle nostre possibilità per ricevere questo
106

dono»: non è quanto ho cercato io di realizzare con tutte


le mie modeste forze?
Leggo che i tuoi mistici ti pregano di liberarli da Dio, da
tutte, cioè, le rappresentazioni umane, da tutte le teologie,
da tutte le mediazioni di una casta sacerdotale: non mi
sono sforzato, anch’io, in questo mio dialogo con te, di
liberarmi da ogni idolatria, perfino dalla idolatria dei miei
pensieri?
Leggo che sono le religioni «nella loro versione
istituzionale» ad operare «nella direzione della sconfitta
di Dio» in quanto si sostituiscono a Dio, facendosi
custodi di norme etiche che non derivano dai vangeli, ma
dalla storia, e facendosi banditori di un ‘diritto di natura’,
fermo e immutabile nel tempo»: parole di un cristiano
che non posso non sottoscrivere.

Peccati

Il sole è al tramonto. Sono sereno, ma sono anche


perfettamente convinto di avere sulla coscienza un carico
enorme di colpe.
Ho peccato perché ho tradito la vita. L’ho fatto quando,
con la testa tuffata nei libri, mi sono privato del calore
delle relazioni umane, quando, con l’alibi del carattere,
mi sono ritagliato una nicchia tutta mia; quando ho
gettato la spugna prima di provare a combattere, quando
mi sono lasciato sfiorare dal vento della sfiducia, quando,
con un atteggiamento di ascolto sincero, avrei potuto
evitare incomprensioni che hanno pesato sulla mia vita.
Ho peccato perché ho tradito l’amore, quando, optando
per un volontariato aristocratico, ho di fatto sottratto
tempo alla causa degli ultimi, quando ho scansato
persone che avevano bisogno di me, quando non ho
ascoltato l’appello, urlato o mite, degli ultimi della terra.
107

«Avevo fame… avevo sete… ero ignudo…»: sono le


«opere» che mi inchiodano alle mie responsabilità.
La mia vita è stata una lunga e tormentata ricerca, un
perenne interrogarmi e interrogare e di questo non ho
nulla da rimproverarmi perché ho cercato di rendere
omaggio a quel dono grandissimo che è l’intelligenza,
consapevole che «una vita senza ricerche non è degna di
essere vissuta». Ho condannato spesso, poi, nel mio
piccolo, gli idoli e i miti di una società malata, le
ingiustizie perpetrate da un sistema selvaggiamente
disumano e ho applaudito ai giovani che non si
rassegnano al «così va il mondo» e continuano a
inseguire l’Utopia cristiana, la più radicale delle utopie.
Ho gridato, ma ho «fatto» ben poco.
Sono stato alla larga dall’impegno politico, pur sapendo
che la politica è la forma più alta dell’amore.
Sono stato alla larga, egoisticamente, per preservare la
mia anima bella, per non sporcarmi le mani, per non
turbare la mia tranquillità interiore.
Sono stato alla larga per viltà, accampando la scusa di
non essere tagliato per la politica militante.
Non so quando il nulla mi inghiottirà, ma quando
arriverà, vorrò essere pronto. Lo sarò se nel tempo che mi
sarà ancora concesso, mi sarò riscattato rimboccando le
maniche, se avrò trasmesso con la testimonianza l’amore
per la vita, se avrò lasciato qualche traccia di opera
buona.

Chiunque tu sia

Il sole è al tramonto. Non so se tu esista, non so se tu


abbia un volto paterno o quello della natura, ma ciò non
mi toglie la gioia di godere del «dono» della vita, non mi
esime dal dire «grazie».
108

Mi guardo indietro e vedo tante ombre, ma anche tante


luci.
Avrei potuto rimanere un nulla per sempre e, invece,
esisto.
Avrei potuto nascere segnato da qualche scherzo della
natura e, invece, ho avuto le carte in regola per
assaporare, in pienezza, tutta la bellezza della vita.
Avrei potuto uscire dal niente altrove dove la morte miete
ancora una quantità ingente di vittime in tenera età e,
invece, no.
Avrei potuto, segnato dallo status sociale della mia
famiglia, rimanere nell’ignoranza e, invece, ho avuto
l’opportunità di accedere agli studi, un’opportunità che
mi ha provocato, sì, tanto turbamento, ma mi ha anche
aiutato a diventare adulto, a liberarmi - almeno credo - da
miti e illusioni.
Ho avuto, infine, l’immenso dono di accendere due
«luci» che continueranno a illuminare dopo di me.
Grazie!
Chiunque tu sia!
Qualunque cosa tu sia!
109

BIBLIOGRAFIA
Sono svariate le pubblicazioni da cui ho tratto le citazioni e che mi
hanno fornito spunti alla mia ricerca. Ecco le più significative.

Opere di carattere filosofico:


- AA.VV., Almanacco di filosofia, MicroMega,
Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2/2000
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Brescia 1980
- Antiseri Dario-Giorello Giulio, Libertà. Manifesto
per credenti e non credenti, Bompiani, Milano
2008
- Bauman Zygmunt, L’etica in un mondo di
consumatori, Laterza, Roma-Bari 2011
- Bencivenga Ermanno, La dimostrazione di Dio,
Mondadori, Milano 2009
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- Cacciari Massimo, Dell’inizio, Adelphi, Milano
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- Hadot Pierre, Esercizi spirituali e filosofia antica,
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credente, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose,
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- Natoli Salvatore, Il buon uso del mondo,
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- Severino Emanuele, Destino della necessità,
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- Sloterdijk Peter, Devi cambiare la tua vita,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2010
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vivrà 100 anni, Rizzoli, Milano 2010
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- Boncinelli Edoardo, L’etica della vita, Rizzoli,


Milano 2008
- Boncinelli Edoardo-Giulio Giorello, Lo
scimmione intelligente, Rizzoli, Milano 2010
- Boncinelli Edoardo, Perché non possiamo non
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- Boncinelli Edoardo, Quel che resta dell’anima,
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- Luminet Jean-Pierre, La segreta geometria del
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- Gaeta Giancarlo, Il Gesù moderno, Einaudi,
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- Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, Bompiani,
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- Jossa Giorgio, Gesù messia?, Carocci, Roma 2006
- Mancuso Vito, L’anima e il suo destino, Raffaello
Cortina Editore, Milano 2007
- Mancuso Vito, La vita autentica, Raffaello
Cortina Editore, Milano 2009
- Mancuso Vito, Io e Dio, Garzanti, Milano 2011
- Mancuso Vito, Il principio passione, Garzanti,
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- Meier John P., Un ebreo marginale. Ripensare il
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- Liverani Mario, Oltre la Bibbia, Editori Laterza,


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- Küng Hans, Ciò che credo, Rizzoli, Milano 2010
- Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione
della Bibbia nella Chiesa, Editrice Elle Di Ci,
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- Ratzinger Joseph – Benedetto XVI, Gesù di
Nazaret, 2 volumi, Libreria Editrice Vaticana,
Città del Vaticano, 2007, 2011
- Ravasi Gianfranco, Antico Testamento.
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- Ravasi Gianfranco, Che cos’è l’uomo? San Paolo,
Milano 2011
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- Vannini Marco, Prego Dio che mi liberi da Dio,
Bompiani, Milano 2009

Opere di carattere religioso:


- Augias Corrado - Pesce Mauro, Inchiesta su Gesù,
Mondadori, Milano 2006
- Benazzi Natale – D’Amico Matteo, Il libro nero
dell’inquisizione, Piemme, Casale Monferrato
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- Messori Vittorio, Patì sotto Ponzio Pilato? SEI,
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- Politi Marco, Il ritorno di Dio, Mondadori, Milano
2004
- Politi Marco, La chiesa del no, Mondadori,
Milano 2009
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cristiani, Longanesi, Milano 2007
- Odifreddi Piergiorgio, Caro Papa, ti scrivo,
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- Ratzinger Joseph – Pera Marcello, Senza radici,
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- Ruini Camillo-Andrea Galli, Intervista su Dio,
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- Spink Kathryn, Madre Teresa. Una vita
straordinaria, Piemme, Casale Monferrato 1997
- Torno Armando, Senza Dio?, Arnoldo Mondadori
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- Vannini Marco, La religione della ragione, Bruno
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115

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Dio della guerra, Guerini e Associati, Milano
2002
- Boulez Marie-Françoise, Comment notre monde
est devenu chrétien, CLD Éditions, Paris 2008
- Cheng François, Cinque meditazioni sulla
bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2007
- Dawkins Richard, L’illusione di Dio, Mondadori,
Milano 2007
- De Monticelli Roberta, La questione morale,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2010
- Minois Georges, La Chiesa e la guerra, Dedalo,
Bari 2003
- Goldhagen J. Daniel, Peggio della guerra,
Mondadori, Milano 2010
- Redondi Pietro, Galileo eretico, Einaudi, Torino
1983
- Viano Carlo Augusto, Laici in ginocchio, Laterza,
Roma-Bari, 2006
- Zavoli Sergio, Il ragazzo che fui, Mondadori,
Milano 2011
116

POSTFAZIONE

Viandante dalle tenebre alla luce

Un noto provocatore

Piero Carelli, come è noto, è un provocatore.


Amministratori locali, economisti, filosofi,
professori, storici: chi non ha mai inciampato nella
sua spiazzante prospettiva, che ribalta ogni luogo
comune? Chi di noi non si è sentito almeno una
volta chiamato in causa per la propria pigrizia
intellettuale, per quella cecità in cui spesso
preferiamo trascinare la nostra comoda esistenza
quotidiana, procedendo a tentoni, piuttosto di
sopportare le doglie della ricerca?
Questa volta il provocato è illustre, benché non
universalmente riconosciuto né amato: Dio. La
provocazione è una sfida. Ma tale sfida può
assumere toni altamente differenziati, a seconda di
chi la lancia. C’è ad esempio la sfida del marchese
de Sade, intesa da alcuni come bestemmia scagliata
contro Dio per costringerlo a manifestarsi. C’è la
sfida del nichilismo, che assume toni violenti e
accesi nell’annunciare sentenze di morte definitive,
117

forse per nascondere il gelo della paura e l’acerba


delusione di chi un tempo ha nutrito infantili
illusioni. C’è la sfida del malvagio, sicuro
dell’impunità. E quella dell’indifferente, la più
atroce, perché il suo vivere come se Dio non
esistesse si fa beffe della fatica di uomini giusti che,
magari incapaci di autentica fede, si limitano a
vivere come se esistesse. La sfida di Piero è tutt’altra
cosa. È una provocazione che cita in giudizio, e
chiama non contro, ma a favore e di fronte, faccia a
faccia, davanti al tribunale della coscienza. Che
cos’altro significa, infatti pro-vocare?

Quale preghiera?

Una preghiera, dice l’Autore. Ma quale preghiera?


Un salmo. “Bello è lodare il Signore,/inneggiare il
tuo nome, Altissimo […] Dio, che gioia le opere
tue;/sono le imprese delle tue mani/a farmi esultare.”
(92). Ogni momento di questa preghiera, pur nella
variegata teoria di emozioni, è una lode innalzata al
creatore delle meraviglie naturali, dall’occhio umano
allo spettacolo mozzafiato della miriade di occhioni
che brillano d’estate nel cielo tersissimo delle
Dolomiti. Come nel salmo 8: “Quando il cielo
contemplo e la luna/e le stelle che accendi
nell’alto,/io mi chiedo davanti al creato:/cosa è
118

l’uomo perché lo ricordi?”. Purtroppo la lezione


della storia sembra volerci ammonire che Dio non
ricorda questo minuscolo granello di polvere, che un
tempo aveva orgogliosamente collocato se stesso al
centro dell’universo, per subirne in seguito
clamorose e laceranti smentite. E allora dalla lode
scaturisce un insidioso sospetto, dall’ammirazione e
dallo stupore il dubbio che tutto corrode.

Una preghiera rivolta a chi?

Al creatore, se esiste, poiché tutte le preghiere, tutti i


salmi, si recitano sub condicione. “Ma tu fino a
quando?”, interroga l’orante del salmo 6, e ancora:
“Fino a quando, fino a quando Signore/continuerai a
scordarti di me:/per sempre?” (13). E già la fede
vacilla, sconvolta da un altro spettacolo meno nobile
ed entusiasmante: il trionfo del male. “Il povero è
braccato dall’orgoglio dell’empio,/travolto dai suoi
intrighi:/di sé si vanta il traditore, l’ingordo
bestemmia, si fa scherno di Dio./È sempre l’empio
che dice/dall’alto della sua insolenza:/«Dio non se
ne cura, Dio non esiste»:/queste le sue
convinzioni./E i suoi piani hanno sempre successo”
(10). I piani dell’empio hanno sempre successo. Fino
a quando Dio tacerà? Ci fu un tempo in cui la Chiesa
reagì con roghi e torture contro “i piani dell’empio”.
119

Da quella Chiesa il tempo presente si è allontanato,


ma Piero non trascura di prendere con orrore le
distanze dalla “rabies theologica” dei sedicenti
interpreti della parola. “Massacrare gli abitanti di
una città per estirparne l’eresia serve davvero alla
tua causa?”, si chiede, e la risposta è nelle stesse
Scritture, ad esempio nella vicenda di Giona, dove
Dio, pentito per aver ordinato a Giona di distruggere
Ninive, gli revoca quell’ordine, contestando le sue
proteste: “Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella
grande città, nella quale sono più di centoventimila
persone, che non sanno distinguere fra la mano
destra e la sinistra, e una grande quantità di
animali?” (Giona, 4, 10-11). Già, perché mai anche
gli animali dovrebbero subire le conseguenze del
peccato di cui non hanno colpa? Dunque Dio mostra
l’altra faccia, quella della misericordia.

Antropomorfismo ingenuo

Un altro dubbio si impone con la forza dell’umana


ragionevolezza: immaginando un Dio che si offende,
si vendica, si pente e perdona, non rischiamo di
assomigliare a quegli antichi popoli già irrisi da
Senofane di Colofone duemilacinquecento anni fa?
“Gli Etiopi – argomentava Senofane – credono che
gli dei siano camusi e neri; i Traci, che abbiano
120

occhi azzurri e capelli rossi. Ma se buoi, cavalli e


leoni avessero le mani e sapessero disegnare, i
cavalli disegnerebbero gli dei simili a cavalli e i buoi
simili a buoi”. Non è ridicolo? E allora? Da capo, di
nuovo, come Qohélet: “Mi son applicato di nuovo a
conoscere e indagare e cercare la sapienza e il
perché delle cose” (7, 25). Proviamo a cercare Dio
nella natura, come Spinoza, come Einstein. No,
neppure questa è la strada: troppo imbarazzante la
conseguenza deterministica dello spinozismo.
Quanto alla convinzione einsteiniana (“la scienza
senza religione è zoppa; la religione senza scienza è
cieca”), è ormai sorpassata dalle moderne teorie
scientifiche, sia nell’ambito astronomico che
neurologico. Se invece si volesse rinunciare non solo
alla trascendenza, ma perfino all’immanenza di Dio,
togliendo alla natura ogni aura di sacralità, Dio
sarebbe finalmente “giustificato” dall’aver creato un
universo che non è affatto un cosmo, ma piuttosto un
ricettacolo di disordine e sofferenza. Ma quale
illogica e paradossale teodicea sarebbe quella che
pretendesse di risolvere il problema del male al
prezzo di cancellare lo stesso Dio? E soprattutto
quale consolazione offrirebbe all’uomo questa
soluzione? Perché, in fin dei conti, si tratta di dare
un senso alla vita e soprattutto un conforto a chi sa
121

di morire. “Il mio bisogno di te è forte”, confessa


Piero.

Confessioni

Il dialogo è fra l’Autore e quel Tu supremo che si


cela all’uomo. L’altro non è l’alunno, non è il
povero, il migrante, l’uomo di diversa etnia, il
prossimo che si incontra ad ogni passo, ma è il
maestro supremo, l’unico autentico maestro, non
umano ma divino. In queste nuove Confessioni, il
sentire (più ancora del pensare) agostiniano emerge
a più riprese. All’inizio è il cenno autobiografico ad
evocare il paragone: come Monica, la madre di Piero
alleva il figlio nella fede cristiana, mentre il marito,
come il pagano Patrizio, se ne tiene discosto. Poi le
consonanze spirituali si fanno più evidenti: sono la
ricerca di un rapporto diretto con Dio (atteggiamento
– riconosce l’Autore – “più protestante che
cattolico”), e quel continuo interrogare e chiedere
conto a Dio di un percorso mai interrotto e sempre
foriero di scoperte sconvolgenti. Ma se ad Agostino
dobbiamo credere, viene da pensare che il cammino
di Piero sia da reinterpretare, e capovolgere con una
delle tipiche pro-vocazioni che egli ben conosce: si
affaccia cioè alla mente del lettore il sospetto che la
sua vita adolescenziale non fosse abitata da autentica
122

fede, ma da obbedienza passiva all’educazione, e


che la vita dell’adulto, anziché averla smarrita, abbia
infine trovato quella fede vera che è “inquietudine
dell’incontro con Dio” e “inquietudine dell’amore”,
secondo le espressioni riferite da Papa Francesco al
vescovo di Ippona. “Agostino è erede di Monica, da
lei riceve il seme dell’inquietudine”, in quanto cerca
sempre “senza sosta, il bene dell’altro, della persona
amata, con quella intensità che porta anche alle
lacrime”19. Dunque il presente libro va inteso come
un’autobiografia filosofico-religiosa? un testamento
spirituale? la venticinquesima Operetta morale? Non
un pamphlet, benché l’irruenza non gli faccia difetto,
poiché del pamphlet non condivide l’invettiva,
spesso sarcastica, tesa a demolire il pensiero
dell’ipotetico avversario, né tanto meno a
screditarlo. Il nostro sforzo di incasellare ed
etichettare Chiunque tu sia è destinato allo scacco.

Un libro di filosofia

Lo stupore, la meraviglia, il dubbio sono all’origine


della filosofia. Aristotele lo afferma a chiare lettere
nella Metafisica. E aggiunge che a questo tipo di

19
Parole di Papa Francesco durante la Santa Messa per l’inizio del Capitolo
generale dell’ordine di Sant’Agostino, Roma, 28 agosto 2013. Consultabile al
sito http://2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-
francesco_20130828_capitolo-sant-agostino.html.
123

ricerca gli uomini approdarono dopo aver


soddisfatto i bisogni primari, e non per conseguirne
vantaggi pratici, bensì per il solo piacere della
ricerca. È questa l’autentica libertà dell’uomo:
“come diciamo uomo libero colui che è fine a se
stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra
tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola,
infatti, è fine a se stessa” (982b). Abbiamo scoperto
il segreto del provocatore Piero: uomo libero affetto
da quella grande passione che è la filosofia, vera e
propria ossessione, mania, malattia. Se c’è qualcosa
a cui non è disposto a rinunciare è questa libertà,
anche se tutto è stato demolito, la casa è in fiamme,
la terra è bruciata, l’anima è stata messa in soffitta
dalle neuroscienze. “Chi saremmo se non fossimo
liberi di scegliere il nostro destino, se non fossimo
responsabili delle nostre azioni, se non avessimo
meriti e demeriti?”. Lo scritto si rivolge ormai
esplicitamente a noi, poiché non è un caso che non
sia stato dimenticato in quel cassetto da cui per
molto tempo è uscito solo per essere limato e
integrato con scoperte recenti e riflessioni sempre
più amare, ma sia uscito allo scoperto per pro-
testare: testimoniare davanti a tutti e a favore di chi
non si rassegna. Il dubbio può essere il malevolo
suggeritore del sospetto, ma per il filosofo è spesso
124

messaggero di argomentazioni a cui prima non s’era


pensato, dunque aurora del giorno che ci attende.

Comparse senza nome

Questo libro è abitato da numerosi filosofi. I più


importanti non sono, a mio avviso, quelli citati nella
bibliografia meticolosamente ragionata, ma quelli a
cui è riservata una citazione implicita. Chiunque
abbia un minimo di familiarità con la filosofia non
può non cogliere il rinvio di espressioni come
queste: “Ti hanno attribuito il pensiero, ma che cos’è
questo pensiero se non una traccia umana, anzi ciò
che più umano vi è nell’uomo?”; oppure “non solo
pensiero di pensiero, ma anche volontà”; e ancora
“non è un mostro quel Deus sive natura a cui è
approdato un pensatore «maledetto»?”; e “dovrei
scommettere sulla tua esistenza?”. Ci sono tutti. I
classici: “Non sono vere e proprie perle l’inno alle
«virtù» definite immortali contro la mortalità dei
«piaceri», il primato dell’essere sull’avere e
dell’etica sulla politica, il dovere di non commettere
mai ingiustizia neppure se la si subisce?”. I
contemporanei: “Noi non saremmo creature, non
saremmo mortali. Il peccato mortale dell’uomo,
anzi, sarebbe di credersi mortale. Nulla nascerebbe e
nulla morirebbe. Tutto sarebbe eterno”; oppure “la
125

selezione naturale è l’unica alternativa concreta alla


casualità che si sia mai formulata”, e così via. Ci
sono perfino alcuni personaggi familiari alla cultura
cittadina, come il “prete carismatico e di grande
statura intellettuale e morale” alla cui scuola il
giovane Carelli contestatore conduce una protesta
“non contro il cristianesimo, ma proprio in nome del
messaggio sovversivo di Gesù”. Tutti però
rimangono comparse senza nome, e non perché il
loro valore sia scarso, ma al contrario perché sono
ormai assimilati nel pensiero dell’Autore, e divenuti
suoi organi di senso. Comunque sia, è ovvio che in
una preghiera non si citano filosofi e scienziati.

Una malattia altamente contagiosa

Se Carelli è malato di filosofia, ossia del desiderio di


non cessare mai e poi mai di stupirsi, di interrogarsi
sul senso della vita, né di cercare la verità, la sua
malattia è altamente contagiosa, e la lettura non
lascia indifferenti. Non c’è cura né guarigione. C’è
travaglio lungo e doloroso per questa “divina mania”
che ci calamita verso il bello, il giusto, il temperante,
il vero, come nel Fedro platonico, facendoci
innamorare. Ogni meta parziale rimanda a una
successiva tappa, ogni traguardo è un nuovo inizio.
Come accade allo sportivo che vede nel successo di
126

oggi lo sprone per un’ulteriore gara e per una sfida


più impegnativa, così le imprevedibili carte gettate
sul tavolo dai ricercatori scompigliano il precedente
ordine e ci inducono a ripartire meglio attrezzati. Ma
la malattia non è mortale. Ce ne accorgiamo ad ogni
pagina, e infine ne otteniamo la conferma dallo
stesso Autore, il quale rifiuta con forza l’idea che
senza Dio l’uomo sia condannato a scivolare in un
“umanesimo disumano”, e non possa che entrare
“nel tunnel della disperazione” (corsivo mio). Al
contrario: il libro si chiude con un inno alla gioia, un
grazie di esistere, un cuore colmo di gratitudine per
aver ricevuto il dono della vita. Giunti a questo
limite, anche la figura del filosofo svanisce, e
insieme a questo dileguare viene meno la tentazione
di appiccicargli un’etichetta che sappia di déjà vu,
come potrebbe essere quella di “ateo virtuoso”.

Dalla filosofia alla poesia

Quando la filosofia esaurisce le parole, la poesia ci


soccorre. Ed è una poesia che nasce dalla
consapevolezza della morte, a cui ci si prepara. “La
morte, indubbiamente, mi fa paura”, confessa Piero,
e questa paura lo rende intensamente umano, molto
più umano di chi dichiara di non provarla. Un
ricordo personale: ogni anno, puntualmente, quando
127

si parlava in classe dell’atteggiamento


intellettualistico di Socrate di fronte alla morte
(“perché dovrei temere qualcosa che non so se è un
bene o un male?”), i miei alunni giudicavano
artefatta una simile freddezza. Concordo con loro:
chi dice di non temere la morte non è credibile. La
morte fa paura, ma la prospettiva del nulla che quasi
certamente ci attende non spaventa l’Autore, che
passa dalle parole della filosofia a quelle di un
discorso poetico o mitologico. Molti i “grandi”
evocati, primo fra tutti Leopardi con il suo “tutto è
nulla, solido nulla”. E Pascoli, con l’enigmatico
Ulisse dei Poemi conviviali, che canta il suo lamento
“non esser mai! non esser mai! più nulla,/ma meno
morte, che non esser più”. L’esito del viaggio
instancabile del viandante Piero Carelli che si
prepara a morire non è però un nulla che dà i brividi,
bensì un nulla che “dà un senso alla vita”, un nulla
pacificante, capace di ristabilire una gerarchia di
valori in qualche modo perenni, poiché al suo
confronto la vita appare come preziosissimo dono,
come frutto da gustare fino in fondo, con il suo
profumo dolce o asprigno. Pari alla calma del mare e
alla meraviglia del cielo stellato, quel nulla è – dice
Piero – la “prosa”, destino dell’uomo adulto. Ma per
noi è la poesia di chi ancora una volta capovolge
l’ovvietà, inventando nuove prospettive.
128

Cristiano senza fede

Mi pare che dal testo si possa desumere una poco


indulgente visione dell’agnosticismo – colpevole
indolenza – e dell’ateismo – involontaria bestemmia
rivolta non contro Dio, ma contro l’uomo, la natura,
la bellezza e tutti quei beni di cui non si può fare a
meno, primo fra tutti l’amore. Un pagano come
Platone intuisce che l’immortalità dell’uomo è
consegnata ai suoi figli del corpo o dell’anima. Piero
sa di avere acceso due “luci” che continueranno a
illuminare dopo di lui. E uno dei suoi figli,
Alessandro, ha disegnato per l’opera del padre
illustrazioni che ne accompagnano in modo assai
pertinente, con discrezione ed eleganza, lo svolgersi
progressivo: dalle meraviglie del creato, all’enigma,
al deserto, alla tentazione del serpente, al miracolo
della vita, fino allo spartito della Corale Jesus
bleibet meine Freude (Gesù rimane la mia gioia,
Cantata n. 147 di Bach), opportunamente accostato
al conclusivo capitolo “Grazie”, a significare che,
qualunque sia il cammino intrapreso, Cristo resterà
sempre faro e consolazione. Dal momento che non ci
è dato cancellare duemila anni di storia, e quindi
“siamo cristiani fino al midollo”, non possiamo
infatti, secondo Piero, arrestarci al grandioso
129

pensiero pagano. Procedendo oltre scopriamo la


figura del “cristiano senza fede”, in cerca del senso
dell’esistenza dentro lo stesso esistere. Siamo al
(temporaneamente) definitivo traguardo.

Allora da capo

“Mi sono applicato di nuovo a conoscere e indagare


e cercare la sapienza e il perché delle cose e a
conoscere che la malvagità è follia e la stoltezza
pazzia” (Qohélet, 7, 25). Ma che cosa ci guadagna
l’uomo? “L’uomo non ha altra felicità, sotto il sole,
che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua
compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita
che Dio gli concede sotto il sole” (Qohélet, 8,15).
Nell’Ecclesiaste questo leggiamo. Il libro più “ateo”
delle Sacre Scritture ci offre forse un’idea verosimile
di ciò che intende Carelli quando si autoqualifica
“cristiano senza fede”. Certo Qohélet non può essere
cristiano per motivi storici, ma assomiglia a
qualcosa di ugualmente paradossale: un nichilista
che crede in Dio, chiunque egli sia. “Dolce è la
luce/e agli occhi piace vedere il sole./Anche se vive
l’uomo per molti anni/se li goda tutti,/e pensi ai
giorni tenebrosi, che saranno molti:/tutto ciò che
accade è vanità.” (Qohélet, 11, 7-8). E dunque la
conclusione è un invito a godere la vita nella
130

pienezza di ciò che dà piacere senza procurare agli


altri dolore. Se dopo la morte tutto sarà nulla, e molti
saranno i giorni di tenebra, ora affrettiamoci a
mostrare apprezzamento per ciò che ci è stato dato.
E se i figli del corpo non appagano completamente il
nostro desiderio di immortalità, dedichiamoci a quei
figli dell’anima che sono le opere del pensiero e
della creatività umana, ciascuno secondo i talenti
che gli sono toccati in sorte. Piero Carelli ci regala
l’ultima in ordine di tempo di queste opere. È un
discorso che non resta scritto solo sulla carta, ma che
si iscrive nell’intimo di chi ascolta: non puro
esercizio retorico, privo di frutto, ma discorso che
porta seme, dal quale potranno nascere anche in altri
uomini “altri discorsi, che siano capaci di rendere
questo seme immortale e che facciano felice chi lo
possiede, nella misura più grande che all’uomo sia
possibile” (Platone, Fedro).
Restiamo in attesa.
Patrizia de Capua
131

ὅστις ποτ’ εἶ σύ, δυστόπαστος εἰδέναι

(Euripide)

Chiunque tu sia, mistero impenetrabile