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Rivista Incontri 1-2010

Rivista Incontri 1-2010

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Periodico della famiglia cottolenghina
Periodico della famiglia cottolenghina

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Fondato nel 1948 Anno 62°

Fatica
Si nasce, si muore, con fatica. In ogni azione, nella giornata si compie ogni cosa, che fatica. Coraggio! Mettiamoci entusiasmo! Chiediamoci: Per che cosa vivere? Viviamo per amare noi stessi e gli altri. Chiediamoci: Cosa ci spetta dopo la vita? Ci aspetterà l’aver vissuto quest’avventura, questa fatica del vivere. Questa vita di limiti. Ci aspetterà l’immensità del mistero d’Amore. Rita Corsi

n. 1 - Gennaio 2010
Sped. in abb. postale comma 20, lett. C, Art. 2 - Legge 662/96 Taxe perçue -Tariffa riscossa To C.M.P.

• Natale in caserma • Ospedale Cottolengo • Casa Accoglienza • Evangelizzare con i segni

Rita Corsi, nata a Campi Salentina (Lecce), il 19/11/1960 entra nella Piccola Casa nel Febbraio 1962, attualmente in Santa Elisabetta.

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p u n t o

S OMMARIO
NOTIZIE 3 Il punto - Hanno sloggiato Gesù Chiara Lubich Ospedale Cottolengo La direzione dell’Ospedale Casa di spiritualità Mater Unitatis Don Paolo Squizzato Verso le vette dello spirito Chiara Andreola - Città Nuova Caritas Christi Urget Nos! Suor Luisa Busato Professione Fratel Paolo Rinaldi Fratel Giuseppe Meneghini Una bella presenza, in una città lontana Sessantacinque anni di ordinazione Don Vallo Redazione Elezione Superiora Generale Madre Giovanna Massé Redazione Inaugurazione Padiglione Frassati Fanfara Brigata Alpina Taurinense Redazione Gli amici che ci hanno lasciati Formica/Portigliatti/Scrimaglia/Carmela Redazione Leggiamo un libro- Schegge di vita contemplativa Le sorelle del Monastero Cottolenghino “S. Giuseppe”

Periodico della Famiglia Cottolenghina e degli ex Allievi e Amici della Piccola Casa n. 1 gennaio 2010
Periodico quadrimestrale Sped. in abb. postale Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96 Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71 Indirizzo: Via Cottolengo 14 10152 Torino - Tel. 011 52.25.111 C.C. post. N. 19331107 Direzione Incontri Cottolengo Torino Direttore responsabile Don Carlo Carlevaris Amministrazione Avv. Dante Notaristefano Segreteria di redazione Salvatore Acquas redazioneincontri@hotmail.it Comitato di redazione Salvatore Acquas Mario Carissoni Mauro Carosso Don Roberto Provera Rodolfo Scopelliti Progetto grafico Salvatore Acquas Valter Oglino Prove digitali LEM Stampa digitale via Bologna 220 - Torino Tel. 011 2475546 Stampa: Tipografia Vincenzo Bona Strada Settimo 370/30 - Torino Tel. 011 273.77.77

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Hanno sloggiato Gesu ! ´

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SPIRITUALITÀ 10-11 L’Angelus Padre Gottfried Egger - Mario Carissoni

TESTIMONIANZE 8-9 12-13 16-17 18-19 20-21 25 26 Natale in caserma Leo Vercellone Harambee Fr. Giuseppe Gaido Evangelizzare con i segni Don Emanuele Lampugnani Casa Accoglienza La Redazione Casa dello spirito R. Della Rovere Mi chiamo Mururu Blog Chaaria La notte in cui diventai adulta era quasi il Natale del 1945 Franca C. Bonzano “Fatica” - poesia Rita Corsi

luci. Una fila interminabile di negozi, una ricchezza fine, ma esorbitante. A sinistra della nostra macchina ecco una serie di vetrine che si fanno notare. Al di là del vetro nevica graziosamente: illusione ottica. Poi bambini e bambine su slitte trainate da renne e animaletti waltdisneyani. E ancora slitte e Babbo Natale e cerbiatti, porcellini, lepri, rane, burattini e nani rossi. Ah! Ecco gli angioletti… Macché! Sono fatine, inventate di recente quali addobbi al paesaggio bianco. Un bambino con i genitori si leva sulle punte dei piedini e osserva, ammaliato. Ma nel mio cuore l’incredulità e poi quasi la ribellione: questo mondo ricco si è «accalappiato» il Natale e tutto il suo contorno, e ha «sloggiato» Gesù! Ama del Natale la poesia, l’ambiente, l’amicizia che suscita, i regali che suggerisce, le luci, le stelle, i canti. Punta sul Natale per il guadagno migliore dell’anno. Ma a Gesù non pensa. «Venne fra i suoi e non lo ricevettero…» «Non c’era posto per Lui nell’albergo…», neppure a Natale. Stanotte non ho dormito. Questo pensiero mi ha tenuta sveglia. Se rinascessi farei tante cose. Fonderei un’Opera al servizio dei Natali degli uomini sulla terra. Stamperei le più belle cartoline del mondo. Sfornerei statue e statuette con l’arte più pregiata. Inciderei poesie, canzoni passate e presenti, illustrerei libri per piccoli e adulti su questo «mistero d’amore», stenderei sceneggiature per rappresentazioni o film. Non so quel che farei… Oggi ringrazio la Chiesa che ha salvato le immagini. Quando sono stata, anni fa, in un paese in cui dominava l’ateismo, un sacerdote scolpiva statue d’angeli per ricordare alla gente il Cielo. Oggi lo capisco di più. Lo esige l’ateismo pratico che ora invade il mondo dappertutto. Certo che questo tenersi il Natale e bandire invece il Neonato è qualcosa che addolora. Che almeno in tutte le nostre case si gridi Chi è nato, facendogli una festa come non mai.
CHIARA LUBICH
Tratto dal libro: E torna Natale, Edito da Città Nuova

S’avvicina il Natale e le vie della città s’ammantano di

Ringraziamo la Tipografia “Vincenzo Bona” per la gentile collaborazione alla pubblicazione del nostro periodico “Incontri”. Il Santo Cottolengo ripeteva spesso che il Signore non manca di benedire i benefattori della piccola Casa… e finora il Signore non si è mai smentito!!!
Per la Redazione Don Roberto Provera SSC

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“ La Redazione di “Incontri” augura a tutti i lettori un Natale di gioia e di pace ”

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Sono trascorsi ormai molti anni dalla sua nascita; soffermiamoci un momento sul nostro Ospedale e ripercorriamone insieme la storia, con la gioia di rispolverare la nostra mai appannata memoria, nel ricordo delle sue origini, per riaffermarne lo spirito e il motivo del suo essere.
a storia dell’Ospedale della Piccola Casa della Divina Provvidenza, comincia il 17 gennaio 1828, quando l’allora canonico Giuseppe Cottolengo, dà inizio all’assistenza degli ammalati che accoglie nel “Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini” (poi comunemente chiamato della Volta Rossa). Il deposito rimane aperto sino al mese di settembre 1831, quando viene chiuso dalle autorità cittadine, allarmate a causa di una grave epidemia scoppiata in città. L’attività assistenziale però non si ferma; riprende il 27 aprile 1832, in quella che è e continua ad essere, la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Dal 27 agosto 1833,con riconoscimento giuridico civile mediante Regio Decreto, la Piccola Casa della Divina Provvidenza, potrà annoverare l’attività ospedaliera tra i suoi fini istituzionali legalmente ricono-

O spedale

Cottolengo

saranno comunemente denominate “Ospedale della Piccola Casa” o più semplicemente “Ospedale Cottolengo”. Apprendiamo che “sei sono le sale destinate alla cura degli infermi” e che tra gli ammalati sono da includere sia gli acuti che i cronici, in quanto all’epoca non era in vigore la specializzazione dei ricoveri ospedalieri. L’ospedale è destinato alla cura di uomini e donne, di fanciulli e fanciulle, ammalati per la massima parte di infermità, che non sono curate negli altri spedali . Si sottolinea che

Inoltre il malato

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L

L’ospedale della Piccola Casa della Divina Provvidenza
sciuti. In forza del Regio Decreto, l’Amministrazione dell’Ospedale, come di tutta la Piccola Casa, sarà costituita da una Direzione Singolare rappresentata dal canonico Cottolengo e successivamente dai suoi successori. Nel sovrano provvedimento si legge infatti:
che ha determinato, e che determinerà il detto canonico Cottolengo al quale sarà lasciata le più ampia libertà, e non sarà tenuto di rendere a chicchessia conto del suo operato, persuasi come siamo che disporrà ogni cosa in modo conforme a procurare all’Istituto i maggiori vantaggi possibili e durevole esistenza all’opera di Carità che è frutto di sue cure .

gli infermi vi sono ricevuti senza eccezione veruna, di qualsiasi paese, o di qualsiasi nazione eglino sieno . I posti letto sono 175 e “nessuno (era) mai lasciato vacante” Il calendario poi non tralascia di porre in evidenza l’interesse scientifico della “clinica così interna come esterna”, dal momento che

ricevuto che egli è, se non ritorna al suo pristino stato di salute, e non possa procacciarsi colle sue fatiche il vitto giornaliero non viene licenziato, e se vive finché la Provvidenza non lo chiama a sé. Similmente, non ne viene accomiatato ancorché la malattia prendesse caratteri da poter essere accettato in altri ospedali . Nel 1939 l’ospedale della Piccola casa in virtù della legge ospedaliera del 1938 ottiene di essere classificato ospedale di terza categoria. Così si legge nel Decreto del Prefetto 20 giugno 1939:

dell’Ospedale Cottolengo come ospedale di zona… Di fronte però alle difficoltà che comportava una nuova classificazione, fu chiesta la revoca del provvedimento, che viene accolta dal Presidente della Regione Piemonte in data 20/11/1972. Il 24 luglio 1976, la Piccola casa richiede autorizzazione all’apertura ed esercizio della Casa di Cura Cottolengo. La delibera della regione Piemonte del 10 maggio 1977 spiega così la richiesta: Detta domanda di autorizzazione scaturisce dalla necessità di regolarizzare una situazione di fatto esistente, circa il funzionamento di detta Casa di Cura privata, senza che agli atti risulti tuttora, se a suo tempo emessa, l’originario provvedimento autorizzativo . Il 22 maggio 1981, con D.P.R. viene riconosciuta la natura giuridica privata della Piccola Casa. Arriviamo così sino ai nostri giorni, al 16 maggio 2006, quando tre anni dopo la pre-

Ritenuto che l’Ospedale Cottolengo di Torino ha una media giornaliera di 130 degenze… e corrisponde, in massima ai requisiti dell’Art, 6 delle norme di cui al R.D. per gli ospedali di terza categoria… .

nelle infermerie della Piccola casa sono raccolti i rifiuti degli altri spedali . Nella sala operatoria

“ “

Il 27 maggio 1969 si prospetta come soluzione più confacente alla Piccola Casa quella di optare per la classificazione

Approviamo, e vogliamo che riconosciuta sia l’esistenza legale del mentovato pio Istituto, lo accogliamo sotto la Nostra speciale protezione e prescriviamo che debba continuare sempre ad essere governato secondo le norme

Nel 1835 il Calendario Generale pè Regii Stati, registra ed attesta la presenza nella Piccola Casa di “infermerie” le quali

quasi quotidianamente vi fanno operazioni chirurgiche svariatissime, amputazioni, litrotisie, estirpazioni di scirri, di cancri, e mille altre che sarebbe troppo lungo annoverare… . L’allora Direttore Sanitario della Piccola casa, il dott. Lorenzo Granetti, nel 1841 ci lascia scritto, che non solo non vi era mai posto vuoto, ma se ne trovava

sempre un numero di volanti per gli ammalati cronici che inaspettatamente giungono da paesi lontani .

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attenzione le fasce più deboli della Società. Afferma il valore sacro della vita umana e promuove la dignità di ciascuno [….] secondo le finalità datele dal fondatore San Giuseppe Cottolengo, anche attraverso lo svolgimento dell’attività ospedaliera e L’Ospedale Cottolengo è quindi parte della Piccola Casa della Divina Provvidenza i cui poveri serve perciò prioritariamente . E cosi continua tutt’ora; basta leggere nel 2008 quante prestazioni ambulatoriali e diagnostiche gratuite, e il ricovero di 11 persone totalmente prive di copertura sanitaria. Le prenotazioni ambulatoriali poi, oscil-

lano tra 70 e 100 ogni giorno e testimoniano il gradimento dei nostri servizi. La Presidenza del Consiglio di Amministrazione del Presidio Sanitario, così come lo era all’alba della Piccola Casa è rappresentata dal Padre Generale, unico e legale rappresentante della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Il Consiglio è composto di due Sacerdoti Condirettori, dal Superiore Generale dei Fratelli e suo Vicario, dalla Superiora Generale delle Suore e sua Vicaria. Il personale, infermieristico, assistenziale e amministrativo è in grande maggioranza laico; non manca però la formazione

sentazione della domanda, l’Ospedale Cottolengo viene riconosciuto Presidio Sanitario. L’attuale denominazione. Il passaggio a Presidio Sanitario è stato riconosciuto dalla regione Piemonte con deliberazione del Consiglio Regionale del 18 maggio 2006, n° 69-16244. Cosa si intende per Presidio Sanitario? Il termine Presidio individua una vasta gamma di realtà, che vanno dal semplice poliambulatorio sino ai policlinici, dove l’attività di cura si associa anche alla ricerca. Al suo interno, possono essere garantite prestazioni sanitarie in regime di ambulatorio, pronto soccorso, ricovero in day surgery o ordinario. Quindi niente di straordinario o di diverso, rispetto a… ieri. Nello specifico, per l’Ospedale Cottolengo, rappresenta riconoscimento della sua equiparazione ai presidi pubblici, nello svolgimento del compito, di fatto storicamente sempre as-

solto, di rispondere ai bisogni del territorio. Siamo cosi qui giunti all’ultimo passaggio burocratico, che si inserisce, ma non interrompe la storia dell’Ospedale Cottolengo, che pur essendo riconosciuto presidio sanitario accreditato è e permane l’Ospedale della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Risulta ben specificato nell’Arti-

colo 1 del regolamento approvato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali: L’Ente gestore del Presidio Sanitario Ospedale Cottolengo sito in Torino, via San Giuseppe Benedetto Cottolengo n° 9, è l’Ente Morale no profit Piccola Casa della Divina Provvidenza, ente giuridicamente riconosciuto con R.D.27 agosto 1833, iscritto nel registro delle persone giuridicamente riconosciute del Tribunale di Torino in data 15 ottobre 1992, al n° 1251 . Nello stesso articolo viene specificato il fine e il movente: La Piccola Casa della Divina Provvidenza ha come fondamento e come anima la carità di Cristo. Si prende cura, senza distinzione alcuna, della persona ammalata, abbandonata, particolarmente bisognosa, nella sua dimensione umana e trascendente e pone al centro della sua

continua alla Mission della Piccola Casa della Divina Provvidenza. A tutti gli operatori, dipendenti e liberi professionisti, al momento dell’assunzione o della stipula del contratto, viene chiesto di sottoscrivere un impegno a partecipare alla specifica missione della Piccola Casa e ad osservarne i principi etico morali propri di un istituto cattolico. Per concludere, ci sembra di poter dire che da questa carrellata, che per necessità di spazio ha molto sintetizzato e ridotto notizie molto più ampie, i valori d’essere dell’Ospedale Cottolengo, pur nello scorrere del tempo, emergono sempre con fedele trasparenza. Riaffermano, che anche attraversando grandi cambiamenti, politici, normativi e di rapporto con una popolazione sul territorio fortemente cambiata, continuano a portare avanti, oggi come ieri, testimonianza di umanizzazione e di difesa della vita; dal suo concepimento sino alla morte, con precedenza per gli ultimi e portano l’annuncio evangelico come testimonianza della carità, investendo nella ricerca secondo i principi della Chiesa. Rappresentano infine, un modello di governance obiettivo e trasparente. Nostro augurio e impegno è che i valori della mission e lo stile di servizio cottolenghino, nell’Ospedale Cottolengo, non vengano mai meno. Diversamente non avrebbe ragione di esistere. La Direzione dell’Ospedale

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T e s t i m o n i a n z e

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Eravamo alla fine degli anni 50 e la stazione dei carabinieri che comandavo, contava cinque unità: comandante, suo vice e tre carabinieri, uno dei quali l’autista del camioncino FIAT-ELR, assegnatoci da poco. L’automezzo era dotato di cassone coperto da telone, con due panche di legno perché così, in caso di necessità, sei militari potevano sedere faccia a faccia.

Consuetudine di quel reparto, era che alla vigilia del Santo Natale, tutti i componenti e loro famigliari si riunissero nella sala mensa per consumare insieme la cena natalizia, di solito preparata dal militare più abile ai fornelli. Questo si faceva perché si voleva dare ai celibi l’opportunità di non sentirsi soli in questi particolari giorni di festa. Sapevamo che lontani dalle loro contrade sognavano con nostalgia, tavole imbandite e tutto il calore della famiglia unita. Al momento, il soggetto meglio preparato in gastronomia era il vice, che la spuntava nei confronti di chiunque amasse cimentarsi in tale delicata materia. E così, il giorno della vigilia, coadiuvato dal piantone della caserma, si mise all’opera per preparare una cenetta con manicaretti di esclusività pugliese,essendo lui di quelle parti. Puntuali alle nove di sera celibi e ammogliati con le rispettive consorti e figliolanza, si trovarono seduti attorno al tavolo da pranzo della caserma,

Natale in... aserma
capace di ospitare sino a venti persone; il desco debordava di prelibatezze che andavano dalla soppressata calabra fornita dal carabiniere diciottenne appena promosso, cui i genitori, per il primo Natale fuori casa non avevano far mancare le buone cose della sua terra; ai “lampacioni” amari opportunamente conditi, che ad inizio pasto avrebbero stuzzicati i succhi gastrici; alle orecchiette con cime di rapa, poi le triglie al cartoccio che spandevano il loro profumo nell’ambiente e oltre, segnando il senso della festa che si andava a celebrare. Come dessert

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il bravo “cuoco” si era industriato a preparare le “pettole” e le “cartellate “ al miele mantecato con fichi secchi, ricoperte di palline dolci colorate, mentre il piantone, campano d’origine, aveva messo a disposizione la “pastiera”, preparata con tanto amore dalla fidanzata partenopea. Quattro bottiglie di “cannonau”, inviate al nostro autista dai genitori sardi, completavano il menu della serata. Alle 23,30, come da brogliaccio, l’automezzo di servizio,lasciò la caserma con l’autista e il comandante in cabina, mentre il carabiniere più giovane sistemato nel cassone si sarebbe sorbito la polvere di strade non asfaltate e la temperatura rigida di una notte senza stelle. L’appuntato aiutato dalle signore presenti e dal piantone, avrebbero provveduto a rigovernare le stoviglie, naturalmente a mano perché all’epoca non esistevano lavapiatti automatiche, non erano ancora state inventate. Il camioncino si fermò sul sagrato della Chiesa Parroc-

chiale e i tre militi entrarono nel tempio per presenziare alla Messa di mezzanotte. L’ufficio religioso cominciò poco dopo, inondato dalle vibranti note di un organo, che accompagnava una cantoria di prim’ordine giunta da lontano per solennizzare le varie fasi della celebrazione. All’elevazione tutti si inginocchiarono, tranne i tre uomini in divisa che, disposti nel primo banco della fila destinata ai maschi, si misero sull’attenti, restando immobili come pali. Alla scampanellata che annunciava la fine del momento più importante della celebrazione, giunse un uomo trafelato e balbettante che si avvicinò per riferirci di una telefonata ricevuta dalla caserma. Era il farmacista del paese che raggiunto al suo telefono di casa, aveva avuto dal piantone l’incarico di cercarci in chiesa, per informarci che in una frazione situata nel punto più alto del nostro territorio, una partoriente si trovava in serie difficoltà e la levatrice che l’assisteva chiedeva aiuto per il trasporto all’ospedale. In quell’epoca le autoambulanze erano poche e le si vedeva solo nelle città e loro periferie. Non ci restava che dirigerci in loco per tentare di eseguire il trasporto con il nostro automezzo. Quando giungemmo alla località indicata, un nevischio gelido batteva secco sul parabrezza del camioncino. La partoriente era realmente in cattive condizioni. La levatrice che l’assisteva ci informò che se non avessimo raggiunto al più presto l’ospedale per un taglio cesareo, madre e figlio avrebbero potuto rischiare entrambi la vita. Il nascituro era di peso eccezionale e si presentava podalico con nessuna possibilità di poterlo rivoltare. L’aspirante puerpera, prelevata dal suo letto di dolore, fu adagiata al centro del cassone del camioncino, avvolta in un paio di trapunte di lana. Sulla

panca sinistra sedette il marito, che accarezzandole teneramente la mano le faceva sentire la sua presenza e partecipazione. Lei però, soffriva di dolori intensissimi, cosicché continuava a lanciare urla strazianti impressionando il giovane carabiniere, che seduto alla sua destra, aveva il compito di far luce con una potente torcia sul “campo d’intervento”; le gambe divaricate della povera donna, davanti alle quali, l’ostetrica, inginocchiata sul fondo del cassone, continuava a manipolare il feto, per evitare che si potesse strangolare con il cordone ombelicale, nel caso avvenisse un’espulsione improvvisa. La neve intanto si era messa a scendere a larghe falde e l’opera dell’autista si faceva sempre più difficile. Impiegammo tre quarti d’ora per raggiungere il nosocomio e quando il mezzo si fermò davanti al portone d’ingresso del pronto soccorso, ci sentimmo tutti sollevati. Avvertiti dalla nostra caserma un medico e due portantini ci stavano aspettando sulla soglia con la barella. Lasciai la cabina dell’automezzo ancor prima che l’autista spegnesse il motore, per precipitarmi a sganciare il portellone del cassone; operazione che sapevo difficile per chi si trovava all’interno. Avevo appena abbassato il battente, quando un corpo come sparato da un cannone da circo, m’investì facendomi barcollare. Non era,

come si potrebbe pensare il neonato, ma il giovane carabiniere che spinto da una nausea incontrollabile, intendeva raggiungere al più presto una siepe, oltre la quale restituire alla natura tutta la cena natalizia… con buona pace del cuoco, dei parenti premurosi e del cannonau color rubino. Era sconvolto il povero ragazzo! Pallido e tremante mi venne incontro e si scusò. Lo rincuorai dicendogli che il suo stato era comprensibile, data la delicata funzione che gli era stata affidata e lo sballottamento dell’automezzo, costretto a correre a velocità sostenuta su strade non asfaltate e per giunta innevate. Il taglio cesareo, compiuto da un chirurgo d’eccezione, portò alla luce un maschio prodigioso del peso di ben cinque chili. Puerpera e nascituro, al quale fu imposto il nome di Natalino, miracolosamente se l’erano cavata, e così , tutto finì felicemente…. in gloria. Alle fine degli anni 80, fui invitato dalla sezione A.N.C. di quella mia lontana sede di servizio, per partecipare alla commemorazione del trentennio del sodalizio che avevo contribuito a fondare. Nel corso della cerimonia, fui chiamato a riconoscere un socio in divisa sociale, di una non comune costituzione fisica, ma con nessun tratto somatico che mi tornasse alla memoria. Quando però si presentò con il nome di Natalino, allora subito la mia mente corse all’episodio di quel lontano Natale 1950 e gli andai incontro festoso per un abbraccio caloroso, come si trattasse di un figlio mio. Leo Vercellone
L’autore dello scritto, all’epoca in cui inoltrammo richiesta di collaborazione, era un dirigente della sezione A.N.C. Torinese ed è certamente anche merito suo se oggi godiamo di un servizio animato da quei sentimenti ben evidenziati nel racconto che ci è stato donato.

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S p i r i t u a l i t à

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trebbero svegliare i cittadini stressati. Ma forse c’è da sperare che proprio in un tempo in cui fervono le discussioni sulla presenza delle moschee in Europa, non scompaia questa antica “sveglia” cristiana! L’uso della preghiera dell’Angelus risale infatti al XIII secolo. Francesco d’Assisi, che nel suo viaggio missionario si era spinto fino in OrienIl rintocco delle campane ci ricorda te, rimase proil mistero dell’Incarnazione, l’inaudito dono fondamente impressionato dal muezzin di un Dio che si fa prossimo agli uomini. il quale, cinque volte al giorno dal minareto, invitava i fedeli a lodare Dio e campane delle nostre chiese Una volta, quando la vita era gridando: “Allah è grande, non suonano tre volte al giorno: più ordinata e tranquilla, anche c’è nessun Dio eccetto Allah!”. al mattino, a mezzogiorno e se non più facile di oggi, si preTornato in Italia, Francesco sera. Ai nostri giorni questo stava più attenzione a questo volle che quest’uso, sebbene in suono non è più di moda e in suono. I contadini interromaltre forme, venisse introdotto vari paesi e città (in Italia ma pevano il lavoro nel campo o a anche nelle nostre terre. Così anche in Europa), c’è chi ha casa, toglievano il cappello e si scrive ai superiori, i Custodi del fatto causa alla parrocchia coninginocchiavano pregando l’Ansuo ordine: tro il suono mattutino delle gelus. Quanta gioia e forza dava campane. Eppure questo suono questa preghiera recitata al E dovete annunciare e predicaappartiene alla nostra tradisuono delle campane! In alcuni re la sua gloria a tutte le genti, zione! casi la preghiera veniva recitata così che ad ogni ora, quando suoCertamente molti nostri conanche prima dei pasti. Si pensanano le campane, sempre da tutto temporanei non capiscono più va così all’Incarnazione di Dio. il popolo siano rese lodi e grazie a il significato di questi rintocchi; L’Incarnazione è il punto di Dio onnipotente per tutta la ne consegue che il rumore del svolta della storia della Salterra” (Lettera ai Custodi 1,8). traffico stradale, delle fabbrivezza: una donna, Maria, ha Scrive anche una lettera ai regche e delle mille espressioni collaborato con la grazia di Dio gitori dei popoli, in cui manifedella nostra vita frenetica non come nessuna altra persona al sta lo stesso desiderio: lasciano più udire il tocco legmondo. È divenuta la porta gero delle campane delle chieattraverso cui Dio ha potuto E siete tenuti ad attribuire al se. Chi se ne accorge? Nelle entrare nel mondo; il quotidiaSignore tanto onore fra il popolo a nostre scuole la campanella no suono delle campane vuole voi affidato, che ogni sera si indica la fine della lezione; ricordarci proprio questo fatto. annunci, mediante un banditore o nelle fabbriche la sirena avvisa Nella nostra società il ritmo qualche altro segno, che siano rese che è l’ora della pausa o del della vita e del lavoro è fortelodi e grazie all’onnipotente cambio del turno, ma non si mente cambiato. Le campane Signore Iddio da tutto il popolo sentono più le campane. al mattino tacciono perché po(Lettera ai reggitori dei popoli, 7).

L’Angelus

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L’iniziatore dell’Angelus come lo conosciamo fu fra Benedetto Sinigardi di Arezzo. Negli anni della gioventù, era l’anno 1211, egli udì predicare il santo di Assisi nella città di suo padre. L’uomo, cresciuto alla maniera dei nobili, fu a tal punto conquistato dalla sua parola da decidere di entrare nell’Ordine. Fra Benedetto ricevette personalmente il saio da Francesco e a 27 anni divenne provinciale della Marca di Ancona. Il suo spirito missionario lo condusse successivamente in Grecia, Romania e Turchia, dove visse lo scisma tra la Chiesa occidentale e orientale. Quindi si recò nella terra di Gesù dove gli fu affidato dai Frati di Terra Santa il servizio di Provinciale. Lavorò instancabilmente per 16 anni in questa provincia e in questo tempo fondò il primo convento francescano a Costantinopoli. Nel 1241 ritornò in patria nella sua città di Arezzo, e introdusse tra i suoi confratelli del convento la seguente antifona mariana. “Angelus Domini locatus est Mariae”, (l’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria). Dispose che questa antifona fosse pregata alla sera, dando un segnale con il suono delle campane. L’esempio di Arezzo fece scuola. San Bonaventura, rinnovatore dell’Ordine francescano, durante il Capitolo Generale di Pisa del 1263, prescrisse ai suoi fedeli:

I Frati devono invitare i fedeli a salutare Maria tre volte, quando alla sera suona in convento la Compieta. Devono farlo con le stesse parole con cui l’Angelo Gabriele salutò Maria, ossia con l’Ave Maria” (Lc 1,38). Il Capitolo Provinciale dei Frati Minori a Padova nel 1294 ordinò quanto segue: In tutti i conventi si suoni brevemente la campana tre volte alla sera per onorare la Madre di Dio. I frati devono inginocchiarsi e pregare tre volte: «Ave Maria». Nel Medioevo, sullo sfondo di questa pia raccomandazione di preghiera, nasce la convinzione che l’Angelo del Signore abbia portato l’annuncio a Maria di sera. Papa Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1993 visitò Arezzo e sostò a pregare davanti alla tomba del beato Benedetto Sinigardi e disse: “È sempre molto efficace fermarsi a mezzogiorno e pregare la Madonna. Oggi è particolarmente significativo perché noi ci troviamo nel luogo in cui secondo tradizione è nato l’uso dell’Angelus”. Nel resto del mondo il suono serale delle campane si introdusse dapprima nel 1307 a Gran (Ungheria), quindi a Roma nel 1327, Papa Giovanni XII nel 1318 ordinò che ogni giorno, alla sera, al suono delle campane si onorasse la Vergine

Maria con la recita dell’“Ave”. In un lungo processo temporale si è così “cristallizzato” il saluto angelico che conosciamo. L’Angelus nella forma odierna si trova per la prima volta nell’Offizium Parvum Beatae Virginis Mariae, edito nel 1571 durante il pontificato di Papa Pio V. La preghiera che accompagna l’Ave Maria al suono delle campane al mattino, a mezzogiorno e sera, si è affermata in generale alla fine del XVI secolo; in origine era la preghiera della Messa della solennità dell’Annunciazione, il 25 marzo. Nel Messale approvato dal Papa Paolo VI è la colletta della Memoria della Beata Vergine del Santo Rosario, il 17 ottobre. L’Angelus si caratterizza come una preghiera che scandisce i tre punti centrali della giornata ed è una sorta di breviario popolare, che aiuta a santificare il tempo del giorno. “L’Angelo del Signore” vuole sempre ricordare a noi quanto siamo preziosi agli occhi di Dio, al punto tale che si fece uomo per redimerci.
Padre Gottfried Egger
trascritto da Mario Carissoni

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T e s t i m o n i a n z e

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Harambee
Un esempio di solidarietà Kenyana
C’era la Harambee, o Maketha in Kimeru, perchè sua sorella ha ricevuto la possibiltà di iscriversi alla scuola per tecnici di laboratorio, ma a casa non ci sono soldi.

Oggi pomeriggio sono stato a casa di Kaimenyi.

Perdere l’occasione del college

sarebbe stato un peccato perchè è così difficile entrarvi, ma anche iscriversi costituisce un peso che le povere finanze della famiglia non riescono a sostenere. Ecco perchè hanno organizzato la Harambee. Si tratta di una festa popolare, in cui ci sono musiche e canti. Quando arrivi, qualcuno ti accoglie con una brocca di acqua calda per farti lavare le mani; poi ti viene offerto il pranzo, e quindi ti siedi tranquillamente nel cortile della famiglia che ha organizzato la funzione, parlando con gli altri membri del villaggio che sono intervenuti numerosissimi. Dopo un pò di tempo il coordinatore della festa (master of

ceremony), usando un microfono collegato a dei grossi amplificatori presi a prestito, comincia la Maketha vera e propria: ci sono beni in natura che vengono venduti all’asta. Ogni singolo prodotto (può essere una gallina, una canna da zucchero, frutta o uova) è presentato all’assemblea con un prezzo di base simbolico. A questo punto inizia la gara di solidarietà. I presenti cominciano ad alzare il prezzo fino a quando non si trova un nuovo acquirente: a questo punto, con solennità il master of ceremony conta fino a 3 e poi aggiudica l’oggetto in questione a chi ha offerto di più. La cosa continua per molte ore: la gente si diverte e sorride.

Partecipano in tanti; si scherza insieme. È davvero una festa di villaggio. Anche i poverissimi, riconoscibili dai miseri vestiti e a volte dalla assenza di calzature, vogliono contribuire con i pochi scellini a loro disposizione. I bambini poi sono i signori della festa: si rincorrono qua e là, ridono e danzano; mangiano frutta e si divertono a ripetere le azioni dei grandi. Alla fine della festa, prima della preghiera conclusiva, ognuno si presenta personalmente alle persone che hanno organizzato l’Harambee, e consegna, in busta chiusa, quanto aveva deciso di dare. Il pomeriggio odierno è stato molto positivo per Kaimenyi.

La gente è stata assai generosa, e la cifra raccolta supera l’ammanco ancora necessario per poter pagare la scuola. Lo vedo molto felice, e mentre ritorno a piedi verso l’ospedale, rifletto su questa idea solidale che ho visto solo in Kenya. L’Harambee è un concetto molto profondo, ed anche semplice nello stesso tempo: si parte dalla considerazione che tutti, prima o poi, possono essere nel bisogno. Oggi sono io ad avere un problema: può essere un ricovero ospedaliero, un intervento chirurgico o un corso di studi da pagare come nel caso di oggi a Chaaria. Domani sarà il mio vicino ad essere nelle stesse condizioni. È quindi naturale che io aiuti i miei compaesani nella necessità, perchè se oggi lo faccio io, posso essere sicuro che domani loro faranno altrettanto quando le difficoltà arriveranno a

casa mia. Questo è davvero un bel concetto di solidarietà tra poveri, e noi Europei dobbiamo imparare molto da loro. Io per esempio non l’ho mai visto fare in Italia! L’Harambee si basa poi su un’altra idea che a me piace

moltissimo e che potremmo sintetizzare come: “l’unità fa la forza!”. Infatti, anche se ognuno può contribuire solo pochi scellini, ma tutti partecipano generosamente e massivamente, alla fine della giornata si raccolgono cifre impensate di denaro. È come una circolazione di ricchezza che la popolazione mette collettivamente a disposizione di un membro in un momento particolare della sua vita, sicura che poi il favore verrà restituito a tempo debito. Che bella questa idea, che dovremmo esportare anche in Italia. Grazie Kenya; grazie gente povera che sapete insegnare ai ricchi. HARAMBEE KENYA Fr. Giuseppe Gaido

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V erso le vette

dello spirito

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In Val d’Aosta un nuovo sentiero intitolato a Pier Giorgio Frassati. Un percorso di fede tra panorami mozzafiato

gurazione in Val d’Ayas del sentiero Frassati, l’iniziativa “Per incontrare Dio nel creato” lanciata dal Club alpino italiano nel 1996 ha regalato anche alla Val d’Aosta un sentiero dedicato al giovane piemontese. La proposta è partita da un giovane genovese, che Luciano Bonino del Servizio sentieristico della Regione aveva accompagnato in montagna. È così venuto a sapere che in Val d’Ayas, dove un suo amico aveva ultimato un sentiero ad anello, c’è la casa dove la famiglia Frassati passava le vacanze. Così domenica 21 giugno, con la celebrazione presieduta dal vescovo di Aosta, mons. Anfossi, il sentiero è stato intitolato. Il percorso inizia a Saint-Jacques. Una comoda mulattiera porta a Fiéry (1.875

E siamo a quindici: con l’inau-

metri) dove sorge l’ex albergo Bellevue, frequentato dai Frassati. Prosegue poi in direzione Cime Bianche fino all’Alpe di Vardaz (2.334) per scendere verso il pianoro di Ceres e quindi Pian di Véraz. Da qui un sentiero in mezza costa conduce a Résy, dove una terrazza naturale offre un panorama da incanto – oltre a un ristoro ai rifugi Ferraro e Guide Frachey. Si riprende poi la discesa verso Saint-Jacques, durante la quale si incontra la targa commemorativa dedicata a Frassati. Ma perché dedicare un sentiero a Frassati? Non soltanto perché,

come ha ricordato il presidente nazionale dell’Azione cattolica Franco Miano, è stato «un giovane capace di grandi atti d’amore», il cui amore per la montagna «corrispondeva alla passione per le vette dello spirito». Né solo perché, per dirla con Bonino, «Pier Giorgio tracciava sentieri di vita per chi vuol vivere e non vivacchiare». Ma anche per la “cultura della montagna” che il suo esempio promuove, come ha sottolineato mons. Anfossi: da un lato l’invito a contemplare le vette nella preghiera e nella lode, dall’altro nella consapevolezza che «in montagna si cammina». Camminare insegna «il rispetto per la montagna nella sua durezza: non dobbiamo abbassare le vette per arrivare in cima senza fatica». Una montagna che educa alle fatiche della vita, che Frassati non ha mai voluto evitare. Nato in una famiglia agiata, la sua scelta preferenziale per i poveri fino al dono totale di sé si sposa con l’amore per le cime. La fatica di raggiungere la vetta svanisce di fronte all’incanto dell’arrivo: così l’amore che torna è sempre moltiplicato rispetto a quello che si dà. Moltiplicazione che, nel caso di Frassati – beatificato da Giovanni Paolo II nel 1990 – si esprime anche in questo proliferare di sentieri che lo ricordano. Sentieri per camminare, per ammirare e per lodare: perché la montagna sia, secondo l’insegnamento da lui lasciato e riportato nella targa commemorativa, «palestra che allena, scuola che educa e tempio che eleva». Chiara Andreola
da “Città Nuova”

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E vangelizzare con i segni

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temi religiosi e svolgere le attività tipiche di ogni gruppo di Azione Cattolica. In un articolo del giornale trimestrale “Silentorinese” del marzo 2007 il presidente dell’ENS della sezione torinese Alfonso Chiapparo scrive:
La chiesa del Prinotti non solo è un monumento per i sordi (è l’unica chiesa costruita per i sordi in Europa), ma è anche un vero ed attivo luogo di culto per i sordi . Tale chiesa ha vissuto un momento particolarmente solenne il 28 gennaio 2006 durante l’inaugurazione svolta dal Cardinale di Torino Severino Poletto, alla conclusione dei lavori di ristrutturazione.

“Piccola Missione per i sordi” per la cura pastorale delle persone sorde di Torino e dintorni.
Tale collaborazione nacque da una richiesta di Padre Antonio Loretti (il prete della Piccola Missione che per molti anni ha svolto il suo ministero per le persone sorde a Torino e in un centro specializzato a Pianezza) che, trovandosi solo a sostenere tale ministero, si rivolse ai Superiori del Cottolengo chiedendo un aiuto. All’inizio la collaborazione consisteva solo nella presenza di un prete cottolenghino (conoscitore del linguaggio dei segni) tre o quattro volte all’anno per aiutare ad amministrare il sacramento della riconciliazione durante alcune feste liturgiche solenni. Da circa quattro anni invece, a causa del trasferimento a Roma di Padre Loretti (e successivamente della sua nomina a superiore generale della congregazione), i preti cottolenghini, in accordo con il Cardinale di Torino, hanno preso l’impegno di celebrare l’Eucarestia ogni domenica per le persone sorde di Torino. Tale Messa viene celebrata alle ore 11,00 nella chiesa dell’ex istituto Prinotti (ora sede dell’Ente Nazionale Sordi - ENS) in Piazza Bernini (più precisamente C.so Francia, 73); ad essa partecipano in media 30-40 persone sorde, mentre in ricorrenze solenni, come la messa di mezzanotte di Natale o la domenica delle Palme, i partecipanti sono anche più 150. Una volta al mese inoltre, sempre nella chiesa del Prinotti, si ritrovano gli iscritti all’Azione Cattolica Italiana Sordi (ACIS), per seguire una conferenza su

Sono ormai alcuni anni che i sacerdoti cottolenghini collaborano con i preti della

Pensando alle persone sorde sorge generalmente spontanea una domanda: “Quante saranno?”; ecco allora alcuni dati: le persone sorde sono circa 1.500 in Torino, 4.000 in Piemonte, 70.000 in Italia e 7.000.000 nel mondo. È quindi una popola-

zione consistente, anche se poco visibile. Penso che sia importante e significativo che la Piccola Casa si sia presa a cuore anche la loro cura pastorale, oltre che di quella delle persone sorde già presenti in essa. Ricordiamo infatti come il Santo Cottolengo fondò delle “Famiglie” per accogliere persone sorde povere e come lui stesso si impegnò ad imparare il linguaggio dei segni per riuscire a ben comunicare con loro, mostrando così nei loro riguardi grande affetto. La chiesa del Prinotti è quindi un punto di riferimento spirituale per le persone sorde di Torino: loro sanno che ogni domenica (ed ogni festività) c’è una messa per loro ed un sacerdote a disposizione per le confessioni. Ma la chiesa del Prinotti vuole anche essere uno sprone per tutte le comunità parrocchiali torinesi affinché sappiano prendersi cura delle persone sorde presenti nelle loro comunità; sarebbe infatti auspicabile (anche se probabilmente è una utopia) che ogni domenica ci fosse almeno una messa parrocchiale con presente un interprete per aiutare le persone sorde a partecipare in modo attivo ad essa; anche se è importante sottolineare, a questo riguardo, l’esigenza delle persone sorde, pur in un cammino di integrazione, di avere luoghi (non solo in ambito religioso ma anche culturale e ricreativo) “per loro”, nei quali

possono serenamente coltivare le loro relazioni di amicizia. Ringraziamo allora la Divina Provvidenza che ha permesso il nascere di questa amicizia tra l’opera cottolenghina e le l’ENS. L’evangelizzazione delle

persone sorde infatti certamente rientra nella missione affidata da Gesù alla Chiesa quando disse: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Don Emanuele Lampugnani
(prete del Cottolengo)

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C asa Accoglienza
È la realtà di un servizio che risponde alle esigenze primarie delle persone

In via Andreis,

quasi all’angolo con la zona mercatale di Porta Palazzo, incontriamo una piccola porta. Piccola , come quella del numero 14 di via Cottolengo; apparentemente entrambe insignificanti, eppure sono le depositarie del grande cuore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, le braccia aperte per l’incontro con le povertà dei fratelli, due porte dove il Caritas Christi urget nos si propone imperioso. Abbandoniamo per un momento quella del numero 14 ed entriamo in quella di via Andreis, la porta della Casa Accoglienza e raccogliamo due diverse esperienze. L’ una è la voce di Fratel Stefano, respon-

sabile di questo servizio, mentre l’altra è quella di un volontario. Fratel Stefano non ha dubbi: “la Piccola Casa della Divina Provvidenza, per volontà del suo fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo, presta particolare attenzione alle fasce più povere e più emarginate e la Casa Accoglienza è la realtà di un servizio che risponde alle esigenze primarie di queste persone”. Qui, in questa casa accogliente e dotata dei servizi essenziali, quotidianamente si accolgono circa 500 persone alle quali vengono offerti diversi servizi, quali i pasti, la possibilità di curare l’igiene personale, cam-

bio di vestiario, assistenza medica, ospitalità notturna quando necessaria e ancora, aiuto nell’orientamento verso servizi sul territorio utili per le loro necessità. Obiettivo immediato e principale della Casa Accoglienza è anzitutto creare un clima di famigliarità, affinché i poveri si sentano accolti e valorizzati, in quanto figli di un Dio misericordioso, e mai giudicati in base alla loro condizione di vita apparente. Per tutto questo ci sono io (Fratel Stefano), coadiuvato da suor Irene, quattro operatori e numerosi volontari. Completano il servizio la dottoressa Limone e il cappellano cottolenghino don Emanuele. La maggior parte delle

persone che bussano alla porta della Casa Accoglienza è di nazionalità straniera; proveniente per la maggior parte dall’Africa, dai paesi dell’Est Europeo, dal sud America, qualcuno anche se in piccoli numeri, dall’Iraq e dall’Afganistan. Per tutti vale la regola che l’accoglienza ha la durata di 5 mesi; da questa regola sono escluse le persone con problemi di salute fisica o mentale, per le quali viene concesso un ulteriore prolungamento. Questa è una scelta, un modo per evitare che si adagino in una forma di assistenzialismo comodo, trascurando così la “fatica” di trovare, pur in mezzo alle molte difficoltà che ben conosciamo, un lavoro e un’esistenza normale. Il discorso è diverso per gli ospiti italiani; questi prima di essere accolti, incontrano le assistenti sociali del nostro Centro Ascolto, che valutano se esiste uno stato di bisogno reale e poi capire anche quali sono i problemi che li costringono a rivolgersi a noi. Seguono quindi, ulteriori incontri di

valutazione, sino ad arrivare o meno all’accoglienza. Il nostro volontario, rispetto al servizio che svolge presso la Casa Accoglienza, esprime una breve riflessione della sua personale esperienza. È arrivato lì perché tempo addietro, come spesso capita, un amico pure volontario, gli propone di aggregarsi al gruppo di questi volontari e lui accetta. Così si presenta a Fratel Stefano e inizia il volontariato. Confesso che quest’esperienza mi offre ogni giorno variegate sensazioni e stati d’animo. Praticamente, dopo aver ordinato le pietanze che arrivano dalla cucina centrale della Piccola Casa e che arrivano puntuali nei tempi previsti, verso le undici siamo pronti per cominciare. Recitiamo tutti insieme il Padre Nostro per rin-

graziare del cibo donato e poi via, si inizia la distribuzione. In gruppi di 20 ogni volta entrano gli ospiti, donne, uomini, giovani, meno giovani, anziani; tutti di diversa fede religiosa, mussulmana compresa. Quanta

umiltà, quanta gentilezza dietro quei gesti di accettazione del piatto servito,o di quelle richieste di abbondare magari un pochino la porzione con la pasta invece che con il secondo, o con il contorno. E se dai, oppure no, perché non puoi spiegando che devono mangiare tutti e sono ancora tanti quelli in attesa di passare, non reclamano, ti regalano ugualmente un sorriso, oppure un pollice all’insù, o ancora un grazie. Come sono importanti la comprensione e la carità in questi momenti. Naturalmente in mezzo ad un gruppo tanto numeroso c’è sempre un’eccezione, qualcuno che trascende le regole del quieto vivere, ma per fortuna sono una minoranza. Ci si conosce e si parla ormai con tutti, ed è a motivo di questo, che quando scambiando una opinione o facendo una battuta spiritosa, rallenti un poco la fila che si ferma un attimo di troppo, dal fondo giunge una sollecitazione imperiosa: ”andiamo avanti che abbiamo fame ?” Entro le 12,30 circa, quasi tutti sono passati, fatto salvo l’immancabile ritardatario di turno; qualche volontario lo serve, lui ringrazia, si siede al tavolo e comincia a mangiare e finito ci saluta. Abbiamo finito anche noi e anche se alcuni ospiti sono ancora presenti, tutti insieme, ci si saluta e ci si dà l’arrivederci al giorno dopo. Contenti di aver fatto il proprio dovere. La Redazione

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Casa di spiritualità e Centro di ascolto
Monastero Abbaziale Cistercense di Casanova (Carmagnola - Torino)

Casa dello spirito
di Papa Pio VI, decretato il 3 aprile 1792, per cui la chiesa abbaziale divenne parrocchia e contemporaneamente Re Vittorio Amedeo III ebbe la facoltà di disporre liberamente dei beni dell’abbazia stessa. Nel 1792 il monastero assunse il nome di “Castello” e venne adattato e trasformato in alloggio reale, divenendo luogo di caccia della famiglia di Casa Savoia. Nel 1868 Re Vittorio Emanuele II vendette l’intero patrimonio

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STORIA
La costruzione del Monastero abbaziale di Casanova ha inizio verso la metà del XII secolo a seguito di una donazione da parte dei marchesi di Saluzzo a favore dei monaci cistercensi. Da quel momento crebbero insieme l’impegno ed il lavoro dei monaci per il recupero dei territori bonificandoli e l’aspetto della vita religiosa unitamente a quella politica che ne fecero un importantissimo punto di riferimento, non solo per il Piemonte, ma anche oltre confine. Nella seconda metà del XVI secolo tale complesso assunse un potere talmente forte da indurre Emanuele Filiberto a decretare di fatto l’alienabilità del patrimonio ecclesiastico cosicché buona parte di quelle ricchezze andarono a favore dell’abate commendatario di turno. Di qui nasce un avvicendarsi di dispute tra il potere politico e quello religioso rivolte al-

la nomina dell’abate ed anche il succedersi di personaggi illustri che vollero legare il proprio nome all’edificio stesso. Tali fatti hanno comunque contribuito a mantenere integro il complesso, superando i periodi difficili, grazie appunto a queste protezioni. La decadenza iniziò verso la metà del 1600 a causa di un primo saccheggio a cui ne seguirono numerosi altri fino ad arrivare alla soppressione del monastero stesso da parte

al Regio Economato Generale (ciò in seguito al trasferimento, nel 1865, della capitale da Torino a Firenze) che lo possedette fino al 1921, anno in cui i beni vennero ceduti all’Opera Nazionale Combattenti che divise la grande tenuta in piccoli poderi che vennero venduti a privati. Nel 1928 la restante proprietà passò alle suore di Maria Ausiliatrice che la destinarono, fino al 1970, a sede per il noviziato internazionale. Nel 1973 il Monastero venne acquistato dalla S.p.A. Casanova. Il 9 aprile 1999 è stato acquisito all’asta giudiziaria, presso il Tribunale di Torino, dall’Associazione di Volontariato ONLUS Cenacolo Eucaristico della Trasfigurazione, di cui don Adriano Gennari, sacerdote di S. G. B. Cottolengo, è fondatore e animatore. Il monastero abbaziale è stato destinato a “Casa di Spiritualità e Centro di ascolto”.

nel segreto del cuore dell’uomo; per contemplare tutti i suoi prodigi compiuti per la salvezza di tutta l’umanità; per adorare la sua Presenza, viva ed operante, in Cristo Gesù nell’Eucaristia; per “perdere” tempo con Lui e poi spenderlo tutto nella carità di Cristo in favore degli altri; per essere assorbiti da Dio Padre, fonte di grazia e per non sottrarci agli impegni del quotidiano; per incontrare il Signore poiché ciò è indispensabile per farsi prossimo al bisognoso con il Suo e con il nostro amore, con la Sua e con la nostra tenerezza e bon-

tà; per fare esperienza di un tempo di contemplazione e di stupore dinanzi alla grandezza e all’onnipotenza di Dio, che si rivela non solo nella creazione, ma anche nei Suoi interventi prodigiosi per le Sue creature intensamente amate. Non mettiamo nella preghiera molte parole, ma molta preghiera con molta fede e molto amore. Pertanto restiamo in silenzio per pregare, per ritemprarci e per ricaricarci della vitalità e dell’amore di Dio Padre, di Cristo Gesù, dello Spirito Santo e per donarci con gioia in un servizio caritatevole ai fratelli sofferenti, bisognosi e malati. Il Monastero abbaziale è un luogo privilegiato per comprendere che solo l’uomo che prega, ama, e solo chi ama, prega; che il tempo, tanto prezioso oggi, non manca più, perché ci si accorgerà di essere diventati, pregando, ricchissimi di tempo, tanto da poterne fare dono agli altri. R. Della Rovere

SPIRITUALITÀ
La vera preghiera ama il silenzio
L’atmosfera di spiritualità, percettibile in questo Monastero abbaziale, suscita nel cuore dell’uomo la gioia, la pace e la mistica serenità; risveglia nell’animo il desiderio di rivivere l’antico fervore religioso dei monaci cistercensi, che, per secoli, qui hanno vissuto la loro vita di preghiera e di lavoro. Questo luogo benedetto ci invita a cercare il silenzio per pregare e per imparare a pregare; per ascoltare Dio, che parla

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C aritasC hristi Urget Nos!
desidero farmi vicina ricordando alcuni momenti particolari che, oltre a quella indimenticabile giornata del vostro Si per sempre, rimarranno vivi nel mio cuore… Il ricordo dell’anno trascorso insieme è carico di gratitudine, ricordo di luminosa gioia disseminata nel semplice quotidiano: fraternità, preghiera, dono che si china nel servizio. Il ricordo di momenti unici vissuti nella preghiera e nelle splendide celebrazioni, nell’adorazione e nella condivisione della Parola, nella gioia della Catechesi, nei momenti fraterni… Momenti unici anche con gli ospiti, suore, fratelli, sacerdoti, volontari, nelle diverse occasioni: dagli auguri di Natale con la Famiglia Cottolenghina, alla Festa dedicata ai Giovani, o alla giornata speciale a

27 Ottobre 2009 A un mese dalla Professione Perpetua… un modo per “Incontr-arsi”

Lettera aperta alle Neo Professe… Sr Ann, Sr Sheela, Sr Francisca, Sr Jane, Sr Lucia, Sr Luisa Makena, Sr Mary Gracy, Sr Shalet, Sr Sophy, Sr Theresa

Carissime sorelle,

Ferriera… Ricordate la gioia alla notizia dell’arrivo di altre giovani che desideravano sperimentare la vita cottolenghina!

È rimasta nel cuore anche la grande preghiera al Signore quando il distacco e la sofferenza per il cammino, non più condiviso, di sorelle e fratelli ai quali abbiamo voluto bene, ci aveva lasciato la tristezza dentro l’anima. Abbiamo sofferto insieme anche per il distacco a causa della morte di persone a noi care pur sapendo, nella fede, che quei legami d’amore nulla li può distruggere. È vivo il ricordo di un’esperienza che, nella comunità, è stata segnata talvolta anche da difficoltà e fatiche, ma sempre superati nella preghiera e nel dialogo, con senso di responsabilità, nell’unico desiderio di comunione che ci ha reso ancora più unite. Mie carissime sorelle, non dimentico il sapore dei giorni precedenti a quello della Professione Perpetua, dove veramente abbiamo sentito “quell’inten-

so abbraccio cottolenghino” che giungeva dall’America e dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa, da ogni parte d’Italia; quegli Auguri colmi di preghiera, di “Deo Gratias!” di lode e di gioia per la vostra vita dedicata a Dio e donata ai fratelli . Eravate semplicemente, felicemente sorprese di tanto bene!… Quella Domenica mattina 27 Settembre, la nostra Comunità

si era affidata a Maria, nella preghiera del rosario: a lei, Donna Consacrata, VergineMadre dell’Amore, Discepola fedele, abbiamo consegnato i vostri timori, i desideri, le speranze, le profonde gioie… E nel pomeriggio, con Madre Giovanna siete entrate in Chiesa per consegnare la vostra vita, avete preso la lampada dell’amore per andare verso Gesù, Lui, il Signore, la Via, la Verità, Lui nostra Vita: Egli che vi ha

chiamate dall’eternità per rimanere in Lui e portare a tutti l’annuncio dell’Amore di Dio Padre Buono e Provvidente! Prostrate, in atto di totale fiducia e abbandono avete chiesto l’aiuto e la protezione dei Santi, amici di Dio e di tutti coloro che hanno confidato nell’amore; avete poi cantato “Mi basta la tua Grazia, sei la mia Forza, la mia Salvezza, sei la mia Pace…” in Lui, avete posto la vostra fiducia, non resterete deluse. Le sue Promesse sono pienezza d’amore. Abbandonatevi alla Sua Provvidenza accogliendo l’invito del nostro Santo “a

confidare e confidare sempre in Dio” anche quando Egli vi porterà “per sentieri sconosciuti... trasformerà davanti a voi le tenebre in luce e i luoghi aspri, in pianura…” (Is 42,16) Abbandonatevi a Lui, “alla Sua fedeltà ora e sempre” (Sl 51). Vi porto nella preghiera e vi abbraccio. Come sempre facevamo, ricordatevi di pregare per tutti coloro che si affidano alla vostra preghiera e ai quali, voi stesse, promettete il ricordo. Giorno dopo giorno “abbiate fede, abbiate fede… coraggio in Domino e liete, amore e nessun timore!” Per tutto e sempre… Deo Gratias! Con affetto grande, vostra suor Luisa Busato

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Professione Fratel Paolo Rinaldi
Carissimi
Fratelli, condivido con voi in gioia e in semplicità il dono che oggi la Divina Provvidenza ci ha fatto. Oggi pomeriggio nella chiesa grande della Piccola Casa di Torino – veramente piena per l’occasione –, durante una solenne concelebrazione presieduta da padre Aldo Sarotto, cui hanno preso parte anche molti sacerdoti cottolenghini, salesiani e della parrocchia del professando, alla presenza di fr. Ernesto Gada e di Fr. Roberto Trappa, in qualità di testimoni, RINALDI FR.
PAOLO DELLO SPIRITO SANTO ha emesso la sua prima Professione Religiosa nelle mani del Superiore generale, fr. Giuseppe Meneghini, che le accoglieva a nome della Chiesa e dei poveri. Al termine dell’Eucaristia, come tradizione, i Fratelli presenti, fra cui la quasi totalità della “provincia” italiana, compresi i nostri fratelli anziani: fr. Romualdo Dalla Caminà e fr. Umberto Benecchi, tra due ali applaudenti di fedeli che gremivano la chiesa, si sono recati a salutare e a ringraziare il Padre Fondatore e poi il nostro Venerabile Fr. Luigi. Alla fine della liturgia fr. Paolo è stato sommerso da un bagno di folla, perché tutti volevano salutarlo, abbracciarlo ecc, ecc. Nel salone di via Cottolengo, 15 era preparato un rinfresco, dove a essere “mangiato”, al posto dei dolci, è stato… fr. Paolo: questo è il rischio di essere troppo buoni. Deo Gratias!
Fr. Giuseppe Meneghini

Mi chiamo Mururu
Mi chiamo Mururu,
e sono certo una mascotte di Chaaria. Sono anche dei più vecchi residenti del centro Buoni Figli. Onestamente non so quanti anni potrei avere: forse 50 o 55, ma tutti dicono che il mio cervello non ne dimostra più di 5. Qualche volontario sostiene che assomiglio al “Gobbo di Notre Dame”: Io non so cosa voglia dire, siccome loro si divertono, mentre me lo dicono, allora rido anche io, perché deve essere qualcosa di carino. Sono di Kaguma, a quattro chilometri dal Cottolengo. Io vorrei andare a casa spessissimo, e qualche volta scappo senza dire niente a nessuno: non è poi così difficile! Dicono che sono un handicappato mentale, ma io lo so benissimo che basta aspettare l’orario delle visite all’ospedale e poi infilarsi per il cancello posteriore da dove fanno entrare i parenti. Quando qualcuno si accorgerà che non ci sono, io sarò a pochi metri da casa, che è poi una baracca di legno. Il problema però è che in famiglia non sono altrettanto contenti di vedermi di quanto lo sia io. Normalmente mi danno me… e non ho mai fatto cadere nessuno. Anche gli orfani di Sr. Oliva mi fanno girare la testa: quando posso, li prendo in braccio e li coccolo con amore. Come ulteriore attività occupazionale, collaboro alla lavanderia del centro, mi piace soprattutto stendere. Alla domenica vado a Messa all’ospedale, canto forte. Spesso anche ballo ed i malati ridono: è sempre bello quando gli altri ridono, ed allora sorrido anche io. Mi piace scrivere lettere, anche se non so scrivere: uso i miei geroglifici, che però verranno capiti al volo dai miei amici del cuore. Non parlo nessuna lingua, ma mi aggiusto con il miscuglio di Kimeru, Kiswahili, Inglese ed Italiano. Molti volontari mi chiamano “e tu?”, perché io non mi ricordo mai come si fa a chiedere “come stai?”, e mi viene sempre e solo da dire “e tu?” anche ad una persona che non mi ha chiesto niente. Quando verrai a Chaaria, vorrei essere tuo amico.

poco da mangiare; non mi aiutano a fare il bagno… ed allora dopo alcuni giorni capisco che è meglio tornare al Cottolengo. A volte ci torno con le pulci penetranti, e sempre i miei parenti non hanno tempo neppure di accompagnarmi; qualche volta, ad un incontro, io non so che strada prendere. Poi decido per la prima che mi capita, e non sempre è quella giusta. A casa mi interesso molto del mio pezzo di terra e del granoturco che i miei fratelli coltivano. Purtroppo non me ne danno mai, neppure un pochino. Quando sono al Cottolengo Centre, la mia occupazione preferita è di aiutare gli altri Buoni Figli. So di essere molto servizievole: imboccare, fare i bagni ai piccoli, metterli a letto, sono lavori più congegnali per

Mururu
Redazione Blog “Chaaria”

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L

Ero con suor Tecla al Cottolengo

a notte in cui diventai adulta era quasi il Natale del 1945
posto in un banco con signore che conosceva. Io ciondolavo sul portale e non mi decidevo ad entrare. Poi nella notte, alla fioca luce dei lampioni, vidi arrivare dalla curva della via una fila di persone indescrivibile; la guidava una piccola suora, anziana, con un gran naso. Si tenevano tutti per mano. Chi voleva staccarsi dalla fila, chi rallentava, chi si fermava addirittura. La suorina con garbo rincorreva il fuggiasco, rincuorava il titubante, finché giunsero alla Chiesa ed entrarono. Anche la disposizione nelle ultime file fu laboriosa, ma lei riuscì a sistemarli e incominciò la Santa Messa. Durante la funzione non riuscii a pregare, il mio sguardo non si staccava da quei poveretti e da quell’angelo travestito da brutta suora, che li accompagnava, puliva loro il naso, li zittiva con un sorriso quando alzavano la voce, con una carezza decisa sulle spalle li faceva sedere quando si alzavano. Era anch’essa piena di acciacchi ma non aveva tempo per compatirsi. Pensavo, forse non si era neppure fatta suora per vocazione, magari una famiglia povera alle spalle, miseria, tanti figli, e allora il più debole prendeva la strada del convento e del seminario. Ma vestito quell’abito era entrata nella «parte». Non si aspettava lodi o premi in questa vita, ma i suoi occhi erano limpidi e innocenti. Quando la Messa terminò, la suorina fece alzare la sua armata Brancaleone e con dolce fermezza si mise in marcia per rientrare all’Istituto di fronte. Quando mi passò accanto le porsi la mano e lei mi sorrise. In quell’attimo mi vergognai delle lacrime versate per un cappotto non consegnato. Al ritorno ero silenziosa e la mia cara zia Giovanna mi disse guardandomi negli occhi «sono contenta che hai capito». In seguito volli conoscere la suora, Suor Tecla, e insieme percorremmo un pezzetto di vita. Imparai da lei molte cose che non insegnano i libri e il suo ricordo mi ha seguito finora. Franca C. Bonzano

presenza, in una città lontana
Da una lontana città dello Stato di San Paolo del Brasile è giunta a Padre Aldo una lettera che portiamo a Vostra conoscenza, sicuri che conoscerne il contenuto, farà piacere a molti. Arriva dal Santuario de Nossa Senhora da Conceicao Montesina città di Aparecida do Monte Alto - Stato di San Paolo - Brasile. Recita: Rev. Padre Superiore Generale Salve Maria Immaculata! Vimos comunicar-vos o recepimento da reliquia de San Giuseppe Benedetto Cottolengo, com autentica, e santinos, enviada para o nosso Santuario Diocesano. Foi para nos uma grande alegria receber esta Sagrada Reliquia do Santo Fundador da Piccola Casa della Divina Provvidenza, e que aquì serà muito venerada pelos fieis paroquianos, pelos romeiros e peregrinos. Oportunamente estaremos organizzando uma Missa Solene da entronizacao da Reliquia enviada. Desde ja agradecemos o envio da Reliquia “Ex Ossibus” e da vossa amavel atencao para conosco. Daqui de junto do “Trono da Santissima Virgem Montesina”estaremos rezando para que o Senhor Jesus Cristo, abencoe e guarde Vossa Rev.ma e tambem ricompense vossa congregacao “Piccola Casa della Divina Provvidenza” com muitas santas vocacoes

Una bella

religiosas. Abraco com muita gratidao deste vosso irmao em Cristo. Pe Altair Aparecido Tonon Reitor do Santuario Diocesano - Paroco de Aparecida do Monte Alto Comendador de San Maurizio de Thebas - Capelao da Casa Real do Epiro (in exilio) Grao Colar da Aguias negra de Arguirokastron *** Reverendissimo Padre Superiore Generale Salve Maria Immacolata! Vi comunichiamo di aver ricevuta la reliquia di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, inviataci per il nostro Santuario Diocesano. È stata per noi una grande gioia ricevere questa Sacra Reliquia del Santo Fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, che quì sarà molto venerata, dai fedeli parrocchiani, dagli itineranti e dai pellegrini. Opportunamente stiamo organizzando una Messa Solenne, per l’insediamento della Reliquia inviata. Da subito ringraziamo per l’invio della Reliquia “Ex Ossibus” e della vostra amabile attenzione verso di noi. Qui vicini al “Trono della Santissima Vergine Montesina”, staremo in preghiera affinchè il Signore Gesù Cristo, benedica e protegga Lei Reverendissimo e insieme ricompensi la vostra congregazione “Piccola Casa della Divina Provvidenza” con molte sante vocazioni religiose. Abbracci con molta gratitudine da questo vostro fratello in Cristo. Padre Altair Aparecido Tonon - Rettore del Santuario Diocesano - Parroco della Aprecida do Monte Alto.

La notte in cui diventai «adul-

ta» era il 1945, la settimana di Natale. La guerra finita nell’estate non mi aveva colpita con lutti in famiglia. Avevo vent’anni, ero innamorata e in quei giorni mi ero fidanzata. Il mio anello mi sembrava bellissimo e non vedevo l’ora di esibirlo alla Messa della Vigilia, e mostrarlo alle amiche. Avrei indossato un cappotto nuovo di lana cammello, confezionato con una coperta inglese che mamma aveva sacrificato per me. Ma al mattino telefonò la sarta che il capo non era pronto. Ero furibonda e mi misi a piangere di rabbia. Era presente zia Giovanna nostro nume tutelare, quella che aveva trascorso la vita ad aiutarci a risolvere i nostri problemi. Quella notte andava al Cottolengo. Mi disse «Stasera vieni con me», e siccome con lei noi ragazze non si discuteva, chinai il capo con un sospiro. Arrivammo alla Chiesa verso le undici e mezza, la zia prese

Don Alfredo Vallo festeggia quest’anno i sessantacinque anni di ordinazione sacerdotale. Insieme con tre suoi compagni di ordinazione, don Lorenzo Riva, don Nicolino Rocchetti e don Edoardo Borgiallo ha concelebrato l’eucaristia nel santuario della Consolata di Torino. Don Alfredo nasce nel febbraio del 1921 ad Avigliano in provincia di Potenza, dove il padre di origine canavesana si era trasferito per lavoro e si era sposato. Rimasto orfano di madre ad appena un anno di età, ritorna in Torino nel 1925 dove viene allevato dalla madrina appena diciottenne. Frequenta la parrocchia del Carmine; Tommasino dal 1932 sino al mese di luglio 1937; poi entra in seminario, attraversando il non facile periodo degli anni della guerre. Viene ordinato Sacerdote il 29 giugno 1944, insieme con altri 43 compagni.

Sessantacinque anni di ordinazione

I n c o n t r i

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Inaugurazione Padiglione Frassati

Fanfara Brigata Alpina Taurinense

30

N o t i z i e

I n c o n t r i

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Gli amici che ci hanno lasciati
U n ultimo saluto ad un amico volontario
Alla bella età di 82 anni, recentemente si è spento il volontario Formica ing. Vittorino. Se ne è andato dopo una lunga e sofferta malattia. Ha collaborato per molti anni e sino a soli pochi mesi fa, con la segreteria della Direzione Lavoro; puntuale, meticoloso, propositivo. Aveva intessuto con quanti gli erano vicini legami colmi di una gentilezza di rara sensibilità (non ha mai rivelato di essere ingegnere). Gli era stato affidato un compito che al tempo non aveva supporti informatici definiti, per cui richiedeva molta attenzione e precisione. Lui ci si era dedicato completamente e con passione, tanto che a volte il lavoro se lo portava persino a casa, per riconsegnarcelo poi con un bel sorriso, con discrezione, nel silenzio, come da sempre era nel suo modo di fare. Si sentiva accolto e parte di una famiglia, così che a noi che gli siamo stati vicini, sembra ora doveroso ricordarlo. Anche per cogliere dal suo esempio nuovo stimolo di come vivere autenticamente un servizio di volontariato nella pienezza della definizione di cottolenghino. Deo Gratias Vittorino, dai tuoi colleghi della Direzione Lavoro meticolosa in tutto, con una “fede, ma di quelle!”. Ben 84 Anni vissuti in totale dedizione alla Piccola Casa. Deo Gratias Giuseppe! Arrivederci da: tutta la Famiglia Sant’Antonio di Torino.

Leggiamo un libro
Don Andrea Scrimaglia

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Ricordandoti...
Mia cara Carmela, sono proprio io che stavolta cerco te anziché tu a cercare me come facevi sempre! Sono sicura che, da lassù, continui a seguire me e tutti coloro che hai amato con quel tuo sguardo così vivace e attento alle persone e alle situazioni. Ti cerco, non ti nascondo, perché mi manchi... mi manca quel tuo aspettarmi là, dietro l’angolo, all’uscita dalla Chiesa, nel cortile dei SS. Innocenti, mi manca il tuo aspettarmi alla sera (me l’avevi confidato un giorno) quando ti preoccupavi di vedere se la luce della mia camera era accesa, segno del mio rientro a casa.. io ti ascoltavo volentieri Carmela, nei tuoi mille e mille pensieri, e poi tu te ne andavi, con quel tuo sorriso che diceva grazie senza parole. Ora sono io che ringrazio te per la forza della tua vita, per tutto l’amore che hai avuto per me, per i sacrifìci infiniti che hai fatto “navigando”, anno dopo anno, con fede e amore, nel mare ora calmo, ora burrascoso, ora... della vita. Ti ringrazio così semplicemente perché tu, mi hai permesso di entrare nella tua vita e mi hai voluto quel bene vero che fa sentire accolti senza condizioni, solo perché “l’altro” viva. Ti ricordi? Inizialmente non è stato facile capirsi, ma poi con la tua insistenza “invincibile” e tutto il tuo amore hai vinto le mie resistenze. Cara Carmela dico Deo Gratias! Dico grazie a Dio per il dono della tua vita a me, alla Piccola Casa e a tutti quelli che ti hanno conosciuto e voluto bene; ti chiedo di continuare a starmi vicino e di aiutare tutta la famiglia Cottolenghina che tu mi hai insegnato ad amare e ad avere a cuore in un modo speciale. Ciao! Sr Rita

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G razie, Giuseppe
Giuseppe Portigliatti entrò alla Piccola Casa il 4 ottobre del 1925 dopo gli studi, lavorò come falegname, per poi conseguire la Patente di Guida. Si mise al servizio della Casa Madre del Cottolengo di Torino, come autista e camionista fino a pochi anni fa. Condusse una vita silenziosa, umile e

Don Andrea Scrimaglia, «Andreino Carluccio» nato il 2 luglio 1939 a Tonengo, frazione di Mazzè. Entra nella Famiglia dei Tommasini come aspirante al sacerdozio il 30 settembre 1950. Viene ordinato sacerdote il 20 giugno 1964 da mons. Stefano Felicissimo Tinivella, Vescovo coadiutore dell’archidiocesi di Torino, nella chiesa grande della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Riceve la zimarra – il soprabito caratteristico dei sacerdoti cottolenghini, – il 22 giugno 1965 nella stanza del santo fondatore. Non entra a far parte della Società dei Sacerdoti Cottolenghini, ma resta a servizio della Piccola Casa, prima nella Casa madre e dal 1984 come responsabile del servizio e dell’assistenza religiosa nella succursale di Viù, incarico che conservò fino al termine della sua vita. Da circa un anno era sofferente e doveva sottoporsi a cicli periodici di cure, senza tuttavia mai tralasciare il suo ministero, particolarmente quello delle confessioni sia delle suore a Casa Assunta e a Villa Mayor di Moncalieri, sia degli alunni dell’Istituto Flora a Testona. Per questa ragione viaggiava, prima autonomamente, poi negli ultimi anni accompagnato da Armando, il fedelissimo cognato, e infine da generosi volontari. Quante Messe don Andrea ha celebrato nelle frazioni della parrocchia di Viù! Non a caso non ha mai voluto assentarsi per ferie, per non sospendere le celebrazioni. È stato anche amministratore parrocchiale a Usseglio per mesi, rifiutando la nomina a parroco. In seguito a una acuta insufficienza respiratoria fu trasportato d’urgenza all’ospedale di Ciriè e poi trasferito nell’ospedale Cottolengo di Torino. Qui il 14 settembre ricevette l’Unzione dei malati e il 19 fu chiamato dal Signore, mentre gli era accanto il caro cognato, che lo aveva fraternamente assistito, giorno e notte. Piuttosto riservato, silenzioso, generoso, infaticabile nel suo ministero, don Andrea è certamente stato il sacerdote della Messa e della Confessione. Un grande esempio per i sacerdoti, in questo anno a loro dedicato.

S chegge di vita contemplativa
Fedeli all’impegno di proporre ogni volta libri della letteratura cottolenghina, in questo numero presentiamo il bel libro che ha per titolo “Briciole dalla tavola del Re”, Un ricordo della storia di Suor Maria degli Angeli, raccontato dalla consorella Suor Lara. Il redattore di questa breve nota non ha e non vuole altro aggiungere, perché anche solo una virgola, potrebbe rompere l’incanto di quanto le consorelle del monastero “San Giuseppe” dove è vissuta per trent’anni, ci hanno donato e noi siamo felici di trasmettervi attraverso questa nostra e vostra rivista amica. Suor Maria degli Angeli Beretta, suor Ersilia è una persona speciale. Nasce in provincia di Milano nel 1916; all’età di diciassette anni sente la chiamata di Dio ed entra tra le suore del Cottolengo; nel 1937 pronuncia i voti con il nome di suor Ersilia. Insegna per molti anni. Nel 1968 le viene affidato il compito di formatrice nel quale dimostra pazienza, delicatezza, competenza e non comune carisma. Nel 1974 chiede e ottiene di passare alla vita contemplativa, col nome di suor Maria degli Angeli. È l’inizio di una nuova fase della sua esperienza spirituale, caratterizzata da un continuo e profondo immergersi nell’amore di Dio. I suoi ultimi anni sono segnati da una dolorosa malattia che accetta dalle mani di Dio. Ritorna alla Casa del Padre il 18 marzo 2003. Suor Maria degli Angeli, oltre alla testimonianza di una vita profondamente e totalmente dedita alla ricerca di Dio, ci ha lasciato un dono prezioso: il suo diario in una serie di quaderni scolastici, nei quali si colloca un manoscritto che copre l’arco di un decennio

circa, dal 1956 al 1967, quando era insegnante fra le giovani suore cottolenghine. Perché questi quaderni, quale la motivazione che la spinge a scrivere? È lei stessa a parlarne nel corso del manoscritto. “Il P. (don Maniglio Purgatorio) vuole che io gli dica tutto quanto avviene nella mia vita spirituale ed io mi proverò ad ubbidire Gesù; Tu mi aiuterai non è vero? Faremo così: io dirò quello che sento e tu gli farai intendere quello che è”. Quindi è in obbedienza al suo direttore spirituale, che suor Ersilia si impegna, prendendo carta e penna. Nascono così questi quaderni, una sorte di diario spirituale nel quale apre totalmente il suo cuore a Gesù in un dialogo serrato e amante. Dal testo si arguisce come ella scelga i brevi spazi liberi dall’insegnamento, prima di coricarsi, la mattina presto; oppure quando può, dopo aver fatto qualche esperienza di luce, subito la annota. Il diario però non è solo una risposta obbediente alle richieste del Padre spirituale. Diventa uno spazio in cui il suo spirito si può liberamente esprimere. Ella vive infatti a profondità difficilmente descrivibili. È possibile intuirne qualcosa leggendone alcuni brani. “Questo quaderno è un po’ la mia valvola di sicurezza per non scoppiare, Gesù”. “È pur vero che quando prendo la penna per scriverti, qua-

lunque pena abbia in cuore si fa più dolce e l’anima si sente più forte e serena. Come sei stato buono, Gesù, a permettermi per mezzo del P. questo conforto”. “Contenta di tutto, Gesù! Io ormai Ti so vedere oltre ogni velo di creatura o di avvenimento”. “Ti sento in tutto: nel dolore, nella gioia,nelle contrarietà, nell’angoscia, nelle tentazioni, nel buio, nelle luci profonde che mi si accendono nelle profondità; ma ti sento come un Assente…”. “Ho la certezza di essere immensamente amata e tale certezza aumenta quanto meno la sento sensibilmente, quando cioè Tu sembri abbandonare completamente per sempre questa tua povera creatura”. Suor Ersilia come vede la sua esperienza? Una pagina del diario ce ne dà un’immagine suggestiva. “Cercai riposo nel più sicuro dei rifugi: nel Tuo Cuore Adorabile, Gesù! Cosa ci siamo detto lì dentro ,Gesù? Nulla… ci siamo compenetrati… Ho sentito che la Tua forza era mia, la Tua presenza infinita pure, il tuo amore mia proprietà… una volta tanto mi sono sentita veramente sazia; nulla avrei potuto chiedere di più né in cielo, né sulla terra. Ho sentito che era giunto il momento di chiedere… oh non per me… ma per i miei fratelli… E ti ho chiesto che tutta la mia vita divenga un silenzioso olocausto, come il Tuo, come quello della mamma, perché tutti, tutti possiamo essere uno in Te…”.
Le sorelle del Monastero Cottolenghino San Giuseppe
per saperne di più potete visitare il sito www.negliocchididio.it

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