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Se

oggi il cielo sopra le vostre teste vi

sembra vuoto come un brutto libro, è perché non guardate abbastanza dove mettete i piedi. Uno dei dati più sicuri della metafisica è certa- mente il «dente di leone)~,e sarebbe bastato un rastrello a salvare Sartre dalla «nausea». Esiste forse DÙstero più grande del mio vicino (con la sua cartellina di pelle, il suo montgome- ry e il suo papillon)? Eppure, io non posso dubitare dell'esistenza del si- gnor Franchon come avrebbe fatto Cartesio. La fede e la ragione non hanno abbandonato il nostro mon- do; esse non hanno distolto lo sguar-

do dalla terra: anzi, continuano a far-

vi risplendere la verità.

«Ora et labora», recita il motto bene- dettino, vera formula-chiave per una vita di benedizioni. Prega e la- vora, ossia contempla e fatica. Fatica con l'anima e contempla con le ma- ni. Muta la tua spada in vomere, traccia ogni solco come se fosse una preghiera, canta ogni versetto come se fosse un seme, e scava, scava nel

profondo ogni cosa, fino a giun- gere a Dio.

I Pellicani

Titolo originale: U1 terre chemi71 du ciel

Traduzione dal francese di Ugo Moschella

Copertina di Enzo Carena

© 2002 Les provinciales

© 2010 Lindau s.r.l.

Corso Re Umberto 37 - 10128 Torino

Prima edizione: aprile 2010

ISBN 978-88-7180-857-4

Fabrice Hadjadj

LA TERRA

STRADA DEL CIELO

Manuale dell'avventuriero dell'esistenza

2010 ISBN 978-88-7180-857-4 Fabrice Hadjadj LA TERRA STRADA DEL CIELO Manuale dell'avventuriero dell'esistenza

Le tende dei ladri S0110 tranquille, c'è sicurezza per chi provoca Dio, per chi riduce Dio in suo potere. Interroga pure le bestie c ti insegneran- no, gli uccelli del cielo e ti infonncramlO; i retti- li della terra e ti istruiranno, i pesci del mare e ti racconteranno.

Gb 12,6-8

A Siffreine

LA TERRA STRADA DEL CIELO

NcnA PER IL LETIORE

L'edi7Jone di riferimento della Bibbia adottata nel testo è: Conferenza Epi- scopale ltaliana (a OJra di), La Sacra Bibbia, Libreria Editrice Valicana, Città del Vaticano 2008.

Ingresso nella materia l

Attesa del!'extra-terrestre

Ci sono persone che non vivono fra le nuvole, ma molto al di sopra, e ciononostante restano affascinate dalle storie di extraterrestri e dall'idea di un loro imminente atterraggio. Da queste creature, provenienti da Betelgeuse o da Proxima Centauri, loro attendono qualcosa di nuovo e di meraviglio- so, una sorta di respiro ampio e come una liberazione. Ma ecco il problema: forse il betelgeusiano, sul suo suolo natale, aspetta lo stesso da noi: «E se sul nostro pianeta - dice a se stesso - sbarcassero dei mostri a quattro zampe e senza an- tenne, dei "terrestri"?». In effetti, non siamo forse noi gli ex- traterrestri degli extraterrestri? In realtà, oltre il sistema solare, non pùò esserci nulla di abitabile se non altre terre popolate da altri uomini nel senso essenziale del termine, cioè animali ragionevoli (la definizio- ne e le deduzioni della philosophia perennis valgono anche per gli esseri provvisti di ali o tentacoli, purché abbiano un corpo e possiedano la ragione). E queste terre, come la nostra, atten- dono. E i loro abitanti si dicono: «La verità è altrove». E il Iaro altrove somiglia al nostro. A questo punto sorge una domanda: chi, tra noi e loro, ha più ragione di scrutare il firmamento? L'attesa dei betelgeu-

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

siani non potrebbe essere più legittima della nostra? E se sul- la nostra terra la Novità delle novità sì fosse già compiuta? Forse l'Altrove è qui ai nostri piedi, e gennoglia dalle profon- dità della terra.

Mistero del vicino

Prendiamo ad esempio il mio vicino, il signor Franchon: in più di una occasione ho potuto constatare che si tratta di u:n essere infinitamente più misterioso dei marziarù rappresen- tati nei film. Non ha pseudopodi, e diventa verde solo raris- simamente, ma ha una cartellina di pelle, un montgomery e un papillon. I marziani non sfoggiano mai nulia di così sor- prendente come un papillon. Le altezze dalle quali proven- gono non superano mai l'immaginazione bassa e in genere venale dello sceneggiatore che attribuisce loro, ingigantendo- "li, i propri desideri di conquista o di evasione. Mentre il si- gnor Franchon da dove viene? Voi potreste diTIni: «Viene dal- la Creuse» 2, ma questa risposta sarebbe insufficiente, anzi, aggraverebbe l'enigma. C'è qualcos'altro. Mi sono accorto che il più piccolo fazzoletto, anzi, il più piccolo pezzettino di terra, fosse anche di terra incolta, per poco che lo si osservi, racchiude in sé orizzonti sconosciu- ti, ma sul serio. Prendiamo ad esempio un dente di leone. Quale fantasia ha potuto generare l'arcaico arpione della sua foglìa, l'esplosione gialla del suo fiore, la sfera lanugi- nosa dei suoi semi a paracadute? Le forme vagamente an- tropoidi degli extraterrestri partorite dalle menti dei nostri romanzieri più fantasiosi non hanno certo una tale auda- cia. C'è dunque qui, vicino al suolo, qualcosa che s.embra venire da lontano, da più lontano di quanto immaginiamo.

INGRESSO NELUI MATERIA

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Come se le radici del dente di leone affondassero nel mi- stero E che dire allora dei prati e dei campi curati dall'uomo! Mi immagino molto bene L'extraterrestre che sorvolasse al rallentatore il disegno mirabile dei nostri terreni coltivati a cereali - il grano, l'orzo, la segale -, più finì di un quadro dì Mondrian, più ricchi di sfumature dì una tela di Rothko. RÌ- marrebbe sbalorctito. La bellezza delle nostre arature lo col- pirebbe al cuore (non è forse questo il motivo per cui i dischi volanti, a detta delle cronache, prediligono in modo speciale gli atterraggi nei campi?). E quando venisse a sapere che è accaduto in quella che viene chiamata Terra Santa, special- mente sul Sinai, e poi tra Betlemme e il Golgota, egli afferre- rebbe l'importanza senza paragoni di questo piccolo pianeta azzurro, un puntino invisibile dal suo cielo.

A diecimila leghe di distanza

Si dice che il giardino di Tartarino} fosse un luogo tal- mente esotico che ci sì sarebbe creduti {la diecimila leghe da Tarascona~).Ora, diecimila Leghe corrispondono quasi esat- tamente alla circonferenza del nostro globo terracqueo~:ab- bastanza per abbandonare Tarascona e ritornare, abbastanza per restare a Tarascona come nel luogo dell'esodo più profondo. I<Homo viator» dicevano gli antichi. Per il sempli- ce fatto che la nostra vita è un breve viaggio verso la morte, la nostra condizione è essenzialmente itinerante: per questo non abbiamo bisogno di muoverei più di tanto per approda- re all'infinito. Ecco l'oggetto di questo libro. È un oggetto ba- nale, perché è quello di molti altri; è un oggetto perduto per- ché va costantemente recuperato. Possiamo dire che è porta-

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LA TERRA STRADA DEL CiELO

to da una tradizione (francese, ebraica, cattolica) nella stessa

ITÙsura in cui conduce a essa. A dire il vero, mi sarebbe piaciuto scrivere una Guida di

viaggio a domicilio, oppure un Manuale dell'avventuriero della

propria esistenza. Tuttavia, poiché non conosco gli esseri del vostro domicilio e poiché ci sarebbe voluto un libro persona- lizzato per ogni lettore (libro che potrebbe scrivere solo illet- tore, e anzi, soltanto Dio - ma questo Libro esiste già!), ho dovuto accontentarmi di richiamare alcuni principi generali:

Nella prima parte tento di mostrare come la meta.fisica, lun-

gi dal farci smarrire in un retromondo nebuloso, nasca dalla

terra e ci riconduca a essa, dandoci sempre nuove ragioni per meravigliarci. Così l'albero fecondo si eleva alto sopra il suo-

lo, per presto chinarsi su di esso con gratitudine - ex multi-

tudine fructuwn - per l'abbondanza dei suoi frutti. In questo

modo ho voluto rendere giustizia all'intuizione del bambino

e del poeta che si stupiscono dinanzi all' «infimo che apre una via, che schiude una via» s. Nella seconda parte cerco di evidenziare in quale modo

la nostra patria effimera sia come avvolta dalla nostra Pa-

tria eterna. L'amore per quest'ultima non spezza, ma anzi, rafforza i vincoli spirituali con la patria carnale, e ci invita a

far già risplendere in essa, anche per le strade della politica,

le luci della resurrezione. n tema della patria potrebbe ap-

parire caduco e antiquato. lo lo credo invece ultra-moder-

no. Chiamo a prova di questo Freud e la psicanalisi. I luo- ghi e gli amori dell'infanzia, ben presto dimenticati dal bambino, continuano a ossessionare l'uomo maturo fino al-

la morte. La questione della patria ci abita senza dubbio

perché è amando la propria origine singolare che si diventa

un individuo originale, ma anche perché, quando C!ediamo

di rimpiangere un passato che la memoria ha purificato fi-

INGRESSO NeLLA MATERIA

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no a farcelo apparire luminoso, in verità abbiamo nostalgia dell'avverure. È qui che l'Eterno anela a ogni istante della vostra storia. L'Assoluto si incontra fin da adesso nell'angolo di terra do- ve vi ha posto. Ma è vero che, oggigiorno, siamo quasi sem- pre a diecimila leghe dal pensarlo.

I L'autore gioca qui sull'ambiguità del tennine matière, indicante al tempo stesso l'argomento del libro e la «materia», ossia la dimensione materiale in contrapposizione a quella spirituale (come attesta il riierimento allo spiri-

to presente nel titolo dell'ultimo capitolo). L'entrée erI matière è quindi sia

l'<<introduzione all'argomento» che l'«ingresso ~]Ia materia»

'Dipartimento della regione francese del Limousin [N.d.T.I. 'Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, Fabbri, Milano 2005 (ed. or. Aven-

tures prodigieuses de Tartarin dc Tarascon, Dentu, Paris 1872).

'La lega (/iell) è un'unità di misura corrispondente a circa 4 km [N.d.T.].

E, tuttavia, Marcos y

; Philippe Jaccottet, Et, néalwwins, Paris 2001 (ed. it. Marcos, Milano 2006).

[N.d.T.).

Parte prima

UN TERRENO PER LA METAFISICA

Non so se anche voi siate come me. lo trovo prodigioso che egli abbia trovato una terra.

Charles Péguy l

1 Charles Péguy, Note conjointe sur M. Descartes et la philosophie carlésienne,

in CEu7lTes en prose eomplètes, 3 velL., Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1987-1992, vol.llI, pp. 1278-1477 (trad. it. in Charles Péguy, Cartesio e Bergson, MilelJa, Lecce 1978).

Del letame che giova allo spirito. Teorie della conoscenza e misconoscenza della terra

II nostro rapporto con la terra (cìoè, con il dato naturale, sensibile e complesso che ci circonda) è imposto all' origine dalle necessità della vita e dal buon senso contadino; ma in una epoca di antica civilizzazione come la nostra, tale rap- porto è invece determinato da una certa visione del mondo, ideologica o realistica, che lo rende oscuro o lo vivifica.

È la nostra metafisica, esplicita o latente, a guidare il rap- porto che abbiamo con la polvere del suolo, specialmente le

oggi siamo talmente all' o-

nostre teorie della conoscenza. Se

scuro del segreto celato dalla terra, ciò non è tanto dovuto al- la scomparsa della civiltà contadina, quanto all'idealismo e al nominalismo divulgati dall'Università fin dentro l'aria del

nostro tempo, cui aderiscono perfino fior di ecologisti. La crisi dell'ambiente non è un problema di carattere materiale, ma spirituale. I campi potrebbero anche essere immuni da pesticidi e da OCM, le foreste sottratte al bracconaggio in- dustriale, il mare ripopolato della sua fauna e delle sue al- ghe, il buco dell'ozono tappato con un bel cielo blu: queste riserve sarebbero comunque distrutte nello spirito se non fossero altro che l'effetto di un calcolo commerciale, di un progetto di riconversione turistica o di un rinnova to culto delle driadi e dei fauni. Non si tratta di stipulare un «con-

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U\ TERRA STRADA DI'L CIEW

tratto naturale» sul modello del «contratto sociale», dove gli uomini possano deddere unilateralmente del loro rapporto con la terra, proiettando su di essa l'immagine di una divi- nità materna o quella di una riserva da sfruttare come fa un

buon amministratore. Si tratta di accogliere la terra per quel-

lo

che è. Ora, la terra è tale che noi non siamo qui per esser-

ne

gli schiavi, e nemmeno per esserne i tiranni, ma gli agri-

mensori meravigIiati di corpo e anima.

11 problema non è quello del nostro radicamento vegetale

o del nostro slancio utopìco, ma del legame vitale che il no- stro spirito intrattiene con questa radura o quel colle. Prima

di coltivare e dominare la terra, Adamo dà il nome a ogni

creatura: prima di essere arabile, la terra è intelligibile, buo-

na per il nostro spirito. Per quanto indietro si risalga nella

storia dell'umanità, si riconoscerà che la mietitura è sempre contemporanea alla contemplazione, il raccolto alla festa. La terra ha bisogno dello sguardo del contemplativo quanto della vanga del contadino, e questo sguardo è sorgente e ver- tice delle nostre fatiche.

Ma noi abbiamo perso la vista. Secondo le teorie denuncia-

te qui di seguito, la realtà ruvida e palpabile non sarebbe ac-

cessibile alla nostra conoscenza, non sarebbe davvero alla ra- dice del nostro sapere, che resterebbe allora imprigionato nel dedalo concettuale quasi inestricabile della nostra ragione. Vi- vremmo sin dall'inizio in un mondo virtuale, e i nostri vome- ri, prigionieri dell'illusione, non rivolterebbero che sogni.

Il cogito in vestaglia

L'esempio più lampante di questa incomprensione della terra e del nostro debito nei confronti della realtà sensibile al

DEL LETAME CHE GIOVA ALW SPIRITO

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di fuori di noi si trova nel nostro «cavaliere francese»: sto

parlando di Cartesio. È possibile trovare un po' dovunque te- si simili alle sue anche in precedenza. Queste sì radicano nel-

l'assurdità di un «Dio)} talmente libero da poterSi anche con- traddire; la perla sta nella nozione di causa sui (ora, Dio è Causa prima, e dunque senza causa, ed è assurdo dire che è «causa di se stesso», perché, per essere causa di qualcosa, bi- sogna essere, altrimenti non c'è nulla e niente nasce dal nul-

la - ex nihilo nihil fit -: lo spirito cartesiano propone dunque,

tra

le altre follie, quella di un Nulla che è causa del suo esse-

re,

o di un Qualcosa che, prima ancora di essere, sarebbe Li-

bero; da questo primato della libertà sull'essere derivano tut-

to il volontarismo e l'individualismo moderni). Come pre-

cursore di Cartesio e discepolo di Ockham, alla fine del XIV secolo il cardirulle Pierre d'Ailly affenna che l'esistenza del

mondo esterno non può essere dimostrata in quanto «anche

se

ogni cosa sensibile ed esteriore fosse distrutta, Dio potreb-

be

conservare immutate nelle nostre anime le stesse sensa-

zioni» J. Ma è il nostro Renato Cartesio che, dalla «tranquilla solitudine» della sua «stanzetta riscaldata dalla stufa» 2, ren-

de

popolare la dottrina secondo la quale l'esistenza del mon-

do

esterno è dubbia, e la prima verità su cui si fonda ogni

scienza non è più «qualcosa è», con il principio di non con- traddizione che ne deriva <<l'essere non è il 'nulla)}, ma «pen-

so, quindi sono». Comodamente avvolto nella sua vestaglia, al riparo dalla

fame e dal freddo, lontano dal vento che fa danzare l'erba al-

ta, Cartesio può scrivere: «Sono portato a credere che il cielo,

l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutti gli oggetti che vediamo all'esterno non siano che illusioni e inganni COSl la terra è messa tra parentesi: la terra fenna non è un

terreno abbastanza sicuro per la scienza cartesiana. Certo,

)}3.

\

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LA TERRA ST1UDA DEL CIELO

Cartesio, partendo dalla certezza soggettiva del cogito, e poi dalla certezza dell'esistenza di Dio (più evidente, secondo lui, di quella del mondo esterno), dimostrerà in seguito che la terra esiste eccome. Ma è troppo tardi. Ormai si è visto che per ciò che è essenziale essa è superflua. Per conoscere ba- stano il pensiero e le sue idee innate, e le cose terrene sono

tali

idee, già presenti in noi. Infatti «nulla può giungere dagli og- getti esterni alla nostra anima attraverso i sensi, se non alcu- ni movimenti corporei» 4. La terra non è che estensione, quan- tità, e se ne può rendere conto con l'algebra e la geometria. Le pietre, i fiori, gli animali, sono solo ingranaggi e macchi- ne, flussi di corpuscoli e le loro forme sensibili non ci inse- gnano nuna. L'uomo non ha più bisogno di coltivare un at- teggiamento contemplativo nei confronti della natura, né di lasciare che la sua intelligenza sia misurata dalla realtà ester- nai inebriato e al tempo stesso angosciato dalla sua nuova in- dipendenza, egli si sforza invece di ricondurre ogni cosa a una filosofia efficace, matematica e

soltanto l' «occasione» per portare la nostra attenzione su

pratica, grazie alla quale, conoscendo il potere e gli effetti del fuoco, dell'acqua, dell'aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli al- tri corpi che ci cìrcondano, tanto distintamente quanto cono- sciamo le diverse temiche di cui si servono i nostri artigiani, potremo utilizzare allo stesso modo quei corpi per tutti gli usi a cui si prestano, e divenire così in qualche modo padroni e pos- sessori della natura. 3

La costruzione e l'esplosione una centrale nucleare non sono altro che formalità accessorie; l'universo è già atomizzato. Non è !'idea di una certa signoria dell'uomo sulla natura che va rimproverata a Cartesio, ma il fatto che la natura sia

DEL LETAME CHE C/OVA ALLO SPIRITO

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concepita innanzitutto come un'estensione da quanl::iiicare e una risorsa da sfruttare, e non innanzitutto come la materna sorgente del primo stupore e della prima certezza. D'altra par- te è comprensibile: questa dottrina, che incentra tutto sul cogi- to anziché sull'essere, tenta interpretare l'uomo come «in- carnazione dell'angelo», secondo l'espressione molto appro- priata di Jacques Maritain. La terra non ci conduce al Cielo. La nostra intelligenza non cresce perché è piantata nel suolo e ba- gnata dalle piogge. La nostra mente può essere ingrata per il cotone che il suolo e la pioggia hanno dato per la nostra vesta- glia, e per il legno che hanno fornito per la nostra stufa. È ri- mettendo in dubbio tutto ciò che sì potrà giungere alla verità.

Kant e la lanterna magica

Immanuel Kant riprende il soggettivismo di Cartesio, ma compie un altro passo negando che sia possibile pervenire a una prova dell'esistenza di Dio, e anche, di conseguenza, dell'esistenza di qualunque cosa si trovi al di fuori della co- scienza. Secondo Kant non conosciamo la realtà così com'è, ma il dato esteriore è costantemente modificato e trasforma- to dalle nostre categorie mentali. La nostra mente è una lan- terna magica che arriva ad afferrare soltanto le proprie im- magini proiettate sul muro di una camera di Konigsberg:

«La ragione percepisce solo ciò che essa st;e$a produce in ba- se ai piani suoi propri))". Essa coglie unicamente le proprie rappresentazioni: la cosa in sé è inconoscibile. Ma che cos'è una rappresentazione che sia il termine ul- timo della nostra conoscenza e che non rappresenti nulla? È un concetto che si distrugge da solo. Non bisognerebbe di- re, piuttosto, che il termine ultimo deHa conoscenza non è

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

costituito dalle nostre rappresentazioni, ma, attraverso le nostre rappresentazioni, dalla realtà stessa? Ma Kant se ne infischia di una tal evidenza e concepisce l'intelligenza alla stregua di un tubo digerente: essa non sarebbe capace di

Wl'assimilazione immateriale che le permetta di coglìere l'essenza di una cosa pur rispettandola pienamente, ma funzionerebbe in modo siuùle a un'assimilazione corporea, che frantuma la cosa sotto i denti di solidi concetti e La ri- duce alla sua propria sostanza. L'ironia di questo idealismo è di avere una visione troppo materiale della conoscenza. Kant traspone alla sua concezio- ne dello spirito l'immaginario della nutrizione: la ragione non è più potenza di accoglimento e di oggettività, in grado

di

diventare l'altro in quanto altro, di unirlo a sé senza alterar-

lo

né deformarlo; al contrario essa, intrappolando ogni cosa

nell'immanenza carceraria dell'Io, assorbe l'altro, lo fagocita

e alla fine lo trasforma in fenomeno di pensiero. La ragione non differisce più sigruficativamente dalla non-ragione, se non perché conduce a una sorta di autismo collettivo. L'uo- mo si confonde con la pianta - una pianta mobile -, incapa-

ce di accogliere in sé la forma di altri esseri. Dato che siamo

relegati alla sola sfera umana, la metafisica non ha più ra- gione di esistere e la morale invade tutto il campo come una gramigna astratta: ma una morale fondata sull'universale e dell'intersoggettività, che ignora le determinazioni oggettive della nostra creta corporea.

L'immondializzazione 7

Il nominalismo contemporaneo consuma la definitiva rot- tura tra lo spirito e il corpo terreno. Ciò che le nostre idee e i

DEL LETAME CHE crOVA ALLO SPIRITO

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nostri nomi ci presentano come universale non corrisponde

a nulla nella realtà, che è costituita soltanto da individui ìnef-

fabili: per esempio «il cane» non esiste, non ci sono che cani, irriducibili gli uni agli altri, percepiti dai nostri sensi. L'intel- ligenza non permetterebbe di cogliere la struttura intima e comune a taluni esseri, ma produrrebbe mere entità della ra- gione: «l'uomo», «il cavallo», «l'imbecille», che non rinviano

a nulla al di fuori del nostro spirito. La scienza si riduce a

una fantasia, e la sua validità si misura in base alla coerenza interna del suo discorso o alla sua efficacia tecnica. Non c'è più alcuna verità, poiché è impossibile riferirsi a una realtà esterna, ma una moltitudine di prospettive, di soliloqui car- cerari, dove le parole non svelano, e anzi avvolgono le cose come un sudario nei carri funebri che sono i nostri crani. La filosofia si riduce a una storia letteraria delle idee e delle opi- nioni passate. TI filosofo non è più un innamorato della sa- pienza, ma l'esperto di qualche illustre sconosciuto B - il che gli conferisce un rango sociale e un posto riservato nei con'"" vegni internazionali - oppure l'eclettico dispensatore di afo- rismi, il che gli vale i consensi degli esteti e dei pasticcioni. Di qui le due ideologie che intridono fino al midollo la no- stra epoca: il relativismo, che proclama «A ciascuno la sua ve- rità», e lo storicismo, il quale afferma «La verità muta col tem- PO). Capziose sirene: esse pretendono di fare spazio per la varietà della terra, mentre, di fatto, la dissolvono in tanti in- dividui intercambiabili. Il relativismo, con il pretesto della massima tolleranza, conduce alla disperazione e alla mani- polazione: da una parte, se «tutto si equivale), «niente vale»

- poiché il valore presuppone la gerarchia - e quest'egualita-

rismo lastricato di buone intenzioni porta dritto al nichili- smo; d'altra parte, siccome nessuna verità universale può ser- vire da criterio per tutti, gli uni assoggettano gli altri solo con

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

la

costrizione o la seduzione. Lo storicismo, sotto la bandiera

di

un acuto senso del tempo, sfocia nella perdita della storia

e

della memoria: poiché le idee sono circoscritte alle loro coordinate spazio-temporali, si conclude che il pensiero at-

tuale sia l'unico capace di fomiTe criteri per il nostro presen-

te, e che ciò che è più recente è anche più «vero». E allora per-

ché interessarsi al passato, se non per curiosità aneddotica, visto che esso propone solo concezioni embrionali e desuete? Conservare la memoria sarebbe perdere il proprio tempo. Queste false teorie, lo si intuisce, portano a uno sradica- mento ben più profondo di quello derivante dall'esodo ru- rale o dalla perdita delle tradizioni. Esse intrappolano l'in- dividuo dentro sé stesso. Non lo strappano a un terreno o a un paese, ma alla terra stessa, per gettarlo in un cerebrali-

smo allucinogeno. La «mondializzazione» sarebbe una circostanza fortunata

se consistesse nel darci il senso del mondo e della comunio-

ne terrena; si tratta invece del rifiuto della terra che deriva dal relativismo nominalista, e il termine «acosmismo» o «im-

mondiahzzazione~) sarebbe più appropriato, in quanto l'or- dine naturale è ignorato per costruire un «cyberspazio» in cui condurre al pascolo le fantasie 9 standardizzate di consu- matori-cloni.

L'anima umana, zona di confine

La filosofia dell'essere, sulla scorta di Aristotele e Tom- maso d'Aquino, si oppone radicalmente a questa forma di

idealismo che, rigettando la terra, finisce per rifiutare anche

il Cielo. Essa non si lascia intrappolare nel puramente uma-

no: «Lo studio della filosofia non ha lo scopo di sàpere che

1)1:1. /

[TIIME

CHE GIOVA ALLO SPIRITO

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cosa hanno pensato gli uomini, ma di conoscere qual è la realtà delle cose» \0. Essa richiede dunque in primo luogo di frequentare la scuola del reale, di essere attenti ai fiori selva- tici e alle erbacce. L'uomo non è un angelo caduto, e neppure uno spirito prigioniero di un corpo tombale, dal quale dovrebbe distac- carsi per riconquistare l'empireo originario. Egli è un anima- le ragionevole, una sostanza spirituale che è forma di un cor- po, e che ha bisogno di questo corpo, della sua «argilla sen- ziente» e delle cose materiali che la attivano, per dispiegare ia sua intelligenza e la sua volontà: «Così, l'anima intelletti- va è in qualche modo l'orizzonte, la zona di confine dove si uniscono la sfera corporea e quella incorporea» li. Come la luce del sole rivela i colori, così la luce della no- stra intelligenza rivela l'essenza delle cose sensibili, ed è quindi dalla terra che essa trae il suo primo concetto e la sua prima certezza: «Che la natura esista è evidente (per se no- tum), giacché le cose si manifestano ai sensi» Il. L'esistenza della terra è indimostrabile perché è evidente. Tale evidenza serve peraltro a dimostrare l'esistenza di altre cose meno chiare. È l'esistenza sensibile cii quest'albero o di quel cane che viene a fecondare la nostra intelligenza, che, a partire da quel seme deposto in essa, davvero concepisce. E il figlio inizia a domandare: «Che cos'è?» e «Perché?». La sua intelligenza ricerca l'essere e la ragione d'essere, l'essenza e la causa delle cose sensibili, e il suo desiderio non si placa finché non arriva a conoscere la Causa prima, quel «Perché» ultimo che ha la sua ragion d'essere in se stesso: Colui che è assolutamente e immutabilmente l'essere, che non l'ha rice- vuto da nessuno, ma che lo dona, nella sua infinita bontà. I genitori si stancano presto del tormento spirituale provocato dal risveglio dell'intelligenza infantile. Consumati da preoc-

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

cupazioni utilitaristiche, non sospettano, o non osano rico- noscere a quale suprema esigenza rinviino le sue ingenue domande, e per sottrarsi all'angoscia della ricerca si preclu- dono la gioia della risposta e il «perché» rimane in sospeso. Ma il bambino lo serba in fondo al suo cuore e, se non ha ce- duto al cinismo, alla superbia e alla disperazione, un giorno udrà la risposta dalle labbra di un vecchio saggio: «Perché tutto questo? Per la gloria di Dio». Tale risposta non è quaggiù un punto d'arrivo, ma piut- tosto il punto di partenza di un'esigenza santità. Se la do- manda si ode in maniera prodigiosa nel roveto ardente, e dunque dalla terra, va detto che la stessa domanda, o me- glio, lo stesso appello è lanciato dal più piccolo roveto, dal più piccolo cespuglio, per il semplice fatto che esso esiste e che quindi ultimamente reclama l'esistenza di un Essere che detenga )'essere di per sé, non in virtù di un altro, e che sia la Causa prima del roveto e di tutto ciò che è. La metafisica afferma così il primato dell'essere sull'i- dealità: «Meglio un cane vivo che un leone morto», dice il Qoèlet (9,4). La perfezione dell'esistenza, anche quella rac- chiusa in un fiocco di neve (ma che architettura stupefacen- te! e per sciogliersi così presto!), questa perfezione che lo le- ga alla trama dell'intero universo, rende il fiocco di neve più meraviglioso di un palazzo irreale o di un grandioso ani- male immaginario 13.

La carne del metafisico

La sinergia tra terra e pensiero, intelligenza e corpo, è sin- tetizzata da san Tommaso in una limpida pagina della Sum-

ma Theologiae:

.

DEL LETAME CHE GIOVA ALLO SPIRITO

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NeU'ordine della natura, l'anima intellettiva occupa il gy-adino più basso tra le sostanze intellettuali, perciò non riceve natural- mente e per infusione la conoscenza della verità, come gli ange- li, ma ha bisogno di raccoglierla dalle realtà materiali e concrete

per la via dei sensi [

]. L'anima intellettiva deve quindi posse-

dere non solo la facoltà di intendere, ma anche quella di sentire. D'altra parte, l'attività sensitiva non può esercitarsi senza uno

strumento corporeo. Di qui la necessità che l'anima intellettiva fosse wlita a lUl corpo capace di fungere da organo dei sensi.

Ora, tutti i

1. Ed è questa la ra-

gione per cui l'uomo ha il tatto più fine fra tutti gli animali. E anche tra gli stessi uomini chi ha un tatto più fine possiede un'intelligenza più penetrante. E ne è segno il fatto che «coloro

che hanno le carni tenere, hanno lo spirito più delicato", come osserva Aristotele

sensi sono fondati sul tatto [

Pur essendo gli animali più spirituali non siamo per que- sto i meno sensibili; al contrario, quel senso primitivo che è il tatto l'abbiamo migliore di quello degli altri animali; quan- to più fine è il nostro tatto, tanto più lo è la nostra intelligen- za, dal momento che essa può risalire alle verità spirituali so- lo scendendo fino alle realtà materiali per la via dei sensi. Il corpo umano è costitutivamente destinato a questo: cono- scere e amare l'essere. Perché questi occhi?' «Guarda, Tom- maso». Perché queste orecchie? «Ascolta, Israele». Perché queste mani, anziché artigli o zoccoli? «Andate anche voi nella vigna». Le mani, grazie alla posizione eretta, liberano la bocca per la parola e prolungano il pensiero nell'azione. Se non fossimo fatti che per il piacere sensuale, un corpo di lombrico sarebbe stato sufficiente. La nostra animalità non è un intralcio, ma è il supporto per la nostra spiritualità, come cavalli focosi che tirino un

30

LA TERRA STRADA DrL CIELO

cocchio regale, secondo l'immagine del Fedro di Platone. Certo, questi destrieri impetuosi vanno domati, ma senza di loro il carro non può procedere. E non trarrebbe alcun van- taggio da un loro indebolimento: la garanzia della sua po- tenza, infatti, è la loro stessa indole selvatica, tenuta a freno dalla briglia e dal morso.

Lavoro manuale e contemplazione

Lo spirito del filosofo metafisico è quindi proporzionale alla tenerezza della sua came, e non, come credono alcuni, all'altezza della sua cattedra 15. Ma san Tommaso va oltre, e costata un altro rapporto che gli accademici, tenacemente aggrappati alle loro soffici poltrone, non osano neppure im- maginare: quello tra lavoro manuale e vita contemplativa. Lavorare con le mani non porta necessariamente a trascura- re il proprio spirito? L'unità sostanziale tra la nostra anima e il nostro corpo ci mette in guardia contro la falsità di tale an- tagonismo. Essa attesta semmai che il carbonaio, nonostante le sue unglùe sudice, può avere una fede più salda, e quindi uno spirito più forte di quello degli intellettuali diafani. li lavoro manuale - ci dice Tonunaso - è ordinato a quat- tro scopi: assicurare il sostentamento a se stessi e al propri fratelli; sopprimere il padre dei vizi che è l'ozio; mettere un freno ai desideri impuri macerando il proprio corpo; essere in grado di fare l'elemosina senza attingere alla borsa altrui 1~. Ora, queste finalità del lavoro manuale sono anche condizio- ni per una riflessione virtuosa: senza il dominio delle passio- ni, senza il senso della fatica, il desiderio vagabonda, il pen- siero si lascia andare, e la sensualità deviante ricorre a dotti sofismi per giustificarsi.

J)D. I.f,TAME CHE CIOVA ALLO SPIRITO

31

Tuttavia, la disciplina delle passioni è soltanto un aspetto morale dell'autocontrollo indotto dallo sforzo fisico. C'è an- che un aspetto speculativo: il lavoro manuaJe dispone alla contemplazione. Mette il corpo in sintonia con le cose, fa en- trare l'anima in risonanza con le pulsazioni del cosmo, con la durezza del minerale come con la corrente del fiume, con le promesse del seme come con il ritmo delle stagioni. È una scuola di armonia concreta e i calli alle mani possono essere

il segno di un più grande tatto dello spirito, di un tocco più

delicato del pensiero. Tra pugni e carezze, il vasaio parla con la terra: sa che es- sa non è muta, che reagisce al suo tocco, che esige tenerezza

e rispetto per accogliere senza spaccarsi la forma che lui le imprime. li vignaiolo dialoga con la generosità di un suolo e con l'ingratitudine di un altro, e conosce la delicatezza che occorre per accompagnare la vigna nella sua crescita. D'al- tronde la Sapienza si paragona a un vignaiolo, e il Verbo stesso si è fatto falegname, allineando travi prima di proferi- re le sue parabole, levigando un legno simile a quello della sua croce, e i serafini cantavano al suono della piaUa. Attraverso il lavoro manuale, la nostra intelligenza im- para ad apprezzare la consistenza del reale e si mantiene in sintonia con il lavoro di quell'altra Intelligenza che tutto or- ganizza con sapiente armonia. Essa si vaccma contro le fu- mosità 17 di Jean-Paul Sartre, quando sedeva ozioso al Café de Flore, intento a sorseggiare e a buttare giù pagine e pagi- ne: il suo Roquentin 18 non vuole o non sa più vedere nella natura che ammassi viscosi e cumuli di ectoplasmi. Diagno- sticandogli un intorpidimento dei sensi che si ripercuote sul pensiero, Caston Bachelard prescrive come rimedio l'inter- ruzione di ogni lettura e la manipolazione di qualche stru- mento da lavoro:

32

LA TERRA STRADA DEL CIELO

Probabilmente ci sarebbe una certa umanità nel mettere Ro- quentin, il protagonista della Nausea, di fronte alla morsa, con

la lima in mano, per insegnargli, a contatto con il ferro, la forza

un bel ciocco di legno da

sgrossare, raspa alla mano, basterebbe a insegnargli, e in modo

piLlcevole, che la quercia non marcisce, che il legno rende dina- mismo in cambio di dinamismo, in breve, che la salute del no- stro spirito è nelle nostre mani. l~

e la bellezza delle superfici piane [

l;

Certo, alcune forme di ascesi e di contemplazione posso- no temporaneamente ovviare all'assenza di lavoro manuale per la vita dello spirito, ma, poiché tutto è cominciato in un giardino, è bene tornarvi spesso - curarne l'orto, mungere le vacche, scorticarsi le dita riparando un recinto -, se non si vuole inanellare una sequela di idee vuote 10: «Quelli che la- vorano la terra / hanno mani più solari» 21.

La «5tube» e la cella

La terra non è dunque indifferente e superflua: al contra- rio essa, essendo il punto d'appoggio della nostra intelli- genza, è il trampolino per la nostra elevazione. Ci è detto che la scala vista in sogno da Giacobbe, lungo la quale sal- gono e scendono gli angeli, è «piantata nella terra» (Gen 28,12), proprio come la croce del Golgota. Chi, per essere spirituale, si ripiega nella propria evanescente siera privata, crede di fare 1'angelo e invece si comporta da bestia. La pietà esige che si adori 1'Altissimo prostrandosi al suolo. Non è disprezzando la terra che si ascende al Cielo, ma col- tivandola e contemplandola con umiltà. Anche in questo ca- so, chi si esalta viene abbassato e chi si abbassa viene esal-

DEL LETAME CHE GIOVA ALLOSPIRJrO

33

tato. Lavorando faticosamente la terra con la forza delle no- stre mani, impariamo a dominare il nostro corpo e a ricono- scere l'ordine delle cose. Scrutando l'humus alla luce del no- stro spirito, lo scopriamo ben presto lavorato da u.na gloria segreta. Infine, quando guardiamo attentamente il dente di leone siamo sorpresi di vedere che le sue radici traggono ultima- mente la loro linfa dal Cielo. Si tratta sempre per noi dì un distacco, che non consiste nel levitare sull'erba ma nell'os- servarla fino a risalire alla sua Causa prima. È bene per far questo raccogliersi in una cella monastica. Ma la cella di Tommaso non è la Stube di Cartesio. Al suo interno il dome- nicano non si smarrisce nell'iperbole di un dubbio che la ma- no contraddice nella misura in cui lo mette per iscritto. Egli porta con sé nella cella la certezza della terra, la meraviglia di fronte alla sua consistenza, le luci della baia di Napoli e i pendii del Vesuvio.

'Citato da Émile Bréhier. Histoire de la pllilosophie, 2 voli., val. t capitolo 0, «Le XIVèrne siècle», Librairie Félix Alcan, Paris 1928-1932 [PUF, Paris

20041.

l L'espressione «stanzetta riscaldata dalla stufa» è il corrispettivo del tede-

sco Stube, con cui in seguito si è preferito renderla: cfr. in fra, in questo ca- pitolo il paragrafo «La Stube e la cella) [N.d.T.]. 1 René Descartes, Meditazioni metafisiche, La Nuova Italia, Firenze 1982, «Prima (l:leditazìone'), p. 71.

trad. il'. Note con fra un certo manifesto, in René De-

"Cfr_ Notne in programma;

sccutes, Henricus Regius, Il mrteggio. Le polemiche, Cronopio, Napoli 1997,

p.127.

'Descartes, Discorso sul metodo, UTET, Torino 1983 [2003], parte VI, pp.

162-163.

'll.llmanuel Kant, Critica della mg;oll pura, 13ompianl, Milano 2004, parte I,

p.160.

34

LA TERRA S7'RADA DEL CIELO

'Termine nato dalla contaminazione tra il sostantivo mondilliisation e l'ag- gettivo immonde, che evoca gli aspetti più deteriori della globalizzazione. Per mantenere il gioco di parole, si è scelto dì rendere mondialisation con «mondializzazione», anziché con il più comW1C «gLobalizzazione» [N.d.T.]. • Lett. le spécilliiste d'untel, ossia «l'esperto di Tal dei Tali», per designare quegli eruditi dle preferiscono concentrarsi su minuti aspetti specialistici anzìd1é ricercare la vera sapienza [N.d. n. 9L'originale ha fan tasmes, che rimanda, insieme alla cérébralìté hal1ucillogè- ne citata poe'anzi, al lessico della malattia mentale e della tossicodipen- denza [N.d.T.]. U'Tommaso d'Aquino, Commento al «De caeio el ml/rldol> di Aristotele, libro I, lectio 22, n. 8; trad. it. in Aristolelis librum «De caeio et ml/ndo», a cura di Rai- mondo Spiazzi, Marietli, Torino 1952. ]l Tommaso d'Aquino, Swnma contra Genfiles Il, 68; trad. it. in La Somma contro i Gentili, a cura d.i Tito Centi, UTET, Torino 1978, p. 326. "Tommaso d'Aquino, in Physicorum libros Jl, \ectio 1, n. 148; trad. it. in Tommaso d'Aquino, Commento alla «Fisica» di Aristotele, a cura di B. Mondin, 3 volI., Ediz. Studio Domenicano, Bologna 2004-2005, voI. I. "L'originale usa un termine praticamente intraducibile, coquecigme (pro- babilmente formato da coq, cigogne o ciglie, e grue), che designa una crea- tura immaginaria e burlesca, menzionata per la prima volta da Rabelais in Gargantua e Pantagruel [N.d.T.]. "Tommaso d'Aquino, SUmlnA Theologine, Prima pars, quaestio 76, art. Slte- sto italiano onIine, da cui è tratta la traduzione: http://www.preticattou- ci.it /Testi /Somma %20Teologica/Somma%20Teol ogica.htm. Per un' ed i- zione cartacea cfr. La Somma teologica, Edizioni Studio Domenicano, Bol<r gna 1996-1997, N.d. T.]. "Gioco linguistico, intraducibile in italiano, tra c/wir, «carne», e chL/ire, «cattedra» [N.d.T.], "Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, lIa-llae, quaestio 187, art. 3 [Cfr.

http://www.preticattolici.it/Testi/Sonuna%20Teologica/Somma%20Teo

logica.htm, N.d.T.]. "L'autore allude all'atmosfera viziata dall'ozio e dai fumì (dell'alcol e non) in cui è maturata la stesura della Nausea di Sartre [N.d.T.]. '"Si tratta di Antoine Roquentin, il protagonista della Nausea [N.d. n. t9 Gaston Bachelard, La terra e le forze: le immagini della volontà, Red, Como 1989, pp. 117 sgg. (ed. or. La terre et les reveries de la volonté, Librairìe José Corti, Paris 1948).

I 'J;I.1.F.TAME CHE GIOVA ALLO SPIRITO

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,,, I.nlraducibile gioco di pa.role nato dalla fusione tra l'espressione enfiler rll'S per/es - usata proprio da Sartre, nella Nausea, per alludere a un agire in- concludente e sterile - e il termine verrolcrie, «bigiotteria», che indica la versione d07.zinale e falsa deUe perle: quindi le azioni che compiamo non ~OIlOsolo inutilì, ma anche volgari e di basso livello [N.ti.T.]. "GuilJevìc [Eugène Guillevic], DII domai ne, Gatlimard, Paris 1977.

Il marmo e il fango. Tre tentazioni: manicheismo, panteismo e agnosticismo

La terra è bella e melmosa. Se ne estrae il marmo bianco

di Carrara di cui sono fatti gli Adoni. Se ne respirano i mia-

SIn.i di cui sono fatti i morenti. La terra può dunque dar luo- go a tre diversi orientamenti teologici - tutti e tre erronei - a .-.econda che la si consideri nella sua corruzione o nel suo splendore, nel suo marmo O nel suo fango.

L'opera del 111alvagio demiurgo

La prima tendenza è il maIÙcheismo che vede principal- m.ente il male che corrode il mondo. La vita ci è data soltan-

to per potercela meglio togliere in seguito, dopo crudeli sof-

ferenze. Con ogni probabilità esistono un' Dio e un Cielo, giacché serbiamo in noi la nostalgia di quella felicità che quaggiù non ci è mai dato sperimentare. Altrimenti come potremmo aspirare a essa? Come porremmo essere scanda-

lizzati dal male insito nella creazione materiale e corruttibi-

le, se non avessimo in noi questa scintilla immortale che vie-

ne dall'alto? Senza questa luce interiore saremmo immersi nel fango e nel sangue e non sospireremmo tanto inseguen- do una beatitudine impossibile. Pertanto bisogna pensare

38

LA TERRA STRADA DEL CIELO

che la terra sia l'opera di un demiurgo malvagio, ma al tem- po stesso che dentro di noi rechiamo le tracce di una lontana somiglianza con il Dio buono. Quest'odio per la terra, che si ritrova nei catari e negli al- bigesi, come pure in tutti i puritani di ogni epoca, implica una spiritualità sdegnosa, fatta di disprezzo del corpo e del- la generazione. Si tratta di accartocciarsi su se stessi in una sorta di orgogliosa enstasi, e permettere al nostro involucro carnale di vagare per il mondo a ruota libera, o mortifican- dolo con un'eccessiva ascesi o lasciandolo in balia di innu- merevoli dissolutezze: non fa alcuna differenza, poiché que- sto corpo di fango non ha niente a che vedere con le cose del- lo spirito. La Chiesa condannò ben presto questo disprezzo della creazione. Il Primo Concilio di Braga (maggio 561), scagliò un anatema contro i discepoli di Mani e Priscilliano: «Se qualcuno dice che la creazione di tutti i corpi carnali non è opera di Dio ma di angeli malvagi, sia anatema». La più an- tica tradizione cristiana ha sempre riconosciuto in Dio il Creatore del cielo e della terra, delle cose visibili e invisibili. Denigrare la terra è come denigrare la volontà di Dio (conti- nuan.do però ad arraffare nel frattempo il proprio tributo di voluttà). E se poi ci si atteggia a vittime del cielo, è per non dover mai riconoscersi nel ruolo di carnefici.

La Dea-Madre

Un'altra tentazione consiste nell'identificare Dio con la creazione stessa. TI panteista non manca di stupirsi dì fronte alla vita, alla bellezza degli alberi, all'intelligenza delle api. Egli capisce che sul piano logico il male presuppone la bontà

1/, !lIARMO EIL FANGO

39

(lei mondo, così come la malattia presuppone la salute e il di- ~nrdine l'ordine. Quando ha attitudini speculative, egli in- tu isce anche che non può esistere nulla al di fuori di Dio, poi- ché in tal caso le cose avrebbero un'esistenza indipendente. F.gli crede pertanto di onorare il mondo e la divinità confon- dendoli. L'universo sarebbe un grande organismo irnmorta- IL' e cangiante, di cui noi, come gli uccelli e le margherite, sa- l'emmo gli atomi o gli organi, costantemente presi nel vorti- ('(~di un incessante rinnovamento. Questa visione è orba come la precedente: se il manicheo llon vedeva che il male, il panteista tende a vedere unica- mente il bene, ma un bene menomato: ai suoi occhi, infatti, 1;1i esseri perdono la loro consistenza propria, non essendo j'he il riflesso cangiante della sostanza divina. D'altra par- le, egli non deve forse riconoscere ben presto che la morte \' il dolore sono presenti ovunque accanto alla vita e aUa f'lua generazione? Allora, per non disincantarsi troppo pre- 11"0 egli si rifugia nell'invocazione di un pulviscolo di spiri- l'l tellurici o di forze ctonie, oppure, se è più incline al ma- It:rìalismo, parla, ma senza crederci troppo, di una sua so- pravvivenza nei vermi e nelle felci che saranno nutriti dal :ILlO cadavere:

e nelle felci che saranno nutriti dal :ILlO cadavere: Ù vero che quella che tu a

Ù vero che quella che tu a torto consideri COme la tua perso- na perirà, ma la tua carne rivivrà eternamente nelle rose, il tuo respiro nel soffio dei venti, i tuoi occhi nel fuoco delle luc- ciole ecc.? È come se qualcuno dicesse: «Ecco la Venere di Mi- lo, la farò a pezzi e ne ricaverò tante lastre di marmo. È vero he avrà cessato di esistere come statua, ma esisterà ancora sotto forma di pietre e polvere per affilare ì coltelli», fa so- stengo invece che, in seguito a tale trattamento, essa ha ces- sato interamente e assolutamente di esistere, proprio come la

40

LA l'ERRA STRADA DEL CIELO

rosa che è divenuta concime. Risparmiateci le vostre insipide consolazioni! l

le cose contingenti del nostro piccolo globo terrestre, come ogni creatura, non hanno illoco essere da sé stesse ma lo ricevono da un altro. Esse esigono, dunque, che si risal- ga all'Essere per sé, Colui che non ha ricevuto l'essere, ma che è l'essere stesso sussistente, e quindi eterno, Colui che possiede l'intera perfezione dell'essere ed è Causa trascen- dente di tutte le cose. Se quest'Essere è immutabile, non può essere concepito come l'anima del mondo, mutevole, imperfetta, cangiante nel susseguirsi di generazioni e cor- ruzioni. Se quest'Essere è perfetto, non può essere identifi- cato con il male, la sofferenza e il peccato degli uomini. La terra, per quanto nutrice, non è una Madre divina. I! Sillaba di Pio IX condanna le seguenti formule: «Dio è identico alla natura e pertanto è soggetto al cambiamento; Dio è una sola e identica cosa con il mondo, come lo sono peraltro spirito e materia, necessità e libertà, vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto». Certo, le cose esistono in Dio, ma esse non sono Dio. Pensare il contrario sarebbe non soltanto svilire la propria concezione della divinità, ma an- che ridurre la consistenza delle cose.

Il bambino abbandonalo

Bisogna affermare la trascendenza del Creatore rispet- to alla creazione. Ma ecco che subito - giacché la bestia è acquattata dietro ogni angolo - si presenta una nuova ten- tazione: quella dell'agnosticismo. l'agnostico è già più sottile dell'ateo, in quanto non pretende di dimostrare che

dell'ateo, in quanto non pretende di dimostrare che I L M A R M O E

IL MARMO E IL FANGO

41

Dio non esiste. Tuttavia afferma che, se esiste, Dio è tal- mente trascendente da essere assente dal mondo e quindi i nconoscib ile. La terra sarebbe dunque l'orizzonte ultimo della nostra conoscenza, il suo terriccìo e le sue sabbie mobili. Ma cosa vale questa terra che non porta affatto, come orme di passi, l'impronta del suo Creatore? E come amarla radicalmente, se si mìsconosce 1'Amore che la circonda? L'agnostico ha come modello un Padre celeste che abbandona i suoi figli, come Jean-Jacques Rousseau~. Alla fine non gli resta che abbandonare a sua volta la terra, facendone la preda e poi la rovina delle sue imprese mercenarie, dal momento che in essa non venera nulla di divino, nessuna bellezza che sia il riflesso della bellezza divina, neSSlUla legge che possa esse- re vista come un'eco della legge eterna, nessun inizio dei pnscoli del Cielo. L'agnostico non è orbo come gli zelanti seguaci di pan- tcismo o manicheismo, ma davanti alla luce strizza gli oc- ch.i, accontentandosi di una confortevole penombra: il suo ;)mbiente urbano, gli edifici che gli precludono l'immensità del cielo azzurro, lo strato dì cemento che ricopre ciò che resta delle foreste, lo port<lno a credere che ogni forma di ordine e dì bellezza derivi soltanto da una violenza perpe- I rélta dalla ragione a una natura indifferente e ribelle. Egli commette un grave errore metafisico, che consiste nel confondere trascendenza ed esteriorità. Dire che il 'reatore è trascendente non significa asserire che Egli è {'t;l"erno o separato dal mondo, ma al contrario che è dap- I 'l'tutto. Significa affermare la sua intima presenza in ogni IIranello di polvere, in ogni filo d'erba.

42

Distanza e intimità

LA TERRA STRADA DEL CIELO

«Tu eras intimior intimo meo et superior sununo meo»,

confessa sant'Agostino: «Tu eri per me più intimo della mia stessa intimità, e superiore a quanto vi è in me di più alto»3.

Si tratta esattamente della stessa cosa. Se Dio è all'interno, è

perché è al di là. Se è Il più vicino, è perché è Trascendente, «Distanza e intimità, le due nozioni non si escludono a vi- cenda. Se Dio non fosse infinitamente distinto dall'anima, non potrebbe mai essere per lei altrettanto intimo» i. Ma co- me spiegare questa meraviglia di un'Eternità inaccessibile eppure interiore? Si deve forse parlare di miracolo perma- nente? Al contrario, non c'è nulla di più naturale. E neanche

di più razionale.

In quanto Creatore, Dio è infinitamente al di sopra di ogni creatura, ma al tempo stesso, e per lo stessa ra.gione, egli è in- finitamente presente nel suo cuore. È bene chiamarLo il Total- mente Altro. Ma sarebbe un errore della nostra immaginazio-

ne spaziale pensare che tale alterità Lo renda lontano o estra-

neo, o che Egli rientri in un genere altro, come se si trovasse sullo stesso piano delle sue creature. Quando si afferma che Dio è trascendente, «non si intende collocarlo in un altro ge- nere, ma si dice che Egli è per Sua natura al di fuori di ogni genere, in quanto principia di tutti i generi» 5, Acuta osserva- zione questa del Doctor Communis, che ci svela il gioco dell' a- gnostico o di certi falsi spiritualisti che invocano a pretesto la trascendenza di Dio per dire che Egli è estraneo alla nostra terra: essi tentano di relegarLo in una categoria nettamente circoscrivibile e, così facendo, di sbarazzarsi dell'imperioso ri- chiamo implicato dalla sua presenza e dalla sua intimità. Quindi Dio non è la terra, ma è immanente a essa, la tiene per le sue viscere 6 . Ed ecco uno scenario ancora pil! bello di

l/ MARMO E IL FANGO

43

quello vagheggiato dal panteista: questi riduceva l'h1finito al (inito, lo rattrappiva per farlo entrare nelle cose; e invece al- l'interno di ogni cosa l'Infinito è presente senza alcuna limi- l'<'lZione. Non esiste una divinità mutevole, ma l'Eterno, che opera al fondo stesso dell'effimero con quella presenza che i teologi chiamano immensità.

I l'aul Claudel, lntroduction à Ull poème de Dallte, TI, in PosillOns et proposi-

ti/ln~. Gallimard, Paris 1959, in allvres complètes, GaLlimard, Paris 1962-

1%5, voL Xv.

I In effetti Rousseau abbandonò all'ospizio dei trovatelli tutti. e cinque i -"lIoi figli [N.d. n. 'Agostino, Le confessioni, Paoline Editoriale Libri, Roma 1979, p. 94 (Mon- <lndori, Milano 1992-1999,5 voIL). 'Charles Journet, Entrelicns SUI' la Trinité, Parole et Silencc, Saint-Maur

1999, p. 112.

'''l'ommaso d'Aquino, SlIltIllla Tlreologine, Prima pars, quaestio 6, art. 2,3 (te- ~Ioitaliano online, da cui è tratta la traduzione: http://www.preticattol i- \'i.it/Testi/Somma%20Teo}ogica/Sorruna%20Teologica.lltm. Per un'edi- I.ione cartacea cfr. La Somma teologica, Edizioni Studio Domenicano, Bolo-

gna 1996-1997, N.d.T.}.

,. Lett. «la tiene per le viscere" (lltlX clltrnillesJ, testo francese di Sal 40,9, che in italiano recita: «La tua legge è nel mio intimo» IN.d. T·I·

Nella sua mano sono gli abissi della terra l. Trascendenza e ìmmanenza di Dio L'Altissimo

Nella sua mano sono gli abissi della terra l. Trascendenza e ìmmanenza di Dio

L'Altissimo è in questo libro, nelle vostre mani che lo reg-

gono, nel piccione alla mia finestra e nel vetro della finestra stessa. Ed è perfino nel signor Franchon! Ah! Vietar Fran- ehon, con quale tenero stupore dovrò guardarti d'ora in poi! II tuo gilet di flanella potrebbe benissimo essere la tenda del

Sì, Dio è ovunque, ma specialmente lì, nel

profondo della tua anima. Di qui la sua apparente inesisten- za, che scaturisce da questa «in-esistenza», secondo il termi- ne coniato da Jacques Lcew 2 , ossia da questa esistenza d.i Dio in tutte le cose.

Convegno

l/ Padre nel pidocchio

Dio è in tutte le cose, non già come parte della loro essenza o co- me una loro qualità accidentale, ma come l'agente è presente in

]. Ora, poiché Dio, per essenza, è l'Essere

stesso, è inevitabile che il suo specifico effetto sia l'essere crea-

to, così come il bruciare è l'effetto proprio del fuoco. E Dio pro- duce quest'effetto nelle cose non soltanto quando iniziano a esi- stere, ma fino a quando rimangono in essere, così come la luce è prodotta nell'aria dal sole fino a quando l'aria rimane illumi-

ciò su cui agisce [

46

LA TIòR1ù\ STRADA DEL CIELO

nata. Pertanto, finché una cosa possiede l'essere, fino ad allora è inevitabile che Dio sia presente ÌIl essa ÌIl conformità allo spe- cifico modo in cui tale cosa possiede l'essere. Inoltre, l'essere è ciò che vi è di più intimo e di più profondamente radicato in

1esercita.il

tutte le cose, in quanto [

ruolo di forma [== di prin-

cipio determinante] nei confronti di tutti gli elementi che com-

pongono una data realtà. Da ciò inevitabilmente discende che Dio è presente in tutte le cosc, e i.n maniera intima. J

Siccome è Causa prima, il Creatore è presente in ogni co-

sa, in conformità allo specifico modo in cui essa possiede l'essere,

e cioè Egli è maggiormente presente negli esseri più perfet- ti, più in un papavero che in un mattone, più in un pidoc- chio che in questa pagina, più nel signor Franchon che in una gallina, nella misura in cui tali creature partecipano più intensamente delle sue perfezioni di conoscenza e di amore. Ma questa presenza è sempre totale e immediata: immagi- nate uno scultore che non solo realizzi la figura nel marmo, ma che crei il marmo stesso e mantenga in essere entrambi:

la sua mano sarebbe sempre intimamente presente a dare forma a quella statua dall'interno. Essa sarebbe presente im- mediatamente, poiché non vi è alcun materiale a fare da in- termediario, e lo sarebbe integralmente, tanto in un gran-

chio di gesso che in un' Afrodite

in marmo di Carrara, seb-

bene l'Afrodite la rappresenti di più. Infine quello scultore conoscerebbe le sue opere nei minimi dettagli giacché ne creerebbe sia la forma sia la materia. Le circonderebbe con la sua tenerezza. E le ricolmerebbe secondo la loro capacità, che sia quella di un geroboamo 4 oppure di un ditale. (Ma per una creatura dotata di libero arbitrio, per un Geroboa- mo in carne e ossa, tale capacità varia non solo in fun.zione della sua natura, ma anche delle sue scelte, ossia del fatto

della sua natura, ma anche delle sue scelte, ossia del fatto NELLA SUA MANO SONO GLI

NELLA SUA MANO SONO GLI ABI551 DELLA TERRJ1

47

che si lasci dilatare poco, tanto, alla follia o per nulla dall'a- more.)

La causa delle cause

Pertanto, non c'è nuUa che causì una creatura di cui il Creatore non sia anche causa. Tuttavia la creatura e il Crea- tore non sono cause parziali, non si spartiscono tra loro la causalità come se essi (pericoloso plurale) facessero numero e si situassero sullo stesso livello: la rosa è totalmente del ro- seto e totalmente di Dio, non per il 50% del roseto e per il 50% di Dio, e nemmeno per il 99% di Dio e per 1'1% del ro- seto. Anche se si lasciasse a Dio la parte più grande, Lo si deruberebbe ancora. E se si dicesse che il roseto non fa nul- la, credendo in tal modo di onorare Dio, Lo si negherebbe in quanto Creatore, perché si rifiuterebbe ogni realtà alla sua creatura. Per spiegare tutto questo, la metafisica ricorre alla distin- zione tra agente principale e strumento 5; se un boscaiolo ta- glia un albero con un'ascia, il taglio non è da attribuire per metà all'ascia e per metà al boscaiolo, come se a un certo pun- to l'uomo avesse utilizzato le mani nude; no, l'ascia (causa strumentale) taglia l'albero fino in fondo e il boscaiolo anche, ma l'ascia lo fa perché messa in moto dal boscaiolo (causa principale), di modo che si può dire che il boscaiolo è causa del taglio più di quanto lo sia l'ascia. Analogamente, la mia perma scrive per intero questo testo, ma anch'io lo scrivo per intero, e non mi sento in concorrenza con la mia penna. Dunque, quando Dio agisce all'interno di una cosa, per il fatto che Egli è Causa del suo essere, tale cosa non è passiva:

al contrario, essa diviene attiva in conformità alla Sua natu-

48

LA rfRRA STRADA DéL GELO

ra. Così, poiché Dio è causa della nostra libertà, più Egli agi- sce in noi e più noi gli obbediamo, più siamo attivi e liberi, e

tu hai operato in tut-

te le nostre opere» h, dice Isaia (26,12). Al contrario, se gli di- sobbediamo, se congeliamo in noi l'azione vivificante del

suo Spirito - capacità, o meglio incapacità che ci viene dal nulla da cui siamo stati tratti -, allora, perdendo questa aper- tura all'Infinito, cadiamo schiavi delle cose più basse. Tuttavia, il rapporto tra l'agente principale e lo strumen- to va qui concepito in modo molto analogico, perché l'im- magine è decisamente lacunosa: essa tende a sminuire al tempo stesso il ruolo di Dio e quello della creatura. Dio è in- fatti il Creatore dello strumento stesso e non soltanto il suo utilizzatore; questo rende illimitata la pregnanza del suo po- tere; peraltro, lo strumento è un agente autentico, esercita davvero una causalità propria, ancorché seconda rispetto a quella di Dio; si tratta però di una causa seconda senza che ci sia una causa prima sul suo stesso piano, come ad esem- pio nel caso della volontà umana. (Quanto al peccato, la sua causa essenziale non è Dio, dato che esso consiste in un di- fetto dell'agire, una sorta di corto circuito operativo che an- nienta e devia l'influsso iniziale dell'azione divina nella creatura intelligente. La causa prima della claudicazione del- lo zoppo sta ad esempio in un difetto della sua gamba e non nell'influsso vitale che gli consente di camminare; analoga- mente, la causa prima del peccato sta nell'intenzione difetto- sa - distruttiva 7 - del peccatore, e non nella facoltà di agire concessagli dal Dio Buono. E come lo zoppo, per cammina- re, fa più movimento del sano, così il peccatore può dare l'impressione di essere più attivo del santo; ma non è che un'apparenza ingannevole.)

non passivi e incatenati. «Signore, [

]

NELLA SUA MANO SONO GLJ ABISSI DéLLA TEI{RA

49

L'oggetto strisciante non identificato 8

Le foglie di un albero appartengono dunque più a Dio che all'albero stesso. E l'albero viene dal Cielo ancor più delle nuvole, giacché un ippocastano è W1a creatura vivente, che partecipa delle perfezioni divine più dell'aria cond,ensata in un cumulo. È il Cielo la linfa vitale della sua linfa. E Dio che fa crescere l'avena e il frumento. La cicala e la formica sono nelle Sue mani; la lucertola guizza fuori da un denso raggio della sua luce per rosolarsi al sole materiale, e il coniglio spunta da ben altre profondità che il cappello di un mago, e in una maniera al tempo stesso più naturale e più fantastica. Al punto che queste bestiole sono cariche di saggezza, e pos- sono istruire i sapientì:

Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra, eppure so- no più saggi dei saggi.: le formiche sono lm popolo senza forza, eppure si provvedono il cibo durante l'estate; gli iràci sono un popolo imbelle, eppure hanno la tana sulle rupi; le cavallette non hanno un re, eppure marciano tutte ben schierate; la lucer- tola si può prendere con le mani, eppure penetra anche nei pa-

lazzi dei re (Pr 30,24-28).

Mi ricordo di quelle lucertole, i margouiLiats, che correva-

no sui muri della nostra dimora

fermavano per compiere alcuni strani movimenti a metà strada tra la pompa e la prostemazione. Dopo quest'oscuro rito, sapevano restare in un'immobilità poco confortevole, molto istruttiva per il contemplativo. Quando il cane ne in- seguiva uno, cercando di afferrarla per la coda, il margouillat forniva prova di una saggezza del tutto evangelica: «Se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via.

benigna nel Benin 9, poi si

50

LA TERRA STRADA DEL CIEW

da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piut-

tosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna» (Mt 5,30). Senza esitare né voltarsi, si mozzava la coda e fuggiva via velocissima, mentre il cane lasciava]a preda per l'ombra verde e guizzante di quell'ingannevole appendice. Mi ricor-

do anche i grilli, ben pasciuti nella loro armatura, più terri- bili e corazzati. dei tenebrosi guerrieri della fantascienza: la cosa più incredibile è che questi. tozzi colossi amano la mu- sica e suonano sfregandosi le alì. E poi ci sono le lucciole at- torno al monastero sulle colline umbre: con la lanterna acce-

sa sul loro addome, facendo danzare la loro nota luminosa

sul pentagramm.a della notte, ripetono alle monache di clau- sura la parabola delle vergini sagge e stolte Ma spesso il nome mi manca: a volte, infatti, mi capita di scoprire per terra un oggetto strisciante non identificato, più strano dei nostri banalissimi dischi volanti.: eccolo che svo- lazza di fiore in fiore come su altrettanti pianeti rosa o gial- li. Eppure, per sconosciuto che sia, o al contrario anche se sia stato catalogato da un pezzo nei manuali di entomolo- gia, sono sicuro che quest'insetto, in ultima analisi, viene da più lontano della nostra galassia, da più lontano del Big Bang stesso.

Lo scandalo del bene

Siccome anch'essa è creatura di Dio, la terra è continua- mente plasmata dal Cielo stesso: «Sotto i sampietrini, la spiaggia», recitava uno slogan del maggio '68. Glì agnostici dell'epoca non si spingevano un granché lontano: sotto la

più piccola zolla di terra, sotto la bellezza di una prateria o

di un deserto, come pure sotto l'asfalto o la moquette, c'è la

NEttA SUA MANO SONO GLI ABiSSI DELLA TtRRA

51

divinità. Ma quando dico «sotto» non intendo certo incitarvi a ricorrere al piccone: non sia mai! Questo «al sotto» vie- ne a sorprenderei dall'alto, come se l'abisso si aprisse sulla superficie delle cose. Per questo il volto del signor Franchon esprime un'interiorità che non ha niente a che vedere con quella dei suoi organi interni. Anche se prendessi il bisturi e il microscopio per cercare più a fondo, sotto la sua pelle, l'o- rigine del suo sorriso benevolo o del suo cipiglio arrabbiato, non farei che restare ancor più in superficie. «Sotto i sampie- trllli», quindi, vuoI dire: fissando bene lo sguardo su di essi, contemplandone le sfumature oscillanti dal grigio-azzurro a11'ocra, con quegli impercettibili puntini bianchi, quelle macchie simili a ideogrammi, quelle sbrecciature e quelle su- perfici cesellate dalle nostre suole inconsapevoli; insomma, tutta l'inesauribile ricchezza che nasce dall'intreccio di pre- senza e storia. Sì intuisce che lì, nell'apparente insignifican- za, affiora una parola misteriosa, e che noi ci troviamo ovun- que come sulla spiaggia di un Oceano ineffabile l0. La presenza reale del Signore nell'ostia non deve far di- menticare ai cattolici la sua presenza non meno reale, ma di tipo causale e non sostanziale, nella pietra del pavimento o nella panca di legno. L'ostia consacrata è il Signore, il pane da tavola no. Nondimeno, il Signore è prese~tein qualunque tipo di pane, anche in una briciola di fetta biscottata indu- striale, in quanto è Lui che la mantiene in esistenza, che la trae fuori dal nulla. (Analogamente, sarebbe un grave errore pensare che Dio agisca in noi soltanto quando si tratta di Grazia e non quando si tratta di natura, come se il Redento- re non fosse anche il Creatore, e come se noi controllassimo III qualche modo la nostra esistenza. Anche al di fuori della Grazia, Dio è la Causa principale di tutte le nostre azioni. Ciò che cambia con la Grazia è che Egli ci rende partedpi della

52

LA TERRA STRADA DEl CIELO

sua stessa vita divina, e ci fa agire al di là delle nostre forze naturali.) Ancor prima dello scandalo del male c'è quindi nella creazione uno scandalo del bene, una sorta di scandalo del- l'onnipresenza divina. Una presenza non immediatamente evidente, certo, ma comunque abbastanza evidente da poter risultare intollerabile a causa dell'incessante esigenza di gra- titudine e di lode che inesorabilmente implica:

Cosa? Questo cielo così bello, sempre sopra la mia testa cosi pie- na di inezie e frivolezze? E questo mio cuore che batte, questo cor- po che si organizza per la mia stessa vita anche quando lo voto al- lo stupro e alla dissoluzione? Tutto ciò mi umilia e mi obbliga, per essere giusto, a rendere grazie sempre e in ogni luogo. Ah! Tanta generosità mi esaspera, e per me è peggio della cattiveria gratui- ta: almeno, di fronte a chi mi offende, posso sentirmi creditore

In questo caso invece, sempre debitore!

E per di più in solvente l

L'uomo moderno, nella sua superbia, volge lo sguardo al- trove, e si dichiara ateo per una odiosa petizione fetido principio, mentre tutti i popoli primitivi del passato, mal- grado i loro pantheon pletorici e la loro morale confusa, si ri- conoscevano circondati in ogni momento da una Provviden- za che probabilmente conoscevano male, ma della quale non dubitavano. I pigmei e i guaraIÙ sono da questo punto di vi- sta più evoluti di noi, scettici civilizzati.

L'Intelligenza divina vicino alle margherite

Non bisogna far altro che guardare un dente di leone: men- tre noi stiamo ancora lottando per arrivare a dominare e uti-

NELLA SUA MANO SONO GLI ABISSI DELLA TERRA

53

lizzare L'energia solare, il dente di leone realizza agevolmente la fotosintesi e trasforma la luce in zuccheri. Tra le altre mera- viglie, come ha fatto ad allestire i suoi piccoli paracadute per affidare i suoi semi alla sollecitudine dei venti? Ha una qual- che conoscenza del mondo esterno, del maestrale e della tra- montana? Sembra più abile dei nostri ingegneri. Lo stesso va- le per quei fiori comuni i quali dispongono uno dei loro peta- li come una pedaliera - che si aziona appena rape vi si posa -, affinché le antere si inclinino facendo aderire il polline al suo dorso, ed essa divenga il vettore della loro fecondità. Del re- sto, che dire delle api stesse, che fabbricano la cera delle nostre candele e il miele delle nostre mense grazie a un'organizza- zione dei loro alveari che da secoli lascia attoniti gli industria- li? Quale grande chef è capace di fare il miele con il succo dei tigli? Si può affermare che tutto ciò è il frutto del caso e della selezione naturale? No, solo un'intelligenza può coordinare mezzi diversi in vista di un fine preciso, perché solo un'intel- ligenza può concepire questo fine quando ancora non c'è, e cercare gli strumenti più idonei per realizzarlo. Ciò è di una semplicità tale che umilia la nostra compli- cazione: quest'intelligenza si ritrova dappertutto, nell'alvea- re, nel fiore, nel coordinamento che vi è tra di loro o tra i lo- ro rispettivi organi, fino a dentro i nostri organi e le nostre cellule, che funzionano in modo provvidenziale malgrado noi, o ancora nell'ordine reciproco esistente tra la nostra in- telligenza e le realtà della terra. C'è intelligenza nel dente di leone. Ma non è l'intelligenza del dente di leone, e nemmeno quella della materia, come vorrebbero assurdamente coloro che hanno paura di sentir invocare il nome di Dio. Si deve concludere che l'intelligenza divina (senza dubbio tramite quella degli angeli) impregna la terra in ogni luogo, e che in ogni istante la terra ci parla Dio, nostra Causa prima

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1

11

TéRRA. STRADA DEL CIELO

e universale, che ci parla e si rivela a noi in tutte le cose, e ci

invita dolcemente a cantare le sue meraviglie: «1 cieli narrano la gloria di Dio, l'opera delle sue mani annuncia il finnamen- to. Il giorno al giorno ne affida il racconto, e la notte alla not- te ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro an- nuncio e ai confini del mondo il loro messaggio» (Sal 19,2-5).

Attenzione al gradino

La terra è quindi l'annl.1I\cio e la strada che conduce a Dio. Coloro che non lo vedono non sono amici della terra, ma com-

plici del vuoto, benché il loro materialismo pretenda ìl con- trario: «Davvero vani per natura tutti quegli uomini che vive- vano nell'ignoranza di Dio, che dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è né, esaminandone le opere,

]. Infatti dalla grandezza e bellezza

riconobbero l'artefice [

delle creature, per analogia, si contempla il loro autore» (Sap

13,1-5).

Il pellegrinaggio deU'anima verso Dio passa necessaria- mente attraverso la terra e le sue realtà sensibili. Per san Bo- naventura, seguace del poverello d'Assisi, essa è il primo dei sei gradi in cui si articola la nostra elevazione verso l'Altissi- mo: «Infatti, secondo ]'attuale condizione della nostra natura,

il creato è la scala per salire fino al Creatore» li. Trascurare il primo stadio nella fretta di passare a quelli superiori sigrufica letteralmente saltare un gradino e rischia-

re di andare a spaccarsi la testa contro il successivo:

Aprite dunque gli occhi, tendete l'orecchio della vostra anima, sciogliete le labbra e disponete il cuore perché possiate vedere

le labbra e disponete il cuore perché possiate vedere NELU. SUA MANO SONO eLI A8JSS/ DELLA

NELU. SUA MANO SONO eLI A8JSS/ DELLA TERRA

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Dio in tutte le creature, intenderlo, lodarlo, amarlo e servirlo, onorarlo e glorificarlo, se non volete che l'Universo insorga contro di voi. Un giorno il creato intero si leverà contro gli stol- ti, mentre sarà motivo di gloria per l'uomo saggio, che sa escla- mare con il profeta: «Perché mi dai gioia, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l'opera delle tue mani» (Sal 92,5). 12

Le cose non sanno mentire

In linea con lo spirito di Bonaventura, Tommaso d'Aqui- no, in un sermone composto per t'Avvento, scrive:

Dio, in qualità di maestro eccellente, si è preoccupato di la- sciarci due testi perfetti per portare a compimento la nostra educazione in un modo che non lasci a desiderare. Questi due libri divini sono il Creato e la Sacra Scrittura. La prima opera contiene tanti eccellenti capitoli quante sono le creature, e ci in- segna la verità senza menzogna. Perciò, quando Wl tale chiese ad Aristotele dove avesse imparato tante nobili verità, egli ri- spose: «Nelle cose, poiché esse non sanno mentire». Il

«La terra non mente»: quest'espressione si trova già in Tornrnaso e in Aristotele, prima che altri la riprendano fa- cendone talvolta cattivo uso. L'~segnéll1teinvece, essendo peccatore, può mentire e ancor più può sbagliare, disponen- do solo della fallibile ragione umana, la più debole nella sca- la delle intelligenze. I nostri ecolatri, che si rimpinzano avi- damente di ogni sorta di sapere libresco, rischiano di sprofondare in un'ignoranza tanto più crassa e speciosa quanto più è grande la loro erudizione:

56

LA TERRA ST1<ADA DEl. CIELO

Un professore può essere in errore e restarvi per tutta la vi-

ta; può massacrare mille, diecimila intelligenze, e conserva-

re ugualmente un incarico prestigioso, per poi ricevere una

cospicua pensione. Ma se il contadino sbaglia due volte di

seguito la semi.na, è rovinato. Ecco l'origine di quello che

viene chiamato «buon senso contadino»: l'agricoltore sa che

esiste una natura delle cose, e che essa non potrà mai essere modificata. 14

In realtà il professore incorre in una rovina peggiore, ben- ché meno visibile, di quella del contadino: la rovina della sua anima. Ciò non toglie comunque che il buon senso contadi- no sia più solido delle elucubrazioni cerebrali degli accade- mici, ed è su di esso che devono fondarsi le più elevate spe- culazioni metafisiche, e perfino la contemplazione mistica, perché poggia sull'ordine terreno voluto dal Cielo. «Imita la terra - dice Basilio di Cesarea - e porta frutto come lei; non mostrarti peggiore di colui che è privo di spirito.» I.~È quan- to ci insegna J'Altissimo, il quale, nelle sue parabole, fa co- stantemente riferimento ai lavori dei campi, alla semina, al- la mietitura, ai convolvoli e ai passeri, e paragona il cuore dei santi alla «terra buona» (Mc 4,8), in cui fruttifica il seme della Parola. Inoltre, Egli assimila il Regno dei Cieli a un tesoro nasco- sto in un campo, che viene scoperto da un uomo. Ora, che cosa fa quest'uomo? Sparisce e va a spendersi il tesoro? No, «lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo>} (Mt 13,44). Ecco come il nostro spiri- to può disseppellire la luce dal fango di cui siamo fatti, e non per portarsela via, ma per seppellirla di nuovo e farla ri- splendere maggionnente. Lo testimonia una contemplativa che si offrì volontariamente a una delle croci più oscure del-

NEtLA SUA MANO SONO CU ABISSI DELtA TERRA

57

la nostra storia: «A poco a poco ho scoperto che anche nella vita più contemplativa non deve essere reciso il legame con il mondo. Credo anzi che, più ci si avvicina a Dio, più si de- ve in un certo senso uscire da se stessi, cioè immergersi nel mondo per portarvi la vita divina>} 16. Non per nulla il grande teologo noto come il Doctor An- gelicus fu definito anche il «bue muto di Sicilia» 17. È lascian- dosi ammaestrare dalla terra, umiliandosi alla luce della ra- gione e della fede che ci si slancia verso le altezze supreme. Non c'è bisogno di viaggi innumerevoli: ne basta uno solo, nella profondità.

'Sal 95,4. 'Tl celebre religioso domenicano che inaugurò La stagione dei preti-operai, lavorando a Marsiglia come scaricatore di porto fino al 1954, quando il Va- ticano decise di inteITOmpere tale esperienza. In seguito fondò la Missione Operaia Santi Pietro e Paolo (MOPP), riconosciuta ufficialmente dalla Chie- sa nel 1965. Nel 1969 fondò a Friburgo la Scuola deUa Fede, che diresse fino

al 1981 (N.d.T.].

'Tomroaso d'Aquino, Summa I7Jenlogiac, Prima pars, quaestio 8, art. 1 [testo italiano antine, da cui è tratta Iii traduzione: http://www.preticattolici.it/Te- sti/Somma%20Teologica/Somma%20Teologica.htm. Per un'edizione carta- cea cfr. Ln Samt/w teologica, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1996-1997, N.d.T.].

'Gioco di parole tra Geroboamo inteso come nome proprio (personaggio bi- blico divenuto re delle dieci tribù che formarono il regno settentrionale di Israele) e jéroboam inteso come nome comune (bottiglia di vetro contenente l'equivalente di quattro bottiglie da 75 cl di vino o champagne) [N.d.T.}.

'Cfr. Tommaso d'Aquino, Summn contra Genti/es ili, 70,8; trad. it. in La Som-

ma corltra i Gentili, a cura di Tito Centi, UTET, Torino 1978.

•In realtà il passo citato di Isaia, nella versione CEl del 2008, recita: "Si-

gnore, [

lasciare la versione francese, per il riferimento all'azione di Dio all'interno delle sue creature, fondamentale per il discorso dell'autore [N.d. T.].

] tutte le nostre imprese tu compi per noi». Si è preferito tuttavia

58

LA TERRA STRADA DEL CIELO

'Gioco di parole, solo in parte traducibile, tra défectueux, dal laL deficìo, che rimanda a un'azione negativa perdlé inadeguata e lacunosa, e défnisant, dalla!. disfacìo, indicante un'azione negativa in quanto distruttiva [N.d.T.]. 6I1 testo originale ha ORNI, acronimo di Objet Rampant Non Identifié, co· niato dall'autore sulla falsari!!;a di OVNI, Objet Volant Non Identifié, cor- rispettivo francese dj UFO [N.d.T.]. 'Gioco linguistico tra l'agg. qualif. benigne (masch. bénin) e quello di na- zionalità béninois, "del Berun» (frane. Bénin). L'autore ha di fatto tra- scorso l'arie dell'adolescenza nel Benin, al seguito del padre, diploma-

tico [N.d. n.

'ONota gratuita, che vi invita il guardare più in basso, o più a fondo, che a piè di pagina. Chiudete dunque il libro (permesso accordato) e contem-

plate la prima creatura che si presenta ai vostri occhi. [Nell'edizione fran- cese originale le note sono situate a piè di pagina, N.d.T.]. II Bonaventura, llinermium mentis in Dewn T, 2ltrad. oliline: http://W\NW.llna- vox.it/m24.htm; per W1'edizione cartacea, cfr. Itinerario delI'anìnUl a Dio, Bom- piani, Milano 2002, N.d.T.j. "Ivi,1, 15.

"Cinquìème sermon pour la deuxième dimflnche de l'Avellf (Quinto sermone

per la 2' domenica d'Avvento), in Opera 01l111ia, 34 voli., Vivès, Paris 187]- 1880, voI. XXIX (trad. it. in Tommaso d'Aquino, I sermoni e le dI/C lezitmi inaugurali, Edizioni Studio Domenicano, BologIla 2003). l! Henri Charlìer, Culture, Écolc, Méfier, citato da Gustave Thibon in Re/oll'T

au réeJ, Paris 1943 (ed. it. Ritorno al reale: nuove diagnosi, trad. di ltalo De

Giorgi, Ed. Giovanni Volpe, Roma 1972). 15 Basilio di Cesarea, Terza omelia sul V(lI1geJo di Luca, Patrologia Graeca 31, 266; trad. it. in Rufina di Aquileia, Versione delle omelie dì Basilio, a cura di Carla Lo Cicero, Scuola Tipogr. San Pio X, Roma 2002. "Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), lettera del 12 febbraio 1928, in Werke, il cura di Lucy Gelber e Romaeus Leuven, 18 voll., Herden, Frei- -"burg 1954--1998, voI. VIII (trad. it. in Edith Stein, Scelta di Dio. Lef.tere dnl 1917 (/11942, Mondadori, Milano 1997). "Soprannome attribuito il TOnun<lSO dai confratelli tedeschi (per i quali tuJta l'Italia era "Sicilia») quando studiava teologia presso Alberto Magno a Colonia, per il suo carattere taciturno [N.d.T.].

Parte seconda

UN CIELO PER PATRIA

Loro non cercano più l'ebbrezza del viaggio, poiché la lerra è troppo profumata, là, dove si sono fermati. Loro Han navigheranno più sui mari maligni, poiché hanno trovato il porto, e l'ancora è stata gettata

nella beatitudine incomparabile.

Ernest Psichari l

l Ernest Psichari, Le voyage du cellturion, LGF (Librairie Générale Française), Le Livre de Poche Chrétien, Paris 1962 (ed. il. Il viaggio del centurione, tTad.

di OrsaIa Nemi, Ed. G. Volpe, Roma 1971).

Icaro, Anteo e Ulisse. Sradicamento o odissea

Da queste premesse metafisiche, alcuni potrebbero presto approdare a una morale autoctona: «Se Dio è qui, direbbero, ci è proibito cercarlo altrove»; altri invece, opporrebbero su- bito loro la deduzione, non meno affrettata, di una morale apolide: «Se Dio è ovunque, dobbiamo partire sempre per mete lontane per trovarlo ancora e meglio». Da un lato i fautori del ràdicamento, ai quali è cara la metafora della pianta; dall'altro i cultori del viaggio, aman- ti di quella dell'uccello. I primi non vedono che anche l'a- cero mette i suoi semi in un'elica mobile simile a quella dei nostri elicotteri, né che il dente di leone - ci torno continua- mente! - munisce i suoi semi di paracadute che il vento tra- sporta in terre sempre più misteriose e lontane. I secondi di- menticano che la stama artica, sebbene voli ogni armo da un Polo all'altro percorrendo all'incirca 20,000 chilometri, depone e cova le uova sempre nel luogo stesso dove è nata. Oltre alla pianta e all'uccello, due figure mitologiche - quelle di Icaro e di Anteo - si contendono gli estremi oppo- sti del rapporto con la terra. Una terza figura sembra incar- narne il giusto mezzo: quella di Ulisse. Dopo aver esplorato il valore dei primi due archetipi, si tratta di chiedersi se sia possibile affidarsi all'ultimo e celebrare insieme a Joachim

62

LA TEJ{RA STRADA DEL CIEl.O

du Bellay I la beatitudine di Ulisse e Giasone anziché quella dei miti e degli umili.

Decollare dal basso

Icaro è figlio di Dedalo, J'esiliato da Atene per aver ucci- so un parente e il cui nome significa l' «ingegnoso». li suo sangue è quello freddo del tecnico, il suo terreno quello mo- bile dell'invenzione. E di quelle invenzioni prodigiose che sanno piegare le leggi della natura ai capricci dellibertinag- gio! Dedalo è il genio geloso della costruzione, e ancor di più della decoshuzione meccanica: inventa non soltanto il famo- so Labirinto, ma prima di tutto quel simulacro di vacca den- tro al quale si nasconde Pasifae per soddisfare la sua passio- ne contro natura nei confronti di un toro. È il Minotauro, frutto transgenico dell'unione tra la bella e la bestia, a essere per ordine di Minasse protetto e nutrito di carne umana nel- l'intreccio di gallerie e corridoi sotterranei del labirinto. Ciò implica forse che il nostro ingegnoso esule, fuggito da Atene e accolto dal re di Creta, elegga !'isola come una nuova pa- tria? No, il suo slancio demiurgico gli impedisce di restare fermo in un luogo. Si affretta a tradire: di a poco aiuterà Te- seo a sconfiggere il Minotauro e i meandri della sua stessa invenzione; poi, per sottrarsi alla vendetta del re, costruirà per sé e il figlio ali che li strappino dal suolo. Forte dell'e- sempio del padre e fiducioso nell'onrupotenza della sua tec- nica, Icaro crede di poter raggiungere il sole disprezzando la terra una volta per tutte. Si sa che riuscirà unicamente a ca- dere da un'altezza più grande. Oggi i fratelli dì Icaro sono numerosi. In campo filosofico, sono gli epigoni di Kant Hegel e Marx. Per loro )a terra è in-

ICARO, ANTED E ULiSSE

63

consistente, viscosa, poco più di un materiale caotico che so-

lo l'uomo mette in ordine. Essi dicono con Jules Lachelier 2:

«Per me l'opposizione tra libertà e natura, che Kant fu il pri-

mo a cogliere, è l'opposizione fondamentale della filosofia».

A essi va riconosciuto un certo senso della libertà umana,

che però, nel loro rigido dualismo, contrappongono alla ter-

ra, concepita come mero involucro materiale e ridotta al de- terminismo percepito dalle scìenze sperimentali. Essi igno- rano che il concetto di natura è analogico e che la libertà lo presuppone come ciò che la struttura e la ordina autentica- mente, e non ne fa, invece, il prestigio di un potere arbitrario e assurdo. Essi continuano dunque a dire con Sartre: «Per noi

], si

definisce dalla scelta dei suoi fini» 3. Questo «Adamo» non è per nulla plasmato dalla terra e vi- vificato dalLo Spirito: egli si crea, si modella da sé a partire dal nulla. Non è altro che libertà che trasforma il mondo a suo piacimento. E dunque quest'Adamo cacciato dall'Eden può parlare con la voce sibilante di Luc Feny 4, affermando che egli è una forza di «anti-natura»), e che la virtù è essenzial- mente «una lotta deUa libertà contro la naturalità che è in noi» 5.

Adamo non si definisce affatto in base a un'essenza [

Dottrina eterea che solleva definitivamente i nostri piedi

dal suolo: l'uomo, più è contro natura, più è umano. Il cen- tro commerciale sarebbe dunque per noi più congeniale e più bello delle montagne della Chartreuse, poiché è genera-

to unicamente dalla nostra ingegnosità. E l'omosessualità sa-

rebbe tanto più virtuosa e libera proprio perché non segue alcuna tendenza naturale. Ma cosa sto dicendo? Questa for-

ma di licenza è ormai fin troppo obsoleta, e i veri draghi del-

zoofilia e il cannibalismo, al

la virtù 6 sceglieranno semmai la

fine di generare superuomini biscornuti. I figli moderni del-

64·

LA TERRA STRADA DEL CIELO

l'ìngegner Dedalo 7 cominciano infatti con il lodare l'irrive- renza del libero arbitrio e finiscono per favorire gli accop- piamenti della regina Pasifae. Ma c'è ancora qualcosa che trattiene il libertario dal tirare le estreme conseguenze delle sue teorie, e questa cosa è l'ordine terreno, la natura umana che, malgrado i suoi errori, continua a costituirlo e a sussur- rargli all'orecchio come il suo proprio sangue.

Il nemico dei migranti

A Icaro e agli icariani molti contrappongono volentieri la robusta mole di Anteo, figlio della Terra e di Poseidone (la terra, infatti, non è mente senza l'acqua che la irriga). Le sue gambe muscolose lo ancorano saldamente al suolo della sua Libia natia. Da esso il gìgante attinge energia come fosse lin- fa e, ritto come una barriera minacciosa 8 sulla strada che pas- sa davanti alla sua dimora, sfida aHa lotta i viaggiatori e i mi- granti. Non ama i vili senza radici che succhiano il nettare dappertutto senza mai stabilirsi in nessun luogo. Allora li ag- guanta e li uccide per sotterrarli e fare dei loro corpi irre- quieti il concime per il suo giardino. Peraltro, le sue prede non riescono mai ad abbatterlo. Infatti,la leggenda narra che la sua forza si rinnova ogni volta che egli tocca il terreno. At- terrarlo significa dunque renderlo più forte. Gettarlo a terra equivale ad aizzarlo di nuovo contro di sé. Avere il soprav- vento su di lui vuoI dire metterlo in contatto con ciò che lo fa trionfare. Si dice che, dopo aver vinto, Anteo usasse le spo- glie delle sue vittime più ricche per ricoprire il tetto del tem- pio di suo padre. Quale eroe più fedele di lui alla terra e al sangue? Eppure - chi non lo ricorda? - un viaggiatore in- stancabile, nel bel mezzo della sua undicesima fatica, finisce

fCA RO, ANTEO E ULISSE

65

per aver ragione di questa creatura invincibile. Per sconfig- gerla, tuttavia, Ercole non [o abbatte: lo solleva. Gli cinge con le braccia le reni, lo tira su e lo strangola tenendolo sospeso tra cielo e terra. Anteo affascinò i poeti del «ritorno alla terra» e dell'amo- re per la pa tria, che lo scelsero come simbolo della resisten- za contro }'omologazione del mondo prodotta dalle macchi- ne. Nel giugno del 1940, nel suo romanzo Vent de Mars 9 , pri- ma celebre e poi troppo presto dimenticato, Hemi Pourrat scriveva:

Questo grande mito di Anteo, il gigante che riacquista le forze

appena tocca terra, è molto più di un mito: è una verità [

che vale per i popoli arborei - quello dei pini, quello dei piop- pi, quello delle querce - vale anche per un popolo umano: esso non deve aver paura della morte, se sa volerlo. Se sa attaccarsi alla vita con tutti i suoi sensi. Se lo vuole nella durezza, nell'o- scurità e nello sforzo tenace, come la radice che affonda le vene nei più spessi strati dell'argilla e del sasso, per cercare sottoter- ra le acque da cui ricavare la sua linfa. Se lo vuole affidandosi al1a luce come il ramo, che, schiudendo i suoi germogli, li fa sbocciare fino in fondo come fossero polmoni, per poter tocca- re ovunque, con le sue foglie, lo spazio dorato, fino al giorno in cui, giunto a maturazione il suo essere, getterà ai venti d'au- tunno iJ suo milione di semi.

]. Ciò

Tale è in Pourrat la celebrazione della terra, che egli non dimentica la luce e il vento, e ciò pennette a questo grande cristiano di non cedere alla tentazione di venerare le divinità tellurìche, né di cadere in una versione alvemiate delle ceri- monie germaniche nella foresta dì Teutoburgo. Ecco che ci troviamo già a uguale distanza da Icaro e da Anteo.

66

LA TEl{RA STRADA OELe/ELO

Resta che la garanzia delle nostre ali sono le radici. «L'uc- cello non canta bene che sul suo albero genealogico», am- mette anche Jean Cocteau. Una libertà senza basi né memo- ria crede di innalzarsi al cielo e invece si perde nel vuoto. Chi pensa di riuscire a procedere senza appoggi, non può che continuare ad agitarsi senza muoversi in alcuna direzione.

Antigone o Medea?

Ma non si rischia di cadere in una strana utopia naziona- le se, in preda alla nostalgia, si tralascia di cogliere l'attuale interdipendenza delle nazioni e la fratellanza dei popoli nel- lo Spirito dell'Altissimo? Non ci si ritrova in una sorta di pantano assegnando alla terra più profondità e solidità che al Cielo? E infine, per noi sradicati da lunga data, immigrati tre o quattro volte, qual è la vera terra ancestrale? Finiremo con l'inventarcela e crederci figli di Gaia, mentre in realtà siamo figli di Dedalo? La polemica contro lo sradicamento e la globalizzazione è molto antica. Coloro che la credono recente tradiscono la lo- ro amnesia e, col pretesto della fedeltà a un qualche tipo di passato idilliaco, cadono senza accorgersene nell'illusione del sol dell'avvenire \0. Già Seneca poneva questo lamento nel cuore della sua Medea, facendole denunciare quell'in- venzione rivoluzionaria della tecnica antica che è la nave. Medea accusa Giasone e gli Argonauti di aver rubato il Vel- lo d'Oro che proteggeva una patria diversa dalla loro, e inol- tre di aver sedotto la principessa di quella patria, infelice- mente trapiantata dalla natia Colchide prima in Tessaglia e poi a Corinto. Secondo la legge greca, Giasone non aveva il diritto di sposare questa donna straniera. Fortuna insperata

ICARO, ANTW e UUSSE

67

per lui: il suo opportunismo lo spinge ora al matrimonio con un'altra, la principessa corinzia. Egli può quindi ripudiare senza alcun rimorso la principessa meteca della Colchide, in- sieme ai figli che lei gli ha dato. Ma Medea non la pensa co- sì. Si vedrà che «colui che conquistò il Vello» non tornerà a vivere, circondato dai parenti, nella quiete celebrata dalle ri- me di Du Bellay. Alla fine il bel viaggio conduce all'abban- dono e all'infanticidio. I difensori dei costumi ancestrali si richiamano talvolta al- la figura di Antigone, ma potrebbero rifarsi anche a quella di Medea: non come eroina, certo, ma come vittima. Antigone infatti difende contro Creante, re di Tebe, quelle leggi non scritte che servono da fondamento anche ai diritti e ai dove- ri universali, oltre che alle norme consuetudinarie. Medea, al contrario, si vendica contro Creonte, re di Corinto, in preda alla collera suscitata in lei dall'essere stata prima strappata alla sua terra, e poi rifiutata in base ai decreti locali di un al- tro paese Ma ecco il magnifico canto che le mette in bocca il filosofo stoico «suicidato» da Nerone:

l nostri padri videro secoli senza macchia, quando ogni frode era sconosciuta. Ogni uomo, quietamente, se ne stava aUe sue spiagge, invecchiava sulla sua terra, ficco del poco che aveva, non conoscendo altri beni che quelli che gli dava il suolo natale, La nave tessala, Argo, congiunse le parti del mondo che a ra- gione erano divise, ai mari impose di subire le sferze dei remi, ai mjsteriosi flutti di mutarsi in causa dei nostri terrori. Ne pagò il fio, trascinata di pericolo in pericolo, la sacrilega nave, quando i due monti che sono le porte del mare, all'improvviso

68

LA TERRA STRADA DEL CIELO

spinti l'uno contro l'altro, lanciarono un rombo simile a tuono, e il mare, tra loro schiac- ciato, spruzzò le stelle e le nubi.

[ ] È caduto ogni limite,

in terre sconosciute sorgono mura di città, le strade del mondo sì spalancano, muta sede ogni cosa. Si disseta l'Indiano al gelido Arasse, bevono i Persiani all'Elba e al Reno. Verrà giorno, in secoli lontani, che Oceano sciolga le catene

delle cose e immensa si riveli una terra. Nuovi mondi Teti scoprirà. Non ci sarà più SLÙ pianeta un'ultima Tule."

ICARO. ANTEO E ULISSE

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scita ci ha collocati. Ecco qualcosa che ci dà ulteriormente da pensare, e ci porta a chiederci: "Se è cosÌ, in futuro l'uomo po- trà ancora svilupparsi, la sua opera potrà ancora maturare a partire da una patria già costituita; quindi egli potrà innalzar- si nell'etere, cioè per l'intera estensione del cielo e dello spiri- to? Oppure tutte le cose sono destinate a restare prese neJla morsa della pianificazione e del calcolo, dell'organizzaZlone e dell'automazione?>'. n

Nella nostra epoca icariana, nasciamo lontano dal suolo, immediatamente proiettati nella cultura tecnica e nello spa- zio pubblicitario, subito messi al mondo di cui parla san Gio- vanni e che è quello della m.enzogna e dell'illusione babelica che mascherano l'evidenza della creazione. Non c'è più una

«terra natale già costituita», e la peggiore utopia, che ignora

 

di

essere tale, è quella in cui si tenta di ricostituire una terra

Esilio originario

natale chimerica in una sorta di età dell'oro; questa utopia, pur invocando un certo realismo terrestre, ignora la realtà

dicata dal suo stesso idealismo protestante (una Germania

Il nostro suolo di oggi, ma già quello di ieri, è piuttosto l'aere dei senza radici 12. Incominciamo così, fiori di serra e piante da vaso, o forse uccelli, ma dal volo disorientato dal- le ali appesantite dalla nafta. Heidegger, pur sottolineando l'esigenza del radicamento, ripete che questo non è il nostro stato di fatto. La nostra condizione congenita è semmai quel- la che chiama Unheimlichkeit, ossia una inquietante «estra-

del tempo presente e la nostra condizione violenta. Oggi è come se la terra natale non fosse già passata ma ancora da venire. Nietzsche ne aveva l'istinto, nei suoi spo- stamenti sempre verso il Sud, lontano da una Germania sra-

che, per reazione, si sarebbe ben presto fabbiicata un radica- mento illusorio e barbaro). Egli scrlve: «Ubi pater SUID, ibi patria», la mia patria non è la dove sono nato, ma nel luogo

neità», un esilio originario:

in

cui ho generato 14. L'albero infatti si giudica dai frutti, non

da

Ue radici. Tuttavia i buoni frutti presuppongono buone ra-

Il [nostro] sradicamento non è causato soltanto da circostanze esteme o dalla fatalità del destino, non è solo l'effetto della ne- gligenza degli uomini, del IaTo stile di vita superficiale. Lo sra- dicamento deriva dallo spirito dell'epoca in cui la nostra na-

dici. L'uomo può essere un buon padre soltanto se è un buon figlio, e si può generare bene solo nell'alveo di una data ascendenza, in quella tenerezza, la cui natura ci sfugge, che unisce il nipote al nonno. In ogni caso bisogna per libera

70

LA TERRA STRADA D[L CIELO

scelta saper riconoscere ciò che è anteriore a tutte le scelte. Bisogna che Icaro si decida ad atterrare. È qui che fa la sua comparsa la figura di Ulisse, uomo al tempo stesso ingegnoso e patriottico. Egli raggiunge vera- mente la sua patria solo al terrrune dell'Odissea. Sembra na- scere a Troia, nel corso della guerra, e non giunge a Itaca che alla fine. Qui, sotto le sembianze di un vecchio mendicante, viene prima accolto dal custode dei suoi maiali, che però non lo riconosce, mentre è subito riconosciuto dal suo vecchio ca- ne, Argo, che ne muore di gioia, perdendo la vita nei movi- menti eccessivi della coda. Eppure per noi la figura di lllisse non è che una fonna vuota. Dov'è]a nostra ltaca? Dov'è l'ap- prodo a noi familiare? Quale cane può riconoscere di dove sia- mo? Qui la mitologia deve lasciare il posto alla storia santa.

1 Poeta e umanista francese (1522-1560), membro del movimento noto co- Ille Brigade de la Pléiade. L'autore allude aJ sonetto Heureux qui comme Ulysse, in cui esprime la sua nostalgia per il proprio paese natale e sj chje- de se tornerà mai in patria come hanno fatto Giasone e UEsse [N.d.T.!. 'Jules Lachelier (1832-1918), filosofo francese ricordato soprattutto per lo studio del pens.iero di Kant e la diffusione della filosofia trascendentale nella Francia. di fine '800 [N.d. n. 'Jean-Paul Sartre, L' "E,tre elle Nél7nl, Paris 1950, p. 547 (ed. it. L'essere e il Ilu/- la, il Saggiatore, Milano 2008). • Filosofo francese, Ministro deUa Gioventù, dell'Educazione nazionale e della Ricerca dal 2002 al 2004, attualmente docente di Filosofia all'Univer- sità Paris VI-Jussieu [N.d.T.\. -' Luc Ferry, Jean-Didier Vincent, Qu'esl-ce que l'homme? SlIr les fondamen- Imlx de la biologie el de la plzilosopllie, Odile Jacob, Paris 2000, p. 48 (ed. it. Che cos'è l'uomo? Sui fondamenti della biologia e della filosofia, Garzanti, Milano

2002).

'L'originale ha dragons de verlu, riferito generalmente alle donne, dle si sposa efficacemente con gli accoppiamenti bestiali evocati dalle allusioni

ICARO, ANTEO E ULiSSE

71

Alla zoofilia e ai «superuomini biscornuti», e getta un'ombra sarcastica sulle «virtù» dei seguaci Dedalo [N.d.T.]. 1L'autore gioca sull'assonanza tra ingénieur e ingénieux, significato etimo- logico di Dedalo; in sottofondo c'è la nozione del Dio-ingegnere (o archi- tetto), cara a Leibniz, CArtesio e Kant [N.d.T.]_

Alla lettera:

'I Il titolo suggerisce che nel mese di marzo, lo stesso dell'Annunciazione e dell'equinozio di primavera, spiri su.lla terra un vento di rilUlov:amento che viene da più lontano e da più in alto che dal pianeta Marte. In Lett. «i domani che cantano», ispirato a una frase di Paul Vaillant-Cou- turier (allora dirigente del Partito comunista francese) citata da Gabriel Péri, deputato comlUtista fucilato dai tedeschi nel 1941, nella sua autobio- grafia, intitolata appunto Les /endemains qui chnntent. Nel 1962 lo stesso

VaiUant-Couturie.r pubblicherà la raccolta di saggi Vers les /mdemail1S qui chanlenl [N.d.T.].

li Lucio Anneo Seneca, Medea, vv. 329-379, in Le tragedie, Einaudi, Torino

J991, pp. 146-148.

I~Lett. «l'aria degli sradicati»: la {rase gioca infatti sulla contrapposizione tra terra e aria, ripresa più esplicitamente in rapporto alla dottrina aristo- te1ica dei qua ttro elementi nel paragrafo «II volto umano nella sua n ud ità»

[N.d.T].

Il Martin Heidegger, L'abbandono, IL Nuovo Mel angolo, Genova

Gelassel1JLeit, Neske, Pfullingen 1959). 14 Friedrich Nietzsche, citato in Stefao Zweig, Nietzsche, Stock, Paris 2004, Découverle du Sud, ristampa del secondo volume di Le comballlVec le demon, 2 volI., vol. I, Holde'rlin, Kleist, voI. TI, NielzsclIe, Stock, Paris 1930; ed. or. Der 1V<mpfmil dem Diimon. Ho/dC1'll:n, Kleist, NietzsclIe, Tnsel, Leipzig 1925; ed. il. Lo lona col demone, Holder/in, Kleist, Nictzsche, Frassinelli, Como 1992.

dogana (o doganiere) [N.d.T.].

2006 (ed. or.

Vattene dal tuo paese verso il paese. Dall'Esodo alla Terra Promessa

La Genesi ci rivela che all' origine siamo caccia ti dalla ter- ra paradisiaca, e che non si tratta di uno spostamento locale, ma della nostra colpa che è responsabile di quest'esilio. Al- lora, non è con uno spostamento locale, ma attraverso il no- stro pentimento (il termine significa precisamente «ritorno») che guadagniamo la patria:

Se è in virtù di un movimento del cuore, e non dei piedi, che l'uomo si è orgogliosamente allontanato dal Bene supremo e ha sepolto dentro di sé l'imm.agine di Dio, mi sembra evidente che sarà in virtù di un movimento del cuore che l'uomo potrà Llm.ilmente tornare a quel Dio che l'ha creato, e ritrovare la sLla immagine.'

Noi siamo tuttavia esseri sensibili e questo movimento es- senzialmente spirituale deve compiersi attraverso luoghi fi- sici ed esige 1m legame intimo con la terra: «Signore, sei sta- to buono con la tua terra, hai rkondotto i deportati di Gia- cobbe) (Sal 85,2). Lo Spirito sospinge il figliol prodigo lungo le vie dell'esodo. Lo conduce dal diluvio al deserto affinché egli gridi verso il Cielo dal profondo dell'abisso, e da questa profondità entri nella terra nuova, nella dimora del Padre.

LA TERRA STRADA DEL CIELO

La chiamata di Abramo è fondante: « Vattene da l tuo paese, dalla tua patria e daUa casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12,1). Questa partenza è un ritorno. Abra-

mo lascia tutto e si abbandona a Dio neUa fede. Come posso-

no i seguaci di Anteo comprendere tUl tale sradicamento? Al-

cuni di loro hanno fatto di questa partenza l'emblema del co- smopolitismo e di li1 certo disprezzo della terra e del sangue. Abbandonare il padre non è forse empietà filiale? Lasciare la patria non è proprio del disertore e di quel popolo nomade e senza patria, nato nel deserto, che finisce per conquistare e de- predare Canaan, terra di altri, rapidamente massacrati? Pensar questo è omettere che è Dio che comanda: il gesto

di Abramo è di ubbidienza e umiltà, non di disprezzo e or-

goglio. D'altra parte, il padre dei credenti non dimentica la sua origine: infatti egli invia il suo servo Eliezer dai suoi pa- renti a cercare una moglie per il figlio Isacco. Ma non di- mentica nemmeno l'amore per la terra: "Vattene dal tuo pae-

se verso il paese», dice stranamente l'appello divino.

Il volto umano nella sua mldità

Grandi filosofi ebraici sono riusciti a trattare questo sog- getto in modo inadeguato, come anche pensatori antisemiti come ad esempio Carl Schmitt. Se questi ultimi denunciano

nel popolo di Israele il fautore di un vuoto universalismo che

rimmcia a ogni rapporto con il proprio paese d'origine, i pri~

mi riconoscono in lui il portatore di una Legge universale

che spezza le barriere razziali e le divisioni fondate sull'odio. Emmanuel Lévinas, con il lodevole intento di evidenzia-

re il primato dell'etica sulla sacralizzazione di un suolo par- ticolare, scrive:

V/lITF.NE DAL TUO PAESE VERSO il PAESE

75

l essa fa

tutt'uno col vacillare delle civiltà sedentarie, lo sgretolarsi delle pesanti stratificazioru del passato, lo sbiadire dei colori locali, le

crepe che incrinano tutte quelle cose ingombranti e ottuse su cui si fondano i particolarìsmi umani. Bisogna essere sottosvilup- pati per rivendicare queste cose come ragioni d'essere e lottare in loro nome perché abbiano UI1 posto nel mondo moderno. Lo sviluppo tecnico non è la causa, è semmai l'effetto di guesto al- leggerirsi della sostanza umana, che si svuota delle sue pesan-

sopprime il privilegio di questo

radicamento e dell'esilio che a

tezze notturne l

l. Essa ci strap-

pa al mondo heideggeriano e alle superstizioni del Luogo. Si profila quindi una chance: imparare a vedere gli uomini al di fuori della situazione contingente in cui sono inseriti, lasciar a vedere gli uomini al di fuori della situazione contingente in cui sono inseriti, lasciar ri- splendere il volto umano nella sua nudità. Alla campagna e agli alberi, Socrate preferiva la città, in cui è possibile incontrare gli uomini. L'ebraismo è fratello del messaggio socratico.'

[La tecnica] rischia di far esplodere il pianeta, ma [

), La tecnica

esso rimanda [

Sappiamo bene a quale brutale scatenamento di un na- zionalismo menzognero faccia seguito questo discorso di Lé- vinas: il medico deve privilegiare l'elemento aereo per con- trobilanciare un eccesso di elemento terrestre; non il medico deve privilegiare l'elemento aereo per con- trobilanciare un eccesso di elemento terrestre; non per ridur- re dunque il corpo a un palloncino, ma per cercare dì ricon- durlo all'equilibrio. Di qui la visione parziale del filosofo su questo punto. Sappiamo inoltre, con Lévinas, non soltanto che la tecnica non è un male in sé, ma anche che la più pic- cola anima umana è più preziosa della vastità di un paesag- gio romantico. Uccidere qualcuno senza nessun altro motivo che preservare il proprio orticello è una colpa grave. Il volto dello straniero, attraverso la sua nazionalità o il suo colore lontano per noi, ci rivela in primo luogo l'immagine di Dio,

che ci è intima.

sua nazionalità o il suo colore lontano per noi, ci rivela in primo luogo l'immagine di

76

LA TERRA STFADA D[l GELO

Tuttavia «lasciar risplendere il volto umano nella sua nu- dità» significa anche guardarlo come un volto diverso da tutti gli altri, come la peculìare incarnazione di una storia e

di

un luogo. Amare lo straniero vuoI dire anche accoglierlo

in

quanto tale, con tutto ciò che lo differenzia realmente: non

il peccato quindi, che non produce che fossati di niente, ma

la sua ascendenza terrestre con la sua tradizione che giusta-

mente, per non sclerotizzarsi, si presenta aperta al futuro, poiché non tutto è dato in partenza. Andare verso la giusti-

zia e la pace, la verità e l'amore, significa dunque volere per

lo straniero una terra a lui congeniale - favorevole alla sua

memoria e alla sua speranza - dove possa compiere un'epo- pea che comincia e si realizza nene profondità del Cielo. Ora, il testo di Lévinas tende a proporre un uomo astrat- to unicamente fondato sul Decalogo. Seguendolo, si diven- terebbe meno fratelli di Socrate che di Cartesio, di Kant e di tutta la filosofia soggettivistica. E come se l'esodo si fermas- se sul Sinai, invitando gli ebrei il errare senza fine nel deser- to, così, dissociando il Reclentore e il Creatore, si mutilereb- be l'ebraismo della sua relazione essenziale con la terra pro- messa. Si ascolterebbe solo il «Vattene dal tuo paese» restan- do sordi alla parte finale dell' ordine divino, e così si farebbe uscire l'uomo dalla sua orbita per farne un figlio di Gagarin

piuttosto che un figlio di Adamo.

Gli ulivi che tu non JUli piantato

«Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherò.» Abramo lascia la sua terra come un disertore? No, come un patriota che si reca a combattere alle frontiere dello spirito. Lasci.a il suo paese per trovare la terra dei viventi, cioè per ri-

suo paese per trovare la terra dei viventi, cioè per ri- VATrENf. DAL TUO PAESE VERSO

VATrENf. DAL TUO PAESE VERSO IL PAESE

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trovare la sua terra in Dio. Abbandona i suoi parenti, ma so- lo per abbracciarli con un amore più forte e più puro di quel- lo preclusogli dal culto di lari, mani e penati dei caldei. Sce- glie il crepuscolo degli idoli affinché sulla Caldea stessa e sul mondo intero possa sorgere l'alba dell'Eterno. Quanto alla terra data agli israeliti sotto condizioni esi- genti, molti si stupiscono che sia loro concessa attraverso l'apparente spoliazione di altri popoli: «Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abra- mo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, al- le case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle ci- sterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati» (Dt 6,10-11). In verità tale condizione è ti- pica di tutte le nuove generazioni: nasciamo in una terra pie- na di ricchezze che ci vengono da altri - dalla natura e dagli antenati -, e senza le quali non potremmo vivere. Ma l'oracolo del Signore rimanda a una dipendenza più alta, per cui il dono della terra non solo non autorizza alcu- na spoliazione al suo interno, ma piuttosto vi introduce una legge di gratitudine e di generosità. Esso mira anzitutto a ri- cordarci che la terra è di Dio più che di quelli che la abitano o la coltivano. I nostri preamboJ.i metafisici ce lo hanno ram- mentato: le olive e i grappoli di uva appartengono più a Dio che all'ulivo O alla vigna, anche se esistono solo grazie all'u- livo e alla vigna; allo stesso modo le case appartengono mag- giormente a Dio che all'architetto e ai muratori, anche se esi- stono solo in virtù di questi ultimi. Il seguito dei versetti ci- tati afferma che dobbiamo ogni cosa in primo luogo a Lui:

«Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal di- menticare il Signore, che ti ha fatto uscire dalia terra d'Egit- to, dalla condizione servile» (Dt 6,11-12).

78

LA TERRA STRADA DEL CIELO

Quindi il comando «Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherò» non implica necessariamente che si debba andare altrove, poiché Dio può indicarcì per l'appunto il pae- se in cui gìà ci troviamo o dal quale veniamo. L'importante è seguire la sua indicazione, è abitare questo paese come per- vaso dalla sua presenza e come strada dell'incontro con Lui, è trovare già qui quell'Altrove che dà forma a ogni cosa. «La terra è mia, e voi siete presso di me come forestieri e

ospiti» (Lv 25,23). Parole di cui non riusciremo mai a esaurire la profondità, e che riassumono il senso di tutto il nostro discorso: Eretz Israel appartiene all'Altissimo più che agli israelitii la Fran- cia appartiene al Cielo più che ai francesi. Tuttavia, pur defi- nendoci forestieri e ospiti, il Signore non ci rende estranea la terra. Ce la fa scoprire fraterna perché proviene dallo stesso Creatore. Ricordare che la terra appartiene più a Dio che a

noi equivale a ricordare che essa ci radica in Lui e che Egli ci

eleva in essa. Dal punto di vista metafisica, i francesi di antico lignag- gio sono ruttora come degli immigrati in Francia, perché la Francia è in primo luogo la patria dell'Eterno, essendo stata creata da Lui e avendo la vocazione di condurci a Lui. Ecco perché, come Dio ci accoglie nella misura in cui obbediamo alla sua Legge, così noi francesi dobbiamo accogliere gli stra- nieri nella misura in cui essi obbediscono alle nostre leggì, a condizione che queste siano conformi alla Legge divina.

a condizione che queste siano conformi alla Legge divina. Meglio una diaspora giusta che una dimora

Meglio una diaspora giusta che una dimora criminale

L'esilio a Babilonia è una deportazione fisica. Ma è prima

di tutto la punizione per un allontanamento spirituale, la

VATTENE DAL TUO PAESE VERSO IL PIlESE

79

conseguenza dell'adesione alle seduzioni di Babilonia piut- tosto che alle luci di Gerusalemme. E allora cosa importa se

ci si trova sul proprio suolo o altrove? È solo il Dio dell'a-

more che crea il radicamento, poiché la terra è in primo luo- go Sua. Dimenticare la Sua voce equivale ad auto-esiliarsi. È possibile dimorare materialmente nella propria terra,

ma se si erigono in essa i totem di una nuova idolatria non la

si abita più nella verità e si sprofonda nell'esilio, ci si rin-

chiude in una sfera fatta di calcoli e di sogni. Per abitarla ve-

ramente bisogna riceverla da Dio. Per amarla bisogna rico- noscervi la Sua presenza e vivere al cospetto della Sua san- tità, esercitando la Sua benevolenza nei confronti del prossi- mo; altrimenti è meglio essere dispersi: «Perché non avrai

obbedito alla voce del Signore, tuo Dio [

sperderà fra tutti i popoli, da un'estremità all'altra della ter- ra. Là servirai altri dèi, che né tu né i tuoi padri avete cono-

sciuto, dèi di legno e di pietra» (Dt 28,62-64). Meglio questa dispersione che una dimora illusoria, poi- ché essa mette in piena luce la realtà dell'allontanamento interiore e, come castigo, ci concede di gridare nuovamen-

te verso l'Eterno, rendendo così possibile la teshuvah, cioè il

ritorno nel pentimento. L'esilio non distrugge il rapporto con la nostra patria, semmai lo sottolinea con il tratto di una ferita e, spingendoci a implorare i Cié1i, ci consente di accogliere dì nuovo questa terra, non più come un possedi- mento del nostro orgoglio, ma come un dono proveniente

dall'Altissimo e come il seno destinato a generarci al Suo Regno. TI radica mento ctonio ci allontana dalla realtà della terra tanto quanto lo sradicamento tecnocratico, il nazionalismo idolatra tanto quanto l'universalismo disincarnato; bisogna ricevere la terra dal Padre Eterno per scoprirla materna.

l, il Signore ti di-

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Accecammto dei costruttori

LA TERRA STRADA DEL CIELO

La terra non è il nostro fine ultimo, né un mezzo da

sfruttare senza alcun freno. Non è il Cielo, ma non è neppu-

re separata dal Cielo. Bisogna ricordarselo sempre, e l'Eter-

] avrai costruito belle case e vi

avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e mi- nuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e ab- bondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca [ Guardati dunque dal dire nel tuo cuore: "La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchez-

ze"» (Dt 8,12-14; 8,17).

no ammonisce: «Quando [

l.

U1usione che la terra non sia che un materiale informe, e

che solo la nostra libertà le conferisca un ordine e una carica spirituali! TI malstrom della grande città, dove tutto è edifi- cato dalla mano dell'uomo, soffia vorticoso per convincerci

di questo. È CI proposito della terra che incorriamo nel peg-

giore dei nostri errori, e la sua causa non è tanto lo sradica- mento, quanto la perdita di un certo tipo di sguardo, uno

sguardo contemplativo e amoroso, uno sguardo da bambini. Giovanni Paolo II lo descrive con rigore sulla scorta di Mosè:

L'uomo, preso dal desiderio di avere e godere più che di essere e crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risor- se della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell'insensata di- struzione dell'ambiente naturale c'è un errore wtropologico, purtroppo diffuso nel nosh'o tempo. L'uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo con ìl proprio lavoro, dimentica che guesto si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra,

VAITENE DAL TUO PAESE VERSO IL PAESE

81

assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria fonna c una destinazione anteriore da- tale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma che non deve

tradire [

della nahlra. ~

], [se non vuole rìsdùare di] provocare la ribellione

Senza dubbio abbiamo bisogno di trasformare la natura per la nostra vita materiale, ma abbiamo anche bisogno di essa per la nostra vita spirituale, come di un oggetto di con- templazione e d'amore. Tale contemplazione è all'origine e al termine del nostro rapporto con la terra: essa ci fa ricono- scere nella terra un dato che possiede la sua destinazione in precedenza alle nostre scelte, e ci permette di trasformarla senza violentarla; essa ci concede, una volta portata a com- pimento la fatica necessaria al nostro sostentamento, di ve- dere nella bellezza deJla terra un inizio del Cielo, e di oEfrir- la a Dio nel sacrificio del rendimento di grazie.

Lo «shabbat» della terra

L'antica e sempre nuova legge dello shabbat della terra aveva la funzione di ristabilire il rispetto contemplativo del- l'uomo nei confronti del suolo che ci nutre. <<Vattene dal tuo paese verso il paese che io ti indicherà»: questo comando si ripete per coloro che abitano già nella Terra Promessa. Lo shabbat della terra esige da loro che riconoscano nel loro pae- se un paese che è in primo luogo quello di Dio. Oltre al riposo settimanale, la Torah prevede per la terra un anno di riposo ogni sette, anno detto sabbatico, che le permette di liberarsi insieme a noi dalla schiavitù del rendi- mento e della performance, e di essere il luogo di lUla semi-

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LA TERRA STRADA DEL CTELO

na spirituale e di un raccolto di preghiere ed elemosine: «Per sei anni seminerai la terra e ne raccoglierai il prodotto, ma nel settimo anno non la sfrutterai e la lascerai incolta~ ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo e ciò che lasceran- no sarà consumato dalle bestie selvatiche» (Es 23,10-11). Im- maginate che meraviglia se per un armo la grande macchina mondiale del commercio arrestasse il suo moto vorticoso per permetterei di guardare il mondo gratuitamente! È quello che si potrebbe chiamare Tobin Tax o liberalismo mistico. Peraltro, la legge dello shabbat della terra non si ferma a questo: dopo sette volte sette anni, essa si radicalizza in oc- casione delI'armo giubilare, solennemente inaugurato al suo- no dello yobel, la tromba rituale. Nel corso di quest'anno è stabilito che «ciascuno tornerà nella sua proprietà» (Lv 25,13). È il tempo del riscatto: ·gli schiavi vengono liberati, ogni appezzamento di terreno acquisito deve tornare ai suoi proprietari originari, il che è possibile solo nel caso di lU\'e- qua spartizione iniziale tra le diverse tribù di Israele. Questa misura serve a impedire l'avidità, l'accumulo ec- cessivo di beni e il monopolio tirannico. Soprattutto, essa an- nuncia <<la dottrina della destinazione universale dei beni, se- condo cui le ricchezze e le risorse della terra sono state date originariamente a benefieio di tutta l'umanità e non solo di alcuni» 4. La proprietà privata non è un diritto assoluto, in ef- fetti. È un diritto relativo, innanzitutto perché la terra è pro- prietà divina in modo assoluto, in secondo luogo perché il povero che bussa alla mia porta è più importante del mio giardino che sta dietro a robuste inferriate, e inoltre perché ciò che per me è superfluo appartiene più a lui che a me, es- sendogli stato assegnato da Dio fin dalle origini. Ma Dio è talmente buono che vuole donarglielo attraverso di me che sono ricco. La mia più grande ricchezza sta proprio in questo

VA7TENE DAL TllO PAESE VERSO IL PAESEricco. La mia più grande ricchezza sta proprio in questo 8 3 dono, ed è il

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dono, ed è il povero a offrirmela tendendo verso di me la sua mano vuota.

Il primo compito della politica

Il sabato della terra ci induce dunque a guardare al creato con un occhio diverso da chi lo considera semplicemente una ri- serva di beni da spremere e consumare o come una preda da dissanguare, senz'a1tro lim.ite che la possibilità di poter ga- rantire alle generazioni future uno sfruttamento altrettanto rapace. S

Insistere sulla necessità di lasciare delle risorse alle «ge- nerazioni future» è Wl modo fraudolento per scaricarsi la co- scienza, se è finalizzato ad assicurarsi una discendenza di piccoli capitalisti voraci e di consumatori sazi e sonnolenti. Con il pretesto dell'ecologismo, si delinea un progetto dia- bolico: destinare la terra alla moltiplicazione dei dalmati. Ci vuole ben altro. La Legge di Mosè richiamata da Giovanni Paolo II ci in- dica il primo compito della politica: non tanto organizzare la produzione per conseguire la sovrabbondanza dei beni ma- teriali, ma saperla contenere, predisponendo con cura le in- terruzioni e il riposo, affinché i cuori, ne) silenzio domenica- le delle fabbriche simili a grandi cattedrali, sì volgano ai be- ni spirituali, alla contemplazione degli esseri. Eliminare la non occupazione sÌ, ma soprattutto favorirla e promuoverla se questa si identifica con lo sJwbbat. Aumentare eventual- mente il Prodotto Interno Lordo, ma soprattutto incanalarlo in vista della crescita dell'interiorità umana, senza la quale la prosperità mercantile non è che un orpello volto a na-

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

scondere la nostra miseria spirituale. Lo shabbat degli umili scaccia i sabba organizzati dagli stregoni dell'industria 6, al- lontana la preoccupazione utilitaristica e la vanitosa ambi- zione che ci offuscano lo sguardo, e ci consente di intrave- dere il Cielo che filtra attraverso la nostra terra, di incon- trarlo sui nostri sentieri, nella luce che si irradia da una vec- chia cappella.

La via e l'ostacolo

«Vattene dal tuo paese verso il paese», ecco la garanzia contro l'irrequietezza e la fossilizzazione, una prevenzione contro l'orgoglio di Babele e gli idoli di Canaan, i miraggi di Icaro e la superficialità di Anteo. Ci impone di amare ciò che è vicino, ciò che ci è dato qui e ora; non ci chiede di partire e neppure di restare attaccati al nostro paese, ma di viaggiare attraverso di esso, la storia che porta, le fatiche che reclama, le bellezze che offre, fino all'Invisibile punto di fuga delle sue pianure e delle sue colline. Non è di uno spaesamento che abbiamo bisogno, ma di un luminoso radicamento nel paese. Non è una distensione complice dello stress che il nostro cuore invoca, ma un'enor- me fatica che prolunghi nel quotidiano la luce dello shabbat. Cercare l'evasione equivarrebbe ad ammettere che si è anCO- ra prigionieri. Al diavolo l'evasione! È il raccoglimento che ci manca. Il rapido decollo insieme all'extraterrestre ci porta meno lontano dì questa lenta contemplazione della terra. André Dhòtel scrive:

lo ho visto le coste dell'Asia, tu hai visto i sentieri della Scozi.a,

ma noi tutti difendiamo, come se fosse non soltanto tutta

[ L

VATTENE DAL TUO PAESE VEP-SO IL PAESE

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la vita, ma anche più della vita, il nostro ruscello privo di gam- beri di fiume, privo di ideali e quasi privo di pesci, che scorre al limite della periferia. Perché? Te l'ho già ripetuto cento volte, e saranno le prime parole eli questi appunti sparsi: siamo sicuri che esista ovunque qualcos'altro che non si può trovare se non in quel mjnuto colmo di abbandono. 7

In una novella intitolata Le chemin du Paradis, Dhòtel rac-

conta la storia di un ragazzino irrequieto, che vive in un sob- borgo rumoroso. Un giorno il suo professore di francese gli chiede di svolgere un tema su un argomento impossibile:

«Descrivete un luogo pieno di pace, di solitudine e di luce che avete amato particolarmente». Il ragazzìno cerca ovun- que un luogo del genere, ma la sua turbolenza gli impedisce

di trovarlo. Finalmente incontra una ragazzina dallo sguar-

do limpido, che gli riferisce queste parole di suo nonno:

«Apri gli occhi più che puoi e guarda bene ogni cosa. Usa gli occhi per illuminarti il cammino. In città come in campagna, e perfino in sogno, devi cercare di scorgere il sentiero che conduce all'Infinito, e che non somiglia a nessun altro». E

questo sentiero non è altrove - spiega Dhòtel -, ma qui, in questo muro dì pietra, vicino a questa ragazza dai capelli ne- ri: «Nulla conta se non questo muro fraterno, una volta che

lo hai scoperto. La bellezza non è né laggiù né più lontano.

Essa è in ognuna delle pietre di questo muro, assemblate in modo da costituire un ostacolo, poiché è l'ostacolo stesso che ci affascina,) 8.

L'ostacolo ci affascina perché esiste (e resiste). Per esiste-

re,

bisogna che sia creato da Dio e che ci rinvii a Lui, e allo-

ra

esso schiude alla nostra intelligenza e alla nostra fede un

cammino che conduce più lontano di un viaggio intersidera- le. Rendere chiaro lo sguardo così che si possa vedere che le

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1.11 TERRA STRADA DEL CIELO

cose di quaggiù sono come plasmate dal Cielo e ci aprono la strada verso di lui, questa è l'opera dello shabbat della terra, e il poeta come ogni contemplativo vi contribuisce. Ma esso è prima di tutto la missione cattolica dei figlì d'Israele.

'Sant' Ae1redo (Etelredo) dì Riev<lu1x, Speculum caritatis I, 8; trad. it. in Lo sp1'cclrio della carità, Paoline Editoriale Libri, Milano 1999. 'Emmanuel Lévinas, H1'idegger, CagarlI! e noi, in Difficile libertà: saggi sul giu- daismo, Jaca Book, Milano 2004 (la traduzione è tratta da: http://www.kai- nos.it/ numero3 / disvelamenti/Ievinas-i t. html, N.d. T.l. 'Giovanni PaoLo rI, Celltesimus annU5, lO maggio 1991, par. 37, in "C1'n- tesimus anr1ll5". Lettera enciclica nel centenario della «ReTum nOVGn.WI», EDB, Bologna 2002 [la trad. è tratta dal sito ufficiale del Vaticano:

http://www.vatican.va/holy_father / john_pauUi/ encyclicals/ d ocu- ments/hfjp-ii_enc_01 051991_centesimlls-annlls_it.htmL N.d. T.]. 'Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Terra di Dio, terra deJl'uo- mo, documento di preparazione alla Gi.ornata di ringraziamento per i do- ni deL creato, Giubileo del mondo agricolo, 12 novembre 2000, r, 3 [tradu- zione tratta dal sito ufficiaJe: https:/ / www.cruesacattolica.it/cci_new/ documen.ti_cei/2000-06/07-20/Docprep.rtf. I corsivi sono nel testo italia- no originale, N.d.T.).

) Ivi, l, 4.

ò L'autore gioca con l'ambivalenza del termine francese sabbat, che designa tanto lo s/wbbat ebraico quanto il sabba stregonesco e demoniaco delle cre- denze medievali [N.d.T.]. 7 André Dhòtel, La eh ronique jabulellse, Mercure de France, Paris 1960 (2000). 8A. MoriTI (a cura di), Libre parcours d'André Dh8tel, <·Cahiers Bleus», 11. 41- 42, allhmno-ìnverno 1987, pp. 3-96.

Fino ai confini del mondo. Cattolicesimo e identità

Come un tempo gli ebrei erano accusati di cosmopoliti- smo, così oggi si pensa di poter accusare la religione cattoli- ca un proselitismo devastatore. Questa conquistatrice irre- frenabile si espanderebbe come un'epiderrua, facendo tabula rasa del vecchio folclore come delle novità moderne, per im- porre una sorta di romanità monotona che si estenderebbe da Oriente a Occidente. Si tratta di una vecchia requisitoria:

già l'antica Roma si scagliava violentemente contro l'«atei- smo» dei primi cristiani: la religione propagata dagli ebrei

seguaci di Gesù, infatti, rigettava i culti inebrianti di Bacco e Mitra e anche i sacrifici offerti all'imperatore e, secondo Cel- so, aspirava a saccheggiare la alta cultura greco-romana e a far vacillare le fondamenta dello Stato. E oggi? È vero che, partendo da Israele, l'espansione cattolica abbia smantellato le tradizioni e la creatività dei popoli e indebolito il vigore del potere politico? Mille anni di cristianesimo hanno dav- vero scolorito tutto in una giudaizzazione scialba e imba- stardita (un giudaismo senza kasherut l accoppiato a un elle- nismo senza pantheon)? O non è forse vero che al contrario, in virtù di un connubio autenticamente sacro, essi hanno messo più chiaramente in luce le differenze originarie tra gli

italiani, gli inglesi, gli spagnoli, i bretoni, i corsi

e perfino

88 LA Tf;'RRA STRADA Dt:L CIELO FINO Al CONFINI DEL MONDO 89 tra gli ebrei

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LA Tf;'RRA STRADA Dt:L CIELO

FINO Al CONFINI DEL MONDO

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tra gli ebrei e i cristiani? Non è piuttosto l'apostasia genera- lizzata degli ultimi secoli che ha finito per cancellare le iden- tità, risucchiandole neUo spettacolare nastro trasportatore 2 della temo-industria? Le antiche rimostranze continuano nondimeno a risuona- re nell'attardarsi della nostra Europa scristianizzata: non ci si irrita più contro l'ateismo dei cristiani, certo, ma essi vengo- no fustigati perché vogliono mettere il bavaglio alle libertà e alle arti, e strapparci alla consistenza della carne o della ter- ra. Accuse del genere sono perfettamente comprensibili, se si considerano quei missionari che sono tali solo nella posizio- ne e che confondono la causa della Chiesa con quella di una particolare civilizzazione, o quella «clericarura» pusillanime che riduce la Buona Novella a un moralismo ora cupo ora ammiccante, legittimando con le sue asfissie la reazione an- ticlericale. Accuse del genere sono comprensibili, ma decisa- mente al di sotto della collera furiosa che sarebbe necessaria.

all'alba di sorgere attraverso di lui, egli accresce plU eli chiunque altro il peso delle tenebre che gravano sul mondo. Per giunta egli aggiunge alla sua colpa un crimine mortale:

sfigura il volto della Chiesa agli occhi di coloro che, pur sen- za saperlo, ne cercano la bellezza. In secondo luogo, la Fede cristiana possiede un impatto ben più radicale di quanto non suppongano quelli che ne diffidano. Perché questa Fede non chiede semplicemente, come un partito, la vostra adesione uffidale, non mira solo al vostro denaro o al vostro potere: essa esige tutta quanta la vostra vita, dal grosso alluce ai fini vertici dello spirito. Più terribile, oserei dire, dei campi di rieducazione e delle sette in cui si pratica il lavaggio del cervello, pretende di ar- rivare a impadronirsi del vostro cuore, cioè di conquistarvi senza spezzare né la vostra volontà né la vostra intelligen- za, ma semmai raHorzandole! Essa insegna in effetti che un battesimo forzato è come un cerchio quadrato, e che chi pensa di poterIo impartire in questo modo ottiene un unico effetto: fa di sé stesso un empio. La Fede reclama la vostra libertà ma intatta, la vostra persona ma pienamente realiz- zata, e persino le vostre parti più nascoste, spingendosi co- sì fino al culmine del desiderio. Il salmo 110 recita: «li Signore ti dona lo scettro del ma potere: estendi il tuo dominio fin nel cuore del tuo nemico», e nel salmo 40 il servo fedele risponde: «La Tua legge è nel- le mie viscere» 4. Ecco la cosa terrificante: la Chiesa intende conquistare non la superficie, ma il cuore e le viscere dei suoi nemici, ossia ottenere, con la sua pazienza e la sua ve- rità, il loro consenso intimo, libero e razionale, come una Donna sublime che sa strappare e far diventare di carne an- che j cuori di pietra.

Estendi il tuo dominio fin nel awre del tuo 11emico 3

La perversione dei missionari cattolici? Bisogna ammet- terla, ma aggiwlgendo che è peggiore di quanto non imma- gini la maggior parte di coloro che la demmciano. Il deside- rio di conquista deUa Chiesa? Bisogna riconoscerlo, ma spe- cificando che è spaventosamente più profondo di quanto non pensino i suoi sed.icenti avversari. In primo luogo, la colpa dei cattivi testimoni è infinita- mente più grave di quanto non pensino i loro denigratori non credenti. Quando chi è inviato a diffondere la luce viene meno al suo compito, la sua oscurità è più grande per lo sfondo luminoso su cui si staglia; inoltre, poiché impedisce

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

Oltre le avanguardie e alla sorgente delle tradizioni

Eppure, quelli che tengono tanto alla loro cultura non do- vrebbero aver paura della Fede cattolica (sebbene debbano spaventarsi dei suoi servi traditori, giacché non c'è niente di più infame). Sarebbe sciocco da parte loro partire da una pe- tizione di principio paragonabile al mito del buon selvaggio o del buon rivoluzionario (i due sono fratelli), e concepire la prpprìa identità come sufficiente a se stessa, tetragona a ogni crescita, invulnerabile a ogni malattia, in particolare a quelle patologie autoi.m.IDuni in cui il sistema dì difesa dell'organi- smo, mal funzionante, si ritorce contro l'organismo stesso. In verità, una C1.Ùtura inaridisce appena cessa di essere vivifica- ta dalle acque e dal sole che la fecondano dall'alto. Corrosa da vizi interni o sclerotizzata dal suo conservatorismo, essa viene soppiantata da un'altra cultura. Le occorrerebbe un'I- stanza superiore e vivente per proteggerla dai rovi, dall'ane- mia e dalla disperazione. Nel corso della storia le tradizioni come le avanguardie finiscono per divorarsi tra loro o per autodistruggersi ap- pena smettono di immergersi nella sorgente prima come pure di tendere verso la destinazione ultima. I libertari di ieri farulO oggi appello alla tradizione. È andando avanti con l'età che si coglie la chiarezza di un'infanzia che l'ado- lescente rifiuta. Ma che cosa può garantirci al tempo stesso la continuità e la novità, cioè una piena crescita, se non un principio che unisce a ciò che è più antico e più nuovo del- l'universo stesso e cioè all'Eterno, avanguardia assoluta e tradizione immemorabile? La grazia di Gesù Cristo, lungi dall'abolirla, viene a por- tare a compimento la Legge, e attraverso di essa tutte le for- me di saggezza e di cultura, ognuna presa nella sua singola-

FINO Al CONFINI DEL MONDO

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rità. Risvegliando in noi il desiderio del Cielo, rende più profondo il nostro legame con la terra; elevando il nostro spirito verso le cose di lassù, rende più ampio il nostro rap- porto con la carne così bassa ma chiamata alla resurrezione. Tale Grazia è, infatti, }'indivisibile Amore per tutto ciò che esiste, e non aborrisce nulla se non quanto ci impedisce di esistere pienamente. Il cattolicesimo non ha niente dello spi- ritualismo etereo, né dell'universalismo che scolorisce ogni cosa. È una spiritualità dell'Incarnazione, e se fa risplendere ovunque la sua intensa Luce è solo per far risaltare in modo più vivido i colori e le ricchezze del creato, dissipando però le false apparenze della penombra.

An11unciare Colui che è già qui

Prima dell'incontro con un altro popolo, si crede che la

propria lingua sia l'unica, e solo in seguito si capisce che è in- vece quella materna. Ad esempio, a Pentecoste, la riunione cattolica di parti, medi, elamiti e di tutte le altre nazioni, per- mette loro di scoprire e far emergere immediatamente le dif- ferenze fra i popoli. Oltre a tale ricchezza, ne scoprono w1'al- tra di gran lunga superiore e che fa la loro w1ità: ciasC\lllo sente gli apostoli proclamare il Vangelo ne') proprio idioma materno. Cosa c'è di più materno, infatti, della Parola del Pa- dre? Le nazioni comprendono allora il loro rispettivo valore,

e che non sono destinate al conflitto o alla dissoluzione. Sco- prono che il vero idioma universale non è né il volapiik di

Magog, né il sabir di Babele, ma il linguaggio dell'amore, che

è anche il linguaggio della croce (cfr. 1 Cor 1,17-18), autenti- co cTocevia dei veri incontri. E questo linguaggio non è una lingua, se non di fuoco, il che significa che abbraccia e al

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LA TE1UVo STRADA DEL CIELO

tempo stesso rende ardenti tutte le lingue 5 , poiché costitui- sce il loro respiro profondo. Un altro passo degli Atti degli Apostoli (14,8-18) illustra con forza che l'ingresso nella cattolicità non implica la rimo- zione, ma semmai il riclùamo e il consolidamento della me-

vernacola re. Agli abitanti della Licaonia, che li scam-

moria

biano per dèi e vogliono offrire un sacrificio in loro onore, Paolo e Barnaba gridano:

Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da

queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il ma-

re e tutte le cose che in essi sì trovano. Egli, nelle generazioni

passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova dl sé beneficando, concedendo-

vi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in

abbondanza per la letizia dci vostri cuori (At 14,15-17).

Gli apostoli rivelano il Cielo ai pagani riclùamandoli alla loro terra e ai suoi benefici. Annunciano loro Colui che è già presente, che da sempre circonda con la sua Provvidenza, e che essi ricevono da loro ridonandolo a loro volta. La mis- sione non consiste infatti nell'imporre Cristo dall'esterno, ma nel riconoscerlo in primo luogo nel volto dell'altro, poi- ché il Gesù crocifìsso che viene annunciato non è soltanto il predicatore ebreo di Nazaret, è anche il Verbo Creatore che, sin dalle origini, ispira tutto ciò che c'è di saggio e di buono in ogni nazione e in ogni uomo, anche quando questi è un fe- roce avversario del cristianesimo. Il segno che si è inviati da Dio non è tanto la capacità di dare, quanto quella di cogliere il bene dalla sua creatura. Tale segno non consiste prevalen- temente nella predica, ma nell'ascolto (<<Ascolta, Israele: il Si-

ma nell'ascolto (<<Ascolta, Israele: il Si- FiNO AI CONFINI DEL MONDO 9 3 gnore è il

FiNO AI CONFINI DEL MONDO

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gnore è il nostro Dio, il Signore è uno solo», che significa che Egli è il tuo Signore, ma anche quello dello straniero, poiché non c'è un altro Dio). È da questo ascolto che si dispiega la predicazione. È nella misura in cui si è disposti a imparare la lingua del luogo che è possibile tradurre in essa la Buona Novella. Altrimenti la si tradisce. Certo, bisogna abbandonare gli idoli vani. Non necessa- riamente facendoli a pezzi - si può intrattenere un rapporto idolatrico sia con un'icona che con la propria ragione - ma considerandoli in modo diverso, come opere d'arte, forse, o come presentimenti informi. Abbandonare gli idoli non si- gnifica abbandonare quel che abbiamo di più caro -la nostra identità - ma instaurare con questa un legame più profondo, spogliandola dai suoi parassiti e aprendo dinamicamente il nostro dramma a Colui che è più venerabile del passato e più nuovo del futuro.

Vivere la propria terra fino all'estremo

I testimoni inviati «fino ai confini della terra» (At 1,8) non vanno dunque a rapire gli uomini dalla loro terra, ma piutto- sto li chiamano a viverla fino all'estremo:

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: "Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché pos- siamo eseguirlo?». Non è di là dal mare, perché tu dica: «Chi at- traverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, af- finché possiamo eseguirlo?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pra- tica (Dt 30,11-14).

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

Gli emissari della Gerusalemme celeste non vengono ad allontanarci dalla realtà, anzi, richiamandoci alle cose vicine, ci supplicano di amare la nostra realtà concreta fino in fon- do, seminandovi l'amore e la verità fino a innaffiarla con il nostro sangue e con quello di Cristo, che è sangue del nostro stesso sangue: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Il gesuita Isaac Jogues partì per evangelizzare gli uroni e

gli irochesi, per mostrare loro la meraviglia divina del bison-

te e delle sequoie giganti, e il valore infinito delle loro anime, riscattate dalle sofferenze di Dio. Fu percosso e torturato, e solo per fortuna" riuscì a rientrare in Francia dopo sei anni

di schiavitù, con le carni martoriate di piaghe. Ma tornò in

America, o, come si diceva allora, nella «Nuova Francia», e il giorno prima di essere trucidato dagli indiani scriveva:

«Questo popolo è per me uno sposo di sangue, e io mi sono fidanzato con lui a prezzo del mio sangue» 7. Ora, ci sono persone molto più coriacee degli uroni. C'è il signor Franchon, per esempio, il mio caro vicino. La IlÙa mis- sione è forse fargli amare Dio in astratto, perché arrivi a di- chiararsi cattolico a denli stretti? No, la nostra IlÙssione è amare Dio insieme, nel concreto, attraverso tutto ciò che sia- mo - attraverso la Francia e i suoi stranieri, attraverso la col-

lina di Monbnartre e le strade di Belleville, attraverso i mar- ciapiedi, che la pioggia trasforma in specchi dei cieli, attra- verso la sua famiglia, originaria della Creuse, e la mia, spar-

sa

tra Tunisi e l'Alabama - affinché nella sua cartellina trovi-

no

posto l'antico e il nuovo, e il suo buffo papillon, come un

bozzolo, si schiuda completamente, fino a dispiegare le ali di una croce immensa. Bisogna che io impari a morire per il si- gnor Franchon. E che lui diventi per me uno sposo di sangue.

FINO AI CONFINI DEL MONDO

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Penetrare le cose fino a renderle vergini

Scriveva Paolo VI: «Occorre evangelizzare - non in ma- niera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici -la cultura e le culture dell'uomo» 8. Lo Spirito del Signore possiede l'incredibile capacità di penetrare ogni cosa, prima fra tutte la mia anima che io stes- so prostituisco, senza deflorarla ma rendendo la al contrario sempre più giovane, più vergine e più splendente. Può inva- dere un poeta che prima era ateo: anziché nuocere al suo sti- le, lo renderà più puro, più personale e più vigoroso, poiché lo obbligherà a quella fiera indipendenza che consiste nel render conto aUa Bellezza crocifissa e non ai letterati alla mo- da, nel farsi un nome in Cielo e non sugli scaffali di una li- breria. Ma a volte anche sugli scaffali. Guardate Paul Clau- del. Pensate a Max Jacob o a Pierre Reverdy. Da dove viene questo privilegio della Chiesa, e cioè di ogni sinagoga o co- munità che accoglie il soffio di Dio? Dal fatto che, benché si- tuata nel tempo, essa non appartiene al tempo, e il suo ab- braccio è quello dello Spirito, che può riempire e fecondare conservando intatto l'imene. Il suo modus operandi è quello della Causa prima, che non rende passivo ciò su cui agìsce, ma al contrario, lo attiva dall'interno. Essa annuncia ciò che noi non potremmo mai raggiungere con le nostre forze na- turali ma che ci plasma e ci attira sin dal principio. E quan- do la Chiesa abbraccia una creatura, essendo una Madre amorosa, la richiama alla sua appartenenza, alla sua paren- tela, alla sua patria. Non sarebbe così per un'istituzione umana refrattaria al- la Rivelazione: essa degenererebbe ben presto nell'imperiali- smo tipico di una cultura che a poco a poco ne divora un'al-

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LA TERRA STRADA DEL CIELO

tra o la riduce al pi.ttoresco monetizzabile; questa cultura di- voratrice sarebbe la più potente nei fatti ma non nella verità. La multinazionale di un Nazareno o di un Romano dalla personalità creata, che avesse reclutato una squadra d'élite, moltiplicato i mezzi pesanti di propaganda, e soprattutto non fosse morto in croce, avrebbe potuto essere solo un'im- presa di demolizione. Si situerebbe sullo stesso piano delle altre culture da conquistare. La sua avanzata comporterebbe il loro arretramento. Le sue edificazioni la loro rovina. Per la Chiesa del Verbo incarnato non esistono altre cul- ture. Come l'anima non è