Ciao amici, ecco per voi un omaggio a Gianni
Rodari nel centenario della sua nascita.
Il palazzo di gelato
Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio
sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano di lontano a
dargli una leccatina.
Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di
zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era
di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di
gelato.
Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli
leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò
addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al
cioccolato, il più buono.
Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che
una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola,
e si squagliavano in rivoletti rosa.
“Presto”, gridò la guardia, “più presto ancora!”
E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare
perduta una sola goccia di quel capolavoro.
“Una poltrona!” implorava una vecchiettina, che non riusciva
a farsi largo tra la folla, “una poltrona per una povera
vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile”.
Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di
gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta
beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.
Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno
ebbe il mal di pancia.
Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i
genitori sospirano: “Eh già, per te ce ne vorrebbe un
palazzo intero, come quello di Bologna”.
(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)
COLORA TU
Il topo dei fumetti
Un topolino dei fumetti, stanco di abitare tra le pagine di un
giornale e desideroso di cambiare il sapore della carta con
quello del formaggio, spiccò un bel salto e si trovò nel
mondo dei topi di carne e d’ossa.
“Squash!” esclamò subito, sentendo odor di gatto.
“Come ha detto?” bisbigliarono gli altri topi, messi in
soggezione da quella strana parola.
“Sploom, bang, gulp!” disse il topolino, che parlava solo la
lingua dei fumetti.
“Dev’essere turco,” osservò un vecchio topo di bastimento,
che prima di andare in pensione era stato in servizio nel
Mediterraneo. E si provò a rivolgergli la parola in turco.
Il topolino lo guardò con meraviglia e disse: “Ziip, fiish,
bronk”.
“Non è turco”, concluse il topo navigatore.
“Allora cos’è?”
“Vattelapesca”.
Così lo chiamarono Vattelapesca e lo tennero un po’ come
lo scemo del villaggio.
“Vattelapesca”, gli domandavano, “ti piace di più il
parmigiano o il groviera?”
“Spliiit, grong, ziziziir”, rispondeva il topo dei fumetti.
“Buona notte”, ridevano gli altri.
I più piccoli, poi, gli tiravano la coda apposta per sentirlo
protestare in quella buffa maniera:
“Zoong, splash, squarr!”
Una volta andarono a caccia in un mulino, pieno di sacchi di
farina bianca e gialla.
I topi affondarono i denti in quella manna e masticavano a
cottimo, facendo: crik, crik, crik, come tutti i topi quando
masticano.
Ma il topo dei fumetti faceva: “Crek, screk, schererek”.
“Impara almeno a mangiare come le persone educate”,
borbottò il topo navigatore.
“Se fossimo su un bastimento saresti già stato buttato a
mare. Ti rendi conto o no che fai un rumore disgustoso?”
“Crengh”, disse il topo dei fumetti, e tornò a infilarsi in un
sacco di granturco.
Il navigatore, allora, fece un segno agli altri, e quatti quatti
se la filarono, abbandonando lo straniero al suo destino,
sicuri che non avrebbe mai ritrovato la strada di casa. Per
un po’ il topolino continuò a masticare. Quando finalmente si
accorse di essere rimasto solo, era già troppo buio per
cercare la strada e decise di passare la notte al mulino.
Stava per addormentarsi, quand’ecco nel buio accendersi
due semafori gialli, ecco il fruscio sinistro di quattro zampe,
il cacciatore. Un gatto!
“Squash!” disse il topolino, con un brivido.
“Gragrragnau!” rispose il gatto. Cielo, era un gatto dei
fumetti!
La tribù dei gatti veri lo aveva cacciato perché non riusciva a
fare miao come si deve.
I due derelitti si abbracciarono, giurandosi eterna amicizia e
passarono tutta la notte a conversare nella strana lingua dei
fumetti.
Si capivano a meraviglia.
COLORA TU
SQUASH
L’errore di un pulcino
C’era una volta un pulcino
che non sapeva di essere un pulcino.
“Forse,” pensava
“sono un elefante,
forse un pellicano.
Che ci sarebbe di strano?
Un asino non sono
perché non raglio.
Se fossi un cane
avrei il guinzaglio.
Non vado per mare,
dunque
non sono un ammiraglio.
Ma che sarò mai?
Pozza, bella pozza ,
dimmelo tu, se lo sai”.
E si specchiò.
Ma quel che vide molto lo indignò.
“Un pulcino? Non è una cosa seria!”
E zampettando l’acqua intorbidò
per castigarla
della sua cattiveria.
COLORA TU