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Marco Ciaffone

Qualche appunto sulla regolamentazione


di Internet
Prima di iniziare a parlare di come è fatta la Rete, e soprattutto
prima di partire per il “giro del mondo”, mi sia concessa
un’ulteriore precisazione: la parola regolamentazione non può
e non deve suggerire di per se stessa un’immagine di
opprimente invasione del potere in un settore di attività umana,
visto che quando il settore è Internet questo rischio è reale. C’è
una buona e una cattiva regolamentazione, ma questo dipende
da fattori contestuali e specifici. Non devono sfuggire le
differenze tra due tipi di “gabbia”: la regolamentazione negli
stati democratici (o presunti tali), dove l’intento principale è
(dovrebbe essere) quello di garantire che un settore che è al
tempo stesso strumento di espressione della società, veicolo di
contenuti anche culturali ed educativi, strumento di
comunicazione e fiorente mercato non diventi né una prateria
sconfinata dove tutto è permesso né una facile preda del solo
business annichilendo così le altre potenzialità; e il controllo
degli stati sottomessi da regimi impauriti da un mezzo che
percepiscono come una minaccia al giogo che esercitano sulle
loro società.
La differenza non deve mai sfuggire perché, ribadisco, la
regolamentazione deve proprio essere quella variabile terza e
indipendente che interpretando gli usi di un mezzo ne reprima
gli abusi per mettere in sicurezza e ottimizzare gli usi stessi per

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tutti gli attori in gioco, proteggendo gli utenti dalle insidie, i
mercati dalle pratiche illegali e un sano e democratico sviluppo
del mezzo. Purtroppo teoria e pratica raramente coincidono: i
nodi critici sono tanti, intrecciati tra loro e forieri di problemi
secondari, mentre le iniziative per scioglierli non sempre sono
le migliori. Nella prefazione di “La legge e la rete” [1]
Giovanni Ziccardi ricorda il convegno di Parigi organizzato
dall’ International Chamber of Commerce (ICC)
sulla regolamentazione delle nuove tecnologie
informatiche; l’evento ebbe luogo nel novembre del ’97 e vide
una sfilata di politici ed operatori del settore propugnatori di
idee che a breve (vedi l’esplosione della bolla “dot com”) si
sarebbero rivelate inadatte alla Rete. L’unico che riusciva a
guardare agli sviluppi futuri era John Perry Barlow, co-
fondatore della Electronic Frontier Foundation (EFF); la EEF
fu fondata nel 1990 da Barlow e Mitch Kapor con l’obiettivo di
riunire le competenze di avvocati e giuristi che potessero
rappresentare un know how per la tutela dei diritti digitali e il
diritto di espressione di parola nel mondo dei nuovi media. [2]
Barlow fu peraltro autore, nel 1996, della Dichiarazione
d’Indipendenza del Cyberspazio, nella quale affermava in
maniera entusiasta: “I Governi ottengono il loro potere dal
consenso dei loro sudditi. Non ci avete chiesto né avete
ricevuto il nostro. Noi non vi abbiamo invitati. Voi non ci
conoscete e non conoscete neppure il nostro mondo. Il
Cyberspazio non si trova all'interno dei vostri confini". Nei
suoi venti minuti di intervento a Parigi Barlow attaccò su due
fronti, denunciando l’incapacità sia di chi stava investendo sui
nuovi media sia di chi quei media doveva regolamentarli,
insistendo su come il faro di entrambi doveva essere la libertà
che le nuove tecnologie mettevano a disposizione.
Nell’introduzione dello stesso testo (p.14) l’autore Manlio

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Cammarata parla di un sistema nel quale, riferendosi nello
specifico al diritto d’autore, “i padroni delle idee dettano le
norme; il legislatore scrive sotto dettatura, senza preoccuparsi
dei guasti che regole miopi e corporative produrranno sul
sistema, limitando la diffusione della conoscenza e lo sviluppi
della società”, affermando di fatto che la tensione tra capitale e
stato era in realtà un cedimento del secondo nei confronti del
primo.
Questo è il primo dei nodi: la dilagante pirateria sulla Rete
mette sulla difensiva i produttori di contenuti
dell’intrattenimento, che premono su classi politiche pronte ad
assecondarle con leggi che, nel tentativo di arginare la pirateria,
rischiano di annichilire le potenzialità della Rete sia per gli
utenti che per le stesse majors. La violazione del copyright, la
tutela del diritto d’autore e della proprietà intellettuale sono
forse il più caldo dei temi di Internet.
C’è poi Internet come “impresa”, sia per chi investe nelle
infrastrutture della Rete sia per chi produce utili veicolando
contenuti online. “In sintesi, le società che formano il nucleo
delle reti mediatiche globali perseguono politiche di
concentrazione della proprietà, partnership interaziendali,
diversificazione delle piattaforme, customizzazione del
pubblico ed economie di sinergia con vari gradi di successo”
[3]. La Rete, globale e apparentemente senza confini,
rappresenta così terreno fertile per aziende che prendono la sua
stessa forma: restano ancorate ad un territorio, non sono
realmente globali, ma le loro reti commerciali si, e il profitto
che traggono proviene da svariate regioni e paesi del mondo
grazie ad un mercato multimediale globalmente retificato. La
possibilità di registrare e incrociare dati di navigazione degli
utenti rende loro possibile tracciare con relativa facilità i loro
profili così da rendere sempre più specifici i target ai quali

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rivolgersi. Tutto questo apre spazi sconfinati agli imprenditori e
agli addetti ai lavori del marketing, che sembrano aver capito
davvero come si fanno soldi in Internet e cercano ora di
sfruttare la “pubblicità comportamentale”, soprattutto in
contesti dove dagli anni ’80 ad oggi le tendenze dominanti
sono state più o meno marcate liberalizzazioni,
deregolamentazioni e privatizzazioni. Tendenze che si sono
evolute in ogni paese a seconda della situazione preesistente,
favorendo spesso le compagnie ex monopoliste. Ancora, gli
aspetti economici del web passano per la sua capacità di essere
“mercato virtuale”, e la richiesta di leggi in questo senso è
volta alla messa a punto di un quadro che renda sicuro e
ottimizzato il mondo dell’ e-commerce.
Queste dinamiche aprono interrogativi importanti anche su
altre materie, come la sicurezza per la navigazione: dunque
entrano in scena la lotta al cyber crimine in tutte le sue forme,
la messa a punto di sistemi di firma digitale e corrispondenza
elettronica certificata, ma soprattutto la protezione di dati
personali e la tutela della privacy: se il funzionamento della
Rete attuale fa sì che i fornitori dei servizi incamerino una
grande quantità di dati relativi agli utenti, va da sé che questi
ultimi debbano essere sempre informati sull’uso che gli
operatori ne fanno e ricevere tutele sul fatto che non vengano
resi disponibili in maniera indiscriminata a chi, appunto, li usa
per tararvi pubblicità e marketing o peggio ancora per
perpetrare truffe a mezzo Internet.
Altro tema caldissimo è la Neutralità della Rete, ora come mai
messa in pericolo dalle mire di molti ISP sparsi per il mondo,
mentre giustamente prioritario è la lotta alla pedopornografia; a
proposito basti citare un dato: ogni giorno vengono effettuate
116000 ricerche attinenti alla pornografia infantile. Ma la
pornografia in Rete in generale deve essere regolata: essa

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registra oltre 24 milioni di siti e 68 milioni di ricerche al giorno
[4]. Bisogna soprattutto evitare che ad incappare nei siti ad
esplicito contenuto sessuale siano minori inconsapevoli o
comunque persone la cui sensibilità verrebbe offesa (il 24%
degli utenti Internet ha avuto un’esposizione involontaria ai
contenuti pornografici del web tramite siti, applicazioni o e-
mail), oltre ai rischi derivanti dalla presenza in molti di essi di
virus, malaware e spyware in grado di danneggiare seriamente i
computer degli utenti. Nel solo 2009, infatti, si calcola siano
stati diffusi 2,6 milioni di codici sorgente di software
potenzialmente dannosi per i dispositivi [6].
Su un altro fronte, in un mondo dove gli spostamenti sono
connaturati con il concetto stesso di attività umana, è
fondamentale stimolare e regolamentare al meglio il mercato
del mobile.
Infine, bisogna capire qual è il ruolo e quali sono le
responsabilità (anche da un punto di vista editoriale) degli
intermediari della Rete (dai fornitori di contenuti agli ISP) e
degli utenti privati quando contenuti caricati in Rete
commettono reati come (per dirne alcuni) l’incitamento
all’odio e alla violenza (razzismo incluso) o la diffamazione.
Sono questi i maggiori interrogativi ai quali deve rispondere un
legislatore assennato, che spesso risponde presente, ma
altrettanto spesso sembra non esistere. Anche perché i fattori
che intervengono a complicare il suo lavoro sono parecchi:
oltre ai condizionamenti del capitale, ad esempio, il fatto che
nelle nuove tecnologie convergono un po’ tutte le precedenti,
dalla radiotelevisione alla stampa, così che vanno armonizzate
le norme ad esse relative; senza contare che sono riconoscibili
almeno tre ambiti di regolamentazione: contenuto, proprietà e
servizio per emittenti e destinatari. Riconoscibili a priori, meno
quando poi bisogna legiferarvi. Inoltre, capita spesso che non

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siano ben chiare le mansioni dei vari organismi, e potrebbe
essere necessario riordinare regole e disposizioni disomogenee
partorite in sedi diverse, e si è fortunati se non sono conflittuali
tra loro. Ad esempio, negli USA nonostante la presenza di una
authority indipendente come la Federal Communication
Commission (FCC), la governance di Internet è affidata al
Dipartimento del Commercio (in origine alla Difesa); nel
frattempo, la legislazione antitrust che incide sulla
regolamentazione delle proprietà mediatiche è affidata al
Dipartimento di Giustizia, mentre il Congresso legifera e i
tribunali intervengono per cercare di interpretare il tutto con lo
scopo di emettere sentenze. Anche in Europa, il rapporto tra
istituzioni dell’Unione e governi nazionali non sempre è
improntato all’armonia sul tema. E, punto purtroppo
fondamentale, capita non raramente anche negli stati
democratici che le classi politiche provino a piegare a suon di
orride leggi la Rete ai propri interessi di governanti.
Naturalmente, la divisione dei capitoli in paesi e aree
geografiche non può escludere che alcuni temi chiamino in
causa vicende di altri paesi, data la natura globale di Internet;
anzi, proprio per questo è auspicabile in un futuro una
regolamentazione internazionale, potenzialmente mondiale,
della Rete.
A tal proposito, l’ONU ha affrontato le problematiche relative a
Internet in due vertici mondiali sull’informazione, svoltisi a
Ginevra nel 2003 e a Tunisi due anni dopo [7]. Nel primo
appuntamento ci si è resi conto che mancavano le basi stesse
della discussione perché non c’era un concetto condiviso da
tutti di governance globale della Rete, con i paesi divisi tra chi
propendeva per una definizione ristretta (che toccava cioè solo
le competenze dell’ICANN) e chi invece pensava a soluzioni di
più largo raggio spingendosi fino a ipotesi su come

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regolamentare il traffico di contenuti che circolano sul web.
Venne così istituito un Working Group on Internet Governance
(WGIG) col compito di trovare una più condivisa definizione
della questione; al meeting in Tunisia fu presentato un
documento nel quale si leggeva: ”Per governance di Internet si
intende lo sviluppo e l’applicazione da parte dei governi, del
settore privato e della società civile, nei loro rispettivi ruoli, di
un insieme condiviso di principi, norme, regole, procedure
decisionali e programmi che danno forma all’evoluzione e
all’uso di Internet” [8]. Il summit africano confermava così,
sulla scia di questa definizione, il ruolo dell’ICANN, quello di
supervisore del Dipartimento del Commercio americano e
istituiva L’Internet Governance Forum (IGF), organizzazione
internazionale col compito di sostenere il Segretario generale
nel coordinamento tra gli stati in vista di nuovi meeting sul
tema della Rete; per il 2010 i rappresentanti dei vari governi si
sono incontrati a Vilnius, Lituania, a metà settembre. La
sensazione però è che questi summit faticano a partorire
qualcosa di decisivo, e che probabilmente faticheranno ancora
nel prossimo decennio, ma anche che è necessario
l’avvicinamento degli ordinamenti europeo ed americano per
far sì che quelle che vedremo essere linee di fondo comuni sui
temi principali si trasformino anche in norme omogenee tra i
vari contesti. Anche se bisogna stare attenti a che la
standardizzazione di pratiche e normative non sia fatta
nell’interesse di pochi, come nelle intenzioni del progetto di
legge The One Global Internet Act 2010 [9] presentato al
Congresso statunitense dal repubblicano Zoe Lofrgen, che
dichiara in maniera solare il perché vorrebbe che i paesi che
impongono standard diversi per Internet (inclusi i sistemi di
controllo del mezzo) cambiassero politica: “Tutte queste
attività minacciano in vari modi gli interessi degli Stati Uniti.

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Permettono ai governi autoritari il controllo di Internet. E
ostacolano le aziende statunitensi nella libera competizione
all'interno di mercati stranieri".
Con le premesse mi fermo qui. Adesso, siamo davvero pronti a
“connetterci”.

Note

[1] Cammarata Manlio, “La legge e la rete. Dieci anni (e più)


di internet e diritto”, Monti&Ambrosini, Pescara, 2008

[2] Recentemente Google ha reclutato come consulente Fred


Von Lohmann, legale di EFF, specializzato in diritto d'autore.
Come il lettore avrà modo di verificare, Google è ormai
perennemente alle prese con procedimenti giudiziari e
terremoti causati e subiti in materia di copyright.

[3] Castells Manuel, “Comunicazione e Potere”, Università


Bocconi, 2009, p.97

[4]
http://vitadigitale.corriere.it/2010/06/la_pornografia_online.ht
m

[5] Da essa si ricavano comunque anche dati più confortanti,


come il fatto che a crescere siano anche altri generi nel web:
siti correlati a
giochi di ruolo come World of Warcraft, Grand Theft Auto 4 e
Final Fantasy hanno registrato un incremento di contatti pari al
212% rispetto all'anno precedente . Tra gli altri contenuti più
ricercati spiccano shopping online (+9%), viaggi e turismo

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(+5,7%) computer science e sport (+4,2%) e svago e
divertimento (+3,6%).

[6] http://www.gizmodo.it/2010/03/03/tutti-i-numeri-di-
internet-il-gigante-e- facebook.html

[7] Curiosa la scelta quella della capitale africana: la Tunisia è


in realtà un paese che esercita un controllo asfissiante sulla
Rete, e il periodo del summit non ha fatto eccezione.

[8] Cfr. Castells Manuel, op. cit., p.138 [9]


http://lofgren.house.gov/images/stories/internet_summary.pdf