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Marco Ciaffone

Paesi Modello
E’ così che la giornalista de L’Unità Rachele Gonnelli definisce
[1] Cina ed Iran in merito alle strutture di controllo e filtraggio
della Rete implementate nel territorio dei due paesi. Un
modello per quei paesi che con regimi dispotici al potere
vedono in Internet una minaccia più che un’occasione, come
visto nei capitoli precedenti. Dunque, non potevo prescindere
dal dedicare un capitolo a parte alla Repubblica Popolare e a
quella Islamica. In ogni caso, risulterà chiaro come dietro due
regimi che hanno lo stesso atteggiamento censorio verso le
nuove tecnologie si nascondano società e dinamiche umane
profondamente diverse.

Cina

“La storia della Cina è contrassegnata dall’infaticabile sforzo


operato dallo stato per controllare la comunicazione” [2];
questa tendenza si rafforza a partire dal 1949, quando la
rivoluzione maoista fa sì che tutti i media del paese, diventando
proprietà dello stato, finiscano sotto il controllo del Partito
Comunista al governo. La Costituzione cinese garantisce ai
cittadini dei diritti (libertà di parola e di stampa, pieno rispetti
dei diritti umani, diritto di critica e consiglio ad ogni organo
dello stato) che restano solo sulla carta, annichiliti dal controllo
di un regime totalitario sostenuto da un impianto legislativo
sostanzialmente repressivo. Con l’apertura al mercato guidata
da Deng Xiaoping a partire dal 1979 e il parallelo cristallizzarsi
di un potere politico improntato sul marxismo-leninismo
questo controllo diventa ancor più pervasivo, soprattutto alla
luce del fatto che quel processo di trasformazione rendeva la
Cina un caso unico nello scacchiere mondiale. Così,
l’imperativo delle autorità cinesi negli ultimi decenni è stato
quello di modernizzare la comunicazione e le infrastrutture che
la sorreggono in modo da farne uno dei perni del travolgente
sviluppo che la porta oggi ad essere il capostipite delle potenze
in espansione, ma senza potersi permettere che la stessa
comunicazione potesse sfuggire al controllo del Regime. Per
raggiungere questi obiettivi, il partito ha istituito organi e
sistemi che nell’ultimo decennio hanno sperimentato un
ulteriore salto di qualità per allinearsi all’ambiente digitale. In
particolare, venivano istituiti nel 2000 l’Ufficio Gestione e
Informazione Internet e omologhi per ogni settore dei mezzi di
comunicazione, ridisegnando così il panorama mediale cinese
sia sotto il punto di vista del mercato che sotto quello dei
contenuti, in un sistema di centralizzazione che lasciava però
alle agenzie di settore l’incombenza di regolamentare il proprio
spazio di competenza. Nel dicembre 2001 nasceva inoltre il
Gruppo Leadership di Stato sull’Informatizzazione (il cui
presidente è il primo ministro in carica) con l’obiettivo di
riunire i vertici delle maggiori agenzie di comunicazione e
informazione del settore tecnologico e della sicurezza, ai quali
veniva assegnato il compito di coordinare l’insieme delle
politiche relative all’economia e al controllo dell’informazione.
La riorganizzazione dell’ambiente mediale culmina nel 2003,
quando il settore viene aperto al mercato, ma “alla cinese”:
come unico azionista ufficiale delle imprese dei media compare
il Partito Comunista, con gli altri investitori trattati come
donatori o fornitori di prestiti. Così, dal punto di vista
economico arrivano capitali privati, ma dal punto di vista del
contenuto il controllo del governo rimane pressoché totale.
Parallelamente, il Dipartimento Propaganda del governo
diventava Dipartimento Pubblicità, terminologia indice di una
più raffinata strategia di comunicazione su tutti i terreni di
“diffusione delle idee”: scuole, università, organizzazioni
culturali, ideologiche e vagamente politiche, oltre a giornali,
televisioni, radio, agenzie di stampa e Internet. La dinamica
con la quale opera il Dipartimento non è nuova, e
sostanzialmente ricalca quella vista, per dirne una, in Italia con
il fascismo: riunioni “di aggiornamento” dove vengono
partorite le direttive da inviare ai giornalisti, i quali sono dotati
di un “certificato” che ne attesta la compatibilità ideologica e
comportamentale con l’ambiente della Repubblica Popolare.
Questo meccanismo si è intensificato con la leadership di Hu
Jintao.
Ma il quadro è in realtà ancor più complesso: non è infatti
pensabile, in un paese esteso e popoloso come la Cina, affidare
il controllo di tutto l’ambiente della comunicazione ad una sola
agenzia, per quanto grande e potente essa possa essere. La
chiave di volta del sistema è così la struttura distribuita del
monitoraggio, nella quale figure “di nomina politica
sorvegliano da vicino l’interno sistema dei media in una
cascata di controlli che in ultima analisi scarica la
responsabilità sulle spalle dell’immediato supervisore
incaricato della produzione e distribuzione di ciascun
messaggio mediatico, cosi che l’autocensura generalizzata è la
regola”[3]. Chi sbaglia incappa nelle sanzioni: viene licenziato
dall’organizzazione per la quale lavora o vede il suo già povero
stipendio ridotto; peggio, può finire nelle maglie della polizia
politica fino ad essere inserito nei programmi di rieducazione
del partito. Ma le stesse direttive delle agenzie di controllo non
sono precise e puntuali come le “veline” di Mussolini; sono
proprio gli intermediari ad interpretare l’ “aria che tira” nel
paese e nella sua classe dirigente in modo da pilotare le
comunicazioni in una direzione che non infastidisca Pechino,
sfruttando le capacità di recepire i segnali dei vertici politici
ricavate da un “addestramento” sociale che dura tutta la vita.
Questo meccanismo fornisce anche flessibilità alla struttura di
controllo, necessaria in occasione di eventi inaspettati; ad
esempio, come ci si comporta quando scoppia un allarme come
quello della SARS? E quando la terra trema come nel
Sichuan[4] ? La flessibilità si rivela importante anche per la
messa a punto di filtraggio ad hoc in particolari periodi, come
le Olimpiadi del 2008. Con la manifestazione sportiva il
governo di Hu Jintao cercava di guadagnare credito
internazionale, e va da sé che tutto dovesse riuscire alla
perfezione. Si misero a punto, con un regolamento del gennaio
2007, piccole aperture per permettere ai giornalisti esteri di
seguire la manifestazione; ma ai giornalisti cinesi veniva
riservato un trattamento diverso, con episodi come la confisca
di netbook ai giornalisti durante la conferenza stampa della
squadra di volley maschile USA . Bloccato ad intermittenza
risultò il sito di Amnesty International, mentre i siti come
quello della BBC News China sono stati tra i maggiori
beneficiari delle garanzie delle autorità. Durante le olimpiadi la
telecom di stato China Unicom (quella che fu China Netcom)
da sola oscurò su base IP circa 400 indirizzi.
Per quanto riguarda il mercato della telefonia mobile, che conta
ad oggi più di 600 milioni di abbonati, dai primi anni del 2000
il governo di Pechino ha messo in atto una serie di norme e
misure che lo hanno portato ad avere pieno accesso ai dati
degli utenti, i quali sono obbligati ad essere registrati come
proprietari dell’apparecchio e dell’abbonamento in maniera
dettagliata e rintracciabile, non possono comprare più di tre
dispositivi a persona e devono accettare l’installazione di
sistemi di intercettazione, sorveglianza e filtraggio degli sms.
Insomma, in Cina basta mandare un messaggino con una frase
del tipo “Tibet libero” per rischiare l’arresto.
In linea generale, le questioni che maggiormente preoccupano
il governo cinese e che di conseguenza lo spingono a censurare
notizie, idee e argomentazioni che si pongono in
contrapposizione alla linea ufficiale sono: la questione dei
diritti umani e la democrazia, l’indipendenza del Tibet e le
manifestazioni del Dalai Lama, l’indipendenza di Taiwan, le
altre autonomie richieste da minoranze etniche e religiose [5],
il massacro di piazza Tienanmen del 1989, la nuova diffusione
del Falun Gong [6], alcuni tipi di statistiche relative alle
famiglie e tutte quelle manifestazioni di critica nei confronti
dei vertici politici e istigazioni alla rivolta. Un dibattito
relativamente libero è concesso per altre questioni come la
diffusa corruzione dei quadri di partito, i diritti dei cittadini
all’interno delle leggi della Repubblica Popolare, le proteste
dei contadini e quelle degli sfollati dei centri urbani; il tutto
filtrato a dovere e, anche qui, adattato volta per volta ai tempi
che corrono. L’obiettivo principale non è far sembrare che nel
paese non ci siano problemi, ma fare in modo che essi non
vengano mai imputati al partito e ai suoi vertici, non mettendo
così in discussione la loro leadership sul paese né la loro
capacità di sciogliere i nodi e garantire un sano sviluppo alla
Cina.
Per dare solo un’idea di quanto il governo di Pechino sia
intransigente su determinate questioni si pensi al divieto,
scattato a metà del 2010 in tutte le università, di utilizzare
come suoneria per telefoni cellulari 27 canzoni tibetane
considerate “nocive”. Ma più in generale, la censura dei
contenuti non graditi è sistematica e portata avanti con una
continua evoluzione di misure tecniche e strumenti normativi.

The Great Firewall

Nel 1987 il Beijing's Institute of High-Energy Physics (BIHEP)


effettua la prima connessione internazionale con il CERN di
Ginevra, inviando la prima e-mail dalla Cina. Sette anni dopo
inizia l’era del World Wide Web nella Terra di mezzo: Xu
Rongsheng, ex vicedirettore dello IHEP, installa il primo router
e lancia on line la pagina del proprio istituto contenente
informazioni e nozioni turistiche. Oggi, con i suoi oltre 420
milioni di utenti (solo tra luglio 2007 e luglio 2008 si registra
un aumento netto del 50% delle connessioni) la Repubblica
Popolare Cinese è il paese che ospita il maggior numero di
netizen nel mondo. Uno sviluppo impetuoso a 16 anni dalle
prime connessioni a 64 kilobit nel paese dei dragoni. Ma il
peso demografico reale della Cina fa sì che questi numeri, già
enormi, sono solo l’antipasto di quanto la comunità degli
internauti cinesi potrà offrire negli anni a venire. Sarebbero 233
i milioni di netizen cinesi ad aver attualmente accesso a
Internet tramite dispositivi mobile, mentre circa 100 milioni
quelli con una connessione broadband.
Da segnalare l’aumento delle fasce d’età giovani nell’utilizzo
di Internet, che conferisce alla Cina il maggior numero di utenti
al mondo nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 29 anni, ma
anche il divario d’utilizzo basato sul genere e un sostanziale
“rural divide” (nelle zone rurali in media c’è un tasso di
penetrazione di meno della metà rispetto alle zone urbane).
Tutti gli indici sono comunque in crescita con percentuali a due
cifre.
Il governo cinese non ha intenzione di ostacolare lo sviluppo
della Rete, perché come abbiamo detto prima, si rende
perfettamente conto del ruolo che hanno le ICT nello sviluppo
economico di una nazione che vuole essere nono solo integrata,
ma protagonista dell’economia globale. L’intento del Partito
Comunista è dunque quello di controllare una Rete che deve
però prosperare.
Internet è sotto controllo praticamente da prima che diventasse
una realtà in Cina: già nel 1994 le autorità cinesi mettevano a
punto un Regulations of the People’s Republic of China for the
Safety Protection of Computer Information Systems. Da quel
giorno inizia il percorso che avrebbe portato in breve tempo a
rendere illegali nel cyberspazio del paese (così come nello
spazio reale) la diffusione di contenuti che : contraddicono i
principi di base della Costituzione; mettono in pericolo la
sicurezza dello stato, la stabilità del regime, diffondono segreti
di stato, mettono a repentaglio l’unità nazionale; sono lesive
dell’onore nazionale o dei suoi interessi; propugnano odio e
razzismo tra i popoli; contestano le politiche nazionali in
merito all’interruzione di culti dannosi e superstizioni
medievali; diffondono voci e dicerie che turbano il vivere
civile. E poi quelli che vengono considerati contenuti osceni e
pornografici, contenuti riferibili a gioco d'azzardo, violenza,
terrore, e che manifestano complicità nella commissione di un
reato. Nel 2005, con il regolamento sul News Information
Internet Services emanato il 25 settembre dall’Ufficio
Informazioni del Consiglio di Stato (SCIO) e dal Ministero
dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione (MIIT) si
inseriscono nel panorama altre due fattispecie di contenuti
illeciti: quelli che incitano a formare assemblee, associazioni,
marce, manifestazioni, raduni illegali o che disturbano l'ordine
sociale, e lo svolgimento di attività in nome di
un’organizzazione illegale.
Già dal 1996 il governo emanava un decreto che, rivisto nel
1997, fissava le prime misure per incanalare il traffico
internazionale su Internet attraverso porte d’ingresso
approvate, rendeva obbligatoria una licenza per i provider che
volessero operare nel paese (il cui rilascio era condizionato dal
rispetto di alcune intuibili regole) e indicava la registrazione
obbligatoria degli utenti con i propri dati reali e la messa al
bando delle informazioni “pericolose”. Gli anni successivi sono
stati una cascata continua di leggi e regolamenti volti a mettere
la Rete “in sicurezza” e a impedire il criptaggio di dati non
autorizzato, con il contorno di intimidazioni e prime condanne.
Il sistema delle licenze viene successivamente esteso anche ad
alcuni servizi sensibili: a giugno 2010 partiva una prima
tornata di assegnazione delle stesse per l’implementazione nei
siti di mappe e rilevamenti topografici, che saranno standard e
forniti dal governo; questo vale anche per servizi come le
agenzie di viaggio e tutto quell’universo di circa 42mila siti
dedicati a cartine e mappature del territorio cinese [7].
Sempre nella seconda metà degli anni ’90 prendevano vita i
regolamenti che certificavano come nessun individuo potesse
stabilire una connessione ad Internet se non attraverso i
provider China Net, CERNET, GBNet e CSTNET. Ancora
oggi, inoltre, gli utenti cinesi si collegano ad internet grazie a
tre ingressi principali: la fibra ottica che a nord collega Pechino
a Qingdao (dal Giappone), quella di Shanghai a sudest
(anch'essa dal Giappone) e quella di Guangzhou (da Hong
Kong).
In generale, il web cinese è sorvegliato e censurato mediante
tutte le tecniche viste nel capitolo precedente [8], il che va a
formare quel meccanismo di controllo che, messe a sistema le
varie parti che lo compongono, è chiamato Great Firewall o
Grande Muraglia del web cinese, il più capillare ed esteso
sistema di controllo di Internet mai sperimentato dall’uomo [9].
Già nel 2006 si predisponeva un organico progetto di filtraggio
nazionale, il Golden Shield Project, letteralmente “scudo
d’oro”, una più stretta trama di controlli e di implementazioni
di software per questo scopo, appoggiati da progetti come
“Città Sicura”, serie di reti di sorveglianza create dalle forze di
polizia che comprendono telecamere, sistemi di filtraggio
basati su IP e sul controllo dei dati trasmessi. La TRS
Infomration Technology [10] dichiara di essere l’azienda leader
nella fornitura di software per il managment della Rete in Cina.
In merito ai blogger cinesi [11], essi devono essere registrati
col loro nome reale, misura che sembra destinata ad
abbracciare ogni singola operazione online in un futuro molto
vicino; il capo del Dipartimento per l'Informazione Wang Chen
ha infatti manifestato a luglio 2010 l’intenzione di avviare un
percorso che, partendo dall’obbligo di inserimento del proprio
nome completo per l’uso dei cellulari (nel settembre 2010
veniva aperto il registro per gli 814 milioni di abbonati al
mobile, ufficialmente con lo scopo di sradicare spam e truffe),
arriverà a rendere necessaria l’identificazione di ogni utente
che accede ai servizi online, cancellando di fatto l’anonimato
sull’Internet cinese.
In tema di messaggistica istantanea, invece, QQ, il più popolare
sito a fornire questo servizio in mandarino, ha installato un
software di filtraggio basato su specifici tag. Stesso discorso
vale per TOM Skype, la versione cinese del software di
V oIP . Sorveglianza e filtraggio umano
sono applicati a tanti altri servizi come forum e chat
pubbliche.
Anche in Cina è presente il fenomeno di schiere di hacker e
commentatori pro governativi assoldati dal governo, come si
legge, tra l’altro, in un reportage di Giampaolo Visetti
pubblicato su Repubblica l’11 maggio 2010 [12]. Da segnalare
in merito il cosiddetto Fifty Cent Party, un insieme di circa
280000 internauti che con zelo si impegnano a sostenere il
Partito Comunista sul web in cambio di cinquanta centesimi
ogni post. Nato all’Università di Nanchino nel 2005, questo
“movimento” ha preso piede tanto da essere ora sotto il
controllo del Ministero della Cultura, che organizza corsi
appositi. Ogni grande sito in Cina è tenuto ad avere una propria
“squadra di commentatori” pro-governativi [13].
Dunque, al fianco della censura, la propaganda di governo,
utile sia all’interno sia nell’ottica di trasmettere un’immagine
più benevola della potenza cinese in espansione nei confronti
dei paesi esteri. Una strategia di controllo “2.0”, dove si cerca
di “controllare le notizie pubblicizzando la notizia” [14].
La censura cinese si è dotata anche di sistemi di
“adescamento”: il magazine musicale Re:spect [15] gestisce un
sito, Freemusichk, che apparentemente permette il download di
file musicali illegalmente con l’apparente misura di
aggiramento che risiede nella storpiatura dei nomi di artisti e
tracce; invece, ad un certo punto del percorso, appare
l’immagine degli artisti ricercati con pistole puntate alla tempia
e macchie di sangue con la dicitura: "Permetti alla musica di
sopravvivere. Stop al downloading illecito", imputando al
download illegale la morte della musica, metaforizzata dalla
morte degli artisti.
Una stretta ulteriore sul controllo si ha nel 2009 per via della
crisi economica e particolari ricorrenze: il cinquantennio della
rivolta tibetana che portò all’esilio del Dalai Lama, il ventennio
delle rivolti seguite alla strage di piazza Tienanmen e i dieci
anni dalla messa al bando del Falun Gong . E così, il 5 gennaio
2009 veniva formata una squadra di sette ministeri per una
nuova regolamentazione delle attività considerate offensive del
corpo dei giovani, stabilendo regole ferree sulla pornografia
che abbracciano anche attività come lo scambio di sms e
attività radiofoniche. Ovviamente, il tutto si è portato dietro la
chiusura di migliaia di siti. Sotto la supervisione dell’Ufficio
Informazione sono anche le registrazioni della maggior parte
dei portali cinesi. L’opera di censura della pornografia viene
definita “armonizzazione” ed è condotta con un’impressionante
ferocia dalle autorità: a giugno 2010 un professore di Nanchino
è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere con l’accusa di
aver organizzato orge, nonostante queste avvenissero in privato
e tra adulti consenzienti, linea seguita anche dal nuovo capo
della polizia di Pechino Fu Zhenghua, che ha scatenato
un’operazione a tappeto contro locali dove lavoravano
prostitute e contro bordelli più o meno mascherati. Anche se il
giorno del 21° anniversario (4 giugno) dei fatti di piazza
Tienanmen, con tutti i siti e contenuti sensibili offline e
ipersorvegliati, alcuni siti porno “armonizzati” tornavano
online, e ancora non se ne capisce il perché.
Nel corso 2008 quarantanove persone sono state imprigionate
per attività online, mentre il 30 marzo dell’anno successivo
arrivavano ulteriori linee guida per contenuti illeciti dal MIIT e
dal SARFT (regolatore di Stato per Radio, Film e Televisione):
da quel momento non si possono diffondere contenuti che
distorcono la visione della storia e della cultura cinese, che
infangano l’immagine dei leader della rivoluzione e del paese,
degli eroi, degli agenti di polizia, militari o giudici, immagini
che dipingo in maniera beffarda le catastrofi che avvengono nel
paese, che alludono esplicitamente al sesso, che rappresentano
le torture. E poi una limitazione paurosamente generica:
immagini spaventose e suoni troppo ad effetto.
Nel maggio 2009 il MIIT ha inviato a tutti i produttori di Pc del
paese la notifica che intendeva richiedere loro
l’implementazione negli apparecchi di un software di
filtraggio, il “Green Dam Youth Escort” prodotto dalla Jinhui
Computer System Engineering Co. La funzione di questo
software è quella di prevenire che i giovani (i minori in genere)
potessero venire a contatto con materiale scabroso (soprattutto
pornografia) e promuovere un ambiente armonioso (parola
ricorrente nel contesto) nella Rete. Ma risulta chiara anche la
portata di un qualcosa che a priori è installato in ogni computer.
La ricerca ONI ha dimostrato come non solo questo software
sia inefficacie nella prevenzione della esposizione involontaria
ai contenuti scabrosi, ma che abbia anche effetti imprevedibili
e potenzialmente devastanti per il blocco di tutti i siti e
contenuti associati al filtraggio del Great Firewall. Aspetto che
sembra ormai chiaro anche ai censori di Pechino che, anche
alla luce del fatto che esso a metà del 2010 era stato applicato a
soli 20 milioni di apparecchi, ha sospeso i fondi destinati ai
suoi sviluppatori. In ogni caso, il precedente della Jinhui è
importante (e preoccupante per il futuro) perché per la prima
volta i governo di Pechino anziché proporre (anzi, imporre)
standard agli operatori del settore commissiona ad una singola
impresa un preciso strumento di filtraggio da usare a livello
nazionale. Inoltre, il controllo distribuito toccherebbe in questo
modo il suo apice: il governo delega la censura alle periferiche
macchine che andranno a formare i vari nodi della Rete, e
arriveranno già implementati di filtri a far parte di un Internet
esso stesso filtrato a tutti i livelli.
Va da sé che in questo ambiente la privacy sia un optional; se
non altro, con un regolamento del 30 marzo 2009, il comitato
permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha reso
illegale per dipendenti pubblici e privati che per un motivo o
per l’altro (censura compresa) hanno accesso a dati personali di
terzi di farne un uso che vada oltre le proprie mansioni,
soprattutto la pratica diffusa di venderli alle aziende. Ma
nonostante le leggi sulla privacy rendano i dati degli utenti
protetti sulla carta, ISP ed intermediari hanno il dovere di
fornirli alle autorità anche se esse non presentano loro richieste
rivestite di particolare formalità o supportare da documenti e
autorizzazioni giudiziarie, come dovrebbe avvenire in un
normale stato di diritto.
Ma quanto è efficace questo monitoraggio del cyberspazio?
Certo, nel corso degli anni decine di persone sono state
rintracciate e punite per non aver rispettato i limiti imposti dai
governanti, ma il sistema non è infallibile. Come visto nella
rassegna sui sistemi di filtraggio, quelli basate su parole chiave
possono essere aggirati semplicemente usando parole
sostitutive [16]. In fondo l’importante in una conversazione è
che il significato sia condiviso, non quale significante veicoli lo
stesso. Ma, evitando digressioni in altre discipline, e
augurandoci che i nuovi algoritmi tarati sul significato
semantico dei contenuti vengano utilizzati per il progresso e
non per la censura, va segnalato che anche i blocchi imposti a
servizi come i social network sono aggirabili con una facilità
difficile da credere: ad esempio, basta installare un programma
come Hotspot Shield sul proprio pc per rendere accessibili siti
come Facebook, Youtube e Megavideo, bloccati in Cina, come
mi racconta Gloria, studentessa di lingue orientali tornata da un
Erasmus a Pechino. Piccola parentesi: al posto del social
network di Zuckerberg è in Cina c’è l’omologo Kaixinwang,
letteralmente “La rete della felicità”, ampiamente filtrato.
Questo è solo uno degli esempi di come la censura governativa
venga “indorata” dalla parallela offerta di altri contenuti simili
a quelli censurati, in una sorta di “sistema di distrazione di
massa”.
Tornando alle manovre di aggiramento, da segnalare anche la
presenza di cyberpoint dai quali si accede alla Rete senza
esibire la carta d’identità, software come l’FTP e sistemi P2P
che permettono di aggirare la censura, oltre a tutti i sistemi che
abbiamo già incontrato nel capitolo che precede. La tecnica di
aggiramento della censura maggiormente utilizzata da attivisti
e dissidenti cinesi è, infine, il passaggio per gli “open proxy” e
l’implementazione di sistemi Tor.
Anche sul web, quindi, il modello più efficace risulta essere
quello a cascata. In Cina i provider sono di proprietà del
governo e responsabili di ciò che transita sulle loro reti; stesso
identico discorso per i fornitori di contenuti, che hanno anche
l’obbligo di conservare per sessanta giorni la documentazione
sul traffico e consegnarlo, log compresi, su richiesta delle
autorità. Gli Internet point, da parte loro, hanno l’obbligo di
installare software di filtraggio e spesso telecamere, oltre al
dovere di controllare tutte le attività svolte online dai propri
clienti (i quali devono essere registrati e rintracciabili) in
merito alle quali sono responsabili in prima persona. Il
meccanismo di controllo distribuito a cascata è ancor più
indispensabile nell’era del web 2.0 e dell’User Generated
Content. Il che ha un rovescio della medaglia, perché in questo
caso il filtraggio di ultima istanza dipende dall’uomo. Dunque,
ad influire arriva anche il retroterra socioculturale di queste
persone chiamate a filtrare la Rete; nel suo testo Academy of
Social Sciences’ Internet User Report in China [17] Guo Liang
parla dei webmaster più anziani come dei più intransigenti,
mentre dipinge quelli che sono cresciuti in parallelo
all’ambiente digitale come maggiormente inclini
a comprendere il senso di ciò che la gente dice e carica su
Internet, rappresentando più un punto di mediazione tra potere
e utenza che un punto di censura; tutto questo rende la Rete
vivibile anche in un ambiente così controllato.
Ma c’è un’ancor più importante punto da mettere in luce: un
controllo così diffuso della Rete cinese è davvero necessario?
La domanda sembra retorica, ma alcuni dati possono far capire
che così non è: innanzitutto, la maggior parte dei contenuti
dell’Internet mandarino è estranea alla politica; per la restante
fetta, c’è da segnalare una forte maggioranza di utenti che,
intrisi di nazionalismo e sostegno alla nazione, si schierano
volontariamente con le posizioni del governo. Dunque, i
dissidenti sono relativamente pochi a fronte di un movimento
di internauti che appoggiano i propri governanti; come nella
primavera del 2008, quando esplosero le critiche dei paesi
occidentali per la repressione in Tibet, questi netizen si sono
scagliati contro le democrazie accusandole di neocolonialismo
[18] . Portando alle estreme conseguenze l’argomento, si
potrebbe addirittura dire che censurando tutti i contenuti con la
parola Tibet (cosa che accadde per Youtube) in quel caso si
censurarono soprattutto contenuti favorevoli al governo. E non
è difficile comprendere quanta poca presa possa avere la
movimentazione dei dissidenti nei confronti di una popolazione
che nel 2005 si diceva soddisfatta del proprio governo/regime
per il 72% [19]. Dunque, non esiste quella maggioranza di
cittadini che soffre sotto il gioco del Partito Comunista; tra i
giovani è forte il sentimento nazionale, e l’indipendenza cinese
nei confronti delle potenze estere conquistata da Mao nel
secolo scorso resta un punto di riferimento ideologico più
importante di un’astratta tensione verso la (mai conosciuta sul
suolo cinese) democrazia, mentre la Rete è più che altro un
mezzo di intrattenimento per il popolo cinese.
L’errore che non bisogna commettere è quindi analizzare la
situazione del web cinese con le griglie d’analisi che usiamo
per la realtà occidentale o per regimi di altra natura (e rispettive
società) sparsi per il mondo.
Chiaro che questo non fa che conferire ulteriore onore a chi
ogni giorno lotta per la libertà “a suon di post” rischiando la
stessa vita. La lotta online dei dissidenti cinesi passa anche per
la satira e il riuso/restyling di pratiche dei media manistream.
Si diffonde infatti la pratica dello shanzai: letteralmente
fortezza delle montagne, questo termine nasce nel 1916,
quando assume in primo luogo il significato di lotta contro il
governo, le sue regole, il suo controllo. E’ una forma di
opposizione verso i centri di potere e le autorità espressione di
rigido controllo. Perciò shanzhai è mettere in ridicolo la stessa
autorità, imitando le correnti più in voga e prendendo in giro
tutto quanto viene imposto. Lo shanzhai così concepito come
sinonimo di falso, tarocco, copia pirata. In realtà è molto di più:
è ormai un'attitudine che avvicina i cinesi alle nostre più
conosciute pratiche di subvertising e do it yourself, ma non
solo, perché rappresenta oggi un modello di economia che si
pone sostanzialmente tra il mainstream, il copyright e l'open
source. Preoccupando non poco questi ultimi settori. La Cina
per esempio stiracchia le leggi sul diritto d’autore per punire
chi fa uso di contenuti anche di altro genere, un copione già
visto.
Ad oggi il termine shanzai indica i siti che copiano programmi
televisivi e ne fanno parodia o coinvolgono il lavoro degli
utenti (una sorta di programma con palinsesto condiviso e User
Generated Content), mietendo successi e sollevando la censura
di regime, soprattutto perché i gestori di questi siti spesso non
hanno la licenza del governo, necessaria per trasmettere in
Cina. Anche i media tradizionali criticano queste pratiche che
sembrano davvero poter fare concorrenza a reti come la CCTV,
che arriva ad attirare su un singolo programma anche 390
milioni di telespettatori. Dunque lo shanzai riguarda non solo
contesti industriali, ma ha una dimensione anche culturale.
La Cina è forse l’unico mercato nel quale Google ha trovato un
reale concorrente, Baidu, al quale è costretto a stare dietro
soprattutto dopo gli attriti col governo di Pechino [20]. A
marzo 2010 l’azienda americana annunciava infatti la chiusura
del servizio di Google dal paese più popolato del mondo, con il
traffico che sarebbe stato reindirizzato in automatico verso il
proprio sito di Hong Kong (e dunque da Google.cn a
Google.hk), per evitare il filtraggio [21]. Pochi mesi dopo
l’azienda di Mountain View lanciava inoltre da Bruxelles un
accorato appello ad Unione Europea e USA perché
intervenissero contro la censura [22]. Il tutto dopo che Google
(in particolare il suo servizio di posta elettronica Gmail) era
stato sottoposto ad un attacco hacker che aveva violato la
corrispondenza degli utenti, attacco dietro il quale sembra
celarsi il governo di Pechino. Tra le “vittime” della violazione,
infatti, le caselle di posta di parecchi dissidenti cinesi.
L’episodio ha creato anche un guaio diplomatico tra la Casa
Bianca e i vertici della Repubblica Popolare. Una reazione alla
censura, non totale a dirla tutta: restavano in Cina alcuni servizi
commerciali, come la vendita di inserzioni pubblicitarie sui
motori di ricerca. Insomma si cercava di tenere almeno un
piede in un mercato in piena esplosione. Di più, nei mesi
successivi Mountain View ha ulterioremnete corretto il tiro:
niente rimbalzo automatico degli utenti sui server di Hong
Kong , visto che così facendo BigG rischiava che la licenza da
Internet Content Provider, necessaria per operare nel paese, non
le venisse rinnovata. Dopo la scadenza del 30 giugno 2010,
invece, la suddetta licenza veniva allungata di un anno. Sul
blog ufficiale di Google [23] il chief legal office David
Drummond spiega comunque come nonostante questo
l’atteggiamento di Google sia di rifiuto dell’autocensura:
”Come azienda aspiriamo a rendere disponibile l’informazione
agli utenti di ogni luogo, inclusa la Cina. Questa è la ragione
per cui abbiamo lavorato così duramente per mantenere in vita
Google.cn e per continuare la nostra ricerca e il nostro sviluppo
in Cina. Il nuovo approccio è coerente con il nostro proposito
di non autocensurarci e anche, crediamo, con la legge locale”.
Così, il link di Google ad Hong Kong compare comunque nella
nuova pagina cinese del motore di ricerca, rendendo le
decisioni di Pechino sempre in bilico. Sia come sia, questo
episodio dimostra come, in un mondo globalizzato,
l’affermazione del potere statale nei propri confini può portare
anche dispiaceri che vengono dall’estero ai governi che lo
impongono. Soprattutto a livello economico; il Commissario
europeo per l'agenda digitale Neelie Kroes ha ipotizzato che la
questione della censura adottata in Cina possa rientrare nella
competenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio
(OMC). Oltre a sopprimere la libertà di espressione e soffocare
il dissenso, infatti, la Grande Muraglia digitale eretta da
Pechino limiterebbe anche il commercio internazionale.
Dicevamo della poca incisività di norme, accordi e trattati
internazionali in tal senso, ma l’OMC potrebbe rappresentare
un buon campo di battaglia. Ha infatti un organo di risoluzione
delle controversie efficace in quanto dotato di potere
sanzionatorio: una eventuale condanna davanti al suo Dispute
Settlement Body comporta il rischio di incappare in multe o
sanzioni di vario ordine fin quando non si ottempera alle
richieste del panel di giudici.
Quali sviluppi futuri ci si possa aspettare dall’Internet cinese è
argomento quanto mai incerto; di sicuro le autorità di Pechino
hanno intenzione di continuare sulla strada che stanno
battendo, come dimostra un documento [24] recentemente
diramato dal governo nel quale esso afferma che la Rete è “una
delle invenzioni tecnologiche più significative del XX secolo e
rappresenta uno dei simboli più forti della forza di produzione
avanzata dell'era contemporanea", ma al contempo ribadisce
quanto lecito sia il filtraggio della stessa in funzione di interessi
di natura superiore.

Iran

Il sistema di controllo, sorveglianza, censura e filtraggio del


web iraniano è secondo solo a quello cinese [25]. Esso presenta
inoltre delle caratteristiche sue proprie che lo rendono unico,
oltre a permettere al governo della Repubblica Islamica di
avere accesso a qualunque comunicazione avvenga sulla Rete,
comprese conversazioni private come e-mail, chat e
messaggeria istantanea. L'Iran continua a rafforzare in maniera
costante gli aspetti giuridici, amministrativi e tecnici in
materia, mentre i progressi nella capacità tecnologica nazionale
hanno contribuito alla realizzazione di una strategia
centralizzata che permette una sempre minore dipendenza dai
software occidentali; l’Iran diventa così l’unico paese non
democratico al mondo, insieme alla Cina, ad utilizzare
tecnologie proprie per il filtraggio della Rete. E’ comunque
l’intero ambiente mediatico iraniano ad essere sorvegliato a
360 gradi. Il paese, dopo la rivoluzione guidata dall’ayatollah
Rouhollah Mussawi Khomeini che nel 1979 ha spodestato lo
scià e posto fine alla monarchia dei Pahlavi, ha conosciuto
un’escalation di controllo e repressione che solo in brevi
periodi si è allentata, ma che è alla fine sfociata negli anni
tumultuosi chi vive oggi il popolo persiano. Nella Repubblica
Islamica i limiti alla libertà di espressione sono radicati nella
stessa costituzione, e si riferiscono a temi come la religione, la
moralità e l’armonia sociale e politica. Il bisogno di controllo
del regime si sta però scontrando in maniera sistematica con la
richiesta di diritti e libertà di chi si rende conto di vivere in
un’epoca storica che ha già visto la sconfitta di regimi come
quello di Teheran. E’ questo il dato fondamentale: dall’altra
parte della staccionata c’è una popolazione affamata di
emancipazione dall’attuale potere statuale. I giovani di questa
generazione vivono sulla loro pelle le distorsioni di un regime
figlio di una Rivoluzione che non hanno fatto e che non hanno
voluto, che ha imposto rigide regole figlie di una teocrazia
nella quale ormai non si riconoscono. Un’indagine
commissionata dal ministero degli Interni della Repubblica
Islamica evidenziava come il malcontento delle fasce più
giovani della popolazione nei confronti dello status quo portava
il 52,8% di ragazzi e ragazze a rispondere in maniera
affermativa alla domanda “qualche volta la disastrosa
situazione sociale del paese ti ha fatto prendere in
considerazione la possibilità di toglierti la vita?”. Certo, la
parola disastrosa nella domanda è distorcente, come ci
insegnano le teorie sugli studi sociali, ma il dato è talmente
schiacciante da essere valido al di là delle stesse distorsioni. E
soprattutto le motivazioni addotte per la risposta sono ancor più
eloquenti: vengono citate l’impossibilità di vivere secondo le
proprie scelte e convinzioni, l’ingiustizia sociale, il
clientelismo e il nepotismo diffusi nella società. Infine, il 62%
non ritiene l’attuale struttura del paese in grado di risolvere i
problemi politici, sociali ed economici interni [26]. Un paese
dove il fondamentalismo religioso porta a ipocrisie e paradossi
come il fatto che l’omosessualità è bandita (per Ahmadinejad
addirittura non esiste nel suo paese) ma il governo incoraggia
gli omosessuali a cambiare sesso, come contenuto in una fatwa
dello stesso Khomeini. Oggi l’Iran è uno dei pochi paesi al
mondo a permettere il cambio di sesso in strutture pubbliche e
a spese dello stato. Come nascondere la polvere sotto il tappeto
e salvare la faccia “pulita e morale” della società islamica. Ma
la pratica più diffusa è in realtà il rifacimento del naso: in
fondo, dove vigono regole che permettono alle donne di
mostrare in pubblico solo il viso, avere un naso perfetto è un
po’ come da noi avere una quinta di reggiseno e metterla in
mostra.
A richiedere il cambiamento della struttura dello stato e della
gestione della società sono le fasce più giovani, e questo fa la
differenza, visto che in Iran il 66% della popolazione ha meno
di trent’anni [27]. E’ questa parte di società ad utilizzare le
nuove tecnologie, che sono così un motore di cambiamento non
solo potenziale. Già dai primi anni Internet veniva considerato
un’importante risorsa per scardinare l’asfittico ambiente
mediatico della Repubblica Islamica, sia in patria, sia
all’estero, con gli esuli iraniani impegnati ad inviare da oltre
frontiera messaggi ai propri concittadini. Ma il regime, negli
anni seguenti, si è progressivamente attrezzato, iniziando a
sfruttare per le ICT tutti i metodi a disposizione di un censore:
minacce, sistemi legislativi rigidi, sistemi tecnici di
sorveglianza e filtraggio, arresti e torture con processi mirati,
propaganda, con il generale obiettivo di creare (copione ormai
ben conosciuto al lettore) un ambiente di terrore dove
l’autocensura è la norma. Tuttavia, anche il regime degli
ayatollah è ben consapevole delle potenzialità di sviluppo che
le nuove tecnologie della comunicazione offrono ad un paese in
espansione economica. Così, la crescita del web in Iran è
progredita in questo decennio con tassi vicini al 50% annuo,
passando dal singolo milione di internauti del 2000 ai 23
milioni del 2008, con una penetrazione del 35%, tasso che vale
doppio per via delle caratteristiche anagrafiche della
popolazione prima accennate. Su 70 milioni di abitanti, oggi gli
utenti sono circa 30 milioni, e i possessori di cellulari 58
milioni.
Il filtraggio di Internet viene implementato nell’ordinamento
giuridico grazie a svariati decreti passati al vaglio della
Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale (SCRC); altro
organismo fondamentale è la Commissione incaricata di
determinare i Siti Non Autorizzati (CCDUS), che istituisce i
criteri con i quali devono essere riconosciuti i siti e i contenuti
e i siti da inserire nelle “liste nere” dei censori. Tutti questi enti,
insieme ai ministeri come il ministero delle Comunicazioni e
delle Tecnologie dell’Informazione (MICT), formano una rete
di supervisori che collabora direttamente con l’intelligence e i
servizi segreti. Il compito di sorvegliare sull’attuazione del
filtraggio è affidato alla Information Technology Company
dell’Iran (ITC), ente afferente al MICT.
In realtà la suddivisone dei compiti tra le autorità di
sorveglianza in merito alla Rete non è proprio chiarissima,
tanto che spesso si creano attriti tra di esse; ma questo non
porta all’allentamento del filtraggio: nel dubbio su chi lo debba
mettere in atto, lo fanno tutti.
Le radici del controllo del web iraniano sono da rintracciare nel
2001, quando fu imposto a tutti i provider operanti nel paese di
interconnettersi e fornire il servizio solo tramite la connessione
alla Telecommunication Company of Iran (TCI), compagnia
controllata dagli organi di regime. L’Iran si presenta così come
contesto originale: fino ad ora abbiamo visto solo paesi con un
ridottissimo numero di utenti (Cuba e Corea del Nord) avere un
sistema di management dell’accesso direttamente nelle mani
del governo. Questo sistema gli permette una completa
sorveglianza su qualunque attività della Rete. Ma
evidentemente le ambizioni di sorveglianza di Teheran non
erano state saziate; proprio mentre si spingeva per la creazioni
di almeno un milione e mezzo di connessioni a banda larga
(come prevede il Quarto Piano Quinquennale di Sviluppo), nel
2006 il ministero delle Comunicazioni e delle Tecnologie
dell’Informazione inviava agli ISP del paese l’ordine di non
fornire una connessione superiore a 128kilobyte al secondo nel
paese. Come dire: una Rete più lenta è più facilmente
controllabile, anche perché quella velocità non permette una
facile fruizione (anzi, non la permette affatto) dei contenuti
multimediali e dei servizi del web 2.0. I contenuti audio e
video fruibili restano così solo quelli delle tv e delle radio di
stato, e dunque di regime. L’Iran acquistava così anche un altro
triste primato, quello di unico paese al mondo ad aver stabilito
per legge tetti massimi di velocità alla connessione. All’inizio
si pensava che, anche a fronte degli investimenti già messi in
atto da svariati provider e compagnie per l’implementazione
della fibra ottica (il numero di reti di questo tipo era più che
raddoppiato dal 2005), le disposizioni fossero transitorie e
volte a guadagnare tempo prima che le autorità avessero la
possibilità di mettere a punto strumenti più sofisticati per
controllare i più avanzati contenuti di Internet. Ma al momento
in cui si scrive le regole sono ancora in vigore e solo le
università e alcune imprese private hanno una connessione ad
alta velocità. Gli ISP, poi, oltre ad essere sottoposti a licenza,
sono tenuti all’installazione di filtri (dodici i provider chiusi
per non aver ottemperato alla regola) e sono responsabili di ciò
che passa sulle loro reti. L’indagine ONI ha ispezionato il
filtraggio su 5 provider iraniani: ITC, Gostar, Parsonline,
Datk e Sepanta. Il filtraggio
avviene implementando tutte le misure descritte nel
capitolo dedicato e a tutti i livelli. Il governo si serve anche di
cyberterrositi che mettono in atto cyberattacchi e procedure di
DDoS. Esempio curioso, a ferragosto dello scorso anno il sito
del comune sardo di Montresta, 600 anime vicino ad Alghero,
veniva attaccato e sostituito da una foto di Ahmadinejad con
frasi di minaccia a Mousavi; nel paese era prevista per il 17
agosto la proiezione del fil Persepolis in sostegno all’Onda
Verde. L’episodio ha messo in subbuglio tutta la provincia
rendendo necessario l’impiego di forze dell’ordine per lo
svolgimento della manifestazione cinematografica.
A maggio 2010, invece, dopo uno scontro all’università
Beheshti di Teheran, il regime ha deciso un nuovo giro di vite
oscurando il sito della BBC e quello di Repubblica; agli utenti
che cercavano di accedere appariva la scritta “In base alla legge
sulla criminalità informatica questo sito non è raggiungibile”.
La tecnica maggiormente utilizzata dagli iraniani per aggirare il
blocco è quello di deviare le proprie connessioni su server
proxy. La trasparenza è forte (c’è anche la possibilità di inviare
una mail ai “gestori dei filtri” per chiederne le motivazioni)
così come la coerenza, garantita dalla connessione centralizzata
di tutti i provider, anche se restano sempre residuali distorsioni.
Documentato è anche l’uso di Smart Filter prodotti dalla
statunitense Secure Computing che ha tuttavia negato
coinvolgimenti in terra persiana. Lo Smart Filter è stato
configurato nel 2006 in lingua farsi. Ma abbiamo già accennato
a come i vertici della Repubblica Islamica vogliono svincolarsi
dalla dipendenza tecnologica di un occidente che, temono,
possa addirittura entrare così nei suoi sistemi di sicurezza.
Insomma: vi forniamo dispositivi per spiare, ma in realtà
spiamo voi (ho parlato nel quinto capitolo del piano Siemens-
Nokia in Iran). I software iraniani sono basati soprattutto su
parole chiave.
Altro pezzo del puzzle regolatore è il Bill of Cyber Crimes’
Sanctions del 2008. Qui si introducono ulteriori strette su
licenze e responsabilizzazione dei provider, obbligati anche a
conservare nel dettaglio i dati di navigazione e fornirli alle
autorità. Per loro le sanzioni possono essere graduali: alla
prima infrazione scatta una multa in proporzione al reato, poi a
scalare la sospensione temporanea o la disconnessione
definitiva.
In Iran la stampa indipendente è esistita solo per brevissimi
periodi, negli interstizi tra un potere dittatoriale e un altro. Ogni
volta che il giornalismo iraniano dimostrava la sua capacità di
essere forza riformatrice e progressista nel paese è però sempre
arrivato un censore a tarpargli le ali. La morte di Khomeini e
l’arrivo al governo dei riformisti (Rafsanjani prima e Khatami
poi) fanno intravedere una “primavera della stampa” che però
si rivela un’illusione: la nascita e l’esplosione di quotidiani
indipendenti subisce un arresto e arretramento nel 2000,
quando in un solo giorno vennero messi al bando 14 tra
giornali e settimanali; alla fine dell’anno le testate chiuse erano
30; tre anni dopo 100. La legge sulla stampa approvata dal
Majlis (il parlamento iraniano) nel 1986 rappresenta un punto
di svolta nella politica del controllo dell’informazione, e le sue
restrizioni sono state inasprite in maniera decisiva già dalle
prime ore di presidenza di Ahmadinejad. In pratica le
pubblicazioni iraniane non possono presentare contenuti che
offendono la religione, informazioni che possono mettere a
rischio la sicurezza dello stato, la pornografia, nella quale sono
inseriti anche riferimenti agli omosessuali e ai diritti delle
donne. Rischia il carcere anche chi offende l’onore dei pubblici
ufficiali. Le norme sono state contestate e impugnate da più
organi, ma nel 2009 un decreto governativo ne ampliava la
portata anche a tutti i siti di informazione online e siti nazionali
in generale per quanto attiene a diritti, responsabilità, tutela
giuridica, crimini e punizioni. Il governo sostiene ad oggi che
queste norme si applicano a tutte le pubblicazioni su Internet,
compresa la necessità di avere una licenza identica a quella
delle pubblicazioni a stampa. E proprio in merito alla stampa,
deleteria per la libertà appare la figura di Mohammad Hossein
Saffar Harandi, ministro della Cultura e dell’Orientamento
Islamico. Già editorialista del quotidiano Kayhan, espressione
del più duro fondamentalismo islamico del paese, Saffar
appena insediatosi diramò una circolare nella quale si proibiva
alle giornaliste donna di restare in redazione oltre le ore
diciotto per evitare loro di non riuscire a stare dietro ai
“compiti di madre e moglie”, compromettendo così la stabilità
familiare. La circolare fu ritirata, ma ben illustra la mentalità di
certi personaggi, che si esprime nella centralizzazione nel
suddetto ministero nel controllo di tutti i libri che circolano nel
paese nonché la sostituzione delle tessere da giornalista
rilasciate dall’Associazione Professionale Giornalisti iraniana
con altre distribuite dal ministero, i cui criteri sono, ad
esempio, la fedeltà al governo islamico. La genericità delle
norme sui contenuti proibitiassicurano un’ampia
discrezionalità alle autorità nella messa in atto di censure,
arresti, torture ed esecuzioni. Se la legge dice che è vietato un
“contenuto osceno”, cosa poi sia osceno lo stabilisce la forza di
polizia e l’autorità a seconda di casi e delle convenienze.
“Tutte queste leggi e questi decreti rendono praticamente
impossibile pubblicare in Iran un giornale minimamente
indipendente e non legato alle forza che occupano le leve di
potere – è l’opinione di Hossein Bastani, direttore del maggiore
quotidiano online in lingua farsi, Roozonline, con sede a Parigi
– gli addetti alla censura dei quotidiani non si limitano a
impedire la pubblicazione di certe notizie o editoriali non
favorevoli al governo, bensì dettano loro dei pezzi che i
giornali sono costretti a pubblicare se vogliono essere
regolarmente in edicola”. Le pene per chi non rispetta le regole
sono severissime: fino a 5 anni di galera, ma è prevista anche la
pena di morte.
Queste disposizioni sono estese, ovviamente, a quello
strumento che in Iran si è diffuso e ha prosperato come in pochi
altri contesti: il blog. Nella Repubblica Islamica ci sono almeno
65000 blogger che scrivono in Farsi e numerosi altri in Inglese
oltre frontiera. Già nelle manifestazioni di piazza del 1999
erano stati utilizzati i blog per diffondere le idee che ne
facevano da propulsore e informare anche la comunità
internazionale di ciò che stava accadendo nel paese. Tramite il
blog fu possibile organizzare manifestazioni in tempo reale in
varie piazze del mondo, tra le quali Campo de’ Fiori a Roma.
Va da sé che l’Iran è uno dei paesi con la tradizione di blogger
maggiore del mondo; il numero di web log non è quantificabile
con precisione, ma un dato può far chiarezza: i blogger che
postano in lingua farsi sono la terza comunità per grandezza nel
mondo, e il farsi si parla solo in Iran. La piattaforma iraniana di
blogger Blogfa conta due milioni di iscritti [28] . Il fenomeno è
talmente diffuso che oltre a combatterlo il governo ha deciso di
utilizzarlo: nel 2009 sono stati così stanziati dei fondi per la
realizzazione di 10000 blog da mettere a disposizione dei
miliziani basij e dei militari Pasdaran. Già prima delle elezioni
presidenziali del 2009, più del 30% dei blog iraniani trattavano
di politica (nei paesi occidentali è lo sport ad avere questa
predominanza). Un utilizzo così diffuso di un mezzo come il
blog è reso possibile anche, per puro paradosso e ironia della
storia, dalla diffusissima alfabetizzazione dei giovani iraniani
voluta proprio dall’ayatollah Khomeini. Basti pensare che le
percentuali di alfabetizzazione del paese persiano sono in linea
con quelle europee e che il 65% degli universitari è di sesso
femminile. Tuttavia, quello iraniano è un regime che ai suoi
ragazzi dà “l’alimento della cultura ma li priva dell’ossigeno
della libertà” [29]. I blog vengono in linea di massima filtrati
singolarmente, ma non mancano esempi di domini/piattaforma
interi messioffline come www.livejournal.com e
www.xanga.com. Il primo blogger iraniano arrestato è stato
Sina Montallabi, attualmente collaboratore della BBC,
nell’aprile del 2003. L’ultimo blogger a morire per ciò che
scrisse si chiamava Omir Reza Mir Sayaf; Sayaf ad inizio 2008
inviava una lettera alla Corte Suprema nella quale denunciava
alcuni scandali del mondo dell’arte . Il 18 marzo 2009 moriva
nel carcere Evin di Teheran, non giustiziato, ma lasciato morire
in preda ad un attacco di asma, della quale soffriva [30]. Nelle
ultime settimane vive invece nel limbo il blogger Hossein
Derakhshan, per il quale le autorità hanno chiesto la pena di
morte per le sue attività ritenute destabilizzanti del sistema
socio-politico del paese. Portabandiera dei giornalisti
indipendenti che hanno sperimentato il carcere per le loro idee
democratiche è Akbar Gangi, in prigione dal 2000 al 2006.
Per il resto del web, secondo un rapporto di Reportes Sans
Frontiers, sarebbero circa 3.000.000 i siti resi irraggiungibili
dal governo agli internauti iraniani. Per le autorità di Teheran il
controllo della Rete è giustificato dalla necessità di difendere
l’ordine che è scaturito dalla Rivoluzione dagli attacchi dei
suoi “detrattori”; temi sensibili riguardano così questioni di
religione e moralità, attacchi alla Rivoluzione, alle istituzioni
dello stato e agli uomini che le formano, propaganda dei partiti
e dei movimenti di opposizione [31], discorsi sui diritti umani,
sui diritti delle donne, sui diritti delle minoranze etniche (es.
curdi) e religiose (es. Baha’i). Inaccessibili risultano anche siti
che propagandano la disgregazione dell’unità nazionale, siti
che presentano contenuti omosessuali, pornografici (stragrande
maggioranza di tutti i siti bloccati) e osceni in generale, oltre a
spazi online legati ad alcool, droga e gioco d’azzardo. Filtrati
sono anche i siti che offrono istruzioni su come aggirare i filtri
stessi; le liste nere relative a quest’ultima categoria sono quelle
più tempestivamente aggiornate. Tra i tag che vengono
intercettati ne figurano alcuni comprensibili (nell’ottica del
regime) come “sesso”, ed altri che lasciano interdetti: “donne”
e “fotografia” in lingua farsi sono parole che causano allarme
tra le autorità. Per quanto riguarda i social network, risultano
oscurati My Space e Orkut, mentre Facebook è messo offline
ad intermittenza, soprattutto in momenti caldi: il social network
in blu era inaccessibile nell’autunno 2008, nel febbraio, maggio
e giugno 2010, sempre per svariati giorni e riaperto in seguito a
proteste. Bloccato ad intermittenza risulta Youtube (soprattutto
nel giugno 2009). Tra i siti di news internazionali (cosa che
vale anche per i blog), c’è un blocco un po’ incoerente ( tra siti
con contenuti molto simili ce ne sono alcuni online e altri
bloccati); comunque, i filtri hanno interessato l’HuffingtonPost
e il sito di Al-Arabiya; bloccato ad intermittenza il sito del New
York Times. Inaccessibili anche i siti di molte organizzazioni
internazionali umanitarie e di pace come Amnesty
International. Bloccato è anche il sito di Open Net Initiative, il
che prova da solo quanto sia valido il lavoro che è tra le fonti di
questa tesi. In generale, i siti in farsi risultano essere bloccati in
numero molto maggiore rispetto a quelli in inglese (e in altre
lingue di riflesso).

L’Onda Verde

12 giugno 2009: 48 milioni di iraniani votano per eleggere il


presidente della Repubblica Islamica; l’affluenza alle urne
tocca la cifra record dell’85%. Secondo i dati del ministero
dell’ Interno iraniano, il presidente uscente
Mahmoud Ahmadinejad viene rieletto con il 62,6% dei
suffragi, contro il 38,8% del suo rivale, il riformista Mir
Hossein Mousavi. Gli altri candidati, il conservatore Mohsen
Reza e il riformista Mehdi Karroubi ottengono rispettivamente
l’1,7% e lo 0,9%. I risultati delle elezioni vengono accolti da
violente manifestazioni di piazza organizzate dai sostenitori di
Mousavi, che il giorno seguente scendono in strada per
contestare in maniera attiva i brogli che secondo loro sono stati
messi in atto dalle massime autorità dello stato per far
rieleggere un presidente le cui inflessioni sono in linea con gli
orientamenti più intransigenti del regime islamico. A differenza
delle altre elezioni, dove l’astensionismo era la norma e dunque
i risultati ufficiali difficilmente contestabili (anche se di brogli
ce ne sono sempre stati, essi spostavano pochi punti
percentuali) stavolta l’alta partecipazione non solo il giorno
delle elezioni, ma durante tutto il periodo di campagna, fa sì
che la voce degli oppositori di Ahmadinejad fosse forte e
udibile da tutti, rendendo così i risultati ufficiali assolutamente
inverosimili. Questo finisce per screditare il rieletto presidente
e la classe dirigente tutta, a dispetto di una larga schiera di
fiancheggiatori che comunque sorge nel popolo iraniano. Chi
ha sperato in un cambiamento si sente frustrato, e a caldo, sente
probabilmente di non aver più nulla da perdere, ma solo una
libertà da conquistare. In ogni caso, i manifestanti, che in un
modo o nell’altro colorano di verde le strade (da qui la
definizione di Marea o Onda Verde), sfidano il divieto di
manifestare e il 15 giugno scendono di nuovo in piazza a
Teheran, Isfahan, Shiraz e altre città iraniane. Quel giorno
muoiono otto persone. Il giorno dopo il Consiglio dei
Guardiani della Rivoluzione si dice pronto a ricontare i voti,
ma il tutto si rivela un contentino privo di significato. Nelle
quattro settimane di scontri che seguono muoiono 100 persone
circa, e 2000 vengono arrestate.
Tutti gridano “Allah u Akbar” (Allah è grande) come ai tempi
della Rivoluzione; c’è chi giura che anche nei quartieri cristiani
il motto islamico è sulla bocca dei manifestanti. L’Onda Verde
non ha un leader, solo uno spirito comune che unisce tutti i
manifestanti. E un mezzo mediante il quale essi possono
mettersi in contatto con persone che condividono la loro rabbia
e la loro voglia di gridare verso il dispotico potere degli
ayatollah, il che annulla il pericolo “spirale del silenzio” [32].
Il web iraniano è così terreno di scontro e partecipazione
attiva;i cellulari vengono utilizzati come poche volte nella loro
relativamente breve storia. E così il potere reagisce: gli sms e i
blog vengono bloccati (il 14 giugno viene predisposto il blocco
della Rete per 48 ore), le linee telefoniche disturbate durante il
periodo di movimenti; il 17 giugno la stampa straniera
accreditata a Teheran riceve l’ordine di non coprire le
manifestazioni, i visti dei giornalisti che si sono recati in Iran
per seguire le elezioni non vengono rinnovati, inizia il blackout
mediatico. La lotta è aperta: i manifestanti si prendono l’onere
di informare i propri concittadini e il pubblico internazionale di
quanto sta avvenendo; Facebook, Twitter e Friendfeed
diventano un veicolo eccezionale di diffusione delle idee, di
coordinamento movimentazione, di diffusione delle immagini e
dei video delle manifestazioni, di denuncia delle violenze, delle
repressioni e delle violenze sessuali perpetrate dalle guardie
carcerarie. Twitter ha assunto un ruolo così importante che la
società ha sospeso le operazioni dei manutenzione previste per
il 15 giugno per non interrompere l’Onda, e la pagina di
Twitter Persianwiki raggiungeva 15 mila iscritti. Tutti gli
aggiornamenti erano disponibili su iran.twazzuo.com, sul blog
Teheran 14 scorrevano le immagini dei giorni di
manifestazioni, sul suo spazio on online The Atlantic Andrew
Sullivan aggiornava in diretta le notizie da Teheran con
testimonianze e commenti inviati dai manifestanti. Dopo
l’oscuramento del sito ufficiale di Mousavi, la comunità dei
suoi utenti si trasferiva sul forum Mousavi1388.
Lo sfruttamento delle tecnologie appena nate per rivoltare il
potere è un insegnamento che questi giovani traggono proprio
da Khomeini, che utilizzava audiocassette sulle quali registrava
i suoi sermoni e le faceva circolare tra i circoli in sommossa e
le moschee. Non è un caso dunque che Thomas Firedman,
editorialista di testate del calibro di International Herald
Tribune e New York Times definisce lo spazio del Facebook
iraniano durante le manifestazioni una “moschea virtuale”.
Neda Agha Soltan diventa il simbolo di una protesta che dilaga.
Il video della ragazza ventisettenne che viene colpita a morte
mentre manifesta pacificamente sconvolge il mondo e crea
quell’atmosfera e quel pathos che da sole fanno vacillare un
regime che, sentendosi accerchiato, risponde con una violenza
tremendamente organizzata e feroce. Curiosità: “neda” in farsi
significa voce. Un altro simbolo dell’Onda è Taraneh Mussawi.
Anche lei nei suoi ventisette anni sente voglia di libertà, ma la
sua unica colpa è quella di ritrovarsi vestita e truccata di verde
nei pressi di una moschea dove si celebra l’anniversario della
morte di uno dei fondatori della Repubblica Islamica in seguito
ad un attentato. Taraneh viene arrestata, per un mese di lei non
se ne sa nulla, prima che il suo copro venga ritrovato bruciato
lungo uno strada di Teheran. L’immagine che invece danno di
sé i manifestanti è pacifica fino all’inverosimile: ”perdona ma
non dimenticare” è uno dei motti della campagna di rivolta,
mentre molti video caricati su Youtube mostrano alcuni
manifestanti che mettono in salvo agenti basij e poliziotti da
possibili linciaggi. A questo va aggiunta la consapevolezza di
stare creando un movimento che andrà a finire nei libri di
storia, come si evince dai “cinguettii” e dai post lasciati dai
manifestanti su Facebook e su altri forum. Sul social network
in blu si leggono frasi come “sul mio voto non ho scritto solo
un nome, sulla mia scheda ho tracciato i miei sogni” [33],
mentre prosperava la pagina “Where is my vote?”; il limite di
5000 iscritti delle pagine di Facebook è stato oltrepassato a
ripetizione nel periodo elettorale per i temi che riguardavano le
elezioni. Ma la creatura di Zuckerberg ha avuto un ruolo
importante durante tutta la campagna, diventando uno spazio di
aggiornamento in tempo reale di umori, intenzioni e attività
degli elettori. Chiunque avesse voluto avere idea dell’aria che
tirava era costretto a sfogliarne le pagine. Nessun candidato ha
potuto sottrarsi all’apertura di una pagina sul social network.
L’influenza dell’elezione di Obama risultava forte, ma l’errore
di fondo è stato pensare che giovani iraniani con gli stessi
sogni e le stesse speranze dei loro coetanei americani potessero
rendere il contesto politico dei due paesi di colpo assimilabili
l’uno all’altro. Il regime ha tollerato e ha usato parole di
comprensione verso di essi. Ha fatto credere loro di essere
fragile di fronte ai mezzi che esso metteva a disposizione.
Aspettando pazientemente il giorno delle elezioni, dove non ha
contato chi votava, ma chi contatava i voti. Svaniva in poche
ore l’illusione di poter cambiare col suffragio un paese il cui
governo è comunque sotto la supervisione del potere degli
ayatollah (la Guida Suprema Khamenei su tutti), un potere non
elettivo e rigido nella linea di difesa della Rivoluzione.
L’Onda Verde è in ogni caso una delle più grandi
manifestazioni di come Internet possa essere uno strumento di
emancipazione sociale nei confronti di un potere autoritario, e
di come esso possa contribuire a mettere in luce le crepe che lo
stesso regime cerca di nascondere, così da avviare un processo
che da quelle crepe partirà per far crollare il muro. Un’attivista
della campagna afferma: “Loro utilizzano l’arma della
repressione classica, noi rispondiamo con Internet che rende
tutti i loro sforzi inutili” [34]. Gli stessi dirigenti di Facebook
hanno ammesso che gli internauti iraniani hanno inventato un
modo di utilizzare il loro servizio e le sue potenzialità che essi
stessi ignoravano e non avevano calcolato. Il solo colorare di
verde le pagine ne è un esempio [35]. L’evidenza
dell’inefficacia dei blocchi imposti alla Rete durante il periodo
ha fatto sì che venisse aumentata l’asprezza delle pene per chi
contravveniva alle leggi del governo. Nei processi sommari che
sono seguiti alle manifestazioni sono arrivate anche condanne
per reati come “l’invio di e-mail”. Non per quello che c’era
scritto, per il semplice fatto di aver inviato e-mail. Il blocco
totale di Internet non è una strada percorribile, visto che anche
la macchina statale, amministrativa e anche quella repressiva si
basano sulle tecnologie della Rete, e che, per fare un esempio, i
pochi giorni di blocco degli sms hanno causato alle compagnie
perdite a nove zeri.
A fianco degli internauti iraniani si è schierato il governo
americano, nel quadro della nuova situazione da guerra fredda
che gli USA e l’Iran hanno ingaggiato ormai da parecchi anni.
Dopo i tumulti del 2009 il senato americano ha varato un piano
volto a contenere la censura del regime degli ayatollah. Inoltre,
dal 2003 gli Stati Uniti, tramite il servizio Voice of America,
hanno messo a disposizione un proxy gratuito per
l’aggiramento della censura che cambia nome ogni volta che le
autorità lo inseriscono nella lista nera e lo filtrano.
Internet nei giorni delle manifestazioni non è stato strumento
dei soli rivoltosi, perché anche i sostenitori di Ahmadinejad ne
hanno fatto uso; era ad esempio attivo un sito che permetteva
già dalla home page la compilazione di una denuncia contro
Mousavi. Uno dei blog filogovernativi più aggressivi è gestito
da Fatemeh Rjabi, moglie del ministro della Giustizia Elham,
che attacca in maniera feroce e con linguaggio semplice e
populista ogni forma di rinnovamento e chiunque si permette di
attaccare il presidente e la Guida Suprema. Ma la tradizione di
utilizzo “reazionario” del mezzo non è stata inventata in quei
giorni; allo stesso modo, il cyberspazio viene utilizzato anche
come luogo di espressione, propaganda e organizzazione della
religione professata dal 90% dei cittadini iraniani (per
l’establishment siamo alla totale sovrapposizione): l’islam
sciita.

Islam Online

Non va sottovalutato il fatto che se il web può essere percepito


da cittadini scontenti del proprio regime come uno spazio di
resistenza, lo stesso immaginario viene evocato in un contesto
religioso dalla comunità sciita; gli sciiti sono storicamente i
sottomessi del mondo islamico, o almeno così si auto
percepiscono, e così l’ambiente digitale sciita si pone proprio
come un territorio di resistenza attiva. In Iran la corrente
maggioritaria è lo sciismo duodecimano. Non è questa le sede
per una disamina di questa religione, e rimando per questo al
brillante ed esaustivo testo “I partigiani di Alì. Religione,
identità e politica nel mondo sciita”, di Giuseppe Anzera e
Roberto Gritti, nella cui parti curate da Marco Bruno e Patrizia
Laurano si ritrovano estese disamine della Rete sciita. In
pratica, tutte le dinamiche e le variabili dello sciismo trovano
spazio sul web, a partire dal motore di ricerca Shiasearc.com.
Interpretazioni di precetti e pratiche religiose, chat e forum nei
quali si parla della fede, diffusione di fatwa online (con relativi
“fatwabase”, database di fatwa) fino alla possibilità di
partecipare in maniera virtuale ai rituali religiosi.
Per gli sciiti il momento del rituale è centrale; questo vale per
tutte le religioni, ma nello sciismo siamo proprio al cuore e alla
massima espressionedella fede: la ziyarah, la
visita/pellegrinaggio, è uno dei precetti fondamentali di questa
corrente religiosa. Tramite la Rete è così possibile partecipare a
incontri e cerimonie appartenenti a tutto l’universo rituale della
dottrina, compresi anniversari e momenti importanti dell’anno
religioso; alcuni servizi permettono di recapitare messaggi in
particolari siti di pellegrinaggio, mentre dal sito
www.imamreza.net è possibile scaricare un software che
permette la navigazione interattiva e tridimensionale del
complesso di Mashhad, dove è ospitato il sacrario dell’imam
Rida.
La possibilità di incontro tra le comunità che vivono in paesi a
maggioranza e dominio sciita con quelle in diaspora o quelle
che vivono in paesi a maggioranza e dominio sunnita sono altri
valori aggiunti. Lo sciismo sul web si rivolge per natura a tutti i
fedeli del mondo (la vocazione globale dell’Islam trova su
Internet un naturale canale di comunicazione) ma si ripropone
anche in Rete il carattere “iranocentrico” del mondo sciita. Le
lingue più usate in questi siti sono il persiano, l’inglese e
l’arabo. In un primo tempo l’utilizzo dell’inglese era
maggioritario perché mirato soprattutto ad attirare investimenti
stranieri; in una seconda fase, l’attivismo degli utenti introduce
prepotentemente l’uso degli altri idiomi.
L’universo del web sciita presenta almeno quattro produttori di
siti e contenuti: le istituzioni educative, le istituzioni religiose
governative, le istituzioni private e una marea di individui e
piccoli gruppi di volontari. Dunque, anche in seno alle autorità
religiose è chiaro che prima ancora di essere censurato Internet
va sfruttato. Tutti i seminari e centri religiosi in Iran hanno una
propria connessione e un proprio sito di propaganda. La
frammentazione di leader e correnti del mondo musulmano,
comunità che non ha un unico “capo” come lo è ad esempio il
Papa per i cattolici, si riflette sul web: ogni sito fa riferimento
ad uno e ad una di esse. Una delle massime espressioni di
leader religioso online è quella dell’ayatollah Sayyid Ali
Husaini Sistani, promotore e punto di riferimento
dell’Aalulbayt Global Information Center di Qom,
rintracciabile al sito www.al-shia.com, disponibile in una
trentina di lingue e promotore tra l’altro di un servizio che
permette di andare online anche ad altri siti di religione sciita
tramite un server presente in California. L’ayatollah Sistani è
inoltre la guida del Centro tecnologico di Najaf e a detta di
molti è la più influente autorità religiosa sciita del mondo; ha
anche un suo sito personale (www.sistani.org) . La rete creata
da Sistani coinvolge in pratica tutti i paesi nei quali è presente
una comunità sciita. La maggior parte di questi siti offre
un’ampia serie di immagini, una struttura e uno sfondo ben
curati nei dettagli e un discreto grado di interattività (si può
firmare un guestbook, inviare email con richieste, opinioni e
considerazioni, si può richiedere una newsletter); in essi, testi
sacri e descrizioni storiche dei principali personaggi che hanno
fatto la storia della dottrina e della fede non mancano mai. E
poi ancora servizi tarati sulle comunità in diaspora: indirizzi di
moschee, commercianti e ristoranti che servono cibo trattato
secondo la tradizione musulmana, indirizzi e contatti di
medici,avvocati e professionisti sciiti, ecc. Esistono siti che
combinano incontri “matrimoniali” su base religiosa. Infine,
molti siti promuovo un vero e proprio merchandising online di
oggetti religiosi e materiale “religiosamente corretto”.
L’attivismo sciita sul web non ha ovviamente mancato di aprire
ampi dibattiti nelle comunità sciite tra conservatori e
“innovatori” della fede, i quali però hanno sempre giocato un
ruolo importante in una tradizione che al cambiamento e
adattamento è sempre stata avvezza, anche in virtù, lo ripeto, di
una secolare storia di sottomissione dove adattarsi equivale
sostanzialmente a sopravvivere. Emblematica in questo senso e
la pratica della dissimulazione: molte correnti dell’Islam sciita
reputano la negazione della propria appartenenza religiosa
lecita se necessaria a salvare la vita di un credente, a patto che
egli nel profondo mantenga viva la fede musulmana e sciita
anche a dispetto di un’esteriorità dedicata ad un’altra fede; in
questi contesti è stato così da sempre fondamentale per le
persone mantenere una salda rete di conoscenze personali che
permettesse loro di sopravvivere in un ambiente ostile.
Evidenziare i legami con la realtà della quale si sta parlando
sarebbe superfluo.
Tornando all’insieme dell’Internet iraniano, e
concludendone l’analisi, attualmente il regime degli ayatollah
si difende come può da una marea montante giorno per giorno.
Solo i prossimi anni ci diranno se avranno avuto ragione
Ahmadinejad e l’establishment di regime o i blogger che
scrivono “in una società dove si finisce nel mattatoio della
storia per il solo crimine di pensare, io scrivo per non vivere in
solitudine la mia disperazione. Ho un diario online per poter
urlare, piangere, ridere e fare quelle cose che nell’Iran di oggi
mi sono state portate via” [36]. La frustrazione per i fallimenti
dei movimenti riformisti può essere un’ulteriore spinta al
movimento per la libertà, il che è ben chiaro nelle parole del
dissidente e attivista Ahmad Rafat : “Confesso che [...] non ho
mai creduto nell’avvento riformista di Mohammad Khatami.
Ho sempre pensato che un fiore, per quanto profumato sia, non
faccia primavera. La Repubblica Islamica, nella mia modesta
opinione, non è riformabile per ciò che già si evidenzia nel suo
nome. La Repubblica è un concetto pensato dagli uomini,
pertanto modificabile secondo le fasi storiche e le necessità
dell’uomo. L’Islam, invece, è il verbo di Allah, che forse può
essere interpretato, ma in nessun caso modificato. [...] Una
democrazia senza libera stampa è una dittatura. Una
democrazia dove le sorti dei giornali e dei giornalisti sono nelle
mani di un unico giudice, è una dittatura. Una democrazia dove
basta una sola parola di un unico uomo [...] per chiudere un
giornale, è una dittatura. E le dittature non si riformano, ma si
abbattono. Forse non serve la violenza, ma è indispensabile la
determinazione. Proprio questa determinazione è mancata a
Mohammad Khatami e al suo movimento riformista” [37].
Questa determinazione forse ce l’avranno una miriade di
persone stanche di un potere dispotico e ormai esperte di un
mezzo esso stesso rivoluzionario, per quanto controllato da un
regime che dietro una facciata di ferro appare quanto mai
fragile e in balìa degli eventi della storia.

Note

[1]http://www.unita.it/news/tecnologia/92703/internet_sotto_censura_il_modello_di_ci
na_e_iran

[2] Castells Manuel, op.cit., p.350

[3] Ibidem, p.353

[4] In quell’occasione, tema sensibile erano le responsabilità dei governanti corrotti ai quali
andavano imputate le fatiscenti strutture; nel febbraio 2010 una corte d’appello cinese ha
confermato la condanna a 5 anni di reclusione per Tan Zouren, blogger e attivista che si è
impegnato ad indagare sul crollo di 64 scuole. Zouren ha rivelato come siano morti in esse più
bambini di quelli dichiarati dai dati ufficiali del governo, pubblicando i dati sul suo blog e
finendo nelle maglie della spietata censura di Pechino, che lo ha incriminato del generico reato
di “incitamento alla sovversione del potere statale”. Il capo d’accusa è riferito ad un precedente
post sul massacro di piazza Tienanmen, ma non è difficile intuire quanto questa sia solo una
copertura.
[5] Ad esempio, i musulmani Uiguri dello Xinjiang.

[6] Il Falun Gong è un culto messianico che sembrava potesse scatenare un movimento di
opposizione al regime.

[7] http://www.chinatechnews.com/2010/05/28/12122-china-will-issue-internet-map- licenses-


in-june-2010

[8] Una lista di siti bloccati dalla censura cinese è presente al link
http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_notable_websites_blocked_in_the_People's_Republic_o
f_China, mentre per le parole chiave
http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_words_censored_by_search_engines_in_the_People's_R
epublic_of_China

[9] La Cina presenta un il filtraggio pervasivo nel settore politico e nelle tematiche relative a
conflitto/ sicurezza, e un filtraggio sostanziale per sociale e strumenti della rete. Lo stesso
filtraggio ha il massimo livello di omogeneità tra gli ISP e un corrispondente basso livello di
trasparenza. Il filtraggio non rilevato è diffusissimo, mentre il suo posizionamento è sia a
livello centrale che decentralizzato. In Cina il blocco è basato sui contenuti e avviene non nel
punto di accesso ma nel punto di pubblicazione.

[10] http://www.trs.com.cn/en/TRS/about/

[11] Alla fine del 2008 c’erano 162 milioni di blog in Cina; ogni piattaforma che fornisce blog
per ottenere la licenza deve implementare sulle sue reti un filtro basato su tag per ogni sezione
del servizio.

[12]http://www.repubblica.it/esteri/2010/05/11/news/censura_cina-3973777/

[13] Cfr. http://www.feer.com/essays/2008/august/chinas-guerrilla-war-for-the-web

[14] http://www.guardian.co.uk/media/2008/nov/20/china-media-freedom

[15] http://www.respect.com.hk/

[16] Allo stesso modo si registrano presenze curiose nelle liste di parole proibite: in esse
compare ad esempio “carota” , il cui primo ideogramma coincide col nome del presidente Hu
Jintao.

[17] Cfr. Castells Manuel, op.cit., pag.359

[18] Nelle stesse ore i computer e i server dai quali esercitavano le organizzazioni per la difesa
dei diritti umani in Tibet furono attaccate da un Trojan Horse che ne mise fuori uso il 30%. Il
coinvolgimento diretto del governo di Pechino non è stato mai provato, ma il sospetto non può
non esserci.

[19] Pew Global Attitudes Project 2005

[20] Il motore di ricerca cinese ha annunciato di avere intenzione di reclutare una trentina di
ingegneri dalla Silicon Valley in vista di una forte espansione. E’ stato inoltre annunciato pochi
mesi fa un accordo tra l’operatore telefonico China Mobile e l’agenzia di stampa Xinhua per il
lancio di un nuovo motore di ricerca, che si chiamerà "Search Engine New Media International
Communications Co." Esso si porrà in diretta concorrenza con Google e con lo stesso Biadu
(che detiene attualmente il 70% del mercato cinese).

[21] La maggior parte delle misure cinesi non si applicano alle provincie autonomamente
amministrate di Hong Kong e Macao.

[22] http://www.webpronews.com/topnews/2010/06/09/google-rallies-again-against- chinese-

censorship?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+webpronew
s/all+(WebProNews:+Index+Feed)

[23] http://googleblog.blogspot.com/2010/06/update-on-china.html [24]


http://www.scio.gov.cn/zxbd/tt/jd/201006/t660840.htm

[25] Filtraggio sostanziale in merito a conflitto/sicurezza e pervasivo in tutte le altre categorie.


Un medio livello di trasparenza è collegato ad un massimo livello di coerenza. Il tutto appare
decentrato a livello degli ISP.
[26] Cfr. Rafat Ahmed, “Iran. La rivoluzione on line. L’onda verde che travolge il paese degli
ayatollah”, Cult, 2010 , p..69

[27] Ibidem

[28] Ibidem

[39] Rafat Ahmed, “L’ultima Primavera: la lotta per la libertà di informazione in Iran” ,
Polistampa, Firenze, 2006 , pag. 135

[30] E’ quanto sostiene il dottor Hesam Firouzi, medico curante di alcuni detenuti ed ex
detenuti politici e finito in manette lui stesso.

[31] Nel febbraio 2009 veniva anche bloccato l’accesso a www.yaarinews.ir , un sito web di
sostegno alla campagna di Mohammad Kathami; l’anno prima era inaccessibile
www.baharestaniran,com, sito della coalizione riformista,

[32] Elaborata negli anni ’70 dalla studiosa di mass media Elisabeth Noelle-Neumann, la teoria
afferma che non vedere le proprie posizioni e opinioni rappresentate nei media fa sì che la
persona si senta in costante posizione di minoranza, e senza la possibilità di appurare che altre
persone sono sulla sua lunghezza d’onda tende a lungo termine a conformarsi alla correte
dominante.

[33] Rafat Ahmed, “Iran. La rivoluzione on line. L’onda verde che travolge il paese degli
ayatollah”, Cult, 2010

[34] Ibidem , p.63 [35] Ibidem, p.28 [36] www.lolivashaneh.blogspot.com

[37] Rafat Ahmed, “L’ultima Primavera: la lotta per la libertà di informazione in Iran” ,
Polistampa, Firenze, 2006 , pp.18-19