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Marco Ciaffone

Le mie conclusioni
Il titolo di questo capitolo conclusivo è sbagliato. Non esistono,
nel momento in cui scrivo, conclusioni sulla materia. Disegni
di legge nonché software di controllo della Rete si stanno
rispettivamente discutendo nelle aule parlamentari e mettendo
a punto nei laboratori. Nuove masse di cittadini stanno
scoprendo Internet contribuendo alla sua crescita, nuovi gruppi
imprenditoriali stanno nascendo sul web, forze di polizia
internazionale compiono raid contro il cybercrimine mentre
regimi politici dittatoriali non sanno ancora se un’onda di bit li
sta per travolgere o sta dando loro una nuova arma di potere.
Per Wired addirittura siamo vicini al passaggio di testimone dal
web visitato coi browser all’onnipresenza di applicazioni,
mentre un sondaggio della Nielsen Norman Group dipingeva in
settembre uno scenario dove gli adulti sono abituati ai “vecchi”
metodi del motore di ricerca, a differenza dei ragazzini
compresi tra i 3 e 12 anni di età, che preferiscono utilizzare
bookmark ed elenchi di siti preferiti. Su un altro fronte, Paul
Allen, co-fondatore di Microsoft e tra i padri della Silicon
Valley, muove causa per sfruttamento indebito di brevetti ai
maggiori nomi della Rete (tra cui Google, Facebook, E-bay,
Apple, YouTube e Yahoo che ovviamente hanno respinto al
mittente le accuse e si sono detti pronti a dare battaglia per
provare la oro innocenza) [1] mettendone in mostra le fragilità

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e stimolando il dibattito sulla necessità di una riforma dei
sistemi di copyright applicati ai software, mentre le nuove
funzionalità del web garantite dall’HTML5 finiscono oggetto
di una class action nella corte di Los Angeles per le presunte
violazioni della privacy permesse ad una società pubblicitaria.
Ormai sempre più diffuso il cloud computing: con questa
definizione di intende un insieme di tecnologie che permettono
l'utilizzo di hardware e software distribuiti appunto, “a nuvola”
[2]. Il sistema solleva parecchie critiche soprattutto in merito
alla difficoltà per l'utente di controllare le informazioni che
diffonde, critiche mosse ad esempio da Richard Stallman.
Nuovi strumenti generano infatti anche nuovi problemi
soprattutto relativi alla privacy; basti pensare a Spokeo.com,
spazio che permette, a soli 2 euro di costo, di ricevere un
pacchetto con tutte le informazioni disponibili su una persona
semplicemente inserendo nome e cognome. Il paradiso dello
stalker, verrebbe da dire. Certo, ognuno ha la possibilità di
inibire le ricerche sul proprio nome semplicemente compilando
una privacy request; tuttavia c'è anche chi fa notare come da un
lato potrebbe essere già troppo tardi e dall'altro che se questo
suscita preoccupazione è anche perché troppo spesso
disseminiamo in rete informazioni a cuor leggero. Informazioni
che restano reperibili in rete, Spokeo o no.
Ho inoltre parlato fin dall’introduzione della doppia faccia di
Internet, del suo essere potenzialità in termini di
emancipazione e libertà concessa ai cittadini/utenti e veicolo di
insidie allo stesso tempo, e questo sia al suo interno (i
cosiddetti “pericoli del web”) sia come mezzo stesso nei
confronti dell’ecosistema nel quale si inserisce: sappiamo che
se il 75% dei cinesi si ritiene soddisfatto del proprio governo
Internet poco potrà per rovesciare quel regime, e la Rete
potrebbe essere solo un componente aggiuntivo dell’ecosistema

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di potere di Pechino. Ma sappiamo anche che senza Youtube
Neda non sarebbe un simbolo per milioni di persone che
lottano per la libertà, qualunque cosa essa significhi. Ecco,
sappiamo tante cose sul web, ma poche di queste certezze sono
state frutto di previsioni, bensì di osservazioni a posteriori.
Dunque, proporre delle conclusioni per uno solo degli aspetti
menzionati non solo sarebbe un inutile esercizio di stile, ma
potrebbe risultare addirittura presuntuoso.
Ma fuggendo dagli opposti riduzionismi del determinismo
tecnologico e di quello sociologico, risulta ancora una volta
confermata la centralità della comunicazione e degli apparati
che la supportano nell’evoluzione e sviluppo delle società e
degli aggregati umani in generale. Da sempre il bisogno di
scambiare conoscenze e idee pervade l’esistenza dell’uomo;
dai caratteri mobili di Gutenberg si è poi sviluppato un
percorso che nell’arco dei secoli ha visto emergere ed
affermarsi media che, al di là della loro più o meno sofisticata
tecnologia o potenzialità di penetrazione, hanno ridisegnato sia
i media precedenti, sia le forme della società nel quale
nascevano, si diffondevano o venivano importati,
trasformandosi e adattandosi a loro volta ad entrambi. Internet
in questo senso non fa eccezione, se non fosse per
caratteristiche come la bidirezionalità, l’interattività,
l’ipertestualità e la capacità di contenere e rimescolare al suo
interno tutti i media precedenti. Questo fa la differenza perché
cambia radicalmente il terreno di gioco, che diventa reticolare
esso stesso. In un breve e brillante testo dal titolo “Senza
leader” [3], Ori Brafman e Rod Beckstrom mettono in mostra
quanto rivoluzionario sia stato il concetto di sistema
decentralizzato nelle organizzazioni, di tutti i tipi, alle soglie
del Terzo millennio. In questo senso Internet ha rappresentato
una doppia svolta: innanzitutto è stato ed è esempio

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emblematico e compiuto di organizzazione totalmente
decentralizzata, priva di un capo, appartenente a tutti e a
nessuno; ha imposto cioè in maniera planetaria e prima di altri
la mentalità della “costellazione”, per dirla con Marshall
McLuhan. In secondo luogo, grazie alla Rete stessa altre
organizzazioni decentralizzate sono potute nascere e hanno
potuto prosperare come tali. Ma noi viviamo in un epoca di
transizione, e troppo spesso siamo portati ad analizzare,
classificare e categorizzare la realtà ( operazione connaturata
alla stessa mente umana, bisognosa di semplificare il mondo
con cui entra a contatto) con le griglie di lettura dell’epoca
conclusa anziché con quelle dell’epoca che sta nascendo.
Brafman e Bekstrom portano un esempio (uno degli
innumerevoli) emblematico in merito: nel 1995 Dave Garrison,
appena eletto a capo di Netcom, una delle aziende pioniere di
Internet, era impegnato a reperire fondi da ricchi banchieri per
il suo progetto. Egli sapeva ben poco di Internet, come i suoi
interlocutori, che in più però avevano un approccio di fondo
sbagliato, errore che si palesava nella domanda che da essi
Garrison si sentiva rivolgere spesso: “Chi è il Presidente di
Internet?”. Quei banchieri erano abituati ad organizzazioni
verticistiche, centralizzate, con un capo, una gerarchia, un
organigramma. Non concepivano organizzazioni acefale, fatte
di network, per loro era assurdo. Gli anni a venire li avrebbero
smentiti. E quanto ancora potrà crescere questo acefalo Internet
grazie anche a dispositivi che permettono la connessione in
mobilità, dall’iPad ai più sofisticati telefoni cellulari, ce lo
diranno solo i frutti della convergenza e delle convergenze che
si sviluppano di fronte a noi, ma soprattutto che accoglieranno
chi nascerà e si ritroverà in un ambiente digitale già dalla culla.
Questo per dire che gli strumenti classici del diritto, messi a
punto e manovrati da chi ai tempi della culla non conosceva

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neanche la televisione, hanno una enorme probabilità di fallire
rapportandosi con le nuove tecnologie e soprattutto con la
società che le usa e cambia attraverso e con loro. Insomma,
come scriveva Guido Scorza il 6 aprile 2011 commentando la
condanna per diffamazione di Google Suggest: “I tempi
cambiano, i contesti comunicativi e tecnologici si evolvono e
sta a chi è chiamato ad applicare le regole del diritto riuscire a
stare al passo con i tempi al fine di scongiurare il rischio che le
regole frenino il progresso e limitino oltre il dovuto la
trasformazione della società.” In questo senso, registriamo un
movimento sovranazionale come ACTA ancorato al “secolo
scorso”, ma anche l’opposizione alle forzature che vorrebbe
introdurre da parte di una megaistituzione come il Parlamento
Europeo, che dimostrano come qualcosa si muova anche in
senso opposto: se le autorità iniziano a cercare collaborazione
nei nodi della Rete anziché colpirli indistintamente; se si inizia
a concepire il provider come intermediario non
colpevolizzabile ma con il quale si può collaborare; se non si
puniscono indistintamente blogger e siti come Youtube per
contenuti illegali (dalla violazione del diritto d’autore alla
diffamazione) postati da terzi ma li si coinvolge nella lotta per
l’estensione reale dello stato di diritto anche nel web, allora gli
organismi di controllo iniziano a diventare anch’essi una rete, e
la loro efficacia diventa reale, le loro conquiste non sono più
vittorie di Pirro che agiscono nel brevissimo periodo
raddoppiando il problema. E allora l’unica conclusione che
possiamo trarre è che l’ambiente di Internet è una risorsa della
quale va incentivato lo sviluppo nell’interesse del più ampio
sviluppo e benessere sociale, che vanno al contempo compresi i
suoi pericoli così da strutturare un sistema di regolamentazione
funzionale proprio a quello sviluppo. Il tutto stigmatizzando
senza appello il controllo censorio e il filtraggio mosso da

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scopi politici o economici di pochi. L’impostazione più
consona alla regolamentazione di Internet sembra essere la
costante collaborazione tra il legislatore, la magistratura, il
governo, le autorità in generale e i produttori di contenuti,
chiamati a elaborare modelli di business adatti alla Rete nonché
i fornitori di servizi, i provider, gli intermediari e la sempre più
vasta comunità degli internauti. Stiracchiando un paio di
concetti al di fuori del loro ambito, potremmo dire che bisogna
passare da una “legislazione broadcast” ad una “legislazione
netcast”. Detto in altri termini, la Rete non sta bene in una
gabbia, ma solo in un’altra rete.

Note

[1] Denuncia peraltro respinta nel dicembre 2010 perché troppo


vaga; la possibilità offertagli dal giudice di presentarne una
nuova entro il 28 dicembre è stata però presa al volo da Allen,
che dunque non si arrende

[2] Vedi in proposito


http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing

[3] Brafman Ori, Beckstrom Rod, “Senza leader. Da internet ad


Al Qaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete“, Etas,
Roma , 2004