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Marco Ciaffone

Unione Europea
La sezione “legislazione” del sito ufficiale dell’Unione
Europea [1] si apre con queste parole: “Le tecnologie
dell’informazione, in particolare Internet e la telefonia mobile,
sono all’origine della società dell’informazione. L’Unione
Europea intende promuovere lo sviluppo e la diffusione di
nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione
(ICT) conformemente agli articoli da 163 a 172 del trattato che
istituisce la Comunità Europea (CE). L’Unione, che nel 1998
ha realizzato la liberalizzazione del mercato europeo delle
telecomunicazioni, opera a favore dell’armonizzazione del
quadro regolamentare delle telecomunicazioni e delle
comunicazioni mobili. Interviene per garantire la protezione
dei dati di carattere personale, la sicurezza delle reti e la lotta
contro le attività illecite”
Come vengono perseguiti nel concreto questi obiettivi? Con la
serie di direttive, decisioni, raccomandazioni, programmi
quadro e regolamenti partoriti dagli organismi comunitari e
rivolti agli stati membri. Essi sono complementari, si
richiamano l’un'altro e alcuni fanno da quadro generale entro il
quale si inseriscono quelli successivi. Il bacino di riferimento
non è certo marginale: sono 280 milioni gli internauti presenti
sul continente, il 19% degli utenti mondiali della Rete.

Lo sviluppo della Rete


Condizione preliminare per la diffusione delle nuove
tecnologie in Europa è l’alfabetizzazione mediatica dei
cittadini, intendendo con questa espressione la “capacità di
accedere ai media, di comprendere e valutare criticamente
diversi aspetti dei media e dei loro contenuti” oltre alla
“capacità di creare comunicazioni in una varietà di contesti.”
Fa da sfondo la consapevolezza che gli stati europei non hanno
ancora raggiunto una visione comune di come raggiungere
questo obiettivo, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Ancora nel 2009, con la raccomandazione 625/CE, l’Unione
deve ribadire la necessità che da parte dei governi nazionali
vengano attuate politiche di co-regolamentazione
e l’inclusione di determinate tematiche all’interno dei
programmi scolastici. A questo tipo di interventi si affianca la
predisposizione di veri e propri progetti-quadro per
l’educazione ai media come e-learning ed e-content che vanno
avanti (anche se con nomi diversi) dal 1999 e sono volti a dare
al cittadino anche strumenti di elaborazione critica rispetto ad
ogni tipo di contenuto reperito in Rete.
Ma l’Europa non vuole limitarsi soltanto ad incentivare
l’utilizzo delle nuove tecnologie; l’intento degli organismi
comunitari è anche quello di promuovere lo sviluppo e la
ricerca su di esse, per farne il perno della futura crescita del
continente. In questo senso va letto il piano TEF, che già dal
1989 si propone come apripista per l’elaborazione di tecnologie
radicalmente nuove che portino l’Unione ad un ruolo di
avanguardia nel settore delle Tecnologie dell’Informazione e
della Comunicazione. Solo tra il 2010 e il 2013 è previsto
l’aumento del 20% negli investimenti a favore della ricerca,
con una grande attenzione ai futuristici biocumpter. Nel 2000
veniva poi alla luce la Strategia di Lisbona [2]: in una riunione
straordinaria tra Capi di Stato e di Governo europei tenutasi
nella città portoghese si posero le basi dell’innovativa serie di
manovre il cui compito sarebbe stato quello di fare dell’Unione
“la più competitiva e dinamica economia della conoscenza”
entro il 2010; si inserivano per la prima volta tra i capisaldi
delle strategie europee lo sviluppo e la condivisione della
conoscenza in tutte le aree economiche e sociali dell’Unione,
dal welfare all’occupazione, dallo sviluppo sostenibile
all’imprenditorialità e all’occupazione. Si affermava
l’importanza della ricerca e dell’investimento sulle ICT,
Internet su tutte.
Il Consiglio del Marzo 2005 aveva però già messo in evidenza
i ritardi e la scarsa attenzione che i governi nazionali avevano
tributato alla Strategia, e si cercò così di focalizzare gli sforzi
su obiettivi specifici per dare maggiori possibilità di riuscita
all’iniziativa.
Nei cinque anni successivi il percorso intrapreso riceve una
svolta: l’attuale crisi economica è rovesciata e letta come
l’occasione per attuare le riforme strutturali che mortifichino
qualunque tentativo di protezionismo, stimolando una nuova
ondata di circolazione di mercati, merci e lavoratori all’interno
dei paesi dell’Unione. Come mezzo si
scelgono telecomunicazioni e banda larga, nonché lo
sfruttamento delle energie rinnovabili. Un circolo virtuoso di
nuovi mercati, nuovi investimenti, nuova occupazione e
maggiore attenzione all’ambiente nel quale le ICT e il loro
sviluppo rappresentano un pilastro irrinunciabile. E’ infatti solo
grazie alle nuove tecnologie che si potrà raggiungere, tra gli
altri, l’obiettivo stabilito nella Conferenza di Copenaghen del
2010 di riduzione del 20% di gas serra entro il 2020: le ICT
permettono di ridurre la quantità di energia necessaria per
fornire un dato servizio, il che si traduce nel fatto che esse sono
responsabili del solo 2% di emissioni di CO2 nel continente. In
più, le ICT “rappresentano circa l'8% del PIL dell'UE e il 6%
dei posti di lavoro nel 2000 Il 50% della crescita della
produttività tra il 1995 e il 2010 è dovuto alle ICT”[3].
Nel 2010 la Strategia di Lisbona cambia veste e diventa Europa
2020 (o più brevemente UE2020): sul tavolo arrivano proposte
flessibili e diversificate, così da fissare obiettivi diversi tra i
vari paesi a seconda delle situazioni contingenti. Si spinge
inoltre per la messa a punto di strumenti sanzionatori più
incisivi e si punta su una maggiore presenza online degli
organismi continentali.
Si sviluppano così parallelamente progetti come il piano “e-
Government”, partito nel 2006 e volto a migliorare l'efficienza
dei servizi pubblici, ammodernarli e adattarli alle esigenze dei
cittadini, portando tutto online praticamente entro la fine di
quest’anno; gli obiettivi temporali sono da rivedere ma in
questo senso in seno all’Unione si lavora seriamente: nel 2002
l’Unione si dota, grazie al regolamento 733/2002 del
Parlamento europeo e del Consiglio, del dominio di primo
livello “.eu”, che le consente di disporre di una propria identità
su Internet, aumenta la scelta di nomi di dominio a
disposizione degli utilizzatori e favorisce lo sviluppo del
commercio elettronico nell’ambito del mercato interno. Ma
l’intento di fare dell’Europa una macchina presente in uno
spazio autonomo e funzionale in Rete è già dalle origini nelle
corde dell’Unione: nel 1995 veniva varato il programma IDA,
che prevedeva la realizzazione di una rete telematica tra gli
organismi istituzionali (di tutti i livelli territoriali) così da
creare un ambiente virtuale nel quale far crescere a velocità
maggiore l’Unione. IDA nel 1999 entra nella sua seconda fase,
mentre nel 2002 viene inserito nel contesto di e-Europe. Nel
2004, infine, viene “soppiantato” dal più ambizioso IDABC,
nel quale sono stati investiti circa 148,7 milioni di euro nel
periodo tra gennaio 2004 e dicembre 2009.
Il tutto all’interno del programma quadro per l'innovazione e la
competitività (CIP, 2007-2013) istituito dalla decisione 1639
del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 2006 e
figlio naturale della Strategia di Lisbona rinnovata. Inoltre, le
ICT possono essere sfruttate per garantire maggiore potere e
partecipazione decisionale ai cittadini, che possono ad oggi
esprimere il loro parere e far sentire alle istituzioni la propria
voce con maggiore facilità. Senza contare il coordinamento che
offrono agli attori di settori come quello della ricerca; ad
esempio, sempre nel 2002 si profetizza lo sviluppo di un WWG
(World Wide Grid) parallelo al WWW il cui obiettivo sarebbe
quello di facilitare la collaborazione tra gruppi di ricercatori
dispersi geograficamente permettendo loro di condividere
informazioni e infrastrutture informatiche. Ancora nell’ambito
di UE 2020, nel maggio 2010 la Commissione ha presentato
un'ambiziosa Agenda europea del digitale
dalla quale emergono le sette aree d’azione prioritarie:
la creazione di un mercato unico del digitale, una più estesa
interoperabilità, una maggiore fiducia in Internet e nella sua
sicurezza, connessioni più veloci, investimenti più consistenti
nel settore ricerca e sviluppo,un miglioramento
dell'alfabetizzazione e dell'inclusione digitali e ancora
l'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione
per sostenere sfide come il cambiamento climatico e
l'invecchiamento della popolazione.
Grande attenzione viene tributata, ovviamente, allo sviluppo
della banda larga: nel 2009 il mercato delle connessioni veloci
nell'UE si è confermato come il più grande del mondo. Quasi
un quarto dei cittadini dell'Unione ha un abbonamento per
servizi broadband fissi. Ma anche se la velocità delle
connessioni sta aumentando, solo il 18% di esse fa registrare
velocità superiori a 10 Mbps, il che permette solo per pochi lo
sfruttamento di servizi della Rete al di la di quelli di base. La
strategia Europa 2020 fissa obiettivi ambiziosi che prevedono
la possibilità di offrire a tutti gli europei un accesso alla banda
larga con velocità di almeno 10mbps entro il 2013, immettendo
nel mercato circa 11 miliardi di euro. Il che dovrà però passare
per l’implementazione di reti di ultima generazione con
l’obiettivo di colmare il gap accumulato nei confronti di paesi
come il Giappone e la Corea del Sud.
Importante l’uso di Internet anche in chiave di rafforzamento
del mercato unico europeo, puntando allo sviluppo di un e-
commerce realmente continentale, oltre allo sfruttamento delle
ICT in chiave di accessibilità, inclusione sociale, mitigamento
dei problemi connessi alla vecchiaia e sfruttamento delle nuove
tecnologie nell’ambito della medicina (e-health).
Ma per garantire uno sviluppo omogeneo nel continente sarà
indispensabile la risoluzione del “rural divide”, il digital divide
che affligge le aree rurali scarsamente popolate: nel dicembre
2007 la copertura della banda larga raggiungeva solo il 70%
delle zone rurali dell’Unione, contro il 98% delle zone urbane,
e l’anno successivo il 41,7% degli abitanti delle aree
scarsamente popolate dell'Unione europea non aveva mai
utilizzato internet, rispetto al 27,4% delle aree densamente
popolate. Senza dubbio per le compagnie delle
telecomunicazioni, la cui ragione sociale non è certo il
progresso dell’umanità ma il profitto, il costo dell’ “ultimo
miglio” nelle aree rurali non è sostenibile perché non
funzionale ad un ritorno economico. Così, in attesa che tutti i
paesi seguano l’esempio della Finlandia, dove la banda larga è
già per legge un diritto di tutti i cittadini [4], si creano
importanti reazioni “dal basso”: ad esempio, nell’aprile 2010
gli abitanti di Lyddington, un villaggio di 200 famiglie situato
nel centro dell’Inghilterra, stufi di non essere serviti dalla
connessione a banda larga da parte dell’operatore British
Telecom, hanno messo su una “banda larga fai-da-te” da 40 mb
potenziali. In sostanza, 11 persone, con un investimento di
circa 3 mila sterline a testa e con la collaborazione del locale
rivenditore di fibra, sono riusciti a portare al centro del paese la
connessione, occupandosi successivamente di gestire l’ultimo
tratto di connessione che va dalla centralina del paese fino alle
case dei singoli navigatori. Per farlo, gli 11 novelli manager si
sono affiliati alla Rutland Telecom, piccola telco della zona.
Oggi la nuova società ha già 50 clienti; molti paesi limitrofi
stanno infatti tentando di replicare il progetto nelle loro
campagne. Il governo inglese, sulla spinta di questi esempi, ha
promesso che entro il 2010 in tutte le zone remote d’Inghilterra
verrà garantita una velocità minima di connessione di 2
megabit al secondo (ma siamo ben al di sotto di quanto
promettono oggi i grandi operatori); sullo sfondo, dati come
quello che nella sola Gran Bretagna si contano circa 160mila
persone che, vivendo nelle aree rurali, non possono beneficiare
della connessione veloce (non diversa la situazione dell’Italia),
ma anche i respingimenti di proposte come quella di istituire
una tassa sulla banda larga: in sostanza, un aumento di circa
mezza sterlina su tutte le connessioni destinato a creare un
fondo per la broadband, il cui inserimento nel Digital Economy
Bill ha sollevato polemiche pesanti abbastanza da farla sparire.
Comunque, a maggio del 2008 la Commissione Europea
approvava il regime d'aiuto previsto nel "piano di sviluppo
rurale regionale per la Banda larga", rendendolo valido fino al
31 dicembre 2015, mentre due anni dopo proponeva di sfruttare
le frequenze analogiche di radio e televisione liberatesi con
l’entrata del digitale terrestre per aumentare lo spettro del Wi-
Fi (attualmente, in Europa sono 121 milioni gli utenti provvisti
di banda larga wireless), il che garantirebbe importanti
vantaggi logistici rispetto allo sfruttamento delle tecnologie
mobili di ultima generazione, oltre alla creazione di un giro
d’affari che si stima nell’ordine dei 44 miliardi di euro in tre
anni.
Ma troppo spesso le iniziative dell’Unione si sono perse per
strada per la mancanza di supervisione da parte di poteri
comunitari e soprattutto per la mancanza di strumenti di
coordinamento tra i vari soggetti nazionali. Con la proposta di
regolamento del Parlamento e del Consiglio del 13 novembre
2007 si istituisce così un'Autorità europea per il mercato delle
comunicazioni elettroniche, con compito di assistenza. Dunque
l’Autorità dovrebbe istituire un quadro per la cooperazione dei
regolatori nazionali, oltre a definire i mercati transnazionali e
fornire sostegno all'armonizzazione dello spettro delle
radiofrequenze, contribuendo a garantire la sicurezza delle reti
e dell'informazione. Compiti non facili ma soprattutto afferenti
a materie ampie ed eterogenee; l’Autorità viene dunque dotata
di ben 130 dipendenti nominati da tutti gli organi comunitari.
Focalizziamo adesso alcune questioni specifiche.

Concorrenza e Mercati

Del mercato libero e della sana concorrenza l’Unione Europea


si è da sempre fatta portabandiera. La Rete non sfugge a questa
impostazione.
Senza dubbio uno dei maggiori nodi che si chiede di sciogliere
all’UE è quello della concorrenza all’interno di un mercato
delle telecomunicazioni via via sempre più liberalizzato e nel
quale hanno fatto il loro ingresso progressivamente attori in
principio esclusi da un mercato oligopolistico (dove non
monopolistico). A questa esigenza l’organismo comunitario è
venuto incontro innanzitutto con la direttiva “quadro” 21/CE
del 7 marzo 2002, quella che, facendo parte del più esteso
“pacchetto telecom”, istituisce un riferimento normativo
comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica.
Obiettivo degli organismi continentali è quello di
intervenire nella regolamentazione del mercato in maniera
minima, interferendo il meno possibile e limitandosi a stabilire
regole del gioco comuni che permettano ai mercati di
svilupparsi e alle imprese di prosperare all’interno di una reale
e leale concorrenza che abbia le naturali ricadute positive sugli
utenti/cittadini e dunque sulla società in generale; società che
dovrebbe amalgamarsi sempre di più attorno ad un’identità
europea anche grazie alla convergenza di tecnologie e mercati
della telecomunicazione e all’interoperabilità che si punta a
stabilire tra le reti e i servizi del continente. Il nuovo quadro
non si limita perciò alle reti e servizi di telecomunicazioni, ma
copre tutte le reti e i servizi di comunicazioni elettroniche.
Comprende pertanto la telefonia vocale fissa, le comunicazioni
mobili a larga banda, nonché la televisione via cavo e
satellitare [5]. Si danno poi disposizioni sulle autorità nazionali
di regolamentazione (ANR), soprattutto in merito
all’indipendenza che ad esse deve essere attribuita dal sistema
politico di ciascun paese, dalla quale derivano l’imparzialità e
la trasparenza di un organismo al quale può ricorrere
liberamente ogni cittadino. In sostanza, le autorità devono
vigilare per far sì che i principi del libero mercato vengano
rispettati, che sia garantito pari accesso a tutti i cittadini, che ci
siano prezzi equi e in linea col mercato, che non si creino
posizioni dominanti, che non ci siano discriminazioni, che i
dati personali siano tutelati al massimo delle possibilità
tecnologiche e che le controversie siano risolvibili più
facilmente possibile. Insomma, in gioco c’è la reale attuazione
degli intenti di mercato libero espressi dalla direttiva 301/EEC
del 1988, quella che, per intenderci, dava avvio alla
liberalizzazione dei mercati dei terminali delle
telecomunicazioni; principi ribaditi nel 1999 (direttiva 5/CE).
Secondo questi principi sono poi le ANR a gestire
l’assegnazione delle radiofrequenze nonché dei nomi a
dominio e indirizzi.
La direttiva 22 del 2002 mira invece a stabilire l’insieme
minimo di servizi che un operatore deve garantire ad un utente.
Tra essi figurano la disponibilità del servizio universale (gli
stati membri devonogarantire che i
servizi di telecomunicazione siano messi a disposizione
di tutti gli utenti finali sul loro territorio al livello qualitativo
stabilito, a prescindere dall’ubicazione geografica dei
medesimi e ad un prezzo abbordabile), la disponibilità per gli
utenti di un elenco abbonati e servizi di consultazione, la
predisposizione di misure speciali per i disabili nonché la
possibilità per gli stati membri di designare una impresa o una
serie di esse per la fornitura del servizio universale. Per quanto
riguarda le tariffe, gli stati dovranno garantire alle fasce meno
abbienti trattamenti di prezzo in linea con le possibilità e far sì
che le tariffe siano omogenee su tutto il territorio nazionale e
non siano soggette ad indebite e ingiustificate oscillazioni di
prezzo.
Prole chiave sono interoperabilità e accesso disaggregato alla
Rete, che permettono una maggiore concorrenza e dunque uno
sviluppo maggiore con prezzi più bassi. Al lavoro su questi
temi è Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione
Europea e responsabile dell’attuazione dell’Agenda Digitale.
Arriva invece nel giugno 2004 la comunicazione della
Commissione che istituisce un quadro politico e normativo per
lo sviluppo del mobile, alla luce del rischio che le barriere
tecnologiche e normative possano minacciare la leadership
europea nei servizi del settore.
Dopo aver ricordato come la banda larga sia cresciuta dell’80%
dal 2003 e il fatto che ormai il traffico telefonico su reti mobili
abbia superato abbondantemente quello su reti fisse, il
documento rimanda al settimo programma quadro e a tutti i
progetti in materia di innovazione tecnologica partoriti
dall’Unione (non ultime le sfide della Strategia di Lisbona) per
venire incontro alla prevedibile proliferazione di servizi
multimediali ad alta velocità richiesti in mobilità. Sei anni dopo
questa comunicazione arriva in Europa l’iPad di Apple, sintesi
di quello che la Commissione definisce “ambiente
convergente”, che fa anche dei servizi mobili di terza
generazione (UMTS o “3G”) il tessuto sul quale svilupparsi. Si
prospettano così speciali licenze per gli operatori del mobile,
l’applicazione per il settore delle norme sul diritto d’autore già
esistenti e la già accennata riformulazione della gestione dello
spettro radio europeo (al quale lavora il Radio Spectrum Policy
Group, istituito nel 2002).
Con la decisione 626 del 2008 il Parlamento e il Consiglio
europeo incentivano lo sviluppo di un mercato pan-europeo per
il servizi mobile via satellite con l’introduzione di un’unica
procedura di selezione degli operatori economici a livello
comunitario. I servizi mobili via satellite (MSS) vengono
traghettati verso l’uniformità stabilendo come standard la
banda larga da 2 GHz; gli operatori vengono scelti tramite una
procedura di valutazione comparativa e devono avere, oltre
all’appartenenza comunitaria, la potenzialità di coprire, in
partenza, almeno il 60% del territorio dei 27 stati membri, così
da poter aver una base importante dalla quale partire per
eliminare il digital divide che affligge le aree “periferiche” del
vecchio continente.
Dal primo luglio 2010 sono poi in vigore le nuove regole per il
roaming riguardanti tutti gli operatori del mobile europeo,
volto a tutelare i consumatori in un campo nel quale i provider
troppo spesso mettono in atto strategie di “confusione” che
finiscono per gonfiare le bollette. Si introduce così un tetto
massimo di addebito (50 euro) per la ricezione di dati su
dispositivi di ultima generazione, con l’obbligo per i provider
di avvisare l’utente qualora esso superi l’80% della cifra.
Vengono altresì messe al bando le tariffe extralarge applicate
per le navigazioni mobili effettuate in un altro stato
dell’Unione, alla luce di episodi come l’addebito di 46mila
euro per un viaggiatore tedesco che aveva fruito di uno show
televisivo francese a mezzo laptop. Decisione già recepita dalla
nostrana Agcom con la delibera 326/10/CONS che prevede
l’entrata in vigore delle suddette regole in Italia a partire dal
primo gennaio 2011.
Sembra poi trasparire dalle comunicazioni
della Commissione l’importanza della quale viene
investita la fiducia tra i vari attori nell’ambito dell’ e-commerce
per un suo reale sviluppo; proprio nelle ultime settimane un
gruppo di eurodeputati ha avanzato la proposta di istituire un
“marchio” europeo di garanzia per i prodotti commerciati sul
web, mentre uno strumento utile alla causa è senza dubbio la
firma digitale (o elettronica): la Direttiva 1999/93/CE del
Parlamento europeo e del Consiglio istituiva un quadro
comunitario in materia. La principale disposizione è che una
firma elettronica avanzata basata su un certificato qualificato
creata mediante un dispositivo sicuro soddisfa i requisiti legali
di certificazione di documenti elettronici così come la firma
autografa fa in merito a documenti cartacei. La sua validità la
rende inoltre ammessa come prova in giudizio.
Importante appare infine avere prospettive di medio e lungo
termine. Mentre di “lungo corso” è la battaglia intrapresa
dall’unione Europea nei confronti di Microsoft per quanto
riguarda la scelta del browser di navigazione. Dopo quasi dieci
anni di citazioni, ricorsi e confronti, che hanno portato tra
l’altro alla comminazione di circa 1,7 miliardi di euro di multa
al colosso di Bill Gates, l’UE e la multinazionale americana
hanno siglato un accordo relativo allo “choice screen”: in
poche parole, basta con Explorer direttamente associato a
Windows; dal 1 marzo 2010 gli utenti hanno a disposizione la
scelta del browser da utilizzare direttamente sul desktop.
Sotto la lente dell’antitrust europeo è finito anche Google: la
Commissione europea sta vagliando le accuse mosse da altri
motori di ricerca continentali a BigG, che a loro detta li
avrebbe volutamente inseriti in una posizione bassa del suo
ranking perché fornitori di servizi concorrenti. Da parte sua
Google afferma che i risultati delle ricerche sono frutto del
lavoro dei soli algoritmi; starà ora alle autorità europee valutare
la presenza di un eventuale abuso di posizione dominante.

Cybercrimine, Sicurezza delle Reti e Privacy


Passiamo ora a vedere come l’Unione abbia pensato di
combattere i reati commessi online proteggendo le
infrastrutture critiche informatizzate (ICI).
Nel 2008 il Forum economico globale ha stimato che nei
prossimi 10 anni la probabilità di un’avaria grave delle
infrastrutture critiche informatizzate è del 10-20%, con un
costo economico potenziale di circa 250 miliardi di dollari. E
quindi fondamentale che l’Unione europea istituisca un quadro
che permetta di reagire rapidamente in caso di incidenti gravi. I
cyber attacchi di cui sono state vittime nel 2009 l’Estonia, la
Lituania e la Georgia confermano la necessità di linee di
condotta coordinate non soltanto a livello europeo, bensì anche
a livello mondiale. I rischi connessi alle ICI sono in continua
crescita e le tecnologie adottate sempre più sofisticate. Tale
tendenza è confermata dal crescente utilizzo di vari programmi
e attività informatiche realizzate con l’intento di nuocere, ad
esempio virus, vermi informatici (worm), programmi maligni
(malware), reti di bot, spyware [6] phishing [7] e messaggi
elettronici inviati in gran numero agli utenti di Internet senza il
loro consenso (la famosa spam, di solito di natura
commerciale).
Già nel 1992, con la Decisione del Consiglio 92/242/CEE del
31 marzo si poneva il problema e si istituiva un Comitato degli
alti funzionari con il compito di consigliare la Commissione
sulle iniziative da prender in merito di sicurezza delle reti,
Commissione che si dava 24 mesi per elaborare un piano
d’azione. Sono passati più di 18 anni, e l’evoluzione è stata
constante e puntuale, raggiungendo il culmine col piano “Safer
Internet per un uso più sicuro della rete” adottato il 25 Gennaio
1999. Esso delineava i principi fondamentali alla base del
regolamento dei contenuti Internet a livello europeo, e
prevedeva in prima battuta la scadenza nel 2002 e uno
stanziamento iniziale di 25 milioni di euro; i buoni risultati
raggiunti hanno fatto slittare la scadenza al 2004 (con altri 13,3
milioni stanziati), per vedere poi il rinnovo del piano come
“plus” nel 2005 e ancora nel 2009 (con scadenza nel 2013 e
dotazione complessiva di altri 100 milioni di euro).
L’operazione preliminare è la distinzione tra contenuti illegali
[8] e contenuti nocivi [9]; si individuano poi le linee d’azione
per rendere la Rete un ambiente sicuro, dallo sviluppo di
sistemi di filtraggio e classificazione dei contenuti a programmi
di sensibilizzazione e informazione sui rischi della navigazione
che coinvolgano tutti i livelli, dalle scuole ai genitori. Si
delineano altresì incentivi all’autoregolamentazione delle
industrie di settore.
In ogni caso, si stabilisce che l’elemento dell’intenzionalità
deve caratterizzare l’atto criminale; l’istigazione, il
favoreggiamento, la complicità o il tentativo di commettere
uno o più degli atti suddetti sono anch’essi puniti come reati.
Gli Stati membri dovranno prevedere la possibilità di punire gli
atti suddetti con sanzioni penali efficaci, proporzionate e
dissuasive.
Nel 2004, con il regolamento 460 del 10 marzo, l’Unione
Europea si dota dell’Agenzia europea per la sicurezza delle reti
e dell’informazione (ENISA), che avrà principalmente una
funzione consultiva e di coordinamento delle misure adottate
dalla Commissione e dagli Stati membri per rendere più sicure
le loro reti e i loro sistemi di informazione, e avrà la possibilità
di essere invitata ad aiutare la Commissione a svolgere lavori
tecnici preparatori ai fini dell'aggiornamento e dello sviluppo
della legislazione comunitaria. Nel giugno del 2007 la
Commissione ha valutato positivamente l’operato dell’Agenzia
e, pur sottolineando come suo solito le nuove frontiere alle
quali tendere e i miglioramenti apportabili, le ha rinnovato il
mandato. Il regolamento 45/2001/CE del Parlamento europeo e
del Consiglio istituisce poi una “European Data Protection
Authority”, indipendente e incaricata di assicurarsi che
vengano correttamente applicate le regole sulla protezione dei
dati dei netizen.
Cinque anni più tardi la Commissione, nella comunicazione del
15 novembre, rilevava come il carattere transfrontaliero dello
spamming rendeva assolutamente indispensabile un
coordinamento internazionale che veniva individuato in tre
assi: l'istituzione della Rete di telefoni Spam Enforcement
Authorities (CNSA), il sostegno al Piano d'azione di Londra
(che include le autorità incaricate da 20 paesi) e la
cooperazione tra l'Unione europea e i suoi principali partner
internazionali (in particolare Stati Uniti, Canada, Cina e
Giappone) nella lotta contro spam, spyware. malware e
pratiche illegali. Si predispone poi l’adozione dell’approccio di
libera scelta (detto anche opt-it) per la ricezione di contenuti
via e-mail: l’utente può essere destinatario di essi solo dopo
aver dato il suo assenso, e questo vale anche per SMS e altri
messaggi elettronici ricevuti su qualsiasi terminale fisso o
mobile. Approccio ribadito dalla Commissione nel gennaio del
2004 con una comunicazione nella quale si invitavano però gli
stati membri da una parte alla predisposizione di caselle di
posta certificate dedicate ai reclami degli “spammed” e
dall’altro ad una maggiore severità nelle sanzioni
amministrative nei confronti degli “spammers”, così da
aumentare i deterrenti per questi ultimi. Nella stessa sede si
allargava ulteriormente il concetto di
cooperazione transfrontaliera, introducendo l’OCSE al
fianco di NATO e ONU.
Per incoraggiare la veniva citato il dato della Finlandia, dove le
tecniche di filtraggio dello spamming hanno ridotto la
percentuale di spam nella posta elettronica dall’80% al 30% (a
fronte dell’88% di media mondiale raggiunto nell’agosto 2010,
stando alle stime della McAfee). Un risultato però ottenibile
solo coinvolgendo tutte le rotelle dell’ingranaggio, provider
compresi.
Nel 2006 venivano poi armonizzate, in un protocollo del
Consiglio del trattato Europeo sul cyber crimine, le norme dei
paesi membri in merito a razzismo, odio tra i popoli,
manifestazioni d’odio e apologie di brutte pagine della storia,
negazione dell’Olocausto inclusa. Nel protocollo si legge che
"ogni materiale scritto, qualsiasi immagine o qualsiasi altra
rappresentazione di idee o di teorie, che sostiene, promuove o
istiga all'odio, alla discriminazione o alla violenza, contro
qualsiasi individuo o gruppo di individui, sulla base di razza,
colore, ascendenza o origine etnica o nazionale e religione" e "
materiale che nega, minimizza, giustifica o approva crimini di
genocidio o crimini contro l'umanità "deve essere reso illegale
da parte dei firmatari, con l’obbligo di rimozione per gli ISP
che vengano informati dalle autorità.
Sul versante della protezione dei dati personali, la Direttiva
95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio costituisce il
testo di riferimento, a livello europeo, in materia di tutela della
privacy. Essa definisce un quadro normativo volto a stabilire un
equilibrio fra un livello elevato di tutela della vita privata delle
persone e la libera circolazione dei dati personali all'interno
dell'Unione europea. Si puntualizza innanzitutto che la direttiva
non si applica al trattamento di dati effettuato da una persona
fisica per l'esercizio di attività a carattere esclusivamente
personale o domestico oppure ai casi nei quali esso è
giustificato dall’esercizio di attività che non rientrano nel
campo di applicazione del diritto comunitario come la pubblica
sicurezza, la difesa e la sicurezza dello Stato.
Senza troppo approfondire questo quadro generale della tutela
della privacy nell’UE, passiamo a vedere l’applicazione
specifica nel contesto della Rete. La direttiva 58/CE del 12
luglio 2002 tratta vari temi più o meno sensibili, come la
conservazione dei dati di connessione da parte degli Stati
membri per operazioni di polizia, l'invio di messaggi elettronici
indesiderati, l'inclusione dei dati personali negli elenchi
pubblici e l’inserimento di marcatori ("cookies"). Si prevede la
possibilità per l’utente di rifiutare anche che sulla loro
apparecchiatura vengano installati cookies, dopo essere stato
informato sulla loro finalità [10]. Inoltre, i cittadini europei
dovranno dare il loro accordo preliminare all'inserimento negli
elenchi pubblici del loro numero di telefono (fisso o mobile),
dell'indirizzo di posta elettronica e dell'indirizzo fisico. Dopo
aver genericamente ma opportunamente ribadito l’obbligo delle
istituzioni comunitarie e nazionali a garantire ai cittadini la
riservatezza nell’ambito delle telecomunicazioni, in ambito di
conservazione dei dati la direttiva prevede che gli Stati membri
possano prevedere eccezioni alla protezione dei dati soltanto
per permettere lo svolgimento di indagini o per questioni di
sicurezza pubblica e nazionale. Più controversa la direttiva
24/2006, che nella “dichiarazione 29” mira ad estendere il
meccanismo della data retention anche ai motori di ricerca; le
attività legate al search degli utentisarebbero dunque
monitorate, alla ricerca di potenziali pedofili e molestatori. Il
che non ha mancato di sollevare polemiche da parte del Partito
Pirata (vedi oltre) i cui rappresentanti hanno accusato i vertici
dell’Unione di voler rendere tracciabili le operazioni di ricerca
online di chiunque; inoltre, alle autorità europee si imputa di
non aver opportunamente informato l’utente in merito al
contenuto della direttiva durante la campagna di raccolta firme
a sostegno dell’adozione della “dichiarazione 29” [11]. Si
accusano insomma le autorità europee di richiedere sostegno ad
una campagna i cui reali obiettivi sono celati, sfruttando inoltre
l’immagine forte di una bambina indifesa con gli occhi
impauriti per suscitare reazioni emotive.
Negli stessi mesi una coalizione formata da ben 100
organizzazioni europee per la tutela degli utenti, Electronic
Frontier Foundatione e associazione Articolo 29 incluse,
sottolineava la scarsa osservanza che gli operatori della Rete
dimostrano in merito all’obbligo di conservare comunicazioni e
dati degli utenti per un periodo compreso tra i sei mesi e i due
anni, con casi limite di violazione che arrivano a dieci anni.
Anche sulle tipologie di dati conservati c’è molto poco rispetto
delle normative.
Preoccupazioni alle quali il Garante Europeo aggiunto per la
tutela dei dati personali, Giovanni Buttarelli, rispondeva
annunciando, in occasione di un incontro con i rappresentanti
di Google tenutosi presso l’Alma Graduate School nel luglio
2010, che a cavallo della fine dell’anno sarebbe stato
promulgato un nuovo regolamento comunitario su
data retention e privacy; magari prendendo spunto dai lavori
della 32esima conferenza internazionale dei garanti della
privacy e della tutela dei dati prevista dal 27 al 29 ottobre in
Israele.
Privacy che va tutelata anche da derive come quella che sembra
aver coinvolto i servizi segreti britannici: nel settembre 2010
l’attuale media advisor del governo di Cameron, Andy
Coulson, veniva ufficialmente accusato, stando a quanto
riferiva il sito del New York Times, di aver incoraggiato suo ex
sottoposti al quotidiano News of The World di collaborare con
alcuni investigatori privati per accedere illegalmente ad un
insieme selezionato di account mobile. Tra le vittime privati
cittadini ma anche personaggi dello spettacolo, fino a membri
della famiglia reale; il tutto per trovare materiale utile alla
realizzazione di scoop ed esclusive. Restando in Gran
Bretagna, la Commissione Europea ha deferito le autorità di
Londra presso la Corte di Giustizia continentale per non aver
ottemperato alle richieste di modifica delle leggi sulla privacy
arrivate da Bruxelles nel novembre 2009, dopo il caso Phorm,
ovvero la società che aveva proceduto al monitoraggio del
traffico Internet degli utenti del provider British Telecom ,
senza che venisse richiesto loro alcun tipo di autorizzazione. Il
governo britannico rischia ora milioni di dollari di multa in
caso di condanna.

Tutela del Diritto d’Autore


Sotto questo punto di vista l’Unione si è mobilitata molto
presto, e già il 27 luglio del 1995 la Commissione varava il suo
Libro verde sul diritto d’autore e diritti connessi nella società
dell’informazione, che sottolineava da una parte l’importanza
delle ICT per lo sviluppo dell’economia continentale e
dall’altra la difficoltà di regolamentare un settore così
duramente messo alla prova dalle capacità di scambio che
offrono i nuovi media.
Nel Libro verde si tentava comunque una definizione di opera
multimediale come “combinazione di dati e lavori di differenti
tipi, come immagini (fisse o animate), testo, musica e
software”. Si parlava poi di come si debbano distinguere diritti
digitali e diritti di diffusione digitale, nonché di come lo stesso
concetto di pubblico venisse rimodulato dalle nuove
tecnologie. Veniva poi indicata come unica strada percorribile
un’ampia armonizzazione tra tutte le norme presenti negli stati
membri, cosa raggiungibile solo mediante una impegnativa e
lunga concertazione generale tra organismi comunitari e attori
statali. Si apriva così la lunga stagione di forum, dibattiti e
direttive sul tema di cui ad oggi, stando alle richieste che
ancora avanzano i grandi “produttori” di ogni genere di
contenuto e alle proteste che in parallelo si sollevano dalla
comunità degli internauti, non se ne vede ancora la fine.
Arrivavano comunque durante questo periodo altre importanti
iniziative comunitarie in materia, fino al maggio 2001, quando
vedeva la luce la direttiva europea sul copyright 2001/29/CE,
un'armonizzazione delle norme sul diritto d'autore nella società
dell'informazione. I temi trattati dalla direttiva sono
riassumibili in tre settori: il diritto di riproduzione, il diritto di
comunicazione e il diritto di distribuzione.
Alla 2000/21/CE si affiancano le disposizioni dell’art. 5 della
direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE, dove si
rimette ai soli detentori della proprietà intellettuale il diritto di
comunicazione e distribuzione delle opere. Unica eccezione
nell’ambito del diritto di riproduzione è prevista per quei casi
nei quali essa non ha finalità economiche, è temporanea e
indirizzata verso utilizzi come quelli contemplati dal fair use.
La 2000/31/CE (l’abbiamo già incontrata nel precedente
capitolo) impone inoltre il divieto per gli stati membri di
imporre autorizzazioni per l’inizio di un servizio online per i
cui omologhi offline di autorizzazioni non sono previste;
vengono poi espressi principi di trasparenza e identificabilità
del mittente ai quali devono sottostare le comunicazioni
commerciali, e si completa il regime delle firme elettroniche.
Intanto, in parallelo all’evoluzione delle norme sul copyright, il
popolo della Rete si dotava di rappresentanti: il 1° gennaio del
2006 nasceva in Svezia, su iniziativa del politico e
imprenditore Rickard Falkvinge, il Partito Pirata, che
sostenendo la tesi secondo la quale le regole sul diritto d’autore
sono troppo sbilanciate in favore delle “majors
dell’intrattenimento” a scapito dello sviluppo culturale della
società, si proponeva di presentarsi alle elezioni politiche dello
stesso anno col programma di riformare le norme stesse. In
quell’occasione la formazione di Falkvinge ottenne un misero
0,69%, ma alle europee di tre anni dopo il “Piratparteit”
riscuoteva un pesante 7,1%, dopo aver preso parte in maniera
rumorosa ad episodi come il processo a The Pirate Bay. Vale la
pena ricostruirne la storia: letteralmente "la baia dei pirati",
spesso abbreviato in TPB e in italiano
chiamato semplicemente La Baia, è un sito
Internet svedese dedicato all'indicizzazione di file per la
rete BitTorrent [12] .
Il 17 aprile 2009 i responsabili di The Pirate Bay, diventato
ormai uno dei maggiori siti di scambio di file via Internet al
mondo, sono stati condannati a un anno di prigione per
complicità nella violazione di diritti d'autore; in pratica,
secondo le motivazioni dei giudici del tribunale di Stoccolma,
il sito favoriva una pratica illegale senza aver predisposto
meccanismi che lo potessero evitare, pur non presentando file
illegali ma solo i link ad essi (con le stesse motivazioni e
l’aggravante dello scopo di lucro nel 2010 veniva condannato
Limewire negli USA). Gli imputati dovranno inoltre versare 30
milioni di corone (2,7 milioni di euro) di danni e interessi
all'industria discografica, cinematografica e dei videogiochi,
che reclamavano 117 milioni di corone a titolo di mancati
guadagni. In parole povere, La Baia non agiva da semplice
intermediario passivo ed era dunque responsabile direttamente
delle pratiche illegale perpetrate sui suoi spazi.
La condanna è stata conforme alle richieste del procuratore che
aveva pronunciato la sua requisitoria il 2 marzo 2009. Il
processo, durato tre settimane, è considerato come uno dei più
importanti contro la pirateria informatica. I legali dei quattro
condannati hanno subito annunciato di voler ricorrere in
appello. Pochi giorni dopo la sentenza, l'emittente radiofonica
Sveriges Radio rivelavacome il giudiceTomas
Norström, autore della sentenza, fosse affiliato a diverse
associazioni pro-copyright, tra le quali una a cui appartengono i
legali dei titolari di diritto d’autore che erano parte dell’accusa
nel processo contro TPB. Veniva così creato dalla magistratura
svedese un panel ad hoc per stabilire la liceità della cosa; il
gruppo di magistrati assolveva il giudice dall’accusa di
conflitto d’interessi, stabilendo di fatto la possibilità del
ripetersi della casistica nel processo d’appello al quale sarà
sottoposta La Baia dal 28 settembre 2010. Partivano così le
reazioni: l’host tedesco su cui si appoggia TPB, CB3ROB, fa
sapere alla metà di maggio 2010 per bocca del suo manager
Sven Olaf Kamphuis di non aver nessuna intenzione di mettere
offline il servizio, come invece intimatogli da un’ingiunzione
ricevuta dalle autorità di Berlino. E di certo non rischiava poco:
per i responsabili della mancata disconnessione sono previsti
250 mila euro di multa per ogni infrazione e due anni di
carcere. Ma Kamphuis sembrava essersi immedesimato in una
guerra che lo contrapponeva, oltre che alle autorità, anche alle
majors: "La colpa - ha dichiarato - è di chi, invece di
approfittare di strumenti come la Baia, insiste con i vecchi
canali di distribuzione che inquinano l'ambiente e
indeboliscono il mercato" [13]. Guerra persa solo pochi giorni
dopo, quando il link sembra irraggiungibile; dunque, TPB
ancora offline, ma solo per qualche ora, visto che in soccorso
arrivava proprio il Partito Pirata, dichiarando di voler fornire
banda alla Baia. Nel luglio 2010 il Piratpartiet rilanciava,
dichiarando l’intenzione di far rientrare le attività della Baia in
quelle del partito in caso di entrata nel Parlamento svedese,
garantendogli così l’immunità parlamentare prevista dalla
Costituzione del paese scandinavo, intenzione manifestata
anche nei confronti di Wikileaks (vedi il prossimo capitolo)
[14]. Obiettivo però irraggiungibile, visto che alle elezioni
politiche svoltesi il 19 settembre 2010 i pirati raccoglievano un
misero 1,4%, lontano dalla soglia di sbarramento del 4%. Ma
nonostante il flop elettorale, Falkvinge e i suoi si dicono pronti
ad andare avanti su progetti come quello annunciato nelle ore
precedenti al voto: la creazione di un service provider, Pirate
ISP, tarato sulle esigenze degli utilizzatori dello scambio di file,
che avrà le stesse garanzie dei normali ISP ma ignorerà
totalmente le eventuali ripercussioni delle industrie del
copyright. Posizioni destinate a trovare opposizioni forti
all’interno della Comunità; ad esempio, proprio in quelle
settimane l'Associação do Comércio Audiovisual de Portugal
(ACAPOR), ovvero l'organizzazione che in Portogallo
rappresenta gli interessi delle principali società specializzate
nel noleggio dei film, insieme al ministero locale della Cultura
lusitano, ufficializzava l’avvio di un’azione legale contro la
Baia, colpevole, a sua detta, di 15 milioni di violazioni del
diritto d’autore ogni anno. L’intenzione è quella di costringere
tutti gli ISP del paese a bloccare l’accesso a The Pirate Bay e a
siti simili.
In ogni caso, sulla scorta di questa formazione politica sono
nati in tutto il mondo gruppi e movimenti con il “marchio” del
partito pirata, fino ad arrivare a veri e propri partiti anche in
paesi come Inghilterra, Germania, Francia e Spagna e alla
nascita di un Partito Pirata Internazionale. Anche il Italia è
attivo il gruppo Partito Pirata, e i “corsari del web” iniziano a
farsi sentire in piazze e istituzioni: in vista delle regionali del
marzo 2010, ad esempio, si è svolta la Festa dei Pirati a due
passi da Montecitorio. Analisi di problematiche e proposte di
miglioramento sono stati il canovaccio di una manifestazione
patrocinata dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Roma,
quest’ultima presieduta da Nicola Zingaretti, ed è una felice
coincidenza. Zingaretti infatti nell’aprile del 2007 ha rivestito
un’importante ruolo in materia di Internet all’Europarlamento,
facendo da relatore della direttiva sulle misure penali in merito
all’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale. La
normativa è nota anche come IPRED 2, dato che si pone come
modifica della direttiva sul rispetto dei diritti di proprietà
intellettuale 2004/48/CE, chiamata appunto IPRED, acronimo
di Intellectual Property Rights Enforcement Directive.
Emendamenti e contro emendamenti fanno da sfondo al
percorso di una iniziativa legislativa che entra a gamba tesa nel
settore più problematico del web, e che proprio alla fine di
questo percorso vede limati gli aspetti più restrittivi contenuti
nella formulazione iniziale.
IPRED2 afferma il suo raggio d’azione nel comma 2 bis
dell’art.1, circoscrivendolo alla contraffazione dei marchi e alle
ipotesi di pirateria nel diritto d’autore, escludendo dalle sue
competenze la regolamentazione dei brevetti, per timore di
poter ostacolare la ricerca nel settore (il che avrebbe
contraddetto il cuore dell’agenda di Lisbona). In seguito, la
direttiva ribadisce la possibilità di utilizzo di contenuti a fini di
“critica, recensione e insegnamento”, ma mantiene illegale lo
scambio di file col metodo del peer to peer nonostante la
manifestazione della volontà di tutelare l’uso personale.
Dunque non si va oltre quelli che sono i principi stabiliti dalla
Convenzione di Strasburgo sul cyber-crime del 2001, dove si
afferma che gli atti criminali di violazione del copyright sono
quelli commessi “intenzionalmente” ma soprattutto “su scala
commerciale”, nonché nell’articolo 61 degli Accordi Trips
[15].
A far chiarezza ci prova lo stesso Zingaretti : ”Innanzitutto, è
bene sapere che la proposta di direttiva mira ad armonizzare
tutti i diritti di proprietà intellettuale, con la sola esclusione dei
brevetti: non solo diritto d'autore, ma anche i diritti relativi ai
marchi, alle indicazioni geografiche tipiche e ai disegni e
modelli. Insomma, gli utenti del web, come tutti gli altri
cittadini, sono consumatori anche di beni materiali quali
prodotti tessili, alimentari e farmacologici. Ecco, la garanzia
dell'autenticità di un prodotto è una forma di tutela, per loro
come per ogni consumatore. L'unico distinguo che abbiamo
introdotto nel testo, riguarda proprio le attività online: non ci
saranno sanzioni penali, in nessuno Stato membro, per chi violi
il diritto d'autore senza ricavarne un vantaggio direttamente
commerciale [...]La proposta di direttiva riguarda violazioni la
cui gravità richiede misure detentive delle libertà personali. In
questo senso, non ci si può certo aspettare che la semplice
violazione del diritto d'autore per finalità personali e non
lucrative venga considerata alla stregua delle attività di
contraffazione su scala commerciale eseguite dalle
organizzazioni del crimine. Detto questo, dobbiamo tenere in
considerazione che in tutti i paesi del mondo il diritto d'autore è
tutelato e protetto. E che in nessun paese si sta ipotizzando di
abolirlo”. Ma c’è un altro importante distinguo da fare:
“Quando l'utente risponde per un danno anche esiguo, ma che
in concorso con il danno provocato da altre migliaia di utenti
assume valori ben più importanti e sempre quantificabili, non si
può e non si deve applicare il codice penale. Non lo sostengo
solo io, ma le norme costituzionali di quasi tutti gli Stati
membri (Italia, Spagna e Germania compresi). Insomma, la
"responsabilità collettiva" di una violazione può essere
impugnata unicamente in sede civile o amministrativa.
Ben diversa la situazione, invece, quando il danno provocato
dal singolo è particolarmente importante, intenzionale e
commesso su scala commerciale. In tal caso la gravità della
condotta personale può comportare, e ritengo che debba
comportare, sanzioni di tipo penale.” [16]. Il che si pone in
rotta di collisione con quello che sembra essere l’atteggiamento
maggiormente diffuso tra le majors in merito alla lotta contro la
pirateria: punirne (vedi rovinarne) uno, anche se il danno che
crea è minimo, per educarne cento, che tutti insieme creano il
vero danno.
In ogni caso, IPRED2 stabilisce anche un ruolo di
cooperazione dei titolari di diritto con le forze dell’ordine in un
quadro che dovranno fissare gli stati membri per garantire che
non vengano compromessi i diritti dell’accusato. Nella stessa
sede si specifica che l’intervento del titolare di diritto non è
concesso per tutti i reati, ma solo per quelli che prevedono
l’azione di “squadre comuni”, organismi previsti dalla
decisione quadro Gai 2000/465 per i casi nei quali le indagini
risultano particolarmente difficili o hanno un raggio di
intervento tale da prevedere un’azione comune e coordinata
delle autorità di più stati membri. Gli stessi titolari di diritto
devono essere informati dalla pubblica autorità in caso di
violazioni accertate e viene ribadita la procedibilità d’ufficio
per i reati contro il diritto d’autore. La direttiva non manca di
dichiarazioni di principio, come quella contenuta nell’articolo
7, dove si afferma che i diritti sulla privacy degli imputati
“devono essere pienamente rispettati durante le indagini e le
procedure giudiziarie”. Esce confermata la linea di
responsabilizzazione “soft” dei provider, mentre il comma 2 bis
dell’art.5 fissa una interessante norma: le pene pecuniarie sono
aggravate (sempre a discrezione degli stati) se i colpevoli
hanno già commesso un reato analogo in un altro stato
dell’Unione, fissando così la recidività a un livello
transnazionale, livello sul quale ormai si pongono una miriade
di organizzazioni del crimine digitale. Problemi ha sollevato la
ricezione in Svezia: le leggi del paese scandinavo infatti
escludono l’obbligo per gli ISP di raccogliere gli indirizzi dei
propri clienti. Staremo a vedere.
Nel 2008 il Libro verde viene contestualizzato nell’economia
della conoscenza, venendo così incontro alle esigenze di
aggiornamento del documento di tredici anni prima. Delle
novità apportate abbiamo già parlato nel precedente capitolo: è
infatti in questa sede che si prospetta una posizione diversa del
diritto d’autore in chiave di diffusione della conoscenza e della
cultura, e si stabiliscono così deroghe per le biblioteche, per la
comunità di scienziati e ricercatori, nonché per i portatori di
handicap e per chi, nell’era del “Web 2.0”, si fa esso stesso
creatore di contenuti.
L’ultimo tassello sulla legislazione europea in materia di
copyright è arrivato con il “pacchetto telecom”, il complesso di
regole che mira a riformare l’intero edificio delle
telecomunicazioni in Europa. In essa è prevista la tutela sul
giusto processo per chi viene colto in violazione del diritto
d’autore; nel nuovo paragrafo 3-bis dell’articolo 1 della
direttiva 2002/21/CE viene infatti sancito a chiare lettere che
nessun cittadino europeo può essere privato dell’accesso a
Internet in assenza di una “procedura preliminare” equa ed
imparziale, garantendo in ogni caso il diritto ad un controllo
giurisdizionale efficace e tempestivo. Disposizione che sembra
ancora una volta tarata sul respingimento della cosiddetta
“Dottrina Sarkozy”, contenuta nella legge Hadopi approvata
dal Parlamento francese nell’aprile del 2009; tramite essa le
autorità transalpine prevedono di affondare la pirateria con una
manovra in 3 fasi: avvertire via mail l'utente alla prima
violazione; inviare un ultimo avvertimento via posta nel caso
risulti recidivo; tagliare l'accesso al web alla terza infrazione.
Viene istituita proprio la Hadopi, alta autorità che dovrebbe
mediare tra industria dei contenuti, provider e comuni cittadini
della Rete; il suo compito è in sostanza quello di ricevere le
segnalazioni dei detentori di diritti in forma di indirizzi IP,
impegnandosi ad abbinarli, tramite la collaborazione forzata
degli ISP, a persone fisiche, così da mettere in atto i tre step
sopra menzionati. Tuttavia nei mesi successivi il la Corte
Costituzionale francese ha bocciato la Hadopi, facendo eco
all’Europarlamento, che con l’emendamento 138, poi 135 e
infine 46 del pacchetto telecom istituisce che la libertà di
utilizzo di Internet può essere revocata solo da un’autorità
giudiziaria, facendo decadere la possibilità che l'industria dei
contenuti possa rastrellare indirizzi IP presso i circuiti del file
sharing, costringendo i fornitori di connettività a consegnare le
generalità degli abbonati e a diramare ingiunzioni a desistere
dai comportamenti pirata, fino a disconnettere gli utenti
recidivi con il semplice avallo di un'autorità indipendente, non
composta da magistrati. La decisione continentale viene presa
anche in conformità all'articolo 11 della Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione europea sulla libertà di espressione e
di informazione, salvo quando è minacciata la sicurezza
pubblica. E così, il 22 ottobre 2009 il Consiglio Costituzionale
francese ha approvato una versione riveduta dell’ Hadopi, che
prevede un controllo giurisdizionale prima del distacco della
connessione ma nella sostanza cambia poco. Al vaglio della
commissione che ha partorito queste norme ci sarebbe anche
un software “spia” che permetterebbe di inviare agli utenti
francesi messaggi del tipo: “Stai per scaricare un file
utilizzando un sistema P2P. Sei sicuro di voler continuare?”.
Implementando il programma in antivirus e software di
parental control si potrebbe raggiungere una gran massa di
internauti con determinati avvertimenti.
Facendo invece un’analisi del reale impatto della legge, si
scopre che essa sembra aver ottenuto l’effetto inverso: da uno
studio di tre ricercatori di Rennes che hanno intervistato un
campione di 2000 individui, emerge, a pochi mesi dall’entrata
in vigore della Hadopi, che il numero di pirati era cresciuto del
3%; il tutto si spiega con una semplicità disarmante: i “pirati
Hadopi” sono passati a nuove tecnologie, diventando “pirati
non-Hadopi” e trascinandosi dietro un più grande seguito. C’è
da dire che al momento dello studio la legge non era ancora
nella sua fase operativa, cioè, per dirla in termini semplici, non
era ancora stata inviata nessuna lettera di avviso né era stato
attivato il monitoraggio. Ma il fenomeno che si è sviluppato
all’indomani dell’entrata in vigore delle nuove norme è
un’ennesima dimostrazione delle alternative che la Rete offre
agli utenti e della difficoltà di combatterla con mezzi ordinari.
Inoltre, c’è da scontare l’opposizione dei maggiori ISP del
paese: in una lettera congiunta al Ministero della Cultura e
della Comunicazione essi manifestavano la loro riluttanza a
trasformarsi in sceriffi della Rete procedendo ad
identificazioni, disconnessioni e gestione delle lamentele degli
utenti , a meno di adeguato compenso da parte delle autorità. E
si parla di decine di miliardi di euro, che si trasformerebbero in
una nuova tassa per i contribuenti. Il pericolo reale è comunque
che la dottrina Sarkozy possa fare scuola nel continente, e
parlando da italiano, data la tendenza del legislatore nostrano a
seguire le richieste delle major dell’intrattenimento, gli utenti
del nostro paese non sarebbero certo al sicuro.
Da parte sua il Consiglio Europeo, con la risoluzione del 25
settembre 2008 apriva la strada per gli organismi comunitari
all’impegno per un accordo commerciale globale contro la
contraffazione; in altri termini, si legittimavano le trattative su
ACTA. Acronimo di Anti-Counterfeiting Trade Agreement,
esso è una proposta di accordo commerciale plurilaterale per la
definizione di standard internazionali in materia di proprietà
intellettuale e diritti diesecuzione nell'ambito dei paesi
partecipanti. Insomma, un accordo condiviso a
livello internazionale con l’obiettivo di sradicare la
contraffazione e la pirateria. I suoi sostenitori lo descrivono
come una risposta "all’aumento del commercio mondiale di
merci contraffatte e usurpative diritto d'autore opere protette ".
L'ambito di applicazione di ACTA è vasto, dalla contraffazione
delle merci e dei farmaci alla pirateria su Internet, con
l’obiettivo di proporre una nuova regolamentazione. I negoziati
per il trattato sono svolti a porte chiuse da un gruppo
selezionato di oltre 30 paesi. E proprio questa segretezza viene
condannata, nel marzo 2010, dall’Europarlamento, che ricorda
ai negoziatori il loro obbligo di desecretare i documenti a
partire dal dicembre 2009, minacciando, in caso contrario, di
ricorrere alla Corte di Giustizia. La risoluzione che contiene
questa condanna, dopo aver precisato che la segretezza degli
atti si pone in contrasto anche con il Trattato che istituisce
l’Unione, conferma poi l’opposizione del Parlamento a
qualsiasi soluzione ’three strikes’, ovvero la disconnessione
automatica da Internet degli utenti sospettati di violazione del
copyright dopo tre avvertimenti [17], così come a qualsiasi
perquisizione obbligatoria alle frontiere per lettori MP3,
computer e telefoni cellulari, ricevendo l’aperto apprezzamento
del Partito Pirata svedese. Altro punto attorno al quale si
concentrano le polemiche è la trapelata intenzione di
costringere gli Internet Service Provider ( ISP ) a fornire
informazioni sui presunti trasgressori del diritto d'autore senza
un mandato. Entrambe le questioni sembrano riassunte nel caso
Islandese: nell’isola infatti opera il provider Ericom, che da
inizio giugno 2010 ha annunciato che settimanalmente
“processerà” 50 indirizzi IP che gli verranno segnalati dalla
Irish Recorded Music Association (IRMA), e
interromperà la loro connessione qualora
dovesse riscontrare illegali pratiche di peer to peer [18] . In
Svizzera invece, il Tribunale Federale, massima autorità
giuridica del paese, ha invece stabilito che è illecito il lavoro di
raccolta di indirizzi IP senza mandato giudiziario, mettendo di
fatto fuori legge la società elvetica Logistep AG; non sembra
però un punto d’arrivo ma l’inizio di una lunga battaglia con i
vertici di Logistep che hanno già annunciato la volontà di
iniziare all’estero la stessa attività.
Tornando allo specifico di ACTA, recentemente la proposta ha
ricevuto un ulteriore parere totalmente negativo da una
commissione di 90 accademici incontratisi all’
American University Washington College of Law; nello
specifico, la serie di negoziazioni veniva definita una minaccia
per l’interesse pubblico, in termini sia di circolazione del
sapere che di ricadute economiche. Oltre alla segretezza delle
negoziazioni, viene indicata come dannosa la presenza al
tavolo degli attori di un solo “lato della staccionata”, quello dei
detentori dei diritti, il che rende le decisioni prese totalmente
sbilanciate a loro favore. I danni delle misure che vengono
messe a punto in queste sedi sarebbero poi afferenti anche ai
temi della privacy, oltre al pericolo che gli ISP vengano
responsabilizzati oltremisura.
Il 21 aprile 2010, dopo il nono ciclo tenutosi a Wellington,
Nuova Zelanda, arriva così un documento ufficiale sulle
conclusioni e sull’avanzamento delle trattative (al tutto sono
state però decurtate la posizioni di ogni singolo paese, segno
evidente che gli stessi negoziatori ritengono impopolari alcune
delle misure adottate); in questo documento, troviamo delle
proposte che si mettono ancora in contrasto con gli
orientamenti che abbiamo visto emergere nella legislazione
europea e con le raccomandazioni del Parlamento, dalla
possibilità di semplice ingiunzione privata da parte di chi si
ritiene titolare di diritto d’autore per il sequestro dei beni
incriminati, alla responsabilizzazione diretta di tutti gli
intermediari con i quali un utente viene a contatto nel
commettere un illecito (provider in testa), fino
all’annacquamento della distinzione tra scopo personale e fini
di lucro su scala commerciale (che aumenterebbe il ventaglio
dei casi da procedimento penale). Inoltre, nel successivo
incontro di Lucerna il gruppo di negoziatori tornava a non
produrre documenti pubblici, ma solo testi che gli organismi
europei hanno potuto ricevere sotto alcune restrizioni. Tuttavia,
da bozze trafugate e circolate ondine sembrava emergere
l’intenzione di non responsabilizzare gli ISP pretendendo da
loro un controllo preventivo; in alternativa, un più soft obbligo
all’identificazione dei trasgressori del web in caso di
ingiunzione giudiziaria.
Ad inizio giugno 2010 la commissione per gli affari legali
JURI, in seno al Parlamento Europeo, ha votato a favore (13
voti del “blocco di destra” contro 8 di socialisti e democratici)
del report di Marielle Gallo, la parlamentare francese già
portavoce del partito guidato dall'attuale Presidente transalpino
Nicolas Sarkozy. Tra le altre disposizioni, questo documento
spingerà verso l’approvazione di ACTA a livello comunitario.
La stessa Gallo ha subito precisato di non appoggiare la
dottrina dei “tre colpi” nonostante la sua precedente vicinanza
all’inquilino dell’Eliseo, e di avere invece in mente una
soluzione simile a quella al vaglio del Parlamento di Madrid,
che ha visto l'introduzione di un disegno di legge che dovrebbe
prevedere la chiusura di determinati spazi web
a seguito dell'ordinanza di un giudice specializzato. La
Gallo è stata accusata dai socialisti di aver scritto il report sotto
dettatura della Universal Pictures, maggiore sponsor del
sondaggio della Tera Consultans sui danni della pirateria del
quale abbiamo accennato all’inizio del capitolo precedente.
Accuse ovviamente respinte dalla diretta interessata. Il
documento non ha natura legislativa, ma avendo ricevuto
l’approvazione di una commissione specializzata potrebbe
influenzare il futuro approccio dell’Unione, quando ACTA
passerà alla fase operativa. E non è cosa da poco, visto che di
sicuro avrà ripercussioni sul quadro legale europeo, come
confermato, nel gennaio 2008, dall’allora Commissario
Designato per il Mercato Interno Michel Barnier, il quale, nel
discorso di presentazione di fronte al Parlamento, ha
praticamente ammesso l’incompatibilità delle norme che
stanno prendendo vita nei negoziati con quelle che regolano la
Rete nel nostro continente.

European Net Neutrality


Il problema della neutralità della Rete all’interno dell’Europa
prende vita già nel 1990 quando viene diffusa la Direttiva Open
Network Provision (ONP o 90/387/CE), riguardante lo
sviluppo del mercato interno per i servizi delle
telecomunicazioni mediante la realizzazione della fornitura di
una Rete aperta.
L’evoluzione che ha da allora investito le norme in materia
trova il suo culmine nel prima citato “pacchetto telecom”,
approvato a Strasburgo nel novembre 2009 con una
maggioranza schiacciante (510 voti favorevoli, 40 contrari e 24
astensioni) che però non rispecchia gli umori che hanno fatto
seguito, con vivaci proteste su vari punti da parte del popolo
della Rete e dei suoi “rappresentanti”. Ma andiamo con ordine;
il pacchetto innanzitutto prevede la continuazione della linea di
incentivo alla banda larga in un regime di concorrenza che
impone anche la separazione funzionale della Rete e un più
uniforme e omogeneo sistema delle remedies, sulle quali
vigilerà la Commissione insieme al BEREC (Body of European
Regulators for Electronic Communications), organismo
istituito contestualmente e formato dai rappresentanti delle
authority di settore dei 27 paesi membri. Questo organismo,
che dal giugno 2010 ha sede a Riga, capitale della Lettonia, ha
però già visto il proprio organismo ridotto da 120 membri a soli
20, ma sostituisce il Gruppo di regolatori europei, un ente che
poteva operare solo se avesse preso decisioni all'unanimità e
non ufficialmente integrato con le istituzioni europee. Vengono
poi prese misure più pratiche e immediate: ad esempio,si
istituisce la possibilità di cambiare operatore telefonico in un
solo giorno e mantenendo il proprio numero, e risultano
introdotte sanzioni concrete per gli operatori che non rispettano
trasparenza e privacy degli utenti in merito a trattamento dati,
file di log e informazioni accumulate durante il servizio. Sono
previste inoltre maggiori garanzie per l’utente in merito alle
informative sui servizi minimi ai quali ha diritto e sulle rivalse
che può avere nel caso in cui esse non vengano soddisfatte.
Ma il punto fondamentale è quello che riguarda la net
neutrality: le interpretazioni più pessimistiche in merito alle
disposizioni come quelle sul giusto processo parlano di tutele
applicabili alla sola disciplina degli stati membri, mentre si
darebbe carta bianca ai providers che decidessero di agire di
concerto coi fornitori di contenuti operando in clima di
giustizia privata, dato che le norme non vietano chiaramente
agli operatori una discriminazione nei contenuti che passano
sulla Rete così che non sono chiari i paletti per la preservazione
della net neutrality. Vengono sollevati timori importanti,
arrivando a dipingere scenari nei quali la Rete, persa la
neutralità, si trasforma in una specie di servizio broadcasting. I
responsabili di organizzazioni e siti internet nati per tutelare e
informare in maniera critica gli utenti di Internet hanno scritto
nel settembre 2009 una lettera aperta al Parlamento Europeo
esortandolo a respingere gli attacchi alla neutralità con questa
motivazione di fondo:“L'accesso libero e non discriminatorio è
imprescindibile dal fatto che la Rete rimanga neutrale.
Ciò significa che sono gli utenti a controllare il proprio
accesso ai contenuti. Gli utenti devono poter accedere a
qualsiasi sito web o servizio Internet che desiderano in
qualsiasi momento, alla velocità più elevata per la quale
siano disposti a pagare. Gli utenti non
voglionoche gli operatori di rete scelgano per loro
quali siti web e quali servizi applicazioni
possano utilizzare.V ogliono essere in grado di
sperimentare nuove applicazioni e protocolli senza
dover preventivamente chiedere il permesso agli operatori di
rete. E non vogliono che i contenuti siano bloccati né limitati
dagli operatori di rete” [19] . Si richiamano soprattutto norme
come l’articolo 22 comma 3 della Direttiva Servizi Universali
(2002), che prevede che autorità di regolamentazione nazionali
fissino dei requisiti minimi di qualità, in modo da prevenire la
congestione ed il rallentamento delle reti con conseguente
degradazione del servizio.
A questa interpretazione risponde lo stesso Commissario
Viviane Reding, che nota come i soggetti privati che si
muovessero con l’autoregolamentazione in una direzione
contraria alla neutralità della Rete non avrebbero comunque
campo libero perché andrebbero contro i diritti fondamentali
del cittadino, posizione ribadita anche nella dichiarazione sulla
neutralità della Rete aggiunta al pacchetto. Tra le voci
favorevoli al Pacchetto si fa inoltre largo la relatrice Catherine
Trautman, dei Socialisti e Democratici, che ha dichiarato con
orgoglio: "è la prima volta che un testo giuridico si riferisce
all'uso di Internet come l'esercizio di un diritto e di una libertà
fondamentale" [20] .
In ogni caso, i paesi membri dovranno aderire alle regole del
pacchetto telecom entro il 24 maggio 2011; da quella data in
poi sarà chiaro l’impatto delle nuove normative europee sulla
Rete del presente. Ma proprio mentre scriviamo, e per venire
incontro ai dubbi e alle proteste del mondo del web, è in corso
la serie di consultazioni tra i vari attori di Internet promossa
dalla Commissione in luglio con l’obiettivo di mettere a punto
una più possibile condivisa strategia di aggiustamento del
modello di web europeo in materia di neutralità.
Conclusioni
L’Unione Europea lavora dunque per onorare gli obiettivi con i
quali si apre questo capitolo. La visione che gli organismi
continentali hanno della Rete è quella di una risorsa che come
tale va incentivata e proprio per questo regolamentata, ma con
l’intento di fornire ai cittadini e alle imprese sicurezza nelle
operazioni che intendono svolgere online e non di porvi
ostacoli. Inoltre, il sostegno all’iniziativa privata in chiave di
sfruttamento commerciale e imprenditoriale di Internet viene
armonizzato alle esigenze di un’utenza che richiede una Rete
ad accesso libero e ad architettura aperta e neutrale, anche se
come abbiamo appena visto questo è il principale nodo da
sciogliere nei prossimi anni. Tuttavia, il diverso grado di
sviluppo degli stati membri rende le situazioni quasi mai ideali
rispetto agli intenti della Commissione e i relativamente pochi
strumenti di controllo e sanzione a disposizione degli
organismi comunitari lasciano irrisolti parecchi problemi.
Inoltre , il poco coordinamento tra i vari stati (punto ormai
cronico in seno all’Unione, se si pensa che è addirittura del
1986 la prima decisione del Consiglio con la quale si
incentivavano politiche di standardizzazione delle normative
sulle ICT nel continente) è un punto fondamentale, perché alla
fine la differenza la fa il come realmente i membri applicano le
direttive, e non sempre, guardando anche a casa nostra, gli
strumenti predisposti, soprattutto economici, sono consoni al
raggiungimento degli obiettivi. L ’ ampiezza di
libertà decisionale riservata agli stati membri a volte si
palesa in disposizioni legali contraddittorie all’interno
dell’Unione: se in Francia tiene banco la Dottrina Sarkozy, in
Spagna invece, nel marzo 2010 un tribunale di Barcellona ha
assolto, con una sentenza unica nel continente, un sito che
proponeva link ad altri siti di scambio peer to peer; abbiamo
già visto come il problema si sia posto e risolto in maniera
diversa in Italia e Germania, e in ogni caso il tutto avviene
proprio mentre il governo spagnolo dà il via all’iter di una
proposta di legge restrittiva in materia di scambio di file su
Internet. Così come in Inghilterra, dove il 12 aprile 2010 è
iniziato l’iter del Digital Economy Act, legge volta a
disciplinare l’area dei media digitali; anche a Londra non sono
mancate polemiche su restrizioni che, a detta delle
organizzazioni per la tutela degli utenti di Internet, risultano
eccesive soprattutto dove, Francia docet, si prevede un
distaccamento temporaneo della connessione per chi reitera un
reato contro il diritto d’autore, nell’ottica della “risposta
graduale” da parte dell’autorità. Nei mesi successivi dal
Parlamento londinese arrivavano documenti che entravano più
nel dettaglio, come la “bozza Mandelson”, codice di
comportamento recentemente presentato dall'Office of
Communications (Ofcom) britannico: nel documento si
accenna alla creazione di una lista nera di siti che agevolano il
file sharing, ma anche la “schedatura” di utenti recidivi, con i
provider che verrebbero trasformati in vigilanti pronti ad
associare un titolare di connessione ad un indirizzo IP. Contro
queste proposte si sono schierati proprio gli ISP d’oltre
Manica, che hanno minacciato di ricorrere alla Corte di
Giustizia per riaffermare il loro ruolo di semplici intermediari.
E non è difficile intuire quali saranno le reazioni di questi
soggetti se dovessero entrare nell’agenda politica le sciagurate
proposte di chi vorrebbe istituire una tassa per i provider in
proporzione al traffico P2P veicolato, così da racimolare un
bottino che servirebbe a risarcire in parte le “vittime” del file
sharing, o comunque una suddivisione dei costi per la lotta alla
pirateria, come nel piano delle autorità d’oltre Manica, che
vedrebbe i detentori di diritti pagare tre quarti e il restante
quarto addossato ai provider. In ogni caso, è proprio
direzionata verso la risoluzione di questi problemi la strada
tracciata dal Consiglio di Primavera del 25 e 26 marzo 2010,
quello che ha trasformato la Strategia di Lisbona in UE 2020:
maggiore controllo sui risultati e più ampio potere
sanzionatorio per l’Unione nei confronti degli stati, anche se
come abbiamo visto la declinazione degli obiettivi a seconda
dei contesti specifici non può mancare.
Va a mio avviso riconosciuta all’Unione e ai suoi organismi la
capacità di interpretare con una certa tempestività l’aria che
tira, e soprattutto quella di saper guardare oltre quello che
vedono prendere forma sotto il loro naso. Ne è una prova la
comunicazione del 18 giugno 2009, nella quale l’Unione butta
un occhio anche agli utilizzi futuribili della Rete. In essa la
Commissione parla dell’ “Internet degli oggetti”, contesto non
molto lontano nel quale, sfruttando l’attuale rete o creandone di
autonome, sarà possibile affiancare alla comunicazione
oggetto-persona anche comunicazioni direttamente tra oggetti e
tra macchine. Si tratta insomma di passare da una rete di
computer interconnessi a una rete di oggetti interconnessi, dai
libri alle automobili fino agli apparecchi elettrici. In due parole,
l’ubiquitous computing, fatto di dispositivi “smart”
interconnessi. Parte inoltre proprio mentre scrivo un progetto
coordinato tra Italia, Svezia, Portogallo e Norvegia per la
messa a punto di un wireless sottomarino.
Restando al presente, si riconosce l’apporto innovativo e
rivoluzionario del web 2.0 e dell’UGC, con modalità che
potranno creare nuovi sistemi di business e di interconnessione
tra aziende, il tutto supportato dall’ampliamento della
larghezza di banda. Magari potrebbe aggiungersi al quadro la
garanzia della trasparenza delle decisioni, obiettivo che il
Parlamento ha dimostrato di voler perseguire in merito, ad
esempio, ad Echelon [21], e più recentemente alle modalità con
le quali viene discusso ACTA. E’ inoltre in corso una
consultazione promossa dalla Commissione Europea per
l’ammodernamento del regime sulla responsabilità degli
intermediari a dieci anni dalla direttiva 2000/31/CE che, come
abbiamo visto, rappresenta ancora il paradigma in materia ma
che a volte sembra non riuscire a garantire così com’è una
omogeneità di interpretazione nel continente (come successo
tra Italia e Sapagna in merito alle sentenze su Youtube e le
emittenti di Mediaset).
In ogni caso, e alla luce di questo tipo di dibattiti, sarà
fondamentale onorare uno dei punti più trascurati di quella che
fu la Strategia di Lisbona: l’informazione ai cittadini
dell’Unione. Solo promuovendo campagne di informazione
chiare e su larga scala si potranno portare al centro del dibattito
i problemi relativi alla Rete e farli percepire ai cittadini in tutta
la loro importanza, così da creare movimenti di opinioni di
massa contro gli attacchi ad Internet e alla libertà ad esso
associata. Nonostante l’importanza che sicuramente
ACT A riveste per la Rete del futuro, essa è
praticamente sconosciuta al cittadino medio europeo, come lo
sono la stragrande maggioranza delle iniziative e delle manovre
che prendono vita nei Palazzi del continente. Per invertire il
trend non c’è mezzo migliore della Rete, che potrà così
contribuire, come del resto fa già, a difendere se stessa.

Note

[1] europa.eu

[2] Nel citare la Strategia di Lisbona, riprendo vari articoli che


ho pubblicato sul tema per la rivista online “Il Laboratorio dei
Cento” consultabile al link
http://www.centogiovani.it/laboratorio/index.php?
option=com_content&view=section&layo
ut=blog&id=4&Itemid=66

[3]
http://europa.eu/legislation_summaries/information_society/si0
007_it.htm

[4] Dal primo luglio 2010 la Finlandia è il primo paese al


mondo ad aver riconosciuto un ruolo di diritto fondamentale e
universale alla banda larga: ogni cittadino dovrà vedersi
garantita una connessione di almeno 1mbps, con l’obiettivo di
portare la soglia a 100mbps in cinque anni. Il Ministro delle
comunicazioni finlandese Suvi Linden ha spiegato: "Il servizio
Internet non ha più esclusivamente un ruolo di intrattenimento,
ma è importante per la vita di tutti i giorni dei finlandesi".

[5] I contenuti dei servizi forniti sulle reti di comunicazione


elettronica, come i contenuti trasmessi via radio o i servizi
finanziari, ne sono invece esclusi. Lo stesso vale per le
apparecchiature terminali di telecomunicazioni.

[6] Software che viene installato sul computer di un utente a


sua insaputa. Tale software trasmette informazioni sull’utente e
le sue abitudini di navigazione, informazioni destinate ad
essere usati dagli inserzionisti.

[7] Posta elettronica che convince gli utenti finali a rivelare dati
riservati attraverso siti web che imitano i siti delle aziende
reali. Secondo il rapporto del primo semestre 2010 dell'X-
Force Research and Development team della IBM il fenomeno
del phishing sarebbe in netto arretramento (-82%) soprattutto
per la sempre maggiore accortezza ed esperienza degli utenti.
Nello stesso rapporto si segnalava come fossero state
individuate 4396 nuove vulnerabilità per i netizen, soprattutto
per la sempre maggiore diffusione di applicazioni da utilizzare
sui terminali, senza contare la capacità dei cyber criminali di
inserire malaware anche in file come i Pdf. Tuttavia, il rovescio
della medaglia è che l’aumento di casi registratisarebbe dovuto
ad una sempre maggiore disponibilità dei produttori a segnalare
le debolezze dei loro prodotti contribuendo così a venirvi
incontro.

[8] Vanno trattati alla fonte da parte delle forze di polizia e


delle autorità giudiziarie, le cui attività sono regolate dalle
leggi nazionali e dagli accordi di cooperazione giudiziaria. Il
campo di applicazione "contenuti illegali" tende a variare tra i
paesi, anche se vi sono alcune questioni che dove c'è una
maggiore quantità di consenso, come la pornografia infantile, il
materiale razzista, i materiali che promuovono il terrorismo, e
tutte le forme di frode perpetrate a mezzo Internet (come le
truffe sulle carte di credito).

[9] Sono al tempo stesso contenuti autorizzati la cui


distribuzione è però limitata (ad esempio, contenuti riservati
alle persone adulte) e contenuti che possono offendere
determinati utilizzatori, anche se la loro pubblicazione non è
limitata in nome del principio della libertà di espressione. Per
trattare i contenuti nocivi le azioni devono in primo luogo
offrire agli utenti la possibilità di rifiutare tali contenuti tramite
lo sviluppo di soluzioni tecnologiche (sistemi di filtraggio e di
classificazione), sensibilizzare i genitori e sviluppare
l'autoregolamentazione che può costituire una cornice adeguata
soprattutto per la tutela dei minori.

[10] I marcatori sono informazioni nascoste scambiate tra un


utente Internet ed un server web e salvate in un file sul disco
rigido dell'utente. Queste informazioni rappresentano anche
uno strumento, spesso criticato, di controllo dell'attività
dell'internauta.

[11] La raccolta firme era raggiungibile al link


http://smile29.eu/index.html
[12] BitTorrent, spesso abbreviato in BT, è un protocollo peer-
to-peer (P2P) finalizzato alla distribuzione e condivisione di
file nella Rete. In realtà non è un vero e proprio
protocollo peer to peer, visto che l'architettura di BitTorrent
prevede la presenza di un server.

[13] http://punto-informatico.it/2884811/PI/News/germania-
isp-non-vuole-tagliare- baia.aspx

[14] Nelle stesse settimane è invece partita la stretta del


governo statunitense che ha come obiettivo proprio The Pirate
Bay; la Casa Bianca conta di eliminare La Baia sfruttando la
collaborazione con l’ICANN.

[15] Si tratta dell’accordo Trade Related Aspects of Intellectual


Property Rights, letteralmente “aspetti dei diritti di proprietà
intellettuale attinenti al commercio”, adottato a Marrakech il 15
aprile 1994 e ratificato dall’Italia con legge 29 dicembre 1994,
n. 747. E’ stato promosso dall’Organizzazione Mondiale del
Commercio (WTO).

[16] http://punto-informatico.it/1943185/PI/News/ipred2-nulla-
temere-utenti.aspx

[17] Una dura presa di posizione contro questo aspetto di


ACTA è stata presa anche dalla Free Software Foundation, che
punta il dito soprattutto contro la politica di disconnessione
che, a sua detta, minerebbe la stessa libertà degli utenti.

[18] http://punto-informatico.it/2893871/PI/News/irlanda-isp-
calera-scure-sul-p2p.aspx

[19] http://punto-informatico.it/2552729/PI/Lettere/pacchetto-
telecom-rete-resti- libera.aspx

[20]
http://www.europarl.europa.eu/news/public/focus_page/008-
64472-320-11-47- 901-20091113FCS64439-16-11-2009-
2009/default_p001c002_it.htm

[21] Il nome in codice ECHELON si riferiva in origine ad un


complesso sistema di sorveglianza e intercettazione utilizzato
dalle agenzie di spionaggio degli Stati Uniti. La Rete
ECHELON è oggi un sistema mondiale d'intercettazione delle
comunicazioni private e pubbliche elaborato da Stati Uniti,
Canada, Regno Unito, Australia, e Nuova Zelanda all’interno
dell’ UKUSA, un trattato di alleanza istituito dai paesi
anglofoni con lo scopo di raccogliere informazioni attraverso
queste attività di spionaggio. Vengono utilizzati satelliti e cavi
sottomarini che rendono intercettabili anche le comunicazioni
via Internet, per le quali si utilizzano software basati su parole
chiave. La segretezza con la quale viene gestito il sistema fa sì
che poco di più si sa su di esso e che negli anni numerose
interrogazioni parlamentari siano state presentati a Bruxelles e
non solo. In più, sembra che ogni operatore delle
telecomunicazioni non possa prescindere dal far parte di esso.